LA “NON RISPOSTA” DELLA CPI CHE RIMANDA LA PALLA AI 125 STATI

La Corte Penale Internazionale ha scelto di non entrare nello scontro verbale con Washington.

Interpellato sulle misure annunciate dal segretario di Stato Marco Rubio, un portavoce della CPI ha dichiarato:

«La Corte penale internazionale non intende commentare tali dichiarazioni. La CPI è un’istituzione giudiziaria internazionale che svolge il proprio mandato in modo indipendente e imparziale, in conformità con il trattato istitutivo, lo Statuto di Roma, ratificato da 125 Stati parti».

Una risposta che sembra non rispondere. Ma che, tradotta dal linguaggio diplomatico, dice qualcosa di molto preciso:

la Corte non considera il proprio mandato materia da negoziare con l’amministrazione statunitense.

Il problema è che Rubio non ha annunciato una semplice critica politica. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di voler “smantellare” la minaccia rappresentata dalla CPI, limitandone concretamente la capacità di operare attraverso pressioni diplomatiche, sanzioni, revoche dei visti e maggiore scrutinio nei confronti dei Paesi che continuassero a sostenerla pur ricevendo assistenza americana.

Di fronte a una potenza che promette di colpire non soltanto i magistrati, ma anche gli Stati e le organizzazioni che collaborano con la Corte, la prudenza istituzionale può essere comprensibile.

Ma può bastare?

Perché la vera risposta non deve arrivare soltanto dall’ufficio stampa dell’Aia. Deve arrivare dai 125 Stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma.

Saranno disposti a difendere la Corte quando Washington inizierà a esercitare concretamente il proprio peso economico e diplomatico?

Oppure scopriremo che molti Paesi sostengono la giustizia internazionale soltanto finché non presenta un conto politico?

La CPI può continuare a ripetere di essere indipendente e imparziale. Ma un tribunale internazionale privo della protezione politica dei suoi stessi membri rischia di essere indipendente soltanto sulla carta.

Il punto decisivo è proprio questo: Washington non sta contestando una singola sentenza. Sta rivendicando apertamente che nessun cittadino statunitense, militare o funzionario possa essere sottoposto alla giurisdizione della Corte senza il consenso degli Stati Uniti, anche quando i fatti contestati riguardino territori appartenenti a Stati membri.

La CPI ha dunque risposto: noi continueremo a svolgere il nostro mandato.

Adesso devono rispondere gli altri.

Perché se i 125 Stati arretreranno davanti alle pressioni americane, la giustizia internazionale continuerà certamente a esistere.

Ma soltanto per processare chi non possiede abbastanza potere per minacciarla.

Regole per i deboli. Immunità per i forti.

Don Chisciotte

Fonti: ANSA, Reuters, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.