UCRAINA & ODESSA - “Mosca guarda oltre il Donbass: il vero obiettivo è chiudere Kiev fuori dal Mar Nero”
Le ambizioni russe si estendono a Odessa: la presa russa della città chiuderebbe all'Ucraina lo sbocco al mare con effetti strategici e territoriali enormi
Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino, ha affidato a IlSussidiario TV la sua lettura della guerra in Ucraina, soffermandosi sull’andamento del fronte, sugli obiettivi di Mosca, sul coinvolgimento occidentale e sulle prospettive di un negoziato.
Nella sua analisi, gli attacchi con i droni non sono in grado di modificare gli equilibri sul terreno, mentre le ambizioni russe si sarebbero progressivamente ampliate. Sullo sfondo resta il rischio di un’ulteriore escalation e delle sue conseguenze per l’Europa.
Per Bradanini, il nodo è ormai militare: “È dunque palese che il conflitto verrà deciso sul campo di battaglia, al fronte, dove la realtà parla da sola”.
Gli attacchi ucraini con i droni possono incidere realmente sulle sorti della guerra?
Parto da una premessa: questa guerra non viene combattuta solo tra Ucraina e Russia, ma tra NATO e Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra. Quanto ai droni, certo, infastidiscono: sono punture di spillo, possono danneggiare anche infrastrutture vitali e uccidere delle persone, ma non incidono sulle sorti della guerra.
È una pia illusione immaginare che possano provocare rivolte sociali o politiche contro Putin. Al fronte, intanto, l’esercito russo continua ad avanzare, anche se lentamente.
Come descrive oggi gli obiettivi di Mosca sul terreno?
Gli obiettivi di Mosca, nel corso di questi quattro anni e mezzo, sono cambiati, si sono ampliati. Mosca non ha fretta e ha messo nel mirino Odessa, in raccordo con la Transnistria. Se questo obiettivo fosse raggiunto, l’Ucraina verrebbe totalmente estromessa dal Mar Nero e diventerebbe, a mio giudizio, un Paese alla deriva, disfunzionale, esposto anche a possibili saccheggi territoriali da parte di Polonia, Ungheria e Romania, e chissà cos’altro.
Come legge invece i bombardamenti contro l’Ucraina e le infrastrutture del Paese?
Se si esce dalla bolla della propaganda dell’Occidente, si scopre intanto che, secondo la mia lettura, gli attacchi contro i civili provengono soprattutto dall’Ucraina, che pensa così di destabilizzare il sistema di potere a Mosca. Le vittime civili ci sono anche in Ucraina, ben inteso, ma i russi bombardano prevalentemente e sistematicamente le infrastrutture che sostengono lo sforzo bellico di Kiev e degli alleati occidentali.
Quali conseguenze può avere il coinvolgimento sempre più evidente dei Paesi occidentali?
In linea con quanto dicevo prima, la partecipazione occidentale è stata corposa e variegata fin dall’inizio. Con il trascorrere del tempo è diventata sempre più evidente, ma fondamentalmente c’è sempre stata. Dobbiamo sperare che la Russia non si stanchi di questa finzione e non decida di colpire i luoghi dove molte di queste armi sono prodotte o i centri di comando della NATO e dell’Ucraina, che sono sparsi, ahimè, anche in diversi Paesi NATO.
Perché, secondo lei, il negoziato non riesce a partire?
Questa è la domanda cruciale. La Russia, è evidente, cerca un accordo di pace, non un cessate il fuoco: un accordo che garantisca la sua sicurezza. Apparentemente questo accordo non è accettabile da parte degli Stati Uniti, perché dovrebbero riconoscere la loro sconfitta, insieme all’Occidente collettivo.
Una sconfitta avrebbe conseguenze anche sul piano geopolitico, per l’immagine americana nel mondo. Per di più, un individuo egocentrico come Trump non può accettare di passare alla storia come colui che ha dovuto digerire l’amaro calice della sconfitta contro la Russia. E dunque, su queste basi, il negoziato non può partire.
Quali rischi vede se la Russia intravedesse una sconfitta?
La Russia non può perdere una guerra che giudica di sopravvivenza. Di conseguenza, probabilmente metterebbe mano all’arsenale nucleare se dovesse intravedere all’orizzonte l’ombra di una sconfitta, perché questo significherebbe la propria implosione. È un’escalation che, a mio giudizio, non è tanto ipotetica.
E per l’Europa quali conseguenze vede?
Dobbiamo chiederci che cosa possano fare i popoli europei, che sono quelli che soffrirebbero di più, per impedire questa escalation. A ciò si aggiunge quello che considero un saccheggio già in atto: ospedali, scuole, potere d’acquisto dei salari e via dicendo, per via del cosiddetto riarmo antirusso.
Un riarmo che dovrebbe impedire ai russi di fare una cosa che, secondo me, non hanno nessuna intenzione di fare: far abbeverare i propri cavalli sotto l’Arco di Trionfo o a Piazza San Pietro. Ricatti, lusinghe e minacce della locomotiva americana impediscono ai nostri governanti di uscire da questa sorta di cobelligeranza. E su questo tema, aggiungerei, destra o sinistra non fanno nessuna differenza.
È nel Donbass che si giocherà davvero l’esito della guerra?
L’intensificarsi dei bombardamenti contro i porti ucraini, non solo quello di Odessa, conferma, secondo me e secondo molti analisti, che le ambizioni russe vanno oltre il Donbass. All’inizio della guerra erano più limitate, oggi vanno oltre. Ma forse esiste anche un altro livello di confronto che dobbiamo considerare.
Qual è l’altro livello di confronto che considera?
Da una parte c’è il sistema di potere che circonda Donald Trump, che si illude di poter tornare al decennio unipolare successivo all’implosione sovietica, quando c’era una sola grande potenza, quella americana. Sul fronte opposto c’è un Sud globale che, forse ancora in forma confusa, sta cercando di cogliere l’occasione per indebolire strutturalmente l’impero americano.
Gli Stati Uniti sono inoltre alle prese con il diminuito potere del dollaro e con la deindustrializzazione della loro economia; dall’altra parte emerge la Cina su molti fronti, dalle terre rare ai materiali essenziali, dalla tecnologia di punta fino al piano militare. Insomma, tempi cupi. Una speranza, anche se debole, è che i popoli escano dal torpore, tornando padroni del loro destino. Un destino che oggi è in mano a individui che, ahimè, in cambio di onori e denari danno l’impressione di aver venduto l’anima a Belzebù.
intervista di Max Ferrario all'Ambasciatore Alberto Bradanini