Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di espansione territoriale, spesso attraverso mezzi audaci, controversi o persino aggressivi
Dall'acquisto della Louisiana nel 1803, in cui Jefferson (disegno sotto, stock.adobe.com) acquisì 2,1 milioni di km² da un Napoleone a corto di denaro, alla guerra messicano-americana (1846-1848) che diede agli Stati Uniti la California, il Nevada e altri territori, l'espansione americana fu spesso giustificata dall'idea del "Destino Manifesto", una dottrina statunitense del XIX secolo secondo cui l'espansione degli Stati Uniti nel continente nordamericano era giustificata e inevitabile.
Veniva spesso utilizzata per giustificare l'espansione verso ovest, inclusa l'acquisizione di territori dal Messico e lo spostamento delle popolazioni native americane.
Il termine fu reso popolare dal giornalista John L. O'Sullivan nel 1845, il quale sosteneva che il "destino manifesto" degli Stati Uniti fosse quello di diffondere la democrazia e i valori americani in tutto il continente. Una ideologia che ha giocato un ruolo significativo nel plasmare la politica estera e la crescita territoriale degli Stati Uniti durante il XIX secolo.
Alla fine del XIX secolo, le ambizioni imperiali si spostarono oltreoceano. La guerra ispano-americana (1898) vide gli Stati Uniti conquistare Cuba, Porto Rico e le Filippine, segnando la nascita dell'impero americano d'oltremare.
La campagna "Ricordatevi il Maine!", alimentata dal giornalismo scandalistico, contribuì a scatenare una guerra che pose fine al dominio coloniale spagnolo ed espanse l'influenza statunitense nei Caraibi e nel Pacifico.
Donald Trump (sopra, immagine creata con AI), ora tornato in carica, ha apertamente lanciato l'idea di annettere la Groenlandia, riecheggiando la mentalità imperialista dei precedenti presidenti degli Stati Uniti. Che si tratti della Louisiana, del Sud-ovest o delle isole del Pacifico, lo schema è chiaro: la potenza americana è spesso cresciuta attraverso il territorio, l'influenza e, a volte, la forza.
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