AMERICA FIRST. MA LA COPPA SE LA PRENDE LA SPAGNA
Donald Trump non assiste agli eventi: li occupa militarmente con la propria presenza.
Lo stadio è americano, il Mondiale è americano, Infantino è praticamente un accessorio della Casa Bianca e quindi, per naturale diritto divino, anche la Coppa dovrebbe essere americana. O almeno trumpiana.
Durante il torneo hanno perfino reinterpretato le regole dopo una telefonata del presidente sul caso Balogun. Trump chiama Infantino, la squalifica evapora e tutti spiegano che non c’è alcun rapporto tra i due fatti. Più o meno come quando uno entra in banca con una pistola e il cassiere, per coincidenza, decide di regalargli i contanti.
Fonte: Reuters, luglio 2026.
Il finale ideale era già scritto: Argentina campione, Trump sul palco e Javier Milei in estasi mistica davanti al suo modello politico.
Milei, il fedelissimo del fedelissimo, il presidente che ha trasformato il sostegno a Israele e Netanyahu in una professione di fede, promettendo anche il trasferimento dell’ambasciata argentina a Gerusalemme. Alla finale però non c’era: ufficialmente per scaramanzia.
Ottima scelta. L’Argentina ha perso lo stesso, ma almeno lui non ha dovuto applaudire la Spagna dal vivo.
Fonti: Associated Press e Genesis Prize, giugno-luglio 2026.
Perché a vincere è stata proprio la Spagna di Pedro Sánchez.
La Spagna che Trump aveva insultato ai vertici NATO perché non intende spendere il 5% del PIL secondo il tariffario stabilito dal rappresentante commerciale delle industrie belliche americane.
La Spagna che non ha concesso automaticamente le basi di Rota e Morón per le operazioni statunitensi contro l’Iran.
La Spagna che ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha criticato apertamente Israele per Gaza e ha adottato misure contro il transito di armi destinate al governo Netanyahu.
Fonti: Reuters, Governo spagnolo, 2024-2026.
Insomma, il Paese europeo che avrebbe dovuto essere messo in castigo ha sollevato la Coppa nel salotto di casa del castigatore.
Prima della partita Trump ha dovuto anche stringere la mano a Sánchez, dietro il vetro antiproiettile. Una stretta rigida e sorridente come quella tra due condomini che hanno appena litigato per il posto auto.
Infantino, naturalmente, era in mezzo. Non si capisce se come presidente della FIFA, interprete, testimone o addetto alla sorveglianza.
La fotografia del saluto è rimasta. Sánchez, invece, nelle immagini della partita è praticamente scomparso: mai davvero inquadrato durante i 120 minuti, pur essendo presente nella tribuna ufficiale.
La regia poteva cancellare Sánchez dal televisore. Non poteva cancellare la Spagna dal risultato.
Poi è arrivato il momento più doloroso.
Trump ha dovuto prendere quella Coppa dorata — oggetto che per colore, dimensioni e pacchianeria sembrava progettato appositamente per il suo salotto — e consegnarla al capitano spagnolo.
Al rappresentante della nazione “terribile”.
Di quella che non obbedisce sulla NATO.
Di quella che non concede le basi a comando.
Di quella che riconosce la Palestina.
Il volto di Trump conservava il sorriso istituzionale di chi sta consegnando le chiavi della propria villa all’ex moglie.
Ma non è finita.
Dopo aver dato la Coppa, è rimasto sul palco accanto ai giocatori. Perché Trump non esce da un’inquadratura: viene sfrattato.
Infantino ha dovuto indicargli la via e accompagnarlo lateralmente prima dell’esultanza spagnola. Per alcuni secondi il presidente degli Stati Uniti è diventato un Infantino qualsiasi: porta il trofeo, lo consegna e poi si toglie perché devono festeggiare quelli che hanno vinto davvero.
Fonti: Reuters ed El País, 19 luglio 2026.
Questa è stata la vera sconfitta.
Non quella dell’Argentina di Milei.
Quella dell’uomo che voleva trasformare il Mondiale nell’ennesima puntata di The Donald Trump Show e si è ritrovato a premiare la Spagna più indigesta possibile.
Aveva lo stadio, la sicurezza, i vetri blindati, la regia e Infantino.
La Spagna aveva il pallone.
È bastato.
AMERICA FIRST. ESPAÑA CAMPEONA.
Don Chisciotte