«Contrapposti». Sulla frattura intergenerazionale nella fede cattolica
Enfrentados («Contrapposti») è il titolo in spagnolo dell’opera teatrale Mass Appeal, scritta da Bill C. Davis e rappresentata per la prima volta a Broadway nel 1980. La trama è lineare: padre José María è un sacerdote piuttosto conservatore, di buon carattere, vicino alla sua comunità parrocchiale borghese. Crede nei valori e nei criteri tradizionali della Chiesa e li rappresenta. Ma la sua tranquillità deve fare i conti con l’arrivo in parrocchia di Tomás, giovane seminarista appassionato e ribelle, desideroso di cambiare molte cose nella Chiesa, a partire proprio dalla parrocchia di padre José María.
L’opera è stata rappresentata in Spagna, con grande riuscita, negli anni 2014-2016. Il fatto che il ruolo del protagonista fosse stato affidato ad Arturo Fernández[1] ha contribuito senz’altro al successo di pubblico.
Durante il mio servizio in una parrocchia, nell’anno 2015, il parroco pensò che sarebbe stata una buona idea se noi dell’équipe parrocchiale – i due vicari e lui – fossimo andati a vedere questa opera. Alla fine della rappresentazione, ci ritrovammo a condividere tutti e tre la stessa considerazione: se la vicenda si svolgesse oggi, i ruoli si invertirebbero, perché il parroco anziano sarebbe il «progressista», mentre il giovane seminarista risulterebbe il «conservatore».
Questo aneddoto può servire da introduzione a una riflessione sulla frattura generazionale che, già da tempo, si osserva all’interno della Chiesa in Spagna e in altri Paesi dell’Europa occidentale[2]. Una frattura che, semplificando molto, potremmo inquadrare tra la «Generazione X»(nati tra il 1965 e il 1980)[3] e la «Generazione Z», detta anche «Centennials» (nati tra il 1997 e il 2012), con in mezzo la «Generazione Y», detta anche «Millennials» (nati tra il 1981 e il 1996)[4].
«Generazione X»: nati tra il 1965 e il 1980
La prima generazione di cui parliamo è la cosiddetta «Generazione X» (nati tra il 1965 e il 1980). In questo articolo non vogliamo soffermarci sulla frattura rappresentata da tale generazione nella trasmissione della fede che essa aveva ricevuto da parte dei suoi predecessori, cioè da quelli che furono educati cristianamente, ma che, a un certo punto e senza che accadesse nulla di traumatico, si allontanarono a poco a poco dalla Chiesa e, come conseguenza di tale distacco, non ritennero necessario trasmettere la fede ai propri figli.
I membri della cosiddetta «Generazione X» hanno avuto un’intensa socializzazione religiosa durante l’adolescenza e la giovinezza; molti di loro sono ancora legati alla Chiesa e coinvolti in parrocchie, comunità laicali (di solito legate a Ordini religiosi), attività di volontariato ecc.
Quando i membri più anziani di questa fascia di età stavano terminando le scuole superiori o iniziando l’università, gli eccessi dell’immediato postconcilio erano ormai passati. Anche la democrazia si stava affermando; quindi le lotte politiche degli anni Settanta, alle quali avevano partecipato molti uomini e donne di Chiesa, si stavano placando. Si parla di una pastorale giovanile che si è sviluppata approssimativamente negli anni Ottanta e Novanta, avviata con gli echi del postconcilio, e che ha iniziato a mostrare segni di esaurimento con il cambio di millennio. Le restrizioni imposte dal Covid-19 hanno rappresentato, in molti luoghi, una sorta di colpo di grazia a un modello che era già molto indebolito.
Caratteristiche del modello pastorale della «Generazione X»
Per comprendere la pastorale giovanile vissuta dai membri di questa generazione, si deve partire dal contesto: gli anni Ottanta e Novanta[5]. La Spagna si modernizza, la democrazia si consolida, la secolarizzazione avanza, ma il clima generale è ancora quello di una nazione culturalmente cattolica, in cui la fede viene vissuta con naturalezza e in cui non mancano parrocchie, comunità e movimenti laicali molto vivaci.
La pastorale a cui hanno partecipato queste generazioni durante gli anni del liceo e dell’università presentava alcune costanti che si ripetevano, più o meno, nei vari gruppi e comunità. Semplificando molto, possiamo parlare di una cristologia del Regno e dell’esperienza personale, influenzata soprattutto dal pensiero di Karl Rahner. A causa dell’ascendente di questo teologo e dell’importanza attribuita all’esperienza, si cerca di coltivare il rapporto personale con Dio, soprattutto mediante ritiri ed esercizi spirituali. Si pone l’accento sulla natura umana di Cristo, sulla sua missione liberatrice. Poster con il volto di un Gesù Cristo dall’aspetto piuttosto hippy e la scritta Wanted erano presenti in molti centri giovanili.
Nel contesto spagnolo, assume una notevole importanza la teologia della liberazione: sono frequenti i riferimenti a teologi come Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff o Jon Sobrino, o a figure come monsignor Óscar Romero e i martiri dell’Università Centroamericana (Uca). In questo periodo, le canzoni di Carlos Mejía Godoy rappresentano il non plus ultra della musica religiosa. L’ecclesiologia sottolinea l’idea di Chiesa come «popolo di Dio», mettendo in risalto la storia della salvezza, il sacerdozio comune dei fedeli e la missione intesa come relazione Chiesa-mondo. Si pone l’accento sull’impegno sociale e sulla lotta per la giustizia, talvolta anche attraverso scelte professionali, ma non sempre si riescono a integrare appieno fede e giustizia in un insieme coerente. Diventa poco frequente la partecipazione al sacramento della riconciliazione e, quando essa avviene, prevalgono le celebrazioni comunitarie con assoluzione collettiva, senza confessione individuale.
La comunità svolge un ruolo fondamentale: di solito si tratta di una comunità composta da diversi piccoli gruppi, con incontri periodici (ogni una o due settimane) e attività comuni per tutti i gruppi (celebrazioni, conferenze). Ad eccezione di eventi speciali organizzati dalle diocesi[6], i loro membri non frequentano di solito altre realtà ecclesiali. In questi piccoli gruppi si condividono soprattutto esperienze personali, difficoltà in diversi ambiti (familiare, lavorativo ecc.) e progetti. Diventa più difficile parlare esplicitamente della fede. L’importanza attribuita alle esperienze personali si riflette anche nelle celebrazioni, in particolare nelle Eucaristie: omelie condivise, in cui ciascuno «parla del proprio vissuto», ma in cui talvolta la dimensione orizzontale-comunitaria prevale su quella trascendente.
La bellezza non è un interesse primario. Gli spazi celebrativi raramente si preoccupano di offrire un ambiente estetico che possa favorire la preghiera o la liturgia. I canti sono spesso improvvisati sul momento o con poche variazioni; gli ambienti sono poco curati; si presta poca attenzione all’illuminazione, ai banchi, alle immagini… La formalità della celebrazione viene vista come qualcosa che allontana le persone da Dio, e per questo si privilegia una «liturgia decostruita»[7]: celebrazioni particolari, per il proprio gruppo-comunità; tutti rimangono seduti per l’intera durata della Messa; il sacerdote talvolta celebra usando la stola come unico paramento liturgico; le preghiere eucaristiche sono condivise e improvvisate.
Al di fuori del contesto familiare, un’esplicita evangelizzazione non viene considerata come qualcosa di importante. La fede è «la mia fede», che io vivo nel «mio gruppo-comunità», ma che non manifesto all’esterno, probabilmente perché l’ambiente sociale non rende ancora necessaria tale manifestazione.
I frutti, oggi, del modello pastorale della «Generazione X»
Oggi, a distanza di tempo, possiamo cogliere i frutti della pastorale realizzata negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Nel suo tempo e nel suo contesto sociale ed ecclesiale, essa ha conosciuto una sua fecondità e ha aiutato molte persone di quelle generazioni a incontrarsi con Dio. Ha dato origine a matrimoni cristiani, vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, forti impegni sociali e, in molti casi, all’interno di quei gruppi si sono consolidate amicizie autentiche che sono durate negli anni. È giusto riconoscere che, nel contesto in cui si è sviluppata, essa è stata una pastorale molto valida.
Ma con il passare del tempo, soprattutto con il cambio di millennio, quel modello, che era stato efficace per due decenni, ha cominciato a incontrare difficoltà. Come spesso accade, non si è trattato di un processo improvviso, ma graduale. Quei genitori che continuavano a vivere il proprio impegno cristiano si accorgevano che i loro figli si rifiutavano di andare in chiesa, perché si annoiavano e, inoltre, perché nessuno dei loro amici ci andava. Le attività pastorali facevano sempre più fatica a far vivere ai giovani partecipanti ciò che veniva loro proposto. Era frequente sentire i responsabili della pastorale dire frasi del genere: «Questi ragazzi non si interessano di nulla».
Le generazioni successive avevano più difficoltà a mantenere un impegno costante nel volontariato, nella presenza nella comunità e nella partecipazione all’Eucaristia. Cominciavano i «tempi liquidi», segnalati da Zygmunt Bauman. Essi si riflettevano anche in una maggiore mobilità studentesca: trasferimenti in altre città per frequentare l’università, scambi di studenti negli ultimi anni di formazione ecc. Crollavano in maniera vertiginosa le partecipazioni alla Messa domenicale e alle attività pastorali: veglie, campi di lavoro, pellegrinaggi ecc. Si registrava un drastico calo delle vocazioni nei noviziati e nei seminari della maggior parte delle diocesi. L’età dei membri dei gruppi o comunità laicali cresceva e, sebbene quei gruppi continuassero a essere attivi, non c’era quasi nessun ricambio.
Riassumendo: a partire dal 2000, l’ondata secolarizzatrice ha spazzato via il modello di pastorale giovanile degli anni Ottanta e Novanta. Tuttavia, coloro che l’hanno vissuto continuano ad aggrapparsi ad esso anche oggi, resistendo, talvolta con grande energia, ai cambiamenti. Due ragioni spiegano tale resistenza: da un lato, la tendenza naturale a pensare che «ciò che ha funzionato con me, quando avevo la loro età» debba continuare a funzionare con i giovani di oggi, ignorando che la società è cambiata in maniera vertiginosa in pochissimo tempo; dall’altro lato, per i nati tra il 1965 e il 1980 il modello continua a funzionare nei loro gruppi o comunità, con le loro liturgie decostruite, con i canti liturgici che sono gli stessi di trent’anni fa, con il loro impegno sociale e politico. Per questo essi fanno fatica a rendersi conto che il tempo passa e che, se è vero che loro sono sempre gli stessi, d’altra parte sono sempre più anziani e continuano a fare le stesse cose da 20 o 30 anni. L’altra faccia della medaglia è che non hanno un ricambio dalle nuove leve e rimangono sempre più soli.
Iscriviti alla newsletter
Leggie ascolta in anteprima La Civiltà Cattolica, ogni giovedì, direttamente nella tua casella di posta.
«Generazione Y» («Millennials»): nati tra il 1981 e il 1996
Tra la «Generazione X» e la «Generazione Z» c’è una generazione intermedia, la «Generazione Y», i cui membri sono noti anche come «Millennials» (nati tra il 1981 e il 1996). Essi assistono a un progressivo cambiamento del modello di pastorale giovanile. All’inizio, sono i destinatari del modello della «Generazione X», ma, parallelamente all’esaurirsi di tale modello, assistono anche alla nascita di un altro modello di Chiesa e di pastorale giovanile.
In alcune diocesi questo cambiamento è avvenuto prima. Tuttavia, nella maggior parte delle diocesi e degli Istituti di vita religiosa apostolica si è rimasti ancorati al modello pastorale degli anni Ottanta e Novanta. I movimenti laicali legati a Istituti di vita religiosa hanno seguìto lo stesso ritmo, rimanendo aggrappati a ciò che avevano conosciuto. Nel frattempo, la secolarizzazione avanzava in modo inarrestabile, le chiese si svuotavano sempre più di giovani, e i grandi sforzi compiuti nella pastorale giovanile, impiegando molte risorse umane ed economiche, con grande creatività, risultavano in gran parte infruttuosi. Colpisce il contrasto tra l’impegno e le energie investite nella pastorale e la risposta dei giovani a cui esse erano rivolte. L’inculturazione del Vangelo nel mondo giovanile diventava sempre più complicata, anche perché quel mondo era talmente concentrato su sé stesso da essere poco ricettivo della trascendenza.
«Generazione Z» («Centennials»)»: nati tra il 1997 e il 2012
I cosiddetti «Centennials», ossia la «Generazione Z» (nati tra il 1997 e il 2012), vivono la loro fede con accenti molto diversi da quelli delle generazioni precedenti. Già nel primo decennio del XXI secolo cominciano ad apparire segnali di un possibile rinnovamento nel rapporto tra i giovani e la Chiesa. Nonostante il calo generalizzato delle vocazioni, alcuni seminari continuano a registrare un numero ragionevole di ingressi; cresce costantemente il numero di giovani coinvolti nei «nuovi movimenti ecclesiali»[8]; con sorpresa di molti, specialmente dei più anziani, cominciano timidamente a nascere iniziative di preghiera più tradizionali o devozionali, rivolte in particolare ai giovani, che vengono accolte con favore, mentre le proposte abituali (esercizi spirituali, preghiere di Taizé ecc.) continuano a diminuire; un numero crescente di giovani sacerdoti indossa abitualmente il clergyman[9] senza troppi problemi e, a poco a poco, questa scelta perde la connotazione ideologica che aveva avuto in passato; negli Istituti religiosi, dai giovani in formazione si manifesta l’esigenza di maggiore preghiera, di maggiori forme esteriori e di un ritorno alle origini; nelle parrocchie sono frequenti anche alcuni disaccordi tra parroci e nuovi sacerdoti o seminaristi… Sono sempre più numerosi i giovani liceali o universitari che vivono la fede in modo più sacramentale… In alcuni luoghi questo cambiamento è più facile, in altri più problematico, perché incontra le resistenze di coloro che da più tempo fanno parte dei gruppi o comunità, o anche di sacerdoti e/o religiosi più anziani. Tutto questo subisce un’accelerazione a partire dal 2013, dopo la Giornata mondiale della Gioventù (Gmg) di Rio de Janeiro.
Per comprendere tale cambiamento, occorre guardare, ancora una volta, al contesto sociale ed ecclesiale. La secolarizzazione continua ad avanzare a ritmo inarrestabile; le proposte di inculturazione della fede degli anni precedenti diventano sempre più superate; continua l’invecchiamento delle comunità cristiane laicali, religiose e del clero di molte diocesi; continua anche il calo della pratica religiosa tra i giovani; e appare una novità: più che ateo o anticlericale, l’ambiente si rivela indifferente nei riguardi della religione; molti di questi giovani non hanno pregiudizi negativi nei confronti della Chiesa, ma semplicemente non la conoscono. Questi credenti «Centennials» non partono da zero, perché esistevano già attività, atteggiamenti ed esperienze di fede in linea con quelli che essi successivamente avrebbero rafforzato.
Il Covid-19 ha avuto un effetto negativo, facendo esplodere i problemi di salute mentale soprattutto tra i giovani. Ma ha avuto anche un effetto positivo: per molti il confinamento è stato un’occasione per riflettere sul senso della vita, e questa riflessione ha permesso di rivitalizzare la loro fede. In contrasto con un mondo caratterizzato da sovrainformazione, superficialità e divertimenti senza limiti[10], questi giovani desiderano vivere una fede più semplice e autentica, più radicata nella tradizione.
Alcune caratteristiche della fede della «Generazione Z»
La fede di questi giovani nati alla fine del XX secolo e all’inizio del XXI ha caratteristiche che in molti casi rappresentano un cambiamento significativo rispetto alle generazioni precedenti, in particolare rispetto alla «Generazione X», quella dei loro genitori e dei loro coetanei, compresi catechisti, sacerdoti e religiosi/e…
Si passa da una svolta antropologica a una teologica. Non si pone più tanto l’accento sull’esperienza personale o sulla lotta per la giustizia, quanto sulla bontà e la bellezza di Dio stesso. Gesù Cristo non è solo un profeta rivoluzionario e liberatore, ma è anche il Figlio di Dio, la seconda Persona della Trinità. Semplificando molto, potremmo dire che la cristologia di questi giovani, anche se non è formulata in questi termini, è influenzata dalla teologia di Hans Urs von Balthasar: «La bellezza […] esige per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà e […] non si lascia ostracizzare o separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa»[11].
Per questi giovani, la liturgia, legata alla bellezza, via pulchritudinis, è una via privilegiata per favorire l’incontro con Cristo. Di conseguenza, essi attribuiscono anche molta importanza alle forme. Nell’ambito della preoccupazione per la bellezza, la musica acquista un ruolo fondamentale[12]. Questo è uno dei cambiamenti più rilevanti, poiché i nuovi cantanti o gruppi cattolici che sono emersi si sono fatti strada rapidamente non solo nell’ambito ecclesiale, ma, in alcuni casi, anche nel panorama musicale generale. Così le immagini e, soprattutto, la musica diventano uno strumento molto potente di evangelizzazione.
Il desiderio di vivere una fede più autentica e semplice genera una maggiore attenzione per la vita sacramentale: per i «Centennials», la Messa domenicale ha una grande importanza; negli ultimi anni, in alcuni luoghi è aumentata molto la presenza dei giovani anche alle Messe feriali. Essi preferiscono Eucaristie semplici, con una liturgia ben curata, ma senza aggiunte artificiali o modifiche arbitrarie. Il pane e il vino sono gli unici e veri segni che danno senso all’Eucaristia; non occorre altro.
I «Centennials» ricevono più frequentemente il sacramento della riconciliazione. Inoltre, mostrano un certo interesse per questioni teologiche: oltre all’esperienza spirituale, desiderano avere una sia pur minima formazione teologica che permetta loro di rendere ragione della propria fede. Si può dire che essi vivono un’ecclesiologia di comunione, che rimanda fondamentalmente alla Trinità e alla teologia del Corpo di Cristo. Di conseguenza, essi apprezzano e stimano i sacerdoti. Il che non significa che li idolatrino, perché sono consapevoli dei limiti dei ministri ordinati. Tuttavia li apprezzano per la loro vocazione di totale dedizione a Dio, perché celebrano i sacramenti, ed è normale che si rivolgono ad essi per un accompagnamento spirituale, o semplicemente per avere qualche consiglio. Per i «Centennials», il sacerdote è una persona autorevole.
Spesso sono essi stessi a guidare l’evangelizzazione[13], specialmente nel campo della comunicazione: Instagram, gruppi WhatsApp ecc. L’attenzione alla bellezza si vede anche nei social network, in particolare su Instagram, che essi utilizzano per evangelizzare, curando molto l’estetica di ciò che pubblicano.
Frequentano pratiche religiose «devozionali» che la pastorale degli anni Ottanta-Novanta aveva messo da parte: il rosario e, soprattutto, l’adorazione eucaristica. Quest’ultima non può sostituire il sacramento dell’Eucaristia, ma è una pratica in cui si riconosce la grandezza e la trascendenza di Dio.
I «Centennials» non si vergognano di dichiararsi credenti. Di fronte all’indifferenza dell’ambiente, non considerano la fede come qualcosa di puramente privato, circoscritto al proprio gruppo o comunità, ma si proclamano apertamente credenti[14].
In questo senso, colpisce l’emergere di personaggi pubblici che non solo non hanno remore a parlare della loro fede, ma se ne mostrano fieri. Alcuni esempi in Spagna sono Luis de la Fuente (commissario tecnico della nazionale di calcio), José Luis Martínez-Almeida (sindaco di Madrid) e influencer come Tomás Páramo e sua moglie María García de Jaime.
I «Centennials» hanno un interesse particolare per evangelizzare l’ambiente in cui vivono, specialmente i loro compagni di scuola o di università. In alcuni casi, riescono a far riscoprire la fede ai loro compagni che l’avevano abbandonata o ad avviarli a un percorso di iniziazione cristiana. Si riscontrano persino casi di giovani che riescono a evangelizzare i propri genitori, che in modo silenzioso e senza conflitti si erano allontanati dalla Chiesa.
La testimonianza di fede di altri credenti, soprattutto giovani, li aiuta molto nel loro cammino spirituale. Inoltre, essi attribuiscono un grande valore alla coerenza tra fede e vita. Di solito i «Centennials» vivono la loro fede in un gruppo di riferimento particolare, ma non hanno difficoltà a partecipare ad attività proposte da altri gruppi o movimenti con spiritualità differenti. All’interno del cattolicesimo realizzano quel «bricolage di credenze» di cui parlava già molti anni fa Danièle Hervieu-Léger[15]. Questa flessibilità fa sì che essi partecipino a qualche «esperienza di impatto» che può ravvivare la loro fede, anche se poi sarebbero necessari una continuità nel tempo e un accompagnamento che non sempre si realizzano.
Limiti della fede della «Generazione Z»
Come nella vita nulla è perfetto, così vi sono alcuni aspetti della fede dei «Centennials», la «Generazione Z», a cui bisogna prestare particolare attenzione e che, forse, sarebbe opportuno rivedere.
Pur essendo realtà connesse, occorre distinguere tra la «fede» come credenza in Dio e la «pietà» come manifestazione esterna della fede. A volte le pratiche devozionali rischiano di ridursi a semplici manifestazioni esteriori. Partendo dalla pietà, la sfida, e al tempo stesso l’opportunità, di oggi è quella di fare un passo ulteriore verso una fede profonda, interiore (non intimistica), radicata nell’incontro personale con Gesù Cristo[16].
I «Centennials» potrebbero imparare di più dall’importanza che le generazioni precedenti hanno attribuito alla lotta per la giustizia e alla costruzione del regno di Dio, secondo il «Principio e fondamento» degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore». È importante vivere anche l’ultimo di questi tre verbi, «servire». Oggi si percepisce una certa omogeneizzazione sociale, culturale ed economica… Talvolta le proposte dei «Centennials» faticano a raggiungere altri giovani di diversa estrazione sociale[17], anche se, a dire il vero, neppure altre forme di evangelizzazione attuate da diversi decenni sono riuscite ad avvicinare questi giovani alla Chiesa.
Per i giovani cattolici «Centennials» la fede fa parte della loro identità personale. È qualcosa di positivo, ma essi possono correre il rischio di aggiungere alla loro fede adesioni non propriamente religiose.
Podcast | MORTI SUL LAVORO. «LA PIÙ GRANDE TRAGEDIA CIVILE DEL PAESE»
Ogni anno, in Italia, più di mille persone muoiono sul proprio posto di lavoro. Circa tre lavoratori ogni giorno. Un «bollettino di guerra», così come lo ha definito papa Francesco nel 2023, i cui numeri risultano ancora più elevati rispetto a quelli delle vittime del crimine organizzato o dei femminicidi. Ne parliamo con Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di Cassazione, e Alberto Verzulli dell’Anmil.
Come passare da essere «contrapposti» a essere «riconciliati»?
Tornando all’opera teatrale che dà il titolo a questo articolo, possiamo affermare che nella Chiesa i conflitti generazionali non sono una novità. La particolarità della situazione attuale è che, rispetto alla tendenza abituale che vede nei più anziani una maggiore inclinazione al conservatorismo e nei più giovani un maggiore desiderio di cambiamento, qui i ruoli si sono invertiti.
Vorremmo ora rivolgere alcuni suggerimenti alle varie categorie prese in considerazione.
«Generazione X». Sarebbe auspicabile che i nati tra il 1965 e il 1980 facessero un’analisi seria delle scelte compiute (e che spesso continuano a compiere) e dei risultati attuali che ne sono derivati. Perciò occorrerebbe:
– Riconoscere e ringraziare per tutto quello che di buono hanno vissuto nei loro gruppi e comunità, per tutto quello che hanno ricevuto da Dio, percependo come una grazia tutto ciò che hanno sperimentato negli anni della giovinezza.
– Guardare con realismo e misericordia la situazione attuale della Chiesa e della pastorale giovanile. Il realismo è indispensabile per cogliere la realtà nella sua verità, senza autodifese, senza giustificazioni e, naturalmente, senza risentimenti. La misericordia è necessaria per non farsi opprimere da un senso di fallimento.
– Accettare – anche se ciò può far male – che la realtà è cambiata, che la secolarizzazione ha mandato all’aria proposte benintenzionate di evangelizzazione soft; che l’evoluzione della pastorale giovanile ha preso una direzione opposta a quella che essi avevano previsto; che molte delle loro proposte, che per loro continuano ad avere significato, ai giovani di oggi dicono poco[18].
– Accettare anche che, nonostante abbiano fatto tutto il possibile, in generale non sono riusciti a trasmettere la fede alle generazioni successive come avrebbero voluto, a cominciare spesso dai propri figli, e che di conseguenza non hanno un ricambio all’interno dei loro gruppi e comunità.
– Evitare diagnosi superficiali e facili giudizi del tipo: «Questi giovani sono tutti dei retrogradi»; «Ci stanno facendo tornare indietro, a prima del Concilio». La realtà è più complessa e sfumata.
– Cercare di avere una visione più ampia della realtà, che li aiuti a comprendere il contesto attuale e a decifrare alcune delle chiavi della spiritualità «Centennials»: ricerca di senso in un mondo di sovrainformazione e di mancanza di riferimenti; maggiore relazione con Dio; importanza dell’accoglienza; flessibilità nei gruppi e nelle comunità, distinguendo tra appartenenza e semplice partecipazione a qualche attività; ricerca di Dio attraverso la bellezza, in particolare attraverso la musica; attenzione alla dimensione sacramentale.
«Generazione Y». I giovani «millennials», nati tra il 1981 e il 1996, si trovano al confine tra la pastorale che hanno ricevuto e quella che oggi vivono i loro fratelli più piccoli o, nel caso dei più grandi di questa generazione, i loro figli adolescenti, che sono già cresciuti in questo nuovo contesto ecclesiale e sociale.
Probabilmente sono loro che possono aiutare maggiormente a costruire ponti per colmare le distanze generazionali e favorire una maggiore comprensione tra la generazione che li precede e quella che li segue. Possono avere una visione più ampia, più oggettiva – nel senso di essere meno legati al proprio modello di pastorale, senza mettersi sulla difensiva –, e possono cercare di collegare gli aspetti positivi di ciascun modello.
«Generazione Z».Vorremmo infine suggerire alcuni spunti per aiutare la «Generazione Z», «Centennials»,a progredire nel cammino della fede.
– È sempre bene vivere la fede con umiltà – «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore», dice Gesù (Mt11,29) –, sapendo che, anche se ora stanno avendo molta rilevanza, il tempo purifica tutto. È probabile che essi dovranno attraversare una crisi di crescita[19]. Dovranno anche compiere il passaggio, non sempre facile, dal carisma all’istituzione.
– Sarebbe utile anche rendersi conto che i gruppi in cui essi vivono la fede sono troppo omogenei e che aprirsi a giovani provenienti da altre realtà sociali sarebbe molto arricchente.
– Ai «Centennials» si potrebbe chiedere una maggiore comprensione della «Generazione X», i cui membri hanno vissuto la fede in un contesto molto concreto, in un Paese che era ancora in via di secolarizzazione ma non del tutto secolarizzato, in una società nella quale la vita era più semplice, e hanno sperimentato, in buona fede, altri modelli di evangelizzazione, che, nel loro tempo e nel loro contesto, sono stati fecondi. In questa comprensione rientra anche l’evitare facili giudizi squalificanti del tipo: «Il problema della Chiesa nel nostro Paese sono tutti quelli che hanno confuso la fede con l’impegno sociale, trasformandola in una Ong».
– Sarebbe bene che dalla «Generazione X» imparassero il senso del servizio e la costruzione del Regno come un elemento chiave della fede, complementare, e non contrario, all’adorazione e alla lode. Proposte specifiche di volontariato si adattano molto bene ai giovani di oggi, ma la sfida ulteriore è quella di fare in modo che il servizio diventi una chiave trasversale nella loro fede e nella loro vita, capace di influenzare anche le loro scelte vocazionali e professionali.
Conclusione
In questo articolo abbiamo cercato di avvicinarci a un fenomeno che si osserva da tempo. In un panorama generale di Messe con poca partecipazione di fedeli, o frequentate per lo più da persone anziane, colpisce il fatto che vi siano chiese e cappelle in cui i giovani sono la maggioranza. Di fronte a proposte pastorali in declino, sorprende che ve ne siano altre, rivolte ai giovani, che hanno addirittura una lista di attesa. Mentre i canti tradizionali stanno ormai stancando, compaiono nuove proposte musicali di qualità, che vengono cantate in luoghi diversi: parrocchie, comunità giovanili ecc.
Questa descrizione è stata fatta a grandi linee, perché la realtà è molto più complessa e sfumata. Qui ci siamo limitati a offrire qualche elemento di comprensione su ciò che vediamo ogni giorno nella vita della Chiesa in Spagna e in altri Paesi occidentali, in particolare nel campo della pastorale giovanile.
Alla «Generazione X» (1965-1980) gioverebbe evitare la tentazione di reagire in modo difensivo, chiudendosi alle nuove tendenze della pastorale.
La «Generazione Y» (1981-1996)ha la responsabilità di fare da ponte intergenerazionale.
Per quanto riguarda la «Generazione Z» (1997-2012), ad essa spetta continuare a crescere, ma con umiltà, e non dimenticare le parole di Gesù: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Gv15,1-2). E si può ricordare anche l’esortazione di san Paolo agli Efesini: «Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,1-3).
Copyright © La Civiltà Cattolica 2026
Riproduzione riservata
***
[1] Arturo Fernández (1929-2019) è stato un attore spagnolo molto noto per aver partecipato a numerose serie televisive.
[2] Cfr «La fe católica en España: ¿Menos es más?», in Informe Semanal (https://www.rtve.es/ play/videos/informe-semanal/07-12-24/16363077), 17 dicembre 2024. Si tratta di un reportage ben fatto e piuttosto neutro.
[3] Nel mondo occidentale, la Generazione del Baby Boom è compresa tra il 1946 e il 1964, ma in Spagna il boom delle nascite inizia a partire dal 1960.
[4] Per motivi pedagogici e per chiarire, distinguiamo tre generazioni: X, Y, Z, ma non si tratta di differenze nette.
[5] Cfr T. Radcliffe, ¿Qué sentido tiene ser cristiano?, Bilbao, Desclée de Brouwer, 2007, 265-286 (in it. Il punto focale del cristianesimo. Che cosa significa essere cristiani?, Cinisello Balsamo [Mi], San Paolo, 2008). L’autore propone una distinzione chiarificatrice tra i «cattolici del Regno», raccolti intorno alla rivista Concilium, i cui teologi principali sono stati Karl Rahner, Edward Schillebeeckx e Hans Küng, e i «cattolici di comunione», legati alla rivista Communio, i cui teologi di riferimento sono stati Hans Urs von Balthasar, Henri-Marie De Lubac e Joseph Ratzinger.
[6] Per esempio, mercoledì delle Ceneri o veglie di Pentecoste organizzate dalla pastorale giovanile o universitaria di una diocesi.
[7] Cfr P. Rodríguez-Ponga, «La liturgia “deconstruida”», in Pastoralsj (pastoralsj.
org/la-misa-deconstruida).
[8] Cfr A. Cano – Á. Lobo, «Nuevos movimientos pastorales: ¿moda, riesgo u oportunidad?», in Vida Nueva, n. 3328, 29 luglio-4 agosto 2023.
[9] D. Cuesta, «Vestir de religioso: sal y luz», in Pastoralsj (pastoralsj.org/vestiduras-
clericales-sal-y-luz).
[10] Questo vuoto esistenziale è stato ben rappresentato dal video del Seminario di Madrid «Tu vida en mis manos», per la Giornata del Seminario 2022 (youtube.com/watch?v=gRBYaVuXOS…).
[11] H. U. von Balthasar, Gloria. Una estetica teologica. Vol. 1: La percezione della forma, Milano, Jaca Book, 1975, 11.
[12] Cfr A. Cano – Á. Lobo, «Jóvenes y nuevos movimientos: hakunización de la piedad y teología en spotify», in Sal Terrae 112 (2024) 615-628.
[13] Cfr I. González Sexma, «¿“Para” o “con”?», in Pastoralsj (pastoralsj.org/para-o-con).
[14] Significativa è stata la campagna per la Giornata della Chiesa diocesana del 2023, il cui slogan era: «Orgullosos de nuestra fe» (youtube.com/watch?v=cXRFHPAhq6…).
[15] Cfr D. Hervieu-Léger, Le pèlerin et le converti, Paris, Flammarion, 1999 (in it. Il pellegrino e il convertito. La religione in movimento, Bologna, il Mulino, 2003).
[16] Cfr Benedetto XVI, enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 1: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».
[17] Cfr I. González Sexma, «Burbujas e intemperies», in Pastoralsj (pastoralsj.org/burbujas-e-intemperies).
[18] Per i giovani di oggi, personaggi importanti negli anni Settanta-Novanta sono completamente sconosciuti. Per esempio, nell’ambito politico, pochi sanno chi sono stati Aldo Moro, François Mitterrand, Helmut Kohl o Adolfo Suárez. Ma lo stesso vale anche nell’ambito ecclesiale: oltre a san Giovanni Paolo II, figure come monsignor Romero, i martiri dell’Università Centroamericana (Uca) di San Salvador o il cardinale Carlo Maria Martini risultano del tutto estranee ai giovani di oggi.
[19] Ciò che è accaduto in Francia con diverse delle communautés nouvelles sorte negli anni Settanta-Ottanta, o ciò che si è avuto in Spagna con le Figlie dell’Amore Misericordioso, può servire da monito.
The post «Contrapposti». Sulla frattura intergenerazionale nella fede cattolica first appeared on La Civiltà Cattolica.