Il concerto di Gastone Pietrucci e La Macina insieme a Elisa Ridolfi, vincitrice del Premio Tenco 2024 per la migliore opera prima, si è rivelato un'esperienza suggestiva e toccante. Il luogo prescelto, una radura a pochi metri dal borgo medievale di Cerreto di Montegiorgio, ha donato all'evento un'atmosfera intima e quasi magica. Seduti su semplici assi di legno grezzo, ci siamo ritrovati a stretto contatto con i musicisti, annullando ogni barriera e favorendo una vera e propria comunione tra artisti e ascoltatori. Nonostante la qualità del suono non fosse sempre eccelsa, quasi a voler dimostrare che quello che conta è la sincerità e non la perfezione artificiale, l'espressività dei musicisti ha superato ogni limite tecnico. Le emozioni scaturite da ogni nota e da ogni parola sono state così coinvolgenti da rendere l'esperienza unica e indimenticabile. L'esibizione ha offerto un viaggio musicale che ha saputo unire brani originali ad omaggi ad alcuni dei più grandi cantautori italiani: le canzoni di De André, Ciampi, Tenco e Piero Cesanelli (padre della rassegna musicale Musicultura) sono state reinterpretate con passione e rispetto. Momenti di rara intensità si sono raggiunti con le esecuzioni appassionate di "Vedrai, vedrai" di Luigi Tenco e del canto popolare "Sotto la croce Maria", così come con la sorprendente interpretazione della “Ballata degli impiccati” di De André, che è stata introdotta dalla voce nuda e dirompente di Elisa Ridolfi. Questi passaggi hanno trasformato la serata da un semplice concerto in un'esperienza quasi spirituale di condivisione di sentimenti e storie, confermando ancora una volta il valore di una musica che affonda le radici nella tradizione, ma che sa parlare con forza e attualità al cuore di chi ascolta. (13agosto2025 - #worldland festival)
Un gruppo di esuli ebrei in fuga dai Balcani arriva in Italia proprio nell’anno 1943 e, per una serie di circostanze dovute non si sa se al caso o a un destino fortunato, capita in quel di Amandola, alle pendici dei monti Sibillini. Qui i fuggiaschi trovano accoglienza, aiuto e una protezione ad oltranza non solo per opera di una famiglia di quella cittadina, la famiglia Brutti, ma anche a seguito di una vera e propria gara di solidarietà di tutta la comunità amandolese. Giuseppe Brutti era dal 1939 capostazione in Amandola, capolinea della ferrovia Adriatico-Appennino. Della sua famiglia facevano parte la moglie Lucci Elvira e i figli Maria Luisa, Mario e Giancarlo. Maria Luisa era fidanzata con Ferdinando Farina (Nando), suo compagno di scuola. Questi, nel 1943, aiutava spesso il capostazione nel suo lavoro estremamente oneroso. Nel mese di settembre del 1943 Nando stava facendo i conteggi degli incassi per i biglietti viaggiatori e per trasporto merci quando il capostazione Brutti lo avvertì che doveva salire al piano superiore della stazione perché nella sala d’aspetto c’erano vecchi, donne e bambini. Si trattava di una donna anziana con tre figlie, un genero e tre nipoti. Il senso d’ospitalità della famiglia Brutti non fece difetto. A tutti i nuovi arrivati, che non sapevano se e come proseguire il viaggio, fu offerta una cena e la possibilità di passare la note al riparo. Ricorda Giancarlo Brutti, uno dei figli del capostazione: “La persona più anziana del gruppo, nel ringraziare il Signore e i miei genitori, rivela che da tre mesi non mangiavano un piatto caldo. A questo punto il gruppo capisce di trovarsi di fronte a persone amiche e confidano le loro origini e le loro paure”. Ed ecco il resoconto stilato in via ufficiale a firma di due delle giovani di quel gruppo, le figlie Ena e Alisa Benarojo Almuli in occasione del conferimento alla famiglia Brutti del titolo di “Giusti tra le nazioni” da parte delle autorità israeliane nel 2004. E’ il titolo riconosciuto a coloro che in vari modi si sono opposti al progetto di sterminio degli ebrei, che hanno salvato le loro vite e protetto i perseguitati. “La nostra famiglia scappò da Belgrado, in Jugoslavia, nel Novembre 1941. Dopo un lungo e pericoloso viaggio fummo trasportati in Italia e internati in un villaggio chiamato Cison in Valmarino, in provincia di Treviso (nella regione Veneto). Rimanemmo lì fino all’invasione tedesca, nel Settembre 1943. Con falsi documenti lasciammo Cison diretti verso sud nella direzione delle Forze Armate Alleate. La nostra famiglia era formata dalla più anziana, la nonna Reuna Davico Almuli, nostro zio, Dottor Isak Eskenazi, sua moglie Ela Almuli Eskenazi e la figlia Vera, la nostra altra zia Lea Almuli, nostra madre Reli Benarojo Almuli e noi due, allora di 6 anni e mezzo e otto. Viaggiammo per parecchi giorni usando vari mezzi di trasporto. L’ultimo di questi fu un treno, verso sud, che si fermò in una città chiamata Amandola, in provincia di Ascoli Piceno (nella regione delle Marche) dove, esausti, decidemmo di passare la notte. Il capostazione, il sig.Giuseppe Brutti, che viveva sopra la stazione con la sua famiglia, notò il nostro arrivo, ci aiutò a sistemarci nella stazione, ci diede informazioni sul treno successivo verso sud. Era sera quando il sig.Brutti se ne andò per raggiungere la sua famiglia per la cena; ma poi tornò indietro insistendo che noi tutti e otto raggiungessimo lui e la sua famiglia per dividere insieme la cena. E’ proprio qui, in questa stazione, che la storia che vogliamo dirvi comincia. Questo fu l’inizio di una relazione durevole con la famiglia davvero speciale di Elvira e Giuseppe Brutti, che in molti altri modi dimostrava di avere le stesse virtù di molte altre famiglie della città di Amandola. E’ la loro umanità, generosità, altruismo a scapito della loro salvezza che vogliamo ufficialmente riconoscere. Dopo che fummo nutriti, ci furono date delle brandine, materassi e coperte per dormire. Il mattino dopo, capendo che eravamo incerti se continuare il viaggio verso sud, il sig.Brutti organizzò una riunione con alcune persone fidate della città, Monsignor Eugenio Verdini e il Dottor Cesare Apolloni. Fu detta loro la nostra storia di ebrei che scappavano dai nazisti e allora, pienamente consapevoli della nostra situazione, incluse le nostre magre risorse finanziarie, fu raggiunta la decisione che la nostra famiglia poteva rimanere al sicuro in Amandola. Il sig.Brutti, Monsignor Verdini e il dottor Apolloni velocemente ci trovarono un alloggio. Essi organizzarono pure un ‘comitato’ di interscambio e le persone della città ci fornirono miracolosamente di tutte le cose di base per la nostra sopravvivenza in Amandola. Alcuni comprarono cibo, altri letti e coperte e lenzuola. Altri raccolsero vestiti, pentole e padelle, piatti, argenteria, sapone fatto a casa, etc. Nessun compenso materiale fu mai richiesto o pagato e noi continuammo ad approfittare della loro generosità e di quella di altre persone per tutto il tempo in cui ne avemmo bisogno. Amandola era sotto l’occupazione tedesca durante questo periodo. Se i tedeschi avessero scoperto che i Brutti così come altri avevano dato riparo e si erano presi cura di una famiglia di ebrei rifugiati con false identità, le conseguenze sarebbero state estremamente severe: prigionia, tortura o esecuzione (essi si erano assicurati che tutti nella città fossero consapevoli di questo con la tortura pubblica e l’esecuzione di un uomo innocente, tale Biondi). Mentre potremmo nominare numerosi individui che vennero in nostro aiuto, i Brutti furono i primi e rimasero coinvolti in modo considerevole con le nostre vite mentre eravamo in Amandola. Accadde che un collaboratore, un calzolaio di Genova, denunciò la nostra presenza ai tedeschi. Prima che fossero in grado di venire a prenderci, i nostri salvatori, mettendo ulteriormente a rischio le loro stesse vite, organizzarono la nostra veloce e sicura fuga a San Cristoforo, un piccolo paese nelle colline vicine. Lì stemmo nascosti per ancora un po’ di tempo, finché le Forze armate alleate liberarono la città di Amandola. Le motivazioni dei nostri salvatori, per quanto accertabili, furono amicizia, altruismo, credo religioso, spirito umanitario e altro. Crediamo che i forti principi umanitari sostenuti da una pari fede religiosa furono i principali fattori motivanti. Non abbiamo altra prova che la nostra stessa esperienza e la sopravvivenza della nostra famiglia. Se i Brutti e altri nella città non si fossero presi la responsabilità di accoglierci, di metterci al sicuro, di darci un riparo a rischio stesso delle loro vite, noi non saremmo sopravvissuti alla guerra. Come abbiamo sottolineato sopra, molti individui vennero in nostro aiuto, tutti degni del riconoscimento che Voi patrocinate. Più o meno tutti i nostri salvatori sono morti. Noi ci siamo tenuti in contatto con i figli dei Brutti che crebbero con noi. Sono diventati la nostra famiglia estesa. Abbiamo indicato i Brutti come gli autori più rilevanti della nostra salvezza. Essi furono i primi a darci riparo e cibo, essi furono coloro che coinvolsero gli altri in Amandola per metterci al sicuro e salvarci in quell’anno. Il Settembre scorso passammo una settimana in Amandola con i nostri cari amici Brutti. Ricordammo insieme i tragici eventi e l’indiscutibile generosità dei cittadini di Amandola. Abbiamo capito che siamo in ritardo di 55 anni nel riconoscere il merito dei nostri salvatori.” E’ una bella storia di solidarietà che fa onore non solo a tutta la famiglia Brutti, ma all’intera comunità dei cittadini amandolesi, che assicurarono una protezione unanime alla sfortunata famiglia di esuli ebrei nonostante il clima di paura che la presenza in città di un presidio tedesco aveva ormai imposto.