«Una caro»: il Dicastero per la dottrina della fede elogia la monogamia
Alla vigilia di San Valentino del 2024, sulle pagine del Wall Street Journal, il prestigioso quotidiano statunitense solitamente noto per le sue analisi economiche e finanziarie, è apparso un editoriale che offriva un sorprendente consiglio in materia di relazioni affettive. Il titolo, «Non credete al mito dell’anima gemella», invitava i lettori a diffidare dell’idea secondo la quale il solo amore romantico sarebbe sufficiente a costruire un matrimonio stabile e felice[1]. Il sentimentalismo legato alla ricorrenza, sosteneva l’autore, finisce per indebolire proprio quelle qualità che rendono durature le relazioni.
L’autore dell’articolo, Brad Wilcox, docente di sociologia all’Università della Virginia e tra i maggiori esperti mondiali di matrimonio e famiglia, non esprimeva un’opinione personale, né una posizione dottrinale, ma illustrava i risultati di decenni di ricerche sociologiche. L’idea che al mondo esista una sola persona capace di renderci felici è un mito; chi gli dà credito tende a vedere le proprie relazioni spegnersi quando la fiamma dell’innamoramento si affievolisce, come inevitabilmente accade. La compatibilità, al contrario, si costruisce nel tempo, mentre i coniugi crescono e condividono una vita insieme. Wilcox osserva che coloro che sono ossessionati dalla ricerca della felicità difficilmente finiscono per trovarla, mentre chi «cerca non tanto di sentirsi bene quanto di fare il bene, mediante un amore concreto verso il coniuge e i familiari, ha maggiori probabilità di essere felice nel matrimonio».
Al «mito dell’anima gemella» Wilcox contrappone quello che egli definisce il «modello family-first» (modello incentrato sulla famiglia), che valorizza un insieme più ampio di beni legati al matrimonio. Questo modello riconosce il ruolo dell’amore romantico, ma considera il matrimonio come qualcosa che riguarda anche i figli, il denaro e il crescere una famiglia insieme». Il «modello family-first riconosce con maggiore realismo l’imperfezione del matrimonio e la necessità del compromesso e del perdono. Chi vi aderisce è naturalmente più disposto ad accettare i sacrifici che il matrimonio comporta, perché si riconosce come parte di un progetto più grande di sé stesso.
Ciò che colpisce nelle conclusioni di Wilcox, così come in quelle di altri sociologi, quali Mark Regnerus dell’Università del Texas o la terapeuta parigina Thérèse Hargot, è che le loro analisi sociologiche li conducono a una comprensione delle relazioni coniugali sorprendentemente più affine all’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica che non alla cultura pop contemporanea. Wilcox potrebbe facilmente sostituire il «modello family-first» con la definizione di matrimonio contenuta nel Codice di diritto canonico: un patto «con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla generazione ed educazione della prole»[2]. O, come afferma sinteticamente san Tommaso d’Aquino, «la comunanza di tutta la vita domestica»[3].
Wilcox è inoltre particolarmente interessato al matrimonio dal punto di vista della giustizia sociale: è una prospettiva che trova una profonda risonanza nella tradizione delle encicliche sociali moderne, a partire dall’Arcanum divinae sapientiae di Leone XIII (1880). In effetti, la Rerum novarum (1891), considerata la capostipite delle encicliche sociali, riguarda sia la famiglia sia l’economia. Wilcox sottolinea come lo stato matrimoniale e familiare sembri incidere sul benessere sociale e sulla felicità delle persone più di fattori che ricevono maggiore attenzione nel dibattito pubblico, come la razza, il livello di istruzione o la spesa pubblica[4]. Non a caso, il suo libro più recente sull’argomento ha il titolo provocatorio Get Married ed esalta i benefìci sociali e personali del matrimonio.
«Una caro»: il Dicastero per la dottrina della fede elogia la monogamia
L’obiettivo di un recente documento del Dicastero per la dottrina della fede è, in termini generali, analogo: promuovere la visione cristiana del matrimonio come fondamento più autenticamente umano della società. Il documento Una caro, pubblicato il 25 novembre 2025, viene presentato come una «Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca». Il suo approccio, tuttavia, è piuttosto inusuale per un testo vaticano e richiede un adeguato inquadramento per poter essere compreso pienamente.
Chi si attendesse da questo documento una trattazione complessiva del matrimonio potrebbe restare deluso, perché esso parte dal presupposto che il Magistero abbia già ampiamente affrontato quegli aspetti del matrimonio oggi più contestati nella cultura occidentale, in particolare l’indissolubilità e l’apertura alla generazione della vita[5]. L’esclusività del matrimonio cristiano, vale a dire la monogamia, è stata invece in larga misura data per scontata.
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Sarebbe tuttavia ingenuo ritenere che in futuro la monogamia possa continuare a essere considerata ovvia. La questione ha da tempo posto un dilemma nell’attività missionaria e rappresenta tuttora una sfida concreta per la Chiesa in molte regioni dell’Africa. Inoltre, dopo la legalizzazione dell’unione tra persone dello stesso sesso in diversi Paesi occidentali, alcuni critici della famiglia intesa come struttura monogamica, ritenuta oppressiva, hanno iniziato a promuovere sistemi considerati ancora più inclusivi, come la «poliamoria»[6]. La crescita, in Europa, di comunità musulmane con una lunga tradizione di poligamia potrebbe rendere il tema ancor meno eludibile in futuro.
A ben guardare, se si considera con onestà lo stato attuale della cultura occidentale, occorre evitare di presentare la poligamia come un problema esclusivamente africano. Regnerus e altri studiosi hanno coniato l’espressione ironica «monogamia seriale» per descrivere modelli relazionali – caratterizzati da divorzi diffusi e convivenze di breve durata – oggi largamente prevalenti in Occidente. Anche la pratica della maternità surrogata introduce, di fatto, un terzo soggetto nel matrimonio ai fini della procreazione, senza riconoscere alla donna che partorisce alcuno dei diritti e delle tutele proprie della moglie. I difensori delle società poligamiche potrebbero sostenere che le loro tradizioni garantiscono maggiore stabilità e un più ampio apprezzamento dei diritti di tutte le parti coinvolte rispetto ai nuovi standard occidentali.
Una caro non propone una risposta immediata, né una strategia argomentativa unitaria a sostegno della monogamia: adotta invece un’impostazione indiretta, il cui valore principale consiste, deliberatamente, nel rimandare a un orizzonte più ampio. Nella Prefazione al documento, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, definisce Una caro un «mosaico», perché raccoglie una vasta gamma di fonti in una sorta di antologia. La varietà di queste fonti genera accostamenti talora sorprendenti e pone alcune sfide interpretative. In considerazione della complessità culturale del mondo contemporaneo, il documento non intende tanto definire la dottrina, quanto suggerire percorsi e strumenti.
Accanto ai riferimenti scritturistici e alle fonti teologiche classiche – tra cui i Padri della Chiesa, Bonaventura, Tommaso d’Aquino e Alfonso Maria de’ Liguori –, si trova un’ampia sintesi del pensiero dei coniugi Dietrich e Alice von Hildebrand, una descrizione della relazione tra Jacques e Raïssa Maritain, nonché approfondite riflessioni sull’opera di san Giovanni Paolo II, sia nel suo magistero pontificio sia nei suoi scritti giovanili come filosofo e pastore.
Tra le diverse prospettive sul matrimonio evocate da Una caro, quella che sembra aver esercitato l’influsso maggiore è senza dubbio il personalismo di Giovanni Paolo II. Ciò non sorprende, dato che il tema centrale della Nota è l’unione di due persone. Si potrebbe, in effetti, spiegare la monogamia, in modo minimale o persino legalistico, come l’impegno ad astenersi da rapporti sessuali con persone diverse dal proprio coniuge. Tuttavia, come comprese Giovanni Paolo II, riconoscendo il matrimonio come sacramento – cioè, come segno che rende visibile nel mondo l’azione salvifica di Dio –, la teologia cattolica ha sempre presentato tale unione come qualcosa di più che un contratto giuridico. I coniugi, a loro volta, sono invitati a vivere il matrimonio non come una mera osservanza di doveri, ma come riflesso dell’amore di Cristo per la Chiesa (cfr Ef 5,21-33).
Tuttavia, qui emergono anche i limiti di ciò che i documenti ufficiali possono raggiungere da soli. Se è relativamente semplice definire quali comportamenti costituiscano una violazione della monogamia, è molto più difficile indicare in concreto che cosa debba essere un’unione piena e feconda. Come Una caro riconosce ripetutamente, ogni relazione è unica. Ciò significa non solo che ogni coppia è diversa dalle altre, ma anche che ogni rapporto è attraversato da un dinamismo interno, da un continuo dare e ricevere, nel momento in cui le due persone rispondono alla vita e l’una all’altra. Ciò non implica che i ruoli di marito e moglie siano intercambiabili. Uomini e donne sono diversi, e l’idea di una «persona umana» priva di genere è un’astrazione che può forse esistere nella mente di alcuni filosofi, ma non nella realtà. Inoltre, come mostra il libro della Genesi, la differenza sessuale è buona ed è parte del disegno di Dio.
L’approccio di Una caro, insieme concreto e flessibile, trova un’eco nelle ricerche di Wilcox, secondo cui le coppie tendono a essere più felici quando uomini e donne assumono virtù tradizionalmente maschili e femminili – per esempio, uomini che sappiano «garantire stabilità materiale e offrire protezione» –, ma solo nella misura in cui tali ruoli restino sufficientemente elastici. Oltre che alla funzione di sostentamento, oggi gli uomini sono chiamati a essere presenti nella vita domestica, ed entrambi i coniugi devono sentirsi ugualmente coinvolti nel perseguimento del bene comune della famiglia[7].
Un’unione naturale e umana
La ricerca di Wilcox si concentra in modo specifico sulla società statunitense – e su sottogruppi interni al variegato mosaico della realtà americana –, mentre Regnerus adotta un approccio globale alla questione. Il suo libro The Future of Christian Marriage combina indagini su scala mondiale con ricerche approfondite condotte in sette Paesi diversi, ma individua ovunque tendenze simili[8]. Una cultura globale dei consumi ha portato i giovani – inclusi quelli cristiani – a considerare il matrimonio più come il «coronamento» di una carriera di successo che come il «fondamento» di una vita comune. Ne sono derivati matrimoni sempre più tardivi, aspettative irrealistiche nei confronti del futuro coniuge e una crescente trascuratezza dell’istituzione matrimoniale nel suo insieme, con conseguenze sociali estremamente problematiche.
Ciò nonostante – e forse sorprendentemente, se si considerano le pressioni ideologiche, economiche e sociali che gravano su questa istituzione – il matrimonio continua a esistere. L’attrazione verso il matrimonio è inscritta nella nostra stessa umanità. L’insegnamento di Gesù lo presenta come radicato nel disegno creatore di Dio (cfr Mt 19,8); in termini filosofici, esso appartiene alla legge naturale. Al di là dei miti della cultura popolare, la ricerca sociologica su questo tema conferma l’insegnamento tradizionale della Chiesa. La convivenza prematrimoniale aumenta il rischio di un successivo divorzio, e il divorzio, a sua volta, si rivela particolarmente dannoso per i figli[9]. La sessuologa belga Hargot osserva che il rifiuto delle norme sessuali cristiane tradizionali non ha condotto a una reale «liberazione» sessuale, ma all’imposizione surrettizia di nuove norme e aspettative, alimentate dalla pornografia onnipresente e dalle pressioni dei social media, che intrappolano adolescenti – e adulti – in labirinti di ansia e isolamento[10]. In confronto a tali alternative, la visione cristiana del matrimonio si rivela come la più umana.
Una caro riconosce inoltre che il matrimonio possiede una struttura ben definita e che questa è profondamente radicata nella natura umana, sebbene lo sottolinei in modo originale. Accanto a riferimenti a teologi cattolici e ortodossi, presenta citazioni tratte da diversi poeti e persino da testi sacri dell’induismo. Occorre però evitare di attribuire a Una caro intenzioni che vanno oltre il suo ambito: non si tratta di un esercizio di interpretazione letteraria – non è affatto evidente, per esempio, che tutti i poeti citati fossero particolarmente interessati alla monogamia –, né tantomeno di un’esegesi della dottrina induista. Quelle citazioni intendono piuttosto mostrare che l’impulso verso la monogamia è presente nella natura umana e che è capace di produrre grande bellezza.
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Uno degli obiettivi principali del documento è mostrare che la monogamia non costituisce un’imposizione alla nostra natura, ma un cammino verso la piena realizzazione umana. Una caro si impegna a chiarire in che modo il matrimonio sia una comunione di persone – e qui si avverte di nuovo l’influsso di Giovanni Paolo II – che non annulla né sminuisce gli individui che vi accedono, ma consente loro di diventare più pienamente sé stessi[11]. In linea con il secondo capitolo della Genesi, Una caro vede l’uomo come un essere sociale che, se restasse solo, sarebbe incompiuto e non realizzato.
Il matrimonio nella logica della giustizia e del dono di sé
Nel documento non mancano certamente argomentazioni a favore della monogamia e motivazioni per cui la poligamia deve essere considerata ingiusta. Un’unione tra un uomo e più donne genera un’asimmetria, non una relazione tra pari. Anche se si moltiplicassero i generi e il numero dei soggetti coinvolti, resterebbero comunque dinamiche di competizione, rivalità e disuguaglianza[12].
Una caro accenna brevemente alla presenza della poligamia nell’Antico Testamento, pur limitandosi a suggerirne l’aspetto più rilevante: la poligamia tra i patriarchi è sempre associata al conflitto, al fallimento delle relazioni[13]. L’inimicizia con Sara fu la conseguenza prevedibile del rapporto tra Agar e Abramo; le molte mogli di Giacobbe furono il risultato dell’inganno di Labano; e il fatto che Salomone si circondasse di principesse e concubine lo condusse all’idolatria, che avviò la frattura del regno di Israele. Le culture del Vicino Oriente antico, compreso Israele prima dell’esilio, sembrano aver tollerato la poligamia come alternativa ritenuta più equa rispetto alla monogamia seriale, in un contesto in cui il divorzio poteva significare l’abbandono di donne e bambini incapaci di provvedere a sé stessi[14], ma l’Antico Testamento non può in alcun modo essere considerato un testo a favore della poligamia.
Il cuore della visione teologica proposta da Una caro – per quanto sia difficile individuare un centro in un documento così articolato – è però la dinamica neotestamentaria del dono di sé. L’amore di Gesù, che si sacrifica fino alla fine, è il modello di ogni amore ed è ciò che rende il dono reciproco del matrimonio cristiano un sacramento. Nel suo livello più profondo, il dare e il ricevere definiscono l’unione coniugale[15].
L’intento esplicito del documento è attirare l’attenzione proprio su tale unione. Mentre i precedenti interventi del Magistero si erano concentrati soprattutto su alcune caratteristiche del matrimonio – l’indissolubilità e l’orientamento alla procreazione –, Una caro invita a contemplare l’unione in quanto tale. Naturalmente, tali caratteristiche restano essenziali, perché sono implicate nella natura oblativa dell’unione matrimoniale. Un contratto temporaneo o condizionato non può dar luogo a una vera unione, perché non offre al coniuge il futuro nella sua interezza, con le possibilità e le incertezze che lo accompagnano. Giovanni Paolo II ha spiegato anche il fine procreativo del matrimonio in termini personalistici: se si nega al coniuge la sua capacità di generare vita – che, in una visione cristiana, significa anche partecipare all’opera del Creatore –, il dono di sé resta parziale e la comunione tra gli sposi è incompleta. Senza un dono totale di sé e senza l’accoglienza piena dell’altro l’unione delle persone si frammenta in uno scambio di interessi o di piacere.
Anche se Una caro rinuncia a trattare esplicitamente alcuni aspetti del matrimonio cristiano, uno dei suoi meriti è di suggerire un percorso per comprendere tutte le caratteristiche essenziali del sacramento a partire dal nucleo dell’unione coniugale.
Un invito alla speranza e alla fiducia
Questo documento, ovviamente, non sarebbe stato necessario se la bellezza del matrimonio cristiano fosse ovunque evidente e riconosciuta. Il numero dei matrimoni è in calo in tutto il mondo[16]. L’indebolimento del significato dell’istituzione nel diritto civile e nella cultura popolare, insieme a valori sempre più consumistici, ha contribuito a una diffusa indifferenza verso questa struttura fondamentale dell’ordine sociale. Occorre però evitare l’errore di pensare che tale indifferenza derivi da un difetto intrinseco dell’istituzione.
Una delle ironie più amare della situazione attuale è che gli avvertimenti lanciati dai papi del secolo scorso circa le conseguenze dell’allontanamento dall’insegnamento cattolico sul matrimonio si sono rivelati in larga misura profetici[17]. Il divorzio non è rimasto confinato a casi eccezionali ed estremi, e la diffusione della contraccezione ha favorito la cosificazione sia delle donne sia degli uomini. Si può deplorare che l’insegnamento della Chiesa non sia stato ascoltato, ma non si può dire che abbia fallito.
Anzi, forse non dovremmo limitarci al lamento, ma rispondere alle critiche con una rinnovata fiducia nella sapienza e nella bellezza della visione cattolica del matrimonio. È questo il significato profondo di Una caro. Non dobbiamo lasciarci distrarre dalla quantità di riferimenti filosofici, teologici e culturali, perdendo di vista il punto centrale: tutte queste fonti sono chiamate a mostrare quanto profondamente l’idea cristiana del matrimonio sia radicata nel meglio della vita e della cultura umana. Una caro intende rafforzare la fiducia nell’insegnamento ricevuto e offrire strumenti per trasmetterlo.
I segni dei tempi, come emergono dagli studi sociali, dovrebbero ulteriormente consolidare tale fiducia, pur mettendo in luce la difficoltà di annunciare oggi il messaggio cristiano e di sostenere le coppie che si impegnano a viverlo. Afferma Wilcox: «L’istituzione del matrimonio svolge un ruolo centrale nell’organizzare la vita familiare, nel promuovere il benessere umano e nel mantenere l’ordine sociale. Il matrimonio lega i genitori ai figli che generano; stabilizza le relazioni affettive degli adulti e la vita familiare dei bambini; colma il divario di genere tra uomini e donne; conferisce alle vite delle donne e, in particolare, degli uomini un più profondo senso di significato, di direzione e di solidarietà; e, soprattutto, offre il contesto ideale per la nascita e l’educazione dei figli»[18].
A tutto questo la Chiesa aggiunge che il matrimonio cristiano è un cammino verso Dio. Definendolo sacramento, essa afferma che entrare in una tale unione significa partecipare alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù. Il sacramento non modifica necessariamente le attività quotidiane di una coppia sposata, ma ne trasforma il significato. Pronunciando le promesse davanti a Dio, il dono reciproco degli sposi viene consacrato come offerta a Dio stesso. Inoltre, ogni sacramento è segno dell’amore di Dio, il che spiega perché il Concilio Vaticano II ne abbia sottolineato la dimensione missionaria. La Lumen gentium (LG) descrive questa missione in termini di forte carica profetica: «La famiglia cristiana […], col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità» (LG 35). L’impegno matrimoniale è dunque anche un impegno missionario: una missione degli sposi l’uno verso l’altro e verso il mondo.
La chiamata di Cristo, in definitiva, è a essere luce del mondo, non sua copia speculare (cfr Mt 5,14-16). Una caro nasce dalla convinzione che tutte le dimensioni dell’insegnamento ecclesiale sul matrimonio riflettono l’amore di Dio, un amore insieme oblativo e generativo. Il documento si conclude evocando l’immagine di una coppia il cui amore matura con il passare degli anni, come un vino pregiato, rivelando sempre nuove profondità, in una fedeltà costante. L’unione tra marito e moglie nel sacramento del matrimonio riflette, oggi come sempre, una bellezza antica e sempre nuova.
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[1] Cfr B. Wilcox, «Don’t Buy the Soulmate Myth: Romance Is Not Enough to Forge a Stable and Happy Marriage», in The Wall Street Journal (wsj.com/lifestyle/relationship…), 9 febbraio 2024.
[2] Codice di diritto canonico (1983), can. 1055, §1.
[3] Tommaso d’Aquino, s., Summa contra Gentiles, III, cap. 123, n. 6.
[4] Cfr B. Wilcox, Get Married: Why Americans Must Defy the Elites, Forge Strong Families, and Save Civilization, New York, Broadside Books, 2024, XIV.
[5] Cfr Dicastero per la dottrina della fede, «Una caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca», 25 novembre 2025, n. 5 (vatican.va/roman_curia/congreg…).
[6] L’anno scorso una pastora protestante a Berlino ha comunicato di aver celebrato il matrimonio di quattro uomini nell’ambito di un «matrimonio poligamo»: cfr L. Wiegelmann, «“Was soll Gott dagegen haben?”. Berliner Pfarrerin traut vier Männer in “Polyhochzeit”», in Neue Osnabrücker Zeitung (oz-online.de/artikel/1603828/W…), 2 novembre 2025.
[7] Cfr B. Wilcox, Get Married…, cit., 149-172.
[8] Cfr M. Regnerus, The Future of Christian Marriage, Oxford, Oxford University Press, 2020.
[9] Cfr ivi, 141-145; 151. Secondo l’analisi di Regnerus, «anche la morte di un genitore si è rivelata di gran lunga meno determinante di un divorzio» (ivi, 177).
[10] Cfr Th. Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), Milano, Sonzogno, 2017, cap. 1.
[11] Cfr Una caro, nn. 96-101; e anche nn. 92; 123; 130.
[12] Cfr ivi, 83.
[13] Cfr ivi, 11.
[14] Cfr A. Tosato, Il matrimonio israelitico: una teoria generale, Roma, Biblical Institute Press, 1982, 172-191.
[15] Cfr Una caro, nn. 117-118.
[16] Cfr M. Regnerus, The Future of Christian Marriage…, cit., 11-14.
[17] All’enciclica Arcanum divinae sapientiae di Leone XIII (1880) si possono aggiungere la Casti connubii di Pio XI (1930) e la Humanae vitae di Paolo VI (1968).
[18] B. Wilcox, Get Married…, cit., XIX.
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