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Sui fatti di Genova del luglio 1960


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Il Sudtirolo paga, a guerra ormai finita, un conto finale molto salato


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La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa


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La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa


Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.

[NOTE](8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

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Si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe


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Si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe


I primi successi nella attività dello spionaggio nemico in montagna si erano potuti registrare non solo in occasione del rastrellamento di Pasqua [1944] in III Zona – effettuato con una precisione che testimoniava la presenza di abili informatori all’interno dello schieramento partigiano – ma anche in altre zone della Liguria, nello stesso mese di aprile.
Nella zona dipendente dal Comitato Militare di La Spezia, ad esempio, due agenti nemici – presentatisi in formazione quali latori di un ordine di esecuzione emanato da un inesistente C.L.N. – erano riusciti a sobillare un gruppo di uomini del reparto partigiano dislocato a Sassalbo, sopra Fivizzano [n.d.r.: provincia di Massa-Carrara in Toscana], ottenendo l’uccisione del comandante e lo scioglimento del reparto stesso (1).
Essi erano riusciti là dove pochi giorni prima aveva fallito una colonna di Camicie Nere e di G.N.R., proveniente da Carrara, il cui attacco la formazione aveva respinto sotto Collegnago.
In quella zona si recarono, il 23 aprile, due membri del C.M. spezzino – Jacopini e Matazzoni (2) – per entrare in contatto con una banda operante nell’Argenia, presso la quale contavano di incontrare l’R.T. Domenico Azzari (Candiani) che pur essendo stato paracadutato troppo lontano dalla località assegnatagli dagli Alleati aveva ugualmente cominciato a richiedere aviolanci a favore di quel reparto (3).
In quel periodo, i partigiani (4) avevano provveduto a disarmare il posto di blocco del Cerreto, ad impedire la consegna del bestiame all’ammasso bandito dai fascisti e ad effettuare alcuni attacchi improvvisi a pattuglie ed a colonne nemiche (5).
L’uccisione di due militi nel corso di una di queste azioni fornì al Comando germanico il pretesto per un grande rastrellamento, il primo che investiva l’alta Lunigiana (6).
Preceduto dalla affissione in tutti i paesi della zona del proclama diramato in quei giorni dal maresciallo Kesselring (7), l’attacco ebbe inizio la sera del 4 maggio: le precise notizie messe a disposizione del Comando tedesco dalle due stesse spie che per incarico della prefettura di Massa si erano infilfrate nella banda di Sassalbo, avevano enormemente facilitato la elaborazione di un dettagliato piano di rastrellamento.
Esso prevedeva la convergenza nella zona di 3 colonne – circa 2.000 uomini tra G.N.R., Camicie Nere, X Mas e tedeschi – provenienti rispettivamente da Massa, da La Spezia e da Reggio; il concentramento del grosso delle truppe a Fivizzano doveva far credere che il paese costituisse la base di partenza per l’unica direttrice di attacco su Mommio [n.d.r.: frazione collinare del comune di Fivizzano], dove era dislocato il campo partigiano. Invece, contemporaneamente al movimento della colonna da Fivizzano, un’altra colonna doveva muovere nella notte attraverso il Cerreto per giungere ai fianchi e alle spalle dello schieramento partigiano.
Il dispositivo non diede i risultati attesi solo perché la seconda colonna iniziò il fuoco senza attendere che la prima colonna completasse l’accerchiamento del campo: questo consentì alla maggior parte degli uomini della banda di mettersi in salvo.
Tuttavia il nemico insistette per quattro giorni operando con intenti punitivi sulle popolazioni e rastrellando sistematicamente la zona dalla valle del Rosaro all’alta valle dell’Aulella, da Sassalbo a Giuncugnano, dal Cerreto al passo dei Carpinelli: oltre cento case bruciate (8), decine di contadini e di pastori uccisi, migliaia di capi di bestiame massacrati o razziati, lungo tutto il percorso dei reparti che lentamente si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe, indirizzando il fuoco dei loro mortai su ogni villaggio e su ogni bosco, sparando raffiche lungo ogni sentiero (9).
Più che un’azione anti-partigiana questa fu soprattutto una sanguinosa azione di rappresaglia contro le popolazioni inermi: pochissimi furono infatti i partigiani caduti nel rastrel[amento, a paragone delle vittime civili (10).
Non si può escludere che l’estensione, la durata e la forza di questo rastrellamento – indubbiamente sproporzionato alla entità delle forze partigiane presenti in zona – fossero già in relazione con le intenzioni germaniche di installare a Fivizzano, come poco dopo avvenne, una importante sede di Comando sulla linea gotica (11).

[NOTE](l) Si trattava del partigiano RENZO, uomo coraggioso e stimato dalle popolazioni; l’episodio si può spiegare solo se si considera la confusione che ancora prevaleva nel periodo in cui avvenne. Cfr. in merito “CANTA IL GALLO” ediz. Il Gallo di Renato Jacopini a pag. 32-33.
(2) Matazzoni, tenente pilota in S.P.E., arrestato nel giugno ’44, morì nel campo di concentramento in Germania
(3) La missione iniziale di Candiani – sottuffiiale di Marina in S.P.E. – era stata quella di operare fra Firenze e l’Appennino toscano per conto delle formazioni di quella zona .
(4) Il reparto era inizialmente composto di una cinquantina dì uomini – di cui almeno 30 erano ex prigionieri di guerra britannici, francesi, sovietici, sudanesi e persino indiani – ed era in contatto con un piccolo nucleo guidato da due ufficiali britannici “WILLIAM” e “TERRY” stabilitisi a Castelletto, frazione di Giuncugnano.
(5) La formazione di Mommio aveva ricevuto anche un lancio – la notte del 22 aprile – che era però andato quasi tutto disperso.
(6) Jacopini (op. citata a pag. 39) paragona questo rastrellamento ad una vera e propria azione di linea: per il raggio e la durata, più che per i risultati militari raggiunti.
(7) Testo del proclama affiso a Fivizzano e nel circondario: «Il comandante supremo delle forze armate germaniche proclama: Chiunque sia trovato in possesso di armi ed esplosivi non denunciati al più vicino Comando tedesco, sia fucilato. Chiunque dia alloggio a partigiani, o li protegga, o li soccorra di abiti, cibo o armi, sia fucilato. Chiunque sia a conoscenza di un gruppo di ribelli o anche di un solo ribelle e non ne dia notizia al Comando più vicino, sia fucilato. Chiunque dia al nemico o ai partigiani notizie sulla dislocazione di comandi tedeschi o di installazioni militari, sia fucilato. Ogni villaggio in cui sia provata la presenza di partigiani o nel quale siano avvenuti attacchi contro soldati tedeschi o italiani, o nel quale siano avvenuti tentativi di sabotaggio a depositi di guerra, sia raso al suolo. Inoltre siano fucilati tutti gli abitanti maschi del villaggio, di età superiore ai 18 anni. Le donne e i bambini saranno internati nei campi di lavoro».
(8) Solo a Mommio, 70 delle 72 case furono bruciate.
(9) Testim. Jacopini.
(10) I caduti partigiani accertati furono non più di 6: i due fratelli Bertolucci uccisi in uno scontro con una pattuglia della Decima a Regnano, un partigiano isolato sorpreso ed ucciso a Sermezzana e altri 3 – sorpresi dal rastrellamento nel bosco di Caugliano – i cui cadaveri furono esposti sulla piazza di Fivizzano a scopo dimostrativo.
(11) Quando, in aprile, nel paese era stato affisso il manifesto di Mussolini che invitava gli sbandati a presentarsi entro il 25 maggio, mani ignote avevano risposto scrivendo sul manifesto stesso il ritornello di una canzone allora in voga: «vieni, c’è una strada nel bosco» (cfr. Jacopini op. citata).
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria. Volume II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 145-148
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Anni in cui l’atteggiamento italiano verso la NATO veniva ritenuto ambiguo


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Anni in cui l’atteggiamento italiano verso la NATO veniva ritenuto ambiguo


Il Ruolo italiano nelle decisioni atlantiche
1950: Guerra di Corea; trasformazione patto Atlantico in NATO; il sentimento della paura verso il nemico Sovietico torna a serpeggiare in tutta l’Europa occidentale. In questo scenario l’Italia con presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, si rende conto che nonostante le sollecitazioni degli alleati non è in grado di sostenere economicamente un riarmo, generando un sentimento di poca tolleranza nei confronti italiani da parte soprattutto della Gran Bretagna. Con la speranza di alleggerire la pressione per la spesa militare sul proprio governo, De Gasperi manifesterà il proprio assenso e appoggio agli Stati Uniti, nel momento in cui richiederanno a gran voce l’entrata della NATO delle Germania occidentale, cercando al contempo di non inimicarsi la Francia che era fermamente contraria ma con cui l’Italia aveva forti interessi economici legati alla Comunità Europea per il Carbone ed Energia.
In questi anni che vanno dal 1950 al 1954 più volte l’Italia si troverà in situazioni delicate nei confronti degli Stati Uniti per la questione riarmo, se ufficialmente accettava le richieste americane, nella realtà adducendo problemi di politica interna il riarmo non veniva effettuato, tanto che nel 1952 i rapporti con il presidente in carica Eisenhower diventano estremamente tesi per la non ratifica italiana dell’accordo CED fortemente caldeggiato dagli Stati Uniti stessi. <92 In questo momento l’Italia viene considerata dal fronte Anglo-Americano l’anello debole della NATO, e la Gran Bretagna non risparmierà all’Italia parole dure di scherno e disprezzo. <93 Con la morte di Stalin a fine 1953 e una distensione dei rapporti Est-Ovest l’Italia sperava in una possibile trasformazione della NATO in una struttura più politica che militare, sempre a guida americana ovviamente, ma questa idea fu poco considerata dagli alleati, e il problema di ratifica CED ancora esisteva, con l’Italia che temporeggiava anche per non indispettire la Francia che era ora contraria ad un Esercito Europeo comune. Le tensioni esistenti tra i vari alleati fecero temere per la sopravvivenza stessa della NATO, tensioni che grazie all’intervento inglese sfociarono nella costituzione UEO e annessione tedesca alla NATO, UEO in cui anche gli interessi italiani venivano riconosciuti. L’Italia tenterà costantemente di evitare di essere accusata di non volersi impegnare a livello militare suggerendo un approccio diverso verso l’Europa Orientale, più politico e diplomatico, ma la realtà è che in questi anni l’atteggiamento italiano verso la NATO verrà ritenuto ambiguo e con un ruolo al suo interno molto marginale. <94
Gli anni 50 e 60 furono caratterizzati dalla politica di Kennedy che vedeva l’Europa come uno dei due pilastri dell’Alleanza Atlantica, in Italia c’è la convinzione che pur rimanendo fedeli agli alleati bisogna ricercare un ruolo utile all’Occidente e ai propri interessi nazionali. L’interesse italiano è rivolto al Mediterraneo dimostrando un forte interesse verso i Paesi Arabi e Nord Africani: non dimentichiamo che in Egitto e Libia c’erano ancora presenze consistenti di connazionali, ed è in questo momento storico e politico che si inizia ad usare il termine neoatlantismo in Italia, collaborare con Stati Uniti per una difesa comune dell’Occidente, ma dialogo con il Medio Oriente per la conquista di una posizione strategica nell’area mediterranea. <95 Esempio di neoatlantismo fu la strategia di Enrico Mattei, Presidente dell’Eni, Ente Nazionale Idrocarburi, per un’espansione energetica proprio verso Medio Oriente e Nord Africa.
Questa strategia era basata su accordi stretti con questi paesi riconosciuti come grandi produttori di petrolio e gli eventi più importanti furono: gli Accordi con l’Iran del 1957 ottenuti attraverso una negoziazione che garantiva maggiore guadagno ai paesi produttori, andando a sfidare le compagnie inglesi e statunitensi; gli Accordi con l’Egitto del 1959, quando si conclusero importanti trattative con il Presidente Nasser, per garantire maggiore autonomia dell’Italia e renderla il principale paese mediatore tra Europa e il mondo arabo; ed infine, una strategia di sostegno ai paesi del Terzo Mondo che Mattei attuò, cercando di emancipare l’Italia dall’influenza USA. Questi eventi furono chiaramente visti con sospetto dalle altre potenze occidentali che guardavano in modo circospetto questa nuova intraprendenza italiana e protagonismo politico. <96
Successivamente, tra gli anni ’60 e ’70, in particolare la nuova figura leader del partito democristiano Aldo Moro cercò di orientare la politica estera a tutela della stabilità del Mediterraneo di cui l’Italia faceva parte. Moro propose una strategia a doppio binario, era infatti un grande sostenitore della posizione dell’Italia all’interno della NATO e del mantenimento di forti legami con le potenze occidentali, ma era anche convinto che dovessero essere ampliate le
strade diplomatiche italiane, per perseguire anche un costruttivo dialogo con i paesi del blocco sovietico. In questo momento storico l’Italia immaginò senza alcun successo di poter svolgere un ruolo di mediatore tra il blocco occidentale e quello orientale, sperando di favorire un nuovo equilibrio a livello internazionale. Il Presidente del Consiglio in carica, Onorevole Moro, fu inoltre un sostenitore di un rapporto di aperto dialogo con i paesi dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, incoraggiando ulteriori cooperazioni economiche che avrebbero poi portato a rafforzare la posizione italiana nel Mediterraneo.
In questi anni, infatti, l’Italia svolse al meglio questo ruolo, appoggiando iniziative volte alla distensione tra i due blocchi come la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa del 1975, che portò poi alla firma degli accordi di Helsinki. <97
Un momento fondamentale per la riuscita dell’autonomia italiana all’interno della NATO si verificò negli anni settanta, durante la Crisi degli Euromissili. Si trattava di un momento di grande tensione tra USA e URSS a causa del dispiegamento di missili potenzialmente dannosi per i due blocchi. La decisione di accettare lo schieramento degli euromissili sul territorio italiano, fu un atto con lo scopo di poter rassicurare gli alleati circa la posizione politica italiana, non ritenendo probabile la possibilità di un imminente attacco sovietico. L’Italia che veniva da un decennio complicato, avendo dovuto affrontare terrorismo, crisi economica e non stabilità politica, sentiva forte su di sé l’impressione degli alleati circa la propria affidabilità e solidità. Nel 1979 viene presa la decisione di installare i missili Cruise, base militare di Comiso, Sicilia, decisione riconfermata da Bettino Craxi nel 1983 in veste di
Presidente del Consiglio, una decisione che agevolò i piani europei di dispiegamento e diede conferma della accettazione da parte dell’Italia delle proprie responsabilità in un sistema di collaborazione con gli altri paesi alleati portando sicuramente nuovo consenso internazionale ma soprattutto difesa dei propri interessi diretti. <98
Dagli anni ottanta fino alla fine del secolo il Governo italiano orientò la propria politica estera al mantenimento della pace nella regione del Mediterraneo dimostrando grande capacità nell’agire sia in veste di Nazione NATO che come nazione autonoma. Per rilanciare il suo ruolo nel Mediterraneo l’Italia parteciperà durante questo decennio a varie missioni delle Nazioni Unite, UNIFIL confine libanese nel 1979 e penisola del Sinai, con una forza di osservatori di più nazioni nel 1982; missioni che avevano lo scopo di mettere in luce la totale apertura italiana a sostenere impegni politici e militari in una zona geografica che la aveva da sempre vista come protagonista. La missione in Libano in particolare fu la prima vera missione con uso di forze armate italiane, sebbene in un’operazione di peace-keeping sotto l’ala delle Nazioni Unite. Una missione che fece guadagnare rispetto dagli alleati nonostante la diffidenza iniziale e le truppe italiane furono decisamente più amate dalle popolazioni locali per la qualità della protezione data. <99
Negli anni 90 la NATO vedrà il crollo del blocco europeo orientale con la fuoriuscita dei paesi satelliti sovietici, la costituzione del Partenariato di Pace e la proposta di annessione alla NATO di Ungheria, Polonia e Repubblica Cecoslovacca. La caduta della Cortina di Ferro vedrà anche il dissolversi della Jugoslavia con l’inizio di guerre civili cruente tra Serbia Croata e Bosnia-Erzegovina nel 1992 e l’inizio per la Nato di un periodo di missioni militari fuori dai suoi tradizionali confini […]

[NOTE]92 A. Varsori. La politica estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957). 1 ed. Milano: Led Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 1993, pp. 309-310
93 A. Varsori. La politica estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957). 1 ed. Milano: Led Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 1993, p. 315
94 A. Varsori. La politica estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957). 1 ed. Milano: Led Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 1993, pp. 316-319
95 Minolfi S., L’Italia e la NATO: una politica estera nelle maglie dell’alleanza. Napoli: Cuen, 1993, p.93
96 Minolfi S. L’Italia e la NATO: una politica estera nelle maglie dell’alleanza. Napoli: Cuen, 1993, pp. 83-84
97 Minolfi Salvatore, L’Italia e la NATO: una politica estera nelle maglie dell’alleanza. Napoli: Cuen, 1993, pp. 118-120
98 Minolfi S., L’Italia e la NATO: una politica estera nelle maglie dell’alleanza. Napoli: Cuen, 1993, pp.124-127
99 Minolfi S., L’Italia e la NATO: una politica estera nelle maglie dell’alleanza. Napoli: Cuen, 1993, pp. 138-141
Chiara Gatti, L’Alleanza Atlantica e il ruolo dell’Italia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024
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La strage tedesca di Civitella in Val di Chiana


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La Decima Mas era subordinata alle SS


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Nel 1946 circa la Germania le aspettative degli alleati si erano adeguate


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Ferragosto con vento di mare


Un fenomeno strano per la stagione, un forte vento di mare a Bordighera, ad un Ferragosto di diversi anni fa. Un vento di sud-ovest, che, quindi, spirava su tutta la Costa Azzurra. Vengono in mente tante immagini e tante situazioni. Pensando alla vicina Provenza, rammentare un dicembre poco prima della metà degli anni ‘90 con una Marsiglia veramente flagellata: dal sagrato di Notre Dame de la Garde sembrava che l'isolotto d'If venisse, insieme a tutte le memorie del Conte di Montecristo, da un momento all'altro inghiottito dalla furia del mare. E pensare ad un vento (dei venti) che ha (hanno) altre provenienze e che quasi sempre si accompagna (accompagnano) allo scorrere tumultuoso di torrenti e di fiumi montani, il vento (i venti) che spira (spirano) nelle Alpi di Bassa Provenza nelle pagine di Pierre Magnan, dense di omicidi gotici, di personaggi comunque indimenticabili anche perché quasi tutti avulsi dallo scorrere della storia, dei variopinti colori di cime, foreste, prati, rocce, forre, giardini segreti; della natura e di pietre, pregne di storia, insomma. Nel Ponente Ligure quasi in ogni stagione, invece, la furia del vento spinge il mare a devastare litorali di difficile, anche per l'incuria dell'uomo, ripascimento, spesso con conseguenze devastanti per gli stabilimenti balneari e per le stesse opere di fabbrica delle passeggiate a mare. Sul piano letterario pagine sublimi sugli effetti cangianti, di luce, di colore, di forma, del vento su questo mare dell’estremo ponente ligure ha scritto un insigne autore di questa terra, Francesco Biamonti.





Un grande fotografo vissuto a lungo in incognito a Bordighera adrianobrunoalbertomaini.blogs…







Gli spiccioli di Nico


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Giuliano d’Angiolini


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Un diario di guerra del ponente ligure


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Il partigiano Mimmo e la Missione Kahnemann


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La base alleata in Francia era a Saint-Jean-Cap-Ferrat


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La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa


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La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa


Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.

[NOTE](8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

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La Resistenza a Bordighera (IM): cenni


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