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Spiegateglielo ai decelebrati Slava Ucraina, che applaudono i bombardamenti delle raffinerie e contro l'Iran.

IL DIESEL STA SPARENDO. E CON LUI RISCHIA DI FERMARSI L’ECONOMIA.

Mentre da noi il dibattito è tutto su auto elettriche, cannucce di carta e case “green”, il mondo reale sta lanciando un altro allarme.

Goldman Sachs individua nel gasolio l’epicentro della nuova crisi energetica mondiale.

Non è il petrolio a mancare.

Manca il diesel.

Quello che muove camion, trattori, navi, ambulanze, generatori, cantieri, macchine agricole e l’intera logistica globale.

Le cause si stanno sommando una sull’altra:

▪️ raffinerie fuori uso o rallentate in Medio Oriente;
▪️ la Cina trattiene una quota crescente della produzione per il mercato interno;
▪️ la Russia, dopo gli attacchi alle proprie raffinerie e per garantire il fabbisogno nazionale, ha drasticamente ridotto le esportazioni.

Il risultato?

2,6 milioni di barili al giorno in meno sul mercato mondiale.

Scorte ai minimi.

Domanda stagionale ai massimi.

Una miscela esplosiva.

E sapete qual è il problema?

Che senza diesel non si ferma solo qualche automobile.

Si fermano i trasporti.

Aumentano i costi dell’agricoltura.

Sale il prezzo del cibo.

Crescono i costi dell’industria.

Riparte l’inflazione.

È il carburante che tiene in piedi l’economia reale.

Per anni ci hanno raccontato che il problema era produrre più energia “verde”. Nel frattempo l’Occidente ha chiuso raffinerie, ha scoraggiato gli investimenti nel settore e ha reso il sistema molto più fragile.

Oggi basta un conflitto regionale, qualche raffineria colpita e qualche decisione di Mosca o di Pechino per mettere in ginocchio il mercato mondiale del diesel.

E mentre tutto questo accade…

L’Unione Europea continua a discutere di nuove sanzioni, nuovi obiettivi climatici e nuove tasse.

È come stare sul Titanic e discutere del colore delle tende mentre la sala macchine è già sott’acqua.

Quando il conto arriverà alla pompa di benzina, al supermercato e nelle bollette, ci diranno che è stata un’altra “emergenza imprevedibile”.

No.

I segnali ci sono tutti.

Basta avere il coraggio di guardarli.

Don Chisciotte

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Un saluto a Carlo Calenda, Pina Picierno e tutta la galassia liberal italiana, che non volevano Pirlo per una pubblicità fatta in Russia e adesso si ritrovano Roberto Mancini che firmò il contratto con lo Zenith S.Pietroburgo (di proprietà della Gazprom) direttamente dalle mani di Sergey Fursenko, braccio destro di Putin.
❤️

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Nei giorni scorsi la Banca Centrale Europea ha indetto una consultazione per rinnovare gli EURO. Personalmente ho trovato molto banali ma soprattutto poco rappresentative le grafiche proposte per le nuove banconote (disponibili sui vari siti istituzionali), così mi sono permesso di ricreare una serie che trovo molto più coerente con gli attuali “valori” portati avanti dall’Unione Europea.

Matteo Gracis

Immagini prodotte con IA

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𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔 𝗛𝗔 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗘𝗥𝗧𝗢 𝗜𝗟 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗥𝗘𝗔𝗧𝗢: 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗔𝗧𝗢

Il professor Angelo d'Orsi critica il riarmo, chiede diplomazia, difende la sovranità nazionale e sostiene che l’Italia non debba comportarsi come il poggiapiedi di Washington.

Per Repubblica il quadro indiziario è praticamente completo.

Mancano soltanto il colbacco, una balalaika sequestrata in salotto e la fotografia di Putin nascosta dietro i libri di storia.

L’articolo di Francesco Bei mette nello stesso frullatore D’Orsi, Agorà, Di Battista, Vannacci, l’ambasciata russa, Russia Today, il Copasir e lo spionaggio.

Il tutto con quella raffinata tecnica giornalistica che permette di non formulare un’accusa precisa, ma di lasciare sul tavolo abbastanza fumo da far sembrare sospetto perfino chi domanda dove sia l’incendio.

D’Orsi ha quindi rivolto al giornale una richiesta scandalosa: mostrare le prove.

Quali sarebbero gli eventi “filorussi” ai quali avrebbe partecipato?

Chi lo avrebbe finanziato?

Quali compensi avrebbe ricevuto?

Quali ordini gli sarebbero arrivati da Mosca?

Nomi, date, documenti, bonifici.

Una pretesa davvero antiquata. Nel nuovo giornalismo investigativo le prove rischiano soltanto di rovinare una bella trama.

Partecipare a un dibattito pubblico, infatti, non dimostra di essere al servizio di una potenza straniera. Altrimenti dovremmo applicare lo stesso criterio anche a chi frequenta ambasciate americane, fondazioni atlantiste, convegni NATO e salotti finanziati dall’Occidente.

Ma quello, evidentemente, non è servilismo.

È “responsabilità internazionale”.

Criticare Mosca significa essere liberi.

Criticare Washington significa essere pagati da Mosca.

Inviare armi significa volere la pace.

Chiedere negoziati significa preparare l’invasione dei cosacchi.

La logica è così impeccabile che potrebbe essere adottata direttamente come test d’ingresso nelle redazioni.

Agorà nasce in Italia e parla di lavoro, diritti sociali, pace, sovranità popolare e autonomia politica.

Idee che possono essere contestate, certo.

Ma contestarle richiederebbe argomenti.

Molto più comodo evocare il Cremlino, aggiungere una fotografia dell’ambasciata russa e lasciare che il lettore completi da solo il processo.

Io sto con Angelo D’Orsi e con il progetto Agorà.

Non perché ogni loro posizione debba essere condivisa, ma perché una democrazia degna di questo nome discute le idee: non trasforma il dissenso in una perizia psichiatrica o in un fascicolo del controspionaggio.

𝗗’𝗢𝗥𝗦𝗜 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔.

E se Repubblica possiede le prove, le pubblichi.

Altrimenti resta soltanto una grande inchiesta sul nulla, illustrata molto bene.

Don Chisciotte

Fonte: articolo di Francesco Bei su la Repubblica del 26 luglio e replica pubblica del professor Angelo D’Orsi.

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𝗕𝗥𝗨𝗫𝗘𝗟𝗟𝗘𝗦 𝗛𝗔 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗜𝗧𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗦𝗧𝗔. 𝗢𝗥𝗔 𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗠𝗔 “𝗘𝗦𝗧𝗥𝗘𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢”

In Germania un sondaggio YouGov ha portato AfD al 29%, nove punti sopra la CDU-CSU del cancelliere Merz.

In Francia Marine Le Pen viene accreditata fra il 34% e il 35,5% al primo turno delle presidenziali, mentre nessuno degli avversari raggiunge il 20%.

Naturalmente a Bruxelles sono “preoccupati”.

Non per la Germania che perde occupazione industriale.

Non per la produzione manifatturiera tedesca, diminuita ogni anno dal 2022.

Non per le imprese tedesche che nel 2025 hanno investito oltre 7 miliardi di euro in Cina, il 55,5% in più rispetto all’anno precedente.

Sono preoccupati per gli elettori.

Perché gli elettori, quando votano male, diventano improvvisamente vittime della disinformazione.

Nel frattempo l’Unione europea e i suoi Stati membri dichiarano di aver destinato complessivamente 211,3 miliardi di euro all’Ucraina e agli ucraini.

Poi presentano Readiness 2030: fino a 800 miliardi di nuova capacità di spesa militare.

Una splendida dimostrazione di autonomia strategica europea, con un piccolo dettaglio: l’Europa importa dalla Cina il 98% dei magneti alle terre rare di cui ha bisogno e il 100% delle terre rare pesanti.

In pratica ci riarmiamo contro i nostri avversari geopolitici ordinando i componenti a uno dei nostri principali avversari geopolitici.

È il celebre moschetto europeo con etichetta “Made in Shenzhen”.

Sul fronte digitale il copione non cambia.

Il DSA aumenta i poteri di controllo sulle grandi piattaforme. Il portafoglio europeo d’identità digitale dovrà essere messo a disposizione entro la fine del 2026. Le regole temporanee chiamate “Chat Control” sono state prolungate fino al 2028, consentendo alle piattaforme di effettuare volontariamente determinate scansioni delle comunicazioni, anche se nell’attuale compromesso i servizi cifrati end-to-end restano esclusi.

Non occorre inventare una dittatura digitale già compiuta.

Basta osservare l’infrastruttura che viene montata, regolamento dopo regolamento, sempre con le migliori intenzioni e sempre nella stessa direzione.

AfD e Le Pen non sono un fulmine caduto sull’Europa.

Sono il prodotto politico di stagnazione economica, costi energetici, perdita industriale, immigrazione mal gestita, riarmo a debito e istituzioni che rispondono al dissenso spiegando ai cittadini che non hanno capito.

Bruxelles non ha creato un “mostro”.

Ha preparato il terreno, ha piantato il seme, ha acceso la serra e adesso convoca una commissione d’inchiesta perché la pianta è cresciuta.

Von der Leyen può anche continuare a mostrarsi preoccupata.

Gli elettori europei sembrano esserlo molto più di lei.

E, soprattutto, hanno ancora una matita in mano.

Don Chisciotte

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😁😁😁

𝗙𝗘𝗗𝗢𝗥𝗢𝗩 𝗖𝗧: 𝗙𝗜𝗡𝗔𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘𝗧𝗧𝗔

La satira ha già risolto il problema della panchina azzurra.

Roberto Mancini? Impossibile.

Ha allenato lo Zenit San Pietroburgo nel 2017-2018, quando la Russia aveva già annesso la Crimea. Una contaminazione gravissima, retroattiva e probabilmente trasmissibile anche attraverso i calci d’angolo.

Per evitare nuovi turbamenti a Picierno, Calenda e all’intero reparto di profilassi geopolitica nazionale, il prossimo commissario tecnico sarà dunque Mychajlo Fedorov.

Finalmente una nomina inattaccabile.

𝗖𝗧: Fedorov.
𝗩𝗶𝗰𝗲𝗮𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲: Crosetto.
𝗗𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶𝘃𝗼: Kaja Kallas.
𝗩𝗔𝗥: Commissione europea.
𝗖𝗼𝗻𝘃𝗼𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶: approvate preventivamente dall’ambasciata ucraina.

Il nuovo modulo sarà il 4-3-3 atlantico:

quattro sanzioni,
tre comunicati indignati,
tre richieste di finanziamento.

Prima di ogni partita, inoltre, ciascun calciatore dovrà firmare un’autocertificazione:

«Non ho mai giocato, allenato, lavorato o bevuto un caffè entro cinquecento chilometri da Mosca».

Chiunque abbia conosciuto un russo verrà escluso dal ritiro.

Chi abbia letto Dostoevskij sarà convocato soltanto dopo un accurato percorso di de-russificazione.

E chi possiede una matrioska verrà deferito direttamente alla Corte penale internazionale.

𝗩𝗢𝗚𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗙𝗘𝗗𝗢𝗥𝗢𝗩!

Non sappiamo se sappia allenare una Nazionale, ma ormai sembra un dettaglio secondario.

L’importante è che la formazione sia corretta.

Politicamente, naturalmente.

Don Chisciotte

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𝗟𝗘 “𝗔𝗖𝗖𝗜𝗦𝗘 𝗠𝗢𝗕𝗜𝗟𝗜”: 𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗧𝗜 𝗦𝗩𝗨𝗢𝗧𝗔 𝗟𝗘 𝗧𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗣𝗢𝗜 𝗧𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗜𝗧𝗨𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗜𝗟 𝗚𝗘𝗧𝗧𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗔𝗥𝗥𝗘𝗟𝗟𝗢

Meloni incontra Giorgetti. Il governo è «al lavoro per una soluzione» contro il caro benzina.

La soluzione, udite udite, potrebbe essere quella delle accise mobili.

Un nome meraviglioso. Fa pensare a tasse agili, dinamiche, scattanti. Accise che corrono, saltano, fanno stretching e magari, prese da un improvviso slancio patriottico, se ne vanno definitivamente.

Naturalmente non funziona così.

Vediamo di capire il prodigio fiscale.

Quando aumenta il prezzo del petrolio, aumenta il prezzo industriale del carburante. E quando aumenta il prezzo del carburante, aumenta anche l’IVA incassata dallo Stato, perché l’IVA è calcolata in percentuale sul prezzo.

In pratica, più paghiamo benzina e diesel, più lo Stato incassa.

A questo punto entra in scena la cosiddetta accisa mobile: il governo prende una parte del maggiore gettito IVA provocato dal rincaro e la usa per abbassare temporaneamente le accise.

Riassumendo:

il carburante aumenta;

tu paghi di più;

lo Stato incassa più IVA;

poi il governo valuta se restituirti una parte di ciò che ha appena incassato;

infine presenta la restituzione parziale come un intervento contro il caro carburanti.

È come se un ladro ti portasse via il portafoglio, contasse i soldi davanti a te e poi, commosso dalla tua situazione economica, ti restituisse la monetina da un euro necessaria per prendere il carrello al supermercato.

E tu dovresti pure ringraziarlo perché ha adottato una «misura di sostegno».

Facciamo un esempio puramente illustrativo.

Se il prezzo imponibile del carburante aumenta di 10 centesimi, lo Stato incassa circa 2,2 centesimi in più di IVA.

Dunque tu subisci un rincaro di oltre 12 centesimi e il governo può eventualmente utilizzare una parte di quei 2,2 centesimi per ridurre l’accisa.

Non ti toglie il rincaro.

Non riporta il prezzo al livello precedente.

Non modifica strutturalmente la tassazione.

Ti restituisce, forse, una piccola frazione del maggiore esborso.

La stampa la chiama «soluzione».

Ma le parole hanno ancora un significato.

Una soluzione risolve un problema.

Un tampone limita temporaneamente il danno.

Qui siamo parecchio sotto il tampone: siamo al governo che osserva l’emorragia, raccoglie un po’ del sangue caduto sul pavimento e lo rimette nel paziente con un cucchiaino da caffè.

Con calma, naturalmente.

Perché le accise saranno pure mobili, ma il meccanismo non parte necessariamente nell’istante in cui i prezzi aumentano. Bisogna calcolare il maggiore gettito, verificarlo, discuterne, decidere l’intervento e adottare i relativi provvedimenti.

Nel frattempo il prezzo alla pompa sale in tempo reale.

Il benzinaio cambia il cartello oggi.

Il governo approfondisce domani.

L’automobilista paga subito.

L’eventuale sconto arriva dopo.

È la nuova frontiera dell’efficienza pubblica: rincari alla velocità della luce, aiuti con la puntualità di un treno regionale durante uno sciopero.

E attenzione: l’articolo spiega anche che i precedenti tagli alle accise sarebbero costati miliardi alle casse dello Stato e non potrebbero essere mantenuti a lungo a causa dell’elevato debito pubblico.

Curioso.

Quando il prezzo sale, il cittadino deve comprendere le esigenze dei mercati, la situazione internazionale, il petrolio, le guerre, il debito e gli equilibri di bilancio.

Quando lo Stato incassa accise e IVA sulle accise, invece, non è mai il momento adatto per discutere seriamente di una riduzione permanente della pressione fiscale.

Le tasse sui carburanti sono come certi parenti: dovevano fermarsi pochi giorni e sono ancora sedute in salotto dopo decenni.

Il risultato è un capolavoro.

Lo Stato tassa il carburante.

Poi applica l’IVA anche sull’accisa.

Poi incassa di più quando il prezzo aumenta.

Poi usa una parte dell’extragettito per ridurre temporaneamente la tassa.

Poi convoca una riunione.

Poi comunica di essere al lavoro.

Poi i giornali titolano: «Il governo cerca una soluzione».

Manca soltanto il documentario celebrativo con la voce di Alberto Angela:

“Qui possiamo osservare il raro esemplare di accisa mobile. Si muove soltanto quando il prezzo è già aumentato e tende a tornare rapidamente nella posizione originaria.”

Quindi diciamolo chiaramente.

Le accise mobili non sono una soluzione al caro benzina.

Sono un meccanismo che può restituire agli automobilisti una piccola parte delle maggiori entrate fiscali generate dallo stesso caro benzina.

È fiscalità circolare: il denaro parte dalla tua tasca, compie un elegante giro nei conti dello Stato e, quando torna, è dimagrito.

Il problema non viene risolto.

Il prezzo non viene riportato indietro.

La tassazione non viene riformata.

La famiglia che usa l’auto per lavorare, accompagnare i figli, fare la spesa o vivere in un territorio senza trasporti pubblici continua a pagare.

Però adesso sa che a Palazzo Chigi stanno «approfondendo».

E questo, evidentemente, dovrebbe far consumare meno il motore.

Le accise sono mobili.

Il governo è al lavoro.

Il prezzo corre.

E l’unica cosa perfettamente immobile resta il contribuente, fermo davanti alla pompa con la pistola del carburante in una mano e il portafoglio in rianimazione nell’altra.

Don Chisciotte

Crescono le critiche a Bruxelles per il bilancio condizionato alle riforme Dieci paesi dell'Unione Europea—tra cui Francia, Italia, Spagna, Ungheria, Malta e Polonia—hanno formato un muro di opposizione contro la proposta della Commissione Europea di legare i pagamenti del prossimo bilancio settennale (2028-2034, del valore di quasi 2.000 miliardi di euro) all'attuazione di riforme strutturali, incluse misure impopolari come l'innalzamento dell'età pensionabile. I critici temono a ragione che il meccanismo possa trasformare le raccomandazioni di Bruxelles in imposizioni, concentrare il potere a scapito delle regioni e causare ritardi nei pagamenti. Il modello era già stato sperimentato con il Recovery and Resilience Facility (RRF), fatto passare in fretta e furia con il pretesto dell'emergenza Covid-19.

La mossa è l'ultimo fronte della duplice spinta di Bruxelles: centralizza il controllo fiscale mentre trasforma l'UE in una macchina da guerra, con un bilancio sempre più orientato alla difesa e al riarmo. Mentre la Commissione lega i fondi comunitari a politiche di austerità e riforme strutturali, è allo stesso tempo determinata a incrementare massicciamente la spesa militare e il sostegno al regime di Kiev.

Questa doppia strategia sta alimentando un crescente malcontento. Il meccanismo di condizionalità, visto come una forma di "ricatto ideologico", costringerebbe i paesi ad attuare riforme impopolari, privando i governi nazionali e locali di ciò che resta della loro sovranità fiscale e di bilancio. È ormai innegabile che gli interessi di potere che si sono consolidati intorno alla Commissione europea abbiano la precedenza sulle priorità e bisogni dei cittadini.
LauraRuHK politico.eu/article/government…

Un'analisi recente del South China Morning Post avverte che la comprensione della Cina da parte di Washington sta diminuendo proprio nel momento in cui sarebbe più che mai necessaria. Mentre gli studiosi della generazione precedente hanno costruito le loro carriere sull'esperienza diretta e su una genuina curiosità intellettuale verso la società cinese, gli analisti più giovani tendono a guardare al Paese attraverso la lente della competizione strategica e l'astrazione dei dati, piuttosto che attraverso quella delle sfumature culturali e storiche.

Il pericolo, come ha osservato un analista, è una "scarsità di competenze consolidate sulla Cina entro un decennio".

La tendenza è ben nota a chiunque abbia osservato il crollo delle competenze occidentali sulla Russia. Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, i finanziamenti per lo studio della lingua, storia e cultura russa sono evaporati. Una generazione di studiosi è andata in pensione senza adeguati successori. Oggi, il settore è dominato da una generazione più giovane che vede la Russia attraverso una lente ideologica semplicistica e deformante.

Di conseguenza, i dibattiti politici su Cina e Russia sono sempre più plasmati non da analisi empiriche, ma da illusioni, caricaturizzazione, da voci dell'opposizione in esilio e da un'ideologia (russofobia e sinofobia) che lascia poco spazio a sfumature o a una comprensione autentica.

Sta emergendo una generazione di analisti che vede solo rivali e minacce, senza il contesto storico, culturale o umano necessario per affrontare la complessità e interagire in modo saggio.

Quando gli unici strumenti disponibili sono il sospetto e l'ideologia, il rischio di errori di valutazione cresce. E in un'epoca di competizione tra grandi potenze, questo è chiaramente un pericolo.

LauraRu
scmp.com/news/china/diplomacy/…

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𝗞𝗔𝗟𝗟𝗔𝗦 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗥𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗚𝗟𝗜 «𝗔𝗠𝗜𝗖𝗜» 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗔𝗡𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢

Rieccola. Il disco rotto contro la Russia si sveglia, guarda finalmente verso Ovest e scopre che gli amici americani hanno un curioso modo di dimostrare affetto: 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘁𝗶 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗳𝗶𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶, 𝗽𝗼𝗶 𝘁𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮.

Gli Stati Uniti hanno introdotto dazi del 10% e del 12,5% sui beni provenienti da 60 partner commerciali, Unione Europea compresa, sostenendo che non controllino abbastanza le merci prodotte con lavoro forzato. (Reuters)

Kaja Kallas è caduta dal lettone:

«Non ce lo aspettavamo. Avevamo un accordo con l’America e noi abbiamo rispettato la nostra parte».

Povera creatura. Credeva che un accordo con Washington fosse un accordo. Invece è un abbonamento: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗽𝗮𝗴𝗮, 𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶.

Ma il capolavoro arriva subito dopo.

Mentre Kallas dichiara che l’accordo non sarebbe stato rispettato, un portavoce della Commissione europea afferma che il risultato è invece «in linea» con gli impegni americani e produce addirittura uno «slancio positivo». (Reuters)

Bruxelles ha così inventato la 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮: il dazio è contemporaneamente un tradimento e un successo. Kallas protesta, la Commissione ringrazia, Trump incassa e il contribuente europeo applaude per non disturbare.

Kallas ha persino ricordato che in Europa esistono ferie retribuite e migliori tutele del lavoro. Giusto. Dopo aver impartito lezioni morali all’intero pianeta, Bruxelles scopre che anche Washington può inventarsi un nobile pretesto e usarlo come randello economico. (Reuters)

Quando il randello colpisce Mosca si chiama «ordine internazionale basato sulle regole».

Quando colpisce l’Europa diventa una «sgradevole sorpresa».

𝗠𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲: la Russia è il nemico, la Cina è il rivale sistemico, l’America è l’alleato affidabile e l’Europa è quella che paga la quota associativa, compra le armi e poi telefona a Washington per «chiedere chiarimenti».

Possibilmente senza disturbare.

Don Chisciotte

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È il rapporto con cui la commissione Ue fotografa lo stato di salute della democrazia nei Paesi membri, spesso al centro di scontri e dibattiti, ma quest’anno è passato quasi sotto silenzio. E non solo.

Secondo le associazioni che monitorano la libertà di stampa in Europa, “normalizza le minacce per i giornalisti”: “Siamo scioccati dal tono utilizzato. Non corrisponde alla realtà”. A denunciarlo a Il Fatto Quotidiano è Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione europea dei cronisti che, dopo la pubblicazione del documento, ha deciso di prendere posizione pubblicamente.

Leggi l’articolo completo a cura di Martina Castigliani su Il Fatto Quotidiano:
ilfattoquotidiano.it/2026/07/2…

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𝐄 𝐀𝐃𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐋𝐀 𝐑𝐔𝐒𝐒𝐈𝐀 È 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀?

Reuters pubblica un’esclusiva destinata a far discutere.

Secondo l’agenzia, gli attacchi iraniani contro strutture della CIA stanno alimentando interrogativi su un possibile ruolo della Russia nel supporto operativo, tecnologico o d’intelligence.

È bene essere precisi: Reuters non dice che Mosca sia coinvolta. Dice che gli investigatori si stanno ponendo questa domanda. Ed è una differenza sostanziale.

Ma c’è un aspetto che colpisce.

Quando Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri Paesi NATO condividono intelligence, immagini satellitari, addestramento, sistemi d’arma e coordinamento operativo con l’Ucraina, tutto questo viene presentato come una normale cooperazione tra alleati.

Se invece emerge anche solo l’ipotesi che la Russia possa aver fornito un sostegno analogo all’Iran, improvvisamente si parla di escalation, di interferenza e di grave minaccia internazionale.

La domanda è semplice:

esistono due pesi e due misure oppure il principio dovrebbe valere per tutti?

Le regole del diritto internazionale non cambiano a seconda della bandiera di chi presta assistenza.

L’articolo di Reuters non offre risposte definitive. Ma pone una domanda che difficilmente potrà essere ignorata. E, soprattutto, riapre un dibattito che molti consideravano chiuso ancora prima che iniziasse.

Don Chisciotte

Fonti: Reuters (22 luglio 2026).

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𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗧𝗥𝗢𝗟𝗜𝗢 È 𝗩𝗘𝗡𝗘𝗭𝗨𝗘𝗟𝗔𝗡𝗢. 𝗜 𝟭𝟯 𝗠𝗜𝗟𝗜𝗔𝗥𝗗𝗜 𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗔𝗦𝗜𝗟𝗢 𝗔 𝗪𝗔𝗦𝗛𝗜𝗡𝗚𝗧𝗢𝗡

Dopo l’operazione militare statunitense e la cattura di Nicolás Maduro, Washington ha assunto il controllo delle esportazioni petrolifere venezuelane.

Il Financial Times ha fatto i conti: da gennaio gli Stati Uniti hanno raccolto più di 13 miliardi di dollari dalla vendita del greggio venezuelano. Non necessariamente utili netti, ma ricavi finiti sotto la gestione americana. La destinazione completa di quel denaro, però, non risulta pubblicamente ricostruibile.

Nel decreto firmato il 9 gennaio, la Casa Bianca assicurava che quei fondi restavano p̲r̲o̲p̲r̲i̲e̲t̲à̲ ̲s̲o̲v̲r̲a̲n̲a̲ ̲d̲e̲l̲ ̲V̲e̲n̲e̲z̲u̲e̲l̲a̲, semplicemente custoditi nei conti del Tesoro statunitense. Successivamente Trump ha invece parlato dei consistenti benefici economici ottenuti dagli Stati Uniti.

Nella nuova grammatica imperiale, evidentemente, “custodire” e “guadagnare” sono diventati sinonimi.

Sul sito ufficiale venezuelano compare un solo trasferimento: s̲o̲l̲o̲ ̲3̲0̲0̲ ̲m̲i̲l̲i̲o̲n̲i̲ ̲d̲i̲ ̲d̲o̲l̲l̲a̲r̲i̲. Washington sostiene che altri miliardi siano stati utilizzati per stipendi, importazioni e aiuti, ma senza una rendicontazione pubblica dettagliata. Anche il deputato statunitense Joaquin Castro denuncia che il Congresso non dispone di informazioni complete.

Il petrolio è venezuelano.
Il conto corrente è americano.
L’estratto conto, invece, dev’essere coperto dal segreto di Stato.

È il colonialismo aggiornato alla versione digitale: non serve più piantare una bandiera sul palazzo presidenziale. Bastano un’operazione militare, un decreto del Tesoro e una conferenza stampa sulla «stabilità democratica».

Il punto non è trasformare Maduro in un santo. Il punto è capire quale diritto internazionale permetta a una potenza di catturare il presidente di un altro Stato, controllarne la principale fonte di reddito e poi chiedere al mondo di fidarsi sulla destinazione dei soldi.

E soprattutto: quale parola userebbero i nostri editorialisti se al posto degli Stati Uniti ci fossero Russia, Cina o Iran?

Don Chisciotte

Fonti: Financial Times, 22 luglio 2026; Casa Bianca, Executive Order 14373 del 9 gennaio 2026.

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Maria Zakharova:
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha accusato l'Iran di non essere seriamente intenzionato a negoziare con Washington.

Il fatto è che il mondo intero ha già capito cosa sia l'inganno e la "diplomazia" inesistente o i "negoziati in stile occidentale": prima si accusano i partner di una presunta riluttanza a negoziare e attuare gli accordi, e poi si ammette che tutto ciò era necessario in preparazione alla guerra.

Ricordiamo la canzone zombi sul "fallimento della Russia nell'attuazione degli accordi di Minsk", che si concludeva con l'Occidente che dichiarava di non avere alcuna intenzione di rispettarli.

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AMERICA FIRST. MA LA COPPA SE LA PRENDE LA SPAGNA

Donald Trump non assiste agli eventi: li occupa militarmente con la propria presenza.

Lo stadio è americano, il Mondiale è americano, Infantino è praticamente un accessorio della Casa Bianca e quindi, per naturale diritto divino, anche la Coppa dovrebbe essere americana. O almeno trumpiana.

Durante il torneo hanno perfino reinterpretato le regole dopo una telefonata del presidente sul caso Balogun. Trump chiama Infantino, la squalifica evapora e tutti spiegano che non c’è alcun rapporto tra i due fatti. Più o meno come quando uno entra in banca con una pistola e il cassiere, per coincidenza, decide di regalargli i contanti.
Fonte: Reuters, luglio 2026.

Il finale ideale era già scritto: Argentina campione, Trump sul palco e Javier Milei in estasi mistica davanti al suo modello politico.

Milei, il fedelissimo del fedelissimo, il presidente che ha trasformato il sostegno a Israele e Netanyahu in una professione di fede, promettendo anche il trasferimento dell’ambasciata argentina a Gerusalemme. Alla finale però non c’era: ufficialmente per scaramanzia.

Ottima scelta. L’Argentina ha perso lo stesso, ma almeno lui non ha dovuto applaudire la Spagna dal vivo.
Fonti: Associated Press e Genesis Prize, giugno-luglio 2026.

Perché a vincere è stata proprio la Spagna di Pedro Sánchez.

La Spagna che Trump aveva insultato ai vertici NATO perché non intende spendere il 5% del PIL secondo il tariffario stabilito dal rappresentante commerciale delle industrie belliche americane.

La Spagna che non ha concesso automaticamente le basi di Rota e Morón per le operazioni statunitensi contro l’Iran.

La Spagna che ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha criticato apertamente Israele per Gaza e ha adottato misure contro il transito di armi destinate al governo Netanyahu.
Fonti: Reuters, Governo spagnolo, 2024-2026.

Insomma, il Paese europeo che avrebbe dovuto essere messo in castigo ha sollevato la Coppa nel salotto di casa del castigatore.

Prima della partita Trump ha dovuto anche stringere la mano a Sánchez, dietro il vetro antiproiettile. Una stretta rigida e sorridente come quella tra due condomini che hanno appena litigato per il posto auto.

Infantino, naturalmente, era in mezzo. Non si capisce se come presidente della FIFA, interprete, testimone o addetto alla sorveglianza.

La fotografia del saluto è rimasta. Sánchez, invece, nelle immagini della partita è praticamente scomparso: mai davvero inquadrato durante i 120 minuti, pur essendo presente nella tribuna ufficiale.

La regia poteva cancellare Sánchez dal televisore. Non poteva cancellare la Spagna dal risultato.

Poi è arrivato il momento più doloroso.

Trump ha dovuto prendere quella Coppa dorata — oggetto che per colore, dimensioni e pacchianeria sembrava progettato appositamente per il suo salotto — e consegnarla al capitano spagnolo.

Al rappresentante della nazione “terribile”.

Di quella che non obbedisce sulla NATO.

Di quella che non concede le basi a comando.

Di quella che riconosce la Palestina.

Il volto di Trump conservava il sorriso istituzionale di chi sta consegnando le chiavi della propria villa all’ex moglie.

Ma non è finita.

Dopo aver dato la Coppa, è rimasto sul palco accanto ai giocatori. Perché Trump non esce da un’inquadratura: viene sfrattato.

Infantino ha dovuto indicargli la via e accompagnarlo lateralmente prima dell’esultanza spagnola. Per alcuni secondi il presidente degli Stati Uniti è diventato un Infantino qualsiasi: porta il trofeo, lo consegna e poi si toglie perché devono festeggiare quelli che hanno vinto davvero.
Fonti: Reuters ed El País, 19 luglio 2026.

Questa è stata la vera sconfitta.

Non quella dell’Argentina di Milei.

Quella dell’uomo che voleva trasformare il Mondiale nell’ennesima puntata di The Donald Trump Show e si è ritrovato a premiare la Spagna più indigesta possibile.

Aveva lo stadio, la sicurezza, i vetri blindati, la regia e Infantino.

La Spagna aveva il pallone.

È bastato.

AMERICA FIRST. ESPAÑA CAMPEONA.

Don Chisciotte

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PER TEHERAN LE BOMBE, PER RIYADH LE CENTRIFUGHE

Quando l’uranio lo arricchisce l’Iran diventa una minaccia esistenziale per l’intera umanità. Quando invece potrebbe arricchirlo l’Arabia Saudita, evidentemente diventa improvvisamente un’opportunità commerciale, strategica e — ci mancherebbe — rigorosamente “pacifica”.

Secondo un’inchiesta pubblicata dalla CNN il 18 luglio 2026 negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump avrebbe raggiunto un’intesa preliminare per consentire all’Arabia Saudita di sviluppare capacità di arricchimento dell’uranio nell’ambito del futuro accordo di cooperazione nucleare civile tra Washington e Riyadh.

La bozza del cosiddetto “accordo 123”, prevista dall’Atomic Energy Act statunitense per il trasferimento di tecnologie e materiali nucleari, sarebbe pronta dall’ottobre 2025 e attenderebbe ancora la firma del presidente Donald Trump.

Il punto decisivo non è che domani mattina verrà consegnata una bomba atomica a Mohammed bin Salman. Il punto è che l’accordo, secondo i documenti e le fonti citate, non obbligherebbe Riyadh ad adottare il Protocollo Aggiuntivo dell’AIEA e non conterrebbe il cosiddetto “gold standard”, cioè la rinuncia esplicita all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del combustibile esaurito.

Il Protocollo Aggiuntivo permette all’AIEA di ottenere informazioni più ampie, accedere a un maggior numero di siti e cercare eventuali attività nucleari non dichiarate. Senza questo strumento, i controlli restano concentrati soprattutto sui materiali e sugli impianti ufficialmente dichiarati.

L’accordo prevederebbe invece garanzie bilaterali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, i cui dettagli non sono stati resi pubblici. Inoltre, un “accordo 123” non autorizza automaticamente ogni singolo trasferimento tecnologico: costituisce però la cornice legale dentro la quale Washington potrebbe successivamente approvare attività sensibili, compresi arricchimento e riprocessamento.

Non si tratta dunque di affermare che Riyadh stia già costruendo un’arma nucleare. Si tratta di osservare che gli Stati Uniti starebbero accettando per un alleato ciò che hanno indicato come intollerabile quando veniva rivendicato dall’Iran.

Washington ha giustificato una parte fondamentale della pressione politica e delle operazioni militari contro Teheran proprio con il rischio legato all’arricchimento dell’uranio. E mentre gli attacchi statunitensi contro l’Iran proseguono, alla monarchia saudita potrebbe essere concessa una corsia preferenziale.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha già dichiarato pubblicamente che, qualora l’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita cercherebbe di dotarsene. Non esattamente il profilo ideale al quale concedere eccezioni creative in materia di non proliferazione.

Secondo la CNN, la firma sarebbe stata ritardata anche per evitare che l’accordo diventasse immediatamente oggetto di un voto di disapprovazione bipartisan al Congresso. Una volta trasmesso formalmente, infatti, il Congresso avrebbe un periodo limitato per tentare di bloccarlo.

Ed è qui che il problema supera i confini sauditi.

Se Washington concede a Riyadh un regime nucleare costruito su misura, perché la Cina dovrebbe negare condizioni analoghe ai propri alleati? Perché la Russia dovrebbe continuare a pretendere standard più severi dai suoi partner? E perché gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero rispettare l’accordo con cui hanno rinunciato volontariamente ad arricchimento e riprocessamento?

La non proliferazione non può funzionare come un locale con la selezione all’ingresso: vietata ai nemici, disponibile nel privé per gli amici che pagano bene.

Non significa che avremo necessariamente una bomba saudita domani. Significa che oggi viene indebolita una delle barriere costruite per impedirla.

E quando le regole nucleari diventano negoziabili in base alle alleanze, agli investimenti e agli interessi commerciali, il problema non è più soltanto l’Iran, l’Arabia Saudita o il Medio Oriente.

Il problema diventa il precedente.

FONTI: CNN, inchiesta pubblicata il 18 luglio 2026; Reuters, 19 febbraio, 18 marzo e 19 maggio 2026, documenti e contestazioni congressuali sull’accordo nucleare USA–Arabia Saudita; AIEA, documentazione ufficiale sul Protocollo Aggiuntivo e sui poteri ispettivi supplementari. (Reuters)

Don Chisciotte

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KIEV SOTTO I MISSILI. IL COCAICOMICO SCOPRE CHE LA GUERRA FUNZIONA IN DUE DIREZIONI

Nella notte Kiev è stata investita da una massiccia ondata di missili balistici e ipersonici. I canali ucraini hanno parlato di Iskander, Zircon, numerosi incendi e lanci proseguiti per quasi un’ora.

Il numero esatto dei missili resta da confermare: alcuni monitoraggi ne indicano oltre quaranta, altri circa cinquanta. Il bilancio provvisorio comunicato dalle autorità di Kiev è di un morto e diversi feriti.

Fonti: Kyiv Independent, 19 luglio 2026; Reuters, aggiornamenti del 18 e 19 luglio 2026; comunicazioni del sindaco Vitali Klitschko.

Il giorno precedente, però, i droni ucraini avevano colpito due grandi centri logistici Wildberries in territorio russo, provocando morti e decine di feriti. Kiev ha naturalmente spiegato che erano “obiettivi legati allo sforzo bellico”.

Comodissimo.

Quando Zelensky manda i droni contro un magazzino pieno di lavoratori, l’Occidente apre il vocabolario alla voce “resistenza”. Quando Mosca risponde, gli stessi commentatori corrono in redazione, indossano il lutto e scoprono improvvisamente il diritto internazionale.

Il nano Cocaicomico pensava forse di poter incendiare la Russia e ricevere in cambio un mazzo di girasoli?

Adesso arriverà il solito spettacolo: titoli sulla “ferocia di Mosca”, editoriali commossi, richiesta di nuove sanzioni e foto di Ursula con l’espressione di chi ha appena scoperto che i missili russi non rispettano il regolamento di Bruxelles.

Sulle vittime russe, invece, silenzio elegante. In fondo erano soltanto lavoratori: basta definirli “parte della logistica militare” e anche il necrologio diventa superfluo.

Si tratta di ricordare ai chierichetti dell’informazione occidentale che la guerra non diventa morale soltanto perché a premere il pulsante è Zelensky.

Don Chisciotte

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TAJANI APRE BOCCA, CHIUDE UN’AMBASCIATA

Non so se siano migliori i silenzi di Antonio Tajani o le sue dichiarazioni.

Quando tace, non succede nulla.
Quando parla, saltano le relazioni diplomatiche.

Il nostro ministro degli Esteri ha infatti due modalità operative: modalità aereo e incidente diplomatico.

A Madrid ha definito quello del Nicaragua un governo estremista che protegge Alessio Casimirri, ex brigatista condannato definitivamente per il caso Moro. Managua, colpita dalla finezza diplomatica del messaggio, ha interrotto le relazioni con l’Italia.

Sia chiaro: Casimirri deve rispondere delle condanne definitive e l’Italia ha ragione a pretenderne l’estradizione.

Il problema è il metodo.

La diplomazia dovrebbe servire a ottenere qualcosa da un governo con cui si hanno rapporti difficili. Tajani ha invece adottato la celebre tecnica del cliente che entra al ristorante, insulta il cuoco e poi domanda se può avere uno sconto.

Risultato: Casimirri resta in Nicaragua e le relazioni diplomatiche se ne vanno.

Ma sarebbe ingeneroso giudicare il ministro da una sola perla. Tajani non improvvisa: inanella.

Il 5 marzo, parlando in Senato della guerra contro l’Iran, annunciò solennemente:

«Sabato 31 febbraio c’è stato il bombardamento».

Il 31 febbraio. Una data collocata tra San Mai e la Festa del Nulla, nel calendario ufficiale della Farnesina.

Poi consigliò agli italiani nel Golfo, in caso di droni, di non affacciarsi alle finestre. Fin qui il manuale di sopravvivenza scritto da Nonna Papera. Ma, criticato per l’ovvietà, si difese tirando in ballo i ragazzi morti nell’incendio di Crans-Montana perché, secondo lui, si sarebbero attardati a filmare. La conduttrice Tiziana Panella dovette ricordargli che in quella tragedia erano state contestate anche gravissime carenze di sicurezza.

Dopodiché arrivò il durissimo ultimatum all’Iran:

«Basta missili, basta droni. Si può vivere in pace anche senza armi atomiche».

A Teheran devono essere rimasti di sasso: accidenti, non ci avevano pensato. Probabilmente aspettavano proprio Tajani per scoprire che la pace si fa senza missili. Al prossimo vertice proporrà di combattere la siccità con l’acqua e la fame mangiando qualcosa.

A maggio è passato alla demografia:

«Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero dei migranti che vengono a lavorare nelle nostre imprese».

Un piano economico di rara rapidità: concepimento oggi, consegna del lavoratore tra circa vent’anni. Nel frattempo le aziende possono lasciare il posto vacante e preparare il fiocco azzurro.

E quando un giornalista gli ha chiesto se l’Italia intendesse sospendere gli accordi commerciali con Israele?

Lì Tajani ha finalmente ritrovato la sua forma migliore: non ha risposto e se n’è andato.

Davanti alle domande difficili, silenzio.
Davanti ai microfoni incustoditi, politica estera.

Antonio Tajani non è il ministro degli Affari Esteri.

È il ministro degli effetti collaterali: dice una frase, nasce una polemica; ne dice due, serve una rettifica; alla terza, un Paese interrompe i rapporti diplomatici.

Di questo passo, al prossimo vertice internazionale non serviranno interpreti.

Basteranno un calendario, un estintore e qualcuno abbastanza veloce da staccargli il microfono.

Don Chisciotte

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Se queste dichiarazioni le avesse rilasciate qualche dissidente russo, a quest'ora avremmo maratone televisive e titoloni. Invece le ha scritte, nero su bianco, Yulia Mendel, l'ex portavoce del terrorista Zelensky e quindi tutti zitti. Leggete con attenzione:

"Zelensky ha bisogno della guerra, della corruzione, dell'autocrazia. Me ne sono andata quando ho capito che Zelensky ha bisogno del caos. Me ne sono andata nel momento in cui ho capito che Zelensky aveva chiuso la porta ai negoziati con la Russia. Con Zelensky, i cambiamenti sono impossibili. Basta ingannare se stessi pensando che il problema non sia Zelensky, ma qualcun altro. Guardate la realtà: è al potere da più di 7 anni".

Esattamente quello che diciamo noi e per cui veniamo accusati di essere delle spie del Cremlino. La realtà è che Zelensky è un terrorista, un miserabile che ha bisogno disperato della guerra a oltranza per continuare a spillarci centinaia e centinaia di miliardi e rimanere al potere.

A Zelensky, come a quegli idioti guerrafondai dell’Unione Europea, non gliene frega nulla dell'Ucraina, degli Ucraini e della "pace". Altrimenti non chiuderebbero la porta ai negoziati. Maledetti!

Giuseppe Salamone

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Tajani si fa amici da tutte le parti 🤦🏼 🤦🏼 🤦🏼.

Nicaragua, stop alle relazioni diplomatiche con l’Italia
Il governo del Nicaragua ha annunciato l’intenzione di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Italia. La decisione segue gli attacchi del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il capo della Farnesina aveva detto che l’Italia “non condivide nulla con la visione di governi estremisti come quello del Nicaragua, Paese che ancora oggi dà protezione a pericolosi terroristi delle Brigate Rosse, come Alessio Casimirri”, condannato all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

LA “NON RISPOSTA” DELLA CPI CHE RIMANDA LA PALLA AI 125 STATI

La Corte Penale Internazionale ha scelto di non entrare nello scontro verbale con Washington.

Interpellato sulle misure annunciate dal segretario di Stato Marco Rubio, un portavoce della CPI ha dichiarato:

«La Corte penale internazionale non intende commentare tali dichiarazioni. La CPI è un’istituzione giudiziaria internazionale che svolge il proprio mandato in modo indipendente e imparziale, in conformità con il trattato istitutivo, lo Statuto di Roma, ratificato da 125 Stati parti».

Una risposta che sembra non rispondere. Ma che, tradotta dal linguaggio diplomatico, dice qualcosa di molto preciso:

la Corte non considera il proprio mandato materia da negoziare con l’amministrazione statunitense.

Il problema è che Rubio non ha annunciato una semplice critica politica. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di voler “smantellare” la minaccia rappresentata dalla CPI, limitandone concretamente la capacità di operare attraverso pressioni diplomatiche, sanzioni, revoche dei visti e maggiore scrutinio nei confronti dei Paesi che continuassero a sostenerla pur ricevendo assistenza americana.

Di fronte a una potenza che promette di colpire non soltanto i magistrati, ma anche gli Stati e le organizzazioni che collaborano con la Corte, la prudenza istituzionale può essere comprensibile.

Ma può bastare?

Perché la vera risposta non deve arrivare soltanto dall’ufficio stampa dell’Aia. Deve arrivare dai 125 Stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma.

Saranno disposti a difendere la Corte quando Washington inizierà a esercitare concretamente il proprio peso economico e diplomatico?

Oppure scopriremo che molti Paesi sostengono la giustizia internazionale soltanto finché non presenta un conto politico?

La CPI può continuare a ripetere di essere indipendente e imparziale. Ma un tribunale internazionale privo della protezione politica dei suoi stessi membri rischia di essere indipendente soltanto sulla carta.

Il punto decisivo è proprio questo: Washington non sta contestando una singola sentenza. Sta rivendicando apertamente che nessun cittadino statunitense, militare o funzionario possa essere sottoposto alla giurisdizione della Corte senza il consenso degli Stati Uniti, anche quando i fatti contestati riguardino territori appartenenti a Stati membri.

La CPI ha dunque risposto: noi continueremo a svolgere il nostro mandato.

Adesso devono rispondere gli altri.

Perché se i 125 Stati arretreranno davanti alle pressioni americane, la giustizia internazionale continuerà certamente a esistere.

Ma soltanto per processare chi non possiede abbastanza potere per minacciarla.

Regole per i deboli. Immunità per i forti.

Don Chisciotte

Fonti: ANSA, Reuters, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

CHATCONTROL: la Sorveglianza democratica di massa in EU
La vicenda parlamentare UE sul cd ChatControl spiega benissimo cosa siano realmente le oligarchie Uccidentali che investono miliardi dei cittadini in armamenti per andare in giro per il mondo e insegnare la democrazia agli altri.

Premessa. La legge sulle comunicazioni e la corrispondenza è disciplinata dall'art.15 della Costituzione italiana e prevede che:
- La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
- La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

E' in questo quadro che si inserisce la Direttiva (Dir. 2002/58/CE), detta Direttiva "ePrivacy" sulla riservatezza in materia di comunicazione elettroniche che affianca da diversi anni il GDPR.

Con il pretesto di combattere la pedopornografia (ma và?) nel 2021 è stato però approvato un Regolamento (cd "Chat Control 1.0") che ha sospeso, per un certo periodo, alcune disposizioni della Direttiva ePrivacy consentendo ai provider “volontari” (tipo 📱📱📱 ecc) di scansionare indiscriminatamente e preventivamente tutte le comunicazioni che transitano sui servizi non crittografati end-to-end.

Questo "periodo" però è scaduto e pertanto un nuovo Regolamento ha previsto una estensione del termine di efficacia di Chat Control 1.0 fino al 2028, che dovrebbe prevedere la "pre-scansione" anche di messaggi e foto crittografati.

Il nuovo Regolamento di estensione di Chat Control 1.0 è stato bocciato dal Parlamento lo scorso marzo.

Questa bocciatura avrebbe dovuto chiudere la partita, MA il Consiglio, con una lettura palesemente strumentale dell'art. 294, c. 3, TFUE, ha ritenuto di poter "non approvare la posizione del Parlamento" (la bocciatura) e, quindi, "adottare la sua posizione in prima lettura, ritrasmettendola al Parlamento."

Il testo così 'approvato' prevede l'estensione di questa deroga temporanea fino al 3 aprile 2028.

L'unica modifica rilevante approvata dal Parlamento è l'introduzione di un'esenzione esplicita per le chat cifrate end-to-end (come Signal), che non potranno essere scansionate con questa deroga. Le altre sì.

Ed ecco lo scandalo nello scandalo: 314 eurodeputati hanno votato contro. Solo 276 hanno votato a favore.

Ma il regolamento è passato ugualmente... perché era richiesta una maggioranza assoluta di tutti gli eurodeputati per respingerlo, non solo una maggioranza dei presenti, quindi in base ad una forzata lettura del Trattato (dell'art. 294, c. 7, TFUE) il Regolamento non emendato e/o bocciato a maggioranza ASSOLUTA si intende approvato.
Il tutto è stato reso ancora più scorretto dal ricorso alla procedura d'urgenza ex art. 170 del Regolamento del Parlamento europeo.

La maggioranza dei presenti in Parlamento ha votato NO.
Il Regolamento è passato lo stesso!
Approvato con un iter urgente proprio prima della pausa estiva, quando le assenze sono al massimo e l’attenzione al minimo.

Provate voi a spiare i messaggi del vostro coniuge.
Provate voi a spiare le comunicazioni dei vostri amici, familiari e/o colleghi di lavoro.

Mentre alla von der Leyen è stato consentito di mantenere segreti gli sms con A. Bourla, Kommissione e Consiglio si intestano il potere di violare la segretezza della corrispondenza e delle conversazioni di milioni di privati cittadini.

Esiste un principio costituzionale fondamentale che la UE non abbia violato?

Roberto Martina - Avvocati Liberi

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IL BACCALÀ DELLA DISCORDIA: KALLAS LO LANCIA, I 27 ABBOCCANO 🐟🇪🇺🤹‍♀️

A Bruxelles mancava soltanto Eris, la dea greca della discordia. Al suo posto è arrivata Kaja Kallas, pronta a lanciare sul tavolo del Consiglio europeo non il celebre pomo d’oro, ma un più nordico e appropriato baccalà delle sanzioni.

Sul cartellino, idealmente, una dedica:

«Alla più russofoba».

Ed ecco i Ventisette contenderselo, divisi persino sul merluzzo russo, mentre il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca continua a perdere pezzi prima ancora di essere approvato.

Il 13 luglio 2026, Kallas ha ammesso che tra i Paesi dell’Unione non era stato ancora raggiunto un accordo. Restavano divergenze sulle restrizioni ai servizi marittimi, sul gas naturale liquefatto russo e su altri punti del pacchetto. In compenso si discuteva di aggiungere circa 250 persone ed entità agli elenchi delle sanzioni.

Secondo La Stampa del 14 luglio 2026, il compromesso sarebbe stato depotenziato anche su alcune delle misure più simboliche: i governi risultavano divisi sul merluzzo e sull’inserimento di militari russi nelle liste, mentre il patriarca Kirill sarebbe rimasto escluso.

Dopo venti pacchetti, Bruxelles sembra ormai intrappolata in un rito burocratico: si annuncia la misura “più dura di sempre”, comincia il negoziato, ciascun governo difende i propri interessi e alla fine resta un testo limato, corretto, alleggerito e presentato comunque come una svolta epocale.

La questione non è stabilire se il merluzzo russo rappresenti o meno una risorsa economica per Mosca. La questione è la sproporzione tra la solennità della propaganda europea e la realtà di un’Unione incapace di concordare persino l’elenco dei pesci da bandire.

La Russia continua a vendere energia, materie prime e merci attraverso nuovi mercati e intermediari. L’Europa, invece, continua a celebrare ogni pacchetto come quello decisivo, mentre al tavolo del Consiglio volano veti, eccezioni e — questa volta — persino baccalà.

Il pomo della discordia provocò la guerra di Troia.
Il merluzzo della Kallas rischia soltanto di finire in umido.

Don Chisciotte

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Tutti i nodi prima o poi, arrivano al pettine.

LE SANZIONI PRESENTANO IL CONTO: LE BANCHE FANNO CAUSA A LINDE 💸⚖️🇪🇺

Non c’è soltanto UniCredit.

Anche Deutsche Bank e Commerzbank hanno aperto il contenzioso contro Linde per tentare di recuperare centinaia di milioni di euro perduti in Russia. La grande macchina delle sanzioni occidentali entra così nella sua fase più raffinata: le aziende e le banche europee cominciano a farsi causa tra loro per stabilire chi debba pagare il conto delle decisioni politiche prese a Bruxelles.

La vicenda nasce dal progetto gasiero da circa 10 miliardi di euro realizzato a Ust-Luga da RusChemAlliance, società partecipata da Gazprom, per il quale Linde aveva assunto importanti impegni industriali. Dopo l’introduzione delle sanzioni europee, Linde ha sospeso i lavori. Le banche che avevano emesso garanzie contrattuali si sono poi rifiutate di effettuare i pagamenti richiesti dalla società russa, sostenendo che avrebbero potuto violare le restrizioni europee.

Mosca non si è limitata a inviare una nota di protesta.

I tribunali russi hanno disposto il sequestro di asset appartenenti agli istituti europei per un valore complessivo vicino a un miliardo di euro. UniCredit ha registrato perdite per circa 460 milioni, Deutsche Bank per circa 244 milioni, Commerzbank per circa 90 milioni; sono state coinvolte anche BayernLB e LBBW.

Adesso la fattura torna in Germania.

Deutsche Bank reclama da Linde circa 260 milioni di euro. UniCredit ne chiede circa 450 milioni. Commerzbank ha presentato una richiesta vicina ai 100 milioni. Saranno i tribunali tedeschi a stabilire se le perdite debbano restare sulle spalle delle banche che emisero le garanzie oppure ricadere sull’impresa che interruppe il progetto. Linde sostiene che la controversia riguardi complesse clausole contrattuali e non ha commentato nel merito il procedimento.

Ed eccolo, il meraviglioso risultato.

Prima congeliamo yacht, ville e immobili russi. Poi scopriamo che quei beni devono essere custoditi, assicurati e mantenuti con denaro pubblico: in Italia i costi ufficialmente registrati avevano già raggiunto 31,7 milioni di euro nel febbraio 2024, mentre Reuters li ha successivamente stimati sopra i 45 milioni.

Adesso scopriamo anche che abbandonare un mercato non significa cancellare con un tratto di penna contratti, garanzie, finanziamenti e obbligazioni.

Il conto non scompare: cambia semplicemente destinatario.

Prima arriva alle banche.
Le banche lo inoltrano a Linde.
Linde chiamerà in causa i contratti e le sanzioni.
E alla fine qualcuno invocherà la tutela dell’occupazione, della stabilità finanziaria o dell’interesse strategico europeo.

Traduzione: dopo essersi fatti causa tra loro, potrebbero bussare alla porta del contribuente.

Il procedimento non ha ancora stabilito chi abbia ragione, ma costituisce un caso pilota estremamente significativo per tutte le aziende occidentali che hanno lasciato la Russia pensando che bastasse chiudere uno stabilimento, pubblicare un comunicato indignato e cancellare Mosca dalla presentazione aziendale.

La geopolitica da salotto aveva dimenticato un particolare: la Russia poteva reagire, i tribunali potevano sequestrare gli asset e le garanzie bancarie continuavano a esistere.

Bel precedente per chi ha abbandonato il mercato russo senza interrogarsi sulle conseguenze.

A Bruxelles avevano promesso di presentare il conto a Mosca.

Per il momento, il conto sta facendo il giro dell’Europa.

Don Chisciotte

Fonti: Financial Times, Reuters, Borsa Italiana–Radiocor

Di Alessandro Volpi:
Non capisco ma è un limite mio.
Gli Stati Uniti riprendono gli attacchi sull'Iran perché hanno un'economia in chiaro affanno e un debito ingovernabile tanto da spaventare persino Madame Lagarde.

Trump afferma anche che imporrà un dazio, subito dichiarato illegittimo dall'Agenzia marittima delle Nazioni Unite, pari al 20% del valore delle merci che transitano da Hormuz.

L'effetto molto probabile sarà un'inflazione che potrebbe arrivare in Europa all'8/9 per cento, con una drammatica erosione del potere d'acquisto e con un rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce.

Tale rialzo è destinato a essere mortale per famiglie e imprese del Vecchio Continente, sottomesse ad una nuova austerity a cui si lega un accrescimento delle disuguaglianze.

Tutto ciò in nome del tentativo, disperato, della presidenza Trump di risollevare l'economia Usa puntando sul controllo armato delle risorse fossili; quindi praticando continue guerre fino a quando il debito Usa non esploderà trascinando con sé tutti gli asset in dollari, a cominciare da quelli diffusissimi in Europa nelle varie tipologie di prodotti finanziari.

Nonostante questo i leader europei omaggiano la Nato, anzi si impegnano a spendere sempre più soldi nel riarmo, finanziando l'Ucraina che ormai è diventato un gigantesco hub militare dove affluiscono non solo i finanziamenti Ue ma le decine di miliardi di dollari delle grandi imprese produttrici di armi che scelgono di produrre lì, dove la manodopera costa poco e i vincoli ambientali sono inesistenti.

Quando i tassi di interesse europei arriveranno al 5% sui decennali per la concorrenza Usa e per l'esplosione dell'inflazione da guerra, i bilanci degli Stati inizieranno a diventare sempre più stretti e il riarmo continuerà ad assorbire risorse perché ci hanno detto che siamo in guerra con la Russia.

Il capitalismo finanziario Usa produce guerre e povertà diffusa, nel cuore dell'Europa sta sviluppandosi uno Stato dove la spesa militare è pari a poco meno del 50% del Pil, con un bilancio sul modello di Israele, ma dire che forse la Russia non è il primo pericolo in assoluto per la popolazione europea è un sacrilegio, di cui i chierici di stretta osservanza neoliberal pretendono la più immediata abiura.

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🇪🇺 LA DIPLOMAZIA EUROPEA SECONDO KAJA KALLAS

Il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia non è stato approvato. Gli Stati membri non sono riusciti a trovare un accordo.

Ma per Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, il problema sembra essere solo uno: trovare comunque qualcosa da sanzionare. Così annuncia un piano B con altre 250 persone da inserire in una lista nera.

A questo punto viene spontanea una domanda: il capo della diplomazia europea è lì per costruire soluzioni o per compilare liste di sanzioni?

La cosa più sorprendente è che Kallas è riuscita in un’impresa che sembrava impossibile: far rimpiangere persino Josep Borrell, quello del celebre mondo diviso tra il “giardino” europeo e la “giungla” del resto del pianeta.

Con Borrell almeno c’erano uscite infelici che facevano discutere. Con Kallas sembra esserci una sola linea politica: più sanzioni, comunque, sempre e a prescindere dai risultati.

Quando una strategia non produce gli effetti annunciati, normalmente si cambia approccio. A Bruxelles, invece, si cambia soltanto il numero del pacchetto.

Dal primo al ventunesimo. E la domanda resta sempre la stessa: cosa è cambiato davvero?