DK 10x30 - Fanfaroni e cantori
Manifesti, e "costituzioni" sono fanfaronate di chi essendosi arricchito vuole anche sentirsi importante. E come sempre non c'è carenza di cantori che diano a questi ignoranti una dignità culturale.
Da oggi, lo script dell'episodio su dk.dataknightmare.eu!
dk.dataknightmare.eu/dk-10x30-…
DK 10x30 - Fanfaroni e cantori
Ascolta l'episodio su Spreaker.comPrima di tutto una notiziola di servizio. Dopo anni mi sono deciso a mettere online gli script di DataKnightmare. C'è voluto un po', per trovare un software e un provider che dipendessero il minimo possibile dagli Stati Uniti. Soprattutto se siete come me e, se non siete incazzati, l'inutilità di tutto vi fa perdere d'animo. Non esattamente l'atteggiamento per un marketing vincente.
Per fortuna c'è Elena Rossini, che si è posta lo stesso problema e ha condiviso con me la sua soluzione. Quindi, da oggi, se DataKnightmare ha finalmente una casa testuale su dk.dataknightmare.eu, lo dobbiamo anche a Elena. Per ora ho caricato due stagioni in inglese e l'ultima in italiano. Ci vorrà un po', ma non altri dieci anni.
Veniamo a noi. Nel rumore infernale delle novità inutili che escono ogni quarto d'ora, mi è sembrato di cogliere qualcosa di interessante.
Avrete letto e straletto del cosiddetto "manifesto di Palantir", quella ventina di punti su Twitter che riassumono il libro di Alex Karp, CEO di Palantir. E avrete letto e straletto della cosiddetta "intervista a Claude" fatta nientemeno che da Walter Veltroni sul Corriere.
Prima che smettiate di ascoltare vi dico subito che non ho nessuna intenzione di entrare nel dettaglio dell'una né dell'altra. I tweet di Palantir li ho letti di sfuggita, e l'intervista di Veltroni, qualsiasi cosa contenga, non la valuto il tempo che mi ci vorrebbe per leggerla.
E quindi?
E quindi voglio parlare non dell'una o dell'altra cosa, perché sono chiaramente due stupidate, ma di quello che rappresentano, che invece secondo me è interessante.
Partiamo da lontano.
La mia generazione ha portato l'informatica in azienda. Siccome non ho combattuto a Waterloo, l'automazione in azienda c'era già, ma è la mia generazione che ha visto sparire macchine per scrivere e fax e arrivare prima Wordstar, Word e poi tutto il cucuzzaro.
Sono stati decenni tumultuosi durante i quali è stato digitalizzato tutto il digitalizzabile, alcune volte bene, altre così così, altre ancora, citando René Ferretti, a cazzo di cane.
È stato un periodo in cui ognuno ha sognato una propria versione della mitologica "organizzazione piatta" su cui le varie business school scrivevano interi scaffali di trattati.
Ma il punto è che un'organizzazione non è una struttura tecnologica. È una struttura socio-tecnica complessa, in cui la tecnologia gioca una parte. Il risultato è che il semplice arrivo di una tecnologia non determina cambiamenti automatici nei processi e nella struttura sociale dell'organizzazione, per via delle interazioni e delle retroazioni fra tutte le componenti del sistema.
Detto in termini più diretti: qualsiasi cosa ne pensino i tecnologi, non ci sono soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi di un sistema socio-tecnico.
Una delle dimostrazioni più lampanti può essere per esempio "il superamento della carta", tema sul quale personalmente ho speso molti anni e molto sangue. Credo che possiamo essere tutti d'accordo sul fatto che non c'è mai stata tanta carta negli uffici da quando i documenti sono diventati digitali.
E siccome i documenti sono diventati digitali, ne esistono innumerevoli versioni, tutte sottilmente incompatibili tra loro, che continuano la loro vita indipendente in diverse parti dell'organizzazione.
Per fare un esempio semplice, una volta esisteva la carta intestata (spoiler alert, esiste ancora, ma solo per i contratti firmati dai megadirettori); oggi ogni singola sede locale, e ogni ufficio dentro quella, ha la propria versione "ufficiale" della carta intestata, con una specifica versione del logo, diversa da tutte le altre.
Se invece vi sentite troppo tecnologici per la carta intestata, possiamo parlare di processi, software, API e della relativa documentazione, di cui esistono tante versioni quanti sono i gruppi di developer.
Ogni incompatibilità che emerge durante un progetto viene risolta ad hoc, e a volte documentata, dai diversi gruppi che devono collaborare, con il solo risultato che alla fine esisterà un'altra versione in più del codice, e a volte anche della documentazione. E non venitemi a raccontare che il vostro Confluence o il vostro github sono in ordine.
Quello che è successo con i documenti è successo con tutto, ovviamente. Processi, mansioni, gerarchie.
La questione della gerarchia è interessante. Dicevamo prima che tutti hanno sognato una propria versione della mitologica "organizzazione piatta" che le business school ci assicuravano essere il futuro.
Per me e per quelli come me, organizzazione piatta significava un vertice che avrebbe dettato le linee strategiche, e subito sotto una linea di operativi ad altissima competenza con completa autonomia, eliminando ogni intromissione del top management nelle decisioni tecniche e liberandosi dell'inutile terzo del middle management.
Per il middle management, "organizazione piatta" significava automatizzare o esternalizzare, ma comunque eliminare l'inutile terzo degli operativi, con la loro fissazione di avere obiezioni tecniche alle direttive strategiche del vertice e alle loro interpretazioni da parte del middle management.
Per i vertici, "organizzazione piatta" significava eliminare l'inutile terzo degli operativi e interfacciarsi esclusivamente con il middle management, così da superare finalmente il bisogno di considerare i cosiddetti "dettagli tecnici".
Se vi guardate attorno oggi, non è difficile capire chi ha vinto. I vertici sono ancora tutti lì, e il middle management ha ranghi più pieni che mai. L'appiattimento delle organizzazioni, se c'è stato, ha significato estromettere ed esternalizzare perlopiù le competenze tecniche.
Allo stesso tempo, c'è stata una evoluzione notevole nei ruoli apicali. Con l'avvento del venture capital dagli anni 2000 in poi, le figure apicali sono passate dall'essere figure gestionali ad essere figure sempre più performative. In nessun ruolo questo è più evidente che nel ruolo del CEO. Oggi, il CEO è sopratuttto qualcuno in grado di intessere una narrazione convincente della propria visione del futuro, per poter raccogliere, sul mercato o da investitori privati, i finanziamenti necessari a costruirlo.
Che quel futuro abbia tecnicamente o economicamente senso, che sia perfino possibile, o che abbia una qualche relazione col futuro raccontato nell'ultimo esercizio, non ha alcuna importanza.
Quello che conta è che la figura del CEO, e la narrazione che propone per questo semestre, continui a ispirare la fiducia degli investitori. Null'altro conta.
Il CEO oggi non deve essere capace di "fare", e nemmeno più di dirigere. Deve solo saper convincere. Incessamente, cambiando storia ogni volta che serve senza battere ciglio. Le sue qualità distintive sono la testardaggine e un'inflazionato senso del proprio valore, che purtroppo sono caratteristiche distintive anche del narcisista patologico.
Pensate a Zuckerberg, partito con l'idea geniale di fare un social dove i suoi compagni di corso potevano votare la scopabilità delle studentesse, fortuna che poi è arrivata Sheryl Sandberg a fargli fare davvero i soldi; poi ha cercato di reinventare il denaro (ricordate Libra?), poi ha venduto il metaverso, e adesso è in coda al carrozzone dell'AI dopo il disastroso esordio con chiusura in 72 ore di Galactica.
Pensate a Musk, che ha l'immaginario di un adolescente mediocre nel 1975, e alle puttanatein serie su macchine a guida autonoma, colonizzazione di Marte, e megacostellazioni di satelliti.
Pensate al migliore di tutti, Sam Altman, un altro che scrive un blog e sembra che Giovanni Evangelista abbia dato alle stampe una versione aggiornata. Altman ha imbonito l'intero mondo del venture capital con l'unica promessa di bruciare tutti i soldi degli investitori per poi raccoglierne ancora di più.
Da una fanfaronata alla successiva, tutti loro pensano che il proprio successo non sia frutto di fortuna, conoscenze, contratti pubblici e monopolio, ma del loro essere speciali e visionari. Quando Taleb ci insegna che mentre un buon successo si spiega con capacità e impegno, un successo travolgente si spiega con la varianza.
Non divaghiamo. Oggi un CEO del digitale deve poter sentenziare:
“Guidiamo l’evoluzione sinergica del nostro ecosistema valoriale attraverso un approccio olistico e data-driven, abilitando paradigmi scalabili di innovazione sostenibile orientata alla centralità del cambiamento.”
e farlo con un'aria di profonda convinzione. È ovviamente solo aria fritta, ma chi si mette a ridere o pensa che la frase non abbia alcun senso, non sarà mai un C-level, e non otterrà mai un'intervista.Di pari passo con la virata performativa di CEO e founder, anche il sistema mediatico si è adattato. Con fallimenti, ristrutturazioni, acquisizioni, oggi i media sono, con poche eccezioni, marketing esternalizzato in mano agli stessi industriali che i media dovrebbero tenere sotto indagine. Intendiamoci, ogni potente ha sempre avuto sicofanti e agiografi in ogni testata, ma oggi ai media viene richiesto di limitarsi a dare risonanza alla narrazione aziendale.
A questo ha contribuito, e non poco, anche una certa lettura mitica, molto statunitense, del settore digitale e dei suoi attori. Dai "cowboy della tastiera" di William Gibson, agli "eroi della frontiera digitale" di Steven Levy, si è fatto ogni sforzo per riproporre il mito fondativo della frontiera, con tutto il suo bagaglio tossico, in salsa digitale.
Il risultato è che oggi sono gli stessi protagonisti a vedere se stessi in termini mitici. E d'altronde non potrebbe essere altrimenti, nessuno vuole pensare di essere soltanto un fortunato raccontatore di favolette semestrali, per quanto bravo.
No, sono invece tutti "visionari", "costruttori del futuro" quando non addirittura "rivoluzionari", ovviamente nel senso capitalistico del termine, ovvero distruttori di industrie e comunità a esclusivo vantaggio proprio e dei propri investitori.
Questo ci porta finalmente a Palantir e a Karp. Che non si accontenta di aver fondato un'azienda che si ingrassa di commesse militari, perché ai capitalisti lo Stato piace ridotto ai minimi termini tranne che come cliente, ma propone la propria immagine mitica di difensore di un occidente convenientemente assediato soltanto da quei problemi che i suoi prodotti dichiarano di affrontare.
E non, per dire, da una disparità economica e sociale senza precedenti, da mutamenti sociali e climatici globali e da una casta di miliardari esentasse in fregola oligarchica. Di nuovo, assistiamo alle fanfaronate di qualcuno che non ha un'idea originale in testa e per questo ha fatto fortuna.
Che Karp, come tutti gli altri miliardari amichetti suoi, ritenga di avere una "visione" da comunicare al pubblico, al di là della trimestrale di cassa, non stupisce. E non stupisce nemmeno che ribadisca i temi del libro in una serie di tweet, forse per compensare vendite meno che travolgenti: tutti, alla fine, vogliono essere visti.
Ma se si gratta appena la superficie delle narrazioni dei CEO, ci si accorge che la Silicon Valley produce soltanto variazioni sul tema di chi l'ha creata e finanziata da sempre: il Pentagono della Guerra Fredda.
Leggete fin che volete Amodei, Altman, Karp, Zuckerberg, Thiel. Ci troverete sempre supremazia statunitense attraverso la tecnologia, esportazione dei valori del capitalismo a stelle e strisce, controllo sociale, contenimento dello sviluppo di qualsiasi potenza concorrente sulla placca euroasiatica.
Roba che non è cambiata di una virgola dal 1946, scritta e sistematizzata da fior di cervelli come Bush (Vannevar, consigliere scientifico di Roosevelt e Truman, omonimo ma non parente dei successivi presidenti George Bush e George Bush il Minore), Kissinger, Brzezinski, Cheney, gente che ha guidato la politica statunitense per decenni mentre i presidenti di turno facevano i fighi in TV recitando le parole chiave di stagione.
Questo non significa che i deliri oligarchici di Karp e compagnia siano innocui, tutt'altro. Ma non sono geni del male. Sono solo attori che, fuori dal teatro, credono ancora di essere Giulio Cesare.
Questi finti campioni della libera iniziativa con i soldi pubblici questo autonominati "inventori del futuro", stanno solo scimmiottando le parole chiave di chi li ha fatti nascere e li mantiene.
Ora, il potere attira servi e sicofanti, l'ho già detto. Ma non si accontenta di quelli, che in fondo disprezza. Ogni potente, e a maggior ragione ogni fanfarone arricchito, ha bisogno di sentirsi validato da qualcuno di cui segretamente invidia la statura, sociale o culturale.
Ed ecco arrivare il cantore. Quello che nel XX secolo si chiamava "intellettuale organico", il cui compito è di usare la propria cultura per dare un po' di densità e di smalto alle narrazioni del potente di turno. Il cantore è più astuto del sicofante, e si può perfino permettere un atteggiamento superficialmente critico, perché il suo ruolo non è confermare punto per punto la narrazione del potente, quello lo fanno già servi e sicofanti, ma validarla dandola completamente per scontata, e distrarre l'attenzione dai problemi con una discussione molto colta su qualche dettaglio insignificante.
Così, mentre gli AI bro imboniscono gli investitori con favole di macchine senzienti e di eliminazione dei lavoratori, pardon, superamento del lavoro, il cantore non si abbassa a entrare nel merito, ma intervista l'intelligenza artificiale. Da Veltroni mi sarei aspettato, se non più dignità, almeno più tempismo. L'intervista con l'Intelligenza Artificiale fa tanto autunno-inverno 2023.
Il cantore è più subdolo del sicofante, perché non si spende pro o contro. Si limita a includere la narrazione del potente nel dibattito "colto".
Se il potente di turno parla di nucleare di nuova generazione, il servo griderà ai quattro venti che il solare e l'eolico sono superati, il sicofante farà notare che l'area verde attorno alla centrale è l'ideale per un picnic con la famiglia.
Il cantore, invece, si mette a discorrere di come le torri di raffreddamento possano rappresentare l'evoluzione dei cipressi del Carducci che "van da San Vito in duplice filar".
Il cantore del digitale, con tutta la sua cultura, non ha niente da dire di specifico, ma lo dice con parole ricercate e citazioni altisonanti. Il suo compito non è discutere o confutare la narrazione del potente, ma tagliare le gambe a ogni dibattito serio dandola per scontata e costruendo una apparente discussione dotta su dettagli completamente marginali.
E in questo, Veltroni ha fatto il suo lavoro. Il fatto stesso di "intervistare" (si sentono le virgolette?) un generatore automatico di testo, e scegliere di farlo su questioni che sarebbero profonde se l'interlocutore fosse un essere umano e non uno specchio retorico, è quanto di più devastante si possa mettere in campo a supporto dei deliri millenaristici dei fanfaroni del digitale.
Se ha ancora un senso l'intellettuale pubblico, il pezzo di Veltroni è il completo tradimento di quel ruolo, l'asservimento della cultura alle ragioni di chi cultura non ne ha nessuna, ma ha soldi a valanghe.
Mentre da sempre chi ha competenza sul tema fa notare quanto sia dannoso, e quali interessi sostenga, antropomorfizzare una tecnologia come la cosiddetta Intelligenza Artificiale, Veltroni arriva bel bello e l'Intelligenza Artificiale te la intervista sul senso dell'esistenza. Non importa che non abbia nulla da dire al riguardo, perché non ce l'ha. Importa solo che un generatore di testo improvvisamente passa per qualcosa con cui si può addirittura "parlare" del senso della vita.
Veltroni avrebbe potuto fare davvero l'intellettuale, e parlare di che senso abbia un'Europa che vuole rincorrere gli Stati Uniti in una bolla speculativa. Avrebbe potuto parlare dei problemi dell'uso dell'Intelligenza Artificiale nelle professioni, nei media, nell'istruzione.
Avrebbe perfino potuto fare l'intellettuale di sinistra e parlare di oligopoli e rendite di posizione, di tecnofeudalesimo, del ruolo politico dell'Intelligenza Artificiale nella demolizione del potere contrattuale del lavoro.
Avrebbe potuto parlare di tutto questo e di molto altro.
Invece ha scelto di fare il cantore dei fanfaroni arricchiti e, facendolo, credo abbia stabilito quale sia il suo posto nella gerarchia in cui Sciascia annoverava uomini, mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo e quaqquaraqquà.
Io un'idea ce l'ho.