I 50 anni della Transizione spagnola: memoria, concordia e democrazia
Il 20 novembre 1975 moriva a Madrid, in un letto d’ospedale, il dittatore Francisco Franco, dopo quasi 36 anni di regime. Si apriva così una fase di profonda incertezza, la cosiddetta «Transizione spagnola», che si sarebbe concretizzata il 6 dicembre 1978 con l’approvazione, tramite referendum, della Costituzione, per poi consolidarsi, non senza una certa ironia storica, con il fallimento del colpo di Stato del tenente colonnello Antonio Tejero, avvenuto il 23 febbraio 1981.
Quella stagione, insieme delicata e decisiva, che costituisce l’oggetto del presente articolo, ha inaugurato il periodo democratico più stabile della storia della Spagna, giunto fino ai nostri giorni. Va respinta la tentazione di considerarla una questione esclusivamente nazionale: ricordiamo che la Spagna è stato l’ultimo Paese dell’Europa occidentale a lasciarsi alle spalle il cancro delle dittature che avevano segnato il Novecento, dopo che il Portogallo aveva percorso la stessa via l’anno precedente. Si trattò di un cambio di regime maturato in un contesto culturale diverso da quello dei Paesi usciti dalla Seconda guerra mondiale e che per questo inizialmente fu visto con una certa diffidenza dalla comunità internazionale. Tuttavia, col passare del tempo, la Spagna sarebbe diventata una delle principali economie dell’Unione europea, alla quale aderì nel 1986, sancendo la tanto agognata normalità democratica. Né va dimenticato il suo ruolo di ponte con l’America Latina, per la quale è diventata, con i legami storici, un punto di riferimento notevole.
È importante ricordare che nel prossimo decennio la Spagna celebrerà il centenario della sua Seconda Repubblica e della sua cruenta Guerra civile, che causò oltre un milione di vittime – tra morti di entrambi gli schieramenti e coloro che subirono la repressione e l’esilio –, lasciando ferite che ancora oggi sono tutt’altro che rimarginate. Proprio per questo diventa ancora più necessario valorizzare e approfondire quel periodo storico, per non ricadere oggi nei medesimi errori. Allo stesso tempo, dobbiamo considerare che, dopo quasi mezzo secolo dalla Transizione, una parte significativa della popolazione spagnola rischia di non conoscerla più, o persino di dimenticarla, oppure, peggio ancora, potrebbe cadere vittima di un revisionismo storico ingiusto, alimentato da gruppi populisti che rimuovono, distorcono o sottovalutano ciò che quella epoca ha rappresentato, mettendo in discussione i risultati che la società spagnola allora seppe raggiungere in modo maturo ed esemplare.
In un tempo in cui la democrazia, in Europa e nel mondo intero, viene messa in discussione da alcune ideologie estremiste, dai populismi e da diverse forme di autoritarismo, la Transizione spagnola diventa un punto di riferimento da cui trarre ispirazione per preservare la democrazia liberale e prevenire certe derive che la minacciano, come avvenne quasi un secolo fa in tutta Europa e in parte del mondo. E anche per rendere giustizia a tante persone che hanno rischiato la vita per un progetto apparentemente impossibile e che alla fine ha dimostrato, come ricorda l’epitaffio del suo grande artefice, il presidente Adolfo Suárez, che «la concordia era possibile».
Non possiamo dimenticare, dunque, che la democrazia dev’essere difesa di generazione in generazione e non la si può mai considerare definitivamente acquisita. Al tempo stesso, si trattò di un momento di straordinaria importanza per la storia contemporanea della Spagna e dell’Europa, degno di essere ricordato nel tempo. Ogni cittadino, infatti, può riconoscersi in quel periodo e cogliere come sia possibile orientare alcune situazioni in modo pacifico e fecondo, sebbene quelle circostanze fossero più complesse delle attuali.
In questo articolo ricorderemo brevemente quanto accadde in Spagna cinquant’anni fa, con le sue luci e le sue ombre, con le sue idealizzazioni, e vedremo quali lezioni possiamo trarne per il tempo che siamo chiamati a vivere, in modo da poter essere grati a quella società coraggiosa che seppe perdonare e guardare al futuro con speranza, dialogo e determinazione.
«Finché durava la guerra»
Per comprendere eventi come quello, è opportuno guardare molto più indietro nel tempo, perché le ferite di un Paese affondano spesso in tensioni prima irrisolte, che emergono nei momenti di crisi in modo inarrestabile e brusco. Già nel turbolento XIX secolo, dopo la perdita delle colonie e il vortice napoleonico che rivoluzionò l’idea di nazione nella vecchia Europa, erano emersi due modi contrapposti di comprendere la realtà, che sussistono ancora oggi: quello liberale e quello conservatore. Inoltre, il XIX secolo fu caratterizzato da una successione di regni – intervallata da una Repubblica fallita –, da profondi cambiamenti sociali, guerre, nazionalismi nascenti, dittature, e da un susseguirsi di colpi di Stato che rendevano in Spagna la piena normalità democratica quasi un’anomalia.
Particolarmente decisiva fu la proclamazione della Seconda Repubblica spagnola, il 14 aprile 1931, in un contesto internazionale caratterizzato dal crollo del 1929, dal rumore delle ideologie e dall’ascesa dei totalitarismi. Allora regnava una polarizzazione estrema, che sfociò in un senso di caos generalizzato, che assunse toni a volte sanguinosi, con eventi significativi quali l’espulsione della Compagnia di Gesù, l’introduzione del voto femminile, la riforma agraria, alcune insurrezioni e persino il ricorso ripetuto a colpi di Stato militari, solo per citarne alcuni.
Tutto ciò sfociò infine, il 17 luglio 1936, in una sollevazione militare, guidata dal generale Franco – che allora si trovava in Nord Africa con le sue truppe – e da altri generali, che provocò una guerra. Di conseguenza, la Spagna divenne teatro di uno scontro in cui si affrontarono, da un lato, le truppe dei generali che aderivano al colpo di Stato, chiamati «ribelli o nazionalisti» e, dall’altro, i repubblicani fedeli al governo legittimo. Con il tempo, i primi ottennero l’appoggio dei tradizionalisti e di gran parte della Chiesa spagnola, che si aggrappava ad essi come a un’àncora di salvezza di fronte al caos e all’odio viscerale di cui era fatta oggetto sotto forma di persecuzioni, incendi di chiese e conventi e sistematici omicidi di sacerdoti, religiosi e laici. Dall’altra parte, il governo della Repubblica era sostenuto da volontari internazionali, miliziani, comunisti e anarchici, in una sorta di conglomerato con interessi diversi, che si rivelò estremamente difficile da organizzare. E come accade spesso in questo tipo di guerre civili, le grandi potenze mondiali favorivano i contrapposti schieramenti, inscenando un vero e proprio prologo della Seconda guerra mondiale e trasformando il Paese in un mortale laboratorio di armi, come avvenne nel bombardamento di Guernica, fedelmente rappresentato da Pablo Picasso poco tempo dopo.
Dopo tre anni di continuo dissanguamento, il grido No pasarán, che inizialmente risuonava con euforia a Madrid, si spense lentamente, finché il 1º aprile 1939 il fronte nazionale diffuse l’ultimo bollettino militare annunciando la fine della guerra. Franco, che aveva assunto il potere solo «finché durava la guerra», lo mantenne mentre il mondo veniva sconvolto dalla Seconda guerra mondiale e, dopo anni iniziali di fame, devastazione e regolamenti di conti, riuscì a conservarlo senza troppe difficoltà, instaurando una sorta di pax romana durata quasi quarant’anni.
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Sebbene fin dall’inizio si fosse cercato di attribuire alla Guerra civile un alone romantico – sia per i toni di crociata utilizzati da alcuni per legittimare il sangue versato, sia per la manipolazione della propaganda bellica e per la presenza di vari intellettuali –, la realtà ha mostrato che si trattò di una guerra miserabile, penosa e sanguinosa come tante altre. In quel conflitto è tanto azzardato quanto presuntuoso distinguere tra buoni e cattivi, perché la violenza genera sempre violenza e molti combattevano senza sapere realmente perché. Era una guerra in cui l’imposizione delle idee arrivava a separare famiglie e a contrapporre tra loro concittadini e compaesani, infliggendo ferite che permangono ancora oggi.
Il giornalista Manuel Chaves Nogales, condannato per decenni all’ostracismo per la sua diffidenza verso entrambi gli schieramenti, affermava che «la guerra la perdevano sempre gli stessi: quelli che non avevano altra arma che la loro paura»[1]. Era la versione aggiornata del Duelo a garrotazos («Duello a bastonate») di Francisco de Goya, che un secolo prima aveva denunciato, in un suo celebre dipinto, le due Spagne che si affrontavano a morte in un duello fratricida, con l’unico fine dell’uccisione del prossimo. Era la conseguenza di una polarizzazione priva di qualsiasi logica, quale segno di una società che si lascia trascinare da idee senza limiti. Un modo di comprendere la realtà di una nazione con 500 anni di storia che si divide tra Nord e Sud, tra liberali e conservatori, monarchici e repubblicani, clericali e anticlericali, destra e sinistra, in un continuum di infiniti poli che non fanno che aumentare il dolore e lo scontro di un popolo ferito a morte, nel quale tutti, in modi molto diversi, avevano sofferto la tragedia della guerra. «Gli uni e gli altri»[2], come avrebbe detto il filosofo Miguel de Unamuno.
«Tutto rimarrà legato e ben legato»?
Durante la dittatura, la Spagna compì alcuni passi verso una certa apertura internazionale; vi furono progressi economici, e città come Bilbao, Madrid e Barcellona beneficiarono di una notevole industrializzazione, a scapito di altre regioni condannate allo spopolamento e all’emigrazione. Si registrarono inoltre una forte diminuzione dell’analfabetismo e una crescita delle università, insieme a rilevanti miglioramenti nel settore sanitario. Tuttavia, la dittatura rimaneva tale, e il dittatore Franco esercitava il suo potere, rallentando il progresso del Paese. Per quanto si cercasse di mascherarlo, il potere rimaneva saldamente nelle mani dell’autorità militare; la repressione era una costante, mentre la libertà, i diritti umani e le garanzie democratiche erano fortemente limitati.
E sebbene il regime, ormai in declino, continuasse a sostenere che «tutto rimarrà legato e ben legato», la morte di Franco aprì uno scenario nuovo: l’erede era l’allora principe Juan Carlos, speranza degli uni e degli altri, che sarebbe stato proclamato re due giorni dopo la scomparsa del dittatore, diventando il «motore del cambiamento». E contro ogni previsione, l’anno successivo venne nominato presidente Adolfo Suárez, etichettato da molti come «un falangista di provincia»[3] e considerato, nei salotti e nei corridoi della capitale, un arrivista privo di reali capacità. Tuttavia, egli seppe intuire la gravità del momento e, insieme al giovane re, avviò un delicato cambiamento di regime, essendo entrambi consapevoli che in Spagna erano ancora vivi i fantasmi del passato e che le ferite della Guerra civile non erano affatto sanate.
In un contesto in continua evoluzione come quello degli anni Settanta, nel 1976, attraverso un complesso gioco di equilibri, venne approvata la «Legge di riforma politica», ratificata, con un referendum, dal 94% della popolazione. Suárez, buon conoscitore del regime e consapevole di quanto era accaduto nei decenni precedenti, nonché della necessità di riconciliazione e di integrazione di tutti, avviò colloqui con l’opposizione e consentì la legalizzazione del Partito Comunista, guidato dall’allora esiliato Santiago Carrillo. Questi, che era considerato responsabile di una sanguinosa opposizione durante la guerra, in quel frangente scelse la via della pace e della democrazia, lasciandosi alle spalle gli anni dell’esilio, della clandestinità e della repressione. Tuttavia, la tensione era palpabile, alimentata peraltro dai numerosi attentati dei terroristi baschi dell’ETA e di altri gruppi di estrema sinistra ed estrema destra che cercavano di rovesciare la fragile democrazia.
Forte del sostegno delle urne, la Unión de Centro Democrático di Suárez avviò la redazione della Costituzione spagnola, elaborata insieme ai rappresentanti di tutte le forze politiche che vollero parteciparvi – i cosiddetti «padri della Costituzione» – e approvata nel 1978 con l’87,7% dei voti. La Transizione sarebbe continuata fino al 1981, tra disincanto, logoramento politico di Suárez, crisi economica e un’asfissiante pressione terroristica. Il fallito tentativo di colpo di Stato del 23 febbraio 1981 segnò il consolidamento definitivo dell’opzione democratica a scapito della dittatura. Il processo si concluse con l’ascesa al potere dei socialisti, guidati da Felipe González, che ottennero la maggioranza assoluta nel 1982, dimostrando che l’alternanza dei partiti era possibile.
I parallelismi tra quella epoca e l’attuale sono evidenti: dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti alla crisi energetica, fino alle tensioni in Medio Oriente. A ciò si aggiunge un contesto caratterizzato dalla polarizzazione diffusa, dalla tentazione degli autoritarismi e dall’individualismo elevato a bandiera culturale.
Per questo e per l’importanza di quel momento storico, e perché alcuni pensano – forse non senza qualche ragione – che quella fosse un’epoca idealizzata, cercheremo di esaminare alcuni elementi che possano aiutarci a «riflettere […] per ricavare qualche frutto»[4], e vedremo quali insegnamenti possano essere ancora utili per noi, a cinquant’anni di distanza.
«Libertà senza rabbia, libertà»
«Libertà, libertà senza rabbia, libertà», ripeteva a fine anni Settanta il ritornello di una canzone del gruppo musicale Jarcha, che divenne ben presto popolare e finì per imporsi come una sorta di «colonna sonora» della Transizione, esprimendo con efficacia il sentire e l’anelito del popolo spagnolo in quegli anni. Com’era accaduto al popolo di Israele, anche la Spagna aveva sofferto per decenni l’oppressione e anelava alla libertà. E, curiosamente, se osserviamo la storia della salvezza del popolo di Dio, nel Deuteronomio la Legge viene percepita come un grande dono, come motivo di orgoglio: «Quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?» (Dt 4,8). La Legge è vista come un bene del popolo, perché libera dal caos, protegge i deboli, assicura la giustizia e ordina il cuore. Non è una legge pensata per controllare, ma per andare avanti; è, in definitiva, uno stile di vita.
Nel caso di Neemia, questa dimensione si ricollega alla consolazione che nasce dal ritrovare la Legge e dal fare memoria come popolo, recuperando la propria identità e i propri costumi dopo l’esilio babilonese: «Tutto il popolo andò […] a esultare con grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate» (Ne 8,12). Anche in Spagna, dopo il dolore, l’esilio e l’oppressione che il suo popolo aveva subìto, la legge – in questo caso, la Costituzione – divenne un elemento capace di dare al popolo identità, unità e coscienza collettiva. Al tempo stesso, ne definì il modo di essere, di comprendere e di camminare nella storia.
Va sottolineato che la Costituzione spagnola, come tutte le leggi umane, non è perfetta, sebbene sia per sua natura aperta all’evoluzione; ma forse se ne può cogliere meglio il valore quando viene a mancare. Per questo è necessario apprezzarla ed esserne grati, sapendo che essa non soddisfa pienamente nessuno, ma nemmeno scontenta del tutto nessuno. Di fronte alle minacce e alle contestazioni che la mettono in discussione, è essenziale considerarla un bene comune, che ci allontana dagli interessi personali e favorisce l’acquisizione di un valore speciale da parte della comunità, compresi coloro che si oppongono ad essa. La sua conoscenza e il suo rispetto ci rendono cittadini migliori e persone migliori, al pari dell’istruzione, della sanità o della sicurezza. La Costituzione favorisce il rispetto e la tutela delle istituzioni, che esistono per servire la società e garantirne il buon funzionamento.
Si tratta dunque di un testo che favorisce la pluralità e la separazione dei poteri, in netto contrasto con il passato, ispirandosi alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e in linea con le Costituzioni europee, e garantendo un quadro comune di dialogo, libertà, convivenza e diritti. E, soprattutto, essa sancisce che «la sovranità risiede nel popolo spagnolo»[5] e non in un esercito, in una persona carismatica o in un singolo partito, come spesso accade in alcuni sistemi non democratici.
Dal consenso alla concordia
Nel passo di Isaia 11,6-9 viene descritto uno stato di armonia ideale, con una chiara visione escatologica: il lupo convive con l’agnello e il leopardo con il capretto, in una sequenza di accostamenti impossibili, che trovano tuttavia una piena armonia. Questa lettura – è bene ribadirlo – è escatologica, ma costituisce anche un orizzonte verso cui camminare. E la Transizione, tenendo conto del passato recente della Spagna, può essere stata in parte un riflesso di tale prospettiva. Non dimentichiamolo: una prospettiva reale, fragile e imperfetta. E quell’evento storico ha reso possibile il compimento di un passo ulteriore: dal consenso alla concordia. Il «consenso» indica un comune sentire e pensare, come potrebbe essere una Costituzione; ma in questo caso vi fu un supplemento di ambizione che aspirava a rendere possibile e a giungere alla «concordia», con-cordis, ossia a un medesimo cuore, e quindi a un medesimo battito. Si passò così da un denominatore comune a uno scenario rinnovato, caratterizzato da una nuova coscienza di popolo in una fase diversa. Non si trattò di un accordo «al ribasso», per accontentare la maggioranza, ma di un accordo «al massimo», che mirava ad aprire una stagione nuova, diversa da quelle precedenti.
D’altra parte, oggi la prudenza induce a essere cauti nell’idealizzare quel periodo. Per esempio, lo storico Fernando García de Cortázar osserva che «la Transizione è stata un tempo di amnesie e chiaroscuri, di tonalità grigie e opache, di sussulti notturni e di tempeste di schegge e sangue. Suárez assunse il comando con la premessa di non scavare nelle ferite del passato»[6]. Per questo si rende necessaria una lettura priva di ideologie e libera dall’ottica del presente, animata dal desiderio di fare memoria e giustizia, lontana da interessi di parte, sia da un lato sia dall’altro. Oggi un simile atteggiamento, in Spagna come nel resto del mondo, rappresenta a dir poco una sfida. Forse l’immagine più paradigmatica di tale periodo è un quadro di Juan Genovés, intitolato El Abrazo, che è esposto nella sala del Congresso dei Deputati.
Per raggiungere questo fine furono necessarie molte concessioni, che spiazzarono tutti, ma che favorirono la concordia, giudicata da alcuni troppo pragmatica. Cedettero i militari: dapprima nel superare la diffidenza e poi nell’accettare che il loro potere fosse a favore del popolo e non per comandare su di esso, e che non si potesse più tornare indietro. Il re Juan Carlos I cedette i suoi poteri assoluti ereditati da Franco, mettendo in gioco il proprio titolo, anche a rischio di perderlo. Cedettero Suárez e il suo vice, il leale generale Manuel Gutiérrez Mellado, che finirono per restare senza appoggi e misero a rischio la loro vita il «23-F»[7]. Cedettero i politici con la «Legge di amnistia», che rimise in gioco l’opposizione. Cedette la società civile, con il cuore in gola davanti alla radio e alla televisione, lasciandosi alle spalle la stabilità conosciuta del regime franchista, per affrontare l’incertezza del futuro che si apriva.
Podcast | IL PREZZO DELLA DISUGUAGLIANZA
Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.
Cedettero gli esiliati, i nazionalisti, i socialisti e i comunisti, che rinunciarono a parte delle proprie posizioni massimaliste; e alcuni dei loro leader, come il già citato Carrillo, furono accusati di tradimento per aver accettato il re, la bandiera bicolore e l’unità della Spagna. Cedettero gli imprenditori, le associazioni e i sindacati, concordando misure per stabilizzare il Paese, nel pieno della crisi economica internazionale, con i «Patti della Moncloa». Cedettero i perdenti della guerra, con un silenzio utile e con familiari ancora da ritrovare.
Cedette la Chiesa, rinunciando agli ultimi privilegi acquisiti per legittimare il potere. E cedettero – senza dubbio la parte più dolorosa – le vittime del terrorismo, le cui vite vennero spezzate dagli estremisti di sinistra – principalmente l’ETA – e di destra, che cercavano di rovesciare la democrazia: un dato che ci avverte di quanto fosse fragile e delicato il processo, con quasi 500 vittime, e altre causate dalla dura repressione della polizia. Cedettero tutti, ciascuno a suo modo, con forme e implicazioni diverse; ma questo non annulla il dovere di gratitudine nei loro confronti per la lungimiranza e il senso dello Stato che seppero dimostrare. I protagonisti di quella stagione non erano politici con vocazione messianica, né partiti con aspirazioni totalitarie, né intellettuali lontani dalla realtà, ma tutti gli spagnoli, che scoprivano con umiltà e aspettativa cosa fosse una democrazia piena.
Le elezioni del 1977 ne furono un esempio tangibile, perché il Parlamento rifletteva la realtà politica e ideologica della Spagna, e finalmente il dialogo riusciva a farsi strada, al di là del sangue, dell’odio e dello scontro. Lo stesso valeva per la forte avanzata dei movimenti sociali e dei nazionalismi latenti e combattivi. Le stesse persone che decenni prima si erano affrontate sul campo di battaglia e avevano regolato i conti nell’oscurità della notte, ora sedevano in Parlamento con le armi pacifiche della voce e del voto. La società spagnola si era divisa tra continuisti, riformisti e oppositori, ma la scelta non era né la repubblica, né la guerra, né una dittatura personalistica, bensì una monarchia democratica a tutti gli effetti. Dopo decenni di oppressione e di deserto, la maggior parte della popolazione comprese che la logica di dividere la società tra buoni e cattivi portava soltanto al collasso, e quindi alla distruzione, alla fame e al dolore. Un collasso che molti avevano sperimentato sulla loro pelle, nella loro povertà e, soprattutto, nella loro anima.
È un insegnamento che ora è in parte dimenticato, ma forse questo è il più grande progresso morale e la grande lezione di quel periodo, perché tutto cambia quando si passa dalla logica del manicheismo a quella della riconciliazione, che consente di camminare insieme; di costruire a partire dalla fraternità e non dallo scontro; di costruire a partire dal dialogo e dal rispetto reciproco e non dall’odio e dalla violenza. Tale concordia, con un cuore comune, è quella che emerge in Spagna quando si verifica una catastrofe e la solidarietà si manifesta con forza, quando lo sport unisce tutti mettendo da parte l’accento di ciascuno, o quando si gode la festa in una celebrazione tradizionale collettiva. L’abbraccio delle due Spagne, finalmente, era possibile.
Alla luce dell’«Evangelii gaudium»
Non sembra azzardato leggere questo evento alla luce dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco[8], nella quale la riflessione sul bene comune e sulla pace sociale appare attuale come non mai, a partire dal riconoscimento che Dio agisce nella storia. Per analizzare la costruzione di una società fondata sui princìpi di pace, giustizia e fraternità, come nel nostro caso, Francesco propone quattro tensioni bipolari, tratte da Romano Guardini e dalla Dottrina sociale della Chiesa, che «orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune»[9].
Anzitutto, egli ricorda che il tempo è superiore allo spazio. È la tensione tra la pienezza e il limite, che trova il proprio sbocco nella dimensione temporale. Ciò implica privilegiare il processo rispetto al potere immediato: «iniziare processi più che possedere spazi». Di fronte alla tentazione del momento presente, a volte particolarmente delicato e caratterizzato da grande pressione e fragilità, gli spagnoli hanno saputo incorporare la dimensione temporale, carica di pazienza e di speranza, e accettare che i frutti sarebbero maturati con il passare degli anni, e non con l’ansia propria dell’istante. Forse a renderlo possibile furono proprio quella lungimiranza e quell’esperienza dolorosa con cui hanno saputo imporsi alle pressioni e alle contingenze che richiedevano una stabilità falsa, immediata e impossibile da raggiungere.
In secondo luogo, l’Evangelii gaudium mostra come l’unità debba prevalere sul conflitto, integrandolo e non semplicemente ignorandolo. Di fronte alla paralisi o all’evasione, la proposta consiste nello sviluppare una comunione nelle differenze. In qualche modo, durante la Transizione si è visto che la Spagna era qualcosa di più di decenni di duro confronto con la Seconda Repubblica, la Guerra civile e la dittatura. Essa si è mantenuta su un piano superiore, dove era possibile integrare ciò che vi era di buono in tutte le parti, cercando un’armonia dentro una diversità reale. È la certezza che l’accento deve essere posto più su ciò che unisce che su ciò che divide.
Un altro degli aspetti più importanti messi in luce dal documento pontificio e che si è manifestato nella Transizione in modo diverso da quanto era accaduto durante la Seconda Repubblica è che «la realtà è più importante dell’idea». Dal punto di vista cristiano, la Parola è incarnata, non è mai disgiunta dalla realtà: unisce idea e realtà, orientandola senza mai imprigionarla. La difficoltà risiede sempre nella concretizzazione, perché le idee sono volatili e le differenze maggiori emergono al momento dell’atterraggio. L’idea da sola sfocia nello gnosticismo, nell’arroganza intellettuale e nella sterilità, perché non sarà mai davvero feconda né concretizzata. Se nei decenni precedenti l’egemonia delle idee si imponeva sulla realtà a qualsiasi costo, cinquant’anni fa fu invece la realtà a imporsi sulle diverse ideologie. L’anelito del popolo spagnolo alla democrazia e il desiderio di non riaprire le ferite del passato prevalsero sul potere non negoziabile delle idee, che di solito non ascoltano ragioni. Curiosamente, furono proprio gli estremismi ideologici vicini ai totalitarismi a ricorrere alla violenza assassina e a cercare di far saltare la giovane democrazia.
Infine, Francesco ricorda che «il tutto è superiore alla parte», e la forma che viene proposta come ispiratrice è quella del poliedro. Tutte le parti contano e tutte devono essere prese in considerazione, ma il tutto non è la semplice somma delle parti: è qualcosa di più. Tutti devono essere coinvolti, anche se sono in disaccordo. Occorre dunque non perdere di vista la realtà nella sua interezza, perché ogni elemento tende a tirare gli altri dalla propria parte. Tornando alla Transizione, possiamo affermare che la serie di patti, concessioni e accordi e il desiderio di rappresentatività dimostrarono che l’interesse del tutto doveva prevalere sulle parti, che inconsapevolmente perseguivano il proprio interesse particolare.
«Tarancón al muro!»
Non possiamo dimenticare il ruolo svolto dalla Chiesa in tutto questo processo. Condizionata da un periodo turbolento dopo il Concilio Vaticano II, essa si trovava a fare i conti con seminari e noviziati quasi vuoti, nonché con i numerosi abbandoni da parte di sacerdoti e religiosi. Faticava a comprendere la svolta culturale del maggio 1968 e cercava di interpretare i «segni dei tempi» in una Spagna diversa, che si apriva al mondo in modo speciale. Senza dubbio, con i suoi inevitabili chiaroscuri – come accade in ogni processo storico –, la Chiesa seppe essere all’altezza della situazione, cogliendo la gravità del momento e accompagnando il popolo con un savoir faire generalizzato. Forse è proprio qui che va individuato il suo più grande insegnamento in quel periodo: il decentramento, il senso di responsabilità e il desiderio di porsi al servizio della società.
Sebbene tardivamente, la Chiesa è stata l’unica istituzione a chiedere pubblicamente perdono. Dopo la guerra, aveva cercato la protezione, i privilegi e la sicurezza che aveva perduto durante il conflitto e nel periodo della Seconda Repubblica: in quell’arco di tempo, si stima che siano stati uccisi complessivamente 6.832 sacerdoti e religiosi. All’inizio della dittatura, Franco influenzò la nomina dei vescovi, e la Chiesa, da un lato impegnata nell’assistenza e nell’educazione di una società affamata e, dall’altro, accecata dall’euforia dei vincitori e talvolta sorda al silenzio delle vittime, entrò a far parte della religione ufficiale del regime, legittimandolo senza troppi scrupoli. Questo rapporto tuttavia cominciò a essere messo in discussione con Giovanni XXIII e con il Concilio Vaticano II – in particolare con l’affermazione della separazione tra Chiesa e Stato e della libertà religiosa –, fino a collocare la Chiesa all’avanguardia della lotta per la libertà e la democrazia. Il documento della più importante Assemblea plenaria della Conferenza episcopale spagnola del 1973, La Chiesa e la comunità politica[10], metteva in discussione i privilegi della Chiesa spagnola e la versione contemporanea dell’unione fra trono e altare.
Guidati dal cardinale Vicente Enrique y Tarancón, considerato da molti un altro traditore – Tarancón al paredón! («Tarancónal muro!»), recitava uno slogan –, i vescovi dichiaravano che la fede cristiana non è un’ideologia politica, né può identificarsi con alcuna forza politica. Insistevano sul fatto che nessun sistema può esaurire la ricchezza del Vangelo. Al tempo stesso, si dovevano promuovere la libertà e l’impegno per la pace e la giustizia. Si affermava così la necessità di perseguire l’autonomia e la libertà, ma con uno spirito di collaborazione e di riconciliazione nella società. I vescovi assumevano con coraggio la libertà di predicare il Vangelo, anche se a volte questo risultava scomodo, al fine di salvaguardare l’interesse generale e il bene comune. A loro volta, i cristiani cercavano una coerenza di vita con comunità vicine ai poveri, animate dallo spirito del Concilio Vaticano II, che si rivelò un autentico «vento di rinnovamento».
La Chiesa, divenuta più libera che in passato, seppe analizzare la situazione di fronte a un franchismo ormai superato e fece un passo avanti. Non solo rinunciò ai propri privilegi, ma svolse anche un ruolo determinante nel mettere la propria autorità morale al servizio della riconciliazione. Per non parlare, naturalmente, dei tanti laici impegnati in politica – sia a destra sia a sinistra, la maggior parte dei quali erano stati formati in seminari e centri religiosi – che vedevano nell’arena pubblica uno spazio privilegiato per sviluppare la loro vocazione laicale al servizio della società e del bene comune.
Una storia ancora da scrivere
Alcuni mesi fa il re Felipe VI ha affermato che la Transizione fu «un grande patto nel quale nessun gruppo riuscì a imporre la propria visione completa, perché tutti compresero che la convivenza richiedeva di cedere qualcosa per guadagnare un futuro comune. Fu una scelta pragmatica, ma anche profondamente morale»[11]. È auspicabile che, a cinquant’anni di distanza, in un mondo polarizzato come il nostro, sappiamo guardare al passato per imparare da esso e non ripetere gli stessi errori; che sappiamo leggere la realtà e vedere ciò che è realmente accaduto, con profondità, coraggio e speranza. Si tratta di un’epoca che non è stata perfetta, ma che può ancora insegnarci molto. Miguel Delibes ha scritto che «le cose avrebbero potuto andare diversamente, eppure sono andate così»[12]. Ora spetta a ogni generazione ricreare la democrazia, che è il migliore dei sistemi conosciuti; riconoscere che la libertà non arriva dal nulla e che la democrazia non deve essere data per scontata.
Questo articolo vuole esprimere un ringraziamento a tutte le persone che hanno rischiato la vita per la democrazia in Spagna e in Europa; alle vittime dimenticate di entrambi gli schieramenti e a tanti che, in un clima di incertezza, hanno saputo guardare al futuro; a coloro che hanno perdonato e hanno reso possibile l’abbraccio delle due Spagne; e a coloro che con coraggio, fede e speranza hanno reso finalmente possibile la concordia.
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[1] M. Chaves Nogales, A sangre y fuego. Héroes, bestias y mártires de España, Barcelona, Libros del Asteroide, 2011, 13.
[2] M. de Unamuno, «Carta a F. de Cassio, 27 novembre 1936», in L. Robles (ed.), Epistolario a F. de Cassio (1914-1936), Salamanca, Cátedra, 1992, 245.
[3] J. Cercas, Anatomia di un istante, Milano, Guanda, 2017 (edizione digitale Kindle Amazon), 64.
[4] Ignazio di Loyola, s., Esercizi spirituali, n. 114.
[5] Constitución Española, art. 1, § 2.
[6] F. García de Cortázar, Historia de España, Barcelona, Planeta, 2002, 287 (in it. Storia della Spagna. Dalle origini al ritorno della democrazia, Milano, Bompiani, 1996).
[7] Così in Spagna viene sinteticamente ricordata la celebre data del 23 febbraio 1981, quando avvenne il tentativo di colpo di Stato.
[8] Cfr Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, nn. 221-237.
[9] Ivi, n. 221.
[10] Cfr Conferencia Episcopal Española, La Iglesia y la comunidad política, Madrid, 1973.
[11] Felipe VI, Discurso en la ceremonia de ingreso en la Insigne Orden del Toisón de Oro, Madrid, 21 novembre 2025.
[12] M. Delibes, El camino, Barcelona, Destino, 2019, 11.
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