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La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


Il Comitato per le Regole del Democratic National Committee ha scelto il Palmetto State al termine di un confronto sul peso dell’elettorato nero e di quello latinoamericano. La decisione, che potrebbe avvantaggiare Kamala Harris, dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del partito.

La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.

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Le minacce contro Trump e gli altri funzionari americani sono aumentate del 40% in un anno


Il Secret Service ha indagato su circa 10.000 casi dall'inizio del 2026 e i ricoveri psichiatrici sono decuplicati. Venerdì la cena dei corrispondenti, rinviata ad aprile dopo un attacco a Trump

Le minacce contro le persone protette dal Secret Service, l'agenzia federale incaricata della sicurezza del presidente e dei principali funzionari americani, sono aumentate di circa il 40% in un anno. Dall'inizio del 2026 l'agenzia ha indagato su circa 10.000 casi, a metà anno. "Stiamo osservando un aumento di circa il 40% rispetto a questo periodo dell'anno scorso", ha detto ad Axios il portavoce del Secret Service Anthony Guglielmi. L'ondata di casi costringe l'agenzia a dedicare più agenti e più risorse investigative alla protezione dei funzionari, con il rischio di indebolire le altre operazioni.

Un alto funzionario dell'agenzia ha detto ai giornalisti che l'ambiente di minaccia per le persone protette "è il più alto che abbiamo mai visto" e che i casi "stanno aumentando in volume e complessità". Gli interventi legati alla salute mentale sono decuplicati rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: comprendono segnalazioni e ricoveri psichiatrici, volontari e coatti, di persone incontrate dagli agenti durante l'attività di protezione.

Oltre al presidente, il Secret Service protegge i giudici della Corte Suprema, i membri del governo, gli ex presidenti, i candidati alla presidenza e i leader stranieri in visita negli Stati Uniti. Una settimana fa la giudice della Corte Suprema Amy Coney Barrett aveva detto a una sottocommissione della Camera che il livello di minaccia per lei e per gli altri giudici federali "è davvero alto".

L'aumento dei casi arriva alla vigilia della cena dell'associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, in programma venerdì al Waldorf Astoria di Washington con la partecipazione del presidente. La cena originale era stata sospesa ad aprile, quando un uomo armato aveva cercato di superare un punto di controllo dentro il Washington Hilton mentre Trump partecipava all'evento. L'uomo, il trentunenne californiano Cole Tomas Allen, è stato bloccato dagli agenti prima di raggiungere la sala ed è accusato di aver tentato di assassinare il presidente.

"Ci aspettiamo che si presentino persone malintenzionate. È semplicemente la realtà in cui ci troviamo", ha detto il direttore del Secret Service Sean Curran durante un incontro con la stampa sulla sicurezza della cena, aggiungendo che l'evento viene trattato "come qualsiasi altro luogo in cui va il presidente".

Il vicedirettore Matthew Quinn si è detto "molto" preoccupato per la possibilità che i droni vengano usati per attaccare le persone protette. "La minaccia è reale. Guardate l'Ucraina. È solo questione di tempo prima che arrivi negli Stati Uniti", ha detto, citando i droni controllati via fibra ottica e i "dark drones" e definendo il lavoro dell'agenzia "una rincorsa costante" per stare al passo. Quinn ha però assicurato che la Casa Bianca è "molto sicura" e che la tecnologia impiegata nei siti protetti è all'avanguardia.

Martedì un giornalista ha chiesto a Trump se si sente al sicuro, considerati i diversi attentati alla sua vita. "Mi sento sicuro. Perché non dovrei sentirmi sicuro?", ha risposto il presidente. Nel luglio 2024 Trump era scampato per poco a un attentato durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, quando Thomas Crooks aprì il fuoco uccidendo uno spettatore e ferendo gravemente altre due persone. Due mesi dopo un agente del Secret Service sparò a un altro uomo armato nascosto tra i cespugli ai margini del golf club di Trump a West Palm Beach, in Florida: l'uomo, Ryan Routh, è stato condannato per tentato assassinio del presidente e sta scontando l'ergastolo.

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Trump perde la pazienza con il Senato sul SAVE Act, Thune replica: "Trovate voi i voti"


La Casa Bianca attacca il leader della maggioranza per lo stallo del SAVE America Act. Thune risponde: "Prendete il telefono e trovate i voti". Ma al Senato la legge non ha i numeri per passare.

La tensione tra Donald Trump e i senatori repubblicani sul SAVE America Act, la riforma restrittiva sulle regole elettorali voluta a tutti i costi da Trump e bloccata da mesi al Senato, è esplosa in uno scontro aperto tra la Casa Bianca e John Thune, leader della maggioranza. Durante una conferenza stampa tenuta giovedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che la pazienza di Trump nei confronti del senatore del South Dakota "sta finendo" e che il presidente pretende l'approvazione, prima della pausa di agosto, della versione più ampia possibile del provvedimento.

La replica di Thune è arrivata poche ore dopo, davanti ai giornalisti al Campidoglio:

"Forse lei, o qualcun altro, dovrebbe prendere il telefono e trovare i voti. Qui servono 50 voti. Invece di puntare il dito contro i repubblicani, dovrebbero concentrarsi su chi sta bloccando la legge in aula, cioè i democratici. E se ci sono repubblicani che possono essere convinti, li chiamino. Li portino al sì".


Il problema, per la Casa Bianca, è anzitutto aritmetico. Il SAVE America Act, progetto di legge che imporrebbe la prova della cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, l'obbligo di esibire un documento d'identità valido in tutto il Paese e forti limitazioni al voto via posta, non dispone né della maggioranza semplice né men che meno dei 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo ("filibuster") dei democratici. Secondo i calcoli di The Hill, il Senato ha già esaminato la legge, integralmente o in parte, in almeno cinque votazioni, tutte concluse con un nulla di fatto.

Trump contro il filibuster, i senatori contro Trump


Da mesi Trump chiede per questo motivo ai repubblicani di eliminare o indebolire il filibuster, così da poter approvare la legge a maggioranza semplice. Mercoledì, durante un comizio in Georgia, il presidente ha alzato ulteriormente i toni: "Il Senato è il posto dove si mandano le cose quando si vuole che muoiano". Poi l'attacco diretto: "Chiamate tutti John Thune al Senato. È il leader del Partito repubblicano: ditegli di far approvare questa roba".

Lo scontro spacca il partito proprio mentre i repubblicani vorrebbero presentarsi uniti agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato. "Non so chi abbia convinto il presidente che questo fosse un obiettivo raggiungibile", ha dichiarato il senatore texano John Cornyn, sconfitto alle primarie da uno sfidante sostenuto da Trump. "Questa cosa sta creando un plotone d'esecuzione circolare tra i repubblicani e siamo a 103 giorni dalle elezioni di metà mandato: non è una buona posizione in cui trovarci".

Il dissenso interno, tuttavia, non riguarda soltanto il metodo. Tra i contrari alla legge o alla modifica delle regole sull'ostruzionismo figurano senatori che Trump attacca regolarmente sui social: in particolare Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, impegnata in una difficile corsa per la rielezione, e Thom Tillis del North Carolina, secondo il quale insistere sul provvedimento è una perdita di tempo. Giovedì Tillis ha difeso apertamente Thune: "Chiunque alla Casa Bianca pensi che Thune non sia un buon leader non è qualificato per svolgere il proprio lavoro". Anche Cornyn e Bill Cassidy della Louisiana, entrambi sconfitti alle primarie dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, hanno ormai pochi incentivi a sacrificare le prerogative del Senato per sostenere le priorità presidenziali.

La destra della Camera alza la pressione


Ad alimentare la tensione contribuisce però anche la Camera dei Rappresentanti, dove una fazione dell'ultradestra MAGA ha ottenuto dallo speaker Mike Johnson l'impegno ad allegare una versione del SAVE America Act a ogni provvedimento importante trasmesso al Senato. Questa settimana i deputati hanno approvato, con 216 voti favorevoli e 214 contrari, una risoluzione di bilancio da 95 miliardi di dollari che apre la strada a un pacchetto approvabile a maggioranza semplice: circa 73 miliardi sarebbero destinati alla guerra con l'Iran e alla sicurezza nazionale, mentre altri 10 miliardi servirebbero a incentivare gli Stati ad adottare le restrizioni elettorali volute da Trump.

Thune ha però ammesso di non avere i numeri neppure per questa operazione: "Bisogna arrivare a 50 voti e, in questo momento, non riesco a contarne 50 nemmeno per approvare una risoluzione di bilancio". La priorità del Senato, ha aggiunto, resta il finanziamento del governo federale, necessario per evitare uno shutdown alla fine di settembre. In serata il leader repubblicano ha provato a ridimensionare lo scontro con la Casa Bianca, ma le ultime due settimane prima della pausa estiva si annunciano tutt'altro che tranquille, se questo è il presupposto.

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I droni ucraini colpiscono l'Amazon russa e portano la guerra nella vita del ceto medio


In una settimana i droni ucraini hanno distrutto cinque magazzini dell'Amazon russa: almeno nove morti e danni fino a 4,4 miliardi di dollari, mentre la crisi del carburante alimenta l'inflazione

In una settimana i droni ucraini hanno colpito cinque poli logistici di Wildberries, la più grande azienda di e-commerce della Russia, l'equivalente locale di Amazon. Gli attacchi hanno ucciso almeno nove persone e causato danni stimati tra i 3 e i 4,4 miliardi di dollari, secondo la società di ricerca moscovita Data Insight. Sabato i droni hanno distrutto due strutture, tra cui un vasto complesso alle porte di Mosca dove l'incendio è stato spento dopo più di due giorni. Nella notte tra martedì e mercoledì sono stati colpiti altri due centri nel sud del paese, nelle regioni di Krasnodar e Stavropol.

Wildberries è al centro della vita quotidiana russa: fondata nel 2004, ha 81 milioni di utenti al mese e circa 48mila dipendenti. Centinaia di migliaia di venditori terzi usano la sua piattaforma come vetrina per vendere di tutto, dai vestiti alle PlayStation. Secondo i dati della Camera di commercio russa, il suo mercato online vale da solo circa il 3 per cento del prodotto interno lordo del paese.

La maggior parte dei danni riguarda la merce dei venditori andata bruciata nei magazzini, non gli edifici dell'azienda. Molti venditori temono di non essere risarciti: meno di due settimane prima degli attacchi Wildberries aveva modificato il contratto con i fornitori per escludere ogni responsabilità in caso di attacchi con droni e la sua polizza assicurativa non copre questo tipo di eventi. La fondatrice Tatyana Kim, la donna più ricca della Russia, ha promesso aiuti e ha detto che l'azienda ha iniziato a pagare i venditori più piccoli che hanno perso le scorte nell'attacco vicino a Mosca.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha giustificato gli attacchi dicendo che i poli logistici colpiti riforniscono l'esercito russo di componenti per droni, strumenti di navigazione e altro equipaggiamento. Una verifica del Wall Street Journal sul sito di Wildberries mostra che tra i prodotti in vendita ci sono droni e giubbotti antiproiettile, ma la stragrande maggioranza dell'offerta è di natura civile. Serhii Kuzan, presidente del centro studi di Kyiv Ukrainian Security and Cooperation Center, ha detto alla CNBC che gli attacchi hanno un doppio scopo: indebolire l'economia russa e ridurre le capacità del suo apparato militare-industriale. Le perdite, ha aggiunto, provocheranno probabilmente un'ondata di fallimenti tra le piccole e medie imprese. Secondo Kuzan questa tattica continuerà, perché permette all'Ucraina di infliggere danni economici enormi con risorse limitate. La Russia ha risposto agli attacchi del fine settimana colpendo i centri logistici di Nova Poshta, una specie di FedEx ucraina.

Gli attacchi ai magazzini arrivano dopo mesi di raid ucraini sulle raffinerie, che hanno già provocato una diffusa carenza di carburante. A luglio più di metà della capacità di raffinazione russa è fuori uso, secondo le stime della società texana di dati energetici IIR Energy. Per la prima volta da anni la Russia ha dovuto importare benzina, mentre gli automobilisti aspettano per ore in coda ai distributori. In una nota di ricerca la società di analisi Oxford Economics ha scritto che "la crisi del carburante è probabilmente lo shock più visibile per i cittadini comuni dalla mobilitazione di nuove truppe nel settembre 2022".

Dopo l'invasione dell'Ucraina del 2022 l'economia russa aveva retto meglio del previsto: colpita dalle sanzioni, Mosca ha riorientato i commerci verso la Cina e altri paesi non occidentali, i prodotti dei marchi occidentali usciti dal paese sono rimasti in vendita grazie a rivenditori non ufficiali e la spesa militare ha spinto la crescita nel 2023 e nel 2024. Ora l'aumento dei prezzi del carburante alimenta l'inflazione e ha costretto la banca centrale a rallentare i tagli dei tassi di interesse. L'indice principale della Borsa di Mosca ha perso quasi un quarto del suo valore da inizio anno e la settimana scorsa è sceso al livello più basso da ottobre 2022, mentre il ministero delle Finanze ha sospeso le nuove emissioni di titoli di Stato dopo una forte vendita sul mercato dei bond. Tra marzo e maggio il 60 per cento dei russi ha detto a Gallup, la società americana di sondaggi, che le condizioni economiche della propria zona stanno peggiorando: è il dato più alto mai registrato e la prima volta che una maggioranza risponde in modo negativo da quando la domanda viene posta, nel 2006.

Il presidente russo Vladimir Putin non mostra alcuna intenzione di ridimensionare i suoi obiettivi militari in Ucraina. Mercoledì ha definito "temporanea" la crisi del carburante in una riunione televisata con i responsabili economici del governo, mentre il portavoce del Cremlino ha condannato gli attacchi a Wildberries. Maxim Mironov, professore di finanza alla IE Business School di Madrid e critico della guerra, ha detto al Wall Street Journal che gli attacchi ucraini avranno un impatto economico limitato, ma il loro effetto psicologico è già rilevante: "Per anni Putin ha venduto la storia che i combattimenti erano da qualche parte ai margini dell'impero, che era un'operazione militare speciale e che tutto era normale. Ora le persone hanno cominciato a sentirla, per le code ai distributori, per gli incendi. In Russia ognuno vede la guerra dalla propria finestra".

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Una crisi RAMificata


E Nintendo ha due avventure legali per non farsi mancare nulla
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Si continua a soffrire per l'ingordigia di componenti dell'industria dell'IA e la più onesta al riguardo continua ad essere Valve. Nintendo al centro di un paio di polemiche e il reset di Xbox continua a trascinarsi, ma almeno avremo più Fallout. Le raccomandazioni vi faranno sudare e gridare "Scotland Forever", la recensione è di un geniale, piccolo, roguelike e lo speciale parla del futuro di Marathon dopo il debutto della modalità PvE.


News index


- Continua la crisi dei componenti, Valve suona l’allarme
+ Bethesda conferma tanti nuovi Fallout e Zenimax è al lavoro su Elder scrolls 6
- Niente brevetto per la cattura con sfera a Nintendo
+ Nintendo non vuole restituire i rimborsi dei dazi
- La petizione per Destiny 3 ha toccato quota 400.000 firme
+ Come funziona la retrocompatibilità di Xbox su Pc

Continua la crisi dei componenti, Valve suona l’allarme - La fine della crisi dei componenti è ancora lontana e Valve prepara la sua utenza a nuovi aumenti dei prezzi. La Steam Machine costa 1.049 dollari, un prezzo che Valve ha ammesso essere ben al di sopra di quello che aveva inizialmente previsto e i prezzi attuali dei suoi componenti sono già più alti rispetto a quando Valve ha prodotto il primo lotto di Steam Machine. "Onestamente, la situazione sta ancora peggiorando", ha dichiarato a Bloomberg l'ingegnere di Valve Yazan Aldehayyat. "I prezzi di ciò che si trova attualmente sugli scaffali dei negozi, secondo le nostre osservazioni, sono in ritardo di almeno tre-sei mesi rispetto alla fornitura all'ingrosso".

Bethesda conferma tanti nuovi Fallout e Zenimax è al lavoro su Elder scrolls 6 - Bethesda Game Studios ha confermato le indiscrezioni secondo cui Obsidian Entertainment sta sviluppando un nuovo gioco di Fallout e ha dichiarato che sono in lavorazione le versioni rimasterizzate di Fallout 3 e Fallout: New Vegas. Anche Fallout 5 è attualmente in fase di pre-produzione in Bethesda e sarà realizzato con il Creation Engine 3, il motore grafico proprietario che ha reso famosa l'azienda anche per il suo oceano di bug. É arrivata anche la conferma che Bethesda Game Studios collaborerà più "da vicino" con ZeniMax Online Studios (ZOS), lo sviluppatore di The Elder Scrolls Online, sull'intero franchise di The Elder Scrolls. Ricordiamo che ZOS ha recentemente perso più di 200 dipendenti come parte dei 1.600 licenziamenti immediati previsti da Xbox, non sappiamo se l'azienda verrà ulteriormente colpita con i 1600 ulteriori licenziamenti che sono previsti entro luglio 2027. Bethesda ha detto anche che The Elder Scrolls VI è il suo "obiettivo di sviluppo principale" e che è "dove avevamo pianificato di essere", nonostante sia stato annunciato più di otto anni fa.

Niente brevetto per la cattura con sfera a Nintendo - In un'altra vittoria per la creatività nel mondo dei videogiochi, l'Ufficio brevetti giapponese ha emesso un nuovo rifiuto per una domanda di brevetto presentata da Nintendo, e precedentemente respinta, riguardante le meccaniche di cattura dei mostri su schermi touchscreen. La notizia della decisione è arrivata dopo il lancio di Palworld 1.0 il 10 luglio 2026, che ha raggiunto un picco di 498.456 giocatori Steam contemporanei quel giorno e ha portato il famoso "Pokémon con le pistole" a superare il traguardo delle 30 milioni di copie vendute.

Nintendo non vuole restituire i rimborsi dei dazi - Sempre Nintendo ha chiesto a un tribunale di respingere una causa legale presentata da alcuni videogiocatori che sostengono che la grande N stia violando la legge perché non ha intenzione di restituire ai consumatori i rimborsi dei dazi doganali imposti negli Stati Uniti (e che il governo americano gli rimborserà). La risposta dell'azienda è stata: i consumatori "hanno ricevuto esattamente ciò per cui hanno pagato" quando hanno acquistato i prodotti Nintendo a prezzi maggiorati lo scorso anno. "I querelanti non hanno diritto a un rimborso semplicemente a causa di sviluppi legali intervenuti nel frattempo in relazione ai dazi doganali". Nintendo ha aumentato il prezzo della Switch 1 nel 2025 in seguito all'imposizione di dazi doganali statunitensi a livello globale, dazi che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha poi dichiarato illegali avviando un processo di rimborso alle aziende, molte delle quali, come Nintendo, non vogliono far tornare questi soldi nelle tasche dei consumatori da cui provengono.

La petizione per Destiny 3 ha toccato quota 400.000 firme - Oltre 400.000 fan di Destiny hanno firmato una petizione per chiedere a Sony di finanziare la realizzazione di Destiny 3, dopo che Bungie ha confermato l'interruzione degli aggiornamenti per Destiny 2 lo scorso maggio. La petizione su Change.org è stata avviata da Harley Casto, il quale ha affermato che "il desiderio di nuove avventure, trame inedite e caratteristiche di gioco innovative è palpabile tra i giocatori di tutto il mondo". A fine maggio aveva raggiunto 170.000 firme, ma da allora è salita a oltre 400.000, con molti che hanno condiviso storie su quanto la serie sia importante per loro.

Come funziona la retrocompatibilità di Xbox su Pc - É appena uscito in versione "early release" il progetto di retrocompatibilità per PC Windows dei giochi Xbox. Il rollout della funzionalità è iniziato con quattro giochi per la prima Xbox che sono ora disponibili per PC e dispositivi portatili come la ROG Xbox Ally). I quattro giochi disponibili, come annunciato sul blog ufficiale Xbox Wire, sono: Blinx: The Time Sweeper, Conker: Live and Reloaded, Crimson Skies: High Road to Revenge e Fuzion Frenzy. I fan possono acquistare questi giochi su Pc, e in futuro è prevista l'aggiunta di altri titoli. I giochi sono inclusi anche in tutti i livelli di abbonamento a Xbox Game Pass.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

Siete alla ricerca di cose nuove? Emozioni forti? Storie strappalacrime? Questa lista di raccomandazioni ha qualcosa per tutti i palati tra nuove uscite, titoli in early access e demo di videogiochi ancora lontani.

Scarlet Deer Inn - Avete mai visto un gioco in cui i personaggi sono interamente ricamati a mano? Scarlet Deer Inn è proprio questo e ha da offrire un gameplay loop da platformer in cui risolvere un mistero avvolto nel folklore slavo. Il suo punto forte è sicuramente lo stile artistico, che è davvero un qualcosa di unico. Non ci sono grandi innovazioni di gameplay ma la storia promette benissimo e ad accompagnarvi ci saranno ricami di ottima fattura e fondali artisticamente molto curati

Tears of Metal - L’offerta di Tears of Metal è molto semplice: un roguelike hack and slash ambientato in Scozia in cui si prendono gli invasori a mazzate con tanto di cornamuse in sottofondo. É giocabile in cooperativa o in solitaria, ha un sistema di potenziamenti singoli e di squadra molto profondo e ha il potenziale per conquistare anche gli amanti dei gestionali/strategici grazie al suo sistema di gestione dei minion. C’è tanto nel gioco che ha una personalità forte e il potenziale per riempire tante serate di ignoranza in un gruppo di amici.

Lifted - Il modo migliore per descrivere questo gioco è: Tomb Raider per bambini. Lifted è un platformer in 3D che prende strutture di game design e linee narrative del mondo di Lara Croft e le semplifica addolcendole per un pubblico di giovanissimi. Personaggi a quadratoni e dialoghi semplici non devono trarvi in inganno: il gameplay è molto accessibile ma c’è ed è fatto bene. I livelli hanno il loro senso, hanno una progressione ben studiata e sanno intrattenere anche gli adulti.

Desktop Explorer - Se siete o vi sentite Millennial, questo gioco vi prenderà per il bavero e non vi lascerà più andare. Dovrete indagare su un computer con un sistema operativo in stile Windows 95 per risolvere un mistero. File, screensaver, giochi e immagini diventano enigmi da ricomporre e decifrare in un’atmosfera da primi giorni dei creepypasta fatta molto bene. Scoprirete chi ha usato quel Pc, perché è tutto così strano e farete la conoscenza del cugino simpatico di Clippy.


Kaz è il nuovo re dei roguelike ultra-rapidi: la recensione


Non basta un’esperienza validissima di base, Kaz moltiplica il divertimento tra modificatori e modi di giocare

Il disclamer all’inizio di Kaz dice: “Alla tua tastiera questo gioco potrebbe non piacere”. Dopo una settimana a consumare le frecce direzionali del roguelike firmato Kalinarm, possiamo confermarlo. In Kaz l’obiettivo è eliminare i nemici passandoci sopra presenti su una plancia formata da quadrati in abbastanza poco tempo o in abbastanza mosse per raggiungere l’obiettivo di ciascun livello. Come in ogni roguelike ci sono modificatori, potenziamenti, malus e altre variabili per rendere il gioco sempre fresco, ma il suo punto di maggior forza è la sua doppia modalità.

Kaz può essere giocato sia come una sfida contro il tempo, eliminando quanti più nemici possibile prima che scada il timer, sia come un gioco strategico, per cui è necessario raggiungere un certo punteggio con una numero limitato di mosse a disposizione. C’è una modalità competitiva per cui tutti i giocatori competono sullo stesse mappe e con gli stessi modificatori per tutta la settimana per poi incoronare un vincitore. C’è anche una classifica generale per far lottare i giocatori tra loro alla conquista del primo posto.

Di partita in partita si completano sfide che ricompensano chi gioca con dei crediti da utilizzare per sbloccare nuove modalità, tutte identificate da tre lettere. Al cambiare di modalità cambia il tema estetico dei personaggi e delle plance (molto bella quella post-apocalittica), e un effetto esplosivo o di modifica della run che avviene una volta per livello. Che stiate giocando nella frenesia della sfida a tempo o una mossa per volta, ogni nuova modalità aggiunge un pizzico di novità che tiene vivo l’interesse per Kaz.

Raccomandiamo un utilizzo del gioco come lo zenzero nel sushi: usatelo per pulirvi il palato alla fine di una sessione di gioco, come intervallo tra una task lavorativa e l’altra o per risvegliare il cervello se un particolare compito vi annoia. Una partita non dura più di 5 minuti (a meno di diventare davvero molto bravi) e il livello di sfida richiesto è tale per cui non consuma energia, ma rimette in moto la testa dopo giornate lunghe e noiose.

Oltre all’ovvio consumo dell’hardware quando si gioca contro il tempo, Kaz ha un solo altro piccolo difetto: quando si arriva lontano in alcune run, dei potenziamenti diventano obbligatori. Dopo ogni livello chi gioca può dotarsi di uno dei tre potenziamenti che il gioco ha da offrire: alcuni di questi, primo fra tutti la possibilità di saltare le caselle vuote, diventano obbligatori per raggiungere gli obiettivi piuttosto complessi richiesti dal livello 20 in poi. Il sistema di progressione è buono e lascia a chi gioca la possibilità di esprimersi, ma solo al di sotto di un certo livello di difficoltà, superato il quale servono alcuni bonus ed è imperativo evitare alcuni Malus. E vi verrà male alle mani se giocate più di un’ora alla volta, garantito.

Se siete alla ricerca di un gioco dal guizzo arcade, dal gameplay semplice e assolutamente adrenalinico, allora Kaz farà al caso vostro. Lo stesso si può dire per chi vuole cimentarsi con uno strategico apparentemente banale ma che diventa assolutamente diabolico di livello in livello.


Joe Ziegler lascia Marathon, e ora?


La modalità PvE è un passo nella direzione giusta: basterà a dare allo studio la fiducia in sé stesso di cui ha bisogno?

Il Game director di Marathon, Joe Ziegler, ha lasciato la Bungie in una mossa comune per il mercato videoludico, ma che ha riaperto il discorso sulla salute dell’extraction shooter. Ziegler è arrivato alla Bungie nel 2022 come designer su Destiny 2 per poi approdare alla direzione di Marathon in un momento molto delicato: il veterano dello studio ed ex game director del gioco Christopher Barrett era appena stato allontanato dopo gravi accuse di molestie nei confronti di alcune colleghe (questione poi portata in tribunale e risolta a porte chiuse) e il gioco non era sulla strada giusta. L’ex game director di Valorant (12 anni in totale alla Riot) è arrivato, ha trasformato il titolo in un hero shooter e lo ha portato all’uscita nel corso dei 2 anni successivi.

Ziegler ha annunciato che sarà Del Chafe III a prendere il suo posto come Game Director del gioco dopo essere stato assistant game director su Marathon. Chafe lavora in Bungie dal 2011, dove ha iniziato come designer su Destiny 1 prima di diventare design director su Destiny 2. Julia Nardin diventerà la direttrice creativa dopo essere stata la direttrice narrativa e, ancora prima, aver coordinato diversi progetti di Destiny 2 tra cui The Final Shape.

Capita spesso che a dirigere un live service non sia lo stesso game director che lo ha portato fino al lancio. L’esempio classico è proprio lo stesso Ziegler che ha portato Valorant fino all'uscita per poi lasciarlo in mano al suo successore. L’abbandono del progetto da parte del suo timoniere, però, non potrebbe arrivare a un momento peggiore. I numeri parlano chiaro: quello di Marathon è un pubblico di dediti appassionati che apprezzano i sistemi dl gioco, ma che non basta a tenere in piedi un’azienda come Bungie, soprattutto ora che non ci sono nuovi contenuti per Destiny 2 in arrivo.

6000 giocatori contemporanei di sabato sera su Steam (più un 50% in più dalle console) non permettono né di tenere in piedi uno studio, né (nel lungo periodo) di creare quel supporto necessario ad ampliare il gioco per un pubblico più casual. Sono in tanti ad auspicare “un momento Rainbow Six Siege” per Marathon, ovvero un processo di ridefinizione del pubblico e della monetizzazione (probabilmente con il passaggio a free to play), che consacri il gioco a evergreen del panorama live service. Il problema è che il miracolo Siege è successo otto anni fa, in un mercato videoludico completamente diverso.

Marathon ha già la reputazione di essere un gioco sudato (è il suo bello), complesso (profondo) e in cui è difficile progredire: è difficilissimo immaginare una soluzione che dia il la per un’adozione se non di massa almeno sufficiente a tenere in piedi da sola uno studio grazie alle rendite stagionali. Non aiuta il fatto che la seconda stagione abbia mancato diversi obiettivi: non c’è stato un vero reset a causa di loot troppo buono come ricompensa delle stagioni passate e per un bug alle casse della nuova mappa; non c’è una nuova componente narrativa; non c’è una vera progressione (vedi il primo punto) e il nuovo sistema delle statistiche del giocatore (Cradle) è passato dall’essere una novità interessante a un qualcosa di dimenticabile perché i sudati l’hanno maxata in meno di una settimana. La soluzione potrebbe essere una modalità PvE fatta come si deve, ma sappiamo che non era nei piani di Ziegler e che è in cantiere da poco.

Nell’attesa di una modalità PvE vera e propria prevista per le prossime stagioni, Bungie ha deciso di mettere a terra una modalità PvE scollegata dall’economia exctraction per testare le acque. Si chiama Vaulbreaker, è ambientata nella mappa Chryo Archive ed è un primo passo nella direzione giusta. Si entra solo con uno sponsored kit apposito, non si possono estrarre armi e potenziamenti raccolti e la valuta della modalità è l’unica cosa che esce dalla mappa insieme a chi gioca e si può spendere in un apposita sezione dell’armeria per avere armi ed equipaggiamento da usare nella modalità a estrazione.

In mappa c’è solo la squadra di chi gioca con l’obiettivo di aprire quanti più caveau possibili e, dopo un po’ di run, provare anche ad abbattere il Compiler, il nemico endgame tanto ambito. Riuscirci non è cosa da poco. Gli sponsored kit non hanno scudi o zaino all'inizio (si possono migliorare col tempo) e prima di affrontarlo facendo tutte le sue meccaniche bisogna aprire tre caveau. I nemici sono tosti, la salute è poca e il tempo ancora meno: è una versione un po’ più rilassata dell’esperienza di Marathon, ma potrebbe non essere ciò di cui il gioco ha bisogno.

Provandola si sente lo sforzo degli sviluppatori nel cercare di rendere l’esperienza più tranquilla, meno punitiva e che non rompa l’economia di gioco come ha fatto l’inizio della stagione 2. Per ritrovare la magia di Destiny 2, però, serve una power fantasy fatta bene, e Marathon è progettato per farti sentire l’ultimo sopravvissuto, non il re dell’universo. Come esperienza PvE, poi, potrebbe non esserci la longevità necessaria senza del loot memorabile e, soprattutto senza una storia. I numeri danno un briciolo di speranza: picco giornaliero più che raddoppiato nei primi due giorni.

Se Bungie decidesse, dalla prossima stagione, di mettere i suoi contenuti narrativi al centro della modalità PvE e lasciando al PvP il loop da extraction e il grind sudato, forse non farà nuovi record di giocatori contemporanei, ma potrebbe vendere un bel po’ di copie tra chi è alla ricerca di una storia da scoprire attraverso il gunplay sopraffino di Bungie.


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Riccardo "Tropic" Lichene

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Perché negli Stati Uniti si può votare senza un documento


Gli Stati Uniti non hanno una carta d’identità nazionale, le elezioni sono amministrate da oltre 8.000 giurisdizioni e la cittadinanza viene normalmente autocertificata. Il progetto di legge voluto da Trump introdurrebbe una prova documentale per registrarsi e un documento fotografico per votare.

Per un elettore italiano, abituato a presentare al seggio la carta d’identità e la tessera elettorale, il sistema americano può apparire quasi paradossale: in 14 Stati e nel District of Columbia la maggior parte degli elettori può votare di persona senza mostrare alcun documento, mentre gli altri 36 Stati prevedono una qualche forma di identificazione, in 24 casi con fotografia. L’assenza di un documento non significa però assenza di controlli: l’identità viene generalmente verificata confrontando la firma o altri dati personali con quelli già presenti nelle liste elettorali. Esistono inoltre requisiti federali specifici per alcuni cittadini che votano per la prima volta dopo essersi registrati per posta senza una precedente verifica.

Ad ogni modo questa particolarità, profondamente radicata nella storia istituzionale del Paese, è oggi al centro dello scontro sul SAVE America Act, la proposta di legge sostenuta da Donald Trump che introdurrebbe nuovi obblighi documentali per le elezioni federali. Per comprenderne la portata bisogna partire da una caratteristica fondamentale degli Stati Uniti: il Paese non ha mai istituito una carta d’identità nazionale obbligatoria, storicamente percepita come uno strumento di controllo federale incompatibile con la tradizione libertaria americana. Il documento più diffuso è quindi la patente di guida, rilasciata dai singoli Stati, che non è però obbligatoria né posseduta da tutti.

Anche l’amministrazione elettorale è fortemente decentralizzata. Negli Stati Uniti esistono più di 8.000 giurisdizioni elettorali locali e, nella maggior parte del Paese, sono gli enti locali a organizzare concretamente il voto. Ogni Stato mantiene una banca dati centralizzata degli elettori, ma il governo federale non ha mai istituito un registro elettorale nazionale.

A differenza di quanto avviene in molte democrazie comparabili, non esiste inoltre un sistema nazionale e universale di registrazione automatica. L’iscrizione nelle liste elettorali rimane spesso un’iniziativa del cittadino, anche se circa metà degli Stati ha introdotto meccanismi automatici collegati ai rapporti con la motorizzazione o con altre amministrazioni pubbliche. Nel modulo di registrazione l’elettore dichiara, sotto pena di spergiuro, di essere cittadino americano, mentre gli altri dati identificativi possono essere confrontati con banche dati statali e federali. Non esiste però un archivio federale completo della cittadinanza che consenta agli uffici elettorali di verificare sistematicamente ogni dichiarazione.

Il voto illegale da parte di un non cittadino è punibile con una multa e fino a un anno di carcere. Una falsa dichiarazione consapevole di cittadinanza presentata per registrarsi o votare può invece comportare fino a cinque anni. Per gli stranieri possono esserci anche conseguenze sul piano dell’immigrazione, compresa l’espulsione, attraverso un procedimento separato.

Dall’Indiana al SAVE America Act


Sebbene alcuni Stati chiedessero già forme di identificazione, prima delle elezioni del 2006 nessuno imponeva a tutti gli elettori di presentare un documento governativo con fotografia come condizione per la validità del voto. L’Indiana ha approvato nel 2005 la prima legge rigida di questo tipo, applicata dalle elezioni dell’anno successivo e confermata dalla Corte Suprema nel 2008. Da allora il tema è diventato una delle principali linee di frattura tra i due partiti: i repubblicani chiedono requisiti sempre più severi in nome dell’integrità elettorale, mentre i democratici temono che questi vincoli possano escludere cittadini pienamente legittimati a votare.

Il SAVE Act, acronimo di Safeguard American Voter Eligibility Act, rappresenta il punto d’arrivo di questo scontro. La proposta di legge vieterebbe agli Stati di accettare una nuova iscrizione alle liste per le elezioni federali senza che il richiedente presenti personalmente una prova documentale della cittadinanza. Il requisito potrebbe applicarsi anche agli aggiornamenti della registrazione, per esempio dopo un trasferimento, un cambio di nome o, a seconda delle regole statali, una modifica dell’affiliazione partitica.

Tra i documenti ammessi figurano un passaporto statunitense valido o un documento Real ID che indichi espressamente la cittadinanza. La maggior parte delle patenti e dei Real ID ordinari rilasciati negli Stati Uniti non contiene però questa informazione. Inoltre il certificato di nascita non sarebbe sufficiente da solo, ma dovrebbe essere anche accompagnato da un documento governativo con fotografia. Anche un documento militare sarebbe utilizzabile soltanto insieme a un certificato di servizio che riporti il luogo di nascita negli Stati Uniti.

La Camera ha approvato il SAVE Act il 10 aprile 2025 con 220 voti contro 208. L’11 febbraio 2026 ha poi approvato, con 218 voti contro 213, una versione più ampia denominata SAVE America Act. Oltre alla prova di cittadinanza per registrarsi, la nuova proposta di legge richiede un documento governativo con fotografia per votare e introduce requisiti specifici per consentire il voto postale. Impone inoltre agli Stati di sottoporre al Dipartimento per la Sicurezza Interna, attraverso il sistema SAVE, ogni nominativo presente nelle liste elettorali. Prevede inoltre conseguenze penali per chi, consapevolmente e intenzionalmente, registri una persona priva della documentazione richiesta.

Al Senato, tuttavia, il provvedimento resta bloccato. Per superare l’ostruzionismo ("filibuster") dei democratici servono 60 voti, mentre i repubblicani dispongono di soli 53 seggi e non hanno ottenuto il sostegno bipartisan necessario. Anche la senatrice repubblicana Lisa Murkowski si è opposta all’avanzamento della proposta.

Una possibile strada alternativa passa quindi dalla riconciliazione di bilancio, una procedura facilitata che consente di approvare a maggioranza semplice misure riguardanti spesa, entrate e debito. Il 22 luglio la Camera dei Rappresentanti ha così adottato, con 216 voti contro 214, la risoluzione di bilancio H.Con.Res. 113. Il nuovo testo assegna alla Commissione per l’Amministrazione della Camera un margine di bilancio fino a 10 miliardi di dollari per elaborare una futura proposta, ma non stanzia ancora materialmente quei fondi e non introduce i requisiti del SAVE America Act.

Secondo l’ipotesi sostenuta dallo Speaker della Camera Mike Johnson, il futuro provvedimento di riconciliazione potrebbe utilizzare questo margine per finanziare sovvenzioni destinate agli Stati che adottino la prova documentale della cittadinanza e il documento fotografico come previsto dalla proposta di Trump. Gli esponenti repubblicani più conservatori continuano però a chiedere un obbligo nazionale anziché un programma di incentivi. Ma al Senato le disposizioni puramente elettorali potrebbero essere escluse dalla riconciliazione di bilancio in base alla Byrd Rule, che vieta di inserire nella procedura facilitata a maggioranza semplice norme i cui effetti finanziari siano soltanto marginali rispetto all’obiettivo politico. Il leader della maggioranza John Thune ha perciò riconosciuto che il SAVE America Act, almeno nella sua forma attuale, non dispone dei voti necessari.

Stati Uniti · Diritto di voto

La prova di cittadinanza che divide l’America


Il SAVE America Act, sostenuto da Trump, imporrebbe la prova di cittadinanza per registrarsi e un documento con fotografia per votare alle elezioni federali. Il fenomeno da combattere è raro; la platea che rischia nuovi ostacoli è enorme.

Grafica di FocusAmerica Dati a luglio 2026

Il voto dei non cittadini · Elezioni 2016, 42 giurisdizioni

Voti esaminati
0mln

Casi sospetti
0

esaminati dal Brennan Center
segnalati per indagini: lo 0,0001% del totale

Ingrandimento ×1

La barra rappresenta i 23,5 milioni di voti: solo a ingrandimento ×10.000 i 30 casi sospetti (in rosso) diventano visibili a occhio nudo. Tocca la barra per rivedere l’animazione.


Per intercettare casi così rari, i nuovi obblighi documentali ricadrebbero su 21,3 milioni di cittadini che oggi non hanno una prova di cittadinanza a portata di mano.

Le regole oggi

In 14 Stati e a Washington DC si vota senza documento


Gli Stati Uniti non hanno una carta d’identità nazionale: al seggio l’identità viene spesso verificata confrontando la firma con le liste elettorali. Tocca i segmenti per il dettaglio delle 51 giurisdizioni (50 Stati più DC).

15 12 24
Documento con fotografia (24 Stati). La prima legge rigida è dell’Indiana: approvata nel 2005, applicata dal 2006 e confermata dalla Corte Suprema nel 2008. Da allora il tema divide i due partiti.
Nessun documento (14 + DC) Documento senza foto (12) Documento con foto (24)

L’iter a Washington

La Camera approva con margini sempre più stretti


Tre voti in quindici mesi, tutti sul filo dei seggi. Al Senato, invece, la strada resta sbarrata dall’ostruzionismo democratico.

10 apr 2025

SAVE Act
220 sì – 208 no

+12 voti

11 feb 2026

SAVE America Act
218 sì – 213 no

+5 voti

22 lug 2026

Risoluzione di bilancio H.Con.Res. 113
216 sì – 214 no

+2 voti

La risoluzione del 22 luglio apre la via della riconciliazione di bilancio: assegna fino a 10 miliardi di dollari di margine, ma non contiene ancora gli obblighi del SAVE America Act.

Il muro del Senato
53 seggi repubblicani su 60 necessari –7

Per superare il filibuster servono 60 voti e persino la repubblicana Lisa Murkowski si è opposta. La riconciliazione a maggioranza semplice rischia però di infrangersi sulla Byrd Rule, che esclude le norme senza effetti di bilancio sostanziali: lo stesso leader della maggioranza John Thune ammette che i voti, oggi, non ci sono.

Il paradosso del consenso

Otto americani su dieci approvano, ma il fenomeno resta raro


Il principio piace a una larghissima maggioranza bipartisan. I numeri del voto illegale raccontano però un fenomeno marginale, anche se non inesistente.

Il consenso (Gallup, ottobre 2024)

Favorevoli al documento con foto al seggio84%

Favorevoli alla prova di cittadinanza alla registrazione83%

La realtà (Reuters, luglio 2026)

129
persone incriminate per voto illegale di non cittadini dal 1996 a oggi

73
condannate o dichiaratesi colpevoli

La falla del New Jersey. Nel luglio 2026 lo Stato ha reso noto che un errore informatico aveva iscritto alle liste circa 6.600 persone dichiaratesi non cittadine: meno di 400 hanno votato. Nessuna prova di un piano organizzato, ma i controlli amministrativi possono fallire.

Chi rischia di restare fuori

Milioni di cittadini senza i documenti richiesti


La maggior parte delle patenti e dei Real ID non indica la cittadinanza e il certificato di nascita da solo non basterebbe. Tocca le voci per approfondire.

21,3 mln Cittadini senza prova di cittadinanza a portata di mano +
Il 9,1% degli americani in età di voto, secondo il sondaggio SSRS del 2023 per VoteRiders, l’Università del Maryland e il Brennan Center. Almeno 3,8 milioni dichiarano di non possedere alcun documento di cittadinanza.

12% Elettori registrati senza i documenti previsti dalla proposta +
La stima del Bipartisan Policy Center: né un passaporto valido né la combinazione di certificato di nascita e documento con foto immediatamente disponibili. Il divario è soprattutto economico e sociale: pesano reddito, istruzione e distanza dagli uffici pubblici.

1 su 3 Donne sposate senza documenti con il nome legale attuale +
Circa l’80% delle americane cambia cognome con il matrimonio. Secondo una stima dell’Institute for Responsive Government — organizzazione critica verso la legge — un terzo non ha documenti che riportino il nome legale attuale. Gli Stati potrebbero accettare certificati di matrimonio o dichiarazioni giurate, con regole però diverse da Stato a Stato.

31.000 Il precedente del Kansas: registrazioni bloccate o sospese +
Una legge statale analoga bloccò o sospese oltre 31.000 registrazioni di cittadini. Un tribunale federale la annullò nel 2018, la decisione fu confermata in appello nel 2020 e la Corte Suprema rifiutò di esaminare il ricorso dello Stato.

Fonte: Brennan Center; Gallup (ott. 2024); Reuters (lug. 2026); sondaggio SSRS 2023 per VoteRiders, Univ. del Maryland e Brennan Center; Bipartisan Policy Center; Institute for Responsive Government; Congress.gov · Dati a luglio 2026

Un principio popolare, ma un fenomeno raro


I sostenitori della riforma voluta da Trump possono contare su un consenso molto ampio intorno ai suoi principi generali. Secondo un sondaggio Gallup dell’ottobre 2024, l’84% degli americani è favorevole all’obbligo di presentare un documento con fotografia al seggio e l’83% sostiene la richiesta di una prova di cittadinanza al momento della prima registrazione. Il sondaggio non descriveva però gli obblighi procedurali contenuti nel SAVE America Act: il sostegno alle due misure in astratto non può quindi essere automaticamente interpretato come consenso verso l’intero provvedimento.

L’argomento dei favorevoli è comunque di principio: se la cittadinanza è già un requisito per votare, verificarla con un documento rappresenterebbe una misura di buon senso. Ma i dati disponibili indicano che il voto dei non cittadini è raro, sebbene non inesistente. Uno studio del Brennan Center sulle elezioni del 2016 ha individuato, tra 23,5 milioni di voti espressi in 42 giurisdizioni selezionate, circa 30 casi sospetti segnalati per ulteriori indagini o per un possibile procedimento giudiziario: lo 0,0001% del totale.

Un’inchiesta pubblicata da Reuters nel luglio 2026 ha individuato, dall’entrata in vigore della legge federale del 1996, solo 129 persone incriminate per voto illegale da parte di non cittadini, 73 delle quali condannate o dichiaratesi colpevoli. Pochi giorni dopo, il New Jersey ha però reso noto un caso più esteso: un errore informatico aveva permesso l'iscrizione alle liste elettorali di circa 6.600 persone che si erano dichiarate non cittadine, sebbene meno di 400 di loro abbiano effettivamente votato. Non ci sono prove che l’episodio abbia alterato l’esito di alcuna elezione, mentre le circostanze dei singoli voti restano oggetto di indagine, ma l’episodio dimostra comunque che i controlli amministrativi possono fallire e offre ai sostenitori della riforma un ulteriore argomento.

A fronte di un fenomeno numericamente limitato, i critici temono invece effetti molto più ampi sugli aventi diritto. Citano a supporto di questa posizione un sondaggio condotto nel 2023 da SSRS per VoteRiders, l’Università del Maryland e il Brennan Center, secondo cui il 9,1% dei cittadini americani in età di voto, pari a 21,3 milioni di persone, non possedeva o non aveva accesso immediato a un documento che provasse la cittadinanza. Almeno 3,8 milioni dichiaravano di non possederne alcuno. Un’analisi più recente del Bipartisan Policy Center, basata su una definizione documentale più vicina a quella della proposta, stima che circa il 12% degli elettori registrati non abbia immediatamente disponibile un passaporto valido oppure la combinazione di certificato di nascita e documento fotografico.

Il peso dei nuovi requisiti non sarebbe neppure distribuito uniformemente. Nel sondaggio del 2023 quasi l’11% dei cittadini non bianchi dichiarava di non avere immediatamente disponibili documenti di cittadinanza, contro poco più dell’8% dei cittadini bianchi. L’analisi del Bipartisan Policy Center rileva invece soprattutto una marcata disparità economica e sociale: le persone con redditi più elevati e un livello d’istruzione maggiore hanno più probabilità di possedere i documenti richiesti.

Per i cittadini a basso reddito e per chi vive in zone rurali o remote, procurarsi i certificati e presentarli personalmente potrebbe comportare costi, spostamenti e ostacoli difficili da superare. Il testo impone agli Stati di prevedere "accomodamenti ragionevoli" per le persone con disabilità, ma non stabilisce nel dettaglio come debbano essere organizzati. Le organizzazioni che rappresentano i nativi americani avvertono, in particolare, che l’obbligo di recarsi presso un ufficio elettorale potrebbe gravare sulle comunità tribali più lontane dai centri amministrativi.

Il quadro non è però univoco. Analizzando i dati del 2024 e tenendo conto di reddito, istruzione e altre caratteristiche, il Bipartisan Policy Center ha rilevato che gli elettori asiatici hanno meno probabilità dei bianchi di disporre dei documenti richiesti, mentre per gli elettori neri la probabilità risulta maggiore. Per gli ispanici e per gli altri gruppi esaminati non emerge uno svantaggio statisticamente significativo. Non è quindi dimostrato che la legge penalizzerebbe indistintamente tutte le comunità non bianche. È più fondato il rischio che gli oneri aggiuntivi ricadano su alcuni gruppi minoritari e, soprattutto, sui cittadini con meno risorse economiche, minore mobilità o accesso più difficile agli uffici pubblici.

Il caso più discusso riguarda però le donne che hanno cambiato cognome. Secondo il Pew Research Center, il 79% delle donne statunitensi in matrimoni eterosessuali ha assunto il cognome del coniuge. Il Center for American Progress, organizzazione contraria alla proposta, ha stimato che fino a 69 milioni di donne potrebbero avere un certificato di nascita non corrispondente al nome legale attuale. Non si tratta, però, di un dato amministrativo ufficiale e la stima non indica quante avrebbero effettivamente difficoltà a registrarsi secondo le nuove norme proposte.

Il testo impone infatti agli Stati di predisporre una procedura che consenta di risolvere la discrepanza attraverso documenti supplementari, come il certificato di matrimonio, oppure mediante una dichiarazione giurata. Le modalità concrete rimarrebbero però affidate ai singoli Stati, con il rischio di creare regole differenti e ulteriori passaggi burocratici. I precedenti statali alimentano inoltre i dubbi. In Kansas una legge analoga bloccò o sospese la registrazione di oltre 31.000 cittadini. Un tribunale federale ne vietò definitivamente l’applicazione nel 2018; la decisione fu confermata in appello nel 2020 e, nello stesso anno, la Corte Suprema rifiutò di esaminare il ricorso dello Stato.

Dietro la disputa tecnica c’è quindi una scelta politica di fondo: decidere quanto affidarsi ai controlli amministrativi e alle banche dati pubbliche e quanto, invece, imporre al singolo elettore di produrre preventivamente documenti specifici. Da una parte c’è l’obiettivo di colmare falle reali, come quella emersa in New Jersey, e di rendere verificabile un requisito già previsto dalla legge, mentre dall’altra il rischio è di ostacolare l’accesso al voto di cittadini pienamente legittimati per contrastare un fenomeno che, nel complesso, come abbiamo visto, resta estremamente raro. È proprio su questo equilibrio tra integrità elettorale e diritto di partecipazione che si gioca il futuro del SAVE America Act e, più in generale, del sistema elettorale americano.

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La chiusura di USAID ha aumentato la fame e ridotto l'attività economica in Africa


Due economisti italiani hanno misurato con i satelliti gli effetti dello stop agli aiuti deciso da Trump: meno attività economica e milioni di persone in più in emergenza alimentare

Lo smantellamento di USAID, l'agenzia federale americana per gli aiuti allo sviluppo, ha ridotto l'attività economica nelle zone dell'Africa che li ricevevano e ha spinto milioni di persone verso l'emergenza alimentare. È la conclusione di uno studio diffuso a fine maggio da due economisti italiani, Marcella Nicolini dell'Università di Pavia e Fabio Sabatini della Sapienza di Roma, che hanno trattato la chiusura improvvisa dell'agenzia come un esperimento naturale, cioè un evento esterno e imprevisto, del tutto slegato dalle condizioni locali africane, che permette di misurare che cosa succede quando il più grande programma di aiuti bilaterali del mondo si ferma da un giorno all'altro.

Il 28 gennaio 2025, otto giorni dopo l'insediamento del presidente Trump, il Dipartimento di Stato ordinò lo stop immediato di tutte le attività finanziate da USAID, operativa dal 1961 e con un bilancio di circa 45 miliardi di dollari nell'ultimo anno fiscale, un terzo dei quali destinato all'Africa subsahariana. Nel giro di poche settimane il DOGE, il Dipartimento per l'efficienza governativa, annunciò la cancellazione di circa l'83 per cento dei programmi attivi, mentre il personale veniva messo in congedo e poi licenziato. L'ordine era retroattivo e non prevedeva alcuna chiusura ordinata: gli stipendi dei dipendenti locali rimasero non pagati, i carichi di cibo e medicine si fermarono nei porti, le cliniche rifornite da PEPFAR, il programma americano contro l'HIV, restarono senza antiretrovirali e i servizi di assistenza agli agricoltori furono interrotti a metà stagione.

★ USAID · Lo studio
Dove USAID si è fermata, l’Africa si è spenta
Due economisti italiani hanno misurato dai satelliti l’impatto della chiusura improvvisa dell’agenzia americana: meno attività economica attorno ai progetti e milioni di persone in più verso la fame.
Grafica di FocusAmerica

28 gennaio 2025 · ordine di stop a tutte le attività

Kinshasa
−25%
luminosità notturna

Lusaka
−32%
luminosità notturna

Luminosità media rispetto all’anno precedente attorno ai due maggiori centri operativi dell’agenzia, dopo lo stop del gennaio 2025.

Lo shock
Il più grande programma di aiuti bilaterali al mondo, chiuso in poche settimane
83%
dei programmi attivi cancellati dal DOGE dopo l’ordine del Dipartimento di Stato

45 miliardi $ · bilancio dell’ultimo anno fiscale
1/3 destinato all’Africa subsahariana
operativa dal 1961

L’ordine era retroattivo e senza chiusura ordinata: stipendi locali non pagati, cibo e medicine fermi nei porti, cliniche del programma anti-HIV PEPFAR senza antiretrovirali.

L’economia
Un colpo locale, concentrato attorno ai siti dei progetti

−1,8%
di PIL cumulato in quindici mesi nelle zone attorno a un progetto con esposizione media: circa 1,4 punti di crescita annua in meno

500 m 10 km 25 km: effetto nullo

Il calo è uno scalino improvviso alla data dello stop, non un rallentamento graduale: si sono fermati insieme stipendi, uffici, magazzini e distribuzioni. L’effetto è massimo nei primi 500 metri e non si vede più oltre i 25 chilometri.

La fame
Milioni di persone oltre la soglia della crisi alimentare

1
Minima

2
Stress

3
Crisi

4
Emergenza

5
Carestia

+2,7 mln
persone in più in crisi alimentare o peggio (fase 3+) attribuibili allo stop

+1,6 mln
persone in più in emergenza alimentare (fase 4)

Stima sulle 110 aree della rilevazione IPC di settembre 2025, che copre circa 400 milioni di persone nell’Africa subsahariana.
L’effetto è cresciuto nel tempo: esaurite le scorte nei magazzini dei partner locali, il secondo semestre è stato peggiore del primo. Per gli autori le stime sono un limite inferiore, anche perché manca l’Etiopia, tra i maggiori beneficiari.

Chi paga
Lo shock colpisce dove le difese sono più deboli

Paesi con istituzioni deboli
effetto pieno

Paesi con istituzioni democratiche solide
≈ 1/14 dell’effetto

Aree già in crisi alimentare prima dello stop
effetto pieno

Aree più sicure
effetto nullo

Lo stop non spinge in emergenza chi stava relativamente bene: fa superare la soglia a chi era già al margine.

Fonte: M. Nicolini (Università di Pavia) e F. Sabatini (Sapienza Università di Roma), «The Economic Impact of the USAID Shutdown», SSRN, maggio 2026. Attività economica: luminosità notturna satellitare attorno a 1.374 siti di progetto in 50 paesi africani. Fame: classificazione IPC per 388 aree di 27 paesi. Periodo: gennaio 2017 – aprile 2026.

Gli autori misurano l'attività economica con la luminosità notturna rilevata dai satelliti attorno a 1.374 località di progetto in 50 paesi africani: le luci viste dallo spazio sono un indicatore standard dell'economia locale dove i dati ufficiali sono scarsi. La fame viene invece misurata con la classificazione IPC, un'iniziativa congiunta di agenzie internazionali che divide le crisi alimentari in cinque fasi di gravità crescente, in cui la fase 3 indica la crisi e la fase 4 l'emergenza, disponibile per 388 aree subnazionali di 27 paesi. Il metodo confronta, dentro lo stesso paese, le zone più esposte ai fondi di USAID con quelle meno esposte, prima e dopo lo stop, tra gennaio 2017 e aprile 2026.

Dopo il gennaio 2025 la luminosità notturna è calata in modo netto entro dieci chilometri dai progetti, con l'effetto più forte nei primi 500 metri e nullo oltre i 25 chilometri, segno che il colpo è stato locale e legato proprio ai siti finanziati. Il calo è uno scalino improvviso alla data dello stop, non un rallentamento graduale: si sono fermati insieme stipendi, uffici, magazzini e distribuzioni. Attorno ai due maggiori centri operativi dell'agenzia il fenomeno si vede a occhio nudo: rispetto all'anno precedente la luminosità media è scesa del 25 per cento nell'area di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, dove i progetti avevano ricevuto 877 milioni di dollari tra il 2017 e il 2020. In quella di Lusaka, in Zambia, è scesa del 32 per cento. Tradotto in prodotto interno lordo, per le zone attorno a un progetto con esposizione media lo studio stima una perdita cumulata dell'1,8 per cento in quindici mesi, pari a circa 1,4 punti di crescita annua.

Nelle aree più esposte agli aiuti umanitari la quota di popolazione in emergenza alimentare è salita rispetto a quelle meno esposte: per un'area con esposizione media lo studio calcola 1,3 punti percentuali di popolazione in più in fase 4 e 2,1 punti in più in fase 3 o peggio a ogni rilevazione. Aggregando le 110 aree della rilevazione di settembre 2025, che copre circa 400 milioni di persone nell'Africa subsahariana, lo stop degli aiuti risulta responsabile di circa 1,6 milioni di persone in più in emergenza e 2,7 milioni in più in crisi alimentare o peggio. L'effetto è cresciuto nel tempo: nei primi mesi le scorte accumulate nei magazzini dei partner locali hanno attutito il colpo, poi si sono esaurite e il secondo semestre dopo lo shock è stato peggiore del primo. Per gli autori le stime sono un limite inferiore, sia perché l'effetto era ancora in corso alla fine del periodo osservato sia perché manca l'Etiopia, uno dei maggiori beneficiari, che non ha pubblicato analisi aggiornate.

Quasi tutto l'effetto sulla fame si concentra nei paesi con le istituzioni più deboli: dove le istituzioni democratiche sono più solide l'impatto stimato è circa un quattordicesimo, perché quegli stati riescono meglio ad assorbire lo shock e a compensarlo con risposte proprie. Colpisce inoltre le popolazioni già fragili: nelle aree che prima dello stop avevano una quota di persone in crisi alimentare sopra la mediana l'effetto è pieno, in quelle più sicure è nullo. Lo stop, scrivono gli autori, non spinge in emergenza chi stava relativamente bene: fa superare la soglia a chi era già al margine.

A guidare entrambi gli effetti è la componente umanitaria del portafoglio di USAID, cioè aiuti alimentari, trasferimenti di denaro e risposta alle emergenze, che valeva circa un terzo dei fondi; sul calo delle luci pesa anche il settore agricolo, con programmi come Feed the Future. Il settore sociale e sanitario, che con PEPFAR e gli altri programmi valeva più della metà delle erogazioni, non mostra invece effetti misurabili nei primi quindici mesi. Gli aiuti di Francia, Regno Unito, Germania e Cina non presentano nulla di simile nello stesso periodo: il segnale è specifico di USAID, non un generico peggioramento delle zone che ricevono aiuti. Un altro studio citato dagli autori ha documentato con gli stessi dati un aumento degli scontri armati nelle regioni storicamente più esposte all'agenzia.

Per gli autori la vicenda è "un esperimento naturale senza precedenti nella storia dell'assistenza bilaterale allo sviluppo": un programma attivo da più di sessant'anni, che versava diversi miliardi di dollari l'anno alla sola Africa, è stato chiuso in poche settimane per una decisione politica interna agli Stati Uniti, senza preavviso né transizione.


Il DOGE doveva sciogliersi, ma è ancora ovunque


Il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa affidato a Elon Musk per tagliare la spesa federale, doveva cancellare sé stesso entro il 4 luglio 2026. A qualche settimana dalla scadenza, però, i suoi uomini e la sua agenda sono ancora sparsi nel governo americano: secondo un'analisi del Washington Post basata su atti giudiziari e documenti ufficiali, una ventina di persone assunte o selezionate tramite il DOGE continua a lavorare nell'esecutivo e a rimodellare la burocrazia federale dietro le quinte.

Musk e l'imprenditore Vivek Ramaswamy furono incaricati di guidare la struttura alla fine del 2024, con la promessa di tagliare 2.000 miliardi di dollari dal bilancio federale e di chiudere tutto entro 18 mesi. Oggi il sito del DOGE, costruito per documentare i risparmi, è fermo e l'account su X pubblica pochissimo. Il progetto però non è morto: "Il DOGE è uno stile di vita. Non finisce mai", ha scritto su X l'ex membro dello staff Katie Miller proprio il 4 luglio, il giorno della presunta scadenza.

Tra gli ex membri rimasti ci sono Gavin Kliger, oggi responsabile dei dati al Pentagono, e Jeremy Lewin, consigliere del Segretario di Stato Marco Rubio: dopo aver supervisionato gran parte dello smantellamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti internazionali, Lewin dirige ora i programmi di assistenza estera del Dipartimento di Stato. Alla General Services Administration, l'agenzia che gestisce immobili e forniture del governo, l'ex ingegnere di Tesla Thomas Shedd è ancora registrato come collaboratore governativo speciale pur senza alcun incarico ufficiale apparente. L'elenco completo dei membri del DOGE non è mai stato reso pubblico e l'amministrazione si è opposta in tribunale alle richieste di rivelarne le identità, emerse solo in parte grazie a ricorsi e richieste di accesso agli atti.

Molti degli ex DOGE rimasti nel governo lavorano al National Design Studio, la struttura creata dalla Casa Bianca per modernizzare i siti governativi e guidata da Joe Gebbia, cofondatore di Airbnb. Secondo due persone vicine all'organizzazione, i suoi membri la considerano l'erede spirituale del DOGE: conta un centinaio di persone e si occupa di progetti come TrumpRx e il ridisegno della piramide alimentare, un'evoluzione della missione originaria ma con un mandato molto ridotto. Il capo ingegnere è Edward Coristine, noto come "Big Balls", che a 19 anni ottenne come dipendente del DOGE l'accesso ad agenzie come il Dipartimento di Stato e quello della Sicurezza Interna.

L'amministrazione ha fatto marcia indietro su molti piani del DOGE, annullando tagli e riassumendo lavoratori. La spesa federale complessiva è anzi aumentata nell'ultimo anno, al contrario di quanto promesso da Musk, e le agenzie stanno accelerando le assunzioni dopo che centinaia di migliaia di dipendenti federali se ne sono andati l'anno scorso. Secondo le stime della Partnership for Public Service, un'organizzazione non profit che si occupa di pubblica amministrazione, i tagli del DOGE e dell'amministrazione sono costati all'economia più di 165 miliardi di dollari, oltre 1.028 dollari per contribuente, tra benefici persi dei fondi cancellati, buonuscite, spese legali e costi delle riassunzioni.

Il DOGE divide anche i repubblicani. Il vicepresidente JD Vance ha lanciato una task force contro le frodi senza mai associarla al lavoro di Musk, dicendo a Fox News a febbraio che "è un peccato che nessuno abbia mai provato a guardare in modo sistematico a quanta frode c'è nel governo federale". Il senatore Thom Tillis del North Carolina ha chiesto conto dei risparmi in un'audizione con Russell Vought, il direttore dell'ufficio del bilancio della Casa Bianca: "Ci sono state molte affermazioni su miliardi e miliardi di dollari di risparmi. Voglio solo sapere dove li avete registrati e dove posso vederli". I democratici continuano a cavalcare la rabbia contro il DOGE e chiedono indagini sull'accesso dei suoi membri ai dati sensibili.

I tagli agli aiuti esteri, alla ricerca e ai fondi per le discipline umanistiche continuano intanto a produrre effetti. Organizzazioni sanitarie africane hanno detto che la riduzione degli aiuti ha ostacolato la risposta globale a un'epidemia mortale di Ebola e il Dipartimento dell'Agricoltura ha dovuto rincorrere il ritorno di un parassita del bestiame dopo i tagli al personale. Una precedente inchiesta del Washington Post aveva documentato la morte di bambini in Congo in attesa di farmaci salvavita bloccati dai tagli, mentre per un'analisi di Oxfam le riduzioni degli aiuti americani porteranno "al primo aumento della mortalità infantile sotto i cinque anni di questo secolo". Musk ha negato tutto: "Non c'è nemmeno un solo bambino morto!", ha scritto su X a giugno. "Se ci fosse, sarebbe la notizia di apertura in tutto il mondo!"

Alla Social Security Administration, l'ente della previdenza sociale americana, la presenza del DOGE è oggetto di una causa in corso. I suoi membri avevano ottenuto l'accesso alle banche dati più sensibili del governo, con le informazioni personali di tutti gli americani vivi e morti, senza trovare le frodi che Musk sosteneva esistessero. In tribunale l'amministrazione ha dichiarato che tutti i membri del DOGE hanno lasciato l'ente, ma il gruppo legale Democracy Forward ha replicato che il responsabile informatico Michael Russo si era identificato in passato come DOGE e che il capo dell'ufficio legale Mark Steffensen si era battuto per far entrare i suoi membri nelle banche dati: entrambi lavorano ancora lì. La giudice federale Ellen Lipton Hollander ha respinto il tentativo di archiviare il caso per l'avvenuta scadenza del DOGE: "Come un'azienda che chiude", ha scritto in un'ordinanza del 26 giugno, "l'organizzazione temporanea DOGE non può sfuggire alla responsabilità per la condotta tenuta mentre esisteva semplicemente raggiungendo la sua data di scadenza".

Alcuni progetti più limitati del DOGE vanno comunque avanti, come la digitalizzazione delle pratiche pensionistiche federali conservate in una miniera della Pennsylvania: a fine giugno l'ufficio che gestisce il personale federale ha annunciato che smetterà di spedire documenti cartacei alla miniera, dopo che gli ingegneri del DOGE hanno costruito un sito per sostituire i moduli di carta. Musk, già l'anno scorso, aveva lasciato intendere che il progetto gli sarebbe sopravvissuto: "C'è bisogno di Buddha per il buddismo?", disse mentre il suo periodo al governo finiva. "Non era forse più forte dopo la sua morte?"


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Michigan, Wisconsin e Minnesota sono i prossimi test per la sinistra americana


Dopo le vittorie in stati sicuri come New York e Colorado, i progressisti sfidano i moderati su un terreno più conteso. I centristi temono che candidati troppo a sinistra perdano elezioni vincibili

I candidati progressisti hanno vinto una serie di primarie democratiche quest'estate, battendo parlamentari in carica e lanciando nuove figure della sinistra in territori sicuri come New York e il Colorado. Nelle prossime settimane si sposteranno su un terreno più difficile: le primarie in Michigan, Wisconsin e Minnesota diranno se gli elettori democratici degli stati più contesi vogliono mandare candidati di sinistra a elezioni generali dall'esito incerto.

La sinistra del partito ritiene che, con la frustrazione diffusa per le disuguaglianze e il costo della vita, i candidati anti-establishment possano vincere le primarie, portare gli elettori alle urne in autunno e segnalare al partito che deve tornare alle sue radici populiste. "Dobbiamo essere disposti a riconoscere gli errori che ci hanno portato in questa situazione, perché non è solo che Donald Trump ha vinto, è che i democratici hanno perso", ha detto domenica la deputata Alexandria Ocasio-Cortez a un comizio per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che sostiene alle primarie per il Senato in Michigan.

L'ascesa di questi candidati preoccupa i democratici moderati, convinti che la base militante del partito rischi di nominare figure destinate a perdere elezioni vincibili. "Rischiamo di perdere corse che potremmo altrimenti vincere se andiamo troppo a sinistra in stati come il Michigan, che ha votato per Donald Trump un anno e mezzo fa", ha detto al New York Times Matt Bennett, cofondatore di Third Way, un think tank democratico centrista.

In Michigan la primaria per il Senato del 4 agosto oppone El-Sayed, ex responsabile della sanità della contea di Wayne sostenuto anche dal senatore Bernie Sanders, alla deputata Haley Stevens, eletta nei sobborghi a nord di Detroit. El-Sayed critica duramente il governo israeliano, propone il "Medicare for all", un sistema di sanità pubblica universale, e sembra avere un leggero vantaggio nei sondaggi. Nella corsa stanno girando decine di milioni di dollari.

Stevens, una moderata filoisraeliana appoggiata dal leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, può però contare su un netto vantaggio pubblicitario: la sua campagna ha ricevuto quasi 30 milioni di dollari legati all'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più influente lobby filoisraeliana americana, più altri 20 milioni da super PAC, comitati elettorali che possono raccogliere fondi senza limiti, con donatori non dichiarati. I sondaggi indicano che gli elettori neri preferiscono Stevens, mentre El-Sayed punta sui giovani e sull'elettorato più progressista dello stato: l'esito dipenderà da quanto quella massa di denaro sposterà voti e da chi andrà davvero a votare.

In Wisconsin la deputata statale Francesca Hong, 37 anni, socialista-democratica, sta salendo nel campo affollato della primaria per il governatore dell'11 agosto e sostiene che le sue posizioni possano attrarre operai e agricoltori in uno degli stati più contesi del paese. La sua ascesa preoccupa i democratici convinti che un candidato associato al socialismo non possa vincere un governatorato nel cuore del paese, che il partito considera un presidio per le sue ambizioni nazionali.

La vicegovernatrice Sara Rodriguez, considerata da una parte del partito l'alternativa moderata più credibile, si è ritirata dopo le rivelazioni sulla cattiva gestione dei fondi della sua campagna. Il suo ritiro ha spinto David Crowley, capo dell'esecutivo della contea di Milwaukee che aveva già abbandonato la corsa, a rientrare e a incassare subito l'appoggio del governatore uscente Tony Evers. Tutto questo caos potrebbe favorire Hong.

Il Minnesota non è uno stato in bilico: ha due senatori democratici, un governatore democratico e non vota un repubblicano per la presidenza dai tempi di Nixon. La primaria dell'11 agosto per il seggio della senatrice uscente Tina Smith è comunque interessante: la deputata Angie Craig, che dal 2018 difende un distretto del sud dello stato strappato ai repubblicani, sfida la vicegovernatrice Peggy Flanagan, sostenuta da Sanders e dalla senatrice Elizabeth Warren. Craig si presenta come una scelta pragmatica, pronta a sfidare il suo stesso partito; Flanagan l'ha definita una "corporate Democrat", una democratica vicina alle aziende, e dice di essere lei quella disposta alle battaglie più dure. Il governatore Tim Walz resta neutrale.

Le sfide progressiste non riguardano solo le corse statali. A St. Louis l'ex deputata Cori Bush, membro della "Squad", il gruppo delle parlamentari più a sinistra del partito, ci riprova contro il deputato Wesley Bell, che l'aveva battuta nel 2024 con l'aiuto delle forti spese dei gruppi filoisraeliani. In Michigan il deputato Shri Thanedar deve difendersi dalla sfida del deputato statale Donavan McKinney, 34 anni, sostenuto da Sanders e dalla deputata Rashida Tlaib.


Obama non sostiene nessuno in Michigan, ma un gruppo legato ad AIPAC lo usa negli spot


Barack Obama non ha dato il suo appoggio a nessun candidato nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, ma chi guarda la televisione nello Stato potrebbe pensare il contrario. I gruppi che sostengono la deputata Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per trasmettere quasi 4.000 volte uno spot in cui l'ex presidente elogia il suo lavoro nella task force che salvò l'industria dell'auto durante la crisi finanziaria del 2008. Secondo AdImpact, la società che monitora la pubblicità politica americana, è lo spot politico più trasmesso in Michigan nell'ultimo anno.

Le primarie si tengono il 4 agosto e mettono di fronte Stevens, la candidata più moderata, e Abdul El-Sayed, l'ex responsabile della sanità pubblica di Detroit che corre da progressista contro l'establishment del partito. Chi vince sfiderà a novembre l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, favorito per la nomination del suo partito, in un'elezione che i democratici devono quasi certamente vincere per sperare di riconquistare il Senato.

Lo spot riprende un comizio del 2018 in cui Obama sosteneva la prima candidatura di Stevens alla Camera. "Lei era lì. Era una parte fondamentale della mia squadra che ha aiutato l'industria americana dell'auto a ripartire", dice l'ex presidente nel filmato, riferendosi al ruolo di Stevens come capo di gabinetto della task force per il salvataggio dell'auto, l'operazione con cui l'amministrazione Obama evitò il fallimento di General Motors e Chrysler. A finanziarlo è United Democracy Project, un super PAC, cioè un comitato che può raccogliere e spendere fondi illimitati purché non si coordini con la campagna del candidato, alimentato da AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, che ha investito quasi 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens. Un altro gruppo che la appoggia manda in onda uno spot simile, con lo stesso audio di Obama, che si chiude con la frase "Se il presidente Obama si fida di lei, mi fido anch'io".

I gruppi esterni che sostengono Stevens hanno speso in tutto più di 50 milioni di dollari, mentre El-Sayed, che rifiuta i soldi dei comitati aziendali, ha ricevuto meno di un milione in pubblicità esterna.

La strategia punta soprattutto agli elettori neri, che nelle elezioni di metà mandato del 2022 erano circa un quarto dell'elettorato democratico del Michigan. David Axelrod, veterano degli strateghi democratici ed ex consigliere di Obama, ha detto alla CNN che la popolarità dell'ex presidente nel partito spiega perché i candidati continuano a suggerire un suo sostegno anche quando non c'è. Axelrod ha definito "scaltro" l'uso dei vecchi filmati, "soprattutto in uno Stato dove fino a un quarto del voto delle primarie può arrivare dagli afroamericani". L'ufficio di Obama non ha voluto commentare.

Gli avversari accusano la campagna pubblicitaria di ingannare gli elettori. Denzel McCampbell, consigliere comunale di Detroit che sostiene El-Sayed, ha detto che diversi elettori pensavano che Obama avesse appoggiato Stevens dopo aver visto gli spot. La cosa lo preoccupa perché "questa potrebbe essere l'unica occasione in cui le persone si sintonizzano sulla corsa". Keith Williams, presidente del caucus nero del partito democratico del Michigan e sostenitore di Stevens, difende invece gli spot: "Di cosa si lamentano? Non è una bugia. L'ha detto davvero". Wendell Anthony, presidente della sezione di Detroit della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, ha riassunto così la questione: "Che l'abbia formalmente appoggiata o no, non l'ha non appoggiata".

La tattica non è nuova. Nel 2025 alcuni gruppi esterni hanno speso milioni in spot con Obama a favore del ridisegno dei collegi elettorali in California e Virginia. Alle primarie per il Senato dell'Illinois di marzo entrambe le principali candidate hanno usato vecchi elogi dell'ex presidente ripresi da campagne passate.

El-Sayed ha dalla sua la UAW, il principale sindacato americano dell'auto, che lo ha appoggiato a giugno definendolo "qualcuno di cui possiamo fidarci". Questa settimana il sindacato ha annunciato una diffida contro A Stronger Michigan, uno dei super PAC pro Stevens che non ha rivelato i propri donatori, accusandolo di aver usato senza autorizzazione il logo della UAW nei suoi spot. Per rivolgersi agli elettori neri El-Sayed ha diffuso una pubblicità che ricorda come nel 2024 sia stato il primo leader musulmano americano ad appoggiare Kamala Harris per la presidenza. Il suo rapporto con Obama è però più complicato: in passato ha scritto che la politica dell'ex presidente non era andata abbastanza a fondo, una critica che la campagna di Stevens usa contro di lui.

Il ruolo di AIPAC è l'altro punto di scontro della corsa, in un anno in cui il sostegno americano a Israele divide le primarie democratiche in tutto il Paese. Stevens è tra le democratiche più stabilmente filo-israeliane della Camera, sostiene gli aiuti militari a Israele e la soluzione a due Stati, anche se in campagna elettorale ha criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. El-Sayed critica la leadership israeliana e le campagne militari a Gaza e in Iran. In un dibattito ha detto che AIPAC spende contro di lui perché lo considera "il candidato più pericoloso per la relazione tra Stati Uniti e Israele". Un portavoce di United Democracy Project ha difeso gli spot con Obama definendoli "solo fatti".

Nei suoi spot El-Sayed schiera invece il senatore progressista Bernie Sanders e punta sull'entusiasmo dei volontari, dopo che quest'anno i candidati della sinistra hanno vinto una serie di primarie a New York. Williams però ridimensiona il paragone: "Il Michigan non è New York", ha detto, ricordando che si tratta di uno Stato in bilico dove la corsa "arriverà al fotofinish".


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Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali


Sony amplia la famiglia Cinema Line con la nuova FX5, una telecamera professionale progettata per filmmaker e content creator
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Sony ha presentato la “FX5”, la nuova telecamera full-frame della serie Cinema Line. La telecamera è dotata di un sensore di immagine CMOS fully-stacked di nuova concezione e migliora ulteriormente le prestazioni in termini di sensibilità. La telecamera è in grado di riprendere in 5K fino a 60 fotogrammi al secondo, in 4K fino a 120 fotogrammi al secondo e in FHD fino a 240 fotogrammi al secondo. Queste caratteristiche uniscono la resa della gamma Cinema Line e l’operatività progettata per soddisfare le esigenze degli ambienti di produzione in un corpo compatto e altamente portatile. Alla telecamera si affiancano anche due nuovi accessori opzionali: un mirino OLED rimovibile e un’impugnatura XLR che consente la registrazione direttamente nella fotocamera fino a 96 kHz, 32--bit float.

Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
youtube.com/embed/2sgrsZfxSac?…
Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
La telecamera presenta un corpo compatto e leggero con un design piatto nella parte superiore
La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

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Elevata affidabilità


Una ventola di raffreddamento ad alta efficienza con prestazioni di raffreddamento potenziate e un design ottimizzato per la dissipazione del calore garantiscono un funzionamento stabile anche durante registrazioni video di lunga durata. Insieme al design resistente alla polvere e all’umidità, questa caratteristica garantisce l’affidabilità nelle riprese all’aperto e in condizioni ambientali difficili. La telecamera è compatibile con la batteria ricaricabile ad alta capacità “NP-SA100” (2670 mAh), è dotata di due porte USB Type-C.

Disponibilità


La Sony FX5 è già disponibile in preordine e sarà in vendita da agosto.

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Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 ufficiali: i nuovi pieghevoli AI che cambiano il modo di lavorare e divertirsi


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Samsung ha annunciato ieri la nuova serie Galaxy Z, con il debutto di Galaxy Z Fold8 in un innovativo form factor. Quest'ultimo, in particolare, porta gli standard Ultra di Galaxy nel mondo dei pieghevoli, offrendo il massimo della produttività e della creazione di contenuti grazie a uno spazio di lavoro più ampio. Frutto di sette generazioni di innovazione nei dispositivi pieghevoli e di una profonda conoscenza delle esigenze dei consumatori, la nuova serie Galaxy Z offre una scelta più ampia che mai, con tre esperienze distinte progettate per rispondere a esigenze diverse.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoliSamsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoli
Galaxy AI è stata ottimizzata per ciascuno di questi form factor; il multitasking è ancora più semplice sugli ampi schermi di Galaxy Fold8 e Galaxy Fold8 Ultra, mentre la FlexWindow progettata per l’AI di Flip8 mantiene informazioni rilevanti e scorciatoie sempre a portata di mano.

Galaxy Z Fold8: una nuova esperienza Galaxy Fold


Galaxy Z Fold8 introduce un formato progettato per passare con facilità dalle interazioni rapide sul display esterno a esperienze di visione, lettura e gioco più coinvolgenti sullo schermo principale. Grazie al formato Fold più leggero di sempre, a proporzioni del display intuitive e a prestazioni di lunga durata, questo modello rende ancora più semplice vivere al meglio i contenuti. Il device è stato progettato per adattarsi al modo in cui le persone utilizzano lo smartphone durante la giornata: con un peso di soli 201 grammi, è il Galaxy Z Fold più leggero di sempre e abbina la piattaforma Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy a una batteria da 4.800 mAh, offrendo prestazioni elevate e un'autonomia pensata per un utilizzo prolungato.
Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3
Il display esterno in formato 10:16 garantisce un'esperienza pratica per le attività quotidiane, mentre lo schermo interno 4:3 offre una superficie più ampia e immersiva per guardare video, giocare, leggere articoli ed e-book o lavorare con più contenuti contemporaneamente, adattandosi in modo naturale alle diverse modalità d'uso. La nuova tecnologia Flex Titanium di Samsung introduce una struttura del display basata sul titanio, progettata per rendere i dispositivi pieghevoli più sottili senza comprometterne la resistenza. Grazie alla combinazione di una pellicola in lega di titanio e di una piastra in titanio migliorata, Flex Titanium contribuisce a ridurre la visibilità la piega. Galaxy Z Fold8 perfeziona anche l’esperienza di apertura del dispositivo, bilanciando meccanica della cerniera, tensione del display e forza magnetica offrendo un’apertura più fluida, leggera e naturale.
In tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evolutaIn tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evoluta

Esperienza fotografica versatile e intuitiva


Galaxy Z Fold8 è pensato per aiutare gli utenti a catturare e condividere gli attimi che attirano la loro attenzione. Che si tratti di un paesaggio, di una foto di gruppo o di un momento spontaneo in movimento, Galaxy Z Fold8 rende più semplice scattare, modificare e condividere foto e video nella vita di tutti i giorni.
Le due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzioneLe due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzione

Galaxy Z Fold8 Ultra


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Z Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggioZ Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggio
Sul fronte fotografico, Galaxy Z Fold8 Ultra punta su una fotocamera principale da 200 MP con supporto HDR anche alla massima risoluzione, per immagini ancora più dettagliate e realistiche. La nuova ultra-grandangolare da 50 MP migliora la qualità di paesaggi, foto di gruppo e scatti macro, mentre la modalità Nightography aggiornata assicura foto e video più luminosi e definiti anche in condizioni di scarsa illuminazione. Per i creator, completano la dotazione la registrazione video in 8K con codec APV e la funzione Cine LUT, che permette di ottenere direttamente dallo smartphone un look cinematografico.

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FlexCam per selfie più espressivi


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Disponibilità e prezzi


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Trump valuta un "attacco massiccio" contro l'Iran mentre gli Houthi entrano in guerra


Il presidente parla ad Axios di un attacco "più grande che mai" mentre gli Houthi colpiscono due petroliere saudite e il petrolio supera i 100 dollari. Teheran ha respinto la proposta di tregua

Il presidente Donald Trump ha detto ad Axios che sta valutando di riprendere le operazioni militari su larga scala contro l'Iran, con attacchi più grandi di quelli condotti finora nella guerra iniziata a febbraio. "Sto valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti", ha detto giovedì in una breve intervista. Trump non ha indicato una scadenza e due funzionari americani hanno confermato che nessun nuovo ordine è stato dato ai militari.

Secondo il presidente, gli iraniani "vogliono negoziare" ma non sono pronti a chiudere un accordo: "Non hanno ancora ricevuto abbastanza dolore". Trump ha aggiunto che Israele "si unirebbe in due minuti" a una nuova offensiva, ma che "non abbiamo bisogno di nessuno" per lanciarla. Nei giorni scorsi aveva già minacciato di colpire le infrastrutture iraniane e il sito nucleare sotterraneo di Pickaxe Mountain, dove si sospetta che l'Iran abbia nascosto le centrifughe per l'arricchimento dell'uranio.

Le forze americane hanno intanto completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti sull'Iran, colpendo depositi di droni, siti di sorveglianza costiera e infrastrutture logistiche per ridurre la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Sul fronte diplomatico, dopo che nelle scorse settimane diversi mediatori avevano provato senza successo a far ripartire i negoziati, giovedì l'Iran ha respinto una proposta di tregua di Trump portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, come ha rivelato il New York Times. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto ai media locali che non serve un altro mediatore: "Il problema non è far passare messaggi. Il problema è l'atteggiamento dell'America".

La guerra si è allargata anche a un nuovo fronte. Gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen sostenuti dall'Iran, hanno colpito con missili e droni due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, pochi giorni dopo aver annunciato un blocco navale contro le navi legate all'Arabia Saudita. È un colpo pesante per il mercato dell'energia: con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso dall'Iran, il Mar Rosso era diventato la rotta alternativa con cui Riyadh esporta il suo petrolio.

Trump ha risposto su Truth Social avvertendo che d'ora in poi gli Stati Uniti riterranno l'Iran responsabile degli attacchi degli Houthi, definiti "un surrogato o un delegato" di Teheran, e che in caso di nuovi lanci "una punizione militare pesante sarà inflitta all'Iran e, naturalmente, agli stessi Houthi". Il presidente ha anche annunciato che i danni alle navi saranno ripagati con i fondi iraniani congelati che gli Stati Uniti "possiedono e controllano": le stime su questi fondi variano tra 24 e 100 miliardi di dollari, in gran parte fuori dal territorio americano. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l'idea un precedente "incendiario".

L'attacco alle petroliere ha spinto il prezzo del petrolio Brent sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Rispetto alla vigilia della guerra il greggio costa circa il 40 per cento in più e negli Stati Uniti un gallone di benzina (3,8 litri) è arrivato a 4,09 dollari, il 37 per cento in più. Mercoledì solo 15 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro le circa 130 al giorno di prima del conflitto.

La Camera dei rappresentanti ha approvato per la seconda volta, con 214 voti a favore e 208 contrari, una risoluzione che chiede a Trump di fermare la guerra o di ottenere l'autorizzazione del Congresso per continuarla. Quattro repubblicani hanno votato con i democratici, gli stessi della prima risoluzione di giugno. Il voto è in gran parte simbolico e il Senato ha respinto una misura analoga con 49 voti contro 47, con la sola repubblicana Susan Collins a favore. La guerra resta molto impopolare: secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos della scorsa settimana, solo il 29 per cento degli americani la sostiene.

Nonostante il malumore politico, i preparativi militari accelerano. Il Wall Street Journal ha rivelato che negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e personale medico per dare al presidente opzioni più aggressive, mentre i bombardieri nelle basi americane e britanniche sono in stato di massima allerta e oltre 150 medici sono arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania. Dall'inizio del conflitto sono morti almeno 18 militari americani e circa 570 sono rimasti feriti. In Iran, secondo il ministero della Salute di Teheran, i soli raid ripresi a fine giugno hanno ucciso 55 persone e ne hanno ferite 629, mentre i morti dall'inizio della guerra sono almeno 1.700.

Secondo un'analisi dell'Atlantic, l'Amministrazione sta conducendo questa nuova fase del conflitto senza ammettere di essere in guerra: da quando i raid sono ripresi nessun alto funzionario ne ha parlato pubblicamente, il Pentagono non tiene una conferenza stampa da maggio, il Congresso non ha ricevuto briefing riservati e il segretario alla Difesa Pete Hegseth in audizione ha definito la guerra "un'operazione". Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita nelle Filippine, ha detto ai giornalisti che i bombardamenti continueranno: "Il prezzo continuerà a salire ogni singola notte finché non torneranno in sé".


Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche in Iran e prepara l'escalation


Per il dodicesimo giorno consecutivo gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran e il presidente Trump ha minacciato di distruggere "un ponte o una centrale elettrica", anche dentro o vicino Teheran, ogni volta che l'Iran colpirà una nave nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto sui social che la dottrina difensiva del suo paese è "occhio per occhio" e che qualsiasi aggressione contro le infrastrutture iraniane "comporterà una risposta potente e decisiva". Attacchi deliberati contro infrastrutture civili possono costituire un crimine di guerra per il diritto internazionale. L'ultima ondata di raid americani, conclusa alle 22:30 di mercoledì ora di Washington (le 4:30 di giovedì in Italia), ha colpito depositi di missili e droni, oltre a sistemi di difesa aerea, mentre l'Iran ha rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi militari americani in Kuwait.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro il programma nucleare iraniano, si sta allargando al Mar Rosso. Gli Houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell'Iran, hanno rivendicato mercoledì l'attacco con missili e droni a due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, il primo da quando lunedì hanno annunciato un blocco navale contro i porti dell'Arabia Saudita. L'autorità saudita dei trasporti ha confermato l'attacco a una delle due navi e ha detto che l'equipaggio è salvo. Da mesi Riyadh esporta milioni di barili di petrolio al giorno attraverso il Mar Rosso per aggirare lo Stretto di Hormuz, dove il traffico è quasi fermo: martedì lo hanno attraversato nove navi, contro le circa 130 di prima della guerra. Il Brent, il prezzo di riferimento mondiale del petrolio, è salito a circa 94 dollari al barile, il 30% in più dall'inizio del conflitto. Negli Stati Uniti la benzina costa in media più di 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 36% in più da fine febbraio.

Mercoledì il presidente ha assistito nella base aerea di Dover, in Delaware, al rientro delle salme di quattro soldati tra i 19 e i 30 anni. Il tenente Tyler James Feehan, la soldatessa Isabella Gonzales e la sergente Angel Rampersad sono stati uccisi venerdì scorso in un attacco iraniano contro gli alloggi della base aerea giordana di Muwaffaq Salti; il sergente Michael Emmanuel Swinton è morto in Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano. Prima della cerimonia Trump ha detto ai giornalisti che tutti e quattro avevano detto "con molta forza" che non si può permettere all'Iran di avere un'arma nucleare, senza spiegare come conoscesse le loro opinioni: le famiglie non hanno mai parlato pubblicamente delle posizioni dei loro cari sul conflitto. Era la terza volta che il presidente partecipava alla cerimonia dall'inizio di una guerra che ha ucciso 18 militari americani e ne ha feriti circa 550, perdite che in parte il Pentagono aveva taciuto. Una decina di militari feriti gravemente è stata trasferita questo mese in un ospedale militare americano in Germania. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione per i diritti umani che si occupa dell'Iran, i civili iraniani uccisi sono almeno 1.700.

Le immagini satellitari e i video verificati dal New York Times mostrano che l'Iran mantiene la capacità di colpire con precisione obiettivi americani, nonostante l'amministrazione sostenga di averne ridotto o distrutto le capacità militari. Nelle due settimane dalla rottura del cessate il fuoco gli attacchi iraniani hanno raggiunto nove installazioni usate dagli Stati Uniti in Medio Oriente, danneggiando alloggi, hangar, rifugi per droni e sistemi radar. Nella sola base di Muwaffaq Salti almeno 20 strutture sono state distrutte o danneggiate. Sono stati colpiti anche Tower 22, un avamposto americano al confine tra Giordania e Siria, e un radar in Kuwait completato appena sei mesi fa. Verificare i danni è difficile perché il governo americano chiede ai fornitori di immagini satellitari di non diffondere foto della regione per proteggere le truppe, mentre l'Iran diffonde le immagini dei propri attacchi a scopo di propaganda.

Il Wall Street Journal ha rivelato che nell'ultima settimana il Pentagono ha spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e armamenti. Oltre 150 medici sono inoltre arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania, dove vengono curati i feriti dal fronte. Secondo Axios, martedì un bombardiere a lungo raggio B-1, capace di trasportare 24 bombe da 2.000 libbre (circa 900 chili), è decollato dal Regno Unito per colpire obiettivi dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare iraniano: è la prima missione di questo tipo dalla ripresa dei combattimenti. Trump valuta un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala, che secondo funzionari americani e israeliani potrebbe arrivare entro giorni. Ha inoltre ripetuto la minaccia di colpire "molto presto e molto pesantemente" Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo nell'Iran centrale dove Teheran avrebbe spostato le centrifughe per arricchire l'uranio.

Solo il 29% degli americani sostiene il conflitto secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos pubblicato la settimana scorsa. Secondo un sondaggio di Politico, anche tra gli elettori MAGA, la base più fedele del presidente, la quota di chi ritiene che la guerra valga il suo costo economico è scesa a poco più di un terzo, dal 50% di maggio. Una persona vicina alla Casa Bianca ha detto a Politico che il presidente "è ormai pienamente consapevole che l'unica strada verso la vittoria che vuole è del tutto impossibile politicamente" perché gli americani non sosterrebbero l'escalation necessaria: "Abbiamo più americani morti e una situazione politicamente impossibile". Trump sostiene il contrario: "Gli americani non vogliono la benzina cara, ma non sono contro la guerra", ha detto mercoledì citando un sondaggio che non ha specificato.

La Camera ha approvato mercoledì con 216 voti a favore e 212 contrari la legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari e, con 216 voti a 214, una cornice di bilancio da 95 miliardi che include 73 miliardi aggiuntivi per il Pentagono e le agenzie di intelligence, in gran parte per coprire i costi della guerra. Il consenso bipartisan che di solito accompagna queste leggi è venuto meno: solo sei democratici hanno votato a favore della prima misura e nessuno della seconda, con l'accusa al Congresso di non voler limitare l'uso della forza da parte dell'amministrazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha stimato che la guerra costerà circa 37,5 miliardi di dollari entro la fine di settembre e alcuni capitoli dei bilanci di Marina e Aeronautica, in esaurimento per il conflitto, finiranno entro poche settimane.

La sera, a un comizio in Georgia, il presidente ha detto che gli Stati Uniti "non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz" perché, sommando la produzione americana e quella del Venezuela, controllano "circa il 62% del mercato petrolifero mondiale", ma che continueranno a combattere "perché non possiamo lasciare che l'Iran abbia un'arma nucleare". Ha definito la guerra una "schermaglia" e ha detto che l'Iran vuole un accordo perché "viene colpito così duramente", ma non è pronto a firmarlo. I mediatori del Qatar intanto continuano a trattare con funzionari americani, iraniani e dell'Oman per riaprire lo stretto e fermare i combattimenti, ma Teheran non ha accettato l'ultima proposta.


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Stonfo Spool Bands


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DK10x42 - Un altro digitale è possibile


NIS2, CRA, il Digital Compact e il long game dell'Unione Europea. Più, le ultime notizie sull'Odissea Weizenbaum.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

E siamo arrivati alla fine della decima stagione. Vi lascio con una riflessione, o con un magone, che mi porto dietro da qualche tempo, e poi facciamo il punto sul Weizenbaum, perché mica credevate che mi fosse passata.

Allora, la riflessione è questa. I prodi imprenditori sono ancora lì a menarla con il GDPR che li limita e li costringe e signora mia dove andremo a finire.

Peccato che dall'approvazione del GDPR siano passati dieci anni e otto dalla sua piena applicabilità. Un bambino nato col GDPR nel 2016 oggi sarebbe in quinta elementare. Anche il più scalucco dei genitori, per la quinta elementare ha imparato quel che c'è da imparare. E oserei dire che un figlio è leggermente più impegnativo di una norma. Per essere gente che straparla di adattarsi, superare gli ostacoli e vincere manco fossero marines, gli imprenditori stanno dimostrando la rapidità di movimento delle placche continentali.

Non è che i problemi delle aziende non esistano, ci mancherebbe. Ma il GDPR diceva semplicemente: coi dati personali, da oggi, si lavora in un modo diverso, e poi ti spiegava come doveva essere questo modo diverso.

I problemi che le aziende lamentano, derivano invariabilmente dal voler continuare a lavorare con i dati personali come se il GDPR non ci fosse. Non so voi, io non provo una travolgente compassione.

In questi anni, poi, l'Europa non è rimasta a guardare. Tutti sono in ginocchio davanti al mito dei founder statunitensi, ma io non capisco. È tutta gente brava a reimmaginare il mondo come se fosse stato creato ieri mattina. E grazie Graziella. Gente che "reinventa" i trasporti, le banche, il lavoro, ignorando esplicitamente tutto quello che è stato fatto prima. Salvo poi arrivare alla lenta e dolorosa scoperta del sorprendentemente ovvio, e cioè che esiste un motivo per cui le cose sono fatte in un certo modo.

Se non devo tenere conto dell'omologazione, dei pedoni, dello stato della carreggiata, delle curve, del traffico, della segnaletica, dell'illuminazione, delle condizioni meteo e delle normative di sicurezza, la faccio anch'io la macchina senza pilota.

Senza depositi di garanzia, senza controlli sulla clientela, senza antiriciclaggio, senza evidenze auditabili, una banca è un foglio Excel con l'interfaccia web.

Ricordate quando le criptovalute dovevano sostituire il contante, senza peraltro averne nessuna caratteristica? O di quando il primo fesso che scrive dieci righe in python doveva reinventare i contratti?

Il branco di deficienti sotto ketamina che ha in mano il digitale vive nell'allucinazione generata dalla Fallacia del Programmatore, ricorderete il falso sillogismo:

  1. Si può scrivere un programma per risolvere qualsiasi problema
  2. Io so scrivere programmi
  3. Ergo, io posso risolvere qualsiasi problema.

La fallacia si fonda sull'assunto surreale che ogni problema sia riconducibile all'ottimizzazione di una qualche funzione matematica. Questo è dimostrabilmente falso per quasi tutti i problemi che hanno a che fare con gli esseri umani, ma è in effetti il sogno comune di molti che cercano di affrontare le scienze sociali come se fossero scienze "dure", economisti in testa, tutta gente che

  • cerca di infilare a martellate la realtà nei propri modellini giocattolo,
  • fallisce invariabilmente in ogni previsione o indicazione,
  • eccelle, cambiando di volta in volta le regole, nello spiegare le cose dopo che sono successe
  • e si riduce a fare l'apologetica del darwinismo sociale così gli danno cattedre e consulenze.

Gli algopirla, o techbro, i cazzari del digitale, sono perfino peggio degli economisti, ma questo non significa che le loro azioni siano meno dannose. L'ipotesi di lavoro standard dell'algopirla la possiamo tradurre con "nessuno ha mai pensato a questa cosa", e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: nel migliore dei casi, soluzioni a problemi che nessuno si è mai posto, vedi Bitcoin, o finte soluzioni che creano altri problemi senza risolvere quelli di partenza, vedi per esempio le macchine a guida autonoma.

Ma tutto questo ce lo siamo già detto e ripetuto, oggi mi serve solo per dire questo: non ci vuole niente a fare meglio di qualcosa che esiste semplicemente ignorando i vincoli. Infatti qualsiasi algopirla ci riesce.

Il punto è migliorare qualcosa rispettandone i vincoli operativi: che siano ambientali, giuridici, economici o sociali.

E qui veniamo all'Europa. Mentre gli statunitensi si perdevano nella sbronza palingenetica dei social e della cosiddetta Intelligenza Artificiale, l'Europa ragionava. Ragionava sul fatto che i social e la Rete e l'Intelligenza Artificiale non esistono nel vuoto cosmico, ma che presentano alcuni profili di rischio simili a cose già esistenti (reti telefoniche, editoria, eccetera) e alcuni profili di rischio nuovi.

Così, mentre oltreoceano volevano riscrivere tutto da zero secondo i loro porci comodi, in Europa si cercava di tenere i piedi per terra e di regolare, un pezzo alla volta, questa mandria di tecnologi millenaristi.

Non è che in Europa siamo innamorati del passato. È solo che sappiamo che il passato esiste, a differenza degli statunitensi che pensano che il mondo sia iniziato con loro. Passato non significa solo tradizione, significa esperienza. In Europa sappiamo cosa significa quando l'economia diventa monopolio; quando i media si concentrano troppo; quando il produttore non si assume alcuna responsabilità verso il consumatore.

È stato un viaggio lungo, ma ora tutti i pezzi si compongono in quello che si chiama Digital Compact: l'insieme di leggi che regolamentano l'intero settore del digitale.

Abbiamo già parlato di DSA, DMA, di DORA e dell'AI Act. E della PLD2. Ma c'è anche la NIS2 e, da settembre, il Cyber Resilience Act o CRA.

I soliti frignoni vedono ogni regolamento come uno strato ulteriore di problemi. Ma in effetti ciascun regolamento copre una parte differente delle problematiche di un mondo di prodotti interconnessi, transnazionali e con supply chain complesse.

Il digital compact, come il GDPR, dice una cosa semplice: non si può contiuare a vendere prodotti connessi come se non sapessimo quali rischi portano.

A fare un prodotto connesso, con le tecnologie disponibili, non ci vuole nulla. Anzi, costa spesso meno avere una telemetria che consente adattamenti remoti in tempo reale che avere un prodotto non connesso che funzionare affidabilmente in modo autonomo.

Per esempio, NIS2 richiede che il produttore di prodotti connessi garantisca visibilità e controlli comprovabili sulla sicurezza della connessione.

Il CRA dice, non solo hai l'obbligo della visibilità e della security by design, ma devi anche garantire una traccia auditabile del funzionamento, e pianificare in modo opportuno anche il fine vita del prodotto, oltre a garantire tutti gli aggiornamenti periodici. Che, in parole povere, significa addio all'obsolescenza programmata.

Confrontate questa richiesta con una notiziola che mi ha passato oggi il solito impeccabile Daniele: in tutte le automobili moderne esiste una componente del sistema di telemetria che le rende suscettibili di hackeraggio.

O considerate le migliaia di modelli di telecamere di sorveglianza con password hard-coded o addirittura inesistenti, e traffico in chiaro.

O tutti i sistemi di gestione remota dove ogni singolo tecnico ha accesso all'intera rete di apparati.

Ecco, se fino ad oggi cose del genere erano ovviamente spiacevoli ma dovevamo aspettare che il produttore si degnasse di turare le falle, rigorosamente dopo qualche disastro o data breach epocale, invariabilmente accolto con assoluto stupore, da settembre cominciano a diventare vere e proprie responsabilità che il produttore non può più scaricare su nessuno, e per le quali verrà chiamata a rispondere in solido anche la struttura dirigenziale.

Non so voi, ma se davvero l'IoT, l'Internet delle cose, deve diventare una parte normale del funzionamento del mondo, a me queste richieste di legge sembrano un'assoluta ovvietà.

Abbiamo visto cosa fanno i produttori quando vengono lasciati senza vincoli: libri digitali che paghi ma non sono di tua proprietà e possono venire modificati o cancellati remotamente senza che tu possa farci nulla, accessori connessi (inclusi dispositivi medici) a obsolescenza programmata o che sono impossibili da manutenere senza il beneplacito del produttore, che poi va puntualmente fallito. E, ciliegina sulla torta, produttori che decidono che da domani se vuoi caricare a più dell'80% la batteria della tua auto elettrica devi pagare un extra.

La rete delle cose non può funzionare in queste condizioni. O meglio, non può funzionare per noi che dobbiamo pagarla e usarla, perché i produttori sarebbero felicissimi di continuare su questa strada e trasformare ogni componente connesso in una rendita separata.

L'Europa, con il Digital Compact, ha definito una cornice completamente nuova per il digitale, mettendo fine allo scaricabarile e alla socializzazione dei rischi. In Europa, chi mette sul mercato un prodotto connesso ne risponde, indipendentemente da dove e da chi sono state fatte le parti che lo compongono.

Questo significa che la catena dei fornitori si accorcerà di nuovo? Forse. O forse no. Dove trovare i fornitori è un problema che deve risolvere il produttore, non il legislatore.

Ma se a tutto questo aggiungete che, da Novembre, con la PLD2 il software diventa un prodotto a tutti gli effetti, e chi lo include in un proprio prodotto ne diventa responsabile, capite che l'era dei componenti cinesi a prezzi stracciati incorporati senza alcun controllo (perché i controlli costano, signora mia) è finita. E francamente, non un minuto troppo presto.

Torneremo di sicuro sulle interazioni fra NIS2, CRA e PLD2 perché saranno in molti a frignare. E ci divertiremo.

Nel frattempo cominciamo a dirci che un nuovo digitale è possibile. L'occhiuto Riccardo mi segnala che la Corte Europea ha dato torto a Google Irlanda contro AGCOM con una sentenza epocale: se una piattaforma partecipa alla selezione dei contenuti o partecipa degli introiti che generano, non è più considerabile come "canale neutro", ma ricade nell'ambito della responsabilità editoriale.

Adesso è nero su bianco, e fa giurisprudenza. Anche l'era delle piattafome fintamente neutre sta finendo.

C'è un solo dubbio: i governanti europei saranno all'altezza delle leggi europee? A giudicare dal comportamento della Commissione von der Leyen c'è da nutrire dei dubbi.

Ma i governanti cani si possono cambiare, è il bello della democrazia.

E veniamo alla nostra odissea privata, la riedizione de "Il potere del computer e la ragione umana" di Joseph Weizenbaum. Ricorderete che Gruppo Abele (l'editore italiano) e Macmillan (l'editore inglese) ci hanno fatto sapere di non avere i diritti. Allo stesso tempo Zanichelli ci ha risposto di non avere interesse a pubblicare il titolo e Rizzoli è non dà segni di vita.

Abbiamo scoperto che una edizione inglese più recente è uscita nel '95 per Penguin. Bene, Penguin US ci ha rimandato a Penguin Italia che dice di non avere i diritti, e di provare con Penguin UK. E Penguin UK non risponde alle nostre richieste.

Per essere un'industria che vive di gestione dei diritti, direi che c'è una bella gestione del cazzo, in giro. Ma forse è solo la mia impressione.

Intanto, in Germania, il Weizenbaum Institut non ha idea di chi detenga i diritti sull'opera, e nessuno sa come contattare gli eredi.

Che fare?

Ho chiesto aiuto agli amici avvocati del canale. Con estrema cautela ci stiamo indirizzando verso un'autoproduzione che contenga anche un disclaimer per spiegare che, non essendo riusciti a individuare il detentore dei diritti, procediamo in buona fede con una riedizione no profit a prezzo politico. Dobbiamo ancora decidere se devolvere i proventi in beneficenza o se tenerli a disposizione casomai qualcuno venisse a reclamare le cifre risibili che raccoglieremo.

Ma il punto non sono le cifre. Il punto è che riportare alle stampe questo libro a cinquant'anni dalla prima edizione e a sessant'anni da ELIZA è il colpo più forte che si possa assestare al castello narrativo della cosiddetta Intelligenza Artificiale e alla pretesa che tutto debba cambiare perché ora esistono i modelli linguistici, con buona pace di Sam Altman e dell'ennesima favoletta acchiappatitoli dei suoi sistemi che sono così potenti da eludere i controlli e andarsene in autonomia a hackerare Hugging Face.

Weizenbaum, scrivendo cinquant'anni fa, ridicolizza i manifesti settimanali dei vari Amodei, Altman, e compagnia cantante. Quale miglior contrappasso per questi cialtroni?

E con queste due note di speranza vi lascio. Le ferie sono agli sgoccioli, ma sarà un Agosto di lotta per portare il Weizenbaum a Pordenone il 24 Ottobre.

State bene, riposate, rifate il pieno di energie, perché sarà un autunno caldo.

Ci risentiamo l'8 settembre, per l'undicesima stagione.

Questa voce è stata modificata (18 ore fa)
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Ma Genova ha davvero un problema di sicurezza?


Dalle ronde alle aggressioni contro minori stranieri: in città la paura divide i quartieri, mentre scuole e associazioni provano a fare da argine

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Ronde nei quartieri. Persone migranti minorenni prese a sprangate. Un corteo che finisce a spintoni con tre giornalisti aggrediti. Cosa sta succedendo a Genova? La città guidata dalla giunta della sindaca Silvia Salis, che sta calamitando l’attenzione del campo progressista nazionale, allo stesso tempo è percorsa da tensioni sotterranee in nome della parola più ambigua di tutte: “sicurezza”. L’ultima occasione di scontro è stata la visita in città dell’ex generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che sabato 11 luglio è stato ad Albaro, in una piazza Leopardi blindata, fronteggiato da un presidio di Genova Antifascista. Intanto, in centro – dove il comizio di Vannacci era inizialmente previsto – andava in scena una contro-manifestazione promossa da CGIL e ANPI, diventata un corteo: «Un presidio democratico in risposta al tentativo di Vannacci di occupare il centro di Genova con le sue politiche neofasciste», ha scandito Igor Magni, segretario della CGIL di Genova.
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Proviamo a riavvolgere il nastro. Il primo fotogramma è a Sestri Ponente, la sera di sabato 6 luglio. Uno striscione bianco apre il corteo: “Insieme per la sicurezza”. A lanciare la manifestazione è un gruppo Facebook, “Genova Insicura”, che sui social si descrive così: «Siamo sempre più consapevoli che non esistano più zone o strade che possano dirsi realmente sicure. Il gruppo è stato creato con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni, evidenziando come la situazione sia ormai fuori controllo e quanto sia necessario adottare interventi tempestivi e concreti». Alla marcia aderisce anche l’Unione dei Comitati Genovesi (UCG), e un migliaio di cittadini sfilano lungo via Sestri mostrando i cartelli: “Vogliamo uscire in sicurezza”.

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Il pericolo per le campagne viene dall’Asia


Sette comuni cuneesi inseriti nella “zona infestata”. La Popillia japonica minaccia frutteti, vigneti e campi. Il Piano regionale prova a contenerla, ma secondo gli agronomi contro un insetto così vorace, gli insetticidi non bastano

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Un piccolo coleottero dai riflessi verde metallo e il dorso ramato minaccia i raccolti degli agricoltori piemontesi: frutteti, vigneti, campi di soia e mais hanno già subìto gravi danni. Si chiama Popillia japonica, arriva dall’Asia e, in assenza di predatori naturali, si diffonde indisturbata. Data la sua voracità, riesce ad azzerare interi raccolti. Per gli agricoltori è un incubo che richiama il racconto biblico di una delle piaghe d’Egitto: «Le cavallette assalirono tutto il Paese [...]. Divorarono ogni erba della terra e ogni frutto d’albero; nulla di verde rimase sugli alberi e delle erbe dei campi».

Per evitare questo scenario catastrofico, gli istituti di ricerca, le associazioni di categoria e la Regione Piemonte stanno cercando di affrontare il problema, e non da oggi. I primi esemplari di questo insetto furono avvistati oltre dieci anni fa lungo le sponde del Ticino, e negli anni l’infestazione è arrivata a coinvolgere massicciamente Canavese, Biellese, Novarese, Vercellese, Torinese, Astigiano. E adesso incombe sulla provincia di Cuneo.

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OpenAI lancia Presence, i Galaxy Glasses di Samsung, la Francia approva la legge per gli under 15


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon venerdì,
OpenAI ha appena lanciato un nuovo modo per gestire gli agenti AI all'interno delle grandi aziende. Poi vedremo i Galaxy Glasses — ma non perdetevi anche il video dei tre nuovi pieghevoli di Samsung in fondo alla rassegna. Parleremo dell'approvazione della legge per il ban dei social media per gli under 15 in Francia, e tanto altro ancora, Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Le news di oggi, selezionate a mano.

OpenAI lancia Presence per gestire agenti AI nelle aziende


Intelligenza Artificiale
Presence è un nuovo servizio di OpenAI che fornisce agenti AI dentro le aziende. Il software collega gli agenti a dati interni, policy, software esistenti e flussi di lavoro. Automatizza parti dell'assistenza clienti, delle vendite e attività come problemi di fatturazione, pratiche assicurative e richieste IT dei dipendenti. Le aziende possono testare gli agenti con simulazioni, guardrail, revisione umana e valutatori automatici che controllano gli output. Dopo il lancio lo strumento di vibe coding Codex di OpenAI indaga i problemi e suggerisce aggiornamenti. Il servizio include tecnologia vocale e chat basata su AI. Il setup è svolto "a mano" da ingegneri di OpenAI o partner designati. Secondo Business Insider la mossa serve a entrare nel software aziendale, dove i prodotti sono più difficili da sostituire, mentre la concorrenza sui modelli AI cresce e i prezzi calano.
~
Fonte: Business Insider
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Samsung mostra i Galaxy Glasses con Android XR


Tecnologia
I Galaxy Glasses di Samsung usano il sistema operativo Android XR di Google e arriveranno in autunno. La collezione include almeno quattro montature firmate Gentle Monster e Warby Parker. Gli occhiali non hanno display integrato. Hanno fotocamere per foto e video e microfoni per le funzioni AI; supportano Google Gemini e l'assistente Bixby di Samsung. Si collegano a telefoni Android e orologi Wear OS. Permettono di rispondere alle chiamate, ascoltare musica e scattare foto. Nelle demo del Galaxy Unpacked l'assistente riassume appunti di riunioni e indica i passaggi di una ricetta. La visuale degli occhiali si può usare nelle riunioni di Google Meet. La batteria dura nove ore. Prezzo e data esatta di uscita non sono stati comunicati.
~
Fonte: mashable.com
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La Francia approva il divieto dei social sotto i 15 anni


Politica
Il parlamento francese ha approvato il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni. Senato e Assemblea nazionale hanno votato la legge il 21 luglio. Dal 1° settembre i minori di 15 anni non potranno aprire un account su certe piattaforme (ancora non sappiamo quali). Quest'ultime avranno altri quattro mesi per chiudere gli account già esistenti. Dovranno anche usare sistemi di verifica dell'età approvati dal garante francese della privacy. La Francia è il primo paese europeo con un divieto di questo tipo. L'Australia applica da dicembre un divieto per i minori di 16 anni su Facebook, Snapchat, TikTok e YouTube.
~
Fonte: Reuters
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Approvato in UE il chip di Science Corporation che ridà la vista


Scienza
Il dispositivo PRIMA di Science Corporation ha ottenuto il marchio CE per la vendita in Europa. Il device ripristina una visione funzionale nelle persone che l'hanno persa per degenerazione maculare senile. Un chip viene impiantato dietro l'occhio con un intervento ambulatoriale di un'ora e degli occhiali dotati di telecamera trasmettono le immagini al chip. Un paziente in Francia ha letto un romanzo di 300 pagine, dice l'azienda. La FDA americana ha concesso al dispositivo una designazione che è il primo passo verso una revisione accelerata per due rare forme di cecità. Ogni dispositivo costerà centinaia di migliaia di dollari. Sono in corso trattative con i sistemi sanitari europei sui rimborsi. Il lancio commerciale parte dalla Germania, dove si sono svolti i trial clinici. Il primo intervento potrebbe avvenire a settembre. Il fondatore e CEO di Science Corporation è cofondatore ed ex presidente di Neuralink.
~
Fonte: TechCrunch
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I paesi UE ripristinano la misura temporanea contro la pedopornografia online


Privacy
I 27 paesi dell'Unione europea hanno approvato il ripristino della misura temporanea che consente a Google, Meta e altre piattaforme di rilevare e rimuovere materiale di abusi sessuali su minori senza violare le norme sulla privacy. La misura è stata in vigore dal 2021 ad aprile di quest'anno e ora sarà valida fino al 3 aprile 2028. Il Parlamento europeo aveva dato il via libera due settimane fa. Un emendamento esclude WhatsApp, Telegram, Signal e le altre comunicazioni cifrate end-to-end. I paesi UE precisano che l'esenzione non implica una posizione sulle regole permanenti. È dal 2022 che non si trovano regole definitive ma misure temporanee: la proposta della Commissione divide i sostenitori della sicurezza online e gli attivisti per la privacy preoccupati dalla sorveglianza.
~
Fonte: Reuters
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Tutto quello che è stato annunciato al Samsung Unpacked 2026


engadget.com (eng)

Claude non è un compilatore


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Le tecnologie calme che mi entusiasmano


abhi.now (eng)

Il problema delle startup AI in ipercrescita


x.com (eng)

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Notizie veloci


In lingua inglese.

Apple lancerà nuovi MacBook Air, iMac, MacBook Pro, Neo, Mac mini e Mac Studio


bloomberg.com (eng)

AMD e Anthropic firmano un importante accordo su chip e investimenti


wsj.com (eng)

Tesla addestrerà Optimus con i dipendenti dello stabilimento di Grünheide


electrive.com (eng)

Video del giorno

youtube.com/embed/8Hx2yvWSgs0?…

Il Samsung Z Fold 8


Ecco un ottimo video recap e hands-on delle tre nuove uscite di pieghevoli firmati Samsung.

Vedi video su youtube.com (eng - 9:23)

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Approvato in UE il chip di Science Corporation che ridà la vista


Primi interventi previsti a settembre in Germania.
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In breve:


Il dispositivo PRIMA di Science Corporation ha ottenuto il marchio CE per la vendita in Europa. Il device ripristina una vista funzionale nelle persone che l'hanno persa per degenerazione maculare senile. Un chip viene impiantato dietro l'occhio con un intervento ambulatoriale di un'ora e degli occhiali dotati di telecamera trasmettono le immagini al chip. Un paziente in Francia ha letto un romanzo di 300 pagine, dice l'azienda. La FDA americana ha concesso al dispositivo una designazione che è il primo passo verso una revisione accelerata per due rare forme di cecità. Ogni dispositivo costerà centinaia di migliaia di dollari. Sono in corso trattative con i sistemi sanitari europei sui rimborsi. Il lancio commerciale parte dalla Germania, dove si sono svolti i trial clinici. Il primo intervento potrebbe avvenire a settembre. Il fondatore e CEO di Science Corporation è cofondatore ed ex presidente di Neuralink.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Science Corporation's vision-restoring chip wins EU approval | TechCrunch
"The thing that the space needs is a company making $100 million a year of revenue," Science Corp. CEO Max Hodak said.
TechCrunchTim Fernholz


Alternativa in italiano:

Maculopatia, PRIMA impianto di Science ottiene marchio CE
PRIMA ottiene il marchio CE: il primo impianto retinico che ripristina la visione centrale nei pazienti con maculopatia
INNLIFES

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OpenAI lancia Presence per gestire agenti AI nelle aziende


Automatizza assistenza clienti, vendite e supporto IT.
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In breve:


Presence è un nuovo servizio di OpenAI che fornisce agenti AI dentro le aziende. Il software collega gli agenti a dati interni, policy, software esistenti e flussi di lavoro. Automatizza parti dell'assistenza clienti, delle vendite e attività come problemi di fatturazione, pratiche assicurative e richieste IT dei dipendenti. Le aziende possono testare gli agenti con simulazioni, guardrail, revisione umana e valutatori automatici che controllano gli output. Dopo il lancio lo strumento di vibe coding Codex di OpenAI indaga i problemi e suggerisce aggiornamenti. Il servizio include tecnologia vocale e chat basata su AI. Il setup è svolto "a mano" da ingegneri di OpenAI o partner designati. Secondo Business Insider la mossa serve a entrare nel software aziendale, dove i prodotti sono più difficili da sostituire, mentre la concorrenza sui modelli AI cresce e i prezzi calano.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI Presence Is About to Take Another Leap Into Corporate Software - Business Insider
OpenAI's new Presence product signals its push beyond AI models into business software and AI-powered work.
Business InsiderStephen Council, Alistair Barr


Alternativa in italiano:

OpenAI Presence: arriva il nuovo tool per la knowledge aziendale
Presence porta agenti vocali e chat nelle aziende, con controlli e implementazioni seguite da OpenAI.
Tom's Hardware

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La Francia approva il divieto dei social sotto i 15 anni


Prima legge europea, in vigore dal 1° settembre.
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In breve:


Il parlamento francese ha approvato il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni. Senato e Assemblea nazionale hanno votato la legge il 21 luglio. Dal 1° settembre i minori di 15 anni non potranno aprire un account su certe piattaforme (ancora non sappiamo quali). Quest'ultime avranno altri quattro mesi per chiudere gli account già esistenti. Dovranno anche usare sistemi di verifica dell'età approvati dal garante francese della privacy. La Francia è il primo paese europeo con un divieto di questo tipo. L'Australia applica da dicembre un divieto per i minori di 16 anni su Facebook, Snapchat, TikTok e YouTube.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

French parliament backs social media ban for children under 15 | Reuters
French lawmakers approved on Tuesday a ban on social media access for children under the age of ​15, as concerns grow around the world over the impact social media ‌have on the health and safety of minors.
Reuters


Alternativa in italiano:

La Francia vieterà alcuni social media ai minori di 15 anni
È il primo paese europeo ad aver introdotto il divieto, con una legge che entrerà in vigore nei prossimi mesi
Il Post

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Samsung mostra i Galaxy Glasses con Android XR


In arrivo in autunno.
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In breve:


I Galaxy Glasses di Samsung usano il sistema operativo Android XR di Google e arriveranno in autunno. La collezione include almeno quattro montature firmate Gentle Monster e Warby Parker. Gli occhiali non hanno display integrato. Hanno fotocamere per foto e video e microfoni per le funzioni AI; supportano Google Gemini e l'assistente Bixby di Samsung. Si collegano a telefoni Android e orologi Wear OS. Permettono di rispondere alle chiamate, ascoltare musica e scattare foto. Nelle demo del Galaxy Unpacked l'assistente riassume appunti di riunioni e indica i passaggi di una ricetta. La visuale degli occhiali si può usare nelle riunioni di Google Meet. La batteria dura nove ore. Prezzo e data esatta di uscita non sono stati comunicati.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

At Samsung Galaxy Unpacked on Wednesday, Samsung provided a closer look at its upcoming Galaxy Glasses, which will compete with the Meta Ray-Ban smart glasses.
mashable.com


Alternativa in italiano:

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Checking your Browser… Verifying... Stuck? Troubleshoot Success! Verification failed Troubleshoot Verification expired Refresh Verification expired Refresh Troubleshoot Privacy • Help Verifica automatica in corso...
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I paesi UE ripristinano la misura temporanea contro la pedopornografia online


Google e Meta potranno scansionare fino al 2028.
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In breve:


I 27 paesi dell'Unione europea hanno approvato il ripristino della misura temporanea che consente a Google, Meta e altre piattaforme di rilevare e rimuovere materiale di abusi sessuali su minori senza violare le norme sulla privacy. La misura è stata in vigore dal 2021 ad aprile di quest'anno e ora sarà valida fino al 3 aprile 2028. Il Parlamento europeo aveva dato il via libera due settimane fa. Un emendamento esclude WhatsApp, Telegram, Signal e le altre comunicazioni cifrate end-to-end. I paesi UE precisano che l'esenzione non implica una posizione sulle regole permanenti. È dal 2022 che non si trovano regole definitive ma misure temporanee: la proposta della Commissione divide i sostenitori della sicurezza online e gli attivisti per la privacy preoccupati dalla sorveglianza.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

EU countries to restore interim measure on allowing Big Tech to fight online child pornography | Reuters
EU countries endorsed a proposal on Thursday to reintroduce a temporary ​measure allowing Google , Meta and other online platforms ‌to detect and remove online child sexual abuse materials without breaching privacy rules.
Reuters


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Perché l'America non è un'oligarchia


Su Free Press l'economista scrive che le politiche americane le decidono gli elettori e i gruppi di interesse tradizionali, non i miliardari: nemmeno Musk è riuscito a controllare il governo

L'America non è governata da un'oligarchia, cioè da un piccolo gruppo coeso di persone ricchissime che decide per tutti. Lo sostiene l'economista Tyler Cowen in un'analisi pubblicata sulla testata americana Free Press, in risposta a un argomento usato sempre più spesso dal Partito Democratico: nell'ultimo anno le email di raccolta fondi del partito hanno cominciato a incolpare i "miliardari" della rovina del paese e nelle ultime settimane i progressisti hanno rilanciato una campagna per portare la tassa sui grandi patrimoni al centro delle elezioni di metà mandato. Cowen parla di "billionaire derangement syndrome", sindrome da squilibrio da miliardari, e risponde che la maggior parte delle politiche americane la decidono gli elettori e i gruppi di interesse tradizionali, non i più ricchi.

Nella vita quotidiana gli americani hanno a che fare più con i governi statali e locali che con quello federale, scrive Cowen, e la maggior parte della spesa di questi governi risponde alla domanda degli elettori: va a scuole, strade e, sempre di più, a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito, capitoli che non riflettono le agende dei miliardari. I rimborsi che Medicaid riconosce a ospedali e medici sono relativamente bassi e molti dei migliori medici non accettano nemmeno i suoi pazienti.

Anche nel bilancio federale le voci principali di spesa, cioè Medicare (l'assicurazione sanitaria pubblica per gli anziani), la previdenza sociale, Medicaid, la difesa e gli interessi sul debito, sono per Cowen un misto di programmi popolari e necessari, che non sono stati creati né vengono mantenuti da miliardari o oligarchi. Se c'è un argomento che circola più tra i ricchi che tra gli elettori comuni è che deficit e debito federali siano insostenibili: le élite hanno in genere la preparazione finanziaria per capire che un debito sopra i 39.000 miliardi di dollari è un problema. Ma proprio su questo punto i miliardari non hanno ottenuto nulla e i conti pubblici americani continuano a peggiorare.

Per Cowen la stessa elezione di Donald Trump nel 2016 mostra fino a che punto comandino ancora gli elettori: Trump raccolse per la campagna presidenziale molti meno soldi di Hillary Clinton e la maggior parte delle élite, comprese molte di quelle repubblicane, lo temeva, sosteneva la sua avversaria o entrambe le cose.

Gli elettori perdono invece il controllo, ammette Cowen, sulle politiche poco visibili, difficili da capire e che toccano un numero ristretto di persone: lì vincono molto spesso i gruppi di interesse, che però raramente sono composti da miliardari. Il suo collega economista Alex Tabarrok ha raccontato le pressioni degli avvocati specializzati in cause di risarcimento contro le auto a guida autonoma, forse anche perché quei veicoli sono più sicuri e generano meno cause da cui guadagnare: la maggior parte dei governi locali non ha ancora autorizzato Waymo, la principale azienda di taxi autonomi, a operare sulle proprie strade.

Gli insegnanti difendono i sindacati della categoria, gli idraulici sostengono le licenze professionali che limitano la concorrenza e i medici si oppongono alle leggi che permetterebbero agli infermieri con formazione avanzata di svolgere molte delle loro funzioni. A San Francisco è difficile costruire nuove case soprattutto perché i proprietari attuali non vogliono. A volte questi gruppi di interesse includono miliardari, ma molto spesso no, o li coinvolgono solo in minima parte.

Elon Musk, che di miliardi ne possiede diverse centinaia, è sempre più bersaglio di odio e risentimento, ma qualunque cosa si pensi di lui e delle sue idee politiche, scrive Cowen, non è riuscito a controllare le leve del governo. Il presidente Trump gli ha affidato il volto pubblico del DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa che doveva rivoluzionare l'amministrazione americana: dopo circa quattro mesi Musk era già fuori da quel ruolo, il programma era impopolare sia tra gli elettori sia in Congresso, la spesa pubblica non è diminuita e gran parte della burocrazia è rimasta al suo posto. L'unico risultato che si può attribuire all'influenza di un miliardario è il ridimensionamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti allo sviluppo internazionale.

Musk ha influito molto di più sulle politiche americane con i prodotti delle sue aziende, scrive Cowen: SpaceX, la sua azienda spaziale, ha reso possibile una politica spaziale prima irrealizzabile e Starlink, la sua rete di internet satellitare, ha aiutato l'Ucraina a difendersi dalla Russia. Sono effetti della sua capacità produttiva, non delle pressioni sul governo. E il progetto di un nuovo partito per il pareggio di bilancio, di cui Musk aveva parlato per un periodo, è finito nel nulla.

Cowen riconosce che i benestanti partono avvantaggiati in politica, come in quasi tutto, e che i poveri sono svantaggiati. Le diverse classi di reddito, però, almeno all'interno di ciascun partito, la pensano in gran parte allo stesso modo, anche se i due partiti hanno visioni opposte sulla direzione del paese. Perfino Dylan Matthews, giornalista del sito progressista Vox, è arrivato alla conclusione che l'America non è un'oligarchia.

Cowen ammette anche che il presidente Trump, lui stesso miliardario, usa alcune politiche della sua amministrazione per arricchire sé e i suoi amici, per esempio vendendo a chi cerca influenza una criptovaluta legata alla famiglia, un meccanismo che definisce corrotto e un pessimo modo di governare il paese. Una cosa però è la corruzione di chi sta al potere, un'altra l'ipotesi che gli oligarchi controllino l'intero governo e ne decidano la maggior parte delle politiche. Quelle, nel bene e nel male, restano determinate dai desideri degli elettori o dai gruppi di interesse tradizionali: prendersela con i ricchissimi, conclude Cowen, è solo un altro modo di scappare dai problemi reali del paese.


I progressisti americani rilanciano la tassa sui grandi patrimoni


Una campagna progressista vuole fare della tassa sui grandi patrimoni uno dei temi centrali delle elezioni americane di metà mandato del 2026. L'iniziativa, chiamata Tax the Greedy Billionaires, chiede ai candidati al Congresso di impegnarsi a introdurre un prelievo sui super-ricchi. A raccontarla è il Washington Post. Il caso simbolo è quello di Elon Musk, il cui patrimonio ha superato i mille miliardi di dollari dopo la quotazione in Borsa di SpaceX.

Musk è diventato uno dei simboli più evidenti di questo cambiamento. Nel primo anno della nuova Amministrazione Trump ha avuto un ruolo di primo piano nei tagli alla spesa pubblica e ai posti di lavoro federali, mentre il suo patrimonio continuava ad aumentare. "Nel momento in cui Elon Musk è diventato il primo uomo con un patrimonio da mille miliardi di dollari, dopo aver devastato il nostro governo, è evidente che dobbiamo arginare il potere senza precedenti dei super-ricchi", ha dichiarato il deputato Greg Casar, presidente del Congressional Progressive Caucus.

Ma anche la ricchezza del presidente Donald Trump è aumentata durante il mandato in una misura senza precedenti nella storia presidenziale moderna, osserva il quotidiano. Igor Volsky, direttore della campagna, sostiene che un progetto del genere sarebbe stato impensabile soltanto cinque anni fa. "Negli ultimi due anni abbiamo assistito all'esercizio spudorato di quel potere dei miliardari contro il quale molti ci mettevano in guardia da decenni", ha dichiarato al Washington Post. "È per questo che il tema è ormai entrato nello spirito del tempo".

Il piano "Five & Dime"


La proposta, nota come piano Five & Dime, prevede un'imposta del 5% sui patrimoni familiari netti superiori a 50 milioni di dollari e del 10% su quelli che superano i 250 milioni. Secondo il Tax Policy Center, centro di ricerca promosso congiuntamente dall'Urban Institute e dalla Brookings Institution, una misura di questo tipo produrrebbe entrate per 6.800 miliardi di dollari nei primi dieci anni. Le imposte sul patrimonio si scontrano tuttavia da tempo con ostacoli pratici e giuridici: la difficoltà di attribuire un valore a beni che non hanno un prezzo di mercato facilmente determinabile, il rischio di elusione e i dubbi sulla capacità di un prelievo nazionale di superare un eventuale ricorso costituzionale.

Il deputato democratico della Pennsylvania Chris Deluzio sostiene che una tassa del genere non sia mai stata tanto necessaria. I più ricchi, spiega, accrescono i propri patrimoni grazie ai rendimenti degli investimenti e ottengono liquidità attraverso prestiti garantiti dai loro stessi beni. In questo modo pagano imposte "storicamente basse, proprio mentre la quota di ricchezza detenuta dagli americani più abbienti è aumentata enormemente". "Che insegnanti, pompieri o infermieri possano avere un'aliquota effettiva superiore a quella di un milionario è una follia", ha dichiarato al quotidiano.

La richiesta di tassare maggiormente i ricchi non è nuova: da anni i democratici sostengono che i più ricchi debbano "pagare la loro giusta parte". Durante la campagna presidenziale del 2024, Kamala Harris aveva collegato la concentrazione della ricchezza alla tutela della democrazia, denunciando in particolare l'influenza esercitata sulle elezioni da miliardari come Musk. Oggi, però, l'accento è cambiato.

La nuova campagna parla meno di democrazia e insiste soprattutto sulle conseguenze concrete che la concentrazione della ricchezza produce sulla vita degli altri americani: dagli affitti sempre più elevati nelle città all'aumento dei costi sanitari. Volsky considera ormai "superata" la formula della "giusta parte" e vuole dimostrare anche ai membri più scettici del Congresso che l'opinione pubblica è molto più avanti della politica.

Midterm 2026 · Fisco e disuguaglianza

I progressisti puntano sulla patrimoniale per il voto di midterm

Una campagna chiamata Tax the Greedy Billionaires chiede ai candidati al Congresso di impegnarsi a tassare i grandi patrimoni. Il simbolo è Elon Musk, diventato il primo uomo a superare i mille miliardi di dollari.

Grafica di FocusAmerica 15 luglio 2026

Il patrimonio che ha riacceso il dibattito
Ricchezza di Elon Musk, giugno 2026
Oltre 0
miliardi di dollari

Primo essere umano a superare i mille miliardi, dopo la quotazione in Borsa di SpaceX. Al debutto il patrimonio ha toccato circa 1.100 miliardi.

È il simbolo su cui i progressisti vogliono costruire la campagna: una ricchezza pari a circa 20.000 volte la soglia da cui scatterebbe la nuova tassa.

La proposta

Il piano «Five & Dime»: due aliquote sui patrimoni più grandi


Un prelievo sul patrimonio netto delle famiglie più ricche, diviso in due scaglioni.

0%

5%

10%

Fino a 50 mln $nessun prelievo 50–250 mln $aliquota del 5% Oltre 250 mln $aliquota del 10%

Le aliquote si applicano solo alla parte di patrimonio che supera ciascuna soglia. Schema illustrativo, non in scala.

L’impatto sui conti pubblici

Un gettito stimato di 6.800 miliardi in dieci anni


La stima del Tax Policy Center, il centro studi di Urban Institute e Brookings.

0
miliardi di dollari di gettito nei primi dieci anni

Ma le imposte sul patrimonio si scontrano da tempo con ostacoli pratici e giuridici, che ne rendono incerta l’applicazione.

L’opinione pubblica

Sei americani su dieci sono infastiditi da chi non paga la giusta parte


Quota di adulti «molto infastiditi» dal fatto che alcuni ricchi non paghino la loro giusta parte di tasse. Sondaggio Pew Research Center, gennaio 2026.

Tutti gli adulti 0%

Elettori democratici 0%

Elettori repubblicani 0%

Tra i due schieramenti restano 40 punti di distanza.

Ma i democratici non sono compatti: il governatore della California Gavin Newsom si è opposto a una patrimoniale statale, temendo la fuga dei capitali, pur dicendosi favorevole a un prelievo su scala nazionale.

Gli ostacoli

Perché una patrimoniale resta difficile da applicare


Tocca ogni voce per i dettagli.

1 Quanto vale davvero un patrimonio +

Molti beni non hanno un prezzo di mercato facile da determinare, e attribuirne un valore ogni anno è complicato e contestabile.

2 Il rischio di elusione +

I capitali possono spostarsi o essere occultati. È il timore di Newsom: i più ricchi potrebbero lasciare lo Stato o trasferire altrove i propri beni.

3 I dubbi costituzionali +

Non è chiaro se un prelievo nazionale sul patrimonio possa reggere a un eventuale ricorso davanti alla Corte Suprema.

Nonostante tutto, la campagna vuole imporre il tema già nel midterm e poi trasformarlo in uno dei terreni delle primarie democratiche per le presidenziali del 2028.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati Washington Post, Tax Policy Center (Urban Institute-Brookings) e Pew Research Center (sondaggio 20-26 gennaio 2026). Ricchezza di Elon Musk aggiornata a giugno 2026.

Il consenso cresce, ma i democratici restano divisi


A confermarlo è un sondaggio del Pew Research Center condotto nel gennaio 2026. Circa 6 adulti americani su 10 affermano di essere molto infastiditi dal fatto che i ricchi e le grandi aziende non paghino la loro giusta parte di imposte. Tra gli elettori democratici la quota raggiunge l'81%, contro il 41% dei repubblicani. Non tutti i democratici condividono però questa linea. Il governatore della California Gavin Newsom, ad esempio, si è opposto all'introduzione di una patrimoniale nel suo Stato, sostenendo che spingerebbe i più ricchi ad andarsene o a trasferire altrove i propri capitali, pur dichiarandosi favorevole a un prelievo su scala nazionale. Volsky ha definito la sua posizione "profondamente deludente", ma la considera un'eccezione all'interno del partito.

Sul fronte repubblicano, invece, l'opposizione rimane più netta. Durante un intervento alla Camera, la deputata della North Carolina Virginia Foxx ha accusato i democratici di diffondere "mezze verità" sul modo in cui i più ricchi pagano le imposte. Ad ogni modo Volsky va avanti per la sua strada e punta ora a imporre il tema nel dibattito politico già durante la campagna per le elezioni di metà mandato e, successivamente, a trasformarlo in uno dei principali terreni di confronto delle primarie democratiche per le presidenziali del 2028.


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I casi di morbillo negli Stati Uniti ai livelli più alti degli ultimi 35 anni


Sono 2.295 dall'inizio dell'anno, oltre il totale del 2025. La maggior parte riguarda persone non vaccinate e il paese rischia di perdere lo status di territorio che ha eliminato il virus.

I casi di morbillo negli Stati Uniti hanno raggiunto quota 2.295 dall'inizio dell'anno, il livello più alto degli ultimi 35 anni. La cifra ha già superato il totale di tutto il 2025, secondo un contatore della Johns Hopkins University, una delle principali università americane, che raccoglie i dati delle autorità sanitarie statali e locali.

Il conteggio ha già superato quello dell'intero 2025 di nove casi, secondo lo stesso contatore. Si tratta di un ritorno del virus dopo decenni in cui la malattia sembrava sotto controllo. L'ultima volta che i casi erano stati più numerosi risale al 1991, quando gli Stati Uniti ne contarono 9.643.

La maggior parte dei contagi riguarda persone non vaccinate. Il tasso di vaccinazione complessivo resta relativamente alto, ma le autorità sanitarie avvertono che deve restare sopra il 95 per cento per mantenere l'immunità di gregge, cioè quella soglia di popolazione immunizzata che protegge indirettamente anche chi non è vaccinato, rendendo difficile la circolazione del virus.

Gli stati con più casi segnalati sono South Carolina, Utah, Texas, Florida e Arizona. I Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale americana che sorveglia le malattie infettive, hanno registrato 2.260 casi confermati nel loro ultimo aggiornamento del 16 luglio e hanno segnalato 34 nuovi focolai nel corso dell'anno.

Il morbillo si manifesta con tosse, febbre alta e congiuntivite, oltre alla caratteristica eruzione cutanea, ma può degenerare in complicazioni come gravi infezioni all'orecchio, polmonite ed encefalite, cioè un'infiammazione del cervello che può portare a danni cerebrali permanenti e anche alla morte. In media la malattia uccide tra 1 e 3 bambini contagiati ogni mille.

La ripresa dei contagi minaccia lo status di paese che ha eliminato il morbillo, un riconoscimento internazionale che certifica l'interruzione della trasmissione continua del virus sul territorio nazionale. Gli Stati Uniti rischiano ora di perderlo e la loro posizione sarà riesaminata a novembre. Il ritorno della malattia si concentra nelle aree con bassa copertura vaccinale ed è l'ultimo segnale di un virus che sta tornando a circolare dove le vaccinazioni sono meno diffuse.

Il rimbalzo dei casi arriva in un momento in cui diverse posizioni chiave della sanità pubblica americana restano vacanti, compresi il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention e il surgeon general, la più alta autorità sanitaria del governo federale. Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. in un primo momento aveva minimizzato la pericolosità del virus. In seguito ha detto che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è il modo più efficace per prevenire la diffusione della malattia, pur precisando che vaccinarsi resta una scelta personale.

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Campi scoperti, conti in rosso: perché l'agricoltura italiana teme il clima


In Italia solo il 10% dei terreni è assicurato contro gli eventi estremi: così il maltempo prosciuga la liquidità delle imprese, trasformando l'emergenza climatica in uno shock finanziario.

Il maltempo che ha investito il Centro-Nord italiano nella terza settimana di luglio 2026 ha compromesso migliaia di ettari di coltivazioni, mettendo a rischio non solo i raccolti estivi ma anche la stabilità finanziaria di centinaia di aziende agricole. Oltre ai danni immediati alle colture, emerge con forza il problema strutturale della protezione economica del settore primario. Secondo i dati delRapporto sulla Gestione del Rischio in Agricoltura dell'ISMEA, in Italia poco più del 10% della superficie agricola risulta coperta da polizze contro gli eventi climatici estremi, una percentuale che colloca il Paese tra i meno protetti dell'Unione europea.

La questione non riguarda soltanto la capacità produttiva delle singole imprese. Si tratta di un nodo che intreccia risparmio privato, accesso al credito e pianificazione finanziaria di lungo periodo. Un'azienda agricola colpita da eventi estremi senza adeguata copertura assicurativa si trova costretta ad attingere alle proprie riserve liquide, quando esistono, oppure a contrarre debiti bancari per coprire le perdite e garantire la semina successiva. Stime di settore ed elaborazioni sui bilanci agricoli evidenziano come oltre due terzi delle imprese agricole italiane non dispongano di un fondo di emergenza superiore a tre mesi di spese operative: una vulnerabilità che si traduce in difficoltà immediate quando il meteo azzera mesi di lavoro.

Il divario assicurativo tra Italia e resto d'Europa


L'agricoltura italiana soffre un ritardo strutturale sul fronte della tutela dal rischio meteo. Questo scostamento emerge chiaramente dal confronto con i principali competitor comunitari: mentre l'Italia si ferma a poco più di un decimo della superficie agricola tutelata, la Spagna registra una copertura del 28%, la Germania si attesta attorno al 35% e la Francia supera il 40%, spinta dalle recenti riforme del settore.

Questo divario non deriva dalla mancanza di strumenti normativi. Fin dal 2004 — con l'istituzione del Fondo di Solidarietà Nazionale (D.Lgs. 102/2004) — l'Italia prevede contributi pubblici legati alla PAC che arrivano a coprire fino al 70% del valore del premio assicurativo agevolato. I veri ostacoli sono di natura burocratica e culturale: molte imprese agricole continuano a considerare la polizza un costo rinviabile anziché un investimento di tutela patrimoniale, mentre altre non hanno accesso a informazioni chiare sui meccanismi di contribuzione pubblica.

A complicare il quadro interviene la forte frammentazione fondiaria. Nel Centro Italia, ad esempio, la dimensione media delle aziende agricole si attesta sui 9 ettari, contro una media nazionale di 18. Per queste microimprese sostenere anche solo il premio residuo risulta complesso, complice la frequente assenza di consulenti finanziari o agronomici specializzati in grado di orientarle. Il risultato è una forte esposizione al rischio climatico proprio nei territori in cui la capacità delle famiglie agricole di assorbire shock economici è più limitata.

La risposta delle startup assicurative e delle piattaforme digitali


Negli ultimi tre anni, alcune realtà fintech italiane hanno iniziato a sviluppare soluzioni assicurative parametriche per il settore agricolo, modelli in cui il risarcimento scatta automaticamente al verificarsi di condizioni climatiche predefinite — millimetri di pioggia, temperature, velocità del vento — misurate da stazioni meteorologiche certificate. Questo approccio riduce i costi di perizia e accelera i tempi di liquidazione, rendendo le polizze più accessibili anche per aziende di piccole dimensioni.

Piattaforme come Agricolus e BF Educational hanno integrato moduli di educazione finanziaria nei loro strumenti digitali per la gestione agronomica, aiutando gli agricoltori a comprendere il rapporto tra volatilità del reddito e necessità di protezione. L'obiettivo è colmare il gap informativo: molti imprenditori agricoli non percepiscono l'assicurazione come parte della gestione finanziaria ordinaria, ma come un costo straordinario da sostenere solo in presenza di risorse abbondanti. La realtà è opposta: proprio le aziende con margini ridotti hanno maggiore bisogno di strumenti che stabilizzino il flusso di cassa.

Alcune banche cooperative del Nord Italia stanno sperimentando prodotti di credito condizionato alla sottoscrizione di polizze climatiche. L'idea è semplice: l'istituto concede finanziamenti a tassi agevolati se l'azienda dimostra di aver assicurato almeno il 60% del valore della produzione attesa. In cambio, la banca ottiene una riduzione del rischio di credito, l'impresa agricola accede a liquidità a costi inferiori e acquisisce una protezione contro gli shock esterni.

Il ruolo dell'educazione finanziaria nelle scelte di lungo periodo


La sottocopertura assicurativa rivela un deficit più ampio di cultura finanziaria che attraversa buona parte delle microimprese familiari italiane. Come evidenziato dai report periodici della Consobe del portale nazionale EduFin, la propensione alla pianificazione finanziaria di lungo periodo rimane ancora limitata, spingendo molti imprenditori a gestire il rischio in ottica reattiva anziché preventiva.

Per colmare questo gap, organizzazioni di categoria come Coldiretti e Confagricoltura— spesso in sinergia con la rete dei Condifesa (Asnacodi Italia) — hanno avviato moduli formativi dedicati alla gestione dei rischi meteo-climatici. I primi riscontri sul campo confermano che, all'aumentare della consapevolezza sugli strumenti di contribuzione pubblica, cresce in modo significativo anche la propensione delle aziende a proteggere le proprie produzioni con coperture assicurative.

Il cambiamento climatico rende questi strumenti non più opzionali. L'intensificazione degli eventi estremi — grandinate fuori stagione, bombe d'acqua concentrate in poche ore, siccità prolungate — trasforma la gestione del rischio climatico in una competenza necessaria per la sopravvivenza aziendale. Le aziende agricole italiane devono decidere se affrontare la transizione in modo reattivo, assorbendo le perdite con il proprio risparmio o con debiti crescenti, oppure in modo proattivo, integrando la protezione assicurativa nella pianificazione ordinaria e accedendo agli strumenti pubblici già disponibili.

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Trump fermo al 39%, democratici nettamente avanti per le midterm: i sondaggi Fox ed Emerson


Il tasso di approvazione del presidente resta vicina ai minimi storici. Nel voto nazionale per la Camera, i democratici sono avanti sui repubblicani con un margine compreso tra 7 e 11 punti.

A poco più di 3 mesi di distanza dalle importanti elezioni di midterm, due sondaggi pubblicati questa settimana da Fox News ed Emerson College Polling, tra gli istituti più accreditati del panorama demoscopico statunitense, delineano un quadro sempre più complesso per i repubblicani. L'approvazione di Donald Trump come presidente resta inchiodata al 39%, mentre i democratici guidano il generic ballot, ossia il voto nazionale per la Camera, con un vantaggio compreso tra 7 e 11 punti.

Secondo la rilevazione di Fox News, condotta dal 17 al 20 luglio su 1.003 elettori registrati, il gradimento del presidente è fermo al 39% per il terzo mese consecutivo: appena un punto sopra il minimo storico del 38% registrato nell'ottobre 2017, durante il suo primo mandato. Il dato è inferiore anche a quello di Barack Obama nella stessa fase del secondo mandato, quando nel luglio 2014 si attestava al 42%. I giudizi dell'operato del presidente sui principali dossier sono tutti negativi: sull'economia il rapporto tra approvazione e disapprovazione è del 33% contro il 67%, sull'inflazione del 27% contro il 73%, sull'Iran del 34% contro il 66% e sull'immigrazione del 42% contro il 57%. Emerson, che il 19 e 20 luglio ha intervistato 1.100 probabili elettori, rileva lo stesso tasso del 39% di approvazione, a fronte di una disapprovazione salita al 57%.

★Midterm 2026 · Due sondaggi a confronto
Grafica di Focus America

Trump non si muove dal 39%. Il vantaggio democratico sì


Fox News ed Emerson College fotografano lo stesso quadro: approvazione del presidente ferma per il terzo mese consecutivo e opposizione avanti nel voto per la Camera con un margine tra 7 e 11 punti.

Approvazione di Trump — Fox News ed Emerson concordano
39%

Piatta da tre mesi, a un solo punto dal minimo storico del 38% toccato nell’ottobre 2017. Obama, allo stesso punto del secondo mandato (luglio 2014), era al 42%.

Generic ballot · Emerson, luglio 2025 – luglio 2026
La forbice del voto per la Camera si allarga: 53% a 42%
Tocca il grafico o passaci sopra per i valori mese per mese

Candidato democratico Candidato repubblicano

Il presidente La Camera Verso il 2028

Un presidente in crisi di consensi
Emerson College, 19-20 luglio 2026 · probabili elettori

39%approva l’operato di Trump
57%lo disapprova (+1 in un mese)

I giudizi sui singoli dossier sono tutti negativi
Fox News, 17-20 luglio 2026 · % di elettori registrati
ApprovaDisapprova

Tre elettori su quattro giudicano negativamente le condizioni dell’economia, un dato stabile da sei mesi. Per il 34% l’inflazione ha causato difficoltà economiche «serie», contro il 26% di un anno fa.

Il voto nazionale per la Camera
Intenzioni di voto per un candidato generico · luglio 2026

Nelle contee in bilico nel 2024 (scarto Trump-Harris entro i 10 punti) il candidato democratico sale al 59% contro il 41%. Il 53% è inoltre la percentuale più alta mai registrata da uno dei due partiti nei sondaggi Fox dal 1996.

Chi è più motivato a votare
Fox News · % di elettori «estremamente motivati» a votare a novembre

Di chi si fidano gli elettori, tema per tema
Fox News · vantaggio in punti percentuali del partito ritenuto più affidabile
← RepubblicaniDemocratici →

Ad aprile sull’immigrazione i repubblicani erano avanti di 8 punti: oggi il tema è passato ai democratici. Per Emerson, inoltre, le minacce alla democrazia sono diventate la prima priorità degli elettori (28%, +10 in un mese), superando l’economia (27%).

La cautela del sondaggista Fox Daron Shaw: parte del consenso democratico si concentra in distretti non contesi. Il GOP potrebbe tenere la Camera anche perdendo il voto nazionale di 2–3 punti; con un distacco di 6–7 punti la maggioranza passerebbe probabilmente ai democratici.

Primarie democratiche: Buttigieg in testa
Emerson · intenzioni di voto per la nomination presidenziale 2028

Primarie repubblicane: Vance e Rubio appaiati
Emerson · un solo punto separa il vicepresidente dal Segretario di Stato

Ossoff, al debutto nella rilevazione, entra subito al 13% grazie al voto maschile (18% tra gli uomini, 8% tra le donne). Newsom e Ocasio-Cortez sono più forti tra le donne; Buttigieg raccoglie il 19% in entrambi i gruppi.

Fonte: Fox News Poll, 17-20 luglio 2026, 1.003 elettori registrati, margine di errore ±3 punti; Emerson College Polling, 19-20 luglio 2026, 1.100 probabili elettori, ±2,9 punti.

Democratici avanti, ma la geografia elettorale impone cautela


Sul voto per la Camera, i due istituti differiscono nell'ampiezza del vantaggio democratico, non nella direzione. Per Fox News, un candidato democratico generico raccoglierebbe oggi il 53% dei consensi contro il 46% di un candidato repubblicano generico: un margine di 7 punti di vantaggio, in crescita rispetto ai 5 di aprile. Il 53% è anche la percentuale più alta mai attribuita a uno dei due partiti nel generic ballot dei sondaggi Fox, iniziati nel 1996.

Sempre per Fox News nelle contee in cui nel 2024 il distacco tra Trump e Kamala Harris era rimasto entro i 10 punti, il vantaggio democratico raggiunge addirittura il 59% contro il 41%. Emerson assegna all'opposizione democratica un margine di vantaggio ancora più ampio: 53% a 42%. "A trainare il significativo vantaggio dei democratici sono in particolare le donne, che dicono di essere pronte a votare a favore di un candidato democratico con un margine di 27 punti, 56% a 39%, mentre gli uomini sono più divisi: il 49% sostiene il democratico e il 44% il repubblicano", ha spiegato Spencer Kimball, direttore esecutivo di Emerson College Polling.

Gli stessi autori del sondaggio Fox invitano tuttavia alla cautela nel tradurre il voto nazionale in seggi. "Anche se questi dati sembrano promettenti per i democratici, parte del loro sostegno si concentra in distretti poco contesi, gonfiando i totali nazionali senza però produrre ulteriori seggi alla Camera", ha osservato il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce le rilevazioni di Fox News insieme al suo collega democratico Chris Anderson.

"Le stime migliori che ho visto suggeriscono che il Partito Repubblicano potrebbe conservare la Camera anche se i democratici vincessero il voto nazionale di 2 o 3 punti. Se però il loro vantaggio raggiungesse i 6 o 7 punti, probabilmente riuscirebbero a conquistarla".


A favore dei democratici gioca anche il divario nella motivazione al voto degli elettori: il 68% dei loro sostenitori si dichiara estremamente motivato a votare a novembre, contro il 57% dei repubblicani. Nel campo conservatore, la mobilitazione è sostenuta soprattutto dalla base MAGA, estremamente motivata nel 66% dei casi, mentre tra i repubblicani non MAGA la quota precipita al 41%.

Anche sui singoli temi il quadro premia i democratici. Gli elettori li considerano ora più affidabili su argomenti come disuguaglianza dei redditi, con un vantaggio di 22 punti, sanità (+21), inflazione (+10), economia (+9) e politica estera (+7). I repubblicani conservano invece un margine di vantaggio di 7 punti sulla criminalità. Sull'immigrazione il ribaltamento è netto: ad aprile il Partito Repubblicano era ancora avanti di 8 punti, mentre oggi i democratici sono preferiti di un punto. Emerson registra inoltre un cambiamento nelle priorità dell'elettorato: per la prima volta dall'inizio del secondo mandato di Trump, le minacce alla democrazia sono diventate il tema principale per una pluralità degli intervistati, raggiungendo il 28%, 10 punti in più rispetto a un mese fa. L'economia è scesa invece al 27%.

Buttigieg guida tra i democratici, Vance e Rubio appaiati


Il sondaggio di Emerson guarda anche oltre le midterm, sondando le possibili candidature per la nomination presidenziale nel 2028 in entrambi i partiti. Tra i democratici, l'ex Segretario ai Trasporti Pete Buttigieg è attualmente in testa con il 19%, seguito dal governatore della California Gavin Newsom al 17%. Il senatore della Georgia Jon Ossoff e la deputata progressista Alexandria Ocasio-Cortez sono entrambi al 13%. Più indietro l'ex vicepresidente Kamala Harris all'8%, il governatore del Kentucky Andy Beshear al 7%, quello della Pennsylvania Josh Shapiro al 5% e quello dell'Illinois JB Pritzker al 3%. Gli indecisi sono il 13%.

"Ossoff è stato inserito nel sondaggio sulle primarie democratiche per la prima volta questo mese ed è subito arrivato al 13%, grazie soprattutto al sostegno degli uomini, tra i quali raggiunge il 18%, contro l'8% registrato tra le donne", ha osservato Kimball. Newsom e Ocasio-Cortez risultano invece più forti tra le donne, mentre Buttigieg raccoglie il 19% in entrambi i gruppi. Sul fronte repubblicano, la competizione appare sostanzialmente alla pari tra il vicepresidente JD Vance, al 39%, e il Segretario di Stato Marco Rubio, al 38%. Il governatore della Florida Ron DeSantis e Donald Trump Jr. sono entrambi al 5%, mentre gli indecisi rappresentano il 9%.

Il margine di errore è di ±3 punti percentuali per il sondaggio Fox News, condotto su elettori registrati, e di ±2,9 punti per quello di Emerson, realizzato invece su un campione di probabili elettori.

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OpenAI ammette: i suoi modelli hanno violato Hugging Face in totale autonomia


L'azienda parla di un "incidente senza precedenti": durante un test di sicurezza, i sistemi di intelligenza artificiale di OpenAI hanno trovato autonomamente una via d'uscita dall'ambiente isolato e attaccato Hugging Face per completare la prova.

OpenAI ha ammesso che alcuni suoi modelli di intelligenza artificiale, durante un test interno di sicurezza, sono riusciti a trovare autonomamente una via d'uscita dall'ambiente isolato in cui erano confinati e hanno attaccato Hugging Face, una delle principali piattaforme mondiali per la condivisione di modelli e dataset di IA. La società di San Francisco ha definito l'episodio come un "incidente informatico senza precedenti" e ha aperto un'indagine congiunta con l'azienda colpita.

Il test, denominato ExploitGym, aveva l'obiettivo di misurare le capacità offensive dei modelli e prevedeva la disattivazione intenzionale di alcuni sistemi di sicurezza. L'ambiente di prova era isolato dalla rete e permetteva di installare pacchetti software esclusivamente attraverso un proxy interno, senza un accesso diretto a internet. Secondo il resoconto di OpenAI, i modelli coinvolti, tra cui GPT-5.6 Sol e un sistema ancora più potente non ancora reso pubblico, hanno impiegato una notevole quantità di potenza di calcolo nella ricerca di un varco. Alla fine hanno individuato nel proxy una vulnerabilità zero-day, cioè una falla fino ad allora sconosciuta, e l'hanno sfruttata per raggiungere la rete esterna.

Una volta ottenuto l'accesso, il sistema ha aumentato i propri privilegi e si è spostato lateralmente all'interno dell'infrastruttura di ricerca di OpenAI, fino a raggiungere una macchina collegata a internet. Il modello ha quindi dedotto che su Hugging Face potessero trovarsi le soluzioni delle prove di ExploitGym e ha attaccato l'ambiente di produzione della piattaforma. Combinando credenziali sottratte e la stessa vulnerabilità, è riuscito ad aprire un canale per l'esecuzione di codice da remoto e a penetrare nei server. L'attività è proseguita per l'intero fine settimana e Hugging Face ha successivamente ricostruito oltre 17.000 eventi nei propri registri. La piattaforma aveva annunciato l'intrusione il 16 luglio, attribuendola a un "sistema di agenti IA autonomi di identità ignota". Soltanto martedì OpenAI ha riconosciuto la propria responsabilità.

★Intelligenza artificiale

Fuga dalla sandbox: l’IA di OpenAI attacca Hugging Face


Durante un test interno di sicurezza, due modelli hanno sfruttato una falla sconosciuta per uscire dall’ambiente isolato e rubare le soluzioni della prova dai server della piattaforma.

Grafica di FocusAmerica

17.000+
eventi dell’attacco ricostruiti nei registri di Hugging Face

La catena dell’evasione


Sei passaggi, nessun ordine umano: solo l’obiettivo di superare il test a ogni costo.

  1. 01
    Il test


    Nella sandbox ExploitGym, isolata da internet, due modelli — GPT-5.6 Sol e un sistema non ancora pubblicato — affrontano prove di attacco informatico con i filtri di sicurezza ridotti di proposito.

  2. 02
    La falla


    I modelli scoprono una vulnerabilità zero-day nel proxy interno dei pacchetti software, unico canale verso l’esterno, e la sfruttano per uscire dalla sandbox.

  3. 03
    L’escalation


    Una volta fuori, elevano i propri privilegi e si spostano lateralmente nella rete di ricerca di OpenAI, fino a raggiungere una macchina connessa a internet.

  4. 04
    La deduzione


    I modelli ipotizzano che le soluzioni del test si trovino sui server di Hugging Face e cominciano a cercare un varco nella piattaforma.

  5. 05
    L’attacco


    Con credenziali rubate e nuove falle aprono un canale di esecuzione di codice da remoto nei server di produzione. L’attività prosegue per un intero fine settimana.

  6. 06
    La scoperta


    Il 16 luglio Hugging Face denuncia l’intrusione di un agente IA di identità ignota. Cinque giorni dopo OpenAI ammette: erano i suoi modelli.


Non un caso isolato


Tre evasioni dalla sandbox documentate dai laboratori in quattro mesi.

Aprile 2026

Claude Mythos


Anthropic

Esce dalla sandbox durante un test e ottiene un accesso a internet non autorizzato. Anthropic rinuncia alla pubblicazione: accesso riservato a partner selezionati (Project Glasswing).

Metà luglio 2026

GPT-5.6 Sol e modello pre-release


OpenAI

Evadono da ExploitGym e attaccano la produzione di Hugging Face per rubare le soluzioni del test: è il caso ricostruito qui sopra.

20 luglio 2026

Il modello della congettura di Erdős


OpenAI

Il sistema che a maggio ha confutato la congettura del 1946 evade la sandbox, apre una pull request non autorizzata su GitHub e frammenta i token per aggirare lo scanner. Accesso sospeso, poi riattivato sotto monitoraggio rafforzato.

Il paradosso della difesa


Per analizzare l’attacco, Hugging Face ha dovuto rinunciare all’IA commerciale.

Richiesta bloccata

Modelli commerciali


I filtri di sicurezza non distinguono chi difende da chi attacca: l’analisi dei registri dell’attacco viene rifiutata.

Analisi completata

Modelli open source


La ricostruzione forense dei 17.000 eventi riesce solo con modelli a pesi aperti, eseguiti sui server della piattaforma.

La lezione, per il CEO di Hugging Face Clement Delangue: la sicurezza nell’era dell’IA non può più essere garantita da una singola azienda a porte chiuse, ma richiede collaborazione e trasparenza tra laboratori, ricercatori e piattaforme.


Fonte: OpenAI, Hugging Face, AFPDati aggiornati al 22 luglio 2026

"Ha attaccato persino i sistemi di OpenAI"


"Non ha attaccato soltanto Hugging Face: ha attaccato anche il proprio sistema interno per sfruttarne le vulnerabilità", ha dichiarato all'AFP Hussein Abbass, docente di informatica alla University of New South Wales di Canberra. L'accademico ha definito l'episodio inquietante, sottolineando che l'IA avanzata resta "normalmente nelle mani di persone etiche e responsabili", ma potrebbe diventare "catastrofica se finisse nelle mani di qualcuno intenzionato a nuocere". Per questo, ha aggiunto, il problema deve essere affrontato attraverso uno sforzo collettivo.

Clement Delangue, amministratore delegato di Hugging Face, ha spiegato su X di aver sospettato fin dall'inizio il coinvolgimento di un grande laboratorio di IA, vista la sofisticazione dell'attacco. Ha tuttavia escluso che OpenAI avesse intenzioni malevole, definendo comunque sconcertante il fatto che l'intera operazione sia stata condotta autonomamente. Hugging Face ha inoltre riferito di aver individuato e analizzato l'intrusione ricorrendo in larga parte ai propri sistemi di intelligenza artificiale.

We suspected last week's cyberattack might have come from a frontier lab, given the sophistication of the agent. Turns out it did!

We've spent the past 24 hours working closely with the @OpenAI team (thanks!), and we strongly believe there was no malicious intent on their part.… t.co/XWxGMeMGje
— clem 🤗 (@ClementDelangue) July 21, 2026


La vicenda tocca comunque uno dei nervi scoperti del settore. GPT-5.6 e la serie Mythos della rivale Anthropic hanno suscitato forti timori per la capacità di superare le difese informatiche, al punto da spingere entrambe le aziende a limitarne o rinviarne la diffusione sotto la pressione delle autorità di Washington, preoccupata per un possibile impiego da parte di potenze rivali contro infrastrutture critiche statunitensi.

Non sarebbe, inoltre, l'unico caso emerso negli ultimi giorni. OpenAI ha reso noto un secondo episodio riguardante il modello che a maggio aveva confutato, attraverso un controesempio, la congettura di Erdős sulle distanze unitarie, rimasta aperta dal 1946. Durante una prova interna, il sistema avrebbe individuato una falla nella sandbox, ottenuto l'accesso a GitHub e inviato autonomamente una richiesta di modifica al codice, violando l'istruzione di pubblicare i risultati esclusivamente su Slack. Nello stesso periodo avrebbe anche frammentato e offuscato i token di autenticazione nel tentativo di aggirare lo scanner di sicurezza. OpenAI ne ha quindi sospeso l'accesso interno.

Anche Anthropic, ad aprile, avrebbe osservato il suo modello Mythos uscire dalla propria sandbox durante un test e ottenere un collegamento a internet non consentito. La società avrebbe successivamente rinunciato alla pubblicazione del sistema, riservandone l'accesso a un numero limitato di partner attraverso il programma Project Glasswing.

Un modello concentrato soltanto sul risultato


Dal debriefing di Hugging Face emerge anche un ulteriore elemento significativo. Quando i tecnici hanno tentato di utilizzare modelli commerciali di intelligenza artificiale per analizzare il codice dell'attacco, i sistemi si sono rifiutati di collaborare. I filtri di sicurezza non erano infatti in grado di distinguere tra un ricercatore impegnato nell'analisi di dati reali e un aggressore intenzionato a sfruttarli. Le richieste sono state quindi bloccate, costringendo l'azienda a ricorrere a modelli di intelligenza artificiale open source per completare l'analisi forense.

Secondo OpenAI, il suo modello non era mosso dall'obiettivo di causare danni o sottrarre informazioni riservate, ma esclusivamente da quello di ottenere il punteggio più alto possibile nel test. Una volta rimossi i principali vincoli di sicurezza, il sistema avrebbe interpretato ogni ostacolo — dall'isolamento della rete alle difese informatiche di un'altra azienda — come un semplice problema da risolvere per completare il compito assegnato.

Delangue ha riassunto la lezione da quanto successo affermando che la sicurezza nell'epoca dell'intelligenza artificiale non può più essere garantita segretamente da una singola azienda, ma richiede piuttosto una stretta collaborazione, maggiore trasparenza e un confronto aperto tra laboratori, ricercatori e piattaforme di intelligenza artificiale.

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Garmin CIRQA Smart Band: caratteristiche, funzioni, prezzo e disponibilità


Garmin amplia la propria gamma di dispositivi indossabili con CIRQA Smart Band, un nuovo tracker dedicato al monitoraggio della salute, del sonno e dell’attività fisica. Il dispositivo si distingue per un design essenziale, privo di display, e per la possibilità di utilizzare le funzioni disponibili senza sottoscrivere un abbonamento. I dati vengono raccolti durante la giornata e possono essere consultati attraverso l’app Garmin Connect.

L’assenza dello schermo consente alla fascia di mantenere una struttura discreta e di ridurre notifiche e distrazioni al polso. CIRQA Smart Band è progettata per essere indossata in modo continuativo durante le normali attività quotidiane, gli allenamenti e il riposo notturno. L’autonomia dichiarata raggiunge i 10 giorni, limitando la frequenza delle ricariche e favorendo una raccolta costante dei parametri personali.

Il modulo centrale è integrato in una fascia in tessuto pensata per offrire comfort anche durante un utilizzo prolungato. Il tracker può essere indossato al polso oppure al braccio, in base al tipo di attività svolta o alle preferenze durante il sonno. Le colorazioni annunciate sono Citron Gray, Mauve, French Gray, Dark Olive, Captain Blue, French Blue e Black.

Nonostante l’assenza di un’interfaccia visiva, il dispositivo dispone di un pulsante laterale che consente di avviare rapidamente un’attività preferita. La configurazione, la gestione delle funzioni e la consultazione dei risultati avvengono invece tramite Garmin Connect, dove vengono organizzate le informazioni relative a salute, riposo e allenamento.

Indossata sia di giorno sia di notte, Garmin CIRQA Smart Band monitora diversi parametri legati al benessere. Tra questi figurano la frequenza cardiaca, i livelli di stress, la temperatura cutanea e la saturazione dell’ossigeno nel sangue attraverso la funzione Pulse Ox.

È presente anche Body Battery, la funzione Garmin che combina dati relativi al riposo, allo stress e alle attività svolte per stimare il livello di energia disponibile durante la giornata. Le informazioni raccolte vengono mostrate nell’app e possono essere analizzate nel tempo per ottenere una panoramica delle proprie abitudini.

Garmin specifica che Pulse Ox non rende la fascia un dispositivo medico e che la funzione non è destinata alla diagnosi o al monitoraggio di condizioni cliniche. La sua disponibilità può inoltre variare in base al Paese.

Il monitoraggio prosegue anche durante la notte. CIRQA Smart Band registra le diverse fasi del sonno, assegna un punteggio complessivo e fornisce indicazioni sulla durata ottimale del riposo. Vengono rilevate anche la variabilità della frequenza cardiaca, indicata come HRV, la frequenza respiratoria e gli eventuali sonnellini effettuati durante il giorno.

Questi dati permettono di osservare la relazione tra qualità del sonno, stress, attività fisica e recupero. La fascia in tessuto e l’assenza di un display sono pensate per facilitare l’utilizzo notturno senza introdurre notifiche o elementi luminosi visibili al polso.

Per quanto riguarda il fitness, il tracker registra passi, calorie consumate e altre metriche quotidiane. Supporta inoltre più di 80 attività sportive, tra cui camminata, yoga, padel e boxe, con la possibilità di riconoscere automaticamente diversi tipi di esercizio.

Le sessioni rilevate possono essere controllate e modificate successivamente all’interno di Garmin Connect. Quando un’attività viene confermata o corretta, la smart band utilizza queste informazioni per migliorare la classificazione degli allenamenti successivi. In alternativa, è possibile selezionare un’attività preferita e avviarla manualmente con il pulsante laterale.

Tra le metriche disponibili figura Training Readiness, che aiuta a valutare se il corpo è pronto ad affrontare un allenamento intenso oppure se è consigliabile scegliere una sessione più leggera. Il dispositivo permette inoltre di monitorare VO2 max, HRV Status e Training Status, parametri utilizzati per seguire l’evoluzione della condizione fisica e l’efficacia dell’allenamento.

Al termine di ogni sessione è possibile consultare i benefici dell’attività svolta e una stima del tempo necessario per il recupero. Queste informazioni vengono integrate con i dati raccolti durante il giorno e durante il sonno, offrendo un quadro complessivo all’interno dell’app Garmin Connect.

CIRQA Smart Band utilizza il GPS dello smartphone collegato per registrare con precisione il percorso di corse, camminate e uscite in bicicletta. Per salvare la traccia completa dell’attività è quindi necessario portare con sé un iPhone o uno smartphone Android compatibile.

La connessione con lo smartphone consente anche di utilizzare LiveTrack, la funzione Garmin che permette di condividere in tempo reale la posizione e il percorso con amici o familiari. La gestione della condivisione avviene attraverso Garmin Connect.

Il nuovo tracker può essere utilizzato come dispositivo principale oppure affiancato a uno smartwatch Garmin. La fascia consente infatti di continuare a raccogliere dati nei momenti in cui non si desidera indossare un orologio, mantenendo le informazioni relative a salute, sonno, stress e allenamento all’interno dello stesso ecosistema.

Garmin CIRQA Smart Band sarà disponibile sul sito ufficiale Garmin a partire dal 24 luglio 2026, con un prezzo di vendita consigliato di 199,99 euro.

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Troy Jackson è leggermente avanti su Susan Collins nella corsa al Senato in Maine


Per l'Università del New Hampshire il probabile candidato democratico è al 49% contro il 46% della senatrice repubblicana. Il 53% degli abitanti del Maine ha un'opinione negativa di lei

Troy Jackson, il probabile candidato democratico al Senato in Maine, parte leggermente avanti sulla senatrice repubblicana Susan Collins. Secondo un sondaggio dell'Università del New Hampshire, il 49% dei probabili elettori voterebbe oggi per Jackson e il 46% per Collins, con il 2% orientato su un altro candidato e il 3% di indecisi. Il distacco rientra nel margine di errore, quindi i due sono di fatto alla pari, ma è la prima rilevazione pubblica da quando Jackson è emerso come favorito per la nomination e fotografa una corsa aperta contro una senatrice in carica da cinque mandati. Jackson raccoglie l'88% dei democratici ed è avanti tra gli indipendenti (46% a 42%), mentre il 99% dei repubblicani sta con Collins.

Il partito democratico del Maine sceglierà formalmente il suo candidato sabato 25 luglio in una convention a Bangor, dopo che Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, si è ritirato all'inizio del mese in seguito a un'accusa di stupro da parte di un'ex fidanzata. Jackson, ex presidente del Senato statale, ha di fatto già chiuso la partita: nei caucus di contea del fine settimana, le assemblee locali in cui sono stati scelti i delegati alla convention, ha conquistato almeno 456 dei 601 delegati e i suoi principali rivali, tra cui la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows e l'ex responsabile della sanità pubblica statale Nirav Shah, hanno lasciato la corsa.

Il 51% di chi ha votato alle primarie democratiche di giugno vuole Jackson come candidato, contro il 26% che preferirebbe Shah e l'11% che indica Bellows. Il consenso è trasversale: lo sceglie il 51% di chi alle primarie aveva votato Platner e il 49% di chi aveva votato la governatrice Janet Mills, con punte tra chi si definisce socialista (72%) e progressista (60%). Il ritiro di Platner è stato giudicato la decisione giusta dal 74% degli abitanti del Maine, compreso il 78% di chi lo aveva votato.

Sondaggio · Maine
Troy Jackson avanti di 3 punti su Susan Collins nella corsa al Senato
15-20 luglio 2026 · 1.178 elettori probabili (±2,9%) · Università del New Hampshire
Focus America

Candidato%

Troy Jackson
Democratico

49,0%

Susan Collins
Repubblicana

46,0%

Un altro candidato

2,0%

Indecisi

3,0%

Elaborazione di Focus America su dati del Pine Tree State Poll dell'Università del New Hampshire

Jackson è anche il più popolare dei due sfidanti: il 37% degli intervistati ha un'opinione favorevole di lui e il 32% sfavorevole, mentre il 15% non lo conosce abbastanza per giudicarlo. Collins è al 35% di giudizi favorevoli contro il 53% di sfavorevoli, con meno dell'1% che non sa esprimersi su di lei, in un anno di elezioni di metà mandato complicato per i repubblicani con il presidente Donald Trump alla Casa Bianca.

Il punto di forza della senatrice resta la capacità di portare fondi federali allo stato, che ha sempre rivendicato come suo merito: il 53% degli abitanti la giudica brava o molto brava su questo terreno. Maggioranze risicate la bocciano però sui suoi voti sulle leggi principali (51%), sulle conferme dei membri del governo (51%) e su quelle dei giudici della Corte Suprema (53%).

I democratici considerano Collins vulnerabile e vedono nel suo seggio una delle occasioni migliori per riconquistare la maggioranza al Senato: la sfida del Maine sarà una delle corse più seguite e costose del paese.

Nella corsa per la carica di governatore la democratica Hannah Pingree è avanti con il 49% sul repubblicano Bobby Charles, fermo al 35%, e sull'indipendente Rick Bennett, al 6%, con l'8% di indecisi. Nessuno dei tre è particolarmente popolare: il saldo tra giudizi favorevoli e sfavorevoli è di -6 punti per Pingree e di -12 per Charles, mentre più della metà degli intervistati (52%) non conosce abbastanza Bennett per esprimersi.

Il 48% degli abitanti del Maine vuole mantenere il ranked-choice voting, il sistema con cui gli elettori mettono i candidati in ordine di preferenza: se nessuno supera il 50% dei primi voti, i candidati con meno consensi vengono eliminati e le loro preferenze successive redistribuite fino a quando qualcuno raggiunge la maggioranza. Il 44% è invece contrario, dopo che quest'anno il meccanismo ha ritardato di dieci giorni i risultati completi delle primarie per il Senato e per la carica di governatore e Charles ne ha chiesto l'abolizione. Il giudizio segue le linee di partito: l'84% dei democratici lo sostiene, l'87% dei repubblicani lo vuole eliminare. Il sondaggio è stato condotto online tra il 15 e il 20 luglio su 1.236 residenti del Maine, con un margine di errore di 2,8 punti.


I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


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Mai così tanti arresti di immigrati da quando Trump è presidente


L'ICE ha arrestato più di 43.000 persone a giugno e il ritmo cresce ancora a luglio. La strategia di Mullin è più silenziosa delle grandi operazioni del 2025, ma ha già causato due nuove uccisioni
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A giugno gli agenti federali dell'immigrazione hanno arrestato 43.138 persone negli Stati Uniti, il numero più alto da quando il presidente Trump è tornato in carica a gennaio 2025, secondo un'analisi del Guardian sui dati pubblicati lunedì dall'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione. Per trovare un mese con più arresti bisogna tornare al maggio del 2019, quando però la maggior parte dei fermi avveniva al confine con il Messico, mentre oggi quasi tutti gli arresti avvengono all'interno del paese. Il ritmo è aumentato ancora a luglio: nei primi 11 giorni del mese gli arresti sono stati 16.213, una media di oltre 1.400 al giorno.

I nuovi numeri chiudono il rallentamento seguito ai fatti di gennaio, quando gli agenti dell'immigrazione uccisero due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, durante una grande operazione a Minneapolis. Le uccisioni provocarono proteste in tutto il paese e uno scontro al Congresso sui fondi dell'agenzia. Trump sostituì allora la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem con Markwayne Mullin, che promise di allontanare l'agenzia dai titoli dei giornali.

Immigrazione · Stati Uniti
Mai così tanti immigrati arrestati da quando Trump è presidente
Ingressi mensili in detenzione ICE per arresti di ICE e CBP — dati all'11 luglio 2026
Focus America

Amministrazione Biden
Amministrazione Trump
Mese parziale

0
10k
20k
30k
40k

43.138

ott '24 gen '25 apr lug ott gen '26 apr lug

Elaborazione di Focus America su dati di ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il dato conta le persone entrate ogni mese in detenzione ICE dopo un arresto di ICE o CBP e può sottostimare il totale degli arresti. Settembre 2025 e luglio 2026 sono mesi parziali.

Le grandi operazioni concentrate in singole città, come quelle condotte nel 2025 a Los Angeles, Chicago e Minneapolis, non sono più state ripetute. Gli arresti ora avvengono in modo routinario e silenzioso: nei luoghi di lavoro, fuori dalle abitazioni, durante i controlli stradali o quando gli immigrati si presentano agli appuntamenti obbligatori negli uffici dell'ICE. In molti casi a fermare le persone sono polizie locali e sceriffi delegati dal governo federale ai controlli sull'immigrazione. I volontari che in alcune città sorvegliavano i movimenti degli agenti per avvisare le comunità dicono di avere sempre più difficoltà a capire dove l'agenzia stia operando.

"Sommando tutto, stanno facendo anche più di prima", ha detto a Bloomberg David Bier, direttore degli studi sull'immigrazione del Cato Institute, un centro studi libertario. "Vediamo comportamenti molto simili a quelli di Los Angeles, Chicago e Minneapolis, ma in modo diffuso: compaiono in Maine e allo stesso tempo a Houston".

La nuova strategia ha già portato ad altre due uccisioni. Il 7 luglio a Houston gli agenti hanno ucciso Lorenzo Salgado Araujo, un cittadino messicano di 52 anni che viveva negli Stati Uniti da più di trent'anni, mentre cercavano di fermare il suo furgone. Meno di una settimana dopo, durante un controllo stradale a Biddeford, in Maine, è stato ucciso Joan Sebastián Durán Guerrero, un colombiano di 25 anni. Le autorità federali hanno ammesso che nessuno dei due era l'obiettivo delle operazioni, ma hanno difeso le sparatorie come necessarie a proteggere gli agenti e il pubblico. Mullin aveva sospeso i controlli stradali dopo le due morti, ma Trump ha annullato la decisione definendo i fermi dei veicoli uno degli strumenti "più importanti ed efficaci" dell'agenzia. Le due uccisioni hanno provocato nuove proteste in diverse città contro un sistema di controlli già molto contestato.

Le persone detenute nei centri dell'ICE erano 65.765 all'11 luglio, circa 5.450 in più rispetto a inizio aprile e poco sotto il record di 70.770 toccato a gennaio. Come avviene dall'estate del 2025, i detenuti senza alcun precedente penale restano più numerosi sia di quelli con condanne sia di quelli con accuse pendenti: all'11 luglio il 29% dei detenuti aveva una condanna e il 31% aveva accuse in corso. La popolazione senza precedenti è anche quella che cresce più in fretta: nei primi 11 giorni di luglio è aumentata del 20% rispetto a giugno, da quasi 22.000 a oltre 26.000 persone, contro il 5% delle altre due categorie. Le vittime di Houston e del Maine rientrano in quelli che il governo chiama arresti "collaterali", cioè di persone che non erano il bersaglio dell'operazione e che spesso non hanno precedenti né accuse.

La Casa Bianca ha chiesto agli agenti di puntare a 2.000 arresti al giorno, secondo fonti interne all'agenzia citate da CBS News, anche se il dipartimento per la Sicurezza interna nega l'esistenza di quote. I ranghi dell'ICE si sono intanto ingrossati grazie a una campagna di assunzioni finanziata dalla grande legge di spesa repubblicana del 2025, che ha destinato al dipartimento 70 miliardi di dollari in più. Dall'inizio del secondo mandato di Trump le espulsioni sono state più di 590.600, un ritmo ancora lontano dall'obiettivo del presidente di oltre un milione di arresti ed espulsioni all'anno. Per i falchi dell'immigrazione non basta: "I numeri dovrebbero essere alle stelle", ha detto Mike Howell, ricercatore della Heritage Foundation, un centro studi conservatore.

Mullin rivendica i risultati e la scelta della discrezione, dicendo che gli arresti stanno battendo "record giornalieri ogni singolo giorno". "Ho abbassato la temperatura del fornello per far funzionare le cose senza farle traboccare", ha detto venerdì ai giornalisti. "Quando dico che ho abbassato la temperatura, l'ho abbassata con voi. Per le strade stiamo alzando il fuoco: lavoriamo più che mai". Tom Homan, il responsabile della Casa Bianca per i confini, ha detto a Fox News che "l'ICE non sta affatto lasciando le strade".

Dal 2019 il Congresso obbliga l'ICE a pubblicare ogni due settimane i dati su arresti, detenzioni ed espulsioni, ma l'agenzia non li aggiornava da inizio aprile. Il ritardo aveva irritato parlamentari di entrambi gli schieramenti, oltre a giornali, accademici e organizzazioni non profit che chiedevano i numeri. Il dipartimento lo ha attribuito alla serie di "shutdown", i blocchi delle attività del governo causati dagli scontri sul bilancio.


Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.


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Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 ufficiali: i nuovi pieghevoli AI che cambiano il modo di lavorare e divertirsi


Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
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Samsung ha annunciato ieri la nuova serie Galaxy Z, con il debutto di Galaxy Z Fold8 in un innovativo form factor. Quest'ultimo, in particolare, porta gli standard Ultra di Galaxy nel mondo dei pieghevoli, offrendo il massimo della produttività e della creazione di contenuti grazie a uno spazio di lavoro più ampio. Frutto di sette generazioni di innovazione nei dispositivi pieghevoli e di una profonda conoscenza delle esigenze dei consumatori, la nuova serie Galaxy Z offre una scelta più ampia che mai, con tre esperienze distinte progettate per rispondere a esigenze diverse.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoliSamsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoli
Galaxy AI è stata ottimizzata per ciascuno di questi form factor; il multitasking è ancora più semplice sugli ampi schermi di Galaxy Fold8 e Galaxy Fold8 Ultra, mentre la FlexWindow progettata per l’AI di Flip8 mantiene informazioni rilevanti e scorciatoie sempre a portata di mano.

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Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3
Il display esterno in formato 10:16 garantisce un'esperienza pratica per le attività quotidiane, mentre lo schermo interno 4:3 offre una superficie più ampia e immersiva per guardare video, giocare, leggere articoli ed e-book o lavorare con più contenuti contemporaneamente, adattandosi in modo naturale alle diverse modalità d'uso. La nuova tecnologia Flex Titanium di Samsung introduce una struttura del display basata sul titanio, progettata per rendere i dispositivi pieghevoli più sottili senza comprometterne la resistenza. Grazie alla combinazione di una pellicola in lega di titanio e di una piastra in titanio migliorata, Flex Titanium contribuisce a ridurre la visibilità la piega. Galaxy Z Fold8 perfeziona anche l’esperienza di apertura del dispositivo, bilanciando meccanica della cerniera, tensione del display e forza magnetica offrendo un’apertura più fluida, leggera e naturale.
In tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evolutaIn tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evoluta

Esperienza fotografica versatile e intuitiva


Galaxy Z Fold8 è pensato per aiutare gli utenti a catturare e condividere gli attimi che attirano la loro attenzione. Che si tratti di un paesaggio, di una foto di gruppo o di un momento spontaneo in movimento, Galaxy Z Fold8 rende più semplice scattare, modificare e condividere foto e video nella vita di tutti i giorni.
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Z Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggioZ Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggio
Sul fronte fotografico, Galaxy Z Fold8 Ultra punta su una fotocamera principale da 200 MP con supporto HDR anche alla massima risoluzione, per immagini ancora più dettagliate e realistiche. La nuova ultra-grandangolare da 50 MP migliora la qualità di paesaggi, foto di gruppo e scatti macro, mentre la modalità Nightography aggiornata assicura foto e video più luminosi e definiti anche in condizioni di scarsa illuminazione. Per i creator, completano la dotazione la registrazione video in 8K con codec APV e la funzione Cine LUT, che permette di ottenere direttamente dallo smartphone un look cinematografico.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

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La batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomiaLa batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomia

Galaxy Z Flip8


Galaxy Z Flip8 è progettato per coloro che desiderano uno smartphone dinamico quanto il proprio stile di vita. Pensato per interazioni rapide, espressione personale ed esperienze AI, Z Flip8 porta la potenza di Galaxy AI ancor più vicino all’uso quotidiano grazie a una FlexWindow ripensata e alla versatilità unica del formato Flip. Con un peso di appena 180 g1 e uno spessore di soli 6,1 mm, è il Galaxy Z Flip più sottile e leggero di sempre, ideato per mettere informazioni, azioni e creatività sempre a portata di mano.
La nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esternoLa nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esterno

FlexCam per selfie più espressivi


Galaxy Z Flip8 potenzia l’esperienza fotografica distintiva di Samsung sui dispositivi Flip, trasformando i momenti quotidiani in contenuti ancora più creativi grazie ad angolazioni flessibili, anteprime in tempo reale e strumenti esclusivi per Flip. Da scatti senza mani all’anteprima in tempo reale, dai video selfie sul display esterno ai caratteristici mirror selfie, Galaxy Z Flip8 consente di creare, controllare e condividere contenuti di qualità senza il bisogno di usare accessori aggiuntivi.
Dalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntiveDalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntive
Galaxy Z Flip8 migliora l'esperienza fotografica con una fotocamera da 50 MP supportata dal ProVisual Engine, che assicura selfie più dettagliati, tonalità della pelle naturali e un effetto bokeh più realistico. La Modalità Flex permette di scattare foto e registrare video a mani libere da diverse angolazioni, mentre il Camcorder Grip e lo stabilizzatore con funzione Blocco orizzontale garantiscono riprese più fluide anche in movimento. Completano le novità Scatto personalizzato, per sfruttare al meglio la FlexWindow nei selfie, e Vista specchio, che trasforma il display esterno in uno specchio per controllare rapidamente il proprio look.

Disponibilità e prezzi


Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8 sono già disponibili per il preordine. Tutti i modelli saranno disponibili in Italia nelle colorazioni Graphite e Cream; Galaxy Z Fold8 Ultra sarà inoltre disponibile nella variante Violet Shadow e in quella Green Shadow, quest’ultima esclusiva online; Galaxy Z Fold8 nella colorazione Lavender e in quella esclusiva online Pistachio; e Galaxy Z Flip8 nella variante Pink e Mint, quest’ultima esclusiva online.

Galaxy Z Fold8 Ultra sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.499 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.899 euro.

Galaxy Z Fold8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.099 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.699 euro.

Galaxy Z Flip8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 1.379 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 1.579 euro.

Per chi acquista su Samsung.com e Samsung Shop App i nuovi Galaxy serie Z può approfittare di vantaggi fino al 6 agosto 2026.

Consigliato da Techpertutti

Samsung Galaxy Z Flip7


Il Samsung Galaxy Z Flip7 è lo smartphone pieghevole compatto pensato per chi cerca design, praticità e funzionalità AI in un unico dispositivo

  • 📷 Fotocamera da 50 MP con Galaxy AI: selfie e foto di alta qualità, modalità Flex e strumenti intelligenti per scatti creativi.
  • 📱 Design pieghevole compatto: leggero, elegante e facile da trasportare

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Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per evitare danni alla batteria


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Tramonti da condividere, mappe da consultare durante un viaggio on the road, playlist per le giornate in spiaggia e centinaia di foto per immortalare i momenti più belli delle vacanze. In estate lo smartphone diventa ancora più protagonista delle nostre giornate. Proprio durante la stagione in cui lo utilizziamo di più, però, il dispositivo è esposto a condizioni che possono comprometterne le prestazioni nel lungo periodo. Se l'acqua è il rischio più evidente, il vero nemico è spesso invisibile: il calore. Lasciare il telefono sotto il sole, sul lettino in spiaggia o sul cruscotto dell'auto per pochi minuti può esporre la batteria a temperature elevate, accelerandone il deterioramento. Secondo gli esperti di Swappie, temperature superiori ai 35°C possono infatti incidere negativamente sulla capacità della batteria nel tempo.

"Molti utenti associano i problemi estivi degli smartphone all'acqua o alla sabbia, ma in realtà il calore rappresenta uno dei fattori più critici per la salute della batteria. Piccoli accorgimenti possono contribuire a preservarne le prestazioni più a lungo", commenta Pavel Tšukrejev, di Swappie.



Nothing Phone (4b) ufficiale: Snapdragon, AMOLED 120 Hz e AI
Nothing Phone (4b) porta l’esperienza Nothing a un nuovo livello con processore Snapdragon, display Super AMOLED a 120 Hz, fotocamera da 50 MP con stabilizzazione ottica (OIS) e le nuove funzionalità Essential AI.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Il “galateo” dello smartphone in vacanza: le 5 Summer Tip di Swappie


  1. Evita il sole diretto: che si tratti del lettino in spiaggia o del cruscotto dell’auto, lasciare lo smartphone esposto ai raggi del sole può far aumentare la sua temperatura interna. Meglio riporlo in un posto all’ombra o all’interno di una borsa;
  2. aspetta che si raffreddi prima di caricarlo: dopo una lunga sessione di scrolling, la visione di un video o diverse ore sotto il sole, è consigliabile attendere qualche minuto prima di collegare il dispositivo al caricatore. La ricarica genera ulteriore calore e può aumentare lo stress della batteria;
  3. limita le attività più energivore nelle ore più calde: video in alta definizione, videogiochi, hotspot Wi-Fi e app particolarmente pesanti possono contribuire all'aumento della temperatura del telefono. Nelle giornate più torride è utile ridurne l'utilizzo o disattivare temporaneamente le funzioni non indispensabili;
  4. non sottovalutare sabbia, salsedine e creme solari: anche gli smartphone resistenti all'acqua possono essere danneggiati da granelli di sabbia, residui di crema o umidità. Dopo una giornata in spiaggia o in piscina è consigliabile pulire delicatamente il dispositivo e verificare che porte e connettori siano perfettamente asciutti;
  5. prima di partire, fai sempre il backup: l'estate è il periodo dell'anno in cui gli smartphone sono maggiormente esposti a urti, smarrimenti e incidenti. Salvare foto, video e documenti nel cloud o su un supporto esterno permette di proteggere i propri ricordi e viaggiare con maggiore tranquillità.



Saldi estivi: proteggi la carta di credito dalle truffe
I saldi estivi sono un’occasione per risparmiare, ma rappresentano anche un periodo di forte attività per i cybercriminali. Ecco i consigli per acquistare online in sicurezza, proteggere la carta di credito ed evitare phishing, siti falsi e altre truffe digitali
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Le vacanze sono fatte per essere vissute e ricordate. Proteggere il proprio smartphone da caldo, sabbia e utilizzi estremi non significa rinunciare a foto, video e condivisioni, ma adottare alcune semplici abitudini che possono contribuire a mantenere il dispositivo efficiente più a lungo. Perché l'unica cosa che dovrebbe esaurirsi alla fine dell'estate sono i giorni di ferie, non la batteria del telefono.


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Dal Monferrato a una cella di Bengasi


La storia di Dina Alberizia, l’astigiana arrestata in Libia con altri nove volontari della spedizione di terra per portare aiuti a Gaza

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Dina Alberizia non ama stare al centro del racconto. Lo si capisce fin dai primi minuti di conversazione: ogni volta che il discorso rischia di fermarsi su di lei, lo sposta altrove, su Gaza, sui convogli umanitari, sul medico palestinese Hussam Abu Safiya, di cui in questi giorni si torna a parlare dopo quasi seicento giorni di detenzione nelle carceri israeliane. È da lì, non da sé, che vuole cominciare.

Astigiana d’adozione – vive ad Albugnano, nel Basso Monferrato, dopo una vita trascorsa a Torino come educatrice in un asilo nido e l’origine pugliese – Alberizia è in pensione da quattro anni e ha un padre di novantotto che ha scoperto dalla televisione dove fosse finita la figlia. Perché tra la fine di maggio e il 23 giugno Dina è stata una dei “Sirte 10”: i dieci attivisti del convoglio di terra della Global Sumudtrattenuti nel deserto libico mentre cercavano di aprire un varco umanitario verso la Striscia.

La spedizione via terra ha avuto, mediaticamente, meno spazio di quella via mare intercettata dalla marina israeliana. Eppure nasceva dalla stessa idea, declinata sull’asfalto anziché sull’acqua: portare aiuti e persone a Gaza. Organizzato dal movimento Sumud del Maghreb, attivo per la Palestina dal 2008, il convoglio era partito dalla Mauritania, si era ingrossato attraversando l’Algeria e aveva raccolto lungo il tragitto tra 250 e 300 persone di 28 Paesi: europei, ma anche delegazioni da Indonesia, Giappone, India, Sudamerica, Stati Uniti. «Volevamo portare aiuti e persone specializzate che potessero sostenere i palestinesi nella ricostruzione», ha spiegato a L’Unica. Il 15 maggio, giorno della Nakba – letteralmente la “catastrofe”, il giorno in cui viene ricordato l’esodo di 700 mila palestinesi nel 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele – la carovana di pullman, ambulanze, camion carichi di case mobili destinate a Gaza è partita da un accampamento a pochi chilometri da Tripoli.

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La rassegna stampa di giovedì 23 luglio 2026


L'escalation con l'Iran domina la scena, tra il bombardiere B-1 e le minacce di Trump, mentre gli Stati Uniti firmano un accordo nucleare con l'Arabia Saudita e la Camera vota 95 miliardi per la guerra; calano i profitti di Tesla e Washington accusa la Cina di furto tecnologico

Questa è la rassegna stampa di giovedì 23 luglio 2026

Gli Stati Uniti schierano un bombardiere B-1 mentre la guerra con l'Iran si intensifica


L'esercito americano ha impiegato per la prima volta in dodici giorni un bombardiere strategico B-1 per colpire obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, segnalando un'escalation della campagna militare volta a riaprire lo Stretto di Hormuz. Il presidente Trump ha minacciato di distruggere ponti e centrali elettriche iraniane, anche a Teheran, a ogni nave attaccata nello Stretto, mentre i ribelli houthi hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso.

Fonti: Axios, Financial Times, The New York Times

Gli Stati Uniti firmano un accordo nucleare storico con l'Arabia Saudita


L'Amministrazione ha siglato un accordo di cooperazione nucleare civile che potrebbe consentire in futuro a Riad di arricchire uranio sul proprio territorio. L'intesa arriva mentre Washington combatte una guerra con l'Iran motivata in parte proprio dall'obiettivo di impedire l'arricchimento a Teheran, e diversi esperti avvertono che l'allentamento degli standard rischia di alimentare la proliferazione atomica. I Democratici al Congresso si preparano a contestare l'accordo.

Fonti: The Guardian, The New York Times, Bloomberg

La Camera approva un bilancio da 95 miliardi di dollari per la guerra con l'Iran


Con un voto quasi interamente lungo le linee di partito (216-214), la Camera controllata dai Repubblicani ha approvato una risoluzione di bilancio che apre la strada a un provvedimento per finanziare la guerra con l'Iran e sostenere gli agricoltori, includendo anche nuove restrizioni al voto. Nella stessa giornata l'Aula ha dato il via libera alla legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari. Alcuni parlamentari temono le ricadute di un conflitto impopolare sulle elezioni di medio termine.

Fonti: The New York Times, The Guardian, Bloomberg

Jim Jordan denuncia l'ex procuratore speciale Jack Smith al Dipartimento di giustizia


Il presidente della Commissione giustizia della Camera, Jim Jordan, ha trasmesso al Dipartimento di giustizia una segnalazione contro Jack Smith, l'ex procuratore speciale che aveva incriminato Trump, accusandolo di aver reso false dichiarazioni al Congresso. I legali di Smith hanno definito l'iniziativa "pretestuosa", osservando che la stessa lettera ammette l'assenza di dichiarazioni false. Il Dipartimento non è obbligato a dare seguito alle segnalazioni penali del Congresso.

Fonti: Axios, The Hill

Crollano i profitti di Tesla mentre Musk punta su intelligenza artificiale e robot


Tesla ha registrato ricavi record nel secondo trimestre, saliti del 23% a 28 miliardi di dollari, ma l'utile operativo è crollato a causa degli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, robot umanoidi e guida autonoma. Il margine operativo è sceso all'1,4% dal 4,1% di un anno prima e l'azienda prevede di indebitarsi fino a 30 miliardi di dollari per accelerare la transizione verso l'intelligenza artificiale. Per sostenere le vendite la casa automobilistica ha fatto ricorso agli sconti.

Fonti: Financial Times, Axios

Amish Shah vince le primarie democratiche in un distretto conteso dell'Arizona


L'ex deputato statale Amish Shah ha sconfitto la candidata sostenuta dai vertici democratici nazionali nelle primarie del primo distretto dell'Arizona, un collegio in bilico. È la terza volta nel 2026 che il comitato elettorale dei deputati democratici tenta senza successo di orientare una primaria, e alcuni parlamentari, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, chiedono di ripensare l'impiego delle risorse del partito. Shah affronterà il repubblicano Jay Feely a novembre.

Fonti: The New York Times, Axios, The Hill

Le minacce contro le personalità protette dal Secret Service crescono del 40%


Il Secret Service ha aperto circa 10.000 indagini per minacce dall'inizio dell'anno, con un aumento di circa il 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. L'agenzia riferisce anche un forte incremento degli interventi legati a problemi di salute mentale, mentre si prepara alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in programma venerdì, riprogrammata dopo gli spari di aprile. Il dato riflette un clima di crescente violenza politica nel Paese.

Fonti: Bloomberg, Axios, The Hill

Washington accusa la cinese Moonshot di aver sottratto tecnologia ad Anthropic


La Casa Bianca ha accusato la startup cinese di intelligenza artificiale Moonshot di aver sfruttato tecnologia americana per costruire il suo modello Kimi K3, minacciando sanzioni per quello che ha definito un furto di proprietà intellettuale "su scala industriale". L'episodio si intreccia con le crescenti tensioni nella corsa globale all'intelligenza artificiale, dopo che un attacco informatico ai sistemi di OpenAI aveva già messo in luce i rischi del settore.

Fonti: Semafor, The Hill, Financial Times

I casi di morbillo negli Stati Uniti toccano il livello più alto degli ultimi 35 anni


I contagi da morbillo hanno raggiunto negli Stati Uniti il valore più elevato degli ultimi trentacinque anni, un dato che riflette il calo delle coperture vaccinali. L'aumento si accompagna ad altri segnali di allarme sanitario, con i casi di ciclosporiasi anch'essi ai massimi storici.

Fonti: The Hill

Trump minimizza il tema del carovita mentre difende le sue politiche economiche


In un comizio in Georgia il presidente ha liquidato la parola "accessibilità economica" come uno slogan inventato dai consulenti democratici, pur dedicando gran parte del discorso ai benefici delle sue misure economiche e attribuendo i prezzi elevati all'eredità dell'amministrazione Biden. Nel frattempo il rappresentante americano per il Commercio ha difeso i dazi dalle accuse dei Democratici, mentre le aspettative di inflazione delle famiglie restano su livelli preoccupanti che potrebbero richiedere un intervento della Federal Reserve.

Fonti: The Guardian, Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Google lancia tre nuovi modelli di Gemini e sfida Mythos di Anthropic


Flash Cyber trova e corregge vulnerabilità software.
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In breve:


Google ha rilasciato tre nuovi modelli: Gemini 3.5 Flash Cyber trova e corregge vulnerabilità software ed è disponibile in un programma pilota riservato a governi e partner selezionati. È un modello che concorre con Mythos di Anthropic nella difesa automatizzata del codice. Gemini 3.6 Flash migliora le prestazioni in coding, compiti multimodali e attività da ufficio complesse, usa fino al 17% di token in meno e ha un costo inferiore per token rispetto al modello precedente. Gemini 3.5 Flash-Lite è il modello più veloce ed economico della famiglia 3.5 ed è costruito per carichi ad alto volume e compiti piccoli dentro sistemi di agenti AI. Gemini 3.5 Pro è in test con i partner e Google ha avviato per Gemini 4 il suo più grande pretraining di sempre.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google expands Gemini lineup with cheaper models and new Mythos rival
Google is expanding Gemini with cheaper, more efficient models and a new cybersecurity offering as it tries to close product gaps and compete on cost.
CNBCMacKenzie Sigalos


Alternativa in italiano:

Gemini 3.5 Flash Cyber per trovare le vulnerabilità prima degli hacker: Google sfida Anthropic in velocità
Google amplia gli strumenti per la cybersicurezza con un modello specializzato nell'individuazione delle vulnerabilità software, progettato per offrire prestazioni elevate riducendo tempi e costi di...
Multiplayer.it

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Nvidia lancia la sua prima CPU di nome Vera


Prestazioni superiori del 50% rispetto a x86 di Intel.
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In breve:


Nvidia ha pubblicato specifiche, benchmark e dettagli architetturali della sua CPU Vera. I chip sono stati consegnati a giugno a clienti tra cui OpenAI, Anthropic e SpaceX. È la prima CPU server che Nvidia progetta dal core, senza usare design pronti di Arm. Offrirebbe prestazioni superiori del 50% rispetto ai chip x86 di Intel e AMD nei carichi degli agenti AI, perché privilegia la velocità del singolo core, la banda di memoria e la latenza per tenere occupate le GPU. Intel e AMD controllano oggi il mercato delle CPU server con quote intorno al 67% e al 33% ma Nvidia sta arrivando. OpenAI prevede di installare Vera in grandi quantità da questo trimestre.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Nvidia details next-generation Vera CPU, in challenge to AMD and Intel
Nvidia released new information about its data center CPU, called Vera, that prospective customers need to fully evaluate the chip.
CNBCKif Leswing


Alternativa in italiano:

NVIDIA Vera: la CPU per l'AI agentica promette +50% di prestazioni e maggiore efficienza energetica
NVIDIA ha svelato Vera, la nuova CPU per datacenter progettata per AI agentica e reinforcement learning. Basata sul nuovo core Olympus e accompagnata da memoria LPDDR5X ad alta banda, promette fino al 50% di prestazioni in più rispetto alle CPU tradizionali e un’efficienza energetica superiore nei moderni sistemi AI factory.
Hardware Upgrade

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Il creatore di Twitter lancia Buzz, Nvidia presenta la sua prima CPU, l'enorme data breach di Suno


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon giovedì,
oggi vedremo un nuovo competitor open source di Slack, lanciato dal celebre Jack Dorsey; poi scopriremo insieme la nuova CPU Vera di Nvidia; parleremo del grande data breach del generatore di musica AI Suno; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Intro + Prima notizia - Ep. 369 - Giovedì 23 luglio
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Ex founder di Twitter lancia Buzz, nuovo competitor di Slack


Startup
Buzz è una piattaforma di chat per il lavoro che mette persone e agenti AI nelle stesse conversazioni. L'ha annunciata Jack Dorsey, il creatore di Twitter, ed è sviluppata dalla sua società Block. L'interfaccia somiglia a Slack, con agenti AI nativi e gestione dei progetti GitHub dalla stessa finestra. La piattaforma è indipendente dal modello AI usato, decentralizzata e open source, e punta a ridurre la dipendenza da Slack e GitHub. Il codice sorgente è pubblico e i team possono costruire e installare nuove funzioni in autonomia. L'app desktop è gratuita e disponibile per macOS, Windows e Linux. La stessa Buzz dichiara che il prodotto è in fase iniziale.
~
Fonte: TechCrunch
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Nvidia lancia la sua prima CPU di nome Vera


Tecnologia
Nvidia ha pubblicato specifiche, benchmark e dettagli architetturali della sua CPU Vera. I chip sono stati consegnati a giugno a clienti tra cui OpenAI, Anthropic e SpaceX. È la prima CPU server che Nvidia progetta dal core, senza usare design pronti di Arm. Offrirebbe prestazioni superiori del 50% rispetto ai chip x86 di Intel e AMD nei carichi degli agenti AI, perché privilegia la velocità del singolo core, la banda di memoria e la latenza per tenere occupate le GPU. Intel e AMD controllano oggi il mercato delle CPU server con quote intorno al 67% e al 33% ma Nvidia sta arrivando. OpenAI prevede di installare Vera in grandi quantità da questo trimestre.
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Fonte: CNBC
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Il data breach di Suno ha coinvolto 55 milioni di utenti


Cybersecurity
Un attacco informatico ha colpito il generatore di musica AI Suno nel novembre 2025. Secondo il servizio di notifica delle violazioni Have I Been Pwned, che ha ottenuto una copia dei dati rubati, il furto riguarda oltre 55,3 milioni di persone. I dati includono nomi, indirizzi fisici ed email, numeri di telefono, acquisti e numeri parziali di carte di pagamento con date di scadenza, presi dall'account Stripe dell'azienda. La violazione è emersa solo di recente grazie a un'inchiesta della testata 404 Media. Il furto include anche il codice sorgente di Suno. Il codice mostrerebbe come l'azienda ha raccolto milioni di canzoni e testi da Deezer, Genius e YouTube per addestrare i suoi modelli. Diverse major discografiche hanno fatto causa a Suno per violazione del copyright. Suno non ha ancora comunicato pubblicamente la violazione né avvisato gli utenti.
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Fonte: TechCrunch
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Google lancia tre nuovi modelli di Gemini e sfida Mythos di Anthropic


Intelligenza Artificiale
Google ha rilasciato tre nuovi modelli: Gemini 3.5 Flash Cyber trova e corregge vulnerabilità software ed è disponibile in un programma pilota riservato a governi e partner selezionati. È un modello che concorre con Mythos di Anthropic nella difesa automatizzata del codice. Gemini 3.6 Flash migliora le prestazioni in coding, compiti multimodali e attività fa ufficio compelsse, usa fino al 17% di token in meno e ha un costo inferiore per token rispetto al modello precedente. Gemini 3.5 Flash-Lite è il modello più veloce ed economico della famiglia 3.5 ed è costruito per carichi ad alto volume e compiti piccoli dentro sistemi di agenti AI. Gemini 3.5 Pro è in test con i partner e Google ha avviato per Gemini 4 il suo più grande pretraining di sempre.
~
Fonte: CNBC
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Apple corregge la falla di Hide My Email dopo un anno


Cybersecurity
Apple ha corretto una falla nella funzione Hide My Email che permetteva a terzi di risalire all'indirizzo email reale degli utenti. Hide My Email fa parte dell'abbonamento a pagamento iCloud+ e genera indirizzi anonimi da usare per iscriversi a siti e servizi. Il bug faceva trapelare l'indirizzo reale ai mittenti quando un'email inviata a un indirizzo nascosto veniva rifiutata come spam, anche se legittima, e l'indirizzo finiva nei log dei server di posta. Apple conosceva il problema da giugno 2025, quando il co-fondatore del servizio di rimozione dati EasyOptOuts lo ha segnalato. Nei mesi successivi ha detto più volte di aver risolto, ma la falla restava sfruttabile. La patch è arrivata il 3 luglio 2026, dopo un articolo di 404 Media di inizio luglio. Nei test di chi ha scoperto la falla, insieme a dei volontari, il 100% degli indirizzi provati era vulnerabile. Gli indirizzi reali collegati a indirizzi Hide My Email creati prima del 7 luglio 2026 potrebbero essere ancora presenti in log di terze parti. Contro Apple è stata depositata una class action che chiede il rimborso degli abbonamenti e un'ingiunzione per la "condotta ingannevole".
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Fonte: 404 Media
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Google rende più facile passare da iPhone ad Android


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Decathlon YEStalgia


Yestalgia è la capsule collection con cui Decathlon riporta in vita l'estetica anni '90: colori vivaci, ispirazioni Memphis, roller, walkman e tracksuit. Dietro al progetto c'è Dalkhafine, artista franco-canadese che ha trasformato i suoi ricordi d'infanzia in un universo grafico solare e nostalgico. Il sito ve lo consiglio, è un piccolo gioiellino di web design, tra animazioni tipografiche e vibe rétro curatissime.

Link: decathlonyestalgia.com

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Apple Fixes Hide My Email Vulnerability After 404 Media Coverage


Apple says it has fixed a vulnerability in its Hide My Email feature which let essentially anyone figure out a user’s real email address which was supposed to be protected by the feature. Apple only fixed the vulnerability after 404 Media wrote about it at the start of July, despite Apple knowing about the issue for more than a year.

The news also follows the filing of a class action lawsuit against Apple over the vulnerability.

On Wednesday Apple told 404 Media it deployed a patch for the issue on July 3, which the company says has fully resolved the issue.

Hide My Email is part of Apple’s paid iCloud+ product. It lets customers quickly create a new, anonymous email address they can then use to sign up to websites, services, or email people with. The generated email addresses typically contain two random words followed by a number and the @icloud.com domain. I use it heavily so hackers may have a harder time cross-referencing my activity and accounts across data breaches, for example.

💡
Do you know about any other privacy issues like this? I would love to hear from you. Using a non-work device, you can message me securely on Signal at joseph.404 or send me an email at joseph@404media.co.

Tyler Murphy, co-founder of EasyOptOuts, discovered he was able to find the real email address of Hide My Email users. At the time, Murphy said, “We don't know the full scope of the issue, but in our limited tests with volunteers, 100% of Hide My Email addresses were exploitable.” That included mine, which we tested.

Murphy first reported the issue to Apple in June 2025. Over the subsequent months, Apple said it was looking into the issue and said it had fixed it; Murphy found it was still exploitable; and Apple again said it was looking into it. Murphy, thinking Apple may not fix the issue at all, then contacted 404 Media, around a year after Apple learned of the vulnerability.

When 404 Media first covered the issue several weeks ago, we did not include any details on how it worked because Apple had not fixed it. Meaning, if we published more specifics, third parties might figure out how to exploit it and reveal peoples’ real email addresses.
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
Now Apple says it has been fixed, we can add that, in simple terms, it required sending a target Hide My Email user a message that got rejected as spam. “We don't know how often hidden email addresses were leaked in email logs. For many major email hosts, the leak was triggered simply by an email being automatically rejected as spam, even if it was a legitimate message. Such emails probably didn't make it to your inbox, so you can’t review your spam folder to learn whether you were affected,” Murphy and EasyOptOut co-founder Ben Weiner said in a new statement.

“The bug that caused Apple's Hide My Email to leak hidden email addresses to senders has been fixed. However, we don't think the risk to Hide My Email users has been eliminated. Because non-malicious emails could bounce, revealing your hidden email address, and because mail transfer logs are often retained, we'd assume that any hidden email address linked to a Hide My Email address created before July 7, 2026, may have been exposed and could still be in third-party logs,” they added.

The class action lawsuit against Apple seeks full recovery of the subscription costs customers paid for the feature and an injunction against Apple for its “deceptive conduct,” PCMag reported.


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Il data breach di Suno ha coinvolto 55 milioni di utenti


Rubati nomi, indirizzi e carte di pagamento parziali.
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In breve:


Un attacco informatico ha colpito il generatore di musica AI Suno nel novembre 2025. Secondo il servizio di notifica delle violazioni Have I Been Pwned, che ha ottenuto una copia dei dati rubati, il furto riguarda oltre 55,3 milioni di persone. I dati includono nomi, indirizzi fisici ed email, numeri di telefono, acquisti e numeri parziali di carte di pagamento con date di scadenza, presi dall'account Stripe dell'azienda. La violazione è emersa solo di recente grazie a un'inchiesta della testata 404 Media. Il furto include anche il codice sorgente di Suno. Il codice mostrerebbe come l'azienda ha raccolto milioni di canzoni e testi da Deezer, Genius e YouTube per addestrare i suoi modelli. Diverse major discografiche hanno fatto causa a Suno per violazione del copyright. Suno non ha ancora comunicato pubblicamente la violazione né avvisato gli utenti.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

AI music generator Suno breach affects 55M users, per Have I Been Pwned | TechCrunch
A hacker took names, phone numbers, and physical addresses of millions of customers who used AI music generator Suno.
TechCrunchZack Whittaker


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Apple corregge la falla di Hide My Email dopo un anno


Esposti gli indirizzi reali protetti dal servizio.
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In breve:


Apple ha corretto una falla nella funzione Hide My Email che permetteva a terzi di risalire all'indirizzo email reale degli utenti. Hide My Email fa parte dell'abbonamento a pagamento iCloud+ e genera indirizzi anonimi da usare per iscriversi a siti e servizi. Il bug faceva trapelare l'indirizzo reale ai mittenti quando un'email inviata a un indirizzo nascosto veniva rifiutata come spam, anche se legittima, e l'indirizzo finiva nei log dei server di posta. Apple conosceva il problema da giugno 2025, quando il co-fondatore del servizio di rimozione dati EasyOptOuts lo ha segnalato. Nei mesi successivi ha detto più volte di aver risolto, ma la falla restava sfruttabile. La patch è arrivata il 3 luglio 2026, dopo un articolo di 404 Media di inizio luglio. Nei test di chi ha scoperto la falla, insieme a dei volontari, il 100% degli indirizzi provati era vulnerabile. Gli indirizzi reali collegati a indirizzi Hide My Email creati prima del 7 luglio 2026 potrebbero essere ancora presenti in log di terze parti. Contro Apple è stata depositata una class action che chiede il rimborso degli abbonamenti e un'ingiunzione per la "condotta ingannevole".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Fixes Hide My Email Vulnerability After 404 Media Coverage
For a year, Apple knew that an issue in its Hide My Email feature was exposing customers’ real email addresses. Apple only fixed the issue after 404 Media covered it.
404 Media


Alternativa in italiano:

Apple corregge il bug della funzione Nascondi la mia email
Apple ha risolto la vulnerabilità della funzionalità Hide My Email, segnalata oltre un anno fa, che consentiva di scoprire l'indirizzo email reale.
Punto Informatico



Apple Fixes Hide My Email Vulnerability After 404 Media Coverage


Apple says it has fixed a vulnerability in its Hide My Email feature which let essentially anyone figure out a user’s real email address which was supposed to be protected by the feature. Apple only fixed the vulnerability after 404 Media wrote about it at the start of July, despite Apple knowing about the issue for more than a year.

The news also follows the filing of a class action lawsuit against Apple over the vulnerability.

On Wednesday Apple told 404 Media it deployed a patch for the issue on July 3, which the company says has fully resolved the issue.

Hide My Email is part of Apple’s paid iCloud+ product. It lets customers quickly create a new, anonymous email address they can then use to sign up to websites, services, or email people with. The generated email addresses typically contain two random words followed by a number and the @icloud.com domain. I use it heavily so hackers may have a harder time cross-referencing my activity and accounts across data breaches, for example.

💡
Do you know about any other privacy issues like this? I would love to hear from you. Using a non-work device, you can message me securely on Signal at joseph.404 or send me an email at joseph@404media.co.

Tyler Murphy, co-founder of EasyOptOuts, discovered he was able to find the real email address of Hide My Email users. At the time, Murphy said, “We don't know the full scope of the issue, but in our limited tests with volunteers, 100% of Hide My Email addresses were exploitable.” That included mine, which we tested.

Murphy first reported the issue to Apple in June 2025. Over the subsequent months, Apple said it was looking into the issue and said it had fixed it; Murphy found it was still exploitable; and Apple again said it was looking into it. Murphy, thinking Apple may not fix the issue at all, then contacted 404 Media, around a year after Apple learned of the vulnerability.

When 404 Media first covered the issue several weeks ago, we did not include any details on how it worked because Apple had not fixed it. Meaning, if we published more specifics, third parties might figure out how to exploit it and reveal peoples’ real email addresses.
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
Now Apple says it has been fixed, we can add that, in simple terms, it required sending a target Hide My Email user a message that got rejected as spam. “We don't know how often hidden email addresses were leaked in email logs. For many major email hosts, the leak was triggered simply by an email being automatically rejected as spam, even if it was a legitimate message. Such emails probably didn't make it to your inbox, so you can’t review your spam folder to learn whether you were affected,” Murphy and EasyOptOut co-founder Ben Weiner said in a new statement.

“The bug that caused Apple's Hide My Email to leak hidden email addresses to senders has been fixed. However, we don't think the risk to Hide My Email users has been eliminated. Because non-malicious emails could bounce, revealing your hidden email address, and because mail transfer logs are often retained, we'd assume that any hidden email address linked to a Hide My Email address created before July 7, 2026, may have been exposed and could still be in third-party logs,” they added.

The class action lawsuit against Apple seeks full recovery of the subscription costs customers paid for the feature and an injunction against Apple for its “deceptive conduct,” PCMag reported.


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Ex founder di Twitter lancia Buzz, nuovo competitor di Slack


App gratuita e open source.
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In breve:


Buzz è una piattaforma di chat per il lavoro che mette persone e agenti AI nelle stesse conversazioni. L'ha annunciata Jack Dorsey, il creatore di Twitter, ed è sviluppata dalla sua società Block. L'interfaccia somiglia a Slack, con agenti AI nativi e gestione dei progetti GitHub dalla stessa finestra. La piattaforma è indipendente dal modello AI usato, decentralizzata e open source, e punta a ridurre la dipendenza da Slack e GitHub. Il codice sorgente è pubblico e i team possono costruire e installare nuove funzioni in autonomia. L'app desktop è gratuita e disponibile per macOS, Windows e Linux. La stessa Buzz dichiara che il prodotto è in fase iniziale.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Jack Dorsey is taking on Slack with Buzz, a group chat platform for teams and their AI agents | TechCrunch
Buzz is a group chat platform for the workplace that puts humans and their AI agents in the same conversation.
TechCrunchAmanda Silberling


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il Motore Ausiliario


Benzina o elettrico? L’autore precisa che si tratta di due soluzioni diverse, una ti salva in caso di panne, l’altra è più utile a pesca. La sicurezza va privilegiata quindi la dotazione ideale prevede entrambe le soluzioni.
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foto in alto: A prescindere da come ci si organizza, ciò che conta veramente è issare a bordo un grosso predatore.

Chi pratica la traina col vivo sa benissimo quanto sia importante avere un affidabile motore ausiliario per le battute di pesca. Negli ultimi due anni il motore elettrico di prua si è molto diffuso sulle imbarcazioni degli angler della penisola garantendo accuratezza e precisione nelle rotte da effettuare. Inoltre, spesso, il motore elettrico risulta un affidabile skipper di bordo che ci garantisce un’elevata manovrabilità dell’imbarcazione in tutte le condizioni, perché integrato con il chartplotter di bordo. Infatti, il grosso vantaggio di questi recenti ausiliari è la possibilità di impostare una rotta sul cartografico e farla seguire dal nostro motore elettrico. In questo modo avremo un pilota automatico affidabilissimo che consente di farci stare sulla rotta alla velocità desiderata, effettuando virate e passaggi sulle cigliate a noi note, per concentrarci unicamente sulla sessione di pesca. Per chi pesca in solitaria questo è il vero punto di forza del motore elettrico insieme alla modalità ancora. Inoltre il motore elettrico è molto silenzioso, cosa che può essere di aiuto con i predatori smaliziati e diffidenti. Forse l’unico limite di questa macchina rivoluzionaria è la limitata riserva energetica che non consente di poterlo utilizzare come motore di riserva in caso di emergenza. Mi è capitato in passato di avere problemi col motore principale a diverse miglia dalla costa con mare di maestrale montante e onde oltre il metro e mezzo. Non è una situazione piacevole! Ma in quei casi il mio fidato ausiliario a benzina da 8 cavalli High Thrust mi ha riportato in porto sano e salvo dopo ore di navigazione.
La classica accoppiata: principale-ausiliario.
Pertanto consiglio sempre per motivi di sicurezza di dotarsi prima di un ausiliario a benzina come secondo motore e poi eventualmente valutare l’acquisto di un terzo motore di prua elettrico per la pesca. Io utilizzo ausiliari a benzina anche nella pesca con ottimi risultati nelle tecniche di pesca verticali, a traina o scarroccio controllato col vivo. Dopo aver accumulato un bel po' di esperienza e diversi tentativi di calate andate a vuoto, è possibile infatti stare in pesca in situazioni estreme come la pesca in verticale su un relitto profondo, anche oltre i 100 metri, azionando la retromarcia dell’ausiliario per contrastare lo scarroccio del moto ondoso e delle correnti.

Benzina - In base dall’art. 58 del decreto ministeriale n. 146 del 29 luglio 2008 un motore è considerato ausiliario quando è installato fuoribordo, abbia una potenza non superiore al 20% di quella del motore principale e sia munito del certificato d'uso. Il motore ausiliario è impiegato in caso di avaria del motore principale e non concorre al calcolo della potenza e della cilindrata che potrebbe richiedere la patente nautica. Esistono numerosi modelli con potenze variabili tra 2 e 20 cv e caratteristiche differenti che spesso disorientano il cliente. Uno degli aspetti più importanti nella scelta dell’ausiliario è quella dell’affidabilità in termini di: accensione immediata e mantenimento regolare della velocità di traina. La sventura più grande che possa capitare a un accanito trainista, infatti, è quella di trovarsi nella situazione in cui non parta il motore ausiliario, dopo aver fatto una levataccia all’alba per garantirsi qualche calamaro ed essere giunto sullo spot di pesca per iniziare a trainare.
il motore ausiliario nasce per garantire il rientro in porto in caso di guasto. Questa funzione, per adesso, può essere svolta solo da un motore alimentato con carburanti convenzionali.
Queste situazioni sono molto frequenti nel caso degli ausiliari monocilindrici e con diverse ore di moto per via di possibili ossidazioni o ostruzione del cicler del carburatore. L’esperienza ci porta pertanto a preferire i bicilindrici in quanto più equilibrati in moto per le minori vibrazioni e oscillazioni create dal blocco motore, e questo è un vantaggio anche per la pesca, per i minori disturbi sonori trasmessi in profondità. Inoltre i bicilindrici garantiscono anche una maggiore regolarità di funzionamento sia al minimo che a velocità di traina più sostenute sopra al nodo e mezzo, quando si traina alla ricerca di grossi pelagici. La potenza dell’ausiliario ovviamente è strettamente correlata al dislocamento dell’imbarcazione quindi possiamo partire da motori da 6 cv per imbarcazioni fino a 6 metri per salire a potenze nella fascia dagli 8 cv fino a un massimo di 20 cv per imbarcazioni più grandi. Soprattutto per i più grossi è consigliabile la classe “High Thrust”, cosiddetta da “spinta” o “lavoro”, con un rapporto di trasmissione ottimizzato per la migliore spinta in marcia e retromarcia garantendo una manovrabilità fluida e un regime costante di navigazione anche in condizioni meteo marine non favorevoli o velocità irrisorie. Per imbarcazioni con difficoltà di accesso allo specchio di poppa si consiglia l’avviamento elettrico, magari con accoppiamento delle batterie dei servizi ausiliari, e collegamento all’alternatore ad alte prestazioni, che garantiscono i motori high thrust, in modo da ottimizzare la carica delle batterie, messe a dura prova nelle lunghe giornate di traina a causa degli assorbimenti della pompa del vivo e della strumentazione a bordo.
L’autore con un enorme Dentex.
Installazione - Se lo specchio di poppa lo permette, la soluzione migliore è sicuramente quella d'installare il motore ausiliario vicino al motore principale, seguendo le indicazioni del costruttore, che dipendono in gran parte dalla lunghezza del piede. Una soluzione alternativa è una piastra d’acciaio da installare sullo specchio di poppa, magari al posto della scaletta per la risalita. Altra ipotesi, per motori ausiliari di peso superiore ai kg 40, come nel caso degli High Thrust, è quella di realizzare un bracket da installare a poppa con delle contro-staffe interne di acciaio inox e perni e bulloni autobloccanti adeguati. Quando si pesca a traina, in particolare in solitaria, spesso dobbiamo effettuare manovre repentine, quali, ad esempio, accelerare con l’ausiliario per staccare una cernia o una lola da eventuali rocce o anfratti. Per questo è indispensabile una grande attenzione nella installazione sullo specchio di poppa dell’ausiliario il quale deve garantire la massima manovrabilità per far fronte a improvvise variazioni di direzione, velocità e inversioni di marcia. Un’ottima soluzione, la più usata, è la barra di accoppiamento al fuoribordo principale.
Ausiliario montato su bracket.
Con questo sistema, che rende solidali i due fuoribordo, si governa l’imbarcazione attraverso il timone, manovrando comodamente dalla postazione di guida principale. II mercato offre parecchie soluzioni, la più semplice, flessibile ed economica è sicuramente la barra filettata con due snodi sferici a sgancio rapido alle estremità che vengono fissati ai motori. Questa ha il vantaggio che può essere facilmente rimossa e posizionata in pochi secondi lasciando libero l’ausiliario per essere sollevato negli spostamenti tra uno spot di pesca e un altro. Compiuto l’accoppiamento è consigliato dotarsi di una doppia manetta vicina a quella del motore principale e passare due cavi per il cambio delle marce dell’ausiliario e un secondo cavo da accoppiare alla leva della mandata di carburante all’interno del blocco motore dell’ ausiliario. In questo caso staremo comodamente seduti in consolle e potremo comandare il nostro ausiliario dalla postazione di guida in quanto risponderà a tutti i principali comandi: cambi di direzione, cambi di marcia, cambi di velocità. Se l’ausiliario è dotato di avviamento e trim elettrici, possiamo anche dimenticarci di andare a poppa per le attività di accensione, spegnimento, sollevamento e abbassamento del motore. Infine, solo per i proprietari di entrobordo in linea d’asse, in cerca di motore ausiliario, è possibile realizzare una piastra basculante a 360° che consente di posizionare il motore in acqua in pochi secondi e non avere ingombri a poppa, fastidiosi in navigazione o in combattimento, ad esempio quando si è in assetto di pesca d’altura.
Interessante presenza letta con un preciso passaggio garantito dal motore di prua interfacciato col chartplotter.

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Avere le armi nucleari non ti fa vincere una guerra


Un'analisi dell'Atlantic sostiene che oltre alla deterrenza non comprano nulla: Kissinger le chiamava "armi in cerca di una dottrina" e nessuno ha ancora trovato quella dottrina

Le armi nucleari comprano la deterrenza, cioè la capacità di scoraggiare un attacco con la minaccia della rappresaglia. Nient'altro. È la tesi di un'analisi di Tom Nichols pubblicata sull'Atlantic: le guerre in corso in Iran e in Ucraina stanno dimostrando che i due maggiori arsenali atomici del mondo non offrono a Washington e Mosca una via d'uscita vittoriosa dai conflitti regionali. Henry Kissinger diceva spesso che le armi nucleari sono "armi in cerca di una dottrina" e per Nichols la ricerca è finita a mani vuote: oltre alla deterrenza, non c'è niente.

Stati Uniti e Russia stanno infliggendo danni enormi ad avversari militarmente molto più deboli senza raggiungere i loro obiettivi. Intanto Washington spende quasi mille miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale atomico senza che nessuno abbia spiegato cosa il Pentagono debba farne: la scorsa primavera l'amministrazione Trump ha deciso di non aggiornare la Nuclear Posture Review, il documento che illustra al Congresso e all'opinione pubblica la politica nucleare americana, tenendo valida la versione del 2018. L'attuale sottosegretario alla Difesa con delega alla politica di sicurezza, Elbridge Colby, scrisse nel 2013 che gli Stati Uniti dovrebbero tenere aperta l'opzione di rispondere con armi termonucleari a un grave attacco informatico.

La Guerra Fredda, ricorda Nichols, ha insegnato che la deterrenza strategica mantiene la pace tra le potenze nucleari, ma anche che quelle stesse armi sono quasi inutili nei conflitti regionali. In Corea i militari presentarono a Harry Truman e a Dwight Eisenhower piani per colpire obiettivi in Asia orientale, Cina compresa, ma entrambi i presidenti si tirarono indietro per il rischio di una guerra con l'Unione Sovietica. In Vietnam il senatore Barry Goldwater propose di usare l'atomica per defoliare le giungle e scoprire le linee di rifornimento nemiche, un'idea che contribuì alla sua sconfitta elettorale, mentre durante l'assedio di Khe Sanh l'esercito preparò all'insaputa del presidente Lyndon Johnson un piano per usare le armi nucleari come ultima risorsa: quando lo scoprì, Johnson si infuriò e lo fece cancellare. Nel 1969 Richard Nixon chiese piani per colpire la Corea del Nord dopo l'abbattimento di un aereo da ricognizione americano, ma li accantonò perché nessuno sapeva come disarmare Pyongyang senza provocare distruzioni su vasta scala e rischiare un'escalation. Nella guerra del Golfo del 1991 l'opzione nucleare non fu mai presa sul serio: il generale George Lee Butler, allora a capo del comando strategico dell'aviazione americana, disse poi che gli studi interni avevano già bollato una campagna nucleare contro l'Iraq come "militarmente inutile e politicamente assurda".

Quando invase l'Ucraina all'inizio del 2022, Vladimir Putin ordinò con grande clamore di mettere le forze nucleari strategiche russe in "regime speciale di servizio di combattimento", parole che secondo Nichols non avevano alcun significato militare: nessun segnale di una maggiore allerta nucleare russa è mai emerso. Da allora Putin è rimasto volutamente vago sulla dottrina che prevede l'uso dell'atomica solo contro minacce "critiche" alla sovranità e all'"integrità territoriale" della Russia e ha lasciato le minacce esplicite ai suoi portavoce. Per Nichols Mosca non ha vere opzioni nucleari in Ucraina: il vento soffia dall'Ucraina verso la Russia e un'esplosione rischierebbe di avvelenare gli stessi russi, gli Stati Uniti di Joe Biden avevano minacciato una risposta militare massiccia e la Cina ha avvertito che l'uso dell'atomica segnerebbe la fine del suo sostegno. Nemmeno il trasferimento di testate in Bielorussia nel 2023 ha prodotto qualcosa: l'unico a cambiare idea è stato il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, che la scorsa settimana ha annunciato che il suo paese non parteciperà a operazioni contro l'Ucraina, mentre le testate restano lì, in deposito, "di poca utilità per chiunque". La guerra è al quarto anno, le forze russe subiscono perdite immense e l'Ucraina colpisce obiettivi in profondità nel territorio russo, compresa la capitale: quando il presidente Donald Trump la scorsa settimana ha chiesto a Volodymyr Zelensky se fosse disposto ad andare a Mosca per parlare con Putin, il presidente ucraino ha risposto: "È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì. È molto pericoloso".

Gli iraniani, scrive Nichols, stanno infliggendo un'umiliazione simile agli americani. Trump ha lanciato più volte minacce interpretabili come nucleari: il 7 aprile ha scritto che se l'Iran non avesse accettato le richieste americane, compresa la riapertura dello stretto di Hormuz, "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Solo le armi nucleari possono cancellare una nazione in una notte e Nichols definisce quella minaccia "genocida": l'Iran non si mosse, mentre arrivarono condanne da tutto il mondo, compresa quella di Leone XIV, il primo papa americano. Il giorno dopo Trump fece marcia indietro sostenendo, senza fondamento, che Teheran aveva presentato "una base praticabile su cui negoziare". A maggio ci riprovò: "Se non ci sarà un cessate il fuoco, dovrete solo guardare un grande bagliore levarsi dall'Iran". Di nuovo, il mondo reagì e l'Iran no. Per Nichols le minacce di distruzione totale di Trump "non significano nulla" e tendono ad arrivare proprio quando sta per cedere, come un modo per "coprire le sue ritirate".

Anche se Trump facesse sul serio, i costi politici ed economici dell'uso di un'arma nucleare supererebbero di gran lunga i benefici: un numero molto alto di vittime, ricadute radioattive sui paesi alleati e una regione, insieme a gran parte del mondo compresa la NATO, schierata contro gli Stati Uniti. Iran e Ucraina sono inferiori per ogni misura di forza militare, eppure, scrive Nichols, Stati Uniti e Russia "stanno affrontando sconfitte storiche": le guerre convenzionali sono facili da perdere, perché infliggere danni è semplice e controllare il territorio è difficile.

L'amministrazione Trump sostiene che considererebbe l'uso dell'atomica solo "in circostanze estreme per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti, dei suoi alleati e partner". Ma cosa sia una circostanza estrema, si chiede Nichols, non è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo una guerra contro l'Iran, eppure una sconfitta nel Golfo non minaccia la loro esistenza, mentre un grande esercito russo combatte nel mezzo dell'Europa e Washington lavora per sconfiggerlo senza il coinvolgimento diretto delle forze NATO.

La prima lezione che Nichols trae è che le armi nucleari non possono sostituire la potenza convenzionale: la Cina sa che gli Stati Uniti hanno l'atomica, ma ciò che Pechino deve vedere nel Pacifico sono navi, aerei e soldati. La guerra con l'Iran ha svuotato le scorte americane di munizioni convenzionali, non quelle di bombe nucleari. La seconda è abbandonare la mentalità da Guerra Fredda: gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di usare per primi l'atomica, un retaggio di quando la NATO temeva di essere travolta dai carri armati sovietici, mentre oggi sarebbe la Russia a perdere rapidamente una guerra convenzionale contro l'alleanza. Per Nichols una dichiarazione di "non primo uso", cioè l'impegno a non ricorrere per primi alle armi nucleari, ancorerebbe la strategia americana alle realtà del ventunesimo secolo, insieme alla rinuncia alle testate tattiche ancora immagazzinate in Europa. La terza è una revisione completa della strategia di difesa: per Nichols l'approccio "sconsiderato e paranoico" di Trump, che tratta il mondo intero come potenzialmente ostile, "ha lasciato gli Stati Uniti meno sicuri e il mondo meno stabile".

L'amministrazione va però nella direzione opposta: si è ritirata dal trattato del 1987 sulle forze nucleari intermedie, vuole installare un nuovo missile da crociera a testata nucleare sui sottomarini e mettere armi atomiche sulle future corazzate "classe Trump", riportandole sulle navi di superficie americane per la prima volta dai primi anni Novanta. Nichols non si aspetta riforme finché Trump è in carica, ma invita il prossimo Congresso a cominciare a cancellare le richieste nucleari del Pentagono: "Una corsa alle spese nucleari da Guerra Fredda è bastata".


Come l'Iran ha trasformato una sconfitta militare in una vittoria strategica


Diciannove settimane dopo l'inizio della guerra contro Stati Uniti e Israele, l'Iran detta le condizioni della pace. È la tesi di un'analisi pubblicata su War on the Rocks, sito americano specializzato in sicurezza nazionale, firmata da Pnina Shuker, ricercatrice del Jerusalem Institute for Security and Strategy, e da Andrew Milburn, ufficiale dei Marines in pensione con un passato nelle operazioni speciali. Secondo i due autori, Washington e Gerusalemme hanno combattuto una guerra fatta di potenza militare, mentre Teheran ne ha preparata per vent'anni un'altra, costruita attorno a un obiettivo più stretto: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre costi crescenti agli avversari e trasformare la resistenza in leva negoziale.

Quando a giugno è stato firmato il memorandum d'intesa, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l'accordo con l'Iran era "completo". La risposta di Teheran è stata continuare a colpire e imporre una sorta di pedaggio sulla rotta marittima più importante del mondo, mentre espandeva la sua influenza in Iraq. Il risultato è stato una tregua fragile durante la quale, scrivono gli autori, l'Iran ha negoziato da una posizione di forza maggiore di quella che aveva prima della guerra.

Il bilancio militare, riconoscono Shuker e Milburn, sembra una sconfitta netta per Teheran. La Guida suprema Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi, l'arsenale missilistico è sceso da circa 2.500 a 1.000-1.200 missili, i lanciatori funzionanti da 480 a un centinaio, la marina convenzionale ha cessato di esistere e le infrastrutture per l'arricchimento dell'uranio sono fuori uso. "Sulla carta" è stata una batosta, ammettono i due analisti, ma gli Stati Uniti e Israele volevano la resa dell'Iran e la caduta del regime, mentre Teheran voleva qualcosa di più limitato: sopravvivere. E ci è riuscito.

Nel 2005 il centro strategico delle Guardie rivoluzionarie, il corpo militare che affianca l'esercito regolare iraniano, aveva formalizzato la dottrina della "difesa a mosaico": una struttura di comando decentralizzata, pensata per sopravvivere proprio agli attacchi di decapitazione con cui questo conflitto si è aperto. "Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dei militari americani subito a est e a ovest di noi. Abbiamo incorporato le lezioni di conseguenza", disse il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all'inizio della campagna.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita gran parte del petrolio mondiale, era il cuore della strategia iraniana. Secondo l'analisi, l'amministrazione americana ha sottovalutato la disponibilità di Teheran a chiudere lo stretto e avrebbe probabilmente potuto impedirne la chiusura se avesse posizionato navi nella zona fin dall'inizio. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso alla CBS: "C'è voluto un po' perché capissero quanto fosse grande quel rischio".

L'Iran non ha sfidato la superiorità aerea americana e israeliana, ma ha colpito i sistemi che la rendevano possibile: aerocisterne, radar, nodi di comunicazione e piattaforme di comando. I suoi droni e missili costavano poche migliaia di dollari l'uno, mentre gli intercettori usati per fermarli ne costavano milioni. Le salve prolungate hanno consumato scorte di intercettori che non potevano essere ricostituite in tempo. La distruzione della flotta convenzionale iraniana, aggiungono gli autori, ha risolto il problema sbagliato: la minaccia al traffico commerciale veniva da mine, missili, droni e piccole imbarcazioni d'attacco, come l'Ucraina aveva già dimostrato contro la Russia nel Mar Nero.

La flotta di petroliere iraniane è passata da circa 70 navi nel 2020 a quasi 550 nel 2025, un'infrastruttura costruita per aggirare le sanzioni e sostenuta dalle raffinerie cinesi, che da sole assorbivano circa il 90% delle vendite estere di petrolio iraniano e garantivano quasi metà del bilancio statale. Sul fronte dell'informazione il regime ha usato anche animazioni generate con l'intelligenza artificiale per costruire una narrativa di resilienza rivolta pure al pubblico americano: i sondaggi negli Stati Uniti mostravano poca voglia di un conflitto prolungato e una forte opposizione all'invio di truppe di terra.

Gli attacchi ai paesi del Golfo avevano un obiettivo politico: mostrare ai partner regionali di Washington che sostenere la campagna aveva un prezzo. Dopo il colpo al terminal petrolifero degli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita hanno chiuso il loro spazio aereo agli aerei militari americani. Il caso più chiaro, scrivono gli autori, è stato "Project Freedom", il piano di Trump per scortare le petroliere attraverso lo stretto: l'Arabia Saudita, citando la scarsa coerenza della strategia americana, ha rifiutato basi e spazio aereo nonostante l'intervento personale del presidente. Il piano è stato accantonato. Gli Emirati, che insieme ai sauditi hanno assorbito migliaia di colpi iraniani durante la guerra, sono usciti dall'OPEC e hanno minacciato di lasciare la Lega Araba. Dopo la fine dei combattimenti, Riad e Abu Dhabi hanno inviato delegazioni di condoglianze a Teheran per il funerale di Khamenei.

Il negoziato, secondo i due analisti, ha certificato il risultato. Washington è passata dalla richiesta di resa incondizionata ad accettare che la scorta di uranio arricchito resti in Iran, mentre Teheran ha indurito le sue posizioni, aggiungendo alle richieste di prima della guerra le riparazioni di guerra e il ritiro delle forze americane dalle aree vicine al Paese. La sequenza dell'accordo firmato questa settimana è la prova più chiara: prima che l'Iran debba sciogliere un solo nodo, dalla scorta nucleare al programma missilistico ai gruppi armati alleati, gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze, concedono deroghe alle sanzioni che sbloccano i ricavi petroliferi e rendono trasferibili i beni iraniani congelati. Solo a quel punto, secondo il testo stesso dell'intesa, partono i negoziati su tutto il resto.

I costi economici del conflitto dureranno oltre il cessate il fuoco. La lunga interruzione del traffico attraverso Hormuz ha fatto salire i prezzi dell'energia e ha bloccato i flussi di fertilizzanti, elio e plastiche da cui dipendono industrie e consumatori in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, con conseguenze sui prezzi alimentari globali che potrebbero durare fino al 2027. Il petrolio Brent resta circa 20 dollari sopra i livelli di prima della guerra.

Per Israele il bilancio è ancora più duro. Non era parte dei colloqui e, secondo i suoi stessi funzionari, non aveva nemmeno visto il testo dell'accordo con cui dovrà convivere. Hizballah, colpito ma non distrutto, ottiene dai termini dell'intesa una protezione dagli attacchi israeliani e potrà essere riarmato con il sostegno iraniano, mentre il programma missilistico che Israele considera una minaccia esistenziale non viene toccato. I paesi del Golfo che Gerusalemme sperava di avvicinare hanno fatto l'opposto, mantenendo o approfondendo i rapporti con Teheran e allontanando l'ipotesi di allargare gli Accordi di Abramo, le intese di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi. Quando Netanyahu ha spinto per colpire Beirut mettendo a rischio l'accordo, Trump lo avrebbe chiamato per dirgli che senza la protezione americana "sarebbe in prigione".

L'Iran ha ottenuto ciò per cui combatteva, concludono Shuker e Milburn: il regime è intatto, il denaro in arrivo può ricostruire il programma nucleare e l'arsenale missilistico, la chiusura dello stretto resta una carta da giocare di nuovo se Teheran deciderà che Washington non rispetta i patti. Gli autori citano lo storico militare britannico Basil Liddell Hart, per cui l'obiettivo della guerra è ottenere una pace migliore: giudicata con questo metro, scrivono, la guerra non ha raggiunto il suo scopo né per gli Stati Uniti né per Israele. È finita, ma a condizioni scritte a Teheran.


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Mark Kelly, il senatore-astronauta che sfida Trump e pensa alla Casa Bianca


Trump ha invocato la sua esecuzione, Hegseth vuole togliergli grado e pensione. Il senatore dell'Arizona, ex astronauta e marito di Gabby Giffords, valuta la corsa per la Casa Bianca nel 2028

Il presidente ha chiesto il suo arresto e ha definito il suo comportamento "punibile con la morte", il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha minacciato di togliergli il grado militare e la pensione. Mark Kelly, senatore democratico dell'Arizona, ex pilota di caccia e astronauta, risponde valutando una candidatura alla Casa Bianca nel 2028. Mark Leibovich lo ha seguito per settimane tra Phoenix e Washington insieme alla moglie Gabby Giffords e ne ha tracciato un lungo ritratto sull'Atlantic.

Lo scontro con l'amministrazione è nato a novembre, quando Kelly e altri cinque parlamentari democratici hanno registrato un video per ricordare ai militari il dovere di non obbedire a ordini illegali. Su Truth Social Trump li ha accusati di sedizione, chiedendo il loro arresto e definendo il gesto dei sei "punibile con la morte". Hegseth ha poi inviato a Kelly una lettera di censura con cui punta a ridurgli il grado e la pensione, minacciando anche un procedimento penale: tra i firmatari del video, Kelly è l'unico ad aver servito più di vent'anni nelle forze armate e ad avere quindi lo status di militare in congedo, che lo mantiene sotto la giurisdizione del Pentagono. "Credo sia la prima volta nella storia del nostro paese che un presidente ordina, o invoca, l'esecuzione di membri del Congresso", ha detto Kelly all'Atlantic.

Kelly ha fatto causa al segretario alla Difesa per bloccare le sanzioni. Il caso, che il senatore cita in ogni evento pubblico con il nome del fascicolo, Kelly v. Hegseth, è stato discusso il 7 maggio davanti a tre giudici d'appello a Washington: due di loro si sono mostrati contrari a punirlo, ma la decisione non è ancora arrivata. A febbraio un gran giurì, la giuria di cittadini che decide se formalizzare le accuse, aveva già rifiutato di incriminare i sei parlamentari. Kelly dice di non temere nemmeno lo scenario peggiore, il carcere, e assicura che continuerebbe "a combattere contro queste persone".

Kelly, 62 anni, ha pilotato i caccia della Marina in 39 missioni di combattimento nella prima guerra del Golfo, poi è entrato alla NASA, l'agenzia spaziale americana, e ha volato quattro volte sullo Space Shuttle, due da comandante. Suo fratello gemello Scott è stato anche lui astronauta. Nel 2020 ha vinto un'elezione speciale, il voto anticipato che si tiene quando un seggio si libera prima della scadenza, per il seggio dell'Arizona che era stato di John McCain, battendo la repubblicana Martha McSally. Nel 2022 è stato rieletto per un mandato pieno.

Gabby Giffords, all'epoca deputata democratica in ascesa, fu colpita alla testa nel gennaio 2011 durante un incontro con gli elettori davanti a un supermercato di Tucson. Sopravvisse, ma l'attentato chiuse la sua carriera al Congresso e le lasciò un'afasia non fluente: la condizione non tocca l'intelligenza né la comprensione, ma limita gravemente la capacità di esprimersi. Kelly stima di sostenere oggi il 95 per cento delle loro conversazioni. L'attentatore, Jared Lee Loughner, sta scontando sette ergastoli consecutivi più altri 140 anni di carcere. Giffords guida un'organizzazione contro la violenza delle armi e passa più di metà del suo tempo in viaggio tra incontri con le vittime, veglie e funerali.

Kelly dice di considerare "seriamente" la candidatura e negli ultimi mesi ha viaggiato in South Carolina, Nevada e New Hampshire, gli stati che aprono il calendario delle primarie. Leibovich, dopo le conversazioni avute con lui a giugno, lo ritiene più propenso a correre che a rinunciare. Lo scontro con l'amministrazione lo sta aiutando: nell'ultimo trimestre del 2025 ha raccolto 12,5 milioni di dollari, in gran parte dopo il 24 novembre, quando il Pentagono ha annunciato un'indagine sui parlamentari del video. La lettera di censura di Hegseth, datata 5 gennaio 2026 e stampata su carta intestata del "Department of War", il dipartimento della Guerra, è appesa alla porta del suo ufficio al Senato, storta di proposito per mostrare quanto poco la rispetti.

In sei anni a Washington Kelly si è costruito una reputazione di legislatore serio sui temi della difesa e del confine, ma non ha mai acceso l'entusiasmo degli elettori democratici. Nel 2024 fu tra i finalisti per diventare il vice di Kamala Harris, che gli preferì Tim Walz: nel suo memoir "107 Days" Harris ha scritto di aver temuto che Kelly, mai messo alla prova in una campagna nazionale, non avrebbe retto quel tipo di pressione. "Le mie corse al Senato sono state più difficili delle sue", ha replicato Kelly all'Atlantic. Per Leibovich il senatore ha un temperamento ideale da vicepresidente, analitico e a suo agio nel lavoro di squadra, ma i suoi discorsi restano deboli e la sua voce è più adatta alla conversazione che ai comizi. Resta da capire se possa reggere il ruolo di protagonista in una campagna presidenziale.

Giffords lo spinge a candidarsi. Alla domanda se voglia vederlo correre per la presidenza ha risposto di sì e ha ripetuto uno dei suoi mantra: "Siamo una squadra". Kelly esclude che le minacce dell'amministrazione possano fermarlo: "Ne abbiamo passate tante", ha detto. "E se mi rinchiudono, sono sicuro che verrebbe a trovarmi".

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in reply to Zone di Transizione

sinceramente avrò poco più di 100 utenti al giorno e WordPress lo conosco abbastanza bene ormai (ci ho sviluppato anche qualche plugin). Ricominciare da zero, passare ad una vps, vuol dire spendere di più e dover re-imparare tutto da zero 😅
Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)