E l’oro italiano a New York?


L’Olanda riduce l’oro custodito in Nord America e lo sposta soprattutto verso Londra, parlando esplicitamente di diversificazione del rischio e preparazione alle crisi geopolitiche.

E l’Italia?

Abbiamo 2.452 tonnellate d’oro: il 44,86% è in Italia, ma ben il 43,29% è custodito negli Stati Uniti. Altre quote sono nel Regno Unito e in Svizzera.

La diversificazione quindi già esiste, ma l’esposizione verso gli USA non è affatto marginale. Visto ciò che stanno facendo Olanda e Francia, forse avrebbe senso almeno chiedersi se una quota così grande a New York sia ancora il miglior equilibrio tra liquidità, sicurezza e rischio geopolitico.

Non necessariamente riportare tutto a Roma: magari semplicemente distribuire meglio il rischio.

L’Olanda sposta parte delle riserve auree dal Nord America a Londra

Banca d’Italia: dove sono custodite le riserve auree italiane

#Oro #BancaDItalia #Economia #Geopolitica
@Attualità, Geopolitica e Satira @Elezioni e Politica 2026

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La transizione elettrica è soprattutto una transizione verso la gestione dell’energia.


Con un’auto a benzina il modello è semplice: consumi carburante, cerchi un distributore, ti fermi e fai il pieno. E sotto il cofano hai un sistema meccanico complesso, con molte parti in movimento, fluidi, filtri e componenti soggetti a manutenzione.

Con un’auto elettrica cambia il paradigma.

La manutenzione meccanica si riduce parecchio, ma bisogna imparare qualcosa di nuovo: gestire l’energia.

Se usi una EV esattamente come una benzina, probabilmente finirai per aspettare davanti a una colonnina. Se invece cambi abitudini, spesso l’auto si ricarica mentre tu stai facendo altro.

Ricarichi mentre dormi in albergo.
Ricarichi mentre sei al lavoro.
Ricarichi mentre fai la spesa.
Durante un viaggio lungo, attacchi l’auto alla HPC, prendi un caffè, vai in bagno, fai due passi. Quando torni, hai recuperato buona parte dell’energia necessaria per continuare.

Non è più “andare a fare il pieno”. È integrare la ricarica nella propria giornata.

Ed è qui che entra in gioco l’infrastruttura.

In Paesi come Paesi Bassi e Norvegia la ricarica è ormai molto più presente nella vita quotidiana: strade, abitazioni, parcheggi, aziende e supermercati. In Italia la rete sta crescendo velocemente, ma serve ancora renderla più capillare, affidabile e soprattutto semplice da usare.

Il nuovo quadro europeo va proprio in questa direzione: lungo le principali reti TEN-T si punta a stazioni di ricarica a intervalli massimi di 60 km e a pagamenti semplici, anche senza abbonamenti obbligatori.

Oggi l’elettrico è ancora terreno ideale per pionieri, nerd e persone disposte a pianificare un po’ di più. Quelli che, in qualche modo, sono abituati a fiorire nel deserto.

Ma una vera transizione arriva quando non serve più essere pionieri.

Quando anche chi non ha nessuna voglia di studiare app, curve di ricarica o pianificatori può semplicemente parcheggiare, collegare l’auto e continuare la propria vita.

Un giorno potrebbe sembrarci normale quanto mettere il telefono sotto carica prima di andare a dormire.

E forse ci accorgeremo del cambiamento quasi dopo che è avvenuto: meno rumore nelle città, niente emissioni allo scarico e un gesto nuovo diventato banalissimo.

Parcheggiare. Collegare. Andarsene.

#AutoElettrica #MobilitàElettrica #AutoElettrica #TransizioneEnergetica #RicaricaEV #Energia #EV #BEV @Ambiente - Mobilità sostenibile e innovazione green @Motori - Gruppo Forum

"https://www.ilsole24ore.com/art/auto-elettriche-svolta-dell-unione-europea-colonnine-ogni-60-chilometri-e-pagamenti-liberi-AJxWiH0" (ilsole24ore.com/art/auto-elett…)

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USA vs A/I: Ulisse contro Troia


All'alba della decisione USA di silulare A/I non si capiva bene cosa stesse succedendo. Forse sembrava uno dei soliti attacchi ai server e tecnologia di A/I come già successo in passato.

Ma questa volta A/I contro gli USA non è Davide contro Golia. È Ulisse contro Troia.

Forse gli Stati Uniti hanno distrutto molto più valore reputazionale che capacità tecnica.

A/I nasce nel 2001 e la sua infrastruttura è stata progettata proprio per essere resiliente: server distribuiti, nodi sostituibili, codice e configurazioni in buona parte replicabili.

È A/I stessa a raccontarlo nell'Orange Book 2.

Un server si ricompra. Un dominio si cambia. Il software si reinstalla. Una nuova infrastruttura si può ricostruire.

Ventincinque anni di fiducia no.

Identità conosciute, relazioni personali, continuità del servizio e la convinzione che dietro quelle macchine ci siano davvero “quelle persone” costituiscono un capitale molto più difficile da trasferire.

Ed è qui che la designazione OFAC americana potrebbe aver colpito davvero.

Un piccolo gruppo di dissidenti o giornalisti può probabilmente spostarsi abbastanza rapidamente su nuovi sistemi. Per reti clandestine strutturate, la fiducia nell'infrastruttura e in chi la gestisce diventa invece parte dell'infrastruttura stessa.

Gli USA, insomma, non hanno dovuto abbattere le mura di Troia.

Sono entrati da un'altra parte.

@Autistici/Inventati Mi interessa soprattutto questo punto: quanto è trasferibile altrove la fiducia costruita da A/I in venticinque anni?

#AutisticiInventati #OFAC #Privacy #Cybersecurity

Quando 👍 diventa «ai miei tempi»


Una volta iniziavi a capire che stavi invecchiando quando ti veniva spontaneo dire:

«Ai miei tempi...»

Oggi invece lo capisci quando rispondi tranquillamente con 👍 e scopri che qualcuno più giovane può leggerlo come freddo, sbrigativo o perfino passivo-aggressivo.

Ecco come evolve la comunicazione.

Gli emoji sono diventati una specie di lingua franca visiva: non proprio una lingua, ma un sistema di segni condiviso da miliardi di persone.

E, proprio come le lingue, cambiano significato con il tempo, con il contesto e con le generazioni.

Forse è questa la cosa più curiosa: sono soltanto scritti, ma sono tutt'altro che immobili. Sono vivi proprio perché continuano a cambiare.

E così oggi anche un semplice 👍 può diventare il nuovo «ai miei tempi...» 😄

Le emoji spiegate – Il Post

#Emoji #Comunicazione #Linguaggio #Generazioni

Il nome cambia, il costo resta


Una volta li chiamavano fannulloni, oggi NEET.

Il termine è meno giudicante, ed è probabilmente un bene. Ma cambiare il nome non elimina il problema economico.

Una persona che per anni resta fuori dallo studio, dalla formazione e dal lavoro non partecipa alla produzione nell’economia formale, non versa contributi e spesso richiede risorse pubbliche o familiari.

Insomma: possiamo smettere di dare la colpa automaticamente all’individuo, perché dietro un NEET ci possono essere disoccupazione, cura familiare, scoraggiamento o mancanza di opportunità.

Ma il costo collettivo rimane.

Forse la domanda interessante non è più “perché questi giovani non fanno nulla?”, ma: perché una società accetta di lasciare inutilizzata così a lungo una parte del proprio capitale umano?

Non studiano e non lavorano: sempre di più le giovani Neet

#NEET #Giovani #Lavoro #Economia #società

Quando comunicare significa anche aspettare


Ed ecco la social fatigue.

Messaggi sempre più corti e veloci, notifiche continue e, soprattutto, l'aspettativa di ricevere subito una risposta. Se hai letto, perché non rispondi? Se sei online, perché non rispondi?

È curioso che una delle reazioni sia proprio tornare indietro: vecchi Nokia e dumb phone, meno notifiche e perfino applicazioni che rallentano deliberatamente la comunicazione.

Roost, per esempio, fa viaggiare i messaggi con piccioni e altri animali virtuali: a seconda della distanza e dell'animale scelto, una risposta può richiedere ore o giorni.

Forse non abbiamo bisogno di tecnologie ancora più veloci. Forse stiamo riscoprendo il diritto di non essere continuamente raggiungibili e di rispondere quando abbiamo davvero qualcosa da dire.

Addio ansia da risposta: arrivano i messaggi lenti — Focus

#digitalwellbeing #slowtech #SocialMedia #Tecnologia #Socialmedia

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Questa storia mi ha incuriosito per un motivo diverso dalla singola offesa.

Sul fatto che certe frasi siano discriminatorie e meritino una moderazione non ho molti dubbi. Ma, tolto l’insulto, rimane una domanda più scomoda.

Che cosa succede quando una misura pensata per compensare uno svantaggio viene percepita dagli altri come un vantaggio?

Università e ricerca sono ambienti estremamente competitivi. Carriere precarie, pochi posti, valutazioni continue. In un contesto simile è possibile che accomodamenti e misure compensative destinati alle persone con disabilità vengano vissuti da qualcuno come una forma di concorrenza "asimmetrica".

Non significa che questa percezione sia corretta. Una misura compensativa dovrebbe servire proprio a riportare persone con condizioni diverse verso una possibilità comparabile di partecipazione, non a regalare un risultato.

Ma dire semplicemente "questa opinione è abilista, quindi fuori" risolve il problema della moderazione e lascia intatto quello sociale.

La discussione seria, secondo me, dovrebbe essere un'altra: le misure sono proporzionate? Sono trasparenti? Mantengono gli stessi obiettivi formativi? E siamo capaci di spiegare perché esistono anche a chi non ne beneficia?

Qui entra anche la libertà di parola. Bisogna poter criticare una politica di inclusione senza trasformare quella critica in un attacco alle persone che ne usufruiscono.

È un confine difficile, ma proprio per questo vale la pena discuterne.

#Università #Disabilità #Inclusione #LibertàDiParola @macfranc


aggiungo che è giusto rendere merito ai moderatori di mastodon.social che hanno provveduto non solo a sospendere l'account, ma ha ripristinarlo dopo una richiesta di appello e, successivamente, hanno verificato la tossicità di quell'utente e hanno deciso la sospensione definitiva.

Lo sforzo di mastodon. Social è particolarmente apprezzabile anche considerando il fatto che l'utente in questione non era un utente anglofono o tedescofono e che quindi i moderatori di quel server hanno dovuto effettuare una valutazione piuttosto impegnativa prima di prendere la loro decisione.

È anche da queste cose che si vede se un sistema di moderazione funziona e se i moderatori di un server svolgono bene il loro lavoro


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in reply to Etere Dietilico

E' legato a tutto i discorso su 'ma il woke è una follia!'.
Il fondamento di questa 'follia' è proprio la domanda 'quanto alto debbo fare lo sgabello per coloro che partono svantaggiati'?
La domanda è perfettamente legittima, discuterne apertamente fa parte dei fondamentali della democrazia.
Il problema sorge quando una narrazione malevola mescola le carte e, anzichè discutere dello sgabello, mette in dubbio il diritto stesso delle minoranze ad esistere o a parlare.

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in reply to deny

@sposadelvento

Risposta breve: sono d'accordo
Risposta lunga: questo post 😅

@dietilico


la questione dell'inclusione è sempre stata spiegata male.

L'inclusione non deve essere vista come una compensazione passiva come fosse una "pensione di invalidità a scapito delle persone normali", ma come un sistema che porta diversificazione nelle società.

Non si tratta solo di una diversificazione che aiuta a crare una società migliore e meno stronza in cui la mutua solidarietà viene (giustamente) considerata come un valore e la stronzaggine viene (giustamente) considerata come un elemento antisociale; ma si tratta di una diversificazione che aiuta a rendere le società più resistenti, più complete e più forti.

Tutto questo ovviamente può portare a una sensazione di """ingiusto svantaggio per noi normali""", che è un concetto così impalpabile da non poter essere definito chiaramente (quanto svantaggio? quanto "siamo" normali noi normali?), ma che si presta benissimo alla nuova politica estrattiva della rabbia: perché se è vero che non posso definire cos'è questo svantaggio, è anche vero che quando ne parlo, il mio interlocutore riesce a immaginare immediatamente che quello svantaggio è facilmente rappresentabile dal fatto di essere uscito dalla graduatoria del concorso o del bando per "mancanza di disabilità". E questo fa incazzare facilmente la gente, anche quella che a quel concorso non avrebbe e non ha mai partecipato, ma che vive il disagio per solidarietà verso "le altre person normali come lei".

Perché i pezzi di merda possono essere anche empatici, ma di solito lo sono con i pezzi di merda come loro...

Aggiungo che questo sentimento vale anche per l'insofferenza verso lo straniero (ovviamente vale soprattutto quando lo straniero ha un fenotipo diverso)... Le persone non capiscono che lo straniero viene sovvenzionato perché riesce oggettivamente a sommare caratteristiche che caratterizzano i profili sociali da aiutare (disoccupazione, reddito basso, elevato numero di figli, maggiore incidenza di disabilità) ma anche aspetti intangibili che mediamnte migliorano la qualità della vita rispetto alle famiglie italiane (livello di benessere percepito, solidarietà famigliare o di clan, lavoro nero).
Negli USA, dove la "razza" è legalmente formalizzata proprio al fine di compensare le discriminazioni del passato, questa compensazione si trasforma in quello ch viene percepito come razzismo al contrario


in reply to deny

appunto, che se ne discuta , anche con posizioni differenti (ma sempre con reciproco rispetto, senza estremismi nè da una parte nè dall'altra ) è il sale di una democrazia . Metter il bavaglio a qualcuno significa scivolare in un autoritarismo. Puoi avere idee differenti, ma tutti possono discuterne liberamente e ognuno logicamente difenderà il proprio punto di vista. E vale per tutti gli argomenti, non solo per woke ecc.
This entry was edited (1 week ago)
in reply to Andre123

Sì, ni, be', ... tutti tutti no.

Una linea rossa c'è.
Ovvero la narrazione malevola di cui sopra.

La linea rossa è la violenza, la prepotenza, la sopraffazione.
Esempio:
' Perché non creiamo classi speciali per i bambini con disabilità ? '

Questo oltrepassa la linea rossa, tanto per fare un esempio, perché è violenza, prepotenza, segregazione.
' Il 35% di questi posti riservati alle donne secondo me è un po' troppo' invece è una posizione.

This entry was edited (1 week ago)

macfranc reshared this.

in reply to Etere Dietilico

la questione dell'inclusione è sempre stata spiegata male.

L'inclusione non deve essere vista come una compensazione passiva come fosse una "pensione di invalidità a scapito delle persone normali", ma come un sistema che porta diversificazione nelle società.

Non si tratta solo di una diversificazione che aiuta a crare una società migliore e meno stronza in cui la mutua solidarietà viene (giustamente) considerata come un valore e la stronzaggine viene (giustamente) considerata come un elemento antisociale; ma si tratta di una diversificazione che aiuta a rendere le società più resistenti, più complete e più forti.

Tutto questo ovviamente può portare a una sensazione di """ingiusto svantaggio per noi normali""", che è un concetto così impalpabile da non poter essere definito chiaramente (quanto svantaggio? quanto "siamo" normali noi normali?), ma che si presta benissimo alla nuova politica estrattiva della rabbia: perché se è vero che non posso definire cos'è questo svantaggio, è anche vero che quando ne parlo, il mio interlocutore riesce a immaginare immediatamente che quello svantaggio è facilmente rappresentabile dal fatto di essere uscito dalla graduatoria del concorso o del bando per "mancanza di disabilità". E questo fa incazzare facilmente la gente, anche quella che a quel concorso non avrebbe e non ha mai partecipato, ma che vive il disagio per solidarietà verso "le altre person normali come lei".

Perché i pezzi di merda possono essere anche empatici, ma di solito lo sono con i pezzi di merda come loro...

Aggiungo che questo sentimento vale anche per l'insofferenza verso lo straniero (ovviamente vale soprattutto quando lo straniero ha un fenotipo diverso)... Le persone non capiscono che lo straniero viene sovvenzionato perché riesce oggettivamente a sommare caratteristiche che caratterizzano i profili sociali da aiutare (disoccupazione, reddito basso, elevato numero di figli, maggiore incidenza di disabilità) ma anche aspetti intangibili che mediamnte migliorano la qualità della vita rispetto alle famiglie italiane (livello di benessere percepito, solidarietà famigliare o di clan, lavoro nero).
Negli USA, dove la "razza" è legalmente formalizzata proprio al fine di compensare le discriminazioni del passato, questa compensazione si trasforma in quello ch viene percepito come razzismo al contrario

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Linux Day: il tuo telefono non è più tuo

estelinux.serviziliberi.it/lin…

Segnalato dall'Internet User Group di #Este e pubblicato sulla comunità Lemmy @GNU/Linux Italia
#Este
Sabato 24 ottobre organizzeremo il Linux Day a Este in Sala Nassiriya, dalle 9:00 alle 18:00. Abbiamo dedicato una

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Ibrida, ma mica tanto


La chiamano “guerra ibrida”. L’esplosivo, però, era decisamente reale.

Se le prove raccolte dalla Germania reggono, a Lipsia si è oltrepassato un confine che diventa sempre più difficile chiamare semplicemente “pressione” o “intimidazione”.

Sky TG24 – Von der Leyen: l’UE deve essere pronta a rispondere alla Russia

Associated Press – La risposta europea dopo l’attacco con drone a Lipsia

@Elezioni e Politica 2026

#Lipsia #Russia #UnioneEuropea #GuerraIbrida

in reply to Etere Dietilico

Follow-up al post precedente: e se una crisi arrivasse davvero?

L’Unione Europea non dice di costruirsi un bunker. Dice una cosa molto più prosaica: prepararsi a poter essere autosufficienti per almeno 72 ore.

La strategia vale per guerre e tensioni geopolitiche, ma anche per blackout, cyberattacchi, pandemie e calamità naturali.

In pratica è bene poter contare, per qualche giorno, su:

  • acqua e cibo
  • medicinali necessari
  • torcia e radio
  • batterie e power bank
  • un po’ di contanti (circa 70-100 euro a componente familiare o adeguato alla spesa essenziale giornaliera)


Tre giorni non per giocare alla sopravvivenza, ma per lasciare ai servizi d’emergenza il tempo di occuparsi prima di chi non può cavarsela da solo.

Commissione europea – Strategia dell’Unione in materia di preparazione

Reuters – L’UE invita i cittadini a prepararsi per almeno 72 ore di emergenza

@Elezioni e Politica 2026

#UnioneEuropea #ProtezioneCivile #Sicurezza #Preparazione

simone reshared this.

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We launched a new status page running on \#UptimeKuma. You can check the status of our public facing infrastructure at status.fsf.org/status/fsf \#FSF \#tech \#FreeSoftware

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Etere Dietilico reshared this.

‘If it’s made in the US, I don’t buy it’: Canadians on boycotting Trump’s America


Avoiding US goods and services – from tech to whisky to air travel – has forced many to find a new way of living

This week the US imposed 50% tariffs on US$20bn (£15bn) of Canadian goods, and Mark Carney, the country’s prime minister, has vowed to match them “dollar for dollar” after the collapse of trade talks between the two countries last weekend. Donald Trump retaliated on Thursday by ordering the federal government to rename Lake Ontario to Lake America.

Such actions have added fuel to a widespread boycott of US products and services by Canadians that began early last year in response to the president’s trade war and threats to annex his northern neighbour.

More than 3,500 people from across Canada shared with the Guardian via an online callout how they have made changes to their lives in response to the US administration’s political and economic stance. Many expressed deep anger and sadness, but remained resolute that this was now a new way of living.

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Etere Dietilico reshared this.

So Reddit has decided that plain HTML is unsafe


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Etere Dietilico reshared this.

Cycling like the Dutch would slash the world’s carbon footprint


Dutch people cycle an average of 2.6 kilometres each per day. If this pattern was replicated worldwide, the study suggests, annual global carbon emissions would drop by 686 million tonnes.

This mammoth figure exceeds the entire carbon footprint of most countries, including the UK, Canada, Saudi Arabia and Australia.

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in reply to silence7

I am strongly leaning toward beginning to take practical steps to someday move to the Netherlands because, even ignoring the ugly US political climate (which let's be real, is probably not going anywhere good anytime soon), I came to realize as a bike commute lover that I will always be miserable in this country unless I relocate somewhere where I can bike more freely.