Essere umani nel digitale: perché il benessere è una questione di sicurezza
Parliamo spesso di tecnologie emergenti, intelligenza artificiale, attacchi sempre più sofisticati, superfici di rischio che si ampliano. Parliamo di sistemi, infrastrutture, algoritmi, difese.
Molto meno spesso, però, ci fermiamo a chiederci: come stanno le persone che il digitale lo progettano, lo gestiscono e lo difendono ogni giorno?
Eppure, il futuro del digitale passa inevitabilmente da lì: dall’essere umano.
Negli ultimi anni il lavoro nelle professioni IT e della cybersecurity è diventato sempre più complesso, veloce e pervasivo:
- flussi informativi continui
- pressione costante e responsabilità elevate
- aggiornamento permanente delle competenze
- confini sempre più indistinti tra lavoro e vita privata
Non è solo una percezione soggettiva. Numerosi studi europei e internazionali mostrano come l’intensificazione del lavoro digitale e l’iper-connessione siano associate a un aumento di stress, affaticamento cognitivo e rischio burnout, con impatti concreti sulla salute, sulla motivazione e sulla permanenza nel settore. Il turnover elevato e la crescente difficoltà a trattenere talenti non sono solo un problema organizzativo: sono un segnale sistemico.
Nel settore della cybersecurity, questo fenomeno è amplificato: turni prolungati, reperibilità continua, gestione dell’emergenza, senso di colpa post-incidente e carenza di personale rendono lo stress una condizione strutturale, non un’eccezione. Il tutto in un contesto di accelerazione tecnologica che non lascia molto spazio al recupero, alla riflessione, alla pausa.
Ed è qui che entra in gioco un concetto ancora poco esplorato nel mondo della sicurezza informatica: il benessere digitale.
Cos’è davvero il benessere digitale
Quando si parla di benessere digitale si pensa spesso al tempo trascorso davanti agli schermi o all’uso consapevole dei social. Ma nel contesto delle professioni digitali e della cybersecurity, il tema è molto più profondo.
Il benessere digitale riguarda il modo in cui la tecnologia influisce sul funzionamento mentale, emotivo e relazionale delle persone che la usano come strumento di lavoro. Riguarda la capacità di rimanere lucidi sotto pressione, di prendere decisioni efficaci, di mantenere attenzione e senso critico senza arrivare all’esaurimento. Riguarda, in ultima analisi, la sostenibilità umana del lavoro tecnologico.
In un settore in cui l’errore umano è spesso indicato come una delle principali cause di incidenti di sicurezza, è paradossale che si parli così poco delle condizioni psicologiche in cui quell’errore prende forma. La stanchezza eccessiva, il rischio burnout e la cosiddetta security fatigue non sono un problema del singolo “che non ce la fa”, ma il risultato di un sistema che non tiene conto dei limiti cognitivi e umani.
Il fattore umano: da punto debole a risorsa strategica
Nel mondo cyber si parla spesso di “fattore umano” come dell’anello debole della sicurezza.
Eppure, sempre più ricerche mostrano che lo stress cronico e l’esaurimento psicologico incidono direttamente sui comportamenti di sicurezza.
Una persona sovraccarica e mentalmente esausta:
- commette più errori
- ha minore capacità di attenzione
- tende ad aggirare procedure percepite come onerose
- perde lucidità decisionale nei momenti critici
- perde affezione per il proprio lavoro, con l’unico desiderio di cambiarlo
In altre parole, un ambiente di lavoro che non tutela il benessere delle persone diventa, di fatto, un rischio di sicurezza.
Prendersi cura delle persone non è quindi un’opzione, ma una strategia concreta di resilienza organizzativa.
Tecnologia come mezzo, non come fine
La domanda che dobbiamo porci, inoltre, è questa: che idea di futuro vogliamo per noi che lavoriamo nel digitale?
Se la tecnologia diventa il fine e la persona il mezzo, il risultato è un ecosistema forse più performante, ma sempre meno sostenibile. Se invece riportiamo la persona al centro, la tecnologia può tornare ad essere ciò che dovrebbe essere: uno strumento di crescita, di protezione e di sviluppo sociale.
Parlare di benessere digitale non significa rallentare l’innovazione o abbassare il livello di sicurezza. Al contrario. Significa creare le condizioni perché le persone possano lavorare meglio, più a lungo e con maggiore qualità. Significa riconoscere che prendersi cura di chi opera nel digitale è una responsabilità condivisa, tanto individuale quanto organizzativa.
Benessere digitale: un nuovo paradigma
Il termine benessere digitale non si limita al “digital detox” o alla rinuncia della tecnologia.
Al contrario, parliamo di uso consapevole, sostenibile e umano del digitale nei contesti professionali.
Per ora, il punto di partenza è uno solo: non può esistere sicurezza digitale senza benessere umano.
Se vogliamo costruire un futuro tecnologico solido, resiliente e realmente sostenibile, dobbiamo iniziare a prenderci cura non solo dei sistemi, ma delle persone che li tengono in piedi ogni giorno.
Perché essere umani nel digitale non è un limite. È il nostro super-potere!
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