CI PENSA GIAN CARLO CASELLI
Un GRANDE MAGISTRATO mette nero su bianco che il ministro Nordio, e dunque lo sgoverno Meloni, non ha fatto nulla per migliorare le sorti della GIUSTIZIA nel nostro paese. Ma le evidenze ci sono tutte. I magistrati sono pochi e oberati di lavoro con personale e attrezzature a dir poco carenti. I processi hanno durate “geologiche” e la giustizia non è spesso garantita. La lotta alla criminalità organizzata non è più una priorità ed infatti, pochi giorni fa, il Fatto ha rivelato che dopo gli anni passati in carcere e al 41bis, molti padrini, figli di boss, killer e gregari, sono tornati in libertà senza essersi dissociati ne pentiti.. Ma ci sono anche boss che sono tornati in libertà perché sono scaduti i termini della custodia cautelare in attesa della sentenza definitiva. E cosa dire del fatto che gli indagati debbono essere avvertiti e convocati prima dell’arresto in modo che possano agevolmente dileguarsi? Ma ci sono anche tutte le “invenzioni” per allungare i processi e giungere alla prescrizione soprattutto per chi ha buoni avvocati come in genere tutti quelli che hanno tanti soldi. Da questo sgoverno vi aspettate una proposta di modifica della COSTITUZIONE equa ed importante? Ci fanno discutere mesi, e spendere MILIONI, su una questione che riguarda una percentuale risibile di casi. Basti pensare che nel 2024 su 8817 magistrati in servizio al 31 dicembre i passaggi di funzione sono stati 42 cioè lo 0,48%!!!! E’ semplicemente uno specchietto per le allodole che però, se giungesse a compimento, metterebbe ancor più la magistratura al servizio del governo. Ma la LEGGE non dovrebbe essere uguale per tutti? Credo che Nordio e l’intero sgoverno lo abbiano dimenticato.
LE COLPE DA MUSEO DEGLI ORRORI DEL GUARDASIGILLI
GIAN CARLO CASELLI – IL FATTO – 18.02.2026
Ecco un elenco (incompleto) delle “colpe” di Nordio. I tempi della giustizia sono vergognosamente lunghi, e Nordio non ha fatto praticamente niente per ridurli. La cancellazione del reato di abuso d’ufficio, in contrasto con le direttive europee, va contro l’interesse a una Pubblica amministrazione corretta. La legge bavaglio vieta di pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare fino alla fine dell’udienza preliminare: per cui l’informazione, invece di fornire elementi obiettivi, si riduce ad ambigue interpretazioni soggettive. L’obbligo di interrogare l’imputato prima di emettere un provvedimento di cattura può incentivare la fuga e l’inquinamento delle prove. La separazione delle carriere, presentata come riforma della giustizia, è una riforma dei magistrati per renderli più “morbidi”(targata Licio Gelli). Nordio gigioneggia col fatto che è stato pm, per garantire che lui ha sempre ragione, mentre Flick ha sostenuto che è animato da una latente voglia di rivalsa verso i suoi ex colleghi. Le carceri “bruciano”, sono invivibili, i suicidi aumentano: e Nordio accetta che in uno dei tanti pacchetti Sicurezza sia sanzionata come reato la resistenza passiva, cioè non violenta, alle direttive del personale penitenziario, con il rischio di aggravare tensioni e rabbia. Secondo Nordio nella lotta alla mafia le intercettazioni sono inutili perché i mafiosi non parlano al telefono. Come Berlusconi, Nordio ha sostenuto che il concorso esterno non esiste nel codice: sarebbe un reato evanescente da rimodulare (senza spiegare come si possa rimodulare una cosa che non esiste). Ma non c’è limite al peggio. Nordio si è esibito anche in alcune performance che –per un ministro della Giustizia – sono decisamente inaccettabili. Così le frasi che definiscono il Csm come “paramafioso”, o sostengono che quando un magistrato si trova a dover essere giudicato dal Csm “se non ha un ‘padrino’ è finito, morto”. Un ministro in carica che sfregia in questo modo un organismo costituzionale presieduto dal capo dello Stato meriterebbe di essere relegato in un museo degli orrori politici. Che però non esiste, per cui… Nordio ce lo dobbiamo tenere.
di
Mauro Coltorti
MASSIMO CACCIARI NON SI TRATTIENE E SVELA LA “CRUDA VERITA'” SUL VERO RUOLO DI MATTARELLA!
MASSIMO CACCIARI NON SI TRATTIENE E SVELA LA “CRUDA VERITA'” SUL VERO RUOLO DI MATTARELLA!
Un’onda d’urto. Un terremoto che ha scosso le fondamenta del dibattito pubblico italiano, riaccendendo una discussione cruciale e, per molti, pericolosa. Al centro di questa tempesta, le parole taglienti, affilate come lame, di uno degli intellettuali più in vista del Paese. Non si è trattato di un’analisi politica come tante, ma di una vera e propria dichiarazione di guerra culturale, pronunciata in uno dei salotti televisivi più seguiti, che ha costretto milioni di italiani a riflettere sullo stato reale delle nostre istituzioni.
La scena è quella di “8 e mezzo” su La7, un palcoscenico privilegiato condotto con la consueta maestria da Lilli Gruber. Ma quella sera, il confronto ha superato ogni aspettativa. Il protagonista indiscusso è stato Massimo Cacciari. La sua presenza è sempre garanzia di analisi profonde, spesso scomode, ma questa volta le sue affermazioni hanno travalicato il semplice commento. Hanno assunto i contorni di una denuncia pubblica di rara veemenza, squarciando quello che il filosofo ha implicitamente definito un velo di ipocrisia e omissione.
L’attacco di Cacciari non è stato generico. Non ha puntato il dito contro la “politica” nel suo insieme. No, ha mirato dritto al vertice. Al Colle. Al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
È raro, nel nostro Paese, assistere a una critica così diretta e incisiva nei confronti del Capo dello Stato, la figura che per definizione incarna l’unità nazionale. Ma Cacciari non si è trattenuto. Con una lucidità spietata, ha sollevato interrogativi che molti, forse, pensano in privato ma che nessuno osa pronunciare in pubblico.
I punti focali della sua denuncia sono stati chiari. Ha parlato di una “condiscendenza inaccettabile” da parte del Quirinale nella gestione delle recenti crisi istituzionali. Secondo il filosofo, di fronte a decisioni che avrebbero richiesto fermezza, il Colle avrebbe mostrato una flessibilità che, a suo dire, mina la credibilità stessa delle istituzioni e, di conseguenza, la fiducia dei cittadini nel sistema.
Non solo. Cacciari ha rincarato la dose, parlando di un “silenzio complice” e di una “omissione” che permetterebbe a determinate pratiche di perpetuarsi indisturbate. Nella sua analisi, questo silenzio non è una semplice mancanza, un’assenza. È un’attiva complicità, un fattore che erode lentamente ma inesorabilmente le basi stesse della nostra democrazia.
E poi, la domanda che è risuonata come un tuono nello studio e nelle case degli italiani: “Dov’è il garante della Costituzione?”. Cacciari ha chiesto pubblicamente conto a Sergio Mattarella, sostenendo con forza che il Presidente, pur essendo il supremo garante della Carta, permetterebbe “che i principi fondamentali dello Stato vengano violati quotidianamente”. Un’affermazione di una gravità inaudita, che solleva un quesito fondamentale: chi vigila sul rispetto della Costituzione, se il suo garante è messo in discussione in modo così aperto?
L’analisi di Cacciari, però, è andata ben oltre la persona del Presidente. Si è trasformata in un atto d’accusa contro un intero sistema che, secondo il filosofo, ha “smarrito la bussola”, tradendo la fiducia dei cittadini. Un sistema, ha spiegato, dove la forma ormai prevale nettamente sulla sostanza, e dove le voci critiche, quelle fuori dal coro, vengono sistematicamente messe a tacere o ridicolizzate.
Ha denunciato la creazione di “emergenze costruite a tavolino”, utilizzate come strumenti per giustificare misure discutibili e, di fatto, limitare le libertà individuali e collettive. Un meccanismo pericoloso, ha avvertito, che serve a consolidare il potere di pochi a scapito dei diritti di tutti.
Nel suo j’accuse è finito anche il Parlamento, descritto come “esautorato”, spogliato del suo potere e ridotto a un mero organo di ratifica. Un “passacarte” di decisioni prese altrove. Questa debolezza della rappresentanza democratica, ha sottolineato Cacciari, svuota di significato il voto dei cittadini e allontana la politica dalla vita reale delle persone. Un parlamento debole è, per definizione, una democrazia debole.
Infine, l’affondo sui media, accusati di essere “piegati al potere”, di evitare le domande scomode, compromettendo così la loro funzione essenziale di “cani da guardia” e di informazione. Un vulnus grave, perché una cittadinanza non informata è una cittadinanza che non può partecipare consapevolmente.
La tensione nello studio di “8 e mezzo” era palpabile. I tentativi, peraltro professionali, di Lilli Gruber di arginare la piena del filosofo si sono rivelati vani, quasi impotenti di fronte alla forza delle sue argomentazioni. Cacciari non era lì per un dibattito. Era lì per lanciare un messaggio, senza filtri né compromessi.
Il momento culminante, quello che è già diventato un simbolo, è arrivato quando Cacciari ha pronunciato la frase: “Spegnatemi il microfono!”. Un’affermazione che ha lasciato tutti attoniti. Non è stato un capriccio, non una provocazione fine a se stessa. È stato interpretato da molti come il culmine della sua denuncia. Un grido di protesta estremo contro quel “silenzio complice” che, a suo dire, soffoca il dibattito reale nel Paese.
“Spegnatemi il microfono” è diventato, in pochi istanti, il simbolo della frustrazione di milioni di cittadini che si sentono inascoltati, che vedono le loro preoccupazioni ignorate da un sistema che sembra non voler sentire le voci fuori dal coro. Un gesto che ha travalicato il contesto televisivo per diventare un’icona di resistenza intellettuale.
L’episodio, come prevedibile, ha generato un’onda d’urto immediata sui social media, con un dibattito infuocato. Ma, come sottolineato da molti osservatori, la reazione dei principali quotidiani italiani è stata, per usare un eufemismo, “imbarazzata”. Si è tentato di minimizzare l’evento, di ridurlo a una “provocazione”, a un “eccesso di retorica” del filosofo. Una reazione che, involontariamente, sembra quasi confermare una delle tesi di Cacciari: quella di un sistema mediatico che fatica a gestire il dissenso radicale, specialmente quando tocca i vertici dello Stato.
L’intervento di Cacciari non è stato solo un momento di televisione. È stato un campanello d’allarme. Ci piaccia o no, ha dimostrato come la parola, anche se scomoda e controcorrente, possa ancora scuotere le coscienze e mettere in discussione lo status quo. È un monito potente sul valore del pensiero critico in una società che tende sempre più all’omologazione. Ci ha ricordato l’importanza di figure che non temono di sfidare il potere e di porre domande difficili, anche quando la risposta è difficile da ascoltare.
Questo articolo non è mio ma tratto da un post altrui che condivido appieno