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«Infinite Jest», di David Foster Wallace


David Foster Wallace (Elaborazione su foto di Steve Rhodes/Flickr)
L’1 febbraio del 1996 usciva per i tipi di Little, Brown and Company di New York il romanzo di David Foster Wallace Infinite Jest. Quest’anno ricorrono 30 anni dalla sua pubblicazione ed è ancor oggi considerato uno dei romanzi più complessi e discussi della letteratura statunitense. Romanzo-mondo, Infinite Jest costituisce uno spartiacque della letteratura post-moderna e sancisce l’impegno del suo autore per una letteratura capace di affrontare i grandi temi della vita, mettendo da parte l’uso della metaletteratura e dell’ironia[1].

Infinite Jest deve il suo titolo a una citazione dell’Amleto di Shakespeare[2], quando il giovane principe danese tenendo in mano il teschio di Yorick, buffone di corte del re padre, afferma: «Ah, povero Yorick! L’ho conosciuto, Orazio, un giovanotto d’infinita arguzia e d’una fantasia impareggiabile». La fantasia impareggiabile del buffone viene ricordata per esprimere la precarietà della vita e il tema classico del memento mori. L’arguzia infinita di Yorick diventa in Infinite Jest il divertimento infinito, assoluto, e perciò mortale.

Vita


David Foster Wallace nasce a Ithaca (New York) il 21 febbraio del 1962 e cresce nel Midwest, nell’area metropolitana costituita dalle città di Champaign e Urbana (Illinois), dove ha sede l’Università statale dell’Illinois, nella quale il padre insegna filosofia. I suoi genitori sono James Donald Wallace e Sally Jean Foster; come autore David deciderà di assumere il doppio cognome[3].

Terminate le scuole superiori, viene accolto nel prestigioso College di Amherst, dove anche il padre aveva studiato. Ne segue le orme e ben presto rivela un’intelligenza acuta e brillante. Per i suoi testi di filosofia modale e matematica riceve dei riconoscimenti importanti. La sua tesi di laurea in filosofia viene premiata nel 1985 dal Memorial Prize Gail Kennedy e nel 1987 vince il Whiting Writer’s Award come scrittore emergente per La scopa del sistema, romanzo ricavato dalla sua seconda tesi di laurea, in letteratura inglese[4].

Diviso tra l’amore della letteratura e quello per la filosofia, presenta domanda di dottorato in filosofia in varie università, viene accolto sia a Princeton che ad Harvard e decide di entrare in quest’ultima. Purtroppo fin da giovanissimo David soffre di depressione e assume medicinali per poterla controllare. Il primo racconto da lui pubblicato – sulla Amherst Review –, Il pianeta Tillafon in relazione alla cosa brutta, è dedicato alla descrizione della depressione. Essa costituirà un tema ricorrente della narrativa – ad anni di distanza scriverà il racconto La persona depressa nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi del 1999 –, considerando anche le pagine, in Infinite Jest, dedicate al personaggio di Kate Gompert[5].

Nella sua carriera scolastica David interrompe gli studi per alcuni episodi depressivi, ma sarà solo il ricovero nella clinica McLean’s a Boston del 1989 che determinerà il suo abbandono definitivo degli studi filosofici e la scelta di dedicarsi interamente alla letteratura. A partire dal 1987 Wallace pubblica opere di narrativa e raccolte di saggi. Nel corso del tempo, infatti, rivela una notevole capacità di lettura dei fenomeni sociali, che unisce erudizione, ricchezza di informazioni a uno stile brillante, ironico e coinvolgente[6]. A partire dagli anni Novanta insegna scrittura creativa, prima all’Illinois State University, poi dal 2002 a Pomona in California.

Wallace muore suicida a Claremont in California nel 2008, vittima della malattia della depressione che lo accompagnò per tutta la vita, in seguito all’interruzione dell’assunzione dei medicinali: secondo alcuni essa fu scelta dallo scrittore per portare a termine il romanzo a cui stava lavorando, Il re pallido; secondo altri, invece, fu l’esito di un infausto suggerimento medico – sostituire il medicinale di vecchia generazione che egli assumeva da moltissimi anni con uno di più recente realizzazione[7]. Purtroppo il nuovo farmaco non ebbe effetto su David e quando gli fu suggerito di tornare a quello precedente, si scoprì che esso non era più efficace, perché la continuità di assunzione era stata interrotta. Nonostante la vigilanza della moglie, degli amici e dei genitori, Wallace si tolse la vita per la tremenda angoscia che provava[8].

La nascita di «Infinite Jest»


Affascinante, tormentato, intelligentissimo, talentuoso: David Foster Wallace fu un’icona letteraria pop già in vita. La fine tragica ne ha determinato uno status autoriale irraggiungibile, a fronte di una produzione in realtà non vastissima: tre romanzi ampi, uno disconosciuto dal suo autore (La scopa del sistema), uno di proporzioni gargantuesche (Infinite Jest) e uno pubblicato postumo (Il re pallido); tre raccolte di racconti e due raccolte di saggi.

Possiamo distinguere almeno due anime nella sua produzione scritta: quella narrativa e quella saggistica. Se, a nostro parere, i suoi testi più belli sono i racconti, dove la limpidezza e la plasticità della scrittura si coniugano con la misura contenuta dei testi, la fama è indissolubilmente legata a Infinite Jest. Questo romanzo nacque dopo una profonda crisi dello scrittore, sia sul piano strettamente personale che su quello della creatività letteraria. Parlando di quel periodo, Wallace lo definì in due modi: come crisi di mezza età a 27 anni e anche come crisi religiosa e spirituale.

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Il 1989 costituì un anno spartiacque nell’esistenza di David. Fu in quell’anno che egli decise di abbandonare definitivamente gli studi di filosofia. Varie furono le cause: l’impossibilità di portare avanti i carichi di lavoro che il dottorato ad Harvard richiedeva; la pesante crisi depressiva suicidale che determinò il ricovero presso la clinica McLean’s di Boston; il desiderio di continuare a dedicarsi alla letteratura, affrontando al contempo il cammino di disintossicazione dalle sostanze stupefacenti e dall’alcol, che fece di lui un fedele frequentatore dei gruppi di supporto degli Alcolisti Anonimi.

In quel periodo David svolse alcuni lavori molto umili[9], per le esigenze del programma degli AA e per la difficoltà a immaginarsi come docente di scrittura creativa, che pure a un certo punto decise di diventare, pur temendo gli effetti dell’insegnamento sui propri meccanismi di scrittura. Le testimonianze degli allievi e dei colleghi sono per altro concordi nel restituirci un volto inaspettato di David come docente: preciso, esigente, puntuale, generoso, dedito. Dal punto di vista creativo, la sfida di quegli anni di Wallace fu la difficoltà di trovare una propria voce dopo la pubblicazione del lungo racconto Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso. Folgorato dal racconto The Balloon di Barthelme, che secondo le sue stesse parole fece scattare il click per la scrittura quando era un giovane studente ad Amherst, David dedicò i primi anni alle ricerche narrative sperimentali, agli studi di metaletteratura e a quella corrente di scrittura letteraria che va sotto l’etichetta di postmodernismo. I suoi autori di riferimento erano Thomas Pynchon, Don DeLillo, William Gass, William Gaddis. In particolare Thomas Pynchon fu per lui un mentore importante durante la stesura e l’opera di edizione di Infinite Jest, e più volte Wallace chiese aiuto al più anziano e già affermato scrittore.

La sua intelligenza acuta lo portò a confrontarsi con l’autore che di quella corrente poteva già allora considerarsi uno dei padri putativi, lo scrittore John Barth. Il racconto Verso Occidente è una riscrittura di Perso nella casa stregata di Barth e al tempo stesso è un esercizio di espressione metaletteraria ferale: va oltre il debito filiale e costituisce un atto di vero e proprio parricidio, perché porta la tecnica del commento metaletterario al suo estremo non superabile. Commesso l’atto, per David si pose il problema di capire quale direzione avrebbe preso la propria scrittura[10]. Fu in quel contesto di incertezza che egli riprese a scrivere. Nella lunga intervista rilasciata a Lipsky, David afferma che a un certo punto pezzi e pagine nate come distinte e distanti, separate tra loro, iniziarono a coagularsi intorno a un progetto della cui ampiezza egli ebbe da subito consapevolezza, tanto che, molto prima che venisse trovato un titolo, lo scrittore, parlando con la sua storica agente letteraria Bonnie Nadell di ciò che stava scrivendo, vi si riferiva con l’espressione «la cosa lunga».

Il racconto della nascita del romanzo nei ricordi di David assume toni epici al pari delle sue dimensioni. Dapprima la lotta per ridurne le dimensioni, poi le lunghe discussioni con l’editore e infine il lavoro di correzione delle bozze. Centinaia di pagine tagliate, altre decine trasformate in 388 note, poste alla fine del romanzo come una sezione a parte. Alcune note comprendono poche parole, altre sono lunghe varie pagine. Tutte insieme, nell’ultima edizione italiana, corrispondono a 100 pagine del volume e raccolgono informazioni di chimica, fisica, matematica, farmacologia, ottica e meccanica, insieme a giochi di parole ed elementi di pura invenzione. Il racconto della pubblicazione di Infinite Jest è perciò particolare sia dal punto di vista della scrittura, sia dal punto di vista della sua edizione.

Il romanzo «Infinite Jest»


Di cosa parla Infinite Jest? Molto materiale del romanzo attinge all’esperienza dello scrittore. Possiamo infatti ritrovare il suo passato di giovane talento tennistico, le tensioni intrafamiliari e la separazione dei genitori, la complessa relazione con la figura materna[11], la lotta contro lo spettro della depressione, l’abuso delle sostanze stupefacenti e il percorso di disintossicazione, che è il percorso di ritorno alla vita e alla possibilità di viverla in libertà.

Riassumere la trama di questo romanzo è un’impresa difficilissima per la quantità delle storie raccontate, dei personaggi presentati, per la ricchezza e varietà dei dettagli che Wallace descrive. Infinite Jest raccoglie sostanzialmente due blocchi di racconto all’interno di una cornice distopica che ispira il titolo. Il primo blocco è costituito dalle vicende che ruotano intorno alla Enfield Tennis Academy di Boston, accademia sportiva per giovani talenti, alla famiglia Incandenza (di origine italiana, precisamente umbra) che l’ha fondata, e in modo particolare intorno al figlio più piccolo, Hal, che è una promessa del tennis ma ha anche gravi problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti. Il secondo blocco, forse il più ampio, è costituito dalle vicende che si svolgono alla Ennet House, una casa di recupero per alcolisti e tossicodipendenti che si trova anch’essa a Boston. Il protagonista principale di questa sezione è Don Gately, massiccio ventinovenne afroamericano tossicodipendente e criminale, che affronta il percorso di disintossicazione all’interno della struttura dove svolge anche il ruolo di membro dello staff. Secondo D. T. Max questo personaggio nella sua evoluzione finale ha un evidente riferimento cristologico[12].

Le voci e le storie che costellano questa sezione sono molteplici: storie di morte e rinascita, di speranza e di autodistruzione, di violenza e di abbrutimento. Sono uomini e donne, di ogni condizione sociale. Ancor più della sezione dedicata all’accademia tennistica, quella composta dalle storie dei tossicodipendenti è un mosaico di umanità ferita e marginale, una raccolta di voci e volti che hanno attraversato l’inferno e cercano una nuova normalità, non sempre riuscendoci. È la sezione nella quale Wallace mette da parte i toni sperimentali e parodistici e restituisce al lettore le vicende ascoltate tra gli autori con rispetto e dignità.

Le due sezioni sono riunite e completate dalla terza, la più breve, che fornisce la cornice al romanzo. In queste pagine il tono della scrittura assume una veste ancora diversa. Ci troviamo di fronte a una narrazione distopica, assurda e spesso umoristica. I personaggi sono stravaganti, folli e paradossali. Nella sua colorata distopia, Wallace riesce ad anticipare distorsioni politiche che sembrano echeggiare alcune vicende attuali. Tutto il Nordamerica è riunito in un’entità unica, costituita dall’Onan (Organizzazione delle Nazioni dell’America del Nord) nel quale sono confluiti, insieme agli Stati Uniti, il Canada e il Messico, l’uno e l’altro ridotti a protettorati degli Usa. Il paese è guidato da un presidente – Johnny Gentle – che ha un passato di cantante e ha saputo usare l’influenza della televisione per prendere il potere. In questo futuro distopico – che assomiglia per vari tratti al nostro presente: si parla di richiesta dell’Ucraina di entrare nella Nato, di scioglimento della stessa, di far pagare ai paesi europei le spese militari, di annessioni e cessioni territoriali[13] – è stato sviluppato un video che ha la capacità di distruggere la mente di chi lo guarda anche una sola volta, perché è in grado di creare un circolo distruttivo di piacere irrefrenabile che riduce le persone a una condizione di assoluta e irrimediabile catatonia. «I significati della vita di queste persone erano collassati verso un punto focale così piccolo che nessun’altra attività o rapporto poteva attirare la loro attenzione»[14].

Agenti segreti Usa e attivisti separatisti del Quebec, pur divisi da differenti obiettivi e interessi, dialogano tra loro per cercare di recuperare la copia originale di questo video, gli uni per distruggerlo, gli altri per usarlo come arma di ritorsione.

Questi blocchi si intrecciano e si distribuiscono anche in anni diversi, il cui nome non è più indicato dal numero dopo la nascita di Gesù Cristo, ma è definito dall’azienda che lo ha acquistato per sponsorizzare il suo prodotto («Anno del Whopper», «Anno dei Cerotti medicati Tucks», «Anno della Saponetta Dove in Formato Prova», ecc.). Gran parte delle vicende del romanzo si svolgono nell’arco di una settimana di novembre dell’«Anno del pannolone Depend», che secondo i calcoli degli appassionati di Infinite Jest dovrebbe corrispondere al 2009. Pensando che lo scrittore si è suicidato nel 2008, l’imprevista collocazione temporale del romanzo trasmette al lettore un sentimento di nostalgia e conferisce alle pagine un sapore quasi apocalittico che allo scrittore non sarebbe dispiaciuto.

La densità della scrittura di Wallace, la ricchezza e la precisione dei dettagli, l’accuratezza della lingua ma anche la varietà degli stili messi in campo e l’intensità etica di molte pagine rendono la lettura di Infinite Jest un compito arduo, impegnativo e al tempo stesso affascinante. Affermava Wallace: «E se uno scrittore fa bene il suo lavoro, in pratica non fa altro che ricordare al lettore quanto è intelligente – il lettore intendo. Cioè, gli apre gli occhi su qualcosa che il lettore sapeva già da prima»[15].

Alcuni temi che emergono da «Infinite Jest»


Infinite Jest non è un semplice libro, ma è un romanzo-mondo che crea un’esperienza di lettura immersiva. Nella lunga intervista con David Lipsky, Wallace dice che la letteratura deve far provare sensazioni fisiche al lettore: «La letteratura sperimentale e avanguardistica può cogliere e rappresentare la sensazione che il mondo provoca sulle nostre terminazioni nervose, cose a cui il realismo convenzionale non arriva»[16].

Infinite Jest si attraversa nei suoi molteplici strati fantastici, etici, politici, spirituali, distopici, di riflessione morale sull’uso della forza per prendere le risorse disponibili, di riflessione sociale sui mezzi di comunicazione: considerazioni che permettono a Wallace di anticipare lo sviluppo attuale dei social media e dell’Intelligenza artificiale. Afferma: «Ecco, a un certo punto dovremo costruire un meccanismo, a livello viscerale, che ci aiuti a far fronte a questa cosa. Perché la tecnologia non farà che diventare sempre più avanzata. E diventerà sempre più facile, sempre più comodo e sempre più piacevole starsene soli con delle immagini su uno schermo, forniteci da persone che non ci vogliono bene ma vogliono i nostri soldi»[17].

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Wallace non crede alla dimensione democratica e democratizzante di internet: «chiunque abbia passato un po’ di tempo in rete capisce subito che non sarà così, perché è qualcosa che ti sopraffà completamente […]. Perciò mi sembra evidente che molto presto si aprirà una bella nicchia economica per i regolatori del traffico. Mi spiego? Chiamali come ti pare, pozzi, nodi, o quello che sia. Che selezionino non soltanto in base al tema, ma alla qualità […]. E noi pregheremo perché quelle cose ci siano. Perché altrimenti passeremo il novantacinque per cento del tempo a farci largo fra la merda creata da qualunque buffone nella sua stanzetta nel seminterrato… un perfetto dilettante»[18].

In Infinite Jest Wallace riflette sull’uso diffuso delle sostanze stupefacenti, sull’antropologia contemporanea del piacere «assoluto»[19], sulla solitudine, sulle distorsioni dello stile di vita consumista americano[20], sull’ideologia del libero arbitrio, decontestaulizzato da ogni riferimento di realtà[21].

Lo scrittore dichiara: «Volevo scrivere qualcosa che parlasse a livello molto, molto profondo dell’America. E in fondo le caratteristiche che trovo più distintamente americane in questo momento, alle porte del nuovo millennio, sono legate sia all’intrattenimento sia a uno strano, irresistibile… uhm… desiderio di abbandonarsi a qualcosa. Desiderio che ho finito per considerare una specie di impulso religioso distorto […]. In un libro, da Dostoevskij in poi, diciamo, è molto difficile parlare del rapporto della gente con una qualunque forma di divinità. Insomma, la cultura di oggi sembra che non lo permetta proprio»[22].

In varie occasioni Wallace ha ripetuto che compito della letteratura è vincere la solitudine, e funzione della lettura è andare oltre le barriere e le distanze che segnano i nostri tempi. Questo obiettivo non viene raggiunto con l’evasione, che anzi costituisce una tentazione mortale, ma con la connessione[23]. David ammira Dostoevskij perché era uno scrittore impegnato, che amava non soltanto la buona scrittura ma si poneva anche le grandi domande della vita umana[24]. Come Dostoevskij, anche lui assume la scrittura come compito e sforzo etico, di ricerca del significato della vita[25].

Wallace assume il compito di costruire una letteratura umanizzante e «ribelle» che rimetta al centro le emozioni[26]. Desidera superare l’ironia che appare, ai suoi occhi, la grande deformazione della sensibilità contemporanea, causata dalla televisione. Con Infinite Jest tocca le grandi questioni della vita, il bisogno di redenzione e il tema della salvezza. «Sì, come dire… per chi vivo io? In che cosa credo, che cosa voglio veramente? Ecco, sono quel genere di domande così profonde che quando uno le fa ad alta voce sembrano banali»[27].

Si tratta di un anelito profondo che si respira già nella prima raccolta La ragazza dai capelli strani del 1989. Ci sembra importante affermare che se molte pagine di Wallace hanno un intento parodistico e certamente sperimentale – gli esempi sarebbero innumerevoli –, al di là del velo delle parole si avverte una reale tensione e il profondo rispetto per il nucleo umano della vicenda narrata o descritta. Ancora a Lipsky egli racconta: «Ma secondo me in parte c’è anche il fatto che certe cose influenzano il tipo di esperienze interiori che uno vive. E i sentimenti di cui la letteratura deve parlare. Cioè, una persona di oggi passa molto più tempo di fronte a un monitor. In stanze illuminate dai neon, nei cubiculi degli uffici, a un capo o all’altro di un trasferimento di dati. E cosa significa essere umani, e vivi, ed esercitare la propria umanità in questo genere di scambio? […] Il trucco che dovrà fare la letteratura, per come la vedo io, sarà cercare di creare una ricchezza di dettagli e un linguaggio in grado di mostrare. […] E il nostro compito è capire come fare questa cosa in un mondo la cui consistenza sensoriale è completamente diversa»[28].

È divenuta famosa la definizione di «realismo isterico», coniata dal critico James Wood, come definizione critica di un certo tipo di letteratura che punta alla sovrabbondanza dei dettagli e a trame lussureggianti per trasmettere un senso di vitalità che manca alle storie e ai personaggi[29].

A noi sembra che, nel caso di Infinite Jest e dei racconti del nostro autore, questo giudizio sia troppo duro. Certamente possiamo dire che egli è uno scrittore ricco di idee. I suoi scritti hanno un tasso elevato di riflessione teorica e sociale. La sua prima opera, La scopa del sistema, è quasi un romanzo filosofico sul ruolo del linguaggio nella relazione con il mondo, tanto frequenti e ricercati sono i legami con la filosofia analitica e con le posizioni di Wittgenstein e Derrida. La ragazza dai capelli strani (nella versione originale statunitense comprensiva del lungo romanzo-novella Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso) è una raccolta di racconti costruiti con moltissime influenze metaletterarie e di riflessione teorica letteraria[30]. Infinite Jest raccoglie molte delle riflessioni che lo scrittore sviluppa, nel corso degli anni, nei suoi saggi. In modo particolare, possiamo ritrovare le riflessioni del saggio E pluribus multam,del 1990, di Wallace sul ruolo della televisione nella cultura americana e sul rapporto tra televisione e letteratura. Sempre in Infinite Jest c’è la descrizione del mondo tennistico a livello agonistico-professionale, che lo scrittore statunitense descrive in almeno cinque saggi, il più bello dei quali è senz’altro Roger Federer come esperienza religiosa[31].

La sensibilità religiosa di David Foster Wallace


Colpisce che in vari punti dei suoi testi, di Infinite Jest ma anche delle altre opere, Wallace dimostri una chiara sensibilità cristiana e cattolica. I suoi genitori erano entrambi atei, ma è certo che almeno in due occasioni lo scrittore da adulto si avvicinò al cattolicesimo per intraprendere il percorso di iniziazione cristiana. Senza giungere a una formale adesione, a noi sembra che maturò una sensibilità e una conoscenza reale della fede e della Chiesa. I riferimenti alla trascendenza e alla fede sono ben presenti in Infinite Jest. Per tre volte in Infinite Jest viene citata la statua dell’estasi di Santa Teresa del Bernini[32], che si trova nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, come imago di trascendenza mistica corrispettiva dell’Infinite Jest. A un certo punto, c’è un riferimento indiretto all’opera Il Castello interiore della santa spagnola.

Sono molteplici i passaggi in cui Wallace cita i gesuiti, spesso in modo divertito e divertente, ma così frequente e diffuso in tutta la sua opera da far pensare che della Compagnia di Gesù egli avesse una conoscenza personale. In particolare, ricordiamo che nelle pagine finali di Infinite Jest fa capolino la breve storia di un uomo che, entrato nell’Ordine dei Gesuiti, vive una crisi di fede. Gesuita è un personaggio del racconto (bellissimo) Chiesa fatta senza le mani[33]. Un gesuita è presente anche nel romanzo postumo Il re pallido. Nota è anche la lettura spirituale ignaziana[34] attribuita al famoso discorso tenuto da Wallace davanti a un gruppo di collegiali maturandi del Kenyon College, a cui è stato dato il titolo Questa è l’acqua[35].

Secondo vari autori, nella descrizione degli atteggiamenti mentali che lo scrittore statunitense suggerisce agli studenti, vi è il riferimento esplicito a quella meditazione centrale del libretto degli Esercizi spirituali che è conosciuta come «Meditazione dei due Vessilli o delle due bandiere». In quel discorso – che vale la pena leggere per intero – Wallace affermò che gli studi letterari non insegnano solo come pensare, ma soprattutto a cosa pensare e sono scuola di empatia, pazienza, autoironia, bontà. Inoltre, nell’intervista con Lipsky, Wallace riconosce il grande valore e l’apprezzamento per il testo di C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, che sono un manuale di discernimento degli spiriti nella forma della narrativa epistolare. Secondo il suo biografo D. T. Max, Foster Wallace partecipò anche a un corso di esercizi spirituali ignaziani[36].

In conclusione, possiamo dire che Infinite Jest a trent’anni dalla sua pubblicazione rivela una vibrante attualità almeno per tre aspetti. Il primo è la forza del linguaggio, che ancor oggi cattura il lettore e gli fa vivere un’esperienza di immersione peculiare di lettura. Il secondo è la carica anticipatoria e profetica di alcune distorsioni politiche e sociali che sono legate all’antropologia del piacere e allo sfrenato individualismo coltivato da certa tecnologia. Il terzo è la tensione etica e spirituale delle sue pagine che, parlando di intrattenimento, vogliono raccontare di ciò che più conta: come essere uomini e donne.

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[1] Il tema dell’impegno per una letteratura che vada oltre l’ironia e il disincanto è trattato nel saggio E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione, in D. F. Wallace, Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), Roma, minimum fax, 2018, 35-129. Il titolo del saggio è una parodia del motto E Pluribus Unum, motto non ufficiale degli Stati Uniti, ma presente sulle monete e sulle banconote. Fu coniato quando le 13 colonie britanniche si unirono nella nuova nazione indipendente.

[2] Cfr D. F. Wallace, Infinite Jest, Torino, Einaudi, 2016, 285.

[3] Sembra che la decisione di assumere il doppio cognome gli fosse stata suggerita per evitare di essere confuso con uno scrittore, all’epoca abbastanza famoso, di nome David Reins Wallace. Cfr D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, Torino, Einaudi, 2013, 105.

[4] L’idea di scrivere un romanzo come tesi di laurea verrà data a David dal compagno di stanza e amico per tutta la vita Mark Costello. Insieme essi scriveranno il saggio Il rap spiegato ai bianchi.

[5] Cfr D. F. Wallace, Infinite Jest, cit., 86 s.; 834 s.

[6] In nota segnaliamo la data di pubblicazione negli Usa e la prima edizione italiana. Considerando la narrativa, dopo The broom of the stick del 1987 (La scopa del sistema, 1999), Wallace pubblica la raccolta di racconti Girl with curious hair del 1989 (che viene pubblicato in Italia con il titolo La ragazza dai capelli strani, 1998, a cui seguirà la pubblicazione separata del racconto più lungo Verso occidente l’impero dirige il suo corso nel 2001), Brief interviews with Hideous Men nel 1999 (Brevi interviste con uomini odiosi, 2000); Infinite Jest nel 1996 (Infinite Jest, 2000): Oblivion: stories (Oblio, 2004); alla serie delle opere di narrativa va aggiunto anche l’ultimo romanzo, pubblicato postumo, The Pale King, 2011 (Il re pallido, 2011). Le raccolte dei saggi più note sono: A Supposedly Thing I’ll never do again del 1997 (pubblicato in Italia diviso in Una cosa divertente che non farò mai più nel 1997 e Tennis, tv, trigonometria, tornado [e altre cose divertenti che non farò mai più] nel 1999); Consider the Lobster del 2006 (pubblicato in Italia con il titolo Considera l’aragosta e altri saggi nel 2006); Roger Federer as religious experience del 2006 (pubblicato in Italia con il titolo Roger Federer come esperienza religiosa nel 2006).

[7] Cfr D. Lipsky, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, Roma minimum fax, 2011, 17-21.

[8] Per la vita di Wallace, due sono i testi di riferimento più noti: D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, cit.; D. Lipsky, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, cit.

[9] La guardia notturna nei magazzini della Lotus e l’addetto agli asciugamani in una palestra. Nel saggio Una cosa divertente che non farò mai più Wallace spende alcune pagine di grande empatia nei confronti dei ragazzi che svolgono questo lavoro sulle navi da crociera.

[10] Cfr D. Lipsky, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, cit., 122 s.

[11] Questo tema è analizzato bene nella biografia di D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi…, cit.

[12] Cfr ivi, 344.

[13] Cfr D. F. Wallace, Infinite Jest, cit., 464-470.

[14] Ivi, 657.

[15] D. Lipsky, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, cit., 98.

[16] Ivi, 92.

[17] Ivi, 154.

[18] Ivi, 156 s.

[19] In altri termini, questo è anche il nucleo della riflessione e della rilettura del viaggio in crociera che Wallace fece per ricavarne un reportage per la rivista Harper’s dal titolo Una cosa divertente che non farò mai più. È forse il saggio più famoso dello scrittore. Cfr D. F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, cit.

[20] Cfr Id., Infinite Jest, cit., 508-510; 514 s.

[21] Cfr ivi, 380-385.

[22] D. Lipsky, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, cit., 149.

[23] Cfr D. F. Wallace, Infinite Jest, cit., 832 s.

[24] Cfr Id., Il Dostoevskij di Joseph Frank, in Id., Considera l’aragosta, Torino, Einaudi, 2014, 285-306.

[25] Cfr D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, cit., 333 s.

[26] Cfr D. F. Wallace, E Unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione, in Id., Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), cit., 127 s.

[27] D. Lipsky, Come diventare se stessi…, cit., 409.

[28] Ivi.

[29] Cfr D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, cit., 418.

[30] Cfr ivi, 204.

[31] D. F. Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa, in Id., Il tennis come esperienza religiosa, Torino, Einaudi, 2017, 3-40.

[32] Cfr Id., Infinite Jest, cit., 282; 448; 891.

[33] Id., Chiesa fatta senza le mani, in Id., Brevi interviste con uomini schifosi, Torino, Einaudi, 2016, 189-206.

[34] Cfr J. Martin, «David Foster Wallace and the Two Standards», 22 gennaio 2012, in tinyurl.com/4evzz99y

[35] Cfr D. F. Wallace, Questa è l’acqua, in Id., Questa è l’acqua, Torino, Einaudi, 2017, 140-152.

[36] Cfr D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, cit., 368.

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