Parliamo di compassione


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La gente pensa che la compassione sia una roba da persone “troppo buone”, quelle che sorridono sempre, annuiscono, dicono “capisco” a tutto.
No.
Quella non è compassione, è spesso solo evitare il conflitto.
La vera compassione è molto più scomoda.
Perché la compassione non è solo gentilezza, è gentilezza con gli occhi aperti.
Significa vedere il dolore di qualcuno senza scappare, senza giudicare immediatamente e senza trasformarlo subito in una sentenza.
E questo è difficile.
Perché quando qualcuno soffre, o quando qualcuno sbaglia, il cervello fa una cosa automatica, cioè giudica.
“Se l’è cercata.”
“Doveva pensarci prima.”
“Io non avrei fatto così.”
Il giudizio è veloce, la compassione invece richiede lavoro.
Perché per essere compassionevole devi fare qualcosa che l’ego odia, devi metterti nei panni dell’altro senza perdere i tuoi.
Devi sentire, comprendere, ma non devi diventare cieco.
La compassione non è giustificare tutto, né essere ingenui e neanche permettere a chiunque di farti del male.
È riconoscere che gli esseri umani sono complicati, imperfetti, confusi proprio come te.
Dentro la compassione c’è empatia, gentilezza e anche passione.
Perché “com-passione” significa letteralmente soffrire con.
E soffrire con qualcuno richiede presenza.
Non puoi farlo distrattamente o mentre stai pensando a quanto sei superiore.
Devi stare lì, con la fragilità dell’altro e con la tua.
E la verità è che la compassione è difficile proprio perché ti costringe a ricordare una che la distanza tra te e chi sbaglia non è poi così grande.
Non è debolezza questa, è maturità emotiva.
È la capacità di vedere la complessità dove il giudizio vede solo colpa.
E in un mondo che reagisce sempre più in fretta, sempre più duramente, sempre più superficialmente, la compassione non è sentimentalismo, è forza.
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Vuoi sapere cos’è davvero il coraggio?


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Vuoi sapere cos’è davvero il coraggio? Non è quello che pensi.
Non è sentirsi forti, né non avere paura e neanche è l’adrenalina da film.
Il coraggio è fare una cosa mentre dentro ti tremano le gambe.
La maggior parte delle persone aspetta di sentirsi pronta, vuole la sicurezza, il momento giusto o di non avere più paura.
Quel momento non arriva, te lo assicuro.
La sicurezza è un effetto collaterale dell’azione, non la sua condizione.
Se aspetti di sentirti sicuro prima di fare qualcosa di importante, resterai fermo per anni, perché il cervello è programmato per proteggerti, non per farti evolvere.
Ogni passo avanti significativo comporta esposizione e l’esposizione fa paura.
Dire la verità, mettere un limite, cambiare strada, chiedere di più.
Non ti sentirai coraggioso mentre lo fai. Ti sentirai vulnerabile.
E qui sta il punto che pochi accettano, perchè il coraggio non è una sensazione, è una decisione.
È dire:
“Sì, ho paura. Lo faccio comunque.”
Non perché sei un eroe, ma perché hai capito che vivere per evitare la paura
è una forma lenta di rinuncia.
La paura non sparisce, si ridimensiona dopo che ti muovi.
Ogni volta che fai qualcosa nonostante la paura, insegni al cervello una cosa nuova:
“Non muoio se mi espongo.”
E piano piano, quello che oggi ti paralizza, domani ti sembrerà normale.
Il coraggio non è un tratto della personalità, ma un’abitudine.
È scegliere, ripetutamente, di non lasciare che la paura guidi.
Non diventi coraggioso quando la paura scompare, ma quando smetti di obbedirle.
E la vita che vuoi?
Sta sempre un passo oltre ciò che ti spaventa e non oltre ciò che ti fa sentire sicuro.
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Sei arrabbiato?


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Sei arrabbiato.
Bene. Davvero. Bene.
La rabbia non è un difetto di fabbrica.
Non è una falla morale, ma un segnale.
Il problema non è che provi rabbia, ma cosa fai dopo.
Molti cercano di reprimerla perché “non sta bene”. Altri la vomitano addosso al primo che passa. Entrambe le cose sono modi eleganti per evitarla.
Accettare la rabbia significa una cosa molto più scomoda, significa restare lì dentro abbastanza a lungo da capire cosa sta proteggendo.
Perché la rabbia non è quasi mai l’emozione primaria, è una guardia del corpo.
Dietro c’è delusione, paura, sentirsi non rispettati e un confine superato.
Ma è più facile dire “sono arrabbiato” che ammettere “mi ha ferito”.
Accogliere la rabbia non significa giustificarla o fare danni, ma smettere di fingere che non ci sia.
Perché quando la reprimi, si incastra, Se la esplodi, distrugge, mentre se la ascolti, informa.
La rabbia ti dice dove non sei stato ascoltato, dove hai detto sì invece di no e dove hai tollerato troppo.
Non è il nemico, è un messaggio con un tono aggressivo.
La maturità non è non arrabbiarsi mai.
È saper dire:
“Ok, sono arrabbiato. Adesso vediamo perché.”
Non devi diventare zen, nessuno te lo sta chiedendo, ma devi diventare consapevole.
Perché una rabbia accolta diventa chiarezza, mentre una rabbia ignorata diventa risentimento. Se incontrollata poi diventa distruzione.
Sei arrabbiato?
Perfetto.
Adesso non usarla per colpire, usala per capire.
Perché sotto quella fiamma c’è qualcosa di importante che stai finalmente vedendo.
E ignorarlo sarebbe molto più pericoloso
della rabbia stessa.
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