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L’essere umano è «naturalmente egoista»?


Morning Sun, Edward Hopper.
Il dibattito a proposito del rapporto tra altruismo ed egoismo è indubbiamente uno dei più affascinanti e controversi della riflessione umana e coinvolge molteplici discipline, dalla filosofia morale alla psicologia evoluzionistica, dalla sociobiologia all’economia comportamentale, interrogando le fondamenta stesse della natura umana. Gli esseri umani sono intrinsecamente inclini alla cooperazione e al sacrificio per il bene altrui, oppure ogni azione, apparentemente disinteressata, cela motivazioni egocentriche? Esiste una genuina preoccupazione per il benessere degli altri, o l’altruismo è solo una comoda strategia mascherata da nobiltà morale?

I teorici dell’egoismo


L’egoismo, inteso come teoria univoca della motivazione umana, sostiene che ogni azione individuale è ultimamente diretta a incentivare il proprio benessere o a ridurre il proprio disagio. Questa posizione ha trovato uno dei suoi più brillanti interpreti nel filosofo Thomas Hobbes. Nella sua opera principale, il Leviatano (il mostro primordiale biblico, simbolo del caos e della distruzione), egli, al contrario del francese Jean-Jacques Rousseau ma soprattutto della precedente tradizione classica, considera l’uomo come un essere violento e selvaggio, incline alla distruzione dell’altro, considerato come un rivale nella corsa all’accaparramento dei beni indispensabili alla vita. Solo un potere forte, come quello del sovrano, può arginare tale portata distruttiva[1]. La sua concezione della vita può essere riassunta dal celebre motto homo homini lupus (in realtà, coniato da Plauto nell’Asinaria).

Hobbes non aveva certamente cognizioni di paleontologia o di storia naturale; la sua descrizione dell’uomo primitivo è un parto della sua fantasia; egli dà piuttosto corpo alle paure del suo tempo, gravido di profonde trasformazioni sotto ogni punto di vista. Tuttavia il particolare contesto storico non è sufficiente per spiegare il fascino e la durata della sua proposta. La teoria espressa nel Leviatano, che rimane un capolavoro della filosofia politica moderna, ben scritto e argomentato anche dal punto di vista letterario, tocca tasti sensibili ben avvertiti dal lettore delle epoche successive e puntualmente ripresi anche in altre sedi.

Assieme alla teoria dell’evoluzione, le analisi di Hobbes plasmano lo scenario di ogni essere vivente. A Charles Darwin dobbiamo la versione «egoista» della selezione naturale, intesa come sopravvivenza del più forte: «Dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risultato che si possa concepire, cioè la produzione degli animali superiori»[2].

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L’origine delle specie ha tuttavia conosciuto molteplici revisioni, non solo a motivo dei viaggi e delle ricerche dell’autore, ma anche per il confronto con alcuni colleghi, in particolare il biologo George Jackson Mivart, il quale, nella sua opera del 1871 Sulla genesi delle specie, aveva fortemente avversato la teoria della selezione naturale. Darwin cercò di rispondere alle obiezioni apportando al suo testo modifiche che, come nel caso del Leviatano, risentono più dell’influsso della filosofia del tempo che del materiale accumulato. Il suo ritratto dell’evoluzione attinge soprattutto al contributo del filosofo Herbert Spencer, da cui riprende un’espressione che riassume in modo significativo questa concezione della vita: «la sopravvivenza del più adatto» (survival of the fittest). Essa definisce il concetto di sviluppo in maniera più precisa della precedente espressione impiegata da Darwin – «selezione naturale» –, che risultava ambigua: infatti, essa poteva prestarsi a interpretazioni di tipo «teologico», riconoscendo un progetto e una finalità nella natura e nella società da cui la nuova filosofia positivista voleva invece prendere le distanze[3].

Spencer applicò l’idea della selezione naturale alla società, giustificando il fatto che la prosperità generale richiedeva necessariamente il sacrificio dei più deboli, applicando il darwinismo alla società: «Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia»[4].

La teoria di Darwin è stata oggetto di numerose e infuocate discussioni, soprattutto per le possibili conseguenze nel campo della biologia, della filosofia e della teologia, ma anche della sociologia e della storia. Influenzando anche la letteratura.

La «naturale» cattiveria dell’uomo trova un convinto paladino in Thomas Henry Huxley, nonno di Aldous, il celebre autore dei romanzi Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo. Huxley riprende la visione di Hobbes e la applica alla morale e all’educazione, che egli ritiene inutili perché contro natura, un vano tentativo di opporsi alle spinte egoistiche e irrazionali dell’uomo, che è di fatto una bestia, preda delle pulsioni più violente[5].

L’homo homini lupus trova cittadinanza anche in sede psicologica con la riflessione di Sigmund Freud. Egli, ne L’avvenire di un’illusione e, in forma più compiuta, ne Il disagio della civiltà,presenta uno scenario tetro della vita sulla Terra, dove la lotta per la sopravvivenza dà origine alla civiltà. Essa garantisce sicurezza al maggior numero di persone, ma queste, in cambio, devono reprimere i propri impulsi distruttivi[6]. È questo il motivo per cui, secondo il dottore viennese, l’uomo moderno è per lo meno nevrotico, non può mai essere felice, perché ha impostato la sua vita sul tentativo di limitarne i danni. Si giunge così alle medesime conclusioni ipotizzate da Hobbes: il patto sociale rimane l’unica possibilità data all’uomo di arginare questa mortale lotta di tutti contro tutti e rendere possibile il vivere comune.

La spinta egoistica come regola generale di vita ha conosciuto infine una versione «genetica» con il contributo di Richard Dawkins, in particolare nel celebre saggio Il gene egoista. Egli presenta così la questione: «La darwiniana “sopravvivenza del più adatto” è in realtà un caso speciale di una legge più generale di sopravvivenza di ciò che è stabile. L’universo è popolato da cose stabili. Una cosa stabile è un insieme di atomi che è abbastanza permanente o comune da meritare un nome»[7]. Per dimostrare tale assunto, Dawkins riprende il concetto di «strategia evolutiva stabile» (Evolutionary Stable Strategy = ESS) di John Maynard Smith. In questa prospettiva, la strategia solitamente scelta da un individuo è strettamente collegata alla scelta del gruppo[8]. L’ESS verrebbe così a confermare l’assunto fondamentale della selezione naturale: è favorito il più forte, colui cioè che più di altri è in grado di badare a sé stesso e sa provvedere ai propri interessi, a scapito di quelli altrui (in questo senso è «egoista»), riuscendo così a sopravvivere alle difficoltà e agli ostacoli dell’esistenza.

Le aporie dell’egoismo


La forza persuasiva di questa concezione, nelle sue variegate versioni, consiste nella sua genericità, nella sua pretesa esplicativa universale. Ma proprio in questa apparente semplicità risiede la sua incapacità di rendere ragione dell’agire umano.

A prima vista, qualsiasi comportamento potrebbe essere ricondotto a motivazioni egoistiche mediante opportune reinterpretazioni. Il filantropo che dona ingenti somme a organizzazioni benefiche potrebbe farlo per acquisire prestigio sociale o per alleviare sensi di colpa. Il genitore che si sacrifica per i figli agirebbe per soddisfare un bisogno emotivo personale o per assicurare la propagazione del proprio patrimonio genetico. Persino l’atto eroico di chi si espone al pericolo per salvare uno sconosciuto potrebbe essere interpretato come risposta a una compulsione interna che genererebbe maggiore disagio se disattesa. Ma se tutto ciò fosse soltanto questione di egoismo, chi abbandona i figli o sfrutta i bisognosi come dovrebbe essere considerato?

Joel Feinberg ha definito l’egoismo psicologico una «tautologia non falsificabile»[9]. Se ogni comportamento viene a priori interpretato come egoisticamente motivato, la teoria perde qualsiasi contenuto empirico significativo, divenendo immune da ogni possibile confutazione. Tale lacuna metodologica ha portato numerosi filosofi contemporanei a respingere l’egoismo nella sua formulazione più radicale. Come osserva Richard Precht: «Se tutti siamo egoisti, finisce che non lo è più nessuno […]. Con egoismo non s’intende soltanto la fondamentale ricerca di un’unità, ma la palese aspirazione a un vantaggio in ogni frangente. Gli egoisti – nel senso di “smaniosi di sé” – sono quelli che non vorrebbero mai che gli altri li trattassero come loro trattano gli altri […]. Chi di noi si definirebbe egoista? Forse qualcuno di voi? Io? Nessuno lo direbbe mai di se stesso, egoisti sono sempre gli altri»[10]. La gratificazione personale è indubbiamente parte della cura di sé e risulta indispensabile nelle relazioni. Anche in un campo strettamente altruistico come il volontariato, in cui si aiutano gratuitamente persone in difficoltà, la possibile soddisfazione non appare affatto come una obiezione alla bontà e al valore dell’opera prestata: «Il volontariato che riconosce l’importanza delle sue gratificazioni personali non introduce una visione egoistica del volontariato, in quanto considera non solo la possibile reciprocità della relazione (il fatto che anche chi ha bisogno è in grado di dare qualcosa), ma anche la complessità delle ragioni che motivano il suo impegno»[11].

Dal punto di vista concettuale, occorre inoltre distinguere tra il movente psicologico di un’azione e il suo contenuto. Il fatto che un individuo provi soddisfazione nel compiere atti benefici non implica necessariamente che la soddisfazione costituisca il motivo primario dell’azione. La gioia che accompagna l’aiuto prestato agli altri potrebbe essere «consequenziale» piuttosto che «motivazionale»: in altre parole, esiste una differenza cruciale tra agire per ottenere un piacere e provare piacere nell’agire per un determinato scopo. Un genitore non ama necessariamente i propri figli perché ciò produce felicità: piuttosto, la felicità deriva dall’amore genuino per i figli. San Tommaso nota che il piacere autentico è sempre consequenziale, piuttosto che motivazionale; è cioè una conseguenza indiretta del valore raggiunto, che si aggiunge gratuitamente, mai fine in sé stesso[12]. Il piacere viene conseguito quando non lo si ricerca direttamente, ossia quando ci si è dimenticati di sé stessi per rivolgersi ad altri, con gratuità.

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Cura di sé = egoismo?


La distinzione tra egoismo e cura di sé rappresenta un ulteriore elemento di complessità. Mentre l’egoismo implica una completa disattenzione per gli interessi altrui, la cura di sé riconosce che il benessere personale è spesso inestricabilmente connesso al benessere della comunità. I beni, che di per sé sono attinenti non solo alla mera sopravvivenza ma anche al vivere sociale, non potrebbero vedere la luce senza la collaborazione e la fiducia reciproca: ciò che mangiamo, leggiamo, usiamo, gli strumenti della comunicazione, dalla penna al computer e all’iPhone, sono il punto di arrivo di processi di collaborazione varia e complessa, non solo tra individui, ma tra Paesi e culture diversissimi. In questi interscambi, proprio attraverso la cooperazione e la fiducia reciproca è possibile realizzare il prodotto finale: senza queste molteplici collaborazioni, nessuno di essi (neppure il pane, la brioche o il cappuccino, che scandiscono per molti l’inizio della giornata) avrebbe mai visto la luce. In un mondo di puri egoisti la vita umana – ma probabilmente anche la mera sopravvivenza – risulterebbe impossibile.

Le ricerche sull’economia comportamentale hanno dimostrato che gli esseri umani deviano sistematicamente dalle previsioni dell’egoismo razionale. Gli individui sono disposti a garantire l’equità anche a prezzo di un costo personale e manifestano avversione alle disuguaglianze che penalizzano altri, anche quando ciò non comporta conseguenze dirette per sé. Questi comportamenti, documentati attraverso giochi economici sperimentali come l’Ultimatum Game[13] e il Public Goods Game[14], hanno motivato lo sviluppo di modelli economici più sofisticati che incorporano preferenze sociali. Chi si comporta in modo egoista, sfruttando altri, si trova ben presto emarginato, perché non meritevole di fiducia. Altri studi sperimentali mostrano la presenza di scelte che resistono a interpretazioni meramente egoistiche, evidenziando le incoerenze logiche di teorie che riducono ogni motivazione all’interesse personale[15].

Anche sul piano biologico, le ricerche successive a Darwin, oltre a confermare la complessità dei fattori in gioco nella formazione ed evoluzione degli esseri viventi, evidenziano come la cooperazione e l’aiuto vicendevole costituiscano un contributo molto più efficace e indispensabile per l’evoluzione rispetto alla sopraffazione e alla legge del più forte: la vita non è sinonimo di lotta, ma di collaborazione vicendevole. L’ambiente stesso, con tutte le sue diversificate componenti – relazioni, stimoli, identità del gruppo, apprendimento –, costituisce un potente agente evolutivo il cui impatto ha un valore altrettanto importante del gene[16].

Che questi aspetti dell’evoluzione non possano essere messi facilmente da parte, è stato comunque riconosciuto dallo stesso Dawkins. Nelle edizioni successive de Il gene egoista egli si è confrontato con le critiche ricevute e ha riveduto la sua concezione dello sviluppo umano, ritenendola troppo unilaterale e priva della dimensione sociale e culturale. Per questo haintrodotto la nozione di «meme», una unità analoga al gene, ma in grado di replicare un patrimonio culturale – «il nuovo brodo della cultura umana» –, proprio come il gene replica il patrimonio genetico[17].

Ma tale escamotage sembra creare più problemi di quanti ne risolva: non si capisce infatti se vi sia una reale differenza tra gene e meme. Se fosse davvero così, verrebbe a cadere la stessa distinzione tra cultura e biologia. Eppure risulta molto difficile giustificare la loro equivalenza, soprattutto quando si entra in merito ai complessi sistemi di riferimento che caratterizzano il linguaggio e la comunicazione. Senza una tale distinzione, dovrebbe scomparire la maggior parte degli elementi indispensabili per la relazione, come ad esempio l’interpretazione, il significato, l’uso, tutte problematiche che superano il piano della biologia, sebbene lo presuppongano. Si tratta comunque di una modifica significativa dell’originario «gene egoista», pur priva di qualunque valore scientifico. Essa mostra infatti come la prospettiva filosofica prevalga sull’approccio sperimentale, trasformando una serie di osservazioni in una più generale concezione della vita.

È questo l’elemento centrale del dibattito. Dal punto di vista etico, il riconoscimento della plasmabilità delle motivazioni prosociali suggerisce l’importanza fondamentale degli esempi di vita e della conseguente educazione morale, intesa non come mera trasmissione di regole, ma come promozione di atteggiamenti affettivi empatici, come ad esempio la compassione[18].

Rispettare la complessità


L’egoismo radicale come unica possibile spiegazione dell’agire umano risulta empiricamente insostenibile e concettualmente problematico. La motivazione umana è estremamente complessa e multidimensionale, comprende sia genuine preoccupazioni per il benessere altrui sia altrettanti legittimi interessi personali.

La domanda: «altruismo o egoismo?», si rivela così mal posta. La risposta più esatta è: entrambi, in configurazioni complesse che variano attraverso contesti, culture, fasi dello sviluppo e ambiti motivazionali. Riconoscere questa complessità non rappresenta una capitolazione intellettuale, ma l’accettazione di una verità più ricca circa la condizione umana, che è sempre più grande e sfugge a ogni tentativo riduzionista. È precisamente da tale riconoscimento che trova le sue radici un’etica rispettosa della complessità.

Alla base della visione egoista c’è un equivoco: essa identifica cura di sé con egoismo, e altruismo con assenza di motivazioni. Amore di sé e dell’altro sono invece i due poli indispensabili dell’agire umano, che non si pongono necessariamente in contrapposizione tra loro. Lo si vedrà in maniera più accurata in un futuro articolo, in cui analizzeremo il comportamento altruistico.

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[1] Cfr Th. Hobbes, Leviatano, vol. 1,Firenze, La Nuova Italia, 1988, 13; 120.

[2] Ch. Darwin, L’origine delle specie, Torino, Boringhieri, 1959 (trad. dalla 6a ed. del 1872), 523 s.

[3] Nella sesta e ultima edizione de L’origine delle specie Darwin introduce tuttavia alcune aggiunte significative, in particolare la menzione di Dio, considerato come «la mente» delle leggi della natura; l’interazione tra le forme viventi non sarebbe dunque da attribuirsi al caso o alla mera sopravvivenza del più adatto (cfr ivi, 524).

[4] H. Spencer, Principles of Biology, vol. I, London, Williams and Norgate, 1864, 444 s. Cfr R. Visone, Prima dell’evoluzione. Le radici politiche della filosofia di Spencer e la Social Statics del 1850, Firenze, Le Càriti, 2010; A. La Vergata, Guerra e darwinismo sociale, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 2005.

[5] «Giudicato dal punto di vista morale, il mondo animale è presso a poco al livello di un combattimento di gladiatori. Le creature sono trattate molto bene e mandate al combattimento, nel quale le più forti, le più vivaci e le più astute sopravvivono per combattere un altro giorno. Lo spettatore non deve nemmeno abbassare il pollice, perché non è dato alcun quartiere. […] La vita era una perpetua lotta aperta e, a parte i legami familiari, limitati e temporanei, la guerra di ciascuno contro tutti, della quale parla Hobbes, era lo stato normale dell’esistenza» (Th. H. Huxley,«Struggle for Existence and its Bearing upon Man», in Nineteenth Century, febbraio 1888, 165).

[6] «Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare questa affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? […] L’esistenza di questa tendenza all’aggressione, che possiamo scoprire in noi stessi e giustamente supporre negli altri, è il fattore che turba i nostri rapporti col prossimo e obbliga la civiltà a un grande dispendio di energia» (S. Freud, Il disagio della civiltà, in Id., Opere, vol. X, Torino, Bollati Boringhieri, 1978, 599 s.; cfr Id., L’avvenire di un’illusione, Torino, Bollati Boringhieri, 1990, 52-56).

[7] R. Dawkins, Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente, Milano, Mondadori, 1995, 15. Nella Prefazione, Dawkins tuttavia dichiara di essere soprattutto interessato a «esaminare la biologia dell’egoismo e dell’altruismo» (p. 4).

[8] «Poiché il resto della popolazione consiste di individui, ciascuno dei quali tenta di massimizzare il proprio successo, l’unica strategia che durerà sarà quella che, una volta evoluta, non potrà più essere migliorata da nessun individuo deviante […], quando si raggiunge un’ESS, questa resta: la selezione penalizza ogni deviazione che ce ne allontani» (R. Dawkins, Il gene egoista…, cit., 74 s.).

[9] Cfr J. Feinberg, «Psychological Egoism», in R. Shafer-Landau (ed.), Ethical Theory: An Anthology, Hoboken, Wiley, 2013, 167-177.

[10] R. D. Precht, L’arte di non essere egoisti, Milano, Garzanti, 2012, 137 s.

[11] C. Ranci, Il volontariato, Bologna, il Mulino, 2006, 62.

[12] Cfr Tommaso d’Aquino, s., Summa Theologiae, I-II, q. 2, a. 6; cfr anche q. 4, a.2.

[13] L’Ultimatum Game è un test utilizzato in sede di psicologia morale e di economia. In esso un giocatore riceve una somma di denaro e decide la quantità da dividere con un altro giocatore, il quale può a sua volta accettare o rifiutare. Se accetta, il denaro viene diviso come proposto; se rifiuta, entrambi perdono tutto. In prospettiva egoistica, si dovrebbe accettare qualunque offerta, dato che risulta essere meglio di niente. Accade invece che, quando l’offerta è troppo bassa, non di rado viene rifiutata: la persona preferisce non ricevere nulla piuttosto che una somma giudicata iniqua. Il gioco ha lo scopo di mostrare come il senso di giustizia spesso prevalga sul criterio di utilità: cfr A. Mancini – F. Mancini, «Do not play God: contrasting effects of deontological guilt and pride on decision-making», in Frontiers Psychology (tinyurl.com/2hwtwdb4), 25 agosto 2015.

[14] Lo scopo di questo gioco è verificare il rapporto tra interesse personale e bene comune: ciascuno dei partecipanti decide segretamente con quale somma contribuire a un bene pubblico che è a vantaggio di tutti. Dal punto di vista egoistico, ognuno potrebbe rinunciare a contribuire, sperando che gli altri agiscano diversamente. In tal caso, si arriva a una situazione di impoverimento generale che scoraggia la scelta egoistica: cfr A. Gunnthorsdottir – D. Houser – K. McCabe, «Disposition, history and contributions in public goods experiments», in Journal of Economic Behavior & Organization 62 (2007/1) 304-315.

[15] Cfr S. Bonino, Altruisti per natura, Roma – Bari, Laterza, 2012; L. Cozolino, Il cervello sociale: neuroscienze delle relazioni umane, Milano, Raffaello Cortina, 2008; J. T. Godbout, Quello che circola fra noi. Dare, ricevere, ricambiare, Milano, Vita e Pensiero, 2008.

[16] Cfr L. Margulis – D. Sagan, Dazzle Gradually: Reflections on the Nature of Nature, Vermont, Chelsea Green, 2007. Degno di nota è anche il seguente volume, sulle basi biologiche dell’altruismo: M. Casiraghi – T. Pievani, Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione, Bologna, il Mulino, 2025.

[17] Dawkins porta questi esempi di meme, descrivendone le caratteristiche peculiari: «Melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi. Proprio come i geni si propagano nel pool genico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool nemico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione. Se uno scienziato sente o legge una buona idea, la passa ai suoi colleghi e studenti e la menziona nei suoi articoli e nelle sue conferenze. Se l’idea fa presa, si può dire che si propaga diffondendosi di cervello in cervello» (R. Dawkins, Il gene egoista…, cit.,201).

[18] Cfr G. Cucci, Fraternità impossibile? Risvolti psicologici, Assisi (Pg), Cittadella, 2022,71-87.

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