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PER TEHERAN LE BOMBE, PER RIYADH LE CENTRIFUGHE

Quando l’uranio lo arricchisce l’Iran diventa una minaccia esistenziale per l’intera umanità. Quando invece potrebbe arricchirlo l’Arabia Saudita, evidentemente diventa improvvisamente un’opportunità commerciale, strategica e — ci mancherebbe — rigorosamente “pacifica”.

Secondo un’inchiesta pubblicata dalla CNN il 18 luglio 2026 negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump avrebbe raggiunto un’intesa preliminare per consentire all’Arabia Saudita di sviluppare capacità di arricchimento dell’uranio nell’ambito del futuro accordo di cooperazione nucleare civile tra Washington e Riyadh.

La bozza del cosiddetto “accordo 123”, prevista dall’Atomic Energy Act statunitense per il trasferimento di tecnologie e materiali nucleari, sarebbe pronta dall’ottobre 2025 e attenderebbe ancora la firma del presidente Donald Trump.

Il punto decisivo non è che domani mattina verrà consegnata una bomba atomica a Mohammed bin Salman. Il punto è che l’accordo, secondo i documenti e le fonti citate, non obbligherebbe Riyadh ad adottare il Protocollo Aggiuntivo dell’AIEA e non conterrebbe il cosiddetto “gold standard”, cioè la rinuncia esplicita all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del combustibile esaurito.

Il Protocollo Aggiuntivo permette all’AIEA di ottenere informazioni più ampie, accedere a un maggior numero di siti e cercare eventuali attività nucleari non dichiarate. Senza questo strumento, i controlli restano concentrati soprattutto sui materiali e sugli impianti ufficialmente dichiarati.

L’accordo prevederebbe invece garanzie bilaterali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, i cui dettagli non sono stati resi pubblici. Inoltre, un “accordo 123” non autorizza automaticamente ogni singolo trasferimento tecnologico: costituisce però la cornice legale dentro la quale Washington potrebbe successivamente approvare attività sensibili, compresi arricchimento e riprocessamento.

Non si tratta dunque di affermare che Riyadh stia già costruendo un’arma nucleare. Si tratta di osservare che gli Stati Uniti starebbero accettando per un alleato ciò che hanno indicato come intollerabile quando veniva rivendicato dall’Iran.

Washington ha giustificato una parte fondamentale della pressione politica e delle operazioni militari contro Teheran proprio con il rischio legato all’arricchimento dell’uranio. E mentre gli attacchi statunitensi contro l’Iran proseguono, alla monarchia saudita potrebbe essere concessa una corsia preferenziale.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha già dichiarato pubblicamente che, qualora l’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita cercherebbe di dotarsene. Non esattamente il profilo ideale al quale concedere eccezioni creative in materia di non proliferazione.

Secondo la CNN, la firma sarebbe stata ritardata anche per evitare che l’accordo diventasse immediatamente oggetto di un voto di disapprovazione bipartisan al Congresso. Una volta trasmesso formalmente, infatti, il Congresso avrebbe un periodo limitato per tentare di bloccarlo.

Ed è qui che il problema supera i confini sauditi.

Se Washington concede a Riyadh un regime nucleare costruito su misura, perché la Cina dovrebbe negare condizioni analoghe ai propri alleati? Perché la Russia dovrebbe continuare a pretendere standard più severi dai suoi partner? E perché gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero rispettare l’accordo con cui hanno rinunciato volontariamente ad arricchimento e riprocessamento?

La non proliferazione non può funzionare come un locale con la selezione all’ingresso: vietata ai nemici, disponibile nel privé per gli amici che pagano bene.

Non significa che avremo necessariamente una bomba saudita domani. Significa che oggi viene indebolita una delle barriere costruite per impedirla.

E quando le regole nucleari diventano negoziabili in base alle alleanze, agli investimenti e agli interessi commerciali, il problema non è più soltanto l’Iran, l’Arabia Saudita o il Medio Oriente.

Il problema diventa il precedente.

FONTI: CNN, inchiesta pubblicata il 18 luglio 2026; Reuters, 19 febbraio, 18 marzo e 19 maggio 2026, documenti e contestazioni congressuali sull’accordo nucleare USA–Arabia Saudita; AIEA, documentazione ufficiale sul Protocollo Aggiuntivo e sui poteri ispettivi supplementari. (Reuters)

Don Chisciotte