12 e 13 giugno 2005. Ventun anni dopo il referendum sulla fecondazione assistita: la Costituzione, le persone, le vite possibili
Per molti, il referendum del 12 e 13 giugno 2005 sulla legge 40 è stato una sconfitta. Il quorum non è stato raggiunto e il risultato sembrava definitivo: una delle normative più restrittive d’Europa in materia di fecondazione medicalmente assistita (per la legge 40 “procreazione medicalmente assistita”, PMA) aveva ricevuto il sigillo dell’immutabilità. Ma una consultazione mancata non trasforma una legge in verità e non la sottrae al vaglio della Costituzione. Ventun anni dopo la legge 40, uscita indenne da quel referendum, non esiste più nella sua forma originaria. I suoi principali divieti sono stati progressivamente cancellati dalla Corte costituzionale. Non dal Parlamento, incapace invece di correggere le proprie rigidità, e non dalla politica, troppo spesso ferma davanti ai temi moralmente controversi, ma dalle persone.
Penso a Neris e Alberto. A Cristina e Armando. A Valentina e Fabrizio.
Donne e uomini che hanno avuto il coraggio di trasformare il proprio dolore privato in una domanda pubblica di giustizia, di esporsi, di chiedere ai tribunali ciò che il legislatore aveva deciso di negare. È questa la vera storia di questi anni.
La sentenza 151 del 2009 ha eliminato il limite dei tre embrioni e l’obbligo del loro contemporaneo trasferimento in utero, tutelando la salute delle donne e restituendo al medico la possibilità di valutare caso per caso, come dovrebbe accadere.
Nel 2014 la Corte ha cancellato il divieto assoluto di fecondazione eterologa. Migliaia di coppie hanno potuto finalmente accedere a tecniche che consentivano di realizzare un progetto genitoriale – altrimenti impossibile.
Nel 2015 è stato riconosciuto il diritto delle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili di accedere alla diagnosi genetica preimpianto, evitando così la trasmissione di patologie ereditarie e il ricorso a un aborto dopo un test diagnostico prenatale. Le sentenze della Corte non hanno creato diritti nuovi, hanno solo riconosciuto diritti già scritti nella Costituzione e nella vita concreta delle persone.
I numeri restituiscono il significato più profondo di ciò che è accaduto. Oltre trentamila bambini in più sono nati in Italia grazie alla cancellazione dei divieti della legge 40 dichiarati costituzionalmente illegittimi. Non è una formula retorica né un’iperbole: sono bambini che, se quei divieti fossero rimasti in vigore, non sarebbero mai nati.
Questo dato dovrebbe bastare a riconsiderare il giudizio storico su quella stagione. Per anni si è raccontato il referendum del 2005 come la vittoria definitiva di una certa idea della vita e della famiglia. Eppure proprio quella legge, costruita anche in nome della tutela della vita, ha finito per impedire la nascita di migliaia di vite possibili. È stata la Costituzione, attraverso le domande di giustizia portate dai cittadini davanti ai tribunali, a rimuovere quegli ostacoli e a restituire al desiderio di genitorialità uno spazio di libertà e responsabilità.
Dietro a quei trentamila bambini ci sono nomi pronunciati per la prima volta in una sala parto, mani minuscole strette da genitori che avevano imparato a convivere con l’idea di non poterle mai tenere tra le proprie. Ci sono attese finite, paure attraversate, lacrime di gioia dopo anni di tentativi, fotografie custodite nei telefoni o nelle case, consumate dall’amore di chi le guarda ogni giorno.
Ci sono bambini che oggi vanno a scuola, fanno domande impossibili, litigano con i fratelli, corrono nei parchi e tornano a casa per farsi abbracciare. Sono la prova più concreta che i diritti non sono astrazioni per giuristi: incidono sulla carne viva delle persone.
Qualche volta cambiano la storia. Qualche volta la rendono possibile.
Si è spesso parlato di supplenza dei giudici. Ma la vera supplenza è quella di un Parlamento che rinuncia a confrontarsi con i mutamenti della società e lascia ai singoli il costo umano ed economico della tutela dei propri diritti.
Le sentenze della Corte costituzionale 68 e 69 del 2025 confermano questa traiettoria: i figli nati da PMA con due madri sono figli a pieno titolo e non esistono ostacoli costituzionali a un ampliamento dell’accesso alle tecniche di fecondazione assistita. Gli ostacoli rimasti non sono giuridici, sono politici.
L’accesso alla PMA continua infatti a essere riservato alle coppie eterosessuali e segnato da profonde diseguaglianze territoriali. Restano escluse le persone singole e le coppie dello stesso sesso. Una contraddizione sempre più evidente se si considera che l’ordinamento riconosce e tutela i bambini concepiti all’estero attraverso percorsi di fecondazione assistita, negando però agli stessi genitori la possibilità di accedervi in Italia.
Come Associazione Luca Coscioni abbiamo promosso la campagna “PMA per tutte” con una proposta di legge di iniziativa popolare per eliminare le discriminazioni ancora esistenti. Dopo aver ottenuto dalla Corte costituzionale la cancellazione di molti divieti, chiediamo oggi al Parlamento di assumersi finalmente la responsabilità di completare quel percorso.
Ventun anni dopo non penso al referendum. Penso al giorno dopo. Penso a chi non si è fermato. A Neris e Alberto, a Cristina e Armando, a Valentina e Fabrizio e a tutte le persone che hanno deciso di non arrendersi. E penso a quei trentamila bambini.
L'articolo 12 e 13 giugno 2005. Ventun anni dopo il referendum sulla fecondazione assistita: la Costituzione, le persone, le vite possibili proviene da Associazione Luca Coscioni.