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L’Africa alla prova del diritto: sfide e derive delle riforme costituzionali


Referendum costituzionale della Repubblica Centrafricana del 2023 (Foto: Beat Müller/Wikimedia)
Dall’inizio del XXI secolo, diverse nazioni africane sono state teatro di revisioni costituzionali sostanziali, spesso presentate come aggiustamenti di ordine tecnico o progressi democratici. Tuttavia queste riforme nascondono una tensione sottostante tra legalità formale e legittimità politica. L’estensione del mandato di alcuni dirigenti politici oltre i limiti inizialmente stabiliti tende a trasformare la Costituzione in uno strumento malleabile, allontanandola potenzialmente dalla sua funzione primaria di limitare il potere e garantire i diritti fondamentali.

Questo fenomeno pone una serie di interrogativi sulla resilienza delle istituzioni, sul ruolo del diritto all’interno delle dinamiche politiche africane e sui rapporti tra potere, popolazione e norme giuridiche. Al di là di una semplice discussione di ordine giuridico, le modifiche costituzionali in Africa riflettono questioni legate alla governance, alla giustizia sociale e alla sovranità popolare.

Quadro teorico e giuridico


Il costituzionalismo moderno si fonda su un principio cardine, ossia che il potere politico non può essere di natura assoluta, ma deve essere determinato da una norma suprema, cioè la Costituzione, che regola il funzionamento delle istituzioni, assicura la tutela dei diritti fondamentali e definisce la separazione dei poteri. Questo concetto esclude qualsiasi deriva autoritaria o personalizzazione del potere. È in questa prospettiva che Guy Carcassonne (1951-2013), che è stato professore di Diritto pubblico all’Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense, e Marc Guillaume (1964-), nominato prefetto di Parigi nel 2020, sottolineano la funzione regolatrice del testo fondamentale, quando affermano che «la Costituzione è innanzitutto uno strumento di limitazione del potere, non di esaltazione dello stesso»[1]. Essi ricordano che la Costituzione non è solo uno strumento di ripartizione delle competenze tra gli organi statali, ma costituisce anche un limite al loro esercizio. Questa nozione è alla base del costituzionalismo liberale, figlio dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese.

La separazione dei poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – rappresenta uno dei fondamenti del costituzionalismo. Carcassonne e Guillaume sottolineano che questa distinzione non è mai totale, ma deve essere sufficientemente esplicita, in modo da impedire l’accentramento delle funzioni nelle mani di un unico attore. Sostengono che «la separazione dei poteri è un principio di equilibrio, non di frammentazione»[2]. Precisano inoltre che la Costituzione dovrebbe integrare meccanismi di controllo reciproco, quali il diritto di veto, la responsabilità politica e il controllo di legittimità costituzionale, al fine di garantire la salvaguardia delle libertà civili. Andando oltre l’adozione formale di testi scritti (dispositivi istituzionali), il costituzionalismo si fonda sul riconoscimento di diritti fondamentali che vengono invocati per limitare il potere politico. I due studiosi sottolineano che tali diritti non si limitano a semplici dichiarazioni, ma costituiscono norme giuridiche vincolanti: «I diritti proclamati dalla Costituzione non sono orpelli, ma obblighi per i poteri pubblici»[3]. Insistono quindi sul ruolo del giudice costituzionale nella tutela di tali diritti, specialmente in caso di conflitto tra leggi ordinarie e princìpi costituzionali.

Il contesto africano. Le revisioni costituzionali


In Africa, il concetto del costituzionalismo viene messo spesso in discussione. Le revisioni costituzionali motivate dall’opportunismo tendono a indebolire i meccanismi di separazione dei poteri e a sminuire l’importanza dei diritti fondamentali. Carcassonne e Guillaume mettono in rilievo questo aspetto all’interno di un’analisi più ampia: «Una buona Costituzione non basta a garantire la felicità di una nazione. Una cattiva può bastare a determinarne l’infelicità»[4]. Si tratta di un invito a considerare non soltanto il contenuto formale della Costituzione, ma anche le condizioni relative alla sua applicazione, la cultura giuridica prevalente e il rispetto dei princìpi che esso sancisce.

In numerosi Stati africani le revisioni costituzionali non rispondono a una necessità giuridica o istituzionale, ma provengono da una strategia di consolidamento del potere. Rivelano una strumentalizzazione del diritto costituzionale a fini politici, spesso mascherata da una giustificazione democratica. Franck Moderne, professore emerito di Diritto pubblico all’Université Panthéon-Sorbonne (Paris I), sostiene che tali revisioni possono determinare una leggera modifica del significato di una norma, senza tuttavia alterarne il contenuto testuale: «La modifica costituzionale può comportare uno spostamento della realtà politica senza alterare formalmente il testo»[5]. Questo «spostamento» implica una riconfigurazione degli equilibri istituzionali, una ridefinizione delle condizioni di eleggibilità o il ripristino della durata di un mandato, pur mantenendo una facciata di legalità. L’efficacia di tale piano è rafforzata dal fatto che esso si fonda su procedure formalmente regolari, quali i referendum o il voto parlamentare.

Un’analisi empirica condotta dal costituzionalista Hassani Mohamed Rafsandjani conferma questa osservazione. Nella sua tesi sulle revisioni costituzionali nell’Africa francofona, egli evidenzia diversi fattori correlati alla probabilità di una riforma, tra cui la longevità al potere, l’età del presidente e la fragilità degli organi di controllo. Afferma che «la permanenza al potere diventa una variabile esplicativa centrale delle revisioni costituzionali, soprattutto quando gli organi di controllo sono indeboliti o cooptati»[6].

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Revisioni di questo tipo sono assai frequenti nei regimi presidenzialisti, dove l’esecutivo esercita un’influenza preponderante sulle altre componenti del potere. La legittimazione per via referendaria è una strategia impiegata in modo ricorrente in Africa, al fine di legittimare riforme controverse, in particolare quelle che mirano a prolungare il mandato presidenziale. Sebbene queste consultazioni vengano presentate come manifestazioni della sovranità popolare, la loro organizzazione e il loro svolgimento sono spesso oggetto di critiche riguardo alla loro trasparenza e alla loro conformità alle norme democratiche. Il referendum costituzionale del 22 marzo 2020 in Guinea, promosso dal presidente Alpha Condé, aveva come obiettivo l’adozione di una nuova carta costituzionale che permettesse di «azzerare» il numero di mandati presidenziali. Le operazioni di voto sono state caratterizzate da azioni violente, accuse di frode e un boicottaggio da parte dell’opposizione[7]. Il referendum costituzionale ruandese del 17 e 18 dicembre 2015 ha autorizzato il presidente Paul Kagame a candidarsi per un terzo mandato nel 2017; poi per altri due mandati quinquennali, estendendo così la durata teorica del suo potere fino al 2034. Sebbene sia stato approvato con il 98,9% dei voti, questo referendum è stato oggetto di critiche da parte di numerosi osservatori internazionali[8].

Tali pratiche rientrano in quella logica che Thomas Hochmann, professore di Diritto pubblico, definisce «democratura»: «Il termine “democratura” designa un regime in cui le parvenze democratiche – elezioni, referendum, pluralismo formale – nascondono una concentrazione autoritaria del potere»[9]. Di conseguenza, le revisioni costituzionali si trasformano in un mezzo di consolidamento del potere personale, manifestandosi in forme giuridicamente definite, ma politicamente contestabili.

Conseguenze delle revisioni istituzionali a livello istituzionale e democratico


Le revisioni costituzionali dettate dalla volontà di conservare il potere esercitano un’influenza dannosa sulle istituzioni democratiche. L’indebolimento dei contropoteri – soprattutto i Parlamenti e le istanze giurisdizionali costituzionali – compromette l’equilibrio istituzionale e la qualità della governance. Come sottolinea il sociologo statunitense Seymour Martin Lipset, la precarietà delle istituzioni nelle nazioni in via di sviluppo incoraggia il nepotismo e ostacola la creazione di un’amministrazione efficiente: «Nelle società in cui le istituzioni sono deboli, le lealtà personali e le reti clientelari tendono a soppiantare i meccanismi impersonali dello Stato»[10].

Questa osservazione ha trovato conferma in Burundi nel 2015, dopo l’annuncio, da parte del presidente Pierre Nkurunziza, della sua candidatura per un terzo mandato, in contrasto con l’Accordo di Arusha e la Costituzione del 2005. La decisione ha scatenato una crisi politica su vasta scala, caratterizzata da manifestazioni di massa, un tentativo di colpo di Stato e una repressione violenta. «La trasgressione delle norme costituzionali e il mancato rispetto del numero di mandati presidenziali hanno originato una grave crisi tuttora irrisolta in Burundi»[11], si legge nel memorandum della società civile burundese del 25 aprile 2025.

Oltre alle crisi particolari, le revisioni opportunistiche rientrano in un fenomeno più ampio, ossia la strumentalizzazione del diritto a fini politici. Il diritto costituzionale, la cui vocazione è quella di definire e limitare l’esercizio del potere, si trasforma in uno strumento di legittimazione puramente formale, perdendo così la sua dimensione democratica essenziale. È opportuno sottolineare l’avvertimento dato dal giurista Olivier Beaud riguardo a tale deriva: «Una Costituzione può essere usata per legittimare l’autoritarismo, se viene concepita come un semplice strumento di potere e non come una norma di limitazione»[12]. Questa osservazione è confermata da diverse analisi contemporanee. L’Institute for Security Studies (ISS Africa) fa anche notare che «in Africa, il ricorso a strumenti giuridici per consolidare il potere politico ed eliminare gli oppositori è in aumento. Questa “strumentalizzazione del diritto” si traduce nella manipolazione del numero di mandati presidenziali, nei rimpasti dei magistrati e nello sfruttamento dei processi giuridici per rimanere al potere»[13].

Esempi di Paesi che hanno modificato o tentato di modificare la Costituzione


Nel 2020, in Guinea è stata avviata una riforma costituzionale controversa. Approvata per via referendaria, essa ha reso possibile un terzo mandato presidenziale, suscitando forti critiche a causa della sua opacità e delle violenze che l’hanno accompagnata[14].

Nel 2015, in Burundi la rielezione del presidente è avvenuta nonostante le contestazioni a livello giuridico. Tre anni dopo, una revisione costituzionale ha prolungato la durata del mandato presidenziale da cinque a sette anni, provocando una crisi politica segnata da violenze e da un tentativo di rovesciamento del potere[15].

Nel 2008, in Camerun la soppressione del limite del numero di mandati presidenziali ha consentito una rielezione illimitata. La riforma, adottata da un Parlamento largamente favorevole al governo, è stata approvata senza un vero dibattito pubblico. Nel 2025, il presidente è stato riconfermato, all’età di 92 anni, dimostrando una longevità politica eccezionale[16].

Nel 2005, il Ciad ha visto l’abrogazione dei limiti del mandato presidenziale, seguita nel 2018 dalla loro reintroduzione in una nuova Costituzione. Quest’ultima permetteva comunque la permanenza del presidente al potere fino al 2021, con il pretesto della stabilità e della sicurezza nazionale[17].

Nel 2015, in Ruanda una modifica costituzionale ha autorizzato la permanenza del presidente al potere fino al 2034. Il referendum che ha convalidato tale riforma è stato approvato a larga maggioranza, ma criticato da alcuni osservatori internazionali per la mancanza di pluralismo[18].

Nel 2016, la Costa d’Avorio ha promulgato una nuova Costituzione che ha azzerato il limite di mandati, aprendo la strada a una nuova candidatura nel 2020. La decisione ha suscitato polemiche, in particolare riguardo alle clausole transitorie[19].

Nel 2010, a Gibuti l’abolizione del limite di mandati ha rafforzato il governo in carica in un contesto di pluralismo politico ristretto[20].

Nel 2015, la Repubblica del Congo ha modificato la propria Costituzione, cancellando i limiti di età e di mandati. Il referendum che ha convalidato tale riforma si è svolto in un clima di proteste[21].

Nelle Comore, la riforma del 2018 ha abolito il sistema di rotazione del potere tra le isole, centralizzando l’autorità a favore dell’esecutivo[22].

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Nel 2013, lo Zimbabwe ha promulgato una nuova Costituzione, ma il potere è rimasto nelle mani del presidente fino alla sua destituzione nel 2017. Malgrado alcuni progressi formali, la riforma non ha frenato l’autoritarismo del regime[23].

In Algeria, la soppressione del limite di mandati nel 2008 ha preceduto le dimissioni forzate del presidente nel 2019, sotto la pressione del movimento Hirak. L’episodio mostra i limiti della legittimazione giuridica di fronte alla mobilitazione popolare[24].

L’Uganda ha abolito il limite dei mandati nel 2005; poi nel 2017 ha abolito il limite di età, permettendo al presidente, in carica dal 1986, di restare al potere. Queste riforme sono state adottate nonostante l’opposizione crescente e le critiche della comunità internazionale[25].

Infine, la Repubblica Democratica del Congo è un esempio delle derive legate al limite di mandati presidenziali. La Costituzione del 2006, volta a garantire l’alternanza al potere, nel 2011 è stata indebolita da una revisione che ha soppresso il secondo turno delle elezioni presidenziali, e da pratiche di «slittamento» che hanno esteso la durata del potere oltre la scadenza legale. Dal 2013, il dibattito su un’eventuale revisione o riscrittura del testo contrappone argomenti di modernizzazione istituzionale a timori di un ulteriore indebolimento dello Stato di diritto[26].

Paesi che hanno resistito o limitato le derive del cambiamento costituzionale


Nel 2012, il Senegal è stato teatro di un’alternanza democratica, con la vittoria di Macky Sall nei confronti di Abdoulaye Wade, il cui tentativo di ottenere un terzo mandato aveva suscitato polemiche. Il dibattito attorno a una potenziale candidatura di Sall per un terzo mandato ha dominato la scena politica tra il 2022 e il 2023. Sebbene la Costituzione limiti il numero di mandati a due, alcune persone vicine al presidente avevano sostenuto che il suo primo mandato settennale non doveva essere preso in considerazione. Nel 2024, l’elezione di Bassirou Diomaye Faye ha segnato una nuova alternanza al potere, avvenuta nonostante una crisi politica caratterizzata da un tentativo di rinvio delle elezioni e dall’incarcerazione dei principali candidati[27].

Per quanto riguarda lo Zambia, nel 2021 si è verificata una transizione politica. La sconfitta del presidente Edgar Lungu a opera di Hakainde Hichilema ha rappresentato un’alternanza democratica che è stata accolta con favore dalla comunità internazionale. La vittoria di Hichilema è avvenuta nonostante tensioni politiche, accuse di corruzione ed episodi di violenza collegati con le elezioni[28].

In Kenya, la riforma costituzionale del 2010 ha rafforzato le istituzioni. La nuova Costituzione keniota, frutto di un referendum, ha soppiantato la Costituzione che risaliva al periodo coloniale. Ha introdotto limiti di mandato, ha consolidato la separazione dei poteri e ha creato istituzioni autonome quali la Commissione elettorale e la Corte suprema. Il testo della Costituzione è stato considerato una pietra miliare nel percorso democratico del Paese, specialmente dopo le violenze post-elettorali del periodo 2007-2008. L’istituzione delle contee ha favorito una migliore governance e un decentramento del potere[29].

Questi ultimi casi – Senegal, Zambia e Kenya – illustrano la diversità dei percorsi costituzionali in Africa, tra derive autoritarie e forme di resistenza democratica.

Prospettive


In un contesto segnato da revisioni costituzionali opportunistiche che indeboliscono lo Stato di diritto, è essenziale valorizzare le condizioni necessarie al suo rafforzamento. Ciò implica in primo luogo una rivalutazione del ruolo delle giurisdizioni costituzionali, la cui indipendenza non può essere garantita senza una maggiore trasparenza delle procedure di nomina e un’effettiva autonomia istituzionale. Quando tali giurisdizioni vengono considerate come strumenti al servizio del potere esecutivo, la loro capacità di arginare gli abusi diminuisce sensibilmente, determinando una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti del diritto in quanto protezione contro l’arbitrio.

Tuttavia il rafforzamento dello Stato di diritto non deve limitarsi a un quadro istituzionale: esso si basa anche su una dinamica sociale, in cui la mobilitazione popolare esercita un’influenza determinante. L’interiorizzazione delle questioni costituzionali da parte dei cittadini, promossa dall’educazione giuridica, dalla vigilanza democratica e dall’uso strategico dei media, favorisce la reintegrazione del diritto nella sfera pubblica in quanto strumento di contestazione legittima. È nell’ambito di questa interazione dinamica tra norme e pratiche che si costruisce una cultura della responsabilità politica.

A livello internazionale, anche i partner esterni hanno delle responsabilità. Il loro sostegno non può limitarsi a dichiarazioni di principio: è necessario adottare una logica di coerenza, che combini condizioni democratiche, assistenza tecnica agli organi di controllo e segnalazione degli abusi. Quando queste si manifestano in modo selettivo o con ritardo, l’efficacia delle pressioni internazionali tende a diminuire, nonché ad alimentare il cinismo dei regimi autoritari.

In definitiva, qualsiasi riforma duratura necessita di una trasformazione della rappresentanza politica. L’alternanza al potere non dovrebbe più essere vista come una minaccia, ma come un segno di vitalità democratica. Ne consegue una ridefinizione dei rapporti di potere, in cui il diritto non è più uno strumento di legittimazione individuale, ma torna a essere un mezzo per garantire la giustizia, limitare l’autorità e consentirne una trasmissione pacifica.

Questi diversi approcci convergono su una necessità comune: ricollocare il diritto al centro del patto democratico africano. Non come una semplice formalità giuridica, ma piuttosto come un’architettura dinamica, capace di gestire i conflitti, circoscrivere le aspirazioni e garantire ai cittadini che il potere, anche quando cambia, resta sottoposto alla norma collettiva.

* * *


Il Continente africano è caratterizzato da una contraddizione persistente tra le aspirazioni democratiche e l’esercizio personalistico del potere. Le revisioni costituzionali motivate dall’opportunismo minano la credibilità del diritto e la solidità delle istituzioni. Tenuto conto di tali difficoltà, il consolidamento dello Stato di diritto richiede un controllo pubblico maggiore, il rafforzamento dei meccanismi di contropotere e il ripristino dei fondamenti etici del potere.

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[1] G. Carcassonne – M. Guillaume, La Constitution, Paris, Seuil, 201915, 23.

[2] Ivi, 45.

[3] Ivi, 67.

[4] Ivi, 11.

[5] F. Moderne, «Reviser» la Constitution. Analyse comparative d’un concept indéterminé, Paris, Dalloz, 2006, 12.

[6] H. M. Rafsandjani, Les révisions constitutionnelles en Afrique et la limitation des mandats présidentiels. Contribution à l’étude du pouvoir de révision, tesi di dottorato all’Université de Toulon, 13 gennaio 2022, 147.

[7] Cfr V. Forson, «Mais où va la Guinée?», in Le Point (tinyurl.com/49mtcbcp), 15 ottobre 2019.

[8] Cfr «Les Rwandais votent par référendum pour permettre à Paul Kagame de rester au pouvoir», in Le Point (tinyurl.com/bdhbh8b3), 18 dicembre 2015.

[9] T. Hochmann, «Cinquante nuances de démocratures», in Pouvoirs, n. 169, 2019, 113.

[10] S. M. Lipset, L’homme et la politique, Paris, Seuil, 1962, 89.

[11] «Burundi: Une décennie sous tension à haut risque. Mémorandum de la societé civile sur une crise sociio-politique qui perdure»,in ACAT – Burundi (tinyurl.com/57vv6c9v), 25 aprile 2025.

[12] O. Beaud, La Constitution, Paris, PUF, 2001, 34.

[13] ISS Africa, Guerre juridique contre la démocratie en Afrique, 2024.

[14] Cfr Th. Ladonne, «Guinée : boycott, “entrave à l’alternance”… Pourquoi le référendum constitutionnel inquiète l’opposition», in TV5Monde Info (tinyurl.com/56neb63y), 17 settembre 2025.

[15] Cfr T. Vircoulon, «Référendum au Burundi: enterrement de l’accord d’Arusha ou volonté populaire?», in Ifri (tinyurl.com/5cuemnxd), 17 maggio 2018.

[16] Cfr «Le Parlement camerounais réforme la Constitution pour permettre à Paul Biya de se représenter», in Le Monde (tinyurl.com/2ev7r4er), 10 aprile 2008.

[17] Cfr «Troisième mandat possible pour le président tchadien», in Le Monde (tinyurl.com/3km4f9k4), 22 giugno 2005.

[18] Cfr C. Ferreira, «Référendum au Rwanda: la réforme constitutionnelle largement approuvée», in France 24 (tinyurl.com/38wt2md3), 19 dicembre 2015.

[19] Cfr «La Côte d’Ivoire adopte une nouvelle Constitution par référendum», in Le Monde (tinyurl.com/59nbe272), 1 novembre 2016.

[20] Cfr «Présidentielle à Djibouti: la voie est ouverte à une nouvelle candidature d’Ismaïl Omar Guelleh», in RFI (tinyurl.com/mwap94aj), 26 ottobre 2025.

[21] Cfr E. Ngodi, «Référendum constitutionnel du 25 octobre 2015 et recompositions du paysage politique en Republique du Congo», in Collection These/Synthese, Brazzaville, Efua, 2022, t.2, 333-357 (tinyurl.com/4wnbezsk).

[22] Cfr S. Vidzraku, «Comores: le “oui” à la réforme constitutionnelle l’emporte avec 92,74% des votes», in La Tribune (tinyurl.com/mwe8dusj), 1 agosto 2018.

[23] Cfr V. Duhem, «Mugabe promulgue la nouvelle Constitution du Zimbabwe», in jeuneafrique (tinyurl.com/4h673ufc), 22 maggio 2013.

[24] Cfr «Algérie: Abdelaziz Bouteflika a démissionné», in Le Parisien (tinyurl.com/5n8vmewr), 2 aprile 2019.

[25] Cfr «La suppression des limites d’âge présidentiel place l’Ouganda sur une voie d’instabilité», 19 settembre 2018, in tinyurl.com/yxxh32tz

[26] Cfr P. Randrianarimanana, «RDC: quels sont les enjeux de la réforme constitutionnelle voulue par le président Tshisekedi?», in Tv5Monde Info (tinyurl.com/2huhv3sv), 12 dicembre 2024.

[27] Cfr J.-P. Bodjoko, «Senegal, una crisi superata», in Civ. Catt. 2024 II 460-469. Cfr anche «Alpha Amadou Sy analyse la Présidentielle de mars 2024: “Les citoyens électeurs sénégalais sont en avance sur leur classe politique”», in Le Quotidien (tinyurl.com/y8dnkn2p), 9 ottobre 2024.

[28] Cfr G. Hamusunga, «Faire face au changement politique: l’expérience de la société civile en Zambie», 22 luglio 2024, in tinyurl.com/5h6heh7a

[29] Cfr «Kenya: les principaux points de la nouvelle Constitution», in Le Monde (tinyurl.com/2hdv3anf), 5 agosto 2010.

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