Litigato con il tuo partner?


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Litigare con il partner è una delle cose più normali che esistano. Succede a tutti. Due persone vivono insieme, condividono spazi, aspettative, stanchezze, abitudini, è inevitabile che prima o poi qualcosa faccia scattare la rabbia.
E quando succede, la mente fa subito una cosa molto semplice: trova un colpevole.
“È colpa sua.”
“Ha fatto questo.”
“Ha detto quello.”
E in quel momento sembra tutto chiarissimo. Il problema è quella cosa che è successa, quella frase, quel comportamento.
Troppo facile peró!
Se guardi bene, spesso non è lì che nasce davvero la rabbia.
Quella nelle relazioni è quasi sempre una superficie. Sotto c’è qualcos’altro. Molto meno elegante, molto meno aggressivo, e per questo anche molto più difficile da dire.
C’è il sentirsi ignorati, ad esempio. Oppure c’è il sentirsi poco considerati o la sensazione di non essere capiti.
Ma invece di dire quello, tiriamo fuori la rabbia. Perché la rabbia è più facile. È più protettiva. Ti fa sentire forte, mentre dire “questa cosa mi ha ferito” ti fa sentire esposto.
Così la discussione diventa una gara a chi ha ragione, a chi dimostra che l’altro ha sbagliato di più.
Ma nelle relazioni non funziona come in tribunale. Vincere la discussione non significa migliorare la relazione. A volte significa solo creare più distanza.
La parte interessante arriva quando riesci a fermarti un attimo e guardare sotto la rabbia, perchè quasi sempre trovi qualcosa di molto più semplice e umano.
Non è solo “mi hai fatto arrabbiare”.
È “mi sono sentito poco importante”.
È “mi sono sentito non ascoltato”.
Dire quelle cose è più difficile. Ma è anche l’unica cosa che permette davvero alla relazione di cambiare qualcosa.
La rabbia è rumore, mentre la verità sotto la rabbia è la parte che costruisce o distrugge una relazione.
E quando riesci a dirla, anche se è scomoda, la discussione smette di essere una battaglia e diventa finalmente una conversazione.
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Sei arrabbiato?


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Sei arrabbiato.
Bene. Davvero. Bene.
La rabbia non è un difetto di fabbrica.
Non è una falla morale, ma un segnale.
Il problema non è che provi rabbia, ma cosa fai dopo.
Molti cercano di reprimerla perché “non sta bene”. Altri la vomitano addosso al primo che passa. Entrambe le cose sono modi eleganti per evitarla.
Accettare la rabbia significa una cosa molto più scomoda, significa restare lì dentro abbastanza a lungo da capire cosa sta proteggendo.
Perché la rabbia non è quasi mai l’emozione primaria, è una guardia del corpo.
Dietro c’è delusione, paura, sentirsi non rispettati e un confine superato.
Ma è più facile dire “sono arrabbiato” che ammettere “mi ha ferito”.
Accogliere la rabbia non significa giustificarla o fare danni, ma smettere di fingere che non ci sia.
Perché quando la reprimi, si incastra, Se la esplodi, distrugge, mentre se la ascolti, informa.
La rabbia ti dice dove non sei stato ascoltato, dove hai detto sì invece di no e dove hai tollerato troppo.
Non è il nemico, è un messaggio con un tono aggressivo.
La maturità non è non arrabbiarsi mai.
È saper dire:
“Ok, sono arrabbiato. Adesso vediamo perché.”
Non devi diventare zen, nessuno te lo sta chiedendo, ma devi diventare consapevole.
Perché una rabbia accolta diventa chiarezza, mentre una rabbia ignorata diventa risentimento. Se incontrollata poi diventa distruzione.
Sei arrabbiato?
Perfetto.
Adesso non usarla per colpire, usala per capire.
Perché sotto quella fiamma c’è qualcosa di importante che stai finalmente vedendo.
E ignorarlo sarebbe molto più pericoloso
della rabbia stessa.
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