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ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono:

  1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita;
  2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero;
  3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale.

La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione.

Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca.

A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente.

1. La metamorfosi del “cretino locale”


Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile.

Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale.

Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere.

2. L’autoaffermazione dell’università italiana


“Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger:

  1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2
  2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”;
  3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”.

I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso.

3. L’epifania dell’Anvur


Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi.

  1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni.
  2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”.

Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania.

Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES.

In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione.

Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi.


  1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ↩︎
  2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. [nota aggiunta il 7/01/2026]↩︎
  3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ↩︎
  4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ↩︎
  5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ↩︎

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