𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔 𝗛𝗔 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗘𝗥𝗧𝗢 𝗜𝗟 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗥𝗘𝗔𝗧𝗢: 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗔𝗧𝗢
Il professor Angelo d'Orsi critica il riarmo, chiede diplomazia, difende la sovranità nazionale e sostiene che l’Italia non debba comportarsi come il poggiapiedi di Washington.
Per Repubblica il quadro indiziario è praticamente completo.
Mancano soltanto il colbacco, una balalaika sequestrata in salotto e la fotografia di Putin nascosta dietro i libri di storia.
L’articolo di Francesco Bei mette nello stesso frullatore D’Orsi, Agorà, Di Battista, Vannacci, l’ambasciata russa, Russia Today, il Copasir e lo spionaggio.
Il tutto con quella raffinata tecnica giornalistica che permette di non formulare un’accusa precisa, ma di lasciare sul tavolo abbastanza fumo da far sembrare sospetto perfino chi domanda dove sia l’incendio.
D’Orsi ha quindi rivolto al giornale una richiesta scandalosa: mostrare le prove.
Quali sarebbero gli eventi “filorussi” ai quali avrebbe partecipato?
Chi lo avrebbe finanziato?
Quali compensi avrebbe ricevuto?
Quali ordini gli sarebbero arrivati da Mosca?
Nomi, date, documenti, bonifici.
Una pretesa davvero antiquata. Nel nuovo giornalismo investigativo le prove rischiano soltanto di rovinare una bella trama.
Partecipare a un dibattito pubblico, infatti, non dimostra di essere al servizio di una potenza straniera. Altrimenti dovremmo applicare lo stesso criterio anche a chi frequenta ambasciate americane, fondazioni atlantiste, convegni NATO e salotti finanziati dall’Occidente.
Ma quello, evidentemente, non è servilismo.
È “responsabilità internazionale”.
Criticare Mosca significa essere liberi.
Criticare Washington significa essere pagati da Mosca.
Inviare armi significa volere la pace.
Chiedere negoziati significa preparare l’invasione dei cosacchi.
La logica è così impeccabile che potrebbe essere adottata direttamente come test d’ingresso nelle redazioni.
Agorà nasce in Italia e parla di lavoro, diritti sociali, pace, sovranità popolare e autonomia politica.
Idee che possono essere contestate, certo.
Ma contestarle richiederebbe argomenti.
Molto più comodo evocare il Cremlino, aggiungere una fotografia dell’ambasciata russa e lasciare che il lettore completi da solo il processo.
Io sto con Angelo D’Orsi e con il progetto Agorà.
Non perché ogni loro posizione debba essere condivisa, ma perché una democrazia degna di questo nome discute le idee: non trasforma il dissenso in una perizia psichiatrica o in un fascicolo del controspionaggio.
𝗗’𝗢𝗥𝗦𝗜 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔.
E se Repubblica possiede le prove, le pubblichi.
Altrimenti resta soltanto una grande inchiesta sul nulla, illustrata molto bene.
Don Chisciotte
Fonte: articolo di Francesco Bei su la Repubblica del 26 luglio e replica pubblica del professor Angelo D’Orsi.