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La Groenlandia al crocevia artico del potere


Nuuk, capitale della Groenlandia. (Foto: Thomas Leth-Olsen/Flickr)
Mentre i leader mondiali discutono il destino della Groenlandia, essa si ritrova ancora una volta in una posizione a lei familiare: quella di frontiera contesa fra potenze rivali. Situata al perenne crocevia delle civiltà dell’Atlantico settentrionale, la più grande isola del mondo è diventata ancora più strategicamente rilevante nel contesto dello scioglimento delle calotte polari e dell’inasprimento delle tensioni tra Europa, Usa, Russia e Cina[1].

Gli ultimi episodi hanno alimentato nuove speculazioni sull’eventualità che la Groenlandia possa cadere in mani altrui, con conseguenze potenzialmente profonde per la sua autonomia, per la coesione del Regno di Danimarca e per l’unità della Nato. Sebbene si tratti di scenari ancora ipotetici, essi mettono in evidenza una realtà più profonda: il futuro del popolo groenlandese continua a essere condizionato da forze strutturali che hanno plasmato il suo passato, tra cui la posizione nello spazio geopolitico, la dipendenza economica e gli assetti di sicurezza esterni.

Chi voglia comprenderne le controversie odierne – sia i limiti delle sue opzioni politiche sia le aspirazioni del suo popolo – dovrà necessariamente collocarle all’interno di questa più lunga storia di autonomia limitata, sovranità mutevole e utilità geopolitica.

La Groenlandia in sintesi


Per comprendere la situazione attuale della Groenlandia occorre una conoscenza di base della sua geografia e del suo clima, della popolazione e della cultura, come pure del suo status politico ed economico.

Si tratta della più grande isola del mondo, con un territorio di circa 2.166.086 chilometri quadrati[2]. La maggior parte del suo territorio si trova a nord del Circolo polare artico. Questa collocazione geografica fa della Groenlandia un territorio freddo e scarsamente popolato. Situata all’angolo nord-orientale del Nord America, essa si trova tra il continente nordamericano e l’Europa, in prossimità sia delle isole artiche del Canada sia dell’Islanda.

L’interno della Groenlandia è dominato da vaste formazioni glaciali, note come «calotta glaciale groenlandese», che coprono circa l’81% dell’isola[3]. Inoltre, gran parte della superficie restante è soggetta a copertura nevosa permanente. Di conseguenza, gli insediamenti umani si sono concentrati soprattutto lungo le coste, caratterizzate da profondi fiordi, che dal mare penetrano nell’entroterra.

La popolazione groenlandese nel 2025 è stata stimata in circa 57.800 persone[4]. È concentrata in prevalenza nelle aree urbane della parte sud-occidentale dell’isola; circa un terzo della popolazione complessiva – oltre 20.000 abitanti – risiede a Nuuk, la capitale. La maggior parte degli abitanti – circa 51.000 individui – appartiene al gruppo inuit groenlandese. Esistono inoltre una minoranza danese e un numero ridotto di altri immigrati, tra cui si registra un recente aumento di lavoratori migranti filippini. Questi ultimi, attratti dalle opportunità di impiego nell’isola, in particolare nell’industria della lavorazione del pesce, rappresentano un cambiamento significativo nella demografia del Paese[5]. Resta tuttavia da vedere se il loro numero sarà sufficiente a stimolare l’economia groenlandese o a contrastare la stagnazione della crescita demografica.

Il groenlandese è la lingua ufficiale del Paese ed è parlato dalla maggioranza della popolazione. Il danese rimane una lingua franca ed è la lingua madre di circa il 12% della popolazione. Anche l’inglese è ampiamente parlato. Gli esperti di linguistica sottolineano che la lingua comunemente definita come «groenlandese» corrisponde in realtà al groenlandese occidentale, distinto dalle varietà orientale e polare.

La grande maggioranza dei groenlandesi è cristiana, fede introdotta dai colonizzatori norreni dopo la loro conversione. Le chiese costruite da Leif Erikson, figlio di Erik il Rosso, furono le prime chiese cristiane nelle Americhe. Quegli insediamenti norreni conobbero la Riforma protestante e, di conseguenza, la maggior parte dei groenlandesi oggi appartiene alla Chiesa di Danimarca di confessione luterana.

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La Chiesa cattolica in Groenlandia è di dimensioni ridotte: l’unica parrocchia, Kristus Kongens («Cristo Re»), a Nuuk, conta circa 500 parrocchiani e dipende dalla diocesi di Copenaghen[6]. Espulsa dalla Groenlandia durante la Riforma, la Chiesa cattolica vi ha fatto ritorno nel XX secolo, con l’allentamento delle leggi sulla libertà religiosa. Gli immigrati filippini rappresentano oggi un nuovo gruppo di cattolici nel Paese, e anche molti militari statunitensi presenti nell’isola sono di fede cattolica[7].

La Groenlandia possiede uno status politico complesso, che rispecchia sia la sua importanza strategica geopolitica sia la sua ricca storia. Oggi l’isola è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca. Quest’ultimo non coincide con lo Stato scandinavo che porta lo stesso nome: la Danimarca continentale, infatti, costituisce soltanto uno dei suoi tre territori, insieme alla Groenlandia e alle Isole Faroe, un arcipelago situato nell’Atlantico settentrionale che, come la Groenlandia, intrattiene antichi legami commerciali e coloniali con i popoli norreni.

In quanto è uno dei tre territori del Regno di Danimarca, la Groen­landia gode di un’ampia autonomia nelle politiche interne, mentre il Regno conserva la responsabilità della difesa e della politica estera. Il Paese possiede un sistema parlamentare multipartitico. Il re di Danimarca, Frederik X, è il capo dello Stato, mentre l’autorità primaria è esercitata dal primo ministro. Il Parlamento conta 31 membri. A differenza della Danimarca, la Groenlandia non fa parte dell’Unione europea, perché nel 1985 ha abbandonato la figura organizzativa che la precedeva, la Comunità economica europea. L’isola è tuttavia associata all’Ue in quanto «Paese e Territorio d’oltremare» di uno Stato membro[8]. È membro della Nato in quanto territorio costitutivo del Regno di Danimarca.

L’economia groenlandese è il risultato della sua collocazione geografica e della sua condizione politica: i settori principali sono la pesca e la lavorazione dei crostacei, mentre il settore pubblico rappresenta la componente più ampia dell’economia. Le risorse naturali della Groenlandia, tra cui carbone, diamanti e terre rare, sono da tempo oggetto di grande interesse, ma finora il rendimento commerciale è stato limitato. Alcuni analisti prevedono che questo possa modificarsi con il progredire del cambiamento climatico, che rende più accessibili alcune aree dell’isola[9]. Altri sottolineano le persistenti difficoltà infrastrutturali e logistiche che limitano la capacità delle aziende di accedere a tali risorse ed estrarle[10]. Molti groenlandesi, dal canto loro, esprimono preoccupazione per le potenziali ricadute delle attività minerarie in termini di danni ecologici e di crescente influenza delle imprese straniere.

La Groenlandia riceve dalla Danimarca consistenti sussidi, che rappresentano circa la metà delle entrate statali e sono suddivisi tra sovvenzioni a fondo perduto e finanziamenti diretti alle principali attività governative. Negli ultimi anni, l’importo medio si è attestato intorno ai 720 milioni di euro[11]. La Groenlandia percepisce inoltre fondi dall’Unione europea in cambio dell’accesso alle proprie zone di pesca.

La dipendenza economica dalle esportazioni e dai sussidi rende l’isola vulnerabile alle oscillazioni dell’economia globale. La Groenlandia è uno dei territori artici più poveri: nel 2023, la Banca Mondiale ha collocato il suo Pil nominale a 58.499 dollari statunitensi correnti, con una crescita annua dello 0,9%[12]. Qualsiasi prospettiva di ulteriore indipendenza politica sembra dunque dipendere dalla conquista di un’autonomia economica dai finanziamenti danesi.

La storia della Groenlandia: tra Europa e Nord America


La Groenlandia è abitata dall’uomo almeno dal 2500 a.C. I primi insediamenti furono opera dei popoli paleo-inuit o pre-inuit, nelle regioni che oggi corrispondono all’area occidentale e sud-occidentale dell’isola.

Le esplorazioni successive furono quelle dei vichinghi islandesi e norvegesi, a partire dalle comunità fondate dal norvegese Erik Thorvaldsson, noto come «Erik il Rosso», intorno al 986 d.C. lungo i fiordi della Groenlandia sud-occidentale, aree che sarebbero rimaste i principali poli abitativi dell’isola fino ai nostri giorni. Si trattò dei primi stanziamenti europei nel Nord America. I norreni abbandonarono poi la Groenlandia intorno al 1500, per cause tuttora incerte. Quelle presenze non ebbero alcun legame diretto con la successiva colonizzazione danese.

La maggior parte degli attuali groenlandesi discende dagli inuit, o popoli «Thule», che migrarono attraverso la regione artica dall’Alaska, percorrendo le isole canadesi, fino a raggiungere la Groenlandia nel XIII secolo, soppiantando i più antichi paleo-inuit nel nord e i vichinghi nel sud-ovest. Non vi è oggi alcuna evidenza genetica dei paleo-inuit tra i groenlandesi, benché sia possibile che vi siano stati contatti e mescolanze tra loro e i vichinghi.

La Groenlandia tornò sotto l’influenza europea nell’Età moderna, con una serie di esplorazioni condotte da avventurieri europei protesi alla ricerca del «Passaggio a Nord-Ovest» fra l’Atlantico e il Pacifico. L’eredità dei primi insediamenti norreni rimase tuttavia viva nelle ambizioni territoriali dei successivi monarchi danesi, i quali, in quanto sovrani dei Regni uniti di Danimarca e Norvegia, rivendicavano i diritti sulle colonie norvegesi d’oltremare, comprese le antiche e perdute comunità della Groenlandia. Tali rivendicazioni divennero più concrete con la spedizione commerciale e coloniale guidata da Hans Egede, il quale nel 1728 fondò la città di Godthaab, «Buona Speranza», ossia l’odierna capitale Nuuk.

La Groenlandia fu governata direttamente dalla Danimarca a partire dal 1814, quando il Trattato di Kiel separò la Norvegia dalla Danimarca, lasciando a quest’ultima le colonie, fino ad allora norvegesi, della Groenlandia e delle Isole Faroe. Questo Trattato pose fine al complesso e plurisecolare rapporto della Groenlandia con la Norvegia, ma inserì l’isola in un percorso altrettanto articolato con la Danimarca. Tra i momenti chiave di tale relazione figurano: l’occupazione nazista della Danimarca nel 1940, con quella successiva della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, per condurre operazioni militari nell’Atlantico settentrionale; il 1951, quando Danimarca e Stati Uniti formalizzarono l’accesso statunitense alle basi militari in Groenlandia; il 1953, quando il Paese fu formalmente integrato nel Regno di Danimarca e cessò di essere una colonia; il 1979, anno in cui la Groenlandia conseguì l’autogoverno; e il 2009, quando le fu definitivamente riconosciuto il governo autonomo.

L’integrazione della Groenlandia nel Regno di Danimarca, avvenuta nel 1953, fu sin dall’inizio contestata dai groenlandesi; il recupero dell’autonomia è da allora uno dei temi centrali della vita politica del Paese. La legge sull’autogoverno del 1979 conferì all’isola una significativa autonomia interna in otto ambiti di politica pubblica, tra cui l’assetto istituzionale, il settore ecclesiastico, l’istruzione e la cultura e le relazioni industriali, mentre la Danimarca rimase responsabile del sistema giudiziario, della polizia e delle carceri[13]. Un punto decisivo della legge sull’autogoverno prevedeva sussidi finanziari danesi a sostegno delle funzioni governative assunte dal governo groenlandese.

Se l’autogoverno fu accolto positivamente in patria, d’altra parte servì anche a chiarire il rapporto tra Danimarca, Groenlandia e Comunità europea. Sebbene la Groenlandia fosse entrata nella Cee nel 1973 come parte del Regno di Danimarca, nell’isola l’adesione non godeva di ampio consenso, in parte a causa delle normative sulla pesca, ritenute in contrasto con gli interessi nazionali. La legge sull’autogoverno prevedeva i meccanismi per l’uscita del Paese dalla Cee: uscita che fu attuata nel 1985.

Il governo autonomo, entrato in vigore con la legge del 2009, trasferì ulteriori competenze dalla Danimarca alla Groenlandia, comprese quelle relative al sistema giudiziario, alla polizia e all’amministrazione penitenziaria. Era inoltre prevista la possibilità che l’isola si separasse del tutto dal Regno di Danimarca, riaffermando il diritto all’autodeterminazione del proprio popolo.

È significativo che già il procedimento di approvazione della legge prefigurasse un nuovo modello di rapporto tra Groenlandia e Danimarca. Il testo fu formalmente adottato dal Parlamento danese, ma traeva origine da un accordo previo tra i due governi. In modo decisivo, esso venne preceduto dal referendum del 2008, nel quale, con un’affluenza del 71,96%, il 75,54% degli elettori si espresse a favore dell’introduzione dell’autogoverno[14].

Dal 2009 a oggi il sostegno dell’opinione pubblica all’indipendenza groenlandese è rimasto elevato. Tuttavia non mancano interrogativi sulla reale fattibilità di una piena autonomia. Il sostegno a un’indipendenza immediata sembra essersi ridotto dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha intensificato la propria attenzione verso la Groenlandia; secondo alcuni osservatori, queste aperture hanno messo in luce quanto l’isola sia incapace di garantire autonomamente la propria difesa senza l’appoggio danese[15]. In un sondaggio condotto dall’istituto Verian nel gennaio 2025, l’84% degli intervistati ha dichiarato di sostenere l’indipendenza della Groenlandia dalla Danimarca. Un numero simile, circa l’85%, ha tuttavia affermato di non voler lasciare il Regno di Danimarca per unirsi agli Stati Uniti. Inoltre, quasi la metà degli intervistati, il 45%, non desidera l’indipendenza, qualora essa comporti una riduzione del tenore di vita. Forse per questo motivo, «solo l’8% ritiene che la Groenlandia possa diventare uno Stato indipendente entro un anno, mentre il 52% pensa che ciò possa avvenire entro dieci o vent’anni»[16].

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Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.

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La storia recente: Guerra fredda e riscaldamento globale

Nella storia recente, due questioni principali hanno caratterizzato la geopolitica della Groenlandia: il suo ruolo durante la Guerra fredda e il cambiamento climatico.

L’importanza dell’isola all’epoca della Guerra fredda derivava dalla minaccia nucleare sovietica nei confronti della Nato. La sua posizione consentiva l’individuazione precoce degli aerei sovietici che attraversavano l’Atlantico settentrionale per aggirare l’Europa occidentale e andare a minacciare la costa orientale degli Stati Uniti; al tempo stesso, essa offriva alla Nato una base strategica da cui colpire obiettivi chiave nell’Unione Sovietica occidentale, tra cui Mosca e Leningrado.

Nel 1951 Danimarca e Stati Uniti firmarono l’Accordo per la difesa della Groenlandia, che in molti aspetti definì il ruolo di quest’ultima nella Guerra fredda, nonostante l’assenza del Paese stesso dai negoziati[17]. Ciò avvenne nel 1951, due anni dopo la creazione della Nato, in un contesto segnato dalla crescente influenza dell’Unione Sovietica nell’Europa orientale. Come già ricordato, la Groenlandia era stata posta sotto occupazione statunitense durante la Seconda guerra mondiale[18]. Pertanto, l’Accordo del 1951 non inaugurò, ma piuttosto rinnovò il ruolo della Groenlandia nella difesa dell’Atlantico settentrionale. In termini concreti, quel patto consentì agli Stati Uniti di ampliare la propria presenza militare in Groenlandia, in particolare con la creazione della base aerea di Thule, oggi denominata Pituffik Space Base. Per questo il trattato del 1951 tra Danimarca e Stati Uniti non fu soltanto un accordo bilaterale, ma rispose a una precisa richiesta della Nato. Era ben chiaro che tale cooperazione sarebbe stata in qualche modo asimmetrica, perché la Danimarca era stata economicamente devastata dalla Seconda guerra mondiale.

Oltre alla Guerra fredda, anche il cambiamento climatico ha avuto un impatto profondo sulla Groenlandia, sia sul piano interno sia nelle sue relazioni estere. L’Artico è stato colpito in modo particolarmente intenso dall’aumento delle temperature globali, e lo scioglimento dei ghiacci rilascia anidride carbonica, innescando un ciclo di retroazione che accelera ulteriormente il cambiamento. La Groenlandia ha così sperimentato un aumento delle temperature e una progressiva fusione della calotta. Per molti groenlandesi, questi mutamenti mettono in pericolo i loro modi tradizionali di vivere. Proprio a causa del cambiamento climatico, dal momento che lo scioglimento dei ghiacci e un clima più temperato facilitano l’accesso alle risorse naturali, molti Paesi hanno iniziato a considerare l’Artico come una regione ricca di nuove opportunità. Ciò ha alimentato in particolare l’interesse cinese per l’estrazione delle risorse. Tuttavia gli investimenti cinesi in Groenlandia sono rimasti finora limitati, anche a causa dei timori, diffusi nell’isola, riguardo alle conseguenze ecologiche di tali sviluppi.

Il cambiamento climatico sta inoltre aprendo nuove rotte marittime artiche, trasformando la regione da potenziale corridoio missilistico, com’era all’epoca della Guerra fredda, a una via marittima strategica per il trasferimento di truppe e armamenti tra Nord America, Europa e Asia[19]. Di conseguenza, l’Artico rimane una questione di primaria importanza per la sicurezza, in particolare per la Nato, anche in risposta alla Polar Silk Road cinese – annunciata insieme alla Russia nel 2017 come estensione della Belt and Road Initiative –, che mira ad ampliare la presenza economica e militare della Cina nella regione.

Controversie attuali


Questo contesto chiarisce alcuni degli elementi in gioco nel recente conflitto riguardante il controllo della Groenlandia. La questione per i groenlandesi è dunque come tutelare i propri interessi strategici, muovendosi tra i progetti di altri attori animati da loro mire particolari, senza sacrificare la propria autonomia. Tale sfida è emersa con forza nelle recenti dichiarazioni del Presidente statunitense, che almeno dal 2019 ha espresso interesse per l’acquisizione dell’isola. Nel suo discorso del 4 marzo 2025 davanti a una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, egli ha affermato: «E questa sera ho un messaggio anche per lo straordinario popolo della Groenlandia. Sosteniamo con forza il vostro diritto a determinare il vostro futuro, e se lo sceglierete, vi accoglieremo negli Stati Uniti d’America». Subito dopo, però, ha spostato l’attenzione dall’autodeterminazione groenlandese all’interesse statunitense: «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e internazionale, e stiamo lavorando con tutti i soggetti coinvolti per cercare di ottenerla. Ma siccome ne abbiamo davvero bisogno per la sicurezza del mondo, penso che la otterremo. In un modo o nell’altro, la otterremo»[20].

Le aperture del Presidente degli Stati Uniti verso la Groenlandia riflettono due elementi relativamente costanti della sua politica estera: il cosiddetto «corollario Trump» alla Dottrina Monroe e il suo distacco dalla Nato. Per quanto riguarda la Dottrina Monroe, l’amministrazione Trump l’ha descritta in questi termini in un documento strategico del 2025: «Dopo anni di trascuratezza, gli Stati Uniti riaffermeranno e faranno rispettare la Dottrina Monroe per ristabilire la preminenza americana nell’emisfero occidentale e per proteggere il nostro territorio e l’accesso a regioni strategiche dell’area. Impediremo ai concorrenti esterni all’emisfero di dispiegare forze militari o altre capacità offensive, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro spazio geopolitico. Questo “corollario Trump” alla Dottrina Monroe rappresenta un ritorno pragmatico e deciso alle priorità e alla potenza americana, in linea con gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti»[21].

Negli Stati Uniti è in corso un acceso dibattito sulla corretta interpretazione della Dottrina Monroe. Non vi è dubbio però che l’amministrazione Trump la utilizzi come complemento al principio dell’America First: la priorità attribuita dall’America First alla sovranità nazionale, lungi dall’imporre isolamento o ritiro globale, consente un coinvolgimento militare statunitense all’estero, qualora esso risponda alle priorità strategiche americane[22].

Sebbene la Groenlandia sia membro della Nato attraverso il Regno di Danimarca, con il quale gli Stati Uniti hanno mantenuto per decenni una vasta cooperazione in ambito difensivo, dal Presidente statunitense e da diversi suoi principali consiglieri è stata espressa insoddisfazione nei confronti della Nato e dell’Europa in generale; lo è stato in modo particolarmente evidente nel discorso del vicepresidente J. D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2025[23]. Essi hanno sostenuto che l’Europa dovrebbe assumersi una maggiore responsabilità finanziaria per la propria difesa, recuperare la fiducia nella propria identità culturale e civile e fare minore affidamento sugli Stati Uniti.

Ciò nonostante, la storia della Groenlandia suggerisce la possibilità di una cooperazione trilaterale continuativa tra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti per la difesa dell’Atlantico settentrionale. Un precedente prossimo è rappresentato dall’Accordo di Igaliku del 2004, che ha rivisto l’Accordo del 1951, includendo la Groenlandia come partner negoziale paritario accanto a Danimarca e Stati Uniti[24].

Nel frattempo, diversi Stati membri della Nato hanno ribadito i propri impegni di difesa collettiva e recentemente hanno dispiegato truppe in Groenlandia per esercitazioni militari[25]. Sebbene Trump abbia dichiarato a Davos che non intende usare la forza per conquistare la Groenlandia, esiste in ogni caso un ampio consenso internazionale sul fatto che molte delle azioni proposte da lui nei confronti della Groen­landia sarebbero ambigue, e che egli abbia causato disorientamento con le sue dichiarazioni[26]. Le critiche rivolte al Presidente statunitense anche dalla destra europea, ad esempio, hanno dimostrato i limiti del sostegno che viene dato a lui in Europa[27].

I politici danesi e groenlandesi si sono espressamente opposti all’idea di cedere la Groenlandia agli Stati Uniti. La prima ministra danese Mette Frederiksen, ad esempio, ha avvertito che un’azione militare statunitense sulla Groenlandia segnerebbe la fine della Nato[28]. Il governo groenlandese, da parte sua, si è sempre opposto alla sovranità degli Stati Uniti sull’isola, compresa la proposta più limitata di sovranità sulle basi militari statunitensi all’interno del Paese[29].

Forse la critica più forte nei confronti del Presidente statunitense, dopo quelle della Groenlandia e della Danimarca, è venuta dal primo ministro canadese Mark Carney, il cui discorso del 20 gennaio 2026 a Davos va ben oltre una semplice reazione a Trump, articolando una nuova visione del mondo e una nuova politica per quel mondo. Nel richiamare i Paesi all’«onestà» e a «vivere nella verità», egli consigliava loro di «smettere di invocare un “ordine internazionale basato sulle regole” quasi che funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamatelo con il suo vero nome: un sistema che intensifica la rivalità tra le grandi potenze, in cui i più potenti perseguono i propri interessi utilizzando l’integrazione economica come mezzo di coercizione»[30].

A questo proposito, in termini più generici, papa Leone XIV ha parlato della «debolezza del multilateralismo», avvertendo, nel suo discorso del 9 gennaio 2026 al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, che «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando». Il Papa chiede quindi un «multilateralismo sano», in cui la mediazione e l’incontro possano sostituire l’atteggiamento secondo cui la forza fa il diritto[31].

Che cosa accadrà ora?


Alla luce del sentimento popolare groenlandese contrario all’acquisizione dell’isola da parte degli Stati Uniti, dell’impegno della Danimarca a garantire l’autodeterminazione della Groenlandia e della dichiarata volontà dei Paesi membri della Nato di sostenerla come parte dell’Alleanza, il mondo resta in attesa, sperando che prevalga il rispetto dell’ordine internazionale e della sovranità dei popoli.

Qualunque sia l’evoluzione dei prossimi mesi, la Groenlandia dovrà continuare a bilanciare le proprie aspirazioni di autonomia, sopravvivenza economica e sovranità. Il controllo da parte degli Stati Uniti imporrebbe nuovi limiti alla capacità del popolo groenlandese di prendere decisioni in autonomia. Invece, restando all’interno del Regno di Danimarca, i groenlandesi continueranno a interrogarsi, forse con rinnovata urgenza, su come declinare la loro autonomia, mentre il mondo è sempre più alle loro porte. Qualunque sia l’esito, le scelte della Groenlandia avranno peso ben oltre l’Artico.

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[1] Cfr L. Larivera, «Alla riscoperta del Polo Nord», in Civ. Catt. 2008 IV 78.

[2] Cfr Statistics Greenland, Greenland in Figures 2025 (stat.gl/publ/en/GF/2025/pdf/Greenland%20in%20Figures%202025.pdf).

[3] Cfr ivi.

[4] Cfr ivi.

[5] Cfr «Philippine Embassy brings consular services to Filipino community in Greenland», in ScandAsia (scandasia.com/philippine-embassy-brings-consular-services-to-filipino-community-in-greenland), 3 luglio 2025.

[6] Cfr Den katolske Kirke, sito ufficiale della Chiesa danese (katolsk.dk/feed/rss).

[7] Cfr «Religion and religious communities», in Trap Greenland (trap.gl/en/kultur/religion-og-trossamfund).

[8] Cfr European Commission, «Overseas countries and territories» (international-partnerships.ec.europa.eu/countries/overseas-countries-and-territories_en).

[9] Cfr S. Derouin, «The mineral riches hiding under Greenland’s ice», in BBC (bbc.com/future/article/2025012…), 6 gennaio 2026.

[10] Cfr M. Schwartz, «Greenland, Rare Earths, and Arctic Security», in Center for Strategic and International Studies (csis.org/analysis/greenland-ra…
arctic-security), 8 gennaio 2026.

[11] Cfr A. Fleck, «Greenland’s Economy Depends on Fishing and Danish Subsidies», in Statista (statista.com/chart/34175/green…), 24 marzo 2025.

[12] Cfr «Greenland», in World Bank Group (data.worldbank.org/country/greenland).

[13] Cfr «Home rule 1979–2008», in Trap Greenland (trap.gl/en/historie/home-rule-1979%E2%80%912008).

[14] Cfr «Self-government», in Trap Greenland (trap.gl/en/samfund-og-erhverv/self-government).

[15] Cfr P. Pardo, «Greenland’s Independence in Limbo: “Since Trump took office, economic activity has slowed down”», in El Mundo America (mundoamerica.com/news/2026/01/…), 16 gennaio 2026.

[16] M. L. Nielsen, «Virtually no Greenlander wants to join the US, poll finds», in Euractiv (euractiv.com/news/virtually-no…), 29 gennaio 2026.

[17] Cfr «Defense of Greenland: Agreement Between the United States and the Kingdom of Denmark», in The Avalon Project – Yale Law School (avalon.law.yale.edu/20th_century/den001.asp), 27 aprile 1951.

[18] Cfr B. S. Zellen, Arctic Exceptionalism: Cooperation in a Contested World, Boulder, CO, Lynne Rienner Publishers, 2024.

[19] Cfr T. Reals, «Maps show why Greenland is so important as the Arctic warms», in CBS News (cbsnews.com/news/greenland-map…), 13 gennaio 2026.

[20] «Joint Session of Congress Pursuant to House Concurrent Resolution 11 to Receive a Message from the President», in Congressional Record 171 (41) (govinfo.gov/content/pkg/CREC-2…), 4 marzo 2025.

[21] «National Security Strategy of the United States of America, November 2025» (whitehouse.gov/wp-content/uplo…).

[22] Cfr W. McCormick, «Donald J. Trump: i primi mesi del secondo mandato», in Civ. Catt. 2025 III 257-271.

[23] Cfr Munich Security Conference 2025, Key Speeches, vol. 2: «Speech by J.D. Vance and Selected Reations», in securityconference.org/en/publications/books/key-speeches-volume-ii-jd-vance-msc-2025

[24] Cfr U.S. Department of State, «Denmark (Greenland) (04-0806) – Agreement Amending and Supplementing the Agreement of April 27, 1951, as Amended, Concerning the Defense of Greenland», 6 agosto 2004 (state.gov/04-0806).

[25] Cfr S. Meredith, «NATO nations deploy to Greenland after tense White House talks», in CNBC (cnbc.com/2026/01/15/greenland-…), 15 gennaio 2026.

[26] Cfr «Davos 2026: Special Address by Donald J Trump, President of the United States of America», 21 gennaio 2026 (weforum.org/stories/2026/01/da…).

[27] Cfr M. Rego, «Greenland minister: Trump push to acquire bases as sovereign US territory a “red line”», in The Hill (thehill.com/policy/internation…), 27 gennaio 2026.

[28] Cfr A. Kongshaug – C. Ciobanu – S. Dazio, «Danish prime minister says a US takeover of Greenland would mark the end of NATO», in AP (apnews.com/article/denmark-gre…), 6 gennaio 2026.

[29] Cfr M. Rego, «Greenland minister: Trump push to acquire bases as sovereign US territory a “red line”», cit.

[30] «Principled and pragmatic: Canada’s path» Prime Minister Carney addresses the World Economic Forum Annual Meeting, in tinyurl.com/3szz6eny

[31] Cfr Leone XIV, Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026 (vatican.va/content/leo-xiv/it/…
20260109-corpo-diplomatico.html).

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