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L'INDUSTRIA BELLICA “PERDE” MIGLIAIA DI PEZZI


Leggiamo sui media dello scandalo provocato dalla misteriosa sparizione di migliaia di pezzi di ricambio destinati ad aerei militari.
Non è frequente trovare sui mass media notizie dedicate all’industria bellica e, più in generale, a questioni della difesa. A differenza di quanto accade in altri paesi ,in Italia il settore dell’industria degli armamenti è l’unico, tra i paesi della NATO, ad aver apposto il segreto di stato sulle consegne di armi al regime di Kiev. Eppure quel settore fattura circa 16 miliardi di euro ogni anno, e il dato è in forte crescita, impiega circa 50.000 addetti con un indotto stimato in 160.000/200.000 altri lavoratori.
È un industria funzionale alla profonda trasformazione che ha interessato lo strumento militare italiano negli ultimi decenni. Dopo la fine della guerra fredda le Forze Armate italiane sono passate da una postura fondamentalmente difensiva ad una principalmente offensiva, da un dispositivo militare di massa ad una forza di elite.
Sono stati acquisiti aerorifornitori, droni da attacco, è entrata in servizio una seconda portaerei, sono state raddoppiate le forze da sbarco. Tutte misure che mal si addicono ad una politica difensiva. Infatti truppe italiane sono state impiegate in Iraq, in Afghanistan, in Africa, ora sono in Romania, nei paesi baltici ed altrove sempre sotto l’egida della NATO.
Le risorse destinate all’acquisto dei armamenti devono essere utilizzate per risollevare la sanità pubblica, per salvare dal degrado la scuola pubblica, per risolvere i problemi generati dal dissesto idrogeologico del territorio. L’industria bellica deve essere riconvertita per usi pacifici ed è necessario uscire dalla NATO, alleanza aggressiva dedicata a provocare instabilità in tutto il mondo. Riteniamo che si debba dare un senso all’art. 11 della nostra Costituzione "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”