Guerra Profonda: perché il nuovo libro di Arturo Di Corinto merita l’attenzione della community cyber
@Informatica (Italy e non Italy)
Il settore della cybersecurity è spesso vittima di una visione riduttiva del conflitto digitale. Quando si parla di minacce informatiche si tende infatti a pensare quasi esclusivamente a malware, ransomware,
Guerra Profonda: perché il nuovo libro di Arturo Di Corinto merita l’attenzione della community cyber
Il settore della cybersecurity è spesso vittima di una visione riduttiva del conflitto digitale. Quando si parla di minacce informatiche si tende infatti a pensare quasi esclusivamente a malware, ransomware, vulnerabilità e attacchi alle infrastrutture critiche. Eppure la realtà degli ultimi anni ha dimostrato che il cyberspazio è soltanto una delle dimensioni attraverso cui si sviluppano i conflitti contemporanei.Con il libro Guerra Profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, in uscita il 5 giugno per Luiss University Press, Arturo Di Corinto propone una riflessione che va ben oltre la tradizionale analisi della sicurezza informatica, portando il lettore all’interno di quel territorio sempre più sfumato dove tecnologia, informazione, psicologia e geopolitica si intrecciano (ordinabile già ora in pre-vendita).
Per chi conosce il percorso professionale dell’autore, non si tratta di un salto nel vuoto. Giornalista, divulgatore, docente e ricercatore nel campo della cybersecurity e dei diritti digitali, Di Corinto ha raccontato per anni l’evoluzione della rete, delle minacce informatiche e dei rapporti di potere che si sviluppano attorno alle tecnologie digitali.
Ciò che rende particolarmente interessante questo nuovo lavoro è il tentativo di superare la distinzione tradizionale tra guerra informatica e guerra dell’informazione. Le anticipazioni disponibili descrivono infatti un’analisi delle minacce ibride in cui cyberattacchi, campagne di disinformazione, operazioni psicologiche e utilizzo dell’intelligenza artificiale diventano componenti di un’unica architettura conflittuale.
È un approccio che risulta particolarmente attuale. Negli ultimi anni abbiamo osservato come gli attori statuali e non statuali abbiano progressivamente integrato strumenti tecnici e cognitivi nelle proprie operazioni. L’obiettivo non è più soltanto compromettere sistemi informatici o interrompere servizi essenziali, ma influenzare percezioni, alterare processi decisionali, polarizzare il dibattito pubblico e modellare il comportamento delle persone.
In questo contesto il concetto di “guerra profonda” appare particolarmente efficace. Non una guerra combattuta esclusivamente nelle reti informatiche, ma un conflitto che agisce contemporaneamente sulle infrastrutture tecnologiche e sulle infrastrutture cognitive della società.
Per gli operatori della cybersecurity il valore di una lettura come questa risiede proprio nella capacità di ampliare il perimetro di osservazione. La sicurezza non può più essere considerata esclusivamente un problema tecnico. Le campagne di influence operation, l’uso malevolo dell’intelligenza artificiale generativa, la manipolazione algoritmica dell’informazione e la crescente centralità della sovranità digitale rappresentano oggi fattori strategici almeno quanto le vulnerabilità software o gli exploit zero-day.
Il libro sembra inoltre inserirsi in un dibattito particolarmente rilevante per l’Europa: quello relativo all’autonomia tecnologica e alla capacità degli Stati di governare infrastrutture, dati e sistemi di intelligenza artificiale in un contesto caratterizzato da una crescente competizione geopolitica.
Per chi lavora nella threat intelligence, nella sicurezza nazionale, nella gestione del rischio o nella protezione delle infrastrutture critiche, Guerra Profonda promette quindi di offrire una chiave di lettura utile per comprendere come le minacce del XXI secolo stiano evolvendo verso forme sempre più ibride e multidimensionali.
In un’epoca in cui ransomware, campagne di disinformazione, deepfake, operazioni psicologiche e intelligenza artificiale convergono all’interno dello stesso ecosistema di minaccia, la vera sfida non è soltanto difendere reti e sistemi, ma comprendere il modo in cui viene attaccata la fiducia stessa su cui si fondano le nostre società digitali.
Ed è probabilmente proprio questa la domanda più interessante che il nuovo lavoro di Arturo Di Corinto sembra voler porre al lettore: siamo davvero preparati a riconoscere i nuovi campi di battaglia del mondo digitale?