TAJANI APRE BOCCA, CHIUDE UN’AMBASCIATA
Non so se siano migliori i silenzi di Antonio Tajani o le sue dichiarazioni.
Quando tace, non succede nulla.
Quando parla, saltano le relazioni diplomatiche.
Il nostro ministro degli Esteri ha infatti due modalità operative: modalità aereo e incidente diplomatico.
A Madrid ha definito quello del Nicaragua un governo estremista che protegge Alessio Casimirri, ex brigatista condannato definitivamente per il caso Moro. Managua, colpita dalla finezza diplomatica del messaggio, ha interrotto le relazioni con l’Italia.
Sia chiaro: Casimirri deve rispondere delle condanne definitive e l’Italia ha ragione a pretenderne l’estradizione.
Il problema è il metodo.
La diplomazia dovrebbe servire a ottenere qualcosa da un governo con cui si hanno rapporti difficili. Tajani ha invece adottato la celebre tecnica del cliente che entra al ristorante, insulta il cuoco e poi domanda se può avere uno sconto.
Risultato: Casimirri resta in Nicaragua e le relazioni diplomatiche se ne vanno.
Ma sarebbe ingeneroso giudicare il ministro da una sola perla. Tajani non improvvisa: inanella.
Il 5 marzo, parlando in Senato della guerra contro l’Iran, annunciò solennemente:
«Sabato 31 febbraio c’è stato il bombardamento».
Il 31 febbraio. Una data collocata tra San Mai e la Festa del Nulla, nel calendario ufficiale della Farnesina.
Poi consigliò agli italiani nel Golfo, in caso di droni, di non affacciarsi alle finestre. Fin qui il manuale di sopravvivenza scritto da Nonna Papera. Ma, criticato per l’ovvietà, si difese tirando in ballo i ragazzi morti nell’incendio di Crans-Montana perché, secondo lui, si sarebbero attardati a filmare. La conduttrice Tiziana Panella dovette ricordargli che in quella tragedia erano state contestate anche gravissime carenze di sicurezza.
Dopodiché arrivò il durissimo ultimatum all’Iran:
«Basta missili, basta droni. Si può vivere in pace anche senza armi atomiche».
A Teheran devono essere rimasti di sasso: accidenti, non ci avevano pensato. Probabilmente aspettavano proprio Tajani per scoprire che la pace si fa senza missili. Al prossimo vertice proporrà di combattere la siccità con l’acqua e la fame mangiando qualcosa.
A maggio è passato alla demografia:
«Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero dei migranti che vengono a lavorare nelle nostre imprese».
Un piano economico di rara rapidità: concepimento oggi, consegna del lavoratore tra circa vent’anni. Nel frattempo le aziende possono lasciare il posto vacante e preparare il fiocco azzurro.
E quando un giornalista gli ha chiesto se l’Italia intendesse sospendere gli accordi commerciali con Israele?
Lì Tajani ha finalmente ritrovato la sua forma migliore: non ha risposto e se n’è andato.
Davanti alle domande difficili, silenzio.
Davanti ai microfoni incustoditi, politica estera.
Antonio Tajani non è il ministro degli Affari Esteri.
È il ministro degli effetti collaterali: dice una frase, nasce una polemica; ne dice due, serve una rettifica; alla terza, un Paese interrompe i rapporti diplomatici.
Di questo passo, al prossimo vertice internazionale non serviranno interpreti.
Basteranno un calendario, un estintore e qualcuno abbastanza veloce da staccargli il microfono.
Don Chisciotte
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