“La vita non è più degna di essere vissuta quando non si è in grado di esistere in modo autonomo e dignitoso”


L’intervista a Roberto, un paziente oncologico veneto che ha ricevuto il secondo diniego al suicidio assistito


Nel 2006 gli hanno diagnosticato un tumore cerebrale che ha continuato a progredire e oggi è sempre più aggressivo. A 67 anni Roberto, affetto da un glioma diffuso, è voluto uscire dal suo anonimato perché, nonostante abbia ricevuto l’ok dalla Svizzera, vorrebbe poter essere aiutato a morire a casa sua in Italia. Non esistono terapie disponibili, è soggetto a crisi epilettiche quotidiane e a un progressivo deterioramento cognitivo. La sua prognosi è infausta e all’improvviso potrebbe perdere la vista, la parola o la capacità di muoversi (cosa che ancora fa ma con enorme fatica).

La sua richiesta di verifica ai requisiti per accedere al suicidio assistito in Italia è stata respinta dopo oltre cinque mesi perché non sarebbe in possesso del requisito di dipendenza da trattementi di sostegno vitale. Alcuni giorni fa ha lanciato un video appello e ora in un’intervista ha spiegato cosa significherebbe per lui poter morire a casa sua e quali sono i requisiti che bisognerebbe considerare realmente.

D: Quanto è stato difficile esporsi e perché ha scelto di farlo proprio adesso?


R: La decisione è stata abbastanza facile perché intendo portare avanti in ogni modo la mia richiesta di essere ammesso al suicidio assistito e di dare possibilmente notorietà alla mia battaglia così da essere d’aiuto per gli altri.

D: La sua malattia è irreversibile e in progressivo peggioramento. Qual è oggi la sua quotidianità?


R: Ho sempre meno energie, quindi esco di casa poco al mattino, quando sono più in forze. Vado a fare colazione fuori tutti i giorni anche per prendere una boccata d’aria e stare tra la gente, poi esco solo due o tre volte la settimana per fare la spesa. Ho seri problemi di mobilità e devo servirmi di un deambulatore, ma non intendo rinunciare alla mia, pur diminuita autonomia. Non voglio nessuno che si occupi di me.

D: Ha contattato una struttura svizzera, che dopo un primo diniego ora è pronta ad aiutarla, ma ha spiegato che preferirebbe morire a casa sua: cosa significa per lei questa scelta?

R: Significa che morire a casa mia mi permetterebbe di vivere fino all’ultimo a contatto delle persone care, in un ambiente familiare e gradevole come quello dove vivo da alcuni anni. A Zurigo, per quanto sia consapevole di come accolgano al meglio i candidati al suicidio, non potrei non sentirmi estraneo e questo significherebbe avvicinarmi alla morte in modo non piacevole.

D: Uno dei nodi della sua vicenda riguarda il requisito del trattamento di sostegno vitale che, secondo la Asl, non avrebbe. Cosa pensa di questo requisito e che cosa si aspetta dalla giustizia considerando invece la sua prognosi infausta?


R: Considero inaccettabile il requisito dei sostegni indispensabili, che peraltro ormai possiedo nella misura in cui ho bisogno di supporti per camminare senza correre rischi. Arrivare a dover ricorrere a trattamenti di sostegno vitale di fatto comporta la perdita di quelli che io considero i soli sostegni degni di tutela: autonomia e dignità. La vita non è più degna di essere vissuta quando non si è in grado di esistere in modo autonomo e dignitoso.

D: Se potesse rivolgere un messaggio alle istituzioni e a chi oggi sta discutendo di fine vita, cosa chiederebbe?


R: Chiederei di riconoscere il valore dell’autonomia e della dignità e di consentire l’accesso al suicidio assistito anche a chi non ha bisogno di sostegni indispensabili, ai quali sarebbe invece condannato se fosse costretto a proseguire la propria vita compromessa giorno dopo giorno dalla malattia, un’esistenza non più autonoma e dignitosa.

L'articolo “La vita non è più degna di essere vissuta quando non si è in grado di esistere in modo autonomo e dignitoso” proviene da Associazione Luca Coscioni.