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Gli Stati Uniti temevano un piano di Israele per uccidere i negoziatori iraniani


Washington temeva che l'uccisione del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf avrebbe fatto naufragare le trattative di pace con l'Iran.

Gli Stati Uniti stanno trattando con l'Iran per mettere fine alla guerra e, nello stesso momento, temono che Israele stia preparando l'uccisione dei negoziatori iraniani seduti al tavolo. La preoccupazione è tale che Washington fa avvertire Teheran, tramite altri Paesi della regione, del rischio che i suoi due uomini di punta finiscano nel mirino. A rivelarlo è il New York Times.

I due nomi al centro dei timori americani sono Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Entrambi hanno guidato le trattative con i Paesi della regione e con gli Stati Uniti, prima per un cessate il fuoco e poi per una pace più solida. Le preoccupazioni americane, spiega il quotidiano, sono cresciute durante i negoziati avviati in aprile.

Washington ha ammesso che, nella fase più dura della guerra, i due avrebbero potuto essere bersagli legittimi per Israele, che era deciso a rovesciare il governo islamico di Teheran. Ma quando i colloqui sono entrati nel vivo, ad aprile, è prevalsa una convinzione diversa: ucciderli avrebbe fatto saltare il tavolo e riacceso i combattimenti.

Una guerra, due strategie diverse


La guerra è cominciata il 28 febbraio con un attacco israeliano che ha ucciso la allora Guida Suprema della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, e altri alti dirigenti, grazie anche a informazioni dell'intelligence statunitense. Gli americani hanno colpito soprattutto la marina e le forze missilistiche iraniane, mentre Israele ha puntato subito sui vertici del regime, per eliminare quanti più alti funzionari possibile.

Tra le vittime dei raid aerei israeliani ci sono stati anche dirigenti considerati più pragmatici, con cui l'Amministrazione Trump sperava di trattare come Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale, e Kamal Kharazi, ex Ministro degli Esteri. Entrambi stavano partecipando ai negoziati con gli Stati Uniti quando sono rimasti uccisi negli attacchi aerei.

È qui che gli obiettivi di Washington e di Israele, quasi coincidenti all'inizio, hanno cominciato ad allontanarsi. Gli Stati Uniti volevano un accordo, Israele si è mostrato scettico fin dalla prima tregua di aprile. Quel cessate il fuoco di due settimane ha ricevuto un sostegno freddo da Israele e ha alimentato la sensazione, diffusa nell'opinione pubblica israeliana, che gli americani stessero chiudendo la guerra troppo presto.

Il risultato, per Israele, era il peggiore possibile: invece di cadere, il governo teocratico iraniano si era irrigidito e le Guardie della Rivoluzione avevano stretto ancora di più la presa sul Paese. A giugno Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo quadro per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare i successivi colloqui sul nucleare. Per i commentatori israeliani è stato un disastro: nessun cambio di regime, nessuna distruzione delle milizie alleate di Teheran, nessun colpo serio al programma missilistico. A pesare era anche il timore che l'intesa facesse arrivare miliardi di dollari in Iran, permettendogli di rialzarsi in fretta senza freni alle ambizioni nucleari.

L'aereo di Ghalibaf e la fuga via terra


Il Wall Street Journal aveva già scritto a marzo che Araghchi e Ghalibaf erano finiti su una lista di obiettivi israeliani, salvo esserne tolti mentre gli Stati Uniti aprivano i negoziati. Un funzionario americano ha confermato che l'Amministrazione Trump aveva saputo in quel periodo che almeno Ghalibaf era tra i bersagli, e aveva chiesto a Israele di fermarsi.

Non era la prima volta che il presidente del Parlamento rischiava la vita. Era già sfuggito alla morte nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e di nuovo quest'anno, quando un raid israeliano ha centrato una riunione segreta di alti funzionari in un bunker scavato sotto una montagna. In entrambi i casi è stato estratto vivo dalle macerie.

Per questo, durante i negoziati, l'Iran ha preso le sue contromisure. L'11 aprile Ghalibaf doveva volare a Islamabad per incontrare il vicepresidente statunitense JD Vance, ma i servizi di sicurezza iraniani temevano che Israele approfittasse del viaggio per ucciderlo insieme ad Araghchi e far saltare tutto. Teheran ha ottenuto dagli Stati Uniti, tramite gli intermediari pakistani e qatarioti, la garanzia che non ci sarebbero state operazioni coperte contro la delegazione iraniana. Caccia pakistani hanno scortato gli aerei iraniani, con oltre settanta persone a bordo, dal confine fino a Islamabad e ritorno.

Al ritorno, però, la minaccia si è materializzata. Le forze di sicurezza iraniane hanno avvertito l'aereo che riportava Ghalibaf a casa di aver intercettato indizi di un piano israeliano per abbatterlo, e che due caccia israeliani erano entrati nello spazio aereo iraniano dal confine occidentale, vicino all'Iraq. Mahdi Mohammadi, consigliere di Ghalibaf, ha confermato tutto sui social. Così l'aereo è atterrato d'emergenza a Mashhad, nel nord-est dell'Iran, e la delegazione ha proseguito per circa otto ore in auto fino a Teheran.

Nonostante tutto, i due hanno continuato a spostarsi. A fine maggio sono volati in Qatar per nuovi colloqui e quindi a giugno in Svizzera, dove hanno incontrato di nuovo Vance e la delegazione americana per sottoscrivere l'accordo attualmente in essere.

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Gli Stati Uniti ritirano gran parte dei soldati inviati in Nigeria contro lo Stato islamico


Il capo del comando americano per l'Africa ha annunciato il ritiro di gran parte delle forze inviate per l'operazione di maggio contro i jihadisti. Prosegue la condivisione di intelligence

Gli Stati Uniti hanno ritirato la maggior parte dei soldati inviati in Nigeria per l'operazione contro lo Stato islamico condotta a maggio nel nord-est del paese, ma continueranno a condividere informazioni di intelligence con l'esercito nigeriano. Lo ha annunciato giovedì 2 luglio il generale Dagvin Anderson, capo di AFRICOM, il comando delle forze armate americane per l'Africa, a margine di una conferenza che ha riunito a Luanda, in Angola, i vertici militari di 35 paesi africani, oltre a rappresentanti di Stati Uniti e Brasile. "Abbiamo ritirato gran parte delle forze che erano lì solo per quell'operazione, ma continuiamo il partenariato che la Nigeria ha chiesto per proseguire con la condivisione di intelligence", ha detto Anderson.

A maggio le forze americane e nigeriane avevano ucciso quasi 200 combattenti dello Stato islamico nella regione del lago Ciad, nel nord-est della Nigeria. Tra i morti c'era Abu-Bilal al-Minuki, il numero due del gruppo jihadista a livello mondiale. L'operazione congiunta era iniziata a dicembre del 2025, quando il giorno di Natale il presidente Donald Trump aveva ordinato un attacco contro i militanti sostenendo che stessero prendendo di mira i cristiani del paese. Circa due mesi dopo Washington aveva inviato in Nigeria circa 200 soldati non combattenti per attività di addestramento e assistenza tecnica, precisando che non avrebbero partecipato a combattimenti sul terreno.

Il ministro della difesa nigeriano Christopher Musa ha detto all'agenzia di stampa francese AFP che i soldati americani da combattimento erano arrivati specificamente per l'operazione di maggio: "Sono venuti, hanno fatto il loro lavoro e sono ripartiti". Non è chiaro invece se il ritiro riguardi anche una parte dei militari impegnati nell'addestramento. Nessuno dei due governi ha detto quanti soldati americani restino oggi nel paese: "Continuiamo a mantenere forze in Nigeria. Il loro numero cambierà in base alle esigenze operative", ha detto all'AFP una portavoce di AFRICOM.

Il ritiro "non influirà in alcun modo sul nostro slancio", ha detto alla BBC il generale Michael Onoja, portavoce dell'esercito nigeriano, confermando che lo scambio di informazioni tra i due paesi continuerà. Un altro portavoce militare, il generale Samaila Uba, ha detto sempre alla BBC che il personale americano presente in Nigeria da prima dell'operazione è rimasto nel paese. Nonostante le operazioni degli ultimi mesi, i gruppi jihadisti continuano a compiere attacchi, soprattutto nel nord-est.

Secondo Anderson, la cooperazione con la Nigeria ha indebolito in modo significativo la leadership dello Stato islamico e ha danneggiato non solo i comandanti locali ma anche le comunicazioni e le operazioni della rete globale del gruppo. La pressione militare nigeriana, insieme agli sforzi per pubblicizzare i risultati dell'operazione, ha favorito nuove defezioni e rese tra i combattenti jihadisti. L'esercito nigeriano è stato "molto attivo" da maggio, ha detto il generale: "Continuano a colpire obiettivi da soli". Anderson ha descritto l'operazione come un modello per la futura cooperazione di sicurezza in Africa, in cui Washington fornisce capacità specializzate mentre i partner africani guidano le operazioni.

Il nord-est della Nigeria è teatro di un'insurrezione jihadista dal 2009, portata avanti prima da Boko Haram e poi dallo Stato islamico dell'Africa occidentale (ISWAP), il gruppo rivale nato da una sua scissione. Secondo gli analisti, circa il 90 per cento degli attacchi dello Stato islamico nel mondo avviene ormai nell'Africa subsahariana e la branca nigeriana è di gran lunga la più attiva. Dal 2025 i jihadisti hanno intensificato gli attacchi contro villaggi, stazioni di polizia, basi militari e lavoratori come pescatori e taglialegna, uccidendo anche diversi alti ufficiali dell'esercito. L'aumento delle violenze ha spinto il presidente nigeriano Bola Tinubu a dichiarare lo stato di emergenza nazionale e Trump a minacciare un intervento militare americano.

La cooperazione militare tra Washington e Abuja si è intensificata dopo che gli Stati Uniti hanno accusato le autorità nigeriane di non fare abbastanza per proteggere i gruppi vulnerabili dai militanti islamisti, parlando di un "genocidio cristiano" nel paese. La Nigeria ha sempre respinto questa accusa, sostenendo che la violenza è complessa e colpisce tutte le comunità. Le organizzazioni che monitorano la violenza politica nel paese affermano che la maggior parte delle vittime dei gruppi jihadisti è musulmana, perché questi operano soprattutto nel nord, dove la popolazione è in maggioranza musulmana.

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Cronometrare la polvere


Disclaimer: in questo testo non ci sono spunti informatici o discorsi sui massimi sistemi. C'è un Ed che ha bisogno di buttar fuori due robe scritte e visto che le ho scritte tanto vale metterle dove possano essere lette.


Buongiorno (o buonasera, non è che posso sapere quando mi leggete e manco quando pubblicherò 'sta cosa) dalla ridente estate finlandese che mi ha accolto con un meraviglioso sole e 23 gradi prima di pugnalarmi con uggiose e grigie giornate (che comunque con il panorama locale... ci stanno).

Sono le due e mezza passate, ho appena finito una sedici-ore-comica di lavoro (prima o poi dovrò raccontare di 'sto cliente e dell'attitudine finnica) e rientrato in hotel non avevo sonno (e fuori c'era ancora un po' di luce).

Quindi sono andato a correre. All'una e mezza di notte.

Poi ho finito di correre e mi son fatto una meravigliosa doccia.

E ora son qui che scrivo due pensieri perché ancora non mi riesce di dormire (dovrei tirare le tende? Certo, ma son scemo e non lo faccio e le rotelline del cervello non sanno più se girare a vuoto o grippare (si dice grippare? Son mica un meccanico qui) male male male.

Di solito mi piace quando prendono a muoversi da sole, un po' perché ci tiro fuori quell'energia "pulita" che non mi richiede sforzo e mi riempie di spunti il cervello, un po' perché mi fa sentire "vivo" in qualche modo (e per qualche motivo mi fa pure sentire intelligente, checcazzoneso).

Stavolta però il meccanismo è... un po' surriscaldato, ecco, per fare un wink wink al burnout senza però citarlo perché vaffanculo pure tu (non tu che leggi, tu esaurimento detto all'inglese).

Lo dico? Lo dico.
Pensavo di aver toccato un po' il fondo ad aprile: ho passato una giornata dove facevo fatica a parlare con la voce "normale" e me ne stavo zitto perché qualunque suono mi uscisse lo faceva come se fossi lì lì per piangere. 'na sensazione ASSURDA che come è arrivata è sparita senza però che sparisse la causa che c'era sotto e continuo a portarmi un po' dietro. Lì mi son proprio detto: oh Ed, ti devi svegliare cazzo, che è 'sta cosa dell'aver spento il motore? Trovarmi a pensare "chemmerda la vita" per davvero mi ha pure un po' spaventato.

Cioè, un po' più di un po', ma se ti ci metti di impegno e ci lavori le cose migliorano, no? Certo che migliorano, cazzo, siamo artefici del nostro destino no?

Eh. Sai che boh?

A distanza di qualche altro mese non ne sono del tutto convinto, ma per dirla alla Caparezza "Ho paura che stia diventando automa, cyborg / Ma se ho questa paura sono ancora salvo" e quindi tocca rimboccarsi e riprovarci ancora.

Solo che nel frattempo le cose cambiano e attorno a te (cioè, a te in questo caso non è proprio te lettore, ma un generico te che è pure me) quel che vedi è variato tantissimo senza che tu te ne sia accorto. Ed è una cosa che odio: come cazzo ho fatto a perdermi così tanto? Dov'ero? Non è che posso dare sempre come spiegazione il lavoro (solo perché è l'unico campo dove continuo a ricevere conferme su conferme e pure uno dei campi che... "ascolto" meno quando devo guardarmi dentro).

Nel frattempo mi son messo a sistemare un po' lo studio dello zio (quello mancato a maggio scorso e con cui da piccolo avevo un rapporto splendido e che in adolescenza si è trasformato guardacaso in qualcosa di conflittuale che ci siamo portati dietro per un po', pur consapevoli dell'affetto reciproco. Rapporto che - again, guardacaso - è cambiato pochi anni prima della sua morte quando avevamo riallacciato "per bene" e mi aveva fatto sentire estremamente rispettato da una delle persone che ammiravo più al mondo. Madonna che strano l'imperfetto. Ammiro.).

Fa uno strano effetto trovarsi tra le mani le sue cose (o i miei disegni regalati a lui), le sue foto, i ritagli di giornale di dove è iniziata la sua carriera da Ingengere, frammenti di una vita che ora non c'è più guardati da qualcuno che cerca di capire cosa tagliare e cosa tenere della sua.

In mezzo a tutto questo casino, la musica che mastico ogni giorno ha fatto da amplificatore un po' troppo spietato - se posso permettermi eh, ci mancherebbe poi non vorrei criticare troppo il regista di 'sto copione (ma un filo dovrebbe ascoltare di più attrici e attori coinvolti, ecco).

Ti metti le cuffie per isolarti 'nattimo e partono i Mumford & Sons con Little Lion Man e Babel (galeotto fu l'amico Pablo che organizza le serate a grigliare a casa sua e mi fa scoprire 'ste cose), subito dopo per coincidenze varie mi trovo a parlare di Caparezza e mi dico "ma sì, ma riascoltiamo Pathosfera, cosa può andare storto".

Ed, lasciatelo dire da uno che ti conosce, non capisci un cazzo.

Cambiamo, no? Dai, Hamilton, bella carica e bella allegria così non ti senti una pippa quando provi a riprendere la corsetta e non vuoi sentire il ginocchio che ti urla di smettere.

Ho Non-Stop che mi si è conficcata nel cervello stile accusa diretta nei miei confronti che voglio dire ma chi cazzo di credi di essere?

He will never be satisfied (What would be enough?)
He will never be satisfied (To be satisfied?)

Tac, eccolo lì, ennesimo colpetto al vero toxic trait che non riesco a togliermi (si dice toxic trait così? Scusate, voglio sembrare giovane, ma non ci riesco davvero).

Quella fame cronica (era Cronometrare la polvere o Mangio la terra il titolo di 'sto pezzo?) di fare, imparare, accumulare e incasinarsi l'esistenza che ciclicamente mi riporta al solito ritornello personalizzato: chi polpo vuole cosa stringe?

Perché nonostante abbia scolpito nel cervello quel "This too shall pass" come invito a godermi le cose non sto riuscendo a viverlo se non come una spada di damocle gigantesca sulla testa?

Se una volta, in qualche modo, riuscivo a placare questi pensieri e a trovare un equilibrio, adesso, nel bel mezzo della tempesta, è diventato... difficile. Difficile e non impossibile, perché come cantano gli Enter Shikari "Unless you fight thе inevitable / You'll never know if it truly was".

E allora forse il punto è tutto qui, giusto per chiosare banalmente stile frasi di Osho. Forse devo smetterla di correre come se fossi rimasto senza tempo - o sempre in ritardo per qualcosa con tutto che mi sfugge un po' dalle mani - e, soprattutto, devo smetterla di misurarlo, 'sto tempo.

Non c'è un cronometro per rimettersi in sesto, non c'è una tabella di marcia per decidere quando la testa smetterà di stare in pappa.

C'è solo da stare fermi un attimo, lasciare che la polvere si posi e, quando sarà il momento, ricominciare a pulire...

... solo che 'sta cosa io non la so fare e... non ho manco intenzione di farla. Perché - sempre per citare i Sommi:

There's no use waiting for thе storm to blow over
Leap into the lightning
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La "prima libertà" americana: da John Adams al 250° anniversario della Dichiarazione


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, la libertà religiosa torna al centro del racconto sulle origini degli Stati Uniti. Prima ancora della Costituzione, John Adams la considerava uno dei pilastri dei diritti inalienabili.

La libertà religiosa è più antica degli Stati Uniti. Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, quel principio torna al centro del racconto sulle origini americane e riporta a uno dei Padri fondatori: John Adams.

Nel 1765, undici anni prima della Dichiarazione, Adams pubblicò A Dissertation on the Canon and Feudal Law, un saggio scritto contro lo Stamp Act e contro quelle che considerava le due grandi tirannie della storia: il potere ecclesiastico e quello civile quando diventano strumenti di oppressione.

Per difendere i propri diritti, sosteneva Adams, ai coloni servivano due strumenti essenziali: l'istruzione e la partecipazione alla vita pubblica. Solo studiando, informandosi e prendendo parte direttamente alla vita politica avrebbero potuto proteggere i propri diritti inalienabili, a cominciare dalla libertà di coscienza e di culto.

Il pulpito e la libertà


Adams si rivolse anche alle chiese. "Che il pulpito risuoni delle dottrine e dei sentimenti di libertà religiosa", scrisse. E ancora: "Ascoltiamo il pericolo della schiavitù per le nostre coscienze [...], in breve, della schiavitù civile e politica". Per Adams, la libertà di coscienza e la possibilità di professare liberamente la propria fede non erano questioni marginali, ma parte integrante della dignità della persona. Interferire con esse significava colpire il cuore stesso dei diritti fondamentali.

Quella libertà avrebbe poi trovato forma nella nascita degli Stati Uniti e, soprattutto, nella Costituzione degli Stati Uniti d'America. Oggi molti la definiscono la "prima libertà" americana. Ma prima del Primo Emendamento, un principio simile, scritto nella legge fondamentale di uno Stato, aveva pochi precedenti nella storia.

Una radice antica, una nazione nuova


Il principio si intreccia con un'idea molto più antica: la "doppia cittadinanza" formulata da Sant'Agostino ne La città di Dio. L'essere umano appartiene insieme a una dimensione terrena e a una spirituale, con obblighi distinti, non necessariamente in contrasto tra loro.

Questa idea di libertà di coscienza maturò poi nelle comunità "non conformiste" e "separatiste" dell'Inghilterra del Seicento. Furono i Padri Pellegrini del Mayflower e i loro discendenti a portarla nel Nuovo Mondo, dove trovò il terreno su cui sarebbe cresciuta la nazione americana.

Nel 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, quella libertà continua ad attraversare la storia degli Stati Uniti come un filo profondo: dalle prime comunità della Nuova Inghilterra all'America contemporanea, dalle origini coloniali alla democrazia costituzionale.

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DK10x38 - È arrivato il fenomeno


Per quanto corrotta e stupida la corte, i cantori non mancano mai.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Ho letto con una certa fatica una breve intervista sul Sole24Ore a firma di Roberto Manzocco, segnalatami dall'implacabile Daniele.

Inizialmente avevo desistito, non tanto perché avevo 32 gradi in casa, ma per l'incipit:

I dati personali sono il nuovo petrolio.


Che è sempre stata una stronzata sesquipedale, ma nella mia ingenuità pensavo che dopo dopo dieci anni che ne parliamo e che tutti vedono con i loro occhi che interessi serve, pensavo fosse almeno passata silenziosamente nel dimenticatoio degli AI bro.

E invece no, perché arriva il fenomeno che si mette a fare discorsi come se fossimo a Dicembre 2022, avessero lanciato chatGPT ieri, e non ci avessero già strinato i cabbasisi a suon di puttanate.

Parliamo del prof. Stefan Lorenz Sorgner, filosofo transumanista che insegna alla John Cabot University a Roma.

Come già Cesare ragazzi, anche Sorgner ha avuto un'idea meravigliosa: i problemi dell'Europa derivano dal fatto che non fa come gli USA e la Cina.

Ascoltate:

“Per addestrare un’IA affidabile, abbiamo bisogno di raccolte strutturate ed esaurienti di dati digitali reali e personalizzati. Se le persone possono scegliere di non partecipare, il bacino di dati diventa frammentato e distorto, rendendolo inutile per ottenere informazioni cruciali".


Io direi che qualcuno deve prima dimostrare che addestrare un'IA affidabile, qualsiasi cosa ciò significhi, sia un obiettivo necessario o almeno desiderabile. Abbiamo detto mille volte che Intelligenza Artificiale è un termine di marketing che vuol dire tutto e niente.

E occhio, non lo dico io. John McCarthy, che il termine lo ha inventato, ha detto di averlo scelto proprio perché lo considerava ideale per attrarre fondi di ricerca.

Seconda cosa, le caratteristiche della raccolta dei dati dipendono dall'obiettivo che si ha.
"Raccogliamo tutti i dati, poi vediamo quali ci servono" non è solo lo slogan degli AI bro, ma anche quello dei loro eterni finanziatori nell'intelligence e nella Difesa statunitensi.

Ipotizzare a priori una raccolta universale di dati addirittura biometrici, per di più obbligatoria, significa non avere idea della pericolosità intrinseca di qualsiasi raccolta di dati, soprattutto quando non ha vincoli precisi.

E naturalmente, se arriva un altro fenomeno a dire "eh no, ma si dice prima a cosa serve la raccolta e poi li si usa olo per quello", complimenti genio, hai citato il GDPR.

Ma andiamo avanti con l'intervista di Manzocco, che sintetizza:

I dati digitali guidano il progresso del XXI secolo in tre aree fondamentali: la ricerca scientifica, l’elaborazione di politiche basate su dati concreti e l’ingegneria, in particolare l’IA medica. Per addestrare l’IA a individuare anche le patologie più rare, un set di dati completo è imprescindibile.” (Manzocco, 2026)


Di nuovo, siamo di fronte a ipotesi, di moda finché volete ma tutte da dimostrare; come è da dimostrare che queste ipotesi richiedano necessariamente la raccolta universale e obbligatoria di cui parlava Sorgner poco fa. Perché il passaggio logico mi manca tanto quanto la fondatezza delle ipotesi.

Riguardo alla ricerca scientifica, per dirne una, il vaccino per il COVID lo hanno fatto a Cambridge e in Germania, non negli USA. E lo hanno realizzato facendo ricerca, non tritando dati personali.

Fin qui è tutta fuffa Andiamo avanti.

Se l’Ue - continua Sorgner - vuole rimanere competitiva, dobbiamo abbandonare il GDPR…


Eccolo là, il famoso GDPR che limita le imprese e frena lo sviluppo, l'argomento preferito degli algopirla e di quelli che non sanno di cosa parlano. È molto divertente, perché è un argomento mutante. Ogni volta che chiedi spiegazioni ti fanno un esempio generico, tu lo smonti, e loro, "no, ma anche".

E il registro dei trattamenti non va bene. Ma anche le informative non vanno bene. Ma anche la necessità del consenso non va bene. Ma anche la minimizzazione non va bene. Ma anche le misure di sicurezza non vanno bene.

Abbiate il coraggio di dirlo chiaramente: vi rompe il cazzo dover fare qualsiasi cosa che non sia cercare il vostro profitto individuale. Abbiate il coraggio di ammetterlo, il vostro ideale di industria è quella dell'Ottocento, sessanta ore la settimana e operai di dodici anni.

Andiamo avanti.

Nel XXI secolo, i dati digitali personalizzati e, in particolare i dati biometrici, sono la nuova moneta del benessere pubblico


Sai che novità, è uno slogan del 2006, ed è una stupidata in qualsiasi modo lo giri, funziona solo come messaggio di marketing. Da un professore mi aspetterei di più.

Ma di nuovo Sorgner:

«La mia proposta è un Contratto Sociale sui Dati: i cittadini forniscono i propri dati biometrici a un sistema centralizzato e governato democraticamente. In cambio, lo Stato garantisce “libertà positive”, come un sistema sanitario universale e iper-personalizzato, l’accesso a tecnologie mediche all’avanguardia e una maggiore durata della vita in buona salute. La condivisione dei dati biometrici deve diventare un dovere civico».


Fatemi capire, lo Stato incamera i dati di tutti, a ciclo continuo, e tutti vivranno felici e contenti? Cosa ci impedisce di vivere felici e contenti finanziando lo stato sociale senza questo nuovo Contratto Sociale sui Dati: le ipotesi non dimostrate di cui abbiamo parlato prima?

Che meraviglioso ragionamento circolare.

Questa idea meravigliosa Sorgner la chiama Euro-transumanesimo. Che è diverso dal transumanesimo perché dovrebbe avere luogo in Europa. È una differenza sostanziale.

Chi mi segue ormai sa che quando uno arriva e ti dice che i dati sono il nuovo petrolio lo stronzatometro ha un picco. Ma Sorgner non si limita a questo, che sarebbe solo uno slogan vecchio di vent'anni e dimostrato falso un'infinità di volte. No, lui, in quanto filosofo, fa un ragionamento. Sto usando questa parola nell'accezione più ampia possibil, perché state sentendo, di che calibro è il ragionamento.

Dice Sorgner, adesso noi cediamo i dati personali a Google in cambio di una mail gratuita, sai che roba. Invece, cito

in un quadro democratico, la raccolta dei dati sarebbe obbligatoria, ma in cambio i cittadini otterrebbero una trasparenza assoluta…


Non so in quale armadio abbia vissuto il professore negli ultimi otto anni, ma la trasparenza sull'utilizzo dei propri dati personali è garantita proprio da quel GDPR che lui vorrebbe abbandonare.

Se c'è qualcosa del GDPR che lascia a desiderare, è la sua applicazione da parte delle autorità Garanti, che operano a macchia di leopardo, si lasciano trascinare per anni e alla fine applicano ai giganti del digitale sanzioni del tutto inefficaci.

Ecco, questo è qualcosa che potremmo abbandonare, non certo i principi del GDPR, che vengono copiati in tutto il mondo (meno negli USA, ma perché lì i diritti umani si limitano al diritto del consumatore, e poi ora sono troppo occupati a diventare una plutocrazia fascistoide).

Andiamo avanti. Sintetizza Manzocco:

Trattando i dati come una tassa pubblica elaborata da algoritmi incorruttibili piuttosto che da attori umani facilmente compromettibili, ci assicureremmo che l'IA sia addestrata sul mondo reale di tutti i cittadini.


Di nuovo, su quale pianeta vive il professor Sorgner?
Ah già, insegna a Roma, e allora cosa si fuma, e soprattutto, perché non la passa?

Battute a parte, "algoritmi incorruttibili" è un'idiozia che vive nell'Olimpo delle idiozie, a fianco delle blockchain, dei "contratti software" e del nostro futuro nel Metaverso.

Non so, vogliamo parlare dell'incorruttibilità dell'algoritmo che l'altr'anno fece le graduatorie dei precari della scuola?

L'incorruttibilità degli algoritmi non appartiene a questo mondo, ma sono sicuro che qualsiasi venditore di algoritmi mi darebbe volentieri torto.

L'articolo di Manzocco si chiude in gloria:

“Secondo Sorgner dal punto di vista digitale, l’Ue non ha nemmeno raggiunto il Medioevo”… “Poiché la prosperità economica e scientifica dipende ora principalmente dai Big Data, il GDPR ha di fatto danneggiato il vantaggio competitivo dell’Europa.”


Mi dispiace vedere una simile quantità di stronzate pubblicata sul Sole, sarà che ci ha lavorato Quintarelli. Quest'ultimo barrage di stronzate non vale nemmeno il fiato per chiamarle per nome. Ma purtroppo, come tutte le stronzate che girano attorno all'Intelligenza Artificiale, fanno un sacco bene alla carriera.

Giusto una cosa per chiudere. Il transumanesimo, come l'accelerazionismo, come l'Altruismo Efficace, sono apologetica per plutocrati; gli fornisce scuse acchiappapolli come l'Intelligenza Artificiale Generale e la Singolarità, per ignorare i propri obblighi civici e dedicarsi al proprio tossico interesse personale: come dice Cory Doctorow, non c'è modo di realizzare miliardi senza far male alle persone.

E il male alle persone va inteso in senso letterale, perché grattando il transumanesimo scopri l'eugenetica, scopri la scienza della razza, e tutto un armamentario di sterco intellettuale che Sorgner, da tedesco, dovrebbe conoscere bene, e che pensavano fosse possibile consegnare per sempre alle fogne della storia e che invece viene riportato in auge da inutili riccastri ghigliottinabili.

Ma c'è sempre quello che, vedendo un inutile riccastro, pensa che suonandogli il mandolino si finisce per cenare in villa.

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Trump manda 260 agenti dell'FBI in Georgia sui presunti brogli del 2020


L'indagine riapre accuse mai dimostrate sulle elezioni del 2020. Per i critici l'obiettivo è minare la fiducia degli americani nel voto in vista delle elezioni di metà mandato

L'amministrazione Trump ha assegnato 260 analisti investigativi dell'FBI, la polizia federale americana, a un'indagine "prioritaria" sulle elezioni del 2020 nella contea di Fulton, in Georgia, quella che comprende Atlanta. In più di cinque anni nessuna prova di brogli è mai emersa nello Stato, ma il presidente continua a sostenere che il voto perso contro Joe Biden fu truccato. Secondo un'analisi del New York Times, l'operazione è solo un pezzo di uno sforzo più ampio: seminare dubbi sul processo elettorale e sull'integrità dei voti futuri, a partire dalle elezioni di metà mandato di novembre.

L'invio degli analisti è arrivato pochi giorni dopo che la Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono contare le schede postali che arrivano dopo l'Election Day, il giorno del voto, respingendo i piani del presidente. La settimana scorsa un giudice federale ha inoltre bloccato in via definitiva un ordine esecutivo che avrebbe imposto di presentare una prova documentale di cittadinanza al momento della registrazione al voto.

Al centro delle operazioni c'è di nuovo il Dipartimento di Giustizia, che per tradizione conduce le indagini in modo indipendente dai desideri del presidente e che porta avanti un'inchiesta penale sulle elezioni del 2020 in Georgia. A gennaio l'FBI ha perquisito un magazzino elettorale della contea di Fulton e ha sequestrato più di 600 scatoloni di materiale, comprese le schede originali del 2020. Secondo un atto giudiziario reso pubblico, la perquisizione si basava in gran parte su tesi già smentite sulle presunte anomalie delle schede, rilanciate da Kurt Olsen, un negazionista dei risultati elettorali che lavora nell'amministrazione. A giugno agenti federali hanno perquisito un'organizzazione dell'Ohio che si occupa di campagne per la registrazione al voto.

Il presidente ha anche svuotato l'agenzia per la sicurezza interna incaricata di assistere gli Stati sulla sicurezza elettorale, mentre funzionari di tutto il governo federale hanno avviato decine di iniziative per proteggere i repubblicani da possibili sconfitte a novembre.

Con la popolarità in calo e la stagione delle primarie entrata nel vivo, Trump ha intensificato la retorica sulle elezioni truccate. Ha provato a spingere il Congresso ad approvare una legge che trasformi in norma parti dei suoi ordini esecutivi sulle elezioni, giustificandola ancora una volta con accuse di brogli mai dimostrate. Il mese scorso ha attaccato più volte la lentezza dello spoglio in California presentandola come prova di frode, anche se gli elettori dello Stato votano per posta da anni e lo stesso presidente vota per posta. "Ho chiamato il procuratore federale della California, molto potente, molto bravo, e gli ho detto: fammi un favore, dai un'occhiata, stanno cercando di rubare anche quell'elezione", ha raccontato durante un comizio in Pennsylvania.

Richard Hasen, direttore del Safeguarding Democracy Project alla facoltà di legge dell'UCLA, l'università pubblica di Los Angeles, ha detto al New York Times che le azioni del presidente producono un doppio effetto. "La prima cosa che fa è cercare di convincere i suoi sostenitori che ci sono brogli. Poi, agendo con una causa legale o un'indagine dell'FBI, convince i democratici che sta cercando di rubare le elezioni. Così mina la fiducia da entrambe le parti", ha spiegato. Il risultato, secondo Hasen, è che "il pubblico non crede che le elezioni siano libere e giuste" e la fiducia "è diventata volatile e sta crollando".

Le false accuse di Trump sui lavoratori elettorali e le sue teorie del complotto sono state indagate e smentite negli anni, ma la fiducia degli elettori è diminuita davvero: un sondaggio PBS News-NPR-Marist di inizio anno ha rilevato che la percentuale di americani convinti che il proprio governo statale e locale organizzerà elezioni corrette è scesa al livello più basso almeno dal 2020.

Giovedì Jack Smith, il procuratore speciale che incriminò Trump per i tentativi di ribaltare il risultato del 2020, ha detto in un'intervista a MS NOW di essere "molto preoccupato per quello che succederà alle prossime elezioni". Vanita Gupta, che è stata la numero tre del Dipartimento di Giustizia nell'amministrazione Biden, ha detto al New York Times che il presidente ha "bisogno di riscattare la falsa narrazione di aver vinto le elezioni del 2020" e che "l'obiettivo collaterale è insinuare negli elettori dubbi sulla legittimità dei risultati elettorali futuri".


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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Perché l'America sta demolendo l'ordine mondiale che ha costruito


Un saggio dell'Economist analizza la rivolta degli Stati Uniti contro l'ordine nato nel 1945: cosa vogliono i rivoluzionari di Trump, perché potrebbero fermarsi e quali rischi corre il mondo

A 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza gli Stati Uniti sono di nuovo in rivolta, questa volta contro l'ordine mondiale che loro stessi hanno costruito dopo la vittoria sul fascismo nel 1945. È la tesi di un lungo saggio di Edward Carr pubblicato sull'Economist, che la chiama "Wrecking-ball revolution", la rivoluzione della palla demolitrice: al posto di Giorgio III e del suo parlamento, i nemici sono le istituzioni globali, le alleanze e il sistema di valori creati dall'America per proteggere la libertà. A un anno dall'inizio del secondo mandato il presidente Donald Trump aveva già abbandonato 66 organismi internazionali, tra cui 31 agenzie dell'ONU. Il mese scorso ha proposto una nuova serie di dazi generalizzati contro il commercio multilaterale e, se colpirà Cuba, sarà l'ottava volta che usa la forza militare dal gennaio 2025, senza chiedere l'approvazione del Congresso o del Consiglio di sicurezza dell'ONU e senza invocare alcuna giustificazione nel diritto internazionale.

"L'ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto: ormai è un'arma usata contro di noi", ha detto il segretario di stato Marco Rubio durante l'audizione per la sua conferma al Senato. Steve Bannon, ex stratega di Trump, festeggia che l'ordine basato sulle regole sia finito "nella pattumiera della storia", mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, parlando per alleati che si sentono attaccati e traditi, dice che "l'Occidente come lo conosciamo non esiste più".

Per l'Economist Trump non è interessato alle idee, non ha ideali né uno scopo più alto e la guerra in Iran dimostra la sua mancanza di una grande strategia. Ma è proprio quel vuoto a renderlo adatto a demolire il vecchio ordine: da opportunista con un ego insaziabile, non gli importa nulla delle istituzioni che gli sono state affidate e vuole erigere un monumento alla sua versione della grandezza americana, mettendoci sopra il proprio nome. Il momento è favorevole, perché ogni sistema geopolitico prima o poi affronta uno spostamento degli equilibri di potere o una crisi di legittimità e questo li sta affrontando entrambi: gli americani sono ormai convinti che la Cina non condividerà mai i valori universali che l'America rappresentava. A cosa serve allora un sistema costruito intorno a quei valori? Qualcosa di prezioso, scrive Carr, si è comunque rotto: la visione di John Kennedy, che nel discorso di insediamento promise che l'America avrebbe pagato "qualsiasi prezzo" e sopportato "qualsiasi fardello" pur di "assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà", è morta.

Il saggio valuta la rivoluzione confrontandola con tre precedenti: la rivoluzione americana del 1776 e il mondo che creò, le rivoluzioni europee del 1848 e il loro fallimento, quella francese del 1789 e la sua discesa nel caos. La rivoluzione del 1776 trasformò i sudditi in cittadini titolari di diritti universali e fece degli Stati Uniti un modello di governo per l'umanità intera. Woodrow Wilson portò all'estremo questo approccio universalista: nel 1917 disse che "la pace deve essere piantata sulle fondamenta collaudate della libertà politica" e nel 1945 l'America mantenne la promessa, portando la libertà ai paesi sconfitti dell'Asse per costruire su quella base la difesa contro il comunismo.

I rivoluzionari di oggi vanno nella direzione opposta rispetto a Wilson. Stephen Miller, vicecapo di gabinetto della Casa Bianca e principale ideologo di Trump, ha detto alla CNN: "Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere: queste sono le leggi ferree del mondo dall'inizio dei tempi". Il vicepresidente J.D. Vance, accettando la nomination alla convention repubblicana, ha parlato delle cinque generazioni di suoi antenati sepolte nella terra del Kentucky: "Non è solo un'idea, non è solo un insieme di principi. Anche se le idee e i principi sono grandi, quella è una patria. È la nostra patria". L'universalismo cristiano di Wilson, scrive l'Economist, ha lasciato il posto al nazionalismo cristiano: i rivoluzionari pensano che la fede dei predecessori nel libero scambio abbia fiaccato lo spirito guerriero di cui l'America ha bisogno in un mondo violento e vogliono "meno Adam Smith e più Carl Schmitt".

Lo storico norvegese Odd Arne Westad dubita che il pendolo stia semplicemente oscillando tra valori e realpolitik, come già accaduto in passato: per la prima volta nella sua storia, dice, l'America ragiona come una nazione ristretta che pensa solo ai propri interessi. "Quello che state vedendo è il rovesciamento dell'approccio universalista di fondo della politica estera americana. E non credo che sia solo una parentesi".

Michael Beckley, politologo della Tufts University, si aspetta un'America "più unilateralista, muscolare e transazionale". Gli esperti immaginano un paese che chiede di più e offre di meno: le basi americane in Germania diventeranno basi tedesche pagate dalla Germania, con gli Stati Uniti che manterranno il diritto di usarle; in cambio di garanzie di aiuto in caso di guerra, Washington pretenderà concessioni economiche in tempo di pace, imporrà un commercio "bilanciato" con dazi e quote a favore della propria economia e chiederà agli alleati, trattati come vassalli, di tagliare i legami con la Cina.

I rivoluzionari credono di poter imporre tutto questo perché l'America resta potentissima ed è destinata a diventarlo ancora di più grazie all'intelligenza artificiale. Chris McGuire, che si è occupato di politica tecnologica nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sotto Joe Biden, dice che la tecnologia sta avanzando "così in fretta ed è così importante per il potere globale americano" che perfino gli addetti ai lavori faticano a rendersene conto. Gli Stati Uniti hanno circa 15 volte la potenza di calcolo dell'Europa e le recenti decisioni sui nuovi modelli di Anthropic e OpenAI mostrano che il diritto di usare i sistemi più avanzati potrebbe un giorno dipendere da un cenno della Casa Bianca. "Penso che gli europei siano completamente fregati, a essere onesto", dice McGuire, secondo cui saranno costretti a restare vicini all'America: "Sì, gli Stati Uniti sono frustranti e fastidiosi, a volte perfino un attore malevolo. Ma nel quadro generale sono un attore molto meno malevolo di Cina o Russia. Niente di tutto questo si baserà sulla legittimità. Si baserà sul potere".

Tutti i paesi sono egoisti, riconosce Carr rispondendo a chi ha sempre visto la retorica americana della libertà come una cortina fumogena, ma la cosa sorprendente dell'America è quanto abbia perseguito un'agenda universalista accanto ai suoi interessi più ristretti, a volte perfino contro. Gli alleati hanno accettato di dipendere dagli Stati Uniti perché credevano, a ragione, che l'America avesse a cuore il bene comune. I rivoluzionari offrono invece al mondo meno diritto e più forza, convinti che questo renderà l'America più dominante e prospera che mai. Kori Schake, studiosa dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, dice che "un'America predatrice attiverà gli anticorpi contro il potere americano".

Come le rivoluzioni europee del 1848, che dopo aver fatto tremare re e principi si spensero nel giro di pochi anni, anche questa potrebbe non arrivare fino in fondo. La maggior parte degli americani crede ancora che il proprio paese sia la nazione indispensabile, anche se dopo 8.000 miliardi di dollari spesi in "guerre infinite" molti non vogliono più fare i poliziotti del mondo. Due terzi dicono al Pew Research Center, un centro di ricerca americano, che gli Stati Uniti dovrebbero tenere conto degli interessi degli altri paesi nelle decisioni di politica estera. A fine marzo, un mese dopo l'inizio della guerra contro l'Iran, il 53% sosteneva che nella pratica la politica estera ormai li ignora: è la prima volta che una maggioranza la pensa così da quando il sondaggio esiste, cioè dal 2002. Il 54% dice inoltre che la guerra in Ucraina lo riguarda personalmente. Se la fazione MAGA di Trump perderà la Casa Bianca nel 2028, prevede il saggio, l'aggressività verso gli alleati diminuirà.

Molti studiosi dubitano che il nazionalismo nativista di Miller e Vance possa durare. Per Beckley l'America è semplicemente troppo diversificata: "L'idea del nazionalismo del sangue e del suolo, di tornare a prima del 1776: penso che semplicemente non prenderà molta forza politica". Il politologo di Stanford Francis Fukuyama concorda: "Non sono convinto che gli americani in generale abbiano rinunciato a questo progetto liberale che così tanti presidenti americani hanno sostenuto".

Brad Smith, vicepresidente di Microsoft, ricorda che i benefici delle tecnologie generaliste come l'intelligenza artificiale premiano chi le diffonde nell'economia, non chi le inventa: gli Stati Uniti sono primi al mondo nell'invenzione ma solo ventunesimi nella diffusione. "Non è che questa corsa finisca. La gente si comporta come se uno vincesse la gara, prendesse la medaglia d'oro e quella valesse qualcosa", dice. Smith dubita anche che il governo americano vorrà trasformare l'intelligenza artificiale in un'arma: Microsoft realizza il 45% dei suoi affari fuori dagli Stati Uniti e "non possiamo avere successo senza quei clienti e quei clienti sono a loro volta interconnessi a livello globale".

Anche se la palla demolitrice si fermasse, le macerie non tornerebbero al loro posto: la rivoluzione ha innescato reazioni che nessun cambio di governo a Washington potrà annullare facilmente. Dopo le minacce di gennaio di prendersi la Groenlandia dalla Danimarca, il movimento MAGA è diventato così impopolare in Europa che perfino i nazionalisti populisti prendono le distanze. "Trump sta progressivamente perdendo le sue carte", dice la studiosa italiana Nathalie Tocci. L'Unione Europea ha accelerato gli accordi commerciali con Australia, India, Indonesia, Mercosur e Messico, mentre la spesa tedesca per la difesa è raddoppiata dal 2023 e punta al 3,5% del PIL entro il 2029, il triplo del minimo toccato nel 2015. Camille Grand, ex funzionario francese che ha lavorato alla NATO, dice che se Putin mobiliterà le truppe russe gli europei "devono essere in grado di fornire la cavalleria", un'esigenza sentita soprattutto nell'Europa orientale, che teme di restare sola davanti alla Russia.

"Dobbiamo riempire il vuoto che gli Stati Uniti stanno creando nel nostro vicinato, in particolare nel Sud-Est asiatico", dice l'ex diplomatico giapponese Ishii Masafumi, ricordando che in termini di PIL l'Indonesia supererà il Giappone in appena vent'anni. Il primo ministro canadese Mark Carney, al Forum economico mondiale di Davos dello scorso gennaio, ha detto alle altre "potenze medie" che non c'è alternativa: "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù".

Una teoria delle relazioni internazionali sostiene che serve una potenza egemone per costruire un ordine, ma che le potenze minori possono mantenerlo in vita, come hanno fatto salvando l'accordo commerciale del Pacifico oggi noto come CPTPP dopo il ritiro americano. Questi assetti senza egemone tendono però a essere instabili. "A un certo punto qualcuno deciderà che vuole uscirne, o che vuole infrangere le regole, o che le regole non valgono per lui", dice Fukuyama. Non tutte le potenze medie ci credono, del resto: in America Latina la destra ha vinto tutte le sette elezioni presidenziali dall'inizio del 2025 e nessuno pensa di resistere all'agenda americana, l'Unione Europea fatica a decidere in fretta e i paesi asiatici sono convinti di non poter reggere l'urto della Cina da soli. "Non c'è alcuna possibilità di contrastare la Cina senza gli Stati Uniti", dice John Lee, ex consigliere del ministro degli esteri australiano. Se l'America cercherà una riforma invece della demolizione totale potrà forse lavorare con le potenze minori per tenere insieme il sistema, ma a certe condizioni: "Gli Stati Uniti dovranno riguadagnarsi l'ingresso nelle istituzioni e nelle pratiche che hanno abbandonato", dice Schake. "Dovremo dimostrarci affidabili e gli altri ci diranno quando stiamo fallendo".

Lo scenario peggiore è quello della rivoluzione francese, che in quattro anni passò dai propositi ragionevoli del 1789 al Terrore e a quasi 17.000 decapitazioni. Trump, scrive l'Economist, ha messo in moto una macchina che né lui né alcun altro leader mondiale potrà controllare: il suo trattamento sprezzante di alleati e principi e la sua indulgenza verso i dittatori l'hanno solo accelerata. Un finale infelice, anarchico e violento è del tutto possibile. La Russia è diventata un paria che invade, sabota e uccide per poi nascondersi dietro le regole appena calpestate, mentre la Cina lavora in modo più calcolato: minaccia di bloccare le esportazioni delle terre rare che domina, con una pressione che il sistema commerciale mondiale fatica a reggere. Costruisce inoltre un sistema parallelo di banche di sviluppo e forum politici che non può sostituire il vecchio ordine ma può favorirne la frammentazione.

L'economista Eswar Prasad della Cornell University pensava che i benefici economici e di sicurezza della globalizzazione avrebbero compensato le chiusure dei leader; ora teme che la globalizzazione si sia guastata: "Non solo non stiamo ottenendo quei benefici, ma quella forza stabilizzatrice contro il gioco a somma zero della politica è sparita". Il suo ultimo libro si intitola "The Doom Loop", la spirale della rovina. Prasad teme anche che Trump possa sfruttare la dipendenza mondiale dal dollaro per strappare concessioni ai paesi che in una crisi avessero bisogno di liquidità di emergenza.

Con l'indebolimento delle norme internazionali, i paesi coglieranno occasioni che un tempo sarebbero state troppo rischiose. L'Iran ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, ha attaccato le infrastrutture energetiche dei vicini e cercherà di pagarsi la ricostruzione con pedaggi di transito, sul modello delle alleanze monetizzate da Trump. Altri colli di bottiglia saranno sfruttati: il Canale di Panama, la rotta artica, gli stretti di Bab al-Mandab e di Malacca, il primato olandese nella litografia per i microchip, le fabbriche di semiconduttori di Taiwan, i minerali del Congo e del Brasile. I leader rispolvereranno i piani per regolare i conti con i vicini, dalle schermaglie tra Cambogia e Thailandia alle rivendicazioni cinesi contro quasi tutti gli stati marittimi dell'Asia. Un sistema internazionale che si rompe premia i predatori: aiutando Putin a combattere l'Ucraina, il nordcoreano Kim Jong Un ha riguadagnato influenza presso Russia e Cina.

L'era del controllo degli armamenti nucleari è finita. Il trattato New START tra Stati Uniti e Russia è scaduto a febbraio, lasciando entrambi liberi di rimettere in servizio le testate immagazzinate, la Russia ha lanciato minacce nucleari nella guerra contro l'Ucraina e la Cina sta espandendo rapidamente il suo arsenale, mentre gli Stati Uniti preparano la loro prima nuova testata nucleare in quasi quarant'anni. In oltre sessant'anni le potenze nucleari sono passate solo da quattro a nove, molto meno di quanto temeva Kennedy nel 1963, anche perché molti paesi si sentivano protetti dall'ordine basato sulle regole: l'Ucraina del 1994 rinunciò alle testate ereditate dall'Unione Sovietica proprio per questo. Ma se Trump deride gli alleati, anche i più stretti, chi può credere che userebbe l'atomica per difenderli? La guerra in Iran ha messo in dubbio perfino la capacità americana di fermare la proliferazione con la forza e paesi che non avevano ambizioni nucleari cominciano a coltivarle.

Paul van Hooft, responsabile della deterrenza di RAND Europe, un centro studi, dice che se diversi stati correranno alla bomba "la probabilità di una guerra aumenta, così come la probabilità che una di quelle guerre coinvolga uno stato nucleare o che si arrivi all'uso di un'arma nucleare o due". Brad Roberts, ex funzionario del Pentagono, ricorda che le centrali nucleari dell'Asia orientale ospitano un numero sorprendente di supercomputer: "Hanno funzioni legittime, ne sono certo. Ma c'è da chiedersi quali altre funzioni abbiano avuto". "È un quadro piuttosto cupo", dice Joel Rosenthal, presidente del Carnegie Council for Ethics in International Affairs, un altro centro studi. "Non vedo davvero una via d'uscita. Vedo solo mitigazione, non prevenzione".

I prossimi leader americani, conclude il saggio, scopriranno che costruire un nuovo ordine è molto più difficile che demolire il vecchio. Il sistema del dopoguerra ha dato agli Stati Uniti vantaggi enormi per quasi un secolo: meccanismi permanenti di influenza, stabilità alle proprie condizioni, i guadagni che derivano dall'essere l'ancora del sistema finanziario mondiale e l'assenza di guerre tra grandi potenze. La demolizione può essere letta come un sintomo morboso di declino, il volto esterno del decadimento dei valori e della politica interna, oppure come la premessa di un nuovo ordine ancora guidato dall'America, prova della sua straordinaria capacità di rinnovarsi. Sarebbe però un'inversione storica, perché i nuovi ordini nascono di solito dalle guerre: servì la Guerra dei Trent'anni per arrivare alla pace di Vestfalia del 1648, servirono le guerre napoleoniche per il Concerto europeo e la sconfitta di Hitler per le Nazioni Unite.

Un po' di conforto arriva da Zhao Tong, del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi: i leader cinesi non hanno fretta, vogliono continuare ad accumulare potere e questo potrebbe lasciare alle due superpotenze il tempo di arrivare per gradi a una convivenza tollerabile. Per Fukuyama, però, usare piccole guerre per ricalibrare gli equilibri in un mondo pieno di armi nucleari significa corteggiare la catastrofe: "Ho paura", ammette. Westad vede una tentazione crescente, per i leader ambiziosi o spericolati, di agire in fretta per ottenere ciò che vogliono finché possono: "È proprio per questo che sono preoccupato". Come quelle del 1776, del 1789 e del 1848, la rivoluzione della palla demolitrice ha ormai preso vita propria e la paura costante sarà che le forze liberate non si fermino finché la demolizione non sarà completa.


Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump


Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.

Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.

Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.

I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".

Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".

Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.

L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.

Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".

Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".


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250 anni di America, la promessa incompiuta della libertà


Duecentocinquant’anni fa tredici colonie dichiararono che il potere non discende dai re ma dal consenso degli uomini liberi. L’America ha spesso tradito quella promessa, ma la sua grandezza è averla scritta all’inizio della propria storia: il criterio con cui essere giudicata

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America non celebrano soltanto un anniversario. Celebrano una ferita, una promessa, una contraddizione, una speranza. Duecentocinquant’anni fa, tredici colonie affacciate sull’Atlantico ebbero l’audacia quasi impensabile di dichiarare che il potere non discendeva dal sangue dei re, né dalla grazia dei troni, né dalla forza degli imperi ma dal consenso degli uomini liberi. In quel gesto, compiuto nel caldo di Filadelfia nel 1776, non nacque semplicemente uno Stato: nacque un linguaggio politico destinato a cambiare il mondo.

La Dichiarazione d’Indipendenza rimane uno dei testi più potenti della modernità politica. Le sue parole più celebri – “all men are created equal” e il diritto alla “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” – non furono soltanto una formula giuridica: furono un terremoto morale. In esse c’era già tutto: la dignità dell’individuo, la legittimazione democratica del potere, il diritto dei popoli a non essere governati come sudditi, ma riconosciuti come cittadini.

Eppure, fin dall’inizio, l’America fu grande non perché fosse pura, ma perché seppe pronunciare un ideale più alto della propria realtà. Nel 1776, mentre proclamava l’uguaglianza, tollerava ancora la schiavitù. Mentre invocava la libertà, escludeva donne, nativi, afroamericani, poveri e moltitudini senza voce. La sua grandezza, dunque, non sta nell’assenza di contraddizioni ma nella forza con cui quella frase originaria – “tutti gli uomini sono creati uguali” – avrebbe continuato a perseguitarla, a giudicarla, a costringerla a diventare più simile alla propria promessa.

Questa è la vera storia americana: non una marcia trionfale ma una lotta incessante tra ideale e realtà. Washington, Jefferson, Adams e Franklin non costruirono un paradiso, aprirono un conflitto. Fondarono una Repubblica sul principio più esplosivo che la politica moderna avesse mai conosciuto: nessun potere è legittimo se non risponde alla libertà di coloro che governa. Da quel momento, ogni ingiustizia americana sarebbe stata misurata contro le parole del 1776. Ogni esclusione avrebbe trovato nella Dichiarazione il proprio atto d’accusa.

Ottantasette anni dopo, su un campo di battaglia devastato dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln comprese che l’America non poteva sopravvivere se non rinascendo. A Gettysburg, nel 1863, richiamò la fondazione del 1776 e definì gli Stati Uniti una nazione “conceived in Liberty”. Poi consegnò alla storia una delle formule più alte mai pronunciate sulla democrazia: “government of the people, by the people, for the people”. Non era retorica: era sangue. Era il tentativo di dare un senso ai morti, di trasformare la guerra in rifondazione morale, di dire che una Repubblica può salvarsi solo se accetta di pagare il prezzo della propria verità.

Da Lincoln in poi, la storia americana è diventata il lungo processo attraverso cui la Dichiarazione ha cercato di raggiungere sé stessa. L’abolizione della schiavitù, il suffragio femminile, il New Deal, la lotta contro il nazismo, il movimento per i diritti civili, la conquista dello spazio, l’espansione dei diritti individuali: ogni stagione ha aggiunto un frammento alla promessa originaria. Ma ogni stagione ha mostrato anche la sua ombra: segregazione, imperialismo, disuguaglianze, guerre, razzismo strutturale, crisi democratiche. L’America ha spesso tradito la sua origine. Ma la sua eccezionalità, quando esiste, non consiste nell’essere innocente; consiste nell’avere scritto, all’inizio della propria storia, il criterio con cui poter essere giudicata.

Per questo Martin Luther King Jr., nel 1963, non parlò contro l’America: parlò all’America, usando l’America contro le sue ingiustizie. Il suo “I have a dream” fu il secondo atto della Dichiarazione d’Indipendenza. Quando invocò il giorno in cui la libertà avrebbe risuonato “from every mountainside”, King non stava chiedendo un favore alla maggioranza bianca: stava reclamando il pagamento di un debito morale contratto nel 1776. La sua voce dimostrò che i testi fondativi non appartengono ai vincitori ma a chi ha il coraggio di prenderli sul serio.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America arriva al suo anniversario più simbolico in un tempo inquieto. La democrazia liberale appare fragile, polarizzata, stanca. Le istituzioni sono attraversate da sfiducia; la tecnologia ridefinisce il potere; le disuguaglianze economiche consumano il patto sociale; la politica sembra spesso incapace di parlare alla parte migliore dei cittadini. Eppure proprio per questo il 2026 non può essere soltanto una celebrazione patriottica. Deve essere un esame di coscienza.

Ogni grande anniversario pone una domanda: che cosa resta della promessa iniziale? Resta molto, se si guarda alla forza creativa degli Stati Uniti, alla loro capacità di attrarre talenti, di generare innovazione, di difendere – talvolta con coerenza, talvolta con ipocrisia – l’idea che la libertà sia un valore universale. Ma resta anche un compito immenso: dimostrare che la democrazia non è un monumento, bensì una responsabilità quotidiana. Ronald Reagan disse che la libertà “is never more than one generation away from extinction” e che deve essere difesa da ogni generazione. È una frase enfatica, certo; una frase che nel 2026 suona meno come celebrazione e più come avvertimento.

La libertà, infatti, non muore solo sotto i colpi dei carri armati. Può morire lentamente, nella disaffezione, nella menzogna pubblica, nella rabbia permanente, nella trasformazione dell’avversario politico in nemico esistenziale. Può morire quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano casa comune. Può morire quando il mercato diventa destino, quando la tecnologia diventa dominio, quando la politica rinuncia alla verità. Gli Stati Uniti, nati da una ribellione contro l’arbitrio, devono oggi chiedersi se siano ancora capaci di opporre alla frammentazione contemporanea un’idea credibile di comunità democratica.

Ma l’America possiede ancora qualcosa di raro: la capacità di raccontarsi come futuro. È questa la sua forza più profonda. Non la potenza militare, non Wall Street, non Hollywood, non la Silicon Valley. Prima di tutto, l’America è una narrazione. È l’idea che una vita possa ricominciare, che l’origine non debba inchiodare il destino, che un popolo possa correggersi, che una Repubblica possa cadere e rialzarsi. È il Paese che ha fatto della speranza una forma politica. E della contraddizione una battaglia permanente.

Naturalmente, nessuna celebrazione sincera può dimenticare chi ha pagato il prezzo del sogno americano: i popoli nativi spogliati delle loro terre, gli schiavi deportati e disumanizzati, i migranti sfruttati, i soldati mandati a morire, le minoranze costrette a reclamare diritti che avrebbero dovuto possedere fin dalla nascita. Ma proprio qui si misura la grandezza tragica della vicenda americana: il suo ideale è stato spesso negato dagli stessi uomini che lo proclamavano, e tuttavia è rimasto abbastanza potente da armare moralmente coloro che ne erano esclusi.

Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana dovrebbe allora essere letto non come una festa dell’autocompiacimento, ma come una liturgia civile della responsabilità. Il 1776 non chiede agli Stati Uniti di venerare il proprio passato; chiede loro di esserne degni. Non chiede bandiere senza domande; chiede cittadini capaci di trasformare la memoria in dovere. Non chiede di credere che l’America sia sempre stata giusta; chiede di credere che la giustizia sia ancora possibile.

In fondo, tutte le nazioni vivono di miti. Ma pochi miti hanno avuto la forza normativa del mito americano della libertà. Pochi hanno ispirato rivoluzioni, costituzioni, movimenti di liberazione, dissidenti, migranti, perseguitati. Pochi hanno saputo parlare contemporaneamente al contadino del Settecento, allo schiavo in fuga, all’operaio del Novecento, allo studente davanti a un campus, al dissidente davanti a un muro, al migrante davanti a una frontiera. L’America non è stata soltanto una potenza: è stata una grammatica della possibilità.

Oggi quella grammatica è sotto pressione. Ma proprio per questo il suo anniversario conta. Perché i 250 anni dell’indipendenza non celebrano un impero perfetto ma una domanda ancora aperta: può una democrazia restare fedele alla libertà quando la libertà diventa difficile? Può una Repubblica sopravvivere alla propria ricchezza, alla propria paura, alla propria divisione? Può il popolo essere ancora sovrano in un tempo dominato da algoritmi, capitali globali e verità frantumate?

La risposta non è scritta nei monumenti di Washington, né negli archivi di Filadelfia, né nei fuochi d’artificio del 4 luglio. È scritta, come sempre, nelle scelte dei cittadini. Ogni generazione americana deve rifirmare la Dichiarazione d’Indipendenza, non con l’inchiostro ma con il modo in cui tratta i più deboli, protegge le istituzioni, custodisce il dissenso, limita il potere, riconosce la dignità di chi non le somiglia.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America è ancora quella frase: “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”. Una frase fragile, immensa, incompiuta. Una frase che ha attraversato guerre civili, assassinii, depressioni economiche, rivoluzioni sociali, trionfi scientifici e cadute morali. Una frase che non ha smesso di chiedere agli Stati Uniti di diventare migliori.

E forse è proprio questo il significato più profondo del 2026: non celebrare l’America perché è stata perfetta ma perché ha osato fondarsi su un ideale più grande delle proprie colpe. Non perché abbia sempre mantenuto la promessa ma perché quella promessa continua a vivere, a bruciare, a giudicare. Il 4 luglio 1776 non nacque soltanto una nazione. Nacque una sfida lanciata alla storia: che gli uomini potessero governarsi da soli, che la libertà potesse diventare istituzione, che la felicità potesse entrare nel linguaggio pubblico come diritto e non come privilegio.

Dopo 250 anni, quella sfida non è finita. È appena stata consegnata, ancora una volta, alle mani del presente.

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vivo X Fold6 arriva in Italia nel 2026: il nuovo smartphone pieghevole punta tutto sulla fotografia premium


vivo X Fold6 si prepara a entrare nella scena degli smartphone pieghevoli premium: il nuovo modello vivo punta su fotografia avanzata, design raffinato e tecnologie di nuova generazione. L'arrivo in Italia nel 2026 potrebbe segnare una nuova fase per il mercato foldable
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Vivo ha da poco annunciato il lancio in Cina di X Fold6 e ha confermato che il nuovo smartphone pieghevole arriverà in Italia entro la fine dell’anno. Nel corso delle prossime settimane, inoltre vivo svelerà tutte le innovazioni dell'X Fold6, candidato a diventare il nuovo punto di riferimento per la fotografia nel mondo dei dispositivi pieghevoli.

Caldo record, boom di condizionatori smart: meno consumi e più comfort
Le ondate di caldo sempre più intense stanno cambiando le abitudini degli italiani. Cresce l’interesse per i condizionatori smart, apprezzati per la capacità di migliorare il comfort domestico, ottimizzare i consumi energetici e offrire funzioni intelligenti per la gestione della climatizzazione
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Una dotazione da primo della classe


X Fold6 integra un sistema fotografico ZEISS completo, composto da una fotocamera principale da 200 MP, un teleobiettivo APO da 50 MP, una fotocamera ultra-grandangolare da 50 MP e dal chip proprietario vivo BlueImage Imaging Chip V3+, ottimizzato per la fotografia sui dispositivi pieghevoli. Il dispositivo supporta inoltre il nuovo vivo ZEISS Telephoto Extender Gen 2 con lunghezza focale equivalente a 200 mm, ampliando ulteriormente le possibilità creative anche nelle riprese a lunga distanza, senza rinunciare alla praticità tipica di un dispositivo foldable. A completare la dotazione spiccano la batteria da 7000 mAh e la nuova piattaforma Dimensity 9500.

Un sistema di imaging progettato per offrire la massima qualità


Come modello di punta tra gli smartphone pieghevoli, X Fold6 è dotato di un sistema completo di obiettivi ZEISS progettato per offrire una totale libertà creativa su tutte le lunghezze focali. Ogni fotocamera posteriore è potenziata dal rivestimento ZEISS T per ridurre i riflessi e l’effetto flare in condizioni di illuminazione difficili, mentre il chip di elaborazione delle immagini vivo BlueImage V3+, ottimizzato per la fotografia su dispositivi pieghevoli, supporta un'elaborazione avanzata delle immagini per prestazioni più nitide, stabili ed efficienti.
Il vivo XFold6 con il teleobiettivo Extender Gen 2Il vivo XFold6 con il teleobiettivo Extender Gen 2
Il comparto fotografico è arricchito dal teleobiettivo Extender Gen 2, equivalente a 200 mm. Progettato con un ingrandimento ottico di 2,35x, una lunghezza del corpo di 96 mm e un peso di soli 153 g, l’estensore offre a X Fold6 una portata a lungo raggio, pur mantenendo un design compatto e portatile. Basato su una struttura ottica kepleriana con 2 gruppi e 15 elementi in vetro ad alta trasmittanza, il device è perfetto per mettere alla prova la propria creatività durante concerti, eventi dal vivo, viaggi e per catturare soggetti distanti.

Anche la fotografia di ritratto beneficia della tecnologia vivo Refined Color, presente su X300 Ultra. Abbinata a una modalità ritratto ad alta risoluzione da 200 MP, essa consente di ottenere texture degne di una fotocamera professionale, dettagli incredibilmente nitidi e colori che riproducono fedelmente le tonalità naturali della pelle. Per i concerti e gli eventi dal vivo, la modalità Stage 2.0 aggiornata migliora la nitidezza e la qualità delle riprese in condizioni di illuminazione difficili. Un assistente di imaging intelligente è inoltre in grado di riconoscere scenari, ad esempio esibizioni dal vivo sul palco o show cooking, consigliando le modalità di scatto migliori e suggerimenti di composizione.
Il dispositivo è dotato di uno schermo interno da 8,02 pollici e uno schermo esterno da 6,51 polliciIl dispositivo è dotato di uno schermo interno da 8,02 pollici e uno schermo esterno da 6,51 pollici

La batteria BlueVolt da 7000 mAh


L’intera gamma di dispositivi X Fold6 è dotata di una batteria BlueVolt da 7000 mAh, che garantisce un’elevata autonomia, nonostante il design sottile. Con il nuovo X Fold6, vivo introduce la tecnologia di terza generazione delle batterie a stato semi-solido e la quinta generazione di batterie con anodo in silicio, che garantiscono una maggiore densità energetica e una lunga durata della batteria all’interno di un design compatto e pieghevole. La ricarica è supportata da FlashCharge 80 W, FlashCharge wireless da 40 W e ricarica inversa.

Dimensity 9500 potenziato


Il cuore dell’X Fold6 è il Dimensity 9500 aggiornato, sviluppato insieme da vivo e MediaTek per supportare il multitasking su schermi di grandi dimensioni con l’IA integrata nel dispositivo. Le prestazioni di picco dell’NPU aumentano del 111% rispetto alla generazione precedente, consentendo una risposta di secondo livello per attività di IA come la sintesi di documenti lunghi, mentre gli upgrade della CPU e della GPU rendono ancora più fluidi i passaggi tra più finestre e operazioni sui file.

Un ampio schermo


Il dispositivo è dotato di un doppio display top di gamma: uno schermo interno da 8,02 pollici e uno schermo esterno da 6,51 pollici; entrambi pannelli LTPO a 120 Hz con luminosità di picco locale di 5000 nit e luminosità minima di 1 nit, garantiscono una visione chiara e confortevole sia sullo schermo interno sia su quello esterno. Il display interno di X Fold6 è progettato per la gestione di attività complesse: in modalità “seriale”, gli utenti possono eseguire fino a cinque app, suddivise tra una finestra principale e quattro secondarie, con ogni finestra visibile contemporaneamente per passare rapidamente da una all’altra. Nella modalità “parallela”, quattro app possono essere eseguite contemporaneamente, consentendo agli utenti di visualizzare, confrontare e agire sulle informazioni senza dover passare da un’app all’altra. AI integrata nel dispositivo per la produttività quotidiana.

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AI integrata


X Fold6 integra l’intelligenza artificiale direttamente nel dispositivo per le attività che gli utenti svolgono più spesso. Il File Manager basato sull’IA adotta una pagina iniziale in stile PC, organizza i file in base all’app di origine e al tipo di file.

Disponibilità


vivo ha confermato che X Fold6 sarà lanciato sul mercato europeo quest’anno. Ulteriori dettagli sulla disponibilità a livello regionale, sulle configurazioni, sulla denominazione, sui prezzi e sui canali di vendita saranno annunciati in occasione del lancio europeo.


Caldo record, gli italiani scelgono condizionatori smart: meno consumi e più comfort in casa


Con l’arrivo del caldo, gli italiani tornano a cercare soluzioni per raffrescare la casa, ma la domanda sembra cambiare forma rispetto al passato. Se il ventilatore resta una risposta semplice e immediata, i dati mostrano come l’interesse si concentrisempre più su prodotti capaci di garantire un raffrescamento più efficace e stabile, in particolare sui condizionatori, ormai al centro delle ricerche legate al comfort domestico nei mesi estivi.

I dati della ricerca


È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Osservatorio Trovaprezzi.it, che ha analizzato l’andamento delle ricerche dedicate alla climatizzazione, confrontando i dati del 2026 con quelli registrati negli anni precedenti. Nel mese di maggio 2026, le ricerche nella categoria Condizionatori e Deumidificatori hanno raggiunto quota 349.000 ricerche, in crescita del +12,4% rispetto a maggio 2025 e del +19,4% rispetto allo stesso mese del 2024.

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Il dato suggerisce come la domanda sia fortemente legata alla stagionalità e all’arrivo delle prime ondate di caldo. La crescita sembra indicare una maggiore attenzione stabile al comfort domestico, con il ventilatore che mantiene un ruolo accessibile e complementare, ma meno centrale rispetto a soluzioni più performanti. I condizionatori rappresentano infatti il 73,4% delle ricerche legate alle principali tipologie di prodotti per la climatizzazione, confermandosi nettamente la soluzione più ricercata. Seguono i condizionatori portatili, con il 10,9%, i purificatori/raffrescatori con il 10,4%, i ventilatori con il 3,4% e i deumidificatori con l’1,9%.

La scelta diventa più consapevole


Più che una sostituzione tra categorie, emerge quindi una domanda più articolata, in cui il condizionatore resta il prodotto di riferimento, mentre le altre soluzioni si inseriscono come alternative pratiche, temporanee o integrative, a seconda delle caratteristiche dell’abitazione e delle esigenze di utilizzo. A cambiare non è solo il tipo di prodotto cercato, ma anche il modo in cui le persone valutano l’acquisto: le ricerche mostrano infatti una crescente attenzione verso caratteristiche legate alla gestione intelligente, all’efficienza e al contenimento dei consumi. Tra le keyword e i filtri associati alle ricerche di condizionatori, il riferimento a prodotti wifi/smart passa dal 7,0% del 2025 al 18,4% del 2026. In leggero aumento anche le ricerche legate a termini come eco/green, che passano dal 5,8% al 6,3%.
Fonte Trovaprezzi.it: la foto mostra come si diversifica l'attenzione dei consumatori sull'acquisto di un dispositivo per la climatizzazioneFonte Trovaprezzi.it: la foto mostra come si diversifica l'attenzione dei consumatori sull'acquisto di un dispositivo per la climatizzazione

La scelta si arricchisce di nuove informazioni


Restano rilevanti anche le caratteristiche più direttamente collegate all’efficienza energetica: la keyword classe A+++ rappresenta il 15,6% delle ricerche considerate. Il quadro suggerisce che il risparmio energetico resti un criterio importante nella scelta, ma che l’attenzione degli utenti si stia ampliando: non solo classe energetica, quindi, ma anche possibilità di controllo da remoto, programmazione, ottimizzazione dell’utilizzo e maggiore versatilità del prodotto nel corso dell’anno. Dal punto di vista geografico, la domanda si concentra soprattutto nelle regioni più popolose: la Lombardia raccoglie il 31,7% di interesse per i condizionatori e i deumidificatori e il 35,7% per gli elettrodomestici dedicati al trattamento aria. Segue il Lazio, con il 15,6% per condizionatori e deumidificatori e il 13,2% per il trattamento aria. Tra le altre regioni più attive emergono Campania, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.

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Gli ulteriori dati dell'analisi


L’analisi condotta da Trovaprezzi mostra, inoltre, come l’interesse per condizionatori e deumidificatori sia particolarmente forte nelle fasce d’età centrali: gli utenti tra i 45 e i 54 anni rappresentano il 25,2% del totale, seguiti dalla fascia 35-44 anni con il 23,8% e dai 25-34enni con il 18,9%. Sul fronte del genere, le ricerche relative a condizionatori e deumidificatori vedono una netta prevalenza maschile, con il 69,5% sul totale contro il 30,5%. Più equilibrato, invece, il pubblico interessato al trattamento dell’aria, dove gli uomini rappresentano il 52,7% degli attivi e le donne il 47,3%. Tra i brand più presenti tra le ricerche degli utenti troviamo marchi specializzati nel mondo della climatizzazione come Innova, De’ Longhi, Hisense, Olimpia Splendid, Daikin, Mitsubishi, Dyson, Samsung e Beko, a conferma di uno scenario in cui convivono soluzioni diverse: dai condizionatori fissi ai portatili, dai modelli senza unità esterna alle pompe di calore, fino ai prodotti smart e ai dispositivi per migliorare la qualità dell’aria domestica.

“Quello che emerge dalle ricerche è un cambiamento nel modo in cui gli italiani affrontano il tema del caldo in casa. Non si cerca più soltanto una soluzione immediata per superare le giornate più torride, ma si valutano prodotti capaci di garantire comfort nel tempo, maggiore efficienza e una gestione più intelligente dei consumi”, ha commenta Dario Rigamonti di Trovaprezzi.it.



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Orate col Teflon


Usati da molti anni nelle gare di pesca alla trota e in seguito nel carpfishing, gli ami con rivestimento in teflon trovano un’utilissima applicazione anche in mare, nella caccia delle orate, grazie ad alcune caratteristiche che li rendono micidiali.
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foto in alto: l’autore sorride per la bella cattura, ottenuta grazie a un vivace granchietto, innescato su due ami rivestiti in Ptfe.

La pesca è contaminazione, quello che si dimostra efficace per una tecnica, spesso lo può diventare per un’altra. Nel numero di giugno di Mondo Pesca, Alessio Marongiu che scrive di carpfishing, descrisse l’utilizzo degli ami rivestiti in teflon nella pesca ai grossi ciprinidi in acqua dolce. Niente di nuovo, questi ami da anni sono usati con profitto in acque interne, dalla trota lago, al carpfishing appunto. I giapponesi possono avere tanti difetti ma di sicuro non mancano di capacità di osservazione, hanno intuito le potenzialità del teflon, l’hanno studiato e hanno sviluppato modelli di ami anche per l’utilizzo in mare, con un ventaglio di possibili applicazioni, praticamente infinito. L’articolo di Alessio si soffermava sull’utilità degli ami rivestiti in teflon con prede dotate di un apparato boccale molto resistente e coriaceo, come quello delle carpe che nuotano sfidando la forte corrente dei fiumi e dei canali. Ma allora, perché non provare a usare il teflon an-che con le orate?
Sotto: Stefano Ghiani, grandissimo esperto della pesca delle orate dalla spiaggia, posa con una bellissima cattura effettuata in una spiaggia dell’ovest sardo.
Politetra… cosa? - La parola teflon è entrata nell’uso comune perché questo materiale ha trovato negli ultimi decenni molte applicazioni in tantissimi ambiti della vita di tutti i giorni. Teflon è il nome commerciale del politetrafluoroetilene (Ptfe), un polimero plastico che ha delle caratteristiche davvero interessanti: resiste ad altissime temperature (fonde a 327° C), è insolubile in acqua o in qualsiasi altro solvente organico, ha ottime qualità di scorrevolezza e di antiaderenza. I suoi campi di applicazione sono davvero tantissimi: la fabbricazione del rivestimento nelle pentole antiaderenti; l’impiego su molti componenti per motori, per le eccellenti doti di contenimento degli attriti e della conseguente riduzione del surriscaldamento delle parti meccaniche; nell’industria elettrica svolge un ruolo importante, grazie alle sue proprietà isolanti; nei sistemi idraulici ha quasi del tutto sostituito la canapa per mantenere la tenuta stagna negli impianti. Un materiale così interessante non poteva sfuggire all’attenzione dei produttori di attrezzi per la pesca, sempre alla ricerca di novità da proporre agli appassionati.

I vantaggi del Ptfe - Il Ptfe, nella pesca, non è una semplice moda, poiché le sue prodigiose proprietà possono davvero rendere più efficace l’azione di pesca. Nello specifico, se parliamo di ami, il teflon ha il coefficiente d’attrito più basso tra tutti i materiali conosciuti. Questa strepitosa caratteristica è stata sfruttata per ottimizzare gli ami da pesca. Rivestendo questi ultimi con il “magico polimero” si ottiene, infatti, un prodotto che alle già ottime caratteristiche primitive dell’amo, aggiunge penetrabilità, durata e anche un po’ di mimetismo. Il bassissimo coefficiente d’attrito aumenta il potere penetrante dell’amo. Questa è di sicuro la caratteristica più evidente quando lo si prende in mano. Se la punta già in partenza è ben affilata, con una minima pressione penetra, scorrendo senza attrito in modo uniforme quasi non incontrasse alcuna resistenza; davvero sbalorditivo! Il rivestimento ha anche lo scopo di proteggere l’amo dall’azione ossidante della ruggine e da quella corrosiva dell’acqua di mare. Questo concetto è da ribadire poiché, parlando tra appassionati, spesso emerge la falsa convinzione che l’acqua salata sciolga in un attimo il rivestimento, ma come abbiamo visto il Ptfe è insolubile in acqua. A queste due doti si può aggiungere un certo mimetismo che il teflon conferiscve all’amo. Infatti il rivestimento rende opaca la superficie, diminuendo di fatto spiacevoli riflessi che potrebbero insospettire i pesci.
Innesco del granchio con due ami rivestiti in Ptfe.
Prova sul campo - “Abbiamo voluto fare una prova sul campo”, si direbbe in questi casi. La verità è che, con l’amico Marco Anedda, volevamo sfuggire per qualche ora alla città e al lavoro e ci siamo rifugiati in una spiaggia del comprensorio di Costa Rei, nel sud est della Sardegna. Gli ultimi bagnanti abbandonavano la spiaggia mentre noi, in attesa del tramonto, posizionavamo i picchetti e le canne. Il vento che arrivava dal mare non era per niente confortante, caldo e umido e neanche abbastanza intenso da sollevare una minima onda. Una condizione non certo ottimale. Ma noi confidavamo sulla presenza di qualche bella orata che, in questi spot e soprattutto in estate, si ciba di granchi e vermi. I granchi li ho portati io; i vermi li ha dimenticati Marco a casa. Quindi: orate col granchio! La paratura per questa tecnica è stata più volte descritta in queste pagine. Che sia fissa o scorrevole, prevede il finale in fluorocarbon, lungo almeno un metro. In questa occasione, vista l’assenza di vento e la proverbiale trasparenza del mare di queste spiagge, abbiamo usato finali di 1,5 metri in fluorocarbon dello 0,29; una sezione che, in caso di preda veramente importante, richiede la massima cautela in fase di recupero.
Marco Anedda con una bella orata, pescata in una spiaggia di Costa Rei. In questi mesi estivi, le spiagge ospitano di giorno una grande quantità di turisti, che scema all’imbrunire, per lasciare spazio e per tutta la notte, ai pescatori alla ricerca dell’orata dei sogni.
Al fluorocarbon abbiamo legato l’amo (un primo amo va fatto scorrere sul filo prima di legare il secondo). Già in questa prima fase il teflon ha mostrato i suoi pregi. La quasi assenza di attrito ha permesso di evitare il surriscaldamento del fluorocarbon e la formazione di riccioli, con un serraggio del nodo sicuro. Ma è quando abbiamo innescato i granchi che ci siamo accorti dell’efficienza di questi ami. La punta ha bucato con estrema facilità la “corazza” del crostaceo, sia in entrata che in uscita. Una manovra molto veloce, resa facile dall’estrema scorrevolezza del Ptfe che di fatto non ha indebolito la vivacità dell’esca. Le ottime sensazioni che abbiamo riscontrato nell’innesco sono poi state confermate dalle catture, due belle orate, allamate una all’interno della bocca, una sul labbro. Gli ami rivestiti con questo polimero sono quindi un’ottima scelta se usati nella ricerca delle orate. Per il momento non si trovano modelli di piccole e piccolissime dimensioni, utili per l’innesco di vermi come l’arenicola; per il momento.

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Focus America cambia veste per raccontare i 250 anni dell'America


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, il nostro sito si rinnova: un design più pulito e da quotidiano per seguire l'attualità americana. La missione resta la stessa: raccontare gli Stati Uniti al pubblico italiano, con rigore e senza prendere parte.

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti compiono 250 anni. Due secoli e mezzo fa, a Philadelphia, 56 delegati approvavano la Dichiarazione d'Indipendenza, dando così avvio a un esperimento politico che ancora oggi occupa il centro della scena mondiale. Il "Semiquincentennial", come gli statunitensi chiamano questa ricorrenza, è per l'intero Paese un'occasione per guardarsi allo specchio. Ci è sembrato il giorno giusto per fare lo stesso.

Da oggi Focus America si presenta con una veste nuova. Non è un cambio di rotta: il progetto resta lo stesso, con la stessa linea editoriale, lo stesso spirito e le stesse persone che lo portano avanti ogni giorno. Ma raccontare l'America nel suo anno simbolo richiedeva un'esperienza di lettura più chiara, più ordinata e più adatta al percorso che abbiamo davanti. Il lavoro degli ultimi mesi è servito proprio a questo: rendere Focus America più leggibile, più moderno e più riconoscibile, senza però snaturarne l'identità.

Meno rumore, più notizie


La prima cosa che noterete è la pulizia del nuovo template. Il nuovo design è più luminoso e arioso: più spazio attorno ai testi, una tipografia pensata per la lettura lunga. Abbiamo tolto ciò che distraeva e lasciato ciò che serve. Il principio che ci ha guidato è semplice: meno rumore, più notizie.

Cambia anche la nostra identità visiva. Il wordmark è stato leggermente rivisto: accanto all'urna elettorale con la bandiera americana compare ora il nome Focus America, più evidente e riconoscibile, nei colori principali della bandiera. Sono gli stessi colori che tornano in diversi punti del sito e che aiutano a dare più coerenza all'insieme. Una scelta semplice, pensata per raccontare meglio ciò che Focus America prova a fare ogni giorno: seguire da vicino la politica americana, i suoi riti, i suoi numeri, le sue campagne elettorali e le sue tensioni.

Anche la home page cambia impostazione. In apertura trovate il pezzo del giorno, scelto dalla redazione perché merita la vostra attenzione prima degli altri; quando non c'è una notizia principale, quello spazio viene occupato dall'ultimo articolo pubblicato. Il resto della parte superiore della pagina segue invece l'ordine cronologico, così da rendere subito chiaro quali contenuti sono più recenti e quali appartengono ai giorni precedenti.

Abbiamo introdotto anche un avviso negli articoli pubblicati da più di sei mesi: un modo semplice per segnalare al lettore che si tratta di una notizia datata, da leggere tenendo conto del tempo trascorso. È una scelta editoriale, non solo estetica: significa dare ordine alle notizie e maggiore contesto a chi legge, invece di rovesciare tutto indistintamente sulla pagina.

Seguire le storie, non inseguire le notizie


Ma l'attualità americana raramente si esaurisce in un solo articolo. Per questo nascono ora anche i dossier tematici: raccolte che riuniscono tutti i nostri pezzi su una stessa storia, dalle elezioni di midterm all'economia, dalla politica estera alle grandi trasformazioni istituzionali, e permettono di seguirla nel tempo, ricostruire come ci si è arrivati e capire dove può andare. È il nostro modo di dire che il contesto vale quanto la notizia.

Ci sono poi i momenti in cui l'America accelera. Per quei giorni abbiamo pensato a un sistema di aggiornamenti più immediato: le breaking news permettono di segnalare rapidamente ciò che sta accadendo e possono essere aggiornate più volte, con l'indicazione dell'ultimo aggiornamento sempre ben visibile. Accanto a questo ci sono i live blog, pensati per seguire passo dopo passo le giornate più importanti: dalle notti elettorali alle crisi internazionali, fino agli eventi che richiedono un racconto continuo.

Infine, resta ancora centrale la nostra newsletter: un modo semplice per ricevere ogni giorno la nostra selezione, pensato per chi preferisce trovare Focus America direttamente nella propria casella di posta, senza dover cercare ogni volta le notizie sul sito.

Una nuova veste per raccontare l’America


Insomma, il vestito è nuovo, la linea no. Focus America è nata per raccontare gli Stati Uniti d'America a un pubblico italiano con un approccio chiaro, documentato e imparziale. Non facciamo il tifo, non abbiamo candidati da sostenere né da affossare: le notizie non le prendiamo di parte, le riportiamo. In un'epoca in cui la politica americana viene spesso raccontata per tribù, crediamo che ci sia spazio, e bisogno, per chi prova a spiegarla senza doversi per forza schierare.

In questo contesto, i 250 anni della Dichiarazione d'indipendenza non chiudono un ciclo: ne aprono uno nuovo. Davanti agli Stati Uniti ci sono anni decisivi: le elezioni di midterm di novembre, la corsa presidenziale del 2028, un ruolo internazionale da ridefinire e una rivoluzione tecnologica, quella dell'intelligenza artificiale, che proprio dall'America sta cambiando sempre di più il nostro modo di vivere, lavorare e informarci.

Noi saremo qui a raccontare tutto questo, giorno dopo giorno, con una veste nuova e la stessa bussola di sempre: spiegare gli Stati Uniti al pubblico italiano con chiarezza, rigore e indipendenza. Buona lettura, buon 4 luglio. E che Dio benedica l'America, donandole altri 250 anni di libertà.

La redazione di Focus America

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Il Tao di Charlie Munger: riassunto e modelli mentali


Munger non era più intelligente degli altri: aveva un sistema. Il Tao di Charlie Munger raccoglie i suoi modelli mentali — inversione, circle of competence, compound intellect — per decisioni migliori in ogni ambito.

TL;DR

  • Munger non era più intelligente degli altri: aveva un sistema. Latticework of mental models — una rete di modelli da discipline diverse — per ridurre gli errori prima di cercare idee brillanti.
  • «Invert, always invert»: invece di chiederti come avere successo, chiediti cosa garantirebbe il fallimento — poi elimina quelle cause sistematicamente.
  • La saggezza di Munger non è solo per chi investe in borsa: circle of competence, pazienza composta e stupidity avoidance si applicano a carriera, relazioni e ogni decisione importante.


Nel 2023, a 99 anni, Charlie Munger è morto con un patrimonio di circa 2,6 miliardi di dollari. Ma la storia più interessante non è quella dei soldi: è quella della mente. Munger non era un genio della matematica né un analista finanziario con terabyte di dati. Era un lettore compulsivo, un avvocato di formazione, uno che aveva sviluppato nel corso di settant'anni di lavoro un modo di pensare radicalmente diverso dalla media.

Quando Warren Buffett parla di Munger — che era il suo vicepresidente di Berkshire Hathaway dal 1978 (Wikipedia) — usa quasi sempre la parola «saggezza». Non «intelligenza», non «strategia»: saggezza. La differenza è questa: l'intelligenza ti fa capire i problemi in fretta; la saggezza ti fa evitare i problemi sbagliati.

Il Tao di Charlie Munger, curato da David Clark per ROI Edizioni, raccoglie decenni di citazioni, discorsi agli shareholder meeting di Berkshire, interviste e conversazioni — organizzati per temi. Non è un manuale da leggere in linea retta: è una cassetta degli attrezzi da consultare prima delle decisioni che contano.

«Invert, always invert»: il meccanismo dietro il principio


La frase più famosa attribuita a Munger viene dal matematico tedesco Carl Jacobi: «Man muss immer umkehren» — bisogna sempre invertire. Nel contesto delle decisioni, significa questo: invece di chiederti come raggiungere un obiettivo, chiediti cosa lo saboterebbe con certezza — poi costruisci barriere contro quelle cause.

Il meccanismo cognitivo alla base è potente: il cervello umano ha una asimmetria nella valutazione del rischio. Siamo molto bravi a immaginare scenari positivi — il cosiddetto optimism bias documentato da ricercatori come Daniel Kahneman — e molto scarsi nel visualizzare concretamente come le cose potrebbero andare male. L'inversione corregge questa asimmetria forzando il pensiero verso il lato che tendiamo a ignorare.

In pratica, per qualsiasi progetto importante: fai la lista delle cinque azioni che lo farebbero fallire con certezza. Poi per ognuna definisci una contromisura concreta. Non è pessimismo — è pre-mortem thinking, e funziona. Si allinea perfettamente con il lavoro sulla resilienza: non si costruisce aspettando che le cose vadano bene, ma progettando per quando vanno male.

L'analisi completa dei modelli mentali di Munger — con esempi concreti e il piano di applicazione settimanale — è riservata ai membri del Protocollo.

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La psicologia dei soldi: riassunto completo di Morgan Housel


Fare bene con il denaro dipende dal comportamento, non dall'IQ. Housel spiega in 20 saggi come fortuna, rischio e storia personale guidano le scelte finanziarie — e come costruire sistemi che ti proteggano da te stesso.

TL;DR

  • Fare bene con il denaro dipende quasi interamente dal comportamento, non dall'intelligenza o dai dati: chi controlla le emozioni batte chi ottimizza i fogli Excel.
  • Housel spiega in 20 saggi brevi perché fortuna e rischio contano più del merito, perché il compounding funziona solo con la sopravvivenza, e cosa significa davvero il concetto di «enough».
  • Il libro non insegna a scegliere azioni: insegna a costruire sistemi che ti proteggono da te stesso, cioè dal te stesso impulsivo, invidioso e a corto termine.


C'è una storia che Morgan Housel racconta spesso: Ronald Read, bidello del Vermont, è morto nel 2014 lasciando un patrimonio di otto milioni di dollari. Nello stesso periodo, Richard Fuscone — vicepresidente di una grande banca, MBA a Harvard, guadagni da capogiro — è finito in bancarotta per eccesso di leva e spese eccessive.

Due vite opposte, stessa morale: il risultato finanziario non è una questione di IQ o di informazioni privilegiate. È una questione di comportamento nel tempo. Housel chiama questo fenomeno «la psicologia dei soldi» — ed è quello che smonta pezzo per pezzo nei 20 saggi brevi di questo libro, pubblicato nel 2020 e tradotto in oltre 60 lingue.

Morgan Housel è partner del Collaborative Fund, ex columnist del Wall Street Journal e del Motley Fool, vincitore due volte del Best in Business Award della Society of American Business Editors. Non è un guru della finanza: è un narratore che ha passato vent'anni a capire perché persone intelligenti prendono decisioni stupide con il denaro.

Perché il comportamento batte l'IQ


Il punto centrale del libro: la finanza si insegna come una scienza esatta, ma si vive come una storia personale. Cresciuto durante la Grande Depressione, avrai un rapporto col denaro diversissimo da chi ha fatto il liceo negli anni Novanta, nel pieno del boom azionario. Stesse informazioni, letture opposte della realtà.

Questo è il meccanismo che Housel chiama «storia personale del denaro»: le esperienze formative (scarsità, abbondanza, traumi, privilegi) agiscono come bias invisibili che guidano ogni scelta finanziaria prima ancora che arrivi il pensiero razionale. Non è una scusa: è il punto di partenza per smettere di replicare pattern inconsapevoli.

Le implicazioni sono concrete: non ha senso costruire un piano finanziario che regge solo se sei razionale al 100% in ogni momento. Funziona solo se regge anche quando sei stressato, invidioso, o spaventato. Ecco perché l'automazione, i vincoli pre-impegnati e le regole semplici battono l'ottimizzazione teorica.

Questo tipo di consapevolezza — capire il tuo comportamento prima di ottimizzare i numeri — è anche il cuore del lavoro sul mindset: non cambi le abitudini finanziarie senza prima capire le credenze che le generano.

«Enough»: la parola che cambia tutto


Il capitolo più trasformativo del libro si chiama «Enough» — abbastanza. Housel descrive il meccanismo psicologico per cui il goalpost si sposta sempre in avanti: guadagni di più, ma il riferimento si alza e il senso di abbastanza non arriva mai.

Questo non è un problema di carattere debole: è un difetto di design del modo in cui il cervello elabora i confronti sociali. Il sistema dopaminergico risponde all'anticipazione del premio, non al premio in sé. Una volta ottenuto l'obiettivo, il segnale cala e il sistema cerca il prossimo target — spesso più alto, più rischioso.

Il concetto di enough non è un invito alla mediocrità. È un atto di definizione attiva: quanti soldi, quanto lavoro, quanto rischio bastano perché la vita sia buona? Senza quella soglia definita, ogni decisione finanziaria è presa al buio. Housel cita il suicidio di Rajat Gupta — ex McKinsey, ricchissimo — come esempio estremo di goalpost infinito: rischiò tutto per «di più» senza aver mai definito il suo enough.

I contenuti completi — tutti i 20 saggi con l'analisi meccanismo per meccanismo, la tabella dei concetti chiave e il piano pratico settimana per settimana — sono riservati ai membri del Protocollo.

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Bending Spoons quotata, il ritorno di Fable 5, il primo LLM italiano, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
questa settimana c'è stato l'effettivo ingresso in Borsa (New York, non Milano) di Bending Spoons; è tornato Claude Fable 5 di Anthropic dopo il ban; è uscito il primo LLM italiano; e tanto altro ancora. L'editoriale della settimana invece, è un'altra riflessione, ancora aspra, sul futuro dell'Europa. Buona lettura!

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Significa che non vedi il podcast, i commenti dell'autore, non hai accesso all'app, agli editoriali in anteprima e visualizzi la pubblicità.

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.

L'Europa che pagherà i sussidi ai cittadini americani


gni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.

Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.

Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti. [...]

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Bending Spoons si è quotata a New York e vale 25 miliardi


Startup
Bending Spoons si è quotata alla borsa di New York il 1° luglio 2026, raccogliendo 1,68 miliardi di dollari con la vendita di 58 milioni di azioni a 29 dollari ciascuna. Nel primo giorno di contrattazioni il titolo è salito a 40,50 dollari, quasi il 40% in più rispetto al prezzo di emissione, portando la valutazione complessiva dell'azienda a circa 25,7 miliardi di dollari. Bending Spoons ha scelto New York perché il mercato americano offre più capitali e liquidità rispetto a Milano. Nel 2025 ha registrato ricavi per 1,31 miliardi di dollari e una perdita netta simbolica di 204mila dollari, con 500 milioni di utenti mensili attivi e 9 milioni di paganti.
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Fonte: Il Post
Alternativa in italiano: non pervenuta

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È tornato Claude Fable 5 di Anthropic


Intelligenza Artificiale
Fable 5, il modello AI più potente disponibile al pubblico secondo Anthropic, è tornato accessibile dopo che l'amministrazione Trump ha revocato i controlli all'export imposti a fine giugno. Anthropic lo ha riaperto a tutti i clienti, ma ad una condizione: le query considerate a rischio per la sicurezza possono essere dirottate su modelli meno potenti. Fuori dagli abbonamenti standard, l'accesso avviene a consumo, pagando per i token usati. Fino al 7 luglio, gli abbonati possono usare Fable fino al 50% dei token a disposizione, poi devono passare ad altri modelli. Anthropic avverte che brucia token più velocemente degli altri modelli.
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Fonte: Axios
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Il primo LLM italiano, Emma, diventa virale per le risposte sbagliate


Intelligenza Artificiale
Emma è il chatbot di Egomnia (quotata in Borsa a Milano) lanciato il 20 giugno, che è diventato un caso social in pochi giorni per risposte palesemente errate: ha indicato un chilo di pane come più pesante di un chilo di piume, ha affermato che un cane può volare, e ha risposto male a tanti altri esempi che l'hanno resa un caso virale. Il fondatore ha ammesso su X che Emma ha pochi GB di dataset e parametri, è un progetto sperimentale in fase di addestramento e che i miglioramenti arriveranno con Emma-6. Ha anche citato che hanno ricevuto 50.000 chat.
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Fonte: tg24.sky.it
Alternativa in italiano: non pervenuta

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OpenAI rinvia l'IPO al 2027 per colpa dei mercati


Business
OpenAI stava puntando a quotarsi in borsa già nel terzo o quarto trimestre del 2026, con l'obiettivo di raggiungere una valutazione da mille miliardi di dollari. Sam Altman aveva chiesto esplicitamente ai suoi advisor di trovare un modo per arrivarci, partendo dall'ultima valutazione privata di 730 miliardi. Ma i mercati non sono dalla sua parte: i titoli tech sono sotto pressione, gli investitori retail mostrano poca appetibilità per le nuove IPO, e la debacle post-quotazione di SpaceX — scesa da 202 a 153 dollari per azione in pochi giorni — ha reso gli advisor più cauti. A quel punto, i consulenti hanno offerto ad Altman due opzioni: aspettare il 2027 puntando ancora al trilione, oppure quotarsi prima abbassando la valutazione. Altman ha risposto che ridurre il target non è un'opzione, così il piano si sposta al prossimo anno.
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Fonte: nytimes.com
Alternativa in italiano: non pervenuta

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La Francia sostituisce Palantir con un software francese


Politica
Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che la DGSI, il servizio di sicurezza interna francese, passerà da Palantir alla società francese ChapsVision. Palantir lavorava con la DGSI dal 2016, dopo gli attentati del 13 novembre 2015, con contratti rinnovati tre volte fino al 2028. La motivazione dichiarata è ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori esteri. ChapsVision, fondata nel 2019, ha generato 200 milioni di euro di fatturato nel 2025 e opera in oltre 40 Paesi. La sua piattaforma ArgonOS può funzionare in ambienti completamente isolati dalla rete pubblica, requisito rilevante per l'intelligence. La transizione richiederà tra 18 e 24 mesi; nel frattempo, il contratto con Palantir resta in vigore. Già a maggio l'intelligence interna tedesca aveva scelto ChapsVision al posto di Palantir.
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Fonte: Eurofocus | Adnkronos
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Anthropic lancia Claude Sonnet 5


Intelligenza Artificiale
Anthropic ha rilasciato Claude Sonnet 5, versione aggiornata del suo modello di medie dimensioni, ottimizzata per task agentici come pianificazione, uso di tool e coding autonomo. Le prestazioni si avvicinano a quelle di Opus 4.8, ma a un prezzo inferiore: $2 per milione di token in input e $10 per milione in output fino al 31 agosto, dopo i quali saliranno rispettivamente a $3 e $15. Sonnet 5 è più economico di Opus 4.8, GPT-5.5 di OpenAI e Gemini 3.1 Pro di Google, anche se Gemini 3.5 Flash resta più conveniente. Da oggi è il modello predefinito per i piani gratuiti e Pro. Sui benchmark, Sonnet 5 segna 63,2% nell'agentic coding contro il 69,2% di Opus 4.8 e il 58,1% del precedente Sonnet 4.6, e supera leggermente Opus 4.8 nei test di knowledge work. Miglioramenti anche sulla sicurezza: meno sycophancy, meno allucinazioni, maggiore resistenza ai prompt injection rispetto a Sonnet 4.6, anche se il livello rimane inferiore a Opus 4.8 su comportamenti disallineati e task di cybersecurity avanzati.
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Fonte: TechCrunch
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OpenAI propone al governo USA una quota del 5% della società


Politica
OpenAI ha proposto all'amministrazione Trump di cedere al governo americano il 5% della società. La proposta, riportata dal Financial Times, è nelle fasi iniziali delle trattative. A una valutazione di 852 miliardi di dollari raggiunta a marzo, quella quota varrebbe circa 42,6 miliardi. La struttura prevede che il governo riceva una partecipazione analoga anche da Anthropic, Google e Meta, creando così un fondo sovrano — un'idea apparentemente di Sam Altman. L'obiettivo dichiarato è ridurre le tensioni con Washington. Non è ancora chiaro se le altre aziende accetteranno.
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Fonte: CNBC
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Meta vuole vendere potenza di calcolo AI alle aziende esterne


Business
Meta sta costruendo un business cloud per vendere capacità di calcolo AI a clienti esterni, sfidando direttamente AWS, Microsoft Azure e Google Cloud. Il progetto si chiama Meta Compute e prevede due opzioni: vendere accesso ai propri modelli AI ospitati sull'infrastruttura interna, in modo simile a quanto fa AWS con Bedrock, oppure vendere capacità di calcolo grezza a terzi, sul modello di CoreWeave. I piani sono ancora in sviluppo e potrebbero cambiare. La mossa serve a recuperare parte degli investimenti massicci in data center e chip, che ammontano a centinaia di miliardi di dollari. Zuckerberg ha già detto pubblicamente che la vendita di compute e servizi API è «sul tavolo», e che ogni settimana arrivano richieste da aziende esterne disposte a pagare un premio rispetto al costo di acquisto.
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Fonte: Bloomberg.com
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Meta porta la lettura del pensiero a 61% di accuratezza senza chirurgia


Tecnologia
Meta ha presentato Brain2Qwerty v2, un sistema che decifra in tempo reale frasi intere a partire dall'attività cerebrale (leggendo il pensiero, praticamente), registrata senza alcun intervento chirurgico. Il modello raggiunge il 61% di accuratezza sulle parole, contro l'8% dei precedenti metodi non invasivi, e per il partecipante migliore sale al 78%, con più della metà delle frasi decodificate con al massimo un errore. Il sistema usa dispositivi MEG indossabili e deep learning end-to-end addestrato su circa 22.000 frasi registrate da nove volontari. Meta ha rilasciato pubblicamente il codice di training di entrambe le versioni del modello. L'obiettivo dichiarato è aiutare i milioni di persone con lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione, offrendo un'alternativa scalabile agli impianti invasivi oggi usati in neuroprotetica.
~
Fonte: ai.meta.com
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Apple e Xbox aumentano i prezzi per la crisi dei chip di memoria


Big tech
Apple ha aumentato i prezzi di alcuni MacBook e iPad fino al 20%, attribuendo il rincaro alla pressione della domanda di chip per i data center AI sui costi di memoria e storage. Poco dopo, Xbox ha annunciato il suo secondo aumento in meno di un anno: la console base sale di 100 dollari a 499, il modello con più memoria di 150 dollari a 749, con effetto da agosto. Rispetto a ottobre scorso, le console Xbox costano tra il 30% e il 40% in più. L'azienda ha anche avvertito che i costi di memoria e storage, già raddoppiati, potrebbero raddoppiare di nuovo entro il 2027. Anche Valve ha lanciato la Steam Machine a prezzi più alti del previsto, per le stesse ragioni.
~
Fonte: bbc.com
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Letture interessanti


In lingua inglese.

Vi spiego perché la vicenda dell'AI italiana Emma, di cui tutti parlano sui social, non mi fa né ridere né sorridere


startupitalia.eu (eng)

Il CEO di AWS su perché Amazon sta assumendo 11.000 stagisti e dipendenti junior


platformer.news (eng)

L'AI sta rendendo la Silicon Valley produttiva, ansiosa e incapace di staccare


bloomberg.com (eng)

Il ban di Fable di Anthropic è finito. La battaglia su come domare l'AI è appena cominciata.


wsj.com (eng)

Notizie veloci


In lingua inglese.

L'Australia inasprisce il divieto ai minori sui social media e raddoppia le sanzioni per le aziende tech


reuters.com (eng)

Ex dipendenti di Apple e Audi hanno creato un EV di lusso ispirato al buggy lunare


arstechnica.com (eng)

WhatsApp sta finalmente introducendo i nomi utente per proteggere la privacy dei numeri di telefono


thehackernews.com (eng)

Google chiude l'API di Tenor, costringendo X, Discord e altri a cambiare


arstechnica.com (eng)

Musk smentisce il report del WSJ: SpaceX non avrebbe mostrato un prototipo di handset AI prima dell'IPO


reuters.com (eng)

L'UE afferma di aver avuto colloqui 'costruttivi' con il CEO di Apple Cook dopo lo scontro su Siri AI


reuters.com (eng

Intesa Sanpaolo migra i sistemi IT core sul cloud di Google


reuters.com (eng)

Sito del giorno

Il cimitero di Google


Killedbygoogle è il cimitero che raccoglie tutti i prodotti, app e servizi che Google ha lanciato e poi abbandonato (oltre 300). Tra gli esempi: Google Reader, Stadia, Chromecast e Google Podcasts.

Link: killedbygoogle.com

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


L'Europa che pagherà i sussidi ai cittadini americani


Ogni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.

Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.

Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti.

Il 1 luglio il Financial Times, ripreso da Reuters, ha riportato che OpenAI avrebbe discusso con il governo statunitense la cessione di una quota del 5% della società ad un fondo governativo che ridistribuisce il denaro ai cittadini americani. Ad oggi si tratterebbe di circa 42,6 miliardi — una buona fetta di questi, provenienti da clienti europei.

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L'Europa che pagherà i sussidi ai cittadini americani


Un futuro sin troppo probabile.

Ogni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.

Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.

Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti.

Il 1 luglio il Financial Times, ripreso da Reuters, ha riportato che OpenAI avrebbe discusso con il governo statunitense la cessione di una quota del 5% della società ad un fondo governativo che ridistribuisce il denaro ai cittadini americani. Ad oggi si tratterebbe di circa 42,6 miliardi — una buona fetta di questi, provenienti da clienti europei.

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Il modello di Focus America per le elezioni di metà mandato del novembre 2026


Vi presentiamo il nostro nuovo modello che stima seggio per seggio chi vincerà a novembre. Oggi dà i democratici avanti di 5,2 punti nel voto nazionale, il che significa che sono favoriti alla Camera dei Rappresentanti e testa a testa al Senato.
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Abbiamo costruito un nostro modello statistico per provare a rispondere a una domanda semplice: chi vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026? Le elezioni di metà mandato, in inglese midterm, si svolgono dopo due anni da ogni elezione presidenziale. Servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato.

Si tratta del primo grande test elettorale per il presidente in carica, che oggi è il repubblicano Donald Trump, e stabiliscono chi controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il loro risultato è decisivo: da esso dipenderà infatti se il presidente potrà contare ancora su una maggioranza favorevole per approvare le sue leggi o se sarà costretto a trattare con l’opposizione per la parte finale del suo mandato.

Il nostro modello di previsione combina 3 elementi: i sondaggi nazionali e locali, i “fondamentali”, cioè le caratteristiche strutturali di ogni Stato e di ogni collegio che possono influenzare il voto al di là delle rilevazioni, e alcuni andamenti storici ricavati dai cicli elettorali precedenti. Il risultato è stato consentirci di fare una previsione seggio per seggio per entrambe le camere, che viene aggiornata più volte al giorno. Con una premessa importante: un partito indicato come favorito non è un partito certo della vittoria. Il modello ragiona in termini di probabilità e margini, non di verdetti definitivi.

Il modello completo, con la mappatura di tutti i seggi, le previsioni Stato per Stato e i numeri aggiornati in tempo reale, è disponibile qui:

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Cosa ci dice il modello oggi


Il punto di partenza è il generic ballot, cioè la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli elettori se, alle elezioni per il Congresso, voterebbero genericamente per il candidato democratico o per quello repubblicano. Oggi i democratici sono al 47,2% e i repubblicani al 42,0%, con un vantaggio democratico di 5,2 punti e un margine di incertezza compreso tra 3,7 e 6,5 punti. Questa è la fotografia dell’umore nazionale: il dato da cui parte tutto il resto.

Alla Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi e la maggioranza si raggiunge a quota 218, il modello indica al momento i democratici come favoriti. La proiezione, che include anche l’assegnazione dei cosiddetti seggi in bilico, attribuisce loro 224 seggi contro i 211 dei repubblicani. Ma anche considerando soltanto i seggi già assegnati a un partito, e lasciando quindi fuori quelli ancora incerti, i democratici arrivano già a 218, esattamente la soglia della maggioranza, contro i 198 dei repubblicani. Restano 19 seggi in bilico.

Al Senato il quadro è invece di sostanziale parità. La maggioranza si raggiunge a quota 51 seggi su 100, ma con un’avvertenza: se l’aula dovesse dividersi 50 a 50, il voto decisivo ("tie breaker" in linguaggio politico americano) spetterebbe al vicepresidente, che per Costituzione presiede il Senato, oggi il repubblicano JD Vance. Per questo ai democratici servono 51 seggi per ottenere la maggioranza, mentre ai repubblicani ne bastano 50. La nostra proiezione assegna esattamente 51 seggi ai democratici e 49 ai repubblicani, ma con soli 4 seggi in bilico il controllo dell’aula resta appeso a poche migliaia di voti. Per questo il modello classifica la sfida come un sostanziale testa a testa.

Se alla Camera dei Rappresentanti ogni due anni vengono rinnovati tutti i 435 seggi, rimettendo interamente in gioco la maggioranza, al Senato il meccanismo è diverso: i senatori restano, infatti, in carica sei anni e solo un terzo dell'aula viene rinnovato a ogni ciclo elettorale. Questo significa che a novembre 2026 saranno in palio 35 seggi, mentre gli altri 65 non saranno sottoposti al voto e resteranno in mano ai senatori attualmente in carica fino ai cicli successivi. I democratici partono quindi da 34 seggi e, per arrivare a quota 51, devono conquistarne 17 dei 35 in palio. È un margine strettissimo, che spiega perché lo spostamento di pochi Stati possa bastare a cambiare il controllo dell'aula.

Le migliori occasioni per strappare un seggio ai repubblicani sono concentrate in 4 Stati. La più promettente è la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 5,7 punti in una sfida per un seggio aperto, cioè senza un senatore uscente candidato alla rielezione. Seguono 3 Stati considerati in bilico dal nostro modello: il Maine, dove il democratico Graham Platner sfida la repubblicana uscente Susan Collins; l'Ohio, dove l'ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare al Senato contro l'attuale senatore Jon Husted; e il Texas, dove il candidato democratico James Talarico corre per un seggio aperto contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, che alle primarie ha battuto il senatore uscente John Cornyn.

Secondo il nostro modello, i 4 seggi più decisivi per il controllo del Senato sono quelli in gioco in Maine, Ohio, Texas e Alaska. In Maine i democratici sono attualmente avanti di 2,8 punti, in Ohio di 1,5 e in Texas di 1,1. L'Alaska è l'unico tra gli Stati più contendibili in cui risultano ancora in vantaggio i repubblicani, ma con un margine di appena 0,7 punti. Il modello considera un seggio in bilico quando la distanza tra i due candidati è inferiore a 3 punti, una soglia compatibile con il margine d'errore tipico di un sondaggio.

Come si costruisce la media nazionale


Nella media del generic ballot ogni rilevazione entra con un peso diverso, perché non tutti i sondaggi hanno la stessa affidabilità. Nel nostro modello contano quindi di più quelli realizzati da istituti con una storia di previsioni accurate, secondo la classifica di qualità che usiamo come riferimento. Ma pesano di più anche i sondaggi condotti sugli elettori probabili rispetto a quelli sugli elettori registrati o sugli adulti in generale, perché stimare il comportamento di chi andrà davvero a votare è più significativo che misurare soltanto chi avrebbe diritto a farlo. I sondaggi commissionati da un partito, invece, hanno un peso minore e vengono corretti spostando il risultato di un punto e mezzo nella direzione opposta allo sponsor.

Un secondo correttivo riguarda le inclinazioni sistematiche dei singoli istituti di sondaggi. Alcuni sondaggisti tendono infatti a produrre, in modo abbastanza costante nel tempo, risultati leggermente più favorevoli ai democratici, altri ai repubblicani. Il modello misura questa inclinazione, chiamata in gergo house effect, e la sottrae prima di includere il loro dato nella media, così da rendere gli istituti più comparabili tra loro. È previsto anche un tetto al peso degli istituti che pubblicano molti sondaggi in rapida successione, per evitare che un singolo istituto di sondaggio particolarmente prolifico finisca per dominare la media.

Tutti questi sondaggi, ciascuno con il proprio peso, vengono poi trasformati da una nuvola di punti in una linea continua. Lo strumento che usiamo si chiama filtro di Kalman e funziona come segue: invece di inseguire ogni singola rilevazione, il nostro modello stima un livello “reale” dell'andamento della sfida, che si muove gradualmente giorno dopo giorno, e considera ogni sondaggio come una misura imperfetta di quel livello. Nei giorni senza nuove rilevazioni la linea resta sostanzialmente stabile, ma l’incertezza aumenta: per questo la banda intorno alla stima si allarga quando i dati sono più scarsi. È da qui che nasce il dato di oggi: democratici avanti di 5,2 punti, ma con un intervallo di confidenza compreso tra 3,7 e 6,5 punti.

Questa media fotografa la situazione a oggi e non include ancora alcuna correzione storica. Le due correzioni successive non modificano invece il numero mostrato in pagina, ma servono a trasformare l’umore nazionale in una previsione di seggi. Per stimare chi vincerà a novembre, infatti, il margine grezzo dei sondaggi non basta.

La prima correzione che effettuiamo per affinare il calcolo dei seggi riguarda una distorsione nota del generic ballot, che storicamente tende a sovrastimare i democratici rispetto al risultato effettivo alla Camera dei Rappresentanti. Nel 2022, per esempio, la media dei sondaggi indicava i democratici avanti di 1,5 punti, ma alle urne i repubblicani vinsero il voto nazionale di 2,8 punti. Per questo, prima di alimentare i modelli sui singoli seggi, abbiamo scelto di correggere il dato riducendo leggermente il margine di vantaggio democratico stimato dai sondaggi.

La seconda correzione tiene invece conto di come tendono a evolvere i sondaggi sulle midterm man mano che ci si avvicina al voto. Le rilevazioni fotografano la situazione attuale, ma l’elezione si terrà solo a novembre. Osservando i cicli elettorali dal 1994 al 2024 emerge un andamento piuttosto chiaro: il partito del presidente in carica tende a perdere terreno con l’avvicinarsi delle urne. È il cosiddetto il cosiddetto effetto di rigetto contro il partito al potere: nelle elezioni di metà mandato, infatti, gli elettori tendono spesso a usare il voto come un referendum sul presidente in carica. A pochi mesi dal voto, questo effetto vale in media poco più di 2 punti e si esaurisce il giorno dell’elezione.

Poiché oggi il presidente è un repubblicano, la seconda correzione sposta il clima nazionale verso i democratici, cioè nella direzione opposta rispetto alla prima correzione. In sintesi, il “clima politico nazionale” che entra nella parte del modello che usiamo per stimare i seggi nasce dalla somma di 3 distinti elementi: il margine dei sondaggi attuali, meno la distorsione storica del generic ballot, più l'effetto di rigetto atteso a favore dell’opposizione con l’avvicinarsi delle midterm.

I modelli del Senato e della Camera


Per il Senato, il modello stima il risultato in ciascuno Stato chiamato al voto partendo dai fondamentali: cioè dagli elementi che permettono di valutare la sfida elettorale prima ancora di considerare i sondaggi locali. I fondamentali combinano 4 elementi: il clima politico nazionale calcolato come descritto in precedenza; l’orientamento dello Stato alle ultime elezioni presidenziali, misurato rispetto alla media nazionale, con il risultato del 2024 che pesa più di quello del 2020; il risultato dell’ultima elezione al Senato per quello stesso seggio; e il vantaggio di chi è già in carica e si candida per la rielezione.

Nel nostro modello, un senatore uscente che si ricandida parte con un vantaggio stimato di circa 4 punti. Questo beneficio viene però ridotto in alcuni casi: per esempio quando il senatore non è stato eletto direttamente dagli elettori, ma nominato per occupare un seggio rimasto vacante dopo la morte o le dimissioni del predecessore.

Su questa base di partenza, il modello innesta poi i sondaggi dei singoli Stati, smussati nel tempo con lo stesso metodo usato per la media nazionale. Questo significa sostanzialmente che dove una sfida è molto sondata, come in Ohio o in Texas, pesano soprattutto le recenti rilevazioni locali, mentre dove dove invece i sondaggi sono pochi o assenti, resta centrale la stima basata sui fondamentali.

Per il Senato abbiamo scelto, in generale, di dare maggiore peso ai sondaggi. In alcuni degli Stati più contesi, infatti, i fondamentali da soli tenderebbero a spostare la stima troppo verso i repubblicani, mentre le rilevazioni locali più recenti indicano spesso una dinamica diversa. In questi casi preferiamo quindi dare più fiducia ai dati raccolti sul campo. Solo in pochi Stati, quando i fondamentali non riescono a descrivere pienamente la natura della sfida, applichiamo correzioni esplicite e dichiarate. È il caso, per esempio, della North Carolina e del Maine.

Alla Camera dei Rappresentanti il meccanismo è diverso, perché i collegi da stimare sono 435 e, a differenza del Senato, quasi nessuno dispone di sondaggi propri. Il nostro modello parte quindi dal risultato di ogni collegio nel 2024, ricalcolato però sui nuovi confini dei distretti in vigore nel 2026. Negli Stati Uniti le mappe dei collegi elettorali vengono ridisegnate periodicamente, una pratica che i due partiti usano spesso per costruire distretti a loro più favorevoli, il cosiddetto gerrymandering.

Poiché negli ultimi anni diversi Stati hanno ridisegnato i propri collegi, abbiamo prima ricostruito quale sarebbe stato il risultato del voto del 2024 con le mappe elettorali previste per il 2026. Per farlo siamo partiti dai risultati registrati nelle singole sezioni che compongono ciascun distretto. In questo modo, l’effetto del ridisegno dei collegi è stato già incorporato nella base di partenza del modello.

Su questa base il modello aggiunge lo spostamento nazionale, cioè quanto è cambiato il clima politico nazionale rispetto al 2024, quando i repubblicani vinsero il voto per la Camera con un margine di 2,6 punti. Questo spostamento, però, non viene applicato ovunque nello stesso modo. Ogni collegio, infatti, reagisce in maniera diversa ai cambiamenti dell'opinione pubblica nazionale: alcuni distretti si muovono molto quando cambia il clima politico, altri restano quasi fermi perché hanno un elettorato più stabile. Questo meccanismo si chiama elasticità. Nel modello viene calcolato collegio per collegio, applicando allo spostamento nazionale un moltiplicatore diverso per ciascun distretto.

A questi elementi si aggiunge il vantaggio del candidato uscente che si ricandida, stimato per la Camera in circa 2 punti. Il modello incorpora poi i pochi sondaggi locali disponibili e soprattutto anche un cosiddetto effetto di propagazione: le informazioni raccolte su un collegio influenzano, seppure in misura molto ridotta, anche la stima di altri distretti simili per area geografica, orientamento politico e profilo demografico, come livello di istruzione o grado di urbanizzazione.

Il peso dei fondamentali e quello dei sondaggi cambiano con l’avvicinarsi del voto. Quando l’elezione è ancora lontana, le rilevazioni sono storicamente meno affidabili nel prevedere il risultato finale: per questo il modello attribuisce maggiore importanza ai fondamentali. Man mano che ci si avvicina a novembre, però, i sondaggi diventano più indicativi e il loro peso aumenta progressivamente, mentre quello dei fondamentali si riduce. Alla Camera, in un collegio tipo, i fondamentali pesano oggi circa la metà della stima, ma arrivano al giorno del voto con un peso intorno al 10%. Al Senato, come detto, questo meccanismo è nei fatti disattivato: dove ci sono sondaggi locali, sono soprattutto quelli a guidare la previsione.

Un modello che si aggiorna ogni giorno


Il nostro modello è deterministico: a parità di dati in ingresso, produce sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali nella fase finale. Ogni volta che un nuovo sondaggio viene inserito nella base dati, il modello ricalcola tutte le stime. L’aggiornamento avviene più volte al giorno e continuerà fino al 3 novembre. I numeri mostrati oggi in questa pagina sono quindi una fotografia aggiornata al 20 giugno 2026, a 136 giorni dal voto. Cambieranno inevitabilmente con l’arrivo di nuove rilevazioni, con la definizione delle candidature e con l’evoluzione del clima politico nazionale.

Per il Senato, dove il controllo dell’aula si decide in pochi Stati, il modello compie un passaggio ulteriore: simula diecimila volte l’esito complessivo. Le simulazioni tengono conto di due tipi di errore. Il primo è un errore comune a tutte le sfide: i sondaggi, infatti, possono sbagliare nella stessa direzione in più Stati. Il secondo è un errore specifico per ciascuno Stato, legato alle caratteristiche della singola corsa.

In questo modo il modello non si limita a contare i seggi in cui ciascun partito è favorito, ma misura anche l’incertezza della previsione. È una distinzione essenziale: sapere chi è avanti non basta, bisogna capire quanto quel vantaggio sia solido. Per questo consideriamo giusto e trasparente indicare non solo quale partito ha più probabilità di conquistare la maggioranza, ma anche quanto riteniamo che quella previsione sia affidabile.

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I quattro accordi: riassunto di Miguel Ruiz


Quattro accordi tagliano alla radice il dramma relazionale: impeccabilità della parola, non personalizzare, non fare supposizioni, fare del tuo meglio. Guida pratica al libro di Ruiz.

TL;DR

  • Fin da bambini siamo stati "addomesticati": regole, premi e punizioni hanno installato accordi interiori spesso distorti. Ruiz mostra come riconoscerli e sostituirli con quattro nuovi contratti con te stesso.
  • I quattro accordi non sono comandi morali: sono tecniche di igiene mentale per ridurre il dramma relazionale. Funzionano anche se ignori completamente la tradizione tolteca.
  • Il più potente è il terzo — non fare supposizioni. Una domanda diretta al giorno può eliminare settimane di rancore costruito su storie inventate.


Pensa all'ultima volta che qualcuno non ti ha risposto subito. In quanti secondi hai costruito una storia plausibile — forse è arrabbiato, forse ho detto qualcosa di sbagliato, forse non gliene importa niente? E poi, quando è arrivata la risposta ("scusa, ero al telefono"), tutta quella architettura narrativa è crollata — e tu avevi già vissuto un ciclo completo di ansia, rimpianto e difesa.

Don Miguel Ruiz — medico di formazione, figlio di una curandera messicana, nato a Tijuana nel 1952 — chiama questo processo "fare supposizioni". E lo identifica come una delle fonti principali di sofferenza inutile. Il suo libro I quattro accordi — pubblicato nel 1997, oltre 15 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti, sito ufficiale miguelruiz.com — propone quattro pratiche che tagliano alla radice il rumore mentale relazionale.

Il libro ha una veste spirituale — tradizione tolteca del Messico precolombiano — ma i principi funzionano anche senza credere in nulla di esoterico. Sono, nei fatti, quattro regole di comunicazione e auto-osservazione che chiunque può applicare subito, in qualsiasi relazione. Il sito dedicato thefouragreements.com offre risorse e approfondimenti in inglese.

Domesticazione: il problema alla radice


Ruiz parte da un'analisi acuta: da bambini non abbiamo scelto le nostre credenze. Le abbiamo assorbite attraverso la famiglia, la scuola, la cultura — un processo che chiama domesticazione. Il sistema è semplice: comportarsi in un certo modo = approvazione e ricompensa; comportarsi in modo diverso = punizione e vergogna.

Col tempo, questo sistema non richiede più rinforzo esterno: lo hai interiorizzato. La parte di te che giudica, punisce e approva è diventata interna. Ruiz la chiama il Giudice interiore. E il suo bersaglio principale sei tu stesso.

Il risultato è quello che chiama il sogno del pianeta: un sistema collettivo di credenze e aspettative in cui tutti vivono — e soffrono — come se fosse l'unica realtà possibile. I quattro accordi sono il modo per uscire da questo sogno: non rivoluzionando il mondo, ma cambiando i contratti che hai con te stesso.

Questo meccanismo si intreccia con il lavoro sul mindset: cambiare le credenze radice non è questione di forza di volontà, è questione di riconoscerle prima che agiscano.

I quattro accordi in profondità


Primo accordo: sii impeccabile con la parola. La parola non è solo comunicazione: è azione. "Sono stupido" detto a te stesso dieci volte non è un'osservazione neutra — è un programma che si auto-consolida. Il gossip, i giudizi non richiesti, le promesse che non mantieni hanno lo stesso peso. Impeccabile non significa perfetto: significa non usare la parola contro te stesso o gli altri.

Secondo accordo: non prendere nulla sul personale. Quello che gli altri dicono o fanno è la proiezione del loro sogno, non una descrizione oggettiva di te. Anche i complimenti: se li prendi come verità assoluta, diventi dipendente dall'approvazione altrui. Liberarsi dall'abitudine di personalizzare non significa diventare indifferenti — significa smettere di costruire l'identità sulle reazioni degli altri.

Terzo accordo: non fare supposizioni. È il più potente e il più difficile. Supponiamo continuamente — su cosa pensa l'altro, cosa intendeva, cosa succederà — poi trattiamo le supposizioni come fatti e reagiamo di conseguenza. La cura è semplice: chiedere. Un messaggio chiaro invece di un romanzo di inferenze. L'imbarazzo momentaneo di chiedere vale meno del rancore cronico di supporre.

Quarto accordo: fai sempre del tuo meglio. Il tuo meglio cambia ogni giorno — malato, riposato, stressato, in forma. Non è un'asticella fissa: è il massimo disponibile in quel momento. Questo accordo protegge dall'auto-flagellazione quando non raggiungi standard immaginari e dall'inerzia quando pensi che il tuo meglio attuale non valga abbastanza.

Abbinalo alla pratica della fiducia in te stesso: i quattro accordi sono strumenti che funzionano meglio quando ci sono già alcune fondamenta di autostima.

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Il potere di adesso: riassunto di Eckhart Tolle


La mente vaga tra passato e futuro mentre la vita accade adesso. Tolle spiega il meccanismo dell'ego e del pain-body, e come tornare al presente senza meditazione complicata.

TL;DR

  • La mente vaga continuamente tra passato (rimpianto) e futuro (ansia). Tolle mostra che il momento presente è l'unico luogo dove esisti davvero — e l'unico da cui puoi agire.
  • Il pain-body è il deposito di dolore emotivo accumulato negli anni: si riattiva nei momenti di stress e governa le reazioni prima che tu te ne accorga. Riconoscerlo lo neutralizza.
  • Questo non è un libro da leggere una volta: è un libro da praticare. Tre respiri consapevoli prima di aprire il telefono cambiano più di mille pagine dimenticate.


C'è un momento che quasi tutti riconoscono: sei in mezzo a qualcosa di bello — una cena, una passeggiata, una conversazione — e la mente non c'è. Sta già al prossimo appuntamento, all'email che non hai risposto, all'errore di tre anni fa. Il corpo è lì, tu non sei lì.

Il potere di adesso parte da questa frattura. Eckhart Tolle — nato a Lünen, Germania, nel 1948 — racconta di aver vissuto anni di depressione severa, fino a una notte del 1977 in cui qualcosa si è spezzato: il dialogo ossessivo con se stesso si è fermato, e quello che è rimasto era una presenza silenziosa. Non ha capito cosa fosse accaduto per mesi. Poi ha cominciato a insegnarlo.

Il libro — pubblicato nel 1997, 16 milioni di copie vendute in 52 lingue, sito ufficiale eckharttolle.com — non è un manuale di tecniche. È una guida alla struttura del problema: perché soffriamo, da dove viene il dolore che portiamo, e come interrompere il loop. La forma è insolita: domande di lettori immaginari e risposte di Tolle, dialogo più che trattato. Funziona perché ti ci rispecchi dentro.

Il problema: non sei la tua mente


Il punto di partenza di Tolle è scomodo: l'ego — la costruzione mentale di chi pensi di essere (i tuoi ruoli, le tue opinioni, la tua storia) — non è te. È un'abitudine. La mente ha bisogno di un'identità coerente e la costruisce con pensieri, etichette, narrazioni su di sé. Il problema è che quella narrazione ha vita propria: ha bisogno di essere confermata, protetta, confrontata.

Questo genera il tempo psicologico — il continuo viaggiare mentale tra un passato da elaborare e un futuro da controllare. Non è pianificazione utile (quella esiste e Tolle la chiama "tempo cronologico"). È rumina zione automatica: pensieri che si innescano senza che tu li abbia scelti, come una playlist che parte da sola.

La via d'uscita non è combattere i pensieri — tentar di sopprimerli li rafforza. È osservarli. Non "io sono ansioso" ma "c'è ansia". Questa micro-distinzione tra pensiero e testimone del pensiero è il cuore del metodo. Chi osserva non è il pensiero. E questo "chi osserva" è già presente — non devi costruirlo.

Per chi ha già lavorato sul mindset, questo risuona: il cambiamento non avviene sforzandosi di "pensare positivo", ma riconoscendo lo schema automatico prima che si completi.

Il pain-body: perché reagisci prima di pensare


Il concetto più originale — e più potente — del libro. Il pain-body è la somma di tutto il dolore emotivo non elaborato che hai accumulato nella vita: umiliazioni, abbandoni, traumi, piccole ferite ripetute. Questo dolore non scompare da solo: si deposita nel corpo-mente come un campo energetico che si "addormenta" tra un'attivazione e l'altra.

Il pain-body si risveglia quando incontra un trigger — un tono di voce, un'espressione sul viso di qualcuno, una situazione che assomiglia al passato. In quel momento non sei più tu a guidare: è lui. Reazioni sproporzionate, parole che non avresti voluto dire, cicli di conflitto che si ripetono identici. Non è colpa del carattere. È un meccanismo.

Il trattamento che Tolle propone è semplice e difficile insieme: riconoscerlo mentre accade. Non analizzarlo, non capire perché esiste, non risolverlo con la forza di volontà. Solo: "il pain-body si è attivato". Quella consapevolezza interrompe l'automatismo. Il campo emotivo non trova carburante se c'è presenza. Si dissolve — lentamente, nel tempo, con la pratica.

Abbinalo al lavoro sulla resilienza: capire perché reagisci sproporzionatamente è il primo passo per non essere governato da quelle reazioni.

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La via del guerriero di pace: riassunto di Dan Millman


Dan Millman era campione mondiale di trampolino e ancora non era presente nella sua vita. Socrate — il benzinaio misterioso — insegna che la via importa più della medaglia.

TL;DR

  • Dan Millman era campione mondiale di trampolino e allenatore a Stanford. Il libro racconta in forma semiromantica il periodo della sua vita in cui bravura tecnica e vita interiore erano completamente separate — e cosa successe quando le unificò.
  • Il messaggio centrale di Socrate, il mentore: «Dove sei? Qui. Che giorno è? Oggi.» — tre parole contro il problema più comune degli overachiever: eccellere fisicamente mentre la mente è altrove.
  • Il "guerriero di pace" non combatte gli avversari: combatte le illusioni mentali — identità basata sui risultati, paura del fallimento, ricerca di scorciatoie. La via è la pratica quotidiana, non la destinazione.


Immagina di essere tra i migliori ginnasti degli Stati Uniti a 20 anni. Campione mondiale di trampolino, capitano della squadra a Berkeley, futuro olimpionico quasi certo. Tutto ciò che ti è stato detto di volere — lo hai già, o sei sulla strada per averlo.

Eppure sei sveglio nel mezzo della notte, inseguito da incubi, con una sensazione persistente che qualcosa di fondamentale stia sfuggendo.

Questo è il punto di partenza di La via del guerriero di pace di Dan Millman (Nuove Frontiere del Pensiero; titolo originale Way of the Peaceful Warrior, 1980). Millman — ex campione mondiale di trampolino, poi allenatore a Stanford e professore a Oberlin — racconta in forma narrativa il periodo della sua vita in cui capì che la perfezione tecnica nello sport non aveva nulla a che fare con l'essere presente nella propria vita.

Il libro si è tradotto in ventinove lingue, ha ispirato un film nel 2006 con Nick Nolte nel ruolo di Socrate, il mentore misterioso, ed è considerato uno dei testi di crescita personale più influenti degli ultimi quarant'anni. Non è un libro tecnico — è un romanzo. E proprio per questo arriva dove i manuali non arrivano.

Socrate: il benzinaio come maestro


Il personaggio centrale — accanto a Dan — è Socrate: un vecchio benzinaio che lavora di notte in un distributore vicino al campus. Dan lo incontra durante una delle sue insonnie, e quello che inizia come una conversazione stranea diventa, nel corso degli anni, un apprendistato radicale.

Socrate non insegna con lezioni teoriche. Insegna attraverso paradossi, silenzi, compiti fisici, domande impossibili. Il suo metodo è il contrario di quello accademico: niente concetti prima dell'esperienza diretta, niente spiegazioni prima che il corpo abbia capito.

La scena più citata del libro: Dan chiede a Socrate cosa significa essere presenti. Socrate risponde con una domanda: «Dove sei?» — «Qui.» — «Che giorno è?» — «Oggi.» — «Allora sei già un maestro.»

Non è mistica: è il meccanismo della mindfulness spiegato senza tecnicismi. L'attenzione portata al momento presente non è esercizio spirituale — è la condizione base per ogni prestazione autentica.

I dettagli dei tre archi narrativi, i meccanismi psicologici profondi e il piano di pratica sono riservati ai membri del Protocollo.

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Il gabbiano Jonathan Livingston: riassunto di Richard Bach


Un gabbiano che vola diversamente dagli altri: parabola di eccellenza, solitudine della crescita e insegnamento. Il classico di Bach spiegato con il meccanismo della pratica deliberata.

TL;DR

  • Jonathan non sceglie il volo per sopravvivere — lo sceglie per capire fino in fondo cosa può fare un'ala. La differenza tra conformità e maestria non è talento: è la domanda che ti fai la mattina.
  • Il prezzo dell'eccellenza è reale: il branco ti espelle, la solitudine fa parte del percorso. Bach non mente su questo. Ma mostra anche il lato che si perde dall'esterno: la libertà che cresce con la competenza.
  • La parabola si chiude con il ritorno: Jonathan non tace ciò che ha imparato. La maestria matura quando insegni, non quando accumuli skill in silenzio.


Hai mai smesso di fare qualcosa di buono perché nessuno capiva perché ci tenessi così tanto? Hai inseguito un livello di eccellenza in qualcosa — un'arte, uno sport, un mestiere — mentre intorno tutti si accontentavano della media?

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach (prima pubblicazione 1970, edizione italiana Rizzoli/BUR) è una novella breve — si legge in un pomeriggio — che non spiega nulla in modo didascalico. Racconta. E in quella storia di un gabbiano che vola diversamente dagli altri, ci sono dentro tutte le domande che contano sulla crescita personale: perché puntare all'eccellenza, cosa costa farlo, cosa si guadagna e cosa va restituito.

Richard Bach era pilota prima che scrittore — la sua passione per il volo non era metafora: era mestiere, ore di cockpit, errori e manovre affinate. Jonathan Livingston è la versione allegorica di quella stessa ossessione per la perfezione tecnica. Pubblicato nel 1970, ha dominato la classifica del New York Times per due anni consecutivi e ha venduto oltre 30 milioni di copie in quaranta lingue. Il motivo è semplice: tocca qualcosa di universale che i libri di self-help raramente raggiungono.

Eccellenza contro conformità: il cuore della parabola


Il branco di gabbiani vola per mangiare. Jonathan vola per capire il volo. Questa differenza — apparentemente sottile — è il nucleo del libro.

Bach mostra la tensione tra conformità e libertà con onestà. Il branco non è cattivo — è razionale. Ha trovato un equilibrio funzionale tra energia spesa e pesce guadagnato. Jonathan rompe quel contratto sociale implicito non per ribellione, ma per curiosità tecnica: vuole sapere quanto veloce può andare, quanto in basso può scendere, dove si trova il limite reale.

La conseguenza è l'espulsione. Non punizione — è la logica del branco: chi non serve il gruppo perde il posto nel gruppo. La solitudine iniziale di Jonathan non è prova di errore: è tassa sulla crescita.

Il meccanismo psicologico è reale: la ricerca sulla pratica deliberata di Anders Ericsson mostra che chi punta all'eccellenza dedicando ore a migliorare una skill specifica — non a eseguire, ma a migliorare — spesso funziona fuori dai ritmi e dagli incentivi del gruppo. Questo crea frizione, non perché il gruppo sia sbagliato, ma perché i due obiettivi sono strutturalmente diversi.

La struttura completa delle tre parti, i meccanismi psicologici del libro e il piano di lettura pratica sono nella sezione per i membri del Protocollo.

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The Ruthless Elimination of Hurry: riassunto di John Mark Comer


La fretta non è mancanza di tempo: è una malattia dell'anima. Comer propone quattro pratiche concrete — Sabbath, silenzio, semplicità, rallentare — per ritrovare presenza e profondità.

TL;DR

  • La fretta non è mancanza di tempo: è una malattia dell'anima — il termine "hurry sickness" è stato coniato dai cardiologi Meyer Friedman e Rosenman nel 1974. Comer la diagnostica come nemica di presenza, empatia e relazioni profonde.
  • Il libro propone quattro pratiche concrete: silenzio e solitudine, Sabbath (riposo deliberato), semplicità e rallentare — accessibili anche a chi lavora e ha famiglia, non solo ai monaci.
  • «Ruthless» nel titolo è intenzionale: devi tagliare impegni buoni per proteggere il meglio. Ogni sì alla fretta è un no nascosto a ciò che ami davvero.


Guarda il tuo calendario di questa settimana. Non quello che avresti voluto, quello reale. Quanti spazi vuoti ci sono tra un impegno e l'altro? Quanti pasti hai consumato davanti a uno schermo? Quante conversazioni hai avuto senza controllare il telefono almeno una volta?

The Ruthless Elimination of Hurry di John Mark Comer (WaterBrook, 2019) non risponde alla domanda «come fare di più». Risponde a una domanda più scomoda: perché corri tanto, e cosa ci stai perdendo?

Comer — pastore e fondatore di Practicing the Way, organizzazione no-profit dedicata alla formazione spirituale — scrive da una prospettiva cristiana contemplativa. Ma il libro è letto ampiamente anche da audience secolare: le diagnosi sul ritmo frenetico e le pratiche anti-hurry che propone funzionano indipendentemente dal credo. Più di un milione di copie vendute, tradotto in oltre venti lingue, lo confermano come uno dei testi più efficaci sul burnout moderno.

Cos'è davvero la hurry sickness?


Il termine "hurry sickness" non è metafora: fu coniato nel 1974 dai cardiologi Meyer Friedman e R.H. Rosenman nel volume Type A Behavior and Your Heart. I due studiosi documentarono come la sensazione cronica di mancanza di tempo e l'urgenza compulsiva siano fattori di rischio reali per stress cronico e malattie cardiovascolari.

Comer allarga la diagnosi: la fretta non è solo stress fisiologico — è erosione di ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Calendario pieno, notifiche, multitasking, identità costruita sulla produttività: il risultato è che sei presente fisicamente ma altrove mentalmente. Con i tuoi figli. Con il tuo partner. Con te stesso.

La radice è triplice: ansia del futuro (non controlli abbastanza), confronto continuo (carriere altrui, social) e tecnologia che colonizza l'attenzione. Comer non demonizza il lavoro utile — demonizza il ritmo che ti impedisce di essere davvero presente.

I dettagli delle quattro pratiche, la struttura completa del libro e il piano in 21 giorni sono riservati ai membri del Protocollo qui sotto.

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OpenAI valuta la cessione del 5% delle quote al governo degli Stati Uniti


OpenAI ha avviato colloqui preliminari per cedere una quota del 5% al governo USA.

OpenAI ha avviato colloqui preliminari per cedere una partecipazione del 5% al governo degli Stati Uniti, con l'obiettivo di condividere i profitti derivanti dall'intelligenza artificiale con i cittadini e consolidare i rapporti con l'amministrazione Trump. Come riferito dal the Guardian, la proposta avanzata dal CEO Sam Altman prevede la creazione di un veicolo di investimento pubblico che permetta alla popolazione di beneficiare direttamente della crescita economica del settore.

OpenAI propone di destinare il 5% del proprio capitale a un fondo sovrano statunitense per distribuire i dividendi dell'IA ai cittadini.
L'iniziativa mira a mitigare le tensioni con Washington e potrebbe coinvolgere anche altri leader del settore come Anthropic, Google e Meta.
Il piano, ancora in fase concettuale, richiederebbe l'approvazione del Congresso per diventare operativo.


Un modello ispirato al fondo sovrano dell'Alaska


L'idea centrale, discussa da Sam Altman con esponenti di spicco della politica americana, si ispira all'Alaska Permanent Fund, il fondo che investe i proventi del petrolio per distribuire dividendi annuali ai residenti dello Stato. Secondo le fonti citate dal Financial Times e riportate dalla testata britannica, OpenAI suggerisce che i principali sviluppatori di IA negli Stati Uniti dovrebbero conferire una quota azionaria simile a un fondo di investimento pubblico. Questo approccio permetterebbe a ogni cittadino, inclusi coloro che non investono nei mercati finanziari, di avere una partecipazione diretta nel boom economico dell'intelligenza artificiale.

Relazioni diplomatiche e sicurezza nazionale


La proposta arriva in un momento di crescente pressione da parte di Washington sulle aziende tech. Recentemente, Anthropic è stata costretta a sospendere temporaneamente il suo modello più avanzato su ordine del governo, per motivi di sicurezza nazionale legati all'accesso di cittadini stranieri. In questo contesto, la cessione di una quota azionaria allo Stato viene vista come una mossa strategica per garantire il supporto politico e prevenire interventi normativi troppo restrittivi.

Il dialogo con l'amministrazione Trump e il Congresso


Sam Altman avrebbe già discusso il piano con Donald Trump, il segretario al Commercio Howard Lutnick e il segretario al Tesoro Scott Bessent. I colloqui hanno coinvolto anche figure come il senatore Bernie Sanders, il quale sostiene la creazione di un fondo sovrano finanziato però attraverso una tassazione una tantum del 50% sulle azioni delle grandi aziende di IA. Nonostante l'interesse, la realizzazione di un simile accordo rimane complessa e necessiterebbe di un atto legislativo del Congresso, specialmente considerando che OpenAI e Anthropic si preparano a quotazioni in borsa che potrebbero valutare le società oltre i mille miliardi di dollari.

Fonte: the Guardian

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Sony abbandona i dischi: PlayStation sarà solo digitale dal 2028


Sony ha annunciato che interromperà la produzione di giochi PlayStation su supporto fisico a partire da gennaio 2028.

Sony ha confermato ufficialmente che PlayStation passerà a un modello di distribuzione esclusivamente digitale, cessando la produzione di dischi per i propri giochi a partire da gennaio 2028. Secondo quanto riportato da Engadget, la decisione riflette il drastico calo dell'interesse per i supporti fisici, che lo scorso anno hanno rappresentato solo il 3% dei ricavi totali della divisione gaming dell'azienda giapponese.

Stop alla produzione di giochi PlayStation su disco da gennaio 2028.
Le vendite fisiche rappresentano ormai solo il 3% dei ricavi di Sony.
Chiusura definitiva dei PlayStation Store per PS3 e PS Vita tra il 2026 e il 2027.


La fine dell'era fisica per PlayStation


La transizione verso il solo digitale non è una sorpresa assoluta: Sony ha sottolineato come questa scelta sia una risposta diretta alle mutevoli preferenze dei consumatori, che prediligono sempre più gli acquisti tramite PlayStation Store. Un segnale inequivocabile era già arrivato nel 2024 con il lancio della PS5 Pro, commercializzata sprovvista di un'unità disco integrata.

A partire da gennaio 2028, i nuovi titoli saranno acquistabili esclusivamente in formato digitale o tramite codici riscattabili presso i rivenditori. Sony ha tuttavia precisato che questa decisione non avrà alcun impatto sui giochi fisici già rilasciati o su quelli il cui debutto è previsto prima della data limite.

L'impatto sull'usato e sulla preservazione


L'abbandono dei supporti fisici solleva preoccupazioni per quanto riguarda il mercato dei videogiochi usati e la preservazione del software. Senza dischi, i consumatori perderanno la possibilità di scambiare o rivendere i propri titoli PS5, colpendo duramente le catene di vendita al dettaglio e i piccoli negozi indipendenti. Anche Rockstar Games sembra aver anticipato questa tendenza, confermando che GTA 6 non avrà una distribuzione su disco.

Mentre Xbox si sta muovendo da tempo verso un ecosistema digitale e Nintendo inizia a incentivare gli acquisti online con prezzi competitivi, Sony è la prima a fissare una scadenza definitiva per il formato fisico.

Addio agli store di PS3 e PS Vita


In concomitanza con l'annuncio sul futuro digitale, Sony ha comunicato la chiusura dei PlayStation Store per PS3 e PS Vita. In alcuni mercati, la chiusura avverrà già ad agosto 2026, mentre negli Stati Uniti il termine è fissato per luglio 2027. Dopo queste date, non sarà più possibile acquistare nuovi contenuti su queste piattaforme. L'azienda ha comunque garantito che gli utenti potranno continuare a scaricare i titoli già acquistati in precedenza per il prossimo futuro.

Fonte: Engadget


GTA 6: niente disco fisico, arriva solo la versione con codice in scatola


Il debutto di Grand Theft Auto VI rappresenta senza dubbio uno degli eventi più attesi nella storia recente dell'industria videoludica, ma le ultime indiscrezioni suggeriscono un cambiamento epocale per i collezionisti e gli amanti dei supporti fisici tradizionali.
Secondo quanto riportato da una fonte di The Hollywood Reporter, Rockstar Games non avrebbe infatti intenzione di produrre dischi per il nuovo capitolo della saga: sebbene sia prevista una versione retail per i negozi, al suo interno non ci sarà un supporto fisico ma solo un codice per il riscatto del gioco in formato digitale.

La notizia nasce dalla necessità di chiarire alcune ambiguità emerse in seguito a una comunicazione ufficiale del supporto di Rockstar: un’email inviata a un utente menzionava infatti la disponibilità di una "copia fisica" nei mesi a venire, alimentando la speranza dei fan di poter inserire il disco nelle proprie console. Tuttavia, fonti vicine allo sviluppo hanno precisato che l'espressione si riferisce esclusivamente alla scatola contenente il codice e non a un supporto fisico reale.
Anche il riferimento temporale ai "mesi successivi" non riguarderebbe il periodo post-lancio, ma i mesi che seguono gli annunci ufficiali delle varie edizioni e dei prezzi avvenuti in questi giorni.

Il lancio di Grand Theft Auto VI è ufficialmente fissato per il 19 novembre 2026 sulle piattaforme PlayStation 5 e Xbox Series X|S, con le prenotazioni per le edizioni Standard e Ultimate già aperte.
Considerata la mole imponente dei dati necessari per un titolo di tale portata, Rockstar permetterà agli utenti di iniziare il pre-download già dal 12 novembre, esattamente una settimana prima del debutto ufficiale.
Per quanto riguarda il mondo PC, la notizia non desta particolare sorpresa, dato che Rockstar non ha ancora annunciato una versione desktop e un'eventuale distribuzione su DVD per un gioco di queste dimensioni risulterebbe comunque impraticabile.

Fonte: VideoCardz


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Anthropic ripristina l'accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 dopo i blocchi governativi


Anthropic riattiva l'accesso globale a Claude Fable 5 e Mythos 5 dopo la revoca delle restrizioni USA con nuovi sistemi di sicurezza.

Anthropic ha annunciato il ripristino globale dell'accesso ai suoi modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, a seguito della revoca dei controlli sulle esportazioni imposti dal governo degli Stati Uniti. La decisione, effettiva dal 1° luglio 2026, mette fine a un periodo di sospensione cautelativa iniziato il 12 giugno, durante il quale l'azienda ha collaborato con le autorità per rafforzare i sistemi di sicurezza contro potenziali utilizzi malevoli in ambito cybersecurity.

Accesso ripristinato per Claude Fable 5 e Mythos 5 su tutte le piattaforme Anthropic e presto su AWS, Google Cloud e Microsoft Foundry.
Implementati nuovi classificatori di sicurezza per prevenire l'identificazione e lo sfruttamento di vulnerabilità software, con un'efficacia dichiarata superiore al 99%.
Anthropic, Google, Microsoft e Amazon hanno avviato lo sviluppo di un framework comune per valutare e classificare la gravità dei tentativi di bypass delle protezioni (jailbreak).


Il contesto del blocco e la risoluzione delle criticità


Secondo quanto riportato da Anthropic, il blocco temporaneo era stato innescato da una segnalazione di ricercatori Amazon, i quali avevano individuato un metodo per aggirare le protezioni di Fable 5. Tale tecnica permetteva al modello di identificare vulnerabilità software e, in un caso specifico, di generare codice per sfruttarle.

Sebbene i test successivi abbiano dimostrato che capacità simili fossero presenti anche in modelli concorrenti come GPT-5.5 e Kimi K2.7, Anthropic ha lavorato a stretto contatto con il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per implementare salvaguardie più rigide.

La collaborazione con le istituzioni americane non è una novità per l'industria, viste le recenti discussioni sulla cessione di quote di OpenAI al governo degli Stati Uniti. Anthropic ha confermato che i nuovi classificatori di sicurezza sono stati testati dal Center for AI Standards and Innovation (CAISI), confermandone la robustezza.

Nuovi standard di sicurezza e collaborazione industriale


L'incidente ha evidenziato la mancanza di uno standard condiviso nel settore per valutare la pericolosità dei cosiddetti "jailbreak". Per colmare questa lacuna, Anthropic ha annunciato una partnership con Amazon, Microsoft e Google all'interno del programma Glasswing. L'obiettivo è creare un framework di valutazione basato su quattro criteri: guadagno di capacità, ampiezza del guadagno, facilità di utilizzo come arma e individuazione della tecnica.

Differenze tra Claude Fable 5 e Mythos 5


Anthropic ha chiarito che, sebbene i due modelli condividano la stessa architettura, Claude Fable 5 è progettato per l'uso generale con protezioni estremamente rigide (approccio "defense in depth"). Al contrario, Claude Mythos 5 presenta meno restrizioni ed è destinato esclusivamente a organizzazioni statunitensi selezionate per attività di cybersecurity difensiva. Per gli utenti Pro e Enterprise, l'accesso a Fable 5 sarà inizialmente incluso nei limiti di utilizzo settimanali, per poi passare a un sistema basato su crediti dopo il 7 luglio.

Collaborazione rafforzata con il governo USA


L'azienda ha formalizzato nuovi impegni per la sicurezza dell'IA di frontiera, che includono l'accesso anticipato ai modelli per i partner governativi prima del rilascio pubblico e la condivisione rapida di informazioni sui nuovi pattern di abuso. È stato inoltre lanciato un programma su HackerOne per consentire ai ricercatori di sicurezza di segnalare vulnerabilità nei sistemi di protezione di Claude Fable 5 in modo etico e controllato.

Fonte: Anthropic


OpenAI valuta la cessione del 5% delle quote al governo degli Stati Uniti


OpenAI ha avviato colloqui preliminari per cedere una partecipazione del 5% al governo degli Stati Uniti, con l'obiettivo di condividere i profitti derivanti dall'intelligenza artificiale con i cittadini e consolidare i rapporti con l'amministrazione Trump. Come riferito dal the Guardian, la proposta avanzata dal CEO Sam Altman prevede la creazione di un veicolo di investimento pubblico che permetta alla popolazione di beneficiare direttamente della crescita economica del settore.

OpenAI propone di destinare il 5% del proprio capitale a un fondo sovrano statunitense per distribuire i dividendi dell'IA ai cittadini.
L'iniziativa mira a mitigare le tensioni con Washington e potrebbe coinvolgere anche altri leader del settore come Anthropic, Google e Meta.
Il piano, ancora in fase concettuale, richiederebbe l'approvazione del Congresso per diventare operativo.


Un modello ispirato al fondo sovrano dell'Alaska


L'idea centrale, discussa da Sam Altman con esponenti di spicco della politica americana, si ispira all'Alaska Permanent Fund, il fondo che investe i proventi del petrolio per distribuire dividendi annuali ai residenti dello Stato. Secondo le fonti citate dal Financial Times e riportate dalla testata britannica, OpenAI suggerisce che i principali sviluppatori di IA negli Stati Uniti dovrebbero conferire una quota azionaria simile a un fondo di investimento pubblico. Questo approccio permetterebbe a ogni cittadino, inclusi coloro che non investono nei mercati finanziari, di avere una partecipazione diretta nel boom economico dell'intelligenza artificiale.

Relazioni diplomatiche e sicurezza nazionale


La proposta arriva in un momento di crescente pressione da parte di Washington sulle aziende tech. Recentemente, Anthropic è stata costretta a sospendere temporaneamente il suo modello più avanzato su ordine del governo, per motivi di sicurezza nazionale legati all'accesso di cittadini stranieri. In questo contesto, la cessione di una quota azionaria allo Stato viene vista come una mossa strategica per garantire il supporto politico e prevenire interventi normativi troppo restrittivi.

Il dialogo con l'amministrazione Trump e il Congresso


Sam Altman avrebbe già discusso il piano con Donald Trump, il segretario al Commercio Howard Lutnick e il segretario al Tesoro Scott Bessent. I colloqui hanno coinvolto anche figure come il senatore Bernie Sanders, il quale sostiene la creazione di un fondo sovrano finanziato però attraverso una tassazione una tantum del 50% sulle azioni delle grandi aziende di IA. Nonostante l'interesse, la realizzazione di un simile accordo rimane complessa e necessiterebbe di un atto legislativo del Congresso, specialmente considerando che OpenAI e Anthropic si preparano a quotazioni in borsa che potrebbero valutare le società oltre i mille miliardi di dollari.

Fonte: the Guardian


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L'idea di JD Vance come erede non piace a Trump


A Meet the Press la giornalista dice che il vicepresidente è il favorito per il dopo-Trump, mentre Rubio non si muove e l'idea di un successore designato infastidisce il presidente.

Il favorito nella corsa alla Casa Bianca del 2028 è già il vicepresidente JD Vance e l'unico in grado di rovinargli i piani è lui stesso. Lo ha detto la giornalista Maggie Haberman a Meet the Press, il programma di approfondimento politico della domenica, aggiungendo che la prospettiva di un erede già designato non entusiasma il presidente Donald Trump.

Haberman era in studio con il collega Jonathan Swan, con cui ha scritto Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, un'inchiesta sulla presidenza di Trump ricca di retroscena sulla Casa Bianca. Stando a quanto i due hanno raccolto, niente indica che Marco Rubio, anch'egli tra i possibili successori, stia facendo le mosse di chi vuole davvero candidarsi. La corsa resta così nelle mani di Vance, una situazione che non piace a Trump, al quale non va a genio l'idea che qualcuno arrivi dopo di lui.

Vance si è mostrato disposto a dire a Trump cose che il presidente non vuole necessariamente sentire, un tratto che rende il loro rapporto, nelle parole di Haberman, "davvero interessante". Su tutto pesa la decisione di attaccare l'Iran: secondo la giornalista nessuno dei principali consiglieri di Trump e nessun membro del suo governo riteneva che fosse una buona idea, ma Vance è stato l'unico a opporsi apertamente e a discuterne direttamente con il presidente. La sua presa di posizione ha irritato Trump e gli è costata nel rapporto personale, ma resta l'unico ad aver davvero smosso le acque.

Trump ama giocare con chi lo circonda e da tempo mette alla prova le persone chiedendo "Chi preferisci? Marco o JD Vance?", ha detto Haberman. Nel libro i due raccontano una scena dello scorso ottobre, durante una cena nella Blue Room della Casa Bianca con il magnate dei media Rupert Murdoch e altri invitati, tra cui Vance e Rubio. Trump ha chiesto a Murdoch cosa pensasse di Vance e lui, che non lo avrebbe voluto come vicepresidente, ha risposto che JD ha le potenzialità per diventare grande. Alla domanda su Rubio ha replicato seccamente "Marco è brillante".

Tutto questo non significa che Rubio abbia reali possibilità di scalzare Vance. "Non credo servisse granché a far pendere la bilancia", ha aggiunto Haberman, a segnalare quanto il confronto fosse già squilibrato a favore del vicepresidente.

Nella trasmissione Swan ha parlato anche delle elezioni di metà mandato del prossimo autunno, il voto che a metà del mandato presidenziale rinnova l'intera Camera e un terzo del Senato. Alla domanda se Trump sia davvero preoccupato di vincerle, ha negato che il presidente sia del tutto indifferente, ma ha aggiunto che i suoi collaboratori più stretti vorrebbero che la cosa gli importasse di più.

Swan ha ricordato un commento rivelatore fatto da Trump lo scorso anno, dopo i pessimi risultati dei repubblicani nelle elezioni locali e statali. Molti, aveva detto allora il presidente, sostenevano che il partito non potesse vincere senza il suo nome sulla scheda. Per lui era "un grande onore".

Guardando avanti, ha proseguito Swan, il presidente non vuole certo essere di nuovo messo in stato d'accusa, la procedura con cui la Camera può incriminarlo, ma sa che non verrebbe comunque rimosso: la condanna e l'allontanamento dalla carica spettano al Senato, dove serve una maggioranza di due terzi che i suoi avversari non hanno. "Non esiste alcun universo in cui venga condannato", ha detto.


Trump non si è ripreso dal ruolo da co-presidente di Musk


L'amministrazione Trump non si è mai ripresa dalla destabilizzazione creata da Elon Musk, che nei primi mesi di questo mandato ha agito di fatto come un co-presidente. Lo hanno detto venerdì Maggie Haberman e Jonathan Swan, due giornalisti del New York Times, ospiti di Morning Joe, programma del canale MS NOW.

I due hanno ripreso i temi del loro libro, "Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump". Per Haberman, Musk ha agito di fatto come un co-presidente nei primi quattro mesi circa del mandato. "Ha creato così tanta destabilizzazione di questo governo che credo non si siano mai del tutto ripresi", ha detto.

Musk era consigliere ufficiale del DOGE, il Department of Government Efficiency, l'organismo voluto da Trump per ridurre la spesa federale. Secondo Haberman il suo ruolo ha peggiorato una catena di informazioni già confusa dentro la Casa Bianca.

Haberman ha parlato anche di un "clima di paura" creato sotto la presidenza Trump e ha spiegato perché molti giornalisti hanno iniziato a chiamare direttamente il presidente per ottenere informazioni. "L'ufficio stampa non lo anticiperà su nulla", ha detto. Per la giornalista, chi ha bisogno di una risposta veloce è portato a rivolgersi direttamente a Trump, mentre per chi lavora alla Casa Bianca questo crea un clima di paura.

Nel libro i due raccontano un episodio dell'anno scorso, durante la guerra dei dodici giorni con l'Iran. Quando Trump vide che il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, aveva in parte modificato un suo messaggio su Truth Social in cui sosteneva che gli Stati Uniti controllavano "i cieli sopra l'Iran", andò su tutte le furie. Secondo Haberman fu l'ultima volta che qualcuno contraddisse pubblicamente ciò che diceva.

Swan ha raccontato un episodio che riguarda i rapporti tra Trump e i vertici della Silicon Valley. Intorno al Natale del 2024, nel suo golf club di Doral, in Florida, Trump avrebbe mostrato i messaggi ricevuti da Jeff Bezos, fondatore di Amazon, e Mark Zuckerberg, a capo di Meta, vantandosi di quanto i due lo stessero adulando. Avrebbe poi mostrato gli stessi messaggi a Musk a Mar-a-Lago, la sua residenza sempre in Florida, e Musk avrebbe commentato con apprezzamento il servilismo dei due. Secondo Swan, Musk si stava godendo lo spettacolo dei suoi rivali che cercavano di ingraziarsi il presidente.


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Perché il buddhismo fa bene: riassunto di Robert Wright


Il cervello non è fatto per stare bene — è fatto per sopravvivere. Robert Wright spiega perché il buddhismo aveva capito questo migliaia di anni prima della psicologia evolutiva.

TL;DR

  • Robert Wright, autore di The Moral Animal, dimostra che le intuizioni centrali del buddhismo — insoddisfazione strutturale, mente non unitaria, craving — sono compatibili con la psicologia evolutiva e le neuroscienze cognitive.
  • Il problema non è la tua mancanza di forza di volontà: è che il tuo cervello è stato selezionato per volere sempre più, non per stare bene. La meditazione cambia questo rapporto — non lo elimina, lo rende gestibile.
  • Non devi credere nella reincarnazione per trarre beneficio da questo libro: Wright separa il nucleo empirico del buddhismo dalle credenze metafisiche e lo mette alla prova.


Hai mai notato che ottenere quello che volevi non ha risolto niente? Promozione, vacanza, relazione — e poi, dopo qualche settimana, quella sensazione di 'e adesso?'. Non è ingratitudine. È biologia.

Why Buddhism Is True — «Perché il buddhismo fa bene» — di Robert Wright è un libro del 2017 che parte da questa osservazione e la porta fino alle sue conseguenze logiche. Wright è un giornalista e autore americano noto per The Moral Animal (1994), un classico sulla psicologia evolutiva. Insegna all'Università di Princeton e ha co-fondato il sito Bloggingheads.tv. Non è un maestro di meditazione: è uno scettico che ha praticato meditazione vipassana in ritiro e ha cercato di capire perché funzionava.

Il risultato è un libro che non chiede di credere al buddhismo — chiede di verificarlo. La domanda centrale: se rimuovi le parti metafisiche (reincarnazione, cosmologia, karma letterale), cosa rimane del buddhismo? Wright risponde: qualcosa di molto più solido di quanto si pensi — e confermato dalla scienza evolutiva e dalle neuroscienze cognitive.

Dukkha: perché il cervello non è fatto per stare bene


Il buddhismo comincia con una diagnosi: esiste la sofferenza, o più precisamente il dukkha — insoddisfazione, imperfezione, impermanenza. Wright la legge attraverso la psicologia evolutiva: il cervello umano è stato selezionato non per essere felice, ma per riprodursi e sopravvivere.

La conseguenza è strutturale. La dopamina non premia il raggiungimento dell'obiettivo — premia l'anticipazione. Una volta ottenuto ciò che volevi, il segnale di ricompensa cala e il sistema si sposta già verso il prossimo obiettivo. Non è debolezza morale: è l'architettura di un cervello che doveva continuare a cercare risorse, partner e status per sopravvivere. Aspettarsi soddisfazione permanente da gratificazioni esterne è combattere l'evoluzione.

Wright distingue tra dukkha come diagnosi osservabile — «le cose non soddisfano mai abbastanza» — e nichilismo. Non sta dicendo che tutto è illusione o che non vale la pena di niente. Sta dicendo che il rapporto con i desideri conta più del soddisfarli. Ed è qui che entra la meditazione.

Mente modulare e il mito dell'io unificato


Il secondo grande argomento del libro riguarda la struttura della mente. Wright presenta la psicologia evolutiva modulare: la mente non è una unità comandata da un «io» coerente. È un insieme di moduli — sottosistemi che si sono evoluti per gestire domini specifici (status, minacce, riproduzione, cooperazione) — che competono e si alternano nel controllo del comportamento.

Questo è esattamente ciò che il buddhismo chiama anatta — «non-sé». L'io unificato e stabile che senti di essere è, in buona parte, una narrativa post-hoc: una storia che il cervello si racconta per dare coerenza a decisioni prese da moduli diversi. Non un'entità che comanda, ma un commentatore che spiega dopo i fatti.

L'insight pratico della mindfulness: quando osservi i tuoi pensieri in meditazione, inizi a vedere che «rabbia», «paura», «desiderio» non sono te — sono eventi che sorgono e passano. Quella distanza cambia tutto.

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Perché i socialisti Dem in America non sono veri democratici


Jonathan Chait ricostruisce come i Socialisti Democratici d'America, nati per spingere a sinistra i Democratici, siano finiti in mano a fazioni comuniste ostili alla democrazia liberale

I Socialisti Democratici d'America, il movimento della sinistra radicale che sta conquistando peso dentro il Partito Democratico, sono diventati ostili alla democrazia liberale e allo stesso partito di cui sfruttano le primarie. Lo sostiene Jonathan Chait in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui l'organizzazione, nota con la sigla DSA, è nata proprio per contrastare ciò che oggi è diventata.

Il DSA condivide con i Democratici alcune posizioni, come il salario minimo più alto, la difesa della spesa sociale e l'opposizione all'amministrazione Trump. Ma la sua idea di socialismo, scrive Chait, va molto oltre le funzioni pubbliche ordinarie o programmi come l'assistenza sanitaria universale, e arriva a disprezzare il Partito Democratico e i suoi valori di fondo.

Darializa Avila Chevalier, appena scelta dagli elettori democratici come candidata per un seggio alla Camera a New York, ha definito Joe Biden uno "stupratore" e ha lodato più volte il comunismo. Quando la rete televisiva MS NOW le ha chiesto se fosse comunista, ha risposto: "Non lo sono. Sono una socialista democratica", liquidando le domande sulla sua adesione a ideologie totalitarie come "una distrazione". Il DSA ha ormai un gruppo di sostenitori in crescita al Congresso, candidati sindaci in diverse grandi città e punta a sostenere un candidato alla presidenza nel 2028.

Il movimento fu fondato nel 1982 dallo scrittore e attivista Michael Harrington con l'obiettivo di spingere i Democratici verso politiche più progressiste, restando però fedele alla libertà di parola, alle elezioni e alle altre regole democratiche. Lo statuto originario permetteva di espellere chi militava in organizzazioni comuniste, perché l'esperienza aveva insegnato che i partiti socialisti fallivano quando i comunisti riuscivano a infiltrarli e a prenderne il controllo. "Una tragica ironia della storia", scrive Chait, è che il DSA "è nato in opposizione a ciò che è diventato".

Una decina di anni fa la campagna presidenziale di Bernie Sanders e l'ascesa di Donald Trump portarono nel DSA decine di migliaia di giovani iscritti, tra cui organizzatori di formazione marxista-leninista che videro nel movimento un terreno fertile. Ne nacque un conflitto tra fazioni rivali. Secondo Chait, il caucus interno Red Star sostiene che quasi metà dei membri del comitato politico nazionale, l'organo di vertice del DSA, "si dichiarano apertamente comunisti".

Sul fronte internazionale il cambiamento è stato netto. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 il DSA condannò l'attacco ma lo attribuì all'espansione della NATO, l'alleanza militare occidentale, e si oppose a qualsiasi aiuto militare a Kiev. Dopo il 7 ottobre 2023 la sezione di New York del movimento rivendicò il "diritto a resistere" dei palestinesi e partecipò a una manifestazione per celebrare gli attacchi di Hamas. Una ventina di iscritti storici lasciarono l'organizzazione.

Nel 2025 il congresso del DSA ha cancellato la norma che consentiva di espellere chi lavorava per cellule comuniste e ha inserito il "diritto alla resistenza" palestinese tra i suoi princìpi centrali. Il movimento ha aderito al Foro di San Paolo, la rete della sinistra latinoamericana guidata da forze comuniste, e ha proclamato la propria solidarietà con il Venezuela di Nicolás Maduro e con la Cuba dei fratelli Castro. Per Chait, il DSA "colloca ormai la sua idea di società ideale nei regimi più dispotici del mondo".

La strategia di lungo periodo del movimento è quella che negli Stati Uniti viene chiamata "dirty break", la rottura sporca: sfruttare le primarie e i voti dei Democratici per costruire la propria forza e poi staccarsi per fondare un partito autonomo, lasciando morire quello vecchio. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, la risorsa politica più preziosa del DSA, si è mosso con prudenza in carica, accumulando consenso che poi ha speso per sostenere gli sfidanti del movimento contro i Democratici moderati.

Gli elettori democratici approvano il DSA, ma nel complesso l'opinione pubblica no. Un sondaggio nazionale gli attribuisce il 21% di giudizi positivi e il 48% di giudizi negativi, contro un 36% di consensi per i Democratici. Il programma che il movimento ratificherà il mese prossimo chiede di abolire le forze carcerarie dello Stato capitalista, aprire le frontiere, portare in mano pubblica le maggiori aziende, ridurre la settimana lavorativa a 32 ore e tagliare i fondi al Pentagono, il ministero della Difesa statunitense. Sono le stesse posizioni che hanno permesso ai candidati socialisti di allargare la propria base alle ultime primarie.

Il DSA cresce di più quando alla Casa Bianca c'è un repubblicano, mentre durante la presidenza di Biden i suoi iscritti sono rimasti stabili. Secondo Chait il movimento non ha alcun interesse a moderare le proprie posizioni, perché più il Partito Democratico si riduce più il suo peso interno aumenta, e i repubblicani fanno di tutto per amplificare le uscite più estreme dei socialisti.

All'interno del partito lo scontro è squilibrato, scrive Chait: una parte punta a prendere il controllo, l'altra vuole solo che tutti vadano d'accordo. Alexandria Ocasio-Cortez, che è iscritta al DSA, in una intervista a MS NOW ha accusato i colleghi democratici più anziani di creare loro la dinamica conflittuale. Per Chait la pressione ideologica va in una sola direzione: il DSA può attaccare il partito, ma i Democratici non socialisti non possono rispondere allo stesso modo.

Il costo dell'alleanza con il DSA, secondo Chait, non è solo elettorale ma morale, perché ciò che il movimento chiede ai Democratici è di accettare gli autoritari come alleati di coalizione. È la stessa pressione, scrive, che i repubblicani hanno subìto con la scalata del movimento MAGA: prima ignorare gli obiettivi degli alleati, poi giustificarli. Il momento più facile per tracciare una linea contro l'illiberalismo nel proprio campo, è la conclusione dell'autore, è l'inizio.


New York congela gli affitti di un milione di case e Mamdani realizza la sua promessa


Giovedì 25 giugno il consiglio comunale di New York che ogni anno fissa i tetti agli aumenti degli affitti ha deciso di congelare i canoni di quasi un milione di appartamenti a canone regolato, realizzando la principale promessa elettorale del sindaco Zohran Mamdani. Il blocco vale sia per i contratti di un anno sia per quelli di due e si applica ai rinnovi a partire dal primo ottobre.

Il voto, atteso da settimane, è una vittoria politica per Mamdani, che alla guida della città è arrivato proprio impegnandosi a ridurre il costo della vita in una delle metropoli più care del mondo. "Freeze the rent", congelate gli affitti, era lo slogan ripetuto di continuo durante la campagna. Dopo il risultato il sindaco, eletto a novembre, ha parlato in un comunicato di "una vittoria storica per gli inquilini di New York".

A New York circa il 40 per cento degli appartamenti è a canone regolato, una forma di equo canone che riguarda quasi due milioni di persone. Si tratta di case private, ma la città stabilisce ogni anno di quanto al massimo i proprietari possono aumentare l'affitto al rinnovo del contratto. A decidere è il Rent Guidelines Board, un organismo di nove membri nominati dal sindaco: due in rappresentanza dei proprietari, due degli inquilini e cinque cosiddetti membri "pubblici", tra cui chi lo presiede.

Mamdani aveva annunciato già in campagna che avrebbe nominato solo persone convinte che "i proprietari se la cavano benissimo", così da assicurarsi il blocco. Una volta insediato ha nominato la maggioranza dei membri del consiglio, compresa la presidente Chantella Mitchell e quattro dei cinque membri pubblici.

Il via libera è arrivato con sette voti a favore e uno solo contrario, ed è la prima volta che il congelamento riguarda insieme i contratti annuali e quelli biennali. L'unico voto contrario è stato quello di Arpit Gupta, membro pubblico nominato nel 2022, che aveva proposto di limitare il blocco ai soli edifici lasciati deteriorare dai proprietari, permettendo aumenti altrove. A sorpresa ha votato a favore Maksim Wynn, uno dei rappresentanti dei proprietari nominato da Mamdani, secondo cui i problemi dei padroni di casa vanno risolti con strumenti che spettano alla città e allo Stato di New York, non con gli aumenti dei canoni.

La mattina del voto una delle due rappresentanti dei proprietari, Christina Smyth, si è dimessa per protesta, sostenendo in una lettera che l'esito era già deciso e che il consiglio aveva "smesso di essere un organo che accerta i fatti". La presidente Mitchell ha risposto con un comunicato pubblico in cui ha rivendicato "l'indipendenza con cui i membri di quest'anno hanno lavorato".

Il mondo immobiliare ha contestato con forza la decisione. James Whelan, presidente del Real Estate Board of New York, un'influente associazione di categoria, ha detto che il voto "è popolare ma peggiorerà la crisi abitativa" e ha accusato il consiglio di ignorare i propri stessi dati. I proprietari sostengono che senza aumenti non riusciranno a coprire i costi di manutenzione e riparazione degli edifici. Contro la delibera è atteso un ricorso in tribunale.

Chi vive negli appartamenti a canone regolato è più spesso nero o latino, più povero e più anziano rispetto a chi affitta sul mercato libero. Secondo un'analisi dell'organizzazione contro la povertà Robin Hood e della Columbia University, circa 140.000 persone che oggi abitano in queste case finirebbero sotto la soglia di povertà se dovessero pagare gli affitti di mercato. Tra il 2014 e il 2023 il canone mediano di un appartamento regolato è passato, al netto dell'inflazione, da 1.485 a 1.500 dollari, mentre quello di mercato è salito da 1.856 a 2.000 dollari.

I proprietari, dal canto loro, segnalano difficoltà crescenti. Un'indagine della Community Preservation Corporation, un istituto di credito senza scopo di lucro, ha rilevato che nel 2024 quasi un terzo dei suoi clienti non guadagnava abbastanza dagli edifici a canone regolato per pagare il mutuo, quasi il triplo rispetto al 2022. A pesare sono l'inflazione, l'aumento dei costi assicurativi e una serie di leggi a favore degli inquilini approvate dallo Stato di New York nel 2019, che hanno tolto ai padroni di casa diversi modi per alzare i canoni.

Il consiglio aveva già congelato gli affitti in passato, sotto l'ex sindaco Bill de Blasio: nel 2015, per la prima volta nei suoi 46 anni di storia, e poi nel 2016, nel 2020 e nella prima metà del 2021. In quei casi, però, i proprietari potevano comunque aumentare i canoni quando un inquilino lasciava l'appartamento, una possibilità eliminata proprio dalle leggi del 2019. Sotto il predecessore di Mamdani, Eric Adams, gli affitti regolati erano invece cresciuti complessivamente del 12 per cento in quattro anni.

La decisione arriva in una città dove gli affitti del mercato libero continuano a salire: ad aprile il canone mediano di un appartamento a Manhattan ha superato per la prima volta i 5.000 dollari al mese, mentre il tasso di sfitti è sceso intorno all'1,5 per cento, un livello così basso che la città lo definisce un'emergenza. Il blocco rafforza anche il momento politico di Mamdani: due giorni prima del voto tre candidati al Congresso da lui sostenuti avevano vinto le primarie democratiche, battendo due deputati uscenti.

Resta aperto il nodo di chi un affitto, anche calmierato, fatica comunque a pagarlo. Un'analisi di Politico ha mostrato che a New York gli incassi degli affitti nell'edilizia popolare e sociale sono in calo, senza che se ne capisca con chiarezza il motivo: per chi guadagna poco una spesa medica imprevista o un funerale bastano a far saltare i conti, anche quando il canone in sé sarebbe sostenibile.


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Come trattare gli altri: riassunto di Dale Carnegie


Pubblicato nel 1936, venduto in 30 milioni di copie. Carnegie insegna una cosa sola: le persone vogliono sentirsi importanti. Chi lo capisce davvero cambia le relazioni.

TL;DR

  • Pubblicato nel 1936, questo libro ha venduto oltre 30 milioni di copie: la ragione è che i suoi principi — interesse genuino, ascolto, rispetto della dignità altrui — non invecchiano.
  • Carnegie non insegna trucchi: insegna a smettere di criticare, iniziare a capire, e formulare richieste che l'altro vuole soddisfare.
  • Il principio di fondo è uno: le persone hanno bisogno di sentirsi importanti. Chi lo capisce davvero ha un vantaggio relazionale enorme — a casa e al lavoro.


Immagina di trovarti in una riunione in cui devi far accettare un'idea. Hai i dati, hai la logica, hai le argomentazioni. Presenti. L'altro ascolta, annuisce, e poi dice no. Hai fatto tutto giusto — eppure non ha funzionato.

Dale Carnegie aveva capito il problema nel 1936. Come trattare gli altri e farseli amiciDale Carnegie (1888–1955) era un formatore americano che insegnava comunicazione pubblica e relazioni interpersonali nelle YMCA di New York. Il suo metodo nacque da anni di corsi e dall'osservazione diretta di cosa distingueva chi riusciva a muovere le persone da chi no. Nel 1936 Simon & Schuster pubblicò il libro che divenne rapidamente un bestseller mondiale e che oggi conta oltre 30 milioni di copie vendute in oltre 40 lingue.

Il titolo suona manipolatorio: «come trattare gli altri e farseli amici». Il contenuto dice quasi il contrario: smettila di voler convincere, inizia a capire. I principi di Carnegie — interesse autentico, rispetto della dignità, ascolto prima di parlare — non funzionano se sono maschere. Funzionano perché cambiano davvero il modo in cui guardi le persone. E quello si vede.

Il principio fondamentale: non criticare


Carnegie apre con una storia su Abraham Lincoln e su Al Capone — due persone agli antipodi che condividevano un tratto: si giustificavano a prescindere. Il punto è questo: la critica diretta raramente cambia comportamenti. Produce risentimento, chiusura, difese. Le persone non vogliono ammettere di avere torto davanti a qualcuno che le attacca.

La regola operativa è semplice: prima di correggere qualcuno, chiediti se stai cercando di migliorare la situazione o di scaricare frustrazione. Il secondo — mascherato da «feedback onesto» — è tossico. L'alternativa non è l'omissione o la falsa gentilezza: è il feedback specifico, privato, formulato senza attacco alla persona.

Carnegie cita Benjamin Franklin: «Parlerò male di nessun uomo, e dirò tutto il bene che conosco di tutti». Non è moralismo — è strategia: chi non critica non crea nemici.

Interesse genuino: la skill più rara


Il secondo principio è il più frainteso: «interessati sinceramente agli altri». Non fingere interesse per ottenere qualcosa — interessarti davvero.

Carnegie cita uno studio condotto a New York all'inizio del Novecento: le persone ricordano il proprio nome come il suono più dolce nella propria lingua. Ricordare il nome di qualcuno — e usarlo in modo naturale — segnala rispetto e attenzione in un mondo dove quasi nessuno ascolta davvero.

La differenza tra interesse finto e genuino la sentono tutti. Il finto regge un paio di scambi; il genuino costruisce relazioni durature. Un modo per allenarlo: prima di ogni incontro, pensa a una domanda reale che ti interessa fare all'altra persona — non per rompere il ghiaccio, ma perché sei davvero curioso.

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Le parole sono finestre: riassunto di Marshall Rosenberg


Dietro ogni conflitto c'è un bisogno non soddisfatto. Rosenberg insegna a tradurlo con il metodo OFNR: Osservazione, Sentimento, Bisogno, Richiesta.

TL;DR

  • Ogni conflitto nasce da un bisogno non soddisfatto: la CNV di Rosenberg ti insegna a tradurre critiche e attacchi nel linguaggio dei bisogni umani.
  • Il metodo si chiama OFNR — Osservazione, Sentimento, Bisogno, Richiesta — e trasforma i litigi in dialogo senza perdere la propria posizione.
  • Non è tecnica da terapista: è allenamento quotidiano al linguaggio giraffa, quello che parla bisogni invece di giudicare.


Hai mai risposto a una critica e sentito che la conversazione stava andando peggio di prima — eppure avevi ragione? È il paradosso del conflitto: più difendi la tua posizione, più l'altro si chiude. Marshall Rosenberg aveva capito perché, negli anni Sessanta, lavorando con comunità in conflitto in America e nel mondo.

Le parole sono finestre (oppure muri) — titolo originale Nonviolent Communication: A Language of Life — è il suo manuale fondamentale. Marshall B. Rosenberg (1934–2015) era psicologo, mediatore internazionale e fondatore del Centro per la Comunicazione Nonviolenta. Nel 1984 creò la CNVC (Center for Nonviolent Communication), organizzazione no-profit che opera in oltre sessanta paesi. Ha lavorato in zone di conflitto — Ruanda, Sierra Leone, Serbia, Medio Oriente — e in prigioni, scuole e aziende.

La tesi del libro è disarmante nella sua semplicità: dietro ogni messaggio aggressivo c'è un bisogno umano non soddisfatto. Quando riesci a sentirlo — nel tuo interlocutore e in te stesso — il conflitto si trasforma. Non sempre, non subito. Ma si apre uno spazio diverso.

Come funziona la CNV: il metodo OFNR


La Comunicazione Nonviolenta si articola in quattro componenti che Rosenberg chiama OFNR: Osservazione, Sentimento, Bisogno, Richiesta.

Osservazione senza giudizio


Il primo passo separa i fatti dalle valutazioni. «Sei sempre in ritardo» è giudizio; «Nelle ultime tre riunioni sei arrivato dopo i dieci minuti» è osservazione. La distinzione sembra sottile — nella pratica è rivoluzionaria. Il giudizio attiva difese; l'osservazione apre confronto.

Rosenberg cita il sociologo Marshall Rosenberg: «La forma più alta d'intelligenza umana è la capacità di osservare senza valutare.» In realtà la frase viene attribuita al filosofo Jiddu Krishnamurti — dettaglio che racconta qualcosa del libro: la saggezza vera non ha copyright.

Sentimento e responsabilità emotiva


Il secondo passo nomina cosa provi: «mi sento frustrato» invece di «mi fai arrabbiare». La differenza grammaticale nasconde una differenza psicologica profonda. «Mi fai» attribuisce la causa all'altro; «mi sento» la riporta a te. Gli altri sono stimoli, non cause — la reazione dipende da bisogni e interpretazioni che appartengono a te.

Rosenberg propone un vocabolario dei sentimenti espanso: molti adulti navigano con solo «bene», «male» e «arrabbiato». Espandere il lessico emotivo — distinguere frustrazione da delusione, ansia da paura, malinconia da tristezza — allarga le opzioni di risposta.

Bisogni universali


Sotto critiche e attacchi ci sono sempre bisogni: sicurezza, rispetto, autonomia, connessione, significato, riconoscimento. Rosenberg sostiene che questi bisogni sono universali — cultura e contesto cambiano il modo in cui vengono espressi, non il bisogno stesso.

Quando capisci che l'altro sta urlando perché ha bisogno di essere visto, la risposta empatica diventa possibile. Non garantisce risoluzione immediata, ma apre una spirale diversa da quella della difesa e del contrattacco.

Richiesta negoziabile


Il quarto passo formula una richiesta concreta, fattibile, aperta al rifiuto. «Puoi inviarmi il report entro le 12 di domani?» è una richiesta. «Spero che tu non sia ancora disorganizzato» è un giudizio travestito da domanda.

Rosenberg distingue requests (richieste) da demands (esigenze): nelle richieste c'è spazio per un «no» senza conseguenze punitive. Nelle esigenze, il «no» porta colpa o ritorsione. Le relazioni sane vivono di richieste — e di assertività nel formularle senza paura.

Linguaggio giraffa vs linguaggio lupo


La metafora pedagogica più nota del libro: la giraffa — animale col cuore più grande tra i mammiferi terrestri, e la vista dall'alto — parla il linguaggio dei bisogni e dell'empatia. Il lupo giudica, etichetta e punisce.

Allenarsi a «tradurre» i messaggi altrui dal lupo alla giraffa — cosa prova questa persona? di cosa ha bisogno? — è una competenza da mediatori. Rosenberg la insegna come pratica quotidiana, non come tecnica da usare solo nei momenti di crisi. Vale anche nell'autodialogo: quando ti flagelli per un errore, stai parlando lupo a te stesso.

La CNV non è passività. Puoi mantenere confini fermi con linguaggio che non umilia. Questo è l'equilibrio che distingue l'empatia autentica dalla compiacenza — il confine tra ascoltare il bisogno altrui e sacrificare il proprio.

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Tucker Carlson vuole aiutare a costruire un terzo partito negli Stati Uniti


L'ex volto di Fox News ha rotto con il presidente e con il Partito Repubblicano per la guerra con l'Iran. Esclude però una candidatura: "Non voglio essere un candidato"

Tucker Carlson, uno dei commentatori conservatori più influenti degli Stati Uniti, ha detto che contribuirà a creare un nuovo partito politico dopo l'addio al Partito Repubblicano. "Aiuterò a costruire un terzo partito", ha dichiarato l'ex volto di Fox News, la grande rete televisiva conservatrice, in un'intervista alla Columbia Journalism Review, la rivista di giornalismo della Columbia University, pubblicata mercoledì. "Dovrebbe esserci uno sforzo in buona fede per capire che cosa fa bene al Paese", ha aggiunto, escludendo però una candidatura: "Non voglio essere un candidato".

Per Carlson le uniche questioni che contano davvero sono "guerra e finanza" e su entrambe, ha detto, democratici e repubblicani si muovono all'unisono: "Non è una democrazia. È uno Stato a partito unico che si spaccia per una democrazia e deve essere spezzato. Ci sarà un terzo partito e farò tutto il possibile perché nasca". Il nuovo partito dovrebbe mettere al primo posto le condizioni di vita degli americani: "Se guadagni 60.000 dollari l'anno sei degradato. La tua aspettativa di vita è diminuita e la promessa della vita dei tuoi figli probabilmente è svanita". E ancora: "Ufficialmente non mi importa di Hamas. Il governo degli Stati Uniti dovrebbe avere come prima priorità il benessere del suo popolo". Tra le possibili politiche della nuova formazione ha citato la chiusura totale delle frontiere: "Sono per meno immigrazione. Anzi, sono per fermare tutta l'immigrazione oggi stesso. Non so come si possa giustificare l'immigrazione quando metà dei lavori da ufficio sta scomparendo per via dell'intelligenza artificiale". Secondo Carlson l'immigrazione alimenta la disoccupazione, una tesi che molti economisti contestano.

Carlson è stato a lungo uno degli alleati più stretti del presidente: nel 2024 era spesso al suo fianco in campagna elettorale e spinse perché scegliesse JD Vance come candidato vicepresidente. Ha rotto con Trump dopo l'inizio della guerra con l'Iran, a fine febbraio, accusandolo di aver tradito la promessa elettorale di tenere gli Stati Uniti fuori dai conflitti; secondo Carlson, che ha raccontato di aver provato personalmente a dissuadere il presidente dall'intervento militare, a spingere Trump verso l'attacco sono stati i donatori filo-israeliani. Ad aprile ha detto di sentirsi "tormentato" per il sostegno dato in passato al presidente e da mesi i due non si parlano: "Non gli parlo da quando è iniziata la guerra per il cambio di regime. Non mi interessa parlargli". Il conflitto è oggi in gran parte sospeso da un fragile cessate il fuoco.

Il mese scorso Carlson aveva annunciato l'uscita dal Partito Repubblicano, che ha detto di aver difeso per 35 anni, sostenendo che sotto Trump il partito ha perso i principi "America First", cioè l'idea di mettere gli interessi nazionali davanti a tutto. Nelle scorse settimane ha aggiunto in un podcast che non c'è "nessuna possibilità" che sostenga repubblicani o democratici alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e parte del Senato. Carlson è uno dei volti principali dell'ala nazionalista-isolazionista della destra americana, che accusa Trump di non aver rotto abbastanza nettamente con il partito dell'era Bush e con la sua eredità di guerre all'estero; la sua corrente giudica non abbastanza radicali perfino le politiche migratorie del presidente e ha attaccato il rapporto degli Stati Uniti con Israele con toni che secondo alcuni critici hanno sdoganato antisemitismo e teorie del complotto.

L'annuncio arriva mentre entrambi i partiti sono in fermento: la sinistra radicale avanza tra i democratici, con una base arrabbiata per la linea dei vertici su Israele dopo la guerra a Gaza, mentre i repubblicani sono divisi sulla gestione della guerra con l'Iran. Quanto il progetto di Carlson sia concreto però non è chiaro. Il Guardian scrive che è difficile capire se stia descrivendo un piano già avviato o stia solo ragionando ad alta voce: nell'intervista non ha dato dettagli sul nuovo partito. Le sue parole contraddicono quelle di maggio, quando al New York Times aveva detto: "Dovrebbe esserci un partito che parli per la maggior parte delle persone. Sarò io a costruirlo? Assolutamente no". E alla domanda se si stia posizionando strategicamente come contraltare di un Partito Repubblicano dominato da Trump, ha risposto: "Non sono strategico in alcun modo. Prendo quasi tutte le decisioni in base al fiuto e all'istinto".

Le critiche pubbliche e insistenti a Trump hanno alimentato l'ipotesi che Carlson si prepari a una corsa in proprio, ma lui ha sempre negato ambizioni politiche: "Non sono un politico, questo è certo. Non sono un rivale di Trump per il potere. Non ho alcun potere. Sono uno che conosce Trump, lo conosco bene e da molto tempo". In passato i rapporti tra i due si erano già incrinati e poi ricuciti: in un messaggio emerso da una causa per diffamazione intentata da Dominion Voting Systems, un produttore di macchine per il voto, Carlson scrisse di Trump "lo odio appassionatamente". Fox News lo licenziò nel 2023 dopo aver accettato di pagare 787,5 milioni di dollari per chiudere quella causa, nata dalla diffusione di notizie false sulle elezioni del 2020. Dopo la rottura sulla guerra, il presidente lo ha definito uno "svitato" e ad aprile ha scritto sul suo social Truth Social: "Era un uomo distrutto quando è stato licenziato da Fox e non è più stato lo stesso. Forse dovrebbe farsi vedere da un buon psichiatra!".


Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nello Stretto di Hormuz e mettono a rischio la tregua


Stati Uniti e Iran si sono colpiti a vicenda sabato attorno allo Stretto di Hormuz, per il terzo giorno consecutivo, mettendo alla prova la fragile tregua che dovrebbe chiudere mesi di ostilità. L'esercito americano ha condotto una seconda ondata di raid in due giorni contro obiettivi iraniani, mentre il presidente Trump ha minacciato di riprendere la guerra.

I raid americani hanno colpito infrastrutture di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione, siti della difesa aerea, depositi di droni e mezzi per la posa di mine, secondo il Central Command, il comando militare statunitense per la regione. L'operazione è arrivata in risposta a quello che gli americani hanno descritto come l'attacco iraniano a una petroliera nello Stretto.

I media di stato iraniani hanno riferito di esplosioni provocate da alcuni colpi nelle città portuali di Sirik, Kong e Bandar Lengeh e sull'isola di Qeshm, nel Golfo Persico. In tutte queste località ci sono strutture militari.

Trump, in un messaggio sui social, ha lasciato intendere di stare perdendo la pazienza con Teheran. Ha scritto che potrebbe arrivare il momento in cui gli Stati Uniti non saranno più in grado di essere ragionevoli e saranno costretti a completare militarmente il lavoro che hanno iniziato, aggiungendo che in quel caso "la Repubblica islamica dell'Iran non esisterà più".

Dopo i raid americani di sabato, l'Iran ha detto di aver colpito le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, dove sono suonate le sirene antiaeree. I Guardiani della rivoluzione islamica, il corpo militare che protegge il governo iraniano, hanno dichiarato di aver attaccato otto obiettivi americani: la base navale della Quinta flotta in Bahrein e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait. Gli attacchi, condotti con droni e missili balistici tra le 2 e le 3 del mattino ora locale (tra mezzanotte e l'una in Italia), non hanno provocato vittime americane né danni rilevanti.

I Guardiani hanno minacciato un giro di vite più duro sulle navi in transito nello Stretto di Hormuz, da cui passava un tempo circa il 20% del greggio mondiale, avvertendo che le basi americane nella regione "vivranno l'inferno" nei prossimi giorni.

Lo scontro aumenta la pressione su un accordo di pace preliminare già in difficoltà per i combattimenti in Libano e per i disaccordi sulle ispezioni nucleari. L'intesa, un memorandum d'intesa in 14 punti firmato circa dieci giorni fa per chiudere la guerra, prevede un periodo di 60 giorni di negoziati tecnici per definire i dettagli più spinosi.

Il nodo principale è il controllo dello Stretto. L'Iran legge il linguaggio dell'accordo come un riconoscimento del proprio potere sulla via d'acqua: il testo chiede a Teheran di "fare il possibile per il passaggio sicuro delle navi commerciali", ma lascia indefiniti i termini chiave. Molte navi hanno usato una rotta sostenuta dagli Stati Uniti lungo il bordo meridionale dello Stretto, vicino alle coste dell'Oman e degli Emirati Arabi Uniti. I Guardiani della rivoluzione hanno invece imposto un percorso che passa nelle acque iraniane.

La crisi è ricominciata giovedì. Gli Stati Uniti hanno accusato l'Iran di aver colpito la nave portacontainer Ever Lovely mentre attraversava lo Stretto lungo la rotta vicina all'Oman, quella che Teheran aveva intimato di non usare. Trump ha definito l'attacco una violazione della tregua e venerdì ha ordinato i primi raid sulle posizioni iraniane lungo lo Stretto: sei caccia, tra cui F35 e F16, hanno colpito quattro siti in circa novanta minuti.

Sabato un drone iraniano ha colpito la petroliera Kiku, battente bandiera panamense e carica di due milioni di barili di greggio, mentre si trovava vicino allo Stretto. La nave, partita due giorni prima da un giacimento in Qatar, è stata centrata sul ponte di comando, secondo l'agenzia britannica che monitora il traffico marittimo, la U.K. Maritime Trade Operations. L'Iran non ha rivendicato l'attacco. Le forze americane hanno abbattuto altri due droni diretti contro navi commerciali.

L'organismo congiunto navale anglo-americano ha alzato a "sostanziale" il livello di allerta per la sicurezza marittima nello Stretto. L'attacco a Bahrein è consistito in due droni: uno è stato abbattuto, l'altro è caduto senza causare danni in un'area remota.

Il traffico nello Stretto, in ripresa nei giorni scorsi, è di nuovo crollato. Mercoledì erano transitate 73 navi, scese a 54 giovedì e ad almeno 34 venerdì e una decina sabato, contro le circa 130 al giorno prima del conflitto. Da inizio maggio il Central Command ha scortato oltre 500 imbarcazioni lungo le rotte vicine alla costa dell'Oman.

I prezzi del petrolio erano saliti dopo l'attacco di giovedì, ma venerdì sono tornati ai livelli precedenti alla guerra. I raid americani di sabato sono arrivati a mercati ormai chiusi per il fine settimana.

La violenza ha oscurato un accordo firmato venerdì a Washington tra Israele e Libano, mediato dagli Stati Uniti, che fissa una cornice di pace tra due paesi tecnicamente in stato di guerra da quasi ottant'anni. L'intesa prevede un ritiro graduale dell'esercito israeliano da una piccola parte del territorio occupato nel sud del Libano, in cambio dell'impegno di Beirut a disarmare Hezbollah. Il movimento libanese filo-iraniano, considerato un'organizzazione terroristica dagli Stati Uniti, ha respinto l'accordo definendolo "umiliante" e ha promesso di continuare a combattere Israele.

L'Assemblea degli esperti iraniana, un organo consultivo che riflette la posizione della guida suprema ed è incaricato di eleggerla, ha detto ai negoziatori che lo Stretto andrebbe chiuso se Israele non fermasse le operazioni in Libano. Ha aggiunto che i diritti nucleari dell'Iran restano fuori dal negoziato.

L'Iran insiste che un accordo definitivo gli permetterebbe di incassare somme dalle navi in transito, sostenendo che non si tratterebbe di pedaggi ma di tariffe per servizi. La posizione americana è opposta: il segretario di Stato Marco Rubio ha detto questa settimana che nessun paese può imporre pagamenti per il passaggio. Il testo dell'accordo garantisce però il transito gratuito solo per 60 giorni.

Il vicepresidente JD Vance ha scritto che gli Stati Uniti hanno "rispettato" l'accordo e che, in caso di disaccordi sulla sua applicazione, l'Iran "può alzare il telefono". "Ma la violenza sarà ripagata con la violenza", ha aggiunto.


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Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump


L'Avana propone privatizzazioni e fine dei controlli sui prezzi, l'apertura al mercato più ambiziosa dal 1959, ma Washington la considera superficiale e risponde con nuove sanzioni

Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.

Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.

Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.

I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".

Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".

Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.

L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.

Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".

Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".

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L'FBI indaga sul candidato con lo stesso nome del senatore uscente in Alaska


FBI e procuratori dell'Alaska indagano se la candidatura dell'omonimo del senatore repubblicano Dan Sullivan sia una cospirazione per confondere gli elettori e favorire la democratica Mary Peltola

Tre indagini, una statale e due federali, vogliono chiarire se la candidatura di Dan J. Sullivan al Senato in Alaska sia parte di una cospirazione per confondere gli elettori. Sullivan, un ex insegnante, ha lo stesso nome del senatore repubblicano uscente, Dan S. Sullivan, che a novembre cercherà il terzo mandato. Secondo NBC News, l'FBI, la polizia federale americana, il procuratore generale dell'Alaska e la procura federale dello Stato stanno verificando se due o più persone abbiano organizzato la campagna dell'omonimo per ingannare gli elettori, danneggiare il senatore in carica e favorire la candidata democratica Mary Peltola.

Dan J. Sullivan ha annunciato la candidatura a maggio e si è iscritto al partito repubblicano solo di recente, a ridosso della scadenza per le candidature. Sostiene di condurre una campagna legittima per togliere il seggio all'omonimo, in carica dal 2015. Il senatore e i repubblicani lo considerano invece un candidato civetta, tanto che i critici lo chiamano "Decoy Dan", e lo accusano di lavorare con la campagna di Peltola, l'ex deputata democratica che punta al seggio.

Lunedì la Corte suprema dell'Alaska ha stabilito che Dan J. Sullivan può restare sulla scheda della primaria di agosto, confermando la decisione con cui un tribunale lo aveva riammesso dopo l'esclusione decisa dalla divisione elettorale dello Stato. La direttrice delle elezioni Carol Beecher aveva motivato l'esclusione sostenendo che Sullivan si fosse candidato "con lo scopo di confondere o ingannare" gli elettori: ha chiesto di comparire sulla scheda come "Dan Sullivan" pur essendo registrato come "Daniel J. Sullivan, Jr." e i suoi materiali elettorali somigliano a quelli del senatore. La Corte ha comunque autorizzato i funzionari ad aggiungere sulla scheda informazioni utili a distinguere i due candidati.

L'Alaska usa una primaria unica aperta ai candidati di tutti i partiti: i primi quattro classificati al voto del 18 agosto passano alle elezioni generali di novembre, a prescindere dall'affiliazione politica. Le generali si decidono poi con il voto a preferenza ordinata (il "ranked choice voting"), in cui gli elettori mettono in fila i candidati in ordine di gradimento e i voti di chi viene eliminato si trasferiscono alle scelte successive. In corsa ci sono circa 16 candidati ed è quindi possibile che a novembre sulla scheda ci siano entrambi i Sullivan e Peltola.

Dai metadati dell'annuncio di candidatura esaminati da Fox News risulta come autrice Amber Lee, una consulente democratica che ha sostenuto le precedenti campagne elettorali di Peltola. Jason Snead, direttore esecutivo dell'Honest Elections Project, ha detto a Fox News che quella di Sullivan "è molto chiaramente un tentativo di ingannare gli elettori" e che il sistema dell'Alaska è particolarmente vulnerabile a queste manovre: se abbastanza elettori scelgono il Sullivan sbagliato, l'omonimo entra nelle generali. Chi poi lo mette al primo posto indicando Peltola come seconda scelta finisce per trasferire il proprio voto alla democratica quando il candidato civetta viene eliminato.

L'indagine federale ipotizza la frode telematica ("wire fraud") o una cospirazione per privare gli elettori dell'Alaska di un processo elettorale libero e corretto, che costituirebbe una violazione dei diritti civili. Il procuratore generale dello Stato ha aperto per primo il fascicolo, per verificare eventuali violazioni delle leggi statali, e gli investigatori federali si sono mossi dopo. Secondo le fonti di NBC News non è ancora chiaro chi potrebbe essere incriminato né se le indagini avranno effetti sul voto. Il procuratore federale Michael Hyman è stato nominato dall'amministrazione Trump, mentre la procuratrice generale facente funzioni dell'Alaska, Cori Mills, è stata nominata dal governatore repubblicano Mike Dunleavy.

Un portavoce di Peltola ha detto a NBC News che la campagna "non ha alcun coinvolgimento con nessuna delle due campagne Sullivan". Dan J. Sullivan, in un'intervista all'Associated Press, ha negato qualsiasi coordinamento o contatto con la campagna di Peltola, con il Partito Democratico dell'Alaska e con gli strateghi democratici nazionali. La campagna del senatore uscente non ha voluto commentare.

La corsa dell'Alaska sarà una delle più importanti per il controllo del Senato alle elezioni di metà mandato di novembre: ai democratici servono quattro seggi netti in più per conquistare la maggioranza e il partito considera Peltola una candidata forte, anche se il presidente Donald Trump ha vinto lo Stato con 13 punti di vantaggio nel 2024.


Un giudice riammette alle elezioni il candidato con lo stesso nome del senatore in Alaska


In Alaska sulla scheda delle primarie per il Senato potranno comparire due candidati con lo stesso nome e lo stesso partito. Un giudice ha stabilito venerdì che Dan J. Sullivan, un insegnante in pensione, ha diritto a sfidare il senatore uscente Dan S. Sullivan, suo omonimo e compagno di partito repubblicano.

La decisione del giudice della Superior Court Thomas Matthews, ad Anchorage, ribalta l'esclusione decisa il 15 giugno dalla direttrice della Divisione elettorale dell'Alaska, l'ente statale che organizza le elezioni. La direttrice Carol Beecher aveva tenuto lo sfidante fuori dalla scheda sostenendo che la sua candidatura non fosse stata presentata "in buona fede" ma con l'intento di confondere gli elettori. Lo sfidante si era allora rivolto al tribunale per tornare in corsa.

Il giudice ha risposto che il criterio della buona fede non è previsto né dalla Costituzione né dalle leggi dell'Alaska né dai regolamenti della stessa Divisione e che si tratta di una novità mai dichiarata prima. "La decisione si basava su un nuovo criterio di buona fede, mai dichiarato in precedenza", ha scritto. Ha aggiunto che l'affermazione della direttrice secondo cui lo sfidante vuole confondere gli elettori non è sostenuta da prove sufficienti.

Matthews ha ricordato che Dan J. Sullivan possiede tutti i requisiti che la Costituzione fissa per candidarsi al Senato: vive in Alaska, è cittadino americano da nove anni e ha più di trent'anni. Lo sfidante ha 69 anni, è un ex insegnante e ha lavorato per il servizio forestale federale. I suoi avvocati avevano sostenuto che la Costituzione indica solo tre requisiti, legati a età, cittadinanza e residenza, e che la direttrice non aveva l'autorità per escluderlo.

Il sistema elettorale dell'Alaska è particolare: alle primarie tutti i candidati, di qualunque partito, compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro più votati passano alle elezioni generali di novembre. Queste ultime si decidono con il voto a scelta classificata, un metodo in cui l'elettore ordina i candidati per preferenza e i voti vengono redistribuiti finché qualcuno raggiunge la maggioranza. Per questo i repubblicani temono che la presenza di un secondo Sullivan tolga voti al senatore uscente.

Il Partito repubblicano dell'Alaska e il comitato nazionale che finanzia le campagne dei senatori repubblicani avevano presentato i reclami contro lo sfidante. Il senatore Sullivan e i suoi alleati lo accusano di lavorare con i democratici e con la campagna di Mary Peltola, ex deputata democratica considerata la sua principale avversaria, per confondere gli elettori e favorire proprio Peltola.

A sostegno dell'esclusione la direttrice aveva citato alcuni elementi: lo sfidante si era registrato come elettore con il nome di Daniel J. Sullivan Jr., aveva cambiato la propria affiliazione in repubblicana proprio in vista della candidatura, aveva un sito di campagna simile a quello del senatore e collaborava con un consulente che in passato aveva lavorato per alcuni democratici. La direttrice non aveva però trovato prove di un coordinamento.

Il seggio dell'Alaska pesa molto sugli equilibri del Senato. È una delle circa sei sfide che si annunciano molto combattute in autunno e uno dei seggi che i democratici sperano di strappare ai repubblicani per riconquistare la maggioranza, una posta in gioco decisiva per il controllo della camera alta a novembre.

Lo sfidante ha detto che condividere nome e partito con il senatore gli ha dato "un megafono istantaneo", ma ha precisato di pensare a una candidatura da tempo, spinto dall'insoddisfazione verso l'uscente. Il senatore, in carica dal 2015, aveva presentato la propria ricandidatura a luglio del 2025, mentre lo sfidante aveva depositato i documenti il 29 maggio, tre giorni prima della scadenza. Entrambi avevano chiesto di comparire sulla scheda come "Sullivan, Dan".

Gli avvocati dello Stato, difendendo l'esclusione, avevano scritto che "la Costituzione non impone agli Stati di mettere sulla scheda un candidato fittizio per poi cercare di limitare i danni con accorgimenti grafici". La Divisione elettorale ha annunciato che presenterà ricorso e il caso dovrebbe arrivare in tempi rapidi alla Corte suprema dell'Alaska. Lo Stato deve iniziare a stampare le schede per le primarie del 18 agosto martedì a mezzogiorno, le 22 in Italia.


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La Casa Bianca ha bloccato il piano di Hegseth per tagliare le truppe americane in Europa


Il segretario alla Difesa voleva annunciare alla NATO altri ritiri di soldati, ma il piano è saltato dopo il passaggio alla Casa Bianca: al suo posto una revisione che può durare fino a sei mesi

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth era pronto ad annunciare alla NATO nuovi tagli alle truppe statunitensi in Europa, ma il suo piano è stato bloccato dopo essere arrivato alla Casa Bianca. Lo ha rivelato il Wall Street Journal: il mese scorso Hegseth stava preparando un annuncio da fare a Bruxelles, davanti ai vertici militari dell'Alleanza, su riduzioni che sarebbero andate oltre il dispiegamento già cancellato di una brigata corazzata in Polonia e il precedente ritiro di una brigata di fanteria dalla Romania.

La proposta è saltata dopo essere stata condivisa con Marco Rubio, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, e con altri alti funzionari. Al posto dell'annuncio, Hegseth ha detto che gli Stati Uniti condurranno una revisione della loro presenza militare in Europa che potrà durare fino a sei mesi. "Non fatevi illusioni: sarà una revisione vera", ha detto all'apertura della riunione semestrale dei capi della Difesa della NATO. "Servirà a garantire che la NATO si muova in modo rapido e irreversibile verso un'Europa che si assume la responsabilità primaria della propria difesa".

L'episodio indica che l'amministrazione non ha ancora deciso tempi e dimensioni dei possibili tagli. Trump ha parlato di punire i paesi della NATO che secondo lui non spendono abbastanza per la propria difesa o che non hanno sostenuto la guerra americana contro l'Iran. Le proposte e i discorsi infuocati di Hegseth hanno però allarmato gli alleati e i parlamentari, compresi alcuni importanti repubblicani, che temono danni durevoli all'alleanza e un incoraggiamento alla Russia. Sean Parnell, portavoce del Pentagono, ha detto che "il segretario Hegseth si è assicurato che il suo messaggio fosse allineato con gli obiettivi e l'agenda del presidente" e che non voleva limitare lo spazio decisionale di Trump.

La strategia di difesa pubblicata dal Pentagono a gennaio aveva già indicato che gli Stati Uniti ridurranno la loro presenza militare in Europa per concentrarsi sul Pacifico occidentale e sul continente americano, con l'obiettivo di affidare agli europei la responsabilità principale della difesa convenzionale del continente. Hegseth e il suo principale consigliere politico, Elbridge Colby, sono stati i più determinati nel voler ridurre le forze destinate all'Europa: negli anni Colby si è fatto conoscere come un sostenitore della limitazione degli impegni americani fuori dall'Asia, per liberare risorse da usare contro la Cina.

A maggio Hegseth aveva cancellato all'improvviso la rotazione di nove mesi di una brigata corazzata in Polonia, in partenza da Fort Hood, in Texas. La decisione aveva attirato critiche da parlamentari repubblicani e democratici e aveva preoccupato i funzionari polacchi, che non erano stati consultati. Aveva sorpreso anche Trump, che aveva chiamato Hegseth per chiedergli perché trattasse così male un alleato prezioso e poi aveva annunciato l'invio di 5.000 soldati aggiuntivi in Polonia. Finora, però, nessun militare in più è stato dispiegato.

La guerra con l'Iran ha offerto a Hegseth e Colby una nuova occasione per ripensare gli impegni militari. Il Regno Unito ha messo a disposizione una base per i bombardieri a lungo raggio usati per colpire l'Iran, mentre la Spagna ha rifiutato di concedere le sue strutture per gli attacchi. Dopo le critiche del cancelliere tedesco alla strategia americana sull'Iran, a maggio Trump ha minacciato di ritirare le truppe dalla Germania.

Al Congresso la spinta del Pentagono per i tagli ha allarmato i parlamentari di entrambi i partiti, che hanno inserito nella legge di spesa militare in discussione una norma per vietare di scendere sotto i 76.000 soldati in Europa senza una valutazione dei rischi da parte del comandante delle forze americane in Europa e del presidente dello Stato maggiore congiunto, il più alto ufficiale delle forze armate, oltre a una certificazione dello stesso Hegseth. Il mese scorso l'ufficio di Hegseth aveva organizzato una telefonata con i parlamentari prima della riunione dei ministri della Difesa della NATO, ma durante la chiamata il segretario ha detto solo che stava pianificando una revisione.

Le truppe americane e la spesa militare degli alleati saranno al centro dell'incontro tra Trump e i leader della NATO la prossima settimana ad Ankara, in Turchia. I funzionari dell'Alleanza sperano che il vertice mostri unità con gli Stati Uniti e sostegno all'Ucraina nella guerra contro la Russia, ma temono che le tensioni con Trump finiscano per oscurarlo. Stanno anche valutando di cancellare il vertice previsto per l'anno prossimo in Albania. Giovedì Trump ha scritto sui social: "Gli Stati Uniti spendono per la NATO più soldi di qualsiasi altro paese, di gran lunga, per proteggerli, senza ricavarne alcun beneficio".


L'Europa orientale teme di restare sola davanti alla Russia


Cosa accadrebbe se la Russia attaccasse un Paese della Nato e gli Stati Uniti decidessero di non intervenire? È la domanda che da mesi inquieta i governi dell'Europa orientale. Fino a pochi anni fa uno scenario simile sembrava impensabile; oggi viene discusso apertamente nelle cancellerie di Polonia e Stati baltici.

A metà maggio, durante un incontro a Tallinn, al sottosegretario di Stato americano Thomas DiNanno è stato chiesto se le truppe statunitensi combatterebbero in caso di invasione russa dei Paesi baltici. La risposta è stata lunga, tortuosa, ma senza mai arrivare a un "sì".

Il Guardian ha ricostruito questo clima parlando con decine di funzionari, leader nazionali, Ministri della Difesa e degli Esteri, capi dell'intelligence e diplomatici, molti dei quali hanno accettato di parlare solo in forma anonima. Il timore, oggi, non è più soltanto che Washington chieda agli europei di spendere di più, ma che possa non rispettare fino in fondo il principio su cui si fonda la NATO: un attacco contro uno è un attacco contro tutti.

Geopolitica · NATO ed Europa orientale
Il futuro della NATO in dubbio: gli Stati Uniti difenderebbero davvero l'Europa da un attacco russo?

Diciotto mesi di Amministrazione Trump hanno trasformato la richiesta di aumentare la spesa militare in un timore ben più profondo: che Washington non rispetti fino in fondo l'Articolo 5, il principio per cui un attacco contro un alleato è un attacco contro tutti.
Grafica di FocusAmerica Vertice di Ankara · 2026

Il patto fondativo
Un attacco
contro unoè un attacco contro tutti

Oggi, nelle cancellerie
?la certezza non è più data per scontata

Per la prima volta il timore non è che i Paesi membri spendano troppo poco, ma che gli Stati Uniti non intervengano più in difesa dei propri alleati

Esplora l'analisi
ILa fiducia
che si incrina III numeri
della frattura IIILa dipendenza
che resta

Diciotto mesi che hanno eroso una certezza
Tocca ogni tappa per leggere come, episodio dopo episodio, il dubbio è entrato nelle cancellerie dell'Europa orientale. Le date segnano i momenti in cui la fiducia si è incrinata.

La frattura misurata in cifre
I numeri che raccontano quanto in fretta la sicurezza europea sia diventata, agli occhi di Washington, un costo da rinegoziare.

5%
Spesa per la difesa richiesta agli alleati, in quota sul Pil
Obiettivo entro il 2035, fissato al vertice dell'Aia del giugno 2025

19
Droni russi entrati nello spazio aereo polacco in una sola notte
«Diciannove errori in una notte? No, non ci credo», ha risposto il ministro Sikorski

4.000
Soldati americani la cui rotazione in Polonia è stata cancellata e poi ripristinata
A maggio 2025, con una decisione legata ai rapporti personali tra i due presidenti


Base militare permanente tedesca all'estero dalla Seconda guerra mondiale
Una brigata della Germania in via di schieramento in Lituania

«Siamo stati e resteremo un alleato leale dell'America, ma non possiamo essere degli sciocchi.» Radosław Sikorski · Ministro degli Esteri polacco

Ciò che l'Europa non può ancora rimpiazzare
Anche volendo fare da sola, l'Europa resta dipendente da Washington per le capacità decisive. La più critica è l'intelligence sulla Russia.

Intelligence raccolta sulla Russia

Stati Uniti, da solila maggior parte

Tutte le altre agenzie NATO messe insiememeno degli USA

Secondo un alto funzionario europeo, tutte le agenzie di intelligence della NATO messe assieme, escluse quelle statunitensi, raccolgono sulla Russia meno di quanto siano in grado di produrre da soli gli americani.

Intelligence sulla Russia
La capacità più difficile da sostituire: nessun alleato europeo si avvicina alla mole di dati raccolta da Washington.

Difesa aerea avanzata
I sistemi di protezione dello spazio aereo restano in larga parte dipendenti dalle dotazioni americane.

Attacchi in profondità
La capacità di colpire lontano dietro le linee nemiche dipende ancora da sistemi che solo gli USA forniscono su larga scala.

Nel breve periodo la domanda decisiva è un'altra: le tensioni pubbliche hanno indebolito, agli occhi di Mosca, la certezza che un'incursione in territorio NATO provocherebbe una risposta schiacciante? Più probabile resta la «zona grigia»: sabotaggi, droni, provocazioni calibrate per testare le linee rosse senza superarle.

Fonte Ricostruzione di The Guardian su colloqui con decine di funzionari, ministri, capi dell'intelligence e diplomatici dei Paesi NATO. Dichiarazioni di Hegseth, Sikorski e Trump come riportate dalla testata britannica.

La fiducia incrinata con Washington


I primi segnali erano arrivati già nel febbraio 2025, quando il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, in visita al quartier generale della NATO a Bruxelles, aveva chiarito agli alleati che, con la Cina in ascesa, la sicurezza europea non sarebbe più stata una priorità per Washington. L'Europa, aveva spiegato, avrebbe dovuto pagarsi da sola la propria difesa.

"I valori sono importanti, ma non puoi sparare con i valori né con i discorsi forti. Non c'è sostituto per la forza", aveva dichiarato all'epoca. Due settimane dopo, lo scontro televisivo alla Casa Bianca tra Trump e Volodymyr Zelensky, seguito dalla sospensione per oltre una settimana della condivisione di intelligence con Kyiv, ha rafforzato la sensazione che le regole tradizionali della diplomazia fossero saltate.

Tuttavia, il vertice NATO dell'Aia, nel giugno 2025, si è chiuso senza rotture solo grazie al lavoro dietro le quinte del Segretario Generale Mark Rutte, che ha cercato di convincere Trump a non rompere l'intesa tra i Paesi dell'Alleanza. In questo modo, i Paesi membri della NATO si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del proprio Pil entro il 2035, un obiettivo già vicino per Polonia e Stati baltici, ma fino a poco tempo fa quasi impensabile per molti governi dell'Europa occidentale.

Il problema, però, resta l'imprevedibilità del presidente americano. Una promessa fatta oggi può essere smentita domani da un post su Truth Social. A settembre, una ventina di droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco in una sola notte. Mentre l'attacco era in corso, Trump ha pubblicato sui social un entusiasta "Here we go!", salvo poi suggerire che "poteva trattarsi di un errore". Il Ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski gli ha risposto pubblicamente: "Puoi credere che uno o due droni finiscano fuori rotta, ma 19 errori in una sola notte, no, non ci credo".

Nel gennaio 2026 la crisi più destabilizzante per l'Alleanza Atlantica è arrivata da Washington più che da Mosca. A provocarla è stato lo stesso Donald Trump, quando ha minacciato di annettere la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, a sua volta membro della NATO. Alcune cancellerie europee hanno chiesto ai propri uffici legali se, in uno scenario simile, Copenaghen avrebbe potuto invocare l'Articolo 5. Fino a quel momento, però, nessuno aveva davvero immaginato la Nato di fronte a una minaccia proveniente non da un avversario esterno, ma da un altro alleato: per di più dagli Stati Uniti, il Paese militarmente più potente dell'Alleanza e, fin dalla sua nascita, il perno politico e strategico dell'intero sistema atlantico.

Il rischio della "zona grigia"


A metà maggio, la Polonia ha poi scoperto con sorpresa che una rotazione di 4.000 soldati americani, già in parte arrivati, era stata cancellata. Trump ha revocato la decisione poco dopo con un post, spiegando di averlo fatto per mantenere i buoni rapporti con il nuovo presidente polacco Karol Nawrocki. Ma per Varsavia anche la retromarcia è stata una conferma inquietante: la presenza militare americana può dipendere non solo da valutazioni strategiche, ma anche dai rapporti personali del presidente con i leader europei.

L'irritazione cresce persino tra i Paesi alleati più vicini ideologicamente a Trump. La scorsa settimana la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha avuto un duro scontro con il presidente americano, accusandolo di aver "totalmente inventato" una storia in cui sosteneva che lei lo avesse implorato per una foto durante un vertice del G7. In Europa orientale, intanto, la Polonia è diventata la voce più critica. "Siamo stati e resteremo un alleato leale dell'America, ma non possiamo essere degli sciocchi", ha detto Sikorski in Parlamento.

Negli Stati baltici prevale invece ancora la cautela. I Ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania invitano alla calma, ma nel frattempo, vari Paesi europei hanno inviato truppe nei Baltici sotto l'ombrello NATO. La Germania sta schierando un'intera brigata in Lituania, la prima base militare permanente tedesca all'estero dalla Seconda guerra mondiale in poi, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di estendere l'ombrello nucleare francese ad altri Paesi europei, Polonia compresa.

Restano però diverse capacità militari americane ancora molto difficili da sostituire: difesa aerea avanzata, capacità di attacchi in profondità e soprattutto intelligence. Un alto funzionario europeo ha spiegato che tutte le agenzie di intelligence NATO messe insieme, escluse quelle statunitensi, raccolgono sulla Russia "meno di quanto producano da soli gli americani".

Nel breve periodo, la questione decisiva è però un'altra: le tensioni pubbliche tra i Paesi dell'Alleanza hanno indebolito, agli occhi del Cremlino, la certezza che un'incursione in territorio NATO provocherebbe una risposta militare schiacciante? Finché l'esercito russo resta impegnato in Ucraina, spiegano i funzionari estoni, Mosca non ha i mezzi per un attacco convenzionale su larga scala contro l'Alleanza. Più probabile è il proseguimento di azioni ibride: sabotaggi, droni, operazioni nella "zona grigia", provocazioni calibrate per testare le linee rosse della NATO senza superarle apertamente.

Ma resta senza riposta la domanda chiave che oggi toglie il sonno ai responsabili della sicurezza dell'Europa orientale: come reagirebbe Washington se decine di droni kamikaze russi colpissero Varsavia o una capitale di uno Stato baltico?


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Prezzi parrucchieri e barber shop 2026: classifica delle città italiane dove si spende di più e di meno


Quanto costa andare dal parrucchiere in Italia? Scopri la classifica 2026 delle città con i prezzi più alti e più bassi per parrucchieri e barber shop, da Treviso a Napoli e Reggio Calabria
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Nel 2026 prendersi cura di sé costa sempre di più: il costo di un taglio e piega, uno dei trattamenti richiesti più frequentemente, è aumentato in quasi tutte le principali città italiane rispetto al 2025. Palermo è l'unica che registra un calo (-4,3%), mentre Napoli è la meno cara (29,2 euro). Il prezzo medio più alto si trova a Treviso (61,9 euro), che si posiziona come città più costosa anche nel segmento dei barber shop (45,9 euro in media per il servizio barba e capelli). Reggio Calabria è, invece, la più conveniente per barba e capelli, con un costo medio di 19,9 euro.

Parallelamente, il settore Beauty e Wellness accelera anche sul fronte dei pagamenti digitali. Nei comparti Fitness/wellness/spa, Vibo Valentia registra la crescita della spesa cashless più marcata d’Italia (+124,8%), mentre Massa guida il segmento Beauty/barber (+41,3%). Nei Negozi di cosmetici, è invece Sassari a segnare l’incremento maggiore degli acquisti senza contanti, con un +132%.

Amazfit Helio Strap Pro ufficiale: fitness tracker per HYROX e allenamento ibrido
Amazfit amplia il proprio ecosistema fitness con Helio Strap Pro, un nuovo fitness tracker sviluppato per HYROX e allenamento ibrido. Il dispositivo offre monitoraggio avanzato delle prestazioni, recupero intelligente e analisi dettagliate per atleti e appassionati di fitness.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Sono i risultati dell’Osservatorio Beauty Cashless diSumUp, fintech attiva nel settore dei pagamenti digitali con soluzioni innovative per business di ogni dimensione, che ha analizzato l’andamento dei prezzi medi nei servizi Beauty e barber insieme alla crescita delle transazioni cashless nei comparti Wellness, Cosmetica e Cura della persona nelle principali città italiane nel 2026.

“Il Beauty è un settore molto dinamico, che negli ultimi anni ha registrato un aumento dei prezzi, ma anche una forte crescita della spesa cashless nelle principali città italiane. In questo scenario, i consumatori continuano a richiedere trattamenti di qualità e un’esperienza sempre più piacevole e curata - ha dichiaratoUmberto Zola di SumUp - la digitalizzazione risponde proprio a questa evoluzione, rendendo il percorso di acquisto e prenotazione più semplice, fluido e immediato, contribuendo al tempo stesso a rafforzare la fidelizzazione della clientela”.


Taglio e piega: Treviso la città più cara, Palermo l’unica con i prezzi in calo


Analizzando i prezzi di un taglio e piega nei parrucchieri italiani, dopo Treviso (61,9 euro), compaiono in classifica Reggio Emilia (61,8 euro) e Parma (54,4 euro). Completano la Top 5 delle città più care Rimini (53,5 euro), e Trento (53,3 euro). Al contrario, le città con i prezzi più contenuti sono Napoli (29,2 euro), Palermo (30,2 euro), Reggio Calabria (31,3 euro), Messina (33,7 euro)e Catanzaro (37,7 euro). Per quanto riguarda le dinamiche di variazione, si registrano incrementi particolarmente marcati a Reggio Emilia, che guida la crescita con +21,3%, seguita da Napoli (+16,3%) e Firenze (+16,1%).

Barber shop: a Reggio Calabria i meno cari, a Novara il rincaro maggiore


Anche nel comparto barber shop, in cima alla classifica si colloca Treviso, con un prezzo medio di 45,9 euro, seguita da Modena (44 euro) e Trieste (43,8 euro). Completano la top 5 delle città più care Reggio Emilia (42,4 euro) e Udine (41,34 euro), confermando una concentrazione dei listini più elevati nel Nord e Nord-Est. Tra le città più economiche, invece, Reggio Calabria (19,9 euro), Messina (20,2 euro), Catanzaro (21,3 euro), Bari (21,8 euro)e Napoli (24,9 euro). Per quanto riguarda le dinamiche di crescita tra il 2025 e il 2026, si osservano incrementi particolarmente significativi a Novara (+11,6%), al primo posto, seguita da Bergamo (+11,1%) e Siracusa (+9,6%), mentre le città dove si registra una diminuzione dei prezzi sono Reggio Emilia (-9,1%), Rimini (-3,7%) e Trento (-1,1%).

A Sassari la cosmesi, a Vibo Valentia le SPA: dove cresce di più la spesa cashless


Nel segmento Fitness, wellness e spa Vibo Valentia a registrare l’incremento più elevato di transato (+124,8%), seguita da Trieste (+107,1%), Matera (+71,8%), Biella (+71,3%) e Caltanissetta (+57%). Nel comparto Beauty e barber guida la classifica Massa con +41,3%, seguita da Pistoia (+33,7%), Ancona (+32,8%), Lucca (+31,8%) e Nuoro (+31,3%). Infine, nei Negozi di cosmetici c’è Sassari al primo posto (+132%), seguita da Monza-Brianza (+112,4%), Messina (+78,3%), Palermo (+74,8%) e Salerno (+74,2%).

Caldo record, boom di condizionatori smart: meno consumi e più comfort
Le ondate di caldo sempre più intense stanno cambiando le abitudini degli italiani. Cresce l’interesse per i condizionatori smart, apprezzati per la capacità di migliorare il comfort domestico, ottimizzare i consumi energetici e offrire funzioni intelligenti per la gestione della climatizzazione
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Dalla fidelizzazione alla gestione degli appuntamenti, la digitalizzazione del wellness


A livello nazionale, la crescita di transazioni cashless nei settori analizzati si attesta al +6% e, anche a livello territoriale, la crescita risulta particolarmente dinamica in alcune province, dove l’utilizzo dei pagamenti digitali mostra accelerazioni significative. Le prime 10 province per crescita delle transazioni cashless sono Lucca (+32,4%), seguita da Modena (+29,8%), Arezzo (+28,3%), Massa (+25,2%), Varese (+22,3%), Nuoro (+21,9%), Livorno (+21,4%), Oristano (+21%), Pistoia (+21%) e Trieste (+20,3%).

I fattori che assumono un ruolo centrale nella relazione con il cliente


Nel settore Beauty la qualità dell’esperienza, la continuità della relazione con il cliente e l’efficienza operativa diventano fattori sempre più strategici e gli strumenti digitali assumono un ruolo centrale. Da un lato, è importante fidelizzare la clientela: in questo contesto, SumUp Fedeltà consente agli esercenti di integrare programmi loyalty direttamente nei pagamenti, attraverso sistemi a punti e timbri digitali che premiano automaticamente gli acquisti e incentivano il ritorno dei clienti, senza necessità di hardware aggiuntivi. Dall’altro, parrucchieri, estetisti e professionisti del benessere hanno bisogno di gestire appuntamenti e pagamenti in modo più fluido ed efficiente: SumUp Bookings nasce per semplificare la pianificazione online delle prenotazioni e migliorare il tasso di conversione tra ricerca del servizio e conferma dell’appuntamento. Insieme, le due soluzioni contribuiscono a costruire un ecosistema digitale integrato per rispondere alle esigenze del settore.


Amazfit Helio Strap Pro ufficiale: il nuovo fitness tracker per HYROX e allenamento ibrido


Durante la recente edizione dei Campionati Mondiali HYROX a Stoccolma, Amazfit ha presentato Helio Strap Pro. Si tratta di un sistema di allenamento indossabile progettato per aiutare gli atleti HYROX e gli sportivi “ibridi” a comprendere meglio come il corpo performa sotto carico. Partendo dal modello Helio Strap senza schermo, Helio Strap Pro aggiunge un sensore di movimento da indossare in vita che rileva il movimento del core e la stabilità durante l’allenamento. In combinazione con il rilevamento della frequenza cardiaca sul braccio e gli smartwatch Amazfit compatibili, il sistema offre una visione più completa dello sforzo cardiaco, della qualità del movimento e del carico muscolare rispetto al solo tracciamento da polso.

Motorola moto g87 ufficiale: fotocamera da 200 MP e specifiche
Il dispositivo debutta con una fotocamera principale da 200 MP, un display OLED luminoso, una batteria capiente e nuove funzionalità basate sull’intelligenza artificiale
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


“La frequenza cardiaca dice agli atleti quanto stanno lavorando duramente, ma non spiega completamente come cambia il movimento quando subentra la fatica - ha dichiarato Scott Shepley di Amazfit - Helio Strap Pro introduce un nuovo approccio innovativo all’allenamento ibrido, collegando i dati cardiaci del braccio con il rilevamento del movimento in vita e i dati dello smartwatch. Rappresenta il prossimo passo del nostro sistema di allenamento ibrido, offrendo una comprensione più completa di come sforzo, movimento e performance cambiano durante un allenamento impegnativo”.


Progettato per HYROX e performance ibride


Helio Strap Pro funziona con le modalità HYROX Race e HYROX Simulation disponibili su Amazfit Balance 3 e Balance Ultra. Al lancio, è necessario uno di questi smartwatch per utilizzare il sistema completo. Durante gli allenamenti supportati, lo smartwatch e i due sensori Helio Strap Pro lavorano insieme:

  • Helio Core Motion HR si indossa sul braccio, vicino al cuore, riducendo le interferenze causate dal movimento del polso, dalla presa e dal contatto con attrezzi, fornendo una frequenza cardiaca più stabile durante allenamento funzionale e di forza;
  • Helio Core Motion Waist si indossa in vita per rilevare movimento del core, posizione e stabilità.


Balance 3 o Balance Ultra monitorano le performance e lo sforzo cardiaco dal polsoBalance 3 o Balance Ultra monitorano le performance e lo sforzo cardiaco dal polso
Dopo l’allenamento, l’app Zepp integra movimento, carico muscolare e sforzo cardiaco in una vista strutturata della performance, aiutando gli atleti a comprendere fatica, efficienza ed esecuzione. L’esperienza è focalizzata sugli otto movimenti della gara HYROX: skierg, sled push, sled pull, burpee broad jump, rowing, farmer’s carry, sandbag lunges e wall balls.
L'ecosistema Amazfit: i dati vengono condivisi via bluetooth

Un unico sistema per allenamento, recupero e vita quotidiana


Helio Strap Pro fa parte del più ampio sistema di allenamento ibrido Amazfit, che collega performance e recupero.

L’app Zepp unisce allenamento, recupero, abitudini quotidiane, nutrizione e trend di performance in un’unica visione continua dei progressi.

La tecnologia HybridCharge include BioCharge, Training Load e LifeLoad per aiutare a capire come allenamento, recupero e fattori esterni (stress, viaggi, fatica) influenzano la capacità nel tempo.

Poiché Helio Strap Pro può essere usato senza schermo, il tracciamento può continuare anche quando si toglie lo smartwatch.

Precisione, apertura e integrazione con l’ecosistema


Indossare il sensore cardiaco sul braccio riduce le interferenze tipiche del polso durante allenamenti di forza e funzionali. I dati in tempo reale possono essere condivisi via Bluetooth con smartwatch Amazfit, dispositivi di terze parti, computer da ciclismo e app fitness. I dati sanitari, inclusa la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), possono essere sincronizzati con Apple Health tramite l’app Zepp.
Amazfit Helio Strap Pro: la confezione

Altre caratteristiche:


  • oltre 60 modalità sportive;
  • monitoraggio continuo di HR, HRV, sonno e recupero;
  • resistenza all’acqua 5 ATM;
  • Bluetooth 5.2;
  • fino a 11 giorni di autonomia per il sensore HR;


Disponibilità


La confezione include Helio Core Motion HR, Helio Core Motion Waist, clip Helio Pro, cinturino, fascia braccio e base di ricarica magnetica. Il dispositivo sarà disponibile tra alcune settimane, ha fatto sapere Amazfit.


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Il caldo record arriva anche sulla costa est degli Stati Uniti


Decine di record da Washington a Boston e rete elettrica sotto stress alla vigilia del 4 luglio. Ferma per un giorno anche la nuova linea che porta a New York l'idroelettrico canadese

Il termometro di Central Park ha segnato giovedì 37,8 gradi (100 Fahrenheit), la temperatura più alta registrata a New York in quasi 14 anni. L'ondata di caldo che da giorni soffoca la metà orientale degli Stati Uniti ha fatto cadere decine di record e, secondo il National Weather Service, il servizio meteorologico nazionale americano, circa 163 milioni di persone, dal Missouri al Maine fino al Mississippi, vivono in aree esposte a un caldo pericoloso. Il picco arriva proprio mentre il paese si prepara al fine settimana del 4 luglio, quest'anno dedicato ai 250 anni dell'indipendenza, e ospita i Mondiali di calcio.

Agli aeroporti newyorkesi di LaGuardia e Newark si sono raggiunti i 40 gradi, mentre a Washington l'aeroporto nazionale ha toccato i 38,9 gradi, oltre un record che resisteva dal 1898. Philadelphia è arrivata a 39,4 gradi, la temperatura più alta degli ultimi 15 anni in città e a un solo grado Fahrenheit dal record assoluto di luglio. Boston ha toccato i 38,3 gradi, oltre il precedente record giornaliero del 1963. Il dato di Central Park, il primo sopra i 100 Fahrenheit dal luglio 2012, eguaglia il record per un 2 luglio stabilito nel 1966.

L'umidità rende le condizioni ancora più dure. Una stazione meteo di Brooklyn ha registrato un indice di calore, la misura della temperatura percepita che combina caldo e umidità, di circa 43 gradi. Nei prossimi giorni la percepita potrebbe arrivare a 46 e nemmeno la notte porterà sollievo: le temperature scenderanno di poco, restando ben sopra la media del periodo. Senza un raffreddamento notturno il corpo non riesce a recuperare e il rischio di malori aumenta.

All'origine del fenomeno c'è una "cupola di calore", un vasto sistema di alta pressione che intrappola l'aria come un coperchio su una pentola: l'aria calda viene spinta verso il suolo e, comprimendosi, si riscalda ulteriormente. Anche se attribuire una singola ondata di calore al cambiamento climatico richiede analisi approfondite, gli scienziati concordano sul fatto che le ondate di calore stanno diventando più calde, più frequenti e più lunghe: gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati.

La corsa ai condizionatori sta mettendo sotto pressione la rete elettrica. Il picco di domanda di giovedì potrebbe essere il terzo più alto mai registrato nello Stato di New York, che ricava più del 60% della sua elettricità da petrolio e gas. Con Edison, la principale utility elettrica della città, ha ridotto il voltaggio in alcune zone di Manhattan e del Bronx e ha interrotto la corrente a circa 900 clienti nel quartiere di Riverdale per evitare guasti più estesi, mentre in serata oltre 25.000 utenze erano senza elettricità nello Stato di New York, 12.000 in New Jersey e 15.000 in Ohio. Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha chiesto ai residenti di impostare i condizionatori a 25,5 gradi (78 Fahrenheit) e di staccare gli elettrodomestici non utilizzati.

Proprio nei giorni più critici si è fermata la Champlain Hudson Power Express, la nuova linea elettrica da circa 8 miliardi di dollari che porta a New York l'energia idroelettrica delle dighe canadesi del Québec e che dovrebbe coprire fino al 20% del fabbisogno della città. La linea, capace di trasportare 1.250 megawatt, abbastanza per alimentare circa un milione di case, è rimasta fuori servizio da mercoledì fino alle 12:30 di giovedì (le 18:30 in Italia) per un guasto tecnico sul lato canadese del confine. Il contratto con lo Stato di New York, che obbliga la società a fornire energia proprio nei momenti di massima domanda, era entrato in vigore mercoledì stesso. Il gestore della rete statale, NYISO, non aveva incluso la linea nelle sue stime sulla tenuta del sistema per l'estate e aveva concluso che l'energia sarebbe bastata anche senza, ma per poco: Kevin Lanahan, vicepresidente di NYISO, ha detto al sito di notizie locali The City Reporter che i margini sono "decisamente stretti".

Il governo federale è intervenuto sui data center, tra i maggiori consumatori di elettricità. Il segretario all'Energia Chris Wright ha ordinato ai gestori delle reti di richiedere ai data center l'uso dei generatori di riserva quando il sistema è sotto sforzo. La misura riguarda soprattutto PJM, il gestore della rete di 13 Stati del Medio Atlantico che va da Chicago alla Virginia e serve la più grande concentrazione di data center al mondo: per giovedì si aspettava la domanda di elettricità più alta della sua storia, oltre un record che resisteva da vent'anni. L'uso esteso dei generatori preoccupa però gli esperti, perché funzionano di solito a diesel o a gas ed emettono più inquinanti delle grandi centrali. Shaolei Ren, professore dell'Università della California a Riverside, ha detto all'Associated Press che un'ondata di calore è "quasi la situazione peggiore" per un data center, perché raffreddare i server richiede più energia o più acqua. Gli impianti alimentano anche tensioni locali: a Lowell, in Massachusetts, il consiglio comunale ha approvato all'unanimità a febbraio una moratoria di un anno su nuove espansioni.

A New York muoiono ogni estate circa 500 persone per cause legate al caldo e il rischio si concentra nei quartieri più poveri. Jamaica, nel Queens, ha il punteggio peggiore nell'indice di vulnerabilità al caldo con cui la città classifica i quartieri: solo il 20% della sua superficie è coperto da alberi, contro una media cittadina del 24% e quasi il 70% di zone benestanti come Riverdale, nel Bronx. Carolyn Olson, dirigente del dipartimento della salute cittadino, ha detto al New York Times che "il primo fattore di rischio per le morti legate al caldo è non avere un condizionatore in casa". La città ha aperto centinaia di centri di raffrescamento nei quartieri più esposti e ha sospeso gli sfratti per due giorni.

Il caldo sta costringendo a rivedere anche il programma delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Philadelphia ha dichiarato un'emergenza sanitaria fino a sabato sera e ha accorciato il percorso della parata del 4 luglio, alcune città vicine hanno cancellato le loro sfilate e a Washington le prove del tradizionale concerto davanti al Campidoglio sono state chiuse al pubblico, mentre un rodeo previsto giovedì sera è stato rinviato. Ne risentono anche i Mondiali di calcio: Toronto ha annullato la proiezione pubblica di Portogallo-Croazia accanto al municipio e sabato la Francia affronterà il Paraguay a Philadelphia, in uno stadio a cielo aperto, alle 17 locali (le 23 in Italia), con temperature previste vicine ai 40 gradi.

Da domenica la cupola di calore dovrebbe cominciare a indebolirsi e lunedì a Philadelphia le massime torneranno sotto i 30 gradi, ma un caldo pericoloso resterà su Washington, la Virginia e le Caroline.


Che cos'è la Great American State Fair, la fiera di Trump per i 250 anni degli Stati Uniti


La Great American State Fair è la grande fiera che il presidente Donald Trump ha allestito sul National Mall di Washington per celebrare i 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti. Si estende per dieci isolati sul prato tra il Campidoglio e il Washington Monument, dura sedici giorni e si è aperta mercoledì sera con un comizio del presidente in stile campagna elettorale. Resterà allestita fino al 10 luglio.

A organizzarla è Freedom 250, un'organizzazione creata da Trump con un ordine esecutivo come partenariato tra pubblico e privato. La sua nascita ha causato tensioni con America 250, la commissione bipartisan che il Congresso aveva istituito da anni proprio per pianificare l'anniversario. I critici vedono in Freedom 250 il tentativo del presidente di aggirare quel gruppo nato dieci anni fa. America 250, che ha meno fondi federali e una portata più ridotta, organizza per il 4 luglio un concerto a Los Angeles e una serie di eventi locali.

Il cuore della fiera sono i padiglioni dedicati a 56 tra stati e territori, ai quali si aggiungono stand di dipartimenti del governo federale, una ruota panoramica alta circa 34 metri, un rodeo e una replica in scala ridotta dell'arco di trionfo che Trump vuole costruire a Washington. Gli organizzatori l'hanno presentata come "un'esposizione di livello mondiale e una fiera mondiale dei giorni nostri".

Nei padiglioni statali ogni stato mette in mostra industrie, tradizioni e personaggi famosi. Si può mungere una mucca meccanica nel Michigan, attraversare un agrumeto profumato di arance nella Florida, provare il lazo nel Wyoming, ballare la salsa a Puerto Rico e raccogliere le collane di Mardi Gras in Louisiana. Il New Jersey ha portato un castello di sabbia di oltre tre tonnellate, fatto con sabbia trasportata dalla costa atlantica. Il Montana espone una gigantesca gabbia toracica di dinosauro, il Texas la facciata dell'Alamo e una capsula spaziale, l'Arizona un'installazione che immerge i visitatori nei paesaggi dello stato.

Accanto al folklore statale, la fiera ospita molti contenuti vicini al presidente. C'è uno stand dove i genitori possono iscrivere i figli ai "Trump accounts", un'esposizione dedicata a Truth Social, il social network fondato da Trump, un padiglione "Faith and Family" con un forte accento sui valori cristiani e gli stand dei grandi appaltatori della difesa, come la Northrop Grumman con un suo simulatore di volo. Sul Mall è parcheggiato anche uno dei "Freedom Truck", musei mobili prodotti dall'organizzazione conservatrice PragerU e dal Hillsdale College, un'università cristiana di destra: dentro si trovano un George Washington generato dall'intelligenza artificiale e un messaggio video del presidente. Allo stand del Dipartimento di Stato veniva distribuita una replica di carta del passaporto in edizione limitata con il volto di Trump.

Non tutti gli stati hanno partecipato. Almeno dieci governi, concentrati nel Nord-Est e nel Nord-Ovest del Pacifico e guidati in gran parte dai democratici, hanno rinunciato a inviare personale o a spendere denaro. Tutti hanno citato i costi: per allestire un padiglione servivano almeno 100mila dollari, in alcuni casi fino a mezzo milione, e molti hanno preferito investire nelle celebrazioni in casa. Maine, Massachusetts, Pennsylvania, Vermont e Rhode Island sono tra gli assenti. La governatrice del Massachusetts, la democratica Maura Healey, ha definito l'evento un uso "ridicolo" dei soldi dei contribuenti. Gli stand degli assenti si sono ridotti a un cartellone con il nome dello stato e qualche sedia vuota. Alcuni stati, come North Carolina e Illinois, sono stati rappresentati da aziende o associazioni del territorio al posto del governo.

Proprio il North Carolina è finito al centro di una polemica. In un video del suo padiglione era comparsa l'immagine di una bandiera confederata sovrapposta a parte della bandiera dello stato. Gli organizzatori dello stand hanno detto di essere venuti a conoscenza di un'immagine "non approvata" e di averla rimossa subito. Uno degli sponsor, l'azienda Mt. Olive Pickles, ha ritirato la propria partecipazione scrivendo su X di fondarsi su "valori di dignità umana, opportunità e libertà". Da Freedom 250 hanno risposto che gli stati hanno pieno controllo editoriale sui contenuti dei loro stand.

L'evento è stato accusato di essere troppo politico. Doveva aprirsi con dei concerti, ma diversi musicisti si erano ritirati per timore che la manifestazione fosse diventata di parte, così Trump ha trasformato la serata inaugurale in un comizio, con sorvoli militari e Lee Greenwood che cantava "God Bless the USA". Alcuni deputati democratici hanno accusato Freedom 250 di edulcorare la storia americana, glissando su temi come la schiavitù e il genocidio dei nativi. La portavoce dell'organizzazione, Rachel Reisner, ha replicato che celebrare i 250 anni del paese non è un atto di parte e che la fiera ha "qualcosa per tutti, che tu abbia 8 o 85 anni".

I primi giorni sono stati segnati da difficoltà. La giornata inaugurale ha avuto problemi ai generatori che hanno fermato a intermittenza la ruota panoramica e sciolto parte del gelato, la pioggia ha costretto a chiudere in anticipo, l'acqua costava 5 dollari e foto e video diffusi sui social mostravano una scarsa affluenza di pubblico. Trump ha invece descritto la serata di apertura come un successo, scrivendo su Truth Social che il pubblico era "incredibile" e parlando di almeno 45mila persone presenti.

Per i suoi critici la fiera è soprattutto una vetrina. Secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic il risultato è una sorta di villaggio Potemkin, in cui quasi niente è ciò che dichiara di essere, una versione da discount della grandiosità che il presidente vorrebbe lasciare in eredità. Tra una mucca finta da mungere, un ologramma di Abraham Lincoln nello stand dell'Illinois e l'immagine di un George Washington creato dall'intelligenza artificiale in quello del New Jersey, l'orgoglio autentico dei singoli stati emerge a tratti, ma resta schiacciato dalla cornice politica costruita attorno alla celebrazione.


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Shokz OpenDots 2 e OpenDots Air arrivano in Italia: nuovi auricolari a clip per l’ascolto quotidiano


Shokz OpenDots 2 e Shokz OpenDots Air arrivano ufficialmente in Italia grazie a Nital, che porta sul mercato nazionale la nuova generazione di auricolari a clip open-ear del brand. I due modelli sono pensati per chi cerca un modo diverso di ascoltare musica, podcast, chiamate e contenuti multimediali durante la giornata, senza isolarsi completamente dall’ambiente circostante e senza utilizzare i classici auricolari da inserire nel condotto uditivo.

La filosofia resta quella che ha reso riconoscibile Shokz negli ultimi anni: un ascolto aperto, comodo e adatto al movimento. Con questa nuova linea, però, il marchio sposta l’attenzione anche verso un utilizzo più quotidiano e lifestyle, non soltanto sportivo. Gli auricolari open-ear diventano quindi un accessorio da indossare in ufficio, durante gli spostamenti, nel tempo libero o nelle attività leggere, con un design a clip pensato per restare stabile sull’orecchio e allo stesso tempo risultare discreto.

I nuovi modelli si rivolgono a esigenze diverse. OpenDots 2 rappresenta la proposta più completa della gamma, con una dotazione tecnica più ricca e un’attenzione maggiore alla qualità audio, all’autonomia e alla gestione delle chiamate. OpenDots Air, invece, punta su leggerezza, semplicità e accessibilità, mantenendo comunque le caratteristiche principali dell’esperienza Shokz, a partire dal formato aperto e dalla possibilità di personalizzare alcuni aspetti tramite app.

Shokz OpenDots 2: audio più potente e funzioni premium


Il modello più avanzato, Shokz OpenDots 2, utilizza la tecnologia Shokz Bassphere 2.0, una struttura acustica sferica progettata per offrire un suono più corposo rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da auricolari di dimensioni così compatte. La presenza di due driver personalizzati da 11,8 mm e di un diaframma ottimizzato consente di lavorare su profondità, volume e nitidezza, con l’obiettivo di rendere l’ascolto più coinvolgente sia con la musica sia con video, film e contenuti in streaming.

A migliorare la resa sonora interviene anche la tecnologia MirrorPitch, che direziona il flusso audio verso l’orecchio in modo più preciso. L’integrazione del Dolby Audio aggiunge un ulteriore livello all’esperienza d’ascolto, rendendo la scena sonora più ampia e definita. In questo modo OpenDots 2 si posiziona come il modello pensato per chi vuole un paio di auricolari a clip comodi, ma non vuole rinunciare a una qualità audio più curata.

Un altro aspetto importante riguarda le chiamate. Shokz OpenDots 2 combina un microfono a conduzione ossea con due sensori a conduzione aerea e un sistema basato su intelligenza artificiale per separare meglio la voce dai rumori di fondo. È una soluzione pensata per rendere le conversazioni più chiare anche quando ci si trova fuori casa, in movimento o in ambienti non perfettamente silenziosi.

Sul fronte dell’autonomia, OpenDots 2 raggiunge fino a 10 ore di ascolto con una singola carica, che diventano fino a 40 ore complessive utilizzando la custodia di ricarica. Sono presenti anche la ricarica rapida, la ricarica wireless e la certificazione IP57 per la resistenza all’acqua, caratteristiche che rendono questo modello adatto anche a un uso più intenso e meno delicato durante la giornata.

Shokz OpenDots Air: leggerezza e semplicità per tutti i giorni


Shokz OpenDots Air nasce invece per chi cerca una soluzione più leggera e immediata. Ogni auricolare pesa appena 6,3 grammi e utilizza una struttura JointArc in silicone flessibile, studiata per adattarsi a diverse forme dell’orecchio e garantire una buona stabilità anche durante sessioni di utilizzo prolungate. Il design resta aperto, quindi non chiude completamente il canale uditivo e permette di mantenere una maggiore consapevolezza di ciò che accade intorno.

Anche OpenDots Air utilizza driver da 11,8 mm, abbinati alla tecnologia DirectPitch. Questa soluzione serve a indirizzare meglio il suono verso l’orecchio, riducendo la dispersione sonora verso l’esterno e mantenendo un profilo acustico bilanciato. Attraverso l’app Shokz è possibile intervenire sull’equalizzazione, modificare il profilo audio e personalizzare i comandi touch, così da adattare gli auricolari alle proprie abitudini.

L’autonomia dichiarata per OpenDots Air arriva fino a 9 ore di riproduzione continua, con un totale di 36 ore tramite la custodia di ricarica. La dotazione include anche la resistenza all’acqua IP55, il MultiPoint Pairing per passare rapidamente tra più dispositivi e un sistema di gestione delle chiamate supportato dall’intelligenza artificiale. Si tratta quindi di un modello più essenziale rispetto a OpenDots 2, ma comunque pensato per coprire bene l’utilizzo quotidiano tra smartphone, tablet e computer.

Auricolari open-ear sempre più orientati al lifestyle


Con l’arrivo di OpenDots 2 e OpenDots Air, Shokz amplia la propria proposta nel segmento degli auricolari open-ear, una categoria sempre più orientata non solo allo sport, ma anche alla comodità di tutti i giorni. Il formato a clip può risultare interessante per chi non ama gli auricolari in-ear tradizionali, per chi vuole evitare la sensazione di pressione nell’orecchio o per chi preferisce ascoltare contenuti senza perdere completamente il contatto con l’ambiente.

Prezzi e disponibilità in Italia


I nuovi Shokz OpenDots 2 sono disponibili nelle colorazioni Black, Grey e Pearl White al prezzo di 199 euro. Gli Shokz OpenDots Air arrivano invece nelle varianti Daybreak Purple e Black al prezzo di 139 euro. Entrambi i modelli sono acquistabili sullo store ufficiale shokz.it, presso i punti vendita di elettronica di consumo e nei negozi sportivi autorizzati.

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Trump dice che non c'è nulla di sbagliato nell'aver guadagnato 2,2 miliardi da presidente


La dichiarazione patrimoniale mostra 1,4 miliardi dalle criptovalute di famiglia e oltre 21.000 operazioni in borsa in un anno. Il presidente: "Non c'è niente di illegale"

Donald Trump ha guadagnato 2,2 miliardi di dollari nel 2025, il primo anno del suo ritorno alla Casa Bianca. La cifra emerge dalla dichiarazione patrimoniale obbligatoria pubblicata martedì dall'Office of Government Ethics, l'ufficio federale che vigila sull'etica dei funzionari pubblici: più di 680 pagine di transazioni finanziarie. Circa 1,4 miliardi arrivano dalle società di criptovalute della famiglia, un settore di cui il presidente è al tempo stesso uno dei maggiori operatori e il massimo regolatore. Intervistato giovedì dalla CNBC nello Studio Ovale, Trump ha difeso i suoi affari: "Non c'è niente di illegale. Non c'è niente di sbagliato".

Trump ha dichiarato circa 594 milioni di dollari di entrate da World Liberty Financial, la società di criptovalute che ha fondato insieme ai figli, circa 636 milioni legati al suo memecoin (la criptovaluta $TRUMP, creata attorno alla sua immagine) e quasi 197 milioni dalla vendita di una partecipazione riconducibile a Stablecoin Holdco, un'altra società cripto del gruppo. Una parte importante dei guadagni è arrivata quando un fondo di investimento vicino agli Emirati Arabi Uniti ha comprato quasi metà di World Liberty Financial. Un tempo scettico sulle criptovalute, Trump ne è diventato un sostenitore durante la campagna del 2024 e da presidente ha promosso leggi e politiche favorevoli agli investitori del settore. Alla CNBC ha detto che il suo obiettivo è il primato americano anche in questo campo: "Siamo il numero uno nelle cripto".

I consulenti che gestiscono i suoi investimenti hanno eseguito più di 21.000 operazioni su titoli nel corso dell'anno, distribuite su otto conti diversi, secondo un'analisi di ABC News. I conti sono cresciuti fino ad almeno 858 milioni di dollari e comprendono partecipazioni in circa 1.600 società. I presidenti precedenti avevano venduto i loro asset prima di entrare in carica o avevano investito solo in fondi comuni diversificati: Joe Biden, in tutto il suo mandato, fece 13 operazioni in borsa, mentre nel 2017, il primo anno del primo mandato di Trump, le transazioni erano state 86.

Nel complesso, scrive ABC News, le operazioni indicano un portafoglio gestito in modo professionale e in linea con le pratiche del settore. Trump però detiene quote di decine di società che hanno contratti con il governo federale, come Palantir, Lockheed Martin, Boeing, Raytheon, Intel e Nvidia, oltre ai gestori di carceri private GEO Group e CoreCivic. Molte delle aziende in portafoglio beneficiano anche delle sue politiche, una circostanza per cui i democratici lo accusano di conflitti di interesse.

Il 23 luglio 2025, il giorno in cui la Casa Bianca presentò il piano per alleggerire le regole sull'intelligenza artificiale, Trump comprò tra 1 e 5 milioni di dollari di azioni di ciascuna di sei aziende toccate direttamente da quella politica: Amazon, Apple, Broadcom, Meta, Microsoft e Nvidia. La dichiarazione non specifica se gli acquisti avvennero prima o dopo l'annuncio e quello stesso giorno il presidente comprò anche titoli estranei all'intelligenza artificiale.

I consulenti hanno comprato inoltre tra 200.000 e 680.000 dollari di azioni di Palantir, società di software per la difesa, nei mesi che hanno preceduto il post con cui Trump, il 10 aprile di quest'anno, ne ha elogiato le "grandi capacità belliche"; nello stesso periodo però hanno venduto tra 1 e 5 milioni di dollari degli stessi titoli. Il post è arrivato dopo una delle settimane peggiori dell'azione nell'ultimo anno e ha preceduto un rialzo significativo del titolo. Il 9 aprile 2025, invece, quattro ore prima di annunciare la sospensione per 90 giorni dei dazi, Trump scrisse sui social: "Questo è un ottimo momento per comprare!!!". Il giorno precedente uno dei suoi conti aveva effettuato 327 acquisti di titoli di vario tipo, ma quel conto aumentava l'attività in tutti i periodi di forte volatilità, il che suggerisce una normale pratica di ribilanciamento del portafoglio.

Trump ha detto alla CNBC di non essere al corrente dell'entità dei suoi investimenti in criptovalute: "Potevo saperlo. Non lo sapevo". I suoi soldi, ha spiegato, sono affidati a grandi società finanziarie e se ne occupa il figlio Eric, che li versa in "semi-blind trust o blind trust", fondi in cui il proprietario non conosce né sceglie gli investimenti. "Non parlo con lui di queste cose", ha detto, aggiungendo di ritenere che gli sarebbe consentito ma di non farlo. "Ho fatto una quantità enorme di soldi, più di quanto avrei mai pensato. E lascio che altre persone li investano. Non so nemmeno chi siano".

Il presidente ha detto di dispiacersi per i figli, ai quali ha affidato la gestione delle aziende di famiglia, perché la presidenza "è così potente" che ogni loro investimento crea un potenziale conflitto: se comprassero un'azienda di cupcake, ha spiegato, perfino l'energia necessaria a produrre i dolci finirebbe per chiamare in causa la sua politica energetica. "Se comprano un camion a basso consumo energetico, hanno informazioni privilegiate", ha aggiunto. "Dico ai miei figli: state lontani da tutto ciò da cui potete stare lontani. Ma hanno anche una vita". L'amministrazione ha approvato accordi o contratti con diverse società in cui i figli del presidente hanno investito, dai produttori di droni alle imprese minerarie. Alcuni parlamentari democratici vogliono esaminare quelle operazioni per possibili casi di insider trading o conflitti di interesse.

"Donald Trump è il presidente più corrotto della storia americana", ha scritto sui social il governatore della California Gavin Newsom, considerato un probabile candidato alle presidenziali del 2028. I democratici hanno usato la dichiarazione per accusare il presidente di corruzione e contrapporre la sua ricchezza alla condizione economica della maggior parte degli americani. "Donald Trump sta con la classe dei miliardari", ha scritto su X la deputata del Michigan Haley Stevens, impegnata in una primaria competitiva per un seggio al Senato: "Non ha idea di cosa significhi vivere con un assegno della previdenza sociale e ha dimostrato che non gli importa".

La base MAGA, che negli ultimi mesi ha criticato apertamente la guerra con l'Iran e ha chiesto la pubblicazione dei file su Jeffrey Epstein, è rimasta invece in gran parte in silenzio e alcuni sostenitori hanno descritto i guadagni come una conferma del talento per gli affari che ammirano da sempre in Trump. "Nessuno tra quelli che hanno votato per Donald Trump, un uomo con grattacieli che portano il suo nome, con un aereo che porta il suo nome, sospetta di lui perché fa soldi", ha detto alla CNN Joe Borelli, ex capogruppo repubblicano al consiglio comunale di New York e oggi dirigente di una società di lobbying. "Ha costruito un'intera carriera parlando di quanti soldi guadagna".

Tra le poche voci critiche a destra c'è quella dell'ex deputata Marjorie Taylor Greene, che ha rotto formalmente con il partito e considera l'arricchimento del presidente un'altra prova che gli elettori MAGA devono abbandonare i repubblicani. Il partito, ha scritto, "ha dirottato MAGA" e "ci ha svenduti tutti"; Trump "ha avallato l'intera truffa incassando assegni letteralmente da chiunque".

La Casa Bianca ha respinto l'idea che il patrimonio del presidente costituisca un conflitto di interessi e ha ricordato che i conti sono gestiti da consulenti professionali che non comunicano regolarmente con lui. Trump, parlando con i giornalisti mercoledì, ha rivendicato i profitti come un effetto del buon andamento dei mercati: "Sapete perché sto guadagnando? Perché la borsa sale, stanno guadagnando tutti".


Trump ha guadagnato più di un miliardo di dollari dalle criptovalute nel 2025


Il presidente Donald Trump ha guadagnato più di 1,2 miliardi di dollari dalle criptovalute nel 2025, il primo anno del suo ritorno alla Casa Bianca. Lo rivela la dichiarazione patrimoniale che ogni anno è obbligato a presentare, un documento di 927 pagine reso pubblico martedì dall'Office of Government Ethics, l'ufficio federale che vigila sull'etica dei funzionari pubblici. I guadagni legati alle criptovalute superano di gran lunga quelli che ricava dagli immobili e dai prodotti che portano il suo nome.

La voce più consistente sono i 635 milioni di dollari arrivati da una meme coin, una criptovaluta nata come fenomeno virale e senza un vero progetto economico alle spalle. La moneta, che si scambia con la sigla TRUMP, è stata lanciata sulla rete Solana pochi giorni prima dell'insediamento del gennaio 2025. Nelle prime ore aveva raggiunto un valore complessivo di diversi miliardi di dollari, per poi crollare: oggi vale 1,66 dollari, il 98 per cento in meno rispetto al massimo toccato il 19 gennaio 2025. I suoi guadagni derivano quasi per intero dalle royalty di un accordo di licenza con la società Celebration Coins.

Altri 588 milioni di dollari sono arrivati dalla vendita di token distribuiti da World Liberty Financial, una società di criptovalute fondata dai figli del presidente insieme ai figli di Steve Witkoff, suo inviato speciale. Trump ha dichiarato inoltre di possedere più di 50 milioni di dollari in Bitcoin e tra i 5 e i 25 milioni in Ethereum, oltre ad altri asset digitali.

Il totale delle criptovalute supera di molto quanto Trump aveva dichiarato per il 2024, quando i suoi redditi complessivi erano stati di oltre 600 milioni di dollari. Il documento di quest'anno è enormemente più lungo di quelli dei predecessori: il rapporto di Joe Biden per il suo ultimo anno pieno alla Casa Bianca era di 11 pagine.

Il club di Mar-a-Lago ha fruttato al presidente circa 77 milioni di dollari e il campo da golf di Doral, in Florida, 122 milioni, cifre comunque lontane dai guadagni delle criptovalute. Altri suoi campi da golf, a Bedminster nel New Jersey, a Jupiter sempre in Florida e a Turnberry in Scozia, hanno reso più di 30 milioni ciascuno. A questi si aggiungono 4,7 milioni di royalty dagli orologi a marchio Trump, oltre alle Bibbie, alle scarpe da ginnastica, ai profumi e alle chitarre venduti con il suo nome.

Anche Melania Trump ha dichiarato i propri redditi: 10,7 milioni di dollari da un accordo di licenza legato al documentario su di lei uscito lo scorso anno e altri 6 milioni dalla vendita di NFT, le immagini digitali scambiate online.

Il presidente ha dichiarato inoltre circa 86,5 milioni di dollari ottenuti come risarcimenti in diverse cause legali: 16 milioni da ABC, 16 milioni da CBS, 24,5 milioni da Meta, 22 milioni da YouTube e 8 milioni da X. Secondo la Casa Bianca gran parte di quel denaro andrà alla futura biblioteca presidenziale di Trump o a un'organizzazione senza scopo di lucro che cura la manutenzione dei parchi dell'area di Washington.

Secondo la classifica degli uomini più ricchi del mondo stilata da Forbes, il patrimonio di Trump è stimato in 6 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 2,3 miliardi del 2024. L'indice dei miliardari di Bloomberg lo valuta invece 7,6 miliardi.

La Casa Bianca ha respinto l'idea che il presidente stia traendo profitto dalla sua carica. Ha ricordato più volte che Trump ha affidato le sue attività a un trust gestito dai figli e ha negato qualsiasi conflitto di interessi. La vice portavoce Anna Kelly ha detto in una nota che il presidente ha reso gli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute e che né lui né la sua famiglia hanno mai avuto, né mai avranno, conflitti di interessi. Lo stesso Trump ha ricordato di non essere soggetto alle leggi federali sul conflitto di interessi.

Trump in passato aveva criticato le criptovalute e definito il Bitcoin una truffa e un disastro annunciato. Dopo il ritorno alla Casa Bianca ha invece adottato un atteggiamento amichevole verso il settore, anche mentre società legate alla sua famiglia lanciavano le proprie monete digitali. Alla guida della Securities and Exchange Commission, l'autorità che vigila sui mercati finanziari americani, ha nominato Paul Atkins, considerato vicino all'industria delle criptovalute, che dal suo insediamento nell'aprile 2025 ha allentato l'approccio rigido del predecessore. Nel luglio del 2025 il presidente ha firmato il GENIUS Act, una legge pensata per fare degli Stati Uniti il leader indiscusso negli asset digitali.

Molti esponenti democratici al Congresso si oppongono al Clarity Act, la legge che renderebbe legale gran parte delle attività con le criptovalute. Il testo è già passato alla Camera ma è fermo al Senato. I democratici contrari chiedono che vieti esplicitamente al presidente e alla sua famiglia di fare affari nel settore.


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Amazon Luna: tutti i giochi inclusi con Prime a luglio 2026


Amazon Luna aggiorna la selezione di giochi inclusi con Prime per luglio 2026, portando nuovi titoli pensati sia per chi cerca esperienze rapide e immediate, sia per chi vuole arricchire la propria libreria con giochi da riscattare su PC. Anche questo mese il servizio punta molto sulle esperienze GameNight, party game accessibili che possono essere giocati usando soltanto uno smartphone e una TV, senza bisogno di controller aggiuntivi o configurazioni complicate.

La proposta di luglio si inserisce all’interno di una libreria più ampia, aggiornata regolarmente e consultabile su luna.amazon.com. Gli abbonati Prime possono accedere a una selezione di titoli disponibili su Luna, mentre il catalogo Luna Standard continua a offrire oltre 50 giochi per chi vuole un’esperienza più ricca e continuativa.

Tra le novità già disponibili spicca Courtroom Chaos: Starring Arnold Schwarzenegger, una delle esclusive GameNight più particolari del mese. Il gioco trasforma il tribunale in una scena comica e imprevedibile, con un giudice AI ispirato ad Arnold Schwarzenegger pronto a gestire processi fuori controllo. I giocatori devono improvvisare testimonianze, creare personaggi assurdi e difendere cause praticamente impossibili, in un’esperienza pensata per generare situazioni leggere e divertenti durante una serata in compagnia.

Sempre tra le esclusive GameNight già disponibili c’è Centipede Swarm, reinterpretazione cooperativa del classico arcade Atari. In questo caso il gameplay cambia ritmo e diventa uno sparatutto twin-stick per uno fino a quattro giocatori. L’obiettivo è resistere a ondate continue di insetti colorati, muovendosi in un campo di battaglia dinamico fino allo scontro con un Centipede finale capace di dividersi, mutare e attaccare da più direzioni. È un titolo pensato per partite immediate, con una struttura facile da capire ma adatta anche a sessioni più movimentate.

Il 22 luglio arriva invece Jackbox Party Pack 8, ottavo capitolo della nota raccolta di party game Jackbox. La formula rimane quella che ha reso celebre la serie: si gioca in gruppo, si parte velocemente e non servono controller tradizionali. Fino a 10 giocatori possono partecipare usando il proprio smartphone, con cinque giochi inclusi nella raccolta: Drawful Animate, Job Job, The Poll Mine, Weapons Drawn e The Wheel of Enormous Proportions. È una delle aggiunte più adatte per chi organizza serate con amici o familiari e cerca un gioco semplice da avviare, ma abbastanza vario da coinvolgere persone con gusti diversi.

Il 23 luglio sarà il turno di Angry Birds Mystery Island, nuovo contenuto collegato all’esperienza Angry Birds Flock Party. L’arrivo di un livello aggiuntivo rende il gioco ancora più dinamico, mantenendo il tono leggero e immediato tipico della serie. Anche in questo caso l’obiettivo è offrire un’esperienza adatta a partite veloci, accessibile anche a chi non gioca abitualmente.

Le novità di luglio non riguardano soltanto GameNight. All’interno di Luna Standard sono già disponibili anche nuovi titoli pensati per chi cerca esperienze più strutturate. Tra questi c’è Dispatch, una commedia gestionale ambientale in un ufficio di supereroi. Il giocatore deve coordinare una squadra tutt’altro che perfetta, decidendo quali eroi inviare nelle varie emergenze cittadine. Ogni scelta ha un peso, perché oltre alle missioni bisogna gestire rapporti personali, dinamiche d’ufficio e il percorso del protagonista verso il ruolo di eroe.

Nel catalogo arriva anche Sonic Mania Plus, una delle produzioni più apprezzate legate al mondo di Sonic. Il gioco riprende lo stile 2D classico della serie, ma lo aggiorna con grafica HD in stile rétro e gameplay a 60 fps. Questa versione include i personaggi giocabili Mighty e Ray, la modalità Encore e contenuti aggiuntivi che ampliano l’esperienza rispetto alla versione base. Per chi ama i platform veloci e il Sonic più vicino alle origini, si tratta di una delle aggiunte più riconoscibili del mese.

Sempre da luglio, Luna Standard accoglie anche LEGO Indiana Jones: The Original Adventures, YouTuber’s Life e Arcade Paradise. Il primo porta nel catalogo un’avventura LEGO ispirata ai film di Indiana Jones, con il classico mix di esplorazione, enigmi e umorismo accessibile. YouTuber’s Life si concentra invece sulla simulazione della carriera da creator digitale, mentre Arcade Paradise unisce gestione e atmosfera rétro, mettendo il giocatore alla guida di una sala giochi da far crescere nel tempo.

Oltre ai giochi su Luna, gli abbonati Prime possono riscattare durante il mese diversi giochi PC tramite le piattaforme indicate. Il 2 luglio sono disponibili CyClones su GOG, LoneStar su Epic Games Store e Symphony of War: The Nephilim Saga su Epic Games Store. Il 9 luglio arrivano Still There e Regular Factory: Escape Room, entrambi riscattabili su GOG.

La seconda metà del mese amplia ulteriormente la selezione. Dal 16 luglio si possono riscattare Poly Vita su Legacy Games, Framed Collection su GOG ed Escape Academy su Epic Games Store. Il 23 luglio si aggiungono In Sound Mind, disponibile tramite Amazon Games App, e Mystic Academy: Escape Room su GOG. Infine, il 30 luglio chiudono la lista Zoria: Age of Shattering e Weakless, entrambi su GOG.

Con questa selezione di giochi Prime luglio 2026, Amazon propone un mese piuttosto vario, alternando party game per serate leggere, titoli arcade, esperienze cooperative, platform, gestionali e giochi PC riscattabili su store diversi. La presenza delle esclusive GameNight conferma l’attenzione verso un tipo di intrattenimento immediato e condiviso, mentre le aggiunte a Luna Standard e ai riscatti PC offrono più scelta anche a chi preferisce esperienze più tradizionali.

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Master 699 Fishing


Potenza, spazio e affidabilità per vivere il mare senza compromessi.
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Nel panorama dei gommoni dedicati alla pesca sportiva, il Master 699 Fishing rappresenta una sintesi riuscita tra comfort di navigazione, funzionalità e prestazioni. Una proposta che guarda al pescatore moderno, quello che pretende sicurezza nelle lunghe uscite offshore ma che non vuole rinunciare a spazi conviviali e a una gestione semplice anche durante la navigazione più impegnativa. La configurazione con motore Mercury 200 cavalli esalta ulteriormente il carattere del battello, offrendo accelerazioni pronte, consumi equilibrati e una riserva di potenza ideale per affrontare mare formato o trasferimenti rapidi verso gli spot di pesca.



In mare aperto: prova a drifting al tonno - Per comprendere davvero il carattere del Master 699 Fishing lo abbiamo testato in una classica pescata primaverile dedicata al drifting al tonno, una delle tecniche più impegnative sia per l’equipaggio sia per il battello. La partenza avviene alle prime luci dell’alba. Con mare leggermente increspato e una lunga onda da sud-est, il Master 699 lascia il porto con una sensazione immediata di sicurezza. Il Mercury 200 CV spinge lo scafo in planata senza esitazioni, mantenendo una progressione fluida e silenziosa anche con serbatoi pieni, attrezzatura da pesca e 5 persone a bordo. Durante il trasferimento offshore emerge una delle qualità più convincenti del battello: la capacità di affrontare il mare formato senza affaticare equipaggio e pilota. La carena entra nell’onda con morbidezza, limitando gli impatti e mantenendo sempre una traiettoria precisa.

Raggiunta la zona di pesca, il Master 699 Fishing mostra tutta la sua vocazione tecnica. In configurazione drifting gli spazi risultano perfettamente gestibili anche con più pescatori impegnati contemporaneamente. La coperta libera facilita i movimenti durante la preparazione delle esche e delle canne, mentre i numerosi gavoni permettono di avere terminali, minuteria e attrezzature sempre in ordine. Con il motore al minimo e il battello in deriva controllata, la stabilità sorprende positivamente. Anche con l’equipaggio concentrato sullo stesso lato durante le fasi di pasturazione, il gommone mantiene un assetto equilibrato e rassicurante. È quando arriva la mangiata che il Master 699 Fishing convince definitivamente. Alla partenza del tonno il pescatore può muoversi rapidamente lungo la murata senza incontrare ostacoli. I passaggi laterali risultano ampi e ben sfruttabili, caratteristica fondamentale durante i combattimenti più lunghi. Anche durante le ripartenze rapide per seguire il pesce, il Mercury 200 CV dimostra tutta la sua elasticità. La risposta dell’acceleratore è immediata e permette di recuperare velocemente posizione senza scompensi o eccessivi trasferimenti di carico.

Nel corso della prova emerge anche un altro aspetto importante: il comfort generale a bordo. Nelle lunghe attese tipiche del drifting, il Master 699 riesce infatti a mantenere una vivibilità elevata grazie al grande t-top strutturale, alle sedute ergonomiche e agli spazi ben organizzati.

Conclusioni - Il Master 699 Fishing motorizzato Mercury 200 CV si propone come una delle soluzioni più interessanti per chi cerca un gommone fishing moderno, performante e versatile. Le sue qualità principali sono evidenti: ampi spazi di coperta, ottima stabilità, navigazione sicura e una motorizzazione capace di offrire il giusto compromesso tra prestazioni e consumi. È un battello pensato per chi vive il mare tutto l’anno, per chi affronta trasferimenti importanti alla ricerca dello spot perfetto e per chi desidera una piattaforma affidabile sia nella pesca sportiva sia nelle uscite dedicate al relax.

mastergommoni.it

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Il G8 venticinque anni dopo


A Genova in luglio una serie di eventi. Per gli organizzatori non si tratta di una commemorazione, ma è il tentativo di far nascere una memoria critica
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«All’epoca eravamo lì contro gli Otto. Oggi è evidente che questo scontro non può esserci più: gli eventuali interlocutori, adesso, sono le multinazionali della tecnologia. Perché è chiarissimo che gli Stati sono ostaggi di questi soggetti che detengono un potere che va al di là delle singole democrazie». Carlo Bachschmidt è architetto e documentarista. Autore di “Black Block”, il doc che ottenne una menzione speciale alla sessantottesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, al G8 di Genova del 2001 faceva parte del Genoa Social Forum – la rete di associazioni e movimenti no global – per cui si occupava del coordinamento operativo tra le realtà coinvolte. L’anno successivo sarebbe stato nominato consulente tecnico di parte dagli avvocati impegnati nei processi per ricostruire le violenze di quei giorni.

Venticinque anni dopo, Bachschmidt si occuperà ancora una volta di coordinare le diverse realtà e i movimenti che si ritroveranno proprio a Palazzo Ducale: nel cuore di quella che nel 2001 era la “zona rossa”, blindata dalle grate di acciaio, dove gli Otto Grandi si incontrarono, mentre fuori andava in scena quella che Amnesty International definì «la più grande violazione dei diritti umani in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale».

È da qui che oggi i movimenti – repressi dalle botte alla scuola Diaz e annientati dalle torture alla caserma di Bolzaneto – proveranno a ripartire per costruire un nuovo mondo possibile. Perché, sottolineano, «avevamo ragione su tutto».

Guardare al futuro

Si ricomincerà proprio dai Forum. Due giorni di incontri tematici, il 16 e 17 luglio, che proveranno a declinare al presente le istanze di allora: mettendo al centro della discussione l’economia di guerra dilagante che va a discapito dei diritti e del welfare, una società sempre più autoritaria dove repressione e controllo si avvalgono di nuove tecnologie pervasive. Sempre nei giorni di Genova, non a caso, si terrà l’assemblea nazionale dei “No kings”. Il movimento nasce dalla convergenza di “Stop rearm Europe” e “A Pieno Regime” contro i decreti sicurezza del governo Meloni e si è poi allargato a numerose reti e organizzazioni.

Nelle giornate precedenti, si terranno in vari luoghi della città proiezioni, presentazioni di libri, con i protagonisti delle battaglie di allora e di oggi: dai portuali del CALP che lottano contro il transito di armi dai porti a Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla per Gaza.

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“Riprendiamoci il futuro” è lo slogan scelto per i giorni di Genova: che non saranno «un incontro nostalgico, tra reduci. Ma un laboratorio programmatico, in cui ogni giornata si concluderà con una concreta chiamata all’azione», ha spiegato a L’Unica Deborah Lucchetti, ex operaia metalmeccanica e sindacalista.

Nel 2001, Lucchetti era in piazza con la rete Lilliput: esperta di lavoro e diritti umani, oggi è coordinatrice della Campagna abiti puliti e presidente della cooperativa sociale Fair, che coordinerà il programma della rassegna a Palazzo Ducale. «È un venticinquennale distopico», ha detto ancora Lucchetti. «Tutto quello che denunciavamo allora si è avverato: oggi più che mai il sistema economico, che già mettevamo in discussione, è la base a cui guardare per modificare le cose. Il G8 all’epoca fu una prova generale di repressione: oggi le tecnologie permettono un controllo ancora più capillare. Pensiamo alle cosiddette smart city: nella nostra quotidianità già sono presenti strumenti per sorvegliare i cittadini e distruggere potenzialmente il dissenso».

Tra smart City e sicurezza

Come cambia lo spazio pubblico quando dati, piattaforme e sistemi di controllo diventano parte dell’amministrazione urbana? Venerdì 17 luglio, il Forum toccherà uno dei temi più attuali e spinosi: un modello in cui la sicurezza e l’efficienza si intrecciano con forme sempre più estese di raccolta e utilizzo dei dati, dalla gestione delle telecamere al riconoscimento facciale. Una questione che riguarda il governo della città, ma anche i diritti e la trasparenza.

«Il Forum “Dalla zona rossa alla smart city” prova a interrogarsi sul presente», ha spiegato Bachschmidt. «Su chi controlla oggi lo spazio pubblico e attraverso quali strumenti. In gioco c’è soprattutto il modo stesso in cui si costruiscono i limiti della cittadinanza, del dissenso e della libertà di movimento». La questione è ancora più ampia: «La sorveglianza non riguarda soltanto le città, ma gli equilibri geopolitici contemporanei. Le piattaforme che raccolgono e analizzano dati urbani sono sempre più spesso collegate a grandi attori privati globali e a modelli di governance fondati sulla previsione, sull’automazione e sull’analisi comportamentale».

«Il panel – ha continuato Bachschmidt – affronterà il ruolo di aziende come Palantir (l’azienda americana leader nel settore dell’analisi dei dati, ndr), l’evoluzione delle smart city tra Stati Uniti ed Europa e il rapporto tra infrastrutture digitali, sicurezza e tecnocrazia. Per poi chiedersi: è possibile costruire tecnologie civiche, pratiche di autodifesa digitale e modelli alternativi di governance urbana?».

Dal G8 a Gaza

Il 10 luglio sarà poi inaugurata la mostra “Forensic Investigations. Dal G8 di Genova alla Striscia di Gaza. Memoria, immagini, potere e contro-inchiesta visiva (2001–2026)”. Si tratta di un dialogo tra il lavoro svolto dalla segreteria legale del Genoa Social Forum durante i processi del G8 e le pratiche di investigazione visiva sviluppate da Forensic Architecture, un gruppo di ricerca composto da architetti, scienziati, avvocati e registi, che utilizza modellazione 3D e analisi spaziali per indagare su violazioni dei diritti umani, crimini di Stato e violenze da parte di polizia o apparati militari. L’esposizione «ha come filo conduttore il ruolo delle immagini nelle ricostruzioni dei fatti, nella produzione della prova e nell’accertamento delle responsabilità pubbliche», ha spiegato ancora Bachschmidt, che ne è il curatore.

La mostra – al MAIIIM Lab – mette in relazione due contesti storici e politici differenti: Genova 2001 e Gaza 2026. Per far riflettere sul ruolo delle immagini nella documentazione della violenza di Stato e sui cambiamenti tecnologici che hanno trasformato, negli ultimi venticinque anni, le pratiche di contro-inchiesta visiva. L’obiettivo, ha continuato Bachschmidt, «è affrontare il G8 non come commemorazione, ma come occasione critica sul presente. Uno spazio capace di accogliere una proposta che è insieme mostra, installazione, dispositivo di conoscenza e atto politico, aperto alla città e al dibattito contemporaneo».

Il primo ambiente sarà dedicato al G8 di Genova del 2001, uno degli eventi più filmati e fotografati della storia contemporanea. Proprio questa sovrabbondanza di immagini ha reso possibile, a posteriori, una delle prime grandi contro-inchieste basate sulla sincronizzazione di fonti audiovisive eterogenee. «Lo spettatore sarà al centro di una diretta ricostruita, che rende visibile la distanza tra narrazione ufficiale, copertura mediatica e immagini realizzate da chi era presente ai fatti», ha spiegato il curatore. «L’installazione rende chiaro il lavoro di analisi che ha permesso di accertare, attraverso l’ingrandimento di foto e video relativi alla carica in via Tolemaide contro il corteo dei disobbedienti, che i carabinieri erano dotati anche di mazze di ferro rivestite con nastro nero». Un altro caso di rilievo riguarda la ricostruzione del blitz della polizia alla scuola Diaz e del successivo lasso di tempo in cui furono introdotte le due bottiglie molotov, inizialmente verbalizzate come reperti trovati nei locali della scuola stessa.

Il secondo ambiente riguarda Gaza: la mostra presenta una selezione di materiali di ricerca dedicati alla Striscia, mettendo in dialogo analisi su larga scala e ricostruzioni puntuali di singoli eventi. I contenuti includono estratti dall’indagine A Cartography of Genocide, che utilizza mappe interattive e dati open source per visualizzare pattern di distruzione e impatto sulla popolazione civile, e la documentazione audiovisiva del caso The Killing of Hind Rajab, l’episodio che ha visto coinvolta una bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano insieme ad altri sei membri della sua famiglia e due paramedici accorsi in suo aiuto. Nell’ambito della mostra, verrà presentato anche il libro Estetiche investigative di Eyal Weizman.

«Vorremmo che questo evento contribuisse a creare una memoria critica», ha concluso Bachschmidt. «Per aprire uno spazio di riflessione su sorveglianza, tecnologia e diritti umani. Per un confronto interdisciplinare tra arte, ricerca, diritto e giornalismo. Oggi ne abbiamo bisogno più che mai».

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Da Bra una scuola per la Cisgiordania


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Il 13 aprile 2026 cinquantacinque bambine e bambini hanno varcato per la prima volta la soglia della loro nuova scuola. Fino a quel giorno, per studiare, percorrevano fino a cinque chilometri in un territorio segnato dagli insediamenti illegali israeliani e da una violenza che non risparmia nemmeno i percorsi quotidiani verso un’aula. Khallet Taha è un piccolo villaggio nel sud della Cisgiordania, vicino alla città di Dura, nel governatorato di Hebron, Palestina. Oggi ospita un edificio semplice ma completo: quattro aule scolastiche, uno spazio per l’infanzia, laboratori di informatica e scienze, servizi igienici, un cortile. Si chiama scuola Juzoor (“radici”, in arabo) ed è il risultato di un’iniziativa nata con il sostegno della città di Bra.

A seguire il filo che unisce il Roero alla Cisgiordania è Luigi Bisceglia, bresciano di origine, che da 15 anni vive a Gerusalemme. Lavora per il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), per il quale è coordinatore regionale per il Medio Oriente, e insegna economia aziendale e metodologia della ricerca all’università locale. È lui ad aver accompagnato, nel giugno del 2022, il gemellaggio tra il Comune di Bra e il Comune di Betlemme. «Vivendo qui e avendo ottimi rapporti con la comunità braidese, per me era la cosa più normale del mondo dare una mano ai due comuni», ha raccontato.

L’incontro con gli studenti

Dopo l’eccidio del 7 ottobre 2023, quella rete di relazioni è diventata il canale attraverso cui una comunità ha trasformato la preoccupazione in azione concreta. Bisceglia ha cominciato a tenere incontri online per spiegare la situazione, finché non è stato invitato fisicamente a Bra. Nell’ottobre del 2024, il coordinatore del VIS ha così incontrato in due giorni 600 studenti degli ultimi anni di tutte le scuole della città, insieme alla giornalista e scrittrice Paola Caridi. La Consulta Giovanile di Bra ha preso parte attiva al dibattito, ragionando sul significato della pace. «Sul palco coinvolgevamo i ragazzi direttamente», ha ricordato Bisceglia a L’Unica.

L’idea della scuola, però, è arrivata da dove meno ci si aspettava: dai bambini di una scuola dell’infanzia di Bra. «Come facevi a dire di no?», ha commentato Bisceglia. Il messaggio che il progetto voleva lanciare era chiaro: «Costruire una scuola non è solo ricostruire ciò che è stato distrutto, ma è anche ricostruire la speranza. Volevamo dire ai bambini e ai ragazzi palestinesi che noi in Italia pensavamo a loro, che eravamo pronti a fare un gesto concreto».

La raccolta di fondi

Il gesto concreto ha richiesto mesi di raccolta fondi e una mobilitazione che ha coinvolto l’intera provincia. Il Comune di Bra ha votato all’unanimità in Consiglio comunale uno stanziamento di 10 mila euro dall’avanzo di bilancio 2024. Il Credito Cooperativo di Cherasco ha contribuito con 5 mila euro. Altre associazioni si sono aggiunte con cifre tra i 2 mila e i 5 mila euro. Ma la parte più significativa della raccolta – oltre cinquecento donatori – è arrivata sotto forma di contributi tra i 10 e i 50 euro. «Famiglie, individui, bambini hanno creduto fortemente in questa scuola», ha detto Bisceglia. E così in breve tempo si è arrivati a raccogliere 70 mila euro, importo minimo per cominciare i lavori.

Il terreno su cui sorge l’edificio è stato donato gratuitamente dalle famiglie della comunità di Khallet Taha, che hanno finanziato anche i lavori di sbancamento e il muro di contenimento. «È un legame bellissimo tra due comunità che supportano i loro bambini», ha osservato il coordinatore. I lavori sono partiti il 26 novembre 2025 e la prima fase si è conclusa il 31 gennaio 2026. Poi, il 28 febbraio, lo scoppio del conflitto tra Israele e Iran ha costretto alla chiusura di tutte le scuole della Cisgiordania. Solo il 12 aprile è stato possibile riaprire, e il giorno successivo si è tenuta l’inaugurazione.
Il cantiere della scuola
Nel frattempo, la comunità locale non si è fermata. Le famiglie di Khallet Taha, soddisfatte del risultato, hanno acquistato di tasca propria i climatizzatori e le telecamere di sicurezza dell’edificio. Questo risparmio inatteso ha permesso di destinare fondi aggiuntivi alla costruzione del parco giochi, la cui realizzazione è prevista entro luglio. «La collaborazione continua», ha sottolineato Bisceglia. «Non è un nostro progetto: è loro, e noi ci siamo messi al servizio di tutto questo».
I bambini e le bambine a scuola
Le tensioni locali

Il contesto in cui la scuola nasce è tutt’altro che stabile. L’Autorità Palestinese (AP) attraversa una crisi economica e finanziaria senza precedenti: i fondi trattenuti da Israele – circa ottanta milioni di dollari al mese di IVA e dazi doganali che Israele è tenuto a versare all’AP in base al Protocollo di Parigi allegato agli Accordi di Oslo – sono congelati dal maggio del 2025. Il risultato è che gli insegnanti della Cisgiordania vengono pagati al cinquanta per cento una volta ogni due mesi, e i bambini vanno a scuola due o tre giorni alla settimana. «Per la prima volta in quindici anni ho incontrato bambini di otto anni che non sapevano leggere e scrivere», ha detto Bisceglia. «Garantire anche solo quei due o tre giorni è fondamentale».

Inoltre, dalla scuola di Khallet Taha si vedono, in posizione sopraelevata, due insediamenti illegali israeliani. «Strategicamente gli insediamenti sono costruiti in Cisgiordania per erodere porzioni di territorio e separare le città palestinesi l’una dall’altra», ha aggiunto il coordinatore. «Chiunque arrivi con i propri occhi lo vede. E non è avere un sentimento contro qualcuno: è rendersi conto di quello che accade nella realtà». Nonostante questo, la scuola sorge in un’area controllata dall’AP (le cosiddette aree A e B, istituite dagli Accordi di Oslo) e pertanto non può essere demolita dall’esercito israeliano, come invece potrebbe succedere se sorgesse sull’area C, quella parte di Cisgiordania amministrata dalle autorità di Israele e che rappresenta il 59 per cento del territorio occupato palestinese.

Nonostante tutto, la Rete Cuneese per la Palestina e il VIS guardano già oltre. «A maggior ragione è proprio adesso che non si abbandonano le persone, in particolare i bambini», ha detto Bisceglia. Il prossimo obiettivo è la scuola Aisha Khalil, nel distretto di Yatta, dove il piano terra è già stato realizzato con fondi della cooperazione italiana: mancano ancora le aule per 70 o 80 bambini (la raccolta fondi è appena partita ed è già possibile contribuire a questo link).

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Dopo tanto lavoro, Ghost ha finalmente attivato la federazione Activitypub (e non solo). Ma quali sono le newsletter e i blog italiani basati su #Ghost?

@Discussioni sul Fediverso italiano

Al momento questi sono quelli che abbiamo censito e che ricondividiamo per tutti gli interessati:

1) oradecima by Martino Wong: @oradecima by Martino Wong
2) Dungeonauta: @Dungeonauta
3) Monryse: @MonRyse
4) Mindthechart Intelligence: @MindTheChart Intelligence
5) Restworld: @Restworld Blog
6) Il Blog di Davide Benesso: @Davide Benesso: curiosità e automiglioramento
7) Gaming Review: @GamingReview.it
8) WPC Tech: @WPC Tech
9) The Submarine: @The Submarine
10) Manolo Macchetta: @Manolo Macchetta
11) Flavio Pintarelli: @Flavio Pintarelli | Writer & Strategist
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in reply to Zone di Transizione

sinceramente avrò poco più di 100 utenti al giorno e WordPress lo conosco abbastanza bene ormai (ci ho sviluppato anche qualche plugin). Ricominciare da zero, passare ad una vps, vuol dire spendere di più e dover re-imparare tutto da zero 😅
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