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Jolene – In loving memory of Dolly Parton


Dolly Parton se n'è andata. È stata un artista estremamente prolifica, in oltre 60 anni di carriera ha pubblicato 285 album, ma per tanti, me compresa, lei sarà sempre l'autrice di "Jolene". Una canzone nata in un solo pomeriggio 1973. Dolly ha ventisette anni, ha già lasciato il duo con Porter Wagoner per tentare la carriera da solista, una scelta che le costerà causa legale e amicizia, ma che le aprirà le porte della leggenda, e si mette al tavolo con la chitarra. Racconterà per […]
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Dolly Parton se n’è andata. È stata un artista estremamente prolifica, in oltre 60 anni di carriera ha pubblicato 285 album, ma per tanti, me compresa, lei sarà sempre l’autrice di “Jolene”.

Una canzone nata in un solo pomeriggio


1973. Dolly ha ventisette anni, ha già lasciato il duo con Porter Wagoner per tentare la carriera da solista, una scelta che le costerà causa legale e amicizia, ma che le aprirà le porte della leggenda, e si mette al tavolo con la chitarra. Racconterà per decenni, in interviste su interviste, che “Jolene” e “I Will Always Love You” nacquero nello stesso giorno di scrittura: due facce della stessa medaglia emotiva, la paura di perdere l’uomo amato da un lato, la dignità del lasciarlo andare dall’altro. Un pomeriggio di lavoro straordinario, di quelli che capitano forse due o tre volte in una carriera intera.

Il nome “Jolene” arriva da un episodio quasi tenero: una bambina di otto anni si avvicina a Dolly dopo un concerto per un autografo, e le dice di chiamarsi così. Dolly resta folgorata dal suono di quella parola e se la tiene in tasca, sapendo che prima o poi ci avrebbe scritto sopra qualcosa.

Il “qualcosa” arriva dalla vita vera. Una cassiera di banca, capelli rosso fuoco, comincia a flirtare spudoratamente con Carl Dean, il marito di Dolly, ogni volta che lui si presenta allo sportello. Dolly, che di quella donna dirà sempre “non potevo biasimarla, era bellissima”, inizia a sentirsi minacciata sul serio. Non rabbia, non un fronte di guerra: paura, insicurezza, il terrore sordo di chi si sente inadeguata di fronte a una bellezza che sembra invincibile.

Il testo: una supplica, non un attacco


Ed è qui che sta il colpo di genio di Dolly Parton scrittrice. “Jolene” non è una canzone di gelosia rabbiosa. È una supplica, quasi un canto di implorazione da donna a donna. La protagonista si rivolge direttamente a Jolene, capelli color del fuoco, occhi color smeraldo, pelle d’avorio, un sorriso “come una brezza di primavera”, e la prega, letteralmente, di non portarle via l’uomo che ama, anche se potrebbe farlo con estrema facilità.

Non c’è un solo verso di accusa verso Jolene. C’è, semmai, un’ammirazione quasi dolorosa: la rivale viene descritta con un’iperbole di bellezza che rasenta il mitologico, e proprio in questo eccesso di lode si nasconde l’arma retorica della canzone. La protagonista dice, in sostanza: so di non poter competere, e per questo non ti sfido, ti imploro.

Musicalmente il pezzo lavora sulla stessa tensione: un giro di chitarra ipnotico, ostinato, in tonalità minore, che gira e rigira su se stesso come un pensiero fisso, un’ansia che non trova pace. Dolly canta con un vibrato acuto, quasi infantile in certi momenti, che accentua la fragilità del personaggio. È una miniatura drammaturgica di due minuti e quaranta, perfetta nella sua economia di mezzi.

Una canzone che non ha mai smesso di essere reinterpretata


Pochi brani nella storia della popular music hanno generato un albero genealogico di cover così fitto e trasversale. Eccone alcune tappe fondamentali:

  • Olivia Newton-John (1976): una delle primissime reinterpretazioni, con un arrangiamento più morbido, quasi pop-disco.
  • The White Stripes: Jack White ne fa quasi un marchio di fabbrica live, portandola su territori rock, urlata, nervosa. La versione “Live Under Blackpool Lights” (2004) resta tra le più amate in assoluto.
  • Miley Cyrus, che di Dolly è la figlioccia nella vita reale, l’ha eseguita più volte dal vivo (Backyard Sessions 2012, Glastonbury 2019 in chiave punk-rock) fino a una versione ufficiale nel 2022.
  • Patti Smith (2003) — per il disco tributo Just Because I’m a Woman: Songs of Dolly Parton, un’interpretazione scarna e spettrale.
  • Alison Krauss, ai Kennedy Center Honors dedicati a Dolly, con armonie bluegrass da pelle d’oca.
  • Beyoncé (2024) — la reinvenzione più clamorosa e recente, dentro Cowboy Carter: capovolge il punto di vista, trasformando la supplica in un avvertimento (“I’m warnin’ you, don’t come for my man”). Dolly stessa la introduce in un interludio parlato del disco, e ha commentato pubblicamente l’operazione con entusiasmo.

Cinquant’anni e più di vita, e “Jolene” non ha ancora trovato pace: continua a essere riscritta, capovolta, urlata, sussurrata. Segno che quella paura semplice e universale, perdere chi si ama per mano di qualcuno più bello, più affascinante, più “impossibile da ignorare”, non passa mai di moda. Dolly l’aveva capito meglio di chiunque altro, e ce l’ha lasciata in eredità.

Questa voce è stata modificata (9 ore fa)
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Obscura VPN arriva su Windows e alza a cinque il limite di dispositivi


Obscura VPN, la VPN a doppio hop che lavora con Mullvad, debutta su Windows 10 e 11. Il limite dispositivi sale da tre a cinque per tutti gli utenti.
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Obscura VPN sbarca ufficialmente su Windows. Lo ha annunciato l’azienda ieri con un’app nativa che porta su desktop Microsoft la stessa architettura vista finora solo su macOS, iOS e, da qualche mese, Android.

Cosa cambia con l’app Windows


La app supporta sia Windows 10 che Windows 11 e, con l’arrivo su Windows, Obscura alza anche il tetto dei dispositivi collegabili contemporaneamente: si passa da tre a cinque, e la novità vale per tutti gli account, non solo per chi installa il client Windows. Per chi festeggia il lancio c’è anche uno sconto del 25% con il codice WINDOWS26, valido per tutti gli utenti.

Manca ancora Linux, per il quale l’azienda ha aperto una lista d’attesa sul proprio sito, promettendo un client nativo “presto”.

L’architettura a due parti


Quello che distingue Obscura dalla maggior parte delle VPN commerciali è il modo in cui gestisce il traffico. Invece di affidarsi a un unico operatore che vede sia l’indirizzo IP dell’utente che la sua destinazione, Obscura divide il percorso in due tratte gestite da soggetti diversi: il primo salto passa dai server di Obscura, che vedono l’IP di chi si connette ma non possono leggere il traffico cifrato; il secondo è affidato a Mullvad, che riceve pacchetti WireGuard già cifrati punto a punto e quindi non può risalire all’identità di chi li invia. Per funzionare, nessuno dei due operatori deve collaborare con l’altro, il che riduce il numero di soggetti che devono fidarsi a vicenda rispetto a un servizio VPN tradizionale.

A questo si aggiunge un livello di offuscamento che incapsula il traffico WireGuard dentro QUIC, pensato per rendere più difficile individuare e bloccare l’uso della VPN nei paesi con censura pesante di internet. Il codice è open source e disponibile su GitHub, e un audit indipendente condotto da Cure53 a fine 2025 non ha rilevato vulnerabilità gravi o critiche.

Obscura era nata a inizio 2025 come app esclusiva per macOS, per poi estendersi a iOS e, in tempi più recenti, ad Android. Con Windows il servizio copre ormai quasi tutti i principali sistemi operativi desktop e mobile, lasciando Linux come ultimo tassello ancora mancante.

FONTI


SOURCE:// obscura.com
SOURCE:// obscura.com

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nel podcast ‘la finestra di antonio syxty’: “nz”, di antonio syxty

L’audio è stato registrato in occasione della presentazione organizzata il 4 giugno 2026 presso la Galleria Bianco Contemporaneo, diretta da Rossella Alessandrucci, alla presenza dell’editore Fabrizio M. Rossi, di MG e di un nutrito numero di convenuti.

La registrazione audio completa (con altri materiali) è in pod al popolo #097.

https://www.spreaker.com/episode/nz-di-antonio-syxty–74262166

Qui il libro: ikona.net/antonio-syxty-nz/
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4 giugno, roma, galleria bianco contemporaneo: “nz” di antonio syxty e “asemics” di marco giovenale


A Roma, giovedì 4 giugno 2026, alle ore 18:00
presso la galleria Bianco Contemporaneo
(via Reno 18/a)
nel contesto della mostra IDENTIKIT, di Pignotti + Hogre

presentazione dei due libri

NZ, di Antonio SyxtyNZ, di Antonio Syxty
ikonaLíber, 2025

NZ, o Nuova Zelanda, lavora sull’immaginazione del lettore come una mappa che invece di orientarlo debba felicemente e sensatamente indurlo a perdersi nei frammenti. Del resto già l’incipit del libro dichiara che siamo di fronte a «una collezione (anche catalogo) di frammenti di scrittura (con immagini, illustrazioni, disegni)», dei quali ha fatto nel tempo raccolta “Antonio Syxty”. Le virgolette qui usate sottolineano la natura di azione/esperimento artistico della stessa identità in gioco: parte di una ongoing performance avviata molti anni fa, che prevede che l’autore e artista si presenti cosí pur non essendo quello il suo vero nome.
Ma perché poi “Nuova Zelanda”? Perché rappresenta, rispetto all’Italia, un luogo perfettamente agli antipodi; e, letterariamente, un antidoto forte al mainstream.it contemporaneo.

e

ASEMICS. Senso senza significato, di Marco Giovenale (testo sulla scrittura asemica)Asemics. Senso senza significato, di Marco Giovenale
ikonaLíber, 2023

Questa sequenza di note e ricostruzioni storiche, fuori da ogni ipotesi di esaustività, propone un possibile itinerario attraverso la vicenda delle espressioni “scrittura asemica” (o “asemantica” o “desemantizzata”) e “asemic writing”; e offre inoltre alcuni elementi di teoria che configurano l’identità di questa pratica artistica come «macchina di disorganizzazione e disintegrazione del significato a opera del senso stesso».

§


I due artisti che espongono presso Bianco contemporaneo, Lamberto Pignotti e Hogre, operano entrambi su un fronte che va a sfocare/disseminare e mettere in crisi il concetto stesso di identità, di possibile connessione solida & adamantina tra Moi lacaniano (il famoso “Io”) e linguaggio / opera / mondo. Su piani non diversi lavora il libro NZ, di Antonio Syxty, con il dislocarsi del panorama italiano in una remotissima Nuova Zelanda (NZ appunto) e conseguente evaporazione dell’identità autoriale. Si può dire che analoghi obiettivi muovano poi Asemics, di Marco Giovenale, libro che ha proprio a che fare con scritture che non sono sé stesse, ossia non sono propriamente scritture, in quanto la decodificabilità dei loro glifi e corsivi è del tutto in dubbio anzi revocata.

Gli autori si confronteranno in un dialogo su questi paradossi e linguaggi (se tali sono): della e nella contemporaneità.

​*

l’incontro su mobilizon:
mobilizon.it/events/29ada9e0-4…

evento facebook:
facebook.com/events/2095941497…

​ikonaLíber:
ikona.net/category/edizioni-ik…

la galleria
biancocontemporaneo.it/

*


​Bianco Contemporaneo è una galleria d’arte di sperimentazione – investigazione dell’ambiente artistico volta a scenari sia storici che contemporanei ed è attiva con propri progetti su tutto il territorio nazionale​

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ferentino, 2-6 settembre 2026, sesta edizione del festival dell’arte nomadica


Áṣẹ, waŋarr, mudārî (presente) è la VI edizione del Festival dell’arte Nomadica.
Dal 2 al 6 Settembre, Ferentino

” […] tutto questo, ascoltalo e ricordiamo insieme poi, dimentichiamolo” (Najvan Darwish)
Il tema visivo di quest’anno è un dono dalle fotografie di Jonathan Soliman .

Disfare gli archivi e le tecniche di registrazione del presente, volubili e sempre inclini a modificarsi in relazione agli algoritmi di potere che le interpretano: presente come mudārì, imperfetto e incompiuto presente, come lingua d’altri che scricchiola sotto il coeso presente della lingua italiana.
Presente è un fantasma d’incompletezza: che non si possa dire che la formulazione di una legge è giusta, se non teniamo conto di coloro che non sono presenti, quelli che non possono essere lì per difendersi, i lontani e i futuri, i non-ancora presenti.
Non un presente, ma tout-le-monde, presente come macchina di azione palestinese che “non si guarda più indietro” (M. Darwish) e che “non ha più nulla da perdere”.
Come in fotografia: l’eterno presente fissato è una traccia di un eterno non-esserci più.
Nel luogo di questa impressione di presenza, qualcosa fugge altrove, per sempre liberato dalla cattura.

Organizzazione:
Materia Creativa

Partner:
CentroScritture
Inverso – Giornale di Poesia
Neutopia Magazine
Associazione Ottovolante APS
Argo⥀Argolibri ⥀ArgoWebTv

§


-Àṣẹ, waŋarr, muḍāriʿ: PRESENTE-


Questo secondo triennio del festival, che a settembre si conclude, è palestinese: dai Nóstoi del ritornello come forma di riterritorializzazione poetica dei luoghi colonizzati, con Marwan Makhoul (2024) all’epochè della sospensione della memoria come strumento di ricatto territoriale con Ghayath Almadhoun (2025).
Presente (
muḍāri’) è la forma di una memoria senza archivio, se l’archivio è controllo coloniale e cancellazione, la forma dell’impossibilità stessa di un approdo, come pratica dell’istante che non si lascia fissare, come esposizione a una durata che eccede ogni forma di appropriazione.
Dal 2021 il festival è una festa dei cammini: i luoghi sono disseminati nella città di Ferentino, per addestrarci a dimenticare le identità e a fluidificare le appartenenze nel divenire che si fa camminando.
I luoghi della nomadizzazione, gli spazi deterritorializzati dalle identità fisse per divenire luoghi di contaminazione nel festival, dalla cripta al criptoportico, dalle antiche terme in su, sono sempre anche il luogo di una riterritorializzazione, spazi che ritornano ad essere istituzionalizzati e segmentati da marche territoriali.
Il presente è senza possesso, si colloca come luogo precario e apparizione dell’escluso, per poi sparire nuovamente.

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Garmin rinnova la sua serie più iconica: arrivano fēnix 9 e fēnix 9 Pro


Garmin rinnova la sua iconica gamma di smartwatch con fēnix 9 e fēnix 9 Pro, due nuovi modelli pensati per offrire prestazioni avanzate a chi pratica sport e ama l'avventura
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Lo smartwatch multisport più iconico della serie di orologi Garmin si rinnova: nascono fēnix 9e fēnix 9 Pro. L’eccellente resistenza meccanica, la leggerezza e il fascino garantiti dal titanio della cassa del modello Pro rappresentano solo alcune delle novità della serie. Tutta la nuova gamma fēnix 9 infatti, migliora l’esperienza sportiva con Garmin Epic, una modalità innovativa per condividere le proprie esperienze outdoor tramite Garmin Connect. Con la nuova analisi Stamina, dedicata all’approfondimento sulle potenzialità endurance degli atleti, fēnix 9 è l’alleato fondamentale per monitorare i miglioramenti e correggere il proprio piano di allenamento. fēnix 9 Pro iR, inoltre, offre la sicurezza di rimanere sempre in contatto anche fuori dalla copertura telefonica. Grazie alla tecnologia di trasmissione satellitare e connettività LTE chiamate, messaggi e richieste di soccorso, sono sempre disponibili e comodamente attivabili dal polso.
Garmin fēnix 9: a sinistra il modello Pro; al centro il fēnix 9 Solar e a destra il fēnix 9 TitaniumGarmin fēnix 9: a sinistra il modello Pro; al centro il fēnix 9 Solar e a destra il fēnix 9 Titanium

fēnix 9: al fianco degli atleti più esigenti


Garmin fēnix 9 nasce per soddisfare le esigenze di chi non si accontenta; rivisitata nel software, la nuova serie offre dettagli hardware che ne elevano l’unicità, come il display AMOLED, oggi ancora più brillante, protetto da una resistente lente in vetro zaffiro. I pulsanti sono a tenuta stagna e lo smartwatch gode della certificazione per immersione fino a 40 metri.

Smartwatch ideale per gli appassionati che fanno della resistenza una delle skill più importanti, grazie alle nuove funzioni di tracciamento Stamina il fēnix 9 é in grado di mostrare agli atleti come la loro abilità endurance evolve nel tempo, migliorando la capacità di gestire il ritmo durante ogni attività.

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L’allenamento indoor, e in particolare il rowing, rappresenta una componente importante della preparazione atletica e dei circuiti di functional training. Con fēnix 9, Garmin amplia gli strumenti dedicati a questa disciplina, consentendo di analizzare parametri come il VO₂ Max e la curva di potenza, utili per valutare i progressi, fissare nuovi obiettivi e calibrare con maggiore precisione l’intensità delle sessioni successive. Tra le attività supportate c’è anche il rucking, disciplina che combina camminata o corsa con uno zaino zavorrato. fēnix 9 permette di monitorare le sessioni tenendo conto del peso trasportato, oltre a offrire la possibilità di seguire workout Goruck e accedere a strumenti specifici per rendere l’allenamento più strutturato e misurabile.

Garmin fēnix 9 integra un avanzato sistema di navigazione, progettato per offrire maggiore precisione e fluidità durante le attività outdoor. Il dispositivo include mappe precaricate dedicate alla navigazione su strada e all’esplorazione, caratterizzate da una grafica più fluida e reattiva rispetto alla generazione precedente. Il salto di prestazioni è legato anche all’hardware rinnovato: fēnix 9 dispone del 50% di RAM in più rispetto alla serie precedente e di un processore più potente, elementi che consentono di rendere lo scorrimento delle mappe fino al 30% più veloce. A completare l’esperienza c’è la nuova visualizzazione prospettica, che permette di avere una visione più ampia e anticipata del percorso, facilitando la lettura della traccia durante escursioni, trekking e attività di esplorazione.
Garmin fēnix 9 Pro LTEGarmin fēnix 9 Pro LTE

Garmin fēnix 9 Pro: titanio, AMOLED e nuove funzioni per l’outdoor


Il modello eredita le funzionalità premium di fēnix 9 e le combina con un design completamente rinnovato, nuove possibilità di connettività anche senza smartphone, display con tecnologia di ricarica solare e una torcia LED ulteriormente evoluta.

Una delle principali novità riguarda la costruzione: fēnix 9 Pro è il primo modello della serie fēnix con cassa completamente in titanio, una scelta pensata per combinare leggerezza, resistenza e un'estetica più ricercata. Sul fronte del display, il modello integra un pannello AMOLED con luminosità fino a 3.000 nit, progettato per garantire una buona leggibilità di dati, statistiche e mappe anche in presenza di luce solare diretta. La versione da 51 mm introduce inoltre il primo display AMOLED da 1,5 pollici mai utilizzato da Garmin, aumentando del 15% l'area di visualizzazione rispetto alle generazioni precedenti, senza modificare le dimensioni della cassa.

Anche l'illuminazione per le attività notturne è stata aggiornata. La torcia LED integrata mantiene le modalità con luce bianca e rossa e aggiunge una nuova luce verde, pensata per illuminare l'ambiente circostante riducendo il disturbo alla visione notturna.

Su alcuni modelli di fēnix 9 Pro, la connettività inReach consente di mantenere i contatti con familiari e amici anche durante le attività outdoor, offrendo al tempo stesso un sistema di assistenza in caso di emergenza. Il servizio si appoggia a Garmin Response, centro internazionale di coordinamento delle emergenze operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, permettendo di effettuare comunicazioni e inviare richieste di soccorso anche senza portare con sé lo smartphone. Con un piano inReach attivo, il dispositivo supporta chiamate, messaggi e comunicazioni SOS, oltre alle notifiche LiveTrack tramite connettività LTE. Una soluzione pensata soprattutto per escursionismo, trekking e altre attività outdoor nelle quali poter comunicare in autonomia può rappresentare un elemento importante.

L'integrazione con Garmin Messenger amplia ulteriormente le possibilità di comunicazione. Dopo aver configurato l'app sullo smartphone associato al fēnix e sui dispositivi dei propri contatti, è possibile notificare automaticamente l'avvio di un'attività e condividere la propria posizione tramite LiveTrack. Una volta completata la configurazione, il telefono può quindi rimanere a casa, mentre dal fēnix 9 Pro è possibile inviare rapidamente messaggi ai contatti preselezionati.

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Prezzi, disponibilità e autonomia


La nuova generazione Garmin fēnix 9 e fēnix 9 Pro è disponibile in diverse configurazioni, con casse da 43, 47 e 51 mm, pensate per adattarsi a differenti esigenze di vestibilità e stile. La gamma prevede inoltre diverse colorazioni, tra cui le versioni Carbon Gray, caratterizzate dall'esclusivo rivestimento DLC (Diamond-Like Carbon). Applicato direttamente sulla superficie metallica attraverso un processo di deposizione, il rivestimento DLC crea uno strato estremamente sottile e resistente, progettato per migliorare la protezione del dispositivo da urti e abrasioni, mantenendo al contempo leggerezza e biocompatibilità.

Sul fronte dell'autonomia, secondo i dati rilasciati da Garmin, fēnix 9 arriva fino a 29 giorni in modalità smartwatch nella configurazione con cassa e display più grandi. Il prezzo parte da 999,99 euro. fēnix 9 Pro parte invece da 1.099,99 euro e raggiunge un'autonomia fino a 31 giorni in modalità smartwatch nella versione con display AMOLED più grande. Le configurazioni Solar possono arrivare fino a 57 giorni di autonomia, confermando l'obiettivo di Garmin di offrire dispositivi pensati per accompagnare gli utenti anche nelle attività outdoor più lunghe.

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Sony Xperia 10 VIII: arriva il nuovo smartphone che punta tutto sulla praticità quotidiana


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Sony ha presentato Xperia 10 VIII, lo smartphone della Serie 10 progettato pensando alla facilità d’uso. Tra le caratteristiche principali del prodotto figurano uno schermo circa il 50% più luminoso rispetto al modello precedente ​ per una migliore visibilità anche all’aperto, altoparlanti stereo potenziati, che offrono un suono più chiaro e potente con un volume complessivo migliorato e bassi più incisivi, e l’accesso rapido ai servizi di pagamento e fedeltà tramite il menu “Rewards & Pay”, che consente di accedere rapidamente alle app di pagamento e fedeltà utilizzate di frequente con una doppia pressione veloce del pulsante di accensione.

Il dispositivo offre, inoltre, fino a due giorni di autonomia di funzionamento (dati Sony), grazie a una batteria a lunga durata, e praticità d’uso quotidiana, grazie alla sua leggerezza.

Caratteristiche principali:


  • display più luminoso per una migliore visibilità all’aperto: il display è circa il 50% più luminoso rispetto al modello precedente, elemento che consente di visualizzare lo schermo più facilmente all’aperto. Il dispositivo regola inoltre automaticamente i colori in base alla luminosità ambientale, garantendo una visione chiara e un utilizzo confortevole nelle situazioni quotidiane, come l’uso delle mappe all’aperto durante il giorno;
  • altoparlanti stereo potenziati per un suono più potente: un sistema di altoparlanti potenziato e una messa a punto rivisitata degli altoparlanti stereo anteriori garantiscono un volume e una qualità del suono migliorati. Il volume complessivo è superiore di circa il 15% rispetto al modello precedente, con i bassi potenziati di oltre il 30%, e consente di godersi video e musica con un suono più chiaro e potente;



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Polaroid e Pokémon uniscono i loro mondi in una nuova collaborazione: arrivano nove prodotti in edizione speciale pensati per celebrare il franchise più amato dai fan
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  • accesso rapido alle app di pagamento e fedeltà con il “menu Rewards & Pay”: premendo due volte il pulsante di accensione, è possibile avviare rapidamente le app utilizzate di frequente, come quelle per i pagamenti e i programmi fedeltà. Questa scorciatoia utilizzabile con una sola mano contribuisce a rendere più agevoli le transazioni quotidiane, specialmente quando si ha fretta;
  • fino a due giorni di autonomia della batteria e prestazioni affidabili ogni giorno: una batteria ad alta capacità garantisce fino a due giorni di utilizzo, mentre la batteria a lunga durata aiuta a mantenere le prestazioni anche dopo quattro anni. Il dispositivo combina inoltre 8 GB di RAM con fino a 6 GB di RAM virtuale per un passaggio più veloce e fluido tra le app;



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  • look leggero, design traslucido: ispirato al concetto di strato traslucido, il pannello posteriore utilizza un materiale trasparente con un rivestimento opaco e trasparente. Il risultato è un look leggero e una finitura semplice e raffinata per l’uso quotidiano, disponibile in tre colori: Frozen White, Frosted Grey e Misty Lilac;
  • cover opzionale progettata per abbinarsi al dispositivo: la cover opzionale per Xperia 10 VIII include un supporto integrato che consente il posizionamento sia in verticale che in orizzontale per una comoda visione dei video. È progettata per far risaltare la bellezza naturale del tuo smartphone.

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poème électronique / edgard varèse. 1958

(Video created with Sonic Visualizer, OpenShot and
vokoscreen on an openSUSE 13.2 Linux System).

Poème électronique (English Translation: “Electronic Poem”) is an 8-minute piece of electronic music by composer Edgard Varèse, written for the Philips Pavilion at the 1958 Brussels World’s Fair. The Philips corporation commissioned Le Corbusier to design the pavilion, which was intended as a showcase of their engineering progress. Le Corbusier came up with the title Poème électronique, saying he wanted to create a “poem in a bottle”. Varèse composed the piece with the intention of creating a liberation between sounds and as a result uses noises not usually considered “musical” throughout the piece.

Original performance
The pavilion was shaped like a stomach, with a narrow entrance and exit on either side of a large central space. As the audience entered and exited the pavilion, the electronic composition Concret PH by Iannis Xenakis (who also acted as Le Corbusier’s architectural assistant for the pavilion’s design) was heard. Poème électronique was synchronized to a film of black and white photographs selected by Le Corbusier which touched on vague themes of human existence. Le Corbusier’s original concept called for a pause in the film while his voice was heard, speaking directly to the audience. However, Varèse objected to the idea that Le Corbusier’s voice would be played over his composition, and the idea was abandoned.

The interior of the pavilion was also lit by a constantly changing pattern of colored lights, and in addition to the film, three separate projectors showed additional still photos on the walls.

Spatialization
Varèse designed a very complex spatialization scheme which was synchronized to the film. Prefiguring the acousmonium style of sound projection, hundreds of speakers were controlled by sound projectionists with a series of rotary telephone dials. Each dial could turn on five speakers at a time out of a bank of 12. Many estimates of the pavilion’s sound system go as high as 450 speakers, but based on the limitations of the switching system and the number of projectionists used, an estimate of 350 seems more reasonable.

The speakers were fixed to the interior walls of the pavilion, which were then coated in asbestos. The resulting appearance was of a series of bumps. The asbestos hardened the walls, creating a cavernous acoustic space.

The spatialization scheme exploited the unique physical layout of the pavilion. The speakers stretched up to the apex of Le Corbusier’s points, and Varèse made great use of the possibilities, sending the sound up and down the walls

Sequence of events
The images in Le Corbusier’s film are all black and white still photographs and willfully abstract. The first image is a bull’s head in a spotlight. The final image is a woman holding an infant. Le Corbusier assigned thematic sections to the film:

0 – 60″ Genesis
61 – 120″ Spirit and Matter
121 – 204″ From Darkness to Dawn
205 – 240″ Man-Made Gods
241 – 300″ How Time Moulds Civilization
301 – 360″ Harmony
361 – 480″ To All Mankind
The sequence of sounds in Varèse’s composition:

0″ 1. a. Low bell tolls. “Wood blocks.” Sirens. Fast taps lead to high, piercing sounds. 2-second pause.

43″ b. “Bongo” tones and higher grating noises. Sirens. Short “squawks.” Three-tone group stated three times.

1’11” c. Low sustained tones with grating noises. Sirens. Short “squawks.” Three-tone group. 2-second pause.

1’40” d. Short “squawks.” High “chirps.” Variety of “shots,” “honks,” “machine noises.” Sirens. Taps lead to

2’36” 2. a. Low bell tolls. Sustained electronic tones. Repeated “bongo” tones. High and sustained electronic tones. Low tone, crescendo. Rhythmic noises lead to

3’41” b. Voice, “Oh-gah.” 4-second pause. Voice continues softly.

4’17” c. Suddenly loud. Rhythmic percussive sounds joined by voice. Low “animal noises,” scraping, shuffling, hollow vocal sounds. Decrescendo into 7-second pause.

5’47” d. Sustained electronic tones, crescendo and decrecendo. Rhythmic percussive sounds. Higher sustained electronic tones, crescendo. “Airplane rumble,” “chimes,” jangling.

6’47” e. Female voice. Male chorus. Electronic noises, organ. High taps. Swooping organ sound. Three-note group stated twice. Rumble, sirens, crescendo (8 minutes and 5 seconds).”
#acousmoniumStyle #CharlesÉdouardJeanneretGris #EdgardVarèse #ElectronicPoem #LeCorbusier #music #musica #musicaContemporanea #musicaDiRicerca #musicaSperimentale #noisesNotUsuallyConsideredMusical #PhilipsPavilion #Poèmeélectronique #The1958BrusselsWorldSFair #Varèse #WorldFair

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Nitter costretto a fermarsi (per ora), resta solo il self hosting in zona grigia


X ha inviato una diffida legale a Nitter chiedendone la chiusura definitiva. Chi vuole ancora leggere post pubblici senza account può solo autoospitare un'istanza, in una zona grigia legale, o affidarsi a client come Squawker che però richiedono un profilo.
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Il 24 agosto X Corp ha inviato diffide legali a Nitter, intimando la rimozione permanente di tutte le istanze del servizio e del repository del progetto su GitHub. Zedeus, lo sviluppatore dietro il progetto, ha tolto offline nitter.net, fermato lo sviluppo e dichiarato di essere alla ricerca di consulenza legale. Le accuse mosse dagli avvocati di X parlano di accesso non autorizzato a token di sessione e violazione delle condizioni d’uso della piattaforma, richiamando leggi statali e federali statunitensi. Non è la prima volta che X prova a chiudere Nitter, ma stavolta lo strumento non è più tecnico, come nel 2024, bensì legale.

Per chi vuole comunque continuare a leggere post pubblici di X senza passare da un account, le opzioni rimaste sono poche e nessuna è davvero equivalente a quello che offriva Nitter.

Autoospitare Nitter, tra zona grigia e complicazioni tecniche


Il codice di Nitter resta pubblico su GitHub nonostante la richiesta di rimozione del repository, ed essendo un progetto AGPLv3 chiunque può ancora scaricarlo e farlo girare su un proprio server. Il problema è che da tempo il progetto richiede account X reali e relativi token di sessione per funzionare, quindi l’anonimato totale delle prime versioni non esiste più. A questo si aggiunge il rischio legale: la diffida che X ha inviato agli sviluppatori cita proprio l’accesso non autorizzato a token di sessione, un’argomentazione che in teoria si applicherebbe anche a chi fa girare un’istanza personale con il proprio account. Non è un’attività illegale in senso stretto, ma resta una zona grigia in cui X ha già dimostrato di essere disposta a muoversi con le vie legali, non solo con blocchi tecnici.

Chi sceglie comunque questa strada deve mettere in conto un minimo di competenze da amministratore di sistema: un’istanza Docker, una dipendenza da Redis e la generazione periodica di nuovi token quando X li invalida, cosa che a quanto pare succede con una certa regolarità.

Squawker, un caso diverso


Chi cercava un’app Android per navigare X in modo più leggero conosce probabilmente Squawker, ma vale la pena chiarire che si tratta di un progetto con obiettivi diversi da quelli di Nitter. Squawker è un client nativo che si appoggia comunque a un account X esistente per funzionare, quindi non offre la lettura anonima e senza registrazione che era il punto di forza di Nitter. Resta comunque un’alternativa interessante per chi vuole un’interfaccia più pulita e meno invasiva rispetto all’app ufficiale, senza però risolvere il problema di chi su X non vuole proprio metterci piede.

Al momento, insomma, non esiste un vero erede diretto di Nitter.

FONTI


SOURCE:// techcrunch.com
SOURCE:// github.com
SOURCE:// github.com

#nitter #x

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Ponte sullo stretto, un via libera che somiglia ad uno stop


Sono in totale 989 le prescrizioni, raccomandazioni, osservazioni, indicazioni che il fantasmagorico progetto del ponte ha collezionato in questi anni a seguito dei pareri dei comitati scientifici, dellla commissione VIA/VAS, del Consiglio superiore lavori pubblici. Li ha contati l’associazione No Ponte Capo Peloro calcolando una prescrizione /raccomandazione ogni 3 metri della campata del […]

Leggi il resto: argocatania.it/2026/08/26/pont…

#MatteoSalvini #MinisteroDellEconomia #MinisteroDelleInfrastrutture #PietroCiucci #PonteDiMessina #ponteSulloStretto #SocietàStrettoDiMessina


Ponte di Messina, la parola agli strutturisti. Le verifiche non ci sono ma si va avanti lo stesso.


Tre ingegneri strutturisti, esperti di ponti, hanno inviato al Comitato Scientifico della società Stretto di Messina un documento in cui espongono osservazioni e pongono domande su alcune importanti criticità di carattere strutturale del progetto di ponte ad una sola campata.

Sono Mario De Miranda, Federico Mazzolani, Santi Rizzo, e qui trovate il loro […]

Leggi il resto: argocatania.it/2024/07/30/pont…

#MinisteroDellEconomia #MinisteroDelleInfrastrutture #PonteDiMessina #ponteSulloStretto #SocietàStrettoDiMessina #StrettoDiMessina


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RedC2 4.0: il trojan che si nasconde in 14 pacchetti npm e usa l’IA per orchestrare gli attacchi


Un framework di comando e controllo commerciale integra per la prima volta un agente AI che traduce il linguaggio naturale in comandi post-exploitation. Distribuito tramite 14 pacchetti npm trojanizzati camuffati da utility di calendario, colpisce Linux e Windows con un beacon completo di tunneling, esecuzione in-memoria e furto di credenziali.
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Quattordici pacchetti npm, camuffati da innocue utility per calendari e “streak” di produttività, sono in realtà il vettore di una delle campagne più sofisticate degli ultimi mesi contro la supply chain open source. Il payload si chiama RedC2 4.0 ed è la nuova generazione di un framework di comando e controllo commerciale che, per la prima volta, integra un vero e proprio agente AI capace di tradurre istruzioni in linguaggio naturale in comandi operativi post-exploitation. Il caso, documentato il 21 agosto 2026 dal team TrendAI (la divisione enterprise di Trend Micro) grazie al lavoro del ricercatore Aliakbar Zahravi, segna un salto di qualità nella criminalità informatica “as-a-service”: non serve più essere un operatore esperto per condurre un’intrusione complessa, basta saper scrivere un prompt.

Come funziona l’infezione: un import vale una backdoor


I quattordici pacchetti — tra cui streak-metrics-math, kit-map-vim, streak-map-cache, streak-map-kit, map-streak-kit, streak-cache-map, streak-calc-metrics, streak-calc-math, streak-math-abz, streak-metricsaz, streak-math-metrics, streak-metricazbd, streak-metricsazb e streak-kit-map — mantengono la funzionalità dichiarata (calcolo di statistiche e “streak” di calendario) per non destare sospetti in fase di code review. Il payload malevolo è però innescato senza bisogno di alcun hook di installazione: secondo l’analisi di TrendAI, “quando il modulo si carica, localizza il binario incluso, lo rende eseguibile e lo avvia come processo detached in background”. Basta quindi un semplice import del pacchetto perché l’impianto Linux si attivi automaticamente, senza passare per postinstall scripts più facilmente intercettabili dai controlli di sicurezza automatizzati.

I binari, con nomi che variano da pacchetto a pacchetto (math-core.bin, math-calc.bin, calc-math.dat, calc-cache.bin, calc.bin, calc-mapping.bin), sono collocati nelle directory dist/ o dist/internal/ del pacchetto, un’ubicazione volutamente innocua che si mimetizza nella normale struttura di un modulo Node.js.

RedShell: il beacon Linux e le sue capacità


La variante Linux del framework, battezzata RedShell Beacon, fornisce agli attaccanti una shell interattiva tramite /bin/sh ed espone comandi dedicati alla ricognizione del sistema, alla raccolta di credenziali (comprese le chiavi SSH e le credenziali salvate nei browser), alla persistenza e all’esecuzione in-memory di file ELF, riducendo così le tracce lasciate su disco. La variante Windows del framework va oltre, aggiungendo bypass di UAC, rilevamento e tampering degli antivirus e strumenti per il movimento laterale in rete.

Sul piano cross-platform, RedC2 4.0 offre capacità che lo rendono paragonabile a framework offensivi di fascia alta come Cobalt Strike o Sliver: tunneling host-to-host e pivoting di rete, trasferimento file e consegna di payload in fasi successive, esecuzione in memoria di Beacon Object File (BOF), assembly .NET e shellcode. Non stupisce che il prezzo di listino sul canale di distribuzione “Red Offsec” sia fissato a 99,99 dollari: un investimento minimo per capacità offensive un tempo riservate ad attori con risorse ben più consistenti.

“Red Agent”: quando l’IA orchestra il post-exploitation


L’elemento che distingue davvero questa release è il componente denominato “Red Agent”, un modulo basato su LLM che trasforma intenzioni espresse in linguaggio naturale in comandi beacon del framework. In pratica, l’operatore non deve più conoscere a memoria la sintassi dei comandi RedShell: può limitarsi a formulare richieste come “enumera gli host raggiungibili in rete” o “raccogli le credenziali salvate”, lasciando che sia l’agente AI a tradurle in azioni concrete di ricognizione, movimento laterale e credential dumping. È lo stesso paradigma che negli ultimi mesi ha abbassato la barriera d’ingresso per campagne di phishing e sviluppo malware — applicato però direttamente alla fase più delicata di un attacco, quella successiva alla compromissione iniziale, dove finora serviva esperienza operativa reale per non farsi scoprire.

Timeline di un framework in evoluzione


  • Agosto 2025 — Rilascio di RedC2 v2.0
  • Gennaio 2026 — Commercializzazione della v3.0
  • Giugno 2026 — L’attore “MarlboroMan” pubblicizza la v4.0 su Hack Forums
  • Agosto 2026 — TrendAI scopre la campagna di distribuzione via npm con i 14 pacchetti trojanizzati


Due righe per i difensori


Il caso RedC2 conferma una tendenza consolidata: gli attaccanti prediligono nomi di pacchetti “typosquattati” su termini generici e popolari (in questo caso legati a calendari e tracking di abitudini) proprio perché generano traffico di installazione costante e passano più facilmente inosservati tra le migliaia di dipendenze di un progetto Node.js. TrendAI non ha reso pubblici hash o indicatori di rete specifici al momento della pubblicazione, ma i nomi dei pacchetti e dei binari incorporati restano il principale segnale di compromissione disponibile.

Per i team di sicurezza, le priorità operative sono chiare: verificare immediatamente la presenza di uno qualsiasi dei pacchetti elencati nelle dipendenze dirette o transitive dei propri progetti (anche tramite npm ls o strumenti SCA), monitorare i processi detached generati subito dopo l’installazione di nuovi moduli npm, applicare policy di allow-listing per i pacchetti approvati nei pipeline CI/CD e verificare la presenza di file binari eseguibili — un pattern estremamente anomalo per una libreria JavaScript pura — all’interno delle directory dist/. La comparsa di agenti AI integrati nei toolkit offensivi commerciali suggerisce inoltre che i prossimi mesi vedranno una proliferazione di varianti sempre più accessibili, e che la difesa dovrà spostarsi sempre più a monte, sulla supply chain, piuttosto che sul solo endpoint.

Indicatori di compromissione

# Pacchetti npm trojanizzati (RedC2 4.0 / RedShell)
streak-metrics-math@1.0.0, 1.0.1
kit-map-vim@1.0.0
streak-map-cache@1.0.0
streak-map-kit@1.0.0
map-streak-kit@1.0.0
streak-cache-map@1.0.0
streak-calc-metrics@1.0.0
streak-calc-math@1.0.0
streak-math-abz@1.0.0
streak-metricsaz@1.0.0
streak-math-metrics@1.0.0
streak-metricazbd@1.0.0
streak-metricsazb@1.0.0
streak-kit-map@1.0.0

# Nomi dei binari embedded (in dist/ o dist/internal/)
math-core.bin
math-calc.bin
calc-math.dat
calc-cache.bin
calc.bin
calc-mapping.bin

# Comportamento indicativo (host Linux)
- Processo detached avviato subito dopo import del modulo
- Shell interattiva via /bin/sh generata da processo Node.js
- Persistenza via cron job o unit systemd non riconducibile a software noto
- Accesso in lettura a ~/.ssh/ e a credential store dei browser

Fonti: TrendAI / Trend Micro (Aliakbar Zahravi), The Hacker News.
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Niente esplosioni, solo IP cambiati: gli hacker iraniani di CyberAv3ngers dietro il blackout di una centrale elettrica britannica


Un generatore da 15 MW nel Regno Unito è rimasto fuori uso per quattro giorni a luglio dopo un attacco a controllori Rockwell Allen-Bradley esposti su internet. L'intelligence britannica sospetta CyberAv3ngers, gruppo legato all'IRGC iraniano già dietro le campagne contro le utility idriche USA.
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Nessuna esplosione, nessun blackout diffuso: solo un pugno di controllori industriali esposti su internet, indirizzi IP cambiati e password sostituite. È bastato questo, secondo quanto ricostruito da The Telegraph e confermato in forma parziale dalle autorità britanniche, per mettere fuori uso per quattro giorni un piccolo impianto di generazione elettrica nel Regno Unito lo scorso luglio. Il sospetto principale, secondo fonti dell’intelligence britannica citate dal Financial Times, è il gruppo CyberAv3ngers, legato al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC). Un episodio che, pur di dimensioni contenute, segna un salto qualitativo nella campagna iraniana contro le infrastrutture critiche occidentali.

Un generatore da 15 MW, non la rete nazionale


L’impianto colpito è un generatore a gas di picco da circa 15 megawatt, il tipo di infrastruttura che entra in funzione per fornire potenza supplementare nei momenti di massima domanda, non un nodo critico della rete elettrica nazionale. Le autorità britanniche hanno confermato l’incidente precisando che “ha colpito un generatore di piccole dimensioni e non ha mai comportato rischi per il sistema energetico più ampio”. Proprio questa apparente marginalità è ciò che più preoccupa gli analisti: non è la scala del singolo impianto a contare, ma la ripetibilità della tecnica. Come ha osservato un analista di Check Point Software commentando il caso, “i dispositivi devono essere molto diversi e distribuiti, e accedere a un sistema critico… può essere piuttosto facile” — un problema strutturale, non un incidente isolato.

Come è avvenuta l’intrusione


Secondo la ricostruzione circolata sulla stampa britannica, gli attaccanti hanno individuato controllori Rockwell Automation Allen-Bradley MicroLogix 1100 e 1400 esposti direttamente su internet, senza le protezioni di rete che dovrebbero normalmente isolare questi dispositivi OT dal mondo esterno. Da lì, l’attacco è stato quasi disarmante nella sua semplicità operativa: modifica degli indirizzi IP e delle password dei dispositivi, in modo da impedire al personale dell’impianto di riprendere il controllo dell’equipaggiamento, e in alcuni casi alterazione dei file di progettazione e della logica ladder che governa il funzionamento del PLC. Nessun malware sofisticato, nessun exploit zero-day: solo credenziali deboli o assenti su hardware industriale raggiungibile dalla rete pubblica, esattamente lo schema che CyberAv3ngers ha già sfruttato altrove.

L’attacco risale a luglio 2026 ma è stato reso pubblico solo il 22 agosto, con un vuoto di comunicazione ufficiale che gli osservatori hanno definito insolito: “non c’è stata praticamente nessuna informazione proveniente dalle fonti ufficiali attese, come l’NCSC”, il centro nazionale britannico per la cybersecurity. Il nome dell’operatore e la localizzazione esatta dell’impianto non sono stati resi noti, presumibilmente per ragioni di sicurezza operativa.

CyberAv3ngers: una storia di PLC violati


Se l’attribuzione a CyberAv3ngers verrà confermata, l’episodio britannico si inserirebbe in un pattern operativo ormai consolidato. Il gruppo, riconducibile all’IRGC, è emerso pubblicamente alla fine del 2023 con una campagna contro controllori Unitronics Vision esposti su internet e utilizzati da utility idriche statunitensi, colpendo tra gli altri l’Aliquippa Municipal Water Authority in Pennsylvania. CISA e FBI risposero con l’advisory AA23-335A, che documentava lo sfruttamento di credenziali di default sui PLC Unitronics come vettore principale. Da allora il gruppo non si è fermato: a luglio 2026 fonti hanno segnalato sospetti coinvolgimenti in intrusioni contro sistemi idrici in Minnesota, a conferma di una strategia costante — colpire l’anello più debole dell’automazione industriale occidentale, ovunque sia raggiungibile senza autenticazione robusta.

Il contesto geopolitico rende la traiettoria coerente: dallo scoppio del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, i gruppi cyber affiliati a Teheran hanno intensificato le operazioni contro bersagli negli USA, in Israele, nei Paesi del Golfo e in Europa. Il salto dal colpire utility idriche di piccole municipalità americane a un impianto di generazione elettrica nel Regno Unito rappresenta un’estensione geografica della stessa dottrina operativa: infrastrutture energetiche e idriche di dimensioni contenute, spesso gestite da enti locali con budget di sicurezza limitati, come terreno di dimostrazione della capacità di Teheran di colpire l’Occidente anche fuori dai confini mediorientali.

Attribuzione: cosa sappiamo e cosa no


È importante essere precisi sul livello di certezza disponibile pubblicamente. Al momento non esiste una prova tecnica pubblica che colleghi in modo definitivo CyberAv3ngers all’incidente britannico: l’attribuzione riportata da Telegraph e Financial Times si basa su fonti di intelligence, non su indicatori di compromissione pubblicati o su una dichiarazione ufficiale del gruppo. Va inoltre notato che CyberAv3ngers ha in passato rivendicato pubblicamente le proprie operazioni con post sui propri canali — un comportamento che, se assente in questo caso, potrebbe suggerire un cambio di postura verso operazioni più silenziose, oppure semplicemente riflettere la scelta del Regno Unito di non confermare i dettagli per non offrire un palcoscenico agli attaccanti.

Due righe per i difensori OT/ICS


Il caso britannico ribadisce una lezione che il settore OT fatica a metabolizzare da anni: l’esposizione diretta di PLC e controllori industriali su internet resta uno dei rischi più facilmente evitabili e più frequentemente ignorati. Per i team che gestiscono ambienti di automazione industriale, la priorità immediata è la verifica di quali asset OT siano raggiungibili dalla rete pubblica, seguita dalla segmentazione di rete tra IT e OT e dall’eliminazione di credenziali di default sui dispositivi Rockwell, Unitronics, Siemens e affini — un problema che CISA e FBI hanno segnalato ripetutamente anche per dispositivi Siemens S7 in contesti di attacchi assistiti dall’IA.

  • Mappare tutti i dispositivi ICS/SCADA raggiungibili da internet (Shodan/Censys possono essere un primo strumento di verifica)
  • Eliminare credenziali di default su PLC Rockwell Allen-Bradley MicroLogix, Unitronics Vision e dispositivi equivalenti
  • Segmentare rigorosamente le reti OT dalle reti IT e dall’accesso remoto diretto
  • Implementare backup verificati e testati dei file di progettazione e della logica ladder dei PLC
  • Abilitare autenticazione forte e logging per ogni accesso remoto a sistemi di controllo industriale

Non servono zero-day né infrastrutture offensive sofisticate per mettere fuori servizio un impianto energetico per quattro giorni: bastano un controllore esposto e una password mai cambiata. È questa la vera notizia dietro l’incidente britannico, e il motivo per cui merita attenzione ben oltre i 15 megawatt del generatore colpito.

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La polemica verso il servizio tags.pub è oggettivamente giustificata: e voi cosa ne pensate?

tags.pub, il “relay/bot di hashtag globali” pensato dalla Social Web Foundation, non è stato affatto accolto positivamente da tutti gli utenti del Fediverso. E anche a noi non fa impazzire. Voi cosa ne pensate?
informapirata.it/2026/08/25/la…

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)
in reply to Elena Brescacin

ni... un contenuto nel fediverso è pubblico, ma questo non significa che sia facilmente raggiungibile, prché dipende da quando sono connessi l'accoiunt stesso e la sua istanza. Inoltre alcuni account possono già impostare dall'interfaccia del software di non essere "scrapabili".

In questo senso, un'amplificazione sistematica dei propri post potrebbe non essere apprezzata da tutti

@informapirata@www.informapirata.it

in reply to informapirata ⁂

ho visto l'articolo. E non ci pensavo a tutte quelle faccende scraping e affini; quando è uscito, l'ho accolto abbastanza bene tagsPub, perché credevo, finalmente si può avere un hashtag globale.
Però poi è centralizzato, poi è americano, poi butta fuori un sacco di post intasando anche istanze piccole e fa sembrare i tuoi boost che aumentano quando alla fine non è vero.
Io non sarei per il blocco, ma di sganciarmi, ci sto pensando.
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in ricordo dei crimini israeliani: 23 agosto


instagram.com/p/DcbE7_7jc9l
#criminiIsraeliani #Palestina #ricostruzioni

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Treno Frecciabianca con ETR485.32 in transito a Bolgheri – 17/05/2024


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Sony Xperia 10 VIII: arriva il nuovo smartphone che punta tutto sulla praticità quotidiana


Sony Xperia 10 VIII è il nuovo smartphone con cui Sony punta a rendere più semplice e pratica l’esperienza d’uso quotidiana. Ecco le principali novità, caratteristiche e funzionalità
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Sony ha presentato Xperia 10 VIII, lo smartphone della Serie 10 progettato pensando alla facilità d’uso. Tra le caratteristiche principali del prodotto figurano uno schermo circa il 50% più luminoso rispetto al modello precedente ​ per una migliore visibilità anche all’aperto, altoparlanti stereo potenziati, che offrono un suono più chiaro e potente con un volume complessivo migliorato e bassi più incisivi, e l’accesso rapido ai servizi di pagamento e fedeltà tramite il menu “Rewards & Pay”, che consente di accedere rapidamente alle app di pagamento e fedeltà utilizzate di frequente con una doppia pressione veloce del pulsante di accensione.

Il dispositivo offre, inoltre, fino a due giorni di autonomia di funzionamento (dati Sony), grazie a una batteria a lunga durata, e praticità d’uso quotidiana, grazie alla sua leggerezza.

Caratteristiche principali:


  • display più luminoso per una migliore visibilità all’aperto: il display è circa il 50% più luminoso rispetto al modello precedente, elemento che consente di visualizzare lo schermo più facilmente all’aperto. Il dispositivo regola inoltre automaticamente i colori in base alla luminosità ambientale, garantendo una visione chiara e un utilizzo confortevole nelle situazioni quotidiane, come l’uso delle mappe all’aperto durante il giorno;
  • altoparlanti stereo potenziati per un suono più potente: un sistema di altoparlanti potenziato e una messa a punto rivisitata degli altoparlanti stereo anteriori garantiscono un volume e una qualità del suono migliorati. Il volume complessivo è superiore di circa il 15% rispetto al modello precedente, con i bassi potenziati di oltre il 30%, e consente di godersi video e musica con un suono più chiaro e potente;



Polaroid x Pokémon: 9 prodotti in edizione speciale
Polaroid e Pokémon uniscono i loro mondi in una nuova collaborazione: arrivano nove prodotti in edizione speciale pensati per celebrare il franchise più amato dai fan
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  • accesso rapido alle app di pagamento e fedeltà con il “menu Rewards & Pay”: premendo due volte il pulsante di accensione, è possibile avviare rapidamente le app utilizzate di frequente, come quelle per i pagamenti e i programmi fedeltà. Questa scorciatoia utilizzabile con una sola mano contribuisce a rendere più agevoli le transazioni quotidiane, specialmente quando si ha fretta;
  • fino a due giorni di autonomia della batteria e prestazioni affidabili ogni giorno: una batteria ad alta capacità garantisce fino a due giorni di utilizzo, mentre la batteria a lunga durata aiuta a mantenere le prestazioni anche dopo quattro anni. Il dispositivo combina inoltre 8 GB di RAM con fino a 6 GB di RAM virtuale per un passaggio più veloce e fluido tra le app;



TP-Link Archer NX500-Outdoor: router 5G
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  • look leggero, design traslucido: ispirato al concetto di strato traslucido, il pannello posteriore utilizza un materiale trasparente con un rivestimento opaco e trasparente. Il risultato è un look leggero e una finitura semplice e raffinata per l’uso quotidiano, disponibile in tre colori: Frozen White, Frosted Grey e Misty Lilac;
  • cover opzionale progettata per abbinarsi al dispositivo: la cover opzionale per Xperia 10 VIII include un supporto integrato che consente il posizionamento sia in verticale che in orizzontale per una comoda visione dei video. È progettata per far risaltare la bellezza naturale del tuo smartphone.

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Polaroid e Pokémon insieme: arrivano nove prodotti in edizione speciale


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Nubia Neo 5 Max: display da 7,5 pollici
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“Pokémon è da sempre sinonimo di scoperta, connessione ed esplorazione - ha dichiarato Mathieu Galante di The Pokémon Company International - collaborare con Polaroid rappresenta un’estensione naturale di questi valori: incoraggiare le persone a uscire, esplorare e catturare, a modo loro, i momenti che contano di più e a trasformare i ricordi più amati in ricordi tangibili.”


La collezione Polaroid x Pokémon sarà lanciata a livello globale in quantità limitate, con apertura dei preordini il 25 agosto 2026, su polaroid.com, seguita dal lancio completo il 5 ottobre 2026.

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dalla newsletter del ‘manifesto’: alessandra pigliaru su “femminicidio” (24 ago. 2026)


Il femminicidio è una parola che indica la morte di una donna in quanto donna. Viene uccisa per questo: in quanto donna. Si potrà obiettare, come da anni accade nella parte culturalmente e politicamente più reazionaria del Paese, che si può chiamare omicidio, che le violenze non hanno genere e che Tania Terrin, Daniela Florea, Tania Sperindio siano morte per ragioni diverse e lontane da un istinto proprietario o dalla volontà di sopprimere la loro libertà. Si può obiettare quasi tutto, anche contro l’evidenza: sostenere, ad esempio, che l’educazione affettiva sia inefficace, che sia questione di nazionalità, eccetera.

Ci sono i dati, gli osservatori, per quanto parziali, i convegni, gli studi. C’è soprattutto un’elaborazione teorica e delle pratiche condivise da decenni dal femminismo, dai movimenti e dai centri antiviolenza. Dal dicembre scorso c’è persino una legge dello Stato che, utile o meno, ha introdotto nel codice penale il reato di femminicidio e lo definisce attraverso parole piuttosto difficili da equivocare: odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso, dominio; il rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo; la volontà di limitarne le libertà individuali.

Eppure ci sarà sempre chi continuerà a discutere strumentalmente se la violenza maschile contro le donne costituisca o meno un fenomeno sistemico, là dove “sistemico” non vuol dire che ogni uomo sia violento né che ogni donna uccisa sia vittima di femminicidio.

Lo ripetiamo, magari serve: il punto comune di queste storie, diverse e prossime, è l’annientamento della libertà femminile. Non è accettabile la possibilità che una donna interrompa una relazione, cambi casa, ami qualcun altro oppure nessuno, denunci, sottragga il proprio corpo e il proprio tempo, stabilisca da sé la forma della propria esistenza. Il punto terminale e irreversibile di questa pretesa è il femminicidio. Poi viene il lavacro pubblico in cui ogni volta ci si domanda cosa non abbia funzionato nella rete istituzionale che avrebbe dovuto impedire la morte di una donna.

Nel frattempo, nelle sacche più retrive di quella che si autodefinisce destra (e che talvolta riesce persino a creare imbarazzo a chi a destra siede in Parlamento) il problema sembra essere invece la collocazione geografica del patriarcato, cioè se fosse «mediterraneo» allora potrebbe perfino diventare sostenibile, desiderabile. L’operazione linguistica non è innocua, si pretende di contrastare la violenza restaurando almeno simbolicamente alcuni di quei rapporti dentro i quali quella stessa sopraffazione ha attecchito e, per secoli, ha trovato legittimazione.

In questa nostalgia dell’ordine, ciò che viene taciuto è che le donne continuano a morire in quanto donne. Si potrebbe aggiungere che il patriarcato ha danneggiato anche gli uomini imponendo una maschilità obbligata alla forza, all’autosufficienza, al controllo, incapace di nominare dipendenza, fragilità e perdita. Perché il suo nucleo, a qualunque latitudine, è che la libertà di una donna possa costituire una sottrazione a un uomo. È un’idea tossica della relazione tra i sessi: pericolosa, antistorica e antisociale. E nonostante il femminismo l’abbia già decostruita, il suo ripresentarsi offre il terreno su cui si vorrebbero far crescere generazioni educate alla regressione. Questo è il clima intorno ai corpi morti delle donne e a chi piange la propria orfanità. Di fronte a loro non può più bastare l’elenco di “cosa non abbia funzionato”, perché non ha funzionato niente e tutto questo è intollerabile.
#AlessandraPigliaru #controllo #discriminazione #dominio #femminicidio #ilManifesto #manif #newsletter #newsletterDelManifesto #odio #possesso #prevaricazione

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string quartet n. 3, grido / helmut lachenmann

Helmut Lachenmann, string quartet n. 3, GRIDO
Performed By Quartetto Maurice
Georgia Privitera, violin
Laura Bertolino, violin
Francesco Vernero, viola
Aline Privitera, cello

Recorded for SMC Lausanne, Société de Musique Contemporaine Lausanne

Photography director: Andrea Monda
Sound engeneer: Luca Morino
#AlinePrivitera #AndreaMonda #contemporaryMusic #FrancescoVernero #GeorgiaPrivitera #HelmutLachenmann #LauraBertolino #LucaMorino #music #musica #musicaContemporanea #QuartettoMaurice #SMCLausanne #SociétéDeMusiqueContemporaineLausanne

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[Photo] Automotrice ALe642.012 a Pisa Centrale


Automotrice ALe642.012 a Pisa CentraleNello stesso giorno in cui sono state scattate le altre due foto, ovvero il 28/10/2022 Post originale: https://treni.creeperiano99.it/tg/1691 Se non riesci a visualizzare le foto clicca qui https://treni.creeperiano99.it/2026/08/photo-automotrice-ale642012-pisa.html
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Automotrice ALe642.012 a Pisa Centrale
Nello stesso giorno in cui sono state scattate le altre due foto, ovvero il 28/10/2022

Post originale: treni.creeperiano99.it/tg/1691

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treni.creeperiano99.it/2026/08…

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Banana Split: dividere una seed phrase (o una password) in più pezzi senza affidarla a una sola copia


Banana Split è un’app open source che usa lo schema di Shamir’s Secret Sharing per dividere seed phrase e password in più QR code, senza un singolo punto di rottura.
blog.lealternative.net/2026/08…

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[Photo] Convoglio automotrice ALe642 a Lucca


Convoglio automotrice ALe642 a LuccaFoto scattate il 28/10/2022 Post originale: https://treni.creeperiano99.it/tg/1689 Se non riesci a visualizzare le foto clicca qui https://treni.creeperiano99.it/2026/08/photo-convoglio-automotrice-ale642-lucca.html
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Convoglio automotrice ALe642 a Lucca
Foto scattate il 28/10/2022

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dip 065


ritorno da Valle Cascia (dal festival I fumi della fornace) con la percezione netta di una conferma sul discorso “testo installativo” versus “testo performativo”. e la conferma è questa: la differenza tra i due è netta e può serenamente consistere proprio nell’esecuzione vocale, in grado di spostare ipso facto anche il testo più prolisso, impossibile da ‘reggere’ linearmente e connotato come elenco – dunque l’installativo per eccellenza – in un oggetto leggibile-eseguibile

  • ad alta voce,
  • a salti (quindi rispettandone la natura installativa) e
  • in modo sottolineato.

tutto questo, in itinere, ne sposta la natura installativa verso la performance, anche se non necessariamente verso lo spettacolo.
#dip #dip065 #dip065


“la poesia se è” (siparietto dubitativo in forma cartacea), edizioni volatili, macerata 2025

la poesia se è (plaquette chiusa)_

la poesia se è (risguardo)

la poesia se è (foglio svolto)

la poesia se è_ (colophon)

*

grazie a Giuditta Chiaraluce e Giorgiomaria Cornelio, per la cura, la grafica, e in assoluto l’ospitalità generosa di questa mia ulterioer prosa in prosa nelle Edizioni volatili.

informazioni (anche sulle altre plaquette della collana ‘i pollini’):
instagram.com/edizioni_volatil…
&
facebook.com/edizionivolatili

e/o: venite il 22 agosto a Valle Cascia per I fumi della fornace, e facciamo due chiacchiere
#collanaIPollini #cosèLaPoesia #EdizioniVolatili #GiorgiomariaCornelio #GiudittaChiaraluce #iPollini #laPoesiaSeè #laPoesiaSeèVeraPoesia #laPoesiaSeèVeraPoesiaèSempre #poesia #prosa #ProsaInProsa


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Antico come il tempo — Liz Braswell


Antico come il tempo fa parte della collana A Twisted Tale, che stravolge le storie Disney che siamo abituati a conoscere partendo da una premessa che varia il punto di partenza. Antico come il tempo è basato su La bella e la bestia e ha una premessa molto semplice: E se la madre di Belle avesse maledetto la Bestia?

Per quanto mi riguarda, i problemi partono già qui. Perché la premessa, a mio avviso, è sbagliata. Perché sì, nella cartone Disney la madre di Belle è morta (non conosco la fiaba originale, quindi giudico a partire dal film), ma l’effetto scatenante, in questo libro non è che sia la madre di Belle ad essere la strega. Fosse stata la strega, madre o non madre di Belle, la storia sarebbe andata avanti comunque.
Anticipazioni sulla trama
In questo romanzo la grossa differenza sta nel fatto che Belle arriva a toccare la rosa e quindi velocizza l’avanza della maledizione sul Principe e sui suoi domestici.

A parte l’evidente errore dell’editore nell’indicare la premessa alternativa, il romanzo è un buon esercizio di stile che cambia l’inizio per poi vedere dove si va a parare. Sarebbe una cosa interessante da fare per ogni scrittore: prendere qualcosa di noto, cambiare qualcosa e vedere dove ti porta la scrittura (una sorta di effetto farfalla letterario). Se non ci fossero i colossi che poi cercano di farti causa sarebbe una bella cosa da fare.

Di contro, lo stile di scrittura non mi ha convinto molto: per prima cosa, si vede tantissimo l’esperienza pregressa dell’autrice fatta coi romanzi rosa per ragazzi (o, come piace chiamarli adesso perché BookTok la fa da padrona romance), cosa che si nota subito nei dialoghi tra Belle e il Principe e le continue allusioni alla loro tensione romantica, tipica dei romanzi per adolescenti. A cui uno potrebbe passarci persino sopra, se non fosse che i protagonisti sono entrambi sui vent’anni e il Principe, pur essendo Bestia, dovrebbe avere avuto pure delle lezioni di portamento e comportamento dai domestici, parliamo pur sempre della nobiltà francese di fine ‘700.

Nel complesso è una lettura rapida e godibile, ma se non siete nel target decisamente dimenticabile. L’ho letto esclusivamente perché compreso nell’abbonamento Amazon Prime, se no non credo mi ci sarei mai avvicinato.


Maggiori informazioni sul libro su OpenLibrary.
#BibliofiliIncurabili #libri #Recensioni

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Manic: il trojan Android che ruba i PIN bancari e li fa uscire di casa via Bluetooth anche offline


ThreatFabric ricostruisce Manic, ibrido tra banking malware e spyware che dà priorità all'Ucraina tra 169 app monitorate: intercetta PIN senza overlay di phishing e, quando il telefono è offline, esfiltra i dati attraverso una rete mesh Bluetooth/Wi-Fi Direct di dispositivi infetti vicini.
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Da febbraio 2026 un nuovo trojan bancario per Android circola con un obiettivo dichiarato: l’Ucraina. Ma “trojan bancario” è ormai una definizione troppo stretta per Manic, il malware descritto in un report di ThreatFabric come “un ibrido tra malware bancario e spyware”. Oltre a rubare PIN e credenziali finanziarie, Manic intercetta SMS, seed phrase di wallet crypto, cronologia chiamate e posizione GPS — e, quando il telefono infetto è offline, trova comunque il modo di far uscire i dati sfruttando altri dispositivi compromessi nelle vicinanze via Bluetooth e Wi-Fi Direct. È una capacità che ridefinisce cosa significhi davvero “isolare” un dispositivo compromesso.

Non una schermata di phishing, ma una tastiera che origlia


La maggior parte dei trojan bancari Android si affida a overlay che imitano l’interfaccia dell’app bersaglio per catturare le credenziali digitate dalla vittima. Manic fa qualcosa di più subdolo: grazie ai permessi di Accessibility Service, determina la posizione della tastiera digitale legittima dell’app e registra i singoli tocchi dell’utente senza alterare in alcun modo il funzionamento dell’app originale. Il risultato è che la vittima interagisce con la sua banca reale, sullo schermo reale, mentre in background il malware classifica ogni sequenza digitata — PIN di sblocco, seed phrase di wallet, codici OTP, password — semplicemente osservando dove e quando avvengono i tocchi.

A questa capacità si aggiungono sessioni di controllo remoto vere e proprie via WebRTC, con visualizzazione live dello schermo, mascherate dietro overlay neri o finte schermate di aggiornamento di sistema; la possibilità di sbloccare il dispositivo da remoto tramite la funzione autoEnterPin, una volta che il PIN è stato catturato; e comandi dedicati per disattivare Google Play Protect (disable_gp), così da ridurre le probabilità di essere rilevati anche dalle protezioni native di Android.

169 applicazioni monitorate, priorità all’Ucraina


ThreatFabric ha censito 169 identificatori di applicazioni nella lista bersagli di Manic: banche, exchange di criptovalute, app di pagamento P2P e “buy now pay later”, client email e browser. Il dato più significativo, però, è la composizione geografica dei target: il malware dà priorità esplicita a banche ucraine, servizi eID e piattaforme governative, oltre ad app di messaggistica sia commerciali sia a uso militare — una scelta che, nel contesto del conflitto in corso, suggerisce un interesse che va oltre la semplice frode finanziaria. La lista si estende poi a istituti finanziari in Russia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Estonia, Lituania e Regno Unito, con distribuzione tramite siti di phishing e dropper che si spacciano per utility di sistema o aggiornamenti di componenti Android/produttore (i nomi dei package individuati imitano deliberatamente Huawei, Honor, Lenovo, Motorola e persino Apple).

Lo sviluppo del malware appare tutt’altro che concluso. ThreatFabric ricostruisce una timeline chiara: la prima infrastruttura viene registrata a febbraio 2026, i servizi di produzione entrano in funzione tra marzo e aprile, la prima versione operativa di wrapper e implant compare a maggio, mentre a luglio arriva un aggiornamento che introduce protezioni anti-analisi rafforzate, caricamento del codice DEX direttamente in memoria (per complicare l’analisi statica) e un meccanismo di phishing per il “lock secret” del dispositivo.

Quando internet non basta: l’esfiltrazione mesh via Bluetooth


La caratteristica più originale di Manic — e quella che lo distingue nettamente dal panorama dei trojan Android — è il meccanismo di esfiltrazione dati progettato per funzionare anche quando il dispositivo infetto non ha accesso diretto a internet. I dati rubati vengono cifrati con AES-GCM e messi in una coda locale; il malware cerca poi altri dispositivi infetti nelle vicinanze tramite Wi-Fi Direct, Bluetooth RFCOMM o BLE GATT, costruendo percorsi “store-and-forward” multi-hop — fino a 4 salti per impostazione predefinita — capaci di far arrivare i dati a internet passando di device in device, finché uno di essi non trova connettività diretta. Se nessuna rotta è disponibile nell’immediato, i dati restano semplicemente in coda per essere ritrasmessi al primo tentativo utile.

Come sintetizzano gli stessi ricercatori di ThreatFabric, “rimuovere l’accesso diretto a internet da un dispositivo infetto non impedisce necessariamente l’esfiltrazione dei dati”. È una considerazione che dovrebbe far riflettere chi progetta contromisure basate solo su segmentazione di rete o blocco della connettività cellulare/Wi-Fi: in scenari con più dispositivi compromessi nello stesso ambiente — un ufficio, un’abitazione, persino un evento pubblico — la rete mesh creata dal malware stesso diventa il canale di comunicazione, aggirando completamente i controlli perimetrali tradizionali pensati per un singolo endpoint.

Due righe per i difensori


Per i team di sicurezza mobile e per gli istituti finanziari nei paesi target, Manic impone di ripensare due assunzioni comuni. La prima è che il monitoraggio comportamentale lato server (fraud detection basata su pattern di digitazione o velocità di interazione) rimane efficace anche quando l’attaccante non altera l’interfaccia dell’app: qui serve piuttosto rilevare l’uso anomalo di servizi di Accessibility da parte di app di terze parti non correlate al contesto bancario. La seconda è che l’isolamento di rete di un dispositivo sospetto non è più una garanzia sufficiente, quando l’esfiltrazione può avvenire tramite protocolli short-range verso dispositivi terzi già compromessi.

  • Verificare quali app hanno richiesto e ottenuto permessi di Accessibility Service e Notification Listener, specie se provenienti da fonti fuori Google Play
  • Monitorare pattern anomali di connessioni Wi-Fi Direct/Bluetooth in ambienti aziendali e finanziari sensibili
  • Diffidare di dropper che si presentano come aggiornamenti di componenti di sistema legati a specifici produttori (Huawei, Honor, Lenovo, Motorola)
  • Mantenere attivo Google Play Protect e verificare periodicamente lo stato di attivazione, dato che Manic include comandi dedicati per disattivarlo
  • Per le banche: rafforzare l’autenticazione multi-fattore fuori-banda, poiché OTP e SMS risultano tra i dati intercettati con priorità


Indicatori di compromissione

[Wrapper - luglio 2026]
SHA-256: 80be0942d0e20b5006e240434f42512c8b3cd0d54eee858a25663c1a4224a576
Package: tech.intel.dialer.updater

[Implant - luglio 2026]
SHA-256: feea425cde1223fe7afdd7a1ea631678ec6282f6cc20c3d3c0fb97cdbcf65b9b
Package: org.lenovo.storage.processor

[Implant primario]
SHA-256: e7abc375f24d0dd2419e0bce4686c7301b3ee82ae38906c67d3481580f6c648e
Package: tech.apple.dialer.scheduler

[Wrapper - maggio 2026]
SHA-256: 2884108b35eba7b8099087405653c1b23c3839f0d5058c4d61341fc31cfc6040
Package: org.honor.secure.helper

[Implant - maggio 2026]
SHA-256: 2fb5b01ea5a483d60b659e85327a53c6661bdd630d4afd93dc5fe0941d3ccbbe
Package: dev.huawei.media.helper

[Implant correlato]
SHA-256: 7c12f1237090e32c18583f66f1a9e44b029ad7c1e61179e1d524fb3093abd59a
Package: io.motorola.secure.executor

[Comandi bot principali]
remote_control   - sessione schermo/webcam via WebRTC
get_logs         - esportazione log accessibility
export_sms       - esportazione SMS
export_calls     - esportazione cronologia chiamate
export_contacts  - esportazione contatti
export_file      - raccolta file locali
send_sms         - invio SMS dal dispositivo
ussd             - esecuzione codici USSD
geo              - attivazione geolocalizzazione
disable_gp       - disattivazione Google Play Protect

Fonte primaria: ThreatFabric Mobile Threat Intelligence. Report completo disponibile sul blog ufficiale di ThreatFabric.
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xpl0itrs colpisce il Gruppo Spaggiari: 6,1 TB rivendicati da 3.000 scuole italiane, l’azienda ridimensiona


Il gruppo di cybercrime xpl0itrs rivendica l'esfiltrazione di 6,1 terabyte di dati dall'infrastruttura di Spaggiari, storico fornitore del registro elettronico ClasseViva usato da 4,5 milioni di utenti al giorno. L'azienda ridimensiona l'incidente a un solo modulo, ma il profilo del gruppo — già dietro rivendicazioni contro Spotify, Treasury e OpenAI — invita alla cautela.
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Il 20 agosto 2026 il gruppo di cybercrime xpl0itrs ha rivendicato sul proprio leak site l’esfiltrazione di 6,1 terabyte di dati da oltre 3.000 istituti scolastici italiani, colpendo l’infrastruttura del Gruppo Spaggiari di Parma, storico fornitore del registro elettronico ClasseViva usato ogni giorno da milioni di studenti, famiglie e docenti in tutta Italia. La rivendicazione ha acceso i riflettori su uno dei fornitori più capillari dell’ecosistema scolastico nazionale, ma la risposta ufficiale dell’azienda — arrivata il giorno successivo — ridimensiona sensibilmente la portata dell’incidente, aprendo un caso di studio interessante sul divario tra ciò che i gruppi ransomware rivendicano e ciò che, effettivamente, è stato compromesso.

Il bersaglio: cent’anni di storia, 4.000 scuole, 4,5 milioni di utenti


Fondato nel 1926, il Gruppo Spaggiari si è evoluto da editore scolastico a fornitore di servizi digitali per la gestione della didattica, diventando negli anni uno dei nomi più riconoscibili della scuola italiana grazie a ClasseViva, il registro elettronico che connette istituti, insegnanti, studenti e famiglie. Secondo i dati riportati dall’azienda stessa, la piattaforma è oggi utilizzata da oltre 4.000 scuole attive con più di 4,5 milioni di utenti giornalieri — una superficie d’attacco enorme, che rende qualunque incidente di sicurezza su questo fornitore un potenziale problema di scala nazionale.

Chi è xpl0itrs: dalla supply chain agli attacchi ad alto profilo


xpl0itrs è un collettivo di cybercrime a scopo di lucro emerso all’inizio del 2026, che secondo le analisi di threat intelligence opera in stretto coordinamento con un altro gruppo, TeamPCP, condividendo accesso iniziale, strumenti e talvolta le stesse vittime all’interno di un ecosistema focalizzato sulla compromissione della supply chain software. Il modus operandi del gruppo si concentra su furto di token di sviluppo — Personal Access Token, credenziali OAuth, chiavi API — sottratti da ambienti di sviluppo, seguito da esfiltrazione di dati da repository e infrastrutture interne. Un membro che si fa chiamare “boxturtl” funge da portavoce pubblico, presentandosi come ex red teamer professionista.

Nelle scorse settimane il gruppo ha rivendicato, con diversi gradi di credibilità, violazioni ai danni di realtà molto note tra cui Spotify, il Dipartimento del Tesoro statunitense, OpenAI e Trustpilot, oltre a vittime indirette raggiunte tramite la compromissione di progetti open source come Trivy, BitWarden CLI, LiteLLM e Checkmarx KICS. Il profilo tracciato da Dataminr valuta le rivendicazioni del gruppo come “generalmente credibili”, basandosi su campioni di dati che contengono riferimenti plausibili a risorse di sviluppo interne e metadati Git coerenti con un accesso autentico mantenuto almeno fino a maggio 2026. Gli analisti segnalano inoltre legami indiretti con i cluster di estorsione DarkRomance e con il brand ShinyHunters, e una tecnica MITRE ATT&CK documentata — T1486, Data Encrypted for Impact — che colloca il gruppo nella categoria ransomware/extortion a tutti gli effetti, con almeno otto rivendicazioni pubblicate sul proprio leak site negli ultimi trenta giorni.

La rivendicazione contro la versione ufficiale


Secondo la rivendicazione pubblicata da xpl0itrs, i 6,1 TB sottratti includerebbero nomi, indirizzi email, numeri di telefono e almeno un campo password relativo a oltre 3.000 istituti scolastici — senza, secondo quanto dichiarato dagli stessi attaccanti, identificatori governativi come codici fiscali o numeri di documento. Spaggiari ha risposto con un comunicato ufficiale datato 21 agosto 2026, precisando che a essere compromesso sarebbe stato esclusivamente il componente “Modulistica Smart” della piattaforma Bergantini — uno strumento per la gestione della modulistica scolastica — e non il registro elettronico ClasseViva, i sistemi di gestione didattica o quelli amministrativi, definiti dall’azienda “un sistema distinto e separato” rispetto a quello colpito.

Un dettaglio significativo emerso dalla ricostruzione è la data dell’intrusione originaria: secondo Spaggiari l’accesso non autorizzato risalirebbe al 30 giugno 2026, quasi due mesi prima della rivendicazione pubblica del 20 agosto. Un intervallo così ampio tra compromissione e divulgazione è tutt’altro che insolito nel panorama ransomware: spesso corrisponde al tempo impiegato dagli attaccanti per l’esfiltrazione, l’eventuale negoziazione privata con la vittima (evidentemente naufragata, in questo caso) e, infine, la pubblicazione sul leak site come leva estorsiva. L’azienda ha dichiarato di aver notificato l’incidente al Garante per la protezione dei dati personali, all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e alle forze dell’ordine.

Perché il divario tra le due versioni conta


Il contrasto tra la portata rivendicata (6,1 TB, oltre 3.000 scuole) e quella riconosciuta ufficialmente (un singolo modulo di modulistica) è un pattern ricorrente nelle dinamiche di doppia estorsione: i gruppi ransomware hanno tutto l’interesse a massimizzare la percezione del danno per aumentare la pressione sulla vittima e il valore di rivendita dei dati, mentre le aziende colpite tendono, comprensibilmente, a circoscrivere la narrazione pubblica il più possibile. Senza una verifica indipendente di un campione dei dati esfiltrati — al momento non disponibile pubblicamente — è prematuro stabilire quale delle due versioni sia più vicina alla realtà, ma il profilo di xpl0itrs, storicamente valutato come “generalmente credibile” dagli analisti, invita quantomeno alla cautela verso un ridimensionamento totale dell’incidente.

Rischi concreti per famiglie e istituti


Anche nello scenario più contenuto descritto da Spaggiari, l’esposizione di nominativi, email, numeri di telefono e credenziali legate al mondo scolastico costituisce un rischio concreto: questo tipo di dataset è particolarmente appetibile per campagne di phishing mirato verso segreterie scolastiche e famiglie (spesso mascherate da comunicazioni ClasseViva o da avvisi del Ministero dell’Istruzione), per tentativi di account takeover su servizi che riutilizzano le stesse credenziali, e per la profilazione di minori, un tema su cui il Garante privacy italiano è tradizionalmente molto attento. Le scuole coinvolte dovrebbero considerare, come misura precauzionale indipendentemente dall’entità confermata del breach, la rotazione delle credenziali di accesso al modulo Modulistica Smart, l’attivazione di autenticazione a più fattori dove disponibile e un’allerta mirata al personale su possibili tentativi di phishing a tema scolastico nelle prossime settimane.

Riferimenti e indicatori

# Incidente Gruppo Spaggiari / ClasseViva
Attore: xpl0itrs (coordinato con TeamPCP)
Tecnica MITRE ATT&CK: T1486 - Data Encrypted for Impact
Componente rivendicato come compromesso: Modulistica Smart (piattaforma Bergantini)
Data intrusione dichiarata da Spaggiari: 30 giugno 2026
Data rivendicazione pubblica: 20 agosto 2026
Data comunicato ufficiale Spaggiari: 21 agosto 2026
Volume dati rivendicato: ~6,1 TB / 3.000+ istituti scolastici
Tipologia dati rivendicati: nominativi, email, numeri di telefono, password (parziale)
Notifiche effettuate: Garante Privacy, ACN, forze dell'ordine

Fonti: comunicato ufficiale Gruppo Spaggiari, ransomware.live, Dataminr Intel Brief, GalaxyWarden, monitoraggio leak site.
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Polaroid e Pokémon insieme: arrivano nove prodotti in edizione speciale


Polaroid e Pokémon uniscono i loro mondi in una nuova collaborazione: arrivano nove prodotti in edizione speciale pensati per celebrare il franchise più amato dai fan
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Polaroid, l'icona della fotografia istantanea, e Pokémon, uno dei brand di intrattenimento più amati al mondo, uniscono le forze per dare vita a una collezione in edizione limitata di fotocamere, pellicole e accessori.
La collaborazione nasce con l'idea di portare l'energia del mondo Pokémon nelle iconiche fotocamere PolaroidLa collaborazione nasce con l'idea di portare l'energia del mondo Pokémon nelle iconiche fotocamere Polaroid
Creata per celebrare il 30° anniversario di Pokémon, questa edizione speciale rappresenta la più grande collaborazione mai realizzata da Polaroid e comprende tre fotocamere, tre pellicole con cornici dedicate e dark slide personalizzate, oltre ad un'ampia selezione di accessori iconici. La collezione invita tutti i fan del celebre franchise, dai più giovani ai nostalgici di lunga data, a scoprire o riscoprire il piacere autentico e analogico della fotografia istantanea.

La nuova gamma Polaroid x Pokémon Edizione Speciale include:


Edizione speciale fotocamera Now Gen 3

  • Polaroid Now Generazione 3 - Versione Pokémon: 139,99 euro

Edizione speciale fotocamera Go Generation 3

  • Go Generation 3 - Versione Pikachu: 99,99 euro
  • Go Generation 3 - Versione Sylveon: 99,99 euro

Pellicola in edizione speciale con cornici Pokémon

  • Pellicola Polaroid Color i-Type - Versione Pokémon: 21,99 euro
  • Pellicola Polaroid Go Color - Versione Pikachu - Confezione doppia: 22,99 euro
  • Pellicola Polaroid Go Color – Versione Sylveon - Confezione doppia: 22,99€



Nubia Neo 5 Max: display da 7,5 pollici
Nubia Neo 5 Max porta il formato degli smartphone verso una nuova dimensione con un ampio display da 7,5 pollici. Ecco cosa sappiamo del nuovo PadPhone e delle sue caratteristiche
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Frame protettivo personalizzato e collezionabile per pellicole i-Type e Go


Accessori a tema Pokemon

  • Custodia per fotocamera Polaroid Go – Edizione Pokémon: 24,99 euro
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“Pokémon è da sempre sinonimo di scoperta, connessione ed esplorazione - ha dichiarato Mathieu Galante di The Pokémon Company International - collaborare con Polaroid rappresenta un’estensione naturale di questi valori: incoraggiare le persone a uscire, esplorare e catturare, a modo loro, i momenti che contano di più e a trasformare i ricordi più amati in ricordi tangibili.”


La collezione Polaroid x Pokémon sarà lanciata a livello globale in quantità limitate, con apertura dei preordini il 25 agosto 2026, su polaroid.com, seguita dal lancio completo il 5 ottobre 2026.

Consigliato da Techpertutti

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Nubia Neo 5 Max, il nuovo smartphone con display da 7,5 pollici che sfida i PadPhone


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Nubia ha annunciato il lancio globale di nubia Neo 5 Max. Il device introduce una nuova categoria di PadPhone che coniuga l'esperienza visiva di un tablet compatto con i controlli portatili di una console di gioco. Dotato di un display da 7,5 pollici, nubia Neo 5 Max unisce le funzionalità di un tablet, controlli a livello di console, un'esperienza audiovisiva immersiva e un'assistenza al gaming basata sull'IA in un unico dispositivo versatile per il gaming, l'intrattenimento e la produttività quotidiana.

Un hub “tutto in uno”


nubia Neo 5 Max sviluppa il concetto di PadPhone grazie al suo display da 7,5 pollici con risoluzione da 1,5K leader della categoria, che offre una superficie tattile superiore del 27% rispetto a nubia Neo 5 5G. Il formato 18.7:9 favorisce un'esperienza di gioco più precisa e focalizzata e, nei titoli FPS, consente di ingrandire fino al 40% i contorni dei nemici. Il dispositivo è dotato di certificazione SGS Eye Care a livello hardware, con riduzione della luce blu sull’intero schermo e autentico DC dimming; queste tecnologie, combinate con funzioni software di protezione degli occhi sviluppate internamente e promemoria intelligenti per il benessere visivo, contribuiscono a garantire un utilizzo più confortevole anche durante sessioni prolungate.

Samsung Galaxy Z: quale pieghevole scegliere
Galaxy Z Fold o Galaxy Z Flip? Una guida per capire quale nuovo pieghevole Samsung scegliere in base alle proprie esigenze, dall’uso quotidiano alla produttività
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Le molteplici modalità adattive valorizzano tutte le potenzialità dell'ampio display da 7,5 pollici, trasformando nubia Neo 5 Max in un hub versatile tutto in uno. L'orientamento orizzontale con supporto protettivo lo converte in una mini TV personale; la modalità E-Ink riproduce l'aspetto dell'inchiostro su carta per una lettura confortevole senza affaticamento della vista, mentre le modalità Controller e Streaming permettono un casting reattivo e a bassa latenza dei giochi AAA.

Un'immersione sensoriale completa


nubia Neo 5 Max integra i Neo Triggers 5.0 con una frequenza di campionamento di 990 Hz e una latenza di risposta hardware di 4,7 ms, per un'esecuzione rapida delle azioni di mira, tiro, spostamento e attivazione delle abilità attraverso una configurazione flessibile a quattro dita.

💡
Progettato per l’impugnatura C-grip, il display da 7,5 pollici aumenta la superficie tattile del 27% e amplia la distanza tra i tasti del 21% rispetto ai layout convenzionali

La tecnologia Magic Touch 3.0 mantiene elevata la reattività del display anche nelle situazioni di utilizzo più intense e filtra i tocchi accidentali causati da dita bagnate o unte, mentre un giroscopio ad alta precisione ottimizza il controllo rotazionale e l'antenna di gioco a 360° garantisce una connettività stabile. I due altoparlanti simmetrici offrono un volume superiore del 300%, supportato da un design audio anti-ostruzione. Grazie alla tecnologia audio immersiva Dolby Atmos, nubia Neo 5 Max offre un'esperienza sonora più ricca, con profondità, chiarezza e ottimi dettagli.

Il sistema di raffreddamento


nubia Neo 5 Max combina un chipset MediaTek Dimensity 7100 realizzato con processo produttivo a 6 nanometri, una memoria LPDDR5X e uno spazio di archiviazione UFS 2.2. Questo modello è dotato di un innovativo sistema di raffreddamento da oltre 30.000 mm² in grado di migliorare l'efficienza della dissipazione del calore del 140% attraverso una camera di vapore capillare a doppio strato, che amplia i canali di circolazione vapore-liquido, e un pannello VC stampato in 3D per una dispersione del calore più rapida.

💡
AI Game Space 5.0 offre un rapido accesso agli strumenti di gioco e alle funzionalità di assistenza intelligente. AI Demi Copilot 2.0 funge da allenatore e compagno di gioco, offrendo consigli in tempo reale, aggiornamenti sull'andamento delle partite e supporto legato al gioco

La batteria a due celle da 7.100 mAh distribuisce l'energia in modo più efficiente, contribuendo a contenere il surriscaldamento e a preservare l'affidabilità della batteria nel tempo anche durante un utilizzo intensivo. Durante le sessioni di gioco, la funzione Bypass Charging alimenta direttamente il dispositivo senza surriscaldare la batteria. Anche con una batteria al 5%, la modalità Extreme 5% consente di giocare fino a 22,9 minuti.

Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia: novità
Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia con nuove tecnologie e funzioni pensate per rendere la pulizia quotidiana più semplice ed efficace. Scopri caratteristiche, novità e prestazioni del nuovo robot aspirapolvere e lavapavimenti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


nubia Neo 5 Max è inizialmente disponibile nel Sudest asiatico nelle colorazioni Shadow Black, Titanium Gold e Cyber Silver, e offre configurazioni di 20GB (8GB + 12GB) di RAM con spazio di archiviazione di 256GB o spazio di archiviazione di 512GB. Techpertutti.com vi terrà aggiornati sull'arrivo dal nuovo gaming padphone in Italia.

Consigliato da Techpertutti

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24 agosto 2010, prima installance

cfr.
installance.blogspot.com/2010/…

#abandoned #art #arte #asemic #differx #install #installance

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Non ci sono più le mezze stagioni


Negli ultimi anni prosegue la tendenza al riscaldamento del nostro pianeta. Secondo diverse proiezioni, ci sono fortissime probabilità (75%) che la media quinquennale 2026-2030 superi di 1,5°C i livelli preindustriali. Di fronte a tutto ciò da circa 20 anni l’Unione Europea prova a rendere più convenienti le tecnologie meno inquinanti per ridurre le emissioni di CO₂. Ma sarebbe più […]

Leggi il resto: argocatania.it/2026/08/24/non-…

#AurelioAngelini #ETS #MinisteroDellAmbiente #riscaldamentoClimatico #UnioneEuropea

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MMA-Italia.it è online


Chi segue la scena delle arti marziali miste in Italia sa bene quanto sia stato lungo e accidentato il percorso verso un riconoscimento istituzionale dello sport. Per anni le MMA italiane sono cresciute ai margini, sostenute più dalla passione di palestre e atleti che da una struttura federale solida. MMA Italia non nasce dal nulla: raccoglie il testimone della FIGMMA, la prima Federazione Italiana Gioco MMA, che per prima ha provato a dare un'impalcatura organizzativa allo sport nel nostro […]
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Chi segue la scena delle arti marziali miste in Italia sa bene quanto sia stato lungo e accidentato il percorso verso un riconoscimento istituzionale dello sport. Per anni le MMA italiane sono cresciute ai margini, sostenute più dalla passione di palestre e atleti che da una struttura federale solida.

MMA Italia non nasce dal nulla: raccoglie il testimone della FIGMMA, la prima Federazione Italiana Gioco MMA, che per prima ha provato a dare un’impalcatura organizzativa allo sport nel nostro paese. Non è un dettaglio da poco, in un ambiente dove la continuità istituzionale è spesso la variabile più fragile: federazioni che nascono, si affiancano, a volte si sovrappongono, generando confusione tra atleti e società sportive su chi rappresenti davvero la disciplina a livello nazionale.

Tre discipline, un unico ecosistema


La proposta tecnica di MMA Italia si articola su tre discipline complementari:

  • MMA, la disciplina regina, nella sua forma completa;
  • Wrestling for MMA, che isola la componente di lotta e controllo tipica del wrestling applicato al contesto ibrido;
  • Striking for MMA, focalizzata sulla componente in piedi.

Questa suddivisione non è solo una scelta regolamentare: riflette il modo in cui molte palestre italiane strutturano già la preparazione dei propri atleti, spesso costretti a integrare percorsi diversi — muay thai, boxe, wrestling, grappling – prima ancora di arrivare a competere in MMA vera e propria. Offrire competizioni dedicate a queste componenti isolate permette a chi si sta ancora formando di misurarsi in un contesto agonistico riconosciuto, senza dover per forza affrontare subito un match completo.

Premi in denaro: un segnale per lo sport italiano


Uno degli elementi che distingue MMA Italia dal panorama associativo più tradizionale è l’attenzione al lato economico della competizione. La federazione si presenta come l’unica realtà italiana di MMA a premiare atleti e team con premi in denaro concreti. Il torneo di punta in questo senso è Top MMA Fighters, che mette in palio fino a 1.500 euro per il vincitore di ogni categoria di peso, distribuiti nelle due tappe annuali di Roma, una in primavera e una in autunno.

È un aspetto tutt’altro che scontato per lo sport da combattimento amatoriale e semi-professionistico italiano, storicamente abituato a competere quasi esclusivamente per il titolo e la cintura. Un montepremi reale, per quanto contenuto rispetto agli standard internazionali, è un segnale di maturazione del movimento e un incentivo in più per gli atleti a restare nel circuito nazionale invece di cercare vetrine altrove.

Il calendario gare


Il calendario ufficiale (consultabile su mma-italia.it/calendario-gare) scandisce i prossimi mesi con quattro appuntamenti principali:

  • MMA National Championship 2026 — 6 dicembre 2026, Roma
  • MMA National Championship 2027 — primavera 2027, Roma
  • MMA Italia Open 2027 — primavera 2027, Novara
  • MMA Italian Cup 2027 — autunno 2027, Roma

La scelta di concentrare gran parte degli eventi su Roma, con un’unica tappa al nord a Novara, riflette una dinamica tipica dello sport da combattimento italiano: la capitale resta il baricentro organizzativo, ma l’apertura a una tappa settentrionale è un tentativo di intercettare un bacino di palestre e atleti — penso alla Lombardia, al Veneto, all’Emilia — che negli ultimi anni ha visto crescere sensibilmente l’interesse per le MMA, sulla scia anche della crescita parallela del grappling e del BJJ.

Formazione e struttura: gli ufficiali di gara


Dopo l’estate partirà un corso gratuito per Ufficiali di Gara di MMA, un tassello spesso sottovalutato ma decisivo per la credibilità di qualunque federazione sportiva. Avere arbitri e giudici formati secondo uno standard riconosciuto è ciò che permette a un torneo di essere davvero competitivo e sicuro, e non semplicemente un evento organizzato bene sulla carta.

I servizi per società sportive e atleti


Sul fronte burocratico, MMA Italia punta a semplificare quello che per molte palestre resta un percorso a ostacoli: affiliazione delle società sportive all’ASC (ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI) e iscrizione al RASD, tesseramento degli atleti, riconoscimento dei tecnici Snaq CONI, riconoscimento di cinture e gradi, oltre al patrocinio di eventi. Procedure rapide e costi contenuti sono esattamente ciò che serve a un movimento fatto in larga parte di palestre medio-piccole, spesso gestite da praticanti diventati istruttori più per passione che per struttura imprenditoriale.

Perché conta


Al di là dei singoli servizi, quello che MMA Italia sta provando a costruire è un ecosistema riconoscibile: un calendario stabile, discipline propedeutiche per far crescere gli atleti gradualmente, premi che diano un senso economico alla competizione e una macchina organizzativa (arbitri, tesseramenti, affiliazioni) che regga nel tempo. Per chi segue da vicino la scena italiana degli sport di combattimento — dal jiu-jitsu al wrestling fino alle MMA vere e proprie — è proprio questo tipo di lavoro “invisibile” sulla struttura a fare la differenza tra un movimento che resta di nicchia e uno che riesce davvero a crescere.

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Prendendo spunto dalla storia “Report-Ranucci-Lavitola” ma senza entrare direttamente nella questione specifica, si può facilmente notare che quanto accaduto non dovrebbe sorprendere.

Già da molto tempo, in Italia almeno dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, giornalisti e giornaliste hanno smesso di essere solo delle persone che trasformano i fatti in notizie. Anche grazie alla […]
pepsy.noblogs.org/2026/08/23/s…

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Il Caffè di Techpertutti: il riepilogo tech della settimana (23 agosto)


Prenditi una pausa: ecco le novità dal mondo Tech degli ultimi 6 giorni spiegate in modo semplice
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☕ Buona domenica! Ecco il tuo caffè tech: le notizie della settimana spiegate facili

🚀 La notizia della settimana


Nubia Neo 5 Max: display da 7,5 pollici
Nubia Neo 5 Max porta il formato degli smartphone verso una nuova dimensione con un ampio display da 7,5 pollici. Ecco cosa sappiamo del nuovo PadPhone e delle sue caratteristiche
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


👉 Leggi l'articolo completo

⭐ La settimana in breve


Kaspersky: credenziali rubate ancora decisive negli attacchi
Kaspersky lancia l’allarme: le credenziali rubate restano una delle principali porte d’ingresso per gli attacchi hacker contro aziende e utenti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia: novità
Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia con nuove tecnologie e funzioni pensate per rendere la pulizia quotidiana più semplice ed efficace. Scopri caratteristiche, novità e prestazioni del nuovo robot aspirapolvere e lavapavimenti
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Samsung Galaxy Z: quale pieghevole scegliere
Galaxy Z Fold o Galaxy Z Flip? Una guida per capire quale nuovo pieghevole Samsung scegliere in base alle proprie esigenze, dall’uso quotidiano alla produttività
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HONOR Pad X9 Max: display 13″ e batteria da 10.100 mAh
HONOR Pad X9 Max inaugura una nuova esperienza di intrattenimento portatile con un ampio display da 13 pollici e una batteria da 10.100 mAh. Ecco caratteristiche e novità del nuovo tablet HONOR
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


TP-Link Archer NX500-Outdoor: router 5G
TP-Link Archer NX500-Outdoor amplia la gamma di router 5G del produttore con una soluzione progettata per offrire connettività veloce e affidabile anche negli ambienti esterni
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


🔎
TECH SOTTO LA LENTE

"Digital Detox" senza l'ansia di isolarsi
Siamo nel cuore delle vacanze, ma staccare davvero la spina è difficile se il telefono continua a vibrare per notifiche di lavoro, email o chat di gruppo. Il segreto non è spegnere lo smartphone, ma configurarlo per proteggere il tuo tempo libero.
Come funziona: ogni notifica genera una piccola scarica di dopamina che ci spinge a controllare lo schermo. Anche se guardi un'email di lavoro "solo per un secondo", il tuo cervello esce dalla modalità relax e rientra in quella di stress.
A cosa fare attenzione: non basta silenziare il telefono. Se vedi le icone delle notifiche sulla schermata di blocco, la tentazione di cliccare resta altissima. Il vero "detox" consiste nel nascondere i contenuti che creano distrazione.
Il consiglio: usa le modalità di focus integrate. Su iPhone vai su Full immersion e su Android attiva la Modalità Riposo o Lavoro. Puoi impostarle per nascondere i badge delle app di lavoro (come Slack o Outlook) e silenziare i contatti professionali, lasciando attive solo le chiamate dei familiari e le app di svago.


Nubia Neo 5 Max, il nuovo smartphone con display da 7,5 pollici che sfida i PadPhone


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Nubia ha annunciato il lancio globale di nubia Neo 5 Max. Il device introduce una nuova categoria di PadPhone che coniuga l'esperienza visiva di un tablet compatto con i controlli portatili di una console di gioco. Dotato di un display da 7,5 pollici, nubia Neo 5 Max unisce le funzionalità di un tablet, controlli a livello di console, un'esperienza audiovisiva immersiva e un'assistenza al gaming basata sull'IA in un unico dispositivo versatile per il gaming, l'intrattenimento e la produttività quotidiana.

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Il sistema di raffreddamento


nubia Neo 5 Max combina un chipset MediaTek Dimensity 7100 realizzato con processo produttivo a 6 nanometri, una memoria LPDDR5X e uno spazio di archiviazione UFS 2.2. Questo modello è dotato di un innovativo sistema di raffreddamento da oltre 30.000 mm² in grado di migliorare l'efficienza della dissipazione del calore del 140% attraverso una camera di vapore capillare a doppio strato, che amplia i canali di circolazione vapore-liquido, e un pannello VC stampato in 3D per una dispersione del calore più rapida.

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Diario dei sogni: come scriverlo per ricordare i sogni e diventare lucidi

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Ci sono sogni che al risveglio sembrano nitidissimi. Ricordiamo un volto, una stanza, una frase pronunciata da qualcuno, persino una sensazione fisica. Poi ci alziamo, iniziamo la giornata e, qualche ora dopo, di quel mondo rimangono soltanto pochi frammenti.

A volte neppure quelli.

Tenere un diario dei sogni serve innanzitutto a questo: fermare il ricordo prima che scompaia.

Ma se viene utilizzato con costanza può diventare qualcosa di più di un semplice quaderno sul comodino. Rileggendo i sogni nel tempo possiamo infatti individuare luoghi, persone, emozioni, situazioni e simboli ricorrenti che difficilmente noteremmo affidandoci soltanto alla memoria.

Il diario diventa così una sorta di mappa della nostra vita onirica.

Ed è uno strumento particolarmente interessante anche per chi vuole imparare ad avere sogni lucidi, perché alcune delle stranezze che continuano a ripetersi nei nostri sogni possono diventare segnali attraverso i quali accorgerci che stiamo sognando.

Cos’è un diario dei sogni?


Un diario dei sogni è un quaderno, un documento digitale o un altro sistema utilizzato per registrare i sogni subito dopo il risveglio.

La differenza rispetto a un normale diario personale è soprattutto nel momento in cui viene scritto.

Nel diario tradizionale raccontiamo ciò che è accaduto durante la giornata e possiamo farlo anche molte ore dopo. Il ricordo di un sogno, invece, è particolarmente fragile: aspettare significa spesso perdere dettagli e intere sequenze.

Per questo il diario dovrebbe essere facilmente raggiungibile dal letto.

Non è necessario ricordare ogni volta una storia completa. Possiamo annotare anche soltanto:

  • un’immagine;
  • una persona;
  • una frase;
  • un luogo;
  • un’emozione;
  • una sensazione fisica;
  • un colore;
  • qualcosa che sappiamo essere accaduto nel sogno senza ricordare esattamente come.

Anche un frammento apparentemente insignificante può acquistare importanza quando, settimane dopo, scopriamo che continua a presentarsi nei nostri sogni.

Perché tenere un diario dei sogni?


Il motivo più immediato è ricordare meglio ciò che sogniamo.

Ma non è l’unico.

Scrivere regolarmente permette di costruire nel tempo un archivio personale attraverso il quale osservare caratteristiche della propria attività onirica che normalmente passerebbero inosservate.

Ricordare meglio i sogni


Uno dei problemi di chi comincia a interessarsi ai sogni è la sensazione di non sognare affatto.

In realtà, molto spesso il problema non è l’assenza di sogni ma la difficoltà nel ricordarli.

Il ricordo può deteriorarsi rapidamente dopo il risveglio, soprattutto quando iniziamo immediatamente a pensare agli impegni della giornata, guardiamo il telefono o ci alziamo dal letto.

Tenere un diario introduce invece un’abitudine precisa: appena mi sveglio, cerco ciò che stavo sognando.

Con la pratica possiamo diventare più attenti a quei frammenti che normalmente avremmo lasciato svanire.

Individuare elementi ricorrenti


È difficile rendersi conto che un determinato luogo compare continuamente nei nostri sogni se non abbiamo conservato una traccia dei sogni precedenti.

Nel diario potrebbero invece emergere ricorrenze sorprendenti.

Potremmo scoprire, per esempio, che sogniamo frequentemente:

  • la casa in cui siamo cresciuti;
  • una scuola frequentata molti anni prima;
  • una persona che non vediamo più;
  • treni, autobus o automobili;
  • animali;
  • porte e scale;
  • il mare;
  • edifici sconosciuti che nei sogni ci sembrano familiari;
  • telefoni che non riusciamo a utilizzare;
  • la capacità di volare.

Non significa necessariamente che ogni elemento possieda un significato universale.

La sua importanza può risiedere proprio nel fatto che continua a ritornare nei nostri sogni.

Prepararsi al sogno lucido


Il diario dei sogni è anche uno degli strumenti più semplici da affiancare alle tecniche per avere un sogno lucido, cioè un sogno nel quale diventiamo consapevoli di stare sognando.

Il motivo è intuitivo.

Se scopriamo che nei nostri sogni succede continuamente qualcosa che nella realtà accade raramente o non può accadere affatto, quella stranezza può diventare un segnale.

Se sogno spesso di volare, trovarmi improvvisamente sospeso in aria dovrebbe suggerirmi:

“Potrei stare sognando?”

Questi elementi ricorrenti vengono spesso chiamati segnali onirici o dream signs.

Il diario ci permette di riconoscerli.

Come scrivere un diario dei sogni


Non esiste un unico metodo corretto. La regola fondamentale è molto più semplice:

ridurre il più possibile il tempo tra il sogno e la sua registrazione.

Per questo è utile preparare il diario prima di andare a dormire.

Cosa fare appena svegli


Quando ti accorgi di esserti svegliato, prova a non iniziare immediatamente la giornata.

Prima di prendere il telefono o pensare a ciò che devi fare, chiediti:

“Che cosa stavo sognando?”

Se ricordi qualcosa, prova a ricostruirlo partendo dall’ultima scena.

Dove eri?

Con chi?

Che cosa stava succedendo?

Che cosa era successo immediatamente prima?

A volte procedere all’indietro permette di recuperare altri frammenti.

Soltanto dopo prova a registrare quello che ricordi.

Non aspettare di ricordare tutto


Uno degli errori più comuni è pensare:

“Lo ricordo bene, lo scriverò dopo.”

Qualche ora più tardi rimane spesso soltanto la consapevolezza di avere fatto un sogno interessante.

Scrivi quindi immediatamente almeno alcune parole chiave.

Per esempio:

stazione – treno perso – pioggia – mio padre – valigia rossa – ansia

Se hai poco tempo, queste poche parole possono essere sufficienti per conservare una traccia dalla quale ricostruire successivamente il sogno.

Anche un frammento conta


Non bisogna aspettare di ricordare sogni lunghi e complessi per iniziare un diario.

Una registrazione può essere semplicemente:

23 agosto. Ricordo soltanto una grande casa con molte stanze. Avevo la sensazione di cercare qualcuno.


È già un sogno registrato.

Se qualche settimana dopo compare nuovamente una casa enorme nella quale cerchiamo qualcuno, quel vecchio frammento assume improvvisamente maggiore interesse.

Cosa scrivere nel diario dei sogni?


Raccontare liberamente il sogno è sufficiente, ma utilizzare alcuni campi ricorrenti rende molto più semplice confrontare le diverse esperienze nel tempo.

Una possibile struttura è questa:

Data

Titolo del sogno

Racconto

Emozioni provate

Persone presenti

Luoghi

Oggetti o simboli particolari

Elementi insoliti

Elementi già comparsi in altri sogni

Livello di lucidità

Il titolo è particolarmente utile.

Non deve essere creativo. Può essere qualcosa di semplicissimo come:

“La stazione vuota”

oppure:

“La casa con le scale infinite”

Dopo qualche mese sarà molto più semplice riconoscere un sogno attraverso il titolo che rileggendo decine di pagine alla ricerca di un episodio.

Diario dei sogni cartaceo, digitale o registrazione vocale?


Il metodo migliore è quello che permette di registrare il sogno più velocemente e con maggiore costanza.

Un quaderno sul comodino ha un grande vantaggio: può essere utilizzato immediatamente senza aprire applicazioni o lasciarsi distrarre dalle notifiche del telefono.

Un diario digitale permette invece di effettuare ricerche, utilizzare parole chiave e ritrovare facilmente tutti i sogni nei quali compare un determinato elemento.

C’è poi una terza possibilità: registrare la propria voce.

Può essere particolarmente comoda durante un risveglio notturno, quando scrivere diverse pagine rischierebbe di svegliarci completamente.

Le tre soluzioni non si escludono.

Si può, per esempio, registrare rapidamente il sogno durante la notte e trascriverlo nel diario al mattino.

La tecnologia utilizzata è secondaria. Ciò che conta è conservare il sogno prima che venga dimenticato.

Come riconoscere i segnali onirici nel diario


Scrivere è soltanto la prima parte del lavoro.

Dopo alcune settimane, rileggi il diario.

Non concentrarti necessariamente sull’interpretazione. Cerca prima di tutto ciò che si ripete.

Potresti creare alcune categorie:

Luoghi ricorrenti: case, scuole, stazioni, città, boschi.

Persone ricorrenti: familiari, amici, sconosciuti, persone morte.

Situazioni ricorrenti: essere inseguiti, perdere qualcosa, arrivare in ritardo, cercare qualcuno.

Capacità impossibili: volare, respirare sott’acqua, attraversare pareti.

Anomalie: stanze che cambiano forma, dispositivi che non funzionano normalmente, luoghi geograficamente impossibili.

Emozioni: paura, meraviglia, nostalgia, rabbia, serenità.

Supponiamo che rileggendo venti sogni tu scopra che in cinque compare una stazione ferroviaria.

A quel punto la stazione diventa un tuo possibile segnale onirico.

Durante la vita quotidiana, ogni volta che entri in una stazione puoi abituarti a domandarti:

“Sto sognando?”

e fare un test di realtà.

L’obiettivo è trasferire l’abitudine dalla veglia al sogno.

Un giorno potresti ritrovarti nuovamente nella tua stazione onirica e, invece di accettare automaticamente ciò che sta accadendo, porti la stessa domanda.

Diario dei sogni e sogni lucidi


Il rapporto tra diario e sogno lucido non riguarda soltanto i segnali onirici.

Per accorgersi di stare sognando è utile innanzitutto sviluppare maggiore attenzione verso la propria esperienza onirica.

Il diario favorisce proprio questa familiarità.

Con il passare del tempo possiamo iniziare a riconoscere caratteristiche tipiche dei nostri sogni:

“Nei miei sogni le case hanno spesso stanze che nella realtà non esistono.”


oppure:

“Sogno continuamente persone appartenenti a periodi completamente diversi della mia vita nello stesso luogo.”


Quello che inizialmente sembrava perfettamente normale può cominciare ad apparirci sospetto.

Il diario può inoltre permetterci di registrare episodi di semi-lucidità: momenti nei quali abbiamo intuito che qualcosa non andava senza arrivare alla piena consapevolezza di stare sognando.

Sono esperienze importanti perché possono indicare che stiamo iniziando a mettere in discussione la realtà del sogno.

Simboli e significato: bisogna interpretare il diario dei sogni?


Prima di cercare il significato di ogni immagine, può essere utile fare qualcosa di più semplice: osservarne il contesto.

Un serpente, una casa, il mare o una persona morta non devono necessariamente significare la stessa cosa per tutti.

Domandiamoci invece:

Che cosa stava succedendo nel sogno?

Come mi sentivo?

Che rapporto ho personalmente con quell’immagine?

È già comparsa in altri sogni?

In quali circostanze ritorna?

Il diario è prezioso proprio perché permette di confrontare non un singolo sogno isolato, ma serie di sogni.

Un simbolo che compare una sola volta può essere interessante.

Un simbolo che ritorna per anni in circostanze simili merita certamente maggiore attenzione.

Il diario dei sogni secondo Jung


Carl Gustav Jung attribuiva grande importanza ai sogni all’interno della sua concezione della psiche.

Nella prospettiva junghiana il sogno non viene trattato semplicemente come un messaggio da tradurre attraverso un dizionario fisso dei simboli. Il significato delle immagini deve essere considerato anche in rapporto alla persona che sogna, alle sue associazioni e al contesto nel quale compaiono.

È proprio qui che un diario può diventare particolarmente interessante.

Un singolo sogno ci offre un’immagine.

Una successione di sogni permette invece di osservare trasformazioni, ritorni e variazioni.

Una casa può comparire inizialmente come luogo minaccioso, mesi dopo mostrare una stanza sconosciuta e successivamente diventare uno spazio nel quale il sognatore si sente finalmente a proprio agio.

Il simbolo non è più soltanto “la casa”.

Diventa una storia che si sviluppa attraverso i sogni.

Ed è uno dei motivi per cui conservare nel tempo le proprie esperienze oniriche può essere molto più interessante che cercare immediatamente una risposta alla domanda:

“Che cosa significa questo simbolo?”

Come rileggere il diario dei sogni


Una buona abitudine può essere dedicare qualche minuto, ogni due o quattro settimane, alla rilettura dei sogni registrati.

Non serve analizzare ogni frase.

Cerca soprattutto:

  • persone che ritornano;
  • ambienti ricorrenti;
  • emozioni dominanti;
  • simboli;
  • situazioni assurde;
  • sogni ricorrenti;
  • falsi risvegli;
  • momenti nei quali hai dubitato della realtà;
  • episodi di lucidità.

Puoi evidenziare le ricorrenze oppure assegnare loro delle parole chiave.

Dopo alcuni mesi potresti ritrovarti davanti a una vera e propria mappa personale del sogno.

Ed è qui che il diario mostra probabilmente la sua caratteristica più affascinante.

Un sogno che preso singolarmente sembrava insignificante può acquistare un significato completamente diverso quando scopriamo che appartiene a una sequenza.

Diario dei sogni PDF gratuito


Per iniziare non è necessario acquistare un libro o costruire ogni mattina una nuova struttura.

Abbiamo preparato un Diario dei sogni in PDF gratuito pensato proprio per registrare le esperienze oniriche e osservarne gli elementi più importanti nel tempo.

Puoi utilizzarlo per annotare il racconto del sogno, le emozioni, i simboli e gli elementi ricorrenti e costruire progressivamente il tuo archivio personale.

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Il consiglio è di non aspettare di ricordare sogni straordinari.

Comincia dal prossimo frammento che riuscirai a recuperare al risveglio.

Una stanza.

Un volto.

Una sensazione.

Una frase.

Scrivila.

Potrebbe essere l’inizio di una mappa che ancora non sai di possedere.

Domande frequenti sul diario dei sogni

Quanto spesso bisogna scrivere il diario dei sogni?


Idealmente ogni volta che ricordi un sogno. Non è però necessario ricordarne uno ogni notte. È più importante sviluppare l’abitudine di registrare ciò che emerge al risveglio, anche quando si tratta soltanto di pochi frammenti.

Cosa scrivere se ricordo soltanto un’immagine?


Scrivi proprio quell’immagine. Aggiungi le eventuali emozioni associate, il luogo nel quale ti sembrava di trovarti e qualsiasi altro dettaglio disponibile. Non cercare di completare artificialmente ciò che non ricordi.

È meglio scrivere i sogni a mano o sul telefono?


Entrambi i metodi possono funzionare. Il quaderno riduce le distrazioni e può rimanere sempre accanto al letto; il digitale facilita invece ricerca, archiviazione e utilizzo di parole chiave. Scegli soprattutto il sistema che riesci a utilizzare immediatamente dopo il risveglio.

Tenere un diario aiuta a ricordare i sogni?


Annotare regolarmente i sogni incoraggia a prestare attenzione al ricordo appena svegli e permette di conservare frammenti che altrimenti potrebbero essere dimenticati rapidamente. La costanza è più importante della lunghezza delle registrazioni.

Il diario dei sogni aiuta ad avere sogni lucidi?


Può essere uno strumento utile. In particolare permette di individuare i propri segnali onirici, cioè elementi e situazioni che ricorrono frequentemente nei sogni. Imparare a riconoscerli può essere affiancato ai test di realtà e alle altre tecniche utilizzate per favorire il sogno lucido.

Bisogna interpretare ogni sogno?


No. Il diario può essere utilizzato semplicemente per ricordare e osservare i sogni. Prima di attribuire un significato alle singole immagini è spesso più interessante verificare se determinati simboli, emozioni o situazioni ritornano nel tempo.
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Perché i sogni parlano per simboli? Psicologia, archetipi e significato delle immagini oniriche

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Il linguaggio segreto dei sogni


Ogni notte la nostra mente costruisce storie strane, frammentate e spesso prive di una logica apparente. Possiamo trovarci a volare sopra una città sconosciuta, a parlare con persone morte da anni o a percorrere corridoi che sembrano non finire mai. Al risveglio, ciò che rimane non è quasi mai un messaggio chiaro, ma una sequenza di immagini, emozioni e simboli che sembrano provenire da una dimensione diversa da quella della vita quotidiana.

Perché accade tutto questo? Perché i sogni parlano per simboli invece di comunicare in modo diretto?

Da millenni filosofi, mistici e psicologi cercano di rispondere a questa domanda. Molto prima della nascita della psicoanalisi, le civiltà antiche consideravano il sogno una forma di comunicazione privilegiata con il divino, con gli antenati o con le profondità dell’anima. Nel Novecento, studiosi come Freud e soprattutto Carl Jung hanno proposto una lettura differente: il sogno non sarebbe un messaggio soprannaturale, ma il linguaggio naturale dell’inconscio.

A differenza della coscienza razionale, che comunica attraverso concetti e parole, l’inconscio sembra preferire immagini, metafore e narrazioni simboliche. Per questo motivo nei sogni compaiono case che rappresentano la nostra identità, animali che incarnano gli istinti, viaggi che riflettono processi di trasformazione interiore e figure archetipiche che ritornano in culture molto lontane tra loro.

Comprendere il simbolismo dei sogni non significa possedere un dizionario universale capace di tradurre ogni immagine in un significato fisso. Significa imparare a osservare il modo in cui la mente costruisce metafore per raccontare paure, desideri, conflitti e cambiamenti che spesso non riusciamo a esprimere durante la veglia.

In questo articolo vedremo perché il linguaggio dei sogni è profondamente simbolico, come Freud e Jung hanno interpretato le immagini oniriche, quale rapporto esiste tra archetipi ed esoterismo e perché il significato di un sogno dipende sempre dalla storia personale di chi lo vive.

I sogni non parlano la lingua della logica


Quando siamo svegli, la nostra mente ragiona attraverso concetti, definizioni e relazioni di causa-effetto. Se dobbiamo spiegare un’emozione, formuliamo una frase. Se dobbiamo risolvere un problema, seguiamo un ragionamento. Il linguaggio della coscienza è lineare, ordinato e governato dalla logica.

Nel sogno, però, questo meccanismo cambia radicalmente.

Le immagini prendono il posto delle parole, il tempo perde la sua sequenza abituale e situazioni impossibili diventano improvvisamente plausibili. Possiamo essere adulti e bambini nello stesso momento, trovarci in una casa che è contemporaneamente quella dell’infanzia e quella attuale, oppure incontrare una persona che rappresenta qualcuno di completamente diverso.

A prima vista tutto questo può sembrare assurdo. In realtà, il sogno non è privo di significato: semplicemente utilizza un linguaggio differente.

L’inconscio non ragiona come un filosofo o uno scienziato. Non costruisce definizioni astratte, ma comunica attraverso immagini simboliche capaci di condensare in una sola scena emozioni, ricordi, paure, desideri e conflitti interiori. Una casa può rappresentare la personalità, un viaggio un cambiamento esistenziale, un mare in tempesta uno stato emotivo turbolento. Il simbolo permette di esprimere ciò che sarebbe difficile o impossibile descrivere con un semplice discorso razionale.

Questo modo di comunicare non appartiene soltanto ai sogni. Lo ritroviamo nei miti, nelle fiabe, nelle religioni e nelle tradizioni esoteriche di ogni epoca. Prima ancora che l’essere umano sviluppasse sistemi filosofici complessi, interpretava il mondo attraverso racconti simbolici e immagini archetipiche. In un certo senso, il sogno conserva una modalità di pensiero più antica e profonda di quella logica.

È proprio questa intuizione che spinse Carl Jung a considerare il sogno come una delle principali porte d’accesso all’inconscio. Secondo lo psicologo svizzero, le immagini oniriche non sono semplici fantasie casuali generate dal cervello durante il sonno, ma manifestazioni spontanee della psiche che cercano di compensare, integrare o correggere l’atteggiamento della coscienza.

Per comprendere davvero perché i sogni parlano per simboli, dobbiamo quindi abbandonare l’idea che il loro scopo sia fornire messaggi diretti. Il sogno non vuole spiegare: vuole mostrare. Non argomenta, ma rappresenta. Non offre definizioni, bensì metafore capaci di parlare contemporaneamente alla ragione, all’emozione e all’immaginazione.

Perché l’inconscio comunica per metafore


Se l’inconscio volesse trasmettere un messaggio in modo diretto, potrebbe semplicemente formulare una frase. Eppure nei sogni questo accade raramente. La mente preferisce costruire scenari, personaggi e simboli che sembrano nascondere il significato invece di rivelarlo.

La ragione è che molte esperienze interiori non possono essere ridotte a concetti semplici. Come si potrebbe descrivere con precisione la paura di cambiare vita, il senso di smarrimento dopo una perdita o la nascita di una nuova consapevolezza? Le parole spesso si rivelano insufficienti. Il simbolo, invece, riesce a condensare una complessità enorme in una singola immagine.

Per questo motivo una porta può rappresentare una possibilità ancora inesplorata, una scala un percorso di crescita, una foresta l’ingresso in una zona sconosciuta della propria psiche. Il simbolo non sostituisce il significato: lo amplifica, permettendo all’inconscio di esprimere contemporaneamente più livelli di lettura.

Secondo Jung, questa capacità simbolica non è un difetto della mente, ma una delle sue funzioni più evolute. Attraverso le metafore oniriche, l’inconscio cerca infatti di portare alla coscienza aspetti della personalità che sono stati trascurati, repressi o semplicemente ignorati. È un dialogo silenzioso che non avviene attraverso il linguaggio della logica, ma attraverso quello dell’immaginazione.

Il pensiero simbolico prima delle parole


Molto prima della nascita della filosofia, della scienza e persino della scrittura, gli esseri umani interpretavano il mondo attraverso immagini simboliche. Le pitture rupestri, i miti di creazione, i riti di passaggio e le antiche cosmologie dimostrano che il simbolo è una delle forme più antiche di conoscenza.

Per millenni, il Sole non è stato soltanto un astro, ma il simbolo della vita, della coscienza e della rinascita. Il serpente non era semplicemente un animale, ma una figura associata alla trasformazione, alla saggezza e al mistero. L’acqua rappresentava contemporaneamente la fertilità, il caos primordiale e la purificazione.

Questa modalità di pensiero non è scomparsa con l’avvento della razionalità moderna. Continua a vivere nei sogni, nei miti, nell’arte e persino nella cultura popolare contemporanea. Quando sogniamo, la mente sembra attingere proprio a questo antico patrimonio di immagini universali.

È per questo motivo che persone appartenenti a culture diverse possono sognare simboli sorprendentemente simili. Jung interpretò questo fenomeno attraverso il concetto di inconscio collettivo: un livello profondo della psiche umana in cui vivono gli archetipi, ovvero modelli simbolici che accompagnano l’umanità da migliaia di anni.

Comprendere il linguaggio simbolico dei sogni significa quindi riconoscere che la mente possiede una forma di intelligenza diversa da quella razionale. Un’intelligenza che non parla attraverso definizioni e formule, ma attraverso immagini capaci di attraversare epoche, culture e civiltà.

Freud e Jung: due modi diversi di interpretare i sogni


Per secoli i sogni sono stati considerati messaggi divini, premonizioni o semplici illusioni notturne prive di significato. Con la nascita della psicoanalisi, alla fine dell’Ottocento, il sogno diventa invece un oggetto di studio scientifico. A inaugurare questa rivoluzione è Sigmund Freud, seguito pochi anni dopo da Carl Jung, che svilupperà una teoria molto diversa e destinata ad avvicinarsi maggiormente al linguaggio del simbolismo e degli archetipi.

Entrambi erano convinti che il sogno avesse un significato profondo e che non fosse il prodotto casuale dell’attività cerebrale durante il sonno. Tuttavia, divergevano radicalmente sulla natura di quel significato e sul ruolo che il sogno svolge nella vita psichica.

Per Freud il sogno maschera un desiderio


Nel 1899 Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, un’opera destinata a cambiare per sempre la psicologia moderna. Secondo la sua teoria, il sogno rappresenta l’appagamento simbolico di desideri inconsci che la coscienza non riesce ad accettare apertamente.

Durante il giorno, la mente razionale esercita una sorta di censura sui contenuti più scomodi, soprattutto quelli legati agli impulsi sessuali, aggressivi o socialmente inaccettabili. Nel sonno questa censura si indebolisce, ma non scompare del tutto. Per questo motivo il desiderio non si manifesta direttamente: si traveste.

Nasce così il linguaggio simbolico del sogno.

Un desiderio può essere trasformato in una metafora, una paura può assumere le sembianze di un animale minaccioso, una tensione emotiva può apparire sotto forma di un viaggio, di una fuga o di un inseguimento. Per Freud, il simbolo è soprattutto una maschera che nasconde un contenuto latente.

L’obiettivo dell’interpretazione consiste quindi nello smascherare il sogno e riportare alla luce il suo significato nascosto. Il simbolo è importante, ma rimane un mezzo per arrivare a qualcosa di più profondo: il desiderio inconscio.

Per Jung il sogno accompagna un processo di trasformazione


Carl Jung condivide inizialmente molte intuizioni di Freud, ma col passare degli anni si convince che la teoria del desiderio sia troppo limitata per spiegare la straordinaria ricchezza del materiale onirico.

Molti sogni, infatti, non sembrano affatto esprimere desideri repressi. Alcuni mettono in scena paure che il sognatore già conosce, altri mostrano soluzioni creative ai problemi della vita quotidiana, altri ancora introducono simboli misteriosi che sembrano possedere un significato universale.

Per Jung il sogno non serve principalmente a nascondere qualcosa. Al contrario, cerca di rivelare ciò che la coscienza ignora.

Le immagini oniriche svolgono una funzione compensatoria: mostrano aspetti della personalità che sono stati trascurati, repressi o sottovalutati. Se una persona vive esclusivamente attraverso la razionalità, il sogno potrebbe presentarle immagini cariche di emozione. Se qualcuno è eccessivamente impulsivo, potrebbe sognare figure sagge e ordinate. L’inconscio cerca continuamente di ristabilire un equilibrio.

In questa prospettiva, il sogno diventa uno strumento di crescita psicologica. Non parla soltanto del passato, ma anche delle possibilità future di sviluppo della personalità.

Due visioni diverse del simbolo


La differenza più importante tra Freud e Jung riguarda proprio il modo in cui interpretano il simbolismo dei sogni.

Per Freud il simbolo è principalmente un travestimento. Nasconde un significato che deve essere decifrato.

Per Jung il simbolo è qualcosa di più complesso. Non nasconde semplicemente un contenuto già noto, ma esprime una realtà psichica che spesso non può essere tradotta completamente in parole. È un ponte tra la coscienza e le regioni più profonde dell’inconscio.

Per questo motivo Jung attribuisce grande importanza agli archetipi, alle immagini mitologiche e alle tradizioni spirituali dell’umanità. I sogni non sarebbero soltanto il prodotto della storia personale dell’individuo, ma anche l’espressione di strutture simboliche condivise da tutti gli esseri umani.

Ed è proprio qui che il pensiero junghiano si avvicina alle antiche tradizioni esoteriche, all’alchimia e ai miti di trasformazione. Per comprendere fino in fondo perché i sogni parlano per simboli, dobbiamo quindi approfondire il concetto che ha reso celebre Jung: l’esistenza di un inconscio collettivo popolato da archetipi universali.

Carl Jung e il linguaggio simbolico dell’inconscio


Se Freud aveva individuato nel sogno una strada privilegiata per accedere ai desideri inconsci, Carl Jung compì un passo ulteriore. Per lo psichiatra svizzero, i sogni non sono soltanto il riflesso della nostra storia personale, ma una finestra aperta su una dimensione più profonda e universale della psiche.

Analizzando migliaia di sogni provenienti da persone appartenenti a culture diverse, Jung osservò un fenomeno sorprendente: immagini molto simili continuavano a ripresentarsi indipendentemente dall’età, dalla religione o dal contesto sociale del sognatore. Figure come il vecchio saggio, l’eroe, l’ombra, il serpente, il labirinto, il viaggio o la montagna sembravano appartenere a un patrimonio simbolico comune all’intera umanità.

Per spiegare questa ricorrenza, Jung elaborò il concetto di inconscio collettivo, una struttura psichica profonda che trascende l’esperienza individuale e conserva le immagini fondamentali sviluppate dall’essere umano nel corso della sua evoluzione culturale e spirituale.

I sogni, secondo questa prospettiva, non si limitano a raccontare ciò che ci è accaduto durante il giorno. Essi mettono in scena simboli antichi che parlano di crescita, crisi, trasformazione, paura, morte e rinascita. È per questo motivo che molte immagini oniriche ricordano i miti, le fiabe e le tradizioni religiose di popoli vissuti in epoche e luoghi lontanissimi.

Gli archetipi che ritornano nei sogni


Jung chiamò queste immagini fondamentali archetipi.

Gli archetipi non sono simboli rigidi con un significato fisso, ma modelli universali che assumono forme diverse a seconda della personalità e della cultura del sognatore. Potremmo definirli come delle strutture profonde attraverso cui l’inconscio organizza l’esperienza umana.

Tra i più importanti troviamo:

  • L’Ombra, che rappresenta gli aspetti di noi stessi che rifiutiamo o reprimiamo.
  • L’Anima e l’Animus, che simboleggiano la componente femminile nell’uomo e quella maschile nella donna.
  • Il Vecchio Saggio, figura della conoscenza e della guida interiore.
  • L’Eroe, che affronta prove e ostacoli nel proprio percorso di crescita.
  • Il Sé, simbolo dell’unità e della piena realizzazione della personalità.

Quando questi archetipi emergono nei sogni, raramente lo fanno in forma esplicita. L’Ombra può apparire come uno sconosciuto minaccioso, l’Eroe come il protagonista di un’avventura, il Vecchio Saggio come un insegnante, un nonno o una figura spirituale.

Il compito dell’interpretazione non consiste quindi nel tradurre meccanicamente ogni immagine, ma nel comprendere quale dinamica psicologica stia cercando di emergere attraverso il simbolo.

Perché alcuni simboli compaiono in culture diverse


Una delle intuizioni più affascinanti di Jung riguarda proprio l’universalità di molti simboli onirici.

Perché il serpente compare tanto nei sogni moderni quanto nei miti dell’antico Egitto, nelle tradizioni orientali e nella Bibbia? Perché il viaggio dell’eroe è presente nelle leggende greche, nelle saghe nordiche e nelle narrazioni contemporanee? Perché l’acqua continua a rappresentare il mistero, l’inconscio e la trasformazione in civiltà che non hanno mai avuto contatti tra loro?

Secondo Jung, queste somiglianze non sono semplici coincidenze culturali. Riflettono la presenza di strutture psichiche condivise che producono immagini simboliche analoghe quando l’essere umano cerca di rappresentare le grandi esperienze dell’esistenza.

La nascita, la morte, l’amore, la paura, il cambiamento e la ricerca di senso sono esperienze universali. È naturale che anche i simboli utilizzati per raccontarle tendano a ripresentarsi nel tempo.

Questa intuizione spiega perché i sogni siano così vicini al linguaggio delle religioni, dei miti e delle tradizioni esoteriche. Tutti questi sistemi simbolici tentano infatti di rappresentare le stesse realtà profonde che emergono spontaneamente durante il sonno.

Per Jung, studiare i sogni significava quindi studiare l’essere umano nella sua forma più autentica. Non un individuo isolato, ma una creatura che porta dentro di sé migliaia di anni di storia, simboli e memoria collettiva.

Ed è proprio osservando alcuni dei simboli più frequenti che possiamo capire concretamente come l’inconscio costruisca il proprio linguaggio e perché certe immagini ritornino continuamente nelle nostre notti.

Come funzionano i simboli nei sogni: alcuni esempi ricorrenti


A questo punto potrebbe sorgere una domanda legittima: se i simboli sono così importanti, esiste un significato universale valido per tutti?

La risposta è più complessa di quanto sembri.

Uno degli errori più comuni nell’interpretazione dei sogni consiste nel cercare un dizionario rigido dei simboli, come se ogni immagine possedesse una traduzione fissa e immutabile. In realtà, sia la psicologia del profondo sia le tradizioni simboliche insegnano che il significato di un simbolo dipende sempre dal contesto personale del sognatore.

Sognare un serpente, ad esempio, non significa necessariamente la stessa cosa per un biologo, per una persona che ne ha paura o per qualcuno che lo associa alla guarigione e alla trasformazione. Tuttavia, esistono alcune immagini che ricorrono con tale frequenza da costituire una sorta di linguaggio universale dell’inconscio.

Analizzare questi simboli non significa trovare interpretazioni definitive, ma comprendere il modo in cui la mente costruisce metafore per rappresentare esperienze interiori complesse.

Acqua, mare e fiumi: le profondità dell’inconscio


Tra tutti i simboli onirici, l’acqua è probabilmente uno dei più antichi e diffusi.

Fin dall’antichità, oceani, laghi e fiumi sono stati associati al mistero, alla nascita della vita e alle forze invisibili che governano l’esistenza. Non sorprende quindi che nei sogni l’acqua sia spesso collegata alla sfera emotiva e all’inconscio.

Un mare calmo può suggerire equilibrio interiore, serenità o accettazione. Un mare in tempesta, al contrario, può rappresentare emozioni represse, conflitti o momenti di forte instabilità psicologica.

Anche la profondità dell’acqua assume un valore simbolico. Immergersi negli abissi significa spesso confrontarsi con aspetti nascosti della propria personalità, mentre attraversare un fiume richiama l’idea del passaggio da una fase della vita a un’altra.

Per Jung, l’acqua era una delle immagini più potenti dell’inconscio collettivo: una realtà profonda, oscura e generatrice da cui emergono sogni, intuizioni e trasformazioni.

Case, stanze e labirinti: la geografia dell’anima


Un’altra categoria di simboli estremamente frequente riguarda gli edifici e gli spazi abitativi.

Nei sogni, la casa rappresenta spesso il sognatore stesso. Le sue stanze, i corridoi e i piani possono simboleggiare aspetti diversi della personalità.

Una casa familiare può richiamare il passato, l’infanzia o le radici emotive. Scoprire una stanza segreta mai vista prima è uno dei sogni più studiati dalla psicologia junghiana e viene spesso interpretato come la scoperta di potenzialità, ricordi o aspetti della psiche ancora inesplorati.

Anche i labirinti possiedono un forte valore simbolico. Perdersi in un edificio intricato può rappresentare una crisi esistenziale, un momento di confusione o la difficoltà di trovare una direzione nella propria vita.

Non è un caso che il labirinto compaia frequentemente nei miti antichi e nei percorsi iniziatici: simboleggia il viaggio dell’individuo verso la conoscenza di sé.

Animali, serpenti e creature misteriose


Gli animali occupano un posto privilegiato nel linguaggio dei sogni perché incarnano gli aspetti più istintivi e profondi dell’essere umano.

A differenza delle figure umane, che spesso rappresentano ruoli sociali o aspetti coscienti della personalità, gli animali tendono a esprimere energie primordiali legate alla sopravvivenza, alle emozioni e agli impulsi fondamentali.

Tra tutte le creature simboliche, il serpente occupa una posizione speciale.

In molte culture occidentali è stato associato al pericolo e alla tentazione. Tuttavia, nelle tradizioni orientali e in numerose correnti esoteriche, il serpente rappresenta anche la guarigione, la saggezza e il rinnovamento. Il fatto che cambi pelle lo ha reso per millenni un simbolo di trasformazione e rinascita.

Per questo motivo, sognare un serpente non dovrebbe essere interpretato automaticamente come un cattivo presagio. Più spesso segnala la presenza di una forza di cambiamento che sta emergendo dall’inconscio.

Lo stesso principio vale per altri animali ricorrenti: il lupo può richiamare l’istinto, l’aquila la visione elevata, il cavallo l’energia vitale, il gatto l’indipendenza o l’intuizione.

Morte e rinascita: il simbolo della trasformazione


Pochi sogni generano tanta inquietudine quanto quelli legati alla morte.

Eppure, dal punto di vista simbolico, la morte è raramente collegata a un evento fisico reale. Nella maggior parte dei casi rappresenta la conclusione di una fase dell’esistenza e l’inizio di una nuova.

Un cambiamento lavorativo, la fine di una relazione, una crisi personale o una trasformazione interiore possono manifestarsi attraverso immagini di distruzione, funerali o scomparsa.

Per questo motivo la morte è uno dei simboli più strettamente associati alla rinascita.

Lo stesso schema compare nei miti di ogni epoca: il dio che muore e risorge, l’eroe che discende negli inferi prima di tornare trasformato, il seme che deve scomparire sotto terra per diventare una pianta. L’inconscio sembra utilizzare continuamente questa metafora per rappresentare i momenti di passaggio più importanti della vita.

In fondo, molti sogni parlano proprio di questo: non della fine di qualcosa, ma della possibilità che una parte più autentica di noi stessi possa finalmente nascere.

Questa dimensione trasformativa è il punto in cui la psicologia di Jung incontra le tradizioni simboliche e spirituali dell’umanità. Ed è proprio qui che il linguaggio dei sogni entra in contatto con l’esoterismo, l’alchimia e i percorsi iniziatici che per secoli hanno cercato di descrivere il viaggio dell’anima attraverso immagini e simboli.

Tutti gli approfondimenti sui simboli


Simboli onirici e tradizioni esoteriche


Molto prima della nascita della psicologia moderna, le tradizioni esoteriche avevano già intuito che il sogno non fosse una semplice fantasia notturna. In quasi tutte le culture antiche, l’esperienza onirica veniva considerata una soglia tra il mondo visibile e quello invisibile, uno spazio in cui l’essere umano poteva entrare in contatto con dimensioni più profonde della realtà e della propria coscienza.

Questo non significa necessariamente che i sogni fossero interpretati come messaggi soprannaturali nel senso moderno del termine. Più spesso venivano considerati strumenti di conoscenza interiore, capaci di rivelare verità che la mente razionale non era ancora pronta a comprendere.

Se osserviamo con attenzione il linguaggio utilizzato dall’esoterismo e quello che emerge spontaneamente nei sogni, scopriamo infatti una sorprendente somiglianza. Entrambi parlano attraverso simboli, allegorie, immagini archetipiche e racconti di trasformazione.

Il sogno e il simbolismo esoterico sembrano condividere una stessa convinzione fondamentale: alcune verità possono essere comprese soltanto indirettamente, attraverso immagini che parlano contemporaneamente all’intelletto, all’immaginazione e all’emozione.

Il sogno come viaggio iniziatico


Nelle antiche scuole misteriche, l’iniziazione rappresentava un percorso di trasformazione interiore. L’aspirante adepto doveva affrontare prove simboliche, superare paure, abbandonare vecchie identità e rinascere a una nuova consapevolezza.

Curiosamente, molti sogni seguono una struttura molto simile.

Non è raro sognare di attraversare foreste sconosciute, percorrere lunghi corridoi, esplorare città misteriose o affrontare ostacoli apparentemente insormontabili. Dal punto di vista simbolico, queste immagini ricordano il viaggio dell’eroe presente nei miti e nelle tradizioni iniziatiche di tutto il mondo.

L’individuo lascia il territorio conosciuto, entra in una zona di incertezza, affronta una crisi e ritorna trasformato.

Secondo Jung, questa dinamica non è casuale. I sogni mettono spesso in scena il processo di crescita psicologica attraverso narrazioni simboliche che ricordano i racconti mitologici. In altre parole, ogni notte la mente potrebbe raccontarci la nostra personale storia iniziatica.

Per questo motivo molti simboli onirici coincidono con quelli presenti nelle tradizioni esoteriche: la caverna, il ponte, la montagna, il labirinto, la discesa negli inferi o l’ascesa verso la luce. Tutti rappresentano momenti diversi del percorso di trasformazione dell’essere umano.

Jung, l’alchimia e la trasformazione interiore


Tra tutti i collegamenti tra psicologia ed esoterismo, quello elaborato da Carl Jung attorno all’alchimia è probabilmente il più affascinante.

Per secoli gli alchimisti hanno descritto il proprio lavoro attraverso immagini enigmatiche: draghi, serpenti che si mordono la coda, re e regine che si uniscono, metalli che vengono purificati dal fuoco. Per lungo tempo questi simboli furono interpretati come tentativi primitivi di trasformare il piombo in oro.

Jung propose una lettura completamente diversa.

Secondo lui, gli alchimisti stavano inconsapevolmente rappresentando processi psicologici profondi. Le loro immagini descrivevano il percorso attraverso cui l’individuo affronta le proprie ombre, integra gli aspetti rimossi della personalità e raggiunge una maggiore completezza interiore.

Questa interpretazione avvicina enormemente il simbolismo esoterico al linguaggio dei sogni.

Quando sogniamo una morte simbolica, una rinascita, un serpente che cambia pelle, un viaggio sotterraneo o una trasformazione improvvisa, stiamo osservando immagini molto simili a quelle presenti nei testi alchemici.

La famosa Pietra Filosofale, ad esempio, può essere letta come il simbolo della piena realizzazione del Sé. Non un oggetto materiale, ma uno stato di integrazione psicologica.

In questa prospettiva, i sogni non sono soltanto eventi biologici legati al sonno. Diventano tappe di un processo di evoluzione interiore che accompagna l’essere umano per tutta la vita.

Simboli esoterici e immagini dell’inconscio


Uno degli aspetti più interessanti è che molti simboli esoterici continuano ad apparire spontaneamente nei sogni anche in persone che non hanno mai studiato alchimia, cabala o tradizioni iniziatiche.

Il serpente, il cerchio, il sole, la luna, il labirinto, l’albero, la montagna o il ponte compaiono regolarmente nell’esperienza onirica contemporanea. Questo fenomeno suggerisce che tali immagini non appartengano esclusivamente a una dottrina o a una scuola spirituale, ma rispondano a esigenze profonde della psiche umana.

È proprio qui che il pensiero junghiano incontra l’esoterismo senza confondersi con esso.

Jung non sosteneva che i sogni confermassero l’esistenza di verità occulte o poteri soprannaturali. Riteneva però che le tradizioni simboliche avessero accumulato, nel corso dei secoli, una straordinaria conoscenza del funzionamento dell’immaginazione e dell’inconscio.

Da questo punto di vista, i simboli esoterici possono essere letti come una sorta di archivio collettivo delle grandi trasformazioni umane.

Ma se i sogni utilizzano simboli così profondi e universali, sorge inevitabilmente una domanda: alcune immagini oniriche possono davvero anticipare eventi futuri oppure il loro significato riguarda esclusivamente il mondo interiore del sognatore? Questa è una delle questioni più controverse e affascinanti dell’intera storia dell’interpretazione dei sogni.

I sogni parlano davvero del futuro?


Pochi argomenti suscitano tanto fascino quanto quello dei sogni premonitori. Quasi tutti, almeno una volta nella vita, hanno avuto l’impressione di aver sognato qualcosa che si è poi verificato nella realtà. Un incontro inatteso, una telefonata, un luogo mai visto prima o una situazione che sembra riprodurre fedelmente una scena già vissuta durante il sonno.

Queste esperienze alimentano da secoli una domanda che attraversa religioni, tradizioni esoteriche e studi psicologici: i sogni possono davvero anticipare il futuro?

La risposta dipende molto dal punto di vista che si decide di adottare.

Le culture antiche tendevano a considerare il sogno come una finestra aperta sul destino. Dai sacerdoti egizi agli oracoli greci, passando per numerose tradizioni orientali e sciamaniche, il sogno era spesso interpretato come un messaggio proveniente da una dimensione superiore o da forze invisibili capaci di trascendere il tempo.

La psicologia moderna, invece, ha generalmente preferito spiegazioni più prudenti. Ciò non significa liquidare il fenomeno come una semplice superstizione, ma cercare di comprenderne i meccanismi senza ricorrere immediatamente al soprannaturale.

Premonizione, intuizione e lettura retrospettiva


Uno dei problemi principali quando si parla di sogni premonitori riguarda il modo in cui la memoria ricostruisce gli eventi.

Ogni notte produciamo decine di immagini, scene e narrazioni oniriche. La maggior parte viene dimenticata nel giro di poche ore. Quando un evento reale sembra assomigliare a un sogno ricordato, la nostra mente tende naturalmente a collegare i due episodi e a rafforzare la convinzione che il sogno avesse previsto il futuro.

In molti casi può entrare in gioco quella che gli psicologi chiamano lettura retrospettiva: dopo che un evento si è verificato, attribuiamo al sogno un significato più preciso di quello che possedeva originariamente.

Esiste però anche un’altra possibilità, più sottile.

L’inconscio è in grado di elaborare una quantità enorme di informazioni che sfuggono alla coscienza. Micro-espressioni, cambiamenti di comportamento, dettagli ambientali e segnali emotivi possono essere registrati senza che ce ne accorgiamo. Durante il sonno, queste informazioni vengono riorganizzate e possono generare sogni che sembrano anticipare eventi futuri.

In questo caso non si tratterebbe di una vera premonizione, ma di una forma di intuizione inconscia estremamente raffinata.

È possibile, ad esempio, che una persona sogni la fine di una relazione molto prima che questa si concluda realmente. Non perché abbia visto il futuro, ma perché il suo inconscio aveva già colto segnali di crisi che la mente razionale continuava a ignorare.

La sincronicità secondo Jung


Carl Jung affrontò il problema da una prospettiva ancora diversa.

Pur mantenendo un approccio psicologico, egli osservò numerosi casi in cui la coincidenza tra eventi interiori ed eventi esterni sembrava troppo significativa per essere liquidata come puro caso. Per descrivere questo fenomeno elaborò il concetto di sincronicità.

La sincronicità non è una previsione del futuro nel senso tradizionale del termine.

Si verifica quando un evento psichico e un evento esterno risultano collegati da un significato simbolico, pur non essendo legati da un rapporto diretto di causa ed effetto.

Immaginiamo di sognare ripetutamente un ponte. Dopo qualche giorno riceviamo una proposta lavorativa che ci obbliga a cambiare città e a iniziare una nuova fase della vita. Il sogno non avrebbe necessariamente previsto l’accaduto, ma potrebbe aver espresso simbolicamente una trasformazione già in corso nella psiche del sognatore.

Per Jung, il valore di queste coincidenze non risiedeva tanto nella capacità di predire il futuro quanto nella loro capacità di rivelare un significato.

L’importante non era chiedersi se il sogno fosse “vero” o “falso”, ma comprendere quale messaggio stesse cercando di comunicare.

Il futuro come possibilità simbolica


Forse la domanda più utile non è se i sogni possano vedere il futuro, ma in che modo possano prepararci ad affrontarlo.

Molti sogni sembrano anticipare cambiamenti, crisi o opportunità perché rappresentano processi psicologici che stanno maturando sotto la superficie della coscienza. Mostrano possibilità, direzioni, tensioni e sviluppi ancora invisibili alla mente razionale.

In questo senso il sogno può apparire profetico non perché conosca il domani, ma perché comprende il presente più profondamente di quanto facciamo da svegli.

Che si scelga una lettura psicologica, simbolica o spirituale, una cosa appare evidente: i sogni non sono semplici immagini casuali. Essi cercano continuamente di attirare la nostra attenzione su qualcosa che la coscienza non ha ancora compreso del tutto.

E per riuscirci utilizzano sempre lo stesso strumento: il simbolo. Per questo motivo interpretare correttamente un sogno non significa cercare formule universali o profezie nascoste, ma imparare a dialogare con il linguaggio particolare attraverso cui l’inconscio si esprime.

Come interpretare correttamente un sogno


Interpretare un sogno non significa applicare un dizionario automatico dei simboli. L’errore piu’ comune consiste proprio nel pensare che a ogni immagine corrisponda sempre un significato fisso e universale. In realta’, il simbolo onirico funziona in modo molto piu’ sottile: parla attraverso associazioni, emozioni, ricordi personali e contesti di vita specifici.

Il contesto personale conta piu’ del simbolo isolato


Un serpente, per esempio, non significa la stessa cosa per tutti. Per una persona puo’ evocare paura e minaccia, per un’altra guarigione, trasformazione o sapienza antica. Allo stesso modo, una casa puo’ rappresentare l’identita’, la famiglia, l’infanzia, oppure un conflitto interiore legato all’idea di protezione. Il simbolo non va quindi interpretato in astratto, ma messo in relazione con l’esperienza concreta del sognatore.

Per capire davvero un sogno bisogna chiedersi: quali emozioni ha suscitato? Che momento della vita sto attraversando? Quali persone, paure o desideri richiama quella scena? Solo in questo modo il simbolo smette di essere un’immagine generica e torna a essere una forma viva del linguaggio interiore.

Tenere un diario dei sogni


Uno dei modi migliori per comprendere il linguaggio simbolico dei sogni e’ tenere un diario onirico. Annotare appena possibile immagini, luoghi, personaggi, colori ed emozioni permette di riconoscere ricorrenze che a memoria sfuggirebbero. A volte un simbolo apparentemente oscuro diventa piu’ chiaro solo dopo essere comparso piu’ volte in forme diverse.

Il diario aiuta anche a cogliere l’evoluzione della propria vita psichica. Alcuni sogni accompagnano periodi di crisi, altri compaiono nei momenti di cambiamento, altri ancora sembrano segnalare qualcosa che la coscienza non ha ancora messo a fuoco. In questo senso il sogno non e’ tanto un enigma da risolvere una volta per tutte, quanto un dialogo da seguire nel tempo.

Se vuoi iniziare a farlo in modo sistematico, abbiamo preparato un Diario dei sogni in PDF gratuito da stampare, con schede per annotare sogni, emozioni, simboli e ricorrenze. Puoi richiederlo nella nostra pagina dedicata alle risorse gratuite.

Che rapporto c’e’ con i sogni lucidi


Il sogno simbolico e il sogno lucido non sono la stessa cosa, ma possono incontrarsi. Nel sogno simbolico il sognatore vive le immagini senza rendersi conto di stare dormendo; nel sogno lucido, invece, acquisisce una certa consapevolezza del fatto che sta sognando. Questa differenza cambia profondamente l’esperienza, ma non elimina la dimensione simbolica.

Anche un sogno lucido puo’ essere popolato da archetipi, figure misteriose, case, animali, labirinti o paesaggi carichi di significato. La lucidita’ non cancella il linguaggio dell’inconscio: semmai offre la possibilita’ di osservarlo piu’ da vicino. In alcuni casi, chi pratica attenzione onirica attraverso il diario dei sogni o l’esplorazione dei sogni lucidi sviluppa una sensibilita’ maggiore verso i simboli ricorrenti della propria vita interiore.

Per questo motivo il lavoro sui sogni lucidi puo’ affiancarsi all’interpretazione simbolica, pur restando un ambito diverso. Nel primo caso l’accento cade sulla consapevolezza durante il sogno; nel secondo sul significato che le immagini assumono all’interno del percorso psicologico del sognatore.

Perche’ l’inconscio sceglie i simboli


I sogni parlano per simboli perche’ l’inconscio non ragiona come un trattato filosofico o come un discorso razionale. Non definisce, non argomenta, non spiega in modo lineare. Preferisce mostrare, mettere in scena, evocare. Usa immagini capaci di tenere insieme emozioni, ricordi, paure, desideri e possibilita’ di trasformazione che le parole, da sole, spesso non riescono a contenere.

Per questo il sogno assomiglia piu’ a un mito che a una formula. Una casa puo’ diventare il volto della nostra identita’, un viaggio il simbolo di un passaggio interiore, un animale la forma di un istinto dimenticato, una morte la fine necessaria di una fase della vita. Il simbolo e’ il ponte attraverso cui la psiche cerca di rendere visibile cio’ che, nella veglia, resta confuso o inespresso.

Non è un caso che Carl Jung considerasse il sogno una delle vie privilegiate attraverso cui l’inconscio cerca di compensare gli squilibri della coscienza. Attraverso i simboli, la psiche mette in scena ciò che non siamo ancora riusciti a comprendere pienamente di noi stessi.

Comprendere il linguaggio dei sogni non significa possedere una chiave universale valida per tutti. Significa imparare ad ascoltare quel teatro notturno in cui la mente continua a raccontarci, attraverso simboli antichi e sempre nuovi, ciò che la coscienza non riesce ancora a vedere. Forse è proprio per questo che i sogni parlano per immagini: perché alcune verità possono essere comprese soltanto quando smettono di essere concetti e diventano esperienza.

#esoterismo #simbolismo #Sogni


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jan jelinek @ waterworks, 2025


youtu.be/7K7QMoTzYxk?is=kRAJyy…

November 7, 2025 | Presented by Non-Event, the Goethe-Institut Boston, and the Metropolitan Waterworks Museum

Audio recording and mix: Matthew Azevedo
Video production: Jack Amadon and Miguel Gonzales

Jan Jelinek’s works translate popular music sources into abstract textures. Rather than using traditional instruments, he constructs collages out of tiny sound particles. Since 2000, he has released material under both his own name and various pseudonyms (incl. Ursula Bogner). His many collaborations include projects with Sven-Åke Johansson, Sarah Morris and Masayoshi Fujita. In 2007, together with Hanno Leichtmann and Andrew Pekler, he founded the improvisation trio Groupshow, and in 2008 he established the Faitiche label as a publishing platform for his own experiments, for collaborations, and for works by musician friends. Since 2012, he has been writing and producing experimental radio plays for public broadcaster Südwestrundfunk (SWR) that explore fictional identities and soundscapes.
#abstractTextures #AndrewPekler #collages #experimentalMusic #FaiticheLabelAsAPublishingPlatformForHisOwnExperiments #fictionalIdentities #GoetheInstitutBoston #Groupshow #HannoLeichtmann #improvisedMusic #JackAmadon #JanJelinek #Jelonek #MasayoshiFujita #MatthewAzevedo #MetropolitanWaterworksMuseum #MiguelGonzales #NonEvent #popularMusic #radioPlays #SarahMorris #Südwestrundfunk #soundParticles #Soundscapes #SvenÅkeJohansson #SWR #UrsulaBogner

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Piazza Majorana, ‘più cemento per tutti’


Tutto è cominciato con una lettera di 15 associazioni al sindaco Trantino. In soldoni le associazioni chiedevano perché mai, in Piazza Majorana, invece di incrementare il verde si stesse procedendo con l’estirpazione di molte piante esistenti (ficus microcarpa, jacaranda, washingtonia filifera, yucca, palma nana, strelitzia, ligustro, oleandro) e con la collocazione degli alberi rimasti in […]

Leggi il resto: argocatania.it/2026/08/22/piaz…

#PianiUrbaniIntegrati #piazzaAngeloMajorana #piazzaPietroLupo #verdeUrbano

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Nubia Neo 5 Max, il nuovo smartphone con display da 7,5 pollici che sfida i PadPhone


Nubia Neo 5 Max porta il formato degli smartphone verso una nuova dimensione con un ampio display da 7,5 pollici. Ecco cosa sappiamo del nuovo PadPhone e delle sue caratteristiche
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Nubia ha annunciato il lancio globale di nubia Neo 5 Max. Il device introduce una nuova categoria di PadPhone che coniuga l'esperienza visiva di un tablet compatto con i controlli portatili di una console di gioco. Dotato di un display da 7,5 pollici, nubia Neo 5 Max unisce le funzionalità di un tablet, controlli a livello di console, un'esperienza audiovisiva immersiva e un'assistenza al gaming basata sull'IA in un unico dispositivo versatile per il gaming, l'intrattenimento e la produttività quotidiana.

Un hub “tutto in uno”


nubia Neo 5 Max sviluppa il concetto di PadPhone grazie al suo display da 7,5 pollici con risoluzione da 1,5K leader della categoria, che offre una superficie tattile superiore del 27% rispetto a nubia Neo 5 5G. Il formato 18.7:9 favorisce un'esperienza di gioco più precisa e focalizzata e, nei titoli FPS, consente di ingrandire fino al 40% i contorni dei nemici. Il dispositivo è dotato di certificazione SGS Eye Care a livello hardware, con riduzione della luce blu sull’intero schermo e autentico DC dimming; queste tecnologie, combinate con funzioni software di protezione degli occhi sviluppate internamente e promemoria intelligenti per il benessere visivo, contribuiscono a garantire un utilizzo più confortevole anche durante sessioni prolungate.

Samsung Galaxy Z: quale pieghevole scegliere
Galaxy Z Fold o Galaxy Z Flip? Una guida per capire quale nuovo pieghevole Samsung scegliere in base alle proprie esigenze, dall’uso quotidiano alla produttività
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Le molteplici modalità adattive valorizzano tutte le potenzialità dell'ampio display da 7,5 pollici, trasformando nubia Neo 5 Max in un hub versatile tutto in uno. L'orientamento orizzontale con supporto protettivo lo converte in una mini TV personale; la modalità E-Ink riproduce l'aspetto dell'inchiostro su carta per una lettura confortevole senza affaticamento della vista, mentre le modalità Controller e Streaming permettono un casting reattivo e a bassa latenza dei giochi AAA.

Un'immersione sensoriale completa


nubia Neo 5 Max integra i Neo Triggers 5.0 con una frequenza di campionamento di 990 Hz e una latenza di risposta hardware di 4,7 ms, per un'esecuzione rapida delle azioni di mira, tiro, spostamento e attivazione delle abilità attraverso una configurazione flessibile a quattro dita.

💡
Progettato per l’impugnatura C-grip, il display da 7,5 pollici aumenta la superficie tattile del 27% e amplia la distanza tra i tasti del 21% rispetto ai layout convenzionali

La tecnologia Magic Touch 3.0 mantiene elevata la reattività del display anche nelle situazioni di utilizzo più intense e filtra i tocchi accidentali causati da dita bagnate o unte, mentre un giroscopio ad alta precisione ottimizza il controllo rotazionale e l'antenna di gioco a 360° garantisce una connettività stabile. I due altoparlanti simmetrici offrono un volume superiore del 300%, supportato da un design audio anti-ostruzione. Grazie alla tecnologia audio immersiva Dolby Atmos, nubia Neo 5 Max offre un'esperienza sonora più ricca, con profondità, chiarezza e ottimi dettagli.

Il sistema di raffreddamento


nubia Neo 5 Max combina un chipset MediaTek Dimensity 7100 realizzato con processo produttivo a 6 nanometri, una memoria LPDDR5X e uno spazio di archiviazione UFS 2.2. Questo modello è dotato di un innovativo sistema di raffreddamento da oltre 30.000 mm² in grado di migliorare l'efficienza della dissipazione del calore del 140% attraverso una camera di vapore capillare a doppio strato, che amplia i canali di circolazione vapore-liquido, e un pannello VC stampato in 3D per una dispersione del calore più rapida.

💡
AI Game Space 5.0 offre un rapido accesso agli strumenti di gioco e alle funzionalità di assistenza intelligente. AI Demi Copilot 2.0 funge da allenatore e compagno di gioco, offrendo consigli in tempo reale, aggiornamenti sull'andamento delle partite e supporto legato al gioco

La batteria a due celle da 7.100 mAh distribuisce l'energia in modo più efficiente, contribuendo a contenere il surriscaldamento e a preservare l'affidabilità della batteria nel tempo anche durante un utilizzo intensivo. Durante le sessioni di gioco, la funzione Bypass Charging alimenta direttamente il dispositivo senza surriscaldare la batteria. Anche con una batteria al 5%, la modalità Extreme 5% consente di giocare fino a 22,9 minuti.

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nubia Neo 5 Max è inizialmente disponibile nel Sudest asiatico nelle colorazioni Shadow Black, Titanium Gold e Cyber Silver, e offre configurazioni di 20GB (8GB + 12GB) di RAM con spazio di archiviazione di 256GB o spazio di archiviazione di 512GB. Techpertutti.com vi terrà aggiornati sull'arrivo dal nuovo gaming padphone in Italia.

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Samsung Galaxy Z: quale pieghevole scegliere? Guida ai nuovi smartphone per ogni esigenza


Quando si sceglie un nuovo smartphone, è naturale consultare recensioni, confrontare modelli e guardare video comparativi alla ricerca del dispositivo “migliore”. Le classifiche possono essere utili, ma non rispondono alla domanda più importante: qual è lo smartphone più adatto a me? La risposta dipende da esigenze personali, come il modo in cui si preferisce lavorare, creare contenuti e restare connessi durante la giornata.

Perché scegliere un Galaxy Z Flip o un Galaxy Z Fold?


Il miglior pieghevole non è lo stesso per tutti. È proprio per questo che Samsung offre tre diversi design pieghevoli con la nuova serie Galaxy Z. Che si cerchi un dispositivo per lavorare in mobilità, uno schermo più ampio per leggere, guardare contenuti e giocare oppure uno smartphone compatto da portare sempre con sé, la nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenza.
La nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenzaLa nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenza
Forte di otto generazioni di esperienza nel settore dei dispositivi pieghevoli, Samsung conosce a fondo ciò che gli utenti cercano di più nei dispositivi pieghevoli. La nuova serie Galaxy Z è il risultato di questa esperienza: ogni dispositivo offre prestazioni elevate negli ambiti più importanti per gli utenti, dai display alla durabilità, dalla portabilità alle performance.

Quale Samsung Galaxy Z scegliere?


La nuova serie Galaxy Z comprende tre smartphone pieghevoli progettati per esigenze differenti: il compatto Galaxy Z Flip8, il nuovissimo Galaxy Z Fold8 e il potente Galaxy Z Fold8 Ultra. La scelta del modello più adatto dipende, in definitiva, da ciò che ci si aspetta dalla propria esperienza smartphone e dal modo in cui il dispositivo si inserisce nella vita quotidiana.
Samsung Galaxy Z Flip 8Samsung Galaxy Z Flip 8
Scegli Galaxy Z Flip8 se desideri:

  • il dispositivo della serie Galaxy Z più sottile e leggero di sempre;
  • uno smartphone ideale per esprimere la propria creatività e realizzare selfie di alta qualità;
  • svolgere rapidamente le attività quotidiane senza aprire il dispositivo.


Samsung Galaxy Z Fold 8Samsung Galaxy Z Fold 8
Scegli Galaxy Z Fold8 se cerchi:

  • un ampio display pieghevole pensato per lavorare, leggere, guardare contenuti e utilizzare più app contemporaneamente;
  • un’esperienza visiva immersiva per guardare contenuti, leggere e giocare;
  • il Galaxy Z Fold più leggero mai realizzato da Samsung


Samsung Galaxy Z Fold 8 UltraSamsung Galaxy Z Fold 8 Ultra
Scegli Galaxy Z Fold8 Ultra se per te sono prioritari:

  • il massimo dell’esperienza Galaxy, con tutte le funzionalità della gamma Ultra;
  • un display pieghevole da 8 pollici progettato per il multitasking;
  • prestazioni flagship per produttività e creatività;
  • il sistema di fotocamere più evoluto della serie Galaxy Z

Tutti i modelli della serie Galaxy Z condividono la stessa attenzione per resistenza, qualità costruttiva e innovazione. Le più recenti funzionalità di Galaxy AI e un software ottimizzato per ogni form factor offrono un’esperienza d’uso personalizzata, adattata alle caratteristiche di ciascun dispositivo.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Non esiste uno smartphone migliore in assoluto, ma quello più adatto al proprio modo di vivere, lavorare e creare. Per questo Samsung continua ad ampliare il proprio portfolio di dispositivi pieghevoli, offrendo soluzioni pensate per esigenze, abitudini e stili di vita differenti. Dal Galaxy Z TriFold presentato all’inizio dell’anno alla nuova serie Galaxy Z, Samsung continua a evolvere il proprio portfolio di dispositivi pieghevoli per rispondere a una vasta gamma di esigenze e stili di vita.


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Come ho sconfitto l’artrite.


Sì, ci sono riuscito davvero. In questo articolo parlo di artrite psoriasica, e di come sono riuscito a mandarla in remissione. Visto che l'argomento potrebbe non essere conosciuto da tutti, mi perdonerai se mi abbandono ad una breve introduzione per essere certo che qualunque lettore possa comprendere a fondo ciò intendo raccontare. Attenzione: tutto ciò che segue NON è: Una terapia consigliata Un suggerimento ad emulare il mio comportamento Per ogni dubbio o per avere una terapia […]
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Sì, ci sono riuscito davvero.

In questo articolo parlo di artrite psoriasica, e di come sono riuscito a mandarla in remissione. Visto che l’argomento potrebbe non essere conosciuto da tutti, mi perdonerai se mi abbandono ad una breve introduzione per essere certo che qualunque lettore possa comprendere a fondo ciò intendo raccontare.

Attenzione: tutto ciò che segue NON è:

  • Una terapia consigliata
  • Un suggerimento ad emulare il mio comportamento


Per ogni dubbio o per avere una terapia per i tuoi problemi di salute, DEVI consultare un medico.

Non essendo un medico, racconto la mia esperienza ma non suggerisco terapie.

Non mi assumo nessuna responsabilità per effetti indesiderati di qualsiasi l’assunzione dei prodotti che descrivo.


Mi capita sempre più spesso di essere preso per un impostore.

Succede quando dico di avere sconfitto l’artrite, quella condizione che porta all’infiammazione di tutto il corpo (organi compresi) e in particolare di tutte le articolazioni.

A volte (ma non sempre) è accompagnata dalla psoriasi, come nel mio caso.

L’artrite psoriasica è una bastarda dolorosa.


Sì, perché la condizione infiammatoria, nei pazienti che ne soffrono, è autoimmune. Viene scatenata da una parte del sistema immunitario che, come servizi segreti deviati, attacca il corpo stesso, distruggendo progressivamente le articolazioni e la voglia di vivere.

L’infiammazione è sempre attiva, tutti i giorni, 24 ore al giorno, e in particolare di notte. Se si cerca di interromperla in qualche modo, ad esempio con un antinfiammatorio, il giorno dopo al massimo ricomincerà perché è il corpo stesso che la causa. E l’infiammazione continua corrisponde a dolore continuo.

Come ho spiegato più di una volta nel podcast Grido Muto, quando le tue giornate sono piene solo di sofferenza, non è che ti rimane molta voglia di pensare ad altro. E non è neanche vero che “basta non pensarci”, o “se ci pensi è peggio”. Beh, se non ci pensi il dolore è sempre lì.

Quando questa condizione si riesce a fare passare, è veramente una festa. Questa situazione (quando la malattia si mette in stand-by), si chiama “remissione“, in termini tecnici.

In quei casi la patologia non è scomparsa (difficile, per qualcosa che ha anche componenti genetiche), ma è diventata diventa quieta, non attiva. Si spera, per sempre.

Di fatto, è come non averla, ma questo non significa che non ci sia stata e che non abbia fatto dei danni alle articolazioni. Le artrosi rimaste nelle mani, deformazioni causate proprio dall’artrite, me lo ricordano tutti i giorni.

Ma torniamo al punto:

come sono riuscito a mandare in remissione l’artrite psoriasica?


Per arrivare a questa fantastica evoluzione hai 2 opzioni:

  • Ti affidi alla medicina ospedaliera (Reumatologia)
  • Cerchi vie alternative

La prima opzione è quella che conoscono in tanti: il medico di base può mandarti dal Reumatologo, che dopo diverse sedute (a volte anni dopo) arriva a diagnosticare l’artrite. Può prescrivere antinfiammatori anche specifici finché la cosa è gestibile in quel modo, ma quando i farmaci non bastano più a placare il dolore (eh sì, si arriva a quel punto in cui anche un Brufen 600 non fa nulla), allora si passa al gradino successivo. Cortisone, e poi Immunosoppressori, e/o il famoso “biologico”, ossia anticorpi monoclonali che si usano per combattere il sistema immunitario “deviato”.

Il “biologico” (abbreviazione di bio-tecnologico), non si assume per un tempo prestabilito: si tratta di iniezioni che (di solito) si portano avanti per tutta la vita, oppure finché l’artrite va in remissione.

Ovviamente qualunque paziente spera di “guarire” dall’artrite, e di conseguenza inizia la terapia con gioia, ma – ed è tutt’altro che raro – a volte anche con timore, perché gli anticorpi monoclonali possono dare effetti collaterali (anche gravi, come qualsiasi farmaco). Oltre a questo, possono dare malessere anche intenso, per i primi giorni dopo l’iniezione settimanale, o addirittura acutizzare la patologia.

Non lo dico io, ma numerose testimonianze sia positive che negative, che si possono trovare su un qualsiasi gruppo di pazienti con artrite psoriasica. Ad esempio questo.

Spesso questi farmaci si assumono per un certo periodo e poi, se non ci sono segni di miglioramento della malattia, si cambia prodotto. C’è un altro caso in cui il farmaco viene cambiato o sospeso: se insorgono sintomi di effetti collaterali gravi, come insufficienza epatica, epatite o cose così (ma anche effetti indesiderati più leggeri).

La vita di chi assume anticorpi monoclonali, inoltre, richiede qualche attenzione .

Il sistema immunitario, parzialmente inibito dai farmaci, può non attaccare più le articolazioni come prima ma allo stesso tempo è meno efficiente nel combattere le infezioni. Non è raro che pazienti trattati con questi farmaci debbano ricorrere ad antibiotici o altri rimedi per contenere le infezioni.

So di persone che prendono mezzi pubblici con la mascherina, e non usano mai bagni pubblici.

In base al tipo di farmaco, poi, servono anche precauzioni aggiuntive: sospenderlo settimane prima dell’intervento di un dentista, ad esempio. Prepararsi la documentazione e le fiale e tenerle al fresco in caso di viaggio in aereo. Non esporsi al sole.
Insomma, una vita un po’ diversa a quella a cui sono abituato.

Io ho preferito la seconda via: le strade alternative.

Che non sapevo quali fossero, ovviamente. Non starò a tediarti su come io ci sia arrivato, ma ti basti sapere che normalmente sono ipersensibile a moltissimi farmaci. Per dire, per un periodo mi è stato prescritto il cortisone alla dose minima possibile, proprio per limitare l’infiammazione del corpo.
Il cortisone viene usato anche in caso di allergie per limitare gli effetti drammatici della reazione allergica.

Bene, io ho scoperto di essere sensibile persino al cortisone. Ho accumulato una buona parte degli effetti collaterali conosciuti, dopo di che d’accordo col medico ho sospeso ogni trattamento.

Non sono una persona che rifiuta i farmaci a priori o ne ha pregiudizio. Quelli che tollero, li prendo o comunque di solito li provo prima di cercare strade alternative. Per farti capire, ho fatto e continuo a fare tutte le vaccinazioni possibili.

Ma per il biologico il concetto era davvero semplice: se a me danno problemi persino il cortisone, gli sciroppi per la tosse, gli antibiotici, i farmaci anti-reflusso che prendono milioni di persone senza problemi, cosa mi accadrebbe con con l’assunzione a vita di un biologico? E, se questo mi facesse bene ma mi desse problemi, cosa mi garantisce che il tentativo successivo, con un farmaco diverso, non sarebbe persino peggiore?
(Nota: alla prima somministrazione di biologico di solito vengono fatte dosi da cavallo di cortisone, a cui come detto non reagisco bene).

Dopo anni di tentativi, ho trovato la mia soluzione con questa formula.

  • Esposizione al sole anche in inverno (viaggiando il più possibile nelle isole Canarie, sud della Spagna, luoghi con clima secco e caldo non estremo).
  • Dieta anti-infiammatoria (il più possibile; qui ci vorrebbe un articolo a parte).
  • Attività fisica il più possibile, anche moderata (sembra un controsenso, perché si ha dolore, ma sul lungo termine aiuta)
  • Prodotto ayurvedico usato per la cura dell’artrite da centinaia (forse migliaia) di anni in India. Si chiama Trayodashang Guggulu.

Parlando del prodotto ayurvedico, c’è da dire che in Italia non si trova.

  • Ashwagandha: Withania (o Ginseng indiano) – Withania somnifera
  • Hauber: Haritaki (Mirobalano) – Terminalia chebula
  • Giloy Satva: Estratto di Tinospora (o Amrita) – Tinospora cordifolia
    • “Satva” indica l’estratto puro o l’amido della pianta.


  • Shatavar: Asparago selvatico (o Shatavari) – Asparagus racemosus
  • Shudha Vidhara: Estratto purificato di Ipomea – Argyreia nervosa
    • “Shudha” significa purificato.


  • Gokhru: Tribolo terrestre – Tribulus terrestris
  • Rasna: Alpinia (o Vanda) – Alpinia galanga (spesso identificata come Pluchea lanceolata in Europa).
  • Saunf: Finocchio – Foeniculum vulgare
  • Kachur: Zedoaria (o Curcuma zedoaria) – Curcuma zedoaria
  • Ajwain: Semi di Carvi (o Ajowan) – Trachyspermum ammi
  • Sonth: Zenzero secco – Zingiber officinale
    • “Sonth” è specificamente la radice di zenzero essiccata.


  • Shuddha Guggulu: Resina di Commifora purificata (o Mirra indiana) – Commiphora wightii
  • Babul: Acacia (o Gomma arabica) – Acacia nilotica

L’assunzione di questo prodotto, già dopo un mese ha calmato molto il dolore dell’artrite, mi ha dato lucidità mentale e più voglia di fare. Se ne interrompevo l’assunzione, la vita diventava impossibile.

Effetti collaterali. Una fame da lupo. Mai provata una fame simile, che è difficile da contenere (ma d’altra parte, tante persone prendono peso anche col biologico…).

Dopo circa 15 anni di assunzione (10 anni assunzione sporadica, 5 a dose massima che è scritta sulla confezione), l’artrite è andata in remissione (fine maggio 2025).
Nota: anche le altre cose che ho descritto, e che continuo tutt’ora a fare, hanno giocato un ruolo importante, il Trayodashang da solo non basta.

Ora sai come è andata per me.

Spero che questo articolo ti spinga a fare le ricerche del caso e valutare con l’aiuto di un medico se la mia esperienza ha qualche valore oppure no.

Ma ricorda: io non vendo niente, non ho bisogno di convincerti di nulla. Se, però, questo articolo ti ha aiutato, condividilo e lascia un commento, aiuterà gli algoritmi a farlo leggere il più possibile.

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@salute

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def con 32 – disenshittify or die! how hackers can seize the means of computation – cory doctorow [2024]

The enshittification of the internet wasn’t inevitable. The old, good internet gave way to the enshitternet because we let our bosses enshittify it. We took away the constraints of competition, regulation, interop and tech worker power, and so when our bosses yanked on the big enshittification lever in the c-suite, it started to budge further and further, toward total enshittification. A new, good internet is possible – and necessary – and it needs you.

; Cory Doctorow explains the lifecycle of platform enshittification, detailing how companies move from benefiting users to exploiting them. The talk examines the mechanisms of algorithmic twiddling and how these digital systems lock in users while reducing service utility ;
#competition #CoryDoctorow #DEFCON #DEFCON32 #disenshittification #disenshittify #DisenshittifyOrDie #enshittification #hack #hackers #hacking #internet #interop #regulation #theOldInternet #totalEnshittification #unions #workerPower

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Barletta esiste, Guia Soncini non se n’è accorta

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Barletta esiste.

Barletta esiste. L’amianto, purtroppo, pure.

Nel suo articolo su Barletta, Guia Soncini racconta le diciotto ore di «paura e delirio» trascorse in città dopo l’annullamento del concerto di Jovanotti.

La città conosce il problema da molto prima del concerto annullato di Jovanotti. L’area dell’ex cartiera era già stata interessata da interventi di bonifica.

Anzi, Barletta ha probabilmente più difetti di quanti Soncini sia riuscita a scoprirne nelle sue diciotto ore di paura e delirio.

Però no: Foggia non è New York e le Maldive rispetto a Barletta.

Mi dispiace per Foggia. Foggia è Foggia.

Barletta è Barletta.

E non perché noi barlettani siamo particolarmente bravi a vendercela. Se lo fossimo, probabilmente avremmo meno bisogno di articoli come questo per ricordarci cosa abbiamo.

Ma c’è un problema: se davvero si cerca su Google «cose da fare a Barletta», qualcosa esce.

Escono il Castello, il Colosso, Palazzo della Marra, la Pinacoteca De Nittis, la Cattedrale, il centro storico.

E allora forse il problema non è che a Barletta non ci sia niente da fare.

Forse sono cose che non interessano a Guia Soncini.

Ed è perfettamente legittimo.

Barletta è stata uno dei porti d’imbarco verso la Terrasanta, ha conosciuto la presenza di ordini religioso-cavallereschi, conserva il gigantesco Colosso bronzeo tardoantico e un castello monumentale legato anche alla storia federiciana.

È la città di Giuseppe De Nittis.

Guia Soncini è stata nella città di De Nittis e non sapeva cosa fare.

Che sfiga.

Sulla Disfida, invece, ha ragione: il combattimento si svolse nel territorio di Trani. È una cosa che sappiamo anche noi. Non abbiamo mai sostenuto che Ettore Fieramosca e i suoi compagni si siano affrontati davanti al Comune aspettando che si liberasse un parcheggio.

Si chiama Disfida di Barletta perché la vicenda nacque qui, dove si trovavano i protagonisti e dove avvenne il banchetto che portò alla celebre provocazione.

Federico II, invece, a Barletta ci veniva.

E sorprendentemente vi trovava qualcosa da fare. Per esempio, a Barletta ha annunciato la Sesta Crociata.

Diciotto ore, due strade e una città intera


A rileggere l’articolo, però, più che Barletta a colpirmi è la poca curiosità con cui Soncini sembra averla attraversata.

Sceglie una suite a pochi minuti a piedi dalla stazione. Arriva in treno, percorre sostanzialmente il tragitto necessario per raggiungerla, incontra un automobilista che la insulta e quell’uomo diventa immediatamente un campione rappresentativo dell’«accoglienza della città».

Poi cerca un bar nella piazza della stazione.

È chiuso.

Ne cerca un altro dall’altra parte della piazza.

Chiuso pure quello.

Conclusione: «Solo in un luogo che non esiste alle sei di pomeriggio i bar sono tutti chiusi».

No, Guia.

Erano chiusi quei due bar.

È leggermente diverso.

Peraltro era lunedì 17 agosto, dopo un Ferragosto caduto di sabato e una domenica immediatamente successiva. Non è esattamente inconcepibile che qualche commerciante avesse approfittato di quei giorni, con molti barlettani fuori città, per concedersi qualche giorno di ferie.

Sarebbe bastato svoltare l’angolo.

L’impresa più difficile: non trovare un bar a Barletta


Perché qui arriviamo al risultato più straordinario delle diciotto ore di Soncini.

Non trovare un bar aperto a Barletta.

Barletta è la città dei bar.

Il centro, soprattutto la sera, è pieno di persone che affollano le strade, i locali, american bar e pub. Talmente pieno che uno dei problemi di cui dovremmo discutere seriamente è semmai l’opposto: una socialità giovanile fortemente concentrata nella movida e nel consumo di alcol, mentre droga e spaccio costituiscono una presenza tutt’altro che immaginaria. Negli ultimi anni la città ha conosciuto anche fatti di cronaca molto gravi.

Quindi no: i bar non mancano.

Soncini è riuscita semplicemente a non trovarli.

Ed è un talento.

Racconta anche di avere il telefono ormai scarico e di non riuscire a ricaricarlo.

Qualche giorno fa ero in un bar di Barletta. Un cliente ha chiesto al barista se potesse collegare il telefono a una presa.

«Certo».

Fine dell’avventura.

Forse ogni tanto parlare con le persone aiuta.

Executive, suite e altre necessità


C’è poi una frase meravigliosa.

Soncini cerca un posto Executive sul Frecciarossa e lo trova pieno:

«Ogni volta che la Executive è piena mi faccio molte domande su come facciano gli italiani a fare la vita che fanno con gli stipendi italiani».

È una domanda interessante.

Ma l’Executive del Frecciarossa 1000 ha dieci posti.

Dieci.

Dieci persone.

Può tranquillizzarsi: la rivoluzione sociale non è ancora avvenuta e lei è ancora una privilegiata.

E qui comincio anche a capire meglio i 212 euro e cinquanta del Palazzo Garibaldi.

Una suite che normalmente può avere prezzi molto inferiori, prenotata nella notte di uno dei maggiori eventi dell’estate barlettana, con migliaia di persone attese in città.

Duecentododici euro restano, a mio parere, una follia.

Ma non è esattamente sorprendente che domanda eccezionale e offerta limitata facciano esplodere i prezzi.

È uno degli effetti peggiori dei grandi eventi.

Barlettani che non hanno voglia di lavorare


C’è invece una battuta che mi diverte meno.

«I barlettani voglia di lavorare quanta i bolognesi».

No.

A Barletta manca il lavoro molto più di quanto manchi la voglia di lavorare.

È stata una città di contadini, marinai, pescatori, artigiani e operai. Una città nella quale ancora oggi c’è chi, quando arriva settembre e i turni glielo permettono, la mattina va a fare la vendemmia per aggiungere qualche soldo allo stipendio.

Il problema è un’offerta lavorativa troppo spesso precaria, povera e malpagata.

E quando una città offre poche prospettive, i giovani non smettono di avere voglia di lavorare.

Se ne vanno.

Sui taxi: colpevoli


Qui nessuna arringa difensiva.

Barletta ha pochi taxi, un trasporto pubblico migliorabile e quella dipendenza dall’automobile tipica di molte città medie meridionali. Prendiamo la macchina anche per percorsi brevi, intasiamo le strade e poi ci lamentiamo del traffico.

È un problema vero.

Il tassista senza POS che pretende i contanti e trattiene la valigia finché non li vede, invece, è un personaggio talmente perfetto che non proverò neanche a sottrarlo alla letteratura sonciniana.

Soncini dovrebbe semmai ritenersi fortunata.

Di personaggi barlettani ne abbiamo molti altri.

E alcuni sono decisamente peggio.

Quanto all’albergo in campagna, anche lì bisogna riconoscere la portata della sfortuna: finire fuori città proprio nella sera in cui moltissime camere cittadine erano state prenotate per un concerto poi annullato, e quindi risultavano occupate sulla carta anche quando i clienti non sarebbero arrivati.

In compenso le hanno trovato una birra alla spina.

In un albergo in campagna.

Che culo.

I barlettani, i romagnoli e gli stronzi


Soncini sostiene che la Romagna sia «uno dei posti più brutti del mondo» e paragona il suo mare al risciacquo dei panni sporchi.

Poi spiega che il problema di Barletta sarebbero i barlettani scortesi.

Non aggiungerei altro.

Il problema dell’Avvelenata


Guia Soncini dirige una rubrica che si chiama L’Avvelenata.

Il nome, bisogna riconoscerlo, è onesto.

E leggendo le sue diciotto ore barlettane viene quasi da pensare che possieda un talento particolare nell’attirare disastri: l’amianto cancella il concerto, il B&B evapora, il telefono muore, i bar chiudono, il taxi è uno solo, il tassista non ha il POS, l’albergo sembra l’Overlook e infine persino il letto si apre in due durante la notte.

A un certo punto non sai più se stai leggendo un reportage o Fantozzi contro tutti.

Perché quasi tutto ciò che Soncini incontra viene interpretato nella maniera peggiore possibile.

Un automobilista maleducato diventa l’accoglienza di Barletta.

Un tassista diventa la voglia di lavorare dei barlettani.

Un B&B diventa l’ospitalità cittadina.Due bar chiusi diventano una città senza bar.Una ricerca su Google diventa una città senza cose da fare.

Diciotto ore dovrebbero descrivere Barletta. Solo che non sono diciotto ore trascorse a conoscere una città: sono diciotto ore trascorse cercando una stanza, un taxi, una presa elettrica e infine una via di fuga. Barletta era fuori dalla finestra e neanche l’ha vista.

Guia Soncini e la fatica di girare l’angolo


Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata.

Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata. È che per raccontare una città bisognerebbe almeno provare a scoprirla. E dalle diciotto ore raccontate da Soncini non sembra che Barletta abbia avuto questa fortuna.

Non è un delitto. La comodità piace a tutti, soprattutto quando possiamo permettercela. Ma se per tornare a Bologna contempli soltanto l’Executive del Frecciarossa, quella con una manciata di poltrone; se per una notte prenoti una suite a pochi minuti dalla stazione anche quando costa 212 euro e cinquanta; se cerchi un bar in piazza, ne trovi due chiusi e stabilisci che a Barletta i bar non esistono; se attraversi due strade, un automobilista ti dà del camion e hai già raccolto materiale sufficiente per descrivere l’accoglienza di sessantamila abitanti, forse Barletta non è la città ideale per te.

Richiede uno sforzo terribile.

Bisogna camminare.

Magari girare l’angolo.

Qualche volta persino parlare con qualcuno.

E questo spiega forse anche perché Soncini sia riuscita nell’impresa di passare due volte da queste parti — entrambe per Jovanotti — senza accorgersi che nella città in cui «non c’è niente da fare» ci sono il Castello, il Colosso, la Cattedrale, Palazzo della Marra e De Nittis.

Forse Jovanotti non dovrebbe tornare a Barletta


Forse dovremmo davvero chiedere a Jovanotti di non tornare.

Non per qualcosa contro di lui. Ma i grandi eventi hanno già un difetto evidente: concentrano migliaia di persone in una città in una sola giornata, saturano la ricettività e consentono a una camera che normalmente costa molto meno di arrivare a 212 euro e cinquanta. Se poi portano anche visitatori che arrivano esclusivamente per il concerto e, saltato quello, considerano tutto ciò che li circonda un fastidioso inconveniente geografico, possiamo tranquillamente farne a meno.

Barletta avrebbe bisogno di meno turismo mordi e fuggi e di più persone curiose.

Perché Barletta esiste anche quando Jovanotti non canta.

E per una eventuale terza visita avrei comunque trovato la soluzione perfetta per Guia Soncini.

La Star Clipper.

Un grande veliero da crociera che proprio nel 2026 ha cominciato a fare scalo nel porto di Barletta.

È perfetto per lei.

Niente B&B da raggiungere a piedi. Niente disperate esplorazioni oltre i confini della piazza della stazione. Niente necessità di cercare una presa elettrica in un bar. E soprattutto nessun rischio di scoprire che una delle pochissime poltrone Executive del Frecciarossa è già occupata da qualcun altro.

La nave arriva praticamente davanti al Castello.

A quel punto, però, resta un ultimo ostacolo.

Bisogna scendere.

#Barletta

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Una capitale per due


La vacanza di quest’anno ha avuto come destinazione Parigi. Per me era la seconda volta nella Ville Lumiére, per Claudia la prima. La prima volta che l’ho visitata, ero piccolo (avevo forse 11 anni) e quest’anno è stato un po’ come riscoprirla, anche perché, fatto salvo per la Tour Eiffel, ho pochi ricordi di quella giornata a Parigi (eravamo in Francia principalmente per Disneyland Paris e Parigi era una tappa collaterale).

I monumenti


In primis, voglio parlare dei monumenti. Che sono, a tutti gli effetti, il motivo principale per cui si va a Parigi. La città è grande, ma i monumenti maggiori sono tutti nello spazio di qualche chilometro. Raggiungerli a piedi è piuttosto facile (faticoso, ma facile), ma è quasi un peccato non sfruttare il sistema di trasporto pubblico della capitale francese.

Le sacre cœur


La basilica del Sacro Cuore (basilique du Sacré-Cœur) è uno dei simboli di Parigi. Arroccata sulla collina di Montmartre, spicca sulla città e dal suo sagrato si può godere di una bella vista dei tetti e dei palazzi più alti. La scalinata per raggiungerla è piuttosto ripida e quasi tutta al sole, ma volendo c’è una comodissima (e gettonatissima, vista la fila) funicolare per raggiungere la sommità.

Torre Eiffel

La tour Eiffel vista da Trocadero
La tour Eiffel tra i palazzi di Parigi

La torre Eiffel (tour Eiffel) è il simbolo di Parigi per eccellenza, un po’ per la sua struttura particolare, un po’ per i suoi 127 anni di storia, un po’ perché si staglia nel bel mezzo del nulla. Chi frequenta i social avrà quasi sicuramente visto le centinaia di video tutti uguali che mostrano la torre Eiffel che appare da dietro i palazzi mentre si è in treno. Ecco, quella vista va benissimo per i video, un po’ meno per la vita reale: è visibile solo se si è seduti perché da in piedi la sommità della torre è nascosta dalla carrozza, la si vede per qualche secondo prima che sparisca di nuovo e non si ha il tempo per ammirarla davvero. Per vederla al meglio consiglio di prendere la metro di scendere alla fermata Trocadero. Quando si esce dalla metropolitana, la torre è nascosta da palazzo Chaillot (Palais de Chaillot), ma basta fare qualche passo per vederla stagliarsi in tutto il suo splendore e avere il tempo per ammirarla con calma.
Se da lontano è grande, da sotto è immensa ed è indescrivibile la sensazione di sentirsi piccola tra le sue gambe.

L’abbiamo vista anche illuminata, da lontano, ma l’effetto migliore lo dà di giorno, secondo me.

Arco di Trionfo


L'Arco di Trionfo

Insieme alla torre Eiffel, l’Arco di Trionfo (Arc de Triomphe) è uno dei simboli di Parigi. Di fatto non è molto più che un arco monumentale, posto alla fine dell’avenue des Champs-Élysées e sta su una direttrice immaginaria che collega l’Arco di Trionfo del Carrousel, l’obelisco di Luxor di Place de la Concorde, l’Arco di Trionfo e l’Arco de La Défense.

L’obelisco di Luxor


L’obelisco di Luxor è stato donato alla Francia nel 1830 e da allora si trova a Place de la Concorde, poco fuori dal giardino delle Tuileries. Si staglia nel mezzo del nulla ed è a mio parere un po’ lasciato a sé stesso: se sai cos’è lo ammiri, se non lo sai è solo un obelisco in una città da 2 milioni da abitanti. Peccato.

Notre Dame

Facciata di Notre Dame
Navata principale di Notre Dame
Una finestra finemente decorata fa da sfondo alla statua di un guerriero

La cattedrale di Notre-Dame è nota a tutti, prima per il romanzo di Victor Hugo, poi per i numerosi adattamenti più o meno fedeli (tra cui quello della Disney, molto poco fedele) e nel 2019 per il grave incendio che ha distrutto la guglia principale della chiesa. Nel frattempo è stata ricostruita e la chiesa è tornata al suo aspetto che tutti conosciamo. Ma se l’esterno è monumentale, l’interno è incredibile, minuziosamente decorato e con tanta luce che penetra dalle finestre colorate (sono un po’ di parte perché adoro l’arte gotica, ma la bellezza delle finestre è innegabile).

La Sainte Chapelle

Interno della Sainte Chapelle con finestre finemente decorate
Rosone colorato della Sainte Chapelle
Soffitto e vetrate colorate della Sainte Chapelle

La Sainte-Chapelle è un monumento che mi sento di definire minore, perso un po’ tra tutto quello che Parigi ha da offrire. Però è un piccolo (molto piccolo) gioiellino che vale la pena visitare.

La reggia di Versailles


L'esterno della reggia di Versailles

Anche la reggia di Versailles è molto nota, sebbene non sia a Parigi ma a Versailles (chi l’avrebbe mai detto?). Però devo dire di essere stato molto deluso dalla visita. Innanzitutto la gestione della cosa è piuttosto scarsa, con centinaia di persone lasciate al sole senza un briciolo d’ombra (due ombrelloni non deturpano certo il paesaggio), ma all’interno ho trovato un ambiente molto spoglio e poco valorizzato. Tolta la sala degli specchi e la sala delle battaglie, le altre stanze avevano poche didascalie e quelle che c’erano erano molto confusionarie e non si capiva a cosa si riferivano. La cosa più imbarazzante, però, è stata trovare un’opera di arte moderna (una sottospecie di tetramino) in una stanza.

Il Panthéon

Il pendolo di Foucault
La statua di Voltaire davanti a un sarcofago in legno
Il sarcofago ligneo di Rousseau
Le tombe di Pierre e Marie Curie

Al Panthéon non ci saremmo dovuto andare, ma dopo aver scoperto che conteneva il celebre pendolo di Foucault è diventato tappa obbligata. E da tappa improvvisata si è trasformato in una tappa molto interessante: innanzitutto è una chiesa sconsacrata da anni che ora funge da museo, ma, soprattutto, contiene le tombe di francesi illustri che sono stati sepolti lì o ci sono stati traslati. Quella che doveva essere una visita di qualche minuto al pendolo di Foucault si è trasformata nella visita di un’ora e mezza alle tombe di Voltaire, Rousseau, Braille, Pierre e Marie Curie, Hugo e Zola.

I musei


Parigi dal’800 è stata centro dell’arte mondiale e i suoi due musei più famosi non sono da perdere.

Museo del Louvre

La piramide di ferro fuori dal Louvre
La nike di Samotracia, una statua a cui mancano braccia e testa

Dipinto del Caravaggio che ritrae un'indovina che legge la mano a un giovane
Dipinto del Caravaggio che ritrae un uomo in armatura nera

Dipinto del Caravaggio che ritrae la Madonna morta
Dipinto "La zattera della Medusa" di Gericault, in cui molti uomini sopravvissuti a un naufragio chiedono aiuto da una zattera
Statua di Amore e Psyche, in cui un maschio alato sta baciando una ragazza sdraiata

Famosissimo per la sua piramide di vetro, il museo del Louvre contiene dei manufatti artistici che tutti abbiamo visto sui nostri libri di scuola. Ma vederli dal vivo è tutta un’altra cosa: innanzitutto perché sulla pagina la dimensione reale è quasi impossibile da rendere, ma soprattutto per l’estasi nel vedere delle opere così importanti.

Oltre all’arcinoto ritratto della Gioconda (che è piccolo, ci sono una coda di quasi un’ora per vederla da vicino per 20 secondi e dei paraventi per impedire di fermarsi al lato della coda per fare le foto), io e Claudia siamo stati estasiati da tre quadri del Caravaggio (un po’ per il campanilismo di vedere le opere di un tuo concittadino e un po’ perché è uno degli artisti più importanti a cavallo tra il ‘500 e il ‘600) la Nike di Samotracia (bellissima), La libertà che guida il popolo e il mio quadro preferito in assoluto: La zattera della Medusa che sapevo fosse grosso, ma vederlo dal vivo è gigantesco.

Museo d’Orsay

Interno del Museo d'Orsay
Orologio del Museo d'Orsay

Dipinto impressionista della cattedrale di Rouen
Dipinto della camera al manicomio di Arles di Van Gogh
Autoritratto di Van Gogh
Dipinto "La notte stellata" di Van Gogh

Dipinto "Le ballerine" di Degas
Dipinto "L'assenzio" di Degas
Dipinto "Il circo" di Georges Seurat

Dipinto "Femmine sulla spiaggia" di Gauguin
La "Porta dell'Inferno" scolpita da Rodin

Il museo d’Orsay è immancabile per la sua collezione di opere dei pittori impressionisti (anche quelle viste sui libri di scuola) e di statue. Anche se è famoso per essere ospitato in una vecchia stazione (la struttura mantiene ancora in tutto e per tutto quella configurazione aperta) vedere dal vivo tutte quelle opere è incredibile e mozzafiato. Anche Claudia, che di solito i musei li vede alla velocità della luce, si è persa tra le sale, andando avanti e indietro, cercando, riguardando, fermandosi, osservando… È proprio un bel museo. Poi noi abbiamo avuto un po’ di sfiga perché è mancata la luce per quasi una mezz’ora, ma ce lo siamo goduti comunque.

L’Opera Garnier

Il teatro dell'Opera Garnier
Soffitto e candelabro del teatro: la cupola centrale è decorata da un dipinto di Magritte

Costume di scena per Parsifal: un'armatura con delle ali variopinte
Costumi di scena per Platée: due rane antropomorfe in abiti umani
Un salone da ballo

L’Opéra Garnier è strana perché non è un classico palazzo del teatro. Cioè, lo è e il teatro c’è, ma rispetto alla struttura, il teatro in sé è molto piccolo. Tutto intorno ci sono delle sale grandissime e spettacolari, da togliere il fiato. Una delle cose che mi è piaciuta di più è stata l’esposizione dei costumi di scena delle varie opere che negli anni sono state rappresentate.

Trasporti


Parigi è forse una delle città dove i trasporti funzionano meglio (da turista). Oltre a un’eccellente linea di treni metropolitani praticamente capillare, ci sono tantissime linee di autobus che si intersecano più volte e tantissimi chilometri di piste ciclabili. È davvero incredibile come una capitale così grande si sia rivoluzionata nel trasporto passeggeri.

Cibo


Parliamo del cibo. Premesso che i prezzi non sono per nulla popolari (ma è pur sempre una capitale), per la maggior parte devo dire che i francesi non sono così male a cucinare come ce li presentano i nostri stereotipi cisalpini. Sì, hanno sempre la pasta come contorno, ma se è cotta e condita si può considerare un piatto unico e non è nemmeno troppo male. L’unica cosa negativa è che hanno davvero tanta carne in menu e i menu sono anche piuttosto ripetitivi (o siamo solo stati poco capaci di cercare ristoranti che non fossero apposta per turisti, però sembravano ben frequentati anche dai francesi che fanno aperitivo fino alle 9, ma a che ora cenano?).

Le persone


Veniamo al punto più strano. Sempre partendo dai nostri stereotipi cisalpini, ci aspettavamo una città ostile, specie con la lingua. Invece sono stati tutti gentilissimi e alla mano. Sia Claudia che io abbiamo studiato francese per qualche anno (Claudia 5 anni alle superiori, io 3 anni alle medie e nell’ultimo anno di lavoro ho fatto un ripassone), ma non possiamo certo dirci fluenti. Commettevamo molti errori, capivamo con difficoltà (parlano molto veloce i francesi e a mezza bocca), ma tutti ci venivano incontro, ripetendo lentamente e usando anche gesti ampi. Ci siamo sentiti molto accolti ed è una bella sensazione quando si è turisti in una città straniera.

Nota negativa ai turisti, francesi e non, che non sanno minimamente come comportarsi nei musei: gente che tocca le opere, gente che fa salire i figli o i nipoti sulle mura storiche del Louvre… Ecco, ho imprecato parecchio. Poi al museo d’Orsay non mi sono trattenuto e ho sgridato due turisti che stavano toccando insistentemente una statua. Non mi pento di nulla.
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