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Dopo il suo ingresso nel conflitto al fianco della Germania, il primo atto bellico dell’Italia di Mussolini è quello di attaccare i territori francesi lungo il confine. L’annuncio è dato in tono solenne il 10 giugno 1940. Il «Corriere della Sera» scrive a caratteri cubitali in prima pagina: “Folgorante annunzio del Duce. La guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Popolo italiano corri alle armi” ❤.
La risposta alleata è perentoria e Torino viene subito bombardata. Gli aerei britannici si alzano per la prima volta sopra i cieli torinesi nella notte tra l’11 e il 12 giugno e trovano la città perfettamente impreparata ed illuminata, con le sirene che avvertono la popolazione del pericolo ad attacco ormai iniziato.
L’incursione degli aerei inglesi si protrae dalle ore 1.30 alle 3.30 e causa 17 morti e 40 feriti <4.
Capire perché Torino, insieme a Genova, è la prima città colpita dagli Alleati è abbastanza semplice: è la più vicina, geograficamente parlando, al confine con la Francia e, soprattutto, ha una fiorente industria automobilistica, che può essere agevolmente convertita in industria bellica.
Tra il 1942 e 1943 Torino è colpita dai bombardamenti più tremendi. Solamente durante la notte del 18 novembre 1942 sono 91 le bombe che, sganciate da 77 aerei, provocano numerosi incendi ma soprattutto 42 morti e 72 feriti <5. Quarantotto ore dopo 250 bombardieri sganciano 100.000 spezzoni da 4 libbre, una bomba incendiaria da 30 libbre ogni secondo, una massa di bombe esplosive, tra cui alcune da 4000 libbre <6. Ciò causa la distruzione di molti stabilimenti torinesi e provoca 117 vittime e 120 feriti.
Una situazione drammatica che non cambia nel 1943. Anzi il 13 luglio si registra il bombardamento più devastante, che causa 792 morti e 914 feriti <7.
L’unica risposta che la popolazione riesce a trovare per difendersi dalla morte che “piove dal cielo” è l’esodo.
La prima migrazione dalla città è del 1940, quando le classi più agiate decidono di trasferirsi nelle proprie seconde case di Trana, Giaveno, Buttigliera Alta, Reano, Coazze. Si tratta di una scelta provvisoria, però. Già in inverno molti torinesi tornano in città, fiduciosi che la situazione possa migliorare. Una speranza che si rivela vana. L’esodo, questa volta a tempo indeterminato, si trasforma nell’unico modo che i cittadini hanno per mettersi in sicurezza, a partire dall’inverno tra il 1942 e il 1943. I dati al primo luglio 1943 della Commissione per lo sfollamento, istituita presso il Comitato provinciale di protezione antiaerea, indicano 318.000 torinesi sfollati, di cui 186.251 nella provincia e 130.000 nel resto della regione: il 46,50% dei residenti registrati all’anagrafe di Torino è composta da sfollati. Un mese più tardi, ad agosto, il numero sale a 465.000, pari al 75% degli abitanti della cittadina <8.
Molti torinesi decidono di migrare in val Sangone, con cui si indica il complesso di quattro valli: del Forno, in cui scorre il Sangone, dell’Indiritto in cui scorre il Sangonetto, della Maddalena in cui scorre il Tauneri e la valle di Provenonda in cui scorre il Romarolo. Ma perché questa scelta? Anzitutto il territorio della valle si presenta non saturo ed è molto vicino alla pianura, cosa che facilita l’approvvigionamento di beni alimentari. Inoltre l’ottima rete di comunicazione garantisce il contatto quotidiano con Torino e le sue aziende, permettendo un forte fenomeno di pendolarismo. Gli sfollati economicamente attivi sono legati alle industrie e alle ditte commerciali torinesi, che continuano la propria attività nonostante i bombardamenti. Molte di queste aziende hanno predisposto dei servizi automobilistici per facilitare i trasferimenti, senza contare che è attiva la tramvia Satti, che collega Torino con Orbassano, Piossasco, Giaveno, Trana.
Al primo luglio 1943 gli sfollati totali in val Sangone sono 8.809, con la popolazione che aumenta, rispetto a quella normalmente residente, del 55,61%. L’Unione provinciale dei commercianti ha calcolato, per approssimazione, che di questi sfollati 2.950 compiono il viaggio giornaliero in città per poter lavorare: altri, impossibili da quantificare, fanno invece viaggi saltuari <10.
Questo accentuato pendolarismo fa aumentare il movimento di passeggeri sulla tramvia Satti, che tocca quasi le 4.000 unità giornaliere, rendendo necessaria l’attivazione di nuove corse. La tramvia rappresenta la cerniera di due mondi diversi ma legati fra loro. Questa nuova situazione spaventa gli industriali valligiani, che temono di perdere la loro manodopera. Infatti l’economia della valle non è legata solo all’agricoltura, come si potrebbe immaginare. Lungo il corso del Sangone sono sorte fiorenti carterie e stabilimenti tessili. Accanto all’industria, la bassa valle presenta seminativi nella zona pianeggiante di Bruino e Sangano e frutteti nelle aree collinari tra Trana e Reano. Ma a rendere difficile lo sviluppo di un’agricoltura moderna e industriale è l’assenza di grandi proprietà private. I terreni sono infatti divisi in piccoli appezzamenti che non consentono la nascita di aziende agricole di dimensioni significative, ma solamente di attività capaci di garantire l’autosufficienza delle famiglie, con la possibilità di vendere l’eventuale modesto surplus alimentare. Anche il commercio non vede la nascita di grandi realtà, ma è costituito da piccoli negozi: botteghe, osterie, empori, dove non vi è specializzazione dell’offerta ma si vende un po’ di tutto.

[NOTE]3 S.A., “Folgorante annunzio del Duce. La guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Popolo italiano corri alle armi”, in Corriere della Sera, 11 giugno 1940, p. 1.
4 Giovanni De Luna, Torino in guerra, in N. Tranfaglia (a cura di) Storia di Torino. Dalla Grande Guerra alla liberazione (1915-1945), Torino, Einaudi, 1998, p. 715.
5 Pier Luigi Bassignana, Torino sotto le bombe, Torino, Edizioni del Capricorno, 2003, pp. 37-39.
6 Giovanni De Luna, Torino in guerra, in N. Tranfaglia (a cura di) Storia di Torino. Dalla Grande Guerra alla liberazione (1915-1945), Torino, Einaudi, 1998, p. 742.
7 P. Bassignana, Torino, cit., pp. 76-77.
8 Gianni Oliva, La Resistenza alle porte di Torino, Milano, Franco Angeli, 1989, p. 37.
9 Comune di Torino, Annuario statistico della città di Torino 1943, Torino, Accame, 1945, pp. XLV-XLVIII.
10 G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 37.
Francesco Rende, Mario Greco e la Resistenza in val Sangone, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2016-2017

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