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Invece di salvare le aziende dal ransomware, le attaccavano. Due esperti affiliati di BlackCat


Nel panorama delle indagini sui crimini informatici, alcuni casi assumono un rilievo particolare non solo per l’entità dei danni economici, ma per il profilo delle persone coinvolte. Le inchieste sul ransomware, spesso associate a gruppi criminali stranieri e infrastrutture operative offshore, mostrano sempre più spesso dinamiche differenti, in cui competenze legittime vengono piegate a scopi illeciti.

Il procedimento giudiziario che coinvolge due professionisti della sicurezza informatica affiliati al ransomware ALPHV BlackCatsi inserisce in questo contesto, offrendo uno spaccato significativo sull’evoluzione del cybercrime e sulle sue modalità operative negli Stati Uniti.

A rendere questo procedimento giudiziario diverso da molte altre inchieste sui crimini informatici è il profilo degli imputati. I due uomini coinvolti, insieme a un terzo soggetto, erano professionisti attivi nel campo della sicurezza informatica. Invece di operare per la protezione dei sistemi, hanno utilizzato le competenze acquisite nel loro lavoro per finalità criminali.

Il Dipartimento di Giustizia ha sottolineato come la preparazione tecnica degli imputati sia stata un elemento centrale delle attività illecite.

“Questi imputati hanno sfruttato la loro sofisticata formazione e la loro esperienza in materia di sicurezza informatica per commettere attacchi ransomware, proprio il tipo di reato che avrebbero dovuto cercare di fermare”, ha dichiarato il Procuratore Generale Aggiunto A. Tysen Duva della Divisione Criminale del Dipartimento di Giustizia. “L’estorsione via Internet colpisce cittadini innocenti tanto quanto il prelievo diretto di denaro dalle loro tasche. Il Dipartimento di Giustizia si impegna a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per identificare e arrestare gli autori di attacchi ransomware ovunque abbia giurisdizione”.

L’indagine contribuisce inoltre a smentire una convinzione ancora diffusa: quella secondo cui il ransomware sia un fenomeno confinato a gruppi criminali stranieri operanti da Paesi dell’Europa orientale o dell’Asia. Secondo il procuratore federale Jason A. Reding Quiñones, la minaccia può originarsi anche all’interno degli Stati Uniti, sfruttando accessi legittimi e competenze avanzate per colpire vittime sul territorio nazionale.

“Il ransomware non è solo una minaccia esterna: può provenire anche dall’interno dei nostri confini”, ha affermato il procuratore statunitense Jason A. Reding Quiñones per il distretto meridionale della Florida. “Goldberg e Martin hanno utilizzato un accesso affidabile e competenze tecniche per estorcere denaro alle vittime americane e trarre profitto dalla coercizione digitale. Le loro dichiarazioni di colpevolezza chiariscono che i criminali informatici che operano all’interno degli Stati Uniti saranno individuati, perseguiti e chiamati a rispondere delle loro azioni”.

Dagli atti giudiziari emerge che, tra aprile e dicembre 2023, i due imputati hanno agito come affiliati del programma ALPHV BlackCat, una delle principali piattaforme di Ransomware-as-a-Service. In questo modello operativo, gli sviluppatori del malware mantengono l’infrastruttura e il codice, mentre gli affiliati sono incaricati di individuare i bersagli, compromettere le reti e distribuire il ransomware.

Il sistema prevedeva una ripartizione prestabilita dei proventi: il 20% dei riscatti era destinato agli amministratori di BlackCat, mentre l’80% rimaneva agli affiliati. Un accordo che, in almeno un caso documentato, ha prodotto un’estorsione pari a circa 1,2 milioni di dollari in Bitcoin. La quota degli imputati è stata successivamente suddivisa tra i partecipanti e sottoposta a operazioni di riciclaggio per rendere più difficile la tracciabilità dei fondi.

Nel dicembre 2023, il Dipartimento di Giustizia ha annunciato un’azione su larga scala contro la rete ALPHV BlackCat. L’operazione ha portato al sequestro di numerosi siti web collegati al gruppo e alla distribuzione di uno strumento di decrittazione gratuito, che ha consentito alle vittime di evitare il pagamento di circa 99 milioni di dollari in riscatti potenziali.

Goldberg e Martin hanno ammesso la propria responsabilità dichiarandosi colpevoli di un’accusa di cospirazione finalizzata a ostacolare, ritardare o influenzare il commercio mediante estorsione. La sentenza è stata fissata per il 12 marzo 2026. Entrambi rischiano una pena massima fino a 20 anni di reclusione.

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