PRESENTAZIONE MANUALETTO AUTODIFESA PER GIORNALISTI ALLA FONDAZIONE BASSO DI ROMA
Diciamo che il manualetto che abbiamo presentato ci riguarda tutti, anche se è stato intitolato alla protezione dei giornalisti e degli attivisti.
Essere consapevoli dei rischi che si corrono quando si usa un telefono, un tablet o un computer, è la prima linea di difesa di fronte all’uso illecito dei nostri dati, delle informazioni che acquisiamo e delle relazioni che intratteniamo. La conoscenza del soggetto sotto osservazione rappresenta un vantaggio per chi chi lo sorveglia.
E guardate che la sorveglianza dei dati è la sorveglianza dei comportamenti più privati in un mondo datificato e iperconnesso.
Questa sorveglianza che si traduce in una conoscenza dettagliata del soggetto sorvegliato serve a modularne i comportamenti, in maniera diretta o indiretta, serve a modellarne lo stile di vita e i comportamenti sociali e di consumo. Il soggetto sotto osservazione non è mai libero.
Perciò non essere sorvegliati è la frontiera della libertà.
Nel caso dei giornalisti è particolarmente importante. In una fase di forti tensioni sociali e di frizioni geopolitiche i giornalisti restano un baluardo di civiltà, protagonisti della manutenzione dei valori liberali di una società aperta che fa della trasparenza dei comportamenti pubblici un elemento di bilanciamento dei poteri a cui siamo soggetti, siano essi di tipo politico, giudiziario o economico.
Quello che qui va garantita è quindi la privacy dei giornalisti, precondizione perché facciano il loro lavoro in maniera il più possibile serena e indipendente, per esercitare un’importante funzione sociale.
Immagino che molti di noi siano critici coi giornalisti, come possiamo esserlo verso medici che ci hanno curato male o verso giudici che hanno sbagliato. Ma immaginatevi un mondo senza di loro. Sarebbe come un mondo senza programmatori perché non hanno patchato un bug o introdotto una backdoor nei sistemi informatici che usiamo ogni giorno.
Per cui anche se ci sono molti giornalisti che fatichiamo a riconoscere e a rispettare come tali, il problema non sono loro, ma la tutela del giornalismo in quanto funzione sociale.
I giornalisti vanno protetti.
Avete sentito del giornalista israeliano minacciato perché coi suoi articoli aveva influenzato il corso di alcune scommesse su Polymarket; forse sapete anche degli insulti e delle minacce a Daniela Ranieri del Fatto per aver espresso delle opinioni fuori dalle righe sui social, o dei giornalisti sorvegliati con spyware avanzatissimi di cui non sappiamo ancora i responsabili.
Ecco l’autodifesa digitale riguarda loro, sicuramente, e riguarda tutti noi che grazie al giornalismo sappiamo cosa succede nei teatri di guerra o nelle segrete stanze del potere.