𝗟𝗘 “𝗔𝗖𝗖𝗜𝗦𝗘 𝗠𝗢𝗕𝗜𝗟𝗜”: 𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗧𝗜 𝗦𝗩𝗨𝗢𝗧𝗔 𝗟𝗘 𝗧𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗣𝗢𝗜 𝗧𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗜𝗧𝗨𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗜𝗟 𝗚𝗘𝗧𝗧𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗔𝗥𝗥𝗘𝗟𝗟𝗢
Meloni incontra Giorgetti. Il governo è «al lavoro per una soluzione» contro il caro benzina.
La soluzione, udite udite, potrebbe essere quella delle accise mobili.
Un nome meraviglioso. Fa pensare a tasse agili, dinamiche, scattanti. Accise che corrono, saltano, fanno stretching e magari, prese da un improvviso slancio patriottico, se ne vanno definitivamente.
Naturalmente non funziona così.
Vediamo di capire il prodigio fiscale.
Quando aumenta il prezzo del petrolio, aumenta il prezzo industriale del carburante. E quando aumenta il prezzo del carburante, aumenta anche l’IVA incassata dallo Stato, perché l’IVA è calcolata in percentuale sul prezzo.
In pratica, più paghiamo benzina e diesel, più lo Stato incassa.
A questo punto entra in scena la cosiddetta accisa mobile: il governo prende una parte del maggiore gettito IVA provocato dal rincaro e la usa per abbassare temporaneamente le accise.
Riassumendo:
il carburante aumenta;
tu paghi di più;
lo Stato incassa più IVA;
poi il governo valuta se restituirti una parte di ciò che ha appena incassato;
infine presenta la restituzione parziale come un intervento contro il caro carburanti.
È come se un ladro ti portasse via il portafoglio, contasse i soldi davanti a te e poi, commosso dalla tua situazione economica, ti restituisse la monetina da un euro necessaria per prendere il carrello al supermercato.
E tu dovresti pure ringraziarlo perché ha adottato una «misura di sostegno».
Facciamo un esempio puramente illustrativo.
Se il prezzo imponibile del carburante aumenta di 10 centesimi, lo Stato incassa circa 2,2 centesimi in più di IVA.
Dunque tu subisci un rincaro di oltre 12 centesimi e il governo può eventualmente utilizzare una parte di quei 2,2 centesimi per ridurre l’accisa.
Non ti toglie il rincaro.
Non riporta il prezzo al livello precedente.
Non modifica strutturalmente la tassazione.
Ti restituisce, forse, una piccola frazione del maggiore esborso.
La stampa la chiama «soluzione».
Ma le parole hanno ancora un significato.
Una soluzione risolve un problema.
Un tampone limita temporaneamente il danno.
Qui siamo parecchio sotto il tampone: siamo al governo che osserva l’emorragia, raccoglie un po’ del sangue caduto sul pavimento e lo rimette nel paziente con un cucchiaino da caffè.
Con calma, naturalmente.
Perché le accise saranno pure mobili, ma il meccanismo non parte necessariamente nell’istante in cui i prezzi aumentano. Bisogna calcolare il maggiore gettito, verificarlo, discuterne, decidere l’intervento e adottare i relativi provvedimenti.
Nel frattempo il prezzo alla pompa sale in tempo reale.
Il benzinaio cambia il cartello oggi.
Il governo approfondisce domani.
L’automobilista paga subito.
L’eventuale sconto arriva dopo.
È la nuova frontiera dell’efficienza pubblica: rincari alla velocità della luce, aiuti con la puntualità di un treno regionale durante uno sciopero.
E attenzione: l’articolo spiega anche che i precedenti tagli alle accise sarebbero costati miliardi alle casse dello Stato e non potrebbero essere mantenuti a lungo a causa dell’elevato debito pubblico.
Curioso.
Quando il prezzo sale, il cittadino deve comprendere le esigenze dei mercati, la situazione internazionale, il petrolio, le guerre, il debito e gli equilibri di bilancio.
Quando lo Stato incassa accise e IVA sulle accise, invece, non è mai il momento adatto per discutere seriamente di una riduzione permanente della pressione fiscale.
Le tasse sui carburanti sono come certi parenti: dovevano fermarsi pochi giorni e sono ancora sedute in salotto dopo decenni.
Il risultato è un capolavoro.
Lo Stato tassa il carburante.
Poi applica l’IVA anche sull’accisa.
Poi incassa di più quando il prezzo aumenta.
Poi usa una parte dell’extragettito per ridurre temporaneamente la tassa.
Poi convoca una riunione.
Poi comunica di essere al lavoro.
Poi i giornali titolano: «Il governo cerca una soluzione».
Manca soltanto il documentario celebrativo con la voce di Alberto Angela:
“Qui possiamo osservare il raro esemplare di accisa mobile. Si muove soltanto quando il prezzo è già aumentato e tende a tornare rapidamente nella posizione originaria.”
Quindi diciamolo chiaramente.
Le accise mobili non sono una soluzione al caro benzina.
Sono un meccanismo che può restituire agli automobilisti una piccola parte delle maggiori entrate fiscali generate dallo stesso caro benzina.
È fiscalità circolare: il denaro parte dalla tua tasca, compie un elegante giro nei conti dello Stato e, quando torna, è dimagrito.
Il problema non viene risolto.
Il prezzo non viene riportato indietro.
La tassazione non viene riformata.
La famiglia che usa l’auto per lavorare, accompagnare i figli, fare la spesa o vivere in un territorio senza trasporti pubblici continua a pagare.
Però adesso sa che a Palazzo Chigi stanno «approfondendo».
E questo, evidentemente, dovrebbe far consumare meno il motore.
Le accise sono mobili.
Il governo è al lavoro.
Il prezzo corre.
E l’unica cosa perfettamente immobile resta il contribuente, fermo davanti alla pompa con la pistola del carburante in una mano e il portafoglio in rianimazione nell’altra.
Don Chisciotte