Parliamo di compassione


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La gente pensa che la compassione sia una roba da persone “troppo buone”, quelle che sorridono sempre, annuiscono, dicono “capisco” a tutto.
No.
Quella non è compassione, è spesso solo evitare il conflitto.
La vera compassione è molto più scomoda.
Perché la compassione non è solo gentilezza, è gentilezza con gli occhi aperti.
Significa vedere il dolore di qualcuno senza scappare, senza giudicare immediatamente e senza trasformarlo subito in una sentenza.
E questo è difficile.
Perché quando qualcuno soffre, o quando qualcuno sbaglia, il cervello fa una cosa automatica, cioè giudica.
“Se l’è cercata.”
“Doveva pensarci prima.”
“Io non avrei fatto così.”
Il giudizio è veloce, la compassione invece richiede lavoro.
Perché per essere compassionevole devi fare qualcosa che l’ego odia, devi metterti nei panni dell’altro senza perdere i tuoi.
Devi sentire, comprendere, ma non devi diventare cieco.
La compassione non è giustificare tutto, né essere ingenui e neanche permettere a chiunque di farti del male.
È riconoscere che gli esseri umani sono complicati, imperfetti, confusi proprio come te.
Dentro la compassione c’è empatia, gentilezza e anche passione.
Perché “com-passione” significa letteralmente soffrire con.
E soffrire con qualcuno richiede presenza.
Non puoi farlo distrattamente o mentre stai pensando a quanto sei superiore.
Devi stare lì, con la fragilità dell’altro e con la tua.
E la verità è che la compassione è difficile proprio perché ti costringe a ricordare una che la distanza tra te e chi sbaglia non è poi così grande.
Non è debolezza questa, è maturità emotiva.
È la capacità di vedere la complessità dove il giudizio vede solo colpa.
E in un mondo che reagisce sempre più in fretta, sempre più duramente, sempre più superficialmente, la compassione non è sentimentalismo, è forza.
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Sei arrabbiato?


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Sei arrabbiato.
Bene. Davvero. Bene.
La rabbia non è un difetto di fabbrica.
Non è una falla morale, ma un segnale.
Il problema non è che provi rabbia, ma cosa fai dopo.
Molti cercano di reprimerla perché “non sta bene”. Altri la vomitano addosso al primo che passa. Entrambe le cose sono modi eleganti per evitarla.
Accettare la rabbia significa una cosa molto più scomoda, significa restare lì dentro abbastanza a lungo da capire cosa sta proteggendo.
Perché la rabbia non è quasi mai l’emozione primaria, è una guardia del corpo.
Dietro c’è delusione, paura, sentirsi non rispettati e un confine superato.
Ma è più facile dire “sono arrabbiato” che ammettere “mi ha ferito”.
Accogliere la rabbia non significa giustificarla o fare danni, ma smettere di fingere che non ci sia.
Perché quando la reprimi, si incastra, Se la esplodi, distrugge, mentre se la ascolti, informa.
La rabbia ti dice dove non sei stato ascoltato, dove hai detto sì invece di no e dove hai tollerato troppo.
Non è il nemico, è un messaggio con un tono aggressivo.
La maturità non è non arrabbiarsi mai.
È saper dire:
“Ok, sono arrabbiato. Adesso vediamo perché.”
Non devi diventare zen, nessuno te lo sta chiedendo, ma devi diventare consapevole.
Perché una rabbia accolta diventa chiarezza, mentre una rabbia ignorata diventa risentimento. Se incontrollata poi diventa distruzione.
Sei arrabbiato?
Perfetto.
Adesso non usarla per colpire, usala per capire.
Perché sotto quella fiamma c’è qualcosa di importante che stai finalmente vedendo.
E ignorarlo sarebbe molto più pericoloso
della rabbia stessa.
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Se potessi vederti coi miei occhi


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Se potessi vederti coi miei occhi, ti darebbe quasi fastidio.
Perché non vedresti la versione insicura che hai costruito nella tua testa. Non vedresti la lista dei tuoi errori, né quel monologo interno che ti dice che non sei abbastanza.
Vedresti una persona che ha già fatto più di quanto riconosce.
Il problema non è che non hai potenziale.
È che sei intrappolato nella tua narrativa.
Tu vivi dentro i tuoi dubbi, io invece vedo i fatti.
Hai superato momenti che pensavi ti avrebbero spezzato. Hai imparato cose che anni fa non sapevi. Hai resistito più di quanto ti dai credito.
Eppure continui a raccontarti che non sei pronto.
Sai perché?
Perché il cervello è programmato per notare ciò che manca, non ciò che c’è.
Così ignori la resilienza, le capacità, i piccoli successi e ti concentri su ciò che non sei ancora.
Se potessi vederti da fuori, ti renderesti conto di una cosa brutale. Infatti non sei bloccato per mancanza di potenziale, ma per eccesso di autocritica.
Non ti manca forza, ti manca fiducia nel fatto che l’hai già dimostrata.
Non hai bisogno di diventare una versione migliore per farcela. Hai bisogno di smettere di sabotare quella attuale.
Non sei fragile. Sei abituato a dubitare.
E c’è una differenza enorme.
Il potenziale non è qualcosa che si vede nei sogni, lo vedi nella storia che hai già vissuto.
E se potessi guardarti con uno sguardo meno distorto, ti accorgeresti che non stai partendo da zero.
Stai solo rifiutando di riconoscere il punto in cui sei già arrivato.
Puoi farcela?
Sì.
Non perché te lo dico io, ma perché lo hai già fatto, in modi che non vuoi ammettere.
E finché continui a guardarti con gli occhi della paura, non vedrai ciò che è evidente a chiunque ti osservi senza il filtro dei tuoi dubbi.
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Perchè sono qui


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Ciao Fediverso 👋

Mi occupo di mindfulness e life coaching.
Non nel senso delle frasi motivazionali appese al muro.
Nel senso pratico: aiutare le persone a stare meglio dentro la propria vita, non dentro una versione idealizzata.
Qui parlerò di:
• gestione dello stress
• burnout da perfezionismo
• ipercontrollo mentale
• consapevolezza applicata alla quotidianità
• crescere senza diventare qualcun altro
Credo che la leggerezza non sia superficialità e che si possa essere profondi senza essere pesanti.
Credo anche che molte persone non abbiano bisogno di “diventare di più”, ma di togliere strati inutili.
Se ti interessa esplorare questi temi, sei nel posto giusto.
Se hai domande, scrivimi.
Se vuoi confrontarti, ancora meglio.
🌿🧘

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