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La nuova Siria di al-Sharaa


Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa incontra l’ambasciatore USA in Turchia Tom Barrack a Damasco, maggio 2025. (Foto:@USAMBTurkiye/X).
Nel dicembre 2024 Ahmad al-Sharaa, partendo da Idlib con un esercito di miliziani, occupava prima Aleppo, poi le altre città della Siria, fino ad arrivare alla capitale Damasco. In pochi giorni il temuto Stato degli Assad cadeva come un castello di sabbia. Il suo esercito abbandonava il campo di battaglia, togliendo le divise, senza combattere. Non valeva la pena morire per un dittatore che aveva massacrato il suo popolo e si era screditato davanti alla comunità internazionale. In ricordo di quei giorni gloriosi, il governo siriano ha dichiarato il 7 e l’8 dicembre festa nazionale. Essa è stata celebrata con grande concorso di popolo[1].

La Siria non è ripiombata nella guerra civile


Nessuno avrebbe scommesso sulla tenuta di un governo retto da un ex militante di al-Qaeda, che aveva governato l’enclave di Idlib con mano forte e con realismo. Altra cosa, commentavano gli osservatori politici, era gestire uno Stato come la Siria, diviso in diverse etnie e appartenenze religiose. Non sembrava possibile tenere unito un Paese così eterogeneo[2], con una maggioranza sunnita molto motivata e una significativa minoranza sciita agguerrita, la quale, con la cacciata degli Assad, aveva perso il potere e la capacità di influire sullo Stato centrale. Subito al-Sharaa aveva fatto dell’unità nazionale il punto centrale della sua azione di governo, chiedendo il disarmo delle diverse fazioni e l’unità delle forze armate nazionali.

Considerando poi ciò che è accaduto dopo la fuga di Assad da Damasco, la Siria non è ripiombata nella guerra civile, un destino toccato ad altri Paesi arabi dopo le loro violente rivoluzioni. Il Presidente è stato un pragmatico filo-occidentale, guadagnandosi il sostegno e la simpatia di molti Paesi. Certo, l’economia siriana è stata devastata dalla guerra e dalle sanzioni. Il Pil è diminuito di oltre il 70% dal 2011[3]. Molte persone hanno perso il lavoro e vivono di poco: il salario medio è di un dollaro al giorno. L’economia non è crollata, ma la situazione finanziaria di molti siriani è peggiorata dopo la liberazione. Centinaia di migliaia di dipendenti pubblici sono stati licenziati e i sussidi, a causa della scarsità dei mezzi, vengono tagliati. Inoltre, l’allentamento delle sanzioni statunitensi non ha ancora prodotto grandi risultati sul piano economico. La ricostruzione del Paese è praticamente inesistente.

Questa stagnazione dell’economia fa sì che il numero dei rientri sia relativamente basso rispetto ai tanti siriani che vivono fuori del Paese. Al-Sharaa non ha certo risolto questi problemi, ma nessun leader siriano avrebbe potuto farlo in un anno. Il suo risultato più importante da quando è salito al governo è nell’ambito della politica estera: ha posto fine a decenni di isolamento diplomatico della Siria con una rapidità sorprendente, guadagnandosi la fiducia e la stima di molti Paesi, in particolare di quelli arabi e di quelli occidentali. Oggi al-Sharaa, vestito elegantemente e all’occidentale, è una presenza familiare nelle varie conferenze nel mondo. A novembre è stato ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump, che gli ha manifestato una grande amicizia. Questa visita è stata molto fruttuosa in termini sia politici sia economici. In termini politici, essa ha accreditato l’ex jihadista, precedentemente posto dagli Stati Uniti nella lista dei terroristi più ricercati del mondo, come capo di Stato vicino alle posizioni dei Paesi occidentali. Dal punto di vista economico, egli ha ottenuto che venissero revocate molte sanzioni in vigore dai tempi di Assad.

Anche i ricchi Stati del Golfo sembrano entusiasti del nuovo leaderdi Damasco, che si sta impegnando – cosa non facile – per raggiungere la pace con Israele. Inoltre, le aziende internazionali stanno valutando nuovi accordi da stringere con il governo siriano. I dirigenti della Chevron, un gigante petrolifero, si dicono interessati a investire in Siria; gli Stati emiratini sono interessati a gestire il porto di Tartus, importante approdo sul Mediterraneo[4], sebbene i russi da decenni vi abbiano manifestato grande interesse.

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Il regime e le minoranze etnico-religiose


Al-Sharaa sta cercando di far dimenticare ai siriani gli anni degli Assad. Ha sostituito la bandiera baathista con lo stendardo verde della rivoluzione. Gran parte dell’apparato del precedente regime è stato smantellato. I suoi temuti servizi segreti sono scomparsi. Le prigioni sono state svuotate dei prigionieri politici.

D’altra parte, per quanto riguarda la gestione dello Stato, pare che negli ultimi tempi al-Sharaa si stia muovendo in una direzione preoccupante. Nuovi organismi, come l’Autorità generale per le frontiere e le dogane, e un fondo sovrano sono stati creati con decreto presidenziale, privando i ministeri dei poteri di imposizione fiscale. Il nuovo organismo è stato affidato a un ex compagno d’armi del leader,e ciò è stato molto criticato. La principale fonte di entrate fiscali della Siria è ora controllata da un amico di al-Sharaa, anziché, come sarebbe di diritto, dal ministero delle Finanze.

Una Dichiarazione costituzionale provvisoria, promulgata il 13 marzo 2025, ha conferito al Presidente ampi poteri, e «a ottobre sono state indette elezioni per i due terzi del nuovo Parlamento. Un collegio elettorale di elettori approvati ha scelto i membri da una lista di candidati selezionati»[5]. Al-Sharaa nominerà i rimanenti. Questo provvedimento ha deluso molti.

Altro punto debole della politica della nuova Siria riguarda i processi ai complici di Assad. Un organismo creato allo scopo di supervisionare questo tipo di procedimenti rimane inattivo, perché privo di fondi. Alcuni collaboratori di Assad sono stati assunti dal nuovo regime per gestire gli affari politici correnti. Ciò accade spesso quando una classe di nuovi burocrati o funzionari non è pronta a sostituire quella vecchia: in tal caso, si è indulgenti nei confronti di quest’ultima.

Secondo The Economist, al-Sharaa dovrebbe impegnarsi di più per condividere il potere, «che oggi è concentrato in una manciata di parenti e confidenti. I ministeri dovrebbero essere rafforzati nella gestione della cosa pubblica, non raggirati»[6], come talvolta è stato fatto. Inoltre, il leader dovrebbe sollecitare maggiormente la società civile, che ha combattuto per anni contro il passato regime. Il primo banco di prova arriverà quando si insedierà il nuovo Parlamento. Esso potrebbe riequilibrare l’eccessivo potere che il Presidente si è attribuito con la Dichiarazione costituzionale provvisoria e in assenza di altri organi rappresentativi. In caso contrario, esso sarebbe un mero strumento nelle mani di chi governa, come lo era nell’antico regime; il che non sarebbe un buon segnale. Oltre a tenere unito il Paese, cosa che ha fatto finora, al-Sharaa deve mostrarsi capace di governarlo in modo più partecipativo[7].

Va segnalato anche un altro aspetto non secondario: al-Sharaa ha fatto troppo poco per rassicurare le minoranze etnico-religiose del Paese. Non tutta la Siria infatti ha celebrato la caduta di Assad. Non la stanno certamente festeggiando gli alawiti, che tra il 7 e il 9 marzo 2024, nella regione costiera di Latakia, hanno subìto un’orribile strage, in cui hanno perso la vita più di 1.000 persone per mano delle milizie filogovernative, che il Presidente non è riuscito a tenere a freno. Non la festeggiano neppure i drusi di Suwayda, che dopo anni di isolamento e autonomia militare dal regime di Assad si sono trovati di nuovo separati dal Paese, dopo che nel luglio 2025 la loro comunità ha subìto un altro pogrom su base etnica, anche in questo caso, a quanto pare, con la parziale complicità del governo centrale, a supporto delle comunità beduine limitrofe alla capitale drusa. In quei giorni di sangue, in cui più di 1.000 drusi sono stati uccisi barbaramente, ci sono accuse che «le forze governative sono entrate in azione in supporto delle fazioni beduine estremiste, uccidendo, stuprando e rapendo centinaia di persone, molte delle quali ancora scomparse»[8].

Nel giugno 2025, anche la piccola comunità cristiana ha subìto un attentato terroristico, in cui hanno perso la vita 30 persone, e molte sono rimaste ferite. È accaduto nel tardo pomeriggio di una domenica, durante la Messa nella parrocchia greco-ortodossa di Sant’Elia, nei sobborghi di Damasco. Secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni, due uomini armati avrebbero aperto il fuoco sui fedeli riuniti in preghiera, poi si sarebbero fatti saltare in aria. Padre Malatius Shatahi, in una dichiarazione, aveva criticato la mancanza di attenzione alle denunce che nelle settimane precedenti la comunità cristiana aveva presentato all’autorità pubblica. «Abbiamo più volte sottolineato – ha dichiarato p. Malatius – che sul piano della sicurezza la situazione non era affatto buona, ma le autorità ci hanno sempre risposto che si trattava di episodi isolati e che non avevano alcuna responsabilità»[9].

Al-Sharaa ha espresso la sua solidarietà alla comunità cristiana, sottolineando l’importanza dell’«unità tra popolo e governo di fronte alle minacce alla sicurezza e alla stabilità del Paese»[10]. La verità è che le comunità cristiane siriane non si sentono protette dal nuovo regime, e spesso le loro lamentele non vengono ascoltate. A differenza delle altre appartenenze religiose, quella cristiana è numericamente piccola e negli anni si è andata assottigliando, per cui il suo punto di vista non ha grande rilevanza sul piano pubblico.

La Siria e i Paesi limitrofi


I Paesi limitrofi maggiormente toccati dal cambiamento di regime in Siria sono Israele e la Turchia. Ambedue, per ragioni diverse, hanno festeggiato l’anniversario. La Turchia ha avuto un ruolo di primo piano nel cambiamento di regime a Damasco: avrebbe armato con equipaggiamenti moderni e addestrato l’esercito degli islamisti di Idlib, al fine di lanciarli contro Assad al momento opportuno. Al-Sharaa, pochi giorni dopo la conquista di Damasco, ha dichiarato: «I turchi sono gli amici più stretti del nostro popolo. Traiamo vantaggio dalla loro esperienza e siamo certi che saranno al nostro fianco anche in futuro»[11]. Questa affermazione mostra chiaramente l’influenza che Ankara ha sulle decisioni politiche che vengono prese dai nuovi padroni della Siria. Ciò non significa che al-Sharaa intenda creare uno Stato vassallo della Turchia, ma egli sa bene di aver bisogno del sostegno della Turchia per accreditarsi in ambito internazionale e farsi accettare dall’Occidente (la Turchia è un Paese della Nato), al fine di cancellare le pesanti sanzioni economiche imposte al passato regime[12].

D’altra parte, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan vuole sostenere il nuovo governo siriano per raggiungere i propri interessi strategici e per continuare, come spesso egli stesso afferma, la lotta al terrorismo. In particolare, è interessato a due cose. Innanzitutto, al rientro di buona parte dei circa quattro milioni di profughi siriani rifugiati in Turchia. Ciò sarà possibile se il governo si adopererà a creare condizioni di stabilità e di sicurezza per i nuovi arrivati: soltanto una parte di essi – circa un milione – finora è ritornata in patria. Occorre perciò incrementare una politica dell’inclusione che accolga tutti i cittadini indipendentemente dalla loro etnia e dalla loro fede. L’altro problema, per il leader turco, è quello dei curdi che, a suo avviso, sostengono i ribelli del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). I curdi sono il secondo gruppo etnico più numeroso della Siria; abitano soprattutto nel nord-est del Paese, dove le Forze democratiche siriane (curde) sono sostenute da alcune centinaia di soldati statunitensi. Presenza, questa, non gradita ad Ankara.

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Per quanto riguarda Israele, dopo le importanti vittorie riportate contro i propri nemici, tra cui Hamas e Hezbollah, la caduta della Siria di Assad ha completato il quadro di riferimento. Come ha scritto Lina Khatib nel Foreign Policy, Israele «passerà da uno Stato circondato da avversari alla ricerca di una legittimità regionale ad uno che detta le priorità nel Medio Oriente»[13]. Anche il fatto che Tel Aviv è in buone relazioni sia con gli Usa sia con la Russia la pone in una posizione tale da poter modificare l’ordine geopolitico fino a questo momento vigente nella regione.

Dopo che i miliziani siriani hanno preso il potere, l’esercito israeliano ha occupato la parte siriana delle alture del Golan, o meglio, la zona cuscinetto che separa i due Paesi. Era un’occupazione militare temporanea e di sicurezza, precisava il ministero della Difesa israeliano, volta a prevenire qualsiasi minaccia terroristica verso Israele. Allo stesso tempo, diverse centinaia di attacchi missilistici erano stati indirizzati a colpire gli impianti militari siriani, i depositi di armi, di droni e di missili. Questo, come hanno dichiarato i comandi militari israeliani, è stato fatto perché l’equipaggiamento strategico non cadesse in mani sbagliate, ossia nelle mani dei terroristi dell’Isis o di gruppi simili. Al-Sharaa aveva protestato diverse volte, affermando di non accettare più ingerenze di Paesi esteri negli affari interni della Siria.

In ogni caso, la principale causa di tensione per la Siria sul piano della politica internazionale riguarda la suddetta occupazione israeliana del sud del Paese. È una questione di sicurezza e di unità nazionale. Il 28 novembre 2025 la tensione è salita, in seguito all’attacco al villaggio di Beit Jinn, a 50 km da Damasco. I funzionari israeliani hanno sostenuto che alcuni gruppi islamisti, insieme ad altri affiliati ai ribelli yemeniti Houthi, si stavano preparando a colpire Israele dal sud della Siria[14]. L’obiettivo dell’accusa era chiaro: puntare il dito contro gruppi islamisti legati a Damasco, o considerati vicini all’Iran. Ciò è in linea con le dichiarazioni israeliane secondo cui Hezbollah starebbe continuando le sue operazioni di traffico di armi e di missili attraverso la Siria.

L’attacco israeliano è arrivato in un momento particolarmente delicato, a pochi giorni dalla scadenza dell’ultimatumsul disarmo di Hezbollah intimato al Libano da Israele e Stati Uniti. A quanto pare, i funzionari israeliani non si fidano del presidente siriano al-Sharaa.

L’operazione «occhio di falco»


L’8 dicembre 2025, durante un pattugliamento congiunto siriano-americano nel centro della Siria, vicino a Palmira, un miliziano siriano ha sparato contro i militari, uccidendo due soldati statunitensi e un interprete. Il miliziano è stato ucciso. Questo è stato l’attacco più grave alle truppe americane in Siria dopo la caduta di Assad e un colpo alla strategia di Trump, che ha puntato sulla collaborazione con al-Sharaa per combattere i terroristi. Trump ha affermato: «Si è trattato di un attacco dell’Isis contro gli Stati Uniti e la Siria in una zona molto pericolosa della Siria, non completamente sotto il loro controllo»[15], e ha promesso ritorsioni molto gravi.

Alcune fonti sostengono che il miliziano facesse parte delle forze di sicurezza siriane e che venisse da Idlib, la roccaforte ribelle, per anni governata da al-Sharaa quando ancora si faceva chiamare al-Jolani. Il governo siriano smentisce la notizia, allo stesso modo dei funzionari statunitensi, i quali attribuiscono la responsabilità ai miliziani dell’Isis. In realtà, entrambe le informazioni potrebbero essere vere, perché alcune formazioni jihadiste, compreso il movimento Hayat Tahrir al-Sham, sono confluite nelle forze di sicurezza siriane, e tra esse ci sono elementi vicini all’Isis. Trump ha precisato che l’attentato non compromette il rapporto di amicizia tra gli Stati Uniti e la Siria e che colpisce in uguale misura ambedue i Paesi[16].

La vendetta da parte degli Usa contro l’Isis è arrivata il 19 dicembre con l’operazione denominata «occhio di falco»: jet, elicotteri e caccia hanno colpito circa 70 obiettivi strategici tra Deir El-Zor, Raqqa e Palmira. Trump ha dichiarato: «Abbiamo colpito i criminali dell’Isis in Siria, è stato un grande successo». Il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha tenuto a precisare che l’operazione «non è l’inizio di una guerra, ma è una dichiarazione di vendetta»[17]. Trump, infatti, non vuole impelagarsi nelle infinite guerre mediorientali, dalle quali aveva promesso agli elettori di uscire. Non intende dare la sensazione del déjà vu,ma in Siria aveva un problema da risolvere al più presto. Sebbene l’Isis sia stato sconfitto nella regione e nel mondo, la sua ideologia è viva e presente nell’ambiente da cui proviene il presidente siriano. Ma al-Sharaa, durante la visita alla Casa Bianca, aveva tenuto a dire a Trump che il suo Paese è in prima linea nella lotta contro gli jihadisti e contro l’Isis.

La fine dell’autonomia curda


Al-Sharaa ha ottenuto di recente una sorprendente vittoria, conquistando la parte curda della Siria. Il Rojava curdo godeva da tempo di una notevole autonomia, era l’avamposto democratico della Siria devastata dalla guerra, dalle torture di Assad e dalla violenza jihadista. Le imprese dei curdi nella liberazione di questo territorio – le città di Kobane e di Raqqa – dall’Isis sono leggendarie. Ora quell’esperimento di autogoverno nel nord-est della Siria, fondato sul confederalismo democratico, è terminato. Con un’offensiva lampo, a metà gennaio le forze di al-Sharaa hanno conquistato territori strategici a est e ovest dell’Eufrate che erano sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Fds), nate in passato da un’alleanza tra curdi e arabi in funzione anti-Assad[18].

Dopo aver perso i quartieri a est di Aleppo, ritirandosi quasi senza combattere, le Fds hanno ceduto anche i centri strategici di Taqba, con la sua importante diga, Raqqa, e Deir El-Zor, il governatorato, dove ci sono i pozzi di petrolio[19]. I curdi governavano questi territori, dove la maggioranza della popolazione è araba. Proprio la ribellione delle tribù arabe ai curdi ne ha reso possibile la conquista da parte delle forze governative. Poi al-Sharaa ha annunciato il cessate il fuoco, che ha messo fine alle ostilità, e ha reso pubblico un accordo in 10 punti. «L’amministrazione autonoma delle Forze democratiche siriane – ha dichiarato il premier – è finita; lo Stato siriano è centralizzato»[20]. Le Fds verranno integrate nell’esercito di Damasco, su base individuale e non come battaglioni. Inoltre, dovranno espellere i curdi non siriani, legati al Pkk. Questo è stato un regalo inaspettato al presidente turco Erdoğan, che da molti anni sta combattendo questo movimento. Le prigioni dove sono detenuti migliaia di combattenti dell’Isis passeranno sotto il controllo di Damasco, come era stato concordato mesi fa con gli Stati Uniti.

Inoltre, sotto pressione statunitense, al-Sharaa ha firmato un decreto che riconosce il curdo come lingua nazionale e istituisce il capodanno curdo come festività.

La svolta nel nord-est della Siria è avvenuta non solo su base militare, ma soprattutto perché Washington ha cambiato strategia[21]: ora punta su al-Sharaa per il futuro del Paese, e gli ex alleati curdi, indispensabili in passato per la lotta contro l’Isis, dovranno accontentarsi delle concessioni che verranno loro fatte dal governo di Damasco. Le situazioni cambiano, come pure gli interessi statunitensi nella regione.

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[1] Cfr M. Vernetti, «Damasco un anno dopo», in La Stampa,8 dicembre 2025; A. Nicastro, «La Siria celebra un anno senza Assad. Ma restano le ombre», in Corriere della Sera, 9 dicembre 2025.

[2] Cfr «Syria’s transition has gone better than expected», in The Economist, 4 dicembre 2025.

[3] Cfr ivi.

[4] Cfr «Syria uneasily celebrates a year of liberation», in The Economist, 4 dicembre 2025.

[5] Ivi.

[6] «Syria’s transition has gone better than expected», cit.

[7] Cfr ivi.

[8] M. Vernetti, «Damasco un anno dopo», cit.

[9] «La strage in chiesa: il terrore è tornato a colpire i cristiani in Siria», in Avvenire (tinyurl.com/2vpcd4bz), 23 giugno 2025.

[10] Ivi.

[11] G. Olimpio – M. Ricci Sargentini, «La partita del Sultano», in Corriere della Sera, 4 dicembre 2024.

[12] Cfr D. Moudallal, «Una promessa d’inclusione difficile da mantenere», in Internazionale, 10 gennaio 2025.

[13] L. Khatib, «Nuovi equilibri in Medio Oriente», in Internazionale, 20 dicembre 2024.

[14] Cfr M. Rabih, «La strategia di Israele tra Libano e Siria», in Internazionale,5 dicembre 2025, 28.

[15] G. Colarusso, «Siria, tre americani uccisi in un attentato: ci vendicheremo», in la Repubblica, 14 dicembre 2025.

[16] Cfr ivi.

[17] Id., «Raid aerei sulle basi dell’Isis. Usa di nuovo coinvolti in Siria», in la Repubblica, 21 dicembre 2025.

[18] Cfr E. Baladi, «Siria: tensioni tra esercito e curdi», in Internazionale,16 gennaio 2026, 24.

[19] Cfr G. Colarusso; «Siria, finisce l’autonomia curda. Tregua dopo l’offensiva di regime», in la Repubblica, 19 gennaio 2026.

[20] Ivi.

[21] Cfr L. Trombetta, «Gli Usa abbandonano i curdi di Siria per al-Sharaa», in Limes, 20 gennaio 2026.

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