UCRAINA - Corruzione sistemica, Kiev senza speranza: la Ue lo ignora, ora pure la NATO fa affari con Zelensky
La corruzione in Ucraina è sistemica: non se ne esce. L’Europa, però, sembra non rendersene conto. E l’Italia, anche volendo, non ha spazio per mediare
L’Ucraina è prigioniera della corruzione e, nonostante da più parti si chieda a Zelensky una riforma per bloccare il fenomeno, la realtà è che siamo di fronte a un vero e proprio sistema che coincide con la macchina organizzativa dello Stato ucraino, tanto che anche chi non vuole essere arruolato può evitare il fronte pagando. Nonostante questo, però, osserva Fulvio Scaglione, direttore di Inside Over, l’Europa continua a dare soldi a Zelensky fidandosi di lui e la NATO sta realizzando un programma in cui aziende ucraine e imprese di Paesi dell’Alleanza (Italia compresa) collaborano per testare sul campo soluzioni che riguardano i droni. Quanto all’Italia, ribadisce il suo sostegno all’Ucraina senza pensare a prendere le distanze da Kiev per ritagliarsi un ruolo da mediatore tra le parti. Un ruolo difficile da conciliare con le posizioni di americani e UE.
Dopo l’ennesimo caso di corruzione, diversi analisti chiedono all’Ucraina una riforma della giustizia per mettere fine a questa piaga. Il tema, però, è sul tavolo da anni e non si trova una soluzione. C’è speranza che Kiev riesca a risolvere il problema?
No, non c’è speranza. Siamo di fronte a una continua serie di scandali che tocca i gangli vitali di quel che resta della statualità ucraina, ovverosia l’amministrazione presidenziale, il governo, le aziende, le banche di Stato, le aziende fondamentali, cioè le aziende della difesa e le aziende dell’energia, quindi la corruzione è sistemica. Le inchieste dimostrano che il sistema corruttivo è quello che permette allo Stato ucraino e alla sua organizzazione di funzionare.
La corruzione è così endemica?
Tra coloro che vengono arruolati con la forza, anche per strada, per essere inviati al fronte, solo una minima parte, il 5%, verrebbe assoldato veramente; tutti gli altri pagano e ne restano fuori. La fonte è un canale australiano molto interessante di Telegram che segue le questioni militari della guerra russo-ucraina e si chiama AMK Mapping. Se l’Ucraina fosse un Paese normale, Zelensky sarebbe già stato cacciato: le indagini sulla corruzione hanno riguardato i suoi amici e i suoi più stretti collaboratori. Nell’ultima inchiesta, denominata Forrest Gump, c’è un elemento appurato dagli investigatori che fa riflettere.
Quale?
Il gruppo di corrotti individuato stava raccogliendo denaro per pagare la cauzione all’ex ministro dell’energia Herman Halushchenko, arrestato per corruzione nell’inchiesta precedente. E allora sorge una domanda che si sono fatti anche i giornalisti ucraini: “Perché queste persone, tra cui il capo dell’ufficio legale dell’amministrazione presidenziale e la viceministra della giustizia, si danno da fare per liberarlo? Ha rivelazioni ancora più compromettenti da fare?”. Zelensky dovrebbe prendersi la responsabilità non solo politica di quello che è successo.
È corrotto anche lui?
Penso che sia costretto a tollerare un alto livello di corruzione, perché è il lubrificante che fa girare la macchina organizzativa e non può fermarla proprio adesso.
E la gente cosa ne pensa?
I sondaggi dicono che Zelensky è l’uomo più adatto per guidare il Paese in guerra, ma certamente non il più adatto domani per guidare l’Ucraina in pace. Gli ucraini hanno una fotografia piuttosto precisa del momento.
L’Alleanza atlantica, intanto, ha lanciato il programma UNITE-Brave NATO, nel quale sono coinvolte 11 aziende italiane, per realizzare e testare sul campo i droni del futuro. Alla luce di tutto quello che sappiamo sulla corruzione in Ucraina, è una buona idea?
Questo tema è un tema che l’UE ha deciso sostanzialmente di ignorare. Sappiamo che gli americani, anche quando c’era Biden, hanno svolto delle inchieste su dove finissero i loro soldi mandati come aiuti all’Ucraina. Era stato nominato un commissario speciale che aveva redatto due o tre relazioni. Da queste relazioni, naturalmente, emergeva che una certa quota degli aiuti americani spariva e veniva fatta circolare altrove, non per il bene della resistenza ucraina. Poi è arrivato Trump e gli americani hanno deciso che, se gli ucraini avessero voluto le armi, avrebbero dovuto comprarle.
L’Europa, invece, cosa sta facendo?
Ha investito nella resistenza dell’Ucraina più di 200 miliardi di euro, tra aiuti militari, umanitari e finanziari. L’ultima tranche, 30 miliardi, è stata erogata da poco e fa parte dell’ultimo prestito di 90 miliardi. Il garante di questi soldi è Zelensky, ma non ci sono meccanismi particolarmente sofisticati per controllare come vengono spesi.
Ma il programma NATO sulle armi che obiettivo ha?
Ha una sua logica: cercare di imparare qualcosa da questa guerra. Quella da investire non è una grande somma: si parla di una cifra fra i 10 e i 50 milioni. Servono per sostenere l’Ucraina, perché il progetto prevede che lavorino insieme un’azienda ucraina e una di un Paese NATO. Il problema è che non si inneschi una logica perversa, per cui l’Ucraina diventi una cavia. Se diventa una cavia per sperimentare gli armamenti che servono all’Alleanza, viene il dubbio che non tutti abbiano tanta voglia che questa guerra finisca.
In tutto questo, l’Italia, che ha sempre sostenuto l’Ucraina, non potrebbe staccarsi da Kiev e cercare di svolgere un ruolo da mediatore per indirizzare il conflitto verso una soluzione negoziale?
Sì, nel senso che l’Italia vanta una lunga relazione con la Russia, potenzialmente potrebbe svolgere questo ruolo. Però mi sembra che il nostro Paese, dal punto di vista politico, sia estremamente timido, debole, non abbia una grande capacità di iniziativa autonoma. E poi non credo che ci sia spazio per un’iniziativa autonoma di questo genere. Gli Stati Uniti vogliono il monopolio di un’eventuale mediazione, mentre rispetto alla UE farebbe tanta fatica. Lo spazio per un confronto negoziale c’è stato già nel 2022: l’accordo era vicino, ma l’Unione europea non lo ha certo agevolato. Ora è difficile tornare indietro.
intervista di Paolo Rossetti a Fulvio Scaglione
Paolo Fiorito
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