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I suprematisti dell’inglese


Di Antonio Zoppetti

La parola “suprematismo”, che all’inizio del secolo scorso indicava un preciso movimento artistico russo, da più di dieci anni ha acquisito una nuova accezione non più di settore, ma generale, registrata ormai tra i neologismi della Treccani (2014): “Ideologia che si fonda sulla presunta superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra.”

Nel suo significato storico, il termine era un adattamento del russo suprematizm (a sua volta derivato dal latino supremus), mentre la nuova accezione ci arriva dall’inglese supremacist, che indica chi rivendica la supremazia di qualcosa o qualcuno, e per esempio un male supremacist è un maschilista convinto della superiorità dei maschi, mentre i suprematisti bianchi teorizzano la superiorità della razza bianca o comunque il potere delle etnie bianche.

“Suprematismo” si può dunque considerare un “internazionalismo” concepito alla maniera di Leopardi, che aveva notato l’affermarsi ovunque di “europeismi” comuni a tutte le lingue (come dispotismo, analizzare, demagogo, fanatismo…) che avrebbe persino voluto raccogliere un dizionario. Anche se oggi si spacciano per “internazionalismi” le parole in inglese crudo, il poeta di Recanati aveva invece in mente le radici comuni a tutte le lingue che venivano adattate in ogni idioma. La distinzione è fondamentale, perché senza l’adattamento una lingua si sarebbe “corrotta”, ma visto che nel frattempo gli internazionalismi sono ormai quasi solo in inglese potremmo dire che la nostra lingua sia colonizzata, più che semplicemente corrotta.

Fatta questa premessa, l’interferenza dell’inglese arricchisce il nostro vocabolario, quando introduciamo il nuovo significato di “suprematismo” che non solo è adattato, ma è anche perfettamente amalgamato con il nostro sistema linguistico, al contrario per esempio di supremacism che mantiene la pronuncia e la grafia che appartengono alla lingua di provenienza.
E allora il nuovo concetto di suprematismo si può accogliere senza remore come un naturale sviluppo della nostra lingua che si evolve insieme alla storia, alla società e anche in relazione con le altre lingue. E, una volta accettata e fatta nostra la nuova accezione, potremmo usarla anche in altri modi rispetto a quelli in uso nell’anglosfera, dove il termine si impiega di solito per indicare (e criticare) l’ideologia basata sul suprematismo e il potere bianco (white power).

Cosa ci impedisce, dunque, di applicare il nuovo significato ai contesti linguistici?

Il suprematismo davanti alle lingue

Perché il suprematismo – ritornando alla definizione della Treccani – dovrebbe limitarsi a indicare solo la “superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra” e non anche la superiorità di una lingua sulle altre?

La Wikipedia, per esempio, definisce il suprematismo o potere bianco “un movimento ideologico basato sull’idea generale che i bianchi siano superiori agli altri gruppi etnici” e precisa che il “termine è talvolta utilizzato per descrivere l’influenza che hanno personalità bianche nella scena politica e sociale globale” e che il “movimento sposa ideologie come il razzismo, l’identitarismo, il razzialismo e l’etnocentrismo”.

Se sleghiamo questi nuovi significati dal loro ancorarsi a situazioni contingenti e passiamo dal particolare al generale, forse sarebbe arrivato il momento di parlare esplicitamente anche del suprematismo linguistico, che al contrario degli altri non viene affatto stigmatizzato. E seguendo la stessa impostazione non ci resta che constatare che i suprematisti dell’inglese sono l’espressione di un’ideologa basata sull’idea che l’inglese sia superiore – o comunque più prestigioso – rispetto alle altre lingue. Le conseguenze di questa prospettiva sono la causa della moltiplicazione degli anglicismi crudi (termini spaccati di volta in volta come più evocativi/moderni/internazionali/maggiormente tecnici…), ma allo stesso tempo i suprematisti dell’inglese sono coloro che ne teorizzano l’egemonia sulla scena globale, e dunque vogliono fare dell’inglese la lingua dell’Ue, dell’università, della scienza… e creare le nuove generazioni bilingui a base inglese nell’intero Occidente (a dire il vero, un luogo che non c’è).

La principale differenza con il suprematismo bianco è che il suprematismo dell’inglese mediamente non è teorizzato, ma dato per scontato e imposto ai cittadini in modo surrettizio. E invece di venir tacciato di essere discriminante, viene esaltato e perseguito attraverso (costosissime) politiche linguistiche internazionali tutte a discapito delle lingue locali. Questo aspetto era denunciato con fermezza per esempio dalla ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità?”, 1999).

Chi sono i suprematisti dell’inglese e come operano

Il suprematismo dell’inglese nasce dalle politiche neo-coloniali dei Paesi dominanti e dell’anglosfera, che hanno tutta la convenienza a esportare la propria lingua naturale nel loro nuovo impero culturale globalizzato. E così a livello lessicale si diffonde la terminologia in inglese delle multinazionali, mentre la lingua inglese nella sua interezza diviene più o meno ufficialmente quella dell’aeronautica, dei militari, delle organizzazioni internazionali, della scienza, del lavoro…

A favorire e legittimare questa espansione che dà per scontato che tutto il mondo dovrebbe imparare la lingua nativa dei popoli dominati – che non studiano altre lingue e proferiscono che tutti gli altri parlino la loro – ci sono poi i “collaborazionisti” tutti interni che sposano questa visione, e ostentano l’uso dell’inglese con compiaciuto orgoglio in un’alienazione della propria lingua madre vissuta come inferiore. Per costoro non sapere l’inglese è inaccettabile, è una grave forma di “ignoranza”, come se un poliglotta che conosce per esempio il francese, lo spagnolo e il tedesco valesse meno di chi parla solo l’inglese. Ed ecco che quando un politico italiano si trova a dover esprimersi in inglese in qualche contesto, scatta il giudizio mediatico: viene messo alla berlina per il suo cattivo inglese ridicolo (come è accaduto a Renzi, Rutelli e tanti altri), mentre viene esaltato per la sua padronanza dell’inglese nel caso di Draghi o della Meloni. Come se i giudizi sulla qualità di inglese raggiunta avessero qualcosa a che fare con la capacità di essere dei buoni politici.

I collaborazionisti del suprematismo dell’inglese, in Italia, sono i rappresentati dai ceti alti, dall’egemonia culturale di chi sta alla dirigenza, e visto che siamo un Paese satellite degli Usa (anche se ultimante il nostro amore sviscerato è sempre meno ricambiato) tutta la nostra cultura è una mera riproposizione di ciò che arriva d’oltreoceano.

Tra i fantastiliardi di esempi che si potrebbero fare della nuova lingua di classe a base inglese, ne riporto uno che mi ha segnalato Carlo Vurachi: si tratta di un articolo sull’Open innovation della direttrice dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano (che per la cronaca è l’università che ha lanciato il progetto pilota di insegnare solo in inglese e di estromettere l’italiano dalla formazione). Nel pezzo (definito un guest post) pubblicato sulla rivista StartupItalia, si parla di joint-Venture e del recente fenomeno del Corporate Venture Building, delle competenze interne per sviluppare l’outbound rispetto all’inbound, del coinvolgimento del Top Management, di orizzonti temporali a volte sganciati dal business as usual, del corporate venture capital (oggi al 25% come componente dell’equity) e via così. La lingua è l’itanglese, non l’italiano, e in questo tipo di comunicazione i concetti sono riproposti direttamente in inglese (Open innovation mica innovazione aperta) e l’italiano si riduce a una lingua secondaria in cui spiegare le cose che si chiamano direttamente nella lingua superiore. In questo modo si educano gli italiani a questa terminologia e a questo abbandono della nostra lingua, e tutto ciò mi pare non sia altro che colonizzazione linguistica (o perlomeno lessicale) per chiamare le cose con il loro nome.

I suprematisti e collaborazionisti dell’inglese che operano in questo e in tutti gli altri ambiti, sono poi supportati da chi viene educato e colonizzato a questa lingua, a partire dai giornalisti che, invece di ricorrere all’italiano riprendono il gergo anglicizzato tecnico e lo ripropongono senza filtri a tutti. In questo processo, come aveva compreso Gramsci, questo modello linguistico ostentato dalle classi egemoni finisce per diventare un modello che per forza di cose si estende ed è poi imitato anche dalle masse nazional popolari: se l’esperto e il giornalista parlano di Open innovation al posto di innovazione aperta finisce che anche l’uomo della strada ripeterà in inglese lo stesso concetto, visto che l’italiano viene estromesso e regredisce. Ma anche Orwell aveva perfettamente compreso che l’affermazione di una lingua non è affatto un processo democratico, ma avviene “grazie all’azione consapevole di una minoranza”. Nel suo 1984, immaginava proprio come il Grande Fratello cercasse di imporre la Novalingua sulla Veterolingua, perché la lingua è potere, e il suo controllo è strategico. Oggi questa newlingua è agevolata dai nuovi strumenti come la cosiddetta intelligenza artificiale, e infatti se interroghiamo lo strumento denominato da Google in inglese – AI Mode e non modalità IA – su cosa sia l’Open innovation ci spiega che si tratta di un modello strategico che prevede la collaborazione con partner come le startup, in un processo collaborativo di condivisione delle risorse interne (licenze, spin-off) rivolte ad altre aziende (modello inside-out), da cui si mutuano allo stesso tempo altre risorse (modello outside-in) anche sfruttando il crowdsourcing.

È così che le lingue, giorno dopo giorno, regrediscono e, incapaci di evolversi con le proprie risorse, finiscono per essere fagocitate dalla lingua superiore praticata dai suprematisti dell’inglese.

Dunque sui giornali gli animali domestici diventano pet (persino i gatti hanno nomi in inglese come Molly), il lavoro da casa è smart working, le anteprime sono trailer, i documentari sono ribattezzati docufilm, e le associazioni suprematiste si denominano in inglese, come l’Italian resuscitation council (il Gruppo “Italiano” per la Rianimazione Cardiopolmonare)

Sarebbe ora di riflettere sul fenomeno con maggiore consapevolezza, e anche di denunciare chiaramente che tutto ciò non significa essere moderni e internazionali, ma soggiogati da un cultura e da una lingua superiore. E che sul piano etico, oltre che pratico, i suprematisti dell’inglese non sono affatto qualcosa di diverso dai suprematisti bianchi, rappresentano un’analoga forma di sopraffazione.

Anche se ormai nella nostra società sempre più globalizzata negli shop (come si rinominano i negozi) si vendono biglietti con gli auguri di Natale in inglese (ma vale anche per gli happy birthday) e anche le icone e le gif animate da inserire nelle e-mail sono spesso direttamente in inglese, al punto che bisogna cercare bene per trovare qualcosa in italiano, in queste feste evitate di augurare Merry Christmas and a Happy New Year allo zio Pino. Evitate il suprematismo dell’inglese e siate orgogliosi del nostro italiano, almeno di quello che ne resta.

Auguri e buone feste a tutti.

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Europeismi e forestierismi: la lezione del Leopardi linguista che non dovremmo dimenticare


Di Antonio Zoppetti

Un tempo molti grandi scrittori – da Dante sino a Manzoni o Leopardi – erano anche linguisti, nel senso che avevano una ben precisa idea di cose fosse per loro l’italiano, e nello scrivere o nel poetare la mettevano in pratica, partecipando ai dibattiti sull’eterna questione della lingua anche da un punto di vista teorico.

Lo Zibaldone, per esempio, è pieno di interessantissime riflessioni linguistiche di grande spessore e modernità, in cui si ritrovano spunti attualissimi, a proposito dei forestierismi e dell’interferenza del francese, che era all’epoca la lingua dominante in Europa almeno quanto oggi lo è l’angloamericano. E il pensiero del Leopardi linguista contiene delle speculazioni utili anche per valutare e comprendere l’attuale interferenza dell’inglese, pur con le grandi differenze storiche che nel frattempo sono sopraggiunte.

Quella più macroscopica sta nel fatto che all’inizio dell’Ottocento l’italiano non era ancora una lingua unitaria, ma solo una lingua letteraria impiegata da secoli per scrivere, ma che non esisteva nel parlare, visto che le masse si esprimevano nei propri dialetti.

Nello Zibaldone questa situazione è raccontata in modo molto chiaro: mentre il francese era una lingua “unica” – cioè unificata sotto l’egida di uno Stato nazionale che noi non avevamo – l’italiano era definito come un “aggregato” o “complesso di lingue” più che una sola. Anche se la nostra lingua era particolarmente amata all’estero, ciò derivava dal fatto che “gli stranieri non conoscono, si può dire, altra letteratura nè lingua italiana scritta, se non l’antica” perché una lingua italiana media non esisteva fuori dalla letteratura di Dante o Boccaccio, mentre la letteratura moderna non aveva avuto un analogo successo internazionale, non era ancora “formata, riconosciuta e propria”.

Dunque l’italiano era allora una lingua di classe, “la lingua scritta degli scrittori” che differiva dalla parlata “più che in qualunque altro paese culto, certamente Europeo.” Questo italiano scritto era basato sul toscano o il fiorentino dei grandi classici, che i puristi e il Vocabolario della Crusca avevano fissato come il canone da seguire, ma non coincideva con le parlate moderne dei toscani, era una lingua un po’ arcaica e artificiale, che se ne differenziava.

I puristi e i cruscanti ammettevano solo le parole dei classici del passato, ma una lingua moderna ha bisogno continuamente di creare nuove parole, sottolineava Leopardi, e il modello teorizzato dal purismo rendeva l’italiano qualcosa di arcaico, una lingua vecchia dove il guardare al passato rappresentava un impoverimento:

“Questo accade in ogni lingua; tutte si vanno rinnovando, cioè dismettendo delle vecchie, e adottando delle nuove voci e locuzioni. Se questa seconda parte viene a mancare, la lingua non solamente col tempo non crescerà nè acquisterà, come hanno sempre fatto tutte le lingue colte (…) ma per lo contrario perderà continuamente, e scemerà, e finalmente si ridurrà così piccola e povera e debole, che o non saprà più parlare nè bastare ai bisogni, o ricorrerà alle straniere”.

Da questi presupposti arrivava a riflessione sul ruolo dell’interferenza delle lingue straniere, che era lucidamente analizzata nelle sue componenti positive e negative, con argomentazioni inoppugnabili che pare che i linguisti moderni abbiano dimenticato, e che dovremmo invece tenere ben presenti a proposito dell’attuale interferenza dell’inglese, se non vogliamo che sia distruttiva, e che invece di arricchirci finisca con l’impoverirci.

Il francese come modello di svecchiamento dell’italiano

Nel Settecento si era radicata l’idea che il francese fosse una lingua ben più adatta alla chiarezza dell’italiano anche dal punto di vista dello stile, cioè del periodare e della sintassi, perché seguiva l’ordine soggetto-predicato-complementi che veniva considerato più lineare rispetto alla prosa in italiano dove le collocazioni erano meno rigide e più libere, e spesso dominavano le costruzioni arcaiche, tipiche della lingua di Boccaccio che a sua volta ricalcava lo stile dell’ipotassi latina, dove il verbo era collocato a fine frase. I puristi difendevano questi modelli che dominavano soprattutto nella poesia e tra i classicisti, ma chi voleva essere più lineare e moderno seguiva invece il modello del francese, più semplice ed efficace soprattutto per ragionare, filosofeggiare, scrivere articoli di giornale o scientifici.

Leopardi era favorevole a ricalcare il periodare francese in italiano e a farlo divenire un modello di svecchiamento dell’italiano. E criticava chi invece preferiva scrivere direttamente in francese, per porsi come internazionale:

“Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, (…) riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo”.

Questo svecchiamento non riguardava soltanto lo stile e la prosa, ma anche il lessico. Mentre i puristi respingevano le parole nuove, quelle tecnico-scientifiche, quelle non toscane o di origine straniera definite come “barbarismi” e voci “infranciosate”, Leopardi aveva una visione ben più moderna e precisa, in proposito. E la netta linea di confine che distingueva l’imbarbarimento di una lingua dalla sua più sana evoluzione stava nell’adattamento e nel non violare “l’indole” di una lingua (che nel Settecento era spesso indicato attraverso un francesismo che proveniva dalle speculazioni degli illuministi: il genio della lingua).

“Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di sapore, e ripugna sì dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua, e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocchè se noi usassimo p.e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare perchè questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei barbarismi quali sono p.e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi italianizzati, e non già trasportati p.e. colle stesse forme e terminazioni e pronunziazioni francesi, chè questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E domando perchè il barbarismo così definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle scritture”.

La differenza con gli approcci puristici stava dunque in questa semplicissima e chiarissima considerazione che molti linguisti moderni hanno rimosso, visto che come i puristi di una volta fanno di tutta l’erba un fascio e una gran confusione. Spesso parlano di forestierismi – che però ormai coincidono quasi esclusivamente con le parole inglesi – senza distinguere le parole adattate da quelle crude; come se una parola come “resilienza” (che deriva dall’inglese, ma è italiana nella forma) e “governance” (che al contrario di “governanza” è in inglese crudo) fossero la stessa cosa e avessero lo stesso impatto. E così, se parecchi linguisti danno del “purista” a chi denuncia la moltiplicazione selvaggia di espressioni in inglese crudo, sono invece loro a fare come i puristi, quando considerano gli anglicismi adattati e non adattati in un’unica categoria. E bisognerebbe ricordar loro che l’idea di adattare e di non violare l’indole della nostra lingua apparteneva proprio ai più grandi oppositori del purismo di ogni epoca: da Muratori a Cesarotti, dai fratelli Verri a Leopardi… chi riconosceva ed era favorevole all’arricchimento che proviene dalle lingue straniere non si sarebbe mai sognato di legittimare l’adozione di forestierismi crudi che possiedono un’altra forma e un’altra pronuncia rispetto all’italiano basato sul toscano.

Leopardi, come gli altri autori citati, insisteva sul fatto che persino il padre dell’italiano aveva fiorentinizzato in un’unica lingua uniforme parole regionali, latine e straniere, rendendole a questo modo perfettamente italiane:

“E p.e. di Dante, si vede chiaramente ch’egli si studiò di parlare a’ suoi compatrioti co’ modi e vocaboli provenzali, a cagione che la nazion provenzale era allora la più colta, ed aveva una specie di letteratura, abbastanza nota in Italia, e che rendeva la lingua provenzale così domestica agl’italiani colti, che le sue parole o frasi, italianizzandole, non erano enigmi per loro, e così poco volgare che le dette voci e frasi non erano ordinariamente nella loro bocca (come non lo sono ora le latine che p.e. i poeti derivano di nuovo nell’italiano, e che tutti intendono)”.

Gli europeismi di Leopardi: il modo più sano per essere internazionali

Leopardi distingueva chiaramente le paroledai termini. Le prime “non presentano la sola idea dell’oggetto significato, ma quando più quando meno immagini accessorie (…). Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perchè determinano e definiscono la cosa da tutte le parti.” Se le parole sono caratterizzate da una certa elasticità, possiedono tanti significati a seconda dei contesti e oltre a designare un oggetto o concetto possiedono una connotazione, diremmo in termini moderni, i termini sono invece neutri e univoci. Per il poeta di Recanati, in linea di massima, “quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di termini, dico quando questa abbondanza noccia a quella delle parole”. E il francese, la lingua allora internazionale, nel suo essere chiaro e adatto all’esposizione per esempio scientifica, filosofica o argomentativa, correva anche dei grossi rischi: “Il pericolo grande che corre ora la lingua francese è di diventar lingua al tutto matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini in ogni sorta di cose, e dimenticanza delle antiche parole. Benché questo la rende facile e comune, perch’è la lingua più artifiziale e geometricamente nuda ch’esista oramai.”

Il francese internazionale – oggi rimpiazzato dall’inglese – possedeva dunque elementi di chiarezza molto positivi, ma allo stesso tempo rischiava di diventare una lingua un po’ piatta e sterile fuori da questi impieghi.

Venendo alla lingua per esempio della scienza o della filosofia, Leopardi notava che ormai esisteva una terminologia europea:

“Da qualche tempo tutte le lingue colte di Europa hanno un buon numero di voci comuni, massime in politica e in filosofia (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene. (…) Così che vengono a formare una specie di piccola lingua, o un vocabolario, strettamente universale.” Questi termini possedevano degli elementi di modernità e chiarezza molto utili, e l’Italia non doveva porsi al di fuori di questa tendenza.

“Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese, e ciò stante la somma influenza di quella lingua e letteratura nelle lingue e letterature moderne (…). Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo (…) anche per l’Italia, che sta pure nel mezzo d’Europa. (…) Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi.”

Questi europeismi di cui veniva esaltata l’importanza non erano come gli anglicismi crudi che oggi sono proclamati “internazionalismi”, erano radici comuni che spesso arrivavano dal francese, ma anche dalle radici soprattutto greche, oltre che latine, che si utilizzavano per coniare nuovi termini scientifici. E queste radici comuni e comprensibili a tutti gli europei venivano adattate nelle desinenze e nella pronuncia secondo l’indole di ogni lingua, dunque erano un arricchimento che non imbarbariva le lingue locali, ma al contrario le arricchiva.

Leopardi avrebbe addirittura voluto creare un vocabolario di questi europeismi, e tra questi c’erano parole come egoismo, immaginazione, fantasia, e ancora:

Genio, sentimentale, dispotismo, analisi, analizzare, demagogo, fanatismo, originalità ec. e tante simili che tutto il mondo intende, tutto il mondo adopera in una stessa e precisa significazione, e il solo italiano non può adoperare (o non può in quel significato), perchè? perchè i puristi le scartano”. E invece, “sarebbe opera degna di questo secolo, ed utilissima alle lingue non meno che alla filosofia, un Vocabolario universale Europeo che comprendesse quelle parole significanti precisamente un’idea chiara, sottile, e precisa, che sono comuni a tutte o alla maggior parte delle moderne lingue colte. (…) Questo Vocabolario che sarebbe utilissimo a tutta l’Europa, lo sarebbe massimamente all’Italia, la quale dovrebbe vedere quanta copia di parole che tutta l’Europa pronunzia e scrive, e riconosce per necessarie, ella disprezzi e proscriva, senz’averne alcuna da surrogar loro. E la lingua italiana dovrebbe adottare le dette voci senza timore di corrompersi più di quello che si sieno corrotte coll’adottarle, tutte le altre lingue europee. E non dovrebbe volere, anzi vergognarsi, che un tal vocabolario essendo Europeo, non fosse italiano quasi che l’italiano non fosse Europeo”.

In questa visione europeista ante litteram – intorno al 1821 quando il poeta scriveva queste cose l’Italia politica non esisteva affatto – l’italiano avrebbe dovuto ancorarsi agli europeismi, invece di guardare solo al modello dei puristi, e davanti a un europeismo come commercio, per esempio, avrebbe fatto meglio a impiegarlo, invece di ricorrere ad analoghe voci storiche esistenti come per esempio mercatura o traffico, proprio in nome di un internazionalismo che rendeva comprensibile una voce perfettamente italiana come “commercio” a tutta l’Europa.

Dagli europeismi al globish

Oggi l’interferenza dell’inglese globale non è paragonabile, a quella del francese dei tempi d’oro. Leopardi aveva individuato molto bene anche che il ruolo delle lingue dominanti dipendeva da motivazioni coloniali, e la presunta “universalità” di una lingua deriva dal fatto da essere parlata “in molte parti del mondo”, oltre che nei confini nazionali, e “nell’essere anche introdotta presso molte nazioni col mezzo di quelli che la parlano naturalmente, sia coll’abolire la lingua dei vari paesi (…), sia coll’alterarla o corromperla più o meno per mezzo della mescolanza”.

L’italiano, da allora, è ormai diventato unitario, ed è una lingua naturale. E l’inglese, nel frattempo, ha scalzato il francese come lingua internazionale che veicola tutta la nuova terminologia. Ma penetrando in modo crudo, determina il sorgere dell’itanglese, del franglais, del Denglisch e via dicendo. Tutto ciò è causato da una mentalità provinciale per cui gli anglomani ritengono l’inglese la nuova lingua internazionale prestigiosa, e questo fenomeno si intreccia con l’espansione neocoloniale della lingua dei mercati e delle multinazionali. Spesso qualche linguista se ne esce con affermazioni per cui “adattare” non sarebbe più di moda, ma questo è semplicemente falso: non si adatta l’inglese perché è considerata una lingua superiore da non snaturare. E infatti molti linguisti che sostengono che il nuovo italiano policentrico non si basa più sul toscano e accoglie molte parole di provenienza anche regionale, non la raccontano tutta. È vero, per esempio, che una parola veneta come giocattolo ha avuto la meglio sul toscano balocco, ma quello che non si spiega è che nel vernacolo di partenza era “zugatolo,” cosi come in milanese c’era il “panetun” (o “paneton”) poi italianizzato in “panettone”. Dunque, nel suo diventare policentrico, l’italiano aperto ai regionalismi allo stesso tempo li addomestica, più che recepirli con le proprie caratteristiche. In sintesi le parole dialettali si adattano istintivamente all’indole dell’italiano – come dovrebbe essere naturale nelle lingue sane – e vengono in questo modo assimilate, mentre quelle inglesi vissute come più prestigiose penetrano quasi sempre in modo crudo.

Ma non fare altro che importare anglicismi crudi non può che portare alla regressione dell’italiano che Leopardi – e tutti gli altri illuminati avversari del purismo – denunciavano.

Per essere davvero “internazionali” ci converrebbe invece seguire l’europeismo leopardiano, e cioè adattare le voci internazionali – inglesi e di ogni altro idioma – all’indole delle lingue locali. E invece di importare parole come lockdown o creare pesudoanglicismi con smart working, ci converrebbe legarci alle soluzioni delle nostre lingue sorelle e parlare di confinamento o di telelavoro esattamente come fanno in Francia o in Spagna. La via indicata da Leopardi, che è stata dimenticata, è invece l’unica via che permetterebbe all’italiano, e a tutte le altre lingue europee, di crescere senza snaturarsi e di mantenere, e creare, una forte coesione.

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