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L'America nella trappola del debito: lo Stato si finanzia a breve, le famiglie ipotecano la casa


Il Tesoro deve rifinanziare migliaia di miliardi di dollari ogni pochi mesi, mentre deficit, interessi e debiti delle famiglie continuano a crescere. Il rischio è che la Fed non possa più alzare davvero i tassi senza mettere sotto pressione l'intero sistema finanziario.

Il Dipartimento del Tesoro americano deve rinnovare circa 6.000 miliardi di dollari di debito ogni 3 mesi, rivolgendosi a un mercato sempre più diffidente, e collocarne altri 2.000 miliardi l'anno per finanziare quello che è ormai il più grave deficit strutturale della storia degli Stati Uniti in tempo di pace. Da qui si sta facendo strada tra gli operatori una convinzione inquietante: Washington potrebbe essere ormai così profondamente intrappolata nel proprio debito da non potersi più permettere tassi d'interesse più elevati, anche qualora fossero necessari per contenere l'inflazione. È la tesi sviluppata da Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, che spinge il ragionamento fino al rischio di una crisi finanziaria.

Il fabbisogno lordo di finanziamento annuo, uno degli indicatori osservati con maggiore attenzione dalle agenzie di rating e dai grandi investitori obbligazionari, era pari al 26% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2010. Secondo il Fondo monetario internazionale arriverà al 45% quest'anno e, con le politiche attuali, toccherà il 60% all'inizio del prossimo decennio, una soglia sulla quale nessuna grande potenza è riuscita a rimanere a lungo. Nel frattempo, la spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni, fino ad arrivare a circa 1.000 miliardi di dollari l'anno: ha superato così il bilancio del Pentagono, cosa che non accadeva dalla fine degli anni Venti, e si avvia verso il 4% del PIL.

La trappola del debito

Il debito americano è diventato così grande che Washington non può più permettersi tassi alti


Ogni tre mesi il Tesoro deve convincere mercati sempre più diffidenti a rinnovare montagne di titoli. E le famiglie, per reggere, spostano i debiti delle carte di credito sulle case.

Grafica di FocusAmerica

Quanto debito il Tesoro deve piazzare sul mercato in un anno
26.000mld $
Quattro appuntamenti trimestrali con investitori sempre più diffidenti.

1° trim.
2° trim.
3° trim.
4° trim.

6.000 mld $ ogni tre mesi di titoli in scadenza da rinnovare
2.000 mld $ l'anno di nuovo debito per coprire il deficit

Totale su base annua calcolato dai dati dell'articolo: quattro rinnovi trimestrali da circa 6.000 miliardi ciascuno, più le nuove emissioni.

Parte 1 · Washington

Il fabbisogno di finanziamento corre verso una soglia che nessuna grande potenza ha mai retto a lungo


Soglia critica: 60%

26%

45%

60%

2010
2026
Inizio anni '30

Fabbisogno lordo di finanziamento federale in percentuale del PIL, secondo le stime del Fondo monetario internazionale. È l'indicatore più osservato dalle agenzie di rating.

Gli interessi sul debito ora costano più del Pentagono

Dieci anni fa

Oggi: circa 1.000 mld $ l'anno

La spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni e ha superato il bilancio della Difesa: non accadeva dalla fine degli anni Venti. Si avvia verso il 4% del PIL.

A comprare i Treasury sono sempre meno le Banche Centrali e sempre più gli hedge fund

Quattro anni fa

Oggi: 9% degli acquisti complessivi

Leva fino a 100× il capitale
8.300 mld $ parcheggiati nei fondi monetari

FMI e Banca dei Regolamenti Internazionali avvertono: un meccanismo simile portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco nel marzo 2020.

Parte 2 · Le famiglie

Le carte di credito non vengono più ripagate come prima

Primo trimestre 2026: 7,6%

Secondo trimestre 2026: 12,8%

Quota dei saldi sulle carte di credito con oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti: un livello che non si vedeva dalla Grande recessione, secondo la Federal Reserve di New York.

Con le carte al 20% e i mutui al 6,69%, il debito si sposta sulla casa

Tassi sulle carte di credito: spesso oltre il 20%

Mutuo trentennale a tasso fisso: 6,69%

47mld $
estratti dal valore delle case: il dato più alto per un primo trimestre dal 2021

25 mld $ seconde ipoteche
22 mld $ rifinanziamenti con prelievo (+18% in un anno)

Il denaro serve sempre più spesso a estinguere carte di credito e prestiti universitari. Ma così le famiglie diventano più vulnerabili: chi non regge il mutuo rifinanziato rischia di dover vendere casa.

Il nodo
La Federal Reserve rischia di non poter più alzare i tassi, nemmeno se l'inflazione tornasse a salire

3,50–3,75%
i tassi lasciati invariati il 29 luglio

9–3
il voto: mai così diviso dal 2016

~25%
la quota di debito federale che risente subito di ogni rialzo

≥7,4%
del PIL: il deficit previsto ogni anno dal 2026 al 2031

Fonte: Fondo monetario internazionale, Federal Reserve, Federal Reserve Bank di New York, The Telegraph, The New York Times · agosto 2026

Il Tesoro accorcia le scadenze e il mercato diventa più fragile


Per contenere la spesa per interessi, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha concentrato una quota crescente delle emissioni sui titoli a breve termine. Evans-Pritchard la considera una sorta di patto faustiano: permette di rinviare il problema nel futuro, ma rende i conti pubblici ancora più vulnerabili a ogni variazione dei tassi. Quanto Bessent sia preoccupato per i rendimenti dei Treasury, che sono arrivati vicini ai massimi degli ultimi vent'anni, è emerso fra il 30 e il 31 luglio, quando il Tesoro è intervenuto insieme al Ministero delle Finanze giapponese per contrastare la speculazione contro lo yen. Nell'operazione, del valore di circa 87 miliardi di dollari, Washington ha venduto parte delle proprie riserve in euro anziché dollari, senza informare preventivamente la Banca Centrale Europea.

Bessent ha poi chiesto alla Federal Reserve di ampliare la FIMA Repo Facility, ovvero il meccanismo da 60 miliardi di dollari attraverso il quale le autorità monetarie straniere possono offrire Treasury in garanzia e ottenere in cambio liquidità in dollari. Per Tokyo significa potersi procurare valuta americana senza dover vendere sul mercato parte dei circa 1.100 miliardi di dollari di titoli del Tesoro che detiene nel suo portafoglio, una mossa che rischierebbe di spingere ulteriormente al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato americani. La modifica richiede però il voto della maggioranza del comitato di politica monetaria della Fed.

Anche la composizione degli acquirenti sta cambiando. A comprare il debito americano sono sempre meno i creditori tradizionalmente più stabili, come le Banche Centrali straniere e i fondi sovrani, e sempre più gli hedge fund, la cui quota sugli acquisti complessivi di Treasury è raddoppiata in 4 anni, raggiungendo il 9%. Molti di questi attingono agli 8.300 miliardi di dollari parcheggiati nei fondi monetari, ma altri operano con una leva che può arrivare fino a cento volte il capitale, finanziandosi sul mercato dei pronti contro termine per guadagnare su piccolissimi margini di arbitraggio. Sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che questa struttura è fragile: fu proprio un meccanismo simile ad alimentare la spirale di vendite forzate che nel marzo 2020, in piena crisi da Covid, portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco.

Warsh e la Fed divisa sul debito


È su questo terreno che si muove il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nominato dopo che Trump aveva perseguitato il suo predecessore per il suo rifiuto di tagliare i tassi. Warsh è genero del miliardario Ronald Lauder, compagno di studi di Trump alla Wharton School e primo ispiratore del progetto di annessione della Groenlandia. Secondo Steven Blitz, capo economista per gli Stati Uniti di TS Lombard, la Federal Reserve ormai non può davvero stringere la politica monetaria senza rischiare una reazione a catena, perché i costi di finanziamento "esploderebbero": "Alzare i tassi oggi si ripercuote immediatamente sul costo di quasi il 25% del debito federale, cioè la parte che cresce più in fretta".

Nella riunione del 29 luglio il comitato della Fed ha mantenuto i tassi fra il 3,5% e il 3,75% con un voto di 9 a 3. Lorie Logan, Neel Kashkari e Beth Hammack hanno dissentito chiedendo un rialzo: è il maggior numero di voti contrari nella stessa direzione dal 2016. Da parte sua, Warsh sostiene che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale possa esercitare una pressione deflazionistica abbastanza forte da indebolire il tradizionale rapporto tra occupazione e prezzi descritto dalla curva di Phillips, rendendo quindi possibile una combinazione di crescita sostenuta e bassa inflazione.

Il presidente della Fed ha però faticato a spiegare in che modo intenda riportare stabilmente l'inflazione verso l'obiettivo del 2%. "Fissare l'inflazione con severità finché non si scioglie sotto il nostro sguardo non è un'opzione", ha detto Christopher Waller, membro del consiglio della Fed. Warsh, secondo quanto riportato, parla con Trump "in continuazione", mentre la regola non scritta seguita da Jerome Powell era che i contatti fra il presidente degli Stati Uniti e il capo della Federal Reserve dovessero essere "zero".

Il debito federale continua intanto ad aumentare a un ritmo pari a circa il 3,5% del PIL l'anno. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per gli Stati Uniti un deficit pubblico pari o superiore al 7,4% ogni anno dal 2026 al 2031. A questo si aggiungono i programmi dell'Amministrazione Trump, che vuole aumentare del 60% il bilancio del Pentagono e costruire la "flotta d'oro" di corazzate della classe Trump: secondo il Congressional Budget Office, quindici unità a propulsione nucleare costerebbero circa 275 miliardi di dollari entro il 2056, il 50% in più della stima precedente.

Evans-Pritchard osserva che nella storia la fiducia finanziaria nelle grandi potenze è spesso crollata sotto il peso di un eccessivo impegno militare, come accadde alla Spagna imperiale con la bancarotta del 1575 e alla Gran Bretagna con la crisi della sterlina del 1947. Un possibile detonatore, sostiene, potrebbero essere le elezioni di metà mandato, qualora il passaggio di consegne al Congresso venisse ostacolato attraverso contestazioni o manovre sui risultati negli Stati in bilico.

Il debito delle famiglie in aumento


La stessa dipendenza dal credito si ritrova, su scala diversa, nei bilanci delle famiglie. Il loro indebitamento complessivo, scrive il New York Times, è diminuito dello 0,1% nel secondo trimestre del 2026 rispetto a un anno prima, attestandosi a 18.800 miliardi di dollari, mentre i saldi delle carte di credito sono saliti a 1.260 miliardi, con un aumento di 21 miliardi nel solo trimestre.

Secondo il rapporto pubblicato martedì dalla Federal Reserve di New York, nello stesso periodo la quota di debito aperto sulle carte di credito con oltre novanta giorni di ritardo è balzata dal 7,6% al 12,8%, un livello che non si vedeva dalla Grande recessione. Il debito medio per titolare di carta è cresciuto del 22,7% dal 2018 alla fine dello scorso anno, passando da 5.836 a 7.161 dollari: un incremento comunque inferiore all'inflazione cumulata nello stesso periodo, pari al 28,2%.

In questo contesto, a fare da cuscinetto è soprattutto la casa. Il patrimonio immobiliare netto delle famiglie americane ha raggiunto il record di 35.000 miliardi di dollari. Chi ha ancora un mutuo dispone in media di 310.500 dollari di valore netto immobiliare, secondo i calcoli della società di dati Cotality su 56,7 milioni di abitazioni. È in buona parte l'effetto di un mercato congelato: prezzi elevati e mutui costosi hanno allontanato molti compratori, le vendite di case esistenti sono diminuite dell'1,7% a luglio rispetto a giugno e chi pochi anni fa ha acceso un mutuo al 3% ha pochissimi incentivi a vendere.

Quel patrimonio, tuttavia, è immobilizzato e per trasformarlo in liquidità bisogna indebitarsi nuovamente sulla casa. Nel primo trimestre i proprietari hanno estratto 47 miliardi di dollari dal valore dei propri immobili, il 2% in più rispetto a un anno prima e il dato più alto per un primo trimestre dal 2021: 25 miliardi attraverso seconde ipoteche e 22 miliardi mediante rifinanziamenti con prelievo di liquidità, questi ultimi cresciuti del 18% in un anno. L'operazione può avere senso perché un mutuo trentennale a tasso fisso costa in media il 6,69%, mentre sulle carte di credito i tassi sono spesso superiori al 20%.

"Nessuno parla mai del fatto che il tasso della propria carta di credito è al 23%", ha detto al New York Times Alex Elezaj, direttore strategico di United Wholesale Mortgage. Secondo Elezaj, chi rifinanzia lo fa soprattutto per ridurre il costo medio dell'intero debito familiare, utilizzando il denaro sempre più spesso per estinguere carte di credito e prestiti universitari piuttosto che per finanziare ristrutturazioni o vacanze.

Stacey Melton, intermediaria di Gilbert, in Arizona, ha spiegato che i clienti che si rivolgono a lei hanno in media fra 20.000 e 50.000 dollari di debiti sulle carte di credito, con casi estremi che arrivano a 90.000 dollari di debito. Molti preferirebbero aprire una linea di credito garantita dalla casa per non rinunciare al vecchio mutuo a basso tasso, ma il costo di quelle linee è ormai così elevato da rendere spesso inutile l'operazione. Daryl Fairweather, capo economista di Redfin, avverte però che così anche le famiglie stanno diventando più vulnerabili a un rallentamento dell'economia: "Potrebbero ritrovarsi a dover vendere casa perché non riescono più a pagare il mutuo rifinanziato".

Le due dinamiche finiscono così per assomigliarsi. Da una parte c'è lo Stato federale, che deve rifinanziare continuamente una montagna di debito e dipende sempre di più da investitori che operano facendo ampio ricorso alla leva finanziaria, mentre dall'altra ci sono le famiglie, che spostano sempre di più parte del proprio indebitamento dalle carte di credito ai mutui ipotecari garantiti dalla propria casa. In entrambi i casi, però, il meccanismo rischia di diventare più fragile e costoso se i tassi d'interesse dovessero restare elevati o aumentare ancora. Ed è proprio questo, secondo Evans-Pritchard, il nodo che rischia di restringere progressivamente lo spazio di manovra della Federal Reserve in caso di una nuova ondata inflattiva.


Trump prepara un nuovo tentativo per rimuovere Lisa Cook dalla Fed


La Casa Bianca ha notificato a Lisa Cook, governatrice della Federal Reserve, che il presidente Donald Trump sta valutando di rimuoverla dall'incarico. La lettera, datata 5 agosto, concede a Cook 21 giorni per rispondere alle accuse di frode ipotecaria: il termine scadrà il 26 agosto, dopodiché il presidente prenderà una decisione definitiva. ABC News ha anticipato la notizia, mentre Axios ha ottenuto il testo della comunicazione.

Prima dell'agosto 2025 nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai tentato di rimuovere un governatore della Federal Reserve in carica. Per Trump è il secondo tentativo. Il 29 giugno la Corte Suprema aveva bloccato il primo tentativo con 5 voti contro 4, stabilendo che a Cook non erano stati garantiti né un preavviso né la possibilità di presentare le proprie ragioni. Nei giorni successivi Trump aveva annunciato su Truth Social che avrebbe avviato immediatamente una nuova procedura.

Il nuovo tentativo dopo lo stop della Corte Suprema


La nuova lettera punta proprio a colmare le lacune procedurali indicate dalla Corte e lo dichiara esplicitamente: la notifica è stata inviata "in ottemperanza all'opinione della Corte Suprema", si legge nel documento. Le contestazioni, tuttavia, restano le stesse di un anno fa. Secondo la Casa Bianca, la condotta attribuita a Cook costituisce una "causa" sufficiente per la rimozione e "mina la fiducia dell'opinione pubblica" nella Federal Reserve.

La comunicazione porta la firma di Dan Scavino, vice capo di gabinetto della Casa Bianca. "Lei è a conoscenza di queste accuse almeno dal 25 agosto 2025. Eppure, nonostante siano trascorsi più di dieci mesi, non ha mai fornito una spiegazione per questa grave condotta, pur avendone avuto ampie possibilità", scrive Scavino.

Le accuse sui mutui e la risposta di Cook


Le accuse nascono da una segnalazione presentata al Dipartimento di Giustizia nell'agosto 2025 da Bill Pulte, direttore della Federal Housing Finance Agency, l'agenzia federale che vigila sul mercato dei mutui. Secondo Pulte, Cook avrebbe indicato come abitazione principale due immobili diversi, uno ad Ann Arbor e l'altro ad Atlanta, per ottenere condizioni di finanziamento più favorevoli. La governatrice nega ogni illecito e non è mai stata incriminata né condannata. Nominata da Joe Biden nel 2022, è stata la prima donna afroamericana a entrare nel consiglio dei governatori della Fed; il suo mandato scade nel 2038.

I suoi avvocati, Abbe Lowell e Norm Eisen, hanno respinto le contestazioni. "Queste accuse sono infondate oggi come lo erano un anno fa, quando il presidente Trump ha tentato di rimuovere la governatrice Cook e di interferire con l'indipendenza della Federal Reserve", hanno dichiarato. Secondo i due legali, i fatti e i precedenti fissati dalla Corte Suprema escludono l'esistenza di una causa valida per destituirla, qualunque procedura scelga ora la Casa Bianca. "Come abbiamo già fatto, contesteremo anche quest'ultimo pretesto e difenderemo la sua posizione e il ruolo storico della Fed", hanno aggiunto. Lowell ha dichiarato alla CNN che la risposta sarà presentata entro i termini previsti e corredata dalla relativa documentazione.


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Luigi Mangione pronto a dichiararsi colpevole nel processo federale contro di lui


L’udienza a Manhattan è fissata per domani. A livello federale Mangione è accusato di stalking con esito letale, non di omicidio. Il separato processo statale per la morte di Brian Thompson inizierà invece l’8 settembre.

Luigi Mangione dovrebbe dichiararsi colpevole domani davanti al tribunale federale di Manhattan, dove è accusato di stalking con esito letale per l’uccisione di Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, avvenuta nel dicembre 2024. Lo ha anticipato il New York Times.

In sede federale Mangione non risponde direttamente di omicidio: il processo è fissato per il 5 gennaio 2027 e il capo d’accusa più grave prevede una pena massima dell’ergastolo. L’udienza, in programma domani alle 11 a New York, le 17 in Italia, è stata richiesta congiuntamente martedì dall’accusa e dalla difesa.

Non è ancora noto per quali capi d’imputazione Mangione, 28 anni, intenderebbe dichiararsi colpevole e l’accordo potrebbe saltare fino all’ultimo momento, anche in aula. Una prima trattativa era, in effetti, già naufragata a giugno. Finora l’imputato si è sempre dichiarato non colpevole di tutte le accuse contestategli, sia in sede federale sia in quella statale.

Interpellato ieri sulla possibilità di un accordo, Jamie McDonald, capo della procura federale di Manhattan, si è limitato a confermare la data dell’udienza: “Questo è tutto quello che possiamo dire al momento”.

L’uccisione di Thompson, avvenuta a Midtown Manhattan, una delle zone più frequentate degli Stati Uniti, e la successiva caccia all’uomo, durata cinque giorni, hanno catalizzato l’attenzione del Paese. Molti americani hanno reagito con orrore, mentre altri hanno espresso solidarietà nei confronti dell’uomo accusato di aver sparato, trasformato da alcuni nel simbolo della protesta contro il sistema delle assicurazioni sanitarie.

Il caso Mangione

Se Mangione si dichiara colpevole in sede federale, il processo per omicidio può saltare

Due procure hanno incriminato Luigi Mangione per lo stesso omicidio. La legge di New York vieta di processare due volte una persona per gli stessi fatti, ma la protezione scatta soltanto quando il primo procedimento si chiude. L’udienza federale arriva venticinque giorni prima dell’inizio del processo statale.

Grafica di FocusAmerica 13 agosto 2026

La finestra tra i due procedimenti
25
giorni
tra l’udienza federale e l’inizio del processo statale

Federale
Ven 14 agosto
Udienza a sorpresa a Manhattan

Statale
Mar 8 settembre
Inizia la selezione della giuria

Il procedimento che si chiude per primo decide se il secondo può ancora celebrarsi.

I numeri del caso. Udienza federale: venerdì 14 agosto 2026, ore 11 a New York. Processo statale per omicidio: 8 settembre 2026. Processo federale: 5 gennaio 2027.

Capi d’accusa federali: 2 rimasti su 4 (due capi di stalking con esito letale), pena massima l’ergastolo. Capi d’accusa statali: 9 rimasti su 11, il più grave l’omicidio di secondo grado, da 25 anni all’ergastolo.

La legge di New York vieta due procedimenti per gli stessi fatti, ma la protezione scatta solo quando il primo si chiude con una condanna o con la giuria già insediata.


La cronologia

Il doppio binario


Un solo omicidio, due incriminazioni parallele nel dicembre 2024. Da allora i due procedimenti hanno perso per strada i capi d’accusa più gravi e si sono contesi la precedenza.

FederaleDistretto Sud di New York
StataleProcura di Manhattan

La regola

Lo scambio


La Costituzione americana consente allo Stato e al governo federale di processare la stessa persona per gli stessi fatti: sono due sovranità distinte. La legge di New York offre una protezione più ampia e vieta il secondo procedimento, ma solo dopo che il primo si è chiuso con una condanna o con la giuria già insediata. Finora non era successo, e nel 2025 il giudice Carro aveva definito “prematura” l’eccezione della difesa.

Scenario AMangione si dichiara colpevole Scenario BL’accordo salta
FEDERALE STATALE art. 40.20 14 AGO 5 GEN 8 SET

Il precedente

Nel 2019 la stessa procura di Manhattan incriminò Paul Manafort per reati già giudicati in sede federale. Il giudice Maxwell Wiley archiviò il caso proprio in base alla legge di New York, e la corte d’appello confermò la decisione. L’avvocato che vinse quella causa era Todd Blanche, oggi ministro della Giustizia degli Stati Uniti.

I capi d’accusa

Che cosa resta in piedi


In venti mesi la difesa ha fatto cadere i capi d’accusa più gravi su entrambi i fronti: il terrorismo a New York, l’omicidio con arma da fuoco in sede federale. Con quest’ultimo è uscita di scena anche la pena di morte.

Le pene previste dal capo d’accusa più grave

Federale · Stalking con esito letalefino all’ergastolo

Statale · Omicidio di secondo gradoda 25 anni all’ergastolo

025 anniergastolo

Il capo statale fissa un minimo di legge di 25 anni. Quello federale arriva all’ergastolo ma non prevede un minimo: la pena la decide interamente il giudice.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su New York Times, ABC News, CNN e NBC News, e su atti dei procedimenti United States v. Mangione (Distretto Sud di New York) e People v. Mangione (Corte suprema dello Stato di New York, contea di New York). Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

Il nodo del doppio processo


Il processo statale per omicidio inizierà invece l’8 settembre, meno di un mese dopo l’udienza federale. Gli avvocati di Mangione potrebbero sfruttare un’eventuale dichiarazione di colpevolezza per chiedere l’archiviazione delle accuse statali, invocando il principio del double jeopardy, che vieta di processare due volte una persona per lo stesso reato.

La procura distrettuale di Manhattan, guidata da Alvin Bragg, intende però opporsi con decisione a qualsiasi tentativo del genere. Secondo gli esperti consultati dal New York Times, l’ufficio di Bragg potrebbe sostenere che le imputazioni statali riguardano un reato distinto, l’omicidio, rispetto allo stalking contestato a livello federale.

A gennaio la giudice federale Margaret Garnett ha respinto due capi d’accusa, incluso quello che avrebbe consentito di chiedere la pena capitale in caso di condanna. Alla fine di febbraio il Dipartimento di Giustizia ha rinunciato a impugnare la decisione.

Lo scorso anno anche Gregory Carro, giudice del processo statale, aveva annullato i due capi d’imputazione legati al terrorismo, ritenendo le prove “legalmente insufficienti”. Dei 9 capi statali rimasti, il più grave è l’omicidio di secondo grado, punibile con una pena compresa tra 25 anni di carcere e l’ergastolo.

Lo scontro tra la procura federale e Bragg


I due procedimenti paralleli hanno alimentato lo scontro tra il Dipartimento di Giustizia e l’ufficio di Bragg, che è l’unico procuratore ad aver ottenuto una condanna penale contro Donald Trump per la vicenda dei soldi in nero alla pornostar Stormy Daniels. Quando Mangione è stato incriminato a livello federale, nelle ultime settimane della presidenza di Joseph Biden, la procura si aspettava che il processo statale si celebrasse per primo.

Poco dopo l’insediamento di Trump, tuttavia, il Dipartimento di Giustizia ha cambiato orientamento e ha annunciato nel giro di poche settimane che avrebbe chiesto la pena di morte, una decisione che normalmente richiede molti mesi. Da allora le due procure si contendono la precedenza.

L’ufficio di Bragg ha sollevato formalmente la questione del doppio processo il mese scorso, dopo le prime indiscrezioni sull’accordo tra Mangione e i procuratori federali. In una lettera inviata il 2 luglio al giudice Carro, il pubblico ministero Joel Seidemann ha scritto che la procura distrettuale si sarebbe opposta a qualsiasi patteggiamento capace di “vanificare un esito giusto del procedimento statale”.

Bragg ha inoltre chiesto alla giudice Garnett di tenere conto di questo elemento nel decidere se accettare l’accordo. Qualsiasi dichiarazione di colpevolezza, ha aggiunto, dovrebbe considerare “la gravità dei reati dell’imputato, la perdita di una vita innocente e l’impatto di quei crimini sulla famiglia della vittima”.

Il collegio difensivo, guidato da Karen Friedman Agnifilo, contesta il doppio binario giudiziario fin dall’incriminazione di Mangione da parte delle autorità statali e federali, nel dicembre 2024.

In una memoria depositata presso il tribunale statale di Manhattan, i legali di Mangione hanno sostenuto che la sovrapposizione tra i due procedimenti sollevi problemi costituzionali di portata tale da non avere precedenti comparabili. Le due accuse, hanno scritto, si basano sugli stessi fatti e concedono di fatto alle procure due diverse possibilità di ottenere una condanna.

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Trump e lo spettro di Jimmy Carter: ostaggio dell'Iran e in calo nei sondaggi


Iran, Hormuz, arsenali in esaurimento e consenso in calo: per lo Spectator il presidente rischia di ritrovarsi bloccato nella stessa trappola politica che ha posto fine alla carriera politica di Jimmy Carter.

L'Esercito americano ha quasi esaurito le scorte di munizioni offensive, l'inflazione torna a salire, i sondaggi peggiorano e a Teheran si è insediata una nuova leadership ancora più intransigente di quella precedente. Per lo Spectator è il ritratto di un presidente sempre più sulla difensiva, che rischia di trasformare Donald Trump in un novello Jimmy Carter. L'ex governatore del New Jersey Chris Christie ha detto a This Week, su ABC, che "Donald Trump sta per diventare quello che non ha mai, mai voluto essere: Jimmy Carter", perché "è tenuto in ostaggio dall'Iran. Tengono in ostaggio lo Stretto di Hormuz e, di conseguenza, tengono in ostaggio l'economia mondiale".

La presidenza Carter si arenò proprio sull'Iran durante la crisi degli ostaggi del 1979, quando un gruppo di militanti occupò l'Ambasciata americana a Teheran, e subì un ulteriore durissimo colpo nell'aprile successivo con il fallimento dell'operazione Eagle Claw, il tentativo di liberare manu militari gli ostaggi che si concluse nel deserto iraniano con la morte di 8 soldati americani. Trump ha sempre evocato quel precedente come simbolo della debolezza americana: "Se guardate all'Afghanistan o ai giorni di Jimmy Carter, erano giorni diversi. Siamo di nuovo un Paese rispettato".

Stati Uniti · Il confronto

Il fantasma di Carter


Un presidente sulla difensiva, l’Iran che detta i tempi, il petrolio che risale: il paragone che Donald Trump ha sempre respinto torna a inseguirlo. I numeri dicono però che la storia non si sta ripetendo né con lo stesso calendario né con la stessa intensità.

Grafica di FocusAmerica

Jimmy Carter
1977 – 1981

Donald Trump
2025 – 2029

Mese
35

Mese
14

4 novembre 1979. Un gruppo di militanti occupa l’ambasciata a Teheran

28 febbraio 2026. Inizia la guerra e Hormuz viene chiuso

L’Iran è entrato nella presidenza di Trump con ventuno mesi di anticipo rispetto a Carter. Carter aveva davanti a sé la rielezione; Trump ha le elezioni di metà mandato fra meno di tre mesi.

La sovrapposizione

Due presidenze allineate sul mese di mandato


Le due crisi non cadono nello stesso punto del calendario politico. Sovrapponendo i mandati mese per mese, la crisi iraniana di Carter comincia quando il suo mandato è ormai agli sgoccioli; quella di Trump si apre a metà strada, con oltre due anni ancora davanti.

Carter, 1977–1981 Trump, dal 2025 Ancora da venire

Jimmy Carter · dal 20 gennaio 1977

Mese 21

Gli accordi di Camp David


Dopo tredici giorni di trattativa Egitto e Israele accettano l’intesa che sei mesi più tardi diventerà un trattato di pace: resta la principale vittoria di Carter in politica estera.
Settembre 1978

Mese 31

Il discorso sulla crisi di fiducia


Con la benzina razionata e le code ai distributori, il consenso di Carter scende al 28%: il minimo del mandato.
Luglio 1979

Mese 35

Sessantasei americani in ostaggio a Teheran


Un gruppo di militanti occupa l’ambasciata americana. Quasi tutti gli ostaggi resteranno prigionieri fino all’ultimo giorno della presidenza.
4 novembre 1979

Mese 36

Il Paese si stringe intorno al presidente


Il consenso risale al 54%. Nell’immediato la crisi degli ostaggi rafforza Carter invece di indebolirlo.
Dicembre 1979

Mese 40

Fallisce l’operazione Eagle Claw


Il blitz per liberare gli ostaggi si arena nel deserto iraniano: otto militari americani muoiono senza che nessun prigioniero venga liberato.
24 aprile 1980

Mese 47

La sconfitta contro Reagan


Carter perde in 44 Stati su 50. Gli ostaggi torneranno liberi il giorno dell’insediamento del suo successore.
4 novembre 1980

Donald Trump · dal 20 gennaio 2025

Mese 14

Inizia la guerra con l’Iran


Gli attacchi americani e israeliani aprono il conflitto. Teheran chiude lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
28 febbraio 2026

Mese 16

Il greggio supera i 100 dollari


Il Brent sfonda quota cento al barile. Il 22 aprile Trump annuncia un’estensione a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l’Iran.
Aprile 2026

Mese 18

Hormuz riapre e il petrolio torna giù


Il traffico delle petroliere riprende gradualmente e il Brent scende a 72 dollari, sotto i livelli precedenti alla guerra.
25 giugno 2026

Mese 19

Lo Stretto si richiude, la fuga da Ankara


In due settimane il greggio guadagna venti dollari. L’8 luglio, per lasciare il vertice NATO, Trump viene caricato su un camion del catering mentre il vecchio Air Force One fa da esca.
Luglio 2026

Mese 20

Netanyahu respinge il piano per Gaza


Israele boccia il documento in quindici punti voluto dalla Casa Bianca; Hamas invece vi aderisce. Il consenso del presidente è al minimo dei suoi due mandati.
Agosto 2026

Mese 23

Le elezioni di metà mandato


Con la maggioranza al Congresso a rischio, Trump ha fatto sapere che non si impegnerà nella campagna per i candidati repubblicani: ha «un’agenda fitta».
3 novembre 2026

Il consenso

Il rally che non è arrivato


Nel 1979 la presa degli ostaggi produsse l’effetto classico delle crisi internazionali: gli americani si strinsero intorno al presidente e Carter guadagnò ventisei punti in cinque mesi. Il crollo arrivò dopo, quando diventò chiaro che gli ostaggi non tornavano. Con Trump quel rimbalzo non si è mai visto.

Carter · Gallup

Dal minimo dell’estate 1979 al picco successivo alla presa degli ostaggi

Dicembre 197954%

Partenza: 28% a luglio 1979+26 punti

Trump · Pew Research Center

Dall’inizio del secondo mandato all’ultima rilevazione disponibile

Luglio 202634%

Partenza: 47% a febbraio 2025−13 punti

Prezzi ed energia

Per ora lo shock di Trump vale un decimo di quello di Carter


È il punto in cui l’analogia si sgonfia. La rivoluzione iraniana del 1979 fece più che raddoppiare il prezzo del greggio in dodici mesi e spinse l’inflazione americana oltre il 13%. La chiusura di Hormuz ha prodotto finora oscillazioni molto più contenute.

Petrolio: variazione nell’anno della crisi

Greggio da 13 a 34 dollari al barile fra metà 1979 e metà 1980; Brent dai 72,48 dollari della vigilia della guerra agli 84,45 del 10 agosto 2026

Carter+162%

1979 – 1980

Trump+17%

Picco di aprile: +38%

Inflazione al consumo nell’anno della crisi

Variazione dei prezzi su base annua nel mese più caro della crisi energetica

Carter13,6%

Giugno 1980, da 6,3% a inizio mandato

Trump4,2%

Maggio 2026, massimo da tre anni; 3,5% a giugno

La trattativa

Camp David contro il piano respinto


Entrambi hanno provato a chiudere il conflitto arabo-israeliano con un accordo che portasse il loro nome. Solo uno dei due ce l’ha fatta.

Carter · 1978

Gli accordi di Camp David


Tredici giorni di negoziato a porte chiuse aprono la strada alla pace fra Egitto e Israele, firmata a Washington nel marzo 1979.
Trattato firmato

Trump · 2026

Il piano in quindici punti per Gaza


Prevede che Hamas ceda gradualmente le armi e che Israele arretri sulla «linea gialla». Hamas ha aderito, il governo israeliano lo ha respinto pubblicamente.
Respinto da Israele

Nota di verifica

Nel rivendicare un risarcimento all’Iran, Trump ha citato fra le vittime i marinai uccisi sulla USS Cole. L’attentato di Aden del 2000 è però attribuito dall’FBI ad al Qaeda, non a Teheran.

Fonte: Gallup e Pew Research Center (consenso presidenziale), Bureau of Labor Statistics (inflazione), Brookings Institution e Reuters (prezzo del greggio), FBI, ABC News. Dati aggiornati al 12 agosto 2026.

Il consenso di Carter è misurato da Gallup, quello di Trump da Pew Research Center: le due serie non sono direttamente sovrapponibili e vanno lette come andamenti. Elaborazione FocusAmerica.

Da Ankara a Hormuz, un presidente sulla difensiva


Il timore di un attacco iraniano ha già cambiato persino il modo in cui il presidente si sta spostando. Per lasciare Ankara al termine del recente vertice della NATO, l'8 luglio, Trump è stato caricato su un camion del catering e poi imbarcato su un aereo militare più piccolo, mentre davanti alle telecamere il vecchio Air Force One veniva utilizzato come esca.

Domenica Trump ha detto che sul conflitto gli Stati Uniti stanno mantenendo un profilo basso. Il giorno successivo, dopo che Teheran aveva chiesto a Washington un risarcimento di guerra collegandolo al Memorandum d'Intesa raggiunto a giugno e alle condizioni per riaprire lo stretto di Hormuz, il presidente ha replicato su Truth Social sostenendo che semmai dovrebbe essere l'Iran a "risarcire l'America per tutte le persone che ha ucciso e gravemente ferito con i suoi ordigni piazzati lungo le strade e nei molti conflitti per cui è famoso, guidato inizialmente dal generale Soleimani, comprese le famiglie di quelli uccisi sulla USS Cole e le migliaia di altri caduti in combattimento".

L'attentato del 2000 contro la USS Cole, però, è stato attribuito dall'FBI ad al Qaeda e non all'Iran. Nel frattempo, di fronte alla prospettiva sempre più concreta di perdere la maggioranza al Congresso alle elezioni di metà mandato, Trump ha fatto sapere che non si impegnerà direttamente nella campagna per i candidati repubblicani, spiegando di avere "un'agenda fitta".

Carter ottenne Camp David, Trump incassa il no di Netanyahu


Una differenza importante tra le due presidenze riguarda proprio il Medio Oriente. Carter ottenne nel 1978 gli accordi di Camp David, che aprirono la strada alla pace tra Egitto e Israele dopo una trattativa lunga e paziente e restano, ancora oggi, la sua principale vittoria in politica estera. Il piano per Gaza elaborato dal Board of Peace, l'organismo voluto da Trump per seguire il dossier, prevede invece che Hamas ceda gradualmente le armi a una nuova amministrazione palestinese e che Israele riporti le proprie truppe sulla "linea gialla" stabilita dalla tregua.

Trump lo ha definito "storico", ma domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aprendo una riunione di governo, lo ha platealmente respinto con queste parole: "Israele respinge il documento in 15 punti", ha detto, aggiungendo che l'esercito israeliano non si ritirerà finché Hamas non sarà realmente disarmata. Poche ore dopo Hamas ha invece confermato la propria adesione al piano.

Nel frattempo gli Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno dichiarato il mese scorso un blocco navale contro l'Arabia Saudita nel Mar Rosso e domenica hanno rivendicato un attacco con droni contro la raffineria di Saudi Aramco a Jazan. L'incendio provocato dall'attacco è stato spento senza causare feriti. Lunedì, nello Studio Ovale, Trump ha ribadito che gli Stati Uniti controllano "al 100%" lo Stretto di Hormuz, pur ammettendo che l'Iran "può creare problemi". Il risultato è che il prezzo del petrolio è tornato a salire, mentre il consenso per il presidente è sceso ai livelli più bassi registrati nei suoi due mandati.


Trump ha lasciato la Turchia su un aereo segreto, con l'Air Force One usato come esca per paura dell'Iran


Il presidente Donald Trump ha lasciato il vertice della NATO ad Ankara l'8 luglio a bordo di un aereo militare tenuto segreto, mentre la Casa Bianca faceva credere ai giornalisti e a parte del suo staff che stesse volando sull'Air Force One. Lo ha rivelato lunedì il Washington Post, che cita un funzionario americano a conoscenza dell'operazione e materiale verificato dal giornale. L'inganno è stato organizzato per una minaccia di assassinio arrivata dall'Iran, paese confinante con la Turchia.

Trump è salito sul vecchio Air Force One davanti alle telecamere e pochi minuti dopo è stato fatto scendere dal lato opposto dell'aereo dentro un camion dei pasti, quelli che caricano cibo e provviste a bordo dei voli. Il camion era stato sollevato con un sistema idraulico fino a un portellone sul fianco dove non c'erano i cronisti. Da lì il presidente e alcuni collaboratori sono stati portati su un terzo aereo, un C-32A dell'Aeronautica militare, la versione militare del Boeing 757, molto più piccolo del jumbo presidenziale.

Il vecchio Air Force One è servito da esca. Il gruppo ristretto di giornalisti che accompagna il presidente in ogni spostamento è partito convinto di viaggiare con lui, insieme ad alcuni membri dello staff della Casa Bianca. Prima del decollo era stato chiesto loro di tenere abbassate le tendine dei finestrini nella cabina stampa, una disposizione che di solito vale per i voli sulle zone di guerra.

Il piano è stato messo a punto in poche ore, dopo che i funzionari avevano giudicato credibile la minaccia. A conoscerlo era un gruppo ristretto di alti responsabili del governo, tra cui il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha scritto il New York Times, che ha confermato la ricostruzione con due alti funzionari americani.

Il vecchio Air Force One è atterrato alla base aerea di Mildenhall, nell'est dell'Inghilterra, alle 22:16 ora locale (le 23:16 in Italia). Prima che i giornalisti scendessero, Trump era già stato riportato in auto dal C-32A al jumbo presidenziale, dove è salito da un ingresso diverso. Alle 22:56 (le 23:56 in Italia) è sceso dalla scaletta del portellone superiore di sinistra come fa di solito, ha fatto il segno della vittoria ai cronisti senza avvicinarsi, ha salutato i militari della base e ha raggiunto a piedi il nuovo Air Force One donato dal Qatar, con cui è tornato a Washington insieme ai giornalisti.

Trump era arrivato ad Ankara con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal Qatar l'anno scorso e ristrutturato dall'azienda della difesa L3Harris, alla sua prima trasferta internazionale. Prima di ripartire aveva scritto su Truth Social che per il primo tratto avrebbe usato il vecchio jet azzurro "per i vecchi tempi", mentre il nuovo aereo sarebbe arrivato prima alla stessa base britannica per far salire a bordo i militari americani di stanza in Inghilterra.

La minaccia iraniana non riguardava soltanto l'aereo qatariota: il presidente era il bersaglio su qualunque velivolo avesse preso. Il cambio di aereo aveva comunque aperto un caso sulla sicurezza del nuovo Air Force One, che il New York Times a luglio aveva descritto come privo di alcuni dei sistemi di difesa montati sui modelli precedenti. Trump si è infuriato per quelle fughe di notizie e il Dipartimento di Giustizia ha convocato davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se procedere con un'incriminazione, i giornalisti che avevano firmato gli articoli e alcuni loro familiari. Le convocazioni sono state ritirate dopo che un giudice federale ha rimproverato i procuratori.

Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha risposto alle domande sull'operazione con una dichiarazione: "Ci sono molti nemici dell'America che lo hanno nel mirino e usiamo ogni strumento a nostra disposizione per affrontare quelle minacce". Era lo stesso testo diffuso a luglio, che in quell'occasione conteneva anche le parole "compresi la distrazione e il depistaggio", eliminate nella nuova versione. Cheung ha aggiunto che il jet donato dal Qatar è un velivolo all'avanguardia, dotato di protocolli di sicurezza di alto livello. Il Secret Service, il corpo che protegge il presidente, non ha voluto commentare e l'Aeronautica militare, che gestisce la flotta presidenziale, ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

Sul volo di ritorno verso Washington Trump ha detto ai giornalisti di aver preso il vecchio aereo perché voleva che i militari della base britannica vedessero il nuovo. Sulle tendine abbassate ha detto di non essere a conoscenza di minacce specifiche, ma si è descritto sotto assedio costante da parte dell'Iran: "Io ho una minaccia in continuazione. Sono il numero uno della loro lista, prima di voi". Poi ha aggiunto, rivolto ai cronisti: "Ma se me ne vado io, ve ne andate anche voi".

Nel 2000 il presidente Bill Clinton entrò in Pakistan su un aereo senza insegne, mentre l'Air Force One ufficiale veniva mandato avanti come esca. Donald Mihalek, ex agente del Secret Service nelle scorte di George W. Bush e Barack Obama, ha detto al New York Times che l'agenzia ha già usato in passato aerei e cortei di automobili come diversivo: "Ogni volta che il presidente si trova in uno scenario dove c'è un potenziale pericolo di combattimento, il Secret Service ha adottato contromisure protettive, incluso l'uso di un'esca". Il compito dell'agenzia, ha detto, è tenere il presidente al sicuro, non fare informazione. Paul Eckloff, anche lui ex agente, ha detto all'Associated Press che la mossa non è senza precedenti ma resta un fatto insolito.

Le minacce iraniane contro Trump vanno avanti da anni, da quando nel primo mandato ordinò l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Durante la campagna del 2024 i suoi consiglieri ricevettero informazioni di intelligence secondo cui Teheran voleva ancora colpirlo e lo staff cominciò a usare ogni tanto aerei esca, imbarcando il candidato su un jet segreto senza avvisare i giornalisti e facendo volare il suo aereo privato. Nello stesso periodo ci furono un piano di omicidio su commissione affidato a un intermediario iraniano, poi finito in tribunale, e la violazione delle email e dei profili social di alcuni collaboratori. L'amministrazione Biden rafforzò la protezione del candidato e poco dopo, per motivi non collegati all'Iran, Trump subì l'attentato di Butler, in Pennsylvania, seguito da un secondo tentativo a settembre.

Il vertice di Ankara si è tenuto mentre l'esercito americano conduceva una serie di attacchi su larga scala in Iran, in risposta agli assalti iraniani alle navi mercantili nella regione. La guerra, cominciata il 28 febbraio, va avanti da più di cinque mesi. I funzionari americani non avevano mai ammesso prima che il presidente non fosse dove sostenevano che fosse. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha chiesto un'indagine del Congresso, definendo l'episodio "senza precedenti" e "surreale" in un intervento alla CNN.


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I droni ucraini hanno eliminato una brigata americana in un'esercitazione in Germania


All'esercitazione Combined Resolve, in aprile e maggio, gli operatori ucraini del reggimento Nemesis hanno eliminato una brigata corazzata americana

Gli operatori di droni ucraini hanno eliminato un'intera brigata corazzata dell'esercito americano durante un'esercitazione militare in Germania, dove hanno individuato e colpito senza difficoltà i mezzi blindati statunitensi. Lo ha rivelato il Wall Street Journal.

L'esercitazione, chiamata Combined Resolve, si è svolta tra aprile e maggio ed è durata due settimane. Vi hanno preso parte circa 3.500 militari americani, in gran parte della 3ª Brigata corazzata della 1ª Divisione di cavalleria, arrivata a turno da Fort Hood, in Texas. Il loro compito era attaccare una posizione difesa dal reparto che al poligono interpreta il nemico, rinforzato dai soldati ucraini del 412° reggimento dei sistemi senza pilota, chiamato Nemesis.

I mezzi corazzati pesanti mandati all'attacco sollevavano polvere e sono stati facili da individuare per i droni da ricognizione ucraini. Dietro quelli da ricognizione, sul campo di battaglia reale, arrivano i droni che sganciano esplosivo e quelli first-person view, pilotati a distanza con un visore che trasmette le immagini della telecamera di bordo e che si schiantano contro il bersaglio.

Nelle esercitazioni di questo tipo si usano raramente munizioni vere. Di solito un drone resta sospeso sopra un veicolo o gli si avvicina abbastanza perché un osservatore assegni l'abbattimento. I droni ucraini lo facevano così in fretta che i mezzi americani dovevano essere rimessi in campo come unità nuove, "re-spawned" nel gergo dei videogiochi, per non fermare l'esercitazione.

La guerra dei droni

I droni ucraini hanno «eliminato» una brigata corazzata americana


All’esercitazione Combined Resolve, in Germania, gli operatori del reggimento Nemesis hanno individuato e colpito i blindati statunitensi così in fretta da costringere i comandi a rimetterli in campo come unità nuove: il «respawn» dei videogiochi.

Grafica di FocusAmerica

Poligono di Hohenfels · aprile–maggio 2026 Eliminazioni e respawn


I mezzi pesanti sollevavano polvere ed erano facili da individuare. Nelle esercitazioni basta che un drone resti sospeso sul veicolo perché un osservatore assegni l’abbattimento: i blindati venivano eliminati così in fretta da dover rientrare in campo come unità nuove.

3.500
vs
412°
militari USA in campo, in gran parte della 3ª Brigata corazzata della 1ª Divisione di cavalleria
il reggimento ucraino di sistemi senza pilota «Nemesis», schierato con la forza avversaria

Catena d’attaccoL’attacco Sconfitte NATOSconfitte DivarioDivario

Tre ondate, un bersaglio


Sul campo di battaglia reale i droni lavorano in sequenza: prima gli occhi, poi le armi.

FASE 1
Ricognizione

Il drone osservatore individua i blindati dalla polvere che sollevano e trasmette la posizione.
All’esercitazione
A Hohenfels è bastata questa fase: i mezzi in movimento erano visibili senza difficoltà.


FASE 2
Bombardamento

Il drone d’attacco resta sospeso sopra il veicolo e sgancia l’esplosivo.
All’esercitazione
Qui niente munizioni vere: l’abbattimento lo assegna un osservatore, e i droni di Nemesis lo ottenevano in pochi istanti.


FASE 3
Impatto FPV

Il drone con visore in prima persona, guidato a distanza, si schianta sul bersaglio.
All’esercitazione
In Ucraina è l’arma che ha svuotato di blindati ampi tratti della linea del fronte.

Non è la prima volta


Da tre anni gli operatori ucraini vincono ogni confronto simulato con gli eserciti occidentali.

Droni ucraini
3
vittorie

Eserciti occidentali
0

  • 2023

    Fronte ucraino

    Un ufficiale americano capovolge la lezione

    Stati UnitiUcraina

    Impegnato nell’addestramento delle truppe di Kyiv, si convince che sono gli americani a dover imparare dagli ucraini. Il programma che mette a punto viene poi adottato da altri reparti dell’esercito.

  • 2025Maggio

    Area baltica

    Tre eserciti NATO battuti in una sola esercitazione

    Regno UnitoEstoniaStati Uniti

    Gli operatori ucraini superano senza difficoltà i reparti schierati contro di loro. Stesso esito nelle esercitazioni britanniche.

    Vittoria dei droni ucraini

  • 2026Primavera

    Esercitazione a guida svedese

    I team ucraini prevalgono di nuovo

    SveziaAlleati NATO

    Lo confermano ai media locali i responsabili svedesi che hanno diretto le manovre.

    Vittoria dei droni ucraini

  • 2026Aprile–maggio

    Hohenfels, Germania

    Una brigata corazzata americana «eliminata»

    3ª Brigata corazzata

    Il 412° Nemesis annienta reparti dotati dei sistemi standard di guerra elettronica e anti-drone. A metà esercitazione gli ucraini cambiano campo e insegnano agli americani l’attacco con i droni.

    Vittoria dei droni ucraini

L’esperienza che i soldi non comprano


Il Pentagono ha investito molto nei droni. Ma il vantaggio ucraino nasce al fronte.

Ucraina VS Stati Uniti

Quasi 4 anni e mezzo di guerra dei droni contro la Russia.
Esperienza
Primi a usare droni a lungo raggio in guerra, ma senza il fronte come palestra.

Velivoli a basso costo, riparati e adattati di continuo.
Investimenti
Miliardi di dollari del Pentagono in tecnologie e reparti specializzati.

Riparano e armano i droni in combattimento, sotto il fuoco nemico.
Sotto il fuoco
Nessuna esperienza di manutenzione dei droni al fronte.

Il fronte è quasi privo di blindati: i droni li distruggono in massa.
Sul campo
Colpiti dai droni iraniani in Medio Oriente: soldati uccisi e feriti.

La convergenza

Gli americani a Hohenfels hanno imparato in fretta: dispersione, occultamento, guerra elettronica, poi l’attacco con i droni insegnato dagli stessi ucraini. Washington sta ora provando droni ucraini da acquistare, ha usato in Iran sistemi anti-drone collaudati al fronte ucraino e, come riferito a maggio dal Segretario alla Difesa Hegseth, ha aumentato i militari inviati in Ucraina a studiare la guerra dei droni.

«È fondamentale che le Forze Armate americane lo imparino e finora, purtroppo, non sembra essere così.»

Eliot Cohen, Center for Strategic and International Studies

Fonte: Wall Street Journal, agosto 2026 Esercitazione Combined Resolve, Hohenfels (Germania)

I reparti in rotazione erano equipaggiati con i sistemi standard di guerra elettronica e anti-drone. Le nuove Mobile Brigade Combat Teams, che hanno l'equipaggiamento e le tattiche più recenti, se la sono cavata molto meglio in altre esercitazioni, ha detto un responsabile dell'esercito.

Nelle due settimane lo scenario è stato ripetuto più volte e le prestazioni americane sono migliorate, perché i soldati hanno imparato a disperdersi, a nascondersi e a usare i sistemi di guerra elettronica. A metà dell'esercitazione gli ucraini hanno cambiato schieramento e hanno insegnato agli americani a usare i droni in attacco, cosa che questi ultimi hanno poi fatto con efficacia.

Esercitazioni come Combined Resolve servono proprio a mettere i reparti in condizioni di combattimento realistiche e le sconfitte sono considerate parte dell'addestramento. I comandi americani in Europa negli ultimi anni hanno approfittato della presenza dei militari ucraini per trasferire ai soldati statunitensi e alleati l'esperienza accumulata al fronte.

Gli Stati Uniti sono stati i primi a usare droni a lungo raggio in guerra e il Pentagono, il Ministero della Difesa americano, ha speso miliardi di dollari per comprare nuove tecnologie di droni e anti-droni e ha creato reparti specializzati per impiegarle. In Medio Oriente le forze americane hanno però faticato a difendersi dai droni iraniani a lungo raggio, che hanno ucciso e ferito soldati e distrutto velivoli.

Eliot Cohen, studioso del Center for Strategic and International Studies, uno dei principali centri studi di Washington sulla politica internazionale, ha detto al Wall Street Journal che l'esperienza recente sui campi di battaglia mostra quanto i droni di ogni tipo siano ormai essenziali nella guerra moderna. "È fondamentale che le Forze Armate americane lo imparino e finora, purtroppo, non sembra essere così", ha detto.

I militari ucraini sono diventati esperti nell'uso dei droni in quasi 4 anni e mezzo di combattimenti contro la Russia: gli operatori e il personale di supporto sanno ripararli e adattarli di continuo. Anche le forze di Mosca hanno però acquisito capacità preziose in questo campo. Gli operatori americani non hanno invece esperienza di riparazione e armamento dei droni sotto il fuoco nemico.

In Ucraina i carri armati e gli altri mezzi corazzati vengono distrutti in numero così alto che ampie parti della lunghissima linea del fronte sono ormai quasi prive di blindati. Alcuni ufficiali americani ritengono però che i droni siano particolarmente letali in questa guerra perché il conflitto è arrivato a un punto di stallo, con poco movimento sul terreno. In una guerra di manovra, dicono, il carro armato tornerebbe a contare.

Valeriy Zaluzhniy, ex comandante in capo delle Forze Armate ucraine, sostiene invece che la tecnologia dei droni ha reso per ora impraticabile la guerra di manovra tradizionale e che questo spiega la staticità del fronte orientale. Russia e Ucraina stanno ora entrambe cercando la prossima svolta tecnologica o tattica capace di restituire movimento al campo di battaglia. Resta il fatto che, stante la situazione attuale, l’esercitazione svolta in Germania ha mostrato che gli Stati Uniti potrebbero avere serie difficoltà a proteggere i propri mezzi corazzati mentre avanzano.

Nel 2023 un ufficiale di fanteria statunitense impegnato nell'addestramento delle truppe di Kyiv si era reso conto che erano gli americani a dover imparare dagli ucraini e non il contrario, e aveva messo a punto un programma di addestramento poi adottato da altri reparti dell'esercito. Nel maggio dell'anno scorso gli operatori ucraini avevano già battuto senza difficoltà, in un'esercitazione nell'area baltica, i reparti della NATO schierati contro di loro: britannici, estoni e un contingente americano.

Questa primavera le forze svedesi hanno guidato un'esercitazione con gli alleati della NATO in cui i team ucraini di droni hanno di nuovo prevalso, come hanno detto responsabili svedesi ai media locali. Anche le esercitazioni britanniche si erano concluse con vittorie facili degli ucraini.

Nonostante i rapporti con Kyiv si siano più volte incrinati, l'Amministrazione del presidente Trump si sta avvicinando all'Ucraina sul terreno dei droni. Gli Stati Uniti stanno provando droni ucraini da acquistare e hanno usato in Iran, per difendere i propri soldati, sistemi anti-drone collaudati in quella guerra. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth a maggio ha detto ai senatori di aver aumentato il numero di militari americani mandati in Ucraina a studiare proprio la guerra dei droni.


L’Iran detta le condizioni su Hormuz, gli arsenali Usa frenano Trump


Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha posto oggi sei nuove condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico mercantile. Secondo quanto da lui affermato, gli Stati Uniti devono:

  1. smettere di minacciare l'Iran e di offendere i simboli sacri della nazione iraniana;
  2. porre definitivamente fine alla guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq;
  3. revocare il blocco navale e allontanare le proprie forze dall'area medio orientale;
  4. risarcire integralmente i danni causati dalla guerra;
  5. cancellare le sanzioni imposte contro l'Iran;
  6. sbloccare i fondi iraniani congelati.

"Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto", ha affermato Zolghadr.

La nuova lista di richieste iraniana è arrivata proprio mentre a Washington veniva data per imminente un'intesa capace di far ripartire i traffici nel braccio di mare che si trova tra Iran e Oman. La Casa Bianca non ha commentato. Il cessate il fuoco di giugno invece subordinava la revoca completa delle sanzioni a un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, mentre per sbloccare i fondi congelati gli Stati Uniti hanno sempre preteso che Teheran rinunciasse all'uranio altamente arricchito in suo possesso.

Le nuove richieste di Zolghadr aumentano così la pressione sul presidente Donald Trump, che conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell'energia in vista delle importanti elezioni di metà mandato di novembre. La benzina è arrivata a 4,02 dollari al gallone, contro i 3,16 di un anno fa: un rincaro che pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni. Nell'ultima settimana, secondo la società di analisi dei dati marittimi Kpler, hanno attraversato lo stretto poco più di 10 navi al giorno, contro le 130 in media dei mesi precedenti alla guerra. Prima del conflitto passava da Hormuz circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Lo stretto conteso
Hormuz, il ricatto di Teheran
L’Iran detta sei condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre gli arsenali americani si svuotano e la benzina supera i 4 dollari al gallone.
Grafica di FocusAmerica

Il traffico strozzato
Da 130 navi al giorno a una manciata
Ogni punto sulla rotta rappresenta 10 transiti giornalieri attraverso lo Stretto.

Prima della guerra Oggi
Iran Oman E.A.U.
Stretto di Hormuz
~39 km nel punto più stretto

Prima della guerra 130

Oggi ~10
navi al giorno, media dei mesi precedenti al conflitto
navi al giorno nell’ultima settimana

Prima del conflitto da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Le richieste di Teheran
Le sei condizioni per riaprire lo Stretto
Sono state poste da Mohammad Bagher Zolghadr, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Tocca ogni voce per leggere il contesto.

Il prezzo per Washington
Arsenali svuotati, benzina sopra i 4 dollari
La guerra ha consumato gran parte degli intercettori americani, mentre il caro carburante pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Intercettori rimasti Consumati durante la guerra
Per i THAAD il ritorno ai livelli precedenti alla guerra non è previsto prima del 2029. Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike sono in larga parte esaurite.
Benzina, media nazionale USA (al gallone)

3,16 $
un anno fa

4,02 $
oggi · +27%

soglia dei 4 $

3,00 $4,25 $

Ad aprile la media nazionale ha superato i 4 dollari per la prima volta da agosto 2022. La Casa Bianca conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell’energia prima del voto di novembre.

Fonti: Kpler (traffico navale); CSIS, stime del 27 luglio 2026 (intercettori); AAA (benzina); EIA (flussi energetici). Dati all’8 agosto 2026.

Sempre oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato un attacco iraniano contro una petroliera dell'Adnoc, la compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi. Dall'inizio della guerra, almeno 15 navi di questa società sono state attaccate e tra gli equipaggi si contano 1 morto e 20 feriti. Abu Dhabi ha parlato di un atto di pirateria dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Anche Arabia Saudita, Qatar e Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condannato l'attacco, mentre Doha ha chiesto ancora una volta la riapertura incondizionata dello Stretto.

Ci sono anche dei segnali di allentamento della pressione. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato oggi all'agenzia iraniana Tasnim che Teheran e Muscat sono "molto vicine" a un accordo. Ha però aggiunto che la riapertura dipende da altre condizioni, tra cui un risarcimento statunitense per le violazioni del Memorandum di Islamabad. Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian devono però fronteggiare l'opposizione dei conservatori, contrari a qualsiasi intesa con gli americani.

In un'intervista a Fox News, il vicepresidente JD Vance ha definito le trattative "a metà strada", ridimensionando l'ottimismo espresso nei giorni scorsi da altri alti funzionari, che le avevano descritte come quasi concluse. Stando a quanto afferma Vance, restano da definire lo schema di navigazione, le operazioni di sminamento e l'impegno iraniano a non aprire più il fuoco contro le navi mercantili. Vance non ha precisato che cosa Washington sia disposta a concedere e ha insistito sulla leva negoziale americana: "Stanno soffrendo parecchio. Vogliono che questa storia finisca".

Washington cerca una via d'uscita


Nelle ultime settimane è stato però il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, a cercare di far capire agli altri consiglieri del presidente che occorre trovare una via d'uscita a tutti i costi. Un'ulteriore escalation rischierebbe infatti di ritorcersi contro gli Stati Uniti, mentre una sola campagna di bombardamenti aerei difficilmente permetterebbe di raggiungere i risultati promessi, secondo tre fonti sentite dalla CNN.

Caine ha discusso delle sue preoccupazioni con il direttore della CIA John Ratcliffe, il Segretario di Stato Marco Rubio e con lo stesso Vance. "La potenza aerea ha i suoi limiti", aveva già avvertito durante un'audizione pubblica il mese scorso, quando Trump sembrava pronto ad autorizzare quella che aveva definito un'operazione "massiccia", prima di rinunciare dopo essersi confrontato con gli alleati mediorientali, preoccupati da possibili ritorsioni contro le proprie infrastrutture energetiche.

Arsenali svuotati e deterrenza indebolita


Sulla decisione ha pesato anche il difficile stato degli arsenali missilistici americani. La campagna militare contro l'Iran ha consumato più di 1.500 intercettori Patriot: ne restano meno di 830, rispetto ai circa 2.330 disponibili all'inizio della guerra, secondo il Center for Strategic and International Studies. Tre fonti hanno descritto queste stime come vicine ai dati interni del governo. Gli intercettori THAAD, progettati per abbattere i missili balistici, sono scesi da 452 a meno di 280 e il ritorno ai livelli precedenti non è previsto a questo punto prima del 2029.

Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike, che consentono di colpire obiettivi da centinaia di km di distanza, sono in larga parte esaurite. Restano più di 100.000 bombe guidate, ma devono essere sganciate più vicino al bersaglio, esponendo così gli aerei statunitensi al fuoco della contraerea iraniana. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt continua a negare ufficialmente che vi sia una penuria di munizioni, mentre Trump ha ordinato una caccia alle talpe e chiesto incriminazioni penali per chi ha trasmesso alla stampa informazioni classificate.

A Kyiv, intanto, le forniture di missili antiaerei degli alleati occidentali si sono ridotte a un terzo rispetto al 2025, ha dichiarato questa settimana Volodymyr Zelensky. Mercoledì la contraerea ucraina non ha intercettato nessuno dei 28 missili lanciati dalla Russia. Il risultato è stato che almeno 17 persone sono morte a Kyiv e nella regione circostante. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Trump aveva già respinto la richiesta ucraina di alcune centinaia di intercettori Patriot. Quando gli è stato chiesto di spiegare la decisione, ha risposto che quei missili servono anche agli americani.

Tuttavia, il trasferimento di armi verso il Medio Oriente ha indebolito soprattutto i dispositivi americani in Asia. Il comando statunitense dell'Indo-Pacifico ha dovuto cedere Tomahawk e altri missili che sarebbero cruciali in un eventuale scontro con la Cina, mentre dalla Corea del Sud sono stati trasferiti centinaia di missili intercettori, un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere. Alcuni funzionari temono che Seoul e Tokyo possano ora perdere fiducia nella protezione convenzionale degli Stati Uniti e valutare lo sviluppo di un proprio deterrente nucleare.

Anche potenze rivali come Mosca e Pechino stanno attentamente monitorando le scorte americane attraverso il bilancio approvato dal Congresso, gli annunci delle aziende della difesa e i propri satelliti spia. Tom Karako, del Center for Strategic and International Studies, ha detto al New York Times che è in corso un "annientamento generazionale dei mezzi della deterrenza convenzionale". Secondo Dara Massicot, del Carnegie Endowment for International Peace, i quattro anni di guerra in Ucraina hanno già mostrato ai pianificatori militari russi quanto lentamente l'industria americana sia in grado di aumentare la propria produzione. Il rischio è che Mosca finisca per rivalutare il rapporto di forze con la NATO in una direzione sfavorevole a Washington.

Più a lungo si prolunga lo scambio di attacchi con l'Iran, più si assottigliano le scorte di munizioni e diventa evidente la vulnerabilità americana, osserva Todd Harrison dell'American Enterprise Institute. Per la Casa Bianca cresce quindi l'urgenza di ottenere almeno una vittoria simbolica da presentare agli elettori prima del voto di novembre. La riapertura dello Stretto di Hormuz resta il risultato più immediato e politicamente spendibile. Teheran ne è pienamente consapevole e proprio per questo continua ad alzare la posta.


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Il socialismo non sfonda in America, ma il capitalismo è al suo minimo storico


Nell'ultima rilevazione Gallup il 30% degli americani dice che il socialismo non ha nulla di positivo e un altro 15% non sa indicare niente. Il capitalismo si ferma al 54% di opinioni positive, il valore più basso mai misurato, e tra i democratici è sceso al 42%.

Quasi la metà degli americani non riesce a dire cosa ci sia di buono nel socialismo. Alla domanda aperta su quali siano i suoi aspetti positivi, il 30% risponde "niente" e un altro 15% non sa indicare nulla, secondo la rilevazione che Gallup ha diffuso all'inizio di agosto. L'indagine è stata condotta con questionari web dall'1 al 14 dicembre 2025 su un campione casuale di 2.020 adulti iscritti al panel dell'istituto.

Le critiche di chi risponde nel merito si distribuiscono su fronti diversi: il 21% cita l'inefficienza economica, il 19% l'invadenza dello Stato, il 18% il venir meno degli incentivi al lavoro, il 17% la riduzione della libertà e delle opportunità, l'11% la corruzione e il fallimento del sistema. Tra chi invece vede qualcosa di positivo, il 26% indica la rete di protezione sociale, cioè servizi di base accessibili che vanno dalla sanità all'istruzione alla casa, mentre il 23% cita l'uguaglianza e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sondaggi · L’America e le ideologie economiche

Quasi metà degli americani non sa dire cosa ci sia di buono nel socialismo

Alla domanda aperta di Gallup il 30% risponde «niente» e un altro 15% non indica nulla. Chi lo apprezza cita la protezione sociale e l’uguaglianza; le critiche vanno dall’inefficienza economica all’invadenza dello Stato.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

«Che cosa c’è di buono nel socialismo?»
45%

degli americani non indica alcun aspetto positivo: su 100 intervistati, 30 rispondono «niente» e 15 non sanno cosa dire.

«Niente» — 30% Non sa rispondere — 15% Indica almeno un aspetto — 55%
La stessa quota, per gli altri sistemi: Libera impresa 27% Capitalismo 22%

Le risposte nel merito

Il socialismo promette sicurezza, ma per molti costa libertà ed efficienza


Percentuale di americani che citano ciascun tema. Tocca una voce per il dettaglio e lo spaccato per partito.

Il buono55% indica qualcosa
Rete di protezione sociale 26%

Sanità, istruzione, casa e altri servizi di base a costi accessibili.

Uguaglianza e redistribuzione 23%

Meno divisioni di classe e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sostegno a poveri e lavoratori 9%

Aiuti ai più svantaggiati e tutele per la classe lavoratrice.

Controllo pubblico o collettivo 6%

Un ruolo più forte dello Stato e delle comunità nell’economia.

Benessere della comunità 4%

Legami sociali più solidi e un tenore di vita migliore.

Il male75% indica qualcosa
Inefficienza economica 21%

Tasse più alte, crescita lenta, meno innovazione e concorrenza.

Invadenza dello Stato 19%

Governo troppo grande, abusi di potere, derive verso il comunismo.

Meno incentivi al lavoro 18%

Scoraggia l’impegno, premia la mediocrità, crea dipendenza dai sussidi.

Meno libertà e opportunità 17%

Limita i diritti individuali, la scelta e la possibilità di prosperare.

Corruzione e fallimenti del sistema 11%

Un sistema giudicato incline agli abusi e che «non funziona mai».

Domande aperte con risposte multiple: i totali non sommano a 100. Tra le critiche, un ulteriore 5% risponde che nel socialismo «è tutto sbagliato».

Il divario

Chi risponde «niente»: un’America divisa per partito e per età


Per partito
Democratici Indipendenti Repubblicani 11% 33% 54%

Tra democratici e repubblicani ci sono 43 punti di distanza.

Per età
18–34 anni 55 anni e oltre 13% 42%

Il divario tra le generazioni è di 29 punti.

0 20 40 60%

Il contesto

La libera impresa piace quasi a tutti, il capitalismo sempre meno


Percentuale di giudizi positivi su ciascun sistema, agosto 2025.

81%
Libera impresa
Il sistema che piace quasi a tutti

54%
Capitalismo Minimo storico
Mai così in basso da quando Gallup lo misura

39%
Socialismo
Positivo per quattro americani su dieci

Fonte Gallup, «How Americans View Capitalism, Socialism and Free Enterprise», 6 agosto 2026. Risposte aperte: sondaggio web 1–14 dicembre 2025 su 2.020 adulti (margine di errore ±5 punti). Giudizi positivi sui tre sistemi: rilevazione di agosto 2025.

Il capitalismo scivola al suo minimo storico


Il capitalismo raccoglie invece il giudizio positivo del 54% degli americani, il valore più basso che Gallup abbia mai registrato da quando ha iniziato a misurare questo indicatore. Nel 2021 era al 60%, un livello attorno al quale si era mantenuto in quasi tutte le rilevazioni precedenti. Il dato viene dal sondaggio condotto dall'1 al 20 agosto 2025 e pubblicato l'8 settembre dello stesso anno, che assegnava al socialismo il 39% di giudizi positivi contro il 57% di negativi.

Democratici e indipendenti hanno perso 8 punti ciascuno rispetto al 2021, mentre tra i repubblicani non cambia nulla: tre quarti continuano a giudicare positivamente il sistema economico americano. Per la prima volta meno della metà degli elettori democratici, il 42%, dà un giudizio positivo del capitalismo, mentre gli indipendenti si fermano al 51%.

La stabilità del dato complessivo sul socialismo nasconde uno spostamento profondo. Nel 2010 lo giudicava positivamente il 50% dei democratici, poi circa due terzi, un livello raggiunto in tutte e tre le rilevazioni dal 2019 in poi. L'aumento è stato compensato dal movimento opposto tra i repubblicani, mentre gli indipendenti sono rimasti sostanzialmente fermi.

I democratici sono così l'unico gruppo che preferisce chiaramente il socialismo al capitalismo, 66% contro 42%. Gli indipendenti restano più favorevoli al mercato, 51% contro 38%, i repubblicani in modo netto, 74% contro 14%. Tra gli elettori democratici il sorpasso è avvenuto nel 2016 e da allora il divario si è allargato fino a 24 punti, in una fase in cui il senatore Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che da gennaio è sindaco di New York, si definiscono socialisti democratici e chiedono un ruolo dello Stato molto più ampio in economia.

La piccola impresa è promossa, le grandi corporation no


La piccola impresa raccoglie i giudizi positivi del 95% degli intervistati e in generale la libera impresa dell'81%. Gli americani, insomma, non hanno smesso di credere nel libero mercato: quando però questo prende la forma della grande impresa, i giudizi positivi scendono al 37% e quelli negativi salgono al 62%.

Il crollo della popolarità delle grandi corporation è recente e rapido: 9 punti persi nel 2025, dopo i 6 persi nel 2021. Nel 2019 le promuoveva ancora il 52% degli americani, mentre il massimo storico resta il 58% ottenuto nel 2012. Oggi le giudicano positivamente il 60% dei repubblicani, il 36% degli indipendenti e il 17% dei democratici. Gli ultimi due sono i minimi assoluti per quei gruppi. Rispetto al 2021 i democratici hanno perso 17 punti, gli indipendenti 10, mentre i repubblicani sono fermi, pur restando molto sotto il 78% del 2019.


La socialista Francesca Hong è la favorita nelle primarie per il governatore del Wisconsin


Gli elettori del Wisconsin votano oggi, martedì 11 agosto, nelle primarie che assegnano le candidature per le elezioni del 3 novembre, quando lo stato sceglierà il nuovo governatore. L'attenzione nazionale è concentrata sulla corsa democratica, dove la favorita è Francesca Hong, deputata statale di 37 anni che si definisce socialista-democratica. Se vincesse la nomination e poi le elezioni, sarebbe la prima socialista dichiarata a guidare uno stato americano, oltre che la prima donna a governare il Wisconsin. Una parte del suo partito teme però che la sua candidatura consegni ai repubblicani uno degli stati più contesi del paese.

La corsa è aperta perché il governatore democratico Tony Evers, in carica da due mandati, ha deciso di non ricandidarsi. Chi vince la primaria democratica affronterà a novembre Tom Tiffany, deputato repubblicano al Congresso dal 2020, sostenuto dal presidente Donald Trump e senza veri rivali interni. Nel 2024 il Wisconsin ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese e cinque delle ultime sette elezioni presidenziali si sono decise qui per meno di un punto percentuale. I democratici puntano anche a conquistare le due camere del parlamento statale, oggi a maggioranza repubblicana, per ottenere il controllo completo dello stato per la prima volta dal 2010. Il governatore del Wisconsin certifica inoltre i risultati delle elezioni presidenziali e Tiffany nel 2021 votò contro la certificazione della vittoria di Joe Biden.

Le primarie del Wisconsin sono aperte, cioè gli elettori non si registrano per partito e ognuno può decidere in quale primaria votare, purché in una sola. Vince chi prende più voti, senza soglie né ballottaggi. Secondo i sondaggi, tra il 4 e il 6% dei votanti della primaria democratica si dichiara repubblicano, ma questi elettori sostengono soprattutto i candidati moderati. I seggi chiudono alle 20 locali (le 3 del mattino di mercoledì in Italia) e oltre 235mila persone hanno già votato in anticipo o per posta. Sulla scheda ci sono anche le primarie per il Congresso e per il parlamento statale. Nella stessa giornata si vota in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in due elezioni speciali in Alabama e South Carolina.

Hong è nata a Madison da genitori immigrati dalla Corea del Sud, ha lavorato come chef, ha gestito un ristorante e ancora oggi fa la barista part-time. Madre single, nel 2020 è diventata la prima asiatico-americana eletta all'Assemblea statale e rappresenta il centro di Madison, una delle zone più progressiste degli Stati Uniti. È iscritta ai Democratic Socialists of America, la principale organizzazione della sinistra socialista americana, dalla cui piattaforma nazionale ha comunque preso le distanze e da cui non ha ricevuto un sostegno ufficiale.

Il suo programma prevede di alzare il salario minimo statale da 7,25 a 20 dollari l'ora e di rendere gratuiti per tutti sanità e asili nido. Propone anche più fondi alla scuola pubblica e tasse più alte per i più ricchi. La sua proposta più riconoscibile è una moratoria di un anno sulla costruzione di nuovi data center, che intercetta una rabbia diffusa. Il 76% degli elettori dello stato ritiene infatti che i costi di questi impianti superino i benefici. La sua campagna, costruita dal basso con più di 7mila volontari, ha riempito un comizio di oltre mille persone con la deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar e lo streamer di sinistra Hasan Piker.

Il passato radicale di Hong è diventato il tema centrale del finale di campagna. Negli anni scorsi aveva chiesto di togliere i fondi alla polizia come primo passo verso la sua abolizione, aveva scritto di voler abolire il Senato degli Stati Uniti e a maggio aveva detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". In un post del 2020, poi cancellato, aveva proposto di cancellare la festa del Ringraziamento, che considerava una celebrazione del colonialismo. Nelle ultime settimane ha ritrattato quasi tutto. Ha assicurato che non abolirà la polizia, ha definito "più che altro aspirazionali" le parole sulle carceri e "senza senso" l'idea di abolire il Senato. Il Ringraziamento, ha aggiunto, è la sua festa preferita. "Ho avuto delle uscite a caldo, delle pessime uscite su Twitter", ha detto ai giornalisti, "ma sono evoluta, ho imparato. Penso sia più disonesto non imparare". Nemmeno Bernie Sanders, il socialista democratico più noto del paese, prevede per ora di sostenerla.

La primaria è stata una delle più caotiche dell'anno. Il principale rivale di Hong è David Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, la più popolosa dello stato, che sarebbe il primo governatore afroamericano del Wisconsin. Crowley si era ritirato a inizio luglio, ma è rientrato in corsa dieci giorni dopo con l'appoggio di Evers, subito dopo il ritiro della vicegovernatrice Sara Rodriguez, travolta da irregolarità nella gestione dei conti della campagna.

A fine luglio ha abbandonato anche l'ex vicegovernatore Mandela Barnes, candidato democratico al Senato nel 2022, lo stesso giorno in cui il Milwaukee Journal Sentinel ha rivelato che il partito aveva esaminato in passato segnalazioni su suoi comportamenti inappropriati verso giovani donne, segnalazioni la cui esistenza la sua campagna nega. Restano in corsa, con consensi minimi, la senatrice statale Kelda Roys e l'ex dirigente dell'amministrazione statale Joel Brennan. Le schede però erano già state stampate, così i nomi dei ritirati compaiono ancora e chi aveva già votato per posta per uno di loro non può cambiare il proprio voto.

Il sondaggio della Marquette University, considerato il più affidabile dello stato, ha visto Hong al primo posto in tutte e cinque le rilevazioni pubblicate da ottobre. L'ultima la dava al 38% contro il 7% di Crowley, con un terzo di elettori ancora indeciso. Dopo il ritiro di Barnes un altro sondaggio le ha assegnato 22 punti di vantaggio e le medie stimano un margine intorno ai 20 punti.

Sondaggi · Wisconsin

Hong arriva al voto sopra il 40 per cento, Crowley si ferma al 20

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria democratica per governatore. Per mesi la corsa l’ha guidata Barnes intorno al 24 per cento, poi da giugno Hong è salita fino al 42,8 mentre il campo le si sfaldava intorno: le righe tratteggiate segnano i ritiri di Rodriguez (17 luglio, al 13,1) e di Barnes (30 luglio, al 18,7), e le loro linee si fermano lì. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto 17 luglio: Rodriguez 30 luglio: Barnes Hong 42,8 Crowley 20,3 Roys 8,9
La media si ferma al 4 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 11 agosto.

Attenzione. Crowley si è ritirato l’8 luglio per sostenere Rodriguez ed è rientrato il 18, quando lei ha lasciato: la sua linea non si interrompe, ma in quei dieci giorni corre senza rilevazioni. Barnes, Rodriguez e Hughes restano comunque sulla scheda. Brennan, mai sopra il 6 per cento, non è mostrato; quattro delle 15 rilevazioni sono sondaggi interni delle campagne o di istituti repubblicani, e nella media pesano la metà.

Fonte Elaborazione di Focus America su 15 sondaggi della primaria democratica raccolti da Wikipedia, aggiornati al 10 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le cinque linee.

Hong
Crowley
Barnes
Rodriguez
Roys

Martedì scorso, però, nel vicino Michigan il progressista Abdul El-Sayed ha vinto di misura la primaria democratica per il Senato nonostante i sondaggi lo dessero avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti. La campagna di Crowley sostiene che anche in Wisconsin la corsa sia più stretta di quanto sembri e cita un proprio sondaggio interno in cui Hong è avanti 42% a 24%. Il pareggio arriva solo ricalibrando il campione sull'elettorato più anziano del 2022 e leggendo agli intervistati delle descrizioni dei candidati, una tecnica considerata poco attendibile. Per ribaltare il risultato servirebbe quindi un errore ancora più grande di quello del Michigan. Qualche margine di incertezza esiste comunque, perché il consenso di Hong si concentra tra i giovani e gli elettori molto progressisti, mentre gli indecisi sono soprattutto anziani e moderati, cioè le categorie che alle urne vanno più spesso.

Il timore dei vertici democratici è che Hong perda a novembre. In un confronto diretto rilevato da Marquette a luglio, Tiffany era avanti su di lei tra gli elettori registrati, sia pure entro il margine di errore, mentre tra i votanti più probabili i due risultavano alla pari. Il 55% degli elettori dello stato ha inoltre un'opinione negativa dei socialisti democratici, contro il 25% che ne ha una positiva. Gli stessi repubblicani considerano Hong l'avversaria più facile da battere, al punto che comitati a loro vicini hanno speso milioni di dollari in spot che formalmente la attaccano, ma su temi che la rafforzano tra i progressisti, come la sua opposizione alle politiche di espulsione del presidente e la volontà di abolire l'ICE (l'agenzia federale per l'immigrazione).

Evers ha spiegato il suo sostegno a Crowley dicendo che Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter". David Axelrod, lo stratega delle vittorie di Barack Obama, ha scritto che una sua nomination danneggerebbe gli altri candidati democratici, definendola "una fonte di stramberie liberal da salotto dei professori". Hong ha risposto che quel commento è "un esempio perfetto del perché la classe dei consulenti continua a perdere le elezioni" e che i consulenti sono "determinati a tenere la classe lavoratrice fuori dalla politica", chiudendo con un invito: "Ho passato più tempo nelle cucine che nei salotti dei professori. Le andrebbe di venire in Wisconsin a fare con me il servizio della cena di un venerdì sera?".

Crowley usa l'argomento opposto: "C'è molta gente spaventata", ha detto, "è una socialista dichiarata". Secondo lui le elezioni statali si vincono con una coalizione fatta "non solo di democratici, ma di repubblicani e indipendenti"; ha comunque promesso che sosterrà Hong se vincerà la primaria. Lei risponde che la sua coalizione comprende anche "repubblicani e indipendenti stufi" e che "la persona che prende più voti è la più eleggibile". Tiffany ha già fissato la linea per l'autunno, dicendo che Hong "può rimangiarsi tutto quello che vuole, ma non può nascondere chi è", mentre l'ex governatore repubblicano Scott Walker ha descritto l'eventuale sfida tra i due come "buon senso contro follia pericolosa", prevedendo comunque una corsa combattuta.

Da 64 anni il Wisconsin elegge ogni nuovo governatore dal partito opposto a quello del predecessore, una tradizione che favorirebbe i repubblicani. Il partito del presidente in carica però perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e l'approvazione di Trump nello stato è scesa al 38%, il suo minimo storico. Tiffany parte comunque con molti più soldi. Ha raccolto 13,3 milioni di dollari, più dell'intero campo democratico messo insieme, mentre Hong e Crowley hanno superato di poco il milione a testa. Lo spoglio comincerà nella notte italiana e il nome dello sfidante di Tiffany dovrebbe essere chiaro nella mattinata di mercoledì.


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Paramount apre alla vendita della CNN per salvare la fusione con Warner


La cessione della rete televisiva è ora "sul tavolo" per chiudere la causa antitrust promossa da dodici Stati. Dal 1° ottobre scatterebbero penali da 7 milioni di dollari al giorno se l'operazione non venisse completata.

Paramount è disposta a vendere la CNN pur di chiudere la causa antitrust che minaccia l'acquisizione di Warner Bros Discovery da 110 miliardi di dollari. Lo ha detto mercoledì Makan Delrahim, responsabile legale del gruppo, intervenendo alla conferenza California Agenda organizzata da Politico: la cessione della rete, ha spiegato, è "sul tavolo" come possibile soluzione al contenzioso promosso da dodici Stati. È il segnale più esplicito finora che Paramount Skydance è pronta ad andare oltre le garanzie interne per salvare una delle fusioni mediatiche più delicate e politicamente controverse degli ultimi anni.

Warner Bros Discovery è infatti la società quotata che oggi controlla la CNN e il completamento dell'operazione porterebbe il gruppo guidato da David Ellison a controllare contemporaneamente CBS News e la rete all news. Il Wall Street Journal ha rivelato mercoledì che Paramount aveva già discusso al proprio interno la creazione di un comitato editoriale per la CNN e altre misure a tutela dell'indipendenza della redazione, in colloqui iniziati prima ancora del deposito della causa.

La scadenza del 30 settembre e il muro di Bonta


Sul negoziato incombe una scadenza precisa. Ellison ha comunicato ai dirigenti che dal 1° ottobre inizierà a trasferire fuori dalla California alcune attività del gruppo se la causa non sarà chiusa entro il 30 settembre. Delrahim è stato il primo dirigente ad ammettere pubblicamente questa possibilità. Dalla stessa data scatteranno, però, anche le penali da 7 milioni di dollari al giorno a favore degli azionisti di Warner Bros Discovery, che continueranno ad accumularsi finché l'operazione non sarà completata.

La coalizione guidata dalla California, che ha depositato la causa il 13 luglio insieme ad altri undici Stati, sostiene che il gruppo nato dalla fusione arriverebbe a controllare quasi un terzo della distribuzione cinematografica e circa un terzo dei canali del cavo di base. Il Procuratore Generale della California Rob Bonta ha mostrato scarso interesse per gli impegni proposti da Paramount: in un intervento pubblicato il 10 agosto su Deadline li ha definiti "promesse frammentarie" e ha descritto il procedimento come "una pura azione di applicazione delle norme antitrust".

Le accuse politiche e il precedente della CBS


Alla battaglia antitrust si è aggiunto anche lo scontro politico. Jamie Raskin, il democratico di più alto grado nella Commissione Giustizia della Camera, ha inviato mercoledì a Ellison una lettera in cui lo accusa di "collusione" con il presidente Donald Trump e chiede la sua presenza ad un'audizione pubblica, citando le notizie sulle presunte interferenze politiche alla CBS News e i rapporti del gruppo con la Casa Bianca.

Ellison, figlio dell'alleato di Trump Larry Ellison, ha replicato in un intervento sul New York Times sostenendo che "grandi organizzazioni giornalistiche come la CNN e la CBS News esistono per raccontare le cose in modo dritto e imparziale". Ha inoltre lasciato intendere che la causa non serva a tutelare la concorrenza, ma a impedire proprio a lui di diventare proprietario della CNN.

Le garanzie oggi offerte sull'indipendenza della CNN si portano però dietro un precedente ingombrante, perché assicurazioni analoghe erano già state fornite per la CBS. Paramount ha poi pagato 16 milioni di dollari, destinati alla futura biblioteca presidenziale di Trump, per chiudere la causa intentata dal presidente sul montaggio dell'intervista di "60 Minutes" a Kamala Harris nel 2024. Diversi corrispondenti della rete hanno denunciato interferenze politiche da quando Ellison ha nominato Bari Weiss, fondatrice di Free Press, alla guida della testata. La CBS News ha respinto tutte le accuse.

Londra dà il via libera


Fuori dagli Stati Uniti il quadro regolatorio si è invece sbloccato. Il Regno Unito ha approvato l'acquisizione dopo aver ottenuto impegni vincolanti per almeno cinque anni sulla programmazione in Gran Bretagna e sull'indipendenza editoriale del notiziario di Channel 5, che dovrà restare separato da CNN International e CBS News. La causa guidata dalla California rimane così il principale ostacolo al completamento dell'operazione.

Bonta non ha mai indicato pubblicamente quali cessioni strutturali sarebbe disposto ad accettare. In assenza di un accordo, il caso arriverà a processo davanti alla giudice federale Araceli Martínez-Olguín, con la prima udienza fissata per il 2 marzo 2027. Se i tempi restassero questi, le sole penali giornaliere potrebbero raggiungere diversi miliardi di dollari, anche se Paramount non ha confermato pubblicamente l'esistenza di un tetto massimo.


I democratici preparano inchieste sulle aziende vicine a Trump


I democratici della Camera stanno mettendo a punto una vasta strategia di indagini sulle società e sugli operatori finanziari che ruotano attorno a Donald Trump, rinunciando però all’idea di avviare immediatamente una procedura di impeachment qualora conquistassero la maggioranza alle elezioni di metà mandato di novembre. Lo scrive Reuters, sulla base delle testimonianze di quattro persone informate sulle discussioni.

Deputati di primo piano e collaboratori delle varie Commissioni della Camera stanno valutando l'apertura di audizioni, l'emissione di citazioni a comparire e richieste documentali per ottenere le carte dei soggetti legati alla rete politica e imprenditoriale del presidente. L’idea è che indagare aziende private e operatori finanziari esterni possa produrre più risultati di uno scontro diretto con una Casa Bianca già pronta a opporsi a qualsiasi forma di controllo parlamentare.

Molti esponenti del Partito Democratico sostengono di aver imparato la lezione del primo mandato di Trump, quando il presidente fu messo in stato d’accusa due volte dalla Camera e assolto in entrambi i casi dal Senato. Le procedure di impeachment assorbono l’attività del Congresso e consentono al presidente di presentarsi come vittima di una campagna politica. I democratici vogliono invece ora utilizzare i poteri d’inchiesta della Camera dei Rappresentanti per esaminare le decisioni dell’Amministrazione e verificare se Trump abbia sfruttato la carica per favorire sé stesso, i suoi familiari, gli alleati o i suoi donatori.

Midterm 2026 · Il piano dei democratici

I democratici non puntano all’impeachment. Puntano alle carte

Se a novembre riconquistano la Camera, non apriranno subito una procedura di messa in stato d’accusa. Chiederanno invece i documenti alle aziende che fanno affari con l’amministrazione. Le prime lettere sono già partite.

Grafica di FocusAmerica 8 agosto 2026

Il calcolo di partenza

In 158 anni nessun presidente è mai stato condannato dal Senato


Quattro processi, otto votazioni finali, nessuna che abbia raggiunto la maggioranza dei due terzi. Ogni barra è la quota di senatori che hanno votato per la condanna, sulla votazione andata più vicina.

Soglia: due terzi

Nessuna barra tocca la linea rossa. Il caso più vicino resta il primo: nel 1868 ad Andrew Johnson salvò la presidenza un solo voto.

La strada che non prendono
Impeachment

Passa dal Senato, dove quella maggioranza non si è mai formata. Nel frattempo blocca il Congresso per mesi e permette al presidente di presentarsi come vittima.

La strada che prendono
Indagini

Non passa dal Senato. Bastano la maggioranza alla Camera e il potere di obbligare le aziende a consegnare i documenti: sei lettere sono già partite.

ILo strumento nuovo

Le prime lettere sono partite: quattro dossier e le cifre che ci stanno dietro


Ogni caso ha la forma del suo dato: una proporzione fuori scala, una composizione, un salto, una crescita. Tutte le barre sono disegnate in proporzione reale.

Sei lettere sono già partite. In rosso le tre di cui parliamo qui sotto, dove si aggiunge un quarto caso che una lettera non l’ha ancora ricevuta.

Nessuna indagine formale è stata aperta e non esiste ancora un elenco definitivo di obiettivi. Nessuna delle società citate è accusata di illeciti: Reuters scrive di non aver potuto stabilire se siano oggetto di contestazioni.

IILa sovrapposizione

Quattro nomi stanno da entrambe le parti: pagano la sala da ballo e compaiono nelle liste dei democratici


Prima i quattro nomi che ricorrono, poi l’elenco completo dei donatori.

AppleDonatore. Citata nelle discussioni per i contratti pubblici e i rapporti con l’amministrazione.
GoogleDonatore attraverso Alphabet, che ha già ricevuto una lettera per l’accordo da 24,5 milioni.
PalantirDonatore e grande appaltatore federale. Citata nelle discussioni per i suoi contratti.
Stephen A. SchwarzmanDonatore a titolo personale. Ha fondato Blackstone, anch’essa citata nelle discussioni.

Tutti e 37 i donatori
Citati nelle discussioni democratiche Legame personale con una società citata

La sala da ballo sorge al posto della East Wing, demolita nell’ottobre 2025. Il costo stimato, interamente a carico dei privati, è passato da 200 a 400 milioni di dollari: la Casa Bianca non ha reso noto quanto abbia versato ciascun donatore.

IIICome può finire

L’impeachment resta sul tavolo, ma alla fine della fila


La sequenza che i democratici hanno in mente, secondo le fonti citate da Reuters.

1
Adesso
Partono le lettere
Finché restano in minoranza, i democratici possono chiedere i documenti ma non possono obbligare nessuno a consegnarli.

2
3 novembre 2026
Il voto di metà mandato
I repubblicani controllano la Camera con un margine minimo e i sondaggi danno il vantaggio ai democratici.

3
Da gennaio 2027
Arrivano le citazioni a comparire
Con la maggioranza, la Camera può obbligare aziende e testimoni a consegnare le carte, convocare audizioni pubbliche e procedere per oltraggio al Congresso.

4
Solo se emergono prove
L’impeachment
«Se dalle inchieste emergeranno elementi che riterremo adeguati, non esiteremo a procedere», ha detto un collaboratore democratico.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Reuters (8 agosto 2026). Processi di impeachment: verbali del Senato degli Stati Uniti e Library of Congress (1868, 1999, 2020, 2021). Accordi e contratti: Dipartimento di Giustizia, atti depositati alla corte federale della California del Nord, Washington Post e Mother Jones. Fondo 1789 Capital: Fox Business e analisi della CNN sui dati dei contratti federali. Elenco dei donatori: Casa Bianca, ottobre 2025. Per ogni processo è riportata la votazione con il maggior numero di voti per la condanna.

Da Apple a Palantir, le società nel mirino


I repubblicani controllano attualmente la Camera dei Rappresentanti con un margine davvero ristretto, ed i sondaggi assegnano ai democratici un vantaggio in vista del voto di novembre. Il Partito che controlla la maggioranza alla Camera può emettere citazioni a comparire, obbligare testimoni e aziende a consegnare documenti, convocare audizioni pubbliche e avviare procedimenti per oltraggio al Congresso. I democratici, tuttavia, si aspettano che la Casa Bianca contesti o ignori le richieste indirizzate direttamente all’esecutivo.

Le aziende, gli appaltatori e le società finanziarie che intrattengono rapporti con l’Amministrazione diventerebbero così il principale canale per arrivare ai documenti. Secondo tre fonti, nelle discussioni sono stati citati nomi come Apple, Alphabet, Palantir, Blackstone, BlackRock e le società di Elon Musk, compresa Tesla, per i loro contratti pubblici, l’esposizione alle decisioni dei regolatori o i rapporti con la Casa Bianca. Non esiste però ancora un elenco definitivo e nessuna indagine formale è stata avviata.

Al centro delle discussioni ci sono anche i contratti del Dipartimento della Sicurezza interna, i finanziamenti per la sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca al posto della East Wing, le donazioni delle aziende e i possibili scambi di favori. L’elenco dei 37 finanziatori del progetto della costruzione della sala da ballo comprende Apple, Amazon, Google, Meta, Microsoft, Lockheed Martin e Coinbase: si tratta in larga parte delle stesse società che i democratici stanno valutando di sottoporre a indagine.

Nel mirino figurano inoltre i veicoli finanziari legati alla famiglia Trump, tra cui 1789 Capital, la società di venture capital di cui è socio Donald Trump Jr., così come gli investimenti dei fondi sovrani stranieri in entità riconducibili ai Trump. La capitalizzazione del principale fondo di 1789 Capital è passato da 200 milioni a 2 miliardi di dollari nel corso del 2025.

Un’analisi della CNN, condotta sui dati dei contratti pubblici, ha rilevato che le società presenti nel suo portafoglio hanno registrato un forte aumento dei finanziamenti ricevuti da entità federali da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Poiché, però, i fondi sovrani stranieri sono fuori dalla portata delle Commissioni del Congresso, i democratici valutano di chiedere i documenti alle società e ai fondi statunitensi che hanno fatto da intermediari.

Le prime lettere e l’impeachment come ultima opzione


Robert Garcia, deputato della California, e Jamie Raskin, del Maryland, sono i principali esponenti democratici nelle Commissioni Vigilanza e Giustizia dell'attuale Congresso. Entrambi sostengono che le indagini già avviate saranno ampliate se il partito dovesse conquistare il controllo della Camera. Garcia ha parlato di "contratti opachi del Pentagono che riempiono le tasche dei figli del presidente", dei "miliardi in criptovalute" di Trump e di accordi poco trasparenti con i donatori.

Le prime lettere di richiesta sono già state inviate. Una è stata recapitata a Paramount Skydance per i suoi rapporti con la Casa Bianca e per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, un’operazione da 111 miliardi di dollari alla quale il Dipartimento di Giustizia ha dato il via libera a giugno, un anno dopo il pagamento di 16 milioni di dollari a Trump per chiudere la causa relativa a un servizio di "60 Minutes". Un’altra lettera è stata inviata a YouTube e alla controllante Alphabet per l’accordo da 24,5 milioni di dollari raggiunto nel settembre 2025, dei quali 22 milioni destinati alla Fondazione che finanzia la nuova sala da ballo della Casa Bianca.

Le richieste hanno raggiunto anche il gestore di carceri private GEO Group e la società di sicurezza Salus Worldwide Solutions, per i contratti firmati con il Dipartimento della Sicurezza interna, oltre ai trader di materie prime Vitol e Trafigura, coinvolti nella vendita del petrolio venezuelano disposta dall’Amministrazione dopo l’operazione militare del 3 gennaio che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro.

GEO Group e Salus sono già entrati nel mirino della Commissione Vigilanza della Camera: Garcia ha aperto un’indagine su un presunto sistema di scambi di favori attorno a Corey Lewandowski, ex consigliere di Trump e per mesi consigliere del Dipartimento della Sicurezza interna. Fondata nel 2023 e priva di precedenti contratti federali, nel 2025 Salus si è aggiudicata un appalto triennale da quasi un miliardo di dollari per gestire i voli destinati ai rimpatri volontari.

Finché resteranno in minoranza, però, i democratici non potranno obbligare i destinatari a fornire i documenti richiesti. Le lettere servono però ad avvertire i possibili bersagli e a indicare quali carte il partito potrebbe pretendere dopo la sua probabile vittoria a novembre.

A giugno Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, ha detto a Meet the Press della NBC che il Partito non esclude l’impeachment in caso di vittoria, ma che la priorità sarà affrontare i problemi economici che incidono direttamente sul portafoglio degli elettori. La messa in stato d’accusa rimane dunque un’opzione qualora le indagini portassero alla luce prove sufficienti per procedere in questo senso, non la prima mossa. "Se dalle inchieste emergeranno elementi che riterremo adeguati, non esiteremo a procedere", ha promesso un collaboratore democratico.


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La corsa all'IA fa esplodere il prezzo delle memorie: è la "chipflation"


L'indice dei prezzi alla produzione per i componenti elettronici è salito del 27,6% a giugno, il massimo dal 1966. I grandi gruppi dell'intelligenza artificiale bloccano le fornitura con contratti pluriennali e i produttori di smartphone ne pagano le conseguenze.

I prezzi dei chip di memoria stanno aumentando a un ritmo mai visto prima e la domanda legata all'intelligenza artificiale non accenna a rallentare. Il sottoindice dei prezzi alla produzione relativo a componenti e accessori elettronici, che misura in sostanza quanto le aziende pagano per acquistare semiconduttori e altri componenti, è cresciuto del 27,6% a giugno rispetto a un anno prima. È l'aumento più forte da quando la serie statistica esiste, cioè dal 1966: supera sia l'impennata registrata nel 1980, agli albori del personal computer, sia quella provocata dalla crisi delle forniture durante la pandemia.

Non tutti gli indicatori sui semiconduttori mostrano però aumenti altrettanto marcati. La ragione è che misurano categorie differenti: alcuni comprendono molti tipi di chip, mentre l'indice che sta registrando il balzo maggiore include soprattutto componenti particolarmente esposti alla corsa alle memorie RAM, pur comprendendo anche prodotti di altro tipo.

Il fenomeno ha già un nome: "chipflation". Il termine è stato coniato in una nota di Morgan Stanley del 3 giugno e indica l'inflazione provocata dall'aumento del costo dei chip. I suoi effetti si vedono già nei prezzi di smartphone e computer portatili, nelle somme che le aziende spendono per archiviare dati e utilizzare servizi cloud e nella corsa in Borsa dei produttori di semiconduttori. L'impatto sull'inflazione complessiva dovrebbe comunque restare limitato, perché computer e dispositivi elettronici rappresentano soltanto una piccola parte della spesa totale delle famiglie. La dimensione dell'aumento dei prezzi dei chip resta però senza precedenti.

Chipflation · La corsa alle memorie

I componenti elettronici non erano mai rincarati così in fretta

A giugno il prezzo alla produzione di componenti e accessori elettronici è salito del 27,6% in un anno: è il record da quando la serie esiste, cioè dal 1966. La domanda di memorie per l’intelligenza artificiale ha rovesciato una tendenza che durava da decenni.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Prezzi alla produzione dei componenti elettronici, variazione sui dodici mesi

Record precedente
16,8%

Giugno 2026
27,6%

Giugno 1980, agli albori del personal computer
Il valore più alto dall’inizio della serie

Durante la crisi delle forniture della pandemia il rincaro si era fermato a +4,8%: poco più di un sesto di quello di oggi.

Sessant’anni in un grafico

Una linea che non era mai arrivata fin qui


Variazione sui dodici mesi dell’indice, mese per mese dal dicembre 1966 al giugno 2026.

Grafico interattivo non disponibile: a giugno 2026 la variazione sui dodici mesi è del 27,6%, contro il 16,8% del giugno 1980 e il 4,8% dell’ottobre 2022.

Tocca la curva, o passa il mouse, per leggere un singolo mese.

Lo strappo è concentrato: a febbraio 2026 l’indice è salito del 9,4% in un solo mese, il rialzo mensile più forte mai registrato.

Il livello dei prezzi

Diciannove anni di ribassi cancellati in undici mesi


Qui non c’è la variazione, ma il valore dell’indice. Dopo una discesa durata trent’anni, i componenti elettronici costano oggi quanto nel gennaio 2007.

Grafico interattivo non disponibile: l’indice vale 86,6 a giugno 2026, contro 89,0 nel gennaio 2007, il picco di 119,9 nell’ottobre 1989 e il minimo di 63,7 nell’ottobre 2020.

−46,9%
Discesa dal picco dell’ottobre 1989 al minimo dell’ottobre 2020

+36,0%
Risalita dal minimo del 2020 al giugno 2026

+9,4%
Aumento nel solo mese di febbraio 2026, record della serie

Per decenni il prezzo di un gigabyte di DRAM si è ridotto di circa dieci volte ogni cinque anni. Secondo Morgan Stanley, nell’economia dell’intelligenza artificiale quella regola non vale più.

La catena della scarsità

I data center comprano per primi, agli altri resta quello che avanza


Meta, Microsoft e Alphabet si assicurano le memorie con contratti pluriennali. I produttori hanno già riorganizzato le priorità: tocca ogni mossa per i dettagli.

SK Hynix La capacità del 2026 è già esaurita+

L’azienda ha dichiarato che i volumi previsti per quest’anno sono sostanzialmente tutti impegnati. Chi non ha già firmato resta fuori.

Micron Lascia le memorie per i consumatori+

Ha abbandonato il mercato delle memorie vendute direttamente al pubblico per concentrarsi sui clienti dei data center, molto più redditizi.

Samsung Chiede fino al 20% in più+

Gli aumenti riguardano i contratti del terzo trimestre, con rincari ancora maggiori su alcune memorie destinate agli smartphone.

Che cosa resta per i prodotti di consumo

Smartphone−12,9%

Personal computer−11,3%

Consegne previste nel 2026, variazione rispetto all’anno precedente.

Le imprese continuano a ordinare per paura di restare senza componenti. Morgan Stanley ha ribattezzato questo comportamento FOMP, fear of missing procurement: non la paura di perdere un’occasione, ma quella di non riuscire più ad assicurarsi le forniture. Alcune memorie costano oggi oltre sei volte più di dodici mesi fa.

Dove finirà il conto

Poco sull’inflazione generale, molto su computer e telefoni


Impatto stimato da Morgan Stanley per l’intero 2026. Le due barre sono nella stessa scala.

Inflazione complessiva negli Stati Uniti +0,1 punti

Categoria che comprende computer e smartphone fino a +15 punti

L’effetto sull’indice generale resta contenuto perché computer e dispositivi elettronici pesano poco sulla spesa delle famiglie. Su quei prodotti, però, il rincaro può arrivare a essere centocinquanta volte più visibile.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati U.S. Bureau of Labor Statistics, serie WPU1178 (prezzi alla produzione di componenti e accessori elettronici, dati non destagionalizzati, indice 1982 = 100), aggiornata al giugno 2026 e consultata su FRED. Stime su contratti, consegne e inflazione: Morgan Stanley.

I data center comprano per primi, gli altri ciò che avanza


Alla base del rincaro c'è soprattutto una corsa per accaparrarsi una capacità produttiva limitata. I grandi operatori dei data center, da Meta a Microsoft e Alphabet, stanno assicurandosi le forniture di banchi di memoria attraverso contratti pluriennali firmati oggi per gli anni a venire. Di conseguenza, ai produttori di computer e telefoni resta da contendersi una quantità più ridotta di chip. E quando l'offerta scarseggia rispetto alla domanda, i prezzi salgono: secondo Morgan Stanley, alcune memorie finiscono per costare oggi oltre 6 volte più di dodici mesi fa.

I produttori hanno già adeguato le proprie strategie. SK Hynix ha dichiarato che la capacità produttiva prevista per il 2026 è sostanzialmente già esaurita. Micron ha abbandonato il mercato delle memorie destinate direttamente ai consumatori per concentrarsi sui clienti dei data center, molto più redditizi. Samsung ha invece chiesto aumenti fino al 20% sui contratti del terzo trimestre, con rincari ancora maggiori per alcune memorie destinate agli smartphone. Secondo le proiezioni del settore, nel 2026 le consegne di smartphone potrebbero così diminuire di circa il 12,9% e quelle di personal computer dell'11,3%.

Per decenni il funzionamento del mercato era stato esattamente opposto. Il prezzo di un gigabyte di DRAM, la memoria ad alta velocità utilizzata temporaneamente da server, computer e smartphone mentre elaborano i dati, si è ridotto all'incirca di dieci volte ogni cinque anni tra il 1957 e il 2020. "Questa tendenza non vale più nell'economia dell'intelligenza artificiale", scrivono gli analisti della banca. In altre parole, un componente che per decenni era diventato progressivamente più economico ora sta improvvisamente diventando più costoso. E per la prima volta da molto tempo l'elettronica di consumo rischia quindi di spingere i prezzi verso l'alto anziché verso il basso.

Le aziende comprano per paura di restare senza chip


Le conseguenze per i clienti finali arrivano attraverso diversi canali. "I chip di memoria sono facili da ignorare, finché il portatile non rallenta, il telefono non costa di più o, se sei un'azienda, non ti si impenna la bolletta del cloud", ha spiegato in un podcast a giugno Shawn Kim, responsabile del settore tecnologico per Europa e Asia di Morgan Stanley. Il Wall Street Journal ha rivelato lunedì che Apple sta testando le memorie della cinese CXMT proprio per far fronte all'aumento dei costi. Un eventuale accordo richiederebbe però il via libera della Casa Bianca, perché le restrizioni statunitensi attualmente in vigore normalmente impediscono un'intesa di questo tipo.

All'inizio dell'estate diversi analisti si aspettavano che il rincaro dei chip inducesse le aziende a ridurre gli investimenti tecnologici. È accaduto il contrario. Le imprese continuano a ordinare, temendo che aspettare significhi ritrovarsi senza componenti disponibili. Gli analisti di Morgan Stanley hanno definito questo comportamento non FOMO, la tradizionale "fear of missing out", cioè la paura di perdere un'occasione, ma FOMP: "fear of missing procurement", la paura di non riuscire più ad assicurarsi le forniture necessarie.

Quanti di questi rincari finiranno effettivamente sui prezzi pagati dai consumatori comincerà a diventare più chiaro mercoledì, con la pubblicazione dell'indice dei prezzi al consumo di luglio. Per l'intero anno 2026 Morgan Stanley stima un impatto di appena un decimo di punto percentuale sull'inflazione generale, ma un aumento fino a 15 punti percentuali nella categoria che comprende computer e smartphone. In altre parole, l'effetto sull'inflazione complessiva sarà probabilmente modesto, ma potrebbe essere molto evidente proprio su alcuni dei prodotti tecnologici più costosi acquistati dalle famiglie.

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SMS e chiamate vocali non sono più considerati da Microsoft metodi MFA sufficientemente sicuri?


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Partiamo da una considerazione importante: per un attaccante è generalmente più complesso compromettere un'autenticazione MFA che utilizza come secondo fattore un SMS o una chiamata vocale rispetto a un'autenticazione basata esclusivamente su username e password...

Il limite di questi metodi, tuttavia, risiede nell'infrastruttura su cui si appoggiano. SMS e chiamate vocali utilizzano infatti la rete telefonica, che non è stata progettata come sistema di autenticazione crittografica. In particolare, il secondo fattore di autenticazione trasmesso all'utente può essere letto, comunicato a terzi, intercettato o trasferito.

Quali attacchi possono compromettere la MFA tramite SMS?


Sono diversi gli scenari di attacco ai quali può essere esposta un'autenticazione che utilizza gli SMS come secondo fattore:

  • SIM Swapping: quando l'attaccante prende il controllo del numero telefonico

    L'obiettivo dell'attaccante è quello di ottenere il controllo del numero telefonico della vittima.
    Per farlo può raccogliere preventivamente informazioni personali attraverso tecniche di phishing e social engineering, malware, social network o altre fonti. Questi dati vengono poi utilizzati per impersonare la vittima presso l'operatore telefonico e richiedere l'attivazione di una nuova SIM associata allo stesso numero, provocando contemporaneamente la disattivazione di quella originale.
    A quel punto, un eventuale codice MFA inviato tramite SMS viene ricevuto direttamente dall'attaccante.
    Il SIM swapping non rappresenta un rischio puramente teorico. Anche in Italia sono stati documentati numerosi casi di frode nei quali gli attaccanti sono riusciti a ottenere una nuova SIM associata al numero telefonico della vittima.
    Il fenomeno è stato oggetto di interventi della Banca d'Italia, dell'Arbitro Bancario Finanziario, del Garante Privacy e di diverse pronunce dei tribunali italiani.



  • Social Engineering: colpire direttamente la vittima

    Non è sempre necessario compromettere l'infrastruttura telefonica per aggirare un secondo fattore basato su SMS. In molti casi, può essere più semplice convincere direttamente l'utente a fornire il codice di autenticazione.

    Immaginiamo che l'attaccante sia già in possesso di username e password della vittima, ottenuti, ad esempio, attraverso una precedente violazione o reperiti nel dark web.
    Per completare l'accesso, l'attaccante contatta direttamente la vittima fingendosi un membro del supporto IT e segnala un presunto problema di sicurezza o di accesso all'account.
    La vittima riceve quindi un vero SMS di autenticazione da Microsoft. Convinta di parlare con il supporto IT legittimo, comunica il codice all'attaccante.

    Il problema, in questo caso, è che il secondo fattore di autenticazione è un'informazione che l'utente può leggere e comunicare a un'altra persona.



  • Adversary-in-the-Middle: il furto della sessione autenticata

    In questo scenario l'attaccante inserisce un'infrastruttura proxy tra l'utente e il servizio di autenticazione legittimo.
    La vittima è convinta di interagire con il normale processo di autenticazione di Microsoft. In realtà, l'attaccante attraverso il proxy inoltra in tempo reale le risposte al servizio di Microsoft Online: username, password, risposta MFA, compreso l'eventuale codice ricevuto tramite SMS.

    Una volta completata correttamente l'autenticazione, l'obiettivo dell'attaccante è sottrarre il token o cookie della sessione autenticata.
    Questo può consentirgli di accedere da un altro dispositivo utilizzando l'identità della vittima oppure, in determinati scenari, di registrare un nuovo dispositivo e mantenere così la possibilità di autenticarsi nuovamente anche nei giorni successivi.

    Microsoft Threat Intelligence ha documentato diverse campagne AiTM nelle quali gli attaccanti sono riusciti a sottrarre token e cookie di sessione, accedere successivamente alle mailbox delle vittime e utilizzare gli account compromessi anche per attività di Business Email Compromise (BEC).


E le chiamate vocali?


Anche le chiamate telefoniche si appoggiano alla Public Switched Telephone Network (PSTN) e dipendono dal controllo del numero telefonico dell'utente.

Di conseguenza, tecniche come SIM swapping, portabilità fraudolenta del numero, social engineering e compromissione dell'infrastruttura telefonica possono incidere anche sull'affidabilità di questo metodo di autenticazione.

Microsoft dice addio a SMS e chiamate vocali per l'MFA


Microsoft ha annunciato un cambiamento importante per Microsoft Entra ID: dal 1° febbraio 2027 Microsoft non fornirà più direttamente il servizio di autenticazione tramite SMS e chiamate vocali.
È importante però chiarire un punto: Microsoft non eliminerà SMS e chiamate vocali come metodi MFA in assoluto. Cesserà invece di offrirne direttamente il servizio di recapito all'interno di Microsoft Entra ID.

Vediamo quindi quali saranno le principali tappe di questa transizione dopo le vacanze estive:

  • Dal 1° settembre 2026Le passkey diventeranno il metodo di autenticazione predefinito in Microsoft Entra ID.Microsoft guiderà gli utenti verso la registrazione di una passkey attraverso una procedura dedicata, in particolare nei seguenti casi:utenti che sono abilitati nei metodi di autenticazione in Entra per utilizzo di SMS o chiamate vocali;utenti che hanno registrato solo SMS o chiamate vocali come metodo MFA;utenti che hanno registrato SMS/chiamata vocale insieme ad altri metodi di autenticazione (esclusi Passkey ovviamente) quale per esempio Microsoft Authenticator.In questa prima fase l'utente potrà comunque selezionare l'opzione “Skip for now” e rimandare la registrazione.
  • Dal 1° febbraio 2027Microsoft ritirerà il proprio servizio di recapito SMS e chiamate vocali per MFA.Le organizzazioni che vorranno continuare a utilizzare questi metodi dovranno affidarsi a un provider telefonico di terze parti, integrato tramite il Microsoft Security Store, sostenendone i relativi costi.Gli utenti saranno obbligati a registrare una passkey, senza più la possibilità di saltare la procedura.


Cosa deve o può fare oggi un amministratore di Microsoft Entra?


  • Individuare gli utenti abilitati per SMS o chiamate vocali.
    Microsoft ha pubblicato su Github uno script PowerShell per individuare gli utenti abilitati a SMS/Voice.
    Lo script è disponibile qui:



GitHub - microsoft/entra-sms-voice-usage-analyzer: PowerShell script to check Entra ID SMS/Voice authentication method policy usage.
PowerShell script to check Entra ID SMS/Voice authentication method policy usage. - microsoft/entra-sms-voice-usage-analyzer
GitHubmicrosoft


  • Abilitare le passkey e pianificare una migrazione graduale
    È possibile abilitare le passkey nel proprio tenant e utilizzare una Registration Campaign per accompagnarne progressivamente l'adozione.
    In alternativa, è possibile iniziare a spostare gli utenti verso altri metodi più sicuri rispetto a SMS e chiamate vocali, come ad esempio Microsoft Authenticator.
    Qui sotto trovate tutte le info per abilitare la campagna:



Run a Registration Campaign to Set Up a Passkey or Microsoft Authenticator - Microsoft Entra ID
Learn how to run a registration campaign in Microsoft Entra ID to nudge users toward passkeys or Microsoft Authenticator for stronger sign-in security.
Microsoft LearnJustinha


  • Disattivare temporaneamente l'attivazione automatica della Passkey.
    Per disattivare questa opzione, è necessario aggiornare i criteri relativi ai metodi di autenticazione utilizzando Microsoft Graph e impostando la proprietà passkeyDynamicMigration su true.



  • Dopo il 1 Febbraio 2027 non sarà più possibile evitare la registrazione della Passkey per gli utenti coinvolti dalla migrazione.


Conclusioni


Microsoft ha annunciato questo cambiamento a Luglio 2026 in un contesto in cui gli attacchi alle identità stanno diventando sempre più frequenti e sofisticati e nel quale anche l'Intelligenza Artificiale sta offrendo agli attaccanti nuovi strumenti per rendere phishing e social engineering più credibili ed efficaci.

E' quindi necessario adottare metodi di autenticazione più sicuri e in questo momento le Passkey (device bound o synced) aiutano ad avere autenticazioni phishing resistant.

Come detto sopra la notizia è abbastanza recente ma il tempo per prepararsi alla transizione non è così ampio.
Microsoft deve inoltre ancora completare alcune informazioni operative, ad esempio relativamente alla scelta dei provider esterni a pagamento, e continua ad aggiornare la documentazione in vista delle prossime scadenze, a partire dal 1° settembre 2026.

Per questo motivo vi invito a consultare periodicamente questo link:

Passkeys by default and retirement of Microsoft-provided SMS and voice authentication - Microsoft Entra ID
Learn how to prepare for the retirement of Microsoft provided SMS and Voice authentication in Microsoft Entra ID and migrate users to passkeys.
Microsoft Learnmarinasanchezz1

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Trump è ora ossessionato dagli sport universitari


Il presidente ha passato la settimana a convincere i senatori a votare la legge bipartisan sullo sport universitario e ha chiesto a Nick Saban, ex allenatore dell'Alabama, di chiamare gli indecisi.

Il presidente Donald Trump ha passato l'ultima settimana a telefonare ai senatori per convincerli a votare la legge sullo sport universitario e ha chiesto a Nick Saban, ex allenatore della squadra di football dell'università dell'Alabama, di chiamare i parlamentari ancora indecisi. Lo ha rivelato Semafor.

La legge punta a creare una cornice di regole valida per tutto il paese sugli accordi economici che riguardano gli atleti universitari, dopo una serie di battaglie legali che ha gettato il sistema nel caos. Negli Stati Uniti i campionati fra atenei sono un'economia da miliardi di dollari, ma il testo evita di prendere una posizione netta sulla questione più grande, cioè se gli studenti-atleti debbano essere considerati lavoratori dipendenti delle università per cui giocano.

Il testo è nato da una trattativa guidata dal senatore repubblicano del Texas Ted Cruz, dal senatore repubblicano del Missouri Eric Schmitt e dalla senatrice democratica dello stato di Washington Maria Cantwell. A differenza della legge che imporrebbe di esibire un documento d'identità per votare, a cui il presidente ha dedicato gran parte di quest'anno, quella sullo sport universitario è bipartisan. Per Cruz, un tempo suo rivale, l'approvazione sarebbe un successo personale.

Nel suo secondo mandato Trump è andato al Super Bowl, alle finali degli US Open di tennis e alla finale dei Mondiali di calcio. L'impegno di queste settimane va però oltre l'attenzione per lo sport che nel 2024 lo aveva aiutato a farsi apprezzare dagli elettori più giovani: è un'operazione di eredità politica, che metterebbe la sua firma sull'economia dello sport universitario.

"Questa è una priorità per lui e non tutto quello che facciamo lassù è di importanza fondamentale", ha detto Schmitt a Semafor parlando del presidente. Il senatore ha aggiunto che alcuni politici fingono interesse per lo sport, mentre a Trump "importa davvero" e "conosce lo sport universitario".

Saban è stato in prima linea nell'aiutare il presidente a impostare il proprio intervento, ha detto un funzionario della Casa Bianca. Oltre all'ex allenatore, Trump ha chiesto aiuto ad altri nomi noti dello sport che avevano già lavorato con lui, come il presidente dei New York Yankees Randy Levine e i commissari delle conference universitarie, i raggruppamenti in cui sono organizzati i campionati fra atenei.

Il presidente non ha ottenuto tutto quello che voleva. Ha chiesto al Senato di restare in seduta nel fine settimana per approvare la legge, ma la camera alta è partita per la pausa estiva di agosto senza votare. Il testo tornerà in aula a metà settembre, quando sono attesi i primi voti.

Nel Congressional Black Caucus, il gruppo dei parlamentari afroamericani del Congresso, restano perplessità sulla legge e la stessa diffidenza attraversa i senatori dei due partiti. Se il testo passasse, sarebbe il più importante risultato bipartisan di questo Congresso e uno dei principali successi legislativi di Trump.

Il funzionario della Casa Bianca ha detto che il presidente considera la legge la risposta a un "obiettivo politico sostanziale", cioè migliorare le possibilità di successo dei giovani e "ridurre le pressioni economiche e competitive" sugli atleti universitari. Dietro le quinte le conference si muovono intanto per ottenere un vantaggio nella stesura finale del testo. Secondo lo stesso funzionario, Trump sta cercando di bilanciare quegli interessi e di spingere le parti in causa a guardare al quadro generale invece di concentrarsi soltanto sul proprio perimetro.

Per portare la maggior parte dei repubblicani sulla legge servirà comunque un grande sforzo personale del presidente. I democratici hanno la forza per strappare altre concessioni oppure per bloccare del tutto il testo, se decidessero di non regalare a Trump una vittoria legislativa prima delle elezioni di metà mandato.

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Xiaomi Redmi 17 Series: maxi-batteria da 7.500 mAh e display da 6,9″, ecco le novità


Xiaomi Redmi 17 Series punta su autonomia e resistenza con una maxi-batteria da 7.500 mAh e un ampio display da 6,9″. Ecco tutte le novità
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Xiaomi ha presentato Redmi 17 Series. Si tratta dell’ultima generazione della sua linea di smartphone dall'ottimo rapporto qualità-prezzo, pensata per unire autonomia estrema e intrattenimento senza compromessi. Composta da Redmi 17 e Redmi 17 5G, la serie si distingue per una potente batteria da 7.500 mAh (typ), un ampio display immersivo da 6,9 pollici a elevato refresh rate e una doppia fotocamera da 50 MP potenziata dall’intelligenza artificiale.
La serie Redmi 17 è caratterizzata dall'ottimo rapporto qualità-prezzoLa serie Redmi 17 è caratterizzata dall'ottimo rapporto qualità-prezzo

Batteria più grande e ricarica più veloce


L’autonomia è il vero punto di forza di Redmi 17 Series, secondo il brand. Equipaggiati con un'enorme batteria da 7.500 mAh (typ), i dispositivi sono studiati per garantire produttività, intrattenimento e connessione prolungando notevolmente il tempo tra una ricarica e l’altra. Redmi 17 è dichiarato fino a 28 ore di riproduzione video, 91 ore di riproduzione musicale, 46 ore di chiamate o 12 ore di registrazione video, mentre il 17 5G supporta fino a 28 ore di riproduzione video locale a 1080p, 109 ore di riproduzione musicale con auricolari Bluetooth, 53 ore di chiamate o 10 ore di registrazione video a 1080p.

Display da 6.9” per un’esperienza visiva immersiva


Redmi 17 Series è dotata di un ampio display immersivo da 6,9 pollici che garantisce un'esperienza fortemente immersiva per lo streaming, il gaming e la navigazione. Grazie alla tecnologia AdaptiveSync a 120 Hz, il refresh rate si adatta dinamicamente tra 60 Hz, 90 Hz e 120 Hz per garantire interazioni fluide e ottimizzare al contempo l'efficienza energetica. A tutela degli occhi durante le sessioni più lunghe, intervengono il DC dimming e le tre certificazioni TÜV Rheinland per la riduzione dell’affaticamento visivo.

Sul fronte resistenza, il display è protetto dal vetro Corning Gorilla Glass 7i, che garantisce una maggiore resistenza ai graffi e una protezione migliorata in caso di caduta. La certificazione IP64 contro acqua e polvere, unita alla tecnologia Wet Touch, garantisce inoltre una perfetta reattività del touch screen anche in caso di schermo o mani bagnate.

Gli italiani parlano con l’AI: come cambia il rapporto con la tecnologia
L’intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana di milioni di italiani, trasformando il modo di lavorare, informarsi e comunicare
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Un design nuovo e audace, dentro e fuori


Redmi 17 Series introduce un design completamente nuovo, ispirato alla natura, in una gamma di colori classici ed espressivi. La versione 17 è disponibile nei colori Black, Blue, Green e Purple, mentre il 17 5G è disponibile nei colori Black, Blue e Orange, con quest’ultimo caratterizzato da una finitura in pelle PU di alta qualità per una presa più morbida e confortevole.

Oltre alla palette colori rinnovata, i nuovi smartphone presentano un display piatto e una cornice opaca che, insieme al design Metal Deco e agli angoli a 'R' più pronunciati, creano un look ispirato ai modelli di punta, comodo da impugnare e piacevole alla vista. Il design frontale completa l'opera: il foro centrale e le cornici ultra-sottili conferiscono allo smartphone un aspetto decisamente pulito e premium. A completare il look, un sistema di illuminazione RGB dinamica che offre un’illuminazione personalizzata per segnalare chiamate in arrivo, notifiche, livello di ricarica o per integrarsi con l'esperienza di gaming e l'uso della fotocamera.
Le colorazioni della versione Redmi 17Le colorazioni della versione Redmi 17

Prestazioni fluide


La 17 Series di Redmi combina un hardware performante con l’integrazione di Xiaomi HyperOS 3. In particolare, il 17 è alimentato dal MediaTek Helio G91-Ultra, mentre il 17 5G è dotato della piattaforma mobile Snapdragon 4 Gen 5 con 5G. Entrambi i modelli supportano fino a 12 GB di RAM con Memory Extension e Xiaomi HyperOS 3, che migliora ulteriormente l’esperienza con animazioni più fluide, una reattività ottimizzata e interazioni quotidiane più naturali.

Lato imaging, il sistema a doppia fotocamera AI da 50 MP cattura immagini straordinariamente nitide e naturali, mentre la funzione di scatto a doppia visuale anteriore e posteriore semplifica la registrazione di momenti da più prospettive contemporaneamente. Per i momenti da vivere a tutto volume, i doppi altoparlanti stereo dotati di un aumento del volume fino al 300% offrono un audio più ampio¹⁰ e potente per video, musica, chiamate e molto altro ancora.

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Prezzi e disponibilità


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Gli italiani parlano sempre più con l'intelligenza artificiale, ma il rapporto con la tecnologia è ancora in evoluzione


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La tecnologia sta cambiando linguaggio; non è più solo qualcosa che si usa, ma qualcosa con cui si dialoga. È questo il tema al centro del nuovo Samsung Trend Radar, che analizza come gli italiani oggi si relazionano con dispositivi smart e soluzioni di intelligenza artificiale. Un’evoluzione che segna il passaggio da utilizzo a conversazione: i dispositivi diventano progressivamente interlocutori, entrando nei micro-momenti quotidiani e adattandosi alle esigenze delle persone.

Italiani sempre più in dialogo con la tecnologia


Quasi un italiano su due interagisce con i propri dispositivi in modo conversazionale, adottando un linguaggio sempre meno “tecnico” e sempre più vicino a quello naturale. Tuttavia, questa trasformazione non è ancora completa: per il 59% degli italiani il dialogo con la tecnologia non è ancora percepito come naturale, segno di una relazione ancora in evoluzione. In parallelo, emerge un comportamento ibrido: scrittura e voce convivono, delineando un’interazione fluida e contestuale in cui l’utente sceglie di volta in volta come interagire.

Quando la voce rende la tecnologia una presenza più immediata


La relazione con la tecnologia resta fortemente ancorata all’utilità: il 60% dei nostri connazionali utilizza assistenti e AI per ottenere informazioni pratiche, mentre il 56% li usa per chiarire o semplificare contenuti. Ma è nei momenti di pausa che la tecnologia diventa presenza: il 37% la utilizza per staccare qualche minuto, mentre il 35% la integra nei momenti di relax serale. In questi contesti, l’intrattenimento è centrale: musica e video guidano l’esperienza.

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Ed è proprio qui che gli assistenti vocali assumono un ruolo chiave: essi permettono un accesso immediato e naturale a ciò che cerchiamo, senza interrompere quello che si sta facendo. Pertanto, che si tratti di avviare una playlist, cercare un contenuto o controllare altri dispositivi, la voce abilita un’interazione leggera, perfettamente integrata nei micro-momenti quotidiani. Grazie all’integrazione tra smartphone Galaxy, Smart TV Samsung e dispositivi connessi tramite SmartThings, questa esperienza si estende in modo continuo tra ambienti diversi, trasformando l’assistente vocale in una presenza discreta ma costante lungo tutta la giornata.

Stiamo assistendo a un passaggio fondamentale: le persone non si limitano più a usare la tecnologia, ma iniziano a dialogare con essa. La sfida oggi è rendere questa interazione sempre più naturale, intuitiva e integrata nella quotidianità”, ha dichiarato Emanuele De Longhi di Samsung Italia.


Smart home: la voce come nuova interfaccia della casa


Nonostante la crescente diffusione dell’interazione conversazionale, l’adozione della smart home è ancora in fase iniziale: solo il 25% degli italiani possiede accessori smart. Le aspettative, però, sono già evolute: il 51% desidera tecnologie capaci di semplificare la gestione della casa, mentre il 55% le associa alla riduzione di stress e frizioni quotidiane. In questo contesto, la voce si afferma come interfaccia centrale: non più solo controllo, ma dialogo con l’ambiente domestico, nel quale soluzioni come SmartThings e Bespoke AI trasformano la casa in un ecosistema intelligente e reattivo, capace di rispondere ai comandi vocali e adattarsi alle abitudini quotidiane.

Verso una tecnologia sempre più conversazionale


Negli ultimi dodici mesi Samsung ha ampliato significativamente il proprio ecosistema AI e voice-first: funzioni come Traduzione live, Assistente note e Assistente alla scrittura, insieme a nuove capacità di gestione intelligente dell’audio, hanno trasformato lo smartphone in un hub di dialogo continuo tra utente e dispositivo. All’interno della casa invece, la dimensione conversazionale si amplifica grazie all’ecosistema SmartThings e alla gamma Bespoke AI, dove comandi vocali e automazioni intelligenti permettono di gestire le attività quotidiane in modo naturale e senza interruzioni. Anche l’intrattenimento evolve in chiave conversazionale: le Smart TV Neo Qled e Oled di ultima generazione integrano assistenti vocali avanzati e funzionalità AI che permettono di cercare contenuti, controllare dispositivi e personalizzare l’esperienza semplicemente attraverso la voce.

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Hegseth arrola l'America Latina nella guerra alla droga: "Facciamo cose cattive a persone cattive"


Il segretario alla Difesa ha parlato a Panama davanti ai vertici militari di 18 paesi. La Colombia ha chiesto operazioni militari congiunte sul suo territorio contro il narcotraffico.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto ai vertici militari dell'America Latina di intensificare la lotta ai trafficanti di droga e di affiancare le forze armate statunitensi nelle operazioni contro i cartelli. Parlando mercoledì a Panama davanti ai responsabili civili della difesa e ai generali di 18 paesi, Hegseth ha detto che l'obiettivo comune è "degradare, smantellare e distruggere le reti narco-terroristiche" e che il motto della coalizione sarà "facciamo cose cattive a persone cattive".

La coalizione, chiamata Americas Counter-Cartel Coalition, è nata da un vertice di marzo tra il presidente Donald Trump e i paesi latinoamericani e fa parte dell'alleanza regionale Shield of the Americas. Ne fanno parte 18 paesi: Argentina, Bahamas, Belize, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Guyana, Honduras, Giamaica, Panama, Paraguay, Perù e Trinidad e Tobago. La riunione di mercoledì si è tenuta a margine di una grande esercitazione militare regionale guidata dagli Stati Uniti.

Il governo colombiano di Abelardo de la Espriella ha chiesto agli Stati Uniti di collaborare a operazioni militari congiunte in Colombia contro il "narco-terrorismo", ha annunciato Hegseth. "Attraverso il presidente appena insediato, come al nostro presidente piace chiamarlo, il presidente El Tigre, la Colombia ha già chiesto che il Dipartimento della Guerra si unisca alla Colombia nella sua lotta al narco-terrorismo, autorizzando operazioni militari congiunte per distruggere i terroristi e le reti del terrore", ha detto. La Colombia diventerà anche il diciannovesimo membro di Shield of the Americas.

De la Espriella, che ha giurato la settimana scorsa ed è conosciuto come "El Tigre", aveva già promesso di bombardare i narcotrafficanti con l'aiuto degli Stati Uniti. Il suo governo non ha commentato l'annuncio di Panama. Il suo predecessore Gustavo Petro, di sinistra, non era stato invitato al vertice di marzo: per quattro anni ha criticato pubblicamente gli attacchi americani alle imbarcazioni e le altre politiche di Trump nella regione mentre i rapporti tra i due paesi si deterioravano. La Colombia è il primo produttore mondiale di cocaina ed è stata per decenni un alleato fedele di Washington, che nei giorni scorsi ha annunciato di voler accelerare la cooperazione militare con Bogotà.

Anche l'Honduras ha accettato le operazioni congiunte. A marzo Ecuador e Stati Uniti avevano avviato operazioni militari comuni contro gruppi designati come terroristici e a maggio il Pentagono ha premuto sul Guatemala perché accettasse attacchi aerei americani e altre azioni militari sul proprio territorio contro i gruppi sospettati di traffico di droga.

La settimana scorsa il Comando Sud, la struttura militare statunitense che si occupa dell'America Latina, ha annunciato la Joint Task Force Western Hemisphere, l'infrastruttura con cui allargare la guerra alla droga insieme agli alleati regionali. Il capo del Comando Sud, il generale Francis Donovan, ha scritto il 3 agosto che la nuova task force "porterà il combattimento al nemico".

La nuova struttura si aggiunge alla campagna che il Pentagono conduce da un anno nei Caraibi e nel Pacifico orientale, dove i militari hanno condotto 66 attacchi contro imbarcazioni uccidendo almeno 221 persone che, secondo il governo, trasportavano droga. Nessuna prova è stata presentata a sostegno di questa versione. Esperti di diritto hanno avvertito che gli attacchi sono illegali, perché i militari non possono colpire deliberatamente civili che non partecipano direttamente alle ostilità, anche quando stanno violando la legge. Trafficare droga, dicono, non raggiunge la soglia delle ostilità.

Hegseth ha detto mercoledì che gli attacchi hanno più che dimezzato il numero di imbarcazioni sospettate di trasportare droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Un'inchiesta del New York Times ha però rivelato che la cocaina, di gran lunga la droga più contrabbandata dal Sud America, si trova in gran parte degli Stati Uniti con la stessa facilità di prima che gli attacchi cominciassero.

L'ultimo attacco, che ha ucciso otto persone, risale al 21 giugno. Funzionari del Pentagono dicono che da allora c'è stata una pausa, in parte perché uomini e mezzi sono stati dirottati per portare aiuti umanitari alle vittime del recente terremoto in Venezuela. Ora l'amministrazione sembra spostare dalle acque internazionali alla terraferma le operazioni contro i gruppi armati in America Latina.

Nel suo secondo mandato il presidente ha trattato i trafficanti di droga non come criminali ma come combattenti nemici. Accusando cartelli e bande della crisi delle overdose e della violenza negli Stati Uniti, l'amministrazione ha aggiunto dal 2025 una ventina di gruppi alla lista delle organizzazioni terroristiche straniere, dai grandi cartelli messicani alle bande della droga ecuadoriane, autorizzando l'uso della forza letale contro di loro. L'anno scorso Trump aveva giustificato gli attacchi contro le piccole imbarcazioni sostenendo che gli Stati Uniti erano impegnati in un "conflitto armato" formale con i trafficanti designati come organizzazioni terroristiche e che i contrabbandieri di quei gruppi erano "combattenti illegali".

A Panama Hegseth ha invitato i quasi venti paesi presenti ad abbandonare la Corte penale internazionale e a respingere i suoi tentativi di togliere sovranità ai loro governi e ai loro tribunali. Ha sostenuto che le operazioni americane "sono del tutto legali secondo il diritto internazionale umanitario". Dalle sue parole non è chiaro quali misure abbia preso il tribunale internazionale per ostacolare le operazioni americane nella regione. L'amministrazione Trump sta portando avanti una campagna per smantellare la Corte come ritorsione per i mandati d'arresto emessi contro alti funzionari israeliani per la guerra a Gaza e per le indagini sul personale statunitense in Afghanistan.

Panama ha ospitato la riunione pur non avendo un esercito attivo. Hegseth aveva incontrato i funzionari panamensi durante una visita nell'aprile 2025 e aveva firmato un accordo bilaterale di sicurezza con il presidente José Raúl Mulino, un conservatore che ha cercato il negoziato con l'amministrazione Trump dopo le minacce sul canale di Panama.

Operazioni molto pubblicizzate hanno riguardato anche paesi senza accordi ufficiali con Washington. Trump ha applaudito un'operazione con il coinvolgimento della CIA, la Central Intelligence Agency, all'inizio di quest'anno in Messico che ha contribuito a uccidere Nemesio Oseguera Cervantes, conosciuto come El Mencho, capo del cartello Jalisco Nueva Generación, una delle organizzazioni di narcotraffico più potenti al mondo. Ha celebrato anche un attacco in Venezuela che ha ucciso un capo del Tren de Aragua, il gruppo transnazionale che secondo lui ha invaso gli Stati Uniti.

Il Messico non fa parte dell'alleanza regionale e non era alla conferenza di Panama, pur essendo il paese dei cartelli che portano fentanyl e altre droghe negli Stati Uniti. Come il Brasile, anch'esso fuori dall'alleanza, il Messico è guidato da una presidente di sinistra, Claudia Sheinbaum, che teme la reazione dell'opinione pubblica in un paese con una lunga storia di interventi militari statunitensi e vuole proteggere la sovranità messicana. Il suo messaggio è sempre lo stesso: "Coordinamento ma non subordinazione".

Per decenni la politica statunitense in America Latina si è concentrata sull'antinarcotici, con miliardi di dollari spesi in assistenza militare e in eradicazione delle coltivazioni e con la richiesta di misure di sicurezza dure e di accordi di estradizione. Gli esperti dicono che la criminalità organizzata e il traffico si sono espansi nelle zone della regione dove lo Stato è assente e che le attività illecite sono cresciute dopo la pandemia. Avvertono però che le precedenti "guerre alla droga" guidate dagli Stati Uniti non hanno ridotto il traffico e ricordano che oggi gran parte della cocaina sudamericana è diretta in Europa e non negli Stati Uniti. Le organizzazioni per i diritti umani avvertono a loro volta che militarizzare la lotta ai gruppi armati rischia di aumentare la violenza contro i civili.


Il nuovo presidente della Colombia promette di bombardare i narcotrafficanti con l'aiuto di Trump


Abelardo de la Espriella ha giurato venerdì da presidente della Colombia e ha promesso di bombardare gli accampamenti dei gruppi armati che vivono di cocaina, di abbattere gli aerei del narcotraffico e di affondare le imbarcazioni che partono dalle coste caraibica e pacifica. Poche ore dopo il discorso il dipartimento di Stato americano ha annunciato l'intenzione di stanziare, in accordo con il Congresso, un miliardo di dollari per un pacchetto sulla sicurezza a sostegno del nuovo governo.

Avvocato di 48 anni, mai eletto prima a nessuna carica, de la Espriella ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con circa 250.000 voti di scarto sul senatore di sinistra Iván Cepeda, poco più di un punto percentuale e il margine più stretto nella storia del paese. Ha fondato un suo partito e ha condotto una campagna fatta di comizi spettacolari e di discorsi tenuti dietro un vetro blindato. Ha anche la doppia cittadinanza colombiana e statunitense. Il presidente Trump lo aveva sostenuto apertamente durante la campagna, promettendo rapporti tra Bogotá e Washington mai così stretti dopo gli anni di tensione con il governo uscente.

Il giuramento si è svolto nell'auditorium dell'Università Santiago de Cali e non nel palazzo del Congresso a Bogotá: è la prima volta nella storia recente colombiana. Cali è la terza città del paese, è stata colpita di recente da attentati rivendicati dalle guerriglie ed è vicina a territori controllati dai gruppi armati. Subito dopo aver ricevuto la fascia presidenziale de la Espriella si è spostato nella base militare del battaglione Pichincha, dove ha parlato per 75 minuti davanti ai soldati schierati. "È arrivato il momento di ripristinare l'ordine, l'autorità e la libertà", ha detto. Si fa chiamare El Tigre (la tigre) e ai militari ha detto che la tigre è arrivata e che imparerà quanto morde forte quando si tratta di difendere il popolo colombiano.

Sotto il predecessore Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana ed ex guerrigliero, il governo aveva aperto trattative simultanee con una decina di organizzazioni del narcotraffico per convincerle a disarmarsi e ad abbandonare il contrabbando di droga. Nei quattro anni della cosiddetta Pace Totale i loro effettivi sono passati da 15.120 a 28.802, secondo un rapporto pubblicato questa settimana dalla Fondazione Ideas para la Paz, un centro studi di Bogotá. Il sindaco di Medellín Federico Gutiérrez, che ha sostenuto l'ascesa del nuovo presidente, ha detto che la Pace Totale ha consegnato il territorio ai criminali.

De la Espriella ha chiuso quei negoziati definendoli un "falso processo di pace" e ha detto che l'opzione del dialogo è "completamente esaurita". Ai membri delle bande criminali e dei gruppi narcoterroristi restano due strade, ha detto ai soldati: sottomettersi alla legge o affrontare la risposta decisa dello Stato colombiano e delle sue forze di sicurezza.

Le piantagioni di coca coprono oggi circa 253.000 ettari (626.000 acri, la cifra indicata dallo stesso Petro). I laboratori clandestini nella giungla producono più di 3.300 tonnellate di cocaina all'anno, quasi nove volte quanto stimato dai ricercatori delle Nazioni Unite per il 2012, quando Stati Uniti e Colombia avevano ridotto drasticamente le coltivazioni con le fumigazioni aeree. Nonostante i bombardamenti americani sulle imbarcazioni sospettate di trasportare droga, la cocaina continua ad arrivare in grandi quantità in Europa e negli Stati Uniti, dicono funzionari americani ed europei.

Le fumigazioni dei campi di coca ricominceranno già da domenica, con erbicidi che secondo il nuovo presidente non danneggiano la salute umana né l'ambiente. La Colombia aveva sospeso l'irrorazione aerea più di dieci anni fa proprio per ragioni ambientali. De la Espriella ha promesso anche di costruire carceri di grande capacità sul modello salvadoregno e di riprendere i bombardamenti sulle basi dei gruppi armati. "Darò l'ordine di bombardare gli accampamenti narcoterroristi, usando la tecnologia disponibile per evitare anche il minimo impatto sulla popolazione civile", ha detto a Caracol Radio. "Ma i bombardamenti riprendono".

Gli aerei che trasportano droga fuori dalla Colombia saranno abbattuti e le imbarcazioni che lasciano i Caraibi e il Pacifico affondate, una linea identica a quella americana. Droni e aerei militari statunitensi hanno distrutto decine di imbarcazioni sospette, uccidendo più di 220 persone a bordo. Tra i primi atti del nuovo governo ci sarà l'adesione allo Scudo delle Americhe, l'alleanza di paesi promossa dal presidente Trump contro il narcotraffico. De la Espriella dovrebbe anche accelerare le estradizioni dei capi ribelli ricercati negli Stati Uniti e ha già cominciato ad allineare la politica estera colombiana a Washington, rompendo le relazioni diplomatiche con Cuba e ripristinando quelle con Israele.

F. Cartwright Weiland, a capo dell'ufficio del dipartimento di Stato che si occupa di narcotici e applicazione della legge a livello internazionale, aveva detto ai parlamentari americani a giugno che l'agenda è pronta e ordinata per priorità fin dal primo giorno. L'impegno chiesto a Bogotá è un obiettivo aggressivo di riduzione delle coltivazioni di coca, da raggiungere anche con droni per l'eradicazione.

Nel 2024 un comandante del narcotraffico noto come Calarcá, all'anagrafe Alexander Díaz, venne fermato a un posto di blocco dell'esercito e rilasciato poco dopo perché il mandato di cattura era stato sospeso per permettergli di partecipare ai negoziati della Pace Totale. "Uccide persone, recluta bambini, traffica droga", ha detto al Wall Street Journal il generale in congedo Jorge Ricardo Hernández, che ricevette l'ordine di liberarlo. Il gruppo di Díaz ha poi abbattuto un elicottero Black Hawk uccidendo tredici agenti di polizia, l'anno scorso. Ora il presidente avverte Díaz e gli altri comandanti che è arrivato il momento di arrendersi: "A quei fuorilegge violenti mando un messaggio chiaro: il vostro tempo è finito", ha detto in un discorso recente. "Chiunque si rifiuti di arrendersi verrà ucciso. Non dite che non vi avevo avvertito".

Petro rivendica di aver sequestrato più cocaina di qualsiasi altro governo colombiano e di aver estradato 800 presunti criminali verso gli Stati Uniti e altri paesi. In un messaggio su X il mese scorso ha avvertito che se il governo americano imporrà di nuovo la violenza sull'eradicazione delle coltivazioni la violenza nel paese aumenterà, aggiungendo che la domanda mondiale di cocaina non è colpa del suo governo.

Petro non ha partecipato alla cerimonia e venerdì ha lasciato la residenza presidenziale. Nella sua ultima conferenza stampa ha ripetuto che il voto è stato viziato da brogli e ha avvertito che la Colombia rischia una nuova guerra civile. Non ha portato prove ritenute valide dalle autorità elettorali, che hanno certificato la vittoria di de la Espriella. Nemmeno gli osservatori internazionali hanno sostenuto le sue accuse. Cepeda ha guidato un corteo a Barranquilla, ha chiesto disobbedienza civile pacifica e ha detto di non considerare legittima la presidenza perché la doppia cittadinanza rende de la Espriella "un agente degli interessi statunitensi" e non di quelli dei colombiani.

Cali era blindata per la giornata dell'insediamento, con 11.000 militari, un sistema anti-droni e il divieto di circolazione per i veicoli privati. Pochi giorni prima le autorità avevano sventato vicino alla città un piano attentatorio attribuito ai dissidenti delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. La settimana scorsa un'autobomba a Cúcuta aveva ferito dodici agenti di polizia e tre civili. All'insediamento hanno partecipato una decina di capi di Stato, tra cui l'argentino Javier Milei, l'ecuadoriano Daniel Noboa e il cileno José Antonio Kast, oltre al re di Spagna Felipe VI e al presidente della FIFA Gianni Infantino. Gli Stati Uniti hanno mandato una delegazione guidata dal procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e da alti funzionari delle politiche antidroga.

Un decreto congelerà la spesa pubblica e una riforma fiscale semplificherà il sistema dei pagamenti, mantenendo i programmi sociali più popolari, alcuni dei quali introdotti da Petro. In campagna elettorale de la Espriella aveva promesso di ridurre lo Stato fino al 40%. Il ministro delle Finanze Miguel Gomez ha detto che il deficit è tra il 7% e l'8% del prodotto interno lordo, più alto dei numeri del governo uscente. Il partito del presidente ha però soltanto quattro seggi al Senato e dovrà dipendere dai partiti conservatori e centristi tradizionali per far passare il programma economico.

L'esplorazione di petrolio e gas ripartirà e il nuovo presidente ha promesso di rimettere in piedi Ecopetrol, la compagnia petrolifera a maggioranza statale che è una delle principali fonti di entrate pubbliche e di esportazioni del paese, definendola una priorità definitiva e assoluta. Ha confermato che autorizzerà il fracking, la tecnica che estrae petrolio e gas iniettando acqua, sabbia e sostanze chimiche nel sottosuolo per fratturare la roccia, sotto quelli che ha descritto come i più severi standard tecnici e ambientali. Ha detto di credere nella transizione energetica, a patto che sia costruita "dalla forza, non dalla debolezza" e dall'autosufficienza invece che dalla dipendenza.

Il sistema energetico colombiano si trova in una situazione critica, ha detto, con riserve di petrolio e gas in calo, progetti in ritardo e domanda elettrica in aumento. Ha citato anche l'arrivo del fenomeno El Niño, che porta siccità prolungate e riduce la produzione idroelettrica. Petro aveva smesso di assegnare nuovi contratti di esplorazione e aveva puntato sulle rinnovabili e sulla protezione dell'Amazzonia: quattro mesi fa il suo governo aveva ospitato a Santa Marta un vertice internazionale per costruire consenso sull'abbandono dei combustibili fossili.

Come avvocato de la Espriella ha difeso figure del mondo criminale e ha rappresentato persone legate ai gruppi paramilitari di destra. Tra i suoi assistiti c'è stato Alex Saab, l'imprenditore colombiano che gli Stati Uniti accusano di aver riciclato denaro per l'allora uomo forte del Venezuela Nicolás Maduro. Maduro è oggi detenuto a New York dopo l'operazione lampo con cui i commando americani lo hanno catturato il 3 gennaio e si dichiara innocente dalle accuse di narcotraffico. Saab, estradato dal Venezuela a maggio, si è dichiarato non colpevole in un tribunale di Miami.

L'elezione di de la Espriella è parte di uno spostamento a destra che attraversa l'America Latina. In Perù, Argentina, Cile, Ecuador, Bolivia e Panama le economie deboli e la criminalità in aumento hanno cambiato le priorità degli elettori e hanno portato al governo candidati di destra un tempo considerati marginali. Elizabeth Dickinson, analista del centro studi International Crisis Group, ha detto alla NPR, la radio pubblica americana, che con il nuovo presidente il pendolo torna a destra. Una maggiore pressione militare può indebolire i gruppi armati e spingere alcuni combattenti a smobilitare, ha detto, ma chiudere del tutto la porta a futuri negoziati rischia di essere controproducente, perché nel conflitto colombiano sono coinvolte circa 27.000 persone che avranno bisogno di una via di rientro nella vita normale.

Il politologo Sergio Guzmán ha detto alla NPR che de la Espriella dovrà costruire una maggioranza in un Congresso frammentato per approvare le riforme più profonde e che le accuse di brogli di Petro possono alimentare le proteste tra i colombiani già preoccupati che le politiche contro la criminalità portino ad abusi da parte delle forze di sicurezza. Petro sarà un fastidio costante per il nuovo presidente, ha detto, ma de la Espriella è pronto allo scontro, sul piano retorico e potenzialmente in piazza.


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La portavoce di Trump lascerà la Casa Bianca a fine agosto


La portavoce di Trump, la più giovane di sempre a ricoprire il ruolo, resterà consigliera esterna del presidente. Il suo addio arriva a tre mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Karoline Leavitt lascerà la Casa Bianca alla fine di agosto. Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì 12 agosto sul suo social network Truth Social che la portavoce, 28 anni, lascia l'incarico per dedicarsi ai due figli piccoli. È stata la persona più giovane mai nominata a quel ruolo e l'unica ad averlo ricoperto nel secondo mandato del presidente.

Leavitt ha parlato su X di una decisione "dolceamara". "Da quando sono tornata alla Casa Bianca dopo la nascita di mia figlia ho sentito nel mio cuore che non posso essere la mamma migliore che i miei due bambini meritano, dedicando allo stesso tempo il tempo costante, l'energia e l'attenzione che il ruolo di portavoce della Casa Bianca richiede", ha scritto. Ha aggiunto che il presidente le ha chiesto di continuare a consigliarlo dall'esterno e che resterà "una sostenitrice del MAGA e del Partito Repubblicano".

Trump ha scritto di capire e rispettare "totalmente" la decisione e ha definito Leavitt una delle sue collaboratrici più fidate. Ha detto che diventerà una delle sue principali consigliere esterne e una voce influente nel Partito Repubblicano, mentre i repubblicani provano a vincere le elezioni di metà mandato di novembre.

L'annuncio arriva a tre mesi da quel voto e mentre la popolarità del presidente continua a scendere. Cade anche nel pieno delle polemiche sul sospetto che la Casa Bianca abbia usato i giornalisti a bordo dell'Air Force One come esca durante la partenza segreta del presidente dalla Turchia, il mese scorso, per un allarme sicurezza legato all'Iran.

Leavitt è la seconda portavoce più longeva delle due presidenze Trump, dopo Sarah Huckabee Sanders. Nel primo mandato il presidente ne cambiò quattro: Sean Spicer, la stessa Sanders, Stephanie Grisham, che non tenne mai un briefing, e Kayleigh McEnany. Chi la sostituirà sarà il sesto portavoce delle due amministrazioni e Trump non ha ancora indicato un nome.

Alla Casa Bianca Leavitt ha guidato una strategia di comunicazione aggressiva verso i giornali e le televisioni tradizionali, lasciando più spazio agli influencer e ai creatori di contenuti vicini al movimento MAGA, la sigla di "Make America Great Again". Il suo ufficio ha preso il controllo del "pool", il gruppo ristretto di giornalisti che segue da vicino il presidente per conto di tutti gli altri e che fino ad allora era organizzato dall'associazione indipendente dei corrispondenti alla Casa Bianca. Decideva chi entrava agli eventi presidenziali e chi saliva sull'Air Force One. Ha poi aggiunto ai giornalisti accreditati in modo permanente servizi di streaming, conduttori radiofonici conservatori locali, podcaster e personalità del mondo MAGA.

Su indicazione del presidente ha escluso l'Associated Press da alcuni eventi alla Casa Bianca e un giornalista dell'agenzia è rimasto fuori dall'Air Force One. L'agenzia, che ha migliaia di clienti negli Stati Uniti e nel resto del mondo, aveva rifiutato di adeguare le proprie regole di stile all'ordine esecutivo con cui Trump ha ribattezzato il Golfo del Messico "Golfo d'America". I critici hanno letto quelle scelte come un tentativo di riempire la sala stampa di propagandisti, mentre i sostenitori del presidente le hanno accolte come una correzione al peso dei grandi giornali.

"Mi ha fatto piacere mettere i media di sinistra davanti alle loro responsabilità e assicurarmi che gli americani conoscessero la verità sui successi del presidente Trump", ha scritto mercoledì su X. Gli avversari di Trump l'hanno invece accusata di diffondere senza esitazioni le affermazioni false del presidente.

Il deputato democratico James Walkinshaw ha detto al programma della CNN "The Arena" di non dubitare della sincerità delle ragioni familiari. Ha aggiunto però che per fare il portavoce di Trump "bisogna negare deliberatamente la realtà ogni giorno" e che l'eredità di Leavitt sarà quella di aver peggiorato ancora il rapporto tra la Casa Bianca e la stampa.

Secondo un'analisi della CNN, il presidente farà fatica a trovare qualcuno con le stesse doti. Leavitt parla il linguaggio del MAGA davanti alle telecamere meglio di chiunque altro tranne Trump e i suoi briefing sono più dimostrazioni di sfida che tentativi di spiegare le scelte dell'amministrazione. Risponde di rado in modo diretto alle domande e preferisce attaccare le intenzioni dei cronisti, cosa che la rende molto popolare tra gli elettori del presidente.

Di solito le amministrazioni preparano uno o più vice portavoce a prendere il posto principale, un ruolo che logora chi lo ricopre nel giro di pochi anni. Per Leavitt non c'è un successore visibile e la stessa analisi ipotizza che il presidente possa decidere di fare da solo, visto che comunica di continuo con post, interviste e botta e risposta con i giornalisti.

Lontano dalle telecamere Leavitt è più disponibile con i cronisti ed è quasi sempre raggiungibile. Il rapporto di fiducia con il presidente le permette di essere nella stanza nei momenti decisivi, un elemento che rende credibile chi parla a nome dell'amministrazione. Con la sua uscita, secondo la CNN, per i giornalisti sarà più difficile raccontare come si prendono le decisioni alla Casa Bianca.

Leavitt è nata nel New Hampshire. Nel settembre 2017, quando era studentessa al Saint Anselm College, un'università privata cattolica dello Stato, scrisse al giornale dell'ateneo per protestare contro un professore che aveva criticato Trump in aula e per lamentare che i docenti diffondessero le proprie convinzioni progressiste durante le lezioni.

Durante il primo mandato ha lavorato nell'ufficio stampa della Casa Bianca, poi è stata direttrice della comunicazione della deputata repubblicana di New York Elise Stefanik. Nel 2022 si è candidata al Congresso in New Hampshire: ha vinto una primaria repubblicana con dieci candidati e ha perso le elezioni generali contro il deputato democratico uscente Chris Pappas. Secondo il sito di informazione Notus, che cita documenti finanziari, durante quella campagna accettò 200.000 dollari di donazioni superando i limiti di legge e non li dichiarò in seguito. Prima di entrare nella campagna del 2024 ha lavorato come portavoce di MAGA Inc., un comitato che raccoglieva fondi a sostegno di Trump.

Il primo figlio, Niko, è nato nel 2024 in piena campagna elettorale. Leavitt tornò al lavoro dopo pochi giorni, un rientro accelerato dal tentato omicidio di cui Trump fu vittima il 13 luglio 2024. La figlia Viviana è nata il primo maggio scorso e Leavitt è stata la prima portavoce della Casa Bianca ad affrontare una gravidanza durante l'incarico. È tornata dietro al leggio il 16 luglio, dopo circa sette settimane di congedo.

Nelle settimane di assenza si sono alternati alle conferenze stampa il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario agli Interni Doug Burgum. In un'intervista a Fox News il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller ha definito Leavitt un'"amica stretta" e un "modello" e ha detto che continueranno a lavorare insieme ogni giorno.


Trump ha lasciato la Turchia su un aereo segreto, con l'Air Force One usato come esca per paura dell'Iran


Il presidente Donald Trump ha lasciato il vertice della NATO ad Ankara l'8 luglio a bordo di un aereo militare tenuto segreto, mentre la Casa Bianca faceva credere ai giornalisti e a parte del suo staff che stesse volando sull'Air Force One. Lo ha rivelato lunedì il Washington Post, che cita un funzionario americano a conoscenza dell'operazione e materiale verificato dal giornale. L'inganno è stato organizzato per una minaccia di assassinio arrivata dall'Iran, paese confinante con la Turchia.

Trump è salito sul vecchio Air Force One davanti alle telecamere e pochi minuti dopo è stato fatto scendere dal lato opposto dell'aereo dentro un camion dei pasti, quelli che caricano cibo e provviste a bordo dei voli. Il camion era stato sollevato con un sistema idraulico fino a un portellone sul fianco dove non c'erano i cronisti. Da lì il presidente e alcuni collaboratori sono stati portati su un terzo aereo, un C-32A dell'Aeronautica militare, la versione militare del Boeing 757, molto più piccolo del jumbo presidenziale.

Il vecchio Air Force One è servito da esca. Il gruppo ristretto di giornalisti che accompagna il presidente in ogni spostamento è partito convinto di viaggiare con lui, insieme ad alcuni membri dello staff della Casa Bianca. Prima del decollo era stato chiesto loro di tenere abbassate le tendine dei finestrini nella cabina stampa, una disposizione che di solito vale per i voli sulle zone di guerra.

Il piano è stato messo a punto in poche ore, dopo che i funzionari avevano giudicato credibile la minaccia. A conoscerlo era un gruppo ristretto di alti responsabili del governo, tra cui il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha scritto il New York Times, che ha confermato la ricostruzione con due alti funzionari americani.

Il vecchio Air Force One è atterrato alla base aerea di Mildenhall, nell'est dell'Inghilterra, alle 22:16 ora locale (le 23:16 in Italia). Prima che i giornalisti scendessero, Trump era già stato riportato in auto dal C-32A al jumbo presidenziale, dove è salito da un ingresso diverso. Alle 22:56 (le 23:56 in Italia) è sceso dalla scaletta del portellone superiore di sinistra come fa di solito, ha fatto il segno della vittoria ai cronisti senza avvicinarsi, ha salutato i militari della base e ha raggiunto a piedi il nuovo Air Force One donato dal Qatar, con cui è tornato a Washington insieme ai giornalisti.

Trump era arrivato ad Ankara con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal Qatar l'anno scorso e ristrutturato dall'azienda della difesa L3Harris, alla sua prima trasferta internazionale. Prima di ripartire aveva scritto su Truth Social che per il primo tratto avrebbe usato il vecchio jet azzurro "per i vecchi tempi", mentre il nuovo aereo sarebbe arrivato prima alla stessa base britannica per far salire a bordo i militari americani di stanza in Inghilterra.

La minaccia iraniana non riguardava soltanto l'aereo qatariota: il presidente era il bersaglio su qualunque velivolo avesse preso. Il cambio di aereo aveva comunque aperto un caso sulla sicurezza del nuovo Air Force One, che il New York Times a luglio aveva descritto come privo di alcuni dei sistemi di difesa montati sui modelli precedenti. Trump si è infuriato per quelle fughe di notizie e il Dipartimento di Giustizia ha convocato davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se procedere con un'incriminazione, i giornalisti che avevano firmato gli articoli e alcuni loro familiari. Le convocazioni sono state ritirate dopo che un giudice federale ha rimproverato i procuratori.

Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha risposto alle domande sull'operazione con una dichiarazione: "Ci sono molti nemici dell'America che lo hanno nel mirino e usiamo ogni strumento a nostra disposizione per affrontare quelle minacce". Era lo stesso testo diffuso a luglio, che in quell'occasione conteneva anche le parole "compresi la distrazione e il depistaggio", eliminate nella nuova versione. Cheung ha aggiunto che il jet donato dal Qatar è un velivolo all'avanguardia, dotato di protocolli di sicurezza di alto livello. Il Secret Service, il corpo che protegge il presidente, non ha voluto commentare e l'Aeronautica militare, che gestisce la flotta presidenziale, ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

Sul volo di ritorno verso Washington Trump ha detto ai giornalisti di aver preso il vecchio aereo perché voleva che i militari della base britannica vedessero il nuovo. Sulle tendine abbassate ha detto di non essere a conoscenza di minacce specifiche, ma si è descritto sotto assedio costante da parte dell'Iran: "Io ho una minaccia in continuazione. Sono il numero uno della loro lista, prima di voi". Poi ha aggiunto, rivolto ai cronisti: "Ma se me ne vado io, ve ne andate anche voi".

Nel 2000 il presidente Bill Clinton entrò in Pakistan su un aereo senza insegne, mentre l'Air Force One ufficiale veniva mandato avanti come esca. Donald Mihalek, ex agente del Secret Service nelle scorte di George W. Bush e Barack Obama, ha detto al New York Times che l'agenzia ha già usato in passato aerei e cortei di automobili come diversivo: "Ogni volta che il presidente si trova in uno scenario dove c'è un potenziale pericolo di combattimento, il Secret Service ha adottato contromisure protettive, incluso l'uso di un'esca". Il compito dell'agenzia, ha detto, è tenere il presidente al sicuro, non fare informazione. Paul Eckloff, anche lui ex agente, ha detto all'Associated Press che la mossa non è senza precedenti ma resta un fatto insolito.

Le minacce iraniane contro Trump vanno avanti da anni, da quando nel primo mandato ordinò l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Durante la campagna del 2024 i suoi consiglieri ricevettero informazioni di intelligence secondo cui Teheran voleva ancora colpirlo e lo staff cominciò a usare ogni tanto aerei esca, imbarcando il candidato su un jet segreto senza avvisare i giornalisti e facendo volare il suo aereo privato. Nello stesso periodo ci furono un piano di omicidio su commissione affidato a un intermediario iraniano, poi finito in tribunale, e la violazione delle email e dei profili social di alcuni collaboratori. L'amministrazione Biden rafforzò la protezione del candidato e poco dopo, per motivi non collegati all'Iran, Trump subì l'attentato di Butler, in Pennsylvania, seguito da un secondo tentativo a settembre.

Il vertice di Ankara si è tenuto mentre l'esercito americano conduceva una serie di attacchi su larga scala in Iran, in risposta agli assalti iraniani alle navi mercantili nella regione. La guerra, cominciata il 28 febbraio, va avanti da più di cinque mesi. I funzionari americani non avevano mai ammesso prima che il presidente non fosse dove sostenevano che fosse. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha chiesto un'indagine del Congresso, definendo l'episodio "senza precedenti" e "surreale" in un intervento alla CNN.


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Il Magrini di Cabiddu


Giuseppe Cabiddu, al termine di due manche tiratissime, ha vinto la trentaseiesima edizione del Magrini.
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foto in alto: Marco Melis (J Casting), Giuseppe Cabiddu (JCasting) e Alessandro Caria (Anda) emozionati sul podio.

Sono passati quasi 40 anni, eppure sembra ieri! Lo scorrere del tempo è un fenomeno strano, inspiegabile, a volte dispettoso… insomma alla fine sono 36 edizioni per il Memorial Magrini. Questo splendido evento, pur passando per varie fasi evolutive, ha mantenuto inalterato il suo fascino. Nato nel ricordo di Alessandro Magrini, ideatore e direttore di Pesca in Mare, la rivista che ha determinato la crescita esponenziale della pesca sportiva in mare negli anni ’80 e ‘90, il trofeo ha progressivamente allargato i suoi confini fino a diventare una kermesse internazionale di primissimo livello. E agli aficionados, che Alessandro lo hanno conosciuto personalmente, si aggiungono ogni anno decine di atleti che non hanno avuto la stessa fortuna, ma comunque contribuiscono a perpetuarne la memoria. Oramai da due anni la location è quella dell’Horse Country ad Arborea, in passato, però, l’Hcc capitanato da Claudio Murtas, ha portato la sua gara in tour per la Sardegna: Badesi, Barisardo, Platamona e infine Oristano. La grande macchina Hcc guidata dal suo presidente e dal braccio destro Michael Meloni, si poggia sul supporto dei soci del sodalizio cagliaritano, che si dedicano anima e corpo per la realizzazione di questa epica tre giorni. Il Magrini è una girandola di emozioni, impreziosita dall’internazionalità: spariscono i confini e ci si trova in un universo di lingue, culture e tradizioni, tutti legati da un fortissimo elemento, la pesca. Il Magrini è estremo agonismo, ma è anche amicizia, è ritmo forsennato della gara, ma allo stesso tempo relax; è una vacanza ma anche una competizione davvero impegnativa, una delle più faticose del panorama agonistico sardo. La formula è quella a picchetto individuale, due manches di 4 ore con una sola canna e da un paio di anni in catch & release. Ben 140 gli iscritti di quest’ultima edizione, con la consueta foltissima partecipazione straniera: Corsica, Croazia, Galles, Germania, Grecia, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Slovenia, Spagna e Tunisia. Non è certo mancata l’Italia, con varie presenze dalla penisola e la foltissima rappresentanza sarda, con atleti giunti dai quattro punti cardinali dell’isola. Tutti ci ritroviamo, la mattina del 30 maggio, nella sala riunioni per il breefing, poi il pranzo, un riposino e via: con la pubblicazione dei settori che aprono ufficialmente le ostilità.
Daniele Concas con una doppietta particolare, una coppia di piccoli balestra.
Prima manche - Si comincia il 30 maggio alle 20:00. 70 garisti ad Arborea e altrettanti a Sassu. Ogni 10 concorrenti ci sono 2 ragazzi dell’HCC in qualità di ispettori, che svolgono anche da supporto. Le sparlotte, preda classica, più delle ore diurne in questi spot, si fanno desiderare e molte di quelle catturate sono di modestissime dimensioni. C’è però spazio per le prede insolite: una coppiola di balestra catturati da Daniele Concas (Polisportiva Sud Ovest Domusnovas) e un barracuda catturato da Biagio Morra, il longcaster che il giorno prima della gara ha tenuto un affollato corso di lancio. Con il favore delle tenebre spuntano le pri-me mormore, molte meno di quanto ci si aspettasse. La classifica di giornata decreta il primo posto di Giuseppe Cabiddu davanti a Marco Melis, entrambi del JCasting Cagliari, che precedono Franco Contini del Poseidon 1984 Alghero. Ottime prestazioni per Andrea Pina Cortes (Team Spagna) e di Ghjuvn’santu Le Mao del Surfcasting Club Ghisonaccia (Corsica). Al 14° posto si attesta Alessandro Caria dell’Anda Arborea, vincitore dell’edizione di due anni fa. Come spesso succede nelle gare a picchetto si è pescato “a chiazze”, ma ancora in tanti possono considerarsi in corsa per la vittoria finale.

Seconda manche - Come previsto avviene l’inversione dei campi gara: chi ha gareggiato ad Arborea si ritrova a Sassu, e viceversa. Per quelli “messi bene” in classifica si tratta di replicare il risultato della prima manche, o almeno di provare a farlo. Per altri la posta in gioco è agguantare la premiazione riservata ai primi 15 classificati. Infine, per chi ha bucato in esordio e non ha più niente da perdere, è l’occasione di tornare a pesca un po’ più leggeri e tentare il successo di giornata. Condizioni meteo e pescato finale sono praticamente sovrapponibili a quelli già registrati, ma qualche atleta concede il bis. Alessandro Caria per esempio, con un brillante primo di settore e terzo assoluto di giornata agguanta il podio. Ancora meglio fanno Giuseppe Cabiddu e Marco Melis, che replicano alla grande la prestazione precedente, e ottengono rispettivamente il primo e il secondo posto assoluto in classifica finale. E Marco viene anche premiato per il maggior numero di prede, ben 55! La preda più grossa è invece di Giovanni Grimaz (Fishing Club Capitale), un mormorone che supera abbondantemente il mezzo chilo. La speciale classifica degli stranieri vede il trionfo di Ghjuvan’ santu Le Mao, mentre fra le donne primeggia la croata Tea Sikiric del Hrvatski Savez. Il Jcasting Cagliari vince fra le società, la Croazia fra le Nazioni ospiti.
L’autore con Patrick Toma del team Croazia, appena prima del fischio d’inizio gara.
La festa finale - La ricca premiazione con attrezzatura dello sponsor tecnico Sunset e il contributo fra gli altri di M2 Fishing, Evo Tripod, Colla21 Fishing e Regione Sardegna Assessorato al turismo si è tenuta il primo giugno. Sul palco si sono alternate le varie nazioni, atleti uomini e donne, e fra di loro anche il garista più giovane, Pierluigi Simoni, che a soli 10 anni ha già dato filo da torcere ai suoi avversari in settore, benvenuto! Dopo la sarabanda di inni nazionali e la giostra di premi, ci siamo ritrovati a tavola, con le asce di guerra oramai deposte, a dar vita a quel terzo tempo che è, o almeno dovrebbe essere, parte integrante di ogni gara di pesca. Il Memorial Magrini non è solo un grande appuntamento di surfcasting, è anche un’immensa macchina organizzativa. Non è per niente semplice mettere su un evento di questa portata, ci vogliono molte risorse, umane e no, molti mesi di incessante e appassionato lavoro. L’Hcc ha svolto questo arduo compito in maniera eccellente. Grazie!


Bigger Fish - Come ogni anno il Bigger Fish si propone come anteprima del trofeo Magrini. Si tratta di una sfida alla preda più grossa, in una singola manche di 5 ore, con due canne per atleta e con campo gara comprendente il Golfo di Oristano e le spiagge di Torre dei Corsari e Is Arenas. Per ogni atleta vale solo la preda più grossa, peso minimo consentito 300 grammi. Tutto è permesso per raggiungere l’obiettivo finale, esche naturali vive e morte, cavetto d’acciaio e pasturazione. Normalmente le razze la fanno da padrone, e anche quest’anno è stato così. Su tutti si è imposto Bojan Salamon del team Slovenia che ha totalizzato 1744 punti, precedendo nell’ordine Rolf Wittern (Germania) e Daniela Pasca (Aps Maestrale Porto Torres). Le prede sono state misurate e fotografate in spiaggia, e immediatamente liberate.


English version


Cabiddu's Magrini

Almost 40 years have passed, and yet it seems like yesterday! The passage of time is a strange, inexplicable, and sometimes mischievous phenomenon… In short, the Magrini Memorial has now reached its 36th edition. This wonderful event, despite undergoing various phases of evolution, has retained its charm. Created in memory of Alessandro Magrini, founder and editor of *Pesca in Mare*—the magazine that drove the exponential growth of sport fishing at sea in the ’80s and ’90s—the tournament has gradually expanded its reach to become a top-tier international event. And alongside the aficionados—who knew Magrini personally or almost personally—dozens of athletes join the event each year who did not have the same good fortune but who nonetheless help keep his memory alive. For the past two years, the event has been held at Horse Country in Arborea, but in the past, the HCC, led by Claudio Murtas, took its competition on a tour of Sardinia: Badesi, Barisardo, Platamona, and finally Oristano. The HCC’s well-oiled machine, expertly steered by its president and his right-hand man Michael Meloni, relies on the support of the members of the Cagliari-based association, who devote themselves body and soul to making this epic three-day event a reality. The Magrini is a whirlwind of emotions, enriched by its international character: borders disappear, and you find yourself in a universe of languages, cultures, and traditions, all bound together by a very strong common thread—fishing. The Magrini is intense competition, but it’s also about friendship; it’s the frantic pace of the race, yet at the same time, relaxation; it’s a vacation but also a truly demanding competition—one of the most grueling on the Sardinian competitive scene. The format is individual spot fishing: two 4-hour rounds using a single rod, and for the past couple of years, it’s been catch-and-release. This year saw a total of 140 entrants, with the usual very large international turnout: Corsica, Croatia, Wales, Germany, Greece, England, Ireland, Scotland, Slovenia, Spain, and Tunisia. Italy was certainly well-represented, with participants from across the peninsula and a very large contingent from Sardinia, with anglers arriving from all four corners of the island. We all gathered on the morning of May 30 in the meeting room for the briefing, then headed out for lunch, a short nap, and off we went—with the announcement of the fishing sectors, the competition officially began.

The First Round - The competition began on May 30 at 8:00 p.m., with 70 anglers in Arborea and the same number in Sassu. For every 10 competitors, there were two HCC members serving as inspectors, who also provided support. The sparlotte—the classic catch, more common during daylight hours at these spots—were hard to come by, and many of those caught were very small. However, there’s room for some unusual catches: a pair of crossbowfish caught by Daniele Concas (Polisportiva Sud Ovest Domusnovas) and a barracuda caught by Biagio Morra, the longcaster who held a well-attended casting course the day before the competition. As darkness falls, the first striped seabream begin to appear, though far fewer than expected. The day’s standings placed Giuseppe Cabiddu in first place ahead of Marco Melis, both from JCasting Cagliari, who thus finished ahead of Franco Contini of Poseidon 1984 Alghero. Excellent performances were delivered by Andrea Pina Cortes (Team Spagna) and Ghjuvn’santu Le Mao of the Surfcasting Club Ghisonaccia (Corsica). In 14th place is Alessandro Caria of Anda Arborea, winner of the competition two years ago. As often happens in fixed-spot competitions, the fishing was “spotty,” but many competitors are still in the running for the overall victory.

Second Round - As expected, the competition venues are switched: those who competed in Arborea now find themselves in Sassu, and vice versa. For those “well-placed” in the standings, the goal is to replicate their result from the first round—or at least try to do so. For others, the stakes are high: securing a spot on the podium, reserved for the top 15 finishers. Finally, for those who struggled in the first round and have nothing left to lose, this is a chance to return to the water with a little less pressure and aim for success on the day. Weather conditions and the final catch are practically identical to those already recorded, but a few competitors manage to pull off another strong performance. Alessandro Caria, for example, with a brilliant first-place finish in his sector and third overall for the day, secures a spot on the podium. Giuseppe Cabiddu and Marco Melis do even better, brilliantly replicating their previous performance and securing first and second place overall in the final standings, respectively. Marco is also awarded for the highest number of catches—a whopping 55! The largest catch, however, belongs to Giovanni Grimaz (Fishing Club Capitale): a striped seabream well over half a kilo. The special ranking for foreign competitors saw Ghjuvan’santu Le Mao triumph, while among the women, the Croatian Tea Sikiric of Hrvatski Savez took first place. Jcasting Cagliari won the club category, and Croatia won among the guest nations.

The Closing Ceremony - The lavish awards ceremony, featuring gear from technical sponsor Sunset and contributions from M2 Fishing, Evo Tripod, Colla21 Fishing, and the Sardinia Region’s Department of Tourism, among others, was held on June 1. Various nations, male and female athletes, took turns on stage, including the youngest competitor, Pierluigi Simoni, who, at just 10 years old, has already given his opponents in the division a run for their money—welcome! After the flurry of national anthems and the whirlwind of awards, we gathered around the table—with the “weapons of war” now laid aside—to enjoy that “third half” that is, or at least should be, an integral part of every fishing competition. The Magrini Memorial isn’t just a major surfcasting event; it’s also a massive organizational undertaking. It’s by no means easy to put together an event of this scale—it requires significant resources, both human and otherwise, as well as many months of relentless and passionate work. The HCC has carried out this arduous task with excellence. Thank you!


Bigger Fish


As it does every year, the Bigger Fish serves as a preview of the Magrini Trophy. It’s a challenge to catch the biggest fish in a single 5-hour round, with two rods per angler and a competition area covering the Gulf of Oristano and the beaches of Torre dei Corsari and Is Arenas. For each angler, only the largest catch counts, with a minimum weight of 300 grams. Anything goes to achieve the ultimate goal: live and dead natural bait, steel wire, and chumming. Stingrays usually dominate, and this year was no exception. Bojan Salamon of Team Slovenia came out on top with a total of 1,744 points, followed by Rolf Wittern (Germany) and Daniela Pasca (APS Maestrale Porto Torres). The catches were measured and photographed on the beach, then immediately released.

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AOC si congela gli ovuli e la destra americana si spacca


La deputata democratica ha annunciato su Instagram di essersi sottoposta alle iniezioni per congelare gli ovuli. Alla Casa Bianca temono ora che gli attacchi dei commentatori conservatori allontanino le elettrici a tre mesi dalle midterm.

Alexandria Ocasio-Cortez ha pubblicato sabato 8 agosto un video in cui si somministra un'iniezione in preparazione al congelamento degli ovuli. Nel giro di poche ore, anche la femminile fertilità è diventata materia di scontro politico. "Non fate gli strani, anche se so che lo farete tutti", ha detto la deputata democratica di New York nel post su Instagram. "È una scelta che sto facendo per sentirmi più padrona della mia vita." L'annuncio ha dominato i social e alimentato anche le voci su una sua possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028.

A sinistra il sostegno è stato pressoché compatto. A destra, invece, la vicenda ha fatto emergere una contraddizione interna al movimento conservatore: da una parte chi vuole incoraggiare gli americani ad avere più figli, dall'altra chi critica le donne che rimandano la maternità. Una divisione che investe direttamente una delle principali battaglie culturali della destra americana: il rilancio della natalità.

Walsh contro Henning, la destra litiga in pubblico


Il commentatore conservatore Matt Walsh ha scritto su X che Ocasio-Cortez "compirà 37 anni tra un paio di mesi" e che "se restasse incinta ora, sarebbe tecnicamente una gravidanza geriatrica". "Questo desiderio di cominciare ad avere figli tardi nella vita mi risulta del tutto incomprensibile", ha aggiunto. A replicargli è stata Alexa Henning, consulente vicina al movimento MAGA che ha lasciato da poco il Dipartimento di Stato: "Gli uomini conservatori che prendono in giro AOC perché si congela gli ovuli non stanno usando un messaggio vincente con le elettrici". Henning ha raccontato di avere molte amiche conservatrici che hanno congelato gli ovuli per dare priorità alla carriera e hanno poi avuto figli più tardi. Una scelta che, ha aggiunto, "andrebbe celebrata".

Alla Casa Bianca, dove Donald Trump ha fatto della fecondazione assistita una propria battaglia politica, sembra prevalere questa seconda linea. "Vogliamo senza dubbio incoraggiare più donne e più famiglie ad avere figli, punto", ha detto ad Axios un alto funzionario della Casa Bianca, spiegando che si trattava di "un modo diplomatico per dire che no, la comunicazione di Matt Walsh non aiuta". Un consigliere del presidente ha aggiunto che questa strategia per i repubblicani "non è proprio una carta vincente", ricordando che alle elezioni di metà mandato mancano meno di tre mesi. Sulla stessa linea il sondaggista repubblicano Adam Geller: "AOC sa come attirare l'attenzione, sa come farsi notare. Va trattata come una trovata. E il mio consiglio ai repubblicani è di non abboccare".

Il fronte conservatore, però, continua a dividersi pubblicamente. Katie Miller, podcaster e moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller, ha detto ad Axios di non credere che la vicenda possa diventare un tema rilevante alle midterm e ha messo in dubbio la stessa efficacia del congelamento degli ovuli. "Qualche figlio è meglio di zero figli", ha aggiunto. "Se vuoi far salire la natalità non puoi essere purista sul come. Il modo più efficiente per fare bambini resta quello vecchio: sposarsi e avere figli da giovani." La conduttrice Allie Beth Stuckey si è chiesta invece perché Ocasio-Cortez non abbia già avuto figli con il compagno di lunga data e l'ha accusata su X di "rendere affascinante la bugia secondo cui le donne possono avere tutto".

Nel New Hampshire AOC è già davanti per il 2028


Le voci su una possibile candidatura alla Casa Bianca non nascono soltanto dall'attenzione mediatica. Nel sondaggio del centro studi dell'Università del New Hampshire diffuso il 22 luglio, Ocasio-Cortez guida infatti le primarie democratiche nello Stato con il 22%, davanti all'ex ministro dei Trasporti Pete Buttigieg, fermo al 21%. Tra gli elettori democratici tra i 23 e i 29 anni sale addirittura al 35%, contro il 15% di Kamala Harris. Interpellata da Politico sulla possibilità di candidarsi, Ocasio-Cortez ha detto di non poter affermare di aver escluso questa eventualità.

Ed in effetti è difficile darle torto se le è bastato un video di pochi secondi a produrre ciò che spesso non riesce alle strategie di partito: compattare i democratici e dividere i repubblicani proprio su uno dei terreni che l'Amministrazione Trump considera propri, quello della famiglia e della natalità.


Alexandria Ocasio-Cortez ha annunciato che sta congelando i suoi ovuli


Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di New York, ha annunciato nel fine settimana con una serie di video sui social che sta congelando i suoi ovuli. La deputata, che ha 36 anni, ha spiegato di aver preso la decisione per sentirsi "più in controllo" della propria vita e di aver risparmiato a lungo per permettersi la procedura, che è costosa e spesso non è coperta dalle assicurazioni sanitarie.

Ocasio-Cortez ha collegato la scelta di rendere pubblico il percorso al clima politico. "In questo contesto politico in cui l'amministrazione nega alle donne di tutto il paese l'assistenza riproduttiva, dal diritto all'aborto alla possibilità di portare avanti una gravidanza sana, penso sia importante che noi leader abbiamo queste conversazioni e condividiamo questi processi per normalizzarli, soprattutto per le donne che lavorano", ha detto domenica mattina ad ABC News.

L'annuncio arriva mentre si discute di una sua possibile candidatura a cariche più alte: l'entourage di Bernie Sanders l'ha già indicata come possibile erede in vista delle presidenziali del 2028. La deputata ha detto di aver preso la decisione da una "posizione privilegiata" e ha ricordato che le donne che cercano lavoro o si candidano a una carica, a differenza degli uomini, subiscono un forte scrutinio su quando e se avranno figli.

Il congelamento degli ovuli è una procedura per la fertilità sempre più diffusa negli Stati Uniti. Gli ovuli vengono prelevati dal corpo della donna e conservati congelati. In un secondo momento possono essere fecondati in laboratorio con la fecondazione in vitro e gli embrioni vengono poi trasferiti nell'utero nella speranza che la donna rimanga incinta. Alla procedura ricorrono donne che devono sottoporsi a chemioterapia o ad altre cure che possono comprometterne la fertilità, ma anche donne sane che non si sentono pronte ad avere figli negli anni biologicamente più favorevoli a una gravidanza.

Uno studio del 2025 dell'università della California a Los Angeles (UCLA) ha rilevato che tra il 2014 e il 2021 i cicli di congelamento scelti in modo volontario, senza motivi medici, sono aumentati bruscamente. Nello stesso periodo l'età media delle donne che vi ricorrono è scesa da 36 anni a 34,9. Lo studio ha mostrato anche che solo il 5,7% delle donne che hanno congelato gli ovuli tra il 2014 e il 2016 è tornato a usarli nei cinque-sette anni successivi.

Il percorso dura in genere dai 10 ai 12 giorni, durante i quali le donne si iniettano ogni giorno due o tre farmaci ormonali e si sottopongono a frequenti analisi del sangue e a quattro-sei ecografie pelviche. Quando gli ovuli sono maturi, un medico li preleva con un intervento di 20-30 minuti guidato dall'ecografia, con la paziente in anestesia.

Nei video Ocasio-Cortez ha mostrato i farmaci che deve autosomministrarsi e si è filmata mentre si faceva un'iniezione di ormoni nell'addome, scherzando con chi la seguiva: "Non fatela strana. Anche se so che la farete strana". Ha raccontato che per via degli orari della terapia avrebbe dovuto farsi le iniezioni anche nel camerino, prima dell'intervista televisiva di domenica mattina. "Voglio che lo vediate, perché le donne possono fare qualsiasi cosa", ha detto. Ha aggiunto che continuerà a raccontare pubblicamente il processo e ha invitato chi la segue a mandarle domande.


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L’inflazione americana rallenta al 3,4% e allontana il rialzo dei tassi


I prezzi al consumo salgono dello 0,1% su giugno, mentre la componente core rallenta al 2,5% annuo. I mercati assegnano ora il 58% di probabilità alla Fed che non aumenta i tassi a settembre.

L’inflazione americana è scesa al 3,4% a luglio, dal 3,5% di giugno, mentre anche la componente core, che esclude le voci più volatili di alimentari ed energia, ha frenato la sua corsa, passando dal 2,6% al 2,5% su base annua. Il dato, diffuso oggi dal Dipartimento del Lavoro, arriva mentre la Federal Reserve sta valutando se alzare nuovamente i tassi di interesse nella prossima riunione di settembre.

Su base mensile, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,1%, dopo il calo dello 0,4% registrato a giugno. La componente core è salita dello 0,2% dopo essere rimasta invariata il mese precedente: si tratta di uno degli indicatori più seguiti dalla Federal Reserve per capire l’andamento dell’inflazione al netto degli shock temporanei.

A sostenere il rialzo mensile sono stati soprattutto i costi delle abitazioni, cresciuti dello 0,1% ma responsabili da soli di circa due terzi dell’aumento complessivo. L’energia ha invece contribuito a raffreddare i prezzi, con un calo dell’1,5% in un mese. La benzina è scesa di quasi il 3%, un arretramento che riflette soprattutto il crollo del greggio di giugno più che l’andamento di luglio: nel corso del mese il Brent è risalito da circa 71 dollari al barile a oltre 100 il 23 luglio.

Alla pompa, tuttavia, il carburante resta del 24,6% più caro rispetto a un anno fa. Secondo l’AAA, l’associazione degli automobilisti americani, il prezzo medio è passato dagli oltre 4,50 dollari al gallone di maggio a circa 4 dollari, contro i 3 dollari precedenti alla guerra con l’Iran.

Qualche sollievo è arrivato anche dalla spesa alimentare: l’indice complessivo è salito dello 0,1%, ma quello dei prodotti acquistati al supermercato è sceso dello 0,1%. Carne, pollame, pesce e uova sono diminuiti dello 0,7%, mentre frutta e verdura hanno perso lo 0,1%. Sono invece aumentati del 2,2% i biglietti aerei e dello 0,4% sia le spese sanitarie sia i prezzi delle auto usate.

Inflazione USA
L’inflazione americana scende al 3,4% e allontana un nuovo rialzo dei tassi
Grafica di FocusAmerica

Indice generale
3,4%

Di fondo
2,5%

Prezzi al consumo, variazione annua. −0,1 su giugno
Senza alimentari ed energia. −0,1 su giugno

Dieci anni di prezzi: dal picco post-Covid allo shock iraniano
Indice dei prezzi al consumo, variazione percentuale sull’anno precedente
Generale Di fondo


L’inflazione è passata dal picco del 9,1% di giugno 2022 al minimo del 2,3% di inizio 2025, per poi risalire con i dazi e con la guerra con l’Iran fino al 4,1% di maggio 2026. A luglio è scesa al 3,4%, con la componente di fondo al 2,5%.

I mercati vedono una Fed ferma a settembre

Probabilità di tassi invariati
58%
alla riunione del 15–16 settembre

54% prima del dato

Il voto della Fed a fine luglio

9 per tassi fermi al 3,5–3,75% · 3 per il rialzo di un quarto di punto
Per l’aumento: Hammack (Cleveland), Kashkari (Minneapolis), Logan (Dallas)

La benzina dà tregua, ma resta il prezzo della guerra
Prezzo medio al gallone negli Stati Uniti, in dollari


Il prezzo medio della benzina è salito dai 3 dollari al gallone precedenti alla guerra con l’Iran agli oltre 4,50 di maggio. A luglio è sceso a circa 4 dollari.


Sul mese
−3% circa
il prezzo della benzina a luglio

Sull’anno
+24,6%
rispetto a luglio 2025

Brent
oltre 100 $
al barile il 23 luglio, da 71 a inizio mese

Fonte: Dipartimento del Lavoro USA, CME FedWatch, AAA · Dati a luglio 2026

I mercati scommettono su una Fed ferma a settembre


Dopo la pubblicazione dei dati, i futures sui tassi di interesse hanno portato a poco meno del 60% la probabilità che la Fed lasci invariato il costo del denaro nella prossima riunione del 15 e 16 settembre, in salita rispetto al 54% di poche ore prima. “Anche se prima della riunione di settembre uscirà un altro dato, credo che qui ci sia già abbastanza per togliere dal tavolo il rialzo di settembre”, ha detto Simona Mocuta, capo economista di State Street.

Le borse americane hanno reagito positivamente nelle prime contrattazioni. A ridurre le aspettative di una nuova stretta aveva, comunque, già contribuito il rapporto sul mercato del lavoro pubblicato venerdì, che ha certificato la perdita di 23.000 posti a luglio.

All‘ultima riunione tenutasi a fine luglio, 3 governatori delle banche regionali della Federal Reserve — Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas — avevano votato per un aumento dei tassi di un quarto di punto. Gli altri 9 membri del comitato avevano invece scelto di mantenere la forchetta al 3,5-3,75%.

Il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh ha comunque ridimensionato l’importanza di ogni singolo rapporto sull’inflazione, spiegando che il dato sorprendentemente debole di giugno aveva pesato poco sulla decisione di non intervenire. Se l’inflazione dovesse restare elevata, ha aggiunto, tassi più alti “potrebbero benissimo far parte della soluzione”.

Guerra, dazi e intelligenza artificiale restano i rischi principali


All’inizio dello scorso anno l’inflazione era scesa fino al 2,3%, per poi tornare a salire quando i dazi voluti dal presidente hanno cominciato a trasferirsi sui prezzi dei beni. Quest’anno il rincaro dell’energia provocato dalla guerra con l’Iran ha interrotto una nuova fase di rallentamento.

Ma a esercitare pressioni sui prezzi contribuisce anche il boom dell’intelligenza artificiale, che sta moltiplicando la domanda di infrastrutture di calcolo e facendo aumentare fortemente il costo dell’hardware (chip di memoria in particolare) e dei materiali necessari a costruire nuovi data center.

Intanto il conflitto con l’Iran, iniziato il 28 febbraio con gli attacchi aerei di Stati Uniti e Israele, è entrato dopo cinque mesi in una fase di stallo. Il controllo di fatto iraniano sullo Stretto di Hormuz ha finora vanificato i tentativi della Casa Bianca di arrivare a una conclusione della crisi favorevole agli Stati Uniti.

Il dato di luglio è il primo pubblicato dopo la ripresa dei combattimenti all’inizio del mese, ma non ne incorpora ancora pienamente gli effetti: nei prossimi mesi l’energia potrebbe quindi tornare a spingere l’inflazione verso l’alto.

Al netto delle oscillazioni dei combustibili, inoltre, la componente core rimane però più tenace di quanto la Fed vorrebbe. Per riportarla stabilmente verso l’obiettivo del 2% non basta una benzina meno cara: serve invece un rallentamento più ampio dei prezzi, dalle abitazioni ai trasporti fino ai servizi sanitari.

Molto dipenderà dalla capacità delle imprese di continuare a trasferire gli aumenti sui clienti e, quindi, dalla tenuta dei consumatori americani, rimasti finora solidi ma logorati da cinque anni di prezzi elevati e ora alle prese anche con un mercato del lavoro più debole del previsto. Un mix tossico che di sicuro non fa sperare bene ai repubblicani in vista delle prossime elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.

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Le espulsioni di Trump non tornano: il DHS ha smesso di pubblicare i numeri


Marc Rosenblum, per oltre dieci anni capo statistico del Dipartimento della Sicurezza Interna, si è dimesso a fine luglio dopo che i suoi report mensili erano stati bloccati. La Casa Bianca rivendica 2,2 milioni di auto espulsioni stimate.

Marc Rosenblum ha lasciato il 24 luglio il posto di capo statistico del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), che occupava da più di dieci anni. Tre anni fa aveva creato l'Ufficio di statistica della sicurezza interna, nato con il sostegno di esponenti di entrambi i partiti per fornire al Congresso e all'opinione pubblica dati attendibili e tempestivi sull'applicazione delle norme migratorie, al riparo dalle pressioni politiche. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca quel progetto però si è fermato.

Nei diciotto mesi in cui la Casa Bianca ha condotto la più vasta campagna di espulsioni della storia americana, i responsabili politici hanno impedito alla squadra di Rosenblum di pubblicare i dati mensili. Il sito dell'ufficio è rimasto fermo e le tabelle sull'applicazione delle norme migratorie si sono cristallizzate al 2024, come se da allora non fosse successo nulla. L'ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, ovvero quattro giorni prima dell'insediamento di Trump. In un post su LinkedIn Rosenblum ha scritto di essere contento di lasciare un'Amministrazione di cui non condivide i valori, ma dispiaciuto di abbandonare i colleghi in un "ambiente di lavoro ostile".

Immigrazione · La sparizione dei dati

Da 572 giorni il governo americano non pubblica più i numeri sulle espulsioni

L’ufficio di statistica del Dipartimento della Sicurezza Interna ha smesso di aggiornare le tabelle quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump. Nel vuoto lasciato dai dati ufficiali circolano cifre che nessuno può verificare.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Giorni senza statistiche ufficiali sulle espulsioni
572
giorni di silenzio
16 gennaio 2025

gennaio 2024 agosto 2026
Mesi con dati pubblicati Mesi senza alcun dato

L’ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, quattro giorni prima dell’insediamento di Trump. Da allora le tabelle sull’applicazione delle norme migratorie sono ferme al 2024, come se non fosse successo nulla.

106
giorni senza aggiornamenti sul sito dell’ICE, dal 9 aprile al 24 luglio 2026

0
rapporti annuali pubblicati sull’anno fiscale 2025, attesi entro dicembre

Promessa e risultato

L’ICE ha rimpatriato 400.000 persone: meno della metà dell’obiettivo annunciato


Rimpatri eseguiti dall’agenzia nel primo anno del secondo mandato di Trump, a confronto con l’obiettivo della Casa Bianca e con il record storico dell’ICE.

Obiettivo annunciato dalla Casa Bianca 1.000.000

Record precedente dell’agenzia, nel 2013 432.238

Rimpatri eseguiti nel primo anno 400.000

Il Dipartimento nel suo complesso rivendica più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quel totale comprende anche i respingimenti alla frontiera: non è confrontabile con i rimpatri che l’ICE esegue all’interno del Paese.

Le cifre in circolazione

Quattro numeri diversi raccontano la stessa campagna di espulsioni


Tocca ogni cifra per sapere chi la diffonde e che cosa misura davvero.

400.000 Pubblicato Rimpatri eseguiti dall’ICE nel primo anno+

È l’unica cifra che l’agenzia abbia davvero pubblicato, e lo ha fatto a intermittenza. Resta sotto il record dell’ICE raggiunto sotto Obama.

985.000 Non confrontabile Espulsioni rivendicate dal Dipartimento al 12 luglio+

Il totale mette insieme i rimpatri interni e i respingimenti alla frontiera, che sono un’altra cosa: chi viene fermato mentre entra non è mai stato dentro il Paese.

1.461.529 Mai pubblicato «Partenze forzate di stranieri» negli ultimi dodici mesi+

Il numero circola su X grazie al portavoce di Turning Point USA, che lo attribuisce a una fonte interna al Dipartimento. La categoria non esiste tra quelle usate dall’ufficio statistico e lui stesso ha ammesso di non sapere come sia stata calcolata.

3.000.000 Dichiarazione non firmata Stranieri irregolari che avrebbero lasciato gli Stati Uniti+

Lo sostiene l’ufficio stampa del Dipartimento: 2,2 milioni sarebbero «auto espulsioni», cioè partenze spontanee stimate. Il testo non porta firma e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

L’effetto opposto

In diciotto mesi sono diventate irregolari più persone di quante l’ICE ne abbia rimpatriate


Revocando la protezione temporanea e altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha tolto lo status a chi viveva e lavorava regolarmente negli Stati Uniti.

1.500.000
persone rese irregolari dalla revoca dei permessi

400.000
persone rimpatriate dall’ICE nello stesso periodo

Per ogni persona che l’ICE ha rimpatriato, quasi quattro hanno perso il permesso di restare. La campagna che doveva ridurre il numero degli irregolari lo ha fatto crescere.

10,8 mln 15,8 mln Stranieri senza documenti stimati dal Migration Policy Institute nel 2019 e nel 2024. Sapere dove sia arrivato oggi quel numero richiederebbe proprio i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su statistiche ICE, dichiarazioni del Dipartimento della Sicurezza Interna, stime del Migration Policy Institute e ricostruzione dell’Atlantic. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Quattrocentomila rimpatri contro un milione promesso


Le cifre che restano raccontano una campagna molto più piccola di quella inizialmente annunciata. Secondo le statistiche pubblicate a intermittenza dall'ICE, l'Agenzia federale per l’Immigrazione e le Dogane, nel primo anno del secondo mandato di Trump sono state rimpatriate circa 400.000 persone, contro il milione l'anno indicato come obiettivo dalla Casa Bianca. Il record precedente dell'agenzia era di 432.238 rimpatri, raggiunto nel 2013 sotto l’Amministrazione Obama. Il Dipartimento nel suo complesso rivendica invece più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quella cifra comprende anche i respingimenti alla frontiera e non è confrontabile con i rimpatri eseguiti dall'ICE all'interno del Paese.

La distanza tra promessa e risultato è stata quindi colmata con una categoria nuova. A partire da Kristi Noem, quando era ancora alla guida del Dipartimento, l’Amministrazione Trump ha cominciato a sostenere che il numero di stranieri partiti spontaneamente sarebbe stato molto superiore a quello degli espulsi, contabilizzando queste stime come "auto espulsioni". Interpellato dall'Atlantic sul blocco dei report mensili, l'ufficio stampa non ha risposto alla domanda e ha inviato una dichiarazione secondo cui questa sarebbe "l'Amministrazione più trasparente della storia americana", aggiungendo che nel primo anno di mandato "più di 3 milioni di stranieri irregolari hanno lasciato gli Stati Uniti", di cui 2,2 milioni per stima di auto espulsione. Ma la dichiarazione non era firmata e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

Le critiche più dure arrivano da destra


Steve Bannon, la conduttrice di Fox News Tomi Lahren e l'influencer Laura Loomer accusano ora l'Amministrazione Trump di aver rinunciato alla campagna di rimpatri promessa agli elettori, cedendo ai repubblicani vicini al mondo delle imprese che temono la carenza di manodopera e a coloro che sono preoccupati per le elezioni di metà mandato.

Nel mirino c'è in particolare il nuovo Segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin, che ha sostituito Noem a marzo. Mullin replica alle critiche affermando che l'attività dell'ICE non è mai stata così intensa e che nella prima settimana di agosto gli agenti hanno effettuato in media 4.200 arresti al giorno in tutto il Paese. Nessun dato è però stato pubblicato a sostegno di queste affermazioni e le ultime statistiche disponibili indicano per luglio una media inferiore alla metà.

Anche chi sostiene la linea del presidente chiede di poter vedere questi dati. "Non mi importa cosa dicano i dati. Datemeli e basta", ha detto all'Atlantic Andrew Arthur, ex giudice per l'immigrazione oggi al Center for Immigration Studies, secondo cui l'unico modo per uscire dalle polemiche di parte è pubblicare cifre affidabili su arresti, trattenimenti e rimpatri.

Mike Howell, della Heritage Foundation e già legale del Dipartimento durante il primo mandato di Trump, ha chiesto i dati il 7 maggio, ma in due mesi ha ricevuto soltanto un avviso di ricezione e a luglio ha dovuto fare causa all'Amministrazione per ottenerli. Nel frattempo il Dipartimento non ha pubblicato neppure il rapporto annuale sull'applicazione delle norme sull’immigrazione per l'anno fiscale 2025, atteso entro fine dicembre.

"I numeri sulle espulsioni dovrebbero essere pubblicati con la stessa trasparenza, regolarità e risonanza degli altri dati governativi, come il rapporto sull'occupazione", ha scritto Howell. Il suo sospetto è che l'Amministrazione Trump gonfi artificialmente le cifre per sembrare intransigente e preparare il terreno a un accordo con i democratici dopo le elezioni, che concederebbe uno status legale a una parte degli irregolari.

Nel vuoto dei dati ufficiali si infilano altre cifre


Il sito dell'ICE è rimasto senza aggiornamenti dal 9 aprile al 24 luglio, un periodo in cui arresti e rimpatri erano in calo rispetto ai livelli raggiunti sotto Noem. La Casa Bianca ha subito attribuito il vuoto di dati ai democratici e al blocco delle attività del Congresso, ma funzionari interni hanno spiegato all'Atlantic che il personale in servizio avrebbe potuto continuare ad aggiornare la pagina. Quando le pubblicazioni sono riprese, i numeri erano di nuovo in crescita.

"Quello che rende speciali gli uffici statistici indipendenti, dal Bureau of Labor Statistics agli altri, è che in teoria non rispondono a incarichi politici e si limitano a produrre dati grezzi", ha detto all'Atlantic Blas Nuñez-Neto, responsabile delle politiche di frontiera sotto Joe Biden e superiore di Rosenblum. Nuñez-Neto riconosce però una differenza rispetto agli indicatori economici: le statistiche sull'immigrazione misurano l'operato dell'Amministrazione stessa, il che ha sempre generato tensione.

Nel fine settimana il portavoce di Turning Point USA Andrew Kolvert ha scritto su X che una fonte interna al Dipartimento gli avrebbe riferito l'esistenza di un rapporto che parla di 1.461.529 "partenze forzate di stranieri" negli ultimi dodici mesi. Nei commenti al post, letto da oltre 700.000 persone, Kolvert ha ammesso però di non sapere come sia stato calcolato quel numero: la categoria non è tra quelle usate dall'ufficio statistico e il dato non risulta pubblicato da nessuna parte.

Il fatto è che, revocando lo status di immigrazione regolare a più di 1,5 milioni di persone che in precedenza vivevano e lavoravano negli Stati Uniti con la protezione temporanea o altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha reso irregolari in 18 mesi più persone di quante l'ICE ne sia riuscito a rimpatriare nello stesso periodo. Il Migration Policy Institute stima che gli stranieri senza documenti fossero 10,8 milioni nel 2019 e 15,8 milioni nel 2024: dire come si sia mosso questo numero nel frattempo richiederebbe proprio di conoscere i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.


Trump è sempre più insoddisfatto del suo Segretario alla Sicurezza interna


Il presidente Trump è sempre più insoddisfatto di Markwayne Mullin, il segretario alla Sicurezza interna, dopo una serie di dichiarazioni fuori linea che hanno irritato molti degli alleati esterni della Casa Bianca, come ha rivelato il Wall Street Journal. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha ammesso che il malumore verso Mullin è cresciuto ma ha detto che il presidente non ha intenzione di licenziarlo. Il Dipartimento della Sicurezza interna è il ministero che negli Stati Uniti si occupa di frontiere e immigrazione, cioè del terreno su cui Trump ha costruito la promessa centrale del suo secondo mandato.

Trump aveva scelto Mullin, che gli era stato molto vicino quando sedeva al Senato, per guidare il dipartimento dopo avere licenziato Kristi Noem a marzo. All'epoca aveva detto ai suoi consiglieri di essere stanco delle liti e delle tensioni interne all'agenzia. A Mullin era stato affidato un compito preciso, tenere il dipartimento fuori dalle notizie. Poco più di quattro mesi dopo l'inizio dell'incarico il presidente lo considera debole e fuori linea.

Il momento di maggiore tensione è arrivato ai primi di agosto, quando Mullin ha parlato a Oklahoma City davanti alla National Governors Association, l'associazione che riunisce i governatori degli Stati americani. In quell'occasione ha detto che il racconto secondo cui l'immigrazione "ruba i posti di lavoro agli americani è vero in alcuni settori, ma non lo è in tutti". Ha aggiunto che l'arrivo di lavoratori stranieri potrebbe compensare i bassi tassi di partecipazione al mercato del lavoro in alcune aree del paese, dove mancano persone disponibili a lavorare.

Le parole hanno provocato una reazione immediata dei sostenitori più esposti del presidente, che le hanno lette come una rottura rispetto alla linea dell'Amministrazione, impegnata a espellere il maggior numero possibile di immigrati e a ridurre gli ingressi complessivi negli Stati Uniti. Laura Loomer, l'influencer di destra che parla regolarmente con Trump, ha chiesto il licenziamento di Mullin scrivendo sui social che il segretario non ha "fatto assolutamente nulla per aumentare il ritmo delle espulsioni di massa". Poche ore dopo il suo intervento Mullin ha pubblicato un messaggio sui social: "Nessuna amnistia per gli immigrati illegali. Mai".

Dopo due sparatorie mortali contro immigrati avvenute a pochi giorni di distanza, Mullin aveva sospeso in via temporanea gran parte dei controlli sui veicoli da parte degli agenti federali dell'immigrazione, una decisione che il presidente ha ribaltato il giorno successivo con un messaggio sui social. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha detto che Trump era irritato per non essere stato informato in anticipo del cambio di linea.

Il presidente si è arrabbiato anche quando Mullin ha proposto di annullare i fuochi d'artificio del 4 luglio sul National Mall, il grande parco al centro di Washington, mentre sulla città si abbatteva un temporale. Nel discorso di quella sera Trump ha raccontato l'episodio alla folla: "Una delle mie persone molto brillanti dietro le quinte ha detto: non si preoccupi, signore, possiamo farlo magari la settimana prossima. Io ho risposto: la settimana prossima non funziona. Questo è il grande giorno. Vogliamo il 4 luglio. Non stiamo cercando un altro giorno di luglio".

A fine giugno, dopo che la Corte Suprema aveva stabilito che l'Amministrazione poteva cancellare le protezioni temporanee concesse a 350.000 haitiani che vivono negli Stati Uniti, Mullin aveva detto in un'intervista televisiva che una parte di loro avrebbe potuto restare nel paese: "Provate a compilare i documenti e a stare qui con uno status permanente, oppure vi aiuteremo a tornare nel vostro paese". Dentro l'Amministrazione quelle parole sono state giudicate in contrasto con la linea ufficiale, perché il rimpatrio degli haitiani era stato una promessa della campagna elettorale e la Corte Suprema aveva appena consegnato alla Casa Bianca una vittoria su quel fronte.

Lauren Bis, portavoce della Casa Bianca, non ha citato direttamente Mullin ma ha dichiarato che il presidente "ha fiducia nel suo gabinetto per portare avanti l'agenda che gli americani hanno votato". Ha aggiunto che grazie alla guida di Trump gli Stati Uniti hanno "il confine più sicuro della storia", stanno espellendo un numero record di immigrati irregolari e stanno revocando la cittadinanza a chi l'ha ottenuta in modo illecito. Una portavoce del dipartimento ha detto che l'Amministrazione è "una squadra sola" e ha "una sola battaglia".

Mullin è arrivato al suo incarico con l'obiettivo di cambiare l'immagine pubblica del dipartimento, soprattutto dopo che agenti dell'immigrazione avevano ucciso due cittadini americani a Minneapolis. Quell'obiettivo si è scontrato con la volontà del presidente di mostrarsi sempre impegnato sulle espulsioni di massa.

Sotto la guida di Mullin gli arresti e le espulsioni erano inizialmente calati, ma sono poi risaliti fino ad alcuni dei totali giornalieri più alti da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. L'ICE, l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione e delle dogane, arresta tra 1.500 e 2.000 immigrati al giorno, secondo un funzionario dell'Amministrazione. Il dipartimento non sta però dando pubblicità a queste cifre.

Nessuno dei segretari alla Sicurezza interna scelti da Trump è rimasto a lungo in carica. Noem è stata la prima componente del gabinetto a essere licenziata nel secondo mandato, mentre nel primo il presidente ha avuto due segretari confermati dal Senato e quattro segretari facenti funzione.

L'opposizione interna più forte Mullin l'ha incontrata sulla scelta del capo permanente dell'ICE, Lance Schroyer, un veterano della polizia stradale dell'Oklahoma che aveva guidato la sua scorta quando era senatore. I funzionari dell'agenzia hanno contestato la nomina perché ritengono che Schroyer non abbia esperienza né nel governo federale né sull'immigrazione. Anche Tom Homan, il responsabile della Casa Bianca per i confini, è contrario alla scelta. Mullin si è appellato direttamente al presidente per difendere la nomina, mentre il Senato non ha ancora fissato l'audizione di conferma.


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Hormuz, Il Golfo si è rassegnato al controllo iraniano sullo Stretto


Le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto sono scese a 2,2 milioni di barili al giorno, contro i 20 milioni di prima del conflitto. I Paesi del Golfo valutano ora un accordo che riconosce a Teheran il controllo del traffico in entrata.

I produttori di energia del Golfo Persico si stanno convincendo che il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz sia ormai una nuova realtà destinata a condizionare a tempo indeterminato le loro esportazioni e, di conseguenza, le forniture mondiali di energia. Il problema, spiegano al Wall Street Journal, è che l'alternativa potrebbe essere ancora peggiore: una nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran esporrebbe nuovamente agli attacchi le infrastrutture energetiche dei Paesi arabi della regione.

I numeri spiegano l'urgenza: la scorsa settimana le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto sono scese a circa 2,2 milioni di barili al giorno, contro gli 8,5 milioni di un mese prima, secondo la società di analisi Kpler. Prima del conflitto attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Anche l'Iran ha pagato il blocco imposto sullo Stretto: in una settimana le sue esportazioni si sono dimezzate, scendendo a 47.000 barili al giorno.

Guerra Usa-Iran · Lo Stretto di Hormuz

L’Iran ha trasformato Hormuz in un’arma: il Golfo deve scegliere tra cedere a Teheran e rischiare l’escalation

In cinque mesi di conflitto il traffico petrolifero nello Stretto è quasi sparito e le rotte alternative sono finite sotto attacco. I produttori del Golfo, riferisce il Wall Street Journal, si preparano a convivere con il veto di Teheran.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Lo Stretto che si chiude

Il greggio in transito a Hormuz si è ridotto a un rivolo

2,2
milioni di barili
al giorno

Solo greggio · dati Kpler−74% in un mese
Prima del conflitto≈20 Un mese fa8,5 La scorsa settimana2,2

Golfo Persico
Golfo dell’Oman
Iran
Arabia Saudita
Emirati
Oman
Stretto di Hormuz

Prima del conflitto lo Stretto era attraversato da circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati; oggi il greggio in transito è sceso a 2,2 milioni. Anche l’Iran paga il blocco: il suo export si è dimezzato in una settimana, fino a 47.000 barili al giorno.

Le rotte alternative

Nemmeno le vie di fuga dal Golfo sono al sicuro


Oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell’Oman aggirano lo Stretto, ma i porti di arrivo e le navi in partenza restano nel raggio di Teheran e dei suoi alleati.

1 2 3 4
Mar Rosso
Golfo Persico
Oleodotto Est–Ovest
Habshan–Fujairah

OleodottoRotta marittimaAttacco
1Jizan 2Damietta 3Largo degli Emirati 4Paesi del Golfo

Jizan, Arabia Saudita
Domenica gli Houthi hanno rivendicato un attacco alla raffineria sul Mar Rosso, il secondo dalla fine di luglio. La rotta saudita che aggira Hormuz passa proprio da qui.

172
attacchi contro infrastrutture civili nei sei Paesi arabi del Golfo tra il 28 febbraio e il 30 luglio (Acled)

Circa 1 su 2 ha colpito impianti energetici: raffinerie, centrali elettriche, dissalatori

Il conto, finora

Prezzi in tensione, scorte in calo, export iraniano al minimo

Brent
87,72 $
▲ +5% lunedì
al barile: il massimo dal 31 luglio, nonostante la domanda debole in Asia e in Europa

Scorte mondiali
−400 mln
▼ di barili in sei mesi
il cuscinetto che finora ha frenato i prezzi si sta esaurendo

Export dell’Iran
47.000
▼ −50% in una settimana

Una settimana fa≈94.000
Oggi47.000

barili al giorno: il blocco dello Stretto costa anche a Teheran

«Cedere all’Iran il controllo del traffico, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le esportazioni del Golfo in balia di Teheran per il futuro prevedibile.»
Ellen Wald, Global Energy Center dell’Atlantic Council, al Wall Street Journal

Fonte: Wall Street Journal; dati Kpler, Vortexa, Acled, Adnoc · Agosto 2026

Il negoziato si è fermato sulle acque territoriali


L'intesa allo studio non piace a nessuno dei rivali di Teheran, perché finirebbe per formalizzare il controllo iraniano sulle navi in entrata nello Stretto. Il negoziato si è comunque arenato nei giorni scorsi. Il Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno da Washington e Teheran avrebbe dovuto riaprire Hormuz alle navi commerciali e avviare 60 giorni di trattative per arrivare a una pace stabile, ma il confronto si è bloccato sul percorso che dovrebbero seguire i mercantili: l'Iran pretende infatti che transitino nelle proprie acque territoriali.

Teheran chiede inoltre un alleggerimento delle pressioni finanziarie e il divieto di transito per le navi da guerra americane e israeliane nello Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi accordo che consenta all'Iran di ostacolare la libertà di navigazione, riferiscono i mediatori. Lunedì il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghaei ha affermato che, finché continuerà il blocco navale americano, non esisteranno le condizioni per riaprire lo Stretto e ha chiesto a Washington di "riparare le conseguenze delle proprie azioni".

Trump ha replicato nello stesso giorno avanzando a sua volta una serie di richieste, tra cui un risarcimento per le persone uccise nelle guerre, negli attacchi e nelle proteste. Risultato di questo tira e molla: il prezzo del Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso in rialzo di circa il 5%, a 87,72 dollari al barile, il livello più alto dal 31 luglio.

Le rotte alternative non hanno protetto il Golfo


Gli Emirati Arabi Uniti erano riusciti a riportare le esportazioni ai livelli precedenti alla guerra entro il mese di giugno, combinando l'oleodotto che attraversa il deserto con il passaggio di navi nelle acque vicine all'Oman con i transponder spenti, cioè con i sistemi che ne segnalano la posizione disattivati, secondo la società di tracciamento Vortexa. Poi però sono arrivati gli attacchi. La compagnia petrolifera di Stato Adnoc ha dichiarato che 4 delle 16 navi colpite dall'inizio del conflitto sono state centrate da missili o droni soltanto nell'ultima settimana.

Anche l'Arabia Saudita, che trasporta parte del greggio attraverso la penisola fino a un porto sul Mar Rosso, ha visto quella rotta alternativa finire sotto il fuoco degli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran. Domenica il gruppo ha rivendicato un attacco alla raffineria di Jizan, il secondo dalla fine di luglio. Il Ministero saudita dell'Energia ha confermato l'incendio, senza però indicarne la causa. In Egitto, intanto, un drone ha colpito il porto mediterraneo di Damietta, incendiando due navi, tra cui un'unità americana per lo stoccaggio di gas.

Tra il 28 febbraio e il 30 luglio l'Iran e le milizie irachene sue alleate hanno condotto almeno 172 attacchi contro infrastrutture non militari nei sei Paesi arabi del Golfo, secondo il monitoraggio dell'Armed Conflict Location and Event Data: circa la metà ha colpito infrastrutture energetiche, dagli impianti petroliferi alle centrali elettriche fino ai dissalatori. Funzionari della regione riferiscono inoltre che nelle ultime settimane Teheran ha fatto sapere che è pronta a colpire gli impianti energetici dei Paesi del Golfo in caso di una nuova escalation ordinata dal presidente Donald Trump.

Il dilemma: cedere a Teheran o rischiare una nuova escalation


"In questo quadro gli Stati arabi del Golfo non sono davvero in grado di garantire la sicurezza e l'apertura dello Stretto di Hormuz e non possono più contare su di esso per i trasporti o per il commercio", ha spiegato al Wall Street Journal Umer Karim, ricercatore sulla sicurezza del Golfo all'Università di Birmingham. "Quindi, per ora, non c'è altra opzione che concedere qualcosa alle richieste iraniane." Ma secondo Karim, ora l'obiettivo di Teheran sarebbe controllare non soltanto lo Stretto, ma tutto ciò che vi transita, imponendo di fatto le proprie condizioni ai Paesi vicini.

Per questo motivo, i governi della regione stanno anche studiando come ridurre la dipendenza da Hormuz, progettando nuovi oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell'Oman e aumentando la capacità di stoccaggio all'estero, da riempire nei periodi di relativa calma. Secondo Eric Alter, direttore dell'Accademia diplomatica Anwar Gargash di Abu Dhabi, queste soluzioni possono allentare la pressione, ma "non bastano certo a rendere irrilevante il veto iraniano". Nel frattempo cresce l'irritazione dei funzionari del Golfo nei confronti della Casa Bianca, alla quale rimproverano di non avere una strategia chiara mentre il conflitto si trascina.

Tuttavia i prezzi del petrolio restano lontani dai massimi raggiunti in primavera, frenati dalla debolezza della domanda in Cina, Giappone, India ed Europa, anche se le scorte mondiali sono diminuite di oltre 400 milioni di barili in soli 6 mesi e il margine di sicurezza si è progressivamente ridotto. "Dopo cinque mesi di conflitto si capisce perché gli Stati del Golfo vogliano trovare un modo per far ripartire il traffico marittimo", ha detto al Wall Street Journal Ellen Wald, del Global Energy Center dell'Atlantic Council. "Ma cedere all'Iran il controllo del traffico in entrata e in uscita, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le loro esportazioni in balia di Teheran per il futuro prevedibile."


L’Iran detta le condizioni su Hormuz, gli arsenali Usa frenano Trump


Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha posto oggi sei nuove condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico mercantile. Secondo quanto da lui affermato, gli Stati Uniti devono:

  1. smettere di minacciare l'Iran e di offendere i simboli sacri della nazione iraniana;
  2. porre definitivamente fine alla guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq;
  3. revocare il blocco navale e allontanare le proprie forze dall'area medio orientale;
  4. risarcire integralmente i danni causati dalla guerra;
  5. cancellare le sanzioni imposte contro l'Iran;
  6. sbloccare i fondi iraniani congelati.

"Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto", ha affermato Zolghadr.

La nuova lista di richieste iraniana è arrivata proprio mentre a Washington veniva data per imminente un'intesa capace di far ripartire i traffici nel braccio di mare che si trova tra Iran e Oman. La Casa Bianca non ha commentato. Il cessate il fuoco di giugno invece subordinava la revoca completa delle sanzioni a un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, mentre per sbloccare i fondi congelati gli Stati Uniti hanno sempre preteso che Teheran rinunciasse all'uranio altamente arricchito in suo possesso.

Le nuove richieste di Zolghadr aumentano così la pressione sul presidente Donald Trump, che conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell'energia in vista delle importanti elezioni di metà mandato di novembre. La benzina è arrivata a 4,02 dollari al gallone, contro i 3,16 di un anno fa: un rincaro che pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni. Nell'ultima settimana, secondo la società di analisi dei dati marittimi Kpler, hanno attraversato lo stretto poco più di 10 navi al giorno, contro le 130 in media dei mesi precedenti alla guerra. Prima del conflitto passava da Hormuz circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Lo stretto conteso
Hormuz, il ricatto di Teheran
L’Iran detta sei condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre gli arsenali americani si svuotano e la benzina supera i 4 dollari al gallone.
Grafica di FocusAmerica

Il traffico strozzato
Da 130 navi al giorno a una manciata
Ogni punto sulla rotta rappresenta 10 transiti giornalieri attraverso lo Stretto.

Prima della guerra Oggi
Iran Oman E.A.U.
Stretto di Hormuz
~39 km nel punto più stretto

Prima della guerra 130

Oggi ~10
navi al giorno, media dei mesi precedenti al conflitto
navi al giorno nell’ultima settimana

Prima del conflitto da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Le richieste di Teheran
Le sei condizioni per riaprire lo Stretto
Sono state poste da Mohammad Bagher Zolghadr, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Tocca ogni voce per leggere il contesto.

Il prezzo per Washington
Arsenali svuotati, benzina sopra i 4 dollari
La guerra ha consumato gran parte degli intercettori americani, mentre il caro carburante pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Intercettori rimasti Consumati durante la guerra
Per i THAAD il ritorno ai livelli precedenti alla guerra non è previsto prima del 2029. Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike sono in larga parte esaurite.
Benzina, media nazionale USA (al gallone)

3,16 $
un anno fa

4,02 $
oggi · +27%

soglia dei 4 $

3,00 $4,25 $

Ad aprile la media nazionale ha superato i 4 dollari per la prima volta da agosto 2022. La Casa Bianca conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell’energia prima del voto di novembre.

Fonti: Kpler (traffico navale); CSIS, stime del 27 luglio 2026 (intercettori); AAA (benzina); EIA (flussi energetici). Dati all’8 agosto 2026.

Sempre oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato un attacco iraniano contro una petroliera dell'Adnoc, la compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi. Dall'inizio della guerra, almeno 15 navi di questa società sono state attaccate e tra gli equipaggi si contano 1 morto e 20 feriti. Abu Dhabi ha parlato di un atto di pirateria dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Anche Arabia Saudita, Qatar e Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condannato l'attacco, mentre Doha ha chiesto ancora una volta la riapertura incondizionata dello Stretto.

Ci sono anche dei segnali di allentamento della pressione. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato oggi all'agenzia iraniana Tasnim che Teheran e Muscat sono "molto vicine" a un accordo. Ha però aggiunto che la riapertura dipende da altre condizioni, tra cui un risarcimento statunitense per le violazioni del Memorandum di Islamabad. Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian devono però fronteggiare l'opposizione dei conservatori, contrari a qualsiasi intesa con gli americani.

In un'intervista a Fox News, il vicepresidente JD Vance ha definito le trattative "a metà strada", ridimensionando l'ottimismo espresso nei giorni scorsi da altri alti funzionari, che le avevano descritte come quasi concluse. Stando a quanto afferma Vance, restano da definire lo schema di navigazione, le operazioni di sminamento e l'impegno iraniano a non aprire più il fuoco contro le navi mercantili. Vance non ha precisato che cosa Washington sia disposta a concedere e ha insistito sulla leva negoziale americana: "Stanno soffrendo parecchio. Vogliono che questa storia finisca".

Washington cerca una via d'uscita


Nelle ultime settimane è stato però il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, a cercare di far capire agli altri consiglieri del presidente che occorre trovare una via d'uscita a tutti i costi. Un'ulteriore escalation rischierebbe infatti di ritorcersi contro gli Stati Uniti, mentre una sola campagna di bombardamenti aerei difficilmente permetterebbe di raggiungere i risultati promessi, secondo tre fonti sentite dalla CNN.

Caine ha discusso delle sue preoccupazioni con il direttore della CIA John Ratcliffe, il Segretario di Stato Marco Rubio e con lo stesso Vance. "La potenza aerea ha i suoi limiti", aveva già avvertito durante un'audizione pubblica il mese scorso, quando Trump sembrava pronto ad autorizzare quella che aveva definito un'operazione "massiccia", prima di rinunciare dopo essersi confrontato con gli alleati mediorientali, preoccupati da possibili ritorsioni contro le proprie infrastrutture energetiche.

Arsenali svuotati e deterrenza indebolita


Sulla decisione ha pesato anche il difficile stato degli arsenali missilistici americani. La campagna militare contro l'Iran ha consumato più di 1.500 intercettori Patriot: ne restano meno di 830, rispetto ai circa 2.330 disponibili all'inizio della guerra, secondo il Center for Strategic and International Studies. Tre fonti hanno descritto queste stime come vicine ai dati interni del governo. Gli intercettori THAAD, progettati per abbattere i missili balistici, sono scesi da 452 a meno di 280 e il ritorno ai livelli precedenti non è previsto a questo punto prima del 2029.

Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike, che consentono di colpire obiettivi da centinaia di km di distanza, sono in larga parte esaurite. Restano più di 100.000 bombe guidate, ma devono essere sganciate più vicino al bersaglio, esponendo così gli aerei statunitensi al fuoco della contraerea iraniana. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt continua a negare ufficialmente che vi sia una penuria di munizioni, mentre Trump ha ordinato una caccia alle talpe e chiesto incriminazioni penali per chi ha trasmesso alla stampa informazioni classificate.

A Kyiv, intanto, le forniture di missili antiaerei degli alleati occidentali si sono ridotte a un terzo rispetto al 2025, ha dichiarato questa settimana Volodymyr Zelensky. Mercoledì la contraerea ucraina non ha intercettato nessuno dei 28 missili lanciati dalla Russia. Il risultato è stato che almeno 17 persone sono morte a Kyiv e nella regione circostante. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Trump aveva già respinto la richiesta ucraina di alcune centinaia di intercettori Patriot. Quando gli è stato chiesto di spiegare la decisione, ha risposto che quei missili servono anche agli americani.

Tuttavia, il trasferimento di armi verso il Medio Oriente ha indebolito soprattutto i dispositivi americani in Asia. Il comando statunitense dell'Indo-Pacifico ha dovuto cedere Tomahawk e altri missili che sarebbero cruciali in un eventuale scontro con la Cina, mentre dalla Corea del Sud sono stati trasferiti centinaia di missili intercettori, un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere. Alcuni funzionari temono che Seoul e Tokyo possano ora perdere fiducia nella protezione convenzionale degli Stati Uniti e valutare lo sviluppo di un proprio deterrente nucleare.

Anche potenze rivali come Mosca e Pechino stanno attentamente monitorando le scorte americane attraverso il bilancio approvato dal Congresso, gli annunci delle aziende della difesa e i propri satelliti spia. Tom Karako, del Center for Strategic and International Studies, ha detto al New York Times che è in corso un "annientamento generazionale dei mezzi della deterrenza convenzionale". Secondo Dara Massicot, del Carnegie Endowment for International Peace, i quattro anni di guerra in Ucraina hanno già mostrato ai pianificatori militari russi quanto lentamente l'industria americana sia in grado di aumentare la propria produzione. Il rischio è che Mosca finisca per rivalutare il rapporto di forze con la NATO in una direzione sfavorevole a Washington.

Più a lungo si prolunga lo scambio di attacchi con l'Iran, più si assottigliano le scorte di munizioni e diventa evidente la vulnerabilità americana, osserva Todd Harrison dell'American Enterprise Institute. Per la Casa Bianca cresce quindi l'urgenza di ottenere almeno una vittoria simbolica da presentare agli elettori prima del voto di novembre. La riapertura dello Stretto di Hormuz resta il risultato più immediato e politicamente spendibile. Teheran ne è pienamente consapevole e proprio per questo continua ad alzare la posta.


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Trump definisce "jihadisti" i candidati democratici alle midterm


Il presidente ha attaccato nuovamente anche le persone di origine somala: "Non sono intelligenti". La retorica anti-musulmana si diffonde sempre di più tra i repubblicani dopo le vittorie di Mamdani e El-Sayed.
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Il presidente Donald Trump ha definito senza mezzi termini come "jihadisti" alcuni candidati del Partito Democratico alle elezioni di metà mandato, in programma a novembre, quando saranno rinnovati l'intera Camera e un terzo del Senato. "Abbiamo jihadisti che vengono eletti dappertutto. Abbiamo questo, che siano comunisti o jihadisti", ha detto lunedì ai giornalisti nello Studio Ovale. Poco dopo è tornato ad attaccare le persone di origine somala che vivono negli Stati Uniti: "Non sono intelligenti, non hanno capacità, non hanno niente in mano e ci vogliono insegnare come gestire il nostro Paese".

La nuova offensiva contro i politici musulmani


Negli ultimi mesi la retorica anti-musulmana si è intensificata tra i repubblicani, soprattutto dopo l'affermazione di alcuni politici musulmani di primo piano: Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York, e Abdul El-Sayed, che la settimana scorsa ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan. Trump ha attaccato i musulmani e gli americani di origine araba fin dalla sua ascesa politica e proprio su questa retorica ha costruito parte del consenso alle sue politiche restrittive sull'immigrazione, fino al divieto d'ingresso negli Stati Uniti ("muslim ban") imposto durante il suo primo mandato ai cittadini di diversi Paesi a maggioranza musulmana. Non meraviglia dunque il fatto che il presidente non abbia condannato la nuova ondata di dichiarazioni contro i musulmani e, al contrario, l'abbia rilanciata.

Trump non ha indicato esplicitamente quali candidati abbia definito come "jihadisti", ma poche ore dopo ha preso di mira El-Sayed pubblicando un'immagine che lo ritrae davanti a una folla in cui compaiono due donne con il velo, accompagnata dalla scritta "stanno venendo a prendersi la vostra casa e i vostri beni". Due giorni prima aveva pubblicato una foto di sé con la First Lady Melania Trump accanto a un'immagine di El-Sayed con la moglie, sotto la frase "due Americhe molto diverse". Domenica El-Sayed ha risposto alla CNN sostenendo che l'immagine dei Trump mostra "persone che non si piacciono ma sono unite solo dall'interesse di fare miliardi di dollari alle vostre spalle", mentre la sua raffigura "due persone che si amano davvero".

I post di Trump riportano spesso il nome completo del candidato, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. Dopo la vittoria alle primarie, il National Republican Senatorial Committee, l'organismo che coordina le campagne dei repubblicani per il Senato, ha diffuso uno spot che mostra il suo nome per esteso e lo definisce "il candidato al Senato più radicale d'America", tentando inoltre di collegarlo a un gruppo classificato come organizzazione terroristica. Il presidente del Comitato, il senatore della South Carolina Tim Scott, ha negato alla CNN che lo spot avesse l'obiettivo di mettere in evidenza la fede musulmana del candidato e ha invece accusato El-Sayed di simpatizzare per Hamas.

Dagli attacchi a El-Sayed a quelli contro la comunità somala


Altri esponenti repubblicani hanno adottato toni ancora più duri. Il senatore dell'Alabama Tommy Tuberville ha definito El-Sayed sui social un "islamista radicale" e un "terrorista". La deputata della South Carolina Nancy Mace ha scritto che "ogni singolo musulmano che ricopre una carica pubblica in America è un cavallo di Troia e una minaccia sia per la sicurezza nazionale sia per la nostra repubblica".

Tra gli esponenti repubblicani di primo piano quasi nessuno ha criticato pubblicamente queste dichiarazioni. Una delle poche eccezioni è stata il senatore della Louisiana Bill Cassidy. "Condanno queste dichiarazioni", ha detto alla CBS, aggiungendo che "ognuno dovrebbe essere trattato come individuo". Cassidy ha ricordato che molti dei musulmani con cui lavora abitualmente sono medici che operano nelle aree più remote della Louisiana, dove senza di loro numerosi pazienti non avrebbero accesso a un dottore.

Edward Ahmed Mitchell, vicedirettore nazionale del CAIR, un'organizzazione per i diritti civili dei musulmani americani, ha affermato che "tutti gli americani hanno il diritto di impegnarsi nel servizio pubblico, indipendentemente dall'etnia o dalla fede". Descrivendo gli esponenti politici di religione musulmana come una minaccia per la nazione, ha aggiunto, "il presidente Trump sta mettendo un bersaglio sulla schiena degli eletti musulmani di tutto il Paese".

Gli attacchi di Trump non si sono però limitati ai soli candidati musulmani. A dicembre aveva già definito gli immigrati somali "spazzatura", sostenendo di non volerli negli Stati Uniti, mentre a luglio aveva condiviso sui social un video di bambini somali in un asilo del Minnesota con il commento: "Ogni bambina indossa un hijab... all'asilo". Lunedì ha insistito: "Arrivano, per fare un esempio, dalla Somalia. Vengono da noi e poi ci dicono come funzionano la nostra Costituzione e la nostra Dichiarazione di indipendenza. Non funziona così". All'inizio dell'anno, in un'intervista al New York Times, alla domanda se fosse preoccupato di descrivere in questi termini un'intera comunità aveva risposto: "Non mi importa".


El-Sayed vince di misura in Michigan, Trump grida già ai brogli


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan con meno di 15.000 voti di vantaggio su oltre 1,5 milioni: circa il 49% contro il 47% di Haley Stevens. Questa mattina la deputata ha telefonato al rivale per riconoscere la sconfitta, al termine di una delle competizioni interne più seguite del Paese. A novembre, quindi, El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, ex deputato alla Camera. Se vincesse, diventerebbe così il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump è intervenuto mentre lo scrutinio era ancora in corso. Alle 9:28 del mattino a Washington, vale a dire le 15:28 in Italia, mezz'ora prima che l'Associated Press assegnasse la vittoria a El-Sayed, ha scritto su Truth Social che la contea di Wayne, dove si trova Detroit, è "una delle aree di voto più corrotte degli Stati Uniti, se non del mondo" e "puro Terzo Mondo". Senza fornire prove, ha aggiunto che lì "accadono miracoli, comprese molte più schede depositate di quanti siano gli elettori".

Trump ha poi definito El-Sayed, senza nominarlo, "il comunista, che a Detroit non piace". Ha evocato "tutte quelle schede postali false che compariranno a sorpresa all'ultimo momento" e invitato i suoi sostenitori a prepararsi a "un'altra elezione truccata". Infine ha chiesto ai repubblicani di votare Rogers a novembre per rendere il margine in Michigan "troppo grande per essere truccato". Alle 10:10 ora locale ha di nuovo commentato la vittoria ufficiale di El-Sayed definendola "una grande notizia per il Partito Repubblicano".

Il candidato progressista e il peso dei finanziamenti esterni


Nato in Michigan da genitori egiziani, El-Sayed si era candidato senza successo a governatore dello Stato nel 2018 e in seguito ha guidato il dipartimento sanitario della contea di Wayne. Durante la recente campagna elettorale ha sostenuto il Medicare for All, cioè l'estensione a tutti i cittadini della copertura sanitaria pubblica oggi riservata soprattutto agli anziani, così come la riforma del finanziamento della politica e soprattutto la fine degli aiuti militari a Israele. Stevens ha invece concentrato la propria candidatura sulla manifattura, sull'economia e sulla capacità di conquistare i collegi più contesi.

Proprio il giudizio su Israele, duramente criticato da El-Sayed per la condotta della guerra a Gaza, ha diviso l'elettorato, come già nel 2024, quando molti elettori musulmani contestarono Kamala Harris per questo motivo. Stavolta Stevens ha beneficiato di decine di milioni di dollari spesi dal super PAC dell'American Israel Public Affairs Committee, il più influente gruppo filoisraeliano degli Stati Uniti, e del sostegno dell'apparato democratico, a partire dal leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. In Michigan, la spesa complessiva dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari, stabilendo un record per una primaria democratica al Senato.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


Molti elettori musulmani hanno interpretato il risultato come la prova di aver conquistato finalmente uno spazio nella politica americana, riferisce il New York Times, soprattutto nel Michigan orientale, dove le comunità arabe e musulmane sono radicate da tempo. Aber Kawas, vincitrice quest'anno delle primarie per il Senato dello Stato di New York, si è recata in Michigan proprio per sostenere El-Sayed. Ma il risultato, ha spiegato al quotidiano, nasce soprattutto dalla capacità del candidato di rivolgersi a tutti gli elettori del Michigan alle prese con il costo della vita, musulmani e non.

Il seggio lasciato libero dal democratico Gary Peters, che non si ricandiderà, potrebbe ora rivelarsi decisivo per il controllo del Senato. Il Cook Political Report considera incerto l'esito della sfida di novembre. Mercoledì il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha diffuso uno spot digitale che descrive El-Sayed come "il candidato al Senato più radicale d'America" e ne scandisce il nome completo, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. In vista del voto, il filmato sembra anticipare quella che sarà una campagna elettorale molto aggressiva: diversi candidati repubblicani in Texas, Tennessee e Alabama hanno già adottato toni ostili nei confronti dei musulmani.


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Trump difende Infantino: la FIFA farebbe "un errore terribile" a sostituirlo


Il presidente americano è intervenuto per la prima volta nella crisi della FIFA, dopo la lettera con cui UEFA, Concacaf e AFC hanno accusato Infantino di aver tradito la loro fiducia. Il fondo dietro l'operazione contestata è quello di Joshua Kushner.
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Donald Trump ha preso le difese di Gianni Infantino, il presidente della FIFA che tre confederazioni continentali hanno di recente accusato di aver tradito la loro fiducia "con l'inganno". "La FIFA commetterebbe un errore terribile se, per qualsiasi motivo, prendesse anche solo in considerazione di sostituire il presidente Gianni Infantino", ha scritto il presidente americano sui social. "È fantastico, ha appena guidato il Mondiale di maggiore successo mai organizzato, quattro volte più di qualsiasi altro. Se se ne dovesse andare, non ci sarà mai più un Mondiale di altrettanto successo né altrettanto redditizio."

È la prima volta che Trump si espone apertamente in questo modo da quando, il 28 luglio, sono emersi i piani della FIFA Forward Enterprise. Il progetto prevedeva la nascita di una società incaricata di gestire i diritti commerciali e la biglietteria di tutte le competizioni della federazione, Mondiali compresi, con circa il 21% ceduto a un gruppo di investitori privati. La FIFA lo ha ritirato il 1° agosto, quando ormai la protesta delle confederazioni era esplosa.

A guidare il gruppo di investitori doveva essere Thrive Eternal, società americana di venture capital fondata da Joshua Kushner, fratello di Jared, genero del presidente. Trump e Infantino avevano già rapporti stretti: il 5 dicembre 2025, durante il sorteggio del Mondiale al Kennedy Center di Washington, la FIFA ha consegnato al presidente americano il primo Premio per la Pace della sua storia. Quando il 31 luglio aveva commentato per la prima volta l'operazione, Trump aveva detto di non averne discusso con Infantino.

Tre confederazioni invitano Infantino a farsi da parte


La lettera aperta di UEFA, Concacaf e AFC, cioè le confederazioni europea e asiatica insieme a quella nordamericana, che comprende anche Centroamerica e Caraibi, non nomina mai direttamente Infantino. "Quando la fiducia viene tradita con l'inganno, quando un individuo si pone al di sopra della collettività che gli ha affidato l'autorità, quel dovere è stato abbandonato", si legge nel testo. Fonti hanno detto alla BBC che il documento va letto come un'offerta a Infantino di dimettersi conservando la sua dignità.

La UEFA ha minacciato il boicottaggio di tutte le competizioni della FIFA e ha aperto alla possibilità di un'azione legale, mentre la FIFA ha denunciato uno sforzo "concertato e in corso" per screditare sé stessa e il suo presidente. La BBC Sport riferisce che tra le tre confederazioni ci sono stati contatti preliminari su competizioni separate, da organizzare qualora Infantino restasse al suo posto, anche se altre fonti sostengono che le trattative vere non siano ancora cominciate.

Lunedì anche la Federcalcio statunitense ha chiesto "un cambiamento significativo" nella governance, nella trasparenza e nella rendicontazione della FIFA, in un comunicato firmato insieme alla federazione canadese e ad altre dell'area Concacaf. È la posizione dei due Paesi che hanno appena ospitato il Mondiale, mentre il terzo, il Messico, ha scelto di sostenere Infantino.

Un esposto etico pendente da dicembre


Sul presidente della FIFA pende inoltre un esposto depositato a dicembre 2025 dall'organizzazione per i diritti umani FairSquare davanti al comitato etico della federazione, sostenuto dalla Federcalcio norvegese e da una cinquantina di eurodeputati. Tale esposto riguarda la violazione dell'obbligo di neutralità politica e mette insieme due episodi: il Premio per la Pace FIFA assegnato a Trump e il caso Balogun, cioè la presunta cedevolezza di Infantino alle pressioni della Casa Bianca sulle sanzioni disciplinari durante il Mondiale. A luglio il Comitato Olimpico Internazionale, al quale FairSquare si era rivolta in parallelo, ha risposto che la vicenda esula dalle proprie competenze.

Il Mondiale 2026 si è chiuso il 19 luglio con la vittoria della Spagna sull'Argentina, 1-0 ai supplementari. Dan Roan, redattore capo dello sport della BBC, giudica interessante il momento scelto da Trump: la difesa arriva soltanto lunedì, ovvero dopo la presa di posizione della Federcalcio statunitense e non nelle settimane in cui la posizione di Infantino era meno esposta. Roan osserva anche che l'idea di un Mondiale meno redditizio senza di lui verrà contestata da chi ritiene che il torneo sia diventato troppo caro per i tifosi proprio sotto la sua gestione.

L'appoggio arriva insomma da chi è legato per via familiare al gruppo che avrebbe dovuto rilevare i diritti commerciali, cioè all'operazione che ha fatto esplodere la crisi. È la ragione per cui Roan dubita che il sostegno della Casa Bianca serva davvero a ricompattare il calcio attorno a Infantino e per cui il presidente della FIFA avrebbe preferito riceverlo prima.

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Il modello di Nate Silver dà i Democratici favoriti per la vittoria a novembre


FLIPR, il nuovo modello di previsione di Silver Bulletin, dà ai democratici l'87% alla Camera. Per il Senato servono quattro seggi in più, forse cinque se in Michigan El-Sayed non recupera su Mike Rogers.
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I democratici hanno l'87% di probabilità di riprendersi la Camera e il 57% di conquistare il Senato alle elezioni di metà mandato. Sono i numeri di FLIPR, il nuovo modello di previsione elettorale presentato ieri da Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, a 84 giorni dal voto di novembre.

FLIPR è l'acronimo di Forecast with Leading Indicators, Polls and (Expert) Ratings, cioè previsione con indicatori anticipatori, sondaggi e valutazioni degli esperti. Il modello è l'erede diretto delle previsioni che Silver produceva per FiveThirtyEight e gira in tre versioni: Lite che usa solo i sondaggi, Classic che aggiunge i cosiddetti fondamentali come la raccolta fondi e il fatto di essere già in carica, Deluxe che incorpora anche le valutazioni degli analisti di Cook Political Report, Inside Elections e Sabato's Crystal Ball.

Ogni aggiornamento si basa in genere su 40.000 simulazioni e tratta insieme Camera, Senato e corse per governatore, così da poter calcolare anche la probabilità di scenari misti. Le tre versioni arrivano a risultati vicini tra loro: alla Camera i democratici sono all'87% con Deluxe e Classic e all'83% con Lite, al Senato al 57% con Deluxe e Lite e al 56% con Classic.

Il reale vantaggio democratico nel voto popolare


La media semplice dei sondaggi sul generic ballot — la domanda con cui si chiede agli elettori quale partito intendano sostenere alla Camera, senza indicare i nomi dei candidati — vede i Democratici in vantaggio di 6,7 punti, un margine rimasto pressoché stabile negli ultimi mesi. Secondo Silver, quel margine probabilmente sottostima il vantaggio democratico, perché la maggior parte delle rilevazioni ad essere intervistati sono gli elettori registrati e non quelli che con più probabilità andranno davvero a votare, ovvero i cosiddetti probabili elettori (“likely voters”) nel gergo dei sondaggisti americani.

Negli Stati Uniti per votare bisogna, infatti, iscriversi in anticipo nelle liste elettorali e gli istituti di sondaggio distinguono tra chi è semplicemente registrato e chi è considerato un probabile elettore. Applicando a tutti i sondaggi basati su elettori registrati la correzione per l'affluenza stimata, che Silver ricava dai sondaggi che pubblicano entrambe le versioni, il vantaggio stimato per i democratico sale a 8,1 punti.

Il modello calcola anche un valore storico di partenza basato su tutte le elezioni per il Congresso dal 1946, calibrato sul gradimento del presidente in carica, sul risultato dell'elezione precedente e sul fatto che si tratti o meno di elezioni di metà mandato, con una correzione per la polarizzazione crescente. Quel calcolo stima che i democratici possano vincere il voto popolare per la Camera di 8,7 punti. Le tre stime, i sondaggi grezzi, i sondaggi corretti per l'affluenza e la storia delle elezioni passate, si collocano quindi tutte tra i 6 e i 9 punti a favore dei democratici.

L'indice di gradimento del presidente resta intanto intorno a -20 punti, con il 38% di consensi e solo il 22% degli americani che dichiara di approvare con convinzione il suo operato. I pochi repubblicani scettici verso il presidente difficilmente voteranno per i democratici, ma potrebbero alla fine non andare a votare affatto danneggiando ulteriormente le possibilità di vittoria repubblicane a novembre.

Silver afferma che un presidente con questi numeri, impantanato in una guerra impopolare in Medio Oriente e alle prese con i prezzi della benzina in aumento, pesa molto più della disorganizzazione interna del Partito Democratico. A questo si aggiunge la stanchezza degli elettori verso un presidente di 80 anni che non può ricandidarsi, in un momento in cui in tutto il mondo l'essere al potere è diventato uno svantaggio.

Previsioni per Camera e Senato


Alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani hanno vinto la partita del ridisegno dei collegi elettorali, condotto a metà decennio in modo senza precedenti. La mappa che ne è uscita ha una leggera inclinazione a loro favore e riduce il numero di collegi contendibili, perché entrambi i partiti hanno disegnato distretti fortemente partigiani.

Il punto di equilibrio, secondo FLIPR e altri modelli, sta ora intorno ai 3 o 3,5 punti: se l'ambiente politico nazionale è di almeno 3 punti a favore dei democratici, sono loro ad iniziare ad essere i favoriti in termini di seggi. Ma l’estremo gerrymandering comporta anche il fatto che, persino con una vittoria di 9 punti nel voto popolare, che per gli standard moderni sarebbe un trionfo, difficilmente i democratici arriverebbero ai 41 seggi guadagnati nel 2018.

Al Senato ci sono invece oggi 53 repubblicani e 47 democratici. In caso di parità il voto decisivo (“tie breaking”) spetta al vicepresidente JD Vance, che, da Costituzione, presiede i lavori del Senato. Per i democratici la sfida non è per nulla facile, essendo necessario per ottenere la maggioranza conquistare 4 seggi netti — che salgono a 5 se non mantengono il controllo del Michigan.

In quello Stato il loro candidato Abdul El-Sayed, che il presidente ha attaccato più volte pubblicamente nei giorni scorsi, è attualmente poco dietro al candidato repubblicano Mike Rogers nella media dei sondaggi. Secondo i calcoli di Silvers, ad ogni modo, per ottenere la maggioranza al Senato serve un ambiente politico di almeno 6 punti a favore dei democratici. Oggi sono su quel livello o poco sopra, quindi sono comunque favoriti anche se per poco.

In dettaglio, FLIPR considera sei corse in cui i democratici sono attualmente in equilibrio o in vantaggio: North Carolina, Maine, Texas, Ohio, Iowa e Alaska. Di questi ne devono vincere almeno 4:

  1. in North Carolina Roy Cooper ha il 90% di probabilità ed è la cosa più simile a una certezza, benché i democratici non vincano un'elezione presidenziale in quello Stato dal 2008;
  2. in Maine Troy Jackson, subentrato a Graham Platner dopo il suo ritiro, è dato al 69% di chance di vittoria contro la senatrice uscente Susan Collins;
  3. in Texas il candidato democratico James Talarico è dato leggermente favorito, forse la sorpresa principale del modello, ma in linea con quelli che sono i sondaggi attualmente disponibili;
  4. in Ohio l'ex senatore Sherrod Brown è quasi alla pari nella battaglia contro il senatore uscente Jon Husted, per il controllo del seggio lasciato libero da JD Vance per i prossimi due anni di mandato;
  5. in Iowa il democratico Josh Turek è sostanzialmente alla pari con la candidata repubblicana Ashley Hinson, mentre il democratico Rob Sand è in vantaggio nella corsa per governatore;
  6. infine, in Alaska Mary Peltola, già eletta in passato al seggio unico dello Stato alla Camera in un anno meno favorevole al suo partito, se la gioca quasi alla pari con il suo probabile rivale repubblicano, il senatore uscente Dan Sullivan.

Restano poi due possibilità di vittoria piuttosto remote per i democratici in Kansas e in Nebraska, dove corre Dan Osborn, formalmente indipendente ma di fatto vicino ai democratici.

Il Michigan è la maggiore divergenza interna al modello. La versione Lite, che usa solo i sondaggi, dà Rogers favorito al 60%, perché El-Sayed è indietro di circa un punto e mezzo nella media. Classic e Deluxe lo considerano invece favorito e lo proiettano a una vittoria di circa 3 punti, sul presupposto che i candidati vadano spesso male nei sondaggi mentre sono impegnati in primarie combattute.

Silver ha ricalcolato quanto pesa la qualità dei candidati e ha trovato che oggi conta circa la metà rispetto al 2010, quando pubblicò la sua prima previsione per le elezioni di metà mandato. Con una base elettorale stimata intorno agli 8 punti a favore dei democratici in Michigan, El-Sayed potrebbe andare molto peggio del suo partito e vincere lo stesso.

Fuori dal Michigan i repubblicani non hanno quasi nulla da poter conquistare. La versione Deluxe assegna loro il 9% di probabilità in New Hampshire e il 6% in Georgia e in Minnesota. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff è in vantaggio di 9 punti su Mike Collins, in uno Stato dove i democratici raramente vincono con più di un punto o due.

Un onda blu in arrivo?


Silver ha scritto di essere rimasto lui stesso un po' sorpreso dal 57% di chance di vittoria democratica al Senato, ma si tratta di un valore sostanzialmente in linea con gli altri modelli e di poco superiore a quello dei mercati previsionali, dove si scommette con denaro vero sull'esito del voto.

Gli errori di previsione nelle corse per il Senato sono correlati tra loro, ma molto meno di quanto accada in un'elezione presidenziale, dove gli stessi due candidati sono sulla scheda in ogni Stato. Per questo non è poi così assurdo pensare che i democratici possano perdere il Michigan e vincere in Alaska. Per fare un paragone, i risultati delle elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022 sono state disomogenei e molto regionalizzati, con sacche di forza repubblicana in Florida e New York anche in anni buoni per i democratici.

Ma nelle ultime elezioni importanti, quelle che si sono tenute a novembre 2025, i sondaggi avevano sottostimato i democratici e i loro margini di vittoria in Virginia, New Jersey e altri Stati sono stati coerenti con quella che si configura come un'onda blu. Il Comitato Nazionale Democratico ha sicuramente un problema di raccolta fondi, eppure tra i candidati al Senato i primi sette per denaro raccolto in questo ciclo elettorale sono tutti democratici.

Per quanto riguarda le corse per i governatori, Silver ritiene che le prove empiriche indichino i candidati più moderati come i più eleggibili. Se i democratici si collocassero nella parte alta delle proiezioni, il 2027 potrebbe iniziare con due terzi della popolazione americana che vive in Stati con un governatore democratico, un chiaro vantaggio nella battaglia sul ridisegno dei collegi del 2028.

In questo contesto, affinché i democratici non riescano a riprendersi la maggioranza alla Camera dovrebbero sbagliare più cose insieme: un errore sistematico dei sondaggi, già successo in passato ma non nelle recenti elezioni di metà mandato, insieme a eventi esterni che aiutino i repubblicani, come una chiusura rapida e inattesa della guerra in Iran.

Tuttavia la possibilità che questo accada è molto remota: il modello di Silver, che viene aggiornato quasi ogni giorno, parte, infatti, anche dall'osservazione che il clima politico è più stabile che in passato: gli elettori si formano un'opinione prima e gli spostamenti tardivi che una volta caratterizzavano le elezioni di metà mandato non si vedono quasi più.


Popolarità Trump: c’è il rimbalzo, ma la situazione rimane critica (09 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si segnala il più classico dei rimbalzi: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato, questa domenica c’è un piccolo balzello in alto, anche se insufficiente per recuperare tutto il terreno perso.

I numeri dell’ultimo aggiornamento erano tra i punti più bassi di sempre per un presidente in carica, e continuano ad essere preoccupanti, seppur in lieve risalita; il tasso di approvazione è sempre sotto al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione torna a calare, scendendo un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

La situazione non migliora per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo quasi diciannove mesi di presidenza. È di circa dodici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con piccoli aggiustamenti verso l’alto, un po’ più marcati per Focus America rispetto al sito di Silver e a RCP.

Come già accennato, dopo quasi diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 565 giorni di presidenza (-21,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -20,2 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%-59%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
6 rilevazioni di 6 istituti — 9 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 1 sondaggio
Elettori registrati al voto

A

Adults · 4 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 9 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,5% (+0,3) - 58,3% (-0,5). In totale un net approval arrotondato di -19,8 (+0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,3% (+0,1) - 58,4% (-0,4). In totale un net rating di -19,1 (+0,5).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,5% (+0,2) - 59,1% (-1), con un net rating complessivo di -21,6 (+1,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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Trump paragona i vaccini a "un'arma nucleare"


Dopo l'ordine che taglia da 17 a 11 le vaccinazioni raccomandate, il presidente insiste per dividere il trivalente: insieme, dice, le tre componenti potrebbero essere "piuttosto letali"

Il presidente Donald Trump ha paragonato il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia (negli Stati Uniti è noto come MMR) a un ordigno nucleare. "Se li somministri separatamente, la M, la M e la R, va bene. Quando li metti insieme, sono una specie di arma nucleare, secondo alcuni. Quindi perché non darli separatamente?", ha detto martedì in un'intervista all'emittente televisiva Real America's Voice. "Cosa avete da perdere? Se sbaglio, sbaglio. Nessuno si farà male".

Il giorno prima Trump aveva firmato alla Casa Bianca, insieme al segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., l'ordine esecutivo che riduce da 17 a 11 le vaccinazioni raccomandate per i bambini. Il provvedimento conferma la raccomandazione con cui a gennaio i CDC, l'agenzia federale per il controllo e la prevenzione delle malattie, avevano tagliato il calendario vaccinale pediatrico, una decisione poi sospesa da un tribunale. "Con effetto immediato, la mia amministrazione riconosce come gold standard solo 11 vaccinazioni fondamentali contro le malattie più gravi e pericolose, insieme al trivalente, che speriamo venga diviso", ha detto il presidente.

Alla firma dell'ordine Trump ha chiesto di somministrare le tre componenti in visite separate per ridurre quello che secondo lui potrebbe essere un rischio più elevato di autismo. "Insieme potrebbe esserci la possibilità che siano piuttosto letali, mentre separatamente sembra che non siano affatto letali, solo molto efficaci", ha spiegato il presidente, descrivendo la dose combinata come "una bottiglia di soda versata nel corpo di un bambino piccolo".

Trump ha poi citato gruppi che, a suo dire, usano pochi vaccini e "non hanno praticamente alcun problema di autismo", aggiungendo che i genitori potranno comunque scegliere di fare ai figli tutte le vaccinazioni. Negli Stati Uniti il trivalente viene somministrato di norma tra i 12 e i 15 mesi di età, con un richiamo tra i 4 e i 6 anni.

Quando un giornalista gli ha chiesto se fosse a conoscenza di prove che il trivalente danneggi i bambini, un legame che esperti e autorità sanitarie smentiscono da tempo, Trump ha risposto di no. "Quello che ho sentito è che alcune persone dicono che sia così. Allora io dico: mettiamo che ci sia una probabilità del 5%. Dividiamolo".

Il presidente ha raccontato di aver diviso le vaccinazioni dei suoi figli, nati tra il 1977 e il 2006. "Ho portato i miei figli a cinque vaccinazioni diverse. È scomodo, sono cinque tappe, ma è una cosa che penso avrà un impatto enorme sull'autismo".

Nell'intervista di martedì Trump ha difeso anche la riduzione del calendario vaccinale, dicendo che quello precedente era "troppo grande" e prevedeva "troppo" tutto in una volta. Il governo raccomandava di "pompare questa enorme quantità di liquido" nei bambini, una quantità che sembrava "una bottiglia di Coca-Cola". "Non mi importa se è acqua, è troppa", ha aggiunto.

Kennedy, da tempo scettico sulla sicurezza dei vaccini, ha annunciato in un'intervista televisiva dalla Casa Bianca un'accelerazione della ricerca federale su vaccini e autismo. La task force, ha detto, sta esaminando i tempi e la sequenza delle vaccinazioni infantili e sta rafforzando il monitoraggio della sicurezza: "Nel complesso, è questo che significa scienza gold standard".

Alla cerimonia della firma Kennedy ha attribuito l'aumento dei casi di autismo a un fattore esterno. "Lo stiamo notando solo nei bambini nati intorno al 1989 o dopo. Le generazioni più anziane non vedono questi aumenti. Quindi qualcosa è successo a metà degli anni Novanta che ha cambiato i nostri bambini. Deve essere un'esposizione ambientale. Serve una tossina ambientale".

Per il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy dividere il trivalente significherebbe sottoporre i bambini a più iniezioni per la stessa protezione. "Sono un medico. Questo ordine esecutivo è sbagliato", ha scritto su X Cassidy, che ha perso la corsa per la rielezione dopo che Trump ha appoggiato il suo sfidante alle primarie. "Il presidente non ha le competenze per fare questi cambiamenti. I vaccini sono estremamente sicuri. I vaccini sono efficaci. I vaccini non causano l'autismo".


Trump firma un ordine esecutivo per fare meno vaccini ai bambini


Donald Trump ha firmato ieri nello Studio Ovale un ordine esecutivo che ridisegna l'approccio del governo federale ai vaccini pediatrici, riducendo il numero di immunizzazioni raccomandate nei primi anni di vita e distribuendole su un arco di tempo più lungo. Accanto a lui c'era Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute, insieme a numerosi alti funzionari del suo Dipartimento."Le stiamo riducendo", ha detto il presidente. "Non si tratta soltanto di somministrare meno vaccini, o meno 'punture', come si dice, ma anche di distribuirli su un numero maggiore di visite dal medico".

Il provvedimento divide infatti il calendario vaccinale infantile in tre categorie. Restano raccomandate a tutti i bambini le vaccinazioni contro morbillo, parotite e rosolia, difterite, tetano, pertosse, polio, pneumococco, HPV, varicella e Haemophilus influenzae di tipo b. Vengono invece riservati ai soli bambini ad alto rischio gli anticorpi monoclonali contro il virus respiratorio sinciziale e i vaccini contro epatite A, epatite B, meningococco B, meningococco ACWY e dengue, oggi in gran parte raccomandati all'intera popolazione pediatrica. Per alcune di queste vaccinazioni, a cominciare da quelle contro le epatiti, e inoltre per rotavirus, meningococco, influenza e Covid-19, viene prevista la cosiddetta decisione condivisa: una valutazione caso per caso insieme al medico.

Vaccini · Stati Uniti

Trump taglia i vaccini raccomandati ai bambini, ma le punture rischiano di aumentare

L’ordine esecutivo firmato il 10 agosto riduce da 18 a 11 le malattie per cui la vaccinazione resta raccomandata a tutti i bambini, sposta le altre ai soli casi ad alto rischio e chiede di dividere il trivalente in tre iniezioni separate. Quei tre vaccini singoli, però, negli Stati Uniti non esistono.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Malattie con vaccinazione raccomandata a tutti i bambini

Calendario in vigore
18

Con il nuovo ordine
18

Le raccomandazioni ripristinate dai giudici federali a marzo
Le altre sette passano ai bambini ad alto rischio o alla scelta con il medico

L’ordine chiede inoltre che le somministrazioni siano distribuite, per quanto possibile, su visite mediche separate. Il Dipartimento della Salute dovrà rivedere sequenza e tempi entro novanta giorni.

Il nuovo smistamento

Undici vaccinazioni restano per tutti, le altre diventano un’eccezione


Ogni tessera è una malattia oggi coperta dalla raccomandazione universale.

11 restano raccomandate a tutti 7 escono dalla raccomandazione universale

Raccomandate a tutti i bambini
11 voci

Restano nel calendario federale come indicazione valida per l’intera popolazione pediatrica.

MorbilloParotiteRosolia DifteriteTetanoPertosse PolioPneumococcoHPV VaricellaHaemophilus influenzae b

Solo per i bambini ad alto rischio
6 voci

Oggi raccomandate a tutti: con il nuovo ordine restano solo per chi rientra in categorie considerate a rischio.

Epatite AEpatite B Meningococco BMeningococco ACWY DengueMonoclonali contro il virus respiratorio sinciziale

Decisione condivisa con il medico
Caso per caso

Nessuna indicazione generale: la scelta viene valutata dal genitore insieme al pediatra, bambino per bambino.

Covid-19InfluenzaRotavirus Epatite AEpatite BMeningococco

Alcune voci ricadono in due categorie: per le epatiti e per il meningococco l’ordine prevede sia la limitazione ai soli bambini ad alto rischio, sia la valutazione caso per caso con il medico.

Il nodo del trivalente

Un’iniezione diventa tre, ma quei tre vaccini negli Stati Uniti non esistono


L’ordine chiede di separare il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. La misura vale però solo quando i prodotti singoli saranno disponibili sul mercato americano.

Oggi

Vaccino trivalente
Una sola iniezione, in uso dal 1971


Morbillo
Non autorizzato

Parotite
Non autorizzato

Rosolia
Non autorizzato

Nessuno dei tre vaccini singoli è oggi autorizzato negli Stati Uniti.

1971
L’anno da cui negli Stati Uniti le tre vaccinazioni vengono somministrate insieme, per ridurre il numero di iniezioni.

2009
Merck, l’unico produttore, annuncia che non riprenderà la produzione dei vaccini singoli. Da allora non sono più disponibili.

3
Le sperimentazioni cliniche complete che servirebbero, una per prodotto, prima di un’eventuale autorizzazione della FDA.

Il precedente giapponese

Nel 1993 il Giappone ha ritirato il trivalente, dopo casi di meningite asettica legati a un ceppo del vaccino, e ha separato le somministrazioni. La copertura contro la parotite è poi scesa da circa il 90% a una quota stimata fra il 23% e il 40%, e quella vaccinazione non è mai più rientrata tra quelle di routine.

Dallo Studio Ovale

Le affermazioni del presidente e ciò che dicono le prove


A sinistra le tesi sostenute alla firma dell’ordine, a destra lo stato delle conoscenze scientifiche.

Che cosa ha dettoChe cosa dicono le prove

Che cosa ha detto

Il vaccino trivalente può essere «piuttosto letale».

Che cosa dicono le prove

È in uso dal 1971 ed è tra i vaccini più studiati al mondo: le reazioni gravi sono rare. Il morbillo, invece, uccide ancora: nel 2025 negli Stati Uniti ha causato tre decessi.

Che cosa ha detto

Ai bambini vengono iniettate quantità di vaccino eccessive, paragonabili al volume di una bibita, che il corpo fatica a gestire.

Che cosa dicono le prove

Ogni dose è una frazione di millilitro e nessuno studio indica che il calendario attuale superi le capacità del sistema immunitario, che ogni giorno risponde a un numero di stimoli molto più alto.

Che cosa ha detto

L’aumento delle diagnosi di autismo è legato al numero di vaccini somministrati ai bambini.

Che cosa dicono le prove

Decenni di studi su milioni di bambini hanno esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra vaccini e autismo.

Che cosa ha detto

Separare il trivalente e distribuire le dosi su più visite significa meno punture.

Che cosa dicono le prove

Accade il contrario: per la stessa protezione servono più iniezioni e più visite. Lo ha scritto anche il senatore repubblicano Bill Cassidy, medico: dividere i vaccini «aumenterà l’esitazione».

Perché conta adesso

Il morbillo è ai livelli più alti dal 1991 e le coperture continuano a scendere

2.465
Casi di morbillo confermati negli Stati Uniti dall’inizio del 2026: più di tutto il 2025 e il numero più alto dal 1991.

92,5%
La copertura del trivalente tra i bambini dell’asilo, sotto la soglia del 95% che protegge anche chi non può vaccinarsi.

Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono da tempo che diluire il calendario nel tempo abbassa le coperture: più visite significano più occasioni per saltarne una, e più bambini esposti.

Fonte Elaborazione FocusAmerica sul testo dell’ordine esecutivo del 10 agosto 2026, sull’ordinanza del tribunale federale del Massachusetts del 16 marzo 2026, sui dati CDC relativi a morbillo e coperture vaccinali (agosto 2026) e sulla letteratura scientifica relativa al caso giapponese. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Il trivalente scisso in vaccini che negli Stati Uniti non esistono


L'ordine raccomanda inoltre di separare il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia in tre iniezioni distinte. È uno dei passaggi più controversi del provvedimento in quanto contrasta con l'orientamento prevalente della comunità scientifica, ma corrisponde a una richiesta avanzata da Trump già da mesi. La misura è però subordinata alla disponibilità dei prodotti sul mercato americano, dove attualmente non esistono vaccini singoli contro le tre malattie: per ottenerne l'approvazione, le aziende dovrebbero condurre nuove sperimentazioni cliniche per ciascun prodotto.

Dallo Studio Ovale Trump ha accompagnato la firma con una serie di affermazioni fuorvianti o prive di riscontro scientifico, arrivando a sostenere che il trivalente possa essere "piuttosto letale". Ha inoltre ripetuto senza prove che ai bambini vengano somministrati più vaccini di quanti il loro organismo possa sopportare. Alla domanda sul perché raccomandasse di suddividere le somministrazioni in cinque visite mediche distinte, ha risposto di aver fatto lo stesso con i propri figli senza avere "nessun problema".

"Molto semplicemente: oggi ai bambini vengono somministrate grandi quantità di vaccino tutte insieme", ha detto Trump, arrivando a paragonare il volume delle iniezioni a "una bibita". "Noi ne somministriamo il 20% a ogni visita e lasciamo passare del tempo tra una visita e l'altra, così il corpo può gestire questa enorme quantità di liquido". Non esistono prove scientifiche a sostegno di queste affermazioni. "Non può succedere niente di male da quello che stiamo facendo", ha comunque aggiunto Trump. Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono invece da tempo che diluire maggiormente nel tempo il calendario vaccinale potrebbe ridurre i tassi di immunizzazione e lasciare più bambini esposti alle malattie.

Tra le critiche più nette al nuovo provvedimento è arrivata quella di Bill Cassidy, senatore repubblicano e medico, che già l'anno scorso aveva espresso perplessità sulla conferma di Kennedy come Segretario alla Salute proprio per le sue posizioni sui vaccini e sull'autismo. Su X ha scritto che "questo ordine esecutivo è sbagliato" e che "il presidente non ha le competenze per fare questi cambiamenti". "I vaccini sono decisamente sicuri. I vaccini sono efficaci. I vaccini NON causano l'autismo", ha aggiunto. "Dividere i vaccini significherà che i bambini dovranno fare più punture per ottenere la stessa protezione, non meno. Aumenterà l'esitazione e questo renderà i bambini meno sicuri".

I’m a doctor. This executive order is wrong. The President does not have the expertise to make these changes.

Vaccines are overwhelmingly safe. Vaccines are effective. Vaccines DO NOT cause autism.

Breaking up vaccines will mean children have to get more shots to get the same… t.co/9RoPfVsU8h
— U.S. Senator Bill Cassidy, M.D. (@SenBillCassidy) August 10, 2026


Dopo lo stop dei giudici, la partita si sposta negli Stati


L'annuncio ricalca da vicino un precedente tentativo compiuto a gennaio dal Dipartimento della Salute. Il 5 gennaio i funzionari federali avevano presentato una profonda revisione del calendario pediatrico, riducendo da 18 a 11 le vaccinazioni raccomandate e facendo cadere, tra le altre, la raccomandazione universale contro epatite A ed epatite B nei primi mesi di vita. Le associazioni mediche, a cominciare dall'Accademia Americana di Pediatria, avevano impugnato il nuovo calendario sostenendo che violasse le norme federali sul procedimento amministrativo.

Un giudice federale aveva quindi bloccato in via cautelare le modifiche, ritenendo probabile che il Dipartimento avesse aggirato le procedure previste e osservando che tra le persone nominate da Kennedy nel comitato consultivo indipendente sui vaccini esistessero "lacune evidenti" di competenza. Il provvedimento aveva congelato anche i voti espressi dal comitato a partire da giugno, compreso quello sul vaccino contro l'epatite B nei neonati, e la causa è tuttora pendente.

Questa volta però l'Amministrazione Trump ha scelto una strada diversa e non intende attendere l'esito dei tribunali: il nuovo ordine spingerà gli Stati a riscrivere i propri obblighi vaccinali recependo le nuove linee guida federali. "Lavoreremo direttamente con gli Stati, così da non dipendere dalle corti per risolvere la questione", ha spiegato la consigliera della Casa Bianca Heidi Overton. "Lo faremo subito, così che i genitori possano trarre beneficio dal cambiamento delle leggi statali". È un passaggio che mette in discussione pratiche consolidate da decenni e costruite per aumentare i tassi di copertura vaccinale nell'infanzia.

Vaccini, autismo e il peso delle elezioni di novembre


L'ordine arriva dopo mesi di pressioni di Trump su Kennedy perché intervenisse sul calendario pediatrico, mentre entrambi continuano a ipotizzare pubblicamente un legame tra vaccini e autismo, nonostante numerosi studi scientifici abbiano esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra le due cose. La firma del nuovo ordine esecutivo arriva inoltre nonostante le riserve di lunga data dei consiglieri politici del presidente, convinti che insistere su misure controverse in materia di vaccini sia largamente impopolare e possa allontanare una parte dell'elettorato a pochi mesi dalle elezioni di medio termine di novembre.

Poco prima dell'annuncio, i senatori repubblicani Ron Johnson e Rand Paul avevano diffuso alcuni messaggi del 2021 recuperati dal telefono di servizio di Anthony Fauci. All'epoca Fauci era direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e principale consigliere medico del presidente Joe Biden. Nei messaggi discuteva con altri funzionari dei possibili rischi e delle questioni ancora da chiarire sulla vaccinazione contro il Covid-19 durante la gravidanza.

Studi successivi hanno però dimostrato che quei vaccini erano sicuri in gravidanza. Interrogato sulla richiesta avanzata da alcuni senatori repubblicani affinché il Dipartimento della Giustizia possa incriminare Fauci per oltraggio al Congresso dopo il recente voto del Senato, Trump ha detto di non averne ancora parlato con Jeanine Pirro, procuratrice federale per il distretto di Columbia.


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Sniper Feeder Stonfo


In molte tecniche di pesca dalla barca, la pasturazione è necessaria per attirare i pesci all’amo innescato. Ma se si pesca su fondali importanti o in presenza di corrente diventa difficile pasturare con precisione e non si ha mai la certezza che l’esca cada proprio nell’area di pastura. Stonfo ha risolto questo problema con lo Sniper Feeder, uno speciale pasturatore, semplice da usare e molto efficace. Dopo aver riempito lo Sniper Feeder con la pastura si aggancia l’amo innescato su una speciale traccia presente sulla fiancata del feeder. Si cala il pasturatore capovolto, fissato con un moschettone a un lungo cordino. La forma aerodinamica e il suo peso di circa un chilogrammo, lo trasportano sino alla quota desiderata, con tutta la pastura che nella fase di calata rimane al suo interno. Una volta raggiunto il punto prescelto, si ferma il pasturatore e lo si recupera, mentre la pastura fuoriesce e l’esca rimane nel cono della scia di pasturazione. È interamente fatto di materiale plastico molto resistente. Indispensabile nel bolentino e in molte tecniche di pesca dalla barca.

stonfo.com

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IA e lavoro, le 5 competenze che le aziende cercheranno sempre di più


L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro: ecco le cinque competenze che le aziende potrebbero premiare sempre di più
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L'intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il mondo del lavoro e, insieme agli strumenti utilizzati ogni giorno, sta trasformando anche le competenze considerate più importanti dalle aziende. Saper utilizzare un chatbot o generare contenuti con l'IA può essere un punto di partenza, ma non è più sufficiente: il vero valore sta nella capacità di comprendere queste tecnologie, verificarne i risultati e integrarle efficacemente nei propri processi di lavoro. Nei prossimi anni, quindi, saranno sempre più richiesti professionisti capaci di unire competenze digitali, pensiero critico e capacità tipicamente umane. Ecco le cinque competenze legate all'IA che potrebbero fare la differenza nel mondo del lavoro.

La riflessione di Antti Valtonen di Jabra, uno dei principali sviluppatori al mondo di soluzioni audio e di comunicazione:

“Contrariamente alle visioni distopiche spesso illustrate, il futuro del lavoro non sarà definito dalla sostituzione delle persone con le macchine, ma da come impareremo a lavorare a fianco dei sistemi intelligenti”


Secondo il suo parere, la chiave risiede in uno stile di leadership più incentrato sull'essere umano e nella progettazione di spazi che uniscano autenticamente le persone.

"Il lavoro sta diventando più digitale e più distribuito, ma soprattutto più umano. Nei prossimi cinque anni, le imprese che avranno successo saranno quelle in grado di trasformare la connessione umana nella loro risorsa più grande", prevede Valtonen.



Samsung Galaxy Watch Ultra2 e Watch9 ufficiali: novità AI
I nuovi smartwatch Samsung integrano Galaxy AI, sensori evoluti e funzioni dedicate a salute, monitoraggio del sonno, allenamento e benessere, offrendo un’esperienza ancora più intelligente e completa al polso
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Mentre l'automazione gestisce la routine, l'uomo prende la guida


L'intelligenza artificiale sta progressivamente superando il ruolo di semplice strumento a supporto dei lavoratori, diventando un vero e proprio partner nei processi professionali. I sistemi intelligenti sono già in grado di occuparsi di attività cognitive di routine, elaborare informazioni, generare intuizioni e intervenire in alcuni momenti del lavoro quotidiano, comprese le riunioni. In questo scenario, il valore del professionista non dipenderà soltanto dalla capacità di utilizzare l'IA, ma soprattutto da quella di guidarla e interpretarne correttamente i risultati.

" I professionisti più preziosi saranno quelli che sapranno come guidare l'IA e interpretare i suoi risultati. La capacità di combinare la velocità e la scalabilità delle macchine con la creatività, l'empatia e il giudizio umano è la ricetta per il futuro successo che i datori di lavoro apprezzeranno", prosegue Valtonen.


Un hub per la connessione umana


L'ingresso dell'intelligenza artificiale nei processi di lavoro potrebbe cambiare anche il significato degli spazi professionali. Se le attività più ripetitive e automatizzabili saranno sempre più affidate ai sistemi intelligenti, l'ufficio potrebbe assumere un ruolo diverso rispetto al passato, diventando un luogo dedicato soprattutto alla collaborazione, alla creatività, al confronto e alla costruzione di relazioni. Secondo Valtonen, il tradizionale luogo di lavoro si sta infatti trasformando in un vero e proprio centro di networking e connessione tra le persone.

"Il modo in cui comunichiamo con la tecnologia — cosa diciamo e come lo diciamo — funge da ponte tra gli esseri umani e le macchine. Le persone non verranno più in ufficio perché ‘devono’, bensì con l’obiettivo di sperimentare un senso di appartenenza e condividere idee. L'ufficio del prossimo futuro non sarà definito dalle sue dimensioni, ma da come si sentono i dipendenti quando varcano le sue porte".



DJI Osmo Pocket 4P: qualità cinematografica e Pro
DJI Osmo Pocket 4P punta a rivoluzionare il settore delle fotocamere con stabilizzatore, combinando funzioni professionali, stabilizzazione avanzata e qualità video di livello cinematografico
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Una nuova generazione di leader definirà le condizioni per il successo


L'evoluzione del lavoro coinvolgerà anche il modo di guidare le organizzazioni. Secondo Valtonen, l'affermazione dell'intelligenza artificiale e dei nuovi modelli di lavoro sta accompagnando una trasformazione della leadership, con una crescente attenzione verso inclusione, empatia e fiducia. In questo scenario emerge una nuova generazione di leader, nella quale aumenta anche la presenza femminile, chiamata a ridefinire i criteri con cui valutare il successo professionale.

"Non si tratta solo di rappresentanza, ma di ridefinire la leadership. Il successo non si misura più in base alle gerarchie o alle ore lavorative, ma dalla capacità di guidare attraverso la fiducia. I modelli ibridi flessibili consentono uno stile di leadership che riflette la vita reale, bilanciando lavoro, famiglia e priorità personali senza compromessi".


Cinque competenze dell'IA che i datori di lavoro apprezzeranno nel mercato del lavoro del futuro


Secondo la valutazione degli esperti, nel mercato del lavoro del futuro non sarà sufficiente saper utilizzare gli strumenti basati sull'intelligenza artificiale. Sarà sempre più importante saper comunicare efficacemente con le applicazioni di IA per ottenere i risultati desiderati, ma anche analizzare criticamente i dati e gli output prodotti dai sistemi, riconoscendo eventuali errori e prendendo decisioni nel rispetto di criteri etici. A fare la differenza sarà inoltre la capacità di sviluppare nuove idee e combinare concetti in modi che gli algoritmi non sono in grado di elaborare autonomamente. Allo stesso tempo, le competenze relazionali continueranno ad avere un ruolo centrale: costruire fiducia e spirito di squadra, sia attraverso interazioni mediate dalla tecnologia sia di persona, diventerà fondamentale. Infine, i professionisti dovranno essere sempre più autonomi nella gestione del proprio lavoro e capaci di collaborare in modo efficace all'interno di ambienti delocalizzati e fortemente supportati dalla tecnologia.


Samsung Galaxy Watch Ultra2 e Galaxy Watch9 ufficiali: gli smartwatch AI che migliorano salute, sonno e allenamento


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Samsung ha annunciato i nuovi Galaxy Watch Ultra2 e Galaxy Watch9. Per favorirne l'utilizzo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, Samsung ha introdotto innovazioni all’avanguardia progettate per massimizzare il comfort e migliorare le prestazioni, grazie alla batteria più capiente e al display più luminoso mai realizzati su Galaxy Watch, oltre alla piattaforma Snapdragon Wear Elite. Questa nuova gamma premium si propone come punto di accesso ideale all’intelligenza artificiale applicata alla salute, trasformando complessi dati biometrici in indicazioni personalizzate e concrete a supporto del benessere degli utenti in ogni sua dimensione.

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Galaxy Watch Ultra2


Galaxy Watch Ultra2 è il Samsung Galaxy Watch più potente e avanzato mai realizzato. È progettato per affrontare le avventure outdoor più estreme e soddisfare le esigenze di chi ricerca prestazioni elevate, offrendo un'autonomia prolungata, una resistenza affidabile, un monitoraggio preciso delle attività e un controllo continuo dello stato di salute, anche nelle condizioni più impegnative. La funzione Trail running monitora nel dettaglio dislivello, l'avanzamento della salita e l'impatto del terreno, consentendo di gestire meglio il ritmo e ridurre il rischio di infortuni. Inoltre, Avviso alimentazione, una nuova funzionalità che si aggiunge all'attuale funzione Sudorazione, fornisce indicazioni in tempo reale sull'idratazione. Stimando la perdita di liquidi in relazione al peso corporeo, offre suggerimenti su quando e quanto idratarsi, aiutando gli utenti a raggiungere i propri obiettivi di corsa.
Galaxy Watch Ultra2 mostra dati dettagliati sul trail running sul suo display nitido da 5.000 nitGalaxy Watch Ultra2 mostra dati dettagliati sul trail running sul suo display nitido da 5.000 nit
Galaxy Watch Ultra2 supporta anche le attività di immersione professionale. Grazie alla certificazione IP69K, alla resistenza fino a 10 ATM e alla certificazione EN13319, non è solo resistente a polvere e acqua, ma è progettato anche per le immersioni, con funzionalità avanzate tra cui il monitoraggio della velocità di risalita e discesa e informazioni sui limiti di sicurezza dell'immersione, utilizzando l’app esclusiva Diving per Ultra2, il cui rilascio è previsto entro la fine dell’anno.
Non appena l’utente entra in acqua, Galaxy Watch Ultra2 monitora automaticamente in tempo reale dati relativi all’immersione, come profondità, durata e temperatura dell’acquaNon appena l’utente entra in acqua, Galaxy Watch Ultra2 monitora automaticamente in tempo reale dati relativi all’immersione, come profondità, durata e temperatura dell’acqua
Per alimentare queste funzionalità, Watch Ultra2 integra una potente batteria da 800 mAh e la piattaforma Snapdragon Wear Elite. Il display, ancora più ampio, è il primo al mondo nel settore degli smartwatch a raggiungere una luminosità di 5.000 nit (dati Samsung), garantendo una visibilità perfetta anche sotto la luce diretta del sole. Galaxy Watch Ultra2 mantiene la cassa in titanio resistente agli urti assicurando robustezza e durata e, nonostante la batteria più capiente, presenta un design sottile che si adatta con naturalezza tanto alle attività outdoor e sportive quanto all'utilizzo quotidiano.

Galaxy Watch9


Galaxy Watch9 è il compagno ideale per il benessere quotidiano, in grado di rasformare i dati biometrici personali in informazioni utili e indicazioni concrete per gestire con semplicità la routine quotidiana. Per valorizzare il suo ruolo di compagno per la salute, lo smartwatch combina un hardware ad alte prestazioni con un design confortevole: dotato di una cassa in alluminio leggera e resistente, mantiene l’iconica silhouette cushion di Galaxy Watch abbinata a un’ampia gamma di cinturini intercambiabili con finitura soft-touch.
Galaxy Watch9 è disponibile con cinturini in materiali e colori diversi, incluse opzioni in morbido silicone e tessuto leggeroGalaxy Watch9 è disponibile con cinturini in materiali e colori diversi, incluse opzioni in morbido silicone e tessuto leggero
La piattaforma Snapdragon Wear Elite offre al Watch9 un significativo incremento in termini di velocità ed efficienza, assicurando un monitoraggio dello stato di salute fluido e senza interruzioni. La batteria ad alta efficienza da 390 mAh garantisce un monitoraggio affidabile durante l’intero arco della giornata e della notte. Inoltre, il display con luminosità fino a 3.000 nit assicura una leggibilità ottimale e una visibilità nitida in qualsiasi condizione di illuminazione.

L'intelligenza artificiale al servizio della salute


Al centro dell'esperienza offerta da Samsung Galaxy Watch Ultra2 e Galaxy Watch9 ci sono le nuove funzionalità per la salute basate su Galaxy AI. Grazie al sensore BioActive, gli smartwatch monitorano costantemente parametri biometrici e abitudini quotidiane, trasformando i dati raccolti in informazioni chiare e suggerimenti personalizzati per aiutare gli utenti a comprendere meglio il proprio stato di salute e migliorare il benessere nel tempo.
Galaxy Watch9 e Galaxy Watch Ultra2 integrano la piattaforma Snapdragon Wear EliteGalaxy Watch9 e Galaxy Watch Ultra2 integrano la piattaforma Snapdragon Wear Elite
Le nuove funzioni, disponibili su entrambi i modelli, rafforzano l'approccio di Samsung alla prevenzione, unendo i dati rilevati durante la vita quotidiana con anni di ricerca clinica condotta insieme a università e istituzioni mediche internazionali. Galaxy Watch Ultra2 e Galaxy Watch9 offrono così strumenti sempre più evoluti per monitorare sonno, salute cardiovascolare, recupero e attività fisica. Tra le novità spiccano il rilevamento dell'apnea notturna supportato dall'intelligenza artificiale e autorizzato dalla FDA, il monitoraggio dei parametri vitali durante il sonno con notifiche in caso di anomalie, il punteggio dedicato al benessere cardiaco, l'analisi del carico cardiaco giornaliero per ottimizzare allenamento e recupero, l'indice di fitness con obiettivi personalizzati e una nuova funzione dedicata alla salute dell'udito, che avvisa l'utente quando viene esposto a livelli di rumore potenzialmente dannosi.

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Una collezione di cinturini pensata per ogni stile di vita


Uno smartwatch dovrebbe adattarsi allo stile di vita di chi lo indossa. Per questo, sia Galaxy Watch Ultra2 sia Galaxy Watch9 sono disponibili con un'ampia gamma di cinturini progettati per soddisfare esigenze e preferenze diverse. Che si tratti di affrontare percorsi outdoor impegnativi, praticare immersioni o partecipare a un incontro di lavoro, è possibile scegliere il cinturino migliore rispetto al contesto di utilizzo, coniugando funzionalità, comfort e stile.

Prezzi e disponibilità


Galaxy Watch Ultra2 è disponibile nel formato da 47 mm, mentre Galaxy Watch9 sarà disponibile in due dimensioni: 40 mm e 44 mm. Il primo è offerto in Titanium Silver e Titanium Gray. Watch9 da 40 mm invece, nelle colorazioni Cream e Graphite, mentre Watch9 da 44 mm nei colori Graphite e Silver. Ilprezzo del Galaxy Watch Ultra2 749 euro. Per il Galaxy Watch9 i prezzi oscillanio da un minimo di 409 ad un massimo di 489 euro. La disponibilità parte dal 7 agosto.

Consigliato da Techpertutti

Samsung Galaxy Watch Ultra2


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Ghost: blog e newsletter italiane ha ricondiviso questo.

David Crowley vince a sorpresa le primarie Dem per il governatore del Wisconsin


Il capo della contea di Milwaukee ha ribaltato 20 punti di svantaggio nei sondaggi e battuto la socialista Francesca Hong per 3mila voti. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Tiffany

David Crowley ha vinto la primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin. Ha battuto per circa 3mila voti su quasi 790mila la socialista-democratica Francesca Hong, che i sondaggi davano avanti di una ventina di punti. L'Associated Press ha assegnato la vittoria alle 2:34 di notte (le 9:34 in Italia), al termine di uno spoglio in cui i due si sono scambiati più volte vantaggi di poche centinaia di voti. Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, affronterà il 3 novembre il repubblicano Tom Tiffany, deputato sostenuto dal presidente Donald Trump, in uno degli stati più contesi del paese.

Con oltre il 95% delle schede scrutinate, Crowley ha ottenuto il 39,8% dei voti contro il 39,4% di Hong, mentre la terza classificata, la senatrice statale Kelda Roys, si è fermata al 7,5%. La legge del Wisconsin permette allo sconfitto di chiedere un riconteggio quando il distacco è inferiore a un punto percentuale (qui è di circa 0,4). Nella notte, con i risultati ancora incerti, Hong ha parlato ai sostenitori senza ammettere la sconfitta: "so che non abbiamo i risultati definitivi, ma so che siamo pronti a continuare a combattere".

Lo scrutinio è stato segnato da un errore a Milwaukee, dove le chiavette consegnate al centro di conteggio contenevano i registri di controllo invece dei risultati di almeno 28mila schede postali della città. La direttrice della commissione elettorale cittadina ha parlato di un "errore umano" che ha ritardato di ore il momento decisivo della serata. Quando i voti sono stati caricati, hanno premiato Crowley con circa 5 punti di vantaggio e hanno chiuso la corsa.

Hong arrivava al voto da favorita dopo essere stata davanti in tutti i sondaggi per mesi. L'ultima rilevazione della Marquette University la dava al 38% contro il 7% di Crowley e le medie stimavano un vantaggio intorno ai 20 punti. Lo scarto tra sondaggi e urne supera quello del Michigan, dove la settimana scorsa il progressista Abdul El-Sayed aveva vinto con un solo punto di margine una primaria per il Senato in cui era dato avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti.

Per Crowley la vittoria completa una rimonta cominciata un mese fa. Si era ritirato dalla corsa l'8 luglio con consensi a una cifra e fondi in esaurimento, per poi rientrare dieci giorni dopo, quando la campagna della vicegovernatrice Sara Rodriguez era crollata per irregolarità nei conti. Il governatore uscente Tony Evers lo ha appoggiato con una mossa considerata rara e ha girato lo stato con lui nell'ultima settimana. La campagna di Crowley ha raccolto a fine luglio quasi il triplo dei fondi dell'intero anno precedente e ha beneficiato di oltre 3 milioni di dollari di spese di comitati esterni.

Su Hong hanno pesato le vecchie posizioni riemerse nel finale di campagna, dai post sul definanziamento della polizia a quelli per abolire il Senato degli Stati Uniti e cancellare la festa del Ringraziamento, tutti ritrattati nelle ultime settimane senza spegnere le polemiche. Una parte dei democratici temeva che la sua candidatura avrebbe consegnato ai repubblicani uno stato che nel 2024 ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese. Evers aveva spiegato così il suo intervento contro di lei: Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter".

Cresciuto nella zona nord di Milwaukee da genitori con problemi di dipendenze e salute mentale, sfrattato tre volte da bambino, Crowley amministra dal 2020 la contea più popolosa dello stato. È il primo afroamericano e il più giovane di sempre in quel ruolo e se vincesse a novembre sarebbe il primo governatore nero del Wisconsin. In campagna ha promesso di costruire più case, migliorare il sistema sanitario e portare il salario minimo statale dagli attuali 7,25 dollari l'ora a 20 dollari entro il 2030.

La corsa di novembre parte aperta, perché le ultime tre elezioni per il governatore del Wisconsin senza un uscente in campo hanno cambiato ogni volta il partito al potere. Tiffany, 68 anni, ha vinto facilmente la sua primaria e ha detto che la strategia non cambierà con Crowley: "non c'è un centesimo di differenza tra i candidati democratici". Evers lo ha festeggiato su X nella notte definendolo "il futuro del nostro partito" e scrivendo che "per ora balliamo la polka. Domani torniamo al lavoro per vincere".

Primarie democratiche · Wisconsin

Crowley batte Hong per 3.000 voti nella corsa a governatore del Wisconsin

L’Associated Press assegna a Crawley una vittoria per 3.211 voti, quattro decimi di punto, sulla deputata statale Francesca Hong, con circa il 2 per cento delle schede che restano ancora da scrutinare. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Tiffany nella corsa per la successione a Tony Evers.

David Crowley 39,8%
Esecutivo della contea di Milwaukee · 313.321 voti

Francesca Hong 39,4%
Deputata statale di Madison · 310.110 voti

Kelda Roys 7,5%
Senatrice statale di Madison · 59.013 voti

Joel Brennan 4,7%
Ex segretario all’Amministrazione · 36.981 voti

Sara Rodriguez 4,1%
Vicegovernatrice · 32.505 voti

Mandela Barnes 4,1%
Ex vicegovernatore · 32.239 voti

787.678 voti conteggiati 98% scrutinato

Crowley in vantaggio Hong in vantaggio
MadisonMilwaukeeEau ClaireGreen Bay Margine in voti10.0002.500500

Crowley è avanti in 52 contee su 72, Hong in 20: sue Madison e le città universitarie, con lo scarto più ampio dello stato nella contea di Dane (+11.182 voti). Crowley ha vinto la sua, Milwaukee, per appena 2.392 voti.

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 9:52 italiane del 12 agosto 2026 con lo scrutinio al 98 per cento. Primarie democratiche dell’11 agosto 2026 per la carica di governatore del Wisconsin.

Martedì si votava anche in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in un'elezione speciale in South Carolina, con un bilancio misto per la sinistra democratica. In Minnesota la vicegovernatrice progressista Peggy Flanagan ha battuto di quasi 20 punti la deputata centrista Angie Craig nella primaria democratica per il Senato, nonostante circa 16 milioni di dollari di spese esterne a favore della rivale. "Per mesi vi ho detto che questa campagna era i molti contro i soldi", ha detto Flanagan ai sostenitori, "indovinate un po', i molti hanno appena vinto".

Flanagan, 46 anni e membro della nazione Ojibwe di White Earth, sarebbe la prima donna nativa americana eletta al Senato. Affronterà la repubblicana Michele Tafoya, ex giornalista sportiva televisiva, per il seggio della democratica uscente Tina Smith, in uno stato che non elegge un senatore repubblicano dal 2002. Sempre in Minnesota la senatrice Amy Klobuchar ha ottenuto quasi senza rivali la candidatura democratica per governatore, dopo la rinuncia di Tim Walz travolto a gennaio da uno scandalo sulle frodi nei programmi sociali dello stato. Tra i repubblicani la presidente della Camera statale Lisa Demuth ha sconfitto Mike Lindell, il fondatore dell'azienda di cuscini MyPillow sostenuto da Trump e tra i più noti negazionisti della sua sconfitta del 2020.

In South Carolina la senatrice Darline Graham, nominata a luglio per completare il mandato del fratello Lindsey Graham, morto un mese fa, non ha raggiunto la maggioranza necessaria a vincere subito la primaria repubblicana speciale per il Senato, nonostante il sostegno di Trump. Il 25 agosto andrà al ballottaggio contro Ralph Norman, deputato veterano e vicepresidente del Freedom Caucus, il gruppo dei parlamentari repubblicani più a destra.

In Connecticut il deputato John Larson, 78 anni e in carica da 28, ha perso la primaria democratica del primo distretto contro Luke Bronin, ex sindaco di Hartford di 47 anni. Bronin ha impostato la campagna sul ricambio generazionale, dopo vittorie simili di sfidanti più giovani a New York e Denver. Il governatore Ned Lamont ha invece ottenuto facilmente la candidatura a un terzo mandato. In Vermont l'economista Amanda Janoo ha vinto la primaria democratica per governatore e sfiderà il repubblicano Phil Scott, rieletto nel 2024 con più di 50 punti di margine.

In Wisconsin i democratici hanno scelto anche Rebecca Cooke per la rivincita nel terzo distretto contro il repubblicano Derrick Van Orden, che l'aveva battuta nel 2024 per meno di 3 punti. Il distretto è uno dei seggi che il partito considera decisivi per riconquistare la Camera. Nel settimo, lasciato libero da Tiffany, i repubblicani hanno candidato Michael Alfonso, 26 anni, genero del segretario ai Trasporti Sean Duffy e sostenuto da Trump. Se eletto sarebbe il membro più giovane del Congresso.


La socialista Francesca Hong è la favorita nelle primarie per il governatore del Wisconsin


Gli elettori del Wisconsin votano oggi, martedì 11 agosto, nelle primarie che assegnano le candidature per le elezioni del 3 novembre, quando lo stato sceglierà il nuovo governatore. L'attenzione nazionale è concentrata sulla corsa democratica, dove la favorita è Francesca Hong, deputata statale di 37 anni che si definisce socialista-democratica. Se vincesse la nomination e poi le elezioni, sarebbe la prima socialista dichiarata a guidare uno stato americano, oltre che la prima donna a governare il Wisconsin. Una parte del suo partito teme però che la sua candidatura consegni ai repubblicani uno degli stati più contesi del paese.

La corsa è aperta perché il governatore democratico Tony Evers, in carica da due mandati, ha deciso di non ricandidarsi. Chi vince la primaria democratica affronterà a novembre Tom Tiffany, deputato repubblicano al Congresso dal 2020, sostenuto dal presidente Donald Trump e senza veri rivali interni. Nel 2024 il Wisconsin ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese e cinque delle ultime sette elezioni presidenziali si sono decise qui per meno di un punto percentuale. I democratici puntano anche a conquistare le due camere del parlamento statale, oggi a maggioranza repubblicana, per ottenere il controllo completo dello stato per la prima volta dal 2010. Il governatore del Wisconsin certifica inoltre i risultati delle elezioni presidenziali e Tiffany nel 2021 votò contro la certificazione della vittoria di Joe Biden.

Le primarie del Wisconsin sono aperte, cioè gli elettori non si registrano per partito e ognuno può decidere in quale primaria votare, purché in una sola. Vince chi prende più voti, senza soglie né ballottaggi. Secondo i sondaggi, tra il 4 e il 6% dei votanti della primaria democratica si dichiara repubblicano, ma questi elettori sostengono soprattutto i candidati moderati. I seggi chiudono alle 20 locali (le 3 del mattino di mercoledì in Italia) e oltre 235mila persone hanno già votato in anticipo o per posta. Sulla scheda ci sono anche le primarie per il Congresso e per il parlamento statale. Nella stessa giornata si vota in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in due elezioni speciali in Alabama e South Carolina.

Hong è nata a Madison da genitori immigrati dalla Corea del Sud, ha lavorato come chef, ha gestito un ristorante e ancora oggi fa la barista part-time. Madre single, nel 2020 è diventata la prima asiatico-americana eletta all'Assemblea statale e rappresenta il centro di Madison, una delle zone più progressiste degli Stati Uniti. È iscritta ai Democratic Socialists of America, la principale organizzazione della sinistra socialista americana, dalla cui piattaforma nazionale ha comunque preso le distanze e da cui non ha ricevuto un sostegno ufficiale.

Il suo programma prevede di alzare il salario minimo statale da 7,25 a 20 dollari l'ora e di rendere gratuiti per tutti sanità e asili nido. Propone anche più fondi alla scuola pubblica e tasse più alte per i più ricchi. La sua proposta più riconoscibile è una moratoria di un anno sulla costruzione di nuovi data center, che intercetta una rabbia diffusa. Il 76% degli elettori dello stato ritiene infatti che i costi di questi impianti superino i benefici. La sua campagna, costruita dal basso con più di 7mila volontari, ha riempito un comizio di oltre mille persone con la deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar e lo streamer di sinistra Hasan Piker.

Il passato radicale di Hong è diventato il tema centrale del finale di campagna. Negli anni scorsi aveva chiesto di togliere i fondi alla polizia come primo passo verso la sua abolizione, aveva scritto di voler abolire il Senato degli Stati Uniti e a maggio aveva detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". In un post del 2020, poi cancellato, aveva proposto di cancellare la festa del Ringraziamento, che considerava una celebrazione del colonialismo. Nelle ultime settimane ha ritrattato quasi tutto. Ha assicurato che non abolirà la polizia, ha definito "più che altro aspirazionali" le parole sulle carceri e "senza senso" l'idea di abolire il Senato. Il Ringraziamento, ha aggiunto, è la sua festa preferita. "Ho avuto delle uscite a caldo, delle pessime uscite su Twitter", ha detto ai giornalisti, "ma sono evoluta, ho imparato. Penso sia più disonesto non imparare". Nemmeno Bernie Sanders, il socialista democratico più noto del paese, prevede per ora di sostenerla.

La primaria è stata una delle più caotiche dell'anno. Il principale rivale di Hong è David Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, la più popolosa dello stato, che sarebbe il primo governatore afroamericano del Wisconsin. Crowley si era ritirato a inizio luglio, ma è rientrato in corsa dieci giorni dopo con l'appoggio di Evers, subito dopo il ritiro della vicegovernatrice Sara Rodriguez, travolta da irregolarità nella gestione dei conti della campagna.

A fine luglio ha abbandonato anche l'ex vicegovernatore Mandela Barnes, candidato democratico al Senato nel 2022, lo stesso giorno in cui il Milwaukee Journal Sentinel ha rivelato che il partito aveva esaminato in passato segnalazioni su suoi comportamenti inappropriati verso giovani donne, segnalazioni la cui esistenza la sua campagna nega. Restano in corsa, con consensi minimi, la senatrice statale Kelda Roys e l'ex dirigente dell'amministrazione statale Joel Brennan. Le schede però erano già state stampate, così i nomi dei ritirati compaiono ancora e chi aveva già votato per posta per uno di loro non può cambiare il proprio voto.

Il sondaggio della Marquette University, considerato il più affidabile dello stato, ha visto Hong al primo posto in tutte e cinque le rilevazioni pubblicate da ottobre. L'ultima la dava al 38% contro il 7% di Crowley, con un terzo di elettori ancora indeciso. Dopo il ritiro di Barnes un altro sondaggio le ha assegnato 22 punti di vantaggio e le medie stimano un margine intorno ai 20 punti.

Sondaggi · Wisconsin

Hong arriva al voto sopra il 40 per cento, Crowley si ferma al 20

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria democratica per governatore. Per mesi la corsa l’ha guidata Barnes intorno al 24 per cento, poi da giugno Hong è salita fino al 42,8 mentre il campo le si sfaldava intorno: le righe tratteggiate segnano i ritiri di Rodriguez (17 luglio, al 13,1) e di Barnes (30 luglio, al 18,7), e le loro linee si fermano lì. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto 17 luglio: Rodriguez 30 luglio: Barnes Hong 42,8 Crowley 20,3 Roys 8,9
La media si ferma al 4 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 11 agosto.

Attenzione. Crowley si è ritirato l’8 luglio per sostenere Rodriguez ed è rientrato il 18, quando lei ha lasciato: la sua linea non si interrompe, ma in quei dieci giorni corre senza rilevazioni. Barnes, Rodriguez e Hughes restano comunque sulla scheda. Brennan, mai sopra il 6 per cento, non è mostrato; quattro delle 15 rilevazioni sono sondaggi interni delle campagne o di istituti repubblicani, e nella media pesano la metà.

Fonte Elaborazione di Focus America su 15 sondaggi della primaria democratica raccolti da Wikipedia, aggiornati al 10 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le cinque linee.

Hong
Crowley
Barnes
Rodriguez
Roys

Martedì scorso, però, nel vicino Michigan il progressista Abdul El-Sayed ha vinto di misura la primaria democratica per il Senato nonostante i sondaggi lo dessero avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti. La campagna di Crowley sostiene che anche in Wisconsin la corsa sia più stretta di quanto sembri e cita un proprio sondaggio interno in cui Hong è avanti 42% a 24%. Il pareggio arriva solo ricalibrando il campione sull'elettorato più anziano del 2022 e leggendo agli intervistati delle descrizioni dei candidati, una tecnica considerata poco attendibile. Per ribaltare il risultato servirebbe quindi un errore ancora più grande di quello del Michigan. Qualche margine di incertezza esiste comunque, perché il consenso di Hong si concentra tra i giovani e gli elettori molto progressisti, mentre gli indecisi sono soprattutto anziani e moderati, cioè le categorie che alle urne vanno più spesso.

Il timore dei vertici democratici è che Hong perda a novembre. In un confronto diretto rilevato da Marquette a luglio, Tiffany era avanti su di lei tra gli elettori registrati, sia pure entro il margine di errore, mentre tra i votanti più probabili i due risultavano alla pari. Il 55% degli elettori dello stato ha inoltre un'opinione negativa dei socialisti democratici, contro il 25% che ne ha una positiva. Gli stessi repubblicani considerano Hong l'avversaria più facile da battere, al punto che comitati a loro vicini hanno speso milioni di dollari in spot che formalmente la attaccano, ma su temi che la rafforzano tra i progressisti, come la sua opposizione alle politiche di espulsione del presidente e la volontà di abolire l'ICE (l'agenzia federale per l'immigrazione).

Evers ha spiegato il suo sostegno a Crowley dicendo che Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter". David Axelrod, lo stratega delle vittorie di Barack Obama, ha scritto che una sua nomination danneggerebbe gli altri candidati democratici, definendola "una fonte di stramberie liberal da salotto dei professori". Hong ha risposto che quel commento è "un esempio perfetto del perché la classe dei consulenti continua a perdere le elezioni" e che i consulenti sono "determinati a tenere la classe lavoratrice fuori dalla politica", chiudendo con un invito: "Ho passato più tempo nelle cucine che nei salotti dei professori. Le andrebbe di venire in Wisconsin a fare con me il servizio della cena di un venerdì sera?".

Crowley usa l'argomento opposto: "C'è molta gente spaventata", ha detto, "è una socialista dichiarata". Secondo lui le elezioni statali si vincono con una coalizione fatta "non solo di democratici, ma di repubblicani e indipendenti"; ha comunque promesso che sosterrà Hong se vincerà la primaria. Lei risponde che la sua coalizione comprende anche "repubblicani e indipendenti stufi" e che "la persona che prende più voti è la più eleggibile". Tiffany ha già fissato la linea per l'autunno, dicendo che Hong "può rimangiarsi tutto quello che vuole, ma non può nascondere chi è", mentre l'ex governatore repubblicano Scott Walker ha descritto l'eventuale sfida tra i due come "buon senso contro follia pericolosa", prevedendo comunque una corsa combattuta.

Da 64 anni il Wisconsin elegge ogni nuovo governatore dal partito opposto a quello del predecessore, una tradizione che favorirebbe i repubblicani. Il partito del presidente in carica però perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e l'approvazione di Trump nello stato è scesa al 38%, il suo minimo storico. Tiffany parte comunque con molti più soldi. Ha raccolto 13,3 milioni di dollari, più dell'intero campo democratico messo insieme, mentre Hong e Crowley hanno superato di poco il milione a testa. Lo spoglio comincerà nella notte italiana e il nome dello sfidante di Tiffany dovrebbe essere chiaro nella mattinata di mercoledì.


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La forza lavoro americana scende ai minimi dalla pandemia


Il tasso di partecipazione è sceso al 61,4%, come non accadeva dal febbraio 2021. Pesano l'uscita dei baby boomer e la stretta sull'immigrazione, ma anche i disoccupati che smettono di cercare dopo mesi di invio di curriculum senza risposta.

La quota di americani che lavorano o cercano attivamente un impiego è scesa ai livelli più bassi dalla pandemia. A luglio il tasso di partecipazione alla forza lavoro è calato al 61,4%, ha comunicato venerdì il Bureau of Labor Statistics (BLS), l'istituto federale di statistica del lavoro: l'ultima volta che era stato registrato un valore simile risale al febbraio 2021. Nell'ultimo anno la forza lavoro americana si è ridotta di oltre un milione di persone, passando dai 170,4 milioni del luglio 2025 agli attuali 169,1 milioni, con il calo più marcato concentrato negli ultimi due mesi.

Il tasso di partecipazione misura la quota della popolazione potenzialmente disponibile al lavoro che è già occupata oppure sta cercando attivamente un impiego. Lo stesso rapporto ha registrato a luglio una perdita netta di 23.000 posti di lavoro, contro le attese degli economisti, che prevedevano invece un aumento dell'occupazione. Il tasso resta inoltre molto lontano dal 63,3% registrato all'inizio del 2020, prima della pandemia.

"I cali del tasso di partecipazione stanno diventando più preoccupanti, perché il valore è vicino ai minimi storici", ha scritto Dominic Pappalardo, chief multi-asset strategist di Morningstar Wealth. Al netto della parentesi pandemica, ha aggiunto, per ritrovare un dato così basso bisogna tornare indietro di decenni. Una riduzione della quota di persone disponibili a lavorare rappresenta inoltre un problema per la crescita economica di lungo periodo, ha spiegato Cory Stahle, senior economist dell'Indeed Hiring Lab.

Il rovescio della disoccupazione

La quota di americani che lavora o cerca lavoro non è mai stata così bassa in vent’anni

A luglio il tasso di partecipazione è sceso al 61,4% e in dodici mesi la forza lavoro ha perso 1,3 milioni di persone. La disoccupazione cala al 4,1%, ma solo perché chi non trova lavoro smette di cercarlo.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Tasso di partecipazione alla forza lavoro, luglio 2026
61,4%

Era il 62,2% un anno fa. Sotto, la serie mensile dal 2006.

Dal 66,4% del dicembre 2006 la curva scende fino al 62,4% del settembre 2015, risale al 63,3% del gennaio 2020, crolla al 60,1% dell’aprile 2020, recupera fino al 62,8% dell’agosto 2023 e torna a scendere fino al 61,4% del luglio 2026.

In vent’anni di rilevazioni il tasso è sceso a questo punto soltanto cinque volte, tutte comprese tra l’aprile 2020 e il febbraio 2021. Prima della pandemia non era mai andato sotto il 62,4%.

Se la quota fosse rimasta quella di un anno fa, oggi nella forza lavoro ci sarebbero 2,1 milioni di persone in più: 171,2 milioni invece di 169,1.

1 Gli ultimi dodici mesi

La discesa si è accentuata negli ultimi due mesi


Tasso di partecipazione mese per mese, dati destagionalizzati. Trascina o tocca il grafico per leggere i singoli mesi.

Luglio 2025: 62,2%. Agosto: 62,3%. Settembre: 62,5%. Novembre: 62,5%. Dicembre: 62,4%. Gennaio 2026: 62,1%. Febbraio: 62,0%. Marzo: 61,9%. Aprile: 61,8%. Maggio: 61,8%. Giugno: 61,5%. Luglio 2026: 61,4%.

Il grafico mostra i dodici mesi disponibili: a ottobre 2025 la rilevazione fu sospesa per lo shutdown federale e quel mese non esiste nella serie.

2 Chi è uscito

Il calo si concentra tra chi ha studiato di meno


Ogni linea unisce il tasso di partecipazione del luglio 2025 (cerchio chiaro) a quello del luglio 2026 (cerchio pieno).

Titolo di studio: senza diploma dal 49,0% al 45,5%; diploma superiore dal 56,5% al 56,6%; college non concluso dal 63,0% al 61,4%; laurea dal 71,5% al 70,7%. Gruppi: uomini dal 70,0% al 69,2%; donne dal 58,6% al 57,7%; bianchi dal 62,0% al 60,7%; neri dal 61,7% al 61,3%; ispanici dal 67,0% al 66,4%; asiatici dal 64,9% al 65,0%.

Titolo di studio: popolazione dai 25 anni in su. Uomini e donne: dai 20 anni. Bianchi, neri, asiatici e ispanici: dai 16 anni.

Pesa anche l’immigrazione: in dodici mesi la popolazione adulta nata all’estero è diminuita di 401.000 persone e la forza lavoro straniera di 550.000 (dati non destagionalizzati).

3 Il bilancio dell’anno

La popolazione cresce, la forza lavoro si svuota


Variazione tra luglio 2025 e luglio 2026, in milioni di persone.

Popolazione adulta: +1,5 milioni. Forza lavoro: −1,3 milioni. Adulti fuori dalla forza lavoro: +2,8 milioni.

Le due cose si sommano: 1,5 milioni di adulti in più e 1,3 milioni di persone uscite dal mercato fanno 2,8 milioni di inattivi in più. Di questi, 5,9 milioni dicono di volere un lavoro senza però cercarlo.

4 Le pietre di paragone

Dal massimo del 2000 mancano quasi sei punti


Il tasso di partecipazione nei tre momenti che gli economisti usano come termine di confronto.

67,3%
Gennaio 2000
Massimo storico

63,3%
Gennaio 2020
Prima della pandemia

61,4%
Luglio 2026
Oggi

Fuori dalla parentesi pandemica, per ritrovare un valore così basso bisogna risalire alla metà del 1976, quando le donne americane erano ancora in larga parte fuori dal mercato del lavoro. Ogni decimo di punto vale oggi circa 275.000 persone.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati del Bureau of Labor Statistics: The Employment Situation – July 2026 (7 agosto 2026), tabelle A-1, A-4 e A-7, e serie mensile destagionalizzata del tasso di partecipazione alla forza lavoro civile, luglio 2006 – luglio 2026. Il massimo del gennaio 2000 e il riferimento al 1976 provengono dalla serie storica BLS che parte dal 1948.

Pensionamenti e meno giovani per sostituire i boomer


Una parte del fenomeno è strutturale. I baby boomer più giovani hanno ormai superato i sessant'anni e la loro progressiva uscita dal mercato del lavoro è "la costante che spinge il tasso verso il basso, il motivo principale del calo chiaro e prolungato", ha spiegato Stahle. A questo si aggiungono però anche il calo della natalità degli ultimi decenni, le regole più restrittive sull'immigrazione e l'intensificazione dei controlli durante il secondo mandato di Donald Trump, ha osservato Matthew Martin, senior economist di Oxford Economics. Mentre i lavoratori più anziani lasciano in massa il mercato, "non ci sono necessariamente altri lavoratori giovani a prenderne il posto", ha spiegato.

Ma il dato può riflettere anche una crescente difficoltà nel trovare un impiego. Il BLS considera disoccupata e in cerca di lavoro soltanto una persona che abbia cercato attivamente un'occupazione nelle quattro settimane precedenti. In un mercato come quello attuale, tuttavia, quattro settimane possono essere un periodo molto breve: secondo il rapporto di luglio, un disoccupato americano impiega in media quasi 25 settimane per trovare un nuovo posto di lavoro e circa un quarto delle persone in cerca di occupazione è senza lavoro da almeno 6 mesi. È quindi sufficiente che qualcuno, dopo decine di candidature rimaste senza risposta, interrompa la ricerca per un mese perché esca tecnicamente dalla forza lavoro.

A luglio i cosiddetti lavoratori scoraggiati erano 503.000, contro i quasi 460.000 di un anno prima. Si tratta di persone che non hanno cercato lavoro nelle ultime quattro settimane e che, tra le ragioni, indicano anche la convinzione che non vi siano opportunità disponibili. "Non so se sia rumore nei dati o l'inizio di un trend", ha detto Martin. "Sicuramente può essere una parte della spiegazione." Stahle è più netto: "La paura è che si stia arrivando a un punto in cui la gente dice: non cerco più lavoro. Sto un po' rinunciando alla mia ricerca di lavoro", ha spiegato a MarketWatch.


L'economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio


L'economia statunitense ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio, mentre gli economisti interpellati dal Wall Street Journal si aspettavano 83.000 assunzioni nette. Il dato è contenuto nel rapporto mensile diffuso oggi dal Bureau of Labor Statistics, l'istituto di statistica del Dipartimento del Lavoro. Il tasso di disoccupazione è tuttavia sceso dal 4,2% di giugno al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025.

Il rapporto ha ridimensionato anche i risultati dei due mesi precedenti: i posti creati a maggio sono stati rivisti da 129.000 a 63.000 e quelli di giugno da 57.000 a 20.000. Complessivamente, si tratta di 103.000 assunzioni in meno rispetto alle prime stime. La media mensile dell'ultimo anno scende così a 34.000 nuovi posti di lavoro creati. Le revisioni cancellano gran parte dello slancio che sembrava aver caratterizzato i primi mesi del 2026, quando la ripresa delle assunzioni era stata attribuita all'ottimismo per i tagli fiscali, la tregua sui dazi, la riduzione dei tassi d'interesse e il rallentamento dell'inflazione.

Occupazione · Luglio 2026

L’America ha perso posti di lavoro, ma la disoccupazione è scesa lo stesso

Il Bureau of Labor Statistics registra 23.000 posti in meno a luglio e ne cancella altri 103.000 dalle stime di maggio e giugno. Il tasso di disoccupazione scende al 4,1% perché sempre meno americani cercano un impiego.

Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026

Posti di lavoro creati a luglio

Le attese
+83.000

Il dato reale
−23.000

Media degli economisti interpellati dal Wall Street Journal
Uno scarto di 106.000 posti rispetto alle previsioni

Nell’ultimo anno l’economia americana ha creato in media 34.000 posti al mese: poco più di un terzo del ritmo che teneva nel 2024.

Quattro anni in un grafico

La creazione di posti di lavoro si è spenta mese dopo mese


Variazione mensile degli occupati non agricoli, in migliaia. La linea blu è la media dei dodici mesi precedenti: a gennaio 2023 superava i 380.000 posti al mese, oggi è a 34.000.

Posti creati Posti persi Media a 12 mesi

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i singoli mesi.

Dentro il rapporto

Tre cose che rendono il dato peggiore di com’è apparso


Le revisioni Il paradosso I settori

Il Bureau of Labor Statistics ha ricalcolato i due mesi precedenti. Entrambi valevano circa la metà di quanto era stato annunciato.

−103.000
posti in meno rispetto alle prime stime. Le revisioni cancellano quasi tutto lo slancio dei primi mesi del 2026.

Occupati e disoccupati arrivano da due indagini diverse. I posti si contano nelle buste paga delle imprese; il tasso di disoccupazione nasce da un sondaggio tra le famiglie, e considera disoccupato solo chi ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane. Chi smette di cercare esce dal conteggio.

A luglio la disoccupazione è scesa al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025. Nello stesso mese però la quota di americani che lavorano o cercano lavoro è caduta al minimo da oltre cinque anni: il tasso cala anche quando l’occupazione non cresce.

61,4%
Tasso di partecipazione, sette decimi in meno rispetto a gennaio

5,9 mln
Americani fuori dalla forza lavoro che dicono di volere un impiego

921.000
Persone in attesa di rientrare dopo un licenziamento: 153.000 in più in un mese

Ogni comparto sposta il saldo del mese. Le perdite di scuola, negozi e finanza pesano molto più di quanto la sanità riesca a compensare, e il totale si ferma a 23.000 posti in meno.

Passa il dito o il mouse su un comparto per vedere il saldo progressivo.

«Tutti gli altri comparti» è una voce residua: la differenza fra il saldo totale di luglio e i comparti indicati sopra.

Il turismo doveva essere il grande beneficiario dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell’ospitalità ha invece perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto fermo a luglio. La retribuzione oraria media è ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.


A luglio 2026 l’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro contro le 83.000 assunzioni attese. Maggio è stato rivisto da 129.000 a 63.000 posti e giugno da 57.000 a 20.000, per un totale di 103.000 posti in meno rispetto alle prime stime. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 4,2% al 4,1%, mentre il tasso di partecipazione è caduto al 61,4%.

Fonte Elaborazione su dati del Bureau of Labor Statistics, rapporto sull’occupazione di luglio 2026 (dati destagionalizzati), e sul sondaggio del Wall Street Journal tra gli economisti. La rilevazione di ottobre 2025 non è stata effettuata a causa dello shutdown federale.

Perché cala anche la disoccupazione


Il numero degli occupati e il tasso di disoccupazione provengono da due rilevazioni diverse e possono quindi muoversi in direzioni apparentemente contraddittorie. I posti di lavoro vengono calcolati attraverso un'indagine sulle imprese, che misura il numero di persone presenti nelle buste paga. Il tasso di disoccupazione deriva invece da un sondaggio sulle famiglie, nel quale una persona viene considerata disoccupata soltanto se ha cercato attivamente un impiego nelle quattro settimane precedenti. Chi smette di cercarlo esce dalla forza lavoro e non viene più conteggiato: il tasso può quindi diminuire anche senza un aumento dell'occupazione.

A luglio il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni e sette decimi di punto in meno rispetto a gennaio. Gli americani fuori dalla forza lavoro che dichiarano di volere un impiego sono 5,9 milioni. Sono inoltre aumentate di 153.000 unità, fino a 921.000, le persone temporaneamente senza lavoro a causa di un licenziamento.

Le perdite si sono concentrate in pochi comparti. L'istruzione gestita dagli enti locali ha tagliato 50.000 posti, il commercio al dettaglio 19.000 e le attività finanziarie 14.000. La sanità ha invece continuato a crescere, con 22.000 nuove assunzioni. La retribuzione oraria media è rimasta ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.

Mondiali senza l'attesa spinta alle assunzioni


Le imprese devono intanto affrontare un aumento dei costi su più fronti. Le spedizioni di petrolio dal Golfo Persico restano ostacolate dalla guerra in Medio Oriente, mentre l'Amministrazione Trump ha rilanciato la propria offensiva commerciale introducendo nuovi dazi sulle importazioni. In questo contesto, anche reperire manodopera è diventato più difficile: il forte rallentamento dell'immigrazione ha ulteriormente ristretto l'offerta di lavoratori disponibili.

Non si è inoltre materializzata l'ondata di assunzioni che gli economisti prevedevano in vista dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell'ospitalità, che avrebbe dovuto beneficiarne per primo, ha perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto sostanzialmente fermo a luglio.

La Casa Bianca non ha ancora commentato il nuovo rapporto, pubblicato a circa tre mesi dalle elezioni di metà mandato, nonostante la Casa Bianca cerchi di rassicurare gli elettori sulla solidità dell'economia. Il calo dell'occupazione e le pesanti revisioni dei mesi precedenti riaprono però gli interrogativi sulla tenuta della crescita americana, in una fase segnata da un'inflazione ancora elevata e da costi crescenti per imprese e famiglie.


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Trasparenza salariale, l'Italia apripista in Europa: cosa cambia davvero per lavoratori e imprese


Fascia retributiva negli annunci, niente domande sullo stipendio attuale, diritto a sapere quanto guadagnano i colleghi: cosa prevede la nuova legge.

Dal 7 giugno 2026 l'Italia è tra i pochi paesi europei ad aver recepito nei tempi previsti la direttiva comunitaria sulla trasparenza salariale. Il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96 introduce obblighi concreti per le aziende e nuovi diritti per chi lavora, secondo il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La norma attua la direttiva (UE) 2023/970 del 10 maggio 2023, come si legge nel testo della direttiva stessa.

Al di là degli annunci istituzionali, la domanda che conta è un'altra: cosa cambia davvero, nella pratica, per chi si siede a un tavolo di trattativa con un'azienda? E chi resta fuori da questo nuovo perimetro di garanzie?

Le nuove regole del colloquio


Il cambiamento più immediato riguarda il momento più delicato di ogni assunzione: la trattativa sulla retribuzione. Fino a ieri il datore di lavoro poteva chiedere al candidato quanto guadagnasse nel lavoro precedente, usando quella cifra come punto di partenza — spesso al ribasso — per la nuova offerta. Da oggi questa domanda è vietata per legge. L'articolo 5 del decreto obbliga inoltre le aziende a indicare, già nell'annuncio o comunque prima del colloquio, la retribuzione iniziale o una fascia retributiva precisa per la posizione offerta.

È un cambiamento che sposta il potere negoziale. Il candidato entra nella trattativa sapendo già quanto l'azienda è disposta a offrire, invece di doverlo intuire o subire un'offerta calibrata sul suo stipendio precedente. Chi arriva da un settore o da un'azienda con retribuzioni più basse — spesso, i dati Istat lo confermano, le donne più degli uomini — non parte più penalizzato da quel precedente.

A trattativa conclusa, il lavoratore mantiene un diritto altrettanto concreto: può chiedere, una volta all'anno, quali sono i livelli retributivi medi per genere della categoria di lavoratori che svolge lo stesso ruolo o un ruolo di pari valore. L'azienda ha due mesi per rispondere, secondo quanto previsto dall'articolo 7 del decreto. Non serve più affidarsi al passaparola tra colleghi, spesso reticenti a parlare di stipendi, per scoprire di essere pagati meno di chi fa lo stesso lavoro.

Se un lavoratore ritiene di aver subito una discriminazione retributiva e porta il caso davanti al giudice o alle autorità competenti, cambia anche chi deve convincere chi. Non sarà più il lavoratore a dover dimostrare la discriminazione, ma l'azienda a dover dimostrare che non c'è stata: un'inversione dell'onere della prova che il decreto introduce in linea con la direttiva europea.

Il vuoto delle partite IVA


C'è però un limite netto, che riguarda una parte crescente del mercato del lavoro italiano: le nuove tutele valgono solo per chi ha un contratto di lavoro subordinato. Lo stabilisce l'articolo 2 del decreto, che circoscrive l'ambito di applicazione ai rapporti di lavoro «a tempo determinato e a tempo indeterminato, anche a tempo parziale», comprese le posizioni dirigenziali, escludendo il lavoro domestico e quello intermittente. Il lavoro autonomo — partite IVA, collaborazioni, consulenze — resta semplicemente fuori dal perimetro della norma, così come lo è dalla direttiva europea che la origina.

Per chi lavora con partita IVA, quindi, nessun obbligo per il committente di indicare un compenso o una fascia di compenso prima di avviare una trattativa, nessun divieto di chiedere quanto si guadagnava con il committente precedente, nessun diritto di conoscere quanto vengono pagati colleghi che svolgono lo stesso lavoro. La trattativa resta quella di sempre: individuale, senza alcun punto di riferimento oggettivo imposto per legge.

È una distinzione che pesa, perché il lavoro autonomo in Italia non è un fenomeno marginale: gli occupati autonomi erano 5 milioni 277mila a gennaio 2026, secondo l'ultimo comunicato Istat sulle forze di lavoro, di cui oltre 1,378 milioni liberi professionisti, secondo i dati di Confprofessioni riportati da ANSA. In molti settori — dalla consulenza alla comunicazione, dal giornalismo alla ricerca — il lavoro autonomo è diventato la forma contrattuale prevalente per intere fasce professionali, comprese quelle a più alta scolarizzazione.

Chi è già coperto, chi aspetta ancora


Anche tra i lavoratori subordinati, non tutti gli obblighi valgono da subito nello stesso modo. Gli obblighi appena descritti — fascia retributiva negli annunci, divieto di chiedere lo stipendio precedente, diritto di richiedere i livelli retributivi medi — si applicano già da ora a tutte le aziende, senza soglia dimensionale: vale anche per l'impresa con un solo dipendente, come previsto dall'articolo 2 del decreto e dall'articolo 2 della direttiva europea, che non fissano alcuna soglia dimensionale per questi obblighi.

Gli obblighi di rendicontazione periodica sul divario retributivo, quelli che impongono alle aziende di pubblicare dati aggregati su sette indicatori — dal divario complessivo a quello nelle componenti variabili — riguardano invece solo le aziende con almeno 100 dipendenti. Per quelle sopra i 150 dipendenti la prima scadenza è il 7 giugno 2027; per la fascia 100-149 dipendenti, il 2031.

In Italia le imprese con meno di dieci addetti sono il 95,1% del totale e impiegano il 42,6% degli occupati, secondo il censimento Istat sulla struttura delle imprese. Questa parte ampia del tessuto produttivo nazionale resta dunque fuori dal reporting periodico, pur essendo già soggetta — come tutte le altre — agli obblighi di trasparenza pre-assunzione e al diritto individuale di informazione appena descritti.

Le domande de L'Analista


Quanto tempo impiegherà il mercato del lavoro subordinato ad assorbire davvero il divieto di chiedere lo stipendio precedente, evitando che le aziende trovino formulazioni indirette per ottenere la stessa informazione? E soprattutto: ha senso che una platea di oltre 5 milioni di lavoratori autonomi resti fuori da qualsiasi obbligo di trasparenza sui compensi, in un mercato del lavoro italiano dove le partite IVA rappresentano per molte professioni la normalità, non l'eccezione?

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Tra i giovani americani il divario politico di genere non è mai stato così ampio


Il 66% delle giovani americane si dichiara democratica, contro il 44% dei coetanei uomini. Solo tra le donne l'orientamento politico cambia con l'età.

Il 66% delle giovani americane si dichiara democratica o comunque più vicina al Partito Democratico, contro il 44% dei coetanei uomini. Sono i numeri dell'edizione 2026 del National Public Opinion Reference Survey (NPORS), la rilevazione annuale del Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca demoscopica degli Stati Uniti. Dopo il voto del 2024 la distanza politica tra ragazzi e ragazze non si è ridotta, si è allargata.

Tra i giovani uomini i repubblicani sono più numerosi dei democratici. Le differenze tra generazioni, inoltre, esistono soltanto tra le donne: gli uomini più giovani e quelli più anziani hanno oggi orientamenti politici quasi identici. È una rottura rispetto al passato, quando i giovani di entrambi i sessi erano nel complesso più progressisti e più vicini ai Democratici del resto del paese.

Negli Stati Uniti non esiste una tessera di partito paragonabile a quella europea e l'appartenenza politica si misura chiedendo agli elettori da che parte stanno. Chi si definisce indipendente ma ammette di propendere per uno schieramento viene conteggiato insieme a quel partito. Le percentuali del sondaggio comprendono quindi anche loro.

Pew Research Center · NPORS 2026

Tra i giovani americani il divario politico fra i sessi non si è chiuso: si è allargato

Dopo il voto del 2024 in molti si erano chiesti se la distanza fra ragazzi e ragazze stesse per richiudersi. La rilevazione annuale del Pew Research Center dice il contrario: fra gli under 30 non è mai stata così ampia.

Grafica di FocusAmerica Rilevazione di luglio 2026

Chi si dichiara democratico o vicino ai Democratici, 18–29 anni

Uomini

Donne

Fra loro i repubblicani sono oggi più numerosi dei democratici
Due terzi: il livello più alto degli ultimi sei anni

punti di distanza

0%100%

Negli Stati Uniti non esiste la tessera di partito: l’appartenenza si misura chiedendo agli elettori da che parte stanno. Chi si dichiara indipendente ma propende per uno schieramento è conteggiato con quel partito.

Lo specchio repubblicano

I ragazzi si spostano a destra, le ragazze vanno nella direzione opposta


Identificazione partitica degli americani fra i 18 e i 29 anni, rilevazione 2026. La quota restante non si riconosce in nessuno dei due schieramenti.

Democratici o vicini ai Democratici Repubblicani o vicini ai Repubblicani

Per i giovani uomini il Pew non pubblica la cifra esatta dell’identificazione repubblicana e indica «quasi la metà»: la barra tratteggiata segnala che si tratta di una stima, ricavata dai ventidue punti di distanza rilevati rispetto alle coetanee.

Sei anni, tre passaggi

Il 2024 sembrava l’inizio di un riavvicinamento. Era un’eccezione.


Tocca una tappa per leggere che cosa è successo.

La vera origine del divario

Nessun fattore, da solo, spiega la distanza


Né Trump, né l’aborto, né il femminismo, né i podcast maschili bastano a rendere conto di quello che sta accadendo.

L’effetto del presidente in carica

La popolarità di chi occupa la Casa Bianca pesa sull’appartenenza politica, soprattutto fra chi segue poco la politica. Nell’estate del 2024 Joe Biden toccò il minimo del suo mandato.

di consensi per Biden nell’estate del 2024

Progressisti stanchi di Biden

Le giovani elettrici di sinistra non si erano spostate a destra per convinzione: erano stanche di Biden e diffidenti verso Kamala Harris. Quota di progressisti con un’opinione molto favorevole del presidente nel 2023.

Il genere come identità politica

Più delle generazioni precedenti, ragazzi e ragazze sono convinti che saranno trattati ingiustamente proprio per il loro sesso. Da questa convinzione nascono risentimento e accuse reciproche: in un sondaggio fra adolescenti americani la maggioranza dei ragazzi ha detto che a scuola le ragazze ricevono un trattamento di favore, mentre fra le ragazze cresce l’idea che il mondo sia un posto pericoloso e che la responsabilità sia in gran parte degli uomini.

I numeri principali. Fra i 18 e i 29 anni si dichiara democratico o vicino ai Democratici il 66 per cento delle donne e il 44 per cento degli uomini: ventidue punti di distanza. Sul fronte opposto, è repubblicano o vicino ai Repubblicani il 27 per cento delle giovani donne e quasi la metà dei giovani uomini. Nel 2020 la distanza fra i due gruppi sull’identificazione repubblicana era di appena sei punti. Nell’estate del 2024 Joe Biden toccò il 36 per cento di consensi, il minimo del suo mandato; nel 2023 aveva un’opinione molto favorevole di lui il 10 per cento dei progressisti under 30, contro il 62 per cento di quelli dai 65 anni in su.


Fonte Pew Research Center, National Public Opinion Reference Survey 2026. Analisi e serie storica: Daniel Cox, American Storylines. Il minimo di consensi di Joe Biden nell’estate 2024 è rilevato da Gallup.

Negli ultimi sei anni l'identificazione repubblicana è cresciuta tra i giovani uomini: nel 2026 quasi la metà si colloca a destra, una quota superiore a quella del 2020 e solo di poco inferiore a quella del 2024. Tra le giovani donne è invece precipitata, con appena il 27% che si dichiara repubblicana o indipendente vicina ai Repubblicani. Dal 2020 le loro scelte politiche si sono mosse molto più di quelle dei coetanei uomini.

Il NPORS è uno strumento affidabile per via della metodologia con cui viene costruito. Il Pew Research Center lo somministra ogni anno per posta, al telefono e online, un impianto pensato per ridurre la distorsione prodotta da chi non risponde: i tassi di risposta arrivano a essere da otto a nove volte più alti di quelli di un normale sondaggio telefonico. Serve a produrre stime di riferimento su indicatori che le statistiche pubbliche americane non rilevano, come l'appartenenza partitica e l'affiliazione religiosa. Nel complesso, nel 2026 gli americani sono un po' meno repubblicani e un po' più democratici di quanto fossero nel 2024.

Il 2024 era stato un anno pessimo per i Democratici. Nell'estate di quell'anno l'allora presidente Joe Biden aveva toccato il minimo di consenso del suo mandato, il 36%. L'inflazione era scesa rispetto ai picchi della pandemia ma gli elettori continuavano ad attribuire ai Democratici la responsabilità dell'aumento dei prezzi e il costo della vita era il tema centrale della campagna. Sull'immigrazione, sulla criminalità, sulla difesa dal terrorismo e sull'economia il Partito Repubblicano era di gran lunga il più credibile agli occhi dell'elettorato.

Alle presidenziali il presidente Donald Trump andò molto bene tra i giovani uomini, un risultato che in molti attribuirono a una campagna costruita su un immaginario maschile, dalle apparizioni con i lottatori di arti marziali miste ai podcast rivolti a un pubblico di ragazzi. Guadagnò consensi anche tra le giovani donne, un gruppo che fino ad allora lo aveva sempre respinto. Da quel risultato era nata la domanda se la distanza politica tra i due sessi si stesse chiudendo.

L'aumento improvviso dell'identificazione repubblicana tra le giovani donne nel 2024 non ha prodotto un riallineamento duraturo e due anni dopo quel dato somiglia a un'anomalia. Secondo l'analisi dei numeri pubblicata da Daniel Cox su American Storylines, le giovani elettrici progressiste erano semplicemente stanche di Joe Biden e diffidenti verso Kamala Harris. Nel 2023 solo il 10% dei giovani progressisti aveva un'opinione "molto favorevole" di Biden, contro il 62% dei progressisti dai 65 anni in su.

La popolarità del presidente in carica pesa sull'appartenenza politica, soprattutto tra chi segue poco la politica o ha alle spalle poche elezioni. Ci si potrebbe aspettare uno spostamento a sinistra di entrambi i gruppi mentre il consenso del presidente scende. Ragazzi e ragazze stanno invece reagendo in modo diverso.

Le ragioni del divario non si riducono a un solo fattore: non a Trump, non all'aborto, non al femminismo e nemmeno ai podcast maschili. Nella politica americana di oggi il genere è diventato un tratto sempre più rilevante, capace di dare forma alle esperienze e alle preferenze politiche. A renderlo tale è la sensazione, condivisa dai giovani di entrambi i sessi, di dover affrontare difficoltà specifiche proprio in quanto uomini o in quanto donne. Più delle generazioni precedenti, sono convinti che saranno trattati ingiustamente per il proprio sesso. È il tema a cui Cox dedica un capitolo di Generation Uncoupled, il libro che sta per pubblicare.

Da questa percezione nascono risentimento e accuse reciproche, in un momento in cui sia i ragazzi sia le ragazze si sentono trascurati. In un sondaggio condotto tra gli adolescenti americani la maggioranza dei ragazzi ha detto che a scuola le ragazze ricevono un trattamento di favore. Tra le ragazze cresce invece la convinzione che il mondo sia un posto pericoloso e che la responsabilità sia in gran parte degli uomini. Questi sentimenti possono avere origini del tutto legittime, dall'esperienza vissuta o dai contenuti che ciascuno consuma online, ma sono anche facili da manipolare per i politici interessati e per chi sulla rete ci costruisce sopra un guadagno.


I giovani Repubblicani sono troppo estremisti


I politici del Partito Repubblicano sono preoccupati per la nuova generazione di giovani collaboratori che sta arrivando a Washington: nelle chat di gruppo e agli aperitivi dopo il lavoro si ripete che il sistema che porta i giovani talenti conservatori nei posti di governo è difettoso, se non del tutto rotto. È il quadro che emerge da un'analisi pubblicata su Politico dopo conversazioni con quattro alti collaboratori repubblicani al Congresso, studiosi ed ex dipendenti di think tank, accademici e giovani militanti conservatori, che raccontano una frattura generazionale sempre più larga e una diffidenza reciproca.

La critica non è il solito lamento di mezza età sui giovani che non vanno bene: è rivolta a istituzioni come la Heritage Foundation, il più importante think tank conservatore d'America, che da decenni hanno il compito di individuare e formare la futura classe dirigente del partito. Secondo i critici, che in molti casi si riconoscono in un conservatorismo tradizionale precedente a Trump, negli ultimi dieci anni queste organizzazioni hanno selezionato le persone sulla base della conformità rigida all'ideologia trumpiana invece che della competenza, con un calo del merito e delle capacità e una tolleranza verso ideologie più oscure che alla lunga potrebbe compromettere la capacità del partito di governare.

"Tutti sanno qual è il problema: le organizzazioni che portano i giovani collaboratori a Washington hanno passato l'ultimo decennio a privilegiare la cieca fedeltà ideologica invece della competenza o dell'intelligenza", ha detto un alto collaboratore repubblicano al Congresso. "Ci siamo ritrovati con una generazione di idioti fanatici e incompetenti".

Al centro delle preoccupazioni ci sono i cosiddetti groyper: tecnicamente i seguaci di Nick Fuentes, uno streamer della generazione Z che si definisce "identitario bianco", ma il termine è ormai usato come insulto generico per i giovani di destra anti-establishment, un po' come "neocon" per i conservatori favorevoli agli interventi militari. Fuentes, che ha milioni di spettatori e una visione del mondo profondamente antisemita e misogina, è diventato un personaggio tra i giovani conservatori come attivista online pro-Trump e agitatore di estrema destra nei campus. Poi ha rotto con il presidente per la gestione dei file su Jeffrey Epstein e per il sostegno di Trump a Israele e alla guerra in Iran.

Commentatori conservatori di primo piano sostengono che il groyperismo si stia diffondendo tra i membri più giovani del partito, anche dentro il governo: un giovane avvocato dell'amministrazione Trump ha ammesso in messaggi di testo rivelati da Politico di avere una "vena nazista" e alcuni account social ufficiali del governo hanno ripreso il linguaggio e i meme dell'estrema destra online.

C'è però una differenza tra criticare gli aiuti militari a Israele o lamentare i morti della guerra di Gaza e usare espressioni come "governo occupato dai sionisti", come fa abitualmente un giovane stratega repubblicano citato nell'articolo. I sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza dei giovani conservatori respinge le posizioni antisemite, anche se il sostegno a Israele è calato sensibilmente rispetto alle generazioni precedenti. I giovani di destra sono anche più scettici verso gli interventi militari: i più anziani della generazione Z erano bambini piccoli l'11 settembre 2001, sono cresciuti in un'epoca di guerre lunghe decenni e costate migliaia di miliardi di dollari e sono arrivati all'età adulta senza potersi permettere una casa. Per molti la diffidenza verso l'ortodossia repubblicana ha radici genuine.

Per i giovani conservatori le lamentele degli anziani non riguardano davvero credenziali ed esperienza, ma uno scontro politico interno al partito. "Per la mia esperienza sul campo non esiste un grande problema di groyper", ha detto Marty Bertao, 21 anni, presidente dei College Republicans of America, l'organizzazione studentesca del partito. "Ho il sospetto che contino come groyper chiunque sia lontanamente critico verso Israele". Rachel Bovard, vicepresidente dei programmi del Conservative Partnership Institute, un'altra organizzazione che forma collaboratori, ha scritto online che questa campagna è "disgustosa e riprovevole, soprattutto se fatta contro i giovani collaboratori del Congresso".

Se il personale è politica, come dice un vecchio adagio di Washington, la posta in gioco è molto più alta di uno scontro generazionale, perché sono i collaboratori del governo, in tutti i rami dello stato, a far funzionare di fatto il paese. Gli studenti impegnati nella politica universitaria diventano stagisti, poi assistenti legislativi, poi consiglieri senior, capi di gabinetto e in certi casi direttori di agenzie: se il sistema che produce il personale conservatore sta cambiando, cambierà con esso il governo repubblicano.

"C'è certamente un problema di selezione dal lato repubblicano", ha detto E.J. Fagan, professore associato alla University of Illinois Chicago e autore di un libro sull'ascesa dei think tank di partito. Secondo Fagan, anche al di là della politica estera, alla Heritage la competenza tradizionale è stata messa da parte in favore di "pastura per la macchina dei media conservatori": "stanno assumendo molte persone che non hanno più le capacità di una volta".

Fagan cita il caso di E.J. Antoni, il giovane capo economista della Heritage che il presidente aveva scelto come direttore del Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale che produce le statistiche sul mercato del lavoro. La nomina è stata ritirata dopo che Antoni aveva proposto di sospendere il rapporto mensile sull'occupazione, i cui dati rivisti al ribasso erano stati definiti "truccati" da Trump e dopo la scoperta di un suo vecchio account X, poi cancellato, in cui insultava volgarmente Kamala Harris e attaccava i gay. "Un tempo figure come quella del capo economista della Heritage erano impressionanti nel mondo delle politiche", ha detto Fagan. "Non è più così e non invidio chi deve cercare la prossima generazione di collaboratori".

Le preoccupazioni sono particolarmente forti al Senato, che resta il principale baluardo dell'establishment nella Washington di Trump. Dei quattro collaboratori del Congresso sentiti da Politico, tre lavorano per senatori repubblicani e hanno dato versioni diverse del problema. Uno ha detto che in alcuni uffici di Camera e Senato i collaboratori addetti alla comunicazione sono ormai più numerosi di quelli che si occupano di politiche, perché i parlamentari inseguono "i clic e le risposte pungenti" nell'angolo troppo online di X, cosa che "non fa avanzare di un millimetro l'agenda conservatrice". Un altro ha detto che è difficile competere per il personale qualificato con un'amministrazione del proprio partito che dispone di migliaia di nomine politiche. Un terzo ha parlato di una generazione cresciuta con le teorie cospirative di Tucker Carlson e Candace Owens, due commentatori molto seguiti a destra: "tra cinque, otto anni, se dovremo affidarci a persone con questa visione del mondo, saremo in guai seri".

Per decenni la Heritage Foundation è stata una delle principali porte d'ingresso ai lavori repubblicani di Washington: secondo un'analisi del 2024 di Legistorm (una società che monitora il personale del Congresso), quasi un terzo degli uffici repubblicani al Congresso impiegava un suo ex dipendente. L'istituzione sostiene che l'amministrazione Trump ha adottato il 64% delle sue proposte politiche e dice che 290 suoi ex lavorano nell'amministrazione attuale e altri 235 al Congresso.

Questo successo si deve in parte alla capacità dell'istituto di reinventarsi insieme al movimento conservatore: prima la scommessa su Ronald Reagan, poi il sostegno ai candidati del Tea Party negli anni dieci, quindi il movimento MAGA e il Project 2025, il dettagliato programma di governo preparato per il secondo mandato di Trump. La prossima reinvenzione potrebbe essere l'era di JD Vance.

Luke Coffey, oggi ricercatore senior all'Hudson Institute, un altro think tank conservatore, ha vissuto il cambiamento dall'interno. "La Heritage in cui sono entrato nel 2012 era reaganiana", ha detto. "Quella che ho lasciato era più MAGA di Trump". Secondo Coffey l'enfasi sull'ideologia si è pagata in esperienza: racconta di un questionario per gli stagisti che selezionava i candidati in base alle posizioni anti-aborto. "Per uno stagista del programma sul Medio Oriente volevo il ragazzo o la ragazza che aveva studiato in Giordania, parlava arabo a livello intermedio, aveva girato Israele con lo zaino in spalla e credeva nella leadership americana nel mondo", ha detto. "Non mi interessava da che parte stesse nel dibattito tra pro-life e pro-choice".

Per Coffey il trionfo dell'ideologia sull'esperienza nel secondo mandato di Trump va ben oltre gli stagisti: "come segretario alla Difesa voglio una persona che, quando c'è un tentativo di colpo di stato a Seul, può scrivere su WhatsApp al suo omologo sudcoreano perché si conoscono da 35 anni", ha detto. Al suo posto, ha aggiunto, c'è Pete Hegseth, un ex personaggio televisivo che ha servito come ufficiale subalterno nella Guardia nazionale.

Anche la Heritage ha avuto la sua controversia legata ai groyper. Quando l'anno scorso Tucker Carlson ha realizzato un'intervista amichevole con Fuentes, il presidente della Heritage, Kevin Roberts, ha difeso l'ex conduttore di Fox News contro "una coalizione velenosa che lo attacca", attirandosi condanne diffuse e provocando l'uscita di diversi dipendenti dall'organizzazione. Roberts ha poi espresso rammarico per quella formulazione.

L'episodio ha danneggiato la reputazione della Heritage, ma nel frattempo erano già nate organizzazioni più recenti che contendono spazio nel sistema di formazione, come l'America First Policy Institute e American Moment. Quest'ultima si occupa in particolare dei giovani e dei collaboratori junior e rifiuta esplicitamente quello che definisce il vecchio "sistema rotto" delle credenziali d'élite, compreso l'obbligo della laurea.

L'ansia per il groyperismo tra i repubblicani coincide con un aumento dell'antisemitismo in tutto l'arco politico, compresi i giovani conservatori. Un sondaggio di Yale Youth ha rilevato che i giovani "estremamente conservatori" sono i più propensi a essere d'accordo con affermazioni antisemite come "gli ebrei negli Stati Uniti hanno troppo potere". Secondo un sondaggio del Manhattan Institute, un think tank newyorkese, il 25% dei repubblicani sotto i 50 anni si riconosce in posizioni antisemite e il 31% in posizioni razziste. E Pew Research ha rilevato che l'opinione dei giovani elettori sul popolo israeliano è peggiorata dappertutto dal 2022, anche se la maggioranza dei repubblicani continua a vederlo positivamente, contro una minoranza dei democratici.

"Alcuni di noi sono preoccupati per l'antisemitismo che sentiamo emergere", ha detto il secondo collaboratore del Senato. "Ovviamente la sinistra ha questo problema più di noi, ma non ci aiuta". Il collaboratore ha raccontato che nelle assunzioni è ormai considerato "un campanello d'allarme" se un candidato viene da un'università conservatrice e dichiara un interesse per il Medio Oriente.

Le stime sulla reale diffusione del groyperismo tra i giovani professionisti repubblicani di Washington vanno da chi lo considera onnipresente a chi lo giudica trascurabile e sono oggetto di dispute aspre. Un anziano esponente conservatore ha detto a Rod Dreher, commentatore della rivista online Free Press, che il termine si applicherebbe al 30-40% dei collaboratori della generazione Z al Congresso e nell'amministrazione: la stima, ripetuta da Dreher in un podcast questa settimana, ha scatenato un dibattito furioso dentro il partito. Un funzionario dell'amministrazione ha detto al New Yorker che la percentuale sarebbe più vicina al 75%. E il primo collaboratore del Congresso sentito per l'articolo ha parlato di almeno il 50% del personale repubblicano al Congresso tra groyper e simpatizzanti.

I giovani conservatori liquidano queste stime come un tentativo dell'establishment di screditare un'intera generazione. "I giovani che portiamo a Washington non sono groyper", ha scritto su X Nick Solheim, amministratore delegato di American Moment. "Pensano che Nick Fuentes sia un disfattista e un ciarlatano. Vogliono vedere ristabilito l'ordine nel loro paese, vogliono le espulsioni di massa, niente nuove guerre e il sostegno ai lavoratori e alle famiglie americane".

Le storie inquietanti comunque non mancano: le battute sulle camere a gas e gli insulti etnici nelle chat di gruppo dei giovani repubblicani rivelate da Politico lo scorso autunno; l'ex tesoriere dei giovani repubblicani di New York collegato da un'inchiesta del New York Magazine a un account social che denigrava ebrei, neri, musulmani e gay; un consulente di una campagna per la Camera licenziato per aver deriso una vittima di stupro su X; un collaboratore della campagna presidenziale di Ron DeSantis, il governatore della Florida, allontanato per aver rilanciato un video con un'immagine nazista e poi approdato nell'ufficio del senatore del Missouri Eric Schmitt e infine al dipartimento di Stato, dove lavora ancora oggi.

Molti eletti repubblicani, insieme ai giovani conservatori, sostengono che queste posizioni restino ai margini del movimento e che sia ingiusto attribuire vere convinzioni politiche sulla base di battute in chat, indicando la sinistra come fonte maggiore del problema. Il senatore Ted Cruz ha però detto il mese scorso a un'assemblea della Faith and Freedom Coalition, l'organizzazione dei conservatori religiosi, di aver "visto più antisemitismo a destra negli ultimi 18 mesi che in qualsiasi altro momento della mia vita" e che "si sta diffondendo in particolare tra i giovani". Da allora gli alleati di Cruz hanno fondato un'organizzazione dedicata a contrastare l'antisemitismo di destra.

Altri leader MAGA sono stati attenti a non alienarsi i giovani conservatori, compresa la frangia più online e più vicina al mondo groyper. Il vicepresidente JD Vance non solo ha espresso comprensione per chi si oppone alla guerra in Iran, posizione condivisa dalla maggior parte degli americani: ha anche liquidato le chat razziste dei giovani repubblicani come "battute provocatorie" e, pur condannando l'antisemitismo, ha ipotizzato pubblicamente che Jeffrey Epstein avesse legami con l'intelligence israeliana. Vance in passato ha detto che Fuentes può "andare a quel paese" per averlo definito un "traditore della razza" a causa del suo matrimonio interrazziale, ma da settimane è bersaglio di una campagna online interna al suo stesso partito. Se sarà davvero lui a guidare il partito repubblicano del futuro, resta la questione di chi esattamente starebbe accogliendo e di cosa queste persone farebbero con il potere una volta ottenuto.

Intanto i veterani del Congresso continuano a giudicare il futuro del partito e del paese dai curriculum che arrivano negli uffici. E sempre più spesso non gli piace quello che vedono.


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L’America oltre la polarizzazione politica: una società sempre più frammentata


Dalla crisi delle comunità alla frammentazione politica, gli Stati Uniti si dividono in tribù sempre più piccole. E anche la coalizione elettorale costruita da Trump in questi anni comincia a perdere pezzi.

Un numero crescente di esperti delle scienze sociali ritiene ormai che la parola "polarizzazione" non descriva più adeguatamente ciò che sta accadendo negli Stati Uniti e propone un concetto ancora più radicale: l'atomizzazione. Insomma, non si tratterebbe più di una società divisa in due grandi fazioni contrapposte, ma di una popolazione dispersa in una moltitudine di tribù sempre più piccole. È la tesi centrale di un'analisi firmata da Jesse McKinley sul New York Times. Come gruppi di atomi, questi sottoinsiemi si formano e si dissolvono rapidamente, lasciando le persone all'interno di bolle sempre più ristrette e con legami sempre più deboli con il resto del tessuto sociale. Ma anche i sottogruppi tendono a frammentarsi a loro volta, dando vita a nuove fazioni in conflitto: si tratta quindi di una nazione non più semplicemente divisa tra "noi" e "loro", ma tra "noi", "loro" e una quantità crescente di altri "loro".

Un'indagine pubblicata a giugno dal Pew Research Center su oltre 10.000 americani conferma questa intuizione, affermando come il tradizionale sistema bipartitico si sia di fatto frammentato in nove gruppi, dalla "destra non convenzionale" alla "sinistra esclusa" fino al "centro disimpegnato". Ciascuno di questi gruppi rappresenta quella che l'istituto definisce "una miscela complessa di valori e convinzioni", che sono difficilmente riconducibile ai tradizionali schieramenti democratico e repubblicano.

Oltre la polarizzazione

L'America atomizzata: da due partiti a nove tribù


Il tradizionale sistema bipartitico si è frammentato in nove gruppi politici distinti, mentre la fiducia degli americani nelle istituzioni e negli altri tocca i minimi storici.

Grafica di FocusAmerica

Ieri
2

Oggi
9

partiti contrapposti
tribù politiche

Attiva JavaScript per l'animazione: nove bolle proporzionali ai gruppi politici individuati dal Pew Research Center.

Ogni bolla è uno dei nove gruppi della tipologia Pew: l'area è proporzionale alla quota di popolazione adulta, la posizione orizzontale all'orientamento verso i due partiti, quella verticale al coinvolgimento politico. Tocca una bolla per il dettaglio.

La nuova mappa

Le nove tribù d'America


Quota di popolazione adulta di ciascun gruppo, dalla sinistra alla destra dello spettro politico. Tocca una riga per scoprire chi ne fa parte. Indagine su 10.357 adulti, novembre 2025.

Progressisti radicali 7%

Il gruppo più giovane della tipologia: posizioni molto progressiste su ogni tema, ma con uno sguardo scettico verso lo stesso Partito democratico.

Il 66% apprezza i politici che si definiscono socialisti democratici

Nome originale Pew: Leftward Progressives

Liberal fedeli 11%

Il cuore del Partito democratico: istruiti, fiduciosi nelle istituzioni e convinti del ruolo guida degli Stati Uniti nella diplomazia mondiale.

Il 77% ha un'opinione favorevole del Partito democratico

Nome originale Pew: Loyal Liberals

Sinistra esclusa 12%

Orientata ai democratici ma in forte difficoltà economica: è tra i gruppi che più si sentono ignorati dalla politica e che votano di meno.

Solo il 20% pensa che il Partito democratico si curi di persone come loro

Nome originale Pew: Left-Out Left

Sinistra dell'ordine e delle opportunità 18%

Il gruppo più numeroso e tra i più diversificati sul piano etnico: progressista in economia, ma preoccupato per la criminalità e la sicurezza dei confini.

Il 53% considera la criminalità violenta un problema molto grave

Nome originale Pew: Order and Opportunity Left

Centro disimpegnato 9%

Diviso politicamente e lontanissimo dalla politica: è il gruppo con il livello di interesse più basso dell'intera tipologia.

Solo il 31% ritiene davvero importante chi vincerà le elezioni di midterm

Nome originale Pew: Tuned-Out Middle

Destra pragmatica e cortese 11%

Il gruppo più anziano: conservatore in economia, moderato su immigrazione e diversità, ostile alla politica dell'umiliazione dell'avversario.

Quasi due terzi disapprovano l'operato di Trump

Nome originale Pew: Pragmatic and Polite Right

Destra non convenzionale 12%

Repubblicani più giovani e meno impegnati, con posizioni moderate su aborto e welfare: è il gruppo in cui l'entusiasmo per Trump si raffredda più in fretta.

Il 79% votò Trump nel 2024; oggi solo il 53% ne approva l'operato

Nome originale Pew: Unconventional Right

Conservatori della fede 12%

Un conservatorismo ancorato a religione, morale e tradizione: per la grande maggioranza gli Stati Uniti devono avere una cultura fondata sul cristianesimo.

L'83% vuole vietare l'aborto in tutti o quasi tutti i casi

Nome originale Pew: Faith First Conservatives

Destra senza scuse 9%

Lo zoccolo duro trumpiano: le posizioni più intransigenti su armi, immigrazione e cultura, unite a un sostegno incrollabile al presidente.

Il 90% approva l'operato di Trump

Nome originale Pew: No Apologies Right

La fiducia evaporata

Un Paese che non si fida più di sé stesso

La moralità dei connazionali

53%
47%

PessimaBuona

Gli Stati Uniti sono l'unico Paese, tra i 25 esaminati dal Pew a marzo su oltre 30.000 intervistati, in cui la maggioranza giudica pessima la moralità dei propri connazionali.

Il distacco dalla politica

85%

Più di otto americani su dieci ritengono che gli eletti al Congresso «non si curino di quello che pensano le persone come loro» (Pew, 2024).

85 adulti su 100

Una coalizione che perde pezzi
voto a Trump, 2024 79% −26 punti 53% approvazione, 2026
La «destra non convenzionale» aveva votato compattamente per Trump nel 2024; nella primavera del 2026 solo poco più della metà ne approva l'operato.

La lunga ritirata

Sessant'anni di disgregazione civica


Le tappe che, secondo gli studiosi, hanno eroso il capitale sociale americano.

Anni '60
Assassinii politici e guerra del Vietnam: comincia la ritirata degli americani dalla vita civica e la sfiducia verso il governo.

Anni '70
L'individualismo si afferma come valore dominante; sobborghi e automobile allentano i legami di quartiere.

2000
Robert Putnam pubblica Bowling Alone, la diagnosi di un capitale sociale in declino da decenni.

2008
La crisi finanziaria travolge famiglie e comunità; si moltiplicano i lavori precari della gig economy.

2020
La pandemia isola milioni di persone; il tempo trascorso da soli in casa tocca nuovi record.

2026
Per Putnam il contatto faccia a faccia «quasi certamente non è mai stato così basso nella storia americana».

Fonte: Pew Research Center, «Beyond Red vs. Blue: The Political Typology» (giugno 2026) e indagini Pew 2024-2026; The New York Times. Percentuali riferite alla popolazione adulta statunitense. Nel grafico, la posizione orizzontale corrisponde alla differenza tra i giudizi favorevoli al Partito repubblicano e al Partito democratico; quella verticale alla quota che ritiene davvero importante quale partito vincerà le elezioni di midterm del novembre 2026.

Internet accelera la frammentazione


Le cause di questo cambiamento sono numerose: tra queste ci sono sicuramente la promessa fondativa delle libertà individuali, una vena di individualismo orgogliosa e talvolta ostinata e la grande diversità regionale ed etnica del Paese. Ma il fattore più importante sarebbe però lo sviluppo di Internet, una rete capace di offrire qualsiasi contenuto a chiunque, per quanto di nicchia, e di alimentare un ambiente online frammentato in bolle tra chi la pensa allo stesso modo. Uno degli effetti più inquietanti dello sviluppo di Internet è l'amplificazione e la normalizzazione delle ideologie che in precedenza venivano considerate tossiche: oggi razzisti, misogini e suprematisti bianchi possono incontrarsi in rete e rafforzare reciprocamente le proprie convinzioni.

Idee dannose sono sempre esistite, ma stanno così acquistando nuovo ossigeno in un mondo nel quale anche gli impulsi peggiori possono ricevere una validazione immediata. Lo stesso meccanismo accelera la diffusione delle teorie infondate e delle fake news più disparate, dall'idea che Jeffrey Epstein sia ancora vivo a quella secondo cui gli attacchi di Hamas del 7 ottobre sarebbero stati inscenati da Israele, fino alla convinzione, portata avanti anche dall'attuale presidente Donald Trump, che i democratici abbiano rubato le elezioni presidenziali del 2020. Anche se totalmente assurde, queste teorie contribuiscono a erodere la fiducia dell'opinione pubblica nelle fonti istituzionali di informazione, compresi i mezzi di comunicazione.

Sondaggio dopo sondaggio, gli americani si dichiarano così meno propensi a conoscere i propri vicini, a fidarsi degli altri e perfino a credere nella famiglia. In un'indagine Pew condotta a marzo su oltre 30.000 persone in 25 Paesi del mondo, gli Stati Uniti sono risultati l'unico nel quale un numero più elevato di cittadini giudica pessima anziché buona la moralità dei propri connazionali: 53% contro 47%. La frammentazione delle convinzioni, osservano gli studiosi di teoria politica, finisce però per indebolire anche l'esistenza di un racconto nazionale condiviso.

Sono proprio queste basi comuni che servono ad aiutare una società a restare unita durante guerre, crisi economiche e altri momenti di difficoltà. Hannah Arendt, la filosofa che contribuì a diffondere il concetto di atomizzazione, la considerava una delle condizioni che nello scorso secolo avevano favorito l'ascesa di regimi come quello nazista e quello staliniano. "I movimenti totalitari", scriveva nel 1951, "sono organizzazioni di massa di individui atomizzati e isolati".

Sono passati ormai 25 anni da quando Robert Putnam, politologo di Harvard, pubblicò Bowling Alone, la diagnosi di una nazione e di un'identità collettiva che stavano lentamente disgregandosi. Putnam utilizzò i dati a sua disposizione per documentare un allontanamento dalle istituzioni civiche iniziato decenni prima e il conseguente declino del capitale sociale, vale a dire quell'insieme informale di interessi, valori e obiettivi condivisi che tiene insieme una comunità. Oggi, sostiene, la situazione è ulteriormente peggiorata. "Quello che conta di più è il contatto faccia a faccia", ha spiegato al New York Times. "E quasi certamente non è mai stato così basso nella storia americana come lo è adesso".

La ritirata dalla vita civile era iniziata negli anni Sessanta, tra assassinii politici, guerra del Vietnam e crescente sfiducia della popolazione nel governo, ed è proseguita negli anni Settanta con l'affermazione dell'individualismo. Poi sono arrivati la diffusione dei sobborghi e le vite dominate dall'automobile, il crollo economico del 2008, la pandemia, l'epidemia di oppioidi e la proliferazione di lavori sottopagati e privi di prospettive della gig economy. Se già la televisione aveva indebolito alcuni rapporti interpersonali, i social media e la diffusione di massa di Internet hanno accelerato enormemente il processo: gli studi sull'uso del tempo mostrano che gli americani trascorrono sempre più ore da soli in casa e che soprattutto i giovani passano molto tempo a scorrere passivamente i propri telefoni.

La fine della monocultura e la crisi delle coalizioni politiche


"Ormai ricevi tutto il tuo intrattenimento e mantieni il legame con i gruppi di tuo interesse solo attraverso il cellulare", ha detto al New York Times Richard Slotkin, scrittore e autore di A Great Disorder. Fino a qualche decennio fa, la maggior parte degli americani riceveva le notizie attraverso pochi grandi canali. Quei mezzi dominanti potevano essere noiosi o limitati a determinate prospettive culturali, ma quantomeno contribuivano a creare un lessico comune e perfino luoghi condivisi nei quali contestarlo: la pagina delle lettere dei giornali, le riviste, il bancone della tavola calda.

"Oggi siamo ad anni luce da qualsiasi monocultura di idee, estetiche e interessi", ha spiegato Zack Roif, direttore creativo dell'agenzia pubblicitaria Mother New York. Secondo lui, tuttavia, l'atomizzazione della società americana presenta anche un rovescio della medaglia positivo: consente infatti la nascita di comunità all'interno delle sottoculture. Influencer con pubblici più grandi di quelli di molte testate tradizionali sono in grado di dare voce a interessi un tempo marginali, mentre la caduta dei vecchi guardiani culturali ha favorito nuove voci, libri autopubblicati e micro-generi musicali capaci di raggiungere pubblici molto vasti.

In politica, però, un ambiente atomizzato è per sua natura instabile, perché obbliga i leader politici a tenere insieme blocchi elettorali sempre più eterogenei e insoddisfatti. Non meraviglia dunque il fatto che il numero degli elettori che si riconoscono come indipendenti sia ai massimi storici e un'indagine del Pew del 2024 ha rilevato che l'85% degli americani ritiene che coloro che sono stati eletti al Congresso "non si curino di quello che pensano le persone come loro".

L'attuale presidente Donald Trump ha conquistato il secondo mandato riunendo una coalizione molto eterogenea, che andava dagli appassionati di tecnologia e criptovalute agli influencer della manosfera fino ai genitori contrari ai pesticidi e ai vaccini, riuscendo in questo modo a portare alle urne persone che normalmente non votavano, mobilitate da temi come il costo della vita e l'immigrazione. Le sue due campagne elettorali hanno indubbiamente avuto un carattere ribelle e una vocazione apparentemente inclusiva che hanno offerto ai suoi sostenitori un forte senso di appartenenza.

Anche quella coalizione, però, sta già perdendo pezzi. Secondo il sondaggio Pew, la "destra non convenzionale" aveva votato compattamente Trump al 79% nel 2024, ma da allora il suo sostegno si è indebolito. La "sinistra esclusa", invece, continua a essere uno dei gruppi con la partecipazione elettorale più bassa e con maggiore diffidenza verso le motivazioni di coloro che vengono eletti. Alcuni sondaggisti rilevano inoltre che gli elettori latinos, spostatisi verso destra nel 2024, stiano tornando verso i democratici, delusi anche dai metodi aggressivi dell'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale per l'immigrazione, al punto da rendere contendibile perfino un seggio senatoriale in Texas.

Anche altri gruppi demografici come giovani maschi ed elettori della classe operaia stanno lentamente abbandonando il presidente, mentre alcuni podcaster che lo avevano sostenuto o elogiato, tra cui Joe Rogan, Theo Von e Andrew Schulz, affermano di sentirsi traditi dal modo in cui Trump sta governando in questo secondo mandato. Perfino parte di quello che precedentemente era lo zoccolo duro trumpiano è ora scontenta per la gestione dei file su Epstein, la guerra in Iran e i progressi ritenuti insufficienti del piano di Robert F. Kennedy Jr. per "rendere di nuovo sana l'America". I sospetti di corruzione e di interessi privati alimentano ulteriormente la sfiducia.

Anche i democratici si dividono


I democratici sono almeno altrettanto frammentati dei repubblicani e solo di recente il calo di popolarità del presidente si è tradotto in guadagni significativi nei sondaggi per l'opposizione, un altro segnale di quanto il malcontento sia ormai generalizzato. George Packer, autore di The Unwinding, ha osservato in un'intervista al New York Times che costruire una coalizione politica richiedeva tradizionalmente "un gran lavoro di logoramento con persone che non ti stanno particolarmente simpatiche", un esercizio diventato più difficile a causa dei test di purezza ideologica tanto a destra quanto a sinistra. "I partiti politici sembrano procedere più per sottrazione che per addizione", ha sintetizzato.

Nel frattempo sono progressivamente scomparsi molti dei luoghi nei quali un tempo persone diverse entravano in contatto: associazioni professionali, sindacati, club di servizio. "Nel Novecento le vite delle persone si svolgevano in officina, nelle grandi fabbriche, nelle chiese", ha spiegato Michael Waldman, presidente e amministratore delegato del Brennan Center for Justice della facoltà di giurisprudenza della New York University. "C'erano attività comuni". Anche le comunità online possono creare nuovi legami, ma i ricercatori hanno riscontrato che la loro natura più effimera tende a renderle meno gratificanti sul piano emotivo rispetto alle relazioni reali, e questa situazione è peggiorata di recente in un panorama nel quale si stanno diffondendo anche chatbot IA compiacenti, capaci di ripetere e assecondare i pensieri degli utenti, talvolta fino ad alimentarli in direzione della paranoia.

Un precedente, tuttavia, esiste e secondo Putnam indica anche una possibile via d'uscita da questa crisi. Anche l'ultima età dell'oro americana, alla fine dell'Ottocento, fu caratterizzata da enormi concentrazioni di ricchezza, rapidi progressi tecnologici e da un darwinismo sociale fortemente centrato sull'individuo. Gli americani di allora, sostiene il politologo, riuscirono però gradualmente a ricostruire un Paese più coeso affrontando i problemi innanzitutto a livello locale, dove i cittadini tendono a fidarsi maggiormente di chi li amministra, e affidandosi alle generazioni più giovani per individuare nuove soluzioni.

È proprio la via d'uscita descritta da Putnam in un libro pubblicato nel 2020. "Loro", ha detto, "hanno corretto un sistema che non funzionava più". Resta da capire se quella stessa ricetta possa funzionare ancora in un Paese nel quale però proprio il livello locale, quello dal quale secondo Putnam partì la ricostruzione, è anche lo spazio che associazioni, sindacati e parrocchie hanno progressivamente smesso di presidiare.


A decidere le elezioni americane è l'elettore anti-sistema


Nelle elezioni del 2016 e del 2024 a spostare il voto non è stata la collocazione tra destra e sinistra, ma la sfiducia verso il sistema politico. Lo sostengono i politologi Christopher Williams e Leon Kockaya in un nuovo working paper che mette a confronto il peso delle convinzioni anti-sistema con quello delle preferenze sulle singole politiche, per spiegare le due vittorie di Donald Trump e la sua sconfitta del 2020.

I due studiosi hanno individuato un blocco di elettori mobili che non si fida di nessuno dei due partiti, pensa che le élite siano corrotte e ritiene che il sistema sia truccato contro le persone come loro. Molti di questi elettori hanno idee economiche progressiste.

L'indice anti-sistema nasce dalle risposte a quattro domande dell'American National Election Studies (ANES), il grande sondaggio accademico che si svolge negli Stati Uniti ogni quattro anni: quanto ci si può fidare del governo di Washington, quante persone nel governo sono corrotte, quanto denaro delle tasse viene sprecato e se il governo lavora per il bene di tutti o di pochi grandi interessi. Le risposte vengono riportate su una scala da 0 a 1 (0 per l'elettore che difende il sistema, 1 per quello completamente anti-sistema).

Nel 2024 il valore medio è stato 0,72: l'americano medio condivide tre delle quattro posizioni anti-sistema.

Il teorema dell'elettore mediano, la teoria più conosciuta sul comportamento di voto, dice invece che ognuno vota per il candidato più vicino alle proprie idee e che per vincere bisogna conquistare l'americano che sta esattamente a metà. Molti analisti hanno ampliato il modello aggiungendo assi diversi, per esempio uno economico e uno sociale, ma la logica resta quella di una griglia su cui collocare elettori e candidati.

Modello concettuale · Stati Uniti

La sfiducia nel sistema non sta né a destra né a sinistra

Nel modello dei politologi Joseph Uscinski e colleghi l’opinione americana si muove su due assi indipendenti: quello classico tra destra e sinistra e quello che misura l’ostilità verso la classe dirigente. Nei loro dati la correlazione tra i due è 0,066, cioè praticamente zero: si può essere anti-establishment di sinistra come di destra.

Anti- establishment Antagonista Pro- establishment Favorevole Asse destra-sinistra Democratico liberal Repubblicano conservatore Asse anti-establishment Effetto dei messaggi delle élite

Le frecce tratteggiate. Sono l’effetto dei messaggi delle élite, cioè dei segnali che arrivano agli elettori dai leader di partito e dai candidati. Quando un leader adotta un linguaggio contro il sistema, l’asse anti-establishment ruota e si allinea al suo estremo dell’asse destra-sinistra.

Fonte Rielaborazione di Focus America della figura 1 di Joseph E. Uscinski e colleghi, American Journal of Political Science (2021). Etichette tradotte dall’originale; il disegno è un modello concettuale, non una rappresentazione in scala dei dati.

Quella griglia regge su due presupposti fragili. Il primo è che l'elettore medio abbia idee coerenti e molte informazioni politiche, mentre i sondaggi mostrano che la maggior parte degli americani di centro non ha un'ideologia definita. Il secondo è che tutto quello che conta stia sull'asse destra-sinistra: sulla griglia non c'è posto per chi chiede una sanità più economica e allo stesso tempo pensa che del governo non ci si possa mai fidare.

Nel 2016 l'indice anti-sistema è stato uno dei predittori più forti del voto per Trump, più dell'ideologia, delle posizioni sui singoli temi e di quasi tutte le caratteristiche demografiche. A parità di partito di riferimento e di caratteristiche demografiche, chi si trovava al massimo della scala aveva una probabilità di votare per Trump più alta di 53 punti rispetto a quella prevista dalle sue altre caratteristiche. Chi era a zero guadagnava appena 5 punti, dieci volte meno.

Nel 2024 l'effetto è stato più debole ma comunque decisivo.

Chi non aveva alcun sentimento anti-sistema aveva una probabilità di votare per Trump più bassa di 36 punti rispetto a chi stava al massimo della scala, a parità di tutto il resto.

Nel 2020 il rapporto si è addirittura invertito e gli elettori più anti-sistema erano leggermente più propensi a votare per Joe Biden. Secondo gli autori, in quell'anno le opinioni sul Covid pesavano più della sfiducia nelle istituzioni e ne hanno coperto l'effetto. Trump vince quando la sfiducia nel sistema è al centro della campagna e perde quando passa in secondo piano.

La sfiducia ha radici concrete. Negli ultimi vent'anni la crisi finanziaria ha punito i lavoratori e premiato le banche, gli Stati Uniti sono rimasti dentro guerre lunghe e costose senza vittorie chiare e tra il 2021 e il 2024 l'inflazione ha eroso il tenore di vita delle famiglie mentre i profitti delle aziende crescevano.

La ricchezza dei 19 americani più ricchi è concentrata il doppio rispetto a sei anni fa e la mobilità sociale è nettamente peggiorata rispetto a venticinque anni fa. Un bambino nato nel 1950 in una famiglia con reddito medio aveva circa il 95% di probabilità di guadagnare più dei genitori una volta arrivato al culmine della carriera. Oggi quella probabilità è ben sotto il 50%.

Gli orientamenti anti-sistema sono quasi del tutto indipendenti dalla collocazione tra destra e sinistra. In uno studio del 2021 pubblicato sull'American Journal of Political Science, il politologo Joseph Uscinski e i suoi colleghi hanno trovato una correlazione di 0,066 tra l'ostilità verso la classe dirigente e l'asse liberal-conservatore, cioè praticamente zero. Si può essere anti-sistema di sinistra come di destra.

Nella ricerca di Uscinski l'ideologia anti-sistema prevedeva sia il voto per Trump alle presidenziali del 2020 sia il voto per Bernie Sanders alle primarie democratiche dello stesso anno. Molti di questi elettori hanno votato Sanders alle primarie e Trump alle elezioni generali.

Più il sentimento anti-sistema è forte, meno pesa la distinzione tra destra e sinistra.

Per questi elettori conta che il candidato sia contro il sistema, non dove si collochi sull'asse ideologico. I candidati che usano una retorica contro la classe dirigente, hanno scritto Uscinski e i suoi colleghi, riescono ad attivare quegli orientamenti e a tirare una dimensione fino a quel momento indipendente "nella direzione del proprio estremo della dimensione destra-sinistra".

È così che Trump ha potuto vincere due volte con un programma nettamente di destra su tasse, sanità, aborto e immigrazione. Secondo un'analisi dell'esperto elettorale G. Elliott Morris, che ha ripreso i due studi, lo stesso meccanismo può funzionare a sinistra e diventare il problema principale dei democratici nel 2028.

Il Partito Democratico è identificato con le istituzioni. È il partito dei funzionari della sanità pubblica, dei rettori universitari, dei burocrati federali, dei grandi giornali e delle professioni intellettuali. Neanche il mondo dei grandi donatori gli è estraneo, nonostante lo spostamento a destra di molti amministratori delegati della tecnologia e dell'intelligenza artificiale.

Kamala Harris nel 2024 si è presentata come candidata della continuità, dentro il sistema. Ha difeso i risultati della presidenza Biden e si è proposta come custode responsabile dell'esistente, con la sua "economia delle opportunità". Per gli elettori informati era una scelta sensata, per gli elettori anti-sistema era il contrario di quello che cercavano, quale che fosse la loro ideologia. La sfiducia nelle istituzioni è anche la ragione principale per cui Trump è andato bene tra i giovani nel 2024, nonostante il loro rifiuto del suo programma.

Per competere su quella dimensione i democratici hanno bisogno di un candidato credibile come esterno al sistema.

Bernie Sanders lo è stato e la sua erede naturale è la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez.

Il ragionamento su Ocasio-Cortez non riguarda l'ideologia ma la sua posizione su questo secondo asse. È entrata in politica battendo alle primarie un dirigente di primo piano del suo partito, ha criticato l'influenza delle aziende su entrambi gli schieramenti, prima della politica faceva la barista e si è opposta all'ala di governo del partito sui salvataggi di Wall Street, sull'accesso dei donatori e sull'elezione dei capigruppo.

I due governatori considerati tra i favoriti per il 2028, Gretchen Whitmer e Gavin Newsom, sono costruttori di istituzioni per formazione e per carattere, oltre che vicini al mondo dei donatori. Il loro messaggio è che il governo può funzionare e dare risultati ai cittadini. Funziona con il 28% circa di americani che si fida del governo federale, molto meno con gli elettori anti-sistema che possono decidere un'elezione in bilico.

Non deve essere per forza Ocasio-Cortez e si può sostenere che sia troppo a sinistra per vincere nel 2028. I democratici possono vincere le elezioni di metà mandato del 2026 semplicemente perché non sono il partito al governo, ma nel 2028 servirà un candidato capace di competere sull'asse anti-sistema e di tirarlo a sinistra come Trump lo ha tirato a destra.

Nel partito si discute da mesi se spostarsi al centro per conquistare l'elettore mediano o a sinistra per mobilitare la base. Per Morris scegliere un candidato estraneo alla classe dirigente del partito permetterebbe di fare le due cose insieme.


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Per gli elettori americani il costo della vita ora conta più che nel 2024


Il 36 per cento indica i prezzi come il problema più importante del paese, contro il 24 di ottobre 2024. Sull'inflazione il presidente ha il giudizio peggiore fra tutti i temi monitorati.

Oggi il 36% degli americani indica l'inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese. Nell'ottobre 2024, poche settimane prima del voto che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca, a dare la stessa risposta era il 24%. La quota è cresciuta con regolarità nell'ultimo anno: a maggio era al 30% ed è salita al 36% nell'ultima rilevazione diffusa questa settimana dal sondaggio periodico di YouGov e dell'Economist sulle priorità degli americani.

A maggio il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,48 dollari al gallone, poco meno di quattro litri. Nello stesso mese l'inflazione è salita al livello più alto degli ultimi tre anni, spinta soprattutto dalla guerra con l'Iran, che si trascina da mesi e ha interrotto le rotte delle forniture. Dal 2022 gli americani considerano l'inflazione uno dei problemi più gravi del Paese e ne hanno tenuto conto anche nelle urne. Nel 2024 il carovita e le condizioni dell'economia sono stati tra i principali fattori che hanno favorito l'elezione di Trump.

Più della metà degli intervistati in un sondaggio Ipsos del 2 e 3 giugno ha dichiarato di aver tagliato le spese non essenziali dopo l'aumento del prezzo della benzina e del costo della vita. Più di un terzo ha rinviato gli acquisti più costosi o scelto marche meno care. Proprio sull'inflazione e sul costo della vita Trump registra il giudizio peggiore tra tutti i temi monitorati: il saldo tra chi approva e chi disapprova il suo operato su questo fronte è quasi 20 punti inferiore al suo saldo complessivo ed è peggiorato di oltre 40 punti dall'inizio del mandato, secondo la media dei sondaggi raccolta da FiftyPlusOne e calcolata da G. Elliott Morris.

Il prezzo politico del carovita

L’inflazione presenta il conto a Trump


Prezzi e costo della vita sono tornati in cima alle preoccupazioni degli americani e stanno ridisegnando la corsa alle elezioni di metà mandato.

Grafica di FocusAmericaDati al 6 agosto 2026

La salita

Un problema che cresce da un anno


Quota di americani che indica l’inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese (YouGov/The Economist).

4,48 $
Prezzo medio della benzina al gallone a maggio, quando l’inflazione ha toccato il massimo degli ultimi tre anni

1 su 2
Più di un americano su due ha tagliato le spese non essenziali dopo i rincari (Ipsos, giugno)

Il punto debole

Sull’inflazione Trump riceve il giudizio più severo


Saldo fra chi approva e chi disapprova la gestione del carovita da parte del presidente (media dei sondaggi FiftyPlusOne).


Oltre
−40punti
Il calo del saldo dall’inizio del mandato: nessun altro tema è peggiorato così tanto.

Sul carovita il giudizio è quasi 20 punti più severo di quello complessivo sul presidente.

Il sorpasso

Per la prima volta in dieci anni l’economia premia i Democratici


«Di quale partito ti fidi di più sull’economia?» — Ipsos/Reuters, 29 luglio–3 agosto 2026.

37%DemocraticiDem.

27%Né l’uno né l’altroNessuno

36%RepubblicaniRep.

Un solo punto separa i due partiti — e oltre un quarto degli americani non ne sceglie nessuno

Dall’insediamento di Trump il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

La posta in gioco

A novembre i Democratici partono avvantaggiati


Intenzioni di voto per la Camera e gradimento del presidente, medie FiftyPlusOne al 6 agosto.

Generic ballot — elettori probabili

Democratici 49,0%+6,5

In lieve calo dal 49,4% del 31 luglio, ma il distacco resta ampio.

Repubblicani 42,5%

In discesa dal 43,5% del 31 luglio.

Gradimento del presidente — adulti

Approva 36,8%

In lieve risalita dal minimo del 36,1% toccato il 31 luglio.

Disapprova 59,9%

Era al 61% una settimana fa.

Fonti: YouGov/The Economist; Ipsos (2–3 giugno 2026); Ipsos/Reuters (29 luglio–3 agosto 2026); FiftyPlusOne, media dei sondaggi elaborata da G. Elliott Morris.

L'economia diventa un problema politico per i Repubblicani


Per la prima volta in dieci anni, più americani si fidano dei Democratici che dei Repubblicani sulla gestione dell'economia. Nell'ultimo sondaggio Ipsos per Reuters, condotto tra il 29 luglio e il 3 agosto, il 37% ha indicato i Democratici e il 36% i Repubblicani. Da quando Trump si è insediato, il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

I deputati democratici hanno scelto il carovita come tema centrale della campagna per le elezioni di metà mandato. Alcuni parlamentari repubblicani temono invece che il loro partito non stia facendo abbastanza per contrastare l'aumento dei costi. I candidati di entrambi gli schieramenti cercano così di presentarsi come i migliori difensori del portafoglio degli elettori.

Nel 2024 i Democratici avevano cercato di prendere le distanze dai giudizi negativi sull'economia dell'allora presidente Joe Biden e dall'inflazione che aveva segnato gran parte del suo mandato, senza riuscirci: persero la presidenza e il Senato. Per i Repubblicani il compito potrebbe essere ancora più difficile, perché dovrebbero prendere le distanze da un presidente in carica mentre il giudizio sulla sua gestione dell'inflazione continua a peggiorare.

Non tutti gli elettori, naturalmente, decidono il proprio voto sulla base di un solo tema. Nei sondaggi restano ai primi posti anche la sanità, la previdenza sociale e lo stato della democrazia. E chi disapprova la gestione dell'inflazione non voterà necessariamente per i Democratici a novembre. Il vantaggio democratico nel generic ballot — la domanda con cui i sondaggisti chiedono quale partito si voterebbe alle elezioni per la Camera senza indicare i nomi dei candidati — è comunque arrivato a circa 7 punti. La quota di elettori probabili intenzionati a votare repubblicano è scesa dal 43,5% del 31 luglio al 42,5%, mentre quella democratica è passata dal 49,4% al 49%. I dati sono aggiornati alle 13 del 6 agosto sulla costa orientale degli Stati Uniti, le 19 in Italia.

Gli altri segnali dai sondaggi


L'indice di gradimento del presidente tra gli adulti americani è leggermente risalito dopo il minimo della settimana scorsa: il 31 luglio era al 36,1%, con il 61% di giudizi negativi; ora è al 36,8%, contro il 59,9% di disapprovazione. La popolarità di Trump è crollata molto più di quanto siano cresciuti i Democratici nel generic ballot, che tende comunque a spostarsi verso il partito all'opposizione negli ultimi mesi della campagna elettorale.

Il 55% degli americani ritiene che l'Amministrazione si sia spinta troppo oltre nell'inviare agenti federali dell'immigrazione nelle città, in calo rispetto al 62% di febbraio, secondo un sondaggio AP-NORC condotto dal 23 al 27 luglio. La quota di chi pensa che il governo abbia ecceduto nel limitare l'immigrazione legale è scesa dal 54% al 51%, mentre quella di chi ritiene eccessive le espulsioni degli immigrati che vivono illegalmente nel Paese è passata dal 52% al 47%.

Il 68% degli americani ritiene che la guerra in Iran non sia valsa i costi sostenuti, secondo un sondaggio Ipsos per il Chicago Council on Global Affairs, centro studi di politica estera, condotto dal 10 al 21 luglio. Lo pensa il 91% dei Democratici e il 76% degli indipendenti. Tra i Repubblicani, invece, il 63% ritiene che la guerra sia valsa i suoi costi e il 36% che non lo sia stata. Nel complesso, la quota di americani che considera il programma nucleare iraniano una minaccia critica è scesa al 49%, mentre tra i Repubblicani è salita dal 56% del 2023 al 68% di oggi.

Infine, il 16% degli americani dichiara di aver vissuto almeno un periodo da senzatetto, secondo un sondaggio YouGov condotto dal 28 al 30 luglio. Il 61% considera il fenomeno un problema molto serio e un altro 29% abbastanza serio. Il 77% chiede che il governo federale faccia di più, mentre il 70% rivolge la stessa richiesta agli Stati e alle amministrazioni locali. Solo l'11% ritiene che il problema sia al di fuori del controllo della politica.


Per la prima volta in quasi dieci anni gli americani preferiscono i Dem sull'economia


Per la prima volta in quasi dieci anni gli americani considerano i Democratici più affidabili dei Repubblicani nella gestione dell'economia. Nel sondaggio Reuters/Ipsos il 37% degli elettori registrati, cioè di chi si è iscritto alle liste elettorali con una procedura che negli Stati Uniti non è automatica, indica il Partito Democratico come quello con l'approccio migliore all'economia americana. Il 36% sceglie il Partito Repubblicano e un altro 27% risponde di non saperlo o che a fare meglio sarebbe un altro partito ancora.

L'approvazione del presidente è scesa al 35%, due punti in meno rispetto alla rilevazione Reuters/Ipsos del mese scorso e a un solo punto di distanza dal livello più basso di tutto il suo secondo mandato. La rilevazione è stata condotta online in tutto il paese dal 29 luglio al 3 agosto.

I Repubblicani erano stati considerati il partito migliore sull'economia per quasi tutto il primo mandato di Donald Trump, tra il 2017 e il 2021, per i quattro anni della presidenza di Joe Biden e anche nella prima parte del secondo mandato. L'ultimo vantaggio democratico risaliva a un sondaggio chiuso nel maggio del 2017, quando però la domanda era formulata in modo diverso e non lasciava agli intervistati la possibilità di dire di non sapere o di indicare un altro partito.

Il margine repubblicano si è assottigliato fino ad azzerarsi negli ultimi mesi, mentre i bilanci delle famiglie americane subivano l'aumento dei prezzi della benzina. I rincari sono cominciati con gli attacchi americani e israeliani contro l'Iran di febbraio e con la guerra che ne è seguita, che va avanti da allora. Da quando è iniziato il conflitto la benzina è aumentata di oltre il 25%. In media gli americani pagano più di un dollaro in più per gallone (circa 3,8 litri).

Il presidente ha detto di avere ordinato i raid per smantellare il programma nucleare iraniano, ridurre la capacità di Teheran di attaccare i rivali della regione e creare le condizioni perché gli iraniani rovescino il governo dei religiosi.

Alla domanda su chi voterebbero se si votasse subito per il Congresso, il 42% degli elettori registrati ha indicato un candidato democratico e il 37% un candidato repubblicano. Tra gli indipendenti, cioè chi non si riconosce in nessuno dei due partiti, il vantaggio democratico sale a 12 punti. I Repubblicani difendono maggioranze risicate alla Camera e al Senato nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre, che rinnovano il Congresso e ne decidono il controllo per i due anni successivi.

Delle 435 poltrone della Camera solo poco più di una trentina è considerata contendibile, mentre al Senato le corse davvero incerte dovrebbero essere circa otto. Il clima politico nazionale misurato dai sondaggi si traduce quindi in un numero ristretto di sfide reali, molto più basso di quello che il quadro complessivo lascerebbe pensare.

Donald Trump ha respinto più volte i sondaggi che mostrano il malcontento degli americani verso la sua leadership. Lunedì mattina, prima che uscisse l'ultima rilevazione Reuters/Ipsos, ha scritto sul suo profilo Truth Social: "I miei veri numeri nei sondaggi, non quelli inventati dai media della fake news, sono i migliori di sempre".

Il sondaggio ha raccolto le risposte di 4.505 adulti americani e ha un margine di errore di due punti percentuali.


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Light Game


La pesca light game è una delle discipline più dinamiche e divertenti dello spinning in mare. Nata in Giappone e diffusasi sulle coste italiane, permette di insidiare specie predatrici utilizzando attrezzature leggere e artificiali di piccole dimensioni.
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La pesca light game rappresenta una delle discipline più dinamiche e divertenti dello spinning in mare. Nata in Giappone e diffusasi rapidamente anche sulle coste italiane, questa tecnica permette di insidiare numerose specie predatrici utilizzando attrezzature leggere e artificiali di piccole dimensioni. Tra le esche più efficaci spiccano senza dubbio i micro jig e i piccoli minnow, due categorie capaci di garantire catture durante tutto l'anno. Il light game è una tecnica che prevede l'utilizzo di canne leggere, mulinelli compatti e fili sottili per lanciare artificiali generalmente compresi tra 2 e 15 grammi. L'obiettivo è imitare piccoli pesci foraggio, crostacei o altri organismi di cui si nutrono i predatori costieri. Le prede sono numerose: sugarelli, occhiate, spigole, serra di piccola taglia, lecce stella, barracuda giovanili, scorfani e molte altre specie che frequentano porti, scogliere, foci e spiagge.

I micro jig - I micro jig sono piccoli artificiali metallici che, grazie al peso specifico elevato, raggiungono notevoli distanze di lancio anche con attrezzature leggere. Disponibili in varie forme e grammature, imitano piccoli pesci foraggio e risultano particolarmente efficaci quando i predatori si alimentano lontano dalla riva o in presenza di corrente sostenuta.

Tecniche di recupero - Il recupero dei micro jig può essere molto vario: lineare veloce per imitare un pesce in fuga; a strappi (jerkate) alternato a pause; "lift and fall", con sollevamenti della canna seguiti da discese controllate dell'esca. Spesso gli attacchi avvengono proprio durante la fase di caduta, quando il jig oscilla in modo naturale e vulnerabile. I micro jig sono particolarmente indicati: in presenza di pesce foraggio visibile; quando è necessario raggiungere lunghe distanze; con mare leggermente mosso; per sondare diversi strati della colonna d'acqua.

I piccoli minnow - I minnow di piccole dimensioni, generalmente compresi tra 4 e 9 centimetri, rappresentano una delle esche più catturanti nel light game. Grazie al loro movimento realistico e alle finiture curate, riescono a convincere anche i predatori più diffidenti. Esistono modelli galleggianti, suspending e affondanti, ognuno adatto a specifiche situazioni di pesca. Il recupero classico consiste in una velocità costante intervallata da leggere jerkate. Questi movimenti simulano un piccolo pesce ferito, stimolando l'istinto predatorio delle prede. Durante le pause, soprattutto con i modelli suspending, l'esca rimane immobile in acqua, provocando spesso l'attacco del pesce. I piccoli minnow eccellono nei porti e nelle darsene; presso le foci dei fiumi; in acque calme e limpide.; durante le prime ore del mattino e al tramonto.

Attrezzatura - Per praticare il light game in modo efficace è consigliabile utilizzare: canna da 2 a 15 grammi o 3 a 12 grammi; mulinello misura 1000-2500; trecciato PE 0.4-0.8; finale in fluorocarbon da mm 0,16 a 0,25. Una configurazione leggera aumenta la sensibilità e consente di percepire anche gli attacchi più delicati.

Il colore - La scelta del colore può fare la differenza, quindi preferire: colorazioni naturali in acqua limpida; colori brillanti o UV con acqua torbida; agento e sardina in presenza di piccoli pesci foraggio; rosa e chartreuse nelle giornate nuvolose o con scarsa visibilità. L'osservazione delle condizioni ambientali e del comportamento del pesce permette di individuare rapidamente la tonalità più produttiva.

Conclusioni - Il light game con micro jig e piccoli minnow offre emozioni uniche e una straordinaria varietà di catture. La leggerezza dell'attrezzatura amplifica ogni combattimento, mentre la versatilità degli artificiali consente di affrontare molteplici situazioni di pesca. Con la giusta tecnica e una buona capacità di osservazione, anche una semplice uscita lungo una banchina o una scogliera può trasformarsi in una giornata ricca di soddisfazioni.


English version


Light game is one of the most dynamic and enjoyable forms of saltwater spinning. Originating in Japan and now widely practiced along the Italian coastline, this technique targets a wide range of predatory fish using lightweight tackle and small artificial lures.

Light game has become increasingly popular because it combines finesse, versatility and exciting action. By using light rods, compact reels and thin braided lines, anglers can cast lures typically weighing between 2 and 15 grams with remarkable accuracy. The aim is to imitate small baitfish, crustaceans and other prey species that form the natural diet of coastal predators. Target species include horse mackerel, saddled seabream, European seabass, small bluefish, starry leerfish, juvenile barracuda, scorpionfish and many other predators commonly found around harbours, rocky shores, river mouths and sandy beaches.

Micro Jigs - Micro jigs are small metal lures that, thanks to their high density, achieve impressive casting distances even with ultralight tackle. Available in a wide range of shapes and weights, they closely imitate small baitfish and are particularly effective when predators are feeding well offshore or in areas with strong currents.

Retrieval Techniques - Micro jigs can be retrieved in several ways:

  • Fast, steady retrieve to imitate a fleeing baitfish.
  • Sharp jerks interspersed with pauses.
  • Lift-and-fall retrieve, raising the rod tip before allowing the lure to flutter back under controlled tension.

Many strikes occur during the falling phase, when the jig sinks naturally with an erratic, vulnerable action.

Micro jigs are especially effective:

  • When baitfish are clearly visible.
  • When long casting distance is required.
  • In slightly rough sea conditions.
  • For exploring different depths throughout the water column.

Small minnows, generally ranging from 4 to 9 cm in length, are among the most productive lures for light game fishing. Their realistic swimming action and highly detailed finishes make them extremely effective, even with wary predators. They are available in floating, suspending and sinking versions, each designed for specific fishing conditions. The standard retrieve consists of a steady retrieve combined with gentle twitches. These movements imitate an injured baitfish, triggering the predator's feeding instinct. During pauses, particularly when using suspending models, the lure remains motionless in the water, often provoking aggressive strikes.

Small minnows excel:

  • In harbours and marinas.
  • Around river mouths.
  • In calm, clear water.
  • During the early morning and at dusk.

Tackle - For effective light game fishing, the following setup is recommended:

  • Rod rated for 2–15 g or 3–12 g lures.
  • Spinning reel size 1000–2500.
  • PE braided line, size #0.4–#0.8.
  • Fluorocarbon leader, 0.16–0.25 mm.

A lightweight outfit provides maximum sensitivity, allowing anglers to detect even the most delicate bites while making every fight exciting.

Choosing the Right Colour - Lure colour can significantly influence results.

As a general guideline:

  • Natural colours in clear water.
  • Bright or UV colours in stained or turbid water.
  • Silver and sardine patterns when baitfish are present.
  • Pink and chartreuse on cloudy days or in low-light conditions.

Careful observation of water conditions and fish behaviour is the best way to identify the most productive colour pattern.

Conclusion


Light game fishing with micro jigs and small minnows delivers exciting action and an impressive variety of catches. Lightweight tackle magnifies every fight, while the versatility of these lures allows anglers to adapt to a wide range of fishing situations. With sound technique and careful observation, even a short session along a harbour wall or rocky shoreline can become an unforgettable day on the water.

#0.4 #0.8
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La riserva strategica americana scende sotto i 300 milioni di barili, ai minimi dal 1983


Le scorte della riserva strategica sono scese a 298,7 milioni di barili, il livello più basso da gennaio 1983. Intanto Teheran fa sapere che terrà chiuso lo Stretto di Hormuz finché Washington non revocherà il blocco navale. Il greggio torna a salire sopra gli 82 dollari.

Le scorte di greggio della riserva strategica americana sono scese sotto i 300 milioni di barili, il livello più basso da oltre quarant'anni. Secondo i dati diffusi ieri dal Dipartimento dell'Energia, nell'ultima settimana la riserva strategica ha perso altri 6,1 milioni di barili, scendendo a 298,7 milioni: per trovare un valore così basso bisogna risalire al gennaio 1983. La riserva, creata nel 1975, ha una capacità autorizzata per legge di 714 milioni di barili.

Il forte calo delle scorte è una conseguenza diretta della guerra in corso con l'Iran. Teheran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz già dalla fine di febbraio, subito dopo i primi attacchi, e nel mese di marzo Donald Trump ha dovuto ordinare il rilascio di 172 milioni di barili per compensare quella che è diventata la più grave interruzione delle forniture di greggio mai registrata. Prima della guerra la riserva conteneva circa 415 milioni di barili; quando il prelievo ordinato dal presidente sarà completato, le scorte del governo federale scenderanno a quota 243 milioni.

L’arma del petrolio
La guerra con l’Iran prosciuga la riserva strategica americana

Con lo Stretto di Hormuz chiuso da febbraio, Washington attinge alle scorte di emergenza a un ritmo senza precedenti: sotto i 300 milioni di barili per la prima volta dal 1983. E una parte del greggio rimasto non si può nemmeno prelevare.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Scorte della riserva strategica di petrolio (SPR)
298,7
milioni di barili
minimo dal gennaio 1983 −6,1 milioni in una settimana prima della guerra: 415

Il fondo del barile
Quanto petrolio resta, e quanto se ne può usare davvero

Livelli in milioni di barili. Il prelievo da 172 milioni ordinato a marzo porterà le scorte a quota 243, ma caverne fuori servizio e lavori di manutenzione bloccano circa 103 milioni di barili.

Rappresentazione schematica delle caverne saline della riserva, scavate fino a oltre un chilometro di profondità · Scala verticale proporzionale ai volumi

Capacità autorizzata: 714 · Prima della guerra: 415 · Oggi: 298,7 · A fine prelievo: 243 · Non prelevabili: circa 103 · Minimo operativo: 70 (milioni di barili).

Sottratti i barili bloccati dalla manutenzione, a fine prelievo resteranno circa 140 milioni di barili davvero disponibili: meno di un quinto della capacità autorizzata della riserva.

La spirale di Hormuz
Dalla chiusura dello Stretto al negoziato congelato

Prima della guerra dallo Stretto di Hormuz passava circa un quinto del petrolio consumato nel mondo, quasi 20 milioni di barili al giorno.

La rotta indicata è schematica · Confini e coste: Natural Earth

Fine febbraio
Dopo i primi attacchi, l’Iran chiude di fatto lo Stretto di Hormuz: è la più grave interruzione delle forniture di greggio mai registrata.

Marzo
Trump ordina il rilascio di 172 milioni di barili dalla riserva strategica per compensare le forniture perdute.

17 giugno
Washington e Teheran firmano un protocollo per riaprire lo Stretto alle navi commerciali. L’intesa crolla in poche settimane per il disaccordo sulle rotte.

1° agosto
Trump annulla un attacco già pianificato contro l’Iran, per lasciare spazio alla diplomazia e su richiesta delle monarchie del Golfo e dello stesso Iran.

Oggi
Il negoziato resta congelato: gli Stati Uniti stanno «solo semi-negoziando», dice Trump. Teheran chiede prima la revoca del blocco navale.

Il conto dei mercati
Il greggio torna a salire

West Texas Intermediate
82,13
dollari al barile
+5%

Brent
87,72
dollari al barile
+5%

Entrambi i benchmark hanno chiuso in rialzo di circa il 5% nell’ultima seduta. La settimana precedente il greggio aveva perso oltre il 7% sull’attesa di un accordo per riaprire lo Stretto, che però non è mai stato annunciato.

Fonte: Dipartimento dell’Energia USA, EIA, Government Accountability Office, Rapidan Energy · Agosto 2026

Un quarto della riserva non si riesce a prelevare


Per garantire il funzionamento in sicurezza della riserva è però necessario mantenere almeno 70 milioni di barili, ha spiegato a luglio un portavoce del Dipartimento dell'Energia alla CNBC. Per questo motivo ci sarebbe ancora spazio per un'altra operazione di emergenza, secondo David Goldwyn, ex inviato speciale del Dipartimento di Stato per gli Affari Energetici Internazionali durante l'Amministrazione Obama. "Non sono preoccupato per la stabilità della riserva o per la nostra capacità di effettuare un altro prelievo, se ce ne fosse bisogno", ha detto Goldwyn alla CNBC.

Il vero problema è però che una parte consistente del petrolio rimasto non può essere davvero prelevata. In un rapporto pubblicato a maggio, infatti, il Government Accountability Office, l'organo investigativo del Congresso, ha rilevato che nel dicembre 2025 oltre un quarto delle scorte non era più disponibile a causa di lavori in corso e delle caverne di stoccaggio fuori servizio. Un'analisi pubblicata a luglio dalla società Rapidan Energy ha stimato che almeno 103 milioni di barili attualmente presenti nella riserva non siano quindi realmente utilizzabili.

"Quando si effettua un prelievo si accelera anche il degrado dei pozzi e di parte delle attrezzature", ha spiegato Goldwyn. "È come qualsiasi altra cosa: se la usi molto, devi fare manutenzione." Ed è proprio quello che sta succedendo: negli ultimi anni i presidenti americani hanno ordinato prelievi massicci con frequenza crescente. Joe Biden, ad esempio, aveva autorizzato il rilascio di 180 milioni di barili per contenere la volatilità dei mercati energetici dopo l'invasione russa dell'Ucraina all'inizio del 2022, il più grande prelievo nella storia della riserva strategica.

I prezzi risalgono e il negoziato resta fermo


Intanto ieri anche a causa di queste preoccupazioni il West Texas Intermediate ha chiuso in rialzo di circa il 5%, a 82,13 dollari al barile, mentre il Brent, il principale riferimento internazionale del greggio, ha guadagnato altrettanto raggiungendo gli 87,72 dollari. La settimana precedente il greggio aveva perso oltre il 7% dopo che il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva detto alla CNBC che un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz alla libera circolazione delle navi avrebbe potuto essere raggiunto a breve. L'intesa, però, non è mai stata annunciata e nel frattempo, anzi, le posizioni di Washington e Teheran si sono nuovamente irrigidite.

Trump ha detto domenica ad Axios che gli Stati Uniti stanno "solo semi-negoziando" con l'Iran, dopo aver assicurato invece la settimana precedente che i colloqui erano in corso. Nell'ultima intervista, il presidente ha lasciato intendere di voler continuare a fare pressione su Teheran attraverso il blocco navale americano, anziché con una nuova ondata di bombardamenti, dopo aver annullato il 1° agosto un attacco già pianificato contro la Repubblica islamica, spiegando successivamente di averlo fatto sia per lasciare spazio alla diplomazia sia su richiesta di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e dello stesso Iran.

Teheran fa dello Stretto la sua principale leva


Esmail Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, ha ribadito ieri che gli Stati Uniti devono revocare il blocco prima che Teheran accetti di riaprire completamente lo Stretto. "Finché continua il blocco navale statunitense, non esistono le condizioni necessarie per la riapertura dello Stretto di Hormuz", ha dichiarato Baghaei senza mezzi termini, secondo quanto riportato dall'agenzia stampa statale iraniana Tasnim.

Iran e Oman stanno conducendo trattative bilaterali sulle rotte di navigazione, ma Baghaei ha precisato che quel tavolo, concentrato "sul raggiungimento di un'intesa su una rotta per il passaggio sicuro delle navi", è "separato dalla discussione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz", che resta invece subordinata alla accettazione delle condizioni imposte all'Iran. Le sue parole fanno eco a quelle del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che sabato aveva definito Iran e Oman "molto vicini" a un accordo, ribadendo però che la riapertura dipende da altre condizioni.

Le richieste iraniane erano state messe nero su bianco la settimana scorsa da Mohammad Bagher Zolghadr, Consigliere di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica: revoca del blocco navale e delle sanzioni, ritiro delle forze americane dall'area, pagamento delle riparazioni di guerra, sblocco degli asset congelati e fine degli attacchi contro gli alleati dell'Iran nella regione. Quasi tutte queste condizioni comparivano già nell'accordo di cessate il fuoco firmato a giugno, il cosiddetto Memorandum di Islamabad, che però subordinava la revoca completa delle sanzioni a un'intesa definitiva sul programma nucleare.

Il 17 giugno le due parti avevano anche firmato un primo protocollo d'intesa per riaprire lo Stretto di Hormuz alle navi commerciali. L'accordo è però crollato nel giro di poche settimane a causa del disaccordo sulle rotte percorribili: l'Iran ha così attaccato più volte petroliere che transitavano lungo la costa omanita sotto protezione militare americana, pretendendo che le navi passassero nelle proprie acque territoriali. Gli Stati Uniti hanno risposto con nuove ondate di raid e con il ripristino del blocco. Trump ha poi dichiarato quell'accordo "finito".

Lo Stretto di Hormuz, una delle principali arterie mondiali per il commercio di petrolio e gas, è diventato così il nodo centrale di ogni trattativa. I falchi iraniani ritengono che la capacità di bloccarlo garantisca a Teheran un importante strumento di pressione e che, proprio per questo, non debba essere ceduto in cambio di concessioni diplomatiche. Negli Stati Uniti, al contrario, la chiusura dello Stretto ha contribuito a spingere nuovamente verso l'alto i costi dell'energia e ad aumentare l'impopolarità della guerra. Anche per questo le autorità iraniane sembrano ormai sempre più convinte di poter sostenere il costo economico dello scontro più a lungo di Donald Trump, che in questo clima a novembre dovrà affrontare le elezioni di medio termine.


L’Iran detta le condizioni su Hormuz, gli arsenali Usa frenano Trump


Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha posto oggi sei nuove condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico mercantile. Secondo quanto da lui affermato, gli Stati Uniti devono:

  1. smettere di minacciare l'Iran e di offendere i simboli sacri della nazione iraniana;
  2. porre definitivamente fine alla guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq;
  3. revocare il blocco navale e allontanare le proprie forze dall'area medio orientale;
  4. risarcire integralmente i danni causati dalla guerra;
  5. cancellare le sanzioni imposte contro l'Iran;
  6. sbloccare i fondi iraniani congelati.

"Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto", ha affermato Zolghadr.

La nuova lista di richieste iraniana è arrivata proprio mentre a Washington veniva data per imminente un'intesa capace di far ripartire i traffici nel braccio di mare che si trova tra Iran e Oman. La Casa Bianca non ha commentato. Il cessate il fuoco di giugno invece subordinava la revoca completa delle sanzioni a un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, mentre per sbloccare i fondi congelati gli Stati Uniti hanno sempre preteso che Teheran rinunciasse all'uranio altamente arricchito in suo possesso.

Le nuove richieste di Zolghadr aumentano così la pressione sul presidente Donald Trump, che conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell'energia in vista delle importanti elezioni di metà mandato di novembre. La benzina è arrivata a 4,02 dollari al gallone, contro i 3,16 di un anno fa: un rincaro che pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni. Nell'ultima settimana, secondo la società di analisi dei dati marittimi Kpler, hanno attraversato lo stretto poco più di 10 navi al giorno, contro le 130 in media dei mesi precedenti alla guerra. Prima del conflitto passava da Hormuz circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Lo stretto conteso
Hormuz, il ricatto di Teheran
L’Iran detta sei condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre gli arsenali americani si svuotano e la benzina supera i 4 dollari al gallone.
Grafica di FocusAmerica

Il traffico strozzato
Da 130 navi al giorno a una manciata
Ogni punto sulla rotta rappresenta 10 transiti giornalieri attraverso lo Stretto.

Prima della guerra Oggi
Iran Oman E.A.U.
Stretto di Hormuz
~39 km nel punto più stretto

Prima della guerra 130

Oggi ~10
navi al giorno, media dei mesi precedenti al conflitto
navi al giorno nell’ultima settimana

Prima del conflitto da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Le richieste di Teheran
Le sei condizioni per riaprire lo Stretto
Sono state poste da Mohammad Bagher Zolghadr, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Tocca ogni voce per leggere il contesto.

Il prezzo per Washington
Arsenali svuotati, benzina sopra i 4 dollari
La guerra ha consumato gran parte degli intercettori americani, mentre il caro carburante pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Intercettori rimasti Consumati durante la guerra
Per i THAAD il ritorno ai livelli precedenti alla guerra non è previsto prima del 2029. Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike sono in larga parte esaurite.
Benzina, media nazionale USA (al gallone)

3,16 $
un anno fa

4,02 $
oggi · +27%

soglia dei 4 $

3,00 $4,25 $

Ad aprile la media nazionale ha superato i 4 dollari per la prima volta da agosto 2022. La Casa Bianca conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell’energia prima del voto di novembre.

Fonti: Kpler (traffico navale); CSIS, stime del 27 luglio 2026 (intercettori); AAA (benzina); EIA (flussi energetici). Dati all’8 agosto 2026.

Sempre oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato un attacco iraniano contro una petroliera dell'Adnoc, la compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi. Dall'inizio della guerra, almeno 15 navi di questa società sono state attaccate e tra gli equipaggi si contano 1 morto e 20 feriti. Abu Dhabi ha parlato di un atto di pirateria dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Anche Arabia Saudita, Qatar e Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condannato l'attacco, mentre Doha ha chiesto ancora una volta la riapertura incondizionata dello Stretto.

Ci sono anche dei segnali di allentamento della pressione. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato oggi all'agenzia iraniana Tasnim che Teheran e Muscat sono "molto vicine" a un accordo. Ha però aggiunto che la riapertura dipende da altre condizioni, tra cui un risarcimento statunitense per le violazioni del Memorandum di Islamabad. Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian devono però fronteggiare l'opposizione dei conservatori, contrari a qualsiasi intesa con gli americani.

In un'intervista a Fox News, il vicepresidente JD Vance ha definito le trattative "a metà strada", ridimensionando l'ottimismo espresso nei giorni scorsi da altri alti funzionari, che le avevano descritte come quasi concluse. Stando a quanto afferma Vance, restano da definire lo schema di navigazione, le operazioni di sminamento e l'impegno iraniano a non aprire più il fuoco contro le navi mercantili. Vance non ha precisato che cosa Washington sia disposta a concedere e ha insistito sulla leva negoziale americana: "Stanno soffrendo parecchio. Vogliono che questa storia finisca".

Washington cerca una via d'uscita


Nelle ultime settimane è stato però il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, a cercare di far capire agli altri consiglieri del presidente che occorre trovare una via d'uscita a tutti i costi. Un'ulteriore escalation rischierebbe infatti di ritorcersi contro gli Stati Uniti, mentre una sola campagna di bombardamenti aerei difficilmente permetterebbe di raggiungere i risultati promessi, secondo tre fonti sentite dalla CNN.

Caine ha discusso delle sue preoccupazioni con il direttore della CIA John Ratcliffe, il Segretario di Stato Marco Rubio e con lo stesso Vance. "La potenza aerea ha i suoi limiti", aveva già avvertito durante un'audizione pubblica il mese scorso, quando Trump sembrava pronto ad autorizzare quella che aveva definito un'operazione "massiccia", prima di rinunciare dopo essersi confrontato con gli alleati mediorientali, preoccupati da possibili ritorsioni contro le proprie infrastrutture energetiche.

Arsenali svuotati e deterrenza indebolita


Sulla decisione ha pesato anche il difficile stato degli arsenali missilistici americani. La campagna militare contro l'Iran ha consumato più di 1.500 intercettori Patriot: ne restano meno di 830, rispetto ai circa 2.330 disponibili all'inizio della guerra, secondo il Center for Strategic and International Studies. Tre fonti hanno descritto queste stime come vicine ai dati interni del governo. Gli intercettori THAAD, progettati per abbattere i missili balistici, sono scesi da 452 a meno di 280 e il ritorno ai livelli precedenti non è previsto a questo punto prima del 2029.

Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike, che consentono di colpire obiettivi da centinaia di km di distanza, sono in larga parte esaurite. Restano più di 100.000 bombe guidate, ma devono essere sganciate più vicino al bersaglio, esponendo così gli aerei statunitensi al fuoco della contraerea iraniana. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt continua a negare ufficialmente che vi sia una penuria di munizioni, mentre Trump ha ordinato una caccia alle talpe e chiesto incriminazioni penali per chi ha trasmesso alla stampa informazioni classificate.

A Kyiv, intanto, le forniture di missili antiaerei degli alleati occidentali si sono ridotte a un terzo rispetto al 2025, ha dichiarato questa settimana Volodymyr Zelensky. Mercoledì la contraerea ucraina non ha intercettato nessuno dei 28 missili lanciati dalla Russia. Il risultato è stato che almeno 17 persone sono morte a Kyiv e nella regione circostante. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Trump aveva già respinto la richiesta ucraina di alcune centinaia di intercettori Patriot. Quando gli è stato chiesto di spiegare la decisione, ha risposto che quei missili servono anche agli americani.

Tuttavia, il trasferimento di armi verso il Medio Oriente ha indebolito soprattutto i dispositivi americani in Asia. Il comando statunitense dell'Indo-Pacifico ha dovuto cedere Tomahawk e altri missili che sarebbero cruciali in un eventuale scontro con la Cina, mentre dalla Corea del Sud sono stati trasferiti centinaia di missili intercettori, un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere. Alcuni funzionari temono che Seoul e Tokyo possano ora perdere fiducia nella protezione convenzionale degli Stati Uniti e valutare lo sviluppo di un proprio deterrente nucleare.

Anche potenze rivali come Mosca e Pechino stanno attentamente monitorando le scorte americane attraverso il bilancio approvato dal Congresso, gli annunci delle aziende della difesa e i propri satelliti spia. Tom Karako, del Center for Strategic and International Studies, ha detto al New York Times che è in corso un "annientamento generazionale dei mezzi della deterrenza convenzionale". Secondo Dara Massicot, del Carnegie Endowment for International Peace, i quattro anni di guerra in Ucraina hanno già mostrato ai pianificatori militari russi quanto lentamente l'industria americana sia in grado di aumentare la propria produzione. Il rischio è che Mosca finisca per rivalutare il rapporto di forze con la NATO in una direzione sfavorevole a Washington.

Più a lungo si prolunga lo scambio di attacchi con l'Iran, più si assottigliano le scorte di munizioni e diventa evidente la vulnerabilità americana, osserva Todd Harrison dell'American Enterprise Institute. Per la Casa Bianca cresce quindi l'urgenza di ottenere almeno una vittoria simbolica da presentare agli elettori prima del voto di novembre. La riapertura dello Stretto di Hormuz resta il risultato più immediato e politicamente spendibile. Teheran ne è pienamente consapevole e proprio per questo continua ad alzare la posta.


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Primo Trofeo Trequiddo


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Un gruppo di amici pescatori (e cacciatori), guidati con passione e competenza da Franco Deriu, Alessandro Muroni e Salvatore Deriu, ha deciso di organizzare una gara di spinning al black bass, dando vita così al primo Trofeo Trequiddo, che si è svolto il 6 giugno nell’omonimo laghetto in territorio di Bonorva, in una zona archeologica, agrofaunistica e venatoria, gestita dall’imprenditore Francesco Deriu. La classifica finale avrebbe tenuto conto delle tre prede più pesanti per ogni atleta partecipante. I persici una volta catturati andavano subito pesati e immediatamente liberati. Ciò ha comportato il reclutamento di un certo numero di ispettori di sponda, alcuni giovanissimi ma tutti molto attenti, muniti di bilancia e walkie talkie, che hanno di volta in volta trasmesso i dati al giudice di gara, Alessandro Muroni. Nutrita la partecipazione di pescatori di tutte le fasce di età, con prevalenza di giovani e giovanissimi. Dopo una dura battaglia in due manches, “a colpi” di pesciolini finti e vermoni in silicone, l’ha spuntata Francesco Deriu con 1365 punti, che ha preceduto sul podio Emanuele Sanna (1355 punti) e Samuele Sanna (1120 punti). Premi anche per i tre migliori della classifica bambini, e per la preda più grossa, un persico di oltre 600 grammi che è valso a Simone Cocco un abbonamento annuale alla nostra rivista. È stata una gara bellissima, in un contesto selvaggio e magico, lontano dal tran tran della nostra epoca e che ha visto la sua degnissima conclusione presso l’azienda di Francesco Deriu, con l’aperitivo, la premiazione con gadget per tutti i partecipanti e l’eccellente cena finale, a base di zichi e carne di pecora, il tutto giustamente irrorato da birra e vino rosso. Un ringraziamento speciale, oltre a tutti i partecipanti, va fatto sicuramente ad Alessio, titolare del negozio Chinatown Iperstore di Olbia, all’Azienda Agro Faunistica venatoria Trequiddo e la compagnia di caccia grossa S’Inferru. Visto il successo di questa prima edizione, aspettiamo impazienti il bis del prossimo anno. Non vediamo l’ora!
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Luglio è stato il mese più caldo mai registrato negli Stati Uniti


La temperatura media negli Stati Uniti contigui ha toccato i 24,9 °C, superando il precedente record del 1936. Nove americani su dieci dicono che il caldo estremo sta incidendo sulla propria vita, ma la percentuale di chi crede al cambiamento climatico è scesa al 66%.

Luglio è stato il mese più caldo mai registrato negli Stati Uniti. Nei 132 anni di rilevazioni federali, iniziate nel 1895, nessun altro mese aveva mai raggiunto una temperatura media così elevata: 76,89 gradi Fahrenheit, circa 24,9 °C, oltre il precedente record di 76,77 gradi stabilito nel luglio 1936. La temperatura media ha superato di 3,3 gradi Fahrenheit, poco più di 1,8 °C, la media del periodo 1901-2000. "Temperature sopra la media hanno interessato l'intero territorio continentale, con tutti gli Stati collocati nel terzo più caldo dei rispettivi record di luglio e nessuno vicino o sotto la media", ha scritto nel rapporto mensile il National Centers for Environmental Information, il centro dati climatici della NOAA, l'agenzia federale che si occupa di oceani e atmosfera.

A spiccare è stato soprattutto il dato delle temperature notturne: le minime hanno superato il precedente record di 0,7 gradi Fahrenheit. È proprio durante la notte che persone e colture hanno normalmente la possibilità di recuperare dal caldo accumulato durante il giorno. Il mese è stato inoltre caratterizzato da una serie di cupole di calore, aree di alta pressione che intrappolano l'aria calda e favoriscono episodi di caldo estremo. Gli studi indicano che il cambiamento climatico rende questi fenomeni più frequenti e intensi, anche se il loro andamento è influenzato anche da fenomeni naturali come El Niño.

Clima · Stati Uniti

Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato negli Stati Uniti

In 132 anni di rilevazioni federali nessun mese aveva mai toccato una media così alta. Il primato del 1936 cade per sette centesimi di grado, mentre cresce la quota di americani che pagano il caldo in bolletta.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Temperatura media negli Stati Uniti contigui · luglio 2026
24,94°C
pari a 76,89 gradi Fahrenheit

Il primato precedente, 24,87 gradi (76,77 °F), resisteva dal luglio 1936, in piena Dust Bowl. Le rilevazioni federali cominciano nel 1895.

Un record che cade di un soffio

Il sorpasso sul 1936 vale sette centesimi di grado, ma il distacco dal Novecento è enorme


Le tre temperature a confronto su una scala che va da 22,8 a 25,2 gradi Celsius.

Luglio 2026
24,94 °C
76,89 °F


Media 1901-2000
23,11 °C
73,59 °F


Luglio 1936
24,87 °C
76,77 °F

Luglio 2026 supera la media del Novecento di 1,8 gradi Celsius, pari a 3,3 gradi Fahrenheit. Il margine sul 1936 è invece di appena 0,07 gradi, un ottavo di grado nella scala Fahrenheit.

132 anni

di rilevazioni federali, dal 1895

+0,4 °C
+0,7 °F

di scarto sul precedente record delle temperature minime notturne

48 su 48

gli Stati contigui che chiudono luglio nel terzo più caldo della loro serie

Il caldo entra nel bilancio familiare

In due anni sono cresciuti tutti gli effetti del caldo sulla vita quotidiana


Ogni barra rappresenta l’intera popolazione adulta: in grigio la quota che già nel 2024 dichiarava almeno un impatto del caldo estremo, in rosso la crescita fino al luglio 2026.

Livello del luglio 2024
Crescita fino al luglio 2026

Impatto complessivo sulla vita: dall’83% al 90%. Bollette elettriche: dal 69% all’80%. Attività all’aperto: dal 57% al 68%. Viaggi e vacanze: dal 26% al 42%.

Tocca una voce per confrontarne il livello con le altre

Esperienza contro convinzione

Gli americani colpiti dal caldo aumentano, quelli convinti che il clima stia cambiando diminuiscono


La quota di chi subisce il caldo sale, quella di chi riconosce il cambiamento climatico scende. Le due serie vengono dallo stesso istituto, ma partono da rilevazioni diverse.

Colpiti dal caldo estremo
Convinti che il cambiamento climatico sia in corso

Colpiti dal caldo estremo: 83% nel luglio 2024, 90% nel luglio 2026. Convinti che il cambiamento climatico sia in corso: 73% nel settembre 2025, 66% nel luglio 2026.

Il tratteggio indica che tra le due rilevazioni sul caldo non esiste un dato intermedio.

Mentre il condizionatore pesa sulla bolletta di quattro americani su cinque, la quota di chi considera il cambiamento climatico una realtà in corso perde sette punti in un anno.

Fonte Temperature: NOAA, National Centers for Environmental Information, rapporto mensile di luglio 2026; i valori in Celsius sono convertiti dai gradi Fahrenheit pubblicati dall’agenzia. Sondaggio: AP-NORC Center for Public Affairs Research, condotto dal 23 al 27 luglio 2026 su 1.165 adulti, margine di errore di 3,7 punti percentuali. Il confronto sugli impatti del caldo è con la rilevazione del luglio 2024; quello sulla percezione del cambiamento climatico con la rilevazione del settembre 2025.

Il caldo potrebbe proseguire anche ad agosto


Il centro previsionale climatico della NOAA indica un'elevata probabilità di temperature superiori alla media su gran parte degli Stati Uniti anche ad agosto. Il 2026 si avvia quindi a stabilire un nuovo record globale come anno più caldo mai registrato. Intanto il caldo estremo incide sempre di più sulla vita quotidiana degli americani: il 90% afferma di averne subito almeno un impatto, contro l'83% di due anni fa, secondo un sondaggio dell'AP-NORC Center for Public Affairs Research.

Nello stesso sondaggio l'80% parla di conseguenze del caldo estremo sulle bollette energetiche, rispetto al 69% del 2024; il 68% sulle attività all'aperto, contro il 57%; e il 42% sui viaggi e sui programmi per le vacanze, una quota quasi raddoppiata rispetto al 26% di due anni fa. L'aumento è stato particolarmente marcato tra chi vive nell'Ovest e nel Midwest, entrambe le regioni colpite maggiormente di recente da ondate di calore pericolose e letali. Emerge però anche un divario politico: i democratici riferiscono più spesso dei repubblicani un impatto significativo del caldo sui diversi aspetti della vita quotidiana presi in esame.

Nonostante gli effetti sempre più evidenti del caldo estremo, la quota di americani convinta che il cambiamento climatico sia in corso è però scesa al 66%, dal 73% dell'anno precedente. Il dato è particolarmente significativo perché arriva proprio mentre l'aria condizionata pesa sempre di più sui bilanci familiari: quattro americani su cinque dichiarano di averne avvertito l'aumento dei costi. Eppure, nello stesso periodo, la percentuale di chi considera il cambiamento climatico una realtà è diminuita di sette punti. Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e il 27 luglio 2026 su 1.165 adulti e ha un margine di errore di 3,7 punti percentuali.

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Finding Polka: la recensione di una lettera d'amore tanto assurda quanto artigianale


Quando un gioco è fatto con amore si vede
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Chi segue queste pagine da un po’ saprà cosa significa quando una gioco viene descritto come “molto giapponese” e Finding Polka è un gioco davvero MOLTO giapponese. Sviluppato da un piccolissimo team del sol levante, questo titolo è l’unione tra un piccolo puzzle game e i giochi da tavolo della serie Micro Macro: una grande tela piena di dettagli in cui orientarsi per raggiungere un obiettivo. Come dice il titolo, chi gioca deve ritrovare Polka, un bulldog con l’abitudine di finire nei pasticci, o di causarli.

La prospettiva a camera fissa (che può essere zoommata) costringe chi gioca a navigare gli ambienti-enigma, alla ricerca del percorso per raggiungere Polka, ma quella che sembra una normalissima ambientazione cittadina diventa ben presto qualcosa di decisamente più assurdo. Essendo un’esperienza da poco più di tre ore divisa in 12 livelli, non ha senso soffermarsi a descrivere cosa si fa e cosa si vede perché meccanicamente si fa poco (ogni livello ha un’abilità speciale assegnata al singolo pulsante delle interazioni) e l’esperienza visiva è il cuore della magia del gioco.

Da misteriosi ambienti sotterranei agli alieni, passando per animali antropomorfi e cultisti, Finding Polka è un vero e proprio carosello di assurdità che lasciano a bocca aperta vuoi per lo stupore, vuoi per la sorpresa o semplicemente perché la scena davanti ai vostri occhi sarà semplicemente troppo assurda. La musica che accompagna questi momenti è altrettanto surreale: loop strumentali, brevissime sezioni di testo e un peculiarissimo uso dell’ambiente per il cambio di traccia rendono l’esperienza difficile da descrivere a parole, ma facilissima da raccomandare.

Il punto di forza del gioco, oltre alla sua assurdità è la sua evidente artigianalità. Gli ambienti esplorabili sono il risultato della scansione e dell’animazione di 300 disegni in formato A4 e 100 disegni in formato B4 realizzati nell'arco di due anni utilizzando un totale di 13 penne a sfera. Essendo un gioco che fa da tributo all’amatissimo cane dello sviluppatore solitario del gioco Shinnosuke Kumazawa, gli amanti degli amici a quattro zampe troveranno tanta gioia e un pizzico di tristezza in questa avventura.

Finding Polka non è un gioco tecnicamente rifinito, lunghissimo o innovativo dal punto di vista del gameplay. É un’esperienza fatta con cura, passione e un evidente amore tanto per il medium quanto per un piccolo cagnolino bianco. Chi è alla ricerca di un modo per passare una serata davvero insolita tra sorrisi, stupore e terrazza, dovrebbe dare una possibilità a questo gioco e non avere fretta: raccogliete i collezionabili, fate le piccolissime side-quest, godetevi ogni disegno, ogni personaggio e ogni assurda situazione che il gioco vi presenterà.
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LG CineBeam Q: il proiettore 4K portatile che porta il cinema ovunque


LG CineBeam Q è il proiettore 4K compatto e portatile pensato per trasformare qualsiasi spazio in un piccolo cinema. Ecco caratteristiche e novità
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LG Electronics (LG) ha presenta sul mercato italiano CineBeam Q (PU600B), il nuovo proiettore portatile 4K. Compatto, elegante e facile da usare, il device combina qualità visiva avanzata, funzioni smart e grande versatilità, permettendo di trasformare qualsiasi ambiente – dal soggiorno alla terrazza – in uno spazio dedicato all’intrattenimento. LG CineBeam è disponibile su LG Shop Online al prezzo di 748,99 euro.

Cinema 4K sempre a portata di mano


Nonostante le dimensioni compatte, CineBeam Q è in grado di proiettare immagini in risoluzione 4K Uhd (3840x2160) fino a 120 pollici, offrendo una visione coinvolgente e ricca di dettagli. La luminosità di 600 Ansi lumen, migliorata rispetto al modello precedente, e il contrasto 450.000:1 contribuiscono a restituire immagini definite e ben bilanciate, con neri intensi e un ottimo livello di profondità anche sulle superfici più estese.
CineBeam Q è in grado di proiettare immagini in risoluzione 4K Uhd (3840x2160) fino a 120 polliciCineBeam Q è in grado di proiettare immagini in risoluzione 4K Uhd (3840x2160) fino a 120 pollici
A fare davvero la differenza è la tecnologia Triple RGB Laser, che permette al proiettore di coprire fino al 154% dello spazio colore DCI-P3, offrendo tonalità intense, sfumature precise e una resa cromatica particolarmente naturale. Film, serie TV e contenuti in streaming acquistano così maggiore profondità e realismo, con colori più ricchi e una qualità d’immagine pensata per valorizzare ogni scena. A completare l’esperienza, speaker integrati 4W garantiscono una resa sonora chiara e avvolgente, rendendo la visione ancora più immersiva senza la necessità di dispositivi esterni.

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Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Compatto, versatile, pensato per essere portato ovunque


Uno dei punti di forza di CineBeam Q è la sua capacità di adattarsi a situazioni diverse con estrema semplicità. Il design compatto e minimale è accompagnato da una maniglia rotante a 360° che permette di trasportare il proiettore ovunque e al contempo funge anche da supporto consentendo di orientare facilmente la proiezione, anche su superfici meno convenzionali. Che si tratti di una parete, di uno schermo dedicato o persino del soffitto, il dispositivo si adatta con facilità a diversi contesti d’uso, permettendo di creare un’esperienza immersiva in qualsiasi luogo. Ma CineBeam Q va oltre il semplice intrattenimento: la sua estetica accattivante ed elegante ne fa un oggetto di design per interni che aggiunge un tocco contemporaneo a ogni stanza.
Il proiettore regola automaticamente la messa a fuoco e l’allineamento dell’immagine, semplificando al massimo la fase di configurazioneIl proiettore regola automaticamente la messa a fuoco e l’allineamento dell’immagine, semplificando al massimo la fase di configurazione

Esperienza semplice e contenuti smart


LG ha progettato CineBeam Q per offrire un’esperienza davvero intuitiva fin dal primo utilizzo. Grazie alla funzione Auto Screen Adjustment, il proiettore regola automaticamente la messa a fuoco e l’allineamento dell’immagine, semplificando al massimo la fase di configurazione. A questo si aggiungono la possibilità di ridimensionare e spostare facilmente l’immagine e la funzione di adattamento del colore alla superficie di proiezione, per ottenere sempre una resa ottimale anche su pareti non perfettamente neutre.

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Il proiettore, inoltre, integra il sistema operativo webOS che consente di accedere direttamente alle principali piattaforme di streaming come Netflix, Prime Video, Disney+, YouTube e Apple TV, e con il programma webOS Re:New, LG garantisce aggiornamenti del sistema fino a 5 anni, assicurando un’esperienza sempre aggiornata. Allo stesso tempo, grazie al supporto AirPlay 2, Screen Share e la connessione Bluetooth, è possibile condividere contenuti da smartphone, tablet e laptop in modo semplice e immediato.


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Quali i vantaggi che si possono condividere


Con Amazon Family ogni membro del nucleo familiare continua a utilizzare il proprio account Amazon, mantenendo separati la cronologia degli ordini, i suggerimenti personalizzati e tutte le informazioni personali. In questo modo, le esperienze di acquisto restano private e indipendenti per ciascun cliente, senza che la condivisione dei benefici Prime comporti la condivisione dell'account. Tra i vantaggi Prime che possono essere condivisi rientrano le consegne Prime veloci e illimitate, Amazon Music Prime, le offerte esclusive e i risparmi su migliaia di prodotti, comprese iniziative come il Prime Day e la Festa delle Offerte Prime. La condivisione comprende inoltre Prime Video, con pubblicità, e Amazon Luna, il servizio di cloud gaming di Amazon.

Account separati e pagamenti sotto controllo


La privacy dei singoli account rimane uno degli aspetti centrali di Amazon Family. Ogni membro conserva la propria cronologia degli ordini e i propri suggerimenti personalizzati, mentre la sicurezza dell'account resta personale: non è necessario condividere password o codici monouso. Per condividere i benefici Prime, l'amministratore di Amazon Family deve invece selezionare un metodo di pagamento da condividere; quando un altro membro del nucleo familiare utilizza quel metodo per effettuare un acquisto, può visualizzare soltanto alcuni dati della carta: le ultime quattro cifre, il nome riportato sulla carta, la data di scadenza e l'indirizzo di fatturazione.

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Trump firma un ordine esecutivo per fare meno vaccini ai bambini


Il nuovo ordine esecutivo riduce le immunizzazioni raccomandate. Medici e esponenti di entrambi i partiti criticano la scelta, mentre la partita si sposta ora nei singoli Stati.

Donald Trump ha firmato ieri nello Studio Ovale un ordine esecutivo che ridisegna l'approccio del governo federale ai vaccini pediatrici, riducendo il numero di immunizzazioni raccomandate nei primi anni di vita e distribuendole su un arco di tempo più lungo. Accanto a lui c'era Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute, insieme a numerosi alti funzionari del suo Dipartimento."Le stiamo riducendo", ha detto il presidente. "Non si tratta soltanto di somministrare meno vaccini, o meno 'punture', come si dice, ma anche di distribuirli su un numero maggiore di visite dal medico".

Il provvedimento divide infatti il calendario vaccinale infantile in tre categorie. Restano raccomandate a tutti i bambini le vaccinazioni contro morbillo, parotite e rosolia, difterite, tetano, pertosse, polio, pneumococco, HPV, varicella e Haemophilus influenzae di tipo b. Vengono invece riservati ai soli bambini ad alto rischio gli anticorpi monoclonali contro il virus respiratorio sinciziale e i vaccini contro epatite A, epatite B, meningococco B, meningococco ACWY e dengue, oggi in gran parte raccomandati all'intera popolazione pediatrica. Per alcune di queste vaccinazioni, a cominciare da quelle contro le epatiti, e inoltre per rotavirus, meningococco, influenza e Covid-19, viene prevista la cosiddetta decisione condivisa: una valutazione caso per caso insieme al medico.

Vaccini · Stati Uniti

Trump taglia i vaccini raccomandati ai bambini, ma le punture rischiano di aumentare

L’ordine esecutivo firmato il 10 agosto riduce da 18 a 11 le malattie per cui la vaccinazione resta raccomandata a tutti i bambini, sposta le altre ai soli casi ad alto rischio e chiede di dividere il trivalente in tre iniezioni separate. Quei tre vaccini singoli, però, negli Stati Uniti non esistono.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Malattie con vaccinazione raccomandata a tutti i bambini

Calendario in vigore
18

Con il nuovo ordine
18

Le raccomandazioni ripristinate dai giudici federali a marzo
Le altre sette passano ai bambini ad alto rischio o alla scelta con il medico

L’ordine chiede inoltre che le somministrazioni siano distribuite, per quanto possibile, su visite mediche separate. Il Dipartimento della Salute dovrà rivedere sequenza e tempi entro novanta giorni.

Il nuovo smistamento

Undici vaccinazioni restano per tutti, le altre diventano un’eccezione


Ogni tessera è una malattia oggi coperta dalla raccomandazione universale.

11 restano raccomandate a tutti 7 escono dalla raccomandazione universale

Raccomandate a tutti i bambini
11 voci

Restano nel calendario federale come indicazione valida per l’intera popolazione pediatrica.

MorbilloParotiteRosolia DifteriteTetanoPertosse PolioPneumococcoHPV VaricellaHaemophilus influenzae b

Solo per i bambini ad alto rischio
6 voci

Oggi raccomandate a tutti: con il nuovo ordine restano solo per chi rientra in categorie considerate a rischio.

Epatite AEpatite B Meningococco BMeningococco ACWY DengueMonoclonali contro il virus respiratorio sinciziale

Decisione condivisa con il medico
Caso per caso

Nessuna indicazione generale: la scelta viene valutata dal genitore insieme al pediatra, bambino per bambino.

Covid-19InfluenzaRotavirus Epatite AEpatite BMeningococco

Alcune voci ricadono in due categorie: per le epatiti e per il meningococco l’ordine prevede sia la limitazione ai soli bambini ad alto rischio, sia la valutazione caso per caso con il medico.

Il nodo del trivalente

Un’iniezione diventa tre, ma quei tre vaccini negli Stati Uniti non esistono


L’ordine chiede di separare il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. La misura vale però solo quando i prodotti singoli saranno disponibili sul mercato americano.

Oggi

Vaccino trivalente
Una sola iniezione, in uso dal 1971


Morbillo
Non autorizzato

Parotite
Non autorizzato

Rosolia
Non autorizzato

Nessuno dei tre vaccini singoli è oggi autorizzato negli Stati Uniti.

1971
L’anno da cui negli Stati Uniti le tre vaccinazioni vengono somministrate insieme, per ridurre il numero di iniezioni.

2009
Merck, l’unico produttore, annuncia che non riprenderà la produzione dei vaccini singoli. Da allora non sono più disponibili.

3
Le sperimentazioni cliniche complete che servirebbero, una per prodotto, prima di un’eventuale autorizzazione della FDA.

Il precedente giapponese

Nel 1993 il Giappone ha ritirato il trivalente, dopo casi di meningite asettica legati a un ceppo del vaccino, e ha separato le somministrazioni. La copertura contro la parotite è poi scesa da circa il 90% a una quota stimata fra il 23% e il 40%, e quella vaccinazione non è mai più rientrata tra quelle di routine.

Dallo Studio Ovale

Le affermazioni del presidente e ciò che dicono le prove


A sinistra le tesi sostenute alla firma dell’ordine, a destra lo stato delle conoscenze scientifiche.

Che cosa ha dettoChe cosa dicono le prove

Che cosa ha detto

Il vaccino trivalente può essere «piuttosto letale».

Che cosa dicono le prove

È in uso dal 1971 ed è tra i vaccini più studiati al mondo: le reazioni gravi sono rare. Il morbillo, invece, uccide ancora: nel 2025 negli Stati Uniti ha causato tre decessi.

Che cosa ha detto

Ai bambini vengono iniettate quantità di vaccino eccessive, paragonabili al volume di una bibita, che il corpo fatica a gestire.

Che cosa dicono le prove

Ogni dose è una frazione di millilitro e nessuno studio indica che il calendario attuale superi le capacità del sistema immunitario, che ogni giorno risponde a un numero di stimoli molto più alto.

Che cosa ha detto

L’aumento delle diagnosi di autismo è legato al numero di vaccini somministrati ai bambini.

Che cosa dicono le prove

Decenni di studi su milioni di bambini hanno esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra vaccini e autismo.

Che cosa ha detto

Separare il trivalente e distribuire le dosi su più visite significa meno punture.

Che cosa dicono le prove

Accade il contrario: per la stessa protezione servono più iniezioni e più visite. Lo ha scritto anche il senatore repubblicano Bill Cassidy, medico: dividere i vaccini «aumenterà l’esitazione».

Perché conta adesso

Il morbillo è ai livelli più alti dal 1991 e le coperture continuano a scendere

2.465
Casi di morbillo confermati negli Stati Uniti dall’inizio del 2026: più di tutto il 2025 e il numero più alto dal 1991.

92,5%
La copertura del trivalente tra i bambini dell’asilo, sotto la soglia del 95% che protegge anche chi non può vaccinarsi.

Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono da tempo che diluire il calendario nel tempo abbassa le coperture: più visite significano più occasioni per saltarne una, e più bambini esposti.

Fonte Elaborazione FocusAmerica sul testo dell’ordine esecutivo del 10 agosto 2026, sull’ordinanza del tribunale federale del Massachusetts del 16 marzo 2026, sui dati CDC relativi a morbillo e coperture vaccinali (agosto 2026) e sulla letteratura scientifica relativa al caso giapponese. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Il trivalente scisso in vaccini che negli Stati Uniti non esistono


L'ordine raccomanda inoltre di separare il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia in tre iniezioni distinte. È uno dei passaggi più controversi del provvedimento in quanto contrasta con l'orientamento prevalente della comunità scientifica, ma corrisponde a una richiesta avanzata da Trump già da mesi. La misura è però subordinata alla disponibilità dei prodotti sul mercato americano, dove attualmente non esistono vaccini singoli contro le tre malattie: per ottenerne l'approvazione, le aziende dovrebbero condurre nuove sperimentazioni cliniche per ciascun prodotto.

Dallo Studio Ovale Trump ha accompagnato la firma con una serie di affermazioni fuorvianti o prive di riscontro scientifico, arrivando a sostenere che il trivalente possa essere "piuttosto letale". Ha inoltre ripetuto senza prove che ai bambini vengano somministrati più vaccini di quanti il loro organismo possa sopportare. Alla domanda sul perché raccomandasse di suddividere le somministrazioni in cinque visite mediche distinte, ha risposto di aver fatto lo stesso con i propri figli senza avere "nessun problema".

"Molto semplicemente: oggi ai bambini vengono somministrate grandi quantità di vaccino tutte insieme", ha detto Trump, arrivando a paragonare il volume delle iniezioni a "una bibita". "Noi ne somministriamo il 20% a ogni visita e lasciamo passare del tempo tra una visita e l'altra, così il corpo può gestire questa enorme quantità di liquido". Non esistono prove scientifiche a sostegno di queste affermazioni. "Non può succedere niente di male da quello che stiamo facendo", ha comunque aggiunto Trump. Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono invece da tempo che diluire maggiormente nel tempo il calendario vaccinale potrebbe ridurre i tassi di immunizzazione e lasciare più bambini esposti alle malattie.

Tra le critiche più nette al nuovo provvedimento è arrivata quella di Bill Cassidy, senatore repubblicano e medico, che già l'anno scorso aveva espresso perplessità sulla conferma di Kennedy come Segretario alla Salute proprio per le sue posizioni sui vaccini e sull'autismo. Su X ha scritto che "questo ordine esecutivo è sbagliato" e che "il presidente non ha le competenze per fare questi cambiamenti". "I vaccini sono decisamente sicuri. I vaccini sono efficaci. I vaccini NON causano l'autismo", ha aggiunto. "Dividere i vaccini significherà che i bambini dovranno fare più punture per ottenere la stessa protezione, non meno. Aumenterà l'esitazione e questo renderà i bambini meno sicuri".

I’m a doctor. This executive order is wrong. The President does not have the expertise to make these changes.

Vaccines are overwhelmingly safe. Vaccines are effective. Vaccines DO NOT cause autism.

Breaking up vaccines will mean children have to get more shots to get the same… t.co/9RoPfVsU8h
— U.S. Senator Bill Cassidy, M.D. (@SenBillCassidy) August 10, 2026


Dopo lo stop dei giudici, la partita si sposta negli Stati


L'annuncio ricalca da vicino un precedente tentativo compiuto a gennaio dal Dipartimento della Salute. Il 5 gennaio i funzionari federali avevano presentato una profonda revisione del calendario pediatrico, riducendo da 18 a 11 le vaccinazioni raccomandate e facendo cadere, tra le altre, la raccomandazione universale contro epatite A ed epatite B nei primi mesi di vita. Le associazioni mediche, a cominciare dall'Accademia Americana di Pediatria, avevano impugnato il nuovo calendario sostenendo che violasse le norme federali sul procedimento amministrativo.

Un giudice federale aveva quindi bloccato in via cautelare le modifiche, ritenendo probabile che il Dipartimento avesse aggirato le procedure previste e osservando che tra le persone nominate da Kennedy nel comitato consultivo indipendente sui vaccini esistessero "lacune evidenti" di competenza. Il provvedimento aveva congelato anche i voti espressi dal comitato a partire da giugno, compreso quello sul vaccino contro l'epatite B nei neonati, e la causa è tuttora pendente.

Questa volta però l'Amministrazione Trump ha scelto una strada diversa e non intende attendere l'esito dei tribunali: il nuovo ordine spingerà gli Stati a riscrivere i propri obblighi vaccinali recependo le nuove linee guida federali. "Lavoreremo direttamente con gli Stati, così da non dipendere dalle corti per risolvere la questione", ha spiegato la consigliera della Casa Bianca Heidi Overton. "Lo faremo subito, così che i genitori possano trarre beneficio dal cambiamento delle leggi statali". È un passaggio che mette in discussione pratiche consolidate da decenni e costruite per aumentare i tassi di copertura vaccinale nell'infanzia.

Vaccini, autismo e il peso delle elezioni di novembre


L'ordine arriva dopo mesi di pressioni di Trump su Kennedy perché intervenisse sul calendario pediatrico, mentre entrambi continuano a ipotizzare pubblicamente un legame tra vaccini e autismo, nonostante numerosi studi scientifici abbiano esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra le due cose. La firma del nuovo ordine esecutivo arriva inoltre nonostante le riserve di lunga data dei consiglieri politici del presidente, convinti che insistere su misure controverse in materia di vaccini sia largamente impopolare e possa allontanare una parte dell'elettorato a pochi mesi dalle elezioni di medio termine di novembre.

Poco prima dell'annuncio, i senatori repubblicani Ron Johnson e Rand Paul avevano diffuso alcuni messaggi del 2021 recuperati dal telefono di servizio di Anthony Fauci. All'epoca Fauci era direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e principale consigliere medico del presidente Joe Biden. Nei messaggi discuteva con altri funzionari dei possibili rischi e delle questioni ancora da chiarire sulla vaccinazione contro il Covid-19 durante la gravidanza.

Studi successivi hanno però dimostrato che quei vaccini erano sicuri in gravidanza. Interrogato sulla richiesta avanzata da alcuni senatori repubblicani affinché il Dipartimento della Giustizia possa incriminare Fauci per oltraggio al Congresso dopo il recente voto del Senato, Trump ha detto di non averne ancora parlato con Jeanine Pirro, procuratrice federale per il distretto di Columbia.

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La fonderia di alluminio di Trump spacca i Repubblicani nella corsa a governatore dell'Oklahoma


Il 25 agosto il ballottaggio delle primarie: il procuratore generale Gentner Drummond vuole bloccare l'impianto da 4 miliardi di dollari, Mike Mazzei lo difende dopo l'endorsement del presidente.

La fonderia di alluminio più grande dell'emisfero occidentale, che il presidente Donald Trump vuole far costruire in una zona rurale dell'Oklahoma, ha spaccato gli elettori Repubblicani dello Stato ed è diventata il tema centrale della corsa a governatore. I due Repubblicani che il 25 agosto si sfideranno per la nomination del partito hanno posizioni opposte sull'impianto.

Nessuno dei due ha superato il 50% dei voti nelle primarie del 16 giugno e quindi si torna alle urne per un ballottaggio, il secondo turno previsto in diversi Stati americani quando nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta. Le loro posizioni mostrano quanto una parte dei conservatori sia disposta a smarcarsi dal presidente e a usare i grandi progetti industriali come leva elettorale.

"Non lascerò che venga costruita", ha detto Gentner Drummond, procuratore generale dell'Oklahoma, l'ufficio che rappresenta lo Stato in giudizio, durante un confronto pubblico del mese scorso con il suo avversario, l'ex senatore statale Mike Mazzei. "Dobbiamo proteggere i terreni agricoli".

Il progetto vale 4 miliardi di dollari e sarebbe il primo impianto di questo tipo negli Stati Uniti dal 1980. La fonderia dovrebbe sorgere a Inola, circa 48 chilometri a est di Tulsa (la seconda città dello Stato) e produrre 750.000 tonnellate di alluminio all'anno. A costruirla sarebbero Emirates Global Aluminium e Century Aluminum, con un finanziamento da 500 milioni di dollari del Dipartimento dell'Energia, il ministero americano dell'energia. Il progetto ha però incontrato l'opposizione della comunità in cui dovrebbe sorgere.

Il caso è entrato nella campagna elettorale a maggio, quando Trump ha annunciato il suo sostegno a Mazzei in vista delle primarie del 16 giugno. Mazzei era stato contrario alla fonderia fino al giorno dell'endorsement. Pochi giorni dopo Drummond ha presentato, dall'ufficio del procuratore generale, una causa per bloccare la costruzione dell'impianto da parte delle due aziende, una mossa che i suoi avversari hanno descritto come un tentativo di usare il progetto come arma elettorale.

La strategia ha funzionato. Chi vince il ballottaggio è il favorito per le elezioni generali di novembre in uno Stato profondamente Repubblicano, dove quasi due elettori su tre hanno votato per Trump in ciascuna delle ultime tre elezioni presidenziali e dove un Democratico non conquista la carica di governatore da vent'anni. Dei due sondaggi condotti in vista del secondo turno, uno dà in vantaggio Drummond e l'altro Mazzei.

"Dietro la mossa di Drummond c'è sicuramente la politica", ha detto Seth McKee, professore di scienze politiche alla Oklahoma State University. "Se imposta bene la questione, può vincere la corsa a governatore su questo tema".

La domanda crescente di alluminio e i dazi del 50% imposti dal presidente sul metallo hanno favorito una ripresa della produzione negli Stati Uniti. Circa metà dell'alluminio usato nel paese è importato, in gran parte dal Canada. Il progetto dell'Oklahoma è centrale nei piani dell'Amministrazione per aumentare la produzione americana di minerali. Magnitude 7 Metals, per esempio, sta riaprendo in Missouri una fonderia degli anni Settanta che aveva chiuso nel 2024, un impianto che nel 2019 era stato classificato come il peggior inquinatore del paese.

A giugno Trump ha scritto su Truth Social, il suo social network, che Drummond "vuole detronizzare" un progetto tra i migliori mai concepiti "o costruiti nel grande Stato dell'Oklahoma". Drummond ha risposto di restare il "più grande alleato" del presidente in Oklahoma e di essere criticato "per aver fatto il mio lavoro" nella difesa dell'ambiente dello Stato. "È diventata una questione rilevante quando Trump ha deciso che chi avesse cambiato idea avrebbe ottenuto il suo sostegno e il suo endorsement", ha detto a Reuters. "Mazzei è stato fin troppo contento di svendere l'Oklahoma".

Mazzei, che dirige una società di gestione patrimoniale a Tulsa, ha detto in una nota di essere "orgoglioso di stare al fianco del presidente Trump" e di sostenere un progetto che il presidente stesso ha definito un imperativo di sicurezza nazionale. La sua campagna ha rifiutato diverse richieste di intervista.

Drummond, la cui famiglia gestisce un ranch di bestiame, teme che la fonderia inquini l'aria e l'acqua. Ha definito i proprietari di Emirates Global Aluminium, fondi sovrani legati al governo degli Emirati Arabi Uniti, una "monarchia straniera islamica". L'agricoltura pesa sul prodotto interno lordo dello Stato molto meno dell'industria pesante, ma gli allevatori restano un blocco elettorale importante in un territorio dove i due settori convivono da decenni.

Il governatore uscente Kevin Stitt, che non può ricandidarsi per il limite dei mandati, ha dato il suo sostegno a Mazzei e ha lavorato perché l'Oklahoma diventi il centro dell'espansione americana nei minerali critici. "È molto spiacevole che il procuratore generale dello Stato usi letteralmente tattiche allarmistiche per confondere le persone e trasformare tutto questo in un caso, solo perché non ha ottenuto l'endorsement di Trump", ha detto Stitt a Reuters.

Century ed Emirates Global Aluminium hanno detto di volere rispettare "i più alti standard di prestazione ambientale" e le norme in vigore. Un portavoce ha aggiunto che le due aziende lavoreranno con chiunque vinca la corsa.

A Inola, una comunità agricola di circa 2.000 abitanti che si presenta come la "capitale mondiale del fieno", il progetto ha toccato un nervo scoperto. Il consiglio comunale ha imposto una moratoria sui permessi per una nuova fonderia fino alla fine di settembre, per il timore che le emissioni danneggino il bestiame.

Il Dipartimento dell'Energia sta facendo campagna tra gli elettori a favore dell'impianto. "Avere una fonderia nella propria comunità significa posti di lavoro stabili e importanti che non saranno mai sostituiti dall'intelligenza artificiale", ha detto a Reuters Audrey Robertson, sottosegretaria all'Energia. Robertson è volata a Inola per la riunione del consiglio comunale di giugno ed è stata interrotta dai presenti, che le hanno gridato di costruire la fonderia a Mar-a-Lago, il circolo privato di Trump in Florida.


Andy Ogles perde le primarie in Tennessee nonostante il sostegno di Trump


Il deputato repubblicano Andy Ogles, uno dei più fedeli sostenitori del presidente Donald Trump alla Camera, ha perso le primarie del suo partito in Tennessee. Nel quinto distretto congressuale è stato battuto da Charlie Hatcher, ex commissario statale all'agricoltura, con il 53,2% dei voti contro il 46,8%, cioè 36.524 preferenze contro 32.078. Le primarie servono a scegliere il candidato che ogni partito schiererà a novembre, quando si rinnova l'intera Camera dei Rappresentanti.

Primarie repubblicane · 6 agosto 2026
Tennessee, primarie repubblicane nel 5° distretto
Charlie Hatcher batte il deputato uscente Andy Ogles — Camera degli Stati Uniti
Focus America

CandidatoVoti%

Charlie Hatcher
Vincitore — corsa assegnata dall'Associated Press

36.524
53,2%

Andy Ogles
Deputato uscente

32.078
46,8%

68.602voti totali
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press. Risultati non definitivi.

È la seconda sconfitta in una settimana per un candidato alla Camera sostenuto dal presidente. Martedì in Michigan Amir Hassan, anche lui appoggiato da Trump, aveva perso contro un rivale che si era ritirato dalla corsa a luglio. La settimana scorsa il presidente aveva organizzato per Ogles un comizio telefonico, un evento in cui il candidato parla agli elettori collegati per telefono, mentre lo speaker della Camera Mike Johnson aveva fatto campagna per lui a distanza.

Hatcher, allevatore di mucche da latte di quinta generazione, ha condotto una campagna da conservatore meno appariscente e ha incassato nei giorni finali l'appoggio del governatore Bill Lee, che raramente interviene nelle primarie contese del suo partito. "Charlie è stato al fianco del presidente Trump fin dal primo giorno" ha detto Lee in un video pubblicato sui social, aggiungendo che avrebbe "garantito l'agenda del presidente". Lee ha detto di conoscere Hatcher da più di vent'anni. Lo stesso Hatcher, pur senza l'endorsement di Trump, ha insistito in campagna sul proprio sostegno al presidente e ha chiesto agli elettori di "assumere un agricoltore".

Sul risultato ha pesato anche un super PAC, uno di quei comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato purché non si coordinino con la sua campagna. La Invest in Tomorrow Coalition, finanziata da aziende che sviluppano impianti di energia rinnovabile, ha speso 2 milioni di dollari da metà luglio per far cadere Ogles, che ha reagito dicendo di essere il bersaglio dei "liberali di sinistra".

"Il distretto ha dimostrato ancora una volta che mettersi di traverso al futuro energetico dell'America ha un prezzo politico salato" ha detto in una nota Tom Matzzie, presidente della coalizione, aggiungendo che il gruppo continuerà "a punire i parlamentari di entrambi i partiti che vogliono fare politica con i posti di lavoro americani, la sicurezza energetica e i prezzi delle bollette". Ogles nelle ultime settimane aveva accusato il gruppo di voler "comprare" il suo seggio e aveva fatto notare che la fattoria di Hatcher, candidatosi prima che i confini venissero ridisegnati, era finita fuori dal distretto con la nuova mappa.

Eletto per la prima volta nel 2022, Ogles si era costruito una notorietà nazionale con le sue dichiarazioni. Ha depositato una risoluzione per modificare la Costituzione e permettere a Trump un terzo mandato e una proposta di legge intitolata "Make Greenland Great Again" a sostegno del desiderio del presidente di comprare il territorio danese. In un messaggio sui social aveva invitato con toni volgari il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a tornarsene in Europa, dopo l'incontro alla Casa Bianca del 2025 in cui secondo lui non aveva mostrato abbastanza rispetto per Trump.

All'inizio del mese del Pride il suo account ufficiale su X aveva pubblicato un messaggio in cui si diceva che "l'omosessualità non ha posto in America". Il post ha provocato critiche insolite dai suoi stessi compagni di partito. Ogles si è scusato e lo ha cancellato dando la colpa a un membro del suo staff della comunicazione. A marzo aveva pubblicato almeno una decina di messaggi contro i musulmani, tra cui uno in cui scriveva che "i musulmani non appartengono alla società americana".

Sul deputato pesavano anche guai giudiziari. Nel 2024 l'FBI, la polizia federale americana, gli aveva sequestrato il cellulare nell'ambito di un'indagine su un prestito da 320mila dollari che aveva dichiarato di aver fatto alla propria campagna nel 2022. Ogles ha poi corretto la cifra dicendo di aver prestato solo 20mila dollari. L'amministrazione Trump ha archiviato l'indagine all'inizio di quest'anno, mentre resta aperta un'inchiesta dell'ufficio etico del Congresso sul rispetto delle norme sul finanziamento delle campagne elettorali. Ogles ha inoltre gonfiato il proprio curriculum di studi e di lavoro, come hanno documentato l'emittente locale NewsChannel5 e il Washington Post.

La sfida si è giocata su una mappa elettorale nuova. A maggio i parlamentari repubblicani del Tennessee hanno approvato un nuovo disegno dei collegi dopo la decisione della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act, la legge del 1965 che protegge il diritto di voto delle minoranze. La nuova mappa dovrebbe fruttare ai repubblicani un seggio in più e punta a far vincere al partito tutti e nove i distretti dello Stato. Il quinto distretto, che prima comprendeva parte di Nashville, ora si allunga da Memphis fino al confine con il Kentucky e scende di nuovo verso la contea di Williamson, toccando pezzi di diciassette contee.

Il nuovo disegno ha spezzato anche il distretto a maggioranza nera di Memphis, l'unico in mano ai democratici, distribuendo i suoi elettori su territori conservatori. Steve Cohen, unico deputato democratico della delegazione del Tennessee, ha rinunciato a ricandidarsi nel seggio diventato repubblicano dopo quasi vent'anni.

A novembre Hatcher affronterà Chaz Molder, sindaco di Columbia, che ha vinto le primarie democratiche con il 40,5% battendo altri quattro candidati. Molder ha raccolto 2,6 milioni di dollari entro metà luglio, molto più di qualsiasi altro candidato dei due partiti nel distretto. Il comitato che finanzia le campagne dei democratici alla Camera lo ha inserito nel programma riservato alle sue reclute migliori. La sua campagna è centrata sul costo della vita, sull'accesso alle cure sanitarie e sulla casa.

La sconfitta di Ogles complica i piani dei democratici. Il partito contava su un contesto nazionale favorevole e sulle polemiche attorno al deputato uscente per rendere contendibile un seggio che resta considerato saldamente repubblicano. Tra i democratici c'era chi riteneva Ogles l'avversario più facile da battere. I nuovi confini danno comunque a Hatcher un vantaggio di partenza.

L'appoggio del presidente ha continuato a pesare nella grande maggioranza delle primarie repubblicane di quest'anno, come hanno mostrato le analisi sui candidati in corsa, ma le eccezioni si accumulano. Nelle corse per il governatore in Iowa e in Georgia sono stati sconfitti Randy Feenstra e il vicegovernatore Burt Jones, mentre in South Carolina Trump ha dovuto ripiegare su un doppio endorsement dopo che la sua prima scelta, la vicegovernatrice Pamela Evette, non era riuscita a evitare il ballottaggio e aveva poi perso.

Nel nono distretto, quello di Memphis smembrato dalla nuova mappa, ha vinto le primarie democratiche Justin Pearson con il 65,8% contro il 24,2% della senatrice statale London Lamar. Pearson era diventato noto a livello nazionale nel 2023 come uno dei tre parlamentari del Tennessee che i repubblicani dell'assemblea statale provarono a espellere dopo una protesta sul controllo delle armi: fu cacciato e poi reintegrato. A novembre affronterà il senatore statale Brent Taylor, che ha vinto le primarie repubblicane con il 46% ed è sostenuto dal presidente e dai due senatori repubblicani dello Stato. Taylor ha descritto la propria campagna come un'"assicurazione blindata contro l'impeachment".

Le primarie di giovedì hanno definito anche la sfida per il governatore. La senatrice Marsha Blackburn ha vinto quelle repubblicane con il 43,4%, davanti al deputato John Rose (32,9%) e al parlamentare statale Monty Fritts (23,4%). Il presidente non si è schierato e Blackburn ha rivendicato il proprio sostegno alla sua agenda, mentre Rose l'attaccava per aver votato la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden nel 2020 e per il rifiuto di partecipare a un dibattito. Tra i democratici ha vinto con il 69% Jerri Green, consigliera comunale di Memphis, davanti all'attivista Carnita Atwater. Il prossimo governatore del Tennessee sarà comunque una donna, la prima nella storia dello Stato.


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I conservatori americani preparano una battaglia lunga decenni contro lo ius soli


Dopo la sconfitta alla Corte Suprema, avvocati conservatori e falchi dell'immigrazione si sono riuniti a Washington per pianificare una campagna lunga decenni, come quella contro Roe v. Wade

Un gruppo di avvocati conservatori, ex collaboratori del presidente Donald Trump e falchi dell'immigrazione si è riunito a fine luglio a Washington per trasformare la cancellazione della cittadinanza per nascita in un progetto destinato a durare decenni. L'incontro, di cui ha dato conto Politico, si è svolto a Bellator Hall, un luogo di ritrovo della destra a pochi passi da Capitol Hill, poche settimane dopo la bocciatura della Corte Suprema.

I partecipanti sanno che si tratta di una battaglia che potrebbe sopravvivere ad alcuni dei presenti nella sala. L'hanno paragonata alla campagna durata decenni per cancellare il diritto costituzionale all'aborto e a quella che ha rovesciato la cosiddetta "Chevron deference", la dottrina secondo cui i giudici dovevano rimettersi all'interpretazione di un'agenzia federale quando una legge è ambigua. Gli alleati conservatori del presidente sostengono che la sconfitta davanti alla Corte Suprema abbia dato nuova forza al movimento.

"Hanno trasformato la cittadinanza per nascita nella prossima Roe v. Wade, che dovremo passare i prossimi cinquant'anni a ribaltare", ha detto durante l'evento Mike Davis, fondatore di Article III Project, un'organizzazione legale vicina al presidente. "Hanno distrutto il nostro potere sovrano più importante come popolo, cioè la nostra sovranità, il controllo di chi entra e chi esce e di chi diventa uno di noi".

Discussioni parallele sono andate avanti dentro la Casa Bianca, dove nelle ultime settimane i collaboratori del presidente hanno valutato diverse opzioni. L'attenzione si è concentrata soprattutto sulle donne che arrivano negli Stati Uniti con l'obiettivo principale di partorire per far ottenere al figlio la cittadinanza americana.

L'amministrazione ha lasciato scadere il termine per chiedere alla Corte Suprema di riesaminare la sentenza di giugno. Giovedì il presidente, affiancato dal vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller, ha firmato due ordini esecutivi che restringono la cittadinanza per nascita e colpiscono il "turismo delle nascite", l'ultimo tentativo della Casa Bianca di aggirare la decisione dei giudici.

I due ordini sono molto meno di quello che il presidente voleva ottenere e si limitano a ridurre la platea di chi ha diritto alla cittadinanza. Il primo riguarda i figli del personale diplomatico straniero che lavora negli Stati Uniti, i figli di chi il testo definisce "nemici stranieri" del paese, categoria che comprende le organizzazioni terroristiche straniere, e i figli delle donne che entrano negli Stati Uniti con il solo scopo di partorire perché il bambino ottenga la cittadinanza. "Stiamo agendo per fare in modo che un gran numero di persone che otterrebbero indebitamente la cittadinanza per nascita non abbia più diritto a quei benefici", ha detto Miller ai giornalisti giovedì.

Per più di un secolo il consenso giuridico è stato che chiunque nasca sul suolo americano è cittadino, con poche eccezioni, un diritto garantito dal quattordicesimo emendamento della Costituzione. Il presidente ha provato a cambiarlo con un ordine esecutivo molto ampio firmato nel primo giorno del suo secondo mandato.

Nella sentenza Trump v. Barbara cinque giudici, il presidente della Corte John Roberts, la giudice Amy Coney Barrett e i tre giudici progressisti, hanno stabilito che il quattordicesimo emendamento garantisce la cittadinanza a chi nasce nel paese. Brett Kavanaugh ha scritto che l'ordine esecutivo violava una legge federale ma che il Congresso ha il potere di porre fine alla cittadinanza per nascita.


Trump prova a limitare la cittadinanza per nascita dopo la bocciatura della Corte Suprema


Il presidente Donald Trump ha firmato giovedì 6 agosto due ordini esecutivi per limitare la cittadinanza per nascita e per colpire il cosiddetto turismo delle nascite, poco più di un mese dopo la sentenza con cui la Corte Suprema aveva bocciato il suo primo tentativo di cancellare quel diritto. Negli Stati Uniti chi nasce sul territorio nazionale diventa automaticamente cittadino americano a prescindere dallo status dei genitori, una regola fissata dal quattordicesimo emendamento della Costituzione, approvato dopo la guerra civile.

Il primo ordine esclude dalla cittadinanza automatica i figli di chi lavora per ambasciate o per organizzazioni straniere, di chi agisce per conto di governi stranieri, dei membri di organizzazioni terroristiche straniere e di chi il governo americano classifica come "nemico straniero". Restano fuori anche i bambini nati da genitori che hanno ottenuto la cittadinanza con la frode e quelli di madri che mentono sulle ragioni del viaggio negli Stati Uniti mentre sono incinte. Una terza categoria riguarda i nati nei territori americani, ma per intervenire su quel punto servirebbe una legge del Congresso.

Il secondo ordine punta a rendere più difficile ottenere un visto per chi vuole partorire negli Stati Uniti. Will Scharf, segretario dello staff della Casa Bianca, ha detto che tra le misure allo studio c'è il rifiuto del visto ai visitatori sospettati di arrivare nel paese solo per far nascere un figlio. Ha descritto un fenomeno che un tempo capitava per caso, quando una turista partoriva in anticipo, e che secondo lui si è trasformato in organizzazioni strutturate, a volte criminali, capaci di portare decine di migliaia di persone negli Stati Uniti con quell'unico scopo.

La legge americana vieta già di rilasciare un visto a chi vuole entrare nel paese con lo scopo principale di ottenere la cittadinanza per un figlio facendolo nascere sul territorio nazionale. Il Migration Policy Institute, un centro studi sulle migrazioni, ha ricordato in un'analisi del 2026 che chiedere un visto con quell'obiettivo è già considerato una frode e un motivo sufficiente per negarlo. Un funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna ha detto al New York Times che il provvedimento sul turismo delle nascite non cambia nulla sul piano operativo perché si limita a ripetere norme già in vigore.

Non esiste una stima ufficiale di quante nascite rientrino in questa categoria. Il Migration Policy Institute calcola che siano circa 26mila su 3,5 milioni di nati ogni anno negli Stati Uniti, mentre uno studio di ricercatori della Pennsylvania State University diffuso nelle settimane della sentenza ha rilevato che meno dello 0,3% delle nascite americane riguarda donne arrivate come turiste. I figli di immigrati irregolari o di residenti temporanei sono invece più di 250mila l'anno. Alla domanda di un giornalista su quante persone beneficino della cittadinanza per nascita, il presidente ha risposto "centinaia di migliaia".

Trump ha detto che il quattordicesimo emendamento era stato scritto "per i bambini degli schiavi" e che oggi c'è chi ci costruisce sopra delle attività economiche. Ha raccontato di uomini arrivati negli Stati Uniti dichiarando di avere 56 e 98 figli e ha ripetuto che l'emendamento fu approvato una o due settimane dopo la fine della guerra civile. La ratifica arrivò invece più di tre anni dopo.

Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e principale ispiratore della politica migratoria dell'amministrazione, ha detto che quell'emendamento fu approvato solo per garantire la cittadinanza ai figli degli schiavi e che non ha mai avuto altro significato. Ha indicato come base giuridica dei nuovi provvedimenti la sezione 215A della legge americana su immigrazione e cittadinanza (Immigration and Nationality Act), che a suo dire dà al presidente il potere di introdurre queste restrizioni. Il turismo delle nascite è per lui uno degli abusi più gravi del diritto americano.

La cittadinanza per nascita è uno dei temi centrali dell'agenda del secondo mandato, che il presidente ha costruito su una politica migratoria molto restrittiva. Chi la vuole abolire sostiene che renda il paese una calamita per chi vuole entrare e che la cittadinanza americana dovrebbe andare a chi la considera davvero un valore. Le associazioni per i diritti degli immigrati e molti giuristi rispondono che la Costituzione è chiara nello stabilire chi è cittadino e che restringere l'accesso creerebbe una categoria di persone di seconda classe.

La Corte Suprema aveva respinto il 30 giugno, con sei voti contro tre, l'ordine esecutivo firmato da Trump il primo giorno del suo secondo mandato, che negava la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e di residenti temporanei. Cinque giudici hanno scritto che quel diritto è garantito dalla Costituzione, il che significa che per cambiarlo servirebbe un emendamento costituzionale. Il sesto, Brett Kavanaugh, ha bocciato l'ordine sulla base della legge federale e non della Costituzione. Il presidente della Corte John Roberts, un conservatore, ha scritto nella sentenza che la cittadinanza era e resta "il diritto ad avere diritti".

Le eccezioni riconosciute dalla Corte restano limitate ai figli dei diplomatici e a quelli dei nemici durante un'occupazione ostile del territorio americano. Clarence Thomas, in un'opinione dissenziente sottoscritta dal solo Neil Gorsuch, ha scritto che i giudici hanno riscritto il quattordicesimo emendamento per riconoscere un diritto alla cittadinanza ai figli dei turisti delle nascite e degli stranieri irregolari. Samuel Alito ha depositato un'opinione dissenziente da solo, sostenendo che così l'emendamento garantisce la cittadinanza a quasi chiunque nasca nel paese.

Trump aveva seguito di persona la discussione orale del caso alla Corte Suprema, cosa che nessun presidente americano aveva mai fatto. Dopo la sentenza aveva annunciato che avrebbe chiesto ai giudici di riesaminare la decisione, una richiesta che la Corte non accoglie da decenni, ma il termine per depositarla è scaduto la settimana scorsa senza che la Casa Bianca la presentasse. "Pensavo che avremmo vinto alla Corte Suprema. Purtroppo abbiamo avuto una decisione sbagliata, molto ingiusta", ha detto giovedì nello Studio Ovale, aggiungendo che ora l'amministrazione punta ad arrivare allo stesso risultato per un'altra strada.

L'American Civil Liberties Union, la principale associazione americana per i diritti civili, prevede che anche il nuovo tentativo sarà respinto. "La Corte Suprema ha già deciso su questo punto: la cittadinanza per nascita è garantita dalla Costituzione. Nessun ordine esecutivo può cambiare il significato della Costituzione", ha dichiarato Cody Wofsy, vicedirettore del programma per i diritti degli immigrati dell'organizzazione.

I due ordini apriranno con ogni probabilità una nuova stagione di cause. I tribunali di grado inferiore hanno già respinto in altri procedimenti legati alle politiche migratorie dell'amministrazione l'uso delle categorie di "nemico straniero" e di esercito invasore. La legge federale dà al governo ampi poteri sull'ingresso nel paese ma vieta le discriminazioni nella concessione dei visti di immigrazione. Negare il visto alle donne incinte di alcuni paesi, come prevede l'ordine sul turismo delle nascite, potrebbe far nascere ricorsi proprio su quel terreno.


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Gli americani hanno poca fiducia nella regolarità del voto delle elezioni di metà mandato


Per il Pew Research Center il 55% si fida della correttezza del voto di novembre, in calo dal 61% del 2024. Per la prima volta repubblicani (55%) e democratici (58%) esprimono quasi la stessa fiducia
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Il 55% degli americani è convinto che le elezioni di metà mandato di novembre, quelle che a metà del mandato presidenziale rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato, si svolgeranno in modo corretto e accurato. Alla vigilia del voto del 2024 era il 61%, nel 2022 il 64% e nel 2020 il 59%. Il dato arriva da un sondaggio del Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca demoscopica americani, condotto tra il 6 e il 12 luglio su 3.554 adulti.

Repubblicani e democratici esprimono oggi quasi la stessa fiducia, una novità rispetto a tutte le rilevazioni precedenti. Tra i repubblicani e gli indipendenti vicini al partito la quota è al 55%, in crescita dal 47% dell'estate 2024 e dal 46% del 2022, gli anni della presidenza di Joe Biden. Tra i democratici e i loro simpatizzanti è al 58%, in forte calo dal 77% del 2024 e dall'81% del 2022. I due schieramenti si sono avvicinati muovendosi in direzioni opposte.

A cambiare è soprattutto l'intensità della fiducia. Chi si dice molto sicuro della correttezza del voto è il 15% del totale, contro il 24% del 2024 e il 25% del 2022. Tra i democratici questa componente è scesa dal 39% al 18% in due anni, mentre tra i repubblicani è passata dall'11% al 13%. Chi si dichiara soltanto abbastanza sicuro resta invece stabile intorno al 40%.

Sondaggio · Stati Uniti

Cala la fiducia nella correttezza del voto, e per la prima volta i partiti sono allineati

Percentuale di adulti americani sicuri che le elezioni di novembre si svolgeranno in modo corretto e accurato. Il 55% complessivo è il valore più basso delle quattro rilevazioni: i repubblicani salgono al 55%, i democratici scendono al 58%.

Molto sicuri Abbastanza sicuri A destra: il totale dei due

Totale

Apr ’20
14 45
59%

Ago ’22
25 39
64%

Lug ’24
24 37
61%

Lug ’26
15 40
55%

Repubblicani e simpatizzanti

Apr ’20
20 55
75%

Ago ’22
12 34
46%

Lug ’24
11 36
47%

Lug ’26
13 42
55%

Democratici e simpatizzanti

Apr ’20
9 37
46%

Ago ’22
37 43
81%

Lug ’24
39 38
77%

Lug ’26
18 39
58%

Fonte Pew Research Center, sondaggi su adulti statunitensi: 6-12 luglio 2026 (3.554 intervistati) e rilevazioni di luglio 2024, agosto 2022 e aprile 2020. Valori in percentuale; per l’arrotondamento il totale può differire dalla somma dei due valori.

Il livello di fiducia dei repubblicani resta comunque inferiore a quello della primavera 2020, durante il primo mandato del presidente Donald Trump, quando era al 75%. In quello stesso mese i democratici erano fermi al 46%, il valore più basso mai registrato dal Pew Research Center su questa domanda per entrambi gli schieramenti. Trump intanto continua ad alimentare i dubbi sul voto: nei giorni scorsi ha gridato ai brogli per l'esito di una primaria democratica in Michigan e ripete che l'elezione presidenziale del 2020 gli fu sottratta con la frode.

Una seconda domanda del sondaggio riguarda l'accesso alle urne: il 66% degli americani è molto o abbastanza sicuro che tutti i cittadini che vorranno votare a novembre riusciranno a farlo. Anche qui il dato scende rispetto al 76% del 2024 e al 73% del 2022, mentre nel 2020 era al 63%.

L'83% dei repubblicani si dice sicuro che nessuno resterà escluso dalle urne, una quota rimasta identica in tutte le rilevazioni degli ultimi quattro anni. Tra i democratici la percentuale è al 53%, in discesa dal 71% del 2024 e dal 66% del 2022. Nell'aprile 2020 il divario era ancora più largo, con l'87% dei repubblicani e il 43% dei democratici, in un periodo in cui due terzi degli americani ritenevano probabile che la pandemia avrebbe reso difficile andare a votare.

Sondaggio · Stati Uniti

I repubblicani sono molto più fiduciosi dei democratici sull’accesso al voto

Percentuale di adulti americani sicuri che tutti i cittadini che vorranno votare alle elezioni di novembre potranno farlo. Tra i repubblicani la quota è ferma all’83% dal 2022, tra i democratici è scesa dal 71% al 53%.

Molto sicuri Abbastanza sicuri A destra: il totale dei due

Totale

Apr ’20
25 39
63%

Ago ’22
33 40
73%

Lug ’24
33 42
76%

Lug ’26
28 39
66%

Repubblicani e simpatizzanti

Apr ’20
41 46
87%

Ago ’22
45 38
83%

Lug ’24
43 40
83%

Lug ’26
47 36
83%

Democratici e simpatizzanti

Apr ’20
11 32
43%

Ago ’22
24 42
66%

Lug ’24
25 45
71%

Lug ’26
12 41
53%

Fonte Pew Research Center, sondaggi su adulti statunitensi: 6-12 luglio 2026 (3.554 intervistati) e rilevazioni di luglio 2024, agosto 2022 e aprile 2020. Valori in percentuale; per l’arrotondamento il totale può differire dalla somma dei due valori.

Un secondo sondaggio del Pew Research Center, condotto tra il 20 e il 26 aprile su 5.103 adulti, misura quanto gli americani considerino importanti due obiettivi opposti del sistema elettorale. Il 90% ritiene molto o abbastanza importante che nessun elettore avente diritto sia impedito di votare, l'85% che nessun elettore privo dei requisiti riesca a votare. Le maggioranze sono trasversali: sul primo obiettivo si trovano d'accordo l'89% dei repubblicani e il 92% dei democratici, sul secondo il 92% dei repubblicani e il 79% dei democratici.

Le differenze emergono quando si chiede se il sistema elettorale americano raggiunga davvero questi due obiettivi. Il 68% degli intervistati ritiene che la frase "nessun elettore avente diritto è impedito di votare" descriva molto o abbastanza bene le elezioni americane, ma la quota sale al 77% tra i repubblicani e scende al 61% tra i democratici, 16 punti di distanza.

Il divario si allarga sull'altra faccia della questione. Il 58% degli americani pensa che la frase "nessun elettore privo dei requisiti riesce a votare" descriva bene la realtà, ma il dato passa dal 79% dei democratici al 37% dei repubblicani. Chi ritiene che descriva la realtà molto bene è il 46% dei democratici e appena il 12% dei repubblicani: i timori sul voto di chi non ne ha diritto restano quindi una preoccupazione quasi esclusivamente repubblicana, mentre i democratici sono più preoccupati dagli ostacoli a chi il diritto ce l'ha. Le posizioni su queste due domande sono rimaste sostanzialmente immutate dal 2018, quando il Pew Research Center le pose per la prima volta, comprese le differenze tra i due elettorati.

La fiducia nella correttezza del voto di novembre cresce con l'età e con il titolo di studio. Tra gli over 65 arriva al 66% e tra chi ha tra i 50 e i 64 anni al 59%, mentre scende al 50% tra i giovani dai 18 ai 29 anni e al 49% nella fascia tra i 30 e i 49. Chi ha una laurea si dice sicuro nel 61% dei casi, contro il 52% di chi non ce l'ha. Per etnia il valore più alto è tra gli americani di origine asiatica (62%), seguiti dai bianchi (57%), dagli ispanici (54%) e dai neri (50%).

Anche all'interno dei due schieramenti le posizioni non sono uniformi. Tra i repubblicani i moderati e i liberal sono più fiduciosi dei conservatori (59% contro 53%), mentre tra i democratici accade il contrario: i conservatori e i moderati sono al 61%, i liberal al 54%.


El-Sayed vince di misura in Michigan, Trump grida già ai brogli


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan con meno di 15.000 voti di vantaggio su oltre 1,5 milioni: circa il 49% contro il 47% di Haley Stevens. Questa mattina la deputata ha telefonato al rivale per riconoscere la sconfitta, al termine di una delle competizioni interne più seguite del Paese. A novembre, quindi, El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, ex deputato alla Camera. Se vincesse, diventerebbe così il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump è intervenuto mentre lo scrutinio era ancora in corso. Alle 9:28 del mattino a Washington, vale a dire le 15:28 in Italia, mezz'ora prima che l'Associated Press assegnasse la vittoria a El-Sayed, ha scritto su Truth Social che la contea di Wayne, dove si trova Detroit, è "una delle aree di voto più corrotte degli Stati Uniti, se non del mondo" e "puro Terzo Mondo". Senza fornire prove, ha aggiunto che lì "accadono miracoli, comprese molte più schede depositate di quanti siano gli elettori".

Trump ha poi definito El-Sayed, senza nominarlo, "il comunista, che a Detroit non piace". Ha evocato "tutte quelle schede postali false che compariranno a sorpresa all'ultimo momento" e invitato i suoi sostenitori a prepararsi a "un'altra elezione truccata". Infine ha chiesto ai repubblicani di votare Rogers a novembre per rendere il margine in Michigan "troppo grande per essere truccato". Alle 10:10 ora locale ha di nuovo commentato la vittoria ufficiale di El-Sayed definendola "una grande notizia per il Partito Repubblicano".

Il candidato progressista e il peso dei finanziamenti esterni


Nato in Michigan da genitori egiziani, El-Sayed si era candidato senza successo a governatore dello Stato nel 2018 e in seguito ha guidato il dipartimento sanitario della contea di Wayne. Durante la recente campagna elettorale ha sostenuto il Medicare for All, cioè l'estensione a tutti i cittadini della copertura sanitaria pubblica oggi riservata soprattutto agli anziani, così come la riforma del finanziamento della politica e soprattutto la fine degli aiuti militari a Israele. Stevens ha invece concentrato la propria candidatura sulla manifattura, sull'economia e sulla capacità di conquistare i collegi più contesi.

Proprio il giudizio su Israele, duramente criticato da El-Sayed per la condotta della guerra a Gaza, ha diviso l'elettorato, come già nel 2024, quando molti elettori musulmani contestarono Kamala Harris per questo motivo. Stavolta Stevens ha beneficiato di decine di milioni di dollari spesi dal super PAC dell'American Israel Public Affairs Committee, il più influente gruppo filoisraeliano degli Stati Uniti, e del sostegno dell'apparato democratico, a partire dal leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. In Michigan, la spesa complessiva dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari, stabilendo un record per una primaria democratica al Senato.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


Molti elettori musulmani hanno interpretato il risultato come la prova di aver conquistato finalmente uno spazio nella politica americana, riferisce il New York Times, soprattutto nel Michigan orientale, dove le comunità arabe e musulmane sono radicate da tempo. Aber Kawas, vincitrice quest'anno delle primarie per il Senato dello Stato di New York, si è recata in Michigan proprio per sostenere El-Sayed. Ma il risultato, ha spiegato al quotidiano, nasce soprattutto dalla capacità del candidato di rivolgersi a tutti gli elettori del Michigan alle prese con il costo della vita, musulmani e non.

Il seggio lasciato libero dal democratico Gary Peters, che non si ricandiderà, potrebbe ora rivelarsi decisivo per il controllo del Senato. Il Cook Political Report considera incerto l'esito della sfida di novembre. Mercoledì il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha diffuso uno spot digitale che descrive El-Sayed come "il candidato al Senato più radicale d'America" e ne scandisce il nome completo, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. In vista del voto, il filmato sembra anticipare quella che sarà una campagna elettorale molto aggressiva: diversi candidati repubblicani in Texas, Tennessee e Alabama hanno già adottato toni ostili nei confronti dei musulmani.


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Le espulsioni di massa costeranno 2.358 dollari a ogni contribuente americano


L'Economic Policy Institute ha calcolato il costo per contribuente dei 268,9 miliardi destinati ai rimpatri: soldi che basterebbero per i buoni alimentari di oltre 118 milioni di persone

Ogni contribuente americano pagherà in media 2.358 dollari per il programma di espulsioni di massa del presidente Trump. La stima arriva da un calcolatore pubblicato dall'Economic Policy Institute (EPI), un istituto di ricerca economica. Lo strumento ripartisce tra i contribuenti i 268,9 miliardi di dollari che il governo prevede di spendere per rimpatri e detenzioni nei restanti due anni e mezzo di mandato.

I fondi combinano gli stanziamenti del One Big Beautiful Bill Act, la grande legge di bilancio approvata nel 2025, quelli delle leggi di riconciliazione approvabili a maggioranza semplice, i normali capitoli di spesa e altri fondi riallocati. Il totale potrà inoltre crescere se il Congresso approverà nuovi finanziamenti con le prossime leggi di spesa.

Con la stessa somma, calcola il National Priorities Project, si potrebbero pagare per due anni e mezzo i buoni alimentari del programma SNAP a oltre 118 milioni di persone in più. In alternativa si potrebbe garantire Medicaid, l'assicurazione sanitaria pubblica per i redditi bassi, a quasi 12 milioni di persone, oppure un alloggio popolare a basso costo a più di 9,7 milioni di famiglie.

La spesa non pesa allo stesso modo ovunque. L'EPI ha diviso il totale tra gli stati in proporzione alle imposte federali sul reddito versate dai loro contribuenti, con un dettaglio che arriva fino alle singole contee e città. Dove i redditi sono più alti, il conto sale. A Washington DC si pagherebbero 3.930 dollari a contribuente e in Connecticut 3.395, mentre il West Virginia, lo stato che contribuisce meno, si fermerebbe a circa 1.297 dollari. Anche da sole queste quote basterebbero per programmi sociali di grandi dimensioni: quella di Washington DC coprirebbe i buoni alimentari di 455.000 persone e quella del West Virginia di 328.000, mentre il Connecticut potrebbe assicurare l'assistenza sanitaria a 186.000 residenti.

Immigrazione · Stati Uniti

Le espulsioni di massa costeranno 2.358 dollari a contribuente

L’Economic Policy Institute ha ripartito i 268,9 miliardi di dollari destinati a rimpatri e detenzioni nei restanti due anni e mezzo di mandato di Trump in base alla quota di imposte federali sul reddito pagata in ogni stato: si va dai 1.297 dollari a testa del West Virginia ai 3.930 di Washington DC.

Dollari per contribuente

1.7502.0002.5003.000

Alaska · 1.760 $ per contribuenteAlabama · 1.653 $ per contribuenteArkansas · 1.664 $ per contribuenteArizona · 2.000 $ per contribuenteCalifornia · 2.945 $ per contribuenteColorado · 2.397 $ per contribuenteConnecticut · 3.395 $ per contribuenteDistrict of Columbia · 3.930 $ per contribuenteDelaware · 1.869 $ per contribuenteFlorida · 2.907 $ per contribuenteGeorgia · 2.106 $ per contribuenteHawaii · 1.824 $ per contribuenteIowa · 1.663 $ per contribuenteIdaho · 1.800 $ per contribuenteIllinois · 2.413 $ per contribuenteIndiana · 1.665 $ per contribuenteKansas · 1.833 $ per contribuenteKentucky · 1.488 $ per contribuenteLouisiana · 1.776 $ per contribuenteMassachusetts · 3.202 $ per contribuenteMaryland · 2.324 $ per contribuenteMaine · 1.579 $ per contribuenteMichigan · 1.791 $ per contribuenteMinnesota · 2.050 $ per contribuenteMissouri · 1.758 $ per contribuenteMississippi · 1.376 $ per contribuenteMontana · 1.814 $ per contribuenteNorth Carolina · 1.968 $ per contribuenteNorth Dakota · 1.969 $ per contribuenteNebraska · 1.836 $ per contribuenteNew Hampshire · 2.422 $ per contribuenteNew Jersey · 2.933 $ per contribuenteNew Mexico · 1.443 $ per contribuenteNevada · 2.421 $ per contribuenteNew York · 3.085 $ per contribuenteOhio · 1.670 $ per contribuenteOklahoma · 1.646 $ per contribuenteOregon · 1.859 $ per contribuentePennsylvania · 2.064 $ per contribuenteRhode Island · 1.938 $ per contribuenteSouth Carolina · 1.774 $ per contribuenteSouth Dakota · 1.920 $ per contribuenteTennessee · 1.961 $ per contribuenteTexas · 2.514 $ per contribuenteUtah · 2.070 $ per contribuenteVirginia · 2.394 $ per contribuenteVermont · 1.697 $ per contribuenteWashington · 2.662 $ per contribuenteWisconsin · 1.728 $ per contribuenteWest Virginia · 1.297 $ per contribuenteWyoming · 2.567 $ per contribuenteAKALARAZCACOFLGAIAIDILINKSKYLAMAMDMEMIMNMOMSMTNCNDNENMNVNYOHOKORPASCSDTNTXUTVAWAWIWVWYHIDistrict of Columbia · 3.930 $ per contribuenteDC

Fonte Economic Policy Institute, calcolatore sul costo delle espulsioni, su stime di spesa del National Priorities Project, luglio 2026. La quota di ogni stato è proporzionale alle imposte federali sul reddito pagate dai suoi contribuenti; la media nazionale è di 2.358 dollari.

"Non credo che le persone si rendano conto di quanto denaro venga speso per queste espulsioni di massa", ha detto ad Axios Gordon Lafer, professore all'Università dell'Oregon e ricercatore associato dell'EPI, ricordando che la maggior parte degli immigrati irregolari non ha precedenti penali. "In quasi ogni angolo del paese ci sono molte persone che faticano a non avere fame, ad avere una casa accessibile; bambini in classi sovraffollate, persone senza assicurazione sanitaria: sono queste le cose che contano di più", ha aggiunto. "Noi invece spendiamo una cifra incredibile per inseguire, detenere ed espellere le persone".

Il dipartimento per la Sicurezza interna, che gestisce il sistema dei rimpatri, ha difeso in una nota ad Axios il programma di partenze volontarie. Chi accetta di lasciare il paese attraverso l'app CBP Home riceve un volo gratuito e un contributo di 2.600 dollari. Il costo complessivo è di circa 5.100 dollari a persona, contro i circa 18.000 di un'espulsione forzata. Ogni rimpatrio volontario, sostiene il dipartimento, fa così risparmiare ai contribuenti più di 13.000 dollari.

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Dopo tanto lavoro, Ghost ha finalmente attivato la federazione Activitypub (e non solo). Ma quali sono le newsletter e i blog italiani basati su #Ghost?

@Discussioni sul Fediverso italiano

Al momento questi sono quelli che abbiamo censito e che ricondividiamo per tutti gli interessati:

1) oradecima by Martino Wong: @oradecima by Martino Wong
2) Dungeonauta: @Dungeonauta
3) Monryse: @MonRyse
4) Mindthechart Intelligence: @MindTheChart Intelligence
5) Restworld: @Restworld Blog
6) Il Blog di Davide Benesso: @Davide Benesso: curiosità e automiglioramento
7) Gaming Review: @GamingReview.it
8) WPC Tech: @WPC Tech
9) The Submarine: @The Submarine
10) Manolo Macchetta: @Manolo Macchetta
11) Flavio Pintarelli: @Flavio Pintarelli | Writer & Strategist
12) Giovanni Bertagna: @Giovanni Bertagna - Blog

CONOSCI ALTRI BLOG E NEWSLETTER BASATI SU GHOST? ALLORA SEGNALACELI!

in reply to Zone di Transizione

sinceramente avrò poco più di 100 utenti al giorno e WordPress lo conosco abbastanza bene ormai (ci ho sviluppato anche qualche plugin). Ricominciare da zero, passare ad una vps, vuol dire spendere di più e dover re-imparare tutto da zero 😅
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