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Papa Leone XIV in Turchia e in Libano: un messaggio di unità e di pace


Papa Leone XIV e il Patriarca Bartolomeo I a İznik il 28 novembre 2025 © Vatican Media
Dal 27 novembre al 2 dicembre papa Leone XIV ha compiuto il suo primo viaggio apostolico, recandosi in Turchia e in Libano, con una tappa di speciale significato ecumenico nella città turca di İznik, in occasione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea[1].

I loghi e i motti scelti per ogni Paese visitato sintetizzano bene gli obiettivi del viaggio del Pontefice. Per la Turchia, il logo rappresentava, tra gli altri elementi, il ponte dei Dardanelli, alludendo all’incontro tra Asia ed Europa e a Cristo come ponte tra Dio e l’umanità. Il motto è stato preso dalla lettera agli Efesini 4,5: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo», come un invito all’unità, alla fraternità e al dialogo. A sua volta, per il Libano, il simbolismo ruotava attorno al tema della pace. Il logo raffigurava il Papa che benedice, affiancato da una colomba e da un cedro che rappresentava il Libano. Il motto «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9) conteneva il messaggio centrale della visita: sostenere il popolo libanese, incoraggiando il dialogo, la riconciliazione e la sintonia tra tutte le comunità.

«La compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo»


All’inizio della mattinata del 27 novembre, accompagnato dal suo seguito e da un numeroso gruppo di 81 giornalisti, papa Leone XIV è partito dall’aeroporto di Fiumicino alla volta di Ankara, con un volo speciale della compagnia Ita Airways, che ha assicurato i principali trasferimenti aerei del viaggio.

Subito dopo l’accoglienza all’aeroporto di Ankara-Esenboğa, il Papa si è recato al Mausoleo di Mustafa Kemal «Atatürk» («Padre dei Turchi»), fondatore e primo presidente della Repubblica turca, considerato il leader politico che ha gettato le basi della Turchia attuale, segnando la rottura con il passato ottomano del Paese e adottando il principio della laicità dello Stato. Di seguito, nel palazzo presidenziale, ha avuto luogo la cerimonia di benvenuto, nella quale il Pontefice è stato accolto dal presidente Recep Tayyp Erdoğan, con cui ha avuto un colloquio privato.

Il consueto incontro, durante i viaggi apostolici, con la società civile e con il corpo diplomatico si è svolto alla Nation’s Library, dove il Papa, con alle spalle un globo terrestre, ha pronunciato il suo discorso, ricordando in primo luogo che il territorio dell’attuale Turchia è legato alle origini del cristianesimo «e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze». Proprio in questo senso, Leone XIV ha fatto riferimento alle diversità interne della Turchia come a un elemento da valorizzare, perché una società «è viva se è plurale», per cui «sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile». In questo contesto, il Pontefice ha voluto assicurare che all’unità del Paese «intendono contribuire positivamente anche i cristiani, che sono e si sentono parte dell’identità turca», nonostante siano una «modesta minoranza»[2]. Il Papa ha quindi evocato alcuni princìpi importanti che dovrebbero sottostare alle scelte personali, sociali e politiche. Tra di essi la giustizia e la misericordia, che «sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo». In tale senso il Pontefice ha affermato che «in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche».

Proseguendo il suo discorso, papa Leone XIV ha voluto riconoscere l’importanza della famiglia nella cultura turca e delle «iniziative per sostenerne la centralità». Ha quindi accennato al ruolo delle donne «sempre di più a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale», per cui ha considerato apprezzabili le iniziative non solo a sostegno della famiglia, ma anche volte a valorizzare il «contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale». L’appello finale del Pontefice alla Turchia ha riguardato l’impegno per la pace, chiedendo che il Paese sia «un fattore di stabilità e di avvicinamento fra i popoli, a servizio di una pace giusta e duratura». Da parte sua, «la Santa Sede – ha concluso il Papa, rivolgendosi al presidente Erdoğan – desidera cooperare a costruire un mondo migliore con l’apporto di questo Paese, che costituisce un ponte tra Est e Ovest, tra Asia ed Europa, e un crocevia di culture e religioni».

Conclusasi la cerimonia di benvenuto, Leone XIV ha raggiunto la Presidenza degli Affari Religiosi, l’agenzia statale istituita nel 1924 per sostituire l’autorità religiosa ottomana. Dopo un breve colloquio con il Presidente, il Papa ha raggiunto la Nunziatura Apostolica e, di seguito, l’aeroporto, per partire alla volta di Istanbul.

La «logica della piccolezza» come «vera forza della Chiesa»


Nel tardo pomeriggio del 27 novembre, Leone XIV è arrivato a Istanbul, principale centro culturale e religioso della Turchia, una metropoli con circa 16 milioni di abitanti, situata tra Asia ed Europa, sulle due sponde del Bosforo. Dopo il pernottamento presso la Delegazione Apostolica, ha ripreso le attività pubbliche con l’incontro di preghiera con i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali nella cattedrale latina dello Spirito Santo.

Nel discorso pronunciato in questo incontro, la mattina del 28 novembre, il Papa ha ricordato la lunga storia del cristianesimo nelle terre dell’attuale Turchia per poi riflettere sulla situazione dei nostri giorni da considerare con spirito evangelico, perché la «logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa». Proprio in questo senso, ha voluto incoraggiare tutti, affermando che la Chiesa in Turchia «è una piccola Comunità che, però, resta feconda come seme e lievito del Regno», e aggiungendo: «Vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondata sulla fede e sull’unione con Dio». Ha anche raccomandato l’ascolto e l’accompagnamento dei giovani e l’impegno negli ambiti in cui i cattolici in Turchia sono chiamati a lavorare in modo speciale: «il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale, il servizio ai rifugiati e ai migranti».

Leone XIV ha poi menzionato l’anniversario del Primo Concilio di Nicea, approfondendo tre sfide che scaturiscono da questa commemorazione: la prima, «l’importanza di cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani»; la seconda, «l’urgenza di riscoprire in Cristo il volto di Dio Padre», soprattutto in un contesto di «arianesimo di ritorno», presente nei nostri giorni quando si considera Cristo semplicemente come «un grande personaggio storico, […] un profeta che ha lottato per la giustizia»; infine, la terza sfida riguarda «la mediazione della fede e lo sviluppo della dottrina», imparando dal Concilio di Nicea e dai Concili successivi che «è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie in cui viviamo». Concludendo il suo discorso, il Papa, come ha fatto in altre occasioni, ha ricordato san Giovanni XXIII, figura tanto amata in Turchia, dove ha svolto il ruolo di Delegato apostolico dal 1935 al 1944.

Ancora nella mattinata del 28 novembre, Leone XIV ha fatto visita alla Casa di accoglienza per anziani delle Piccole sorelle dei poveri e ha ricevuto in privato il Rabbino capo della Turchia.

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Nicea, «un legame profondo che unisce già tutti i cristiani»

Nel pomeriggio del 28 novembre, in elicottero, il Pontefice si è recato a İznik, antica Nicea, a 150 km da Istanbul, per l’incontro ecumenico di preghiera nei pressi degli scavi archeologici dell’antica basilica di san Neofito. Presenti, oltre al patriarca Bartolomeo I, i rappresentanti delle Chiese e delle comunità cristiane. Dopo le parole di benvenuto del Patriarca, Leone XIV ha pronunciato il suo discorso. In uno scenario semplice e austero, presso le rovine dell’antica basilica e vicino al lago, le parole del Pontefice sono andate subito all’essenziale: «Il 1700º anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi». Segnalando di nuovo il rischio di ridurre Cristo «a una sorta di leader carismatico o di superuomo», il Papa ha ricordato che Nicea ha superato la concezione ariana che vedeva Cristo come «un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione». Infatti, egli ha affermato, la confessione di fede cristologica di Nicea ribadisce l’unità tra il divino e l’umano e «la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci “partecipi della natura divina”».

Proprio questa confessione di fede cristologica, ha continuato il Pontefice, «è un legame profondo che unisce già tutti i cristiani». Da questa constatazione è scaturito un appello: «Nell’amore reciproco e nel dialogo, siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita». Questo appello all’unità e alla riconciliazione si è poi esteso a tutta la famiglia umana. In particolare, il Papa ha voluto ribadire che «l’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione». Infine, l’augurio conclusivo nello scenario dell’antica Nicea: «che questo importante anniversario porti frutti abbondanti di riconciliazione, di unità e di pace».

Terminato l’incontro, Leone XIV ha fatto ritorno a Istanbul, dove in serata ha incontrato i vescovi cattolici della Turchia.

«Una rinnovata testimonianza di pace, riconciliazione e unità»


Il giorno successivo, 29 novembre, è iniziato con la visita del Papa alla moschea Sultan Ahmed, nota anche come «Moschea Blu», costruita all’inizio del secolo XVII per diventare il luogo di culto più importante dell’Impero ottomano. Nella stessa mattinata ha avuto luogo l’incontro privato con i capi delle Chiese e delle comunità cristiane presso la chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem. A proposito di questo incontro, nella conferenza stampa durante il volo da Istanbul a Beirut Leone XIV ha affermato che si è parlato di future iniziative: in particolare, della possibilità di un incontro a Gerusalemme nel 2033, per celebrare i duemila anni della risurrezione di Cristo.

Nel pomeriggio, il Papa si è recato alla chiesa patriarcale di San Giorgio, la sede del Patriarca ecumenico, per la Doxologia. Al termine della visita, sempre accompagnato dal patriarca Bartolomeo I, Leone XIV si è diretto alla sede del Patriarcato Ecumenico per la presentazione delle delegazioni, la firma della Dichiarazione congiunta e un incontro privato.

La Dichiarazione congiunta, firmata nella vigilia della festa di sant’Andrea, patrono del Patriarcato Ecumenico, esprime il desiderio, seguendo l’esempio degli ultimi papi e patriarchi, di continuare a «camminare con ferma determinazione sulla via del dialogo, nell’amore e nella verità (cfr Ef 4,15), verso l’auspicato ripristino della piena comunione tra le nostre Chiese sorelle». Si riferisce poi al Primo Concilio di Nicea come a «un evento provvidenziale» che può «ispirare nuovi e coraggiosi passi nel cammino verso l’unità», tra cui si segnala il desiderio di proseguire, per quanto riguarda la data della Pasqua, «il processo di esplorazione di una possibile soluzione» per celebrarla insieme ogni anno.

Il documento poi ricorda il 60º anniversario della Dichiarazione comune di papa Paolo VI e del patriarca ecumenico Atenagora che, nel 1965, ha estinto lo scambio di scomuniche del 1054 e incoraggia a proseguire il cammino verso l’unità: «Esortiamo quanti sono ancora titubanti verso qualsiasi forma di dialogo ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese (cfr Ap 2,29), spingendoci, nelle attuali circostanze della storia, a presentare al mondo una rinnovata testimonianza di pace, riconciliazione e unità». Di seguito, la Dichiarazione congiunta fa riferimento alla pace e include il rifiuto di «qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza». Infine, il documento invita «tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato».

Il pomeriggio del 29 novembre si è concluso con la celebrazione eucaristica alla Volkswagen Arena,a cui hanno partecipato circa 4.000 fedeli e i rappresentanti di diverse Confessioni cristiane, tra cui il patriarca Bartolomeo I. Nell’omelia della I domenica di Avvento, Leone XIV ha richiamato l’importanza della testimonianza, della pace e dell’unità. Si è riferito all’unità in un triplice senso. In primo luogo, l’unità all’interno di una Chiesa, come quella in Turchia, dove sono presenti quattro diverse tradizioni liturgiche: latina, armena, caldea e sira. Come secondo vincolo di comunione, il Papa ha ricordato quello ecumenico, ben visibile nella celebrazione stessa; e infine, come terzo legame, ha voluto segnalare la vicinanza alle comunità non cristiane, specialmente «in un mondo in cui troppo spesso la religione è usata per giustificare guerre e atrocità». Da qui l’invito a «camminare insieme, valorizzando ciò che ci unisce, demolendo i muri del preconcetto e della sfiducia, favorendo la conoscenza e la stima reciproca, per dare a tutti un forte messaggio di speranza e un invito a farsi “operatori di pace” (Mt 5,9)». Alla fine della celebrazione eucaristica, il Papa è rientrato alla Delegazione Apostolica, dove ha trascorso l’ultima notte a Istanbul.

Il giorno seguente, 30 novembre, accolto dal Patriarca armeno di Istanbul, Leone XIV ha fatto una visita di preghiera alla cattedrale armena apostolica. Nel suo saluto al patriarca Sahak II, ha espresso la propria gratitudine a Dio «per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche», per poi affermare, a proposito dell’anniversario del Concilio di Nicea, che dobbiamo «trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo».

Dalla cattedrale armena, sempre nella mattinata del 30 novembre, Leone XIV ha raggiunto la chiesa patriarcale di San Giorgio per partecipare alla Divina Liturgia, presieduta dal patriarca Bartolomeo I. Nel suo discorso al termine della celebrazione, il Papa ha riaffermato di nuovo l’urgenza dell’unità: «Non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali». E ha ribadito, con parole che non potevano essere più chiare: «Perseguire la piena comunione tra tutti coloro che sono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, nel rispetto delle legittime differenze, è una delle priorità della Chiesa cattolica e in modo particolare del mio Ministero di Vescovo di Roma, il cui ruolo specifico a livello di Chiesa universale consiste nell’essere al servizio di tutti per costruire e preservare la comunione e l’unità». Si è poi riferito a tre sfide in cui, già adesso, le due Chiese, come tutti i cristiani, i membri di altre tradizioni religiose e le persone di buona volontà, possono collaborare tra loro: la promozione della pace, la custodia del creato e l’uso delle nuove tecnologie.

Terminata la Divina Liturgia, affacciati a un balcone, il Papa e il Patriarca ecumenico hanno benedetto i fedeli. Dopo il pranzo insieme, il Pontefice ha raggiunto l’aeroporto di Istanbul-Atatürk, si è congedato dalle autorità ed è partito alla volta di Beirut.

Si concludeva così la tappa turca del primo viaggio apostolico di Leone XIV. Tre aspetti, in particolare, meritano attenzione: il forte messaggio ecumenico basato sulla fede comune proclamata a Nicea; l’intenzione di confermare nella fede la piccola comunità cattolica; l’appello alle autorità turche affinché continuino a impegnarsi per la pace.

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In Libano: la pace «è un dono e un cantiere sempre aperto»

L’aereo papale è atterrato all’aeroporto internazionale di Beirut a metà pomeriggio del 30 novembre. Il Papa è stato accolto dal presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun, dal presidente dell’Assemblea Nazionale, Nabih Berri, e dal Primo ministro, Nawaf Salam, rispettivamente cattolico-maronita, musulmano sciita e musulmano sunnita.

Dopo la cerimonia di benvenuto in aeroporto, Leone XIV – sempre accompagnato lungo le strade da tantissime persone, che hanno affrontato la pioggia battente per vederlo – si è recato al Palazzo presidenziale. Qui, in tre successivi incontri privati, ha salutato le alte cariche dello Stato che lo avevano accolto all’aeroporto. Poi ha avuto luogo l’incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, che è iniziato con il discorso di benvenuto del Presidente della Repubblica.

Nel suo intervento, il Papa ha fatto un forte e sentito appello alla pace, affermando che in Libano essa «è un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto», motivo per cui è stata scelta come motto del viaggio la frase di Gesù «Beati gli operatori di pace!» (Mt 5,9). Leone XIV ha proseguito riflettendo «su che cosa significhi essere operatori di pace entro circostanze molto complesse, conflittuali e incerte» come quelle del Libano. Ha riconosciuto l’importanza della resilienza, caratteristica del popolo libanese, necessaria perché la promozione della pace «è un continuo ricominciare», e ha dichiarato: «Ci vuole tenacia per costruire la pace; ci vuole perseveranza per custodire e far crescere la vita». Il Papa ha quindi invitato i libanesi a «far risuonare una sola lingua: la lingua della speranza che fa convergere tutti nel coraggio di ricominciare sempre di nuovo».

Leone XIV ha proseguito il suo discorso, riconoscendo il dramma di «un’emorragia di giovani e di famiglie che cercano futuro altrove» e si è riferito al «coraggio e lungimiranza» necessari per «restare o tornare nel proprio Paese». Infine, ha voluto «sottolineare il ruolo imprescindibile delle donne nel faticoso e paziente impegno per custodire la pace»; ha ricordato l’importanza della musica nella cultura libanese e ha concluso il suo discorso con un augurio: «Possa crescere fra voi questo desiderio di pace che nasce da Dio e può trasformare già oggi il modo di guardare gli altri e di abitare insieme questa Terra». Terminata la cerimonia ufficiale, il Papa è stato accolto nella Nunziatura Apostolica.

«Anche quando attorno tuona il rumore delle armi»


La mattina del 1º dicembre il Pontefice si è recato al monastero di San Maroun, per visitare e pregare sulla tomba di san Charbel Makhlūf (1828-1898), monaco dell’Ordine Libanese Maronita, canonizzato da san Paolo VI nel 1977 e molto popolare in Libano.

La tappa successiva della mattinata si è svolta al santuario di Nostra Signora del Libano, costruito nel 1904 ad Harissa, su una collina che domina il litorale e la baia di Jounieh. In questo santuario, molto caro ai libanesi anche musulmani, si è svolto l’incontro con i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali. Dopo il saluto di benvenuto del patriarca della Chiesa Armena Cattolica, Raphaël Bedros XXI Minassian, il Papa ha ascoltato le testimonianze di un sacerdote, di una religiosa, di un’immigrata filippina e di un cappellano carcerario. Ha poi iniziato il suo discorso con un riferimento mariano: «È nello stare con Maria presso la Croce di Gesù (cfr Gv 18,25) che la nostra preghiera […] ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida».

Sempre in riferimento a ciò che aveva ascoltato di una vita di servizio in mezzo alla guerra e in una società in crisi, il Pontefice ha proseguito il suo intervento e, facendo eco a quanto condiviso dal sacerdote che vive e lavora al confine con la Siria, ha ribadito: «Là, pur nel bisogno più estremo e sotto la minaccia dei bombardamenti, cristiani e musulmani, libanesi e profughi d’oltre confine, convivono pacificamente e si aiutano a vicenda». Quindi il Papa ha voluto insistere sul ruolo dei giovani, affermando che «è importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio». Poi, a proposito della testimonianza della religiosa preside di una scuola, Leone XIV si è riferito al tradizionale impegno della Chiesa in Libano nel campo scolastico, incoraggiando tutti a «continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi».

Finito l’incontro, dopo la consegna della Rosa d’oro al santuario, i canti e la benedizione, il Papa è tornato alla Nunziatura Apostolica, dove ha tenuto un incontro privato con il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente, al quale è seguito il pranzo insieme con loro e con i Patriarchi Ortodossi locali.

Una terra «dove minareti e campanili stanno fianco a fianco»


Il primo appuntamento nel pomeriggio del 1º dicembre ha portato Leone XIV alla Piazza dei Martiri a Beirut, dove si è svolto l’Incontro ecumenico e interreligioso. Sullo sfondo dello spazio dove, insieme al Papa, si sono seduti i diversi leader religiosi si vedeva un grande albero d’ulivo, che stava a simboleggiare la riconciliazione e la pace. Dopo le parole dei rappresentati religiosi, il Pontefice ha pronunciato il suo discorso, parlando del Libano come di un «luogo straordinario dove minareti e campanili stanno fianco a fianco», testimoniando «la persistente dedizione del suo popolo all’unico Dio». Leone XIV ha quindi riconosciuto che lo sguardo del mondo si indirizza verso il Medio Oriente, «la culla delle religioni abramitiche, osservando l’arduo cammino e la incessante ricerca del dono prezioso della pace», talvolta «con un senso di timore e scoraggiamento, di fronte a conflitti così complessi e di lunga data». In una tale situazione, ha aggiunto il Papa, in «un’epoca in cui la convivenza può sembrare un sogno lontano, il popolo del Libano, pur abbracciando religioni diverse, rappresenta un potente esempio: paura, sfiducia e pregiudizio non hanno qui l’ultima parola». Leone XIV ha infine sintetizzato la missione immutata del popolo libanese: «testimoniare la verità duratura che cristiani, musulmani, drusi e innumerevoli altri possono vivere insieme, costruendo un paese unito dal rispetto e dal dialogo». Alla fine dell’Incontro, come testimonianza di quanto appena augurato, il Papa e due leader religiosi hanno piantato e innaffiato un albero di ulivo.

Il secondo appuntamento del pomeriggio ha avuto luogo nel piazzale antistante il Patriarcato di Antiochia dei Maroniti, a Bkerké, una piccola città sopra la baia di Jounieh, dove si è svolto l’Incontro con i giovani. Era già calata la notte quando il Papa è stato accolto dal patriarca Béchara Boutros Raï e da una folla entusiasta di circa 15.000 giovani libanesi. Alcuni sono potuti venire anche dalla Siria, Iraq, Cipro, Egitto e dalla diaspora libanese. L’incontro ha avuto momenti di preghiera, canti, testimonianze, presentazioni sceniche, doni e domande dei giovani che Leone XIV ha seguito con emozione. Nel suo discorso, il Pontefice ha sottolineato che i racconti ascoltati parlavano di «coraggio nella sofferenza», «speranza nella delusione, di pace interiore nella guerra». Ha poi riconosciuto che «la storia del Libano è intessuta di pagine gloriose, ma è segnata anche da ferite profonde, che stentano a rimarginarsi». Davanti a una tale complessità, il Papa ha invitato i giovani alla speranza, affermando: «Voi avete un dono che tante volte a noi adulti sembra ormai sfuggire. Voi avete speranza! E voi avete il tempo!». Perciò ha rivolto un appello: «Con un generoso impegno per la giustizia, progettate insieme un futuro di pace e di sviluppo».

Rispondendo alle domande fatte dai giovani, il Pontefice ha ribadito che «il punto fermo per perseverare nell’impegno per la pace» è Cristo stesso, «il vero principio di vita nuova» e «la speranza che viene dall’alto». Ha poi riconosciuto che «viviamo tempi nei quali le relazioni personali appaiono fragili e si consumano come se fossero oggetti», e ha invitato a un amore «per sempre» nella vita familiare come nella consacrazione religiosa, perché «non si ama davvero se si ama a termine, finché dura un sentimento: un amore a scadenza è un amore scadente». Infine, ha chiesto ai suoi ascoltatori di costruire un mondo migliore; ha ricordato l’esempio della Vergine Maria e dei santi e ha consegnato ai giovani la preghiera attribuita a san Francesco d’Assisi: «O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace». Al termine dell’Incontro, il Papa è tornato alla Nunziatura Apostolica, dove ha tenuto, come ultimo impegno della giornata, un incontro privato con i capi delle comunità religiose musulmane e druse.

«Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!»


Il 2 dicembre, l’ultimo giorno del viaggio apostolico, ha avuto inizio con la visita all’ospedale di de la Croix, nel comune di Jal ed Dib, uno dei più grandi ospedali psichiatrici del Medio Oriente, con più di mille posti letto. La struttura è stata fondata dal cappuccino Beato padre Yaaqoub Haddad nel 1919 ed è gestita dalla Congregazione delle Suore Francescane della Croce. Poi, di ritorno a Beirut, il Papa ha raggiunto il porto della città, dove il 4 agosto 2020 una duplice esplosione ha ucciso oltre 240 persone, ferito altre 7.000 e lasciato 300.000 senza casa. Il Pontefice ha deposto una corona di fiori nel monumento che commemora le vittime e si è soffermato in preghiera silenziosa; poi ha salutato alcuni parenti delle vittime e alcuni sopravvissuti all’esplosione. Dopo questi momenti di forte emozione, Leone XIV ha raggiunto il Beirut Waterfront, dove si è svolta la celebrazione eucaristica a conclusione del viaggio.

Nella celebrazione erano presenti oltre 140.000 persone. All’omelia, il Papa ha esortato «a coltivare sempre atteggiamenti di lode e di gratitudine», nonostante le difficoltà sociali ed economiche reali e i sentimenti di impotenza davanti a «un contesto politico fragile e spesso instabile». Di fronte al pericolo del disincanto, ha insistito affinché ciascuno faccia la sua parte, si uniscano gli sforzi e il Libano possa «ritornare al suo splendore». Forti sono state le parole conclusive di Leone XIV: «Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!». Un appello ripetuto alla fine dell’Eucaristia, pensando anche alla situazione di tutto il Medio Oriente: «Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!».

Terminata la celebrazione, il Papa ha raggiunto l’aeroporto di Beirut. Prima del decollo alla volta di Roma, all’inizio del pomeriggio, si è svolta la cerimonia di congedo, nella quale il Pontefice ha manifestato la propria gratitudine alle autorità libanesi e ha espresso l’auspicio che lo spirito di fraternità e di impegno per la pace che il Libano aveva testimoniato possa coinvolgere tutto il Medio Oriente.

Si concludeva in questo modo il primo viaggio apostolico di Leone XIV che, dalla Turchia al Libano, ha accolto e ha portato, nelle parole e nei gesti, l’urgente annuncio di riconciliazione, di unità e di pace. Il papa stesso, all’Angelus del 7 dicembre in Piazza san Pietro, evocando i giorni trascorsi nei due Paesi, lo ha ribadito affermando: «quanto è avvenuto […] ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile!»[3].

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[1] La documentazione sul viaggio apostolico si può trovare in vatican.va/content/leo-xiv/it/…

[2] Secondo i dati dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa, i cattolici in Turchia sono 33.000, in una popolazione di circa 86 milioni di abitanti.

[3] vatican.va/content/leo-xiv/it/…

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