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Thomas Mann, un letterato incantatore


Thomas Mann (Foto:Los Angeles Daily News)

La vita


Thomas Mann nasce a Lubecca il 6 giugno 1875 e muore a Zurigo il 12 agosto 1955. Nel 2025 si sono festeggiati i 150 anni dalla nascita e i 70 dalla morte dello scrittore[1]. I suoi genitori sono Johann Heinrich Mann e Júlia da Silva-Bruhns, brasiliana di Rio de Janeiro. Thomas fu battezzato nel rito evangelico l’11 giugno 1875. Dei quattro fratelli – Heinrich (1871), Julia (1877), Carla (1888) e Viktor (1890) –, il più noto sarà il maggiore, anch’egli romanziere e saggista di una certa importanza. Il padre, che sperava per Heinrich e Thomas un futuro nel commercio delle granaglie, morì improvvisamente e prematuramente il 13 ottobre 1891, a soli 51 anni. In seguito la madre si trasferì a Monaco di Baviera, nel quartiere di Schwabing, dove lei, di origine latina, si trovava molto bene con i tre figli più piccoli. Con il fratello Heinrich, Thomas è accomunato dall’amore per i viaggi, ma è diviso dalle posizioni politiche e dai gusti letterari: i primi romanzi di Heinrich (Il paese di cuccagna, 1900; Le dee, 1902; Caccia all’amore, 1903; Il professor Unrat, 1905) gli piaceranno sempre meno.

Thomas sposa Katharina [Katia] Pringsheim. Dal matrimonio nasceranno sei figli: Erika (1905); Klaus (1906), che sarà anch’egli scrittore e morirà suicida; Golo (1909), il futuro storico; Monika (1910); Elisabeth (1918); Michael (1919). I Mann si sposano l’11 febbraio 1905 e vivranno insieme fino alla morte di Thomas. Katia gli sopravvivrà di 25 anni, venendo a mancare il 25 aprile 1980, a quasi 97 anni[2].

Primi, precoci passi


Come avviene per alcuni uomini di genio, il giovane Thomas non ha una formazione omogenea e brillante in ogni suo aspetto. Viene bocciato in tre anni delle superiori e lascerà il liceo a 19 anni senza aver conseguito la maturità: risulterà brillante in latino, ma quasi del tutto insufficiente in matematica, pur avendo frequentato l’indirizzo tecnico-scientifico. In compenso, le sue qualità innate e precoci e la sua personalità particolare gli permettono di acquisire, negli anni degli studi e subito dopo, una conoscenza molto vasta della letteratura e anche della filosofia, non solo tedesca; e, per quanto mostrerà in seguito, anche della storia della musica e dei repertori musicali, per tacere di altre competenze. La giornata, particolarmente metodica, di Thomas faceva seguire a una mattinata dedita esclusivamente alla creatività un pomeriggio dedicato agli studi, rivolti anche a materie complesse e perfino particolari, come le ricerche riguardanti le antichità e le civiltà del vicino Oriente a proposito di Giuseppe e i suoi fratelli.

Le prime prove letterarie Thomas le offre nella rivista studentesca titolata significativamente Der Frühlingsturm («Temporale primaverile»). A Monaco pubblicherà il suo primo racconto, Perduta. La prima raccolta di novelle prende il titolo da quella giudicata la migliore, Il piccolo signor Friedemann (1898). Sono lavori ancora «giovanili» rispetto al Tonio Kröger (1903), che, a sua volta, fa parte di una raccolta (Tristano) e che in futuro, come in una traduzione italiana edita da Garzanti[3], verrà accomunato a La morte a Venezia (1910) e a Cane e padrone (1919): long short stories, le chiama lo stesso Mann nella lezione tenuta nel maggio 1939 a Princeton[4]. I suoi scritti si caratterizzeranno per una crescente maturità.

«I Buddenbrook»


I Buddenbrook (1901)[5], un romanzo corposo, composto da uno scrittore quasi venticinquenne tra il 1899 e il 1900, segna un punto fermo nel catalogo letterario di Mann. A partire dal 1895, assieme al fratello Heinrich, Thomas effettua più o meno lunghi soggiorni in Italia, vissuti, tra l’altro, a Roma, in via di Torre Argentina 34, mentre ricorda un’estate trascorsa a Palestrina, che molto più avanti costituirà una delle ambientazioni per il Doctor Faustus.

Il libro I Buddenbrook racconta la storia della decadenza di una famiglia di ricchi commercianti tedeschi dal 1838 al 1875, per la durata di quattro generazioni. Numerosi sono i collegamenti tra i personaggi, i fenomeni sociali (ad esempio, i moti rivoluzionari del 1848), i fatti, le situazioni e la vita di Thomas[6]. Secondo Kurzke, i personaggi di Thomas e Christian Buddenbrook adombrano Heinrich e Thomas Mann, sebbene abbiano qualche tratto di altri parenti[7]. Furono proprio I Buddenbrook, alcune «novelle», pochi scritti vari, il grosso saggio Considerazioni di un impolitico e il gigantesco romanzo La montagna incantata a far ottenere allo scrittore il premio Nobel per la letteratura nel 1929.

I Buddenbrook (a Lubecca) e il successivo Tonio Kröger (da Monaco poi al nord) hanno come sfondo i confini geografici e i riferimenti familiari della vita di Thomas. Come egli dirà nella famosa lezione all’Università di Princeton[8], i suoi libri nascono quasi sempre da un abbozzo, da un racconto breve che, secondo lui, non doveva prendere troppo spazio. In qualche caso il balbettato ed esile avvio finisce per trasformarsi in una storia fiume che si espande fino a due volumi, come le prime edizioni de I Buddenbrook e de La montagna incantata; o addirittura quattro, come nel caso di Le storie di Giuseppe.

Altre opere di Mann


Presentiamo ora alcuni altri testi di Mann. Tonio Kröger (1903)[9] è un racconto, suddiviso in nove capitoli. Nel protagonista possiamo ritrovare tratti della vita dello scrittore. Nella prima parte, egli descrive la sua vita da giovane con gli amici Hans e Inge; nella seconda parte, prende corpo il personaggio di Lizaveta Ivanovna, che rappresenta più spiccatamente una vera artista e che gli lancia una sfida, che viene considerato borghese e decadente. Nel sesto capitoletto, Tonio parte per un viaggio verso il nord della Germania e la Danimarca, alla ricerca delle sue radici e di sé stesso, e il racconto, verso la fine, presenta una lettera indirizzata a Lizaveta, che lo aveva definito in passato appunto un «borghese smarrito». Kröger-Mann sembra fare una promessa a sé e ai suoi lettori: «Chi sono io?… Un borghese che si è smarrito nell’arte, uno scapigliato nostalgico della buona educazione giovanile, un artista con la coscienza sporca… Sono chiuso tra due mondi: ho fatto quasi nulla… farò qualcosa di meglio»[10].

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«La morte a Venezia», un piccolo capolavoro

La morte a Venezia (1912)[11] è considerato un piccolo capolavoro. «“Gustav Aschenbach o von Aschenbach, come suonava ufficialmente il suo nome dal giorno del suo cinquantesimo compleanno, in un pomeriggio di primavera di quell’anno 19…, che per mesi e mesi mostrò al nostro continente una faccia tanto bieca, era uscito dalla sua casa della Prinzregentenstrasse a Monaco di Baviera per intraprendere una lunga passeggiata”. Così l’incipit di La morte a Venezia […]. Mann è immediatamente il suo stile, accurato, elaborato, che richiede la meticolosa attenzione dell’artigiano e insieme, segretamente, [trae] origine da una “vagante irrequietezza” [sic] che non lo abbandona mai e che lui riesce a contenere solo con l’austera disciplina della scrittura»[12]. Il protagonista si reca a Venezia per una breve vacanza e non riesce più a lasciarla, nonostante il pericolo di un’epidemia di colera, che sembra crescere come la sua angoscia. Il suo soggiorno al Lido è arricchito dalla frequentazione della Basilica di San Marco e di altre meraviglie veneziane.

Questo racconto ha ispirato film e opere musicali. Notissima è la versione cinematografica del 1971 di Luchino Visconti[13]. Le immagini esaltano l’implicito, le atmosfere, le inquietudini nell’animo del protagonista, il quale, nel suo breve soggiorno nella città lagunare, inconsapevole della gravità del suo stato di salute, percepisce che il suo cuore non reggerà all’improvviso innamoramento per il bellissimo giovinetto polacco Tazio. Visconti ha voluto vedere in Gustav Aschenbach il compositore Gustav Mahler e ha scelto per la colonna sonora della pellicola le musiche dello stesso, in particolare il famoso «Adagietto» (sic) della Quinta Sinfonia,per creare un’atmosfera struggente, con l’evocazione di una specie di continuo sciabordio delle onde nella laguna veneziana.

Diversamente suggestiva è la sempre omonima (1970) opera musicale di Benjamin Britten[14] su libretto di Myfanwy Piper, che sottolinea la solitudine del protagonista, ma che rende più evocativo e variegato il mondo che lo circonda, per poi approdare, nel secondo dei due atti, a una «penetrazione» dei suoi stati d’animo, in un crescendo emotivamente spasmodico e morboso che ne segnerà la morte. Il libretto di Piper introduce personaggi dell’antica Grecia, come Apollo e Dioniso, che non riusciranno e idealizzare le suggestioni amorose di Aschenbach, ma che ne segneranno il fallimento.

Del 1918 è il saggio Considerazioni di un impolitico[15], a cui Mann teneva, perché aveva maturato una più profonda coscienza sociale e una comprensione non banale di ciò che significa «democrazia». Ben altra sarà la consapevolezza della realtà della Germania che lo porterà a giudizi molto severi e infine a scegliere la via dell’esilio volontario, come segno di opposizione al regime nazista.

Un anno dopo sarà terminato il terzo dei suoi racconti importanti, Cane e padrone (1919)[16], nel quale si narra del rapporto tra uomo e animale, dall’età di cucciolo alle prime avvisaglie della malattia che lo condurrà alla morte. La critica legge in questa opera, a torto giudicata minore, una certa serenità riconquistata dall’autore dopo le inquietudini della Grande Guerra.

«La montagna incantata»


La montagna incantata[17], o «magica», come viene tradotto in altre lingue e recentemente anche in italiano[18], nasce ispirandosi al soggiorno semestrale della moglie Katia nel sanatorio di Davos, nel cantone svizzero dei Grigioni, nel 1912. Protagonista è il giovane Hans Castorp in visita al cugino Joachim Ziemssen. La visita programmata di appena tre settimane si trasforma in una lunghissima parentesi esistenziale di sette anni e termina con la sua scelta di congedarsi dalle cure, per poi perdersi, forse non solo nella fantasia, negli orrori della Grande Guerra. La vita nel sanatorio trascorre tra pasti e giochi di società, chiacchierate spicciole, visite mediche, pochissime gite nelle vicinanze.

Con accortezza, Mann rende i colloqui sempre più impegnativi e pieni di citazioni erudite: in un primo momento, solo grazie all’italiano Ludovico Settembrini, umanista, uomo colto, ma inguaribile chiacchierone, sempre un po’ sopra le righe. L’interlocutore principale di Settembrini è, all’inizio, il protagonista Castorp, dalle capacità culturali limitate (sebbene in lui si celi l’autore). In seguito viene sostituito dall’enigmatico Leo Naphta, che ha un passato da giovane religioso gesuita. Con lui si intrecciano scambi raffinati, con molte allusioni, fino a addentrarsi in vere e proprie dispute sempre più ardite. Verso la fine del romanzo, il conflitto dialettico ha un epilogo tragico e termina in un vero e proprio duello alla pistola: Settembrini spara a vuoto, mentre Naphta si colpisce alla tempia.

Tra i personaggi di questo romanzo monumentale ha un rilievo importante anche Pieter Peeperkorn, che introduce nella storia un tono «magico» e contribuisce a giustificare il titolo del romanzo. Il cugino di Castorp, Joachim Ziemssen, che desidera a tutti i costi tornare sotto le armi, muore infine nel sanatorio per la tubercolosi da cui è afflitto. Invece, Castorp, che si è trattenuto dall’andarsene pur guarito, alla fine ne esce, e Mann lo fa finire in una sorta di assalto idealizzato[19], ma tipico di quei terribili momenti del Primo conflitto mondiale. Il romanzo fu pubblicato in due volumi, per un totale di circa 1200 pagine, nel 1924.

Quando Hitler sale al potere, Mann abbandona la Germania il 12 febbraio 1933. Il giorno prima, a Monaco, ha pronunciato la relazione «Dolore e grandezza di Riccardo Wagner». Come ritorsione alla pubblica rottura con il regime nazista, gli viene revocata la cittadinanza tedesca. Mann trascorrerà poi la maggior parte del tempo negli Stati Uniti e in Svizzera.

Nel 1939 pubblica Fratello Hitler, e il 29 maggio 1945 alla Library of Congress di Washington pronuncia uno dei suoi più importanti discorsi, «La Germania e i Tedeschi»[20], ricordando la responsabilità comune in certi frangenti, e che non ci sono persone un po’ più buone e altre un po’ più cattive.

«Giuseppe e i suoi fratelli»


Già alla fine de La montagna incantata lo scrittore, che non smetteva mai di lavorare ogni giorno, iniziò ad avere la solita idea di un racconto, che subito si trasformò in più progetti, legati alla Riforma e alla Controriforma (Lutero, Erasmo da Rotterdam ecc.)[21], i quali, non si sa bene come, portarono invece alla storia di Giuseppe, il figlio di Giacobbe.

L’ideazione della tetralogia di Giuseppe[22] va dal 1924 al 1942. La stesura del primo volume dovrebbe andare – non sempre Mann rende conto con precisione della genesi dei suoi scritti – dal 1926 al 1930; quella del secondo dal gennaio 1931 all’estate del 1932; quella del terzo dal 1932 al 1936; e quella dell’ultimo dagli inizi del 1940 fino al 4 gennaio 1943.

1) Il primo volume, Le storie di Giacobbe, è preceduto da una premessa intitolata «Discesa agli inferi». Gli inferi sarebbero la parte più nascosta e remota della storia umana, e Mann sa che dovrà affrontare la materia del romanzo mescolando citazioni più attendibili e serie con altre scientificamente meno affidabili. Egli, che ha sempre detestato muoversi nel puro fantastico, mira a dare alcuni riferimenti culturali più sicuri, prima di parlare della figura biblica di Giuseppe, di alcune pagine della Genesi e del peccato originale.

Il volume presenta la figura di Giacobbe, futuro padre di Giuseppe e Beniamino. La narrazione è meno compatta rispetto ai volumi successivi. Vi sono passaggi all’indietro, che arrivano addirittura ai primi capitoli della Genesi. Sembra che Mann suggerisca che la storia che il lettore si accinge a leggere porta la sua firma, ma in realtà è stata scritta da Dio. Vi è così il famoso inganno di Rebecca per far assegnare la primogenitura al figlio Giacobbe invece che al figlio maggiore Esaù, e gli anni e le fatiche di Giacobbe per avere in moglie Rachele. Il libro termina con Rachele che muore nel dare alla luce Beniamino (cfr Gen 35,19).

2) Nel secondo volume, Il giovane Giuseppe, troviamo il protagonista nei suoi 17 anni. Lo scrittore introduce elementi narrativi non presenti nella storia biblica. All’inizio del romanzo, immagina che Eliezer racconti a Giuseppe la storia delle sue lontane origini a partire da Abramo. Attribuisce al giovane protagonista una grande visione originaria, la contemplazione della Maestà divina: visione ben più importante di quella dei covoni, che prefigurerà le vicende che riguarderanno il protagonista come viceré in Egitto. Il racconto segue poi il testo biblico: Giuseppe va a trovare i fratelli al pascolo, ed essi per invidia lo gettano in un pozzo. Ruben propone di non ucciderlo, e così Giuseppe viene venduto a mercanti madianiti: i suoi fratelli diranno a Giacobbe che è stato sbranato da una fiera, sporcando di sangue la sua famosa veste multicolore come prova.

3) Il terzo volume è intitolato Giuseppe in Egitto e segue più o meno quanto viene scritto da Gen 37,28 a Gen 39,20. La prima metà è dedicata alla descrizione del viaggio di Giuseppe in Egitto fino al suo ingresso nella casa di Potifar. Nella seconda metà, vengono descritte le fortune del protagonista come maggiordomo di Potifar. Egli acquista una fortuna sempre maggiore, finché la moglie del padrone posa gli occhi su di lui, se ne invaghisce e gli propone di trascorrere una notte di amore insieme. Giuseppe non vuole tradire la fiducia di Potifar e non accetta, ma la sua veste rimane nelle mani della signora a cui Mann ha trovato il nome di «Mut-em-enet»[23]. Potifar condanna Giuseppe a una lontana prigione.

Nella parte del viaggio da Canaan all’Egitto, Mann sfrutta le sue letture per descrivere il mutare dei paesaggi. Nelle vicende a casa di Potifar inventa alcuni personaggi, sia positivi sia negativi, che contengono sempre qualcosa di particolare, di curioso, di umoristico. Tra le tante cose che ci possono interessare, l’accortezza con la quale Giuseppe, nell’esprimersi, cerca di non tradire la sua fede nell’unico Dio e nello stesso tempo utilizza una terminologia che non possa disorientare troppo i suoi interlocutori.

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Ogni anno, in Italia, più di mille persone muoiono sul proprio posto di lavoro. Circa tre lavoratori ogni giorno. Un «bollettino di guerra», così come lo ha definito papa Francesco nel 2023, i cui numeri risultano ancora più elevati rispetto a quelli delle vittime del crimine organizzato o dei femminicidi. Ne parliamo con Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di Cassazione, e Alberto Verzulli dell’Anmil.

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4) Il quarto volume, Giuseppe il nutritore, inizia dove finisce Giuseppe in Egitto. Il riferimento biblico di Genesi parte da Gen 39,20 e va sino alla fine del capitolo 49. Giuseppe si trova nella prigione del faraone e guadagna l’affetto e la benevolenza del sovrintendente, che gli affida ogni genere di incarichi. Giungono nella prigione due eunuchi, che erano stati al servizio del faraone: il capo dei coppieri e quello dei panettieri. Come è noto ai lettori della Bibbia, entrambi fanno un sogno che Giuseppe interpreta. Il significato nei due casi è ben diverso: per l’uno, significa vita e libertà; per l’altro, condanna a morte. Passano due anni e il faraone sogna sette vacche grasse e sette magre, sette spighe colme e sette secche. Il significato del sogno sfugge agli interpreti di corte. Il capo dei coppieri si ricorda di Giuseppe e ne parla al faraone, che lo fa convocare. Giuseppe spiega al faraone il sogno e quanto prefigura: sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia. Il faraone, ammirato, lo mette al di sopra di tutti nel suo regno per superare l’emergenza e gli dà anche una moglie, da cui Giuseppe avrà due figli: Manasse e Efraim.

Quando infine arriva la carestia, genti da ogni luogo vengono per prendere il grano d’Egitto che la sapienza di Giuseppe ha saputo accumulare negli anni di abbondanza. Tra loro ci sono anche i fratelli di Giuseppe. La storia è nota. Con l’inganno, Giuseppe riesce a far venire il fratello Beniamino e il padre Giacobbe in Egitto, e l’episodio che era iniziato nel segno del tradimento e della tragedia si conclude nel segno della provvidenza di Dio.

«Carlotta a Weimar»


Tra tanti altri titoli, non si può fare a meno di ricordare il romanzo Carlotta a Weimar (1939)[24]. In esso Mann immagina che la giovane Charlotte Buff, che ha ispirato la figura femminile de I dolori del giovane Werther di Goethe, 44 anni dopo la vicenda, torni per un breve tempo a Weimar, dove risiede il grande poeta, che alla fine la invita per una cena, memore della fuggevole passione amorosa avuta in passato.

Mann è abilissimo nel tratteggiare gli stati d’animo della protagonista, così mutati nel tempo, ma anche nel confezionare un originale saggio su uno dei massimi scrittori, non solo per la lingua tedesca. E proprio per gli scritti di Mann su Goethe[25] Mondadori ha creato una corposa, ma ancora agevole, antologia, che aiuta a verificare se è giustificata la pretesa di Mann di rappresentare degnamente il suo grande conterraneo nel Novecento.

«Doctor Faustus»


Verso la fine del maggio 1943 Mann inizia la stesura del Doctor Faustus[26], romanzo imponente e denso di contenuti, e la conclude nel gennaio 1947 con il quarantasettesimo e conclusivo capitolo, da lui celebrato con una cena solenne.

Il progetto di un «Faust» risale al 1901; ma è del 1904 l’abbozzo di una sintesi: un artista con la sifilide vende l’anima al diavolo; in cambio del dono della creatività di opere meravigliose, il diavolo pretende l’anima del compositore; l’uomo è però anche innamorato di una ragazza che desidera sposare.

Il tema è difficile, ma ormai Mann ha la maturità e la consapevolezza per affrontare le storie più complesse. Da tempo sa di disporre dei mezzi per muoversi con grande autorevolezza tra cultura, filosofia, musica e politica. Nei suoi saggi aveva già parlato di grandi geni della musica, in particolare del rapporto triangolare tra Wagner, Schopenhauer, suo mentore ideale, e Nietzsche[27], inizialmente entusiasta della musica di Wagner, poi acerrimo nemico.

Nel Doctor Faustus il protagonista è Adrian Leverkühn, che si ispira al compositore vivente Arnold Schönberg, mentre Mann si riserva la veste dell’amico di sempre, Serenus Zeitblom, che ricalca la figura di Schopenhauer. Nelle vesti di Nietzsche, Mann volle vedere il filosofo e musicologo Theodor W. (Wiesengrund) Adorno, che si rivelò prodigo di consigli e suggerimenti durante la stesura dell’opera.

È arduo cogliere tutte le sfumature del romanzo, che ha uno svolgimento temporale dal 1885 al 1940. Serenus-Mann commenta e registra gli avvenimenti ancora negli anni 1943-1945, che sono appunto quelli reali della stesura del romanzo, quando si stavano vivendo i fatti più terribili della Seconda guerra mondiale. La vicenda, per sommi capi e seguendo l’evolversi della carriera musicale di Leverkühn, si svolge tra la fittizia Kaisersaschern e Halle, poi si sposta a Lipsia, a Palestrina (dove avviene il patto col diavolo), e infine nell’Alta Baviera, con l’approdo a Pfeiffering. Il romanzo si conclude con l’invito di Adrian a tutti gli amici più cari ad andare da lui. Insieme alla descrizione del suo capolavoro estremo, la Lamentatio, Adrian espone minuziosamente i fatti così come sono avvenuti. All’orrore degli astanti corrisponde il suo definitivo sconfinare nella pazzia. Vivrà ancora 10 anni.

Zeitblom, che nel 1945 sta terminando di scrivere tali ricordi, ci porta a considerare l’orrore di questa storia alla luce della terribile figura di Hitler e dell’esperienza che tutta la Germania ha vissuto con la Seconda guerra mondiale. Mann è convinto che gran parte della realtà è dominata dal male e che lo stesso Hitler deve aver fatto un patto col diavolo, altrimenti non si spiegherebbe la sua malvagità[28]. Per il patto col diavolo, Leverkühn si nega il vero amore, in cambio della composizione di un grappolo di partiture eccezionali che culminano con Apocalisse di San Giovanni e con l’ancor più significativa cantata sinfonica Lamentatio doctoris Fausti.

Nel lettore, anche in quello non esperto di musica, rimangono impresse le pagine dedicate al Lied tedesco, all’esecuzione e commento dell’ultima Sonata per pianoforte op. 111 di Beethoven, e naturalmente alla descrizione della Lamentatio doctoris Fausti[29]. Schönberg si risentì molto nel vedersi adombrato in un compositore che aveva fatto un patto col diavolo, lui che aveva sofferto come ebreo praticante, e pretese quella che diventò una nota fuori dallo scritto, in cui si precisa che il «tipo di composizione esposto al cap. XXII […] e in genere le parti tecnico-musicali […] erano dovute al compositore e teorico contemporaneo Arnold Schoenberg»[30]. Non pienamente soddisfatto, Mann approfondì con grande respiro genesi e contenuti del Faustus nel volume La genesi del Doctor Faustus: romanzo d’un romanzo (1947)[31], un testo solitamente letto solo dagli studiosi dello scrittore.

Dopo il Doctor Faustus furono pubblicati L’eletto (1951)[32], L’inganno (1953)[33] e l’edizione definitiva delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (1954)[34], che, in realtà, è solo la prima parte di un romanzo che Mann si portava dietro dal 1910.

«Congedo»


Nel 1953 Mann è in Italia per essere insignito del premio dell’Accademia dei Lincei; viene ricevuto con la moglie da Pio XII, e ha occasione di incontrare intellettuali di spicco nel panorama culturale italiano. Muore serenamente il 12 agosto 1955, nell’ospedale cantonale di Zurigo. Viene sepolto nel cimitero di Kilchberg.

Dopo quanto abbiamo scritto, cosa resta da dire? Ci soccorre ancora una rivista già citata: «Thomas Mann è sicuramente uno dei più grandi scrittori del Novecento. Quando, nel giugno 1919, nacque la rivista Novella, accanto agli italiani D’Annunzio, Pirandello, Bacchelli, Gotta, Moretti, Ada Negri, Grazia Deledda, Matilde Serao, vennero ospitati via via gli stranieri Kipling, Bernard Shaw e un certo Tomaso (sic) Mann»[35].

Mann è senza dubbio una figura di rilievo. Partendo da un’idea, da un abbozzo, da un breve racconto, con un rigore e una fantasia notevoli, fa nascere una storia che ha sempre qualcosa di suo e che, col passare degli anni, acquista un respiro e un interesse sempre più grandi. Pur ritagliandosi nel panorama letterario di lingua tedesca un posto particolare – diverso, ad esempio, da quello di Kafka o Musil –, egli si può considerare uno scrittore europeo e, contrariamente alle sue previsioni, è stato tradotto in tutte le lingue più importanti. Sarà difficilmente dimenticato.

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[1] Per la stesura di questo articolo sono stati fondamentali due testi: T. Lahme, I Mann. Storia di una famiglia, Torino, EDT, 2025; H. Kurzke, Thomas Mann. La vita come opera d’arte, Roma, Carocci, 2025.

[2] Cfr T. Lahme, I Mann…, cit., 409 s.

[3] Cfr Th. Mann, Tonio KrögerLa morte a VeneziaCane e padrone, Milano, Garzanti, 1965.

[4] Cfr Id., «“La montagna incantata”: lezione per gli studenti di Princeton», in Id., La montagna incantata, Milano, Garzanti, 2025, 690-697.

[5] Cfr Id., I Buddenbrook, Milano, Mondadori, 2003.

[6] Cfr H. Kurzke, Thomas Mann, La vita come opera d’arte, cit., 27 s.

[7] Cfr ivi, 103.

[8] Cfr Th. Mann, «“La montagna incantata”…», cit., 690.

[9] Cfr nota 3.

[10] Id., Tonio KrögerLa morte a VeneziaCane e padrone, cit., 82.

[11] Cfr nota 3.

[12] M. Freschi, «Thomas Mann. Il magnifico borghese», in Id., Thomas Mann, Bologna, il Mulino, 2005, 94.

[13] Cfr dvd Warner Bros Z8 28881.

[14] Cfr 2 cd London 425 699-2.

[15] Cfr Th. Mann, Considerazioni di un impolitico, Bari, De Donato, 1967.

[16] Cfr Id., Tonio KrögerLa morte a VeneziaCane e padrone, cit., 179-261.

[17] Cfr nota 4.

[18] Cfr H. Kurzke, Thomas Mann. La vita come opera d’arte, cit., 14 s. Vedi anche Th. Mann, «“La montagna incantata”…», cit., 696.

[19] Cfr Th. Mann, La montagna incantata, cit., 683.

[20] Cfr Id., «La Germania e i Tedeschi», in Id., Moniti all’Europa, Milano, Mondadori, 2017, 316-336.

[21] Cfr Id., «Sedici anni», in Id., Giuseppe e i suoi fratelli, Milano, Mondadori, 2025, 1080.

[22] In occasione dei centenari, Mondadori ha riproposto, nel 2025, Le storie di Giuseppe in un unico volume di 1136 pagine, con una postfazione scritta dallo stesso autore per la pubblicazione unica statunitense del 1948. Cfr nota 21.

[23] «Mut» è la sua stirpe. Mann non ne dà una traduzione. All’inizio dei romanzi c’è una nota generale sull’uso delle lingue originali (secondo Mann) a proposito di molti nomi.

[24] Cfr Th. Mann, Carlotta a Weimar, Milano, Mondadori, 1960.

[25] Cfr Id., Dialogo con Goethe, Milano, Mondadori, 1964.

[26] Cfr Id., Doctor Faustus, Milano, Mondadori, 1949.

[27] Cfr G. Arledler, «Richard Wagner nel secondo centenario della nascita», in Civ. Catt. 2013 IV 601 s.

[28] Cfr H. Kurzke, Thomas Mann. La vita come opera d’arte, cit., 489 s.

[29] Cfr Th. Mann, Doctor Faustus, cit., 201; 161; 564 s.

[30] Ivi, 594.

[31] Cfr Id., La genesi del Doctor Faustus: romanzo d’un romanzo, Milano, Mondadori, 1952.

[32] Cfr Id., Le teste scambiateLa leggeL’inganno, Milano, Mondadori, 1972.

[33] Cfr Id., L’eletto, Milano, Mondadori, 1952.

[34] Cfr Id., Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull, Milano, Mondadori, 1965.

[35] E. Giampaoli, «Novella prima del 2000», in Il Venerdì, 21 novembre 2025, 93.

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