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Più sequel, più soldi


Un gioco del 2012 è il più venduto su PlayStation nel mese di luglio, e ci chiediamo ancora perché ci bombardano di remake
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EA è ufficialmente saudita, Black Ops 2 ha venduto 8 milioni di copie nel 2026, Roblox perde colpi e Palworld non accenna a rallentare. E poi la recensione di un gioco piccolo ma sudatissimo e un'approfondimento su uno strategico che prova a farsi largo dove altri hanno fallito.


News index


- Palworld diventa un MMO ed esce quest’anno
+ Le carte più rare del TCG di Palworld sono già su eBay a 4000$
- Le riedizioni di Black Ops 1 e 2 hanno venduto 11 milioni di copie su PlayStation
+ Roblox scommette ancora di più sull’IA ma perde utenti e guadagni
- I giochi della Xbox 360 saranno presto su Pc
+ L’acquisto di EA da parte dei sauditi è completo

Palworld diventa un MMO ed esce quest’anno - Pocketpair ha annunciato Palworld Online, un MMO spin-off della sua mega hit Palworld da poco arrivata in versione 1.0. Il gioco sarà disponibile solo su iOS e Android a fine 2026 e si chiamerà Palworld Online. Il gioco, dicono in una nota stampa, "avrà al centro la profondità e la libertà di Palworld, ma su dispositivi mobili. Centrata sul multigiocatore online, dove i giocatori possono incontrarsi nello stesso mondo e divertirsi con la cooperazione, la competizione e la costruzione di basi comuni, il titolo avrà anche un'ambientazione e una trama originali", continua l'annuncio. "Ambientata in un vasto open world e perfettamente connesso, i giocatori potranno vivere avventure con gli amici sempre e ovunque, in compagnia delle misteriose creature chiamate pals”.

Le carte più rare del TCG di Palworld sono già su eBay a 4000$ - Il gioco di carte collezionabili di Palworld è appena uscito, e i collezionisti stanno già spendendo migliaia di dollari per accaparrarsi le carte più rare. Pubblicato il 30 luglio, Dawn of Palpagos segna il tanto atteso debutto di Pocketpair nel mondo delle carte collezionabili, dopo l'annuncio del progetto a gennaio. Il lancio sembra aver riscosso un enorme interesse, con oltre 3,5 milioni di bustine vendute il giorno stesso dell'uscita. La vendita più eclatante finora è quella della carta Soul Golden Cattiva SSS, la carta più rara di Dawn of Palpagos. Secondo un'inserzione conclusa su eBay, una copia è stata venduta per quasi 4.000 dollari il 27 luglio.

Le riedizioni di Black Ops 1 e 2 hanno venduto 11 milioni di copie su PlayStation - I porting per PlayStation 4 e PlayStation 5 di Call of Duty: Black Ops e Black Ops 2 hanno venduto oltre 11 milioni di copie secondo le stime di Alinea Analytics. Il porting di Black Ops 2 è stato il gioco PlayStation più venduto nel luglio 2026, con 8,2 milioni di copie e Alinea stima che i due titoli abbiano generato entrate per circa 435 milioni di dollari. Questi dati dovrebbero farci perdere definitivamente il coraggio di chiederci perché non facciamo altro che vedere remake e remaster.

Roblox scommette ancora di più sull’IA ma perde utenti e guadagni -Roblox ha pubblicato i risultati finanziari del secondo trimestre dell'anno fiscale 2026. L'azienda ha registrato un fatturato di 1,5 miliardi di dollari com 123 milioni di utenti attivi giornalieri. Roblox ha ribadito il suo impegno verso gli strumenti di creazione delle "esperienze" basati sull'intelligenza artificiale, affermando che questi liberano "i creatori dal noioso lavoro tecnico, consentendo loro di concentrarsi su un design creativo di alto valore". La buona notizia è che le azioni dell'azienda hanno perso il 55% del loro valore rispetto all'anno scorso e la piattaforma ha registrato 30 milioni di utenti medi in meno rispetto al picco del 2025. Il motivo citato nella call con gli investitori è stato che: "Attribuiamo l'inattesa riduzione dei ricavi a uno spostamento dell'engagement maggiore del previsto, dai giochi virali del 2025 ad alta monetizzazione a una combinazione di esperienze nuove e sempre attuali con una monetizzazione oraria inferiore", nelle parole del cfo Naveen K. Chopra.

I giochi della Xbox 360 saranno presto su Pc - Secondo un report di The Verge, i giochi per Xbox 360 potranno essere giocati su Project Helix (l'ibrido console-pc di Microsoft), dispositivi portatili e Xbox su PC. Gli sviluppatori di giochi usciti per Xbox 360 potrebbero presto scegliere di attivare la retrocompatibilità che, secondo il rapporto, diverrà gradualmente disponibile tra il 2027 e il 2028. È stato inoltre annunciato che una funzionalità di conversione da disco a digitale, precedentemente annunciata, sarà disponibile in beta aperta a luglio 2026. Questa trasformerà in una copia digitale di proprietà dell'utente ogni gioco nella libreria console, permettendo di accedervi anche su Pc. Nel documento si legge anche che Project Helix potrebbe essere in grado di giocare i titoli per Pc (probabilmente tramite Steam) con l'obiettivo di "abbattere le barriere tra giochi per console e per PC" e "rendere l'esperienza Xbox coerente su tutti gli schermi".

L’acquisto di EA da parte dei sauditi è completo - EA ha annunciato ufficialmente il completamento dell'acquisizione privata da 55 miliardi di dollari da parte del Fondo Pubblico di Investimento dell'Arabia Saudita, Silver Lake e Affinity Partners. L'operazione è considerata la più grande acquisizione con leva finanziaria (quindi a suon di prestiti) della storia e sembra aver superato senza problemi il vaglio delle autorità di regolamentazione americane ed europee. Precedenti indiscrezioni suggerivano che il Fondo Saudita avrebbe detenuto il 93,4% di EA, mentre Silver Lake il 5,5% e Affinity Partners (di Jared Kushner, genero di Trump) l’1,1%. I nuovi investitori punteranno sull'intelligenza artificiale generativa per ridurre i costi con circa 700 milioni di tagli previsti entro l'anno. Prima dell'annuncio dell'acquisizione, EA ha licenziato circa 400 dipendenti, chiuso lo studio interno Cliffhanger Games e ridimensionato significativamente BioWare in seguito al lancio non proprio stellare di Dragon Age: The Veilguard. Tra l'annuncio dell'accordo e la sua conclusione, invece, EA ha tagliato tanti sviluppatori dei Battlefield Studios, nonostante un anno record per il franchise. Come ciliegina sulla torta, l'azienda continua a promuovere l'utilizzo dell'IA generativa nei suoi giochi e ha annunciato nuove iniziative pubblicitarie in-game.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

Siete alla ricerca di cose nuove? Emozioni forti? Storie strappalacrime? Questa lista di raccomandazioni ha qualcosa per tutti i palati tra nuove uscite, titoli in early access e demo di videogiochi ancora lontani.

Big Walk - Avete sentito parlare di giochi friendslop, ma se ne esistesse uno d’autore? Big Walk è l’ultimo progetto di HouseHouse, gli autori di Untiteled Goose Game, ed è un gioco per gruppi da 2 a 12 amici che vanno a fare una grande passeggiata nel Bush australiano. Ad aspettarli ci sono enigmi, terreni accidentati e un sacco di modi per fare gli stupidi tutti insieme. C’è un’importante componente filosofica negli ostacoli, soprattutto di comunicazione, ed è quasi obbligatorio non usare Discord ma la chat interna del gioco, il motivo è che nell’impossibilità o nella difficoltà di comunicare risiede il divertimento di tantissime sfide.

Fields of Mistria - Arriva finalmente la versione 1.0 dell’unico farming Simulator ad essere emerso vittorioso dall’ombra di Satrdew Valley. C’è tutto quello che potete aspettarvi da un progetto di questo tipo e anche qualche sorpresa. C’è un po’ più di enfasi sulla componente di dating-sim e sulla componente narrativa che è ben scritta e stratificata. Ha un sapore nostalgico ed è perfetto per chi è alla ricerca di un’esperienza in cui affondare i denti per tantissime ore.

Akatori - Fan dei metroidvania, dopo qualche mese di siccità, potete nuovamente dissetarvi: Akatori è quel giusto mix tra tutto ciò che ci si aspetta dal genere e quelle due o tre innovazioni necessarie a lasciare il segno. La ricetta è semplice: ambientazioni interessanti, combattimento spigliato e un sistema di aggancio dei nemici per tirarseli contro che è una delizia.

ReStory: Chill Electronics Repairs - Chi è alla ricerca di un’esperienza tanto cozy quanto nostalgica non può perdersi Restory, un gioco in cui si vestono i panni di un riparatore di gadget tecnologici a Tokyo all’apice tecnologico dell’infanzia millennial. Dovrete riparare PS1, telefoni Nokia, Macchine fotografiche Polaroid, PSP e molta altra tecnologia dagli anni '90 a metà dei 2000. Qui calma e nostalgia vanno a braccetto, dategli una possibilità se avete bisogno di rilassarvi.


Echobreaker: la recensione di un platform di precisione breve ma intenso


Chi è alla ricerca di un’esperienza rifinita e contenuta troverà in Echobreaker un gioco ben fatto con una curva di apprendimento che non perdona

Echobreaker non è un gioco rilassante: è una sfida contro il tempo e contro sé stessi su cui ossessionarsi. Niente relax, niente riposo: il gioco di Upstream Arcade richiede dedizione e metodo per essere completato e i più bravi potrebbero riuscirci in meno di due ore.

Chi gioca pilota con visuale isometrica una tuta sperimentale e l’obiettivo è completare i percorsi di test nel minor tempo possibile. I livelli sono 15 in totale, strutturati in tre sezioni da cinque ciascuna e sbloccabili ottenendo determinate valutazioni in quelli precedenti. Per sbloccare il secondo set, per esempio, bisogna ottenere il punteggio oro in almeno quattro dei livelli precedenti e per sbloccare il terzo servono otto tempi con un tempo platino.

La curva di apprendimento è morbida nel primo set, diventa ostica per sbloccare il secondo e si trasforma in un percorso di Ninja Worrior per arrivare al terzo. Ogni livello introduce qualcosa di nuovo tra armi, nemici e abilità ed è lungo abbastanza da essere difficile da memorizzare ma non a sufficienza da diventare una sfida impossibile.

La tuta salta, ha un attacco base, può raccogliere delle armi a munizioni limitate (ciascuna con un attacco speciale) e può rompere le regole dello spazio-tempo per guadagnare un po’ di velocità. La meccanica che da il nome al gioco “rompere gli Echo” consiste nel rallentare il tempo per guadagnare velocità o distanza di salto in base al numero di nemici eliminati o “cariche di Echo” raccolte.

Così ogni livello da un semplice percorso da completare in modo lineare diventa, per raggiungere il punteggio platino e sbloccare l’ultimo set, una sorta di enigma da decifrare per capire scorciatoie, combo e altri stratagemmi per ridurre il proprio tempo di qualche altro decimo. Il mindset da avere è “no pain no gain” e la scarica di dopamina quando si batte il proprio fantasma (che rappresenta il tempo migliore mai fatto su quel livello) e si raggiunge la soglia platino (che sblocca anche le classifiche online) è paragonabile a quella dopo aver battuto un boss in un soulslike.

L’utente ideale è competitivo, instancabile e alla ricerca di una sfida che premia perseveranza e ingegno. Battuto il gioco, poi, ci sono una pletora di modificatori da provare per superare sfide ancora più toste e delle classifiche online per stabilire chi è il migliore in assoluto.

Echobreaker è perfetto anche per chi è alla ricerca di un modo per riempire un lungo viaggio in treno o in aereo con un’esperienza breve ma intensa. Il gioco, infatti, non è solo ottimo in portabilità, ma è anche talmente leggero che funzionerà su qualunque Pc.


Riuscirà ZeroSpace a fare breccia nel mondo degli strategici?


Non è rifinito, non ha tanto da offrire e ha problemi tecnici, ma le fondamenta ci sono e i dev sono proprio ambiziosi

Dopo una settimana in compagnia di ZeroSpace, un nuovo strategico sci-fi, è evidente che sul piatto c’è davvero tanto. Il gioco di Starlance Studios ha una campagna, una modalità versus, un sistema di guerra galattica multigiocatore stratificato e una modalità orda, il tutto con quattro fazioni giocabili, una delle quali in beta.

Il gioco ha appena fatto il suo debutto in accesso anticipato quindi ci sono molti angoli da smussare, ma la visione degli sviluppatori è sicuramente interessante. Aver passato gli ultimi due anni a vedere lentamente morire Stormgate, un altro strategico sci-fi firmato da ex Blizzard, però, costringe alla cautela perché i numeri non sono da capogiro.

Essendo uno strategico puro, il gioco è evidentemente orientato ai fan del genere anche perché, nelle sue innovazioni, non fa nulla per cercare di convincere chi non ama i giochi di strategia in tempo reale a provarlo. Avendo un’aria molto approcciabile già in questa fase, però, potrebbe essere un interessante compagno di giochi per chi volesse avvicinarsi al genere. Il problema è che, allo stadio attuale, mancano molte di quelle rifiniture, soprattutto alla campagna, che convincerebbero un novizio a fare il salto.

I problemi tecnici, dalle cutscene al gameplay, non mancano: non sono mai forieri di crash, ma l’effetto pop-in è molto intenso, alcuni elementi delle cutscene non si caricano proprio, diversi componenti dello scenario si compenetrano e ogni tanto qualche costruzione si bugga e smette di essere interagibile. Tutto normale per un gioco in Early Access, ma non un biglietto da visita vincente per chi si sta avvicinando al genere.

Quindi ZeroSpace è, in questa fase, per veterani del genere alla disperata ricerca di nuovi porti dopo StarCraft. Qui troveranno un parco fazioni ampio, unità interessanti anche se ancora grezze e degli sviluppatori molto ambiziosi nella loro visione. É fondamentale, però, mettere le aspettative al posto giusto: il gioco è evidentemente in lavorazione, dalla ui alle varie modalità, e prima di raggiungere l’obiettivo finale ci vorranno diversi anni.

La modalità di guerra galattica a fazioni, per esempio, è molto interessante sulla carta, ma al momento risulta spiegata male e implementata peggio: interfacce poco chiare, problemi di caricamento e missioni non proprio entusiasmanti fanno perdere in fretta la voglia di giocarci. Stessa cosa la campagna: personaggi piatti, scenari non proprio entusiasmanti ed eroi che non lasciano il segno danno fastidio perché interrompono quei momenti di gameplay strategico che il gioco fa bene.

Il flusso di gioco è frenetico e interessante, gli errori si pagano e, in generale, il comparto tecnico è responsivo, anche se da rifinire visivamente. Ci sono le fondamenta di gameplay e c’è l’ambizione di fare uno strategico longevo e stratificato. Supportate ZeroSpace se siete disposti a tollerare i difetti consueti di un gioco in Accesso Anticipato, se avete voglia di dare un feedback concreto agli sviluppatori e se volete sperare anche voi nel ritorno di un grande strategico capace di catalizzare l’attenzione delle masse.


Non dimenticatevi di dare un ascolto alla nuova puntata di [REDACTED] Podcast, lo show settimanale in cui io, Francesco Lombardo e Cecilia Ciocchetti analizziamo le notizie più importanti della settimana in fatto di gaming e esport.
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Grazie per aver letto questa nuova edizione di Letter to a Gamer. É solo grazie al sostegno di chi legge che questa newsletter può restare indipendente, priva di pubblicità, sponsor e qualunque altra influenza che non sia il rapporto autore e lettore. Chi si innnamora di Letter to a Gamer e vule darle una mano può condividere questo link con i propri amici e compagni di giochi e seguire i social della newsletter (Instagram, Bluesky, TikTok). C'è anche un gruppo Telegram per fare domande, proporre titoli da recensire e discutere con altri appassionati.

Ci vediamo alla prossima lettera,
Riccardo "Tropic" Lichene

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L'economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio


Gli economisti prevedevano 83.000 assunzioni nette. Il Bureau of Labor Statistics ha inoltre rivisto al ribasso di 103.000 unità i dati di maggio e giugno.

L'economia statunitense ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio, mentre gli economisti interpellati dal Wall Street Journal si aspettavano 83.000 assunzioni nette. Il dato è contenuto nel rapporto mensile diffuso oggi dal Bureau of Labor Statistics, l'istituto di statistica del Dipartimento del Lavoro. Il tasso di disoccupazione è tuttavia sceso dal 4,2% di giugno al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025.

Il rapporto ha ridimensionato anche i risultati dei due mesi precedenti: i posti creati a maggio sono stati rivisti da 129.000 a 63.000 e quelli di giugno da 57.000 a 20.000. Complessivamente, si tratta di 103.000 assunzioni in meno rispetto alle prime stime. La media mensile dell'ultimo anno scende così a 34.000 nuovi posti di lavoro creati. Le revisioni cancellano gran parte dello slancio che sembrava aver caratterizzato i primi mesi del 2026, quando la ripresa delle assunzioni era stata attribuita all'ottimismo per i tagli fiscali, la tregua sui dazi, la riduzione dei tassi d'interesse e il rallentamento dell'inflazione.

Occupazione · Luglio 2026

L’America ha perso posti di lavoro, ma la disoccupazione è scesa lo stesso

Il Bureau of Labor Statistics registra 23.000 posti in meno a luglio e ne cancella altri 103.000 dalle stime di maggio e giugno. Il tasso di disoccupazione scende al 4,1% perché sempre meno americani cercano un impiego.

Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026

Posti di lavoro creati a luglio

Le attese
+83.000

Il dato reale
−23.000

Media degli economisti interpellati dal Wall Street Journal
Uno scarto di 106.000 posti rispetto alle previsioni

Nell’ultimo anno l’economia americana ha creato in media 34.000 posti al mese: poco più di un terzo del ritmo che teneva nel 2024.

Quattro anni in un grafico

La creazione di posti di lavoro si è spenta mese dopo mese


Variazione mensile degli occupati non agricoli, in migliaia. La linea blu è la media dei dodici mesi precedenti: a gennaio 2023 superava i 380.000 posti al mese, oggi è a 34.000.

Posti creati Posti persi Media a 12 mesi

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i singoli mesi.

Dentro il rapporto

Tre cose che rendono il dato peggiore di com’è apparso


Le revisioni Il paradosso I settori

Il Bureau of Labor Statistics ha ricalcolato i due mesi precedenti. Entrambi valevano circa la metà di quanto era stato annunciato.

−103.000
posti in meno rispetto alle prime stime. Le revisioni cancellano quasi tutto lo slancio dei primi mesi del 2026.

Occupati e disoccupati arrivano da due indagini diverse. I posti si contano nelle buste paga delle imprese; il tasso di disoccupazione nasce da un sondaggio tra le famiglie, e considera disoccupato solo chi ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane. Chi smette di cercare esce dal conteggio.

A luglio la disoccupazione è scesa al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025. Nello stesso mese però la quota di americani che lavorano o cercano lavoro è caduta al minimo da oltre cinque anni: il tasso cala anche quando l’occupazione non cresce.

61,4%
Tasso di partecipazione, sette decimi in meno rispetto a gennaio

5,9 mln
Americani fuori dalla forza lavoro che dicono di volere un impiego

921.000
Persone in attesa di rientrare dopo un licenziamento: 153.000 in più in un mese

Ogni comparto sposta il saldo del mese. Le perdite di scuola, negozi e finanza pesano molto più di quanto la sanità riesca a compensare, e il totale si ferma a 23.000 posti in meno.

Passa il dito o il mouse su un comparto per vedere il saldo progressivo.

«Tutti gli altri comparti» è una voce residua: la differenza fra il saldo totale di luglio e i comparti indicati sopra.

Il turismo doveva essere il grande beneficiario dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell’ospitalità ha invece perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto fermo a luglio. La retribuzione oraria media è ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.


A luglio 2026 l’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro contro le 83.000 assunzioni attese. Maggio è stato rivisto da 129.000 a 63.000 posti e giugno da 57.000 a 20.000, per un totale di 103.000 posti in meno rispetto alle prime stime. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 4,2% al 4,1%, mentre il tasso di partecipazione è caduto al 61,4%.

Fonte Elaborazione su dati del Bureau of Labor Statistics, rapporto sull’occupazione di luglio 2026 (dati destagionalizzati), e sul sondaggio del Wall Street Journal tra gli economisti. La rilevazione di ottobre 2025 non è stata effettuata a causa dello shutdown federale.

Perché cala anche la disoccupazione


Il numero degli occupati e il tasso di disoccupazione provengono da due rilevazioni diverse e possono quindi muoversi in direzioni apparentemente contraddittorie. I posti di lavoro vengono calcolati attraverso un'indagine sulle imprese, che misura il numero di persone presenti nelle buste paga. Il tasso di disoccupazione deriva invece da un sondaggio sulle famiglie, nel quale una persona viene considerata disoccupata soltanto se ha cercato attivamente un impiego nelle quattro settimane precedenti. Chi smette di cercarlo esce dalla forza lavoro e non viene più conteggiato: il tasso può quindi diminuire anche senza un aumento dell'occupazione.

A luglio il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni e sette decimi di punto in meno rispetto a gennaio. Gli americani fuori dalla forza lavoro che dichiarano di volere un impiego sono 5,9 milioni. Sono inoltre aumentate di 153.000 unità, fino a 921.000, le persone temporaneamente senza lavoro a causa di un licenziamento.

Le perdite si sono concentrate in pochi comparti. L'istruzione gestita dagli enti locali ha tagliato 50.000 posti, il commercio al dettaglio 19.000 e le attività finanziarie 14.000. La sanità ha invece continuato a crescere, con 22.000 nuove assunzioni. La retribuzione oraria media è rimasta ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.

Mondiali senza l'attesa spinta alle assunzioni


Le imprese devono intanto affrontare un aumento dei costi su più fronti. Le spedizioni di petrolio dal Golfo Persico restano ostacolate dalla guerra in Medio Oriente, mentre l'Amministrazione Trump ha rilanciato la propria offensiva commerciale introducendo nuovi dazi sulle importazioni. In questo contesto, anche reperire manodopera è diventato più difficile: il forte rallentamento dell'immigrazione ha ulteriormente ristretto l'offerta di lavoratori disponibili.

Non si è inoltre materializzata l'ondata di assunzioni che gli economisti prevedevano in vista dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell'ospitalità, che avrebbe dovuto beneficiarne per primo, ha perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto sostanzialmente fermo a luglio.

La Casa Bianca non ha ancora commentato il nuovo rapporto, pubblicato a circa tre mesi dalle elezioni di metà mandato, nonostante la Casa Bianca cerchi di rassicurare gli elettori sulla solidità dell'economia. Il calo dell'occupazione e le pesanti revisioni dei mesi precedenti riaprono però gli interrogativi sulla tenuta della crescita americana, in una fase segnata da un'inflazione ancora elevata e da costi crescenti per imprese e famiglie.

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L'arco trionfale di Trump avrà un impatto negativo su 37 luoghi storici di Washington


Il National Park Service ha concluso che la struttura alta 76 metri altererà le vedute dal Lincoln Memorial, dal cimitero di Arlington e dal Campidoglio. Il via libera può arrivare il 3 settembre

L'arco trionfale che il presidente Donald Trump vuole costruire a Washington avrà un impatto negativo sulle vedute di 37 luoghi storici della capitale, tra cui il Lincoln Memorial, il cimitero nazionale di Arlington, il Washington Monument e il Campidoglio. Lo ha stabilito il National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi e i monumenti nazionali degli Stati Uniti, in una valutazione pubblicata sul proprio sito.

La struttura sarà alta 250 piedi, circa 76 metri, quasi quanto l'edificio del Campidoglio che ospita il Congresso. Sorgerà in una rotonda sul lato della Virginia del fiume Potomac, davanti al Lincoln Memorial, esattamente al centro del percorso che collega il cimitero di Arlington al Campidoglio e che è costellato di monumenti nazionali. Chi vive nell'area di Washington o la visita se la troverà davanti da quasi ogni punto della città.

La valutazione rientra in una procedura chiamata Section 106, prevista dalla legge federale sulla tutela del patrimonio storico, che obbliga le agenzie a esaminare gli effetti di un'opera pubblica sui siti storici vicini e a raccogliere le osservazioni dei cittadini. Il National Park Service ha aperto la consultazione pubblica sul progetto e ha studiato le conseguenze sui luoghi circostanti, arrivando alla conclusione che l'arco cambierà le vedute e il significato simbolico di molti di essi.

Il New York Times ha raccolto l'elenco completo dei siti per cui l'agenzia prevede effetti negativi. Oltre ai monumenti più noti ci sono il Pentagono, il Thomas Jefferson Memorial, la National Cathedral, il quartiere storico di Georgetown, il ponte Francis Scott Key, la George Washington Memorial Parkway, il National War College e il piano urbanistico originario della città disegnato da Pierre L'Enfant.

L'arco interromperà il corridoio visivo tra il Lincoln Memorial e Arlington House, la residenza del generale confederato Robert E. Lee trasformata in memoriale, un asse progettato per rappresentare la riunificazione tra Nord e Sud dopo la guerra civile. Dal memoriale dedicato a Lee gran parte del Lincoln Memorial resterà nascosta dietro la nuova struttura. Dall'Arlington Memorial Bridge, il ponte che unisce le due sponde del Potomac, l'arco inserirà un simbolo di trionfo in uno spazio che è anche l'ingresso solenne del cimitero militare.

Alcuni veterani hanno contestato la terrazza panoramica prevista in cima all'arco, che consentirà ai turisti di osservare dall'alto i funerali privati e le famiglie in lutto al cimitero di Arlington. Il tema è stato sollevato più volte durante le sedute pubbliche di revisione del progetto.

La Casa Bianca vuole che l'arco sia costruito prima della fine del mandato di Trump e sta accelerando per ottenere l'approvazione definitiva della National Capital Planning Commission, l'organismo federale che autorizza le opere edilizie nella capitale. Il via libera potrebbe arrivare il 3 settembre, quando la commissione tornerà a riunirsi. Il presidente non ha alcuna intenzione di spostare l'arco né di ridurne le dimensioni e ha riempito la commissione di suoi alleati, quindi è improbabile che la sintesi dei danni prodotta dal National Park Service cambi qualcosa.

Per la Casa Bianca la presenza di Trump nelle vedute più celebri di Washington è un pregio e non un difetto. L'arco "migliorerà l'esperienza dei visitatori al cimitero nazionale di Arlington per i veterani, per le famiglie dei caduti e per tutti gli americani", ha dichiarato al New York Times il portavoce Davis Ingle, "servendo da promemoria visivo dei nobili sacrifici sostenuti da tanti eroi americani nei nostri 250 anni di storia perché noi oggi possiamo godere delle nostre libertà".

L'opera dovrebbe essere una celebrazione apolitica dei 250 anni degli Stati Uniti, ma è già stata ribattezzata "Arc de Trump" per la somiglianza con l'Arco di Trionfo di Parigi. A ottobre, durante una conferenza stampa nello Studio Ovale con il direttore dell'FBI Kash Patel e la ministra della Giustizia Pam Bondi, un modellino dell'arco era appoggiato sulla scrivania presidenziale. A un giornalista di CBS News che gli chiedeva per chi fosse, Trump ha risposto: "Per me. Sarà bellissimo".

Non è il primo monumento che il presidente dedica a se stesso. L'aeroporto internazionale di Palm Beach, in Florida, è stato intitolato a lui e nel campo da golf del Trump National Doral di Miami è stata installata una statua dorata alta quasi sette metri che lo raffigura. A differenza di quelle, però, l'arco di Washington sarà difficile da evitare, anche solo guardando le immagini della capitale in televisione o al cinema.

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L'intelligence americana ritiene che Putin potrebbe mettere alla prova la NATO con un attacco limitato


Gli scenari vanno da un cyberattacco a un'incursione di terra tra l'autunno 2026 e il 2029. Le scorte americane di munizioni sono intanto ridotte dalla guerra con l'Iran e dagli aiuti all'Ucraina

Il presidente russo Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la tenuta della NATO con un attacco limitato contro un paese dell'alleanza nei prossimi anni. Lo prevedono le nuove valutazioni dell'intelligence americana rivelate dal Wall Street Journal, che ipotizzano scenari che vanno da un cyberattacco a un'incursione di terra su scala ridotta. La finestra temporale stimata va da questo autunno al 2029.

In passato l'intelligence americana aveva ritenuto che Putin non avrebbe provocato un paese della NATO finché era impegnato nella guerra in Ucraina, ma la valutazione è cambiata all'inizio di quest'anno. Putin è sempre più in difficoltà: i droni ucraini infliggono danni crescenti all'esercito e all'industria petrolifera russa, le forze di Mosca avanzano poco al fronte al prezzo di perdite pesanti e il presidente russo è sotto pressione in patria per ottenere una vittoria. Il timore dei funzionari americani è che Putin diventi più pericoloso quando è messo alle strette. L'obiettivo di un eventuale attacco alla NATO sarebbe spaccare l'Alleanza.

I leader americani ed europei vedono già segnali di attacchi esplorativi con cui la Russia testa la reazione dell'alleanza, come i missili da crociera caduti in Polonia e i droni entrati in Romania. Le minacce ipotizzate nei rapporti vanno da un cyberattacco contro un paese dell'alleanza all'invio di gruppi armati senza insegne per occupare territorio, fino a un'incursione limitata sul fianco orientale. "L'incognita è come risponderebbero gli Stati Uniti in quel caso", ha detto al Wall Street Journal Heather Conley dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington. Secondo Conley, mettere in dubbio la credibilità della NATO e separare gli Stati Uniti dagli alleati "è sempre stato un obiettivo" della Russia.

La probabilità dello scenario più estremo, l'incursione di terra, è considerata bassa, ma cresce con il passare del tempo. Un attacco del genere è sempre stato giudicato molto improbabile perché farebbe scattare l'articolo 5 del trattato, la clausola che impegna tutti i membri alla difesa collettiva. L'articolo 5 è però meno chiaro sulla risposta alle minacce informatiche o ibride. "Rispondere a un attacco sotto la soglia dell'articolo 5 è sempre stata la sfida della NATO e finora gli alleati hanno preferito evitare l'escalation", ha detto Conley. Quando nel 2007 la Russia lanciò una serie di cyberattacchi contro l'Estonia, per esempio, il paese scelse di gestire la crisi a livello bilaterale, senza invocare l'alleanza.

"Riflettiamo e ci prepariamo sempre a ogni tipo di scenario. La NATO osserva e siamo pronti a dissuadere e a difendere se necessario, come continuiamo a dimostrare", ha detto il colonnello Martin O'Donnell, portavoce dell'alleanza. Il Pentagono e il comando supremo alleato in Europa non hanno voluto commentare informazioni di intelligence riservate.

Le scorte americane di alcune munizioni sono intanto ridotte al minimo: gli Stati Uniti le hanno erose con i trasferimenti di armi all'Ucraina dopo l'invasione russa e con la guerra contro l'Iran. Tra le riserve a rischio ci sono i missili a lungo raggio Precision Strike e ATACMS, entrambi lanciati dai lanciarazzi mobili HIMARS, e i missili antiaerei a corto raggio Stinger, armi necessarie per respingere un'invasione di terra in un eventuale conflitto con la Russia, secondo Tom Karako del Center for Strategic and International Studies (CSIS), un altro centro studi di Washington. Sono basse anche le scorte per la difesa aerea, compresi gli intercettori Patriot, SM-3 e THAAD.

Un recente rapporto del CSIS stima che nella guerra con l'Iran gli Stati Uniti abbiano impiegato tra 1.060 e 1.430 missili Patriot, lasciandone appena 870 in arsenale. "Se si trattasse solo di combattere l'Iran, anche se abbiamo usato poco più della metà degli intercettori, ne resta ancora metà, quindi potremmo andare avanti per parecchio tempo", ha detto Mark Cancian, uno degli autori del rapporto. "Il problema è che ora il Pentagono è molto preoccupato per le conseguenze nel Pacifico occidentale, con la Cina".

La carenza ha aperto un dibattito dentro l'amministrazione mentre il presidente valuta le prossime mosse sull'Iran. Il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, ha avvertito di recente la Casa Bianca che gli intercettori per la difesa aerea stanno diminuendo. Secondo Caine le scorte attuali non impedirebbero una ripresa delle operazioni militari su larga scala contro l'Iran, ma aumenterebbero i rischi.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito false le notizie su una carenza di munizioni: "Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo che il presidente sceglierà". La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha detto che le forze armate hanno munizioni "più che sufficienti" per gli obiettivi strategici del presidente, che ha già chiesto ai produttori di armi di aumentare la produzione.


Hormuz, nuovo accordo vicino mentre il Pentagono è sempre più a corto di missili


Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un nuovo accordo provvisorio per riaprire lo Stretto di Hormuz, che l'amministrazione americana spera di annunciare già oggi. Lo hanno riferito ad Axios due fonti regionali e un funzionario statunitense. La trattativa entra così nella fase decisiva mentre l'arsenale americano si assottiglia sempre di più: secondo la CNN, dall'inizio della guerra con l'Iran le forze armate statunitensi hanno consumato quasi quattro quinti delle scorte di missili THAAD e circa la metà degli intercettori Patriot.

Un nuovo sistema per riaprire lo Stretto


La nuova intesa, negoziata da diverse settimane, punta a ristabilire il cessate il fuoco tra Washington e Teheran e a riavviare i negoziati sul nucleare, prevedendo un regime transitorio di 60 giorni, concordato tra Oman e Iran e prorogabile. In questo periodo tutto il traffico diretto verso il Golfo passerebbe attraverso una corsia settentrionale nelle acque iraniane, mentre le navi in uscita verso il Mare Arabico seguirebbero la corsia meridionale nelle acque omanite, in coordinamento con Teheran.

Entro 30 giorni le due parti dovrebbero inoltre rimuovere le mine navali dalla corsia centrale dello Stretto. Una volta bonificata, anche la rotta centrale tornerebbe a ospitare il traffico in entrambe le direzioni, secondo un accordo permanente ancora da negoziare tra Muscat e Teheran. Il nuovo sistema attribuirebbe così all'Iran un potere di controllo sul passaggio delle navi che non possedeva prima della guerra.

Le ricostruzioni divergono sull'eventuale introduzione di tariffe. Secondo Axios, nei due mesi iniziali non sarebbe previsto alcun pedaggio; l'Associated Press riferisce invece che verrebbero applicate tariffe per i servizi di sicurezza e di tutela dell'ambiente marino. È uno dei nodi ancora irrisolti, insieme alle modalità concrete della riapertura. Prima della guerra, attraverso lo Stretto transitava un quinto del petrolio e del gas scambiati nel mondo. Gli attacchi iraniani contro le navi lo hanno di fatto chiuso, spingendo al rialzo i prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti ben oltre il Medio Oriente.

La tregua sullo Stretto

Hormuz riapre a corsie separate, e l'Iran ottiene un controllo che non aveva


L'intesa provvisoria negoziata dall'Oman prevede 60 giorni di transito guidato nelle acque di Teheran e Muscat, mentre le scorte americane di intercettori scendono al minimo.

Grafica di FocusAmerica

Come funzionerebbe il transito

Tre corsie, due padroni di casa


Il traffico verso il Golfo passerebbe nelle acque iraniane, quello in uscita nelle acque omanite. La rotta centrale, minata durante la guerra, andrebbe bonificata entro 30 giorni.

IRAN OMAN E.A.U. Golfo Persico Golfo Persico Golfo di Oman Golfo di Oman Bandar Abbas Qeshm
Corsia nordIn entrata · acque iraniane Corsia sudIn uscita · acque omanite Corsia centraleMinata · da bonificare
Il regime transitorio durerebbe 60 giorni, prorogabili. Il traffico viaggerebbe separato per direzione, in coordinamento con Teheran. Tocca una corsia per i dettagli.

Il calendario dell'intesa60 giorni

Giorni 1-30 Giorni 31-60

Entro il giorno 30: mine rimosse dalla corsia centrale
Al giorno 60: proroga, o un accordo permanente sul transito

Nodo aperto: i pedaggi. Secondo Axios, nei primi 60 giorni non sarebbe previsto alcun pedaggio; per l'Associated Press verrebbero invece applicate tariffe per i servizi di sicurezza e di tutela dell'ambiente marino.

1/5
del petrolio e del gas scambiati nel mondo transitava dallo Stretto prima della chiusura

−6% Brent
il calo del greggio dopo lo stop ai bombardamenti, a circa 83 dollari al barile

Il conto della guerra

Gli intercettori americani si stanno esaurendo


Tra febbraio e luglio le forze armate statunitensi hanno consumato gran parte dei loro sistemi antimissile più efficaci, secondo un rapporto interno diffuso nei giorni scorsi.

Intercettori THAAD
Colpiscono i missili balistici nella fase finale della traiettoria
almeno −38%
meno di 278rimasti, su 452 prima della guerra

Scorte residueConsumate in cinque mesi

Intercettori Patriot
Il principale sistema americano di difesa antimissile e antiaerea
circa −65%
meno di 827rimasti, su circa 2.200 prima della guerra

Scorte residueConsumate in cinque mesi

Missili Tomahawk
Da crociera, lanciati da navi e sottomarini
circa −50%

aprile: −30%

Riserve residue

ATACMS e Precision Strike Missile
Missili di precisione a lungo raggio dell'esercito, oltre un milione di dollari l'uno: gli stessi forniti a Kyiv, considerati decisivi in un eventuale conflitto su Taiwan
quasi esauriti

Cinque mesi per svuotare gli arsenali, anni per riempirli

Sulla stessa scala temporale: quanto è durato il consumo, quanto servirebbe a rimpiazzarlo ai ritmi di produzione dichiarati. La scala è in anni.

1 anno123456

Il consumo, da febbraio a luglio5 mesi

Rimpiazzare gli oltre 1.370 Patriot usati, a 20 al mesequasi 6 anni

Riportare i THAAD ai livelli precedenti alla guerraalmeno 3 anni

I tre anni per i THAAD sono indicati dal rapporto. Il tempo di rimpiazzo dei Patriot è un calcolo di FocusAmerica: la differenza tra le scorte prima e dopo la guerra, divisa per il ritmo di consegna dichiarato. Presuppone che non se ne consumi nemmeno uno nel frattempo.

20 al mese
gli intercettori Patriot in uscita dalle fabbriche americane

15 al mese
i missili Tomahawk di nuova produzione

5 mesi
di guerra per consumare più della metà dell'arsenale Patriot

Gli Stati Uniti hanno «molte più munizioni di chiunque altro al mondo».
La replica della Casa Bianca, che respinge la ricostruzione del rapporto

Fonte Axios, CNN, Reuters, Associated Press, Center for Strategic and International Studies. Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Una tregua già fallita una volta


Da parte sua, Teheran nega di star negoziando con Washington. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, sostiene che i colloqui siano in corso esclusivamente con l'Oman. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invece confermato il coinvolgimento americano e ha parlato di progressi, precisando però che non è stata ancora raggiunta un'intesa definitiva. L'accordo formale, anticipato dal New York Times, resterebbe comunque bilaterale, tra Iran e Oman.

Tre settimane fa la Casa Bianca, l'Oman e gli altri mediatori regionali erano convinti di avere già raggiunto un'intesa. Teheran ha però ripreso ad attaccare le navi, innescando due settimane di combattimenti che hanno portato le parti sull'orlo di una guerra aperta. Alla mediazione hanno partecipato anche funzionari qatarioti, pachistani e sauditi, con una serie di telefonate tra l'inviato di Trump Steve Witkoff, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo omanita Badr al-Busaidi. Araghchi ha dato un assenso di massima durante il fine settimana; martedì sono poi arrivati il via libera della Guida suprema Mojtaba Khamenei e quello del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano.

Visti i progressi, nella giornata di sabato il presidente Donald Trump aveva deciso di non dare seguito alla minaccia di una vasta campagna di bombardamenti, concedendo più tempo alla diplomazia. Il giorno precedente era però arrivato a un passo dall'ordinare l'attacco secondo le ricostruzioni più accreditate, e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth avrebbe già ricevuto le istruzioni operative. Trump ha cambiato idea dopo avere parlato con gli alleati mediorientali, preoccupati da una possibile rappresaglia iraniana contro le proprie infrastrutture energetiche. Il Brent è quindi sceso di circa il 6%, attestandosi intorno agli 83 dollari al barile. L'opzione militare resta tuttavia sul tavolo e, se l'accordo non verrà raggiunto in tempi brevi, il presidente potrebbe autorizzare i raid.

Le scorte americane al limite


Prima che Trump annullasse i bombardamenti, i vertici militari avevano nuovamente richiamato l'attenzione sulla riduzione delle scorte, almeno per la seconda volta in poche settimane. Il sistema antimissile THAAD, progettato per intercettare i missili balistici nella fase finale della traiettoria, e il Patriot sono tra i sistemi antimissile più efficaci dell'arsenale americano.

Prima del conflitto gli Stati Uniti disponevano rispettivamente di 452 e di circa 2.200 intercettori nelle due versioni più avanzate, secondo il Center for Strategic and International Studies. Le stime pubbliche del centro studi di Washington non coincidono del tutto con i dati interni: un rapporto pubblicato la scorsa settimana calcola che tra febbraio e luglio sia stato consumato circa il 65% degli intercettori Patriot e che le scorte di THAAD si siano ridotte di almeno il 38%. In termini assoluti, rimarrebbero quindi disponibili meno di 827 intercettori Patriot e meno di 278 intercettori THAAD.

Secondo quanto rivelato dalla Reuters, sono però quasi esaurite anche le scorte dei missili di precisione a lungo raggio dell'esercito statunitense: gli Army Tactical Missile Systems, conosciuti come ATACMS, e i più recenti Precision Strike Missile. Costano oltre un milione di dollari ciascuno e consentono di colpire obiettivi a grande distanza senza esporre gli aerei alle difese antiaeree nemiche.

Sono gli stessi sistemi forniti da Washington a Kyiv per attaccare obiettivi in territorio russo e che gli analisti considerano decisivi in un eventuale conflitto con la Cina sul futuro di Taiwan. Anche le riserve complessive di Tomahawk, i missili cruise lanciati da navi e sottomarini, si sono ridotte di circa la metà, rispetto al -30% registrato ad aprile.

Il Pentagono riceve circa 15 Tomahawk e 20 Patriot al mese, secondo i programmi di consegna dell'anno fiscale in corso, mentre per riportare le scorte di THAAD ai livelli precedenti alla guerra servirebbero almeno tre anni. Questa settimana il Dipartimento della Difesa ha firmato due contratti per aumentare la produzione dei motori a razzo destinati ai Patriot e ai THAAD, ma un portavoce non ha indicato quando l'incremento comincerà a produrre risultati.

La Casa Bianca di Trump respinge però questa ricostruzione. In una dichiarazione un portavoce della presidenza ha affermato che gli Stati Uniti possiedono "molte più munizioni di chiunque altro al mondo" e che le aziende del settore militare "stanno producendo più munizioni di quante ne abbiano mai prodotte prima". Gli analisti confermano che la produzione di alcune categorie, dai proiettili d'artiglieria a diversi tipi di missili, ha raggiunto livelli record, ma avvertono che le quantità potrebbero comunque non essere sufficiente a sostenere una guerra prolungata.

In questo contesto i Paesi del Golfo, che dipendono drammaticamente dai sistemi antiaerei americani, temono che la scarsità di munizioni riduca la loro capacità di intercettare missili e droni iraniani, soprattutto se diventassero bersaglio di una rappresaglia provocata da una nuova escalation decisa da Washington. Il capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine, aveva già sollevato il problema durante una riunione alla Casa Bianca alla fine del mese scorso, nella quale era stato discusso anche il rischio di provocare numerose vittime civili in Iran nel caso di una ripresa su larga scala delle attività militari.


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Agenti AI in produzione: la sindrome del proof of concept (e come uscirne)


Una chiacchierata con Raffaele Gaito su agenti AI, Web MCP e prompt engineering: perché far funzionare un agente in demo è facile, ma renderlo affidabile in produzione è un altro mestiere. Con le tecniche per tagliare i costi di un agente del 90%, e una riflessione sul valore umano.

Ho fatto una lunga chiacchierata con Raffaele Gaito per il suo podcast What's Next, e abbiamo toccato un numero di temi che normalmente avrei distribuito su tre o quattro articoli diversi.

Siamo partiti dalla domanda più scomoda di tutte, quella che chiunque lavori con l'AI dovrebbe porsi più spesso: quanto è ampia, oggi, la distanza tra quello che si racconta sugli agenti AI e quello che succede davvero quando li si porta in produzione, dentro un'azienda vera, con dati veri e budget veri? Da lì abbiamo aperto il cofano, punto per punto:

  • perché "solidità" è la parola giusta per parlare di agenti, e cosa prova a risolvere Web MCP, la proposta di Google (e Microsoft) per costruire siti pensati anche per essere "letti" dagli agenti;
  • perché il prompt engineering non è affatto morto, anzi con modelli più performanti ha più senso che mai investirci tempo, e cos'è il metaprompting;
  • quanto contano ancora le competenze verticali (di chi programma, scrive, fotografa) quando tutti hanno accesso agli stessi strumenti;
  • a che punto siamo con i modelli visivi, tra controllo, replicabilità e nuove frontiere multimodali;
  • perché, se lo strumento è lo stesso per tutti, il vero vantaggio competitivo diventa l'idea;
  • le tecniche molto concrete con cui abbiamo tagliato del 90% i costi di un sistema agentico, usando lo stesso identico modello;
  • la cosiddetta "frontiera irregolare" dell'AI, e perché non tutto va risolto con un prompt;
  • e per finire, come sempre in questi casi, una domanda che mi mette sempre un po' in difficoltà: qual è il valore umano, il mio valore, in un mondo che accelera così in fretta?

Qui sotto trovi il video integrale della chiacchierata. In questo articolo ho riorganizzato, approfondito e verificato i concetti principali che abbiamo toccato, con qualche aggiunta e qualche link per chi vuole andare oltre.
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L'intervista completa con Raffaele Gaito


Agenti AI in produzione: la sindrome del proof of concept


Alla domanda diretta, quanto è ampia oggi la distanza tra la narrazione sugli agenti AI e quello che succede davvero quando li si porta in produzione, la mia risposta è secca: è ampia. E credo si possa misurare lungo due assi.

Il primo è la potenzialità: cosa questi sistemi ci permettono di fare. Il secondo, molto più scomodo, è l'affidabilità.


È bellissimo costruire un agente, magari un sistema multi-agente connesso a decine di tool e server MCP (Model Context Protocol), che risolve un task complesso in 30 secondi. Cambia completamente musica quando quel task deve essere svolto decine di migliaia di volte al giorno, tutti i giorni, senza intervento umano. A quel punto non stiamo più parlando dello stesso problema: è un problema di ingegneria completamente diverso da quello della demo.

Quando inizi ad "aprire il cofano" di un sistema agentico reale, scopri quasi sempre la stessa cosa: la maggior parte dell'effort non è nella costruzione dell'agente né nell'uso del modello. Aprire il playground di un provider e mettere in piedi un agente, oggi, è questione di minuti: è più che sufficiente per una demo. Il vero lavoro è nel layer applicativo: capire quali dati servono all'agente per compiere le operazioni, come si integrano i flussi, come si progetta l'osservabilità, come si tiene sotto controllo la scalabilità e, soprattutto, i costi.

È proprio questo scarto che mi piace chiamare la sindrome del proof of concept che funziona. Il proof of concept è, per definizione, un'idea che funziona in condizioni controllate. Ma l'execution, quella che trasforma l'idea in un'applicazione reale, è un mestiere a parte, e nessuno lo racconta nelle demo.

Il problema non risparmia nessuno, nemmeno le grandi aziende che ci vendono questi strumenti: nelle presentazioni di chi vende soluzioni AI tutto sembra sempre perfetto, tutto "wow". Il salto che manca è chiedersi: questa cosa, se la metto in un'azienda vera con problemi veri, sopravvive al terzo giorno senza "scassarsi"? E soprattutto: quanto costa? Perché quando si parla del costo di un singolo prompt si parla sempre di centesimi: costi bassissimi, quasi trascurabili. Ma moltiplicati per migliaia di interazioni al giorno, quei centesimi si trasformano in migliaia di euro con estrema facilità.

C'è poi un tema che riguarda proprio come si valuta la solidità di una soluzione prima ancora di metterla in produzione: non fidarsi mai dei benchmark che arrivano insieme al prodotto. Che il numero arrivi da Google, OpenAI, Anthropic o Microsoft, lascia un po' il tempo che trova: c'è sempre una componente di marketing in quei numeri. L'unico benchmark davvero utile è quello che si costruisce internamente, su dati e casi reali della propria organizzazione: testare su piccoli insiemi di dati prima di scalare, e portare la soluzione in produzione gradualmente, un pezzo alla volta, proprio per imparare a conoscere uno strumento che, a differenza del software che sviluppiamo internamente, non abbiamo progettato noi.


Web MCP: verso i siti pensati (anche) per gli agenti


Il tema della solidità torna in un contesto molto specifico: quello dell'agentic browsing. Oggi, quando un sistema come ChatGPT o Gemini viene messo in modalità agentica per navigare il web, cosa succede davvero? Il sistema usa un browser interno, naviga tra le pagine e usa la visione artificiale per interpretare cosa c'è sullo schermo: capisce, in base al task che gli abbiamo dato, che quel pulsante serve ad aprire la scheda prodotto, quell'altro a metterlo nel carrello, e così via.

Descritta così, il problema si vede subito: c'è un ampio margine di interpretazione. L'agente deve dedurre il significato degli elementi della pagina, un po' come farebbe una persona che la visita per la prima volta. Basta un configuratore di prodotto un po' complesso, dove un'azione carica dinamicamente altre opzioni, perché il comportamento dell'agente diventi imprevedibile, perché fatica a "leggere" correttamente cosa è cambiato nell'interfaccia.

È esattamente questo il problema che Web MCP cerca di risolvere. Attenzione: a oggi non è ancora un protocollo formale, ma una proposta: pubblicata da Google insieme a Microsoft e portata avanti in un community group del W3C, con una prima origin trial già attiva su Chrome. L'idea di fondo, però, è già molto chiara: quando un agente arriva su una pagina costruita con Web MCP, non deve più usare la visione artificiale per interpretarne gli elementi, perché il front-end espone in modo esplicito delle funzioni, delle vere e proprie API, pensate apposta per essere chiamate da un agente. L'agente, a quel punto, non ha più spazio per l'interpretazione: sa che può eseguire un numero definito di operazioni, e per ciascuna userà la funzione corrispondente.

L'interazione diventa, in altre parole, molto più programmatica che interpretativa: è come se l'agente lavorasse dietro le quinte, invece di dover "cliccare" fisicamente sul bottone. Le funzionalità disponibili per una persona e per un agente restano le stesse, ma il modo in cui vengono percepite ed eseguite cambia del tutto: se sei un essere umano vedi (e clicchi) l'interfaccia; se sei un agente, chiami direttamente la funzione.

Qualche anno fa, quando l'agentic mode ha iniziato a diffondersi, si parlava genericamente della necessità di creare "pagine per gli agenti". Con Web MCP il concetto si affina: la pagina resta quella pensata per le persone, ma le si affianca uno strato applicativo aggiuntivo, dedicato a chi la visita non con gli occhi ma con delle chiamate di funzione. Per chi lavora nell'e-commerce questo significa un livello in più da progettare e mantenere, ma anche una solidità dell'interazione che oggi, con la sola visione artificiale, semplicemente non c'è.


Il prompt engineering non è morto: si è solo evoluto


Girando per conferenze e aule, sento spesso ripetere una frase diventata quasi uno slogan: "il prompt engineering è morto". È una delle narrazioni tipiche del web: ogni volta che arriva un'innovazione, deve morire qualcosa. E in effetti anche io, quando vedo persone insistere su approcci datati, uso spesso una provocazione simile per stimolare la riflessione: dico scherzosamente che si stanno comportando come se fosse ancora il 2025.

Ma dietro alla frase "il prompt engineering è morto" c'è, dal mio punto di vista, un forte equivoco. Il ragionamento di chi la sostiene è più o meno questo: i modelli sono sempre più performanti, quindi non ha più senso investire tempo nella costruzione di un buon prompt. Io la vedo diversamente, e la vedo così perché tengo aperti due canali di osservazione in parallelo.

È vero che i modelli sono sempre più performanti. Ma "più performante" non significa che il modello sia più in grado di leggerci nella mente, di estrapolare quello che non abbiamo scritto nelle istruzioni: su questo, prima o poi, ci si scotta tutti. "Più performante" significa, piuttosto, che il modello è più in grado di cogliere ogni dettaglio delle istruzioni che gli diamo. Cambia quindi il modo di fare prompting, ma cambia nella direzione opposta a quella che molti immaginano: se prima l'effort andava nel tentativo di compensare un modello poco performante, oggi ha più senso investire quello stesso effort nel dettagliare, sapendo che un modello più capace ci seguirà fedelmente in ogni sfumatura.

Non è un caso, e non lo dico per autocelebrazione ma perché è un dato di fatto, che le metodologie di prompting che ho messo a punto negli anni non abbiano quasi mai avuto bisogno di essere riviste in profondità. Se costruisci una struttura, un metodo per creare prompt strutturati, dettagliati e precisi, quello diventa un asset che nel tempo si trasforma in un ingranaggio del flusso aziendale, perché quelle stesse istruzioni, opportunamente adattate, diventano poi il system prompt degli agenti. Nella parte agentica il prompt engineering conta persino di più, perché lì possiamo davvero esercitare un controllo superiore rispetto alle generazioni precedenti di modelli, a patto di dare istruzioni strutturate, dettagliate e controllate.

C'è un secondo livello, complementare al primo, che riguarda le domande che il sistema fa a noi prima di eseguire un task. È un'abitudine che consiglio spesso: qualsiasi cosa si stia chiedendo a un sistema come un coding agent, vale la pena chiedergli sempre, prima di procedere, di farci qualche domanda di chiarimento. Capita continuamente di dimenticare un dettaglio importante, e un sistema che chiede "questo processo lo vuoi così o così?" evita di scoprirlo solo alla fine, sull'output sbagliato.

Lo stesso principio, applicato prima ancora di scrivere il prompt, si chiama metaprompting: usare l'AI stessa per analizzare un prompt, trovarne le lacune, e farsi aiutare a correggerlo direttamente in quella sede. È un approccio che diventa ancora più utile per i contenuti visuali, dove essere oggettivi nella descrizione di un'idea è molto più difficile che con il testo. Per questo, negli anni, ho costruito un paio di strumenti interni dedicati proprio a questo, pensati nello specifico per i modelli visivi: un "Direttore Artistico" digitale e un "Regista" digitale, che trasformano un'idea descritta in poche parole in un prompt professionale, strutturato e pronto da usare su qualsiasi modello. Non generano nulla in automatico: fanno le domande giuste per far emergere le informazioni che, nella richiesta iniziale, avevamo omesso.

C'è infine una considerazione che vale soprattutto per chi lavora con strumenti come Claude Code o Codex: oggi il prompt non è più l'unica leva su cui possiamo intervenire. Un buon lavoro di contesto, un buon file di istruzioni persistenti, una buona gestione della memoria: il prompt diventa parte di una galassia più ampia, di un ecosistema in cui abbiamo diversi elementi su cui agire. Ma anche su questi sistemi vale sempre lo stesso consiglio: investire il doppio del tempo nella costruzione delle istruzioni rispetto a quanto si farebbe istintivamente, perché, a patto di avere le competenze per indirizzare precisamente ciò che si vuole ottenere, ogni minuto investito lì si traduce in molte meno interazioni correttive dopo.


Le competenze restano il vero moltiplicatore


Il tema delle competenze si lega direttamente a un altro fronte su cui vale la pena spendere due parole. C'è un filo che unisce ospiti molto diversi tra loro, che lavorano in settori completamente differenti: chi programma dice di riuscire a produrre sviluppi di un certo livello perché sa di cosa parla; chi scrive testi dice la stessa cosa sulla scrittura; un fotografo, sulla fotografia. È un punto che va parzialmente in controtendenza rispetto a una narrazione, un po' magica, secondo cui con questi strumenti basta "scrivere due parole" e il sistema fa tutto da solo. Le competenze, in realtà, continuano a fare una differenza enorme.

Prendiamo i modelli visivi, perché sono il caso più immediato da capire. Oggi qualsiasi modello, che sia Nano Banana Pro di Google, GPT Image di OpenAI o un altro, è in grado di generare un'immagine bella. Se chiedo l'immagine di un cane che corre sulla spiaggia, non otterrò mai un'immagine brutta: sarà sempre esteticamente valida. Il problema è che "bella" è lontanissimo da "esattamente quello che avevo in mente". Ed è lì che entra in scena la competenza: un fotografo che conosce il linguaggio tecnico del proprio mestiere, come il tipo di obiettivo, di luce, di inquadratura o la grana della pellicola, saprà descrivere con precisione quello che vuole ottenere. Io, che non ho quella terminologia né quell'esperienza, al massimo scriverò "cane sulla spiaggia al tramonto": il risultato si fermerà esattamente lì.

Sull'estremo opposto, molto meno immediato da vedere ma altrettanto vero, c'è il coding. Si può aprire un sistema agentico per la scrittura di codice e scrivere semplicemente "crea un'app che fa ...": il sistema, probabilmente, la creerà. Ma quanto controllo si ha davvero su quello che è successo "dentro"? Se invece si è competenti, si possono indicare esattamente le operazioni da compiere, perché sono quelle che si farebbero in prima persona; si possono indicare le librerie da usare, perché si conoscono le convenzioni delle proprie repository. In quel caso si investe un po' più di tempo a scrivere istruzioni dettagliate, ma il risultato è un'applicazione che si conosce davvero, dove sarà facile fare gli step successivi. Il prompt "basic", al contrario, genera una black box: non si sa cosa c'è dentro, e non si sa come intervenire in seguito. Non c'è nulla di male nel vibe coding per esplorare velocemente un'idea, ma va detto con chiarezza a chi pensa di essere diventato programmatore solo perché ha scritto due prompt: fare davvero il programmatore è un altro mestiere.


Modelli visivi: controllo, replicabilità e i nuovi confini del possibile


Per molto tempo si è parlato della difficoltà di ottenere, dai modelli visivi, output controllabili e replicabili. Con il testo ci siamo arrivati da tempo: oggi possiamo lavorare su un testo generato con la stessa precisione con cui lavoreremmo su un testo scritto da noi. Su immagini e video, invece, il tema è sempre stato più delicato.

Con gli ultimi rilasci di modelli, sia per le immagini che per i video, ci stiamo avvicinando molto a un livello di output realmente usabile, controllabile e replicabile. Per controllo intendo la capacità di riprodurre esattamente ciò che si ha in mente; per replicabilità, la possibilità di ottenere, con lo stesso prompt e qualche variazione, un'immagine coerente ma con un soggetto o un contesto diverso. Ho condotto diversi test di coerenza su questo fronte, con risultati che definirei buoni, anche se l'operazione che rende tutto questo davvero fattibile non è ancora del tutto semplice.

Il punto di partenza, ancora una volta, è lo stesso di sempre: i deficit sono quasi sempre nelle informazioni che diamo in input al modello. Un prompt ben strutturato, con la terminologia corretta, è già oggi in grado di riprodurre fedelmente ciò che si ha in testa: lo stesso vale per la replicabilità, dove un prompt iper-dettagliato, se ri-eseguito, produce un'immagine molto simile. Nei miei test, questa coerenza si è mantenuta anche passando da un modello all'altro: un prompt iper-strutturato produce risultati coerenti anche su modelli generativi diversi.

C'è però un principio che ripeto spesso, ed è probabilmente il punto più controintuitivo di tutta la faccenda: bisogna lavorare per ottimizzare il prompt, non le singole interazioni con il modello di generazione visuale. Se genero un'immagine e qualcosa non è preciso, l'istinto è correggere direttamente nella conversazione: "aggiungi questo", "togli quest'altro". Ma quelle iterazioni, una volta ottenuto il risultato voluto, sono inutilizzabili: non si può riprodurre la stessa conversazione una seconda volta. Il prompt, invece, resta un asset: se il deficit viene risolto lì, il problema è risolto per sempre, ed è riutilizzabile su richiesta.

Un fronte molto interessante, in questo momento, è quello dei prompt multimodali: si passa al modello direttamente lo storyboard di tutto ciò che deve accadere in un video, con istruzioni testuali annesse. Ho fatto diversi test con Seedance di ByteDance, e i risultati in termini di aderenza allo storyboard e di coerenza tra le diverse scene sono davvero notevoli: al punto che, con le versioni più recenti, ByteDance ha reso lo storyboard testuale un riferimento diretto per la generazione stessa.
youtube.com/embed/qm-MIghwaeU?…
Seedance 2.5: un esempio di generazione video con reference

Mi viene in mente un parallelo con la storia recente della generazione video: per tanto tempo si è parlato del "problema delle mani con sei dita" come prova che un video fosse generato dall'AI. Quel problema, ormai, è superato. Poi si è passato a parlare di coerenza dei personaggi e delle scene, e anche qui, senza volerla dare per definitivamente risolta, ci stiamo arrivando molto vicino. L'ultima frontiera aperta, dal mio punto di vista, è il rispetto delle leggi fisiche: qui ci sarà ancora un margine di evoluzione importante, magari anche grazie a componenti simboliche che affianchino il controllo puramente neurale della generazione.

Su questo fronte c'è un paper di Netflix che vale davvero la pena leggere: si chiama VOID (Video Object and Interaction Deletion), e propone un modello che non si limita a rimuovere un oggetto da un video, cosa che i modelli di editing sanno già fare abbastanza bene, ma ricalcola l'intera scena come se quell'oggetto non fosse mai esistito, tenendo conto delle interazioni fisiche che avrebbe generato. L'esempio più citato è quello di una persona che tiene in mano una chitarra: i modelli di editing "classici" rimuovono la persona ma lasciano la chitarra a fluttuare a mezz'aria, mentre VOID capisce che, senza la persona, la chitarra dovrebbe cadere per gravità. È un segnale chiaro della direzione verso cui si sta andando: non più semplice "riempimento" di pixel, ma simulazione causale di una scena.

Considerando quanto velocemente si stia evolvendo, mese dopo mese, anche il tema della coerenza generale, resta un principio che vale sempre: si lavora sul prompt, non sulla conversazione.

Se lo strumento è di tutti, il vantaggio competitivo è l'idea


Il ragionamento sui modelli visivi apre a una domanda più ampia, che vale la pena porsi ad alta voce: se oggi, pagando lo stesso abbonamento, io, tu e chiunque altro abbiamo accesso esattamente allo stesso strumento e alla stessa tecnologia, dove si sposta il vantaggio competitivo?

Non è la prima volta che succede: è sempre accaduto, anche con le tecnologie precedenti. Oggi, però, l'accelerazione e la potenza degli strumenti sono molto più alte, e proprio per questo il fattore che fa davvero la differenza è tutto quello che sta dietro e prima dell'utilizzo del modello. L'idea, in particolare, è probabilmente l'asset più prezioso quando si parla di creazione visiva: gli strumenti sono a disposizione di tutti, ma è l'idea che genera una differenza reale, ad esempio nelle campagne pubblicitarie. E se a quell'idea si aggiunge un team con le competenze giuste (torniamo sempre lì) e una tecnologia dirompente come quella di oggi, si ottiene quella che mi piace chiamare la tempesta perfetta.

Un esempio che ho trovato particolarmente convincente è lo spot "Satellite of Love" di Mercedes-Benz per il lancio della nuova CLA completamente elettrica: un cortometraggio dichiaratamente generato con l'AI, con al centro una storia d'amore tra l'auto e un satellite in orbita.
youtube.com/embed/bHZtkUioVyQ?…
Mercedes Benz - Satellite of Love

Quando l'ho condiviso, tra i commenti non è mancato chi ha fatto notare che "questo effetto si poteva ottenere anche prima, con gli strumenti tradizionali". È un'osservazione parzialmente vera, ma che manca il punto: il tema non è se un determinato output fosse teoricamente raggiungibile anche in passato. Il tema è che oggi, per arrivare a quell'output, si possono fare decine di test quasi a costo zero, mentre con la tecnologia precedente lo stesso numero di iterazioni sarebbe stato economicamente improponibile. Mercedes, del resto, ha raccontato apertamente parte della propria metodologia: una pipeline ibrida che combina generazione AI e CGI, con modelli addestrati apposta per mantenere coerente l'aspetto dell'auto in ogni scena. Non è stato "un prompt e un click su esporta", ma un processo creativo con un grado di cura piuttosto alto: solo distribuito su un numero di iterazioni che prima sarebbe stato impensabile.

È esattamente questo il punto che spesso si sottovaluta: non conta solo cosa si riesce a fare oggi che non si poteva fare prima, ma quanti test si possono permettersi per arrivare al risultato finale. Vale per le immagini, per i testi, per il codice: per qualsiasi output creativo. Prima di arrivare al risultato che si sceglie come artefatto definitivo, si può sperimentare molto di più, e quella sperimentazione, prima, era spesso difficile, costosissima o semplicemente troppo lenta. Penso a quante idee sono rimaste nel cassetto di qualcuno perché il pilota necessario per convincere chi doveva decidere non è mai stato realizzato.

Un esempio molto più quotidiano, raccontato da un designer di interni con cui ho parlato proprio in questi giorni: per le bozze veloci da mostrare ai clienti, dove basta far vedere dove va posizionato un divano o una TV, prima riusciva a portarne tre; oggi ne porta dieci, usando l'AI per la visualizzazione rapida di un'idea. Sul progetto finale continuerà a lavorare con la cura di sempre, ma nel frattempo arriva dal cliente con dieci strade diverse da mostrare, invece di tre.

Come abbiamo ridotto del 90% i costi di un sistema agentico (con lo stesso modello)


Questo è probabilmente il tema più operativo di tutta la chiacchierata, quindi vale la pena entrare nel dettaglio tecnico. Di recente, con il mio team, abbiamo condotto alcune sperimentazioni che ci hanno permesso di ottenere risparmi di consumo di token, quindi di costo, davvero significativi su alcuni agenti, arrivando fino al 90%. Il punto centrale è che questo risparmio non arriva cambiando modello (quello sarebbe stato facile, e anche piuttosto scontato), ma ottimizzando il layer applicativo che sta dietro all'agente, usando esattamente lo stesso modello di partenza. Ecco i punti cardine.

1. Separare l'estrazione dei dati dal ciclo di ragionamento dell'agente. Quando costruiamo un agente, dovremmo sempre chiederci: tutto quello che portiamo dentro al ciclo agentico, tipicamente via MCP, serve davvero al modello per prendere decisioni, o stiamo semplicemente estraendo dati da elaborare in un secondo momento? Se la risposta è la seconda, quella parte può uscire dal ciclo agentico e diventare un flusso lineare e programmatico: si estraggono i dati via API, si puliscono, e si passano già elaborati all'agente. In un progetto reale, ad esempio, un MCP usato per estrarre dati sui post social riportava indietro una quantità di dati impressionante: dati che non servivano affatto per prendere decisioni, ma solo per l'elaborazione finale. Abbiamo quindi portato quell'estrazione fuori dal loop, costruito un sistema che pulisce e ordina i dati via API, e usato un modello molto più piccolo (quindi a costo quasi nullo) per estrarne gli insight. Solo quegli insight, non i dati grezzi, diventano l'input per il modello principale.

2. Sfoltire i tool MCP che non si usano davvero. Connettere un server MCP oggi è semplicissimo: basta un URL e un token di autenticazione. Il problema è che molti MCP portano con sé anche cento tool, e dopo un po' di test si scopre spesso che se ne usano realmente dieci. Tutti i tool inutilizzati, però, restano comunque nel contesto: la "firma" di ogni funzione è testo che serve all'agente per sapere che quella funzione esiste, e quindi occupa spazio anche se non viene mai chiamata. Rimuovere ciò che non serve è uno dei modi più semplici per alleggerire il contesto.

3. Insegnare all'agente a chiedere meno dati. Torniamo, ancora una volta, sul prompt engineering: attraverso il system prompt possiamo insegnare all'agente a fare chiamate ai tool esterni in modo più intelligente. Un esempio semplice: una funzione che di default estrae 100 righe di dati, quando in realtà per l'elaborazione ne bastano 10. Istruendo il modello a richiedere esplicitamente quella quantità, il payload che viaggia tra tool e agente si riduce drasticamente.

4. Trasformare le chiamate MCP in function calling su misura, che comprime l'output prima che arrivi all'agente. Questo è il punto che, personalmente, mi ha aperto di più la mente. Molte funzioni che colleghiamo agli agenti via MCP non sono ottimizzate per essere consumate da un agente: restituiscono la stessa, enorme quantità di dati che si otterrebbe chiamando l'API esternamente. La soluzione è costruire funzioni esterne che usano le stesse identiche API dell'MCP, ma intercettano l'output prima che arrivi all'agente, per pulirlo e comprimerlo. Il risultato, in termini di token risparmiati, è impressionante.

Se dovessi sintetizzare tutto in un unico principio, sarebbe questo: ci sono cose che vanno fatte prima di far arrivare l'informazione all'agente, perché l'agente non deve fare tutto internamente; ci sono cose che non vanno fatte tramite MCP, per evitare la classica sindrome del martello che vede ogni problema come un chiodo; e, sopra a tutto il resto, serve conoscere a fondo il processo che si sta automatizzando.

Per costruire un'auto di Formula 1 bisogna conoscere il processo nel dettaglio, altrimenti non si possono fare le micro-regolazioni necessarie a portarla in pista, e con gli agenti, dal punto di vista dell'ingegneria, non è affatto diverso.

La "frontiera irregolare" dell'AI (e perché non serve l'AI dappertutto)


Nel report AI Index 2026 di Stanford HAI c'è un passaggio che descrive bene un fenomeno che chi usa questi sistemi ogni giorno conosce fin troppo bene: i modelli raggiungono risultati straordinari su compiti avanzati, e poi falliscono su attività che per un essere umano sembrano elementari. Il report la chiama "jagged frontier", la frontiera irregolare, e uno degli esempi più citati è quasi comico, se non fosse anche un po' preoccupante: modelli capaci di ottenere una medaglia d'oro alle Olimpiadi Internazionali di Matematica leggono correttamente un orologio analogico solo in circa la metà dei casi, contro oltre il 90% di accuratezza umana.

Non è un dato che stupisce chi lavora quotidianamente su progetti agentici: abbiamo tutti in mente l'idea di un'AI generale, capace di eseguire qualsiasi compito, ma la realtà è ben diversa. Basta guardare le applicazioni che stanno realmente portando risultati concreti alle aziende, penso ad esempio ad AlphaFold o AlphaEvolve di Google DeepMind, per notare che sono tutte fortemente iper-specializzate, non generali. Forse, con il tempo, ci avvicineremo a un concetto più ampio di intelligenza generale; oggi, però, la realtà a cui dobbiamo progettare intorno è un'altra.

Cosa significa questo, in concreto, quando si sviluppano sistemi agentici? Che dobbiamo conoscere i limiti dei modelli, capire su quali task possono agire al meglio e, sui task dove non riescono, capire se possono farlo purché dotati degli strumenti giusti. Un esempio molto semplice: un large language model non è bravo a fare calcoli precisi. Bene: gli si dà a disposizione un ambiente in cui la parte di calcolo viene sviluppata (e poi eseguita) in Python. In questo modo non si è "sfruttato" il modello per fare qualcosa che non sa fare bene, ma gli si è affiancato uno strumento esterno che compensa esattamente quella mancanza.

C'è poi il tema dell'osservabilità, che considero uno dei pilastri più sottovalutati di tutta l'ingegneria agentica. Quando sviluppiamo sistemi basati su agenti, dobbiamo sapere esattamente cosa fa l'agente, quali tool sta usando, che tipo di ragionamento sta seguendo, quali sono gli step, e nei sistemi multi-agente quali sono gli scambi tra i diversi agenti. Non significa necessariamente assumere una persona che controlli manualmente ogni report: noi, ad esempio, usiamo dei grader, sistemi basati su modelli molto piccoli, addestrati per valutare gli output in diverse fasi del workflow, che intercettano le anomalie e le segnalano, in modo da poter ottimizzare progressivamente il sistema ed evitare che quel tipo di errore si ripeta.

E qui arriva un'ultima considerazione, forse la più semplice di tutte ma anche la più disattesa: non tutto va risolto con l'AI. Non serve dappertutto. Quando qualcuno mi chiede un'intelligenza artificiale per fare i volantini del suo ristorante, la risposta più onesta è: usa Canva. Esistono strumenti che fanno bene certe cose, le hanno sempre fatte bene, e non hanno bisogno di un modello generativo nel mezzo. È lo stesso rischio che si corre con piattaforme come n8n o Make da quando hanno introdotto i nodi AI: si finisce per "fare con l'AI" qualcosa che sarebbe stato più solido, più prevedibile e più economico risolvere con quattro righe di Python.


Il valore umano, in un mondo che accelera


Raffaele mi ha posto, come sempre in chiusura di queste chiacchierate, la domanda più difficile: in uno scenario in cui l'AI ha capacità sempre più incredibili e viaggia a una velocità impressionante, sembra ogni giorno in grado di fare cose che ieri non sapeva fare, qual è il mio ruolo? Qual è il mio valore?

Una cosa è certa: non lo vedo nei task puramente operativi. Ci sarà sempre qualcuno più bravo di me a svolgerli domani, e c'è già oggi un'AI capace di farli meglio in una frazione del tempo. Il valore, per me, si sposta altrove: in due direzioni precise.

La prima è la ricerca e sviluppo: sento una curiosità e una spinta verso l'innovazione che definirei bruciante, ed è quella spinta che trasformo, quando riesco, in qualcosa di concreto. Alcune delle applicazioni che stiamo portando in produzione oggi nascono da test e sperimentazioni fatte, non solo da me ma dal team, in periodi in cui nessuno pensava minimamente che sarebbero diventate un software vero. Credo in un principio molto semplice: chi aspetta il caso reale per iniziare a sperimentare è già in ritardo rispetto a chi ha sperimentato prima.

La seconda direzione è la condivisione: raccontare, divulgare, spiegare questi concetti a chi non li vive quotidianamente. La sento davvero come una missione, non solo come una passione legata alla sperimentazione: un piccolo contributo, nel mio ambito, per rendere la società un po' più consapevole di un mondo che sta cambiando concretamente sotto i nostri occhi.

E se devo trovare un filo che lega tutto quello di cui abbiamo parlato in questa chiacchierata, dagli agenti in produzione al prompt engineering, dal vantaggio competitivo dell'idea alla frontiera irregolare dei modelli, è probabilmente questo: la curiosità, oggi più che mai, è la caratteristica che fa davvero la differenza. Non basta da sola: unita a competenze solide, diventa la combinazione più efficace per orientarsi in un mondo che, semplicemente, va troppo veloce per stare fermi a guardare.

La vera combo vincente, oggi, non è l'accesso alla tecnologia più recente. È la curiosità di chi la usa, unita alle competenze per usarla davvero bene.

- GRAZIE -


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Citizen Science: come i dati delle stazioni meteo private stanno aiutando la ricerca sul cambiamento climatico


Le stazioni meteo private sono diventate una risorsa fondamentale per la Citizen Science. Grazie ai dati raccolti ogni giorno, gli scienziati possono analizzare il cambiamento climatico con maggiore precisione, migliorare i modelli meteorologici e comprendere meglio gli eventi atmosferici estremi
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Chiunque può avere un ruolo attivo per comprendere meglio il nostro clima, direttamente dal proprio balcone o giardino. La Citizen Science sta infatti guadagnando sempre più slancio a livello globale: un numero crescente di persone esplora in prima persona l'ambiente circostante, condividendo dati preziosi e contribuendo alla climatologia moderna. Le stazioni meteo intelligenti offrono un punto di partenza semplice per permettere a chiunque di diventare un "cittadino scienziato".

Che cos'è la Citizen Science?


Nella Citizen Science, individui senza una formazione scientifica formale collaborano a stretto contatto con team di ricerca professionisti per raccogliere ampi set di dati. Lo spettro di queste attività spazia dalla documentazione della flora e della fauna locale fino alla misurazione della qualità dell'aria. Questo tipo di partecipazione è incredibilmente prezioso perché consente a chiunque di avere un impatto concreto nel mondo reale. In genere, non sono necessarie attrezzature specializzate: una stazione meteo privata è spesso tutto ciò che serve per raccogliere dati precisi e contribuire attivamente ad ampliare le conoscenze sul clima.

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I punti ciechi nella rete meteorologica


Il limite principale delle previsioni meteo tradizionali è la mancanza di precisione in aree specifiche e circoscritte. Le normali app meteorologiche si limitano solitamente a stimare le condizioni per determinati quartieri o strade utilizzando delle approssimazioni. Questo accade perché le stazioni meteo ufficiali, gestite dai servizi meteorologici nazionali, si trovano spesso a chilometri di distanza, tipicamente negli aeroporti o in aperta campagna, creando così dei veri e propri "punti ciechi" sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Nelle città, questo fenomeno è evidente nel cosiddetto effetto isola di calore urbana: poiché asfalto e cemento assorbono e trattengono il calore, le strade cittadine sono spesso significativamente più calde rispetto alle aree verdi circostanti. Nelle zone rurali invece, colline e boschi causano altre variazioni microclimatiche

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Un diario meteorologico digitale nel palmo della mano


È proprio qui che entra in gioco l'ecosistema Netatmo. La Stazione Meteo Intelligente Original, combinata con l'Anemometro Intelligente e il Pluviometro Intelligente, fornisce dati precisi e storici in tempo reale direttamente dalla propria posizione. Il sistema misura la temperatura esterna e la pressione barometrica, traccia le precipitazioni per metro quadrato e utilizza la tecnologia a ultrasuoni per analizzare la velocità e la direzione del vento. Inoltre, il modulo interno monitora l'ambiente domestico misurando umidità, livelli di CO2 e rumore. Tutte queste misurazioni sono accessibili tramite l'app gratuita Netatmo Weathermap su smartphone, tablet o computer. L'applicazione offre dashboard in tempo reale e grafici storici visivi che consentono di monitorare i cali di temperatura, le tendenze delle precipitazioni o i livelli di CO2 nel corso di settimane e mesi. Infine, il sistema garantisce un'opzione di condivisione sicura, volontaria e totalmente anonima: gli utenti possono scegliere liberamente di condividere le proprie rilevazioni esterne, senza alcun tracciamento dei dati personali, rendendole immediatamente visibili sulla Weathermap globale.
Stazione Meteo IntelligenteStazione Meteo Intelligente

Una rete globale per la ricerca


Questi sensori rappresentano uno strumento ideale per la citizen science nel pieno rispetto della privacy. Registrando i dati, gli utenti creano un vero e proprio diario digitale del proprio microclima locale. Quando si sceglie in modo proattivo di condividere le misurazioni meteorologiche, queste vengono visualizzate sulla Netatmo Weathermap in forma aggregata e anonima. Questa mappa interattiva globale permette di confrontare in tempo reale il microclima di singoli quartieri, città limitrofe o intere regioni, favorendo il coinvolgimento e lo scambio di informazioni con altri proprietari di stazioni meteo.
Anemometro IntelligenteAnemometro Intelligente

Un valore reale per la comunità scientifica


L'utilità di questi dati si spinge però ben oltre l'applicazione stessa. Attraverso vari studi, la community di Netatmo ha già aiutato i ricercatori ad acquisire una comprensione più profonda dei climi locali. Nelle principali città tedesche come Berlino, Bochum e Colonia, i dati provenienti da centinaia di stazioni Netatmo sono stati impiegati per mappare le variazioni di temperatura tra diverse zone climatiche locali e quartieri, e in tutta la Germania i dati delle stazioni meteo Netatmo sono stati utilizzati con successo anche per perfezionare i modelli di previsione.
Pluviometro IntelligentePluviometro Intelligente
A livello internazionale, gli scienziati stanno sfruttando in modo massiccio questo approccio: l'Istituto Meteorologico Norvegese (MET Norway) utilizza operativamente i dati Netatmo dal 2018 per la calibrazione in tempo reale delle misurazioni radar e per l'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Poiché la rete privata in Norvegia è circa 50 volte più fitta rispetto a quella di monitoraggio statale, l'accuratezza delle previsioni a breve termine può essere migliorata fino al 65%. In questo modo, una stazione meteo privata posizionata sul balcone diventa un potente strumento per far progredire la scienza meteorologica: un piccolo contributo in grado di fare una vera differenza nella pianificazione urbana e nella tutela del clima.

Prezzi e Disponibilità


La Stazione Meteo Intelligente Original di Netatmo è disponibile al prezzo di 149,99 euro, il Pluviometro Intelligente a 79,99 euro e l'Anemometro Intelligente a 109,99 euro.

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Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali


Sony ha presentato la “FX5”, la nuova telecamera full-frame della serie Cinema Line. La telecamera è dotata di un sensore di immagine CMOS fully-stacked di nuova concezione e migliora ulteriormente le prestazioni in termini di sensibilità. La telecamera è in grado di riprendere in 5K fino a 60 fotogrammi al secondo, in 4K fino a 120 fotogrammi al secondo e in FHD fino a 240 fotogrammi al secondo. Queste caratteristiche uniscono la resa della gamma Cinema Line e l’operatività progettata per soddisfare le esigenze degli ambienti di produzione in un corpo compatto e altamente portatile. Alla telecamera si affiancano anche due nuovi accessori opzionali: un mirino OLED rimovibile e un’impugnatura XLR che consente la registrazione direttamente nella fotocamera fino a 96 kHz, 32--bit float.

Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
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Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

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Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
La telecamera presenta un corpo compatto e leggero con un design piatto nella parte superiore
La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
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Elevata affidabilità


Una ventola di raffreddamento ad alta efficienza con prestazioni di raffreddamento potenziate e un design ottimizzato per la dissipazione del calore garantiscono un funzionamento stabile anche durante registrazioni video di lunga durata. Insieme al design resistente alla polvere e all’umidità, questa caratteristica garantisce l’affidabilità nelle riprese all’aperto e in condizioni ambientali difficili. La telecamera è compatibile con la batteria ricaricabile ad alta capacità “NP-SA100” (2670 mAh), è dotata di due porte USB Type-C.

Disponibilità


La Sony FX5 è già disponibile in preordine e sarà in vendita da agosto.

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XXXIV Coppa Nautilus Calatabiano


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Si è svolta a metà luglio la 34ª Coppa Nautilus, una manifestazione agonistica di alto livello tecnico che ha visto 81 coppie provenienti da diverse regioni d'Italia e dall'estero, cimentarsi in una prova di surfcasting.

In una serata caratterizzata da condizioni meteo-marine ottimali, il vero avversario è stato il caldo intenso e l'elevata umidità, fattori che hanno reso la gara ancora più impegnativa.

La competizione si è sviluppata principalmente sulla cattura di pagelli, seguiti da mormore e occhiate. Le coppie che sono salite sul podio hanno costruito il loro successo proprio grazie a una straordinaria continuità nella cattura dei pagelli, facendo registrare numeri davvero importanti.

Ma la presenza di figure di spicco è stata importante, ricordiamo in particolare: Filippo Cimino (oro mondiale); Martina Distefano (oro mondiale); Stefano Guido (oro mondiale); Filippo Malvagna (oro mondiale); Marcello Messina (oro mondiale); Lisa Micela (oro mondiale); Massimo Mucciola (vice ct nazionale); Riccardo Miserendino (ct nazionale over 55 - oro mondiale); Gabriele Piraneo (oro mondiale); Alfio Vattiato (vice ct nazionale under 16 - oro mondiale).


Complimenti al Circolo Nautilus Calatabiano per l'ottima organizzazione della manifestazione e a tutti gli atleti partecipanti, che hanno dato vita a una gara di alto livello tecnico e sportivo e al direttore di gara Ignazio Gullì.

Il podio si è diviso tra Sicilia e Calabria, con Alessandro Raso e Gianluca Grillo (Italiano fishing team - Rosarno) saldamente al comando, seguiti da Vincenzo Bacucco e Mirko Pulvirenti (Surf competition asd - Catania) e al terzo posto Fortunato Nizza con Salvatore Vallone (Aquile di mare asd - Catania).

Un plauso va alla forte coppia dei Campioni del Mondo spagnoli (Juan Canovas e Daniel Oliva), che ha confermato il proprio valore conquistando un prestigioso 4° posto assoluto.

Quindi, complimenti al Circolo Nautilus Calatabiano per l'ottima organizzazione della manifestazione e a tutti gli atleti partecipanti, che hanno dato vita a una gara di alto livello tecnico e sportivo.

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Trump prova a limitare la cittadinanza per nascita dopo la bocciatura della Corte Suprema


Escludono i figli di alcune categorie di stranieri e stringono sui visti per chi vuole partorire negli Stati Uniti, dove il turismo delle nascite riguarda 26mila nascite su 3,5 milioni

Il presidente Donald Trump ha firmato giovedì 6 agosto due ordini esecutivi per limitare la cittadinanza per nascita e per colpire il cosiddetto turismo delle nascite, poco più di un mese dopo la sentenza con cui la Corte Suprema aveva bocciato il suo primo tentativo di cancellare quel diritto. Negli Stati Uniti chi nasce sul territorio nazionale diventa automaticamente cittadino americano a prescindere dallo status dei genitori, una regola fissata dal quattordicesimo emendamento della Costituzione, approvato dopo la guerra civile.

Il primo ordine esclude dalla cittadinanza automatica i figli di chi lavora per ambasciate o per organizzazioni straniere, di chi agisce per conto di governi stranieri, dei membri di organizzazioni terroristiche straniere e di chi il governo americano classifica come "nemico straniero". Restano fuori anche i bambini nati da genitori che hanno ottenuto la cittadinanza con la frode e quelli di madri che mentono sulle ragioni del viaggio negli Stati Uniti mentre sono incinte. Una terza categoria riguarda i nati nei territori americani, ma per intervenire su quel punto servirebbe una legge del Congresso.

Il secondo ordine punta a rendere più difficile ottenere un visto per chi vuole partorire negli Stati Uniti. Will Scharf, segretario dello staff della Casa Bianca, ha detto che tra le misure allo studio c'è il rifiuto del visto ai visitatori sospettati di arrivare nel paese solo per far nascere un figlio. Ha descritto un fenomeno che un tempo capitava per caso, quando una turista partoriva in anticipo, e che secondo lui si è trasformato in organizzazioni strutturate, a volte criminali, capaci di portare decine di migliaia di persone negli Stati Uniti con quell'unico scopo.

La legge americana vieta già di rilasciare un visto a chi vuole entrare nel paese con lo scopo principale di ottenere la cittadinanza per un figlio facendolo nascere sul territorio nazionale. Il Migration Policy Institute, un centro studi sulle migrazioni, ha ricordato in un'analisi del 2026 che chiedere un visto con quell'obiettivo è già considerato una frode e un motivo sufficiente per negarlo. Un funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna ha detto al New York Times che il provvedimento sul turismo delle nascite non cambia nulla sul piano operativo perché si limita a ripetere norme già in vigore.

Non esiste una stima ufficiale di quante nascite rientrino in questa categoria. Il Migration Policy Institute calcola che siano circa 26mila su 3,5 milioni di nati ogni anno negli Stati Uniti, mentre uno studio di ricercatori della Pennsylvania State University diffuso nelle settimane della sentenza ha rilevato che meno dello 0,3% delle nascite americane riguarda donne arrivate come turiste. I figli di immigrati irregolari o di residenti temporanei sono invece più di 250mila l'anno. Alla domanda di un giornalista su quante persone beneficino della cittadinanza per nascita, il presidente ha risposto "centinaia di migliaia".

Trump ha detto che il quattordicesimo emendamento era stato scritto "per i bambini degli schiavi" e che oggi c'è chi ci costruisce sopra delle attività economiche. Ha raccontato di uomini arrivati negli Stati Uniti dichiarando di avere 56 e 98 figli e ha ripetuto che l'emendamento fu approvato una o due settimane dopo la fine della guerra civile. La ratifica arrivò invece più di tre anni dopo.

Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e principale ispiratore della politica migratoria dell'amministrazione, ha detto che quell'emendamento fu approvato solo per garantire la cittadinanza ai figli degli schiavi e che non ha mai avuto altro significato. Ha indicato come base giuridica dei nuovi provvedimenti la sezione 215A della legge americana su immigrazione e cittadinanza (Immigration and Nationality Act), che a suo dire dà al presidente il potere di introdurre queste restrizioni. Il turismo delle nascite è per lui uno degli abusi più gravi del diritto americano.

La cittadinanza per nascita è uno dei temi centrali dell'agenda del secondo mandato, che il presidente ha costruito su una politica migratoria molto restrittiva. Chi la vuole abolire sostiene che renda il paese una calamita per chi vuole entrare e che la cittadinanza americana dovrebbe andare a chi la considera davvero un valore. Le associazioni per i diritti degli immigrati e molti giuristi rispondono che la Costituzione è chiara nello stabilire chi è cittadino e che restringere l'accesso creerebbe una categoria di persone di seconda classe.

La Corte Suprema aveva respinto il 30 giugno, con sei voti contro tre, l'ordine esecutivo firmato da Trump il primo giorno del suo secondo mandato, che negava la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e di residenti temporanei. Cinque giudici hanno scritto che quel diritto è garantito dalla Costituzione, il che significa che per cambiarlo servirebbe un emendamento costituzionale. Il sesto, Brett Kavanaugh, ha bocciato l'ordine sulla base della legge federale e non della Costituzione. Il presidente della Corte John Roberts, un conservatore, ha scritto nella sentenza che la cittadinanza era e resta "il diritto ad avere diritti".

Le eccezioni riconosciute dalla Corte restano limitate ai figli dei diplomatici e a quelli dei nemici durante un'occupazione ostile del territorio americano. Clarence Thomas, in un'opinione dissenziente sottoscritta dal solo Neil Gorsuch, ha scritto che i giudici hanno riscritto il quattordicesimo emendamento per riconoscere un diritto alla cittadinanza ai figli dei turisti delle nascite e degli stranieri irregolari. Samuel Alito ha depositato un'opinione dissenziente da solo, sostenendo che così l'emendamento garantisce la cittadinanza a quasi chiunque nasca nel paese.

Trump aveva seguito di persona la discussione orale del caso alla Corte Suprema, cosa che nessun presidente americano aveva mai fatto. Dopo la sentenza aveva annunciato che avrebbe chiesto ai giudici di riesaminare la decisione, una richiesta che la Corte non accoglie da decenni, ma il termine per depositarla è scaduto la settimana scorsa senza che la Casa Bianca la presentasse. "Pensavo che avremmo vinto alla Corte Suprema. Purtroppo abbiamo avuto una decisione sbagliata, molto ingiusta", ha detto giovedì nello Studio Ovale, aggiungendo che ora l'amministrazione punta ad arrivare allo stesso risultato per un'altra strada.

L'American Civil Liberties Union, la principale associazione americana per i diritti civili, prevede che anche il nuovo tentativo sarà respinto. "La Corte Suprema ha già deciso su questo punto: la cittadinanza per nascita è garantita dalla Costituzione. Nessun ordine esecutivo può cambiare il significato della Costituzione", ha dichiarato Cody Wofsy, vicedirettore del programma per i diritti degli immigrati dell'organizzazione.

I due ordini apriranno con ogni probabilità una nuova stagione di cause. I tribunali di grado inferiore hanno già respinto in altri procedimenti legati alle politiche migratorie dell'amministrazione l'uso delle categorie di "nemico straniero" e di esercito invasore. La legge federale dà al governo ampi poteri sull'ingresso nel paese ma vieta le discriminazioni nella concessione dei visti di immigrazione. Negare il visto alle donne incinte di alcuni paesi, come prevede l'ordine sul turismo delle nascite, potrebbe far nascere ricorsi proprio su quel terreno.


La polizia anti-immigrazione di Trump sorveglia i social per identificare chi la critica online


L'ICE, l'agenzia federale americana che si occupa di immigrazione e dogane, ha costruito nell'ultimo anno un sistema di sorveglianza permanente di internet per individuare chi la critica online. Squadre di appaltatori privati setacciano ventiquattro ore su ventiquattro Facebook, Instagram, X e altre piattaforme alla ricerca di contenuti che l'agenzia considera pericolosi per i suoi agenti o per le sue operazioni. Lo ha ricostruito il Wall Street Journal sulla base di documenti federali, contratti pubblici e testimonianze di appaltatori ed ex agenti federali.

Gli appaltatori preparano rapporti quotidiani e fascicoli su chi viene classificato come una minaccia, con nome, luogo in cui vive, data di nascita, posto di lavoro, numero di previdenza sociale che negli Stati Uniti funziona da codice fiscale, targa dell'auto e precedenti penali. Il programma ha coinvolto anche cittadini americani e gruppi di attivisti che segnalano alle comunità locali la presenza degli agenti dell'immigrazione.

Per identificare i critici anonimi il Dipartimento della sicurezza interna, il ministero da cui dipende l'ICE, ha inviato centinaia di ordini di consegna dei dati alle società che gestiscono i social network. I suoi agenti hanno poi rintracciato cittadini americani sul posto di lavoro e per strada, chiedendo loro di firmare una lettera in cui prendevano atto che i loro messaggi online sull'ICE "potrebbero" costituire un reato.

Il dipartimento sostiene di voler proteggere agenti e famiglie da "campagne di violenza coordinate" che avrebbero prodotto un aumento dell'8.000 per cento delle minacce di morte da quando il presidente Trump è tornato alla Casa Bianca. Un portavoce dell'ICE ha detto che i metodi investigativi dell'agenzia rispettano la Costituzione, le libertà civili e la privacy. Ha definito "categoricamente falsa" ogni accusa di voler soffocare la libertà di parola.

L'ICE contro i critici online

Un anno di sorveglianza, nessuna accusa

L'agenzia federale per l'immigrazione ha costruito un sistema permanente di monitoraggio dei social per individuare chi la critica. Squadre di appaltatori privati lo alimentano ventiquattro ore su ventiquattro. Nei dieci casi arrivati davanti a un giudice non è stata formulata nessuna accusa penale.

Grafica di FocusAmerica 4 agosto 2026

L'apparato e il suo esito

Milioni di dollari
258

Accuse penali
0

Spesi dall'ICE in tecnologie di sorveglianza e consulenti nell'ultimo anno, il 57 per cento in più dell'anno prima
Nei dieci casi in cui qualcuno ha impugnato davanti a un giudice l'ordine di consegna dei dati

Sei mesi dopo il primo ordine, l'utente di Reddit che il governo cerca di identificare resta sconosciuto.

L'imbuto

Dalla sorveglianza di massa a zero imputazioni


Tocca ogni numero per il dettaglio.


Monitoraggio quasi20 piattaforme setacciate senza interruzione: da Facebook, Instagram e X fino a Reddit, Discord, Snapchat e LinkedIn Il bando chiede anche di incrociare i profili con i registri della motorizzazione e i verbali di polizia, e di usare l'apprendimento automatico per l'«intelligence anticipatoria delle minacce». Identificazione Centinaia gli ordini di consegna dei dati inviati alle società che gestiscono i social network Servono a identificare i critici anonimi. Tra luglio e dicembre 2025 Reddit ne ha ricevuti alcuni che chiedevano i dati di undici account: ha stabilito che quegli utenti esercitavano un diritto protetto, si è opposto e il dipartimento li ha ritirati. Indagine 131 le indagini interne aperte per doxxing e minacce al personale dell'agenzia Tra gennaio 2025 e marzo 2026. Comprendono la pubblicazione dei dati dei dipendenti sui social e su volantini, e l'esistenza di chat di gruppo contro l'ICE. Opposizione 10 le persone che si sono opposte in tribunale ai tentativi di identificarle Nove cittadini americani e un canadese. Giudizio 4 i mandati del gran giurì confermati dai giudici L'agenzia ha abbandonato tre casi, altri tre restano aperti.

Esito 0 le accuse penali formulate Nessuno dei dieci è stato incriminato. Le condanne ottenute dal Dipartimento della giustizia nell'ultimo anno riguardano altri casi: un uomo dell'Oklahoma che su X invocava di sparare agli agenti, e due donne di Los Angeles riconosciute colpevoli di stalking per aver seguito in diretta streaming l'auto di un agente fino a casa.
Ogni riga misura uno stadio diverso della stessa macchina, non un sottoinsieme di quella precedente. La larghezza della figura non è proporzionale ai valori.

I soldi

Chi guarda, e chi lo paga


Il monitoraggio è affidato ad appaltatori privati. L'ufficio che dovrebbe vigilare sul programma ha due funzionari.

Committente
ICE – Office of Professional Responsibility

L'ufficio interno che con le amministrazioni precedenti indagava soprattutto sugli abusi commessi dagli agenti.

8 milioni di dollari · settembre 2025

Appaltatore
Amivero

Piccola società tecnologica della Virginia, conosciuta più per lo sviluppo di software che per l'intelligence.

Subappalto

Esecutore
Guidehouse

Società di consulenza che collabora con il governo americano anche nella difesa e nell'intelligence.

In un anno
+57%

la crescita della spesa dell'ICE in tecnologie di sorveglianza e consulenti

Dal 2020, quasi
50 mln

in almeno sei contratti di scansione dei registri pubblici: oltre metà impegnata da gennaio 2025

A vigilare, solo
2

funzionari a tempo pieno rimasti all'ufficio privacy che dovrebbe controllare il programma

Il caso

Sei mesi per un nome, senza riuscirci


La caccia a un utente di Reddit, tappa per tappa. Tocca ogni voce per aprirla.

Tappa I Il primo ordine amministrativo+

Il governo chiede a Reddit nome, indirizzo, dati di fatturazione e account collegati. Non indica quale legge sia stata violata.

Tappa II Che cosa aveva scritto l'utente+

Tre commenti sull'ICE, due con la sigla «ACAB», acronimo inglese di una frase che definisce bastardi tutti i poliziotti. In uno elencava alcuni Stati e una città in cui aveva vissuto l'agente Jonathan Ross, informazioni già pubblicate dai giornali, e scriveva di sperare che finisse nel penitenziario di Stillwater.

Tappa III L'opposizione+

Il Civil Liberties Defense Center chiede l'annullamento dell'ordine: il suo assistito stava esercitando un diritto protetto dal Primo emendamento.

Tappa IV Il governo cambia strumento+

Ritira la richiesta e ne presenta un'altra tramite il gran giurì, estesa di un altro mese fino a dicembre 2025. In quel periodo l'utente aveva pubblicato il numero di telefono di un agente, trovato su un sito di ricerche anagrafiche di cui aveva subito indicato il collegamento.

Tappa V Il giudice respinge il ricorso+

La richiesta di annullare il mandato del gran giurì viene respinta. Il procedimento è sospeso in attesa dell'appello.

Oggi L'identità resta sconosciuta+

Sei mesi dopo il primo ordine il governo non ha ancora un nome, e nessuna accusa è stata formulata.

La soglia

Che cosa protegge il Primo emendamento


La linea che separa un'opinione da un reato passa dall'intenzione, e i tribunali americani la collocano molto in alto.

Protetto

L'iperbole politica. In una sentenza storica la Corte Suprema ha ricordato che il linguaggio dell'arena politica è spesso «violento, offensivo e impreciso».

Non protetto

Le minacce vere. Ma condividere i dati personali di un agente non è di per sé un reato senza la prova di un'intenzione criminale.

Il dipartimento

Parla di «campagne di violenza coordinate» e di un aumento dell'8.000 per cento delle minacce di morte da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Un portavoce dell'ICE definisce «categoricamente falsa» ogni accusa di voler soffocare la libertà di parola.

Gli avvocati

«Per quanto posso vedere, tutto questo riguarda persone che dicono cose sgradevoli sull'ICE», dice Lauren Regan, che ha assistito diversi indagati. «Niente che si avvicini a una vera minaccia».

Fonte Elaborazione su documenti federali, contratti pubblici e testimonianze di appaltatori ed ex agenti raccolti dal Wall Street Journal. Dati aggiornati ad agosto 2026.

Avvocati per i diritti civili ed ex funzionari del dipartimento dicono che la rete ha catturato persone che esprimevano opinioni protette dal Primo emendamento della Costituzione, la norma che tutela la libertà di parola. "Per quanto posso vedere, tutto questo riguarda persone che dicono cose sgradevoli sull'ICE e sul controllo dell'immigrazione", ha dichiarato al Wall Street Journal Lauren Regan, avvocata che ha assistito diverse persone indagate per quello che avevano scritto online. "Niente che si avvicini a una vera minaccia."

Reddit ha ricevuto ordini amministrativi che chiedevano i dati di 11 account che avevano pubblicato "contenuti critici verso le azioni federali" tra luglio e dicembre dell'anno scorso. La società ha stabilito che quegli utenti stavano esercitando un diritto protetto dal Primo emendamento e si è opposta a ogni richiesta, che il dipartimento ha poi ritirato. Ben Lee, responsabile legale di Reddit, ha detto che la società si oppone di routine alle richieste governative troppo ampie o che minacciano la privacy e i diritti civili degli utenti.

Il governo è passato ai mandati del gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se rinviare a giudizio un imputato e i cui atti hanno un peso legale maggiore. "La domanda è: vengono usati per indagini vere su presunti reati o per costruire una lista di sorvegliati speciali?", ha dichiarato Joshua Koltun, avvocato che ha difeso due americani i cui dati erano stati richiesti ai social network.

Dieci persone, nove americani e un canadese, si sono opposte ai tentativi del dipartimento di identificarle. I giudici hanno confermato quattro mandati del gran giurì, l'agenzia ha abbandonato tre casi e altri tre sono ancora aperti. In nessuno di questi casi è stata formulata un'accusa penale.

La Corte Suprema ha stabilito che le minacce vere non sono protette dalla Costituzione, mentre l'iperbole politica lo è. In una sentenza storica ha ricordato che il linguaggio dell'arena politica è spesso "violento, offensivo e impreciso".

Diversi cittadini finiti sotto osservazione avevano pubblicato informazioni sugli agenti dell'immigrazione, dai luoghi in cui stavano operando ai loro nomi fino agli indirizzi di casa.

L'amministrazione Trump considera il "doxxing organizzato delle forze dell'ordine" una forma di terrorismo interno. Il doxxing è la pubblicazione online dei dati personali di una persona per esporla a ritorsioni. Il dipartimento sostiene che rientri nella definizione anche riprendere gli agenti mentre lavorano e pubblicare il video. Quando un giornale locale ha rivelato che l'agente che aveva ucciso Renee Good si chiamava Jonathan Ross, il dipartimento ha parlato di "comportamento sconsiderato" e ha chiesto alla testata di cancellare subito l'articolo.

Condividere i dati personali di un agente federale non è di per sé un reato senza la prova di un'intenzione criminale, una soglia storicamente alta nei tribunali americani secondo costituzionalisti e avvocati penalisti. "Non stanno formulando accuse penali, quelle in cui potremmo contestare la vaghezza della norma e il suo abuso", ha detto Regan. "Se vogliono solo usare tutto questo come tattica intimidatoria, non è nemmeno uno scontro ad armi pari."

Nell'ultimo anno il Dipartimento della giustizia ha ottenuto diverse condanne per messaggi online sugli agenti dell'ICE. Un uomo dell'Oklahoma è stato condannato per minacce a funzionari federali dopo aver scritto su X che i cittadini americani avrebbero dovuto sparare a quelli che definiva terroristi interni, insieme ad altri messaggi in cui invocava che gli agenti venissero uccisi. A Los Angeles due donne sono state riconosciute colpevoli di stalking per aver seguito in diretta streaming l'auto di un agente fino a casa sua, credendo, secondo la loro versione, che stesse andando verso una retata.

Il caso più lungo riguarda un utente di Reddit che il governo cerca di identificare da sei mesi. Il primo ordine amministrativo chiedeva nome, indirizzo, dati di fatturazione e account collegati, senza indicare quale legge fosse stata violata. Dai dati d'archivio recuperati dal Wall Street Journal risulta che in quel periodo l'utente aveva scritto tre commenti sull'ICE, due dei quali con la sigla "ACAB", acronimo inglese di una frase che definisce bastardi tutti i poliziotti. In uno era intervenuto in una discussione sull'articolo che aveva identificato Ross, elencando alcuni Stati e una città in cui l'agente aveva vissuto (informazioni già pubblicate dai giornali). Nello stesso commento scriveva di sperare che Ross finisse nel penitenziario di Stillwater.

Il centro legale Civil Liberties Defense Center ha chiesto l'annullamento dell'ordine, sostenendo che il suo assistito stava esercitando un diritto protetto. Il governo ha ritirato la richiesta iniziale e ne ha presentata un'altra tramite il gran giurì, estesa di un altro mese fino a dicembre 2025. In quel periodo l'utente aveva pubblicato il numero di telefono di un agente, trovato su un sito di ricerche anagrafiche di cui aveva subito indicato il collegamento. Pochi giorni prima aveva scritto di voler abolire l'ICE e cancellare tutti i confini.

La richiesta di annullare il mandato del gran giurì è stata respinta e il giudice ha sospeso il procedimento in attesa dell'appello. Sei mesi dopo il primo ordine l'identità dell'utente resta sconosciuta.

La spesa dell'ICE per tecnologie di sorveglianza e consulenti ha raggiunto 258 milioni di dollari nel primo anno pieno del secondo mandato di Trump, il 57 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

L'agenzia ha firmato almeno sei contratti che prevedono la scansione di registri pubblici alla ricerca di "minacce", per quasi 50 milioni di dollari dal 2020. Più della metà di quei fondi è stata impegnata da gennaio dell'anno scorso, mentre un altro affidamento che può arrivare a 50 milioni continua a essere prorogato. I contratti più recenti chiedono agli appaltatori di geolocalizzare persone classificate come "estremiste", preparare rapporti su singoli individui e incrociare le informazioni con le banche dati del governo.

Il programma è coordinato dall'Office of Professional Responsibility dell'ICE, l'ufficio interno che con le amministrazioni precedenti si occupava soprattutto di indagare sugli abusi commessi dagli agenti.

A settembre dell'anno scorso l'ufficio ha affidato ad Amivero, una piccola società tecnologica della Virginia conosciuta più per lo sviluppo di software che per l'intelligence, un contratto da oltre 8 milioni di dollari per monitorare i social network alla ricerca di minacce e di piani per ostacolare le operazioni dell'agenzia. Amivero ha subappaltato il lavoro a Guidehouse, società di consulenza che collabora con il governo americano anche nella difesa e nell'intelligence.

Il bando prevede il monitoraggio di quasi venti piattaforme, da Reddit a Discord fino a Snapchat e LinkedIn. Chiede anche di usare documenti pubblici come i registri della motorizzazione e i verbali di polizia per identificare gli utenti segnalati e mappare le loro relazioni. Agli analisti è chiesto di usare l'apprendimento automatico per individuare i rischi, compresa quella che il documento chiama "intelligence anticipatoria delle minacce", cioè l'individuazione di tendenze e schemi di potenziali minacce prima che si concretizzino.

Le segnalazioni sono state così numerose che l'ufficio, che ha pochi dipendenti, ha dovuto chiedere aiuto all'ufficio di intelligence di Homeland Security Investigations, la divisione investigativa dell'ICE, che ora si occupa delle attività contro il doxxing. Gli avvocati hanno visto crescere gli ordini di consegna dei dati sui cittadini americani a partire da settembre 2025, lo stesso mese in cui è partito il contratto.

Il controllo sul programma spetta all'ufficio privacy dell'ICE, che secondo ex dipendenti del governo è ridotto a due funzionari a tempo pieno. Tra gennaio 2025 e marzo di quest'anno l'ufficio interno ha aperto almeno 131 indagini per doxxing e minacce al personale dell'agenzia, comprese la pubblicazione dei dati dei dipendenti sui social e su volantini e l'esistenza di chat di gruppo contro l'ICE.

"Stiamo assistendo alla trasformazione della privacy in un'arma che avvantaggia i potenti e in particolare le forze dell'ordine", ha dichiarato al Wall Street Journal Danielle Citron, professoressa di diritto all'Università della Virginia che si occupa di privacy, molestie online e diritti civili. Ha detto che gli agenti nascondono nomi e volti e che, se portassero il nome sulla divisa e non indossassero le maschere, ci sarebbero probabilmente meno episodi del genere.

A New York due agenti dell'ufficio interno si sono presentati in un seggio elettorale dove stava lavorando una scrutatrice, dopo averla contattata al telefono per un messaggio che secondo loro aveva pubblicato su Instagram in gennaio. Avevano con sé le stampe del suo profilo, il suo indirizzo, la sua data di nascita e quella che sembrava una sua foto scattata a un controllo di sicurezza in aeroporto. Le hanno chiesto di rimuovere il messaggio e di firmare una lettera in cui prendeva atto di poter aver violato una legge federale.

Un portavoce dell'ICE sostiene che la donna avesse pubblicato l'indirizzo di casa di un agente e ha mostrato al Wall Street Journal una schermata in cui la parte finale del testo è oscurata. Meta non ha voluto commentare l'autenticità dell'immagine.

Gli stessi agenti quel giorno hanno consegnato la stessa lettera ad altre persone. Una di loro ha fatto causa: David Streever è stato rintracciato da un agente speciale mentre era in vacanza, cinque mesi dopo aver mandato una mail all'allora direttore dell'ICE Todd Lyons in cui, dopo la morte di Alex Pretti, lo definiva un essere umano mostruoso. Secondo la sua denuncia il comportamento del dipartimento è una ritorsione contro un discorso protetto dalla Costituzione e finirà per scoraggiare gli americani dall'esprimersi.


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Un poster boy troppo perfetto


Jason Arday, volto DEI di Cambridge, è il simbolo degli errori dell’inclusione di facciata.

Jason Arday ha 41 anni e insegna (edit: sarebbe più corretto dire “insegnava”, perché si è appena dimesso; la notizia è giunta dopo la scrittura di questo articolo) Sociologia dell’educazione a Cambridge. Il suo nome per anni è stato quello di una vera e propria star dell’accademia britannica: nato da genitori ghanesi a Clapham, nella periferia di South London, è stato protagonista di una storia di riscatto e affermazione che ha conquistato i media del Regno Unito. Il problema, però, non è soltanto che quella storia era troppo bella per essere vera, ma risiedeva soprattutto in quanto l’Università di Cambridge aveva bisogno che fosse vera.

Quando, nel marzo del 2023, Arday è stato nominato professore, l’ateneo non si è limitato ad annunciare l’arrivo di un nuovo docente: ha costruito sulla sua investitura un apologo morale con cui appuntarsi una mostrina istituzionale. A 37 anni, Arday diventava il più giovane professore nero nella storia di Cambridge. Per una persona cresciuta in una casa popolare nel sud di Londra, che aveva ricevuto una diagnosi di autismo e non aveva imparato a parlare fino agli undici anni d’età, e a leggere e scrivere fino ai diciotto, era un risultato impensabile e di ispirazione.

L’annuncio ufficiale dell’università presentava esplicitamente l’incarico come una dimostrazione plastica dell’impegno dell’ateneo verso una maggiore inclusione di personale accademico proveniente da gruppi sottorappresentati. Arday non era soltanto un professore, insomma: per molti legittimi motivi, era il professore che provava un cambio di passo a Cambridge.

Le istituzioni progressiste contemporanee, non è un mistero, spesso ricercano attivamente personaggi come Arday: persone con una storia personale riassumibile, un volto spendibile nelle campagne di comunicazione e una biografia capace di parlare a questioni sociali irrisolte. Il docente-star, nel caso di una prestigiosa università che forma le élite, permette di chiudere un occhio – o, nei casi peggiori, di saltare a piè pari – le parti meno “raccontabili” dell’inclusione. Non occorre parlare di aumenti delle borse di dottorato, di rendere le carriere meno precarie, di correggere i meccanismi di selezione, o del perché le classi popolari arrivano così raramente ai vertici dell’università: a volte basta mostrare la figurina e dichiarare il cambiamento. Così fanno le aziende, e anche tante università-azienda.

Questa volta, però, la storia di Arday ha iniziato a venire smontata pezzo per pezzo, con una serie di accuse di gravità e campo variabili che hanno monopolizzato il discorso pubblico: decine di sovrapposizioni plagiarie tra la sua tesi di dottorato e lavori pubblicati in precedenza; articoli scientifici di rigore accademico traballante; affermazioni imprecise o false sulle sue modalità della ricerca o sulla sua biografia, personale e accademica; episodi di razzismo probabilmente inventati; addirittura racconti delle proprie imprese sportive e di raccolte di beneficenza che sarebbero stati gonfiati ad hoc.

Il Guardian ha ricostruito nel dettaglio la verità su diversi episodi che, nel tempo, avevano contribuito a cementare la sua immagine pubblica di eroe accademico, mettendoli a confronto con la realtà dei fatti accertati. C’è la cifra di oltre cinque milioni di sterline raccolte per beneficenza, da lui stesso indicata, ma che non era un risultato attribuibile a una sua iniziativa personale, bensì il totale aggregato di diverse campagne di fundraising a cui aveva preso parte; ci sono le 30 maratone che dice di aver corso in 35 giorni, in parte con una gamba rotta (!); c’è che ha sostenuto di aver partecipato da bambino a una popolarissima serie tv inglese, Up, girata vent’anni prima della sua nascita.

Ma questi sono solo contorni, e di importanza assai relativa: perché i problemi per Jason Arday sono venuti soprattutto dal versante accademico, a partire dalla sua tesi di dottorato discussa alla John Moores University di Liverpool, oltre ad alcuni articoli successivi. Decine di passaggi sarebbero molto simili a quelli di opere che non ha nemmeno citato, si diceva; due pubblicazioni sono state corrette, eliminando o modificando affermazioni sul processo di codifica dei dati, sull’impiego di un secondo ricercatore e su alcune citazioni dei partecipanti. L’università di Liverpool ha riesaminato il lavoro e ha detto di non aver ravvisato plagi; un accademico consultato da Retraction Watch, invece, ha parlato di “somiglianze” estese e difficili da liquidare come meri problemi formali.

La persona che per prima ha contribuito a portare il caso alla luce è il filosofo dell’etica Nathan Cofnas, il che non è un dettaglio: Cofnas si definisce un race realist, e in tempi recenti ha sostenuto che in un sistema integralmente meritocratico ad Harvard non ci sarebbe quasi nessun professore nero; per questo è stato allontanato dai corsi, dopo una lunga controversia pubblica. In seguito Cambridge ha concluso che le sue affermazioni non costituivano, secondo i regolamenti dell’ateneo, discriminazione o molestie, ma in ogni caso Cofnas – che al caso Arday ha dedicato un lungo approfondimento – ha con l’università un conflitto personale evidente.

Questa è una parte importante della controversia: c’è un fronte – che per comodità chiameremo “anti-woke” – che su storie del genere si getta a peso morto. Tra gli altri, nemici giurati del “woke” come Kathleen Stock e la testata UnHerd non hanno perso tempo prima di esprimersi sul caso, presentando Arday come il prodotto simbolo della decadenza woke dell’università britannica. Si insiste – con qualche sparuta ragione, seppellita da propaganda e falso prospettico – sul fatto che le università avrebbero progressivamente sostituito criteri di valutazione accademica con criteri identitari, generando pratiche di selezione opache e incoerenti.

Nel frattempo, vicende come quella di Arday non rimangono confinate al perimetro delle beghe da guerre culturali: la testata di settore Times of Higher Education l’anno scorso gli aveva dedicato un’inchiesta, salvo poi – come ricostruito da Retraction Watch – non pubblicarla a seguito di moniti legali inviati dagli avvocati di Arday; il Guardian ha raccolto documenti e testimonianze, comprese quelle di accademici neri e di studiosi delle disuguaglianze razziali che ritengono le domande su Arday meritevoli di approfondimento, e temono che il caso possa danneggiare il loro lavoro.

Blackademics in the United Kingdom need to brace for a reckoning they didn’t ask for. Scrutiny of labour & belonging in the academic extended in the most extreme fashion bcuz the system insists on a monolithic approach to collective punishment before a judgement has been reached.
— Chisomo Kalinga, PhD (@ChisomoWrites) July 30, 2026


Un commento di un accademico britannico nero.

Il punto di vicende come questa, di fatto, è proprio che non riguardano soltanto i Jason Arday di turno. Cambridge, di fronte alle prime contestazioni dei giorni scorsi, ha difeso il suo professore parlando di una «vile macchina del fango» e insistendo sul fatto che il docente era già stato scagionato dalle accuse a Liverpool. Molti colleghi hanno firmato lettere e appelli in sua difesa, descrivendo le accuse come parte di una campagna razzista tesa a screditare un accademico nero di successo. Intendiamoci: è possibile, o addirittura probabile, che nella mobilitazione contro Arday convivano domande lecite, antipatie personali, razzismo e anche il (piuttosto trasparente) desiderio di far saltare in aria un simbolo della DEI britannica.

Ma una delle conseguenze più velenose dell’inclusione costruita attorno ai poster boy è proprio questa: rende difficilissimo distinguere la normale valutazione del lavoro di un individuo da un attacco all’intera categoria che l’individuo è stato incaricato di rappresentare. Se Arday fosse stato presentato in un altro modo dal suo ateneo, le polemiche sulla sua tesi, sui suoi articoli e sulla sua biografia avrebbero potuto ricevere risposte circostanziate; ma siccome è stato reso la prova vivente delle virtù di Cambridge, trasformare ogni dubbio su di lui in un dubbio sull’inclusione risulta facile; e ogni difesa dell’inclusione, di conseguenza, finisce per trasformarsi in una difesa d’ufficio di Arday.

È una trappola discorsiva perfetta, se ci pensi: per gli avversari della DEI, la sua debacle dimostra che le università assumono sempre persone incompetenti o disoneste, purché appartengano alla minoranza giusta; per i suoi difensori, ammettere che alcune accuse di plagio possano essere fondate, in questo contesto significa offrire munizioni ai razzisti. E in questa spessa coltre di nebbia si perde la domanda fondamentale: perché mai il valore delle politiche contro la discriminazione dovrebbe dipendere dalla fallibilità di un singolo professore?

L’aspetto più oltraggioso che emerge da questa storia è la sensazione, alimentata più e meno involontariamente dalle reazioni istituzionali, che applicare agli accademici appartenenti a minoranze gli standard comuni gli faccia un qualche torto. Una forma di paternalismo che somiglia pericolosamente a ciò che pretende di combattere: il professore nero non può essere soltanto bravo o mediocre, rigoroso o approssimativo, onesto o vanitoso come qualunque altro collega; no: dev’essere l’incarnazione della diversity senza macchia oppure la prova del suo fallimento.

Quando un’università costruisce il proprio impegno (e la propria reputazione) attorno a una biografia straordinaria, trasferisce sul protagonista una quantità di capitale simbolico sproporzionata: la sua storia deve essere esemplare, ogni dettaglio deve confermare la parabola, ogni critica deve poter essere attribuita alle forze della reazione. Ma più l’istituzione usa quella persona per lavarsi la coscienza, più il conto dell’eventuale fallimento viene socializzato. E a pagarlo non saranno il dipartimento comunicazione che ha esagerato con i trionfalismi, o i dirigenti che hanno voluto la figurina: sono gli altri blackademics, come vengono detti gli accademici neri d’oltremanica. La prossima docente afro promossa a una posizione prestigiosa si troverà circondata da un sospetto di fondo rinforzato: è davvero lì per il proprio lavoro, o perché serviva un altro Jason Arday?
Jason Arday
Uno degli studiosi consultati da Retraction Watch ha sintetizzato bene il paradosso: Cambridge avrebbe potuto affrontare la questione in modo ordinario, evitando che a occuparsene fossero gli urlatori della destra radicale. Eppure non l’ha fatto – o non in modo abbastanza trasparente. Così è diventata appannaggio dei nemici dell’inclusione, che ora possono esibire ogni reticenza istituzionale come la prova di un insabbiamento.

E ci sono precedenti, in questo senso, perché la sinistra su questo fronte ha già commesso errori e lasciato voti. Nel 2019, quando Ibram X. Kendi stava diventando una delle massime autorità morali della diversity americana, l’autore Kelefa Sanneh scriveva sul New Yorker che la sua distinzione binaria razzismo/antirazzismo tendeva a comprimere vite, politiche e istituzioni complesse in un esame a risposta secca. Era una critica che non veniva da una rivista o una penna trumpiana, né ovviamente sosteneva che il razzismo fosse un’invenzione: però metteva in discussione un paradigma intellettuale-culturale orientato a una semplificazione controproducente.

Gli anni successivi ce l’hanno confermato, anche nel caso specifico di Kendi: è diventato il nume tutelare di un’enorme infrastruttura accademica, editoriale e filantropica; il suo Center for Antiracist Research della Boston University ha raccolto decine di milioni di dollari, finendo poi in acque burrascose fatte di licenziamenti e accuse di cattiva gestione, per poi essere chiuso quando Kendi si è trasferito alla Howard University. Anche qui, si è misurato lo scarto tra le aspettative messianiche concentrate su un intellettuale-star e la fragilità dell’istituzione costruita a sua immagine.

È questo il punto che una parte consistente del progressismo mainstream non ha voluto ascoltare nell’ultimo decennio. Le critiche al modello delle celebrity antirazziste, alla professionalizzazione dell’attivismo e alla sostituzione dei cambiamenti materiali con il capitale simbolico non sono nate dopo la vittoria della destra; esistevano già quando le aziende firmavano assegni e le università istituivano centri, cattedre e programmi intitolati a un antiracism di facciata, ma venivano spesso liquidate come tentativi di distogliere l’attenzione dal vero problema (o peggio, come forme mascherate di ostilità verso le minoranze).

Le persone nere rimangono gravemente sottorappresentate ai vertici dell’accademia britannica: secondo i dati raccolti da Advance HE, soltanto il 3,8 per cento degli accademici neri aveva raggiunto il rango di professore, e i docenti appartenenti alle minoranze etniche risultavano più frequentemente impiegati con contratti a termine rispetto ai colleghi bianchi. Sono numeri che non si cancellano facendo le pulci al curriculum di un singolo individuo, ma anche che rendono irresponsabile e crudele concentrare la battaglia per l’uguaglianza su pochi casi eccezionali.

La diversity da brochure preferisce la rappresentazione alla redistribuzione perché la prima costa meno, almeno politicamente. Una fotografia di Jason Arday davanti a un edificio prestigioso in stile gotico comunica immediatamente progresso; intervenire sulle scuole frequentate dai figli delle classi popolari, finanziare dottorati e stabilizzare ricercatori precari richiede invece denaro, conflitti e anni di lavoro. La razza non scompare riportando il discorso alla classe sociale, ma la classe ricorda quanto sia incompleta una politica che celebra l’accesso di pochi individui eccezionali lasciando intatti i meccanismi che escludono tutti gli altri.

A prescindere da quel che sarà il destino di Arday, una concezione adulta ed efficace dell’inclusione dovrebbe partire dall’idea opposta di quella coltivata da Cambridge. Gli accademici neri non devono essere rappresentanti plenipotenziari della loro etnia; non devono essere migliori degli altri per meritarsi una cattedra, né sottratti ai processi di verifica per timore di assist politici. Devono poter essere giudicati come individui, secondo standard chiari e condivisi, all’interno di istituzioni che riconoscano e correggano gli ostacoli strutturali senza trasformare chi li supera in una reliquia.

Altrimenti il messaggio implicito diventa proprio quello che la DEI dice di voler cancellare: che una persona nera arrivata ai vertici non può essere trattata normalmente. E a quel punto, tanti saluti all’inclusione.

  • La vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie Democratiche del Michigan potrebbe essere un punto di svolta per la sinistra americana;

  • La Casa Bianca ha ordinato allo Smithsonian National Museum of American History di mostrare un cartello che ammonisce i visitatori circa le «informazioni inaccurate» del museo: Trump cerca di controllare la storia.



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Il cambiamento climatico non si ferma alla frontiera


L’accordo tra la Provincia di Cuneo e le regioni francesi di confine prevede la creazione di una rete che metta in comune le azioni di prevenzione

Dare vita a un dialogo che non conosca frontiere e sappia travalicare tanto le montagne quanto i confini linguistici. Non è soltanto un ovvio messaggio di pace: può essere anche uno strumento fondamentale per ottenere sicurezza, proteggere la propria incolumità – di persone e territori – e raggiungere obiettivi concreti di prevenzione. Con ottimi risultati sociali e la conseguente creazione di nuove consapevolezze, scambio di pratiche e condivisione di esperienze per un progresso comune.

È questo l’obiettivo del programma europeo di compartecipazione internazionale tra Italia e Francia che porta il nome di ALCOTRA, acronimo di Alpi Latine Cooperazione Transfrontaliera. È finanziato dal FESR, il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, e mira a costruire progetti di crescita sostenibile, innovazione e tutela ambientale nelle zone in cui si incontrano i due Paesi.

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La rivoluzione del Gaslini


Renato Botti, direttore generale dell’ospedale infantile, spiega a L’Unica il progetto della città della salute per i bambini. E spera che la mano pubblica sia più generosa
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Se oggi è il bambino a girare per l’ospedale, nel nuovo Gaslini sarà l’ospedale a girare intorno al bambino. E non stiamo parlando di un futuro lontano, perché il cantiere del padiglione zero, che costituirà il cuore del nuovo ospedale dei piccoli, è arrivato al sesto piano sui sette previsti (altri due si trovano sotto) e già si cominciano a vedere le prime finestre installate. Secondo i programmi, il padiglione zero sarà operativo nell’ottobre 2027.

Il ribaltamento della prospettiva nella cura dei bambini avrà anche un suo corrispettivo “geografico”. Si entrerà in ospedale non più dal mare, dall’ingresso a tutti noto di via V Maggio, ma da nord in via Redipuglia, attraverso una grande piazza verdeggiante, proprio accanto al padiglione 20, da poco ristrutturato, che sembra quasi il prequel di questa rivoluzione.
Il padiglione 20 da poco ristrutturato e il cantiere del padiglione zero – Foto: Roberto Orlando
La metamorfosi non riguarderà soltanto l’assistenza sanitaria, ma anche le funzioni stesse dell’istituto, nato a Quarto nel 1938 e divenuto uno dei più grandi policlinici pediatrici scientifici d’Europa. Perché l’idea è quella di realizzare in un futuro molto prossimo – con la dismissione di cinque grandi padiglioni del vecchio ospedale – una città della salute, che comprenda un campus universitario con foresteria, un asilo per i figli dei dipendenti, ma soprattutto alloggi per le famiglie dei piccoli pazienti, considerando che il 40 per cento di loro proviene da fuori Genova. L’intenzione è anche di coinvolgere le imprese del settore farmaceutico e delle biotecnologie o che forniscono servizi sanitari. Tutto questo però avverrà dopo, quando si renderanno disponibili nuove risorse finanziarie.

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Un modello di Meta hackera un'azienda, i robotaxi a Londra, Jeff Dean lascia Google


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Comunicazione: Morning Tech, come ogni anno, andrà in ferie dal 10 al 21 agosto. Auguriamo un buon riposo a tutti!

Buon venerdì,
dopo il caso di OpenAI e Anthropic, anche un modello di Meta ha hackerato un'azienda durante i test interni. Poi parleremo della licenza ottenuta da Wayve e Uber per portare i robotaxi a Londra; vedremo la nuova startup Discovery Loop, fondata dal celebre Jeff Dean dopo l'addio a Google, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 380 Venerdì 7 agosto
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Il podcast
Notizie spiegate a voce, no AI. Ogni giorno.
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Anche un modello di Meta ha hackerato un'azienda durante i test


Intelligenza Artificiale
Il modello Muse Spark ha sfruttato una vulnerabilità di sicurezza di un'azienda non identificata e ne ha modificato i sistemi interni durante una valutazione di cybersecurity. Un errore di configurazione di Irregular (la società esterna che conduce i test per Meta) ha dato al modello accesso a internet durante la prova. In alcuni ambienti di test i modelli hanno un accesso limitato a internet per simulare scenari di minaccia reali, ma in questo caso c'è stato un raro problema nella configurazione. Irregular dice che si tratta dello stesso problema di ambiente di valutazione rivelato da Anthropic la settimana scorsa, quando i suoi modelli hanno violato i sistemi di tre organizzazioni. Meta sta indagando e pubblicherà un resoconto completo. È la terza grande azienda AI in poche settimane a rivelare un episodio simile, dopo OpenAI e Anthropic.
~
Fonte: CNN
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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I robotaxi di Wayve e Uber ottengono la licenza per Londra


Robotica
Transport for London ha concesso le licenze da veicolo a noleggio con conducente (PHV) a una flotta di veicoli autonomi con tecnologia della britannica Wayve, usati da Uber. Le prime corse potrebbero partire entro fine anno. Il veicolo è la Ford Mustang Mach-E elettrica modificata con telecamere sul tetto e sugli specchietti, radar e un computer AI. Per circolare senza conducente serve un'approvazione separata dell'agenzia britannica per gli standard dei veicoli. Uber offrirà corse ad alcune delle 100.000 persone iscritte alla lista d'attesa già quest'estate, prima del lancio pubblico completo. Londra sarà la prima città al mondo a usare la tecnologia di Wayve per corse commerciali. I sindacati dei tassisti temono un calo di posti di lavoro.
~
Fonte: BBC
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Jeff Dean lascia Google e fonda la startup Discovery Loop


Startup
Jeff Dean, chief scientist di Google e 30° dipendente (dal 1999) della storica azienda, ha lasciato la posizione insieme ad altri tre ricercatori AI di primo piano: Sanjay Ghemawat, Quoc Le e Oriol Vinyals. Insieme hanno fondato una startup di nome Discovery Loop in cui Dean sarà amministratore delegato. La startup vuole costruire un'AI capace di migliorarsi da sola con poco o nessun intervento umano. Secondo i fondatori questa tecnica può accelerare lo sviluppo dell'AI e poi aiutare a progettare nuovo hardware, scoprire farmaci e creare nuovi materiali. Il finanziamento iniziale arriva da Radical Ventures, Khosla Ventures e altri investitori, inclusa Alphabet; la cifra non è stata rivelata. Alphabet fornirà anche la potenza di calcolo necessaria per almeno il prossimo anno.
~
Fonte: The New York Times
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Il dispositivo di OpenAI sarà uno smart speaker senza schermo


Tecnologia
Secondo nuove indiscrezioni, il primo vero dispositivo in arrivo di OpenAI ha la forma di una ciambella ed è grande quanto un Echo Dot di seconda generazione. Funziona a batteria e potrebbe essere usato anche tenendolo in mano. Include microfoni, altoparlanti, una fotocamera per inviare informazioni visive a ChatGPT e parti robotiche che si muovono da sole per aiutare a rispondere all'utente. OpenAI prevede un uso come assistente AI durante la giornata, simile alla modalità vocale di ChatGPT; il dispositivo imparerà le abitudini dell'utente nel tempo. Il design è stato sviluppato con LoveFrom (lo studio dello storico designer di Apple Jony Ive). Quattro settimane fa Apple ha fatto causa a OpenAI per furto di segreti industriali, tra cui una tecnica di finitura del metallo, in relazione a questo prodotto; OpenAI ha condotto un'indagine interna e sostiene che il design del dispositivo smentisce le accuse. Il prodotto inaugurerà una nuova linea di dispositivi ma la data di uscita non è nota.
~
Fonte: AppleInsider
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DeepSeek investe 20,8 milioni di dollari nell'IPO di Unitree


Robotica
DeepSeek riceve 933.399 azioni del produttore di robot Unitree (il 2,31% del collocamento strategico dell'IPO di Shanghai) e le due aziende svilupperanno insieme modelli AI per robot umanoidi. Unitree darà precedenza a DeepSeek nell'acquisto di servizi di addestramento dei modelli, mentre DeepSeek favorirà i robot di Unitree per le sue applicazioni di AI nel mondo fisico. L'accordo riguarda il principale ostacolo del settore: costruire un "cervello" robotico capace di capire ambienti sconosciuti e tradurre istruzioni in azioni fisiche in modo affidabile. La Cina produce robot economici che camminano, corrono ed eseguono coreografie, ma il lavoro autonomo utile richiede modelli addestrati su dati del mondo fisico che oggi scarseggiano. I modelli di DeepSeek ottengono buoni risultati in test di codice, matematica e ragionamento, ma restano concentrati sul linguaggio e il modello commerciale principale non elabora immagini insieme al testo. La partnership può dare a DeepSeek robot e dati del mondo fisico per accelerare questo lavoro.
~
Fonte: Reuters
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Anche un modello di Meta ha hackerato un'azienda durante i test


È il terzo caso in poche settimane.
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In breve:


Il modello Muse Spark ha sfruttato una vulnerabilità di sicurezza di un'azienda non identificata e ne ha modificato i sistemi interni durante una valutazione di cybersecurity. Un errore di configurazione di Irregular (la società esterna che conduce i test per Meta) ha dato al modello accesso a internet durante la prova. In alcuni ambienti di test i modelli hanno un accesso limitato a internet per simulare scenari di minaccia reali, ma in questo caso c'è stato un raro problema nella configurazione. Irregular dice che si tratta dello stesso problema di ambiente di valutazione rivelato da Anthropic la settimana scorsa, quando i suoi modelli hanno violato i sistemi di tre organizzazioni. Meta sta indagando e pubblicherà un resoconto completo. È la terza grande azienda AI in poche settimane a rivelare un episodio simile, dopo OpenAI e Anthropic.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

An AI model from Meta also hacked another company during testing | CNN Business
Add Meta to the list of companies with AI agents going rogue. An AI model from the parent company of Facebook and Instagram hacked into another company’s systems during cybersecurity testing, a spokesperson confirmed on Wednesday.
CNNHadas Gold


Alternativa in italiano:

Un modello IA di Meta ha violato i sistemi di un’altra azienda durante un test di sicurezza. Ma stavolta è tutto più banale
L’incidente sarebbe stato causato da un errore di configurazione che ha dato al sistema accesso involontario a Internet. Meta ha avviato un’indagine
DDay.it

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Jeff Dean lascia Google e fonda la startup Discovery Loop


Quattro top ricercatori puntano all'AI che si auto-migliora.
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In breve:


Jeff Dean, chief scientist di Google e 30° dipendente (dal 1999) della storica azienda, ha lasciato la posizione insieme ad altri tre ricercatori AI di primo piano: Sanjay Ghemawat, Quoc Le e Oriol Vinyals. Insieme hanno fondato una startup di nome Discovery Loop in cui Dean sarà amministratore delegato. La startup vuole costruire un'AI capace di migliorarsi da sola con poco o nessun intervento umano. Secondo i fondatori questa tecnica può accelerare lo sviluppo dell'AI e poi aiutare a progettare nuovo hardware, scoprire farmaci e creare nuovi materiali. Il finanziamento iniziale arriva da Radical Ventures, Khosla Ventures e altri investitori, inclusa Alphabet; la cifra non è stata rivelata. Alphabet fornirà anche la potenza di calcolo necessaria per almeno il prossimo anno.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Four Top Google A.I. Researchers Form New Start-Up
Jeff Dean, Google’s chief scientist, and three other artificial intelligence researchers are leaving the company to form their own start-up, a move that exposes the changing power structure inside Google and shows there is still plenty of venture money willing to back new A.I.
The New York Times


Alternativa in italiano:

Google perde 4 scienziati AI in un colpo solo
Demis Hassabis lascia la guida di DeepMind per diventare chief scientist di Alphabet, mentre Jeff Dean e tre colleghi fondano una startup finanziata da Google.
Tom's Hardware

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Il dispositivo di OpenAI sarà uno smart speaker senza schermo


Prezzo previsto tra 300 e 400 dollari.
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In breve:


Secondo nuove indiscrezioni, il primo vero dispositivo in arrivo di OpenAI ha la forma di una ciambella ed è grande quanto un Echo Dot di seconda generazione. Funziona a batteria e potrebbe essere usato anche tenendolo in mano. Include microfoni, altoparlanti, una fotocamera per inviare informazioni visive a ChatGPT e parti robotiche che si muovono da sole per aiutare a rispondere all'utente. OpenAI prevede un uso come assistente AI durante la giornata, simile alla modalità vocale di ChatGPT; il dispositivo imparerà le abitudini dell'utente nel tempo. Il design è stato sviluppato con LoveFrom (lo studio dello storico designer di Apple Jony Ive). Quattro settimane fa Apple ha fatto causa a OpenAI per furto di segreti industriali, tra cui una tecnica di finitura del metallo, in relazione a questo prodotto; OpenAI ha condotto un'indagine interna e sostiene che il design del dispositivo smentisce le accuse. Il prodotto inaugurerà una nuova linea di dispositivi ma la data di uscita non è nota.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI's new hardware leak: Same size as an Alexa Dot
Details have leaked about OpenAI's new hardware, and by all accounts, it's going to be shaped and sized a lot like a second-generation Alexa Dot, be battery-powered, and retail for between $300 and $400.
AppleInsider


Alternativa in italiano: non pervenuta

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DeepSeek investe 20,8 milioni di dollari nell'IPO di Unitree


Le due società svilupperanno insieme AI per umanoidi.
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In breve:


DeepSeek riceve 933.399 azioni del produttore di robot Unitree e le due aziende svilupperanno insieme modelli AI per robot umanoidi. Unitree darà precedenza a DeepSeek nell'acquisto di servizi di addestramento dei modelli, mentre DeepSeek favorirà i robot di Unitree per le sue applicazioni di AI nel mondo fisico. L'accordo riguarda il principale ostacolo del settore: costruire un "cervello" robotico capace di capire ambienti sconosciuti e tradurre istruzioni in azioni fisiche in modo affidabile. La Cina produce robot economici che camminano, corrono ed eseguono coreografie, ma il lavoro autonomo utile richiede modelli addestrati su dati del mondo fisico che oggi scarseggiano. I modelli di DeepSeek ottengono buoni risultati in test di codice, matematica e ragionamento, ma restano concentrati sul linguaggio e il modello commerciale principale non elabora immagini insieme al testo. La partnership può dare a DeepSeek robot e dati del mondo fisico per accelerare questo lavoro.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

DeepSeek invests $20.8 million in Unitree's Shanghai IPO | Reuters
Chinese artificial intelligence startup DeepSeek has invested 140.8 ‌million yuan ($20.8 million) in robot maker Unitree and agreed to jointly develop AI models for humanoid machines, according to a stock-exchange filing.
Reuters


Alternativa in italiano: non pervenuta

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I robotaxi di Wayve e Uber ottengono la licenza per Londra


Un conducente umano dovrà restare a bordo.
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In breve:


Transport for London ha concesso le licenze da veicolo a noleggio con conducente (PHV) a una flotta di veicoli autonomi con tecnologia della britannica Wayve, usati da Uber. Le prime corse potrebbero partire entro fine anno. Il veicolo è la Ford Mustang Mach-E elettrica modificata con telecamere sul tetto e sugli specchietti, radar e un computer AI. Per circolare senza conducente serve un'approvazione separata dell'agenzia britannica per gli standard dei veicoli. Uber offrirà corse ad alcune delle 100.000 persone iscritte alla lista d'attesa già quest'estate, prima del lancio pubblico completo. Londra sarà la prima città al mondo a usare la tecnologia di Wayve per corse commerciali. I sindacati dei tassisti temono un calo di posti di lavoro.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Robotaxis granted licence to operate in London
Self-driving taxis are allowed by Transport for London - as long as a human is behind the wheel.
BBC


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Quanti sono gli americani senzatetto


Il tasso nazionale è di 21,8 persone ogni 10mila abitanti, ma va da 4,2 in Mississippi a 74,1 a Washington DC. In California il 63,5% dorme all'aperto, in New York il 4%.

Nella notte del censimento di gennaio 2025, 745.652 persone negli Stati Uniti non avevano una casa. Il dato arriva dal conteggio annuale del Dipartimento per l'edilizia e lo sviluppo urbano (HUD), l'agenzia federale che si occupa di politiche abitative e case popolari, che ogni anno fotografa in una sola notte d'inverno quante persone dormono nei centri di accoglienza o in strada. Rispetto al 2024 il numero è sceso del 3,3%, dopo anni di aumenti.

In media 21,8 persone ogni 10mila abitanti erano senza casa, ma il dato cambia moltissimo da uno Stato all'altro. Il Mississippi ha il tasso più basso del paese, 4,2 ogni 10mila abitanti. New York ha il più alto tra gli Stati, 72,8, più di 17 volte tanto. Il primato assoluto spetta al distretto di Washington, che coincide con la sola città capitale, dove il tasso arriva a 74,1.

In valori assoluti la California è di gran lunga prima, con 181.934 persone senza casa, davanti a New York con 145.560. Nessun altro Stato arriva neppure a un quarto di quella cifra. La California è lo Stato più popoloso degli Stati Uniti, New York il quarto.

Il Vermont è lo Stato più rurale del paese, con il 65% della popolazione che vive fuori dai centri urbani secondo il censimento del 2020. Il suo tasso è tra i più alti in assoluto, 52,5 persone ogni 10mila abitanti. Anche California e Nevada, che hanno le quote maggiori di residenti nelle aree urbane, sono tra i dieci Stati messi peggio. Il problema quindi non è solo delle grandi città.

In New York solo il 4% delle persone senza casa dormiva fuori da una struttura di accoglienza, la quota più bassa del paese. In California era il 63,5%, la più alta. HUD tiene separato chi ha una sistemazione temporanea, come i dormitori d'emergenza, gli alloggi di transizione e le cosiddette safe haven per chi soffre di gravi disturbi mentali, da chi passa la notte all'aperto, in auto, negli accampamenti o negli edifici abbandonati.

Persone senza casa · Stati Uniti

Sei grandi città americane superano le 10mila persone senza casa

Nella notte del conteggio del gennaio 2025 le reti di servizi che coprono le 50 città più grandi del paese hanno censito 390.782 persone senza casa. New York e Los Angeles da sole valgono un quarto di tutte quelle contate negli Stati Uniti.

New York125.683Los Angeles67.777Seattle16.936Denver10.774San Jose10.711Portland10.526
Persone senza casa 50.00010.0001.000

Come si legge. Ogni cerchio è una rete locale di servizi, non il comune: l’area è proporzionale al numero di persone contate. Phoenix e Mesa in Arizona, Arlington e Fort Worth in Texas ricadono a due a due nella stessa rete, quindi le 50 città più grandi sono coperte da 48 reti.

Fonte Elaborazione di Focus America su dati del Department of Housing and Urban Development, conteggio di una notte del gennaio 2025 pubblicato nell’Annual Homelessness Assessment Report 2025 e raccolti da USAFacts. Il totale delle 48 reti è la somma dei singoli conteggi.

Per organizzare i servizi il paese è diviso in 386 continuum of care, cioè reti locali che mettono insieme associazioni, ospedali, forze dell'ordine e servizi di salute mentale di una stessa area. Nel 2025 la rete di New York City ne ha contate 125.683 e quella di Los Angeles 67.777, le due città più popolose degli Stati Uniti. Circa il 52% delle persone senza casa vive nelle reti che comprendono le 50 città più grandi e diciassette reti urbane o suburbane ne hanno registrate almeno 5mila ciascuna.

A Los Angeles solo il 34,5% aveva un posto in un dormitorio d'emergenza, in un alloggio di transizione o in una safe haven, contro il 96,3% di New York. Sette delle dieci grandi città con la quota più alta di persone che dormono all'aperto sono in California, tutte sopra il 55%: Long Beach (71,4%), San Jose (69,8%), Oakland e Berkeley (68,5%), Los Angeles (65,5%), Fresno (62%), San Diego (57,7%) e Sacramento (56,4%). All'estremo opposto ci sono Boston, con il 97,6% delle persone al riparo, New York (96,3%), Milwaukee (94,6%), Memphis (93,3%) e Baltimora (90,7%). I conteggi si fanno a gennaio, quindi le città con il clima più rigido tendono ad avere quote più alte di persone in struttura. Le tende negli spazi pubblici sono diventate un tema politico e diverse città governate dai Democratici hanno rivisto le proprie politiche sulla droga e sull'uso di parchi e strade.

Tra il 2020 e il 2025 il tasso del Vermont è passato da 17,3 a 52,5 persone ogni 10mila abitanti, l'aumento più forte di tutti. In Oregon e nello Stato di New York la crescita è stata di oltre 25 persone ogni 10mila. Solo quattro Stati hanno visto un calo: Wyoming, Florida, Texas e South Carolina. Il più marcato è quello del Wyoming, con 1,5 persone in meno ogni 10mila abitanti. A Washington DC il tasso è sceso di 21 punti ogni 10mila abitanti.

Il numero complessivo era calato dal 2007 al 2016, poi ha ripreso a salire dal 2017 al 2024: nel 2023 l'aumento è stato del 12,1% e nel 2024 del 18,1%, prima del calo del 3,3% registrato nel 2025. L'Interagency Council on Homelessness, l'organismo che coordina le politiche federali sul tema, attribuisce quegli aumenti alla mancanza di sistemi capaci di garantire case accessibili, salari, assistenza sanitaria e opportunità economiche.

Le persone accolte in una struttura erano cresciute del 25,4% tra il 2023 e il 2024, da 396.494 a 497.256, per poi scendere del 3,6% a 479.332 nel 2025, il 64,3% del totale. Chi dormiva all'aperto era aumentato del 6,9% tra il 2023 e il 2024, da 256.610 a 274.224, ed è sceso del 2,9% a 266.320 nel gennaio 2025.

Sul fenomeno pesa il costo degli affitti, secondo un rapporto del Government Accountability Office, l'ufficio che controlla per conto del Congresso i conti e i programmi federali. California, Hawaii e Washington DC avevano nel 2024 gli affitti più cari del paese ed erano tra i sette territori con i tassi più alti di persone senza casa. Il Mississippi aveva insieme il quinto affitto più basso e il tasso più basso in assoluto.

Oltre 270mila persone senza casa si sono dichiarate bianche nel 2025, il 36,7% del totale a fronte del 72,3% della popolazione americana. Chi si è identificato come nero, afroamericano o africano era il 32,7% delle persone senza casa e il 13,5% della popolazione. Il tasso più alto riguarda i nativi hawaiani e gli abitanti delle isole del Pacifico, con 99,9 persone ogni 10mila, un dato legato anche al costo della vita alle Hawaii, dove nel 2024 c'era una delle quote più alte di persone che spendono per l'affitto o per il mutuo più del 30% del proprio reddito.

La fascia di età più colpita è quella tra i 35 e i 44 anni, che vale il 21,7% delle persone senza casa contro il 13,3% della popolazione. Chi ha più di 64 anni è il 6% del totale, la quota più bassa, pur rappresentando il 18,9% della popolazione. L'aspettativa di vita di chi vive senza una casa è di 50 anni, contro i 77 della media americana.

I veterani senza casa erano 73.367 nel 2009 e sono 32.495 nel 2025. Nello stesso periodo la popolazione complessiva dei veterani è scesa da 21,9 milioni a 15,7 milioni. Il programma HUD-VASH, che affianca al buono per l'affitto l'assistenza sanitaria del Dipartimento per gli affari dei veterani, ha approvato più di 116mila buoni dal 2008.

Il conteggio si svolge nell'ultima settimana di gennaio perché è il periodo in cui i centri di accoglienza sono più usati e permette quindi di intercettare meglio chi vive per strada da tempo. Chi è in struttura viene registrato dai servizi, mentre chi sta fuori va cercato di persona: in molte zone volontari e operatori vanno nei luoghi dove si sa che le persone si radunano, altrove il conteggio passa dalle mense e dai centri di assistenza. Entrambi i metodi lasciano fuori qualcuno.

Restano esclusi dai numeri chi è ospitato temporaneamente da amici o parenti, i minori in affido d'emergenza, chi è detenuto e chi, dopo un periodo in strada, è entrato in un alloggio stabile con sostegno pubblico. Chi vive in auto o si sposta tra un motel e l'altro può sfuggire al conteggio. Alcune persone si nascondono per non essere censite oppure non raccontano la propria situazione, soprattutto quando i rilevatori sono accompagnati dalla polizia. Un rapporto del Government Accountability Office del 2020 ha chiesto controlli più frequenti sulla qualità dei dati raccolti. Il numero reale di chi dorme all'aperto potrebbe quindi essere più alto di quello dichiarato.


Le città americane che hanno detto sì alla droga ora fanno marcia indietro


Dal 2014 al 2024 sono morti per overdose circa 862mila americani, più del doppio del decennio precedente. Nelle città che hanno spinto più a fondo sulle politiche di riduzione del danno la mortalità è cresciuta nettamente e resta molto sopra i livelli del passato anche dopo i cali degli ultimi due anni.

Secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic, in città come Seattle e Burlington quelle politiche hanno consegnato parchi e marciapiedi al consumo di droga. Ora una parte della classe politica progressista che le aveva volute sta tornando sui suoi passi.

La riduzione del danno è nata cinquant'anni fa nei Paesi Bassi, dove i tossicodipendenti si organizzarono in sindacati come il Junkiebond di Rotterdam per distribuire siringhe pulite e contestare l'obbligo dell'astinenza. Le sue idee di base hanno un consenso largo. A Bushwick, quartiere di Brooklyn, nel 1991 il tasso di infezione da HIV tra chi si iniettava eroina aveva superato il 50% e gli attivisti che rischiavano l'arresto per consegnare aghi puliti salvarono molte vite.

Il passaggio successivo fu più radicale: sostenere che i tossicodipendenti dovessero poter usare droga senza timore di essere arrestati.

Il primo centro autorizzato per il consumo in Nord America aprì nel 2003 a Vancouver, in Canada, quando il Partito Liberale creò un'eccezione alle leggi federali sugli stupefacenti. Nel Downtown Eastside, un quartiere portuale degradato, i consumatori potevano portare la propria eroina in una struttura da tredici posti dove il personale distribuiva aghi puliti e acqua sterile ed era addestrato a bloccare le overdose. Gli studi registrarono meno casi di AIDS e meno morti.

Cambiò anche il lessico della sanità pubblica. La parola tossicodipendente venne giudicata stigmatizzante e sostituita da "persone che usano droghe", chi assumeva sostanze non ne "abusava" più e chi risultava positivo a un test non lo "falliva".

Keith Humphreys, professore di psichiatria e scienze comportamentali a Stanford ed ex consulente del presidente Barack Obama, sostiene gli scambi di siringhe e si oppone all'incarcerazione di massa dei consumatori. Quando però ricorda che la politica sulle droghe deve tenere conto dell'impatto sulle comunità, viene liquidato da alcuni critici come un reazionario. I loro argomenti, ha detto all'Atlantic, "assomigliano molto di più a quelli sul diritto alle armi e sul rifiuto dei vaccini".

Il modello di Vancouver ha generato decine di centri per il consumo in tutto il Canada. La British Columbia (la provincia sulla costa del Pacifico) si è spinta oltre con il programma "safer supply", cioè fornitura più sicura, in cui società fondate da ex funzionari pubblici distribuiscono gratuitamente oppioidi legali come l'idromorfone, molto più potente dell'eroina, ritirabili in farmacia e da distributori automatici dedicati.

Nel 2023 la provincia ha depenalizzato il possesso di piccole quantità di alcune droghe pesanti. Un ospedale ha ordinato agli infermieri di non sequestrare fentanyl o metanfetamina ai pazienti e di non impedire ai sospetti spacciatori di far loro visita. Quando la British Columbia ha vietato il consumo entro quindici metri da parchi, aree gioco e piscine, la corte suprema provinciale ha bloccato la legge perché poteva causare un "danno irreparabile" ai consumatori.

"I sostenitori della riduzione del danno avevano la forza di un bulldozer", ha detto all'Atlantic Julian Somers, che studia le dipendenze alla Simon Fraser University.

Molti consumatori hanno imparato ad aggirare il sistema. Ottenevano quindici o più pillole di idromorfone al giorno e le rivendevano agli spacciatori in cambio di fentanyl più forte, mentre gli spacciatori rimettevano le pillole sul mercato. Un'inchiesta del National Post ha calcolato che nelle città con il safer supply i prezzi delle pillole sul mercato nero sono crollati del 70% o più, cosa che ha allargato il bacino dei dipendenti.

Le overdose mortali in British Columbia sono passate da 369 nel 2014 a oltre 2.500 nel 2023. L'anno scorso sono scese a 1.826, un dato che resta quasi nove volte più alto di quello di quindici anni prima.

La provincia sta ora rivedendo il proprio esperimento. Dal 2025 chi riceve i farmaci del safer supply deve consumarli davanti al farmacista e all'inizio di quest'anno il programma di depenalizzazione è scaduto. Nel 2024 il primo ministro provinciale ha nominato lo psichiatra Daniel Vigo consulente scientifico capo sulle droghe tossiche, un incarico da cui ha parlato dei danni al cervello provocati dalle overdose ripetute e ha proposto il trattamento obbligatorio per una parte dei tossicodipendenti.

"È come se ci fossimo dimenticati che l'obiettivo era impedire alle persone di diventare dipendenti", ha detto Vigo alla rivista, aggiungendo poi che "la riduzione del danno crea problemi quando smette di essere una parte di una strategia complessiva e diventa un movimento ideologico".

Uno studio recente ha rilevato che dopo la chiusura di un centro per il consumo in Alberta le overdose mortali non sono cresciute e più tossicodipendenti hanno chiesto di essere curati. Anche sulle cure imposte per legge, presentate spesso come un ritorno alla logica carceraria, molti dati mostrano che chi entra in un percorso obbligatorio ha le stesse probabilità di restare pulito e di non essere arrestato di nuovo rispetto ai pochi che chiedono aiuto spontaneamente.

Vancouver resta comunque il riferimento degli amministratori progressisti americani. New York ha aperto due centri per il consumo nel 2021 e il Rhode Island ne ha aperto uno a Providence nel 2024, citando in entrambi i casi l'esperienza canadese. Il parlamento dello stato di Washington ha nominato un gruppo di lavoro che nel 2025 ha raccomandato di creare una fornitura legale di narcotici per i tossicodipendenti, richiamando più volte il programma di Vancouver.

Il consiglio comunale di Burlington, in Vermont, ha approvato l'anno scorso l'apertura di un centro, finanziato con circa 2 milioni di dollari che lo stato ha ottenuto da un accordo giudiziario nazionale sugli oppioidi. L'organizzazione scelta per gestirlo ha scritto che Vancouver "resta la fonte di gran parte delle prove" sui benefici di queste strutture.

Burlington ha meno di 45mila abitanti e nel 2024 ha registrato 585 overdose, 28 delle quali mortali, più del doppio del tasso pro capite di overdose mortali di New York nello stesso anno. In tutto il Vermont i morti per overdose sono stati 170 l'anno scorso, il 37% in meno rispetto al picco del 2022 ma molto sopra i 78 del 2010. Lo stato ha leggi severe contro il possesso di eroina e cocaina, però a Burlington chi ne detiene piccole quantità viene raramente arrestato o processato.

Nel 2020 il consiglio comunale ha tagliato quasi un milione di dollari al bilancio della polizia locale, dopo una campagna degli attivisti per definanziarla. Sei anni fa la città aveva circa cento agenti, oggi ne ha meno di settanta. Il presidente del consiglio comunale Ben Traverse, un democratico critico verso la direzione presa dalla città, ha raccontato che nei fine settimana dopo mezzanotte a volte ci sono cinque agenti in servizio in tutta Burlington.

Sarah George, procuratrice della contea che comprende Burlington, nel 2022 ha annunciato che il suo ufficio non avrebbe più perseguito i casi in cui la polizia trovava droga fermando automobili per fanali rotti, vetri oscurati o patenti scadute, perché quei controlli potevano essere motivati da discriminazione razziale. Gli agenti possono comunque sequestrare e distruggere la sostanza e per la procuratrice tanto basta. È stata rieletta due volte e si candida per un terzo mandato.

George dice che i tossicodipendenti sono "raramente pericolosi" e che la crisi nasce dalla pandemia, dal costo delle case e da un'ondata di sfratti. Sul parco davanti al municipio, diventato luogo di consumo e di spaccio, la sua posizione è netta: "quel parco è ancora un posto molto sicuro". I tossicodipendenti, ha detto alla rivista, "non possono essere fatti sparire, fanno parte della nostra comunità".

La sindaca Emma Mulvaney-Stanak, del Vermont Progressive Party (il partito locale che governa la città da gran parte degli ultimi quarant'anni), difende le stesse politiche. Sostiene le indagini della polizia e della Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale antidroga, contro gli spacciatori, ma dice che quel lavoro è vano perché ai capi arrestati subentrano subito altri.

L'estate scorsa si è opposta a una risoluzione del consiglio comunale che chiedeva di presidiare con la polizia il parco davanti al municipio, poi l'ha firmata mantenendo l'obiezione di fondo: "spostare e rimuovere le persone non è la soluzione". Ammette che un centro per il consumo può attirare in città altri tossicodipendenti e altri spacciatori, ma lo considera un rischio necessario. Sull'insofferenza dei cittadini è stata esplicita: "siamo affaticati dalla nostra compassione".

Contro la sindaca si sono schierati il governatore repubblicano Phil Scott e la commissaria alla sicurezza pubblica dello stato Jennifer Morrison, che nel 2020 ha guidato per sei mesi la polizia di Burlington prima di dimettersi, in parte per quella che ha descritto come cattiva gestione del comune. Su richiesta della città hanno mandato periodicamente la polizia statale a dare una mano in centro. Morrison ha detto all'Atlantic che normalizzare il consumo di droga e la dipendenza espone i giovani a conseguenze gravi.

Il negozio di attrezzatura sportiva Outdoor Gear Exchange ha dichiarato al parlamento del Vermont di aver perso circa 400mila dollari per taccheggio nel 2024. Il negozio di arredamento Homeport ne ha persi 95mila e ha dovuto assumere una guardia. L'anno scorso 170 imprenditori e ristoratori hanno scritto una lettera aperta alla sindaca per avvertire che la città era in crisi, chiedendo cure per i tossicodipendenti e non il carcere.

Una coalizione della sinistra locale, con sindacati, gruppi per la riduzione del danno e la sezione dei Democratic Socialists of America, ha risposto con una controlettera in cui accusava i commercianti e chiedeva loro di aprire i bagni e gli ingressi riparati ai consumatori. Chiedere più agenti, hanno scritto, avrebbe "danneggiato ancora di più i membri più vulnerabili della nostra comunità".

A Seattle gli elettori sembravano pronti a cambiare rotta già nel 2021, quando hanno eletto la repubblicana moderata Ann Davison avvocata della città (la carica che decide le imputazioni per i reati minori). Nello stesso anno è entrata nel consiglio comunale la democratica Sara Nelson, che da presidente dell'assemblea ha fatto approvare norme contro il consumo di droga in pubblico e contro lo spaccio in centro, ha aumentato le telecamere di sorveglianza e ha dirottato fondi verso le cure per le dipendenze disponibili senza attesa.

Nelson ha anche chiesto perché la contea di King spendesse milioni di dollari per distribuire kit con stagnola, pipe e istruzioni su come fumare fentanyl, che portavano stampata l'immagine di Martin Luther King Jr., da cui la contea prende il nome. In un'audizione del 2023 le ha risposto Amber Tejada, dipendente di un'organizzazione sanitaria non profit partner del comune, dicendo che uno dei principi chiave della riduzione del danno è "sostenere l'autonomia delle persone che usano droghe".

A novembre scorso gli elettori hanno bocciato sia Nelson sia Davison. I loro successori hanno criticato l'uso delle telecamere e si sono opposti alle norme che vietano ai consumatori recidivi di frequentare alcune zone della città.

Nella contea di King, che comprende Seattle, tra il 2016 e il 2025 sono morte 7.089 persone per overdose, sette volte il numero degli omicidi nello stesso periodo. Fra le politiche dei dirigenti locali e le richieste degli elettori la distanza è evidente. Nei sondaggi i residenti mettono criminalità e droga tra le loro preoccupazioni principali e in una rilevazione del Seattle Times di tre anni fa il 60% degli intervistati voleva che la polizia arrestasse chi consuma droga in luoghi pubblici.

La nuova sindaca Katie Wilson, socialista-democratica senza precedenti esperienze da eletta, ha aperto a una revisione parziale di quelle politiche. Prima di candidarsi ha scritto sul settimanale The Stranger che la debolezza principale del racconto della sinistra è "l'abitudine a sviare", che fa sembrare che la sinistra neghi la realtà delle strade.

Da quando si è insediata ha autorizzato lo sgombero dei grandi accampamenti nei parchi e a fine giugno ha promesso di colpire lo spaccio e il disordine nei quartieri di Little Saigon e Beacon Hill, con più agenti e con l'arresto di consumatori e spacciatori o la pressione perché accettino le cure. Così facendo ha rotto con molti dei suoi alleati e sarà giudicata sulla capacità di ripulire le strade.

A San Francisco il sindaco Daniel Lurie ha ordinato alla polizia di colpire gli spacciatori e di smantellare le tendopoli. A Philadelphia la sindaca Cherelle Parker ha mandato agenti nei quartieri più colpiti e ha istituito un tribunale per le dipendenze, che offre a chi commette un reato grave di droga per la prima volta di evitare il carcere entrando in un programma di cura. A Boston la sindaca Michelle Wu, che in passato guardava con favore ai centri per il consumo, ha ordinato lo sgombero degli accampamenti e ha cancellato dai suoi piani ogni riferimento a quelle strutture.

A Seattle il prezzo di ogni tentativo di ridurre il consumo di droga in pubblico lo hanno pagato i quartieri colpiti. Per anni, quando parchi e aree gioco diventavano piazze di spaccio, la città ha reagito recintandoli e togliendoli alle famiglie.

A maggio polizia e operai comunali sono tornati nel parco Jose Rizal per preparare i lavori di ristrutturazione e hanno smontato il gazebo dove i consumatori fumavano e si iniettavano droga, ridotto male dall'uso. Il comune non prevede di ricostruirlo e ha spiegato che il parco "è stato colpito da attività non conformi all'uso previsto". Anche la pensilina dell'autobus dietro l'angolo, dove i consumatori si radunavano giorno e notte, è stata rimossa per l'aumento di rifiuti e vandalismo.


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Perché la popolarità di Trump sta collassando


Nell'analisi del sondaggista G. Elliott Morris chi lo ha votato nel 2024 lo approva di 61 punti, i democratici lo bocciano di 88. A questo punto del mandato solo Nixon stava peggio

Il presidente Donald Trump è sceso al 36% di approvazione contro il 61% di giudizi negativi, con un saldo negativo di 25 punti tra tutti gli adulti americani. Nell'ultima settimana ha stabilito un nuovo minimo storico per sei giorni di fila. I numeri arrivano da un'analisi del sondaggista e giornalista G. Elliott Morris, pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, che si basa sulla media dei sondaggi curata dal sito FiftyPlusOne.

Tra gli istituti più affidabili che hanno diffuso rilevazioni nell'ultima settimana, il risultato migliore per il presidente è stato il 35% di approvazione tra gli adulti. A questo punto del mandato nessun altro presidente moderno era così in basso, né al primo né al secondo mandato, con l'unica eccezione di Richard Nixon, che si dimise nell'agosto del 1974. Con un saldo negativo di 25 punti Trump sta peggio anche di George W. Bush nello stesso periodo del 2006, quando il consenso del presidente era schiacciato dalle conseguenze dell'uragano Katrina, dagli scandali e dal logoramento della guerra in Iraq.

Il 1° agosto Trump ha scritto sui social che i suoi "veri numeri nei sondaggi sono i più alti di sempre". Due giorni dopo ha attribuito le rilevazioni ai "pazzi della sinistra radicale" che a suo dire le truccano.

Il consenso del presidente

Trump è al minimo storico e a staccarsi sono anche i suoi elettori


La media dei sondaggi lo dà al 36% di approvazione contro il 61% di giudizi negativi. Chi lo contesta è più determinato di chi lo ha votato: è questo che rende probabile una sconfitta pesante dei repubblicani alle elezioni di novembre.

Grafica di FocusAmerica

Media dei sondaggi · 4 agosto 2026

Approva
36%

−25
Saldo

Disapprova
61%

Gli adulti americani che approvano il presidente.
Quelli che lo bocciano: mai così tanti.

La linea tratteggiata segna il 50%. In mezzo resta il 3% che non si esprime.

Nell’ultima settimana Trump ha battuto il proprio record negativo per sei giorni di fila. A questo punto del mandato nessun altro presidente moderno era sceso così in basso, né al primo né al secondo mandato: l’unica eccezione è Richard Nixon, che si dimise nell’agosto del 1974.


1Il crollo 2La morsa 3Verso novembre

Chi sta abbandonando il presidente

Trump perde pezzi dentro la sua stessa base


Con i repubblicani che rappresentano circa il 40% degli elettori americani, un’approvazione del 36% sarebbe quasi impossibile senza crepe nella base repubblicana. Tre rilevazioni diverse le misurano tutte.

Repubblicani che approvano il presidente
85%→76%

0%100%

Sondaggio Quinnipiac, dal 24 giugno alla fine di luglio. Nello stesso periodo i repubblicani che lo disapprovano salgono dal 9% al 12%.

Repubblicani che non si riconoscono nel movimento MAGADi quanti punti chi approva Trump supera chi lo disapprova
+84→+12

All’inizio del mandato, in questo gruppo, chi approvava il presidente era 84 punti più numeroso di chi lo bocciava. La settimana scorsa il vantaggio si era ridotto a soli 12 punti. Rilevazione dell’Economist e YouGov.

Elettori di Trump del 2024 che si dicono pentiti del proprio voto
19%→23%

Istituto Navigator: dalla fine di giugno a oggi. Qui il valore sale invece di scendere, ma per il presidente il segnale è lo stesso.

Trump nega tutto: il 1° agosto ha scritto che i suoi «veri numeri nei sondaggi sono i più alti di sempre», due giorni dopo ha attribuito le rilevazioni ai «pazzi della sinistra radicale» che a suo dire le truccano. Tra le rilevazioni degli istituti più affidabili uscite nell’ultima settimana, il suo risultato migliore è il 35%.

Le due spinte contrapposte

Chi lo contesta è più compatto di chi ancora lo appoggia


Da una parte i democratici, dall’altra chi ha votato Trump nel 2024. Ogni barra misura quanto il gruppo è schierato: la distanza in punti tra chi sta da un lato e chi sta dall’altro. Il numero accanto alla domanda è il divario tra i due gruppi. Tocca una riga per il dettaglio.

Democratici
Elettori 2024 di Trump

Approvazione di Trump+ 27 punti
88

61

I democratici bocciano il presidente con 88 punti di scarto, i suoi elettori lo promuovono con 61. Sono 27 punti di differenza nell’intensità: la base democratica è molto più arrabbiata con Trump di quanto i suoi stessi elettori gli siano fedeli.


Voto per il Congresso+ 8 punti
92

84

Alla domanda su quale partito votare per la Camera, senza fare il nome dei candidati, i democratici scelgono il proprio partito con 92 punti di scarto, gli elettori 2024 di Trump i repubblicani con 84.


Il tema più importante per sé+ 15 punti
87

72

Su quale partito sappia gestire meglio il tema che ciascuno considera più importante per sé, i democratici si fidano del proprio schieramento con 87 punti di scarto, gli elettori di Trump del proprio con 72.


Restano gli indipendenti puri, quelli senza alcuna inclinazione di partito. Su tutte e tre le domande si collocano circa 20 punti più vicini ai democratici di quanto sarebbero se fossero davvero equidistanti.

Il sondaggista G. Elliott Morris descrive un presidente messo all'angolo da entrambi i lati dello schieramento politico: perde allo stesso tempo sia gli elettori in bilico che quelli che dovrebbero essergli più fedeli.

La previsione

I democratici stanno meglio di come stavano nel 2018


Il modello di FiftyPlusOne assegna oggi 230 seggi alla Camera, gli stessi che assegnava nel 2018 a 92 giorni dal voto. Ma la forbice dei risultati possibili si è ristretta, e molte più simulazioni superano la maggioranza assoluta per i democratici.

2018, a 92 giorni dal voto
218, la soglia della maggioranza assoluta


Da 201 a 264 seggi democratici · previsione centrale 230

2026, oggi


Da 211 a 253 seggi democratici · previsione centrale 230

76%
La probabilità che il modello dava ai democratici nel 2018, allo stesso punto del calendario del ciclo elettorale.

85%
La probabilità che il modello assegna loro oggi di conquistare la Camera.

Cambia anche la geografia: ci sono più seggi repubblicani che i democratici possono strappare e meno seggi democratici a rischio. E le elezioni sono più polarizzate, quindi il modello ha meno margine di incertezza.

Le tre ondate più recenti

Seggi persi alla Camera dal partito al governo. Le barre partono dallo zero, la linea verticale a destra, e crescono verso sinistra: in rosso le perdite repubblicane, in blu quelle democratiche.

0
2006 −30 seggi
2010 −63 seggi
2018 −41 seggi

Un’ondata democratica nel 2026 non è automatica. Ma quando un presidente sta 25 punti sotto e chi gli è ostile appare più determinato di chi lo ha eletto, il partito al governo di solito paga lo scotto.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati di Strength In Numbers e Verasight, media dei sondaggi FiftyPlusOne al 4 agosto 2026, Quinnipiac University (24 giugno e 23-27 luglio 2026), The Economist e YouGov, Navigator Research. Previsione dei seggi e probabilità: modello FiftyPlusOne del 3 agosto 2026.

Con i livelli di polarizzazione della politica americana un dato del genere dovrebbe essere quasi impossibile, visto che i repubblicani sono circa il 40% degli americani e ci si aspetterebbe che restino compatti dietro al loro presidente. Secondo Morris la spiegazione è che due gruppi di ex sostenitori si stanno staccando, mentre un terzo, la base democratica, è mobilitato contro il partito repubblicano.

Il sondaggio Quinnipiac misurava a giugno l'approvazione di Trump tra i repubblicani all'85% contro il 9%, scesa al 76 contro 12 a fine luglio. La rilevazione dell'Economist e YouGov ha registrato la settimana scorsa un saldo positivo di 12 punti tra i repubblicani che non si riconoscono nel movimento MAGA, contro gli 84 punti dell'inizio del mandato. Lo stesso sondaggio dà agli indipendenti il peggior giudizio di sempre sulla presidenza di Trump. L'istituto Navigator ha rilevato che il 23% di chi ha votato Trump nel 2024 oggi dice di pentirsi di quel voto, contro il 19% di fine giugno.

I dati raccolti da Strength In Numbers con l'istituto Verasight confermano la tendenza su tre misure diverse: l'approvazione del presidente, l'intenzione di voto per il Congresso e la fiducia su quale partito sappia gestire meglio il tema che ogni elettore considera più importante per sé. L'intenzione di voto per il Congresso è la domanda in cui si chiede a quale partito si darebbe il voto per la Camera senza fare il nome dei candidati. Le risposte sono divise in tre gruppi: chi ha votato Trump nel 2024, gli indipendenti puri senza alcuna inclinazione di partito e i democratici, compresi quelli che si dichiarano indipendenti ma propendono per il partito.

Gli elettori di Trump del 2024 lo approvano con uno scarto di 61 punti, mentre i democratici lo bocciano con uno scarto di 88. Sono 27 punti di differenza nell'intensità: la base democratica è molto più arrabbiata con il presidente di quanto i suoi stessi elettori gli siano fedeli. L'opinione degli indipendenti è molto più vicina a quella dei democratici che a quella dei repubblicani.

Sull'intenzione di voto per il Congresso gli elettori di Trump scelgono i repubblicani con 84 punti di scarto, i democratici scelgono il proprio partito con 92. Sul tema che ciascuno indica come più importante, gli elettori di Trump si fidano dello schieramento del presidente con 72 punti di scarto, i democratici del proprio con 87. Su tutte e tre le domande gli indipendenti sono circa 20 punti più vicini ai democratici di quanto dovrebbero essere se fossero davvero equidistanti. Morris descrive un presidente "schiacciato da entrambi i lati", che perde insieme gli elettori in bilico e quelli che dovrebbero essergli più fedeli.

Il modello elettorale pubblicato da FiftyPlusOne assegna oggi ai democratici una probabilità di conquistare la Camera più alta di quella che avrebbe dato loro nello stesso punto del calendario del 2018, a 92 giorni dal voto, quando sarebbe stata del 76%. Il 2018 è il ciclo elettorale considerato l'"onda blu" per eccellenza, quello in cui i democratici tornarono in maggioranza alla Camera. Anche allora il partito era avanti di circa 6 punti nei sondaggi come oggi. Il modello prevedeva 230 seggi, esattamente come adesso.

La differenza rispetto al 2018 è la geografia della competizione: ci sono più seggi che pendono verso i repubblicani e che i democratici possono strappare e meno seggi che pendono verso i democratici e che rischiano di perdere. La previsione ha anche meno incertezza, perché le elezioni sono più polarizzate. Nel 2018, allo stesso punto, il modello vedeva un ventaglio di risultati compreso tra 201 e 264 seggi democratici, oggi la forbice è tra 211 e 253, con molte più simulazioni in cui i democratici superano i 218 seggi che servono per la maggioranza alla Camera.

Il partito che controlla la Casa Bianca (quest'anno quello repubblicano) tende storicamente a restare a casa alle elezioni di metà mandato e questo consegna un vantaggio di partecipazione al partito di opposizione. È quello che si vede anche nei sondaggi di Strength In Numbers e Verasight sull'entusiasmo degli elettori.

Le ondate elettorali recenti hanno avuto tutte la stessa struttura. Nel 2006 i repubblicani persero 30 seggi alla Camera perché gli indipendenti si voltarono contro il partito di George W. Bush. Nel 2010 i democratici ne persero 63, con gli indipendenti spostati a destra e la propria base rimasta a casa. Nel 2018 i repubblicani ne persero 41, travolti dalla mobilitazione democratica e dalla rivolta dei sobborghi.

Un'ondata democratica nel 2026 non è automatica, avverte Morris, ma i dati aiutano a capire perché una sconfitta pesante dei repubblicani a novembre sia così probabile. Quando un presidente è 25 punti sotto, il problema non è solo che è impopolare: è che chi gli è ostile appare più determinato di chi lo ha eletto, mentre gli indipendenti si allontanano dalla destra.


Nuovo tracollo per Trump che è ora il presidente più impolare di sempre! (02 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana segna una svolta per la (im)popolarità di Trump: il net rating raggiunge il punto più basso del mandato, con tutte le medie analizzate che vanno in una direzione concorde e registrano una diminuzione netta fino a 3,5 punti percentuali.

I numeri tornano a precipitare all’improvviso e toccano uno dei livelli più bassi di sempre per un presidente in carica, con il tasso di approvazione che scende sotto al 40% in tutte le medie, mentre per la prima volta una di esse (Focus America) segnala una disapprovazione sopra al 60%.

Tutte le rilevazioni sono pessime per Trump, con picchi negativi nei sondaggi di Quinnipiac University, di AP/NORC, di YouGov e della CNN.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo delle trattative di pace.

La situazione per il tycoon peggiora sempre più, scavalcando ora Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo oltre diciotto mesi di presidenza. È di circa tredici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con Focus America e il sito di Silver che restano complessivamente più bassi rispetto a RCP.

Come già accennato, dopo più di diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 558 giorni di presidenza (-22,7 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -22 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 59%-60%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 2 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 2 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,2% (-0,8) - 58,8% (+0,9). In totale un net approval arrotondato di -20,6 (-1,7).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,2% (-1,9) - 58,8% (+1,6). In totale un net rating di -19,6 (-3,5).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-1,5) - 60,1% (+1,9), con un net rating complessivo di -22,8 (-3,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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Honda Rewind ‘90


Èstato come fare un tuffo negli anni '90, mantenendo però lo sguardo sempre rivolto al futuro. L’8 luglio scorso, nella splendida cornice di Casina Valadier, nel cuore di Villa Borghese a Roma, Honda Marine ha preso parte a Rewind '90s, l'esclusivo summer party che ha riportato ospiti e partner nell'atmosfera iconica di un decennio indimenticabile tra musica, glamour e grandi emozioni. Honda è stata protagonista dell'evento insieme alle divisioni auto e moto, condividendo i valori che da sempre guidano il brand: innovazione, passione e tecnologia. Una serata speciale fatta di incontri, networking e momenti di convivialità, dove il fascino degli anni novanta ha incontrato la visione di un marchio che continua a guardare avanti, anche in mare.

honda.it/marine

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Surfcasting: Cabras vince a Sassari


Due delle prerogative nella disciplina del surfcasting in ambito provinciale sono il numero delle manche stagionali da disputare, quattro, e la suddivisione delle stesse durante la stagione, due pre-estate e due post. Non fa eccezione a questa regola non scritta il comitato di Sassari che, diretto anche quest’anno da Massimiliano Cabras, ha disputato le due prime giornate ad Alghero e Platamona, prima dell’inizio della stagione balneare. Esordio organizzato dai ragazzi del Poseidon 1984, lungo la spiaggia di Maria Pia nel mese di aprile. In 66 si sono presentati ai nastri di partenza in rappresentanza di 6 club: Diavoli Rossi, Foce del Coghinas, Larus, Maestrale, Ploaghe e Poseidon. Le prede non sono mancate (347), rendendo divertente e piacevole la serata in quasi tutti i settori. A trionfare su tutti, portandosi subito in testa al campionato, è Luca Adorna (Ploaghe Fishing Club) che con 21 prede, record di giornata, sbaraglia tutti i suoi avversari conquistando l’assoluto. Dopo la prima prova due sono le frasi che circolano abitualmente fra gli agonisti di tutta Italia: per chi è andato bene vale il detto “chi ben incomincia è a metà dell’opera”, per tutti gli altri “non importa, la manche peggiore si può comunque scartare ai fini della classifica finale”. È con questi presupposti che nel mese di giugno si riscende in campo. Questa volta lo spot prescelto dagli organizzatori del Ploaghe è Platamona-Marina di Sorso. Se ho definito la prima manche piacevole e divertente, la seconda si può tranquillamente definire scoppiettante grazie a ben 1096 catture, suddivise per la maggiore in saraghi, mormore e occhiate. A primeggiare in questo mare di catture l’inossidabile Massimiliano Cabras, storico capitano del Ploaghe, che con questa vittoria di giornata (33 prede) vola in testa alla classifica generale. All’inseguimento del primo in classifica troviamo Claudio Becugna (Larus) e Alessandro Deriu (Maestrale), mentre nella speciale classifica per i club balza al comando il Larus Club di Sassari. La prima fase del campionato è giunta al termine, ora lettini e ombrelloni andranno a sostituire in spiaggia cassoni e picchetti. Non posso far altro che augurare una buona estate a tutti, pescatori e non.
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Fjord Italia


Nasce Fjord Italia, la nuova organizzazione nazionale del marchio debutta ufficialmente ai Saloni Nautici di Cannes e Genova.

Quattro basi operative, cinque tecnici specializzati, oltre 25 imbarcazioni seguite e una rete che copre Italia, Sardegna, Croazia e Montenegro, questo è il modello organizzativo che mette l'armatore al centro dell'esperienza Fjord.

Il Manifesto di Fjord Italia - Crediamo che uno yacht non sia soltanto un'imbarcazione straordinaria, ma un'esperienza destinata a durare nel tempo. Per questo Mr.Blu Yacht & Ship, X Superboats e The Leading Yacht hanno unito competenze, territori ed esperienza per dare vita a Fjord Italia: un'organizzazione costruita intorno agli armatori, capace di accompagnarli prima, durante e soprattutto dopo la consegna della propria imbarcazione.

Per noi la vendita non rappresenta il punto di arrivo. È il momento in cui il nostro lavoro inizia davvero.

A Cannes e Genova Fjord Italia presenterà tre modelli che rappresentano l'evoluzione del marchio.

Il Fjord 39 XL, oggi uno dei modelli più apprezzati della gamma, il prestigioso Fjord 490 Open, ammiraglia che ha ridefinito il concetto di open yacht di lusso, e soprattutto il nuovissimo Fjord 440, destinato a diventare il protagonista della stagione e una delle più importanti innovazioni introdotte dal cantiere negli ultimi anni. Il Fjord 440 interpreta una nuova filosofia progettuale, con spazi, funzionalità e soluzioni di bordo destinate a rappresentare un nuovo riferimento nel segmento degli open premium.

L'organizzazione dispone oggi di quattro basi operative, cinque tecnici altamente specializzati e segue stabilmente oltre 25 imbarcazioni Fjord. La rete garantisce assistenza sull'intero territorio nazionale, dalla costa adriatica a quella tirrenica, dal Nord Italia al Sud, comprese la Sardegna, la Croazia e il Montenegro.

In Sardegna è inoltre operativo il centro prove Fjord Italia, dedicato alle prove in mare e alle attività di Day Charter, consentendo ai clienti di vivere direttamente l'esperienza Fjord.

Attraverso Mr.Blu- Key Service, l'organizzazione assicura interventi tecnici rapidi e qualificati direttamente presso l'imbarcazione, riducendo i tempi di fermo e garantendo continuità operativa agli armatori.

Accanto alla vendita delle nuove imbarcazioni, Fjord Italia offre un ecosistema completo di servizi che comprende brokerage, charter, assistenza tecnica, gestione dell'imbarcazione e consulenza professionale.

Le dichiarazioni


Pierre Duchein - "Il progetto Fjord Italia interpreta perfettamente la direzione che il nostro marchio intende perseguire nei mercati strategici. Oggi il valore di un brand premium non si misura soltanto nella qualità delle sue imbarcazioni, ma anche nella capacità di offrire agli armatori un'organizzazione competente, strutturata e vicina alle loro esigenze. Fjord Italia rappresenta pienamente questa visione e contribuirà a rafforzare ulteriormente la presenza del marchio nel mercato italiano.".

Pietro Lucchese (presidente Fjord Italia) - "Abbiamo costruito Fjord Italia partendo da una convinzione semplice: la consegna di uno yacht rappresenta l'inizio del rapporto con il cliente, non la sua conclusione. Vogliamo essere il punto di riferimento degli armatori in ogni fase della loro esperienza, o?rendo professionalità, presenza sul territorio e servizi di eccellenza.".

Giuliano D'Alterio (socio fondatore di Fjord Italia) - "Il mio percorso con Fjord è iniziato da armatore. Ho scelto questo marchio perché ho riconosciuto fin da subito una filosofia progettuale unica, capace di coniugare design, innovazione e un'autentica passione per il mare. Vivendo Fjord da cliente ho compreso quanto sia determinante poter contare su un'organizzazione presente, competente e vicina all'armatore anche dopo la consegna dell'imbarcazione. Questa convinzione mi ha portato a diventare socio fondatore di Fjord Italia e a promuoverne lo sviluppo in Sardegna, dove abbiamo realizzato un punto di riferimento strategico per il marchio, con un centro dedicato alle prove in mare, alle attività di day charter e all'assistenza agli armatori. La Sardegna rappresenta uno dei palcoscenici più prestigiosi della nautica internazionale e credo che Fjord dovesse essere presente con un'organizzazione all'altezza del proprio posizionamento. Quando un armatore sceglie di investire personalmente nel marchio che naviga e ama, non compie semplicemente una scelta imprenditoriale: mette la propria reputazione al servizio di un progetto in cui crede profondamente. È questo il significato del mio impegno in Fjord Italia e della visione che condividiamo per il futuro del marchio nel Mediterraneo."-

Ugo Hoffman (socio fondatore di Fjord Italia) "La mia esperienza con Fjord mi ha permesso di apprezzarne negli anni il valore e l'identità. Oggi vedo nascere una struttura nazionale che unisce competenze, esperienza e servizi con una visione condivisa. È un progetto destinato a ra?orzare il marchio e a o?rire agli armatori il livello di professionalità che un brand come Fjord merita."

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La Bidenomics è stata più di successo di quello che si pensa


Uno studio di Leah C. Stokes, pubblicato sull'Atlantic, stima che le fabbriche di tecnologie pulite abbiano dato a Harris 1,5 punti in 234 collegi. L'autrice ha lavorato per far approvare la legge.

Le fabbriche di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici nate con la legge sul clima di Joe Biden hanno spostato voti verso Kamala Harris alle presidenziali del 2024. Lo sostiene Leah C. Stokes in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, che si basa su un suo studio ancora in forma di working paper. Stokes ha partecipato alla battaglia politica per far approvare quella legge e ci ha scritto sopra un libro, quindi il pezzo è una tesi d'autore e non un resoconto neutrale.

L'Inflation Reduction Act non era soltanto una legge sul clima. Era anche una scommessa su una precisa teoria politica: approvare una norma che crea fabbriche e lavori ben pagati nelle comunità di tutto il paese e vedersi premiare dagli elettori, fino a rendere la legge troppo popolare per essere abrogata. Il pilastro di quella scommessa era un grande credito d'imposta per la produzione industriale di tecnologie pulite, che entro il giorno del voto aveva contribuito ad attrarre annunci di investimenti privati per 185 miliardi di dollari.

L'opinione prevalente oggi è che la scommessa sia fallita. Secondo questa lettura i miliardi sono finiti in territori lasciati indietro senza cambiare nulla e nel 2024 gli elettori hanno respinto i Democratici. Persino Lordstown, in Ohio, che grazie agli incentivi ha ottenuto una nuova fabbrica di batterie, si è spostata verso Donald Trump. Poi il presidente, tornato alla Casa Bianca con un Congresso repubblicano, ha smontato una parte della legge.

I primi studi sul tema non avevano trovato quasi nessun premio elettorale, ma avevano due limiti. Guardavano ai risultati per contea, unità che vanno da poche centinaia di abitanti a molti milioni di persone: una contea grande può contenere una decina di collegi della Camera e una fabbrica costruita in una contea come quella di Los Angeles (dieci milioni di abitanti) sparisce nella media. Mettevano inoltre insieme le fabbriche, che danno lavoro a una comunità, con altri investimenti come impianti di generazione, reti di trasmissione e sistemi di accumulo, che non erano mai stati presentati come un vantaggio elettorale.

Stokes e il collega Denis Lomov hanno individuato 234 collegi della Camera in cui negli anni di Biden sono state annunciate 523 fabbriche di tecnologie pulite e li hanno confrontati con collegi simili per composizione demografica ma senza fabbriche in arrivo. Nelle quattro elezioni presidenziali precedenti i due gruppi si erano mossi allo stesso modo, salendo e scendendo con le tendenze nazionali. Nel 2024 si sono separati.

La nuova industria delle tecnologie pulite ha portato a Harris circa 1,5 punti percentuali in più, pari a 2,5 milioni di voti nei 234 collegi. Trump ha vinto il voto popolare nazionale per 2,3 milioni di voti. L'effetto cresceva con la dimensione dell'investimento e non c'è stata nessuna reazione contraria, nemmeno nei collegi più conservatori.

In Michigan, dove ogni singolo collegio ha avuto almeno una fabbrica annunciata, lo scostamento stimato è più grande dell'intero margine con cui Trump ha vinto lo Stato. Senza quegli impianti, secondo le stime dei due autori, Harris avrebbe perso il Michigan con uno scarto tre volte più ampio. Il Michigan è uno dei tre Stati, insieme a Pennsylvania e Wisconsin, che Trump ha conquistato con meno di due punti di margine e che hanno deciso il collegio elettorale, il meccanismo per cui il presidente non viene eletto dal voto popolare nazionale ma dai grandi elettori assegnati Stato per Stato.

I politologi chiamano questo fenomeno policy feedback: una legge che porta una fabbrica di batterie in un collegio cambia la politica di quel territorio e dà al deputato che lo rappresenta un motivo per difenderla. Più del 70 per cento degli investimenti annunciati nella produzione di tecnologie pulite è andato in collegi vinti da Trump nel 2020. Nel marzo dell'anno scorso, mentre il Congresso si preparava a votare la grande legge fiscale voluta dal presidente, 21 deputati repubblicani hanno firmato una lettera contro l'abrogazione dei crediti d'imposta per l'energia pulita e il mese dopo li hanno seguiti quattro senatori. Le aziende del settore hanno fatto pressione dietro le quinte e diversi senatori hanno lavorato per togliere i tagli più duri prima che il testo passasse.

La legge fiscale di Trump ha cancellato i programmi di finanziamento a fondo perduto per le comunità svantaggiate e i crediti d'imposta per i consumatori, che davano uno sconto su pannelli solari da tetto, veicoli elettrici e pompe di calore. I crediti per la produzione industriale invece sono rimasti, proprio come prevedeva la teoria del policy feedback: delle 523 fabbriche censite dallo studio solo 37 erano state cancellate ad aprile, quando la ricerca è stata chiusa.

Per i crediti destinati alla costruzione di impianti solari ed eolici il Congresso ha accorciato la finestra temporale invece di eliminarli. Una scadenza vicina tende ad anticipare i progetti, non a fermarli. Nella prima metà di quest'anno gli sviluppatori hanno aperto i cantieri di corsa per rientrare nel limite di luglio, assicurandosi i finanziamenti per impianti che entreranno in funzione entro il 2030. La capacità solare americana dovrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni e anche le installazioni eoliche cresceranno molto quest'anno.

Restano in piedi anche i crediti per le batterie a uso commerciale. Con queste misure in vigore gli Stati Uniti sono avviati verso la più grande espansione di capacità di generazione elettrica della loro storia, per il 93 per cento da fonti pulite. Il motivo di fondo è che la legge ha reso l'energia pulita più economica: da quando è stata approvata il prezzo delle batterie è sceso di circa un terzo. Un credito d'imposta si può abrogare, un calo dei prezzi no. I dazi decisi dal presidente però alzano il costo dei componenti e fanno pagare agli americani più che al resto del mondo le stesse tecnologie.

Per decenni gli economisti hanno indicato nel prezzo del carbonio la soluzione migliore per ridurre le emissioni, ma nella pratica quella strada si è rivelata perdente sul piano politico. L'Australia ha approvato una tassa sulle emissioni e l'ha abrogata in due anni. Il tentativo francese ha contribuito a far esplodere le proteste dei gilet gialli e il governo ha fatto marcia indietro. Il primo ministro canadese, un ex banchiere centrale che quella soluzione l'aveva sostenuta, ha cancellato la tassa sui consumatori il primo giorno in carica. Gli elettori non gradiscono le politiche che rendono l'energia più cara e la legge americana ha retto meglio perché puntava a renderla più economica.

Le aziende hanno annunciato le nuove fabbriche pochi mesi dopo l'approvazione della legge e alcuni cantieri erano già aperti, così il giorno del voto gli elettori vedevano qualcosa muoversi vicino a casa. I finanziamenti a fondo perduto sono andati in modo diverso. Una banca verde da 20 miliardi di dollari creata dalla legge si è mossa così lentamente che i soldi erano ancora fermi sui conti quando Trump si è insediato e il presidente li ha potuti congelare. Una politica che non viene mai attuata non produce nessun effetto sul voto.

Niente di tutto questo significa che la legge sul clima abbia salvato i Democratici. Il partito ha perso nel 2024 come quasi tutte le forze al governo in quell'anno, travolto dall'ondata di inflazione globale che ha fatto cadere esecutivi in mezzo mondo, una sconfitta su cui i Democratici continuano a discutere. Le fabbriche, secondo l'analisi, hanno soltanto reso il risultato meno pesante di quanto sarebbe stato altrimenti.

Gli Stati Uniti restano lontani dagli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030 e sotto questa presidenza hanno perso altro terreno, anche per una serie di ordini esecutivi. La lezione che Stokes propone ai legislatori per la prossima legge sul clima è che gli elettori rispondono ai benefici che riescono a vedere con i propri occhi e che quei benefici devono arrivare prima dell'elezione successiva.


Prosegue il dramma dei Dem americani su come hanno perso le elezioni del 2024


L'uomo che ha scritto l'autopsia del Partito Democratico sulla sconfitta del 2024 accusa il partito di aver tenuto fuori il capitolo più scomodo del suo lavoro, quello che metteva in discussione la scelta di Joe Biden di ricandidarsi e descriveva una classe di consulenti diventata "generazionalmente ricca grazie alla politica". Paul Rivera ha consegnato quel capitolo al New York Times e ha parlato in pubblico per la prima volta di come i Democratici hanno analizzato la propria sconfitta.

Il Comitato nazionale democratico (Democratic National Committee), l'organo che dirige il partito a livello federale, aveva pubblicato la bozza dell'autopsia lo scorso maggio dopo mesi di resistenze, dicendo di diffondere il documento incompleto "nella sua interezza" per trasparenza. In quella bozza il capitolo intitolato "Cosa è successo nel 2024" era segnalato come in attesa, con una nota in cui si leggeva "Questa sezione non è stata fornita dall'autore".

"C'è un singolo punto di rottura per il 2024? Forse è la decisione del presidente di cercare la rielezione invece di passare il testimone", si legge nel capitolo conteso. Il testo analizzava poi la perdita di consensi tra gli elettori ispanici, neri, asiatici-americani e nativi americani, quasi assente dalla versione diffusa a maggio. Il terzo tema era il profilo economico degli stessi strateghi democratici, definiti "finanziariamente sicuri" e per questo lontani dalle difficoltà della maggior parte degli americani.

Rivera non faceva i nomi di chi si era arricchito, ma scriveva che i Democratici che chiedono un cambiamento continuano a sbattere la testa contro un sistema che si è dimostrato rigido e capace di arricchire se stesso. "È quindi possibile che le persone che erano nella stanza ai livelli più alti delle decisioni del 2024 abbiano frainteso l'umore e i problemi pratici dell'America di tutti i giorni", si legge nel capitolo.

Ken Martin, presidente del Comitato nazionale democratico, ha respinto la ricostruzione. "È falso", ha detto in una dichiarazione scritta. "Questa presunta sezione del rapporto non era in nessun raccoglitore che ho esaminato". E ha aggiunto: "Se l'avessimo avuta a maggio, l'avremmo pubblicata insieme al resto del rapporto".

Martin ha detto che se il partito avesse avuto materiali contro i consulenti che si arricchiscono li avrebbe inclusi e ha ricordato di essersi candidato alla guida dei Democratici proprio per chiedere conto al complesso industriale dei consulenti e per fare in modo che il partito paghi solo il lavoro che aiuta a vincere.

"Se sia stata una decisione consapevole da parte loro di seppellire la sezione per nascondere un paragrafo, non lo so", ha detto Rivera. "Quella è una domanda per loro. Quello che posso dire è che ce l'avevano e hanno deciso di non pubblicarla".

Martin era stato eletto alla guida del partito nel febbraio 2025 e aveva promesso una revisione degli errori del 2024, rifiutando la parola autopsia perché il partito "non è morto" e preferendo la formula "revisione a posteriori". Aveva affidato il lavoro a Rivera, un consulente democratico che aveva lavorato alla Casa Bianca con Bill Clinton e che non seguiva una corsa presidenziale dal 2004, ma che era un suo vecchio amico.

Rivera ha preso il progetto part-time e senza compenso. Ha avuto accesso ai dati interni del partito e insieme allo staff ha intervistato dirigenti democratici di tutto il paese.

A novembre il rapporto aveva superato le scadenze interne. Dieci giorni dopo le nette vittorie democratiche alle elezioni per i governatori di Virginia e New Jersey, Martin lo ha chiamato. "La richiesta in quel momento era: puoi mandare quello che hai, in qualunque condizione sia?", ha raccontato Rivera. Secondo la sua ricostruzione Martin gli disse anche che non voleva più pubblicare un'autopsia ma una sintesi ridotta. Martin lo nega e dice che la decisione di non pubblicare è arrivata solo a metà dicembre, mentre lui e il suo staff continuavano a chiedere all'autore le sezioni mancanti e le fonti.

Rivera ha mandato i documenti a pezzi, con sei o sette email in un mese. Il partito li ha poi assemblati in una bozza di 192 pagine. Alla sede democratica i dirigenti hanno giudicato il lavoro di qualità scadente, pieno di frasi fatte e di dati senza fonte. Le annotazioni finite nel documento pubblicato erano sprezzanti: "I numeri sembrano inesatti rispetto ai dati pubblici". In cima a ogni pagina un avvertimento in rosso spiegava che il comitato non aveva ricevuto le fonti, le interviste o i dati a supporto di molte delle affermazioni contenute nel testo e che quindi non poteva verificarle in modo indipendente.

Rivera dice che alcune sezioni erano rimaste in bianco di proposito perché contava di completarle insieme ai dirigenti del comitato, conversazioni che a suo dire non ci sono mai state. Le interviste erano state registrate e trascritte con la promessa ai partecipanti che i file sarebbero stati cancellati alla chiusura del rapporto. Quando a novembre Martin gli ha detto che il rapporto finale non ci sarebbe stato, Rivera ha cancellato da solo tutti quei file dal server del partito. "Non serviva il loro permesso per registrare, non serviva il permesso per cancellare", ha detto.

Il 18 dicembre Martin ha annunciato in pubblico che non ci sarebbe stata nessuna autopsia.

A gennaio ha detto a Rivera che aveva "consegnato un prodotto scadente" e i due si sono incontrati un sabato per sei ore. Durante quell'incontro, racconta Rivera, ha capito che al presidente del partito non era stato messo davanti il documento completo, così ne ha stampato una versione e gliel'ha consegnata il 20 gennaio, 173 pagine dentro un raccoglitore ad anelli. Era più corta della bozza uscita a maggio perché non conteneva la sezione sugli Stati in bilico.

Che l'incontro sia avvenuto e che un raccoglitore sia passato di mano non è in discussione. Il disaccordo riguarda cosa ci fosse dentro.

I documenti forniti al New York Times risultano modificati per l'ultima volta poco prima dell'incontro del 20 gennaio ed erano ancora una bozza grezza, tanto che il titolo del capitolo mancante è scritto male in parte del nome del file. Rivera dice di aver mandato in precedenza una versione del capitolo per posta elettronica a un altro dirigente, ma le email del partito vengono cancellate dopo trenta giorni per motivi di sicurezza e non ne resta traccia. Altri tre dirigenti che avevano lavorato con lui hanno detto di non aver mai visto quel documento.

Nel capitolo Rivera sosteneva che le vittorie democratiche alle elezioni di metà mandato del 2022 avessero nascosto le fragilità del partito e dello stesso Biden. "Quelle vittorie hanno portato i Democratici a credere di essere più forti di quanto fossero. Il presidente Biden, vedendo quei risultati, ha preso la decisione di cercare la rielezione anche quando gli americani stavano già mandando un segnale molto forte: erano scontenti dello status quo", si legge nel testo.

Martin sostiene che nel raccoglitore non ci fosse materiale nuovo ma solo testi già consegnati e che il lavoro fatto con Rivera a gennaio riguardasse le lezioni da trarre dalla sconfitta, da condividere poi con alleati e donatori. Dice di ricevere almeno dieci raccoglitori a settimana con materiali informativi e di non ricordare che quello sia rimasto in suo possesso più di qualche settimana. Il partito ha cercato il raccoglitore e ha passato al setaccio i file digitali senza trovare nulla.

Ad aprile Martin era ancora sotto pressione per l'autopsia mai uscita. Dopo un passaggio teso al podcast progressista "Pod Save America", nel quale ha ripetuto più volte che non c'era nessuna prova schiacciante, sono circolati molto i video dei suoi tentativi di spiegare perché il rapporto non fosse stato pubblicato. Poco dopo la CNN si è presentata al comitato con nuovi dettagli sul contenuto e il partito ha deciso di consegnarle la bozza integrale, uscita il 21 maggio.

Nello stesso momento Martin ha chiamato Rivera per avvisarlo. È stata l'ultima volta che i due si sono parlati.

La disputa arriva a meno di cento giorni dalle elezioni di metà mandato di novembre, quando i Democratici sperano che i pessimi indici di gradimento del presidente Donald Trump li aiutino a conquistare la Camera e forse il Senato. Martin è già sotto accusa per la gestione di un partito che ha dichiarato oltre 2 milioni di dollari di debiti, mentre il Comitato nazionale repubblicano ne aveva 128,5 milioni in cassa.

Le domande sulla sua leadership vanno oltre i conti. A inizio luglio ha lanciato il telefono sulla scrivania di un giovane collaboratore, episodio finito in una segnalazione alle risorse umane.

Rivera, la cui reputazione è stata danneggiata dalle annotazioni in rosso del partito, ha detto di essere andato allo scoperto perché ritiene che servano cambiamenti profondi e discussioni schiette che non vede arrivare. Nel frattempo ha finito una sua revisione del 2024 di 564 pagine, intitolata "Blue by 2032" (blu entro il 2032, dal colore del partito), che si apre con una nota in cui racconta la sua versione dei fatti. Propone cambiamenti su organizzazione, raccolta fondi e comunicazione, dall'investire prima sul territorio alla stretta sui comitati elettorali che raccolgono soldi con l'inganno, fino alla critica ai tecnici dei fogli di calcolo che a suo dire hanno costruito un marchio debole per i Democratici.

"C'è un ecosistema molto comodo che trarrà grandi profitti dal fatto che non cambi nulla", ha detto Rivera. "In ogni altro aspetto della vita professionale, quando fallisci, guardi indietro per capire cosa è andato storto: non in politica e di sicuro non in questo partito".


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Echobreaker: la recensione di un platform di precisione breve ma intenso


Chi è alla ricerca di un’esperienza rifinita e contenuta troverà in Echobreaker un gioco ben fatto con una curva di apprendimento che non perdona
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Echobreaker non è un gioco rilassante: è una sfida contro il tempo e contro sé stessi su cui ossessionarsi. Niente relax, niente riposo: il gioco di Upstream Arcade richiede dedizione e metodo per essere completato e i più bravi potrebbero riuscirci in meno di due ore.

Chi gioca pilota con visuale isometrica una tuta sperimentale e l’obiettivo è completare i percorsi di test nel minor tempo possibile. I livelli sono 15 in totale, strutturati in tre sezioni da cinque ciascuna e sbloccabili ottenendo determinate valutazioni in quelli precedenti. Per sbloccare il secondo set, per esempio, bisogna ottenere il punteggio oro in almeno quattro dei livelli precedenti e per sbloccare il terzo servono otto tempi con un tempo platino.

La curva di apprendimento è morbida nel primo set, diventa ostica per sbloccare il secondo e si trasforma in un percorso di Ninja Worrior per arrivare al terzo. Ogni livello introduce qualcosa di nuovo tra armi, nemici e abilità ed è lungo abbastanza da essere difficile da memorizzare ma non a sufficienza da diventare una sfida impossibile.

La tuta salta, ha un attacco base, può raccogliere delle armi a munizioni limitate (ciascuna con un attacco speciale) e può rompere le regole dello spazio-tempo per guadagnare un po’ di velocità. La meccanica che da il nome al gioco “rompere gli Echo” consiste nel rallentare il tempo per guadagnare velocità o distanza di salto in base al numero di nemici eliminati o “cariche di Echo” raccolte.

Così ogni livello da un semplice percorso da completare in modo lineare diventa, per raggiungere il punteggio platino e sbloccare l’ultimo set, una sorta di enigma da decifrare per capire scorciatoie, combo e altri stratagemmi per ridurre il proprio tempo di qualche altro decimo. Il mindset da avere è “no pain no gain” e la scarica di dopamina quando si batte il proprio fantasma (che rappresenta il tempo migliore mai fatto su quel livello) e si raggiunge la soglia platino (che sblocca anche le classifiche online) è paragonabile a quella dopo aver battuto un boss in un soulslike.

L’utente ideale è competitivo, instancabile e alla ricerca di una sfida che premia perseveranza e ingegno. Battuto il gioco, poi, ci sono una pletora di modificatori da provare per superare sfide ancora più toste e delle classifiche online per stabilire chi è il migliore in assoluto.

Echobreaker è perfetto anche per chi è alla ricerca di un modo per riempire un lungo viaggio in treno o in aereo con un’esperienza breve ma intensa. Il gioco, infatti, non è solo ottimo in portabilità, ma è anche talmente leggero che funzionerà su qualunque Pc.

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Tucker Carlson presenta un manifesto in dieci punti e alimenta le voci su un terzo partito


L'ex conduttore di Fox News ha esposto in diretta la visione dei MAGA delusi dal presidente, senza annunciare la nascita di un partito. I suoi alleati vorrebbero candidarlo nel 2028.

Tucker Carlson ha presentato mercoledì sera una visione dell'America in dieci punti che mette nero su bianco la piattaforma del mondo MAGA in rotta con il presidente Donald Trump. L'ex conduttore di Fox News ha parlato in una diretta annunciata da giorni, alle 18 della costa est (mezzanotte in Italia), senza però annunciare la nascita di un partito. Ha presentato il documento come la base di "qualunque cosa venga dopo", un nuovo ordine politico che secondo lui potrà "trovare ogni tipo di espressione".

Il mese scorso Carlson aveva promesso di voler "aiutare a costruire un terzo partito" e nel fine settimana ha ospitato nella sua casa nel Maine i dissidenti del movimento, che sabato hanno annunciato la nascita del loro movimento e hanno provato a convincerlo a candidarsi alla presidenza nel 2028. Carlson ha detto che qualsiasi cosa succeda al posto del sistema politico americano, che considera in crisi, deve partire da un'idea condivisa di quello che il paese "dovrebbe essere". I dieci punti sono la sua risposta.

Il manifesto dei MAGA in rotta di collisione con Trump

Tucker Carlson ha messo per iscritto in dieci parole per spiegare l’America che vorrebbe

Nella diretta di mercoledì sera l’ex conduttore di Fox News non ha annunciato la nascita di alcun partito. Ha però presentato dieci punti come la base di «qualunque cosa possa venire dopo»: tre di questi criticano direttamente scelte di Donald Trump da presidente.

Grafica di FocusAmerica 6 agosto 2026

L’America che Carlson vorrebbe, in dieci parole

Tre delle dieci parole attaccano una scelta di Donald Trump: il dossier Epstein, la guerra contro l’Iran e il nuovo Dipartimento della Guerra.

I dieci punti

Che cosa c’è scritto nel manifesto


Tocca ogni parola per leggere il punto. Il filtro separa i punti che colpiscono Trump da quelli che restano dentro l’agenda MAGA.

Tutti i punti 10 Contro Trump 3 Agenda condivisa 7


  • Giusta · Sovrana · Produttiva · Bella · Sana · Onesta · Ottimista · Saggia · Perbene · Unita

Attacca una scelta di Trump Resta dentro l’agenda MAGA

Chi c’è dietro

Il gruppo che ha cenato a casa di Carlson, nel Maine


Accusano il presidente di aver abbandonato l’agenda America First con la guerra all’Iran, il caso Epstein e il peso di Israele sulle scelte americane.

La Casa Bianca ha liquidato il gruppo come un’«accozzaglia di traditori piagnucolosi» e ha definito Trump come il leader indiscusso del Partito Repubblicano.

Che cosa manca

Un manifesto senza partito, senza candidato e senza accesso al voto


I tre passaggi che separano il documento di Carlson da diventare una forza politica vera e propria.

Per il giornalista conservatore Mark Halperin, un Carlson candidato sarebbe la rovina del Partito Repubblicano, ma costruire un terzo partito resta quasi impossibile. Megyn Kelly ribatte che dieci o venti milioni di voti restano dieci o venti milioni di voti, e che nessun partito può permettersi di perderli.

Fonte Diretta di Tucker Carlson del 5 agosto 2026; sintesi dei dieci punti nella ricostruzione di Axios. Dichiarazioni di Joe Kent al podcast The Young Turks, di Mark Halperin e Megyn Kelly al podcast di Megyn Kelly, di Marjorie Taylor Greene sui social. La distinzione tra punti che attaccano Trump e punti in continuità con l’agenda MAGA è un’elaborazione di FocusAmerica.

Il primo riguarda l'uguaglianza davanti alla legge: le stesse regole devono valere per i presidenti, per gli agenti federali e per le élite come Jeffrey Epstein. La sua impunità è per Carlson il simbolo di una "classe Epstein" che si arricchisce grazie a un sistema corrotto. Il secondo punto è la sovranità nazionale: Carlson ha sostenuto che Israele ha spinto gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran con "corruzione o minacce o entrambe" e ha descritto le lobby straniere, il controllo delle aziende sul governo e il debito ad alto interesse come forme di "schiavitù".

Carlson chiede poi un paese "produttivo", che ricostruisca agricoltura, industria manifatturiera e artigianato. L'America dovrebbe rifiutare un'economia dominata dalla finanza, dalla speculazione immobiliare, dai sistemi di sorveglianza e dalle armi. Un altro punto è dedicato alla bellezza: secondo Carlson gli urbanisti hanno imbruttito di proposito le città americane e l'architettura brutalista, i graffiti, il consumo di droga in strada e i reati violenti sono attacchi deliberati contro i cittadini.

Nel punto sulla salute Carlson ha fatto propria l'agenda alimentare di Robert F. Kennedy Jr, ha chiesto la sobrietà per tutti e ha detto che l'uso diffuso di farmaci come Xanax, Adderall e gli antidepressivi ha lasciato gli americani "mezzi intontiti". Sull'onestà ha chiesto che i funzionari pubblici siano puniti quando mentono ai cittadini e che venga aperta la maggior parte degli archivi segreti, compresi quelli sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy e sull'11 settembre.

Avere figli è per Carlson un imperativo biologico e la base di qualsiasi ragionamento di lungo periodo, mentre le élite anziane e senza figli sono responsabili di scelte che ignorano le generazioni future. Sulla scuola ha chiesto che si insegni come funziona davvero il mondo fisico e quelle che ha chiamato verità immutabili sulla natura umana, comprese le differenze innate tra uomini e donne, al posto dei titoli di studio, degli schermi e delle mode tecnologiche.

Carlson ha chiesto anche che gli Stati Uniti si scusino e paghino risarcimenti per l'uccisione di civili e che venga annullato il cambio di nome del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra deciso da Trump. Il Paese dovrebbe inoltre smettere di finanziare gli alleati che a suo giudizio commettono un genocidio, ha detto citando Israele. Sull'immigrazione ha chiesto di fermare gli ingressi finché non saranno chiari gli effetti dell'intelligenza artificiale, di eliminare i sussidi per gli immigrati irregolari e di rendere l'inglese l'unica lingua dei documenti federali e delle schede elettorali.
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Carlson è diventato il punto di riferimento intellettuale di un gruppo piccolo ma rumoroso di ex sostenitori di Trump, che accusano il presidente di aver abbandonato l'agenda "America First" lanciando la guerra contro l'Iran, gestendo male i documenti su Epstein e permettendo a Israele di condizionare troppo la politica americana. Ne fanno parte l'ex deputata Marjorie Taylor Greene, il deputato Thomas Massie e Joe Kent, che a marzo si è dimesso da capo dell'antiterrorismo dell'Amministrazione Trump per protestare contro la guerra. Divisioni analoghe hanno già investito la Heritage Foundation, il centro studi conservatore che ha scritto il programma Project 2025.

La Casa Bianca ha liquidato il gruppo come una "imbarazzante accozzaglia di traditori per lo più piagnucolosi che sopravvalutano enormemente la propria influenza e rilevanza". Nella stessa risposta ha definito Trump "leader indiscusso" del Partito Repubblicano.

Joe Kent ha raccontato martedì nel podcast "The Young Turks" che tutti i partecipanti alla cena nel Maine hanno provato a convincere Carlson a candidarsi e che lui ha sempre risposto pubblicamente di no. "Gli abbiamo esposto tutti le nostre ragioni per cui dovrebbe correre e spero che un giorno si svegli e dica che lo farà", ha detto Kent al conduttore Cenk Uygur.

Il giornalista conservatore Mark Halperin ha detto mercoledì nel podcast di Megyn Kelly che una candidatura di Carlson sarebbe "la rovina del Partito Repubblicano. Inequivocabilmente", se riuscisse ad arrivare sulle schede delle elezioni generali e sul palco dei dibattiti televisivi. Halperin ritiene però improbabile che accada e ha ricordato quanto sia difficile costruire una campagna da terzo partito negli Stati Uniti, "quasi impossibile nel nostro sistema", nonostante ci siano "decine di milioni di persone" che condividono quel punto di vista.

Far comparire il proprio nome sulle schede è il primo ostacolo, perché negli Stati Uniti l'accesso al voto si conquista Stato per Stato con regole e scadenze diverse. Anche definire un metodo per scegliere il proprio candidato è complicato, ha detto Halperin, che ha aggiunto di non sapere per cosa sia quel gruppo: ha molte lamentele ed è contro molte cose, ma non si fonda un partito senza qualcosa da rappresentare. Megyn Kelly ha replicato che dieci o venti milioni di voti restano dieci o venti milioni di voti e che nessun partito può permettersi di perderli in un'elezione generale.

Marjorie Taylor Greene ha scritto sabato che il gruppo aveva detto "niente più guerre all'estero" e che aveva sostenuto Donald Trump perché aveva fatto quella promessa. "Ma ci ha traditi tutti", ha aggiunto, dicendo che l'impegno del nuovo movimento è "America First per tutti gli americani, di destra, di sinistra e di centro". "Il movimento è cominciato", ha concluso.


Marjorie Taylor Greene e Tucker Carlson preparano un nuovo partito contro Trump


Marjorie Taylor Greene e Tucker Carlson stanno lavorando alla nascita di un nuovo partito costruito intorno allo slogan America First e all'opposizione alla guerra con l'Iran. L'iniziativa riunisce alcuni ex alleati del presidente Donald Trump che hanno lasciato il Partito Repubblicano o sono entrati in conflitto con lui. Il gruppo non ha ancora presentato una struttura formale, ma Greene ha annunciato che "il movimento è cominciato" e Carlson ha già detto di voler contribuire alla creazione di un terzo partito.

Greene ha pubblicato il 1° agosto una foto della riunione. Carlson siede a capotavola, accanto al deputato del Kentucky Thomas Massie e a Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorism Center, il Centro nazionale antiterrorismo. Al tavolo ci sono anche Greene e Brian Glenn, il giornalista conservatore che ha sposato pochi giorni prima. La scena, con biscotti al cioccolato e latte davanti ai partecipanti, mostra per la prima volta insieme il nucleo politico del progetto.

Greene ha legato direttamente l'iniziativa alla politica estera del presidente. "Avevamo detto basta guerre all'estero, facevamo sul serio e abbiamo sostenuto Donald Trump perché aveva fatto quella promessa. Ma ci ha traditi tutti", ha scritto su X. L'ex deputata della Georgia ha definito l'impegno del gruppo "America First per tutti gli americani, di destra, di sinistra e di centro". Il tentativo è quindi quello di presentare l'opposizione alla guerra come una causa capace di superare i confini tradizionali tra Repubblicani e Democratici.

Greene parlava già apertamente di un nuovo partito prima della foto. Il 30 giugno aveva detto a Piers Morgan che un gruppo di esponenti della destra e della sinistra avrebbe potuto unirsi per creare un partito concentrato sugli interessi americani, senza cadere nelle trappole dei due schieramenti. L'ex deputata si era dimessa dal Congresso a gennaio dopo essersi detta stanca dei Repubblicani e aveva scelto di non affrontare una primaria ostile dopo gli attacchi pubblici del presidente.

Carlson aveva assunto una posizione simile. A giugno l'ex conduttore di Fox News aveva detto che non avrebbe più votato per i Repubblicani perché, a suo giudizio, il partito non era fedele agli Stati Uniti e metteva gli interessi di un paese straniero davanti a quelli dei cittadini americani. Il riferimento era a Israele. A luglio ha poi dichiarato alla Columbia Journalism Review: "Ci sarà un terzo partito e farò tutto quello che posso per contribuire a farlo nascere". Per Carlson, Repubblicani e Democratici dedicano troppa attenzione agli affari internazionali mentre peggiorano le condizioni di vita degli americani.

La guerra con l'Iran ha trasformato lo slogan America First nel principale terreno di scontro tra il presidente e il gruppo. Greene, Carlson, Massie e Kent sostengono che il conflitto, iniziato a febbraio, contraddica la promessa di porre fine alle "guerre senza fine". Kent si è dimesso a marzo dall'incarico di capo dell'antiterrorismo perché non poteva, come ha scritto, sostenere in coscienza una guerra contro un paese che a suo giudizio non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Ha accusato inoltre Israele e la sua lobby americana di aver spinto Washington verso il conflitto.

Massie ha portato la stessa opposizione dentro il Congresso. Alla fine di luglio è stato tra i Repubblicani che hanno votato una risoluzione sui poteri di guerra per limitare l'autorità del presidente nella conduzione del conflitto con l'Iran. La Camera l'ha approvata con 214 voti favorevoli e 208 contrari. Il deputato aveva già rotto con il presidente sul caso Jeffrey Epstein e a maggio ha perso le primarie repubblicane del Kentucky contro Ed Gallrein, un ex militare sostenuto da Trump. Il suo mandato termina a gennaio.

Anche Greene e Massie si erano opposti al presidente sulla pubblicazione dei documenti del dipartimento della Giustizia relativi a Jeffrey Epstein. Entrambi avevano votato per costringere l'amministrazione a diffondere tutti i file. Greene aveva poi annunciato le dimissioni dal Congresso dopo che Trump l'aveva attaccata e aveva spiegato di non voler affrontare una primaria che considerava personale e distruttiva. La rottura sull'Iran ha quindi consolidato un rapporto politico già segnato da altri scontri con la Casa Bianca.

Trump ha risposto con attacchi personali contro i suoi ex alleati. Ha definito Greene una "traditrice", Kent una "persona spregevole", Carlson una "persona con un basso quoziente intellettivo" e Massie "debole e patetico". Il presidente ha difeso la guerra sostenendo che serva a impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare. Ha respinto anche l'accusa di essersi lasciato trascinare da Israele e ha affermato che, semmai, sarebbe stato lui a forzare la mano del governo israeliano.

Il nuovo movimento nasce mentre diversi sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani è contraria alla guerra con l'Iran, nella quale sono morti 18 militari statunitensi e migliaia di iraniani. Questo dissenso non elimina gli ostacoli elettorali. Nessun candidato esterno ai due grandi partiti ha vinto la presidenza nell'era moderna e solo pochi membri del Congresso non sono affiliati ai Repubblicani o ai Democratici.

Greene e Carlson puntano a separare l'idea di America First dalla fedeltà personale al presidente. La loro proposta unisce il rifiuto delle guerre all'estero, la critica al peso di Israele nelle scelte di Washington e il malcontento verso entrambi i grandi partiti. La foto del 1° agosto non equivale ancora alla fondazione di una nuova organizzazione politica, ma rende visibile un gruppo che dichiara di voler trasformare la frattura interna al movimento trumpiano in un progetto autonomo.


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Serrande, chi chiude, chi resta, chi apre ad agosto


Reportage sul commercio urbano nell'agosto 2026 tra desertificazione, turni e la spinta dei borghi in boom turistico

Via Roma, nove del mattino, in una città media italiana. Il bar all'angolo espone il cartello del rientro, fissato al 25 agosto. Pochi metri più in là la salumeria abbassa la serranda fino al 13, la libreria indipendente chiude di corsa per riaprire il 24, la panetteria riporta un laconico «chiuso per ferie» senza data di ritorno. Tre passi ancora e la merceria annuncia il rientro il lunedì successivo. È il paesaggio a macchia di leopardo del Ferragosto 2026 — che cade di sabato, complicando la matematica del ponte — dove convivono la tradizione delle ferie lunghe «anni Sessanta» e un modello nuovo, sempre più diffuso, di aperture a scacchiera. Nelle città medie il commercio si spacca a metà: parte del piccolo dettaglio conserva la chiusura lunga, mentre le catene e i franchising restano aperti a orario continuato per tutta la stagione. Nei borghi, invece, il modello «tutto chiuso» è ormai fuori tempo massimo: l'ondata turistica del 2026 impone servizi disponibili quando arrivano gli ospiti.

156 mila serrande chiuse in tredici anni


Il rapporto «Città e demografia d'impresa» dell'Ufficio Studi di Confcommercio calcola che fra il 2012 e il 2025 siano scomparsi oltre 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, più di un quarto del totale. La contrazione ha risparmiato solo poche categorie — farmacie, tabaccherie, computer e telefonia — mentre vestiario tradizionale, commercio non specializzato e ambulantato hanno perso una fetta consistente delle attività. Al Nord si concentrano i comuni più colpiti e la maggior parte dei locali oggi sfitti. Le proiezioni al 2035 dello stesso Ufficio Studi non lasciano margini all'ottimismo: senza politiche di rigenerazione urbana, altre centomila attività rischiano di chiudere entro il decennio.

Su tale terreno si gioca la nuova geografia dell'agosto commerciale. La chiusura lunga di tre settimane, retaggio di un'economia in cui le città si svuotavano tutte insieme, diventa un lusso: chi vuole restare aperto l'anno successivo fatica a permettersela.

L'agosto di quelli che restano in città


Il modello «tutto chiuso ad agosto» si scontra con un dato che il Centro Studi Conflavoro ha misurato per l'estate in corso: circa quaranta milioni di italiani, due su tre, non partiranno nel mese di agosto 2026. «Quasi quaranta milioni di italiani restano a casa e i loro soldi non si spostano: restano nel raggio di pochi chilometri dall'uscio, dal fruttivendolo al forno al bar all'angolo», ha dichiarato il presidente di Conflavoro Roberto Capobianco presentando lo studio a fine luglio, come riportato dall'osservatorio Osserva Italia. La spesa che tale Italia riversa nel commercio di prossimità — alimentari, ristorazione di quartiere, tempo libero sotto casa — vale oltre dieci miliardi di euro in un solo mese.

Il quadro del Centro Studi Confcooperative, misurato sulla sola settimana centrale, non contraddice la stima: chi si mette in viaggio per Ferragosto è una minoranza rispetto a chi resta, come segnalato nel comunicato ripreso da AgenziaCult all'inizio del mese. Federalberghi aggiunge il tassello strutturale che stringe ulteriormente il perimetro: nella sua indagine Tecnè per l'estate 2026, quasi un italiano su due non farà vacanze tra giugno e settembre. Un fatto sociale prima che economico, con effetti diretti sulla domanda di negozi aperti nelle settimane centrali.

I borghi non possono più permettersi di chiudere


C'è però un secondo elemento, meno raccontato, che sta ridisegnando la geografia delle serrande. Mentre le città d'arte alzano barriere contro l'overtourism — Venezia ha confermato per il terzo anno consecutivo il ticket d'ingresso — i piccoli comuni italiani vivono un cambio di paradigma. L'analisi previsionale «I piccoli comuni nel sistema turistico italiano: scenario 2026» di Demoskopika fotografa borghi che crescono in arrivi, presenze e spesa turistica più delle grandi capitali dell'overtourism, con una permanenza media che si allunga verso i quattro giorni.

Non si tratta più di una gita fuori porta. I dati della piattaforma di prenotazione Ruralis, ripresi da Sky TG24 a luglio, raccontano un altro pezzo di storia: la durata media dei soggiorni nei borghi cresce a doppia cifra rispetto all'anno precedente e la spesa per prenotazione lievita in modo ancora più marcato. Ogni ospite lascia sul territorio molto di più di un anno fa. Le regioni che crescono di più sono Molise, Basilicata, Sicilia, Emilia-Romagna e Abruzzo — geografia lontana dalle rotte tradizionali del turismo di massa.

Il modello «tutto chiuso ad agosto» semplicemente non funziona più in scenari simili. A Bergamo il monitoraggio di Confcommercio locale mostra due città parallele: nelle aree turistiche di Città Alta e delle valli resta aperta la stragrande maggioranza dei bar, dei ristoranti e delle attività commerciali, mentre in Città Bassa i valori crollano. Il maltempo di giugno ha compresso la stagione delle ferie su due mesi invece che tre, rendendo le settimane centrali di agosto ancora più strategiche di quanto già non fossero. Ma nei borghi il tema non è solo economico: è di sopravvivenza dell'offerta. Se un turista sceglie Pettorano sul Gizio in Abruzzo, borgo balzato ai primi posti nelle ricerche Airbnb degli ultimi due anni, e non trova un forno aperto, un supermercato accessibile, una farmacia disponibile, non torna. E lo racconta.

La lezione arriva anche dalle esperienze negative. Nel rione di Barcola, a Trieste, l'assenza di un supermercato è diventata un caso politico locale: i piccoli bazar sopravvissuti raccontano di essere percepiti dai residenti come esercizi da emergenza — buoni per una lampadina o un rotolo di carta igienica, non per la spesa vera. Il combinato disposto — spopolamento residenziale più turismo stagionale non presidiato — trasforma il commercio in un servizio intermittente e insufficiente per entrambi i pubblici.

L'associazione I Borghi più belli d'Italia parla apertamente di rendere vivibili i piccoli centri, accessibili con servizi e digitalizzazione, come priorità nazionale. Il presidente Fiorello Primi ha ricordato che i borghi sostengono decine di migliaia di occupati fra alloggio, ristorazione, commercio e trasporti. Un ecosistema che non regge se le serrande restano abbassate proprio nelle settimane di massima affluenza.

Le tre Italie del Ferragosto commerciale


La prima Italia conserva la chiusura lunga. È il piccolo dettaglio urbano che a Ferragosto abbassa la serranda per due o tre settimane, seguendo il calendario storico. A Bergamo circa metà delle attività commerciali chiude nelle settimane centrali. Il paradosso, come segnala Confcommercio locale, è che fino al 2019 la tendenza era opposta: la presenza dei bergamaschi rimasti in città generava un picco di aperture. La pandemia ha rovesciato l'equazione — chi può, ora se ne va davvero — e il centro urbano si svuota di più.

La seconda Italia apre grazie al turismo — quello urbano dei centri storici e quello nuovo dei borghi. A Firenze, secondo il monitoraggio di Confesercenti, negli ultimi quindici anni le ferie dei commercianti food si sono più che dimezzate: oggi resta aperta la maggioranza delle attività, mercati rionali inclusi. La spiegazione è duplice: meno fiorentini si concedono ferie lunghe, e la domanda turistica è talmente continua da non tollerare vuoti. Nelle località del Molise, della Basilicata e dell'Abruzzo che Ruralis segnala come regioni a maggiore crescita turistica, la logica è ancora più stringente: aprire non è una scelta, è un obbligo verso l'ecosistema locale.

La terza Italia è quella dei turni. Ferramenta, fioristi, panetterie, dolciarie di quartiere si organizzano su ferie alternate per non abbassare mai del tutto la serranda. La logica è economica prima che culturale: quando le altre categorie chiudono, chi resta aperto raccoglie una clientela diventata prigioniera del quartiere. In un'economia dove il cliente si conquista in anni e si perde in un pomeriggio, la continuità del servizio è già un vantaggio competitivo. Alcune categorie — fioristi, restauratori, artigiani — spostano proprio a settembre le ferie, quando la domanda urbana torna a stringersi ma la concorrenza si è nel frattempo diradata.

Le catene: la fisiologia del sempre aperto


Il commercio organizzato ha risolto il dilemma con la razionalizzazione dei turni. Per il Ferragosto 2026, che cade di sabato, Conad ha comunicato un piano capillare di aperture straordinarie con punti vendita attivi in molte regioni italiane. Famila ha inserito il 15 agosto nel calendario ufficiale delle aperture straordinarie 2026. Lidl mantiene aperture a macchia di leopardo, Esselunga apre gran parte dei punti vendita con orario ridotto nelle grandi città, Il Gigante alterna, Pam Panorama tiene aperti gli store centrali. Coop, per tradizione, chiude «per scelta» la maggior parte dei negozi.

Sulle librerie il quadro è più netto. Le sedi urbane Feltrinelli mantengono orario continuato tutto agosto — la sede di Piazza Gae Aulenti a Milano opera con orario pieno dal lunedì al venerdì. Diverso il caso di alcune Mondadori affiliate, come il Bookstore di Mestre, chiuso dal 3 al 17 agosto: segno che il franchising, quando è affidato a esercenti indipendenti, replica i comportamenti del piccolo commercio locale.

Il quartiere e il borgo in agosto: cosa cambia davvero


Girando i quartieri di una città media a Ferragosto 2026, tre indizi raccontano il cambio di paradigma. Le vetrine con il cartello «chiuso per ferie» sono in media più corte di dieci-quindici anni fa, dimezzate secondo le stime di Confesercenti. Le aperture a turni riguardano ormai anche le categorie storicamente più «chiuse»: ferramenta, calzolai, mercerie. Nei rioni non turistici, la percentuale di chiusure resta più alta del centro storico, ma le serrande abbassate sono sempre più spesso definitive, non stagionali. Il rischio strutturale è chiaro: la desertificazione commerciale delle periferie urbane si sovrappone alla domanda dei molti che restano in città.

Nei borghi la partita è opposta ma altrettanto delicata. Il boom turistico del 2026 rappresenta un'occasione storica per invertire lo spopolamento, ma pretende un cambio di mentalità dai commercianti locali. Chi tiene aperto in agosto non lo fa più solo per servire i residenti anziani rimasti: intercetta un turismo lento, benestante, che spende sempre di più e che si aspetta di trovare pane, giornali, farmacia e trattoria funzionanti in un martedì di Ferragosto. La sfida, per molti piccoli comuni delle aree interne, è passare da un'economia stagionale-emergenziale a un'economia stagionale-strutturata, con turni, orari coordinati e presidio dei servizi essenziali.

Le associazioni di categoria fotografano lo stesso movimento da angolature diverse. Confartigianato Toscana parla di commercianti che non possono più concedersi lunghe chiusure e che organizzano l'offerta attorno a chi rimane in città. Il modello «tutto chiuso ad agosto» non scompare, ma diventa una scelta di nicchia — di chi ha margini per potersela permettere, o di chi non ha personale per turnare. Nel mezzo, la fascia più larga del commercio urbano e la quasi totalità dei borghi turistici stanno imparando che agosto, dopo la pandemia e con milioni di italiani sotto casa o in fuga verso i piccoli centri, è un mese di lavoro come gli altri. Solo un po' più caldo.


Fonti dirette

  • Ufficio Studi Confcommercio, Città e demografia d'impresa, rapporto 2025: confcommercio.it
  • Centro Studi Conflavoro, proiezione «Rimasti» agosto 2026, dichiarazioni Roberto Capobianco: Osserva Italia
  • Centro Studi Confcooperative, Ferragosto 2026: AgenziaCult
  • Federalberghi/Tecnè, indagine estate 2026: news.federalberghi.it
  • Demoskopika, I piccoli comuni nel sistema turistico italiano: scenario 2026: Il Tirreno
  • Ruralis, dati prenotazioni borghi estate 2026: Sky TG24 Lifestyle
  • Associazione I Borghi più belli d'Italia, dichiarazioni Fiorello Primi: Italia a Tavola
  • Conad, aperture straordinarie Ferragosto 2026: conad.it
  • Famila, calendario aperture straordinarie 2026: famila.it
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Target Ciprinidi


Il segreto del carpfishing è nella pianificazione della sessione di pesca. La pasturazione preventiva è fondamentale se vogliamo raggiungere il successo.
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foto in alto: Alessio Marongiu con una carpa regina di ottime dimensioni. L’autore interpreta il carpfishing come tecnica volta alla cattura solo di esemplari di taglia.

Ho sempre pensato che la tecnica del carpfishing sia stata creata per cercare di insidiare gli esemplari di carpa di grossa taglia nel loro ambiente naturale. Per questo motivo spesso torno a casa senza aver catturato nessun pesce. Fa parte del gioco ed è giusto così. Pensate che noia sarebbe se ogni volta che affrontiamo una sessione di pesca tornassimo a casa con le foto di decine di carpe di grossa taglia. Si rovinerebbero tutti i sogni e le aspettative che ci facciamo mentre ultimiamo tutti i preparativi prima della pescata. Sarebbe troppo facile e poi non avrebbe alcun senso passare ore e ore davanti ad uno specchio d'acqua in attesa di un'abboccata. Ci stancheremmo dopo le prime uscite di pesca. Il fatto di non essere mai soddisfatti e di voler sempre migliorare, per superare gli errori, è la cosa che ci stimola e che ci fa preparare al meglio per la prossima sessione mentre stiamo rientrando a casa dopo un bel cappotto. Gli insuccessi vanno affrontati nel miglior modo, cercando di godere del tempo passato in pesca al di là del risultato.
Fasi di preparazione dello spot, con la scelta del luogo più adatto dove piazzare il rod pod e con la pasturazione preventiva che deve essere effettuata con largo anticipo, rispetto alla sessione di pesca.
Obiettivi - Porsi degli obiettivi da raggiungere è importante in tutte le cose della vita. Perciò anche nella pesca crearci un percorso immaginario che porta alla meta, rimanendo sempre concentrati su quello che facciamo, ci farà evitare inutili cambi di percorso e perdite di tempo. Ricordiamoci che non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Ogni pescatore insegue le pescate dei sogni in termine di catture, di taglia o di luoghi. Io personalmente vado sempre alla ricerca del pesce di taglia qualsiasi specchio d'acqua affronti, fiume o lago che sia. E nonostante abbia avuto delle grandi soddisfazioni, non ho sfamato il desiderio di catturare il pesce da sogno.

Pianificazione - Come ho accennato in precedenza, cerco sempre l'esemplare di grossa taglia. I miei inneschi difficilmente scendono sotto i mm 24 di diametro e raramente uso boilies del tipo pop-up (anche se questo però dipende dal tipo di fondale). Una volta che ho individuato uno spot che mi fa pensare che sia un punto di alimentazione per le carpe, ci pasturo a dovere senza pescarci per almeno una settimana. In questa fase è utile fare qualche lancio con un piombo piatto per sondare il fondale e capire se è fangoso o duro, con pietre e sassi. Così facendo possiamo avere una mappa dettagliata e scegliere su dove posizionare i nostri terminali. Dopodiché, scelto il settore, passo alla preparazione delle esche che intendo usare. Io personalmente uso solo esche self-made sia per gli inneschi che per la pasturazione preventiva. Gli inneschi sono di grosso diametro, solitamente mm 30 e per la pasturazione uso diametri inferiori, da 20 e 24 millimetri. Pasturare preventivamente fa la differenza, per questo consiglio sempre di pasturare almeno una volta alla settimana lo spot scelto, anche se non dobbiamo andare a pesca, così manteniamo lo spot sempre attivo. Se affrontiamo un nuovo spot è consigliato pescarci dopo almeno due settimane di pasturazione preventiva e usare anche altri tipi di esche tipo granaglie. Se siamo fortunati i risultati non tarderanno ad arrivare.

In pesca - Dopo aver fatto tutto questo lavoro possiamo raggiungere il nostro spot con gradi speranze. Quando sono in pesca per me è come chiudere un cerchio e tutte le fatiche fatte in precedenza possono concretizzarsi nella cattura del pesce dei sogni. È fondamentale credere in tutto quello che abbiamo fatto tenendo bene in mente i nostri obbiettivi. Questo ci serve per non demoralizzarci qualora i risultati non siano favorevoli, soprattutto se cerchiamo di catturare gli esemplari di grossa taglia. Godiamoci il momento di serenità e viviamo ogni singolo minuto sulle sponde senza rimanere delusi da qualche pescata non andata a buon fine.

Il successo - Molti pescatori credono che nel carpfishing ci siano segreti da scoprire per avere dei risultati positivi. Ci sono carpisti che cercano la “pallina” miracolosa, altri creano terminali assurdi, ma in pochi hanno capito che l'unico segreto per raggiungere degli obiettivi è la determinazione. È necessario elaborare un piano dettagliato nei minimi particolari, dalle esche agli spot, dai materiali alla pasturazione preventiva, ed essere disposti a mettere in pratica il piano stesso, costi quel che costi. Solo così, con costanza e determinazione, arriverà il pesce dei sogni.

English version


I have always believed that carp fishing was developed to target large specimen carp in their natural environment. For this reason, I often return home without catching a single fish. That's simply part of the game, and that's exactly how it should be.

Just imagine how boring it would be if every fishing session ended with photos of dozens of trophy carp. All the dreams and expectations we build while preparing for a trip would disappear. It would be far too easy, and there would be little point in spending countless hours by the water waiting for a bite. We would soon lose interest after only a few sessions.

The desire to improve, to learn from our mistakes and never be completely satisfied is what motivates us. Even while driving home after a blank session, we are already planning how to prepare better for the next one. Failure should always be accepted positively, enjoying the time spent on the bank regardless of the final result.

Setting Goals - Setting goals is important in every aspect of life, and fishing is no exception. Having a clear objective and following a planned path helps us stay focused, avoiding unnecessary changes of strategy and wasted time.

We should remember that we have nothing to prove to anyone. Every angler pursues a personal dream, whether it is catching bigger fish, achieving a new personal best or fishing in extraordinary locations.

Personally, wherever I fish—whether on a lake or a river—I am always searching for specimen fish. Although I have experienced some unforgettable catches, I still haven't satisfied my desire to land the fish of a lifetime.

Planning the Session - As I mentioned earlier, my goal is always to catch large carp. For this reason, my hookbaits are rarely smaller than 24 mm, and I seldom use pop-up boilies, although this largely depends on the nature of the lake or riverbed.

Once I identify a spot that appears to be a feeding area, I introduce bait regularly without actually fishing it for at least one week. During this preparation phase, I make several casts with a flat lead to map the bottom and determine whether it is silty, hard, or covered with gravel and stones. This allows me to create a detailed picture of the lakebed and accurately position my rigs.

After selecting the swim, I prepare the baits I intend to use. Personally, I rely exclusively on self-made boilies for both hookbaits and pre-baiting. My hookbaits are generally 30 mm in diameter, while I use smaller boilies—20 and 24 mm—for baiting.

Pre-baiting makes a tremendous difference. I always recommend baiting the chosen area at least once a week, even when you are not planning to fish. This keeps the spot active and encourages carp to feed there consistently.

When approaching a completely new venue, I recommend pre-baiting for at least two weeks before fishing it. During this period, it is also beneficial to introduce other food items such as particles alongside the boilies. If everything goes according to plan, the results will soon follow.

On the Bank - After putting in all this preparation, you can finally arrive at your chosen spot with genuine confidence.

For me, the fishing session represents the completion of a cycle. All the effort invested beforehand may finally be rewarded with the capture of the fish I've been dreaming about.

It is essential to believe in the work you have done and never lose sight of your objectives. This mindset prevents discouragement if the results are not immediately positive, especially when targeting specimen carp.

Enjoy every moment spent by the water. Appreciate the peace and tranquillity of the surroundings, and never let an unsuccessful session diminish the pleasure of being there.

The Real Secret to Success - Many anglers believe that carp fishing is full of hidden secrets that guarantee success. Some are constantly searching for the "magic boilie," while others design increasingly complicated rigs. In reality, very few understand that the true secret to achieving consistent results is determination.

Success comes from developing a detailed plan that covers every aspect of the session—from bait selection and swim choice to tackle preparation and pre-baiting—and then having the commitment to follow that plan no matter what.

Only through consistency, patience and determination will you eventually catch the fish of your dreams.

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Amazon rilancia su Melania Trump: in autunno una docuserie sulla First Lady


Il nuovo progetto arriverà sei mesi dopo il documentario costato complessivamente 75 milioni di dollari e fermatosi a 16,6 milioni d’incassi in tutto il mondo. Non è chiaro se si tratti della serie già annunciata nel 2025 o di una produzione diversa.

Amazon Prime trasmetterà in autunno una docuserie dedicata a Melania Trump. Il nuovo progetto arriverà circa sei mesi dopo il primo documentario sulla First Lady, costato complessivamente 75 milioni di dollari e capace di incassarne appena 16,6 al botteghino mondiale. L’annuncio è arrivato martedì da Marc Beckman, consigliere della moglie del presidente, durante un’intervista con Eric Bolling su Real America’s Voice.

I 75 milioni investiti da Amazon comprendono due voci: i 40 milioni pagati da Amazon MGM Studios per acquisire i diritti, la cifra più alta mai spesa per un documentario, e altri 35 milioni destinati alla campagna promozionale. Il film, intitolato Melania e diretto da Brett Ratner, è uscito nelle sale il 30 gennaio, debuttando con circa 7 milioni di dollari: il miglior risultato ottenuto nell’ultimo decennio da un documentario non musicale né naturalistico. Dopo l’esordio, tuttavia, la corsa al botteghino si è rapidamente arrestata.

Dal ritorno alla Casa Bianca all’inizio del secondo mandato


Il precedente documentario raccontava i venti giorni precedenti l’insediamento del gennaio 2025, seguendo Melania Trump tra New York, Palm Beach e Washington e offrendo uno sguardo sulla sua vita privata, sul matrimonio e sulla famiglia. La First Lady figurava anche tra i produttori esecutivi. La nuova docuserie in arrivo dovrebbe invece concentrarsi sull’avvio del secondo mandato di Donald Trump.

Secondo Beckman, offrirà agli spettatori "un assaggio di ciò che accade proprio all’inizio della nuova Amministrazione, la quarantasettesima", attraverso "uno sguardo completamente diverso sul suo mondo". Il consigliere ha assicurato che la serie sarà girata in modo differente, racconterà un’altra storia e rappresenterà "un’esperienza completamente nuova per gli spettatori". Beckman ha inoltre definito Melania Trump "la First Lady più incisiva della storia".

I dubbi sul progetto e la difesa di Bezos


Nell’ottobre 2025, annunciando la data di uscita del primo film, Amazon MGM Studios aveva già comunicato la produzione di una docuserie in tre episodi destinata ad accompagnarlo. All’epoca, però, la società aveva spiegato che anche la serie avrebbe raccontato i venti giorni precedenti l’insediamento. Beckman la presenta ora come un racconto dell’inizio della nuova Amministrazione. Non è quindi chiaro se si tratti dello stesso progetto, successivamente rielaborato, oppure di una produzione completamente nuova.

Il 20 maggio, intervistato da Andrew Ross Sorkin durante Squawk Box sulla CNBC, Jeff Bezos ha respinto l’ipotesi che l’operazione fosse servita a ingraziarsi il presidente, definendola una falsità che continua ostinatamente a circolare. Il fondatore di Amazon ha negato di aver avuto un ruolo nella decisione e ha smentito che l’accordo fosse nato durante una cena a Mar-a-Lago. Quanto all’entità dell’investimento, si è limitato ad affermare che "a quanto pare è stata una buona decisione commerciale", attribuendo la scelta ai dirigenti di Amazon. Secondo Bezos, il documentario avrebbe ottenuto buoni risultati nelle sale e risultati ancora migliori in streaming.

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Addio Ferragosto, luglio è il nuovo mese delle vacanze


Ipsos certifica il sorpasso di luglio sul mese di Ferragosto: 45% degli italiani in partenza contro il 31% di agosto. Prezzi e affollamento riscrivono il calendario delle ferie, i borghi guadagnano il 7%, la pressione turistica si concentra ancora sulle stesse coste.

Secondo la ricerca FutureForTourism di Ipsos Doxa, il 45% degli italiani ha scelto luglio come mese di vacanza nel 2026, contro il 37% del 2025. Agosto scende al 31%, settembre si consolida al 21%. Le motivazioni sono economiche prima ancora che estetiche: prezzi più elevati di alloggi e trasporti in alta stagione, affollamento delle destinazioni più note. Nel complesso, il 72% degli italiani prevede almeno una vacanza estiva, mentre il 47% dichiara di ridurre il budget rispetto all'anno precedente.

Il quadro Ipsos si combina con l'indagine Confturismo-Confcommercio in collaborazione con Swg, pubblicata a fine luglio: nel 2026 si registrano circa tre milioni di partenze in più, ma il 69% degli italiani preferisce uno o più brevi soggiorni — le microvacanze — al posto della vacanza lunga tradizionale. Solo il 26% prevede una vacanza principale «lunga». La quota di italiani che trascorre le ferie all'estero scende dal 44% al 37%, e la scelta extraeuropea si dimezza. La spesa media prevista è di 1.165 euro pro capite.

Gli italiani si spostano nei borghi, gli stranieri affollano Rimini e Venezia


Il Report Turismo 2026 di Rome Business School fotografa il riposizionamento. L'Italia si avvicina ai 477 milioni di presenze annuali, con 171,8 milioni concentrate fra luglio e agosto secondo ISNART-Unioncamere. La quota straniera pesa per il 52%. Le presenze nei borghi crescono del 7% (fonte ENIT 2025), mentre le ricerche online sui piccoli centri raggiungono 94 milioni di query, in aumento del 52% rispetto all'anno precedente. Abruzzo, Molise, Friuli-Venezia Giulia e Basilicata registrano incrementi superiori alla media nazionale nel triennio 2023-2025.

Il baricentro si sposta verso l'interno anche per una ragione operativa: cambia il tempo della decisione. Oltre il 40% delle prenotazioni turistiche europee viene ora effettuato entro trenta giorni dalla partenza (dato Booking Holdings 2025). La volatilità premia le destinazioni flessibili e di prossimità, penalizza le grandi mete che richiedono pianificazione anticipata. Le piattaforme digitali intercettano oltre il 70% delle prenotazioni, secondo Deloitte 2025, con algoritmi, recensioni, pricing dinamico e social media — Instagram, TikTok e YouTube — a guidare la scelta.

Estate 2026, gli italiani riscoprono il viaggio in auto tra città d’arte e borghi
Con i biglietti aerei diventati sempre più cari, milioni di italiani riscoprono l’auto per raggiungere città d’arte e borghi.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi


Nonostante il riposizionamento verso l'interno, la geografia dell'overtourism resta compatta. L'Indice Complessivo di Sovraffollamento Turistico elaborato dall'Istituto Demoskopika colloca Rimini al primo posto per l'estate 2026, con circa 17.000 presenze turistiche per chilometro quadrato — un rapporto sproporzionato rispetto ai 300mila residenti stabili. Seguono Venezia (16.000 presenze/km²) e Bolzano. La «zona rossa» dell'indice comprende dieci province: Rimini, Venezia, Bolzano, Livorno, Napoli, Milano, Trento, Roma, Verona, Trieste. L'indice — costruito su cinque variabili (densità turistica e ricettiva, intensità turistica, tasso di utilizzazione delle strutture, quota di rifiuti attribuibili al settore) — esclude escursionisti e pernottamenti nelle seconde case: la pressione effettiva risulta dunque sottostimata.

Il paradosso è duplice. Da un lato, il calendario cambia: si parte prima, si prenota all'ultimo, ci si sposta su borghi e aree interne. Dall'altro, le destinazioni storicamente sature restano tali, perché la domanda straniera pesa più della metà e non si distribuisce nello spazio. Rimini resta polo balneare per ragioni infrastrutturali consolidate, prima ancora che di marketing territoriale.

ll Ferragosto perduto


La stagione delle ferie sincronizzate — l'Italia intera in vacanza a Ferragosto, le fabbriche chiuse, le città svuotate — appartiene sempre più al passato. Cambiano le famiglie: quelle con reddito superiore a 54mila euro annui concedono almeno un soggiorno lungo a più di sei su dieci, mentre il 31% delle famiglie sotto i 18mila euro non parte affatto. Il 10% degli italiani non potrà concedersi nemmeno un giorno di ferie per motivi economici. La vacanza si segmenta per reddito prima ancora che per gusto.

Emerge un modello nuovo, meno omogeneo: microvacanze distribuite fra giugno e settembre, prenotate a ridosso, orientate verso l'interno, digitalizzate nel canale ma diseguali nell'accesso. Il compito della politica del turismo, come sostiene Manfred Pinzger di Confturismo-Confcommercio, è governare i flussi e valorizzare le aree interne. La leva esiste: il calendario si è aperto, la domanda si sta ridistribuendo. Il rischio è che la ridistribuzione resti parziale, e che Rimini o Venezia continuino a essere l'unico volto estivo dell'Italia riconosciuto dai visitatori.

Le domande de L'Analista


La fine del Ferragosto collettivo, sostituito da microvacanze distribuite lungo l'estate, è una risposta al carovita o un cambiamento culturale che si sarebbe imposto comunque? I borghi che crescono a doppia cifra hanno davvero le infrastrutture per reggere una domanda destagionalizzata — trasporti, ricettività, servizi sanitari, connettività?


Estate 2026, gli italiani riscoprono il viaggio in auto tra città d'arte e borghi


Tra giugno e luglio 2026 le ricerche su Google dedicate ai viaggi in automobile sono cresciute di circa il 20% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato emerge dal nuovo studio dell'Osservatorio Telepass, realizzato da Moveo con Seed Digital. La fotografia restituita dall'analisi segnala un cambiamento nelle abitudini di vacanza degli italiani: meno partenze generiche, più itinerari costruiti su più tappe tra città d'arte, borghi e destinazioni di mare o di lago.

Il fenomeno non è episodico. Tra gennaio e luglio 2026, a fronte di un calo complessivo del 3,6% delle ricerche analizzate, quelle dedicate a monumenti e attrazioni specifiche crescono del 3,4%, mentre le formule generiche legate al «cosa fare» perdono il 26,3%. La quota di ricerche culturali sale così all'81% del totale, contro il 78,7% del 2025. Nel podio dei monumenti più cercati figurano Pantheon, Colosseo, Fontana di Trevi, Duomo di Milano e Piazza di Spagna. Un pubblico più informato, che pianifica con anticipo e seleziona mete di interesse culturale piuttosto che affidarsi a formule standardizzate.

Sul portafoglio l'auto batte l'aereo


La preferenza per l'automobile non è solo logistica. Riflette la dinamica dei prezzi del trasporto aereo, che nel 2026 ha seguito un andamento altalenante. Secondo Eurostat, a maggio i biglietti in area Ue sono saliti dell'8,1% e a giugno del 3,1%, con oscillazioni maggiori sulle rotte internazionali di lungo raggio. Sul mercato italiano il quadro è più aspro: nel trimestre marzo-maggio i voli nazionali hanno registrato un rincaro medio del 13%, con picchi del 26,8% ad aprile e con incrementi che per alcuni vettori hanno superato il 18%.

A questo si somma la flessibilità del mezzo privato: tappe intermedie, modifica del percorso, possibilità di combinare più destinazioni senza moltiplicare i costi fissi di trasporto. Il turismo on the road massimizza il valore del viaggio anche con budget contenuti. Va ricordato che dal 1° gennaio 2026 i pedaggi ASPI sono aumentati in media dell'1,5% su decisione del Ministero delle Infrastrutture, un adeguamento contenuto che non ha eroso il vantaggio competitivo dell'auto sul volo.

Piccoli borghi alla prova dei turisti


L'estate 2026 ha confermato una tendenza ormai consolidata: sempre più italiani scelgono il ritmo rilassato del turismo lento, trasformando i piccoli paesi dell'entroterra nei veri protagonisti delle vacanze estive.

L'incremento di flussi verso borghi storici e siti minori genera benefici ma solleva nodi operativi. Molti comuni con meno di cinquemila abitanti non dispongono di infrastrutture adeguate a gestire picchi concentrati nei fine settimana estivi. Parcheggi insufficienti, assenza di segnaletica turistica multilingue, orari ridotti per le aperture museali: sono elementi che limitano l'esperienza del visitatore e riducono il tempo medio di permanenza, con ricadute negative sulle attività commerciali locali. Il turismo culturale di prossimità potrebbe rappresentare un volano economico per aree interne colpite da spopolamento, ma solo se accompagnato da investimenti in servizi e formazione degli operatori.

Alcune realtà hanno già avviato sperimentazioni interessanti. In Umbria La Strada del Sagrantino ha portato avanti «Degusta il borgo», ciclo di visite guidate a prenotazione online tra Bevagna, Montefalco, Giano dell'Umbria e Gualdo Cattaneo, con abbinamento di percorsi artistici, itinerari naturalistici e box degustazione dei prodotti del territorio. Un modello che intercetta il pubblico in movimento su auto, distribuisce i flussi tra più borghi e integra offerta culturale ed enogastronomica.

La rete nazionale Borghi Autentici d'Italia, che include anche i comuni umbri, propone da tempo pacchetti tematici prenotabili attraverso il progetto Comunità Ospitali. Formule che dimostrano come la crescita del turismo on the road possa tradursi in sviluppo territoriale duraturo, a patto di coordinare offerta culturale, ricettività e mobilità sostenibile.

Le imprese che intercettano la nuova mobilità


L'aumento degli spostamenti in auto incide direttamente sulla domanda di servizi connessi. Autostrade per l'Italia stima 16 milioni di veicoli in transito lungo i 3.000 km della propria rete nei due weekend più intensi dell'esodo, con picco tra 7 e 9 agosto e criticità concentrate su A1 Milano-Napoli e A14 Bologna-Taranto. Nel Nord-Est Autostrade Alto Adriatico ha già registrato 26,7 milioni di transiti nei primi sei mesi del 2026 (+1,20% sul 2025) e stima oltre 11 milioni di passaggi tra 25 luglio e 12 settembre; il primo sabato da bollino nero, il 25 luglio, ha portato 190 mila veicoli sulla rete con +7% rispetto all'anno precedente e picchi del +24% al casello di Latisana.

Anche il segmento della componentistica automotive e delle stazioni di servizio beneficia di questa evoluzione. Il maggior utilizzo dell'auto per viaggi culturali implica manutenzione più frequente e domanda crescente di servizi accessori, dalla ricarica elettrica ai punti ristoro tematici. Le imprese italiane del comparto hanno l'opportunità di posizionarsi lungo gli itinerari turistici più battuti, sviluppando infrastrutture dedicate. Permane però un ritardo nell'integrazione digitale: poche piattaforme offrono oggi la possibilità di prenotare in un'unica soluzione pedaggio, parcheggio, ingresso ai musei e assistenza stradale, lasciando spazio a operatori internazionali più agili nell'aggregare i servizi.


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Trump non ha mai smesso di gestire le sue aziende mentre è presidente


Per dieci anni la famiglia ha detto che era separato dai suoi affari. Interviene invece su vendite, campi da golf e logo degli orologi, mentre incassa 1,4 miliardi di dollari dalle criptovalute.

Donald Trump non ha mai smesso di occuparsi delle sue aziende mentre è presidente, nonostante dieci anni di dichiarazioni contrarie sue e dei suoi figli. Un'inchiesta di Forbes basata sulle testimonianze di chi ha lavorato con lui documenta che interviene sia sulle scelte più importanti, come vendere o meno una proprietà, sia sui dettagli operativi: la manutenzione dei campi da golf, gli alberi da abbattere, le pulizie di Mar-a-Lago e perfino il logo degli orologi che portano il suo nome. Parla di affari con i figli, con i suoi dipendenti, con i suoi soci e con i capi di stato che incontra.

A fine aprile il presidente ha preso l'Air Force One per il suo ventiseiesimo viaggio a Palm Beach da quando è tornato alla Casa Bianca. La destinazione era Mar-a-Lago, la sua residenza e circolo privato in Florida, dove quasi 300 possessori della sua memecoin, una criptovaluta senza alcun valore intrinseco, si riunivano per un evento riservato. La moneta, lanciata tre giorni prima dell'insediamento, gli ha fruttato circa 635 milioni di dollari nel primo anno di mandato. Tra gli ospiti c'erano il miliardario Tim Draper, l'investitrice Cathie Wood e il pugile Mike Tyson, ma l'attrazione principale era il presidente stesso, che a Mar-a-Lago ha passato circa 100 dei primi 560 giorni del secondo mandato.

Bill Zanker, l'imprenditore che ha organizzato l'evento e che da anni cura le linee di prodotti a marchio Trump, ha raccontato dal palco una telefonata ricevuta intorno a mezzanotte due mesi prima. "Ho guardato il logo dei nostri orologi Trump. Non credo sia un granché", gli avrebbe detto il presidente. "Penso che dobbiamo cambiare il logo per renderlo più moderno." La mattina dopo il nuovo logo era pronto e secondo Zanker gli orologi hanno cominciato a vendere ancora più in fretta.

Conflitti di interesse

Trump non ha mai lasciato il controllo delle sue aziende

Da dieci anni Donald Trump e i suoi figli ripetono che, da presidente, lui non si occupa più delle sue società. Un’inchiesta di Forbes racconta il contrario: Trump decide sul logo di un orologio come sulla vendita di un albergo da 375 milioni di dollari.

Grafica di FocusAmerica 6 agosto 2026

Quanto ha incassato nel primo anno del secondo mandato

Licenze sui prodotti
5 milioni

vs

Criptovalute
1,4 miliardi

Orologi, scarpe e profumi che portano il suo nome
Soprattutto la memecoin lanciata tre giorni prima dell’insediamento

5 milioni dalle licenze 1.400 milioni dalle criptovalute

Le criptovalute hanno reso 280 volte più delle licenze. Alla scala reale il segmento grigio sarebbe più sottile di un pixel: qui è stato ingrandito per restare visibile.

Tre modi di misurare lo stesso conflitto
1I soldi 2Il tempo 3Le decisioni

Come il nome Trump è diventato una macchina per generare miliardi


Le operazioni nate dopo il primo mandato e quanto hanno fruttato al presidente.

Il presidente che torna sempre a casa propria


Giorni di presenza in ciascuna proprietà durante il primo mandato.

Giorni a Mar-a-Lago Tutti gli altri giorni

Dal logo di un orologio ai 375 milioni per la vendita dell’albergo


Le scelte su cui il presidente è intervenuto, dal dettaglio di manutenzione all’operazione da centinaia di milioni.


Nel primo anno del secondo mandato le licenze sui prodotti a marchio Trump hanno reso circa 5 milioni di dollari e le criptovalute 1,4 miliardi, di cui 635 milioni dalla sola memecoin. Nel primo mandato il presidente ha passato 133 giorni a Mar-a-Lago, 99 in una proprietà del New Jersey, 85 in una della Virginia, 83 nel circolo di golf di Palm Beach e 28 nel suo albergo di Washington; nel secondo ha passato circa 100 dei primi 560 giorni a Mar-a-Lago.

La promessa e l’atto ufficiale

11 gennaio 2017, Trump Tower

Nove giorni prima del primo insediamento, il presidente eletto annuncia come si separerà dalle sue aziende: «Non avrò nulla a che fare con la gestione della società».

2025, registro delle imprese britannico

In un documento ufficiale la Trump Organization scrive che il presidente «ha il diritto di esercitare, o di fatto esercita, un’influenza o un controllo significativi» sul trust che possiede quasi tutto il suo patrimonio.

Fonte Forbes, inchiesta di Dan Alexander, 4 agosto 2026. I giorni del primo mandato sono conteggi NBC News ripresi da Forbes. Gli importi sono quelli riportati nell’inchiesta; per Truth Social la cifra è la capitalizzazione di mercato, non un ricavo.

La Casa Bianca continua a rispondere che "non ci sono conflitti di interesse". La vice portavoce Anna Kelly ha aggiunto di recente che "tutti i beni del presidente Trump sono detenuti in conti pienamente discrezionali gestiti da istituzioni finanziarie indipendenti", accusando poi la stampa di anni di menzogne. A parte il portafoglio di azioni e obbligazioni, però, i beni del presidente non sono gestiti da istituzioni terze. Messa davanti a questo, Kelly ha risposto: "Potete usare il resto della dichiarazione, se non volete usare la prima frase".

L'11 gennaio 2017, nove giorni prima del primo insediamento, Trump aveva convocato una conferenza stampa alla Trump Tower per spiegare come si sarebbe separato dalle sue aziende. Non le avrebbe vendute né affidate a un blind trust, un fondo cieco gestito da terzi in cui il proprietario non sa come vengono investiti i suoi soldi. Le avrebbe messe in un trust controllato dalla famiglia e dal suo direttore finanziario storico, Allen Weisselberg, che sarebbe poi finito in carcere due volte per una serie di reati tra cui frode fiscale, falsificazione di documenti aziendali e falsa testimonianza. "Non avrò nulla a che fare con la gestione dell'azienda", disse il presidente eletto, spiegando che la legge non glielo vietava ma che gli sembrava inopportuno.

Un mese dopo l'inizio del primo mandato Eric Trump disse a Forbes che il padre stava mantenendo la promessa e parlò di "una netta separazione tra chiesa e stato" presa "estremamente sul serio". Pochi istanti dopo, però, aggiunse che avrebbe aggiornato il presidente "probabilmente ogni tre mesi" sui conti della Trump Organization, sui "profitti e cose così".

Durante il primo mandato il presidente passò 133 giorni a Mar-a-Lago e 83 nel suo circolo di golf di Palm Beach, 99 in una proprietà in New Jersey e 85 in una in Virginia, oltre a 28 giorni nel suo hotel di Washington DC. Le visite non dimostravano di per sé che stesse gestendo le sue aziende, ma quando chiedeva qualcosa era impossibile distinguere se parlasse da cliente o da proprietario.

Sui campi da golf il presidente chiedeva pareri sull'abbattimento di certi alberi e continuava a chiederli finché non trovava qualcuno d'accordo con lui: l'albero veniva poi rimosso in fretta, di solito prima della visita successiva. A Mar-a-Lago indicava al dirigente che gestiva il circolo le macchie sul pavimento da pulire e i dettagli da sistemare, che venivano subito girati ai responsabili delle sale o al personale.

Quando venne a sapere che l'azienda aveva speso un paio di milioni di dollari per rifare i bunker di sabbia della proprietà di Bedminster, in New Jersey, il presidente si arrabbiò e riprese il figlio Eric e i dipendenti del circolo in vivavoce dal suo campo pratica in Virginia. Nello stesso periodo lo staff della Virginia cercava l'approvazione per una nuova area di allenamento: il presidente in carica valutò una spesa tra il mezzo milione e il milione di dollari e la bocciò perché non la riteneva conveniente. Il progetto sarebbe stato realizzato dopo il Covid, quando il boom nazionale del golf fece salire i profitti del circolo.

Nel 2017 Trump chiese notizie del suo progetto in Georgia, l'ex repubblica sovietica, quando incontrò il primo ministro del paese, secondo quanto riferito dai suoi soci. Nel 2020 disse al New York Post di aver valutato la vendita dell'hotel di Washington DC prima di rinunciare: "Mi piace. Va bene". L'albergo in realtà perdeva soldi, ma l'attesa si rivelò conveniente e nel 2022 la proprietà venne ceduta per una cifra stimata in 375 milioni di dollari.

Sette giorni dopo aver lasciato la Casa Bianca, nel gennaio 2021, Trump ricevette a Mar-a-Lago due ex concorrenti del suo programma televisivo The Apprentice. Da quella conversazione è nato il gruppo che controlla Truth Social, il social network del presidente, oggi quotato al Nasdaq con un valore di mercato di 2,8 miliardi di dollari (1,1 dei quali appartengono a lui).

Poco dopo Bill Zanker, coautore con Trump di un libro del 2007, propose di vendere immagini caricaturali del presidente come carte da collezione digitali, i cosiddetti NFT, certificati di proprietà registrati su una blockchain. Durante il primo mandato Trump aveva detto che il valore delle criptovalute era "basato sul nulla", ma il giorno prima del lancio raccolse i pareri dei suoi consiglieri, che gli dissero tutti di rinunciare perché sarebbe stato un suicidio politico, ma decise comunque di procedere. "Mi piacciono quelle immagini di me. Come supereroe, come cacciatore. Facciamolo", disse secondo il racconto di Zanker. Le 45mila carte andarono esaurite in meno di un giorno e generarono 4 milioni di dollari.

Alle carte digitali sono seguiti orologi, scarpe e profumi a marchio Trump. Circa un mese prima del voto del 2024 il presidente ha fondato con i figli la società di criptovalute World Liberty Financial e poco prima dell'insediamento ha lanciato la memecoin. Nel primo anno del secondo mandato le licenze sui prodotti hanno fruttato circa 5 milioni di dollari e le criptovalute 1,4 miliardi.

Nell'aprile 2025 l'avvocato che assisteva la Trump Organization sulle questioni etiche accettò un incarico in una causa che riguardava l'università di Harvard. Il presidente chiese su Truth Social che venisse licenziato o costretto a dimettersi e nel giro di poche ore l'avvocato non c'era più.

Il mese successivo Trump partì per il primo viaggio importante all'estero del secondo mandato, non verso un alleato vicino come Canada o Messico ma in Medio Oriente, dove la sua azienda aveva una serie di affari nuovi, alcuni dei quali mai resi pubblici. A Riyad partecipò a un pranzo con funzionari pubblici e soci privati e in serata visitò una città storica il cui piano di sviluppo è seguito dal principe ereditario. "Si è rivelato un colpo di fortuna e forse una mossa un po' astuta dire: proviamo a parlargli da costruttore", ha detto al New York Times Jerry Inzerillo, il dirigente che guida quel progetto. Mesi dopo la Trump Organization ha creato una società per fare affari in Arabia Saudita, con l'80% delle quote al presidente e il 20% ai familiari. Un portavoce dell'azienda ha detto che l'accordo non ha nulla a che vedere con le scelte del governo.

In Qatar la Trump Organization aveva appena annunciato un progetto dentro un grande piano di sviluppo sostenuto dallo stato e il presidente incontrò tra gli altri i vertici del fondo sovrano del paese e della sua controllata immobiliare, Qatari Diar, responsabile di quel piano. Da quell'accordo Trump ha incassato personalmente 5 milioni di dollari l'anno scorso. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, una società che agisce per conto del presidente aveva appena creato due nuove entità, che gli hanno portato altri 5 milioni. Due mesi dopo la visita un suo rappresentante ne ha registrate altre due, i cui nomi indicano un affare non ancora annunciato in un'altra zona di sviluppo legata alle autorità locali.

Un ex diplomatico con lunga esperienza nella regione ha detto a Forbes che i leader del Golfo sanno perfettamente che quegli accordi riguardano il presidente e li ha definiti uno sfruttamento palese della carica pubblica. La Casa Bianca ha respinto le critiche, dicendo che l'unico interesse che guida le decisioni del governo è quello degli americani e rivendicando i recenti accordi economici con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Poco dopo il viaggio in Medio Oriente il presidente è volato in Scozia, dove possiede due resort di golf. Li ha visitati entrambi, mostrando al primo ministro britannico la lavorazione delle finestre di Turnberry e alla presidente della Commissione europea la sala da ballo, prima di una tappa di un giorno nella proprietà dell'Aberdeenshire. Insieme a Don Jr. ed Eric, che continuano a definirsi vicepresidenti esecutivi della Trump Organization, ha tagliato il nastro di un nuovo campo da golf come se fosse ancora il presidente dell'azienda.

Un documento depositato l'anno scorso dalla Trump Organization presso le autorità britanniche chiarisce come è organizzata la proprietà. La comunicazione, che serve a indicare le persone che esercitano un controllo significativo su una società, spiega che il presidente ha "il diritto di esercitare, o di fatto esercita, un'influenza o un controllo significativi sulle attività di un trust". Il trust attraverso cui Trump possiede la proprietà scozzese controlla anche quasi tutto il resto del suo patrimonio: in un atto ufficiale l'azienda ha quindi ammesso quello che non dice agli americani, cioè che il presidente ha dato l'autorità ai figli ma ne ha tenuta anche per sé.

Zanker intanto sta preparando altri eventi come quello di Palm Beach e sa a chi tocca approvarli. "Sto cercando di convincere il presidente", ha detto dal palco ad aprile, "a farlo ogni sei mesi".


La macchina da soldi di Trump: 800 milioni raccolti dalle aziende in un anno e mezzo


Quasi ogni sera Donald Trump telefona dalla Casa Bianca a Meredith O'Rourke, la responsabile della sua raccolta fondi, per sapere chi abbia pagato e chi no. Le domanda quali aziende abbiano staccato un assegno e per quale cifra, le indica persone da contattare, spesso incontrate poche ore prima, e non di rado le ordina di alzare la richiesta: cinque milioni di dollari a un donatore, cinquanta a un altro. A ricostruire questo sistema è stato il Wall Street Journal, che ha intervistato decine di donatori, dirigenti, lobbisti e collaboratori del presidente.

"È molto importante per il presidente. Mi ha chiesto di chiamarla e di sollecitare questa donazione", dice O'Rourke quando telefona alle aziende. In alcune conversazioni si è riferita a Trump semplicemente come "il capo": "Il capo vuole questi soldi". Lui, invece, la chiama "la principessa delle tenebre" e la descrive come una "killer" con i donatori.

La macchina dei soldi

Il presidente che ogni sera controlla chi ha pagato


Donald Trump ha raccolto oltre 800 milioni di dollari da aziende e miliardari per i suoi progetti personali. Il Wall Street Journal ha ricostruito il sistema: telefonate quasi quotidiane alla sua fundraiser, richieste al rialzo e donatori con interessi diretti nelle decisioni del governo.

Grafica di FocusAmerica Dati: Wall Street Journal

Raccolti dal ritorno alla Casa Bianca
oltre
800.000.000
dollari

Nessun presidente in carica aveva mai accumulato somme simili per progetti personali, né seguito la raccolta con un coinvolgimento tanto diretto.

«Il capo vuole questi soldi»
Meredith O’Rourke, responsabile della raccolta fondi, al telefono con le aziende. Trump la chiama «la principessa delle tenebre».

Il registro dei donatori

Chi ha pagato, e per che cosa


Contributi delle grandi aziende ai progetti personali e politici del presidente, in milioni di dollari.

SoftBank50 mln $

Biblioteca presidenziale

Chevronrichiesti 50 mln $

Ha versato una cifra molto più bassa di quella richiesta (la barra indica la richiesta)

Metaoltre 32 mln $

Comitato pro-Trump, sala da ballo e 22 mln alla biblioteca dopo l’accordo sulla causa per gli account sospesi

Applecirca 25 mln $

Sala da ballo della Casa Bianca

Lockheed Martinoltre 15 mln $

250° anniversario degli Stati Uniti ed eliporto della Casa Bianca — il caso qui sotto

Microsoftcirca 10 mln $

Progetti presidenziali

Amazoncirca 5 mln $

Progetti presidenziali

Totale a registrooltre 137 mln $
Somma delle sole cifre note versate dalle aziende elencate; esclusa Chevron

Il denaro confluisce in non profit, super PAC e comitati che nella maggior parte dei casi non devono rendere pubblici i donatori. A diversi lobbisti di Washington è stato chiesto di raccogliere almeno altri 50 milioni tra i propri clienti.

Il caso Lockheed Martin

Un assegno piccolo così, un contratto 2.300 volte più grande


La sequenza ricostruita dal Wall Street Journal, in tre date.

Fine 2025 – inizio 2026
Versa oltre 10 mln $ per il 250° anniversario degli Stati Uniti

24 giugno 2026
Il Pentagono le assegna un contratto fino a 35 mld $ sugli intercettori THAAD

Poche settimane dopo
Trump annuncia che pagherà circa 5 mln $ per l’eliporto della Casa Bianca

Contratto THAAD
fino a 35 miliardi $
Sette anni, per ricostituire le scorte consumate nella guerra con l’Iran

Le donazioni: oltre 15 mln $
il quadratino rosso, in scala

Le donazioni di Lockheed Martin
oltre 15 milioni $
250° anniversario ed eliporto della Casa Bianca. Ora guardate il contratto.

A valori massimi, il contratto vale circa 2.300 volte le donazioni note

Aree in proporzione reale. Ogni cella del reticolo vale quanto tutte le donazioni.

Rivedi il confronto

La produzione di intercettori THAAD

96

400

unità l’anno
finora

unità l’anno
l’obiettivo del contratto

Produzione ×4

Il copione non è isolato: a maggio, dopo un incontro nel golf club di Trump, i produttori di tabacco hanno versato milioni ai comitati del presidente; poco dopo la FDA ha revocato le restrizioni su alcuni prodotti aromatizzati. La Casa Bianca sostiene che le decisioni sanitarie seguano solo le prove scientifiche.

Prima e dopo

Dalla palude alla «mangiatoia»


Dalla promessa del candidato al sistema descritto oggi da donatori e analisti.

2015
«I comitati di azione politica? Una truffa»
Trump candidato sostiene di autofinanziarsi per non dipendere dai grandi donatori e promette di «prosciugare la palude».

2026
«Al libero mercato si sta sostituendo il mercato dei favori del presidente»
Blair Levin, analista finanziario. Le aziende ormai la chiamano la «tassa di transazione Trump»: un costo aggiuntivo rispetto ai normali costi d’impresa.

Fonte: Wall Street Journal, agosto 2026. Le cifre sono stime e ricostruzioni del quotidiano, basate su interviste a decine di donatori, dirigenti, lobbisti e collaboratori del presidente; molte organizzazioni beneficiarie non sono tenute a rendere pubblica l’identità dei donatori.

Chi ha pagato e quanto


Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca sono stati raccolti più di 800 milioni di dollari, secondo un'analisi aggiornata del giornale. Nessun presidente in carica aveva mai accumulato somme simili per progetti personali, né aveva mai seguito la raccolta con un coinvolgimento tanto diretto. Il denaro confluisce in organizzazioni non profit, super PAC e comitati dedicati alla promozione di specifiche cause politiche: strumenti che un presidente può utilizzare legalmente e che, nella maggior parte dei casi, non sono tenuti a rendere pubblica l'identità dei donatori.

SoftBank ha destinato 50 milioni di dollari alla futura biblioteca presidenziale; Apple circa 25 milioni alla sala da ballo che Trump sta facendo costruire alla Casa Bianca; Microsoft una decina di milioni e Amazon circa cinque. Meta ha versato 10 milioni a un comitato politico allineato al presidente, oltre a una donazione multimilionaria per la sala da ballo e a 22 milioni per la biblioteca. Quest'ultimo contributo è arrivato dopo l'accordo che ha chiuso la causa intentata da Trump per la sospensione dei suoi account. A Chevron ne sono stati chiesti 50, ma l'azienda ha versato una cifra molto più bassa. A diversi lobbisti di Washington è stato invece domandato di raccogliere almeno altrettanto tra i propri clienti.

Alcuni donatori, chiamati al telefono da Trump dopo avere già versato diversi milioni di dollari, si aspettavano un ringraziamento e si sono sentiti chiedere altro denaro. In un caso O'Rourke ha sollecitato a un dirigente un assegno da un milione di dollari pochi giorni dopo che questi aveva partecipato a una cena organizzata proprio per ringraziarlo di una donazione precedente.

"Trump sta facendo a pezzi tutti i paradigmi della raccolta fondi. La portata è sbalorditiva", ha spiegato al giornale Douglas Brinkley, storico alla Rice University. "Si parlava della camera da letto di Lincoln messa in vendita, ma qui siamo davanti a una mangiatoia di denaro su scala industriale", ha aggiunto, riferendosi alle accuse rivolte negli anni Novanta all'Amministrazione Clinton, sospettata di avere concesso pernottamenti alla Casa Bianca in cambio di contributi elettorali.

Nel 2015 Trump definiva i comitati di azione politica come una "truffa" e sosteneva di finanziare personalmente la propria campagna per non dipendere dai grandi donatori. "Una delle promesse che più entusiasmavano le folle nel 2016 era quella di prosciugare la palude", ha ricordato Marc Short, direttore degli Affari legislativi della Casa Bianca durante il primo mandato di Trump. Secondo Short, in quegli anni non avvenne nulla di paragonabile alle pressioni esercitate oggi sulle aziende e il presidente non sollecitava con altrettanta insistenza il denaro di soggetti con interessi diretti nelle decisioni del governo.

Il tabacco, la FDA e i missili di Lockheed Martin


A maggio, nel golf club del presidente a Jupiter, in Florida, O'Rourke ha assistito a un incontro tra Trump e i vertici dell'industria del tabacco. Il presidente ha promesso gran parte di ciò che gli era stato chiesto in materia di sigarette elettroniche e di Food and Drug Administration, l'agenzia federale che regola farmaci e alimenti, mentre i suoi comitati hanno ricevuto in cambio milioni di dollari. Poco dopo la FDA ha revocato le restrizioni su alcuni prodotti aromatizzati e il suo direttore lasciò l'incarico. La Casa Bianca ha sempre sostenuto che le decisioni sanitarie dell'Amministrazione fossero guidate esclusivamente dalla qualità delle prove scientifiche.

Tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026 Lockheed Martin ha versato più di 10 milioni di dollari per le celebrazioni del 250° anniversario degli Stati Uniti e per alcuni interventi nell'area di Washington. Il 24 giugno il Pentagono le ha assegnato un contratto settennale da un massimo di 35 miliardi di dollari per quadruplicare la produzione degli intercettori THAAD, da circa 96 a 400 unità l'anno, e ricostituire così le scorte consumate durante la guerra con l'Iran. Poche settimane dopo Trump ha annunciato che l'azienda avrebbe pagato circa cinque milioni per l'eliporto in costruzione alla Casa Bianca.

Durante una cena organizzata in ottobre nella East Room per i finanziatori della sala da ballo, Trump ha raccontato personalmente quanto fosse semplice raccogliere quelle somme: "Molti di voi sono stati davvero generosi. A un paio di voi, mentre ero seduto qui, ho chiesto: 25 milioni sarebbero una cifra appropriata? E mi hanno risposto: va bene". Poi ha osservato che non servono molti assegni da 25 milioni per raggiungere l'obiettivo. Le aziende hanno cominciato così a scambiarsi informazioni su quella che l'analista finanziario Blair Levin ha definito la "tassa di transazione Trump", un pagamento ormai aggiuntivo rispetto ai normali costi d'impresa. Al libero mercato, ha concluso Levin, si sta sostituendo il mercato dei favori del presidente.

Danielle Alvarez, portavoce di Trump e O'Rourke, ha risposto definendo il presidente come "il raccoglitore di fondi di maggior successo nella storia politica moderna" e ha spiegato che il denaro raccolto servirà a vincere le elezioni di metà mandato e a costruire un'infrastruttura politica duratura. "Una cosa non è mai cambiata: il presidente Trump non può essere comprato", ha aggiunto.


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Un operaio ucciso da una lastra di marmo. Nelle cave di Carrara si muore ancora


Un operaio morto ad Avenza, otto ore di sciopero, un distretto da un miliardo e mezzo. Le leve per rendere gli standard omogenei lungo la filiera del marmo.

A Carrara, il 5 agosto mattina, un operaio di 44 anni è morto schiacciato da alcune lastre di marmo nello stabilimento della ditta Santucci, in via Provinciale Avenza. L'allarme è scattato alle 8:18. All'arrivo dell'automedica, del mezzo infermieristico e dell'ambulanza della Pubblica assistenza il lavoratore era già deceduto. Gli operatori della prevenzione dell'Asl Toscana nord ovest hanno avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica e verificare il rispetto delle norme di sicurezza.

Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil di Lucca e Massa Carrara hanno proclamato otto ore di sciopero per il 6 agosto in tutto il distretto apuo-versiliese. Nel comunicato congiunto le sigle parlano di «escalation dei gravi infortuni» che «non si ferma» e invocano un confronto urgente tra datori, lavoratori, rappresentanze sindacali, istituzioni e Azienda sanitaria. Le criticità indicate: organizzazione del lavoro, ritmi produttivi «spesso troppo elevati», la sovrapposizione di mansioni sul medesimo addetto, l'esposizione alle nuove condizioni climatiche.

Massa Carrara nella mappa nera della Toscana


Il dato che colpisce riguarda l'incidenza. Secondo le rilevazioni dell'Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, nel 2025 la provincia di Massa Carrara ha registrato un indice di incidenza degli infortuni mortali in occasione di lavoro pari a 49,5 per milione di occupati, contro una media regionale di 30,0 e una media nazionale di 33,3. Un anno prima l'indice provinciale era 38,1: la crescita è del 30% circa. Gli infortuni mortali sul lavoro nella sola Massa Carrara sono passati da 3 nel 2024 a 4 nel 2025 (dato in occasione di lavoro), a 6 se si aggiungono quelli in itinere. Il tributo del comparto lapideo si inserisce in una serie storica lunga: la ricostruzione della Nazione sui dati Asl aveva contato nove morti nelle cave di Carrara nel decennio 2005-2015, con nomi che il territorio ricorda — Lurand Llanaj, Nicola Mazzucchelli, Lucio Cappè, Enrico Mauceri.

Il marmo di Carrara resta un asset industriale rilevante. Il II Rapporto dell'Osservatorio del Marmo, presentato il 14 gennaio 2026 dall'Istituto Studi e Ricerche insieme al Comune, alla Camera di commercio della Toscana Nord-Ovest e al Consorzio Zona Industriale Apuana, restituisce il profilo aggiornato del distretto. Nel 2024 Massa-Carrara ha riconquistato la leadership nazionale nell'export di materiali lapidei lavorati, con il 31,1% del valore esportato dall'Italia, superando il distretto di Verona-Padova-Vicenza. Il marmo lavorato esportato vale 418 milioni di euro (+12% sul 2023), l'export complessivo provinciale — comprensivo del grezzo — supera i 623 milioni. Nel 2024 i blocchi estratti sono stati poco più di 600mila tonnellate.

Gli addetti diretti del settore lapideo al 2023 sono 4.243, di cui 2.809 a Carrara (66%), 1.124 a Massa e 156 a Montignoso: +48 sull'anno precedente, ma -484 sul 2010, secondo il dettaglio pubblicato da Brand Carrara sui numeri del Rapporto. Le imprese del comparto sono 1.046, con una dimensione media di 4 addetti per unità locale (7 nel solo comparto estrattivo). Gli addetti si distribuiscono fra estrazione (789), taglio-modellatura-finitura (1.364), tecnologie e abrasivi (543) e commercio (1.546). Il valore della produzione della filiera lapidea provinciale è di 1,4 miliardi di euro, in calo del 7% sul 2022; le micro-imprese pesano per il 15% del valore prodotto, le piccole per il 36%, le medio-grandi per il 49%. Il distretto è dunque redditizio, cresce sull'export, ma è insieme frammentato: la sua struttura rende più difficile uniformare procedure, formazione e manutenzione lungo l'intera catena degli appalti.

La proprietà pubblica del marmo e la leva delle concessioni


C'è un elemento che rende Carrara peculiare rispetto ad altri distretti estrattivi: gli agri marmiferi appartengono al Comune. Le cave insistono su beni demaniali, non su terreni privati, e la concessione è lo strumento con cui il pubblico affida a un'impresa l'attività estrattiva. Le Sezioni Unite della Cassazione, con le ordinanze 3178 e 3179 depositate il 16 dicembre 2025 e pubblicate il 12 febbraio 2026, hanno chiuso una lunga contesa affermando che «è escluso il godimento perpetuo, la concessione è necessariamente temporanea».

Il pronunciamento apre una prospettiva: se le concessioni sono temporanee e rimesse alla discrezionalità amministrativa, gli obblighi in materia di sicurezza, tracciabilità e qualità dei processi possono essere inseriti come requisiti sostanziali per il rilascio e il rinnovo. Il Comune di Carrara ha già pubblicato il tariffario 2025-2028 per le 80 cave attive, con canoni differenziati per qualità del materiale e contributo di estrazione pari al 10% del valore medio di mercato (La Nazione). La stessa architettura può ospitare clausole di premialità o di esclusione per chi non rispetta gli standard.

Il quadro normativo esiste, l'applicazione è il nodo


L'Italia dispone del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), che impone valutazione dei rischi, formazione, dispositivi di protezione e verifiche periodiche sugli impianti. Nel settore estrattivo vigono protocolli specifici per la movimentazione dei carichi. La distanza fra norma e prassi — denunciata dai sindacati e ricorrente nella cronaca del distretto — chiama in causa la capacità ispettiva del territorio, la trasparenza dei controlli e la standardizzazione dei processi lungo l'intera catena degli appalti. Nel settore estrattivo italiano, l'analisi INAIL sul quinquennio 2015-2019 registrava 2.008 infortuni denunciati, di cui l'88% accertato positivamente: la quota è molto più alta del 66,3% dell'intera gestione Industria e servizi, indice della gravità intrinseca delle dinamiche in cava.

Alcune imprese del distretto hanno introdotto sistemi di sollevamento con sensori di peso e arresto automatico, audit interni e formazione periodica per i nuovi assunti. Sono passi che vanno nella direzione giusta, ma restano volontari e diseguali fra le imprese leader e la lunga coda di piccole realtà subfornitrici. La domanda operativa è come trasferire quegli standard alla parte bassa della filiera, dove i margini sono più sottili e la pressione produttiva più alta.

Le domande de L'Analista


Come si trasforma la sicurezza da costo percepito a fattore competitivo, in un distretto dove il 15% del valore della produzione arriva da micro-imprese e il 36% da piccole aziende? La leva delle concessioni pubbliche — resa più incisiva dalla sentenza della Cassazione — può diventare lo strumento per legare il diritto di estrarre al rispetto verificabile di standard di sicurezza, tracciabilità delle manovre critiche e formazione certificata? E come si dà continuità al tavolo permanente che i sindacati chiedono, evitando che le task force restino annunciate ma mai costituite?

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Trump attacca il comunismo da Las Vegas


Il presidente ha dedicato diversi minuti del comizio in Nevada ad attaccare Abdul El-Sayed e Francesca Hong, definendo il comunismo la più grande minaccia della storia degli Stati Uniti.

Donald Trump è andato a Las Vegas mercoledì per un evento sulle tasse e sull'economia, ma ha dedicato diversi minuti del suo intervento ad attaccare il comunismo, definito la più grande minaccia della storia americana. "Il comunismo è la più grande minaccia per il nostro paese nella sua storia, comprese la Prima e la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor, l'11 settembre", ha detto il presidente. "Penso che sia la minaccia più grande."

Il comizio al Red Rock Casino è durato circa 75 minuti davanti a un pubblico di 500 persone, mentre centinaia di sostenitori sono rimasti fuori perché la sala aveva esaurito i posti. La Casa Bianca aveva presentato l'appuntamento come dedicato alla politica fiscale, ma il presidente si è allontanato più volte dal tema per attaccare i due protagonisti della settimana politica americana.

Il primo bersaglio è stato Abdul El-Sayed, che martedì ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan battendo la deputata moderata Haley Stevens per meno di un punto percentuale. A novembre affronterà il repubblicano Mike Rogers per il seggio lasciato libero dal senatore uscente Gary Peters. "Quando guardo Abdul, è pieno di stronzate", ha detto Trump, raccogliendo una delle reazioni più forti della serata.

La vittoria di El-Sayed conviene ai repubblicani, ha spiegato il presidente. "I sondaggi dicono che andiamo meglio contro i comunisti", ha detto. "Quindi ha vinto e quindi credo di esserne contento." È la strategia con cui il partito conta di sfruttare l'avanzata dei candidati di sinistra nelle primarie democratiche, alimentando la diffidenza verso il comunismo per allontanare gli elettori centristi dai progressisti.

Il secondo bersaglio è Francesca Hong, candidata alle primarie democratiche dell'11 agosto per il governatorato del Wisconsin. Hong siede nell'assemblea legislativa dello Stato ed è iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista americana. Nei giorni scorsi sono tornati a circolare suoi vecchi messaggi in cui diceva di detestare il Giorno del Ringraziamento, il Natale e Halloween. Alla vigilia del voto ha corretto il tiro dicendo a Politico che il Ringraziamento è in realtà la sua festa preferita.

Trump l'ha definita una "pazza" e ha ripreso le sue vecchie posizioni sull'abolizione della polizia, sostenendo che secondo Hong le forze dell'ordine servono solo a difendere la supremazia bianca. "Non possiamo lasciare che vadano al governo", ha detto. La campagna del deputato repubblicano Tom Tiffany, che sfida Hong a novembre, ha rilanciato i commenti dell'ufficio stampa della candidata.

I sondaggi davano Hong largamente in testa alla primaria e sostanzialmente in parità con Tiffany nel voto di novembre, ma le rilevazioni sul voto generale sono state condotte prima che i messaggi sul Ringraziamento tornassero a circolare. Sul socialismo il terreno resta favorevole ai repubblicani: un sondaggio Gallup del 2025 ha rilevato che i democratici sono l'unico gruppo di elettori a giudicare quell'ideologia più positivamente del capitalismo.

Il presidente ha descritto a modo suo cosa comporterebbero le politiche comuniste. "Volete una casa gratis? La prenderemo dal vostro vicino. Volete l'affitto gratis? Toglieremo il vostro palazzo al padrone di casa", ha detto. "Quello che non dicono è che alla fine dell'anno non avrete altro che morte, squallore, povertà." Ha citato il Venezuela come esempio di un paese ricco impoverito da quelle scelte e ha promesso di sconfiggere "comunismo, socialismo e marxismo" negli Stati Uniti.

El-Sayed si definisce capitalista e ha preso le distanze dai Democratic Socialists of America, anche se i repubblicani lo associano di continuo al movimento socialista-democratico. Sostenuto dal senatore Bernie Sanders e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ha costruito la sua campagna sulla sanità pubblica per tutti, sull'uscita del denaro privato dalla politica e sulla fine degli aiuti militari americani a Israele.

Sull'economia Trump ha rivendicato le misure fiscali approvate l'anno scorso con la One Big Beautiful Bill Act: nessuna tassa sulle mance, nessuna tassa sugli straordinari e nessuna tassa sulla previdenza sociale. Ha ricordato che l'idea di esentare le mance gli era venuta proprio a Las Vegas parlando con una cameriera e ha portato sul palco una famiglia iscritta ai Trump Accounts, i conti di investimento per i bambini creati dalla stessa legge. Sui dazi è stato netto: "I dazi ci hanno reso ricchi." Ha accusato gli altri paesi di aver approfittato per anni degli Stati Uniti e ha definito "sgradevole" la leadership canadese.

In Nevada, ha sostenuto il presidente, sono stati creati oltre 40mila posti di lavoro e quasi 100mila persone sono uscite dal programma di buoni alimentari per le famiglie povere. Ha citato anche la corsa della borsa e la miniera di litio di Thacker Pass, in cui il governo federale ha preso una quota. Gli americani però giudicano sempre peggio lo stato dell'economia e l'indice di gradimento del presidente è sceso ai minimi del suo mandato.

Il governatore repubblicano del Nevada Joe Lombardo si è presentato a sorpresa sul palco, dopo aver disertato la precedente visita di Trump nello Stato. Lombardo, che affronta una delle sfide più incerte del paese, ha difeso i rapporti del presidente con i grandi imprenditori. "Quegli amici miliardari danno lavoro. E se non ti prendi cura di loro, quei posti di lavoro spariscono", ha detto. Ha poi attaccato la sinistra sul piano economico: "Il governo non ha la possibilità di distribuire quantità infinite di denaro. Non è così che funzionano le economie."

L'inizio del suo intervento è stato imbarazzante. Mentre ricordava Austin Abdelnabi, l'agente di polizia di trent'anni ucciso a colpi di arma da fuoco martedì durante il servizio, una persona dal pubblico ha fischiato, in apparenza perché il cognome somigliava a quello di El-Sayed. Lombardo ha subito richiamato la platea dicendo che non era il caso di fischiare e ha chiesto un minuto di silenzio.

Il procuratore generale dello Stato Aaron Ford, avversario democratico di Lombardo, ha criticato la partecipazione del governatore al comizio. Trump e Lombardo, ha detto in una nota, condividono un palco e cercano di ingannare gli elettori sulla realtà di un'economia che sta facendo aumentare i costi per i cittadini del Nevada.

L'applauso più forte della giornata è arrivato quando Trump ha promesso di far approvare il SAVE America Act, la proposta di legge che imporrebbe requisiti stringenti di identificazione per votare, compresa la prova documentale della cittadinanza. Il testo difficilmente passerà al Senato e i suoi oppositori temono che possa escludere dal voto chi non ha quei documenti.

Il presidente ha anche difeso il suo bilancio di endorsement, nonostante il candidato da lui sostenuto in un collegio della Camera in Michigan abbia perso contro un rivale che si era ritirato dalla corsa. Sul palco sono saliti prima di lui i candidati repubblicani al Congresso in Nevada, la senatrice statale Carrie Buck e il compositore di videogiochi Marty O'Donnell, mentre la candidata repubblicana alla carica di procuratore generale Adriana Guzmán Fralick ha guidato il giuramento di fedeltà alla bandiera.

Tra i repubblicani dello Stato mancava il deputato Mark Amodei, che rappresenta il nord del Nevada. Alla domanda sulla visita del presidente ha risposto al Nevada Independent che è bello che sia venuto, aggiungendo di fargli sapere come va a finire.


Abdul El-Sayed vince le primarie Dem per il Senato in Michigan


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie del Partito Democratico per il Senato in Michigan. Era la corsa più attesa e più divisiva della stagione che porta alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. L'emittente televisiva NBC gli ha assegnato la vittoria mentre lo spoglio era ancora in corso, come da prassi americana, in cui sono i media a proclamare i vincitori sulla base delle proiezioni. Al momento della proclamazione il vantaggio sulla deputata moderata Haley Stevens era di pochi punti percentuali e i numeri definitivi arriveranno nelle prossime ore. El-Sayed, 41 anni, ex funzionario della sanità pubblica e figlio di immigrati egiziani, correva da progressista contro la candidata dell'establishment del partito. Se a novembre vincesse anche le elezioni generali, diventerebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti.

Il seggio è quello lasciato libero dal senatore democratico Gary Peters, che si ritira, ed è considerato decisivo per il controllo del Senato. A novembre El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, un ex deputato sostenuto dal presidente Donald Trump che nel 2024 aveva perso la corsa per l'altro seggio del Michigan contro la democratica Elissa Slotkin.

El-Sayed era in vantaggio di quasi 30 punti nei primi risultati e ha visto il margine ridursi per tutta la notte, man mano che venivano conteggiati i voti per posta, nettamente favorevoli a Stevens. Lui ha vinto il voto in presenza con circa 25 punti di scarto, lei quello postale con un margine simile. L'affluenza ha stabilito i record per una primaria dello stato, con oltre 1,3 milioni di voti per posta e un voto anticipato in presenza cresciuto del 90% rispetto al 2024. I due candidati hanno parlato ai sostenitori dopo la mezzanotte locale (le sei del mattino in Italia), quando l'esito era ancora incerto.

Primarie democratiche · Michigan

El-Sayed batte Stevens per meno di due punti nella corsa per il Senato

La rete NBC ha assegnato la vittoria a El-Sayed quando lo spoglio era quasi completo. In palio c'è il seggio lasciato dal democratico Gary Peters: a novembre la sfida sarà con il repubblicano Mike Rogers.

Scrutinio in corso Grafica di Focus America 5 agosto 2026

CandidatoVoti%

Abdul El-Sayed Ex funzionario della sanità pubblica
700.272
48,9%

Haley Stevens Deputata al Congresso
675.350
47,1%

Mallory McMorrow Senatrice statale, ritirata
57.604
4,0%

1.433.226 voti conteggiati 91% scrutinato

Fonte New York Times, risultati non ufficiali. Primarie democratiche del 4 agosto 2026 per il seggio del Michigan al Senato degli Stati Uniti; la vittoria è stata assegnata dalla rete NBC. McMorrow si era ritirata a luglio, ma restava sulla scheda.

Sei gruppi esterni hanno speso 62 milioni di dollari a favore di Stevens, un vantaggio di nove a uno secondo i dati della società di monitoraggio pubblicitario AdImpact. Per El-Sayed, tra campagna e alleati, sono arrivati circa 7 milioni. Oltre la metà dei fondi pro-Stevens, circa 32 milioni, è arrivata dal super PAC di AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti (i super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate, purché non si coordinino direttamente con i candidati). È la cifra più alta spesa da un singolo gruppo in una primaria democratica federale in questo ciclo elettorale. Secondo un'analisi del Washington Post, con oltre 97 milioni di dollari di spot televisivi la primaria del Michigan è stata la seconda più costosa del paese, dietro soltanto a quella del Texas. La provenienza del denaro è diventata il tema centrale della campagna. Nell'ultimo dibattito i due candidati hanno passato i primi quindici minuti a litigare su super PAC e gruppi che non rivelano i propri donatori.

Sulla guerra a Gaza i due candidati erano agli opposti. El-Sayed accusa il governo israeliano di aver commesso un genocidio e chiede di interrompere gli aiuti militari americani a Israele. Stevens si definisce una "orgogliosa democratica pro-Israele", sostiene il mantenimento degli aiuti senza condizioni e non ritiene che ci sia stato un genocidio. La distanza si è vista nelle urne di uno stato che ospita una delle più grandi comunità arabe d'America. A Dearborn, la città del Michigan con la più alta quota di residenti arabo-americani, El-Sayed ha vinto con oltre 57 punti di margine.

Stevens, 43 anni, deputata al quarto mandato, era la candidata dei vertici del partito. Il leader dei senatori democratici Chuck Schumer aveva chiesto ai donatori di finanziarla e la governatrice Gretchen Whitmer, che nel 2018 aveva sconfitto nettamente El-Sayed nelle primarie per la carica di governatore, l'aveva appoggiata pubblicamente. I sondaggi le attribuivano un ampio vantaggio tra gli elettori neri e tra gli over 60. El-Sayed è andato più forte tra i giovani, i laureati e gli indipendenti, che in Michigan possono partecipare al voto perché le primarie sono aperte, senza registrazione per partito. Lo hanno sostenuto Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il sindacato dell'auto United Auto Workers.

La corsa era seguita da tutte le correnti democratiche perché era il primo scontro diretto dell'anno tra progressisti e centristi in una primaria per il Senato. E si è svolta in uno stato in bilico, non in roccaforti come New York o Denver, dove la sinistra ha già vinto quest'anno. Sullo sfondo c'è il 2028. Il partito ha collocato in via preliminare il Michigan al quinto posto nel calendario delle prossime primarie presidenziali (prima del Super Tuesday, il giorno in cui vota il blocco più numeroso di stati). Per entrambe le ali la sfida è stata una prova generale delle strategie con cui mobilitare le rispettive coalizioni.

Per la sinistra è arrivata un'altra vittoria dal settimo distretto del Michigan, quello della capitale Lansing. William Lawrence, un organizzatore di 35 anni che ha co-fondato il movimento ambientalista giovanile Sunrise Movement, ha superato due candidati moderati che si sono divisi il voto (insieme avevano ottenuto la maggioranza dei consensi). Lawrence, sostenuto da Sanders, ha fatto campagna contro i data center e per la sanità universale. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Barrett in uno dei 18 seggi considerati contendibili dal Cook Political Report, l'istituto indipendente che valuta la competitività dei collegi. Sarà un test sulla capacità del populismo di sinistra di vincere in un distretto conteso.

In Missouri ha vinto invece l'establishment. Il deputato Wesley Bell, un moderato pro-Israele, ha respinto con oltre il 70% dei voti il tentativo di rientro di Cori Bush. L'ex deputata socialista-democratica, che lui stesso aveva battuto nel 2024, faceva parte della "Squad", il gruppo delle deputate più progressiste del Congresso. Anche in questa corsa il super PAC legato ad AIPAC ha speso milioni di dollari contro Bush. La sconfitta interrompe la serie di successi dei socialisti democratici, che a giugno avevano estromesso tre deputati in carica. Resta ancora aperta la sfida di Detroit tra il deputato Shri Thanedar e lo sfidante socialista-democratico Donavan McKinney.

Le primarie di martedì hanno definito anche la corsa per la successione della governatrice Whitmer, non più ricandidabile per i limiti di mandato. A novembre la democratica Jocelyn Benson, segretaria di Stato del Michigan (la carica che sovrintende alle elezioni), affronterà il deputato repubblicano John James, sostenuto da Trump. Benson ha difeso i risultati del 2020 dai tentativi di ribaltamento; James, se vincesse, diventerebbe il primo governatore nero dello stato.

Negli altri stati al voto, in Kansas i repubblicani hanno scelto Ty Masterson, il presidente del Senato statale sostenuto da Trump, per la successione della governatrice democratica Laura Kelly. Lo sfiderà la democratica populista Cindy Holscher, che ha vinto la sua primaria contro il candidato appoggiato dalla governatrice uscente. Gli elettori hanno inoltre bocciato il referendum promosso dai repubblicani per rendere elettivi i giudici della Corte Suprema statale, un tentativo di ribaltare la sentenza del 2019 che garantisce il diritto all'aborto nello stato. In Missouri sono state respinte sia la proposta che avrebbe reso molto più difficili i referendum costituzionali di iniziativa popolare sia quella per abolire l'imposta statale sul reddito. In Virginia i democratici hanno candidato l'ex deputata Elaine Luria, che sfiderà di nuovo la repubblicana Jen Kiggans dopo la sconfitta del 2022 in uno dei distretti più competitivi del paese. Nello stato di Washington, dove tutti i candidati corrono in un'unica primaria e i primi due passano al voto di novembre, la deputata democratica moderata Marie Gluesenkamp Perez affronterà John Braun, un repubblicano appoggiato da Trump.

Sempre martedì, in South Dakota il candidato democratico al Senato Julian Beaudion si è ritirato dalla corsa dopo aver denunciato minacce e un incendio nella sua casa, lasciando campo libero a un indipendente contro il senatore repubblicano Mike Rounds. È il terzo caso quest'anno dopo Nebraska e Idaho, una strategia che i democratici stanno ripetendo negli stati più conservatori per concentrare i voti dell'opposizione.


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Netflix riscrive Lizzie Borden, cent'anni dopo il processo


Il caso Lizzie Borden torna sullo schermo come specchio del presente: Netflix le dedica la quarta stagione di Monster, prima donna dopo Dahmer, Menendez ed Ed Gein. Da Montgomery a Ricci fino a Sevigny, un secolo di riletture per una figura che continua a interrogare il racconto del femminile.

Il 17 settembre 2026 arriva su Netflix la quarta stagione di «Monster», l'antologia true crime firmata da Ryan Murphy e Ian Brennan. Otto episodi dedicati a Lizzie Borden, la donna di Fall River, Massachusetts, accusata nel 1892 di aver ucciso a colpi d'ascia il padre Andrew e la matrigna Abby, e assolta l'anno successivo. Il ruolo del titolo va a Ella Beatty; nel cast Charlie Hunnam come Andrew Borden, Rebecca Hall come Abby, Vicky Krieps come la domestica Bridget Sullivan, Billie Lourd come la sorella Emma e un cameo di Sarah Paulson nei panni di Aileen Wuornos.

È la prima volta che l'antologia mette una donna al centro. E riapre un tema che riguarda anche il pubblico italiano: come viene raccontata la violenza quando a compierla è una donna, e quanto la serialità contemporanea stia riscrivendo storie giudiziarie che a loro tempo generarono narrazioni ambigue.

Da Dahmer a Borden: quattro stagioni di «Monster»


La saga debutta il 21 settembre 2022 con «Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer», con Evan Peters nei panni del serial killer di Milwaukee. Il successo è di scala storica: 196,2 milioni di ore di visione nella prima settimana, oltre 856 milioni in 28 giorni e il miliardo di ore in soli 60 giorni, terza serie di sempre a raggiungere quella soglia dopo Squid Game e Stranger Things 4.

Il 19 settembre 2024 arriva «La storia di Lyle ed Erik Menendez», sui fratelli condannati per l'omicidio dei genitori a Beverly Hills nel 1989: 12,3 milioni di visualizzazioni nei primi cinque giorni, meno di Dahmer ma comunque in cima alla classifica globale della piattaforma. Il 3 ottobre 2025 è la volta di «La storia di Ed Gein», con Charlie Hunnam nei panni del «Macellaio di Plainfield» che ispirò Hitchcock e Psycho: 12,2 milioni di visualizzazioni nei primi tre giorni e primo posto in 72 Paesi.

Ora tocca a Borden. La scelta è coerente con l'evoluzione del brand: dal serial killer contemporaneo ai casi giudiziari controversi, fino a una figura storica ancora oggi al centro del dibattito americano.

Un secolo di riletture: Borden già raccontata più volte


La scelta di Murphy non nasce nel vuoto. Il caso Borden è tra i più adattati della storia della cronaca giudiziaria americana, con oltre un secolo di riscritture teatrali, televisive e cinematografiche. Nel 1975 Elizabeth Montgomery — la celebre protagonista di Vita da strega — interpretò Lizzie nel film TV The Legend of Lizzie Borden, prodotto da ABC, considerato ancora oggi lo standard degli adattamenti televisivi del caso.

Negli anni recenti sono arrivate due riletture ravvicinate, entrambe firmate da donne o costruite intorno a protagoniste femminili di primo piano. Il 25 gennaio 2014 Lifetime manda in onda Lizzie Borden Took an Ax con Christina Ricci nel ruolo del titolo e Clea DuVall come sorella Emma: 4,4 milioni di telespettatori alla prima, numero uno della serata nei principali target. Il successo porta l'anno successivo alla miniserie in otto episodi The Lizzie Borden Chronicles (Lifetime, aprile-maggio 2015), sempre con Ricci — anche produttrice — in una versione dichiaratamente romanzata e speculativa della vita post-processo.

Nel 2018 arriva Lizzie di Craig William Macneill, presentato al Sundance il 22 gennaio: Chloë Sevigny — anche produttrice — nel ruolo di Borden e Kristen Stewart in quello della domestica Bridget Sullivan, con una lettura del caso che al centro mette la relazione omoerotica tra le due donne e l'ambiente familiare abusante. Il film è oggi disponibile su Netflix in vari mercati.

Ogni adattamento ha proposto un'interpretazione diversa: la Borden vittima di un padre padrone (Lifetime 2014), la sopravvissuta cinica e vendicativa (Chronicles 2015), l'amante repressa e cospiratrice (Lizzie 2018). Il progetto Netflix di Murphy e Brennan si inserisce in una tradizione che ha sempre trattato Borden come uno specchio della società che la osserva, più che come oggetto di ricostruzione storica. Il fatto che Monster le dedichi la prima stagione «al femminile» dopo tre stagioni sui killer uomini conferma la centralità simbolica di questa figura nell'immaginario americano.

Il «mostro» femminile, tra criminologia e stampa


Lizzie Borden fu assolta il 20 giugno 1893 da una giuria composta da soli uomini, nonostante le prove circostanziali e le contraddizioni delle sue dichiarazioni. Il caso divenne leggenda popolare, immortalato in filastrocche macabre che circolano ancora oggi negli Stati Uniti. Ma la figura di Borden non è mai stata davvero processata: è stata trasformata in icona.

La letteratura criminologica sulla rappresentazione mediatica delle donne che uccidono è vasta e converge su un punto: le donne accusate di omicidio vengono raccontate secondo tre schemi ricorrenti — mad, bad, sad — che le collocano fuori dalla «femminilità naturale» e le rendono contemporaneamente vittime ed enigmi. Lo studio di Easteal, Bartels, Nelson e Holland pubblicato su Women's Studies International Forum mostra come la stampa tenda a descrivere le omicide «come aberrazioni della vera femminilità, cattive o pazze», enfatizzandone aspetto e sessualità e omettendo il contesto sociale. Altri lavori parlano di doubly deviant: donne giudicate due volte, per il reato e per aver tradito il ruolo di genere.

In Italia la ricerca accademica è più recente ma solida. La tesi dottorale dell'Università di Padova sulla rappresentazione mediatica dei femminicidi mostra come titoli, parole chiave e scelte iconografiche «spesso deresponsabilizzino l'aggressore, colpevolizzino la vittima o trasformino il crimine in evento episodico e spettacolarizzato». Uno studio corpus-based di Busso, Combei e Tordini su L'Analisi Linguistica e Letteraria rileva «una tendenza a non ritenere gli offender responsabili» e un uso ricorrente di metafore che modellano il ritratto psicologico delle vittime. L'Osservatorio di ricerca sul femminicidio dell'Università di Bologna ha reso questi frame materia di monitoraggio continuo.

Il paradosso italiano è che gli stessi schemi si sono applicati sia alle donne uccise sia alle poche accusate di omicidio. Amanda Knox, poi definitivamente assolta, e Annamaria Franzoni furono raccontate oscillando tra «angelo» e «diavolo», con un'attenzione morbosa alla figura materna o alla sfera sessuale ben più intensa dell'analisi processuale. Il vocabolario, però, restava — e resta — quello del gossip giudiziario.

Il mercato: quanto vale davvero il true crime


Sul consumo del genere circolano molti numeri, non tutti affidabili. I dati verificabili sono meno spettacolari ma più solidi.

Negli Stati Uniti, il True Crime Consumer Report di Edison Research e audiochuck (settembre 2024) stima che l'84% della popolazione statunitense sopra i 13 anni consumi contenuti true crime attraverso un qualche medium — televisione, YouTube, social, podcast, libri o radio — per circa 230 milioni di persone. Il 42% ha ascoltato almeno una volta un podcast true crime. Una survey YouGov di giugno 2024 restringe il campo agli adulti che si dichiarano attivamente consumatori: 57%, con 41% che guarda true crime in TV.

Sul lato dell'offerta, secondo Ampere Analysis il true crime ha rappresentato il 16% delle commissioni documentaristiche globali nel 2025, in leggera crescita rispetto al 15% dell'anno precedente, con 632 nuovi ordini tracciati in 22 mercati. Parrot Analytics rileva che le serie true crime scripted — meno del 20% delle uscite annuali — generano da tre a cinque volte più domanda per titolo rispetto alla media del catalogo. Un dato specifico sul consumo italiano di true crime, confrontabile con quello USA, al momento non è pubblicato da nessuna delle società di ricerca sopra citate. Chi lo scrive va contestualizzato.

Netflix, quanto a Dahmer, ha comunicato solo cifre globali. Non risultano dati ufficiali sul numero di utenti unici italiani nei primi 28 giorni.

La serialità italiana c'è, ma non racconta le donne accusate


L'idea che «in Italia non esista il true crime seriale» è ormai superata. Le docuserie prodotte da Netflix Italia hanno costruito un piccolo canone: SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano (2020, la prima produzione documentaria italiana della piattaforma) fu subito nella top 10 nazionale e riaprì un dibattito su Muccioli che sembrava sepolto. Sono seguiti Vatican Girl: la scomparsa di Emanuela Orlandi (2022), diretto da Mark Lewis, Wanna sulla vicenda di Wanna Marchi, e più recentemente Il caso Yara – Oltre ogni ragionevole dubbio (2024). Un saggio (riviste UniMi) pubblicato su Lingue Culture Mediazioni dell'Università degli Studi di Milano analizza queste tre docuserie come «laboratorio espressivo» del true crime italiano, con strutture narrative che vanno dalla polifonia archivistica di SanPa al thriller investigativo di Vatican Girl fino alla «giuridicizzazione» del racconto in Il caso Yara.

Anche la fiction ha toccato il genere: Yara di Marco Tullio Giordana (Netflix, 5 novembre 2021) racconta l'inchiesta della PM Letizia Ruggeri sull'omicidio di Yara.

Il vuoto, però, è specifico e riguarda proprio il tema di «Monster: The Lizzie Borden Story»: non esiste, nella serialità italiana, un progetto originale che affronti con sguardo critico i processi mediatici subiti da donne accusate di reati violenti. I casi Franzoni, Knox, Rosa Bazzi non sono mai diventati fiction antologica di taglio autoriale, capace di interrogare il linguaggio giudiziario e mediatico invece di riprodurne l'ambiguità. Le poche produzioni che sfiorano il tema — come Il processo di Stefano Lodovichi (Canale 5/Netflix, 2019) — restano legal thriller di finzione, non riletture di casi reali.

Le domande de L'Analista


Il gap italiano non è quantitativo: docuserie ce ne sono e funzionano. È qualitativo e prospettico. Riguarda la capacità di trasformare il materiale della cronaca in narrazione seriale che decostruisca — invece di replicarli — gli schemi «mad/bad/sad» con cui la stampa ha raccontato per decenni le donne accusate di violenza.

Perché nessuna produzione italiana ha ancora rimesso mano ai grandi processi mediatici che hanno segnato la cronaca nera nazionale con l'ambizione autoriale che Ryan Murphy applica a Dahmer e ora a Borden? E quanto pesa, in tale assenza, il perimetro giuridico italiano — diritto all'oblio, tutela della privacy processuale, sensibilità delle famiglie coinvolte — rispetto a un mercato americano dove la libertà editoriale è molto più ampia?

Sono domande che riguardano il ruolo della piattaforma, la responsabilità del pubblico e la maturità di un ecosistema produttivo. Il 17 settembre, quando Beatty impugnerà l'ascia sul set di Fall River, varrà la pena chiedersi se la prossima stagione autoriale sulla «donna deviante» debba per forza arrivare da Los Angeles.

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Patente, solo l’8% degli automobilisti supererebbe oggi l’esame di teoria: ecco perché


L’analisi di AutoScout24 ed Egaf Edizioni rivela quanto sia difficile ricordare le regole della strada a distanza di anni dal conseguimento della patente
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A quanti è capitato di sognare di dover rifare un esame già superato? E se quell’esame fosse quello della patente? Per molti automobilisti la patente B è un ricordo lontano: quiz, guide, ansia da esaminatore e poi, finalmente, la libertà di mettersi al volante. Solo nel 2025 sono state 919.868 le persone che hanno sostenuto l’esame di teoria per conseguire la patente B e, secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il 40% delle prove non è stato superato. A registrare il tasso più alto di bocciati all’esame di teoria è il Trentino-Alto Adige (43,7%), seguito a pari merito da Liguria, Lazio e Molise (43,4%) e dalla Toscana (43,1%).

E se a rimettersi alla prova fossero invece gli automobilisti già patentati?


AutoScout24 ha deciso di mettere nuovamente alla prova gli automobilisti italiani con una simulazione del quiz di teoria della patente B, realizzata con il supporto di Egaf Edizioni e in collaborazione con Confarca e Unasca, le principali associazioni italiane di autoscuole. Il risultato? Su oltre 4.000 quiz completati, solo l’8% supererebbe oggi l’esame a pieno titolo.
Fonte dati: AutoScout24 e Ministero delle Infrastrutture e dei TrasportiFonte dati: AutoScout24 e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti
A livello territoriale, nella simulazione AutoScout24 le regioni con il tasso più alto di promossi sono Trentino-Alto Adige (12%), Abruzzo (11,9%) e Umbria (11,7%), seguite da Toscana (11,2%) e Basilicata (11,1%). In fondo alla classifica si trovano invece Calabria (3,9%) e Marche (4,1%), seguite a pari merito da Sardegna e Sicilia (5,3%). Un risultato che non mette in discussione l’esperienza al volante degli italiani, ma ricorda quanto la guida non sia fatta solo di automatismi: segnali, norme e comportamenti corretti evolvono nel tempo, e rimettersi alla prova può essere un modo semplice per capire quanto si è davvero aggiornati. Ma non si tratta di una bocciatura completa,dato che il campione a livello nazionale ha risposto in media correttamente a 15 domande su 20. Tra gli errori più comuni si segnalano i quesiti sulla segnaletica e sulla corretta lettura delle situazioni stradali.

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Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Per la simulazione dell’esame di teoria sono stati coinvolti oltre 4.000 automobilisti della community di AutoScout24 che hanno ottenuto la patente B da oltre 5 anni, somministrandogli un test di 20 domande a quiz selezionate tra quelle convalidate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e utilizzate in sede di esame (l’attuale test ufficiale prevede 30 domande e consente 3 errori). Per superare la simulazione, gli utenti non devono aver commesso più di 2 errori su 20 domande (10%), considerando lo stesso rapporto dell’esame ufficiale che prevede attualmente al massimo 3 errori per un quiz da 30 quesiti.
Fonte dati: AutoScout24 e Ministero delle Infrastrutture e dei TrasportiFonte dati: AutoScout24 e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti

Quali sono invece gli ostacoli maggiormente riscontrati nel corso degli esami di guida?


La teoria, però, è solo una parte del percorso. Anche nella prova pratica, infatti, non contano soltanto tecnica e dimestichezza con l’auto, ma anche capacità di gestire il traffico, leggere correttamente le situazioni stradali e mantenere il controllo emotivo durante l’esame. Secondo la rilevazione condotta tra le autoscuole associate a Confarca e Unasca, gli errori che più spesso compromettono la promozione riguardano soprattutto gli incroci, indicati dal 59% delle autoscuole intervistate, seguiti dagli elementi e dalle caratteristiche stradali speciali, come rotonde, passaggi a livello, fermate di autobus o tram, attraversamenti pedonali, gallerie, salite o discese, segnalati dal 48%. Tra le criticità più frequenti ci sono anche il parcheggio e l’uscita dallo spazio di parcheggio (41,4%), i cambiamenti di direzione e di corsia (31%) e il sorpasso o superamento di ostacoli (31%).
Fonte dati: AutoScout24 e Ministero delle Infrastrutture e dei TrasportiFonte dati: AutoScout24 e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti
Anche il contesto in cui si svolge l’esame può fare la differenza: per il 72% delle autoscuole la dimensione della città, la difficoltà delle strade e il traffico incidono molto o abbastanza sul risultato finale. La quasi totalità degli intervistati indica la strada urbana (zone residenziali, zone con limiti di velocità fissati a 30 e 50 km/h) come il contesto in cui i candidati incontrano più difficoltà o commettono più errori (93%). A pesare, però, non è solo la strada. L’ansia del candidato incidesecondo l’86% delle autoscuole, mentre per il 90% anche l’atteggiamento dell’esaminatore può influire sul livello di stress durante la prova. Un elemento che conferma come l’esame di guida sia anche una prova di lucidità: conoscere le regole e saper manovrare l’auto è fondamentale, ma spesso la vera sfida è riuscire a farlo sotto pressione.

Se vuoi sottoporti al test


Per mettersi in gioco simulando il test per l’esame di teoria della patente B, raggiugi questa paginasul sito AutoScout24. Sarà possibile cliccare sul link all’interno per effettuare la simulazione di una reale scheda d’esame per la patente B o per scaricare le app di Egaf edizioni. Bastano pochi minuti e il questionario è assolutamente gratuito e anonimo.


Amazon Family arriva in Italia: con Prime ora puoi condividere i vantaggi senza costi aggiuntivi


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Amazon Family è ufficialmente disponibile in Italia. Il servizio mette a disposizione dei clienti Prime un modo semplice per condividere molti dei propri benefici Prime con un altro adulto del nucleo familiare, senza dover condividere l’account.

Come funziona


Con Amazon Family, il cliente Prime principale - chiamato Amministratore dell’Amazon Family - può invitare un altro adulto del proprio nucleo familiare a condividere vari benefici Prime, tra cui consegne rapide e senza costi aggiuntivi, Prime Video (con pubblicità), offerte ed eventi esclusivi come Prime Day e la Festa delle Offerte Prime, Amazon Music Prime e Amazon Luna. L'amministratore dell’Amazon Family seleziona un unico metodo di pagamento per condividere i benefici Prime, l'altro adulto accetta e la configurazione richiede solo pochi click.

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Quali i vantaggi che si possono condividere


Con Amazon Family ogni membro del nucleo familiare continua a utilizzare il proprio account Amazon, mantenendo separati la cronologia degli ordini, i suggerimenti personalizzati e tutte le informazioni personali. In questo modo, le esperienze di acquisto restano private e indipendenti per ciascun cliente, senza che la condivisione dei benefici Prime comporti la condivisione dell'account. Tra i vantaggi Prime che possono essere condivisi rientrano le consegne Prime veloci e illimitate, Amazon Music Prime, le offerte esclusive e i risparmi su migliaia di prodotti, comprese iniziative come il Prime Day e la Festa delle Offerte Prime. La condivisione comprende inoltre Prime Video, con pubblicità, e Amazon Luna, il servizio di cloud gaming di Amazon.

Account separati e pagamenti sotto controllo


La privacy dei singoli account rimane uno degli aspetti centrali di Amazon Family. Ogni membro conserva la propria cronologia degli ordini e i propri suggerimenti personalizzati, mentre la sicurezza dell'account resta personale: non è necessario condividere password o codici monouso. Per condividere i benefici Prime, l'amministratore di Amazon Family deve invece selezionare un metodo di pagamento da condividere; quando un altro membro del nucleo familiare utilizza quel metodo per effettuare un acquisto, può visualizzare soltanto alcuni dati della carta: le ultime quattro cifre, il nome riportato sulla carta, la data di scadenza e l'indirizzo di fatturazione.

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L'amministratore riceve inoltre una notifica con l'importo totale dell'acquisto effettuato utilizzando il metodo di pagamento condiviso. Ogni membro dell'Amazon Family mantiene comunque la possibilità di scegliere, al momento del pagamento, se utilizzare il metodo di pagamento condiviso oppure una propria modalità di pagamento. In questo modo, i vantaggi Prime possono essere condivisi senza rinunciare alla separazione degli account e alla gestione personale dei propri acquisti.

Come si configura Amazon Family


Per iniziare, i clienti possono andare su “Il mio account” e selezionare “La tua Amazon Family”. Da lì è possibile invitare un altro adulto del nucleo familiare ad unirsi. Quest’ultimo riceverà un invito, lo accetterà e avrà immediatamente accesso ai benefici condivisi. È possibile anche gestire le impostazioni familiari, visualizzare i membri del nucleo e scoprire i suggerimenti personalizzati di Prime Video e Amazon Luna, tutto dal Family Hub a questo link.

Quanto costa Amazon Family


Amazon Family è senza costi aggiuntivi. Per condividere i benefici Prime, il cliente deve essere iscritto a Prime. L’abbonamento è disponibile a 4,99 €/mese o 49,90 €/anno, con una prova gratuita di 30 giorni per i clienti idonei. Chi non è ancora cliente Prime può iscriversi per accedere ad Amazon Family e a molti altri benefici, tra cui consegne rapide e illimitate, Prime Video, Amazon Music Prime, risparmi esclusivi e molto altro.

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L’FBI indagò su Trump come possibile agente russo dopo il licenziamento di Comey


La Casa Bianca ha declassificato il fascicolo segreto "Oxferd Comma", aperto nel 2017 e poi confluito nell’inchiesta Mueller specificando che non sono mai emerse prove a sostegno dell’ipotesi iniziale.

Mercoledì la Casa Bianca ha declassificato i documenti relativi a un'indagine aperta dall'FBI nel 2017 per accertare se il presidente Donald Trump avesse agito per conto della Russia quando licenziò il direttore dell'agenzia James Comey. Secondo un funzionario della Casa Bianca, non emerse però alcuna prova a sostegno di questa ipotesi.

L'inchiesta, denominata in codice Oxferd Comma, fu avviata il 16 maggio 2017, una settimana dopo il licenziamento di Comey: proprio la decisione di Trump di rimuovere il direttore dell'FBI ne costituì il punto di partenza. Il funzionario della Casa Bianca l'ha descritta come una diramazione di Crossfire Hurricane, l'indagine sui possibili legami tra la campagna presidenziale di Trump del 2016 e il governo russo, conosciuta in gergo giornalistico come Russiagate.

I documenti pubblicati dalla Government Transparency Task Force della Casa Bianca indicano invece che si trattava di un'indagine a pieno titolo, aperta direttamente sul presidente in carica. Il fascicolo fu classificato come sensibile, una procedura impiegata di norma per sottrarre un caso ai registri consultabili dagli altri agenti. Gli investigatori che ne disposero l'apertura sostennero che fosse il metodo meno invasivo per verificare quello che consideravano un grave rischio per la sicurezza nazionale.

Oxferd Comma confluì poi in seguito nell'inchiesta più ampia del procuratore speciale Robert Mueller e fu chiusa il 9 aprile 2019, poche settimane dopo la consegna del rapporto finale, senza che fossero emersi elementi a sostegno dell'ipotesi iniziale.

I documenti declassificati

L’FBI indagò se Trump avesse licenziato Comey per conto della Russia. Non trovò nulla


La Casa Bianca ha reso pubblici i fascicoli di «Oxferd Comma», l’indagine aperta nel maggio 2017 sul presidente in carica e chiusa due anni dopo senza prove a sostegno dell’ipotesi iniziale.

Grafica di FocusAmerica

Il fascicolo aperto dall’FBI il 16 maggio 2017

Federal Bureau of Investigation
Nome in codice
OXFERD COMMA

Oggetto: indagine a pieno titolo sul presidente in carica, aperta una settimana dopo il licenziamento di James Comey.
Classificazione: fascicolo sensibile, la procedura che lo sottrae ai registri consultabili dagli altri agenti.

DeclassificatoCasa Bianca – 5 agosto 2026

7
giorni
dal licenziamento di Comey all’apertura del fascicolo

693
giorni
la durata dell’indagine, dall’apertura alla chiusura

0
prove
trovate a sostegno dell’ipotesi iniziale

Atto 1L’indagine (2017–2019)

9 maggio 2017
Trump licenzia Comey
La Casa Bianca cita la gestione dell’indagine sulle email di Hillary Clinton. Secondo il rapporto Mueller, il presidente era irritato dal rifiuto di Comey di dichiarare in pubblico che Trump non era indagato.

16 maggio 2017
L’FBI apre Oxferd Comma
L’obiettivo è verificare se il presidente abbia agito «per conto del governo della Federazione Russa». Gli agenti che aprono il caso lo considerano il metodo meno invasivo per affrontare un grave rischio per la sicurezza nazionale.

17 maggio 2017
Rosenstein nomina Mueller
Il viceprocuratore generale affida al procuratore speciale l’indagine sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016. Oxferd Comma confluirà in questa inchiesta.

9 aprile 2019
Il fascicolo si chiude senza prove
Poche settimane dopo la consegna del rapporto finale: Mueller non trova prove che la campagna di Trump abbia cospirato o coordinato le proprie azioni con Mosca, pur documentando diversi contatti con persone legate al governo russo.

Atto 2La resa dei conti (2025–2026)

15 maggio 2025
La foto delle conchiglie
Comey pubblica su Instagram un’immagine di conchiglie disposte a formare «86 47». L’amministrazione la legge come una minaccia al 47º presidente; lui la cancella e nega ogni intento violento.

Settembre 2025
Prima incriminazione, poi archiviata
Comey è incriminato per false dichiarazioni al Congresso. A novembre un giudice federale archivia il caso: la nomina della procuratrice era illegittima. Il Dipartimento di Giustizia ha fatto appello.

28 aprile 2026
Seconda incriminazione
Un gran giurì della Carolina del Nord incrimina Comey per minacce alla vita del presidente, sulla base della foto delle conchiglie. L’ex direttore denuncia un procedimento selettivo e vendicativo.

5 agosto 2026
La declassificazione
La Government Transparency Task Force della Casa Bianca pubblica i documenti di Oxferd Comma. Un funzionario: quasi tutto ciò che l’FBI aveva raccolto fino a quel momento smentiva la collusione con la Russia.

Fonte: documenti FBI declassificati dalla Casa Bianca (Government Transparency Task Force, 5 agosto 2026); rapporto Mueller; atti giudiziari federali. La durata di 693 giorni è un calcolo redazionale sulle date di apertura (16 maggio 2017) e chiusura (9 aprile 2019) del fascicolo.

Dal licenziamento di Comey all'inchiesta Mueller


"Non sapevo che l'ipotesi di ostruzione comprendesse anche la possibilità che Donald Trump stesse in qualche modo agendo per conto di Vladimir Putin", ha dichiarato il funzionario. "In sostanza, quasi tutto ciò che l'FBI aveva raccolto fino a quel momento aveva smentito o escluso l'esistenza di una collusione tra Trump, o la sua campagna, e la Russia".

Trump licenziò Comey nel maggio del 2017, pochi mesi dopo l'inizio del suo primo mandato. La Casa Bianca giustificò inizialmente la rimozione con la gestione, da parte del direttore dell'FBI, dell'indagine sulle email dell'ex segretaria di Stato Hillary Clinton. Il rapporto Mueller affermò invece che il presidente era irritato perché Comey si era rifiutato di dichiarare pubblicamente che Trump non fosse oggetto di un'indagine personale sui rapporti con la Russia.

Il 17 maggio, il giorno successivo all'apertura di Oxferd Comma, l'allora viceprocuratore generale Rod Rosenstein nominò Mueller procuratore speciale, affidandogli il compito di indagare sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 e sugli eventuali legami con la campagna di Trump. Mueller non trovò prove che i suoi membri avessero "cospirato o coordinato" le proprie azioni con Mosca, pur documentando diversi contatti tra lo staff e persone legate al governo russo.

Lo scontro tra Trump e Comey continua nelle corti


Da anni Trump accusa l'FBI e le altre agenzie di intelligence di avere condotto indagini improprie sulle sue campagne elettorali e sulla sua presidenza, promettendo a sua volta nuove inchieste. Ha definito Comey un "poliziotto corrotto", mentre l'ex direttore dell'FBI ha descritto Trump come "moralmente inadatto" alla presidenza.

Nell'aprile di quest'anno Comey è stato incriminato con l'accusa di avere minacciato la vita del presidente, in seguito alla pubblicazione, nel maggio del 2025, di una fotografia che mostrava alcune conchiglie disposte in modo da formare i numeri "86 47". L'ex direttore FBI sostiene invece di essere vittima di un procedimento selettivo e dettato da intenti vendicativi, ricostruzione respinta dal Dipartimento di Giustizia dell'Amministrazione Trump.

L'anno scorso era già stato incriminato per false dichiarazioni al Congresso, ma nel novembre del 2025 un giudice federale aveva archiviato il caso senza pregiudizio, giudicando illegittima la nomina della procuratrice che aveva ottenuto l'incriminazione. Il Dipartimento di Giustizia ha presentato appello contro questa decisione.

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El-Sayed vince di misura in Michigan, Trump grida già ai brogli


Il progressista ha superato la rivale Haley Stevens al termine di una primaria da oltre 60 milioni di dollari. A novembre affronterà Mike Rogers in una sfida decisiva per il controllo del Senato.
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Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan con meno di 15.000 voti di vantaggio su oltre 1,5 milioni: circa il 49% contro il 47% di Haley Stevens. Questa mattina la deputata ha telefonato al rivale per riconoscere la sconfitta, al termine di una delle competizioni interne più seguite del Paese. A novembre, quindi, El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, ex deputato alla Camera. Se vincesse, diventerebbe così il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump è intervenuto mentre lo scrutinio era ancora in corso. Alle 9:28 del mattino a Washington, vale a dire le 15:28 in Italia, mezz'ora prima che l'Associated Press assegnasse la vittoria a El-Sayed, ha scritto su Truth Social che la contea di Wayne, dove si trova Detroit, è "una delle aree di voto più corrotte degli Stati Uniti, se non del mondo" e "puro Terzo Mondo". Senza fornire prove, ha aggiunto che lì "accadono miracoli, comprese molte più schede depositate di quanti siano gli elettori".

Trump ha poi definito El-Sayed, senza nominarlo, "il comunista, che a Detroit non piace". Ha evocato "tutte quelle schede postali false che compariranno a sorpresa all'ultimo momento" e invitato i suoi sostenitori a prepararsi a "un'altra elezione truccata". Infine ha chiesto ai repubblicani di votare Rogers a novembre per rendere il margine in Michigan "troppo grande per essere truccato". Alle 10:10 ora locale ha di nuovo commentato la vittoria ufficiale di El-Sayed definendola "una grande notizia per il Partito Repubblicano".

Il candidato progressista e il peso dei finanziamenti esterni


Nato in Michigan da genitori egiziani, El-Sayed si era candidato senza successo a governatore dello Stato nel 2018 e in seguito ha guidato il dipartimento sanitario della contea di Wayne. Durante la recente campagna elettorale ha sostenuto il Medicare for All, cioè l'estensione a tutti i cittadini della copertura sanitaria pubblica oggi riservata soprattutto agli anziani, così come la riforma del finanziamento della politica e soprattutto la fine degli aiuti militari a Israele. Stevens ha invece concentrato la propria candidatura sulla manifattura, sull'economia e sulla capacità di conquistare i collegi più contesi.

Proprio il giudizio su Israele, duramente criticato da El-Sayed per la condotta della guerra a Gaza, ha diviso l'elettorato, come già nel 2024, quando molti elettori musulmani contestarono Kamala Harris per questo motivo. Stavolta Stevens ha beneficiato di decine di milioni di dollari spesi dal super PAC dell'American Israel Public Affairs Committee, il più influente gruppo filoisraeliano degli Stati Uniti, e del sostegno dell'apparato democratico, a partire dal leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. In Michigan, la spesa complessiva dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari, stabilendo un record per una primaria democratica al Senato.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


Molti elettori musulmani hanno interpretato il risultato come la prova di aver conquistato finalmente uno spazio nella politica americana, riferisce il New York Times, soprattutto nel Michigan orientale, dove le comunità arabe e musulmane sono radicate da tempo. Aber Kawas, vincitrice quest'anno delle primarie per il Senato dello Stato di New York, si è recata in Michigan proprio per sostenere El-Sayed. Ma il risultato, ha spiegato al quotidiano, nasce soprattutto dalla capacità del candidato di rivolgersi a tutti gli elettori del Michigan alle prese con il costo della vita, musulmani e non.

Il seggio lasciato libero dal democratico Gary Peters, che non si ricandiderà, potrebbe ora rivelarsi decisivo per il controllo del Senato. Il Cook Political Report considera incerto l'esito della sfida di novembre. Mercoledì il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha diffuso uno spot digitale che descrive El-Sayed come "il candidato al Senato più radicale d'America" e ne scandisce il nome completo, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. In vista del voto, il filmato sembra anticipare quella che sarà una campagna elettorale molto aggressiva: diversi candidati repubblicani in Texas, Tennessee e Alabama hanno già adottato toni ostili nei confronti dei musulmani.


Abdul El-Sayed vince le primarie Dem per il Senato in Michigan


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie del Partito Democratico per il Senato in Michigan. Era la corsa più attesa e più divisiva della stagione che porta alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. L'emittente televisiva NBC gli ha assegnato la vittoria mentre lo spoglio era ancora in corso, come da prassi americana, in cui sono i media a proclamare i vincitori sulla base delle proiezioni. Al momento della proclamazione il vantaggio sulla deputata moderata Haley Stevens era di pochi punti percentuali e i numeri definitivi arriveranno nelle prossime ore. El-Sayed, 41 anni, ex funzionario della sanità pubblica e figlio di immigrati egiziani, correva da progressista contro la candidata dell'establishment del partito. Se a novembre vincesse anche le elezioni generali, diventerebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti.

Il seggio è quello lasciato libero dal senatore democratico Gary Peters, che si ritira, ed è considerato decisivo per il controllo del Senato. A novembre El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, un ex deputato sostenuto dal presidente Donald Trump che nel 2024 aveva perso la corsa per l'altro seggio del Michigan contro la democratica Elissa Slotkin.

El-Sayed era in vantaggio di quasi 30 punti nei primi risultati e ha visto il margine ridursi per tutta la notte, man mano che venivano conteggiati i voti per posta, nettamente favorevoli a Stevens. Lui ha vinto il voto in presenza con circa 25 punti di scarto, lei quello postale con un margine simile. L'affluenza ha stabilito i record per una primaria dello stato, con oltre 1,3 milioni di voti per posta e un voto anticipato in presenza cresciuto del 90% rispetto al 2024. I due candidati hanno parlato ai sostenitori dopo la mezzanotte locale (le sei del mattino in Italia), quando l'esito era ancora incerto.

Primarie democratiche · Michigan

El-Sayed batte Stevens per meno di due punti nella corsa per il Senato

La rete NBC ha assegnato la vittoria a El-Sayed quando lo spoglio era quasi completo. In palio c'è il seggio lasciato dal democratico Gary Peters: a novembre la sfida sarà con il repubblicano Mike Rogers.

Scrutinio in corso Grafica di Focus America 5 agosto 2026

CandidatoVoti%

Abdul El-Sayed Ex funzionario della sanità pubblica
700.272
48,9%

Haley Stevens Deputata al Congresso
675.350
47,1%

Mallory McMorrow Senatrice statale, ritirata
57.604
4,0%

1.433.226 voti conteggiati 91% scrutinato

Fonte New York Times, risultati non ufficiali. Primarie democratiche del 4 agosto 2026 per il seggio del Michigan al Senato degli Stati Uniti; la vittoria è stata assegnata dalla rete NBC. McMorrow si era ritirata a luglio, ma restava sulla scheda.

Sei gruppi esterni hanno speso 62 milioni di dollari a favore di Stevens, un vantaggio di nove a uno secondo i dati della società di monitoraggio pubblicitario AdImpact. Per El-Sayed, tra campagna e alleati, sono arrivati circa 7 milioni. Oltre la metà dei fondi pro-Stevens, circa 32 milioni, è arrivata dal super PAC di AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti (i super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate, purché non si coordinino direttamente con i candidati). È la cifra più alta spesa da un singolo gruppo in una primaria democratica federale in questo ciclo elettorale. Secondo un'analisi del Washington Post, con oltre 97 milioni di dollari di spot televisivi la primaria del Michigan è stata la seconda più costosa del paese, dietro soltanto a quella del Texas. La provenienza del denaro è diventata il tema centrale della campagna. Nell'ultimo dibattito i due candidati hanno passato i primi quindici minuti a litigare su super PAC e gruppi che non rivelano i propri donatori.

Sulla guerra a Gaza i due candidati erano agli opposti. El-Sayed accusa il governo israeliano di aver commesso un genocidio e chiede di interrompere gli aiuti militari americani a Israele. Stevens si definisce una "orgogliosa democratica pro-Israele", sostiene il mantenimento degli aiuti senza condizioni e non ritiene che ci sia stato un genocidio. La distanza si è vista nelle urne di uno stato che ospita una delle più grandi comunità arabe d'America. A Dearborn, la città del Michigan con la più alta quota di residenti arabo-americani, El-Sayed ha vinto con oltre 57 punti di margine.

Stevens, 43 anni, deputata al quarto mandato, era la candidata dei vertici del partito. Il leader dei senatori democratici Chuck Schumer aveva chiesto ai donatori di finanziarla e la governatrice Gretchen Whitmer, che nel 2018 aveva sconfitto nettamente El-Sayed nelle primarie per la carica di governatore, l'aveva appoggiata pubblicamente. I sondaggi le attribuivano un ampio vantaggio tra gli elettori neri e tra gli over 60. El-Sayed è andato più forte tra i giovani, i laureati e gli indipendenti, che in Michigan possono partecipare al voto perché le primarie sono aperte, senza registrazione per partito. Lo hanno sostenuto Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il sindacato dell'auto United Auto Workers.

La corsa era seguita da tutte le correnti democratiche perché era il primo scontro diretto dell'anno tra progressisti e centristi in una primaria per il Senato. E si è svolta in uno stato in bilico, non in roccaforti come New York o Denver, dove la sinistra ha già vinto quest'anno. Sullo sfondo c'è il 2028. Il partito ha collocato in via preliminare il Michigan al quinto posto nel calendario delle prossime primarie presidenziali (prima del Super Tuesday, il giorno in cui vota il blocco più numeroso di stati). Per entrambe le ali la sfida è stata una prova generale delle strategie con cui mobilitare le rispettive coalizioni.

Per la sinistra è arrivata un'altra vittoria dal settimo distretto del Michigan, quello della capitale Lansing. William Lawrence, un organizzatore di 35 anni che ha co-fondato il movimento ambientalista giovanile Sunrise Movement, ha superato due candidati moderati che si sono divisi il voto (insieme avevano ottenuto la maggioranza dei consensi). Lawrence, sostenuto da Sanders, ha fatto campagna contro i data center e per la sanità universale. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Barrett in uno dei 18 seggi considerati contendibili dal Cook Political Report, l'istituto indipendente che valuta la competitività dei collegi. Sarà un test sulla capacità del populismo di sinistra di vincere in un distretto conteso.

In Missouri ha vinto invece l'establishment. Il deputato Wesley Bell, un moderato pro-Israele, ha respinto con oltre il 70% dei voti il tentativo di rientro di Cori Bush. L'ex deputata socialista-democratica, che lui stesso aveva battuto nel 2024, faceva parte della "Squad", il gruppo delle deputate più progressiste del Congresso. Anche in questa corsa il super PAC legato ad AIPAC ha speso milioni di dollari contro Bush. La sconfitta interrompe la serie di successi dei socialisti democratici, che a giugno avevano estromesso tre deputati in carica. Resta ancora aperta la sfida di Detroit tra il deputato Shri Thanedar e lo sfidante socialista-democratico Donavan McKinney.

Le primarie di martedì hanno definito anche la corsa per la successione della governatrice Whitmer, non più ricandidabile per i limiti di mandato. A novembre la democratica Jocelyn Benson, segretaria di Stato del Michigan (la carica che sovrintende alle elezioni), affronterà il deputato repubblicano John James, sostenuto da Trump. Benson ha difeso i risultati del 2020 dai tentativi di ribaltamento; James, se vincesse, diventerebbe il primo governatore nero dello stato.

Negli altri stati al voto, in Kansas i repubblicani hanno scelto Ty Masterson, il presidente del Senato statale sostenuto da Trump, per la successione della governatrice democratica Laura Kelly. Lo sfiderà la democratica populista Cindy Holscher, che ha vinto la sua primaria contro il candidato appoggiato dalla governatrice uscente. Gli elettori hanno inoltre bocciato il referendum promosso dai repubblicani per rendere elettivi i giudici della Corte Suprema statale, un tentativo di ribaltare la sentenza del 2019 che garantisce il diritto all'aborto nello stato. In Missouri sono state respinte sia la proposta che avrebbe reso molto più difficili i referendum costituzionali di iniziativa popolare sia quella per abolire l'imposta statale sul reddito. In Virginia i democratici hanno candidato l'ex deputata Elaine Luria, che sfiderà di nuovo la repubblicana Jen Kiggans dopo la sconfitta del 2022 in uno dei distretti più competitivi del paese. Nello stato di Washington, dove tutti i candidati corrono in un'unica primaria e i primi due passano al voto di novembre, la deputata democratica moderata Marie Gluesenkamp Perez affronterà John Braun, un repubblicano appoggiato da Trump.

Sempre martedì, in South Dakota il candidato democratico al Senato Julian Beaudion si è ritirato dalla corsa dopo aver denunciato minacce e un incendio nella sua casa, lasciando campo libero a un indipendente contro il senatore repubblicano Mike Rounds. È il terzo caso quest'anno dopo Nebraska e Idaho, una strategia che i democratici stanno ripetendo negli stati più conservatori per concentrare i voti dell'opposizione.


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Bluefish: quali ami?


Sempre più piccoli, sempre più astuti. Negli anni i pesci serra, da predatori golosi e avventati, sembra siano diventati più accorti nell’arte dell’attacco. Noi dobbiamo adattare tecnica e attrezzatura. Partiamo dagli ami.
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Nella foto in alto: l’autore con un serra pescato a Pula, sulla costa sud occidentale della Sardegna.

Nell’articolo di surfcasting dello scorso mese abbiamo illustrato le tante potenzialità degli ami rivestiti in teflon. E abbiamo visto come, partendo dall’enorme esperienza che i carpfisher hanno sviluppato sull’utilizzo di questi ami, si possa sfruttare un simile approccio anche nel surf in mare e in particolare nella pesca all’orata. Illustrando le proprietà del teflon, abbiamo evidenziato alcune caratteristiche che fanno di questo materiale un’ottima scelta. Tra queste la più interessante è il suo bassissimo coefficiente d’attrito, il più piccolo tra tutti i materiali conosciuti! Avete sicuramente capito dove voglio andare a parare… E se quindi sfruttassimo questo vantaggio anche nella pesca del ser-ra col trancio? Sempre nell’articolo già citato, abbiamo mostrato come il sottile rivestimento in teflon preservi l’amo dall’azione negativa della salsedine. Ma questo vale sino a quando il rivestimen-to rimane integro. Ciò non può verificarsi con i serra, dotati di un apparato dentale affilatissimo che, al primo attacco scalfirà di sicuro la superficie. E anche un terzo vantaggio del rivestimento “magico” e cioè la capacità di rendere opaco l’amo, in pratica serve a poco, visto che i serra, in questa stagione estiva, li possiamo insidiare solo di notte quan-do il mimetismo dell’amo e del cavetto d’acciaio non hanno un peso significativo sul risultato finale. Ci soffermiamo quindi sul primo parametro, il minimo attrito che porta a una maggior scorrevolezza e quindi miglior efficacia nella penetrazione.
Fabrizio Frongia e Federico Melis con un “grappolo” di catture di taglia media, tutte ottenute con parature a piombo fisso che migliorano la ferrata.
Ami da bluefish - Al serra e nello specifico alla tecnica con il trancio di muggine, Mondo Pesca ha dedicato tanti articoli, ma questa pesca sta avendo un’evoluzione enorme negli ultimi anni e ci costringe a rivedere e migliorare la tecnica. Il motivo principale è che ormai anche il Pomatomus saltatrix ha smesso di essere un predatore arrogante e “stupido”. Sono lontani i tempi nei quali bastava lanciare in acqua un boccone, preparato senza trop-pa cautela e attenzione e via, lo strike e la conseguente cattura erano molto probabili. Ora tutto ciò non vale più, l’abbiamo già evidenziato più volte in queste pagine. L’anno scorso abbiamo descritto la preparazione di piccoli inneschi costruiti intorno agli ami Aberdeen. Il lungo corpo sottile, è perfetto per dare struttura al trancio; la curva ampia e la punta sottilissima aiutano la penetrazione dell’amo nelle resistenti fauci del bluefish. E se a questi vantaggi aggiungessimo quello del teflon?
Riccardo Frau con una cattura fatta in piena estate; la stagione calda è la più adatta e redditizia nella ricerca dei serra.
Serra e Ptfe - Si può fare! Esclamava Frankenstein Junior al cospetto dell’umanoide appena creato. Noi non abbiamo le stesse pretese, ci basta avere a disposizione una nuova arma. L’amo rivestito in Ptfe è molto più penetrante rispetto ad un amo normale. Questa caratteristica può diventare determinante ora che i serra attaccano le esche in modo svogliato, spesso masticandole e risputandole più volte. Anche quando trascinano l’esca per decine di metri, facendo scivolare la frizione del mulinello e piegando in modo improvviso la punta della canna, al momento della ferrata mollano la presa e ci lasciano a bocca asciutta! Non sempre, ma spesso ciò è causato dall’azione dell’amo. Un amo tradizionale non è detto che riesca a bucare la bocca del pesce, se questo non opera una violenta trazione e trascina l’esca in modo costante, senza testate. Il teflon di sicuro migliora la situazione e le prime prove sul campo hanno dato ottimi risultati. Certo, non è la soluzione definitiva, perché non di rado il predatore sembra sentire “l’odore” del metallo (dell’amo) e morde il trancio appena un po’ più in là. Non si può vincere sempre, è il bello della pesca. Ma il continuo perfezionamento della tecnica e dei materiali aumentano gli strike.



L'Aberdeen è l'amo preferito da molti per il trancio. Alberto Cossu, incallito spigolato che diventa un caccia serra nei mesi caldi. Danilo Atzei, forte agonista di surfcasting, con numerose vittorie e piazzamenti in gare prestigiose, è un grande conoscitore della tecnica col trancio di muggine.


English version


In last month's surfcasting article, we illustrated the many potential benefits of Teflon-coated hooks. And we saw how, building on the extensive experience carp anglers have developed using these hooks, a similar approach can be exploited in saltwater surfcasting, particularly in sea bream fishing. While illustrating the properties of Teflon, we highlighted some characteristics that make this material an excellent choice. Among these, the most interesting is its extremely low friction coefficient, the lowest of all known materials! You've probably figured out where I'm going with this... What if we exploited this advantage when fishing for bluefish with a fillet? In the aforementioned article, we showed how the thin Teflon coating protects the hook from the negative effects of saltwater. But this is true as long as the coating remains intact. This cannot be the case with bluefish, which have razor-sharp teeth that will surely scratch the surface at the first attack. And a third advantage of the "magic" coating - the ability to make the hook opaque - is of little use, given that, in this summer season, we can only target bluefish at night, when the camouflage of the hook and steel cable doesn't significantly impact the final result. So, let's focus on the first parameter: minimal friction, which leads to greater smoothness and therefore greater penetration efficiency.

Bluefish Hooks - Mondo Pesca has dedicated many articles to bluefish, and specifically to the technique using the mullet fillet, but this type of fishing has undergone a huge evolution in recent years, forcing us to review and improve our techniques. The main reason is that even the Pomatomus saltatrix has ceased to be an arrogant and "stupid" predator. Gone are the days when it was enough to throw a prepared morsel into the water without much caution and attention, and off you go; a strike and subsequent catch were highly likely. All of this no longer applies; we've already highlighted it several times on these pages. Last year, we described the preparation of small baits built around Aberdeen hooks. The long, thin body is perfect for giving structure to the fish; the wide curve and very thin point help the hook penetrate the resistant jaws of the bluefish. What if we added Teflon to these advantages?

Bluefish and PTFE - It can be done! Young Frankenstein exclaimed in the presence of the newly created humanoid. We don't have the same expectations; we just need a new weapon. The PTFE-coated hook is much more penetrating than a normal hook. This feature can become crucial now that bluefish attack baits reluctantly, often chewing and spitting them out repeatedly. Even when they drag the bait for dozens of meters, slipping the reel's drag and suddenly bending the rod tip, at the moment of striking, they let go and leave us high and dry! Not always, but often it's caused by the action of the hook. A traditional hook isn't guaranteed to pierce the fish's mouth unless it applies a violent pull and drags the bait steadily, without headbutting. Teflon certainly improves the situation, and initial field tests have yielded excellent results. Of course, it's not the definitive solution, because the predator often seems to "smell" the metal (the hook) and bites the piece just a little further. You can't always win; that's the beauty of fishing. But continuous refinement of technique and materials is increasing strikes.

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Francesco Cirio, un “napoletano” nato a Nizza


La storia del re delle conserve, e le iniziative per ricordarlo nella sua città natale

Una bottiglia nera, elegante, con la firma di Francesco Cirio sull’etichetta celebra i 170 anni di un marchio diventato sinonimo del pomodoro italiano. Realizzata per l’occasione dalla Cantina di Nizza e dall’azienda agricola “Il Botolo”, contiene un Nizza DOCG ed è un oggetto da collezione che Conserve Italia ha presentato per rendere omaggio, proprio nella sua città natale, a uno dei protagonisti del settore agroalimentare italiano.

Quell’etichetta, serigrafata dalla P&P Promotion di Costigliole, quel vino prodotto dalle colline di Nizza Monferrato e quel numero tondo – 170 anni dal 1856, quando il giovane Cirio avviò a Torino la sua prima attività conserviera – riportano alle origini di una vicenda che molti, a torto, ancora collocano nel Sud Italia.

Il marchio Cirio porta subito alla mente pelati, conserve e pomodori del Mezzogiorno. Ma anche gli scudetti di serie A del Napoli di Maradona e della Lazio di Nesta. Eppure Francesco Cirio non nacque né a Napoli né in Campania, ma a Nizza Monferrato, dove prese forma quello spirito imprenditoriale che lo avrebbe reso uno dei grandi protagonisti dell’industria italiana dell’Ottocento. Un territorio che, grazie all’impegno delle sue istituzioni, da qualche anno sta cercando di riappropriarsi di quella storia che gli appartiene, riscoprendo luoghi e valori di una figura centrale della nostra storia nazionale.

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La rassegna stampa di giovedì 6 agosto 2026


El-Sayed conquista le primarie democratiche in Michigan e divide il partito, mentre il Senato vota sull'oltraggio a Fauci; il Marine One di Trump sfiora un aereo di linea e il costo delle espulsioni di massa riaccende il dibattito sulle priorità di spesa

Questa è la rassegna stampa di giovedì 6 agosto 2026

Abdul El-Sayed vince le primarie democratiche in Michigan


Il progressista Abdul El-Sayed ha battuto di misura la deputata centrista Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, conquistando la nomination per una corsa considerata cruciale in vista delle elezioni di metà mandato. La vittoria, più risicata di quanto indicassero i sondaggi, alimenta lo scontro interno tra l'ala insorgente della sinistra e i moderati del partito. Il presidente Donald Trump ha reagito attaccando duramente il candidato, mentre l'organizzazione filoisraeliana AIPAC valuta un nuovo intervento contro di lui nelle elezioni generali.

Fonti: The Wall Street Journal, The New York Times, Bloomberg

Fauci verso il voto sull'oltraggio al Congresso


Una commissione del Senato è pronta a votare giovedì se dichiarare Anthony Fauci in oltraggio al Congresso e deferirlo al Dipartimento di Giustizia, dopo il suo rifiuto di rispondere alle domande in un'audizione della scorsa settimana sulla gestione della pandemia. Nel frattempo la stessa commissione ha ottenuto una copia del telefono dell'ex consigliere sanitario, potenzialmente in grado di fornire ulteriori documenti. I democratici sostengono che l'ex funzionario non possa essere punito per essersi avvalso della facoltà di non rispondere.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Hill

L'elicottero di Trump sfiora un aereo di linea a Washington


Il Marine One, l'elicottero che trasporta il presidente, è passato a meno di un miglio da un volo di linea dell'Envoy Air martedì nello spazio aereo congestionato di Washington. Le autorità federali dell'aviazione hanno aperto un'indagine su quella che l'NTSB ha definito una "perdita di separazione" tra i due velivoli. La FAA ha precisato che il presidente non è mai stato in pericolo e che i due aerei si sono subito allontanati.

Fonti: The New York Times, Axios, Fox News

Il deputato Chuck Edwards si ritira e lascia i repubblicani in affanno


Il deputato repubblicano Chuck Edwards ha annunciato a sorpresa il ritiro dalla corsa per la rielezione nell'11° distretto della North Carolina, dopo che la commissione etica della Camera ne ha raccomandato la censura per molestie sessuali verso alcune collaboratrici. L'abbandono costringe i repubblicani a cercare in fretta un sostituto a pochi mesi dal voto, in un seggio ormai considerato in bilico. I repubblicani dello Stato si stanno orientando verso il senatore statale Tim Moffitt come possibile candidato.

Fonti: Axios, The New York Times

Il costo delle espulsioni di massa e la revoca dello status agli haitiani


Secondo una stima dell'Economic Policy Institute, il piano di espulsioni di massa dell'Amministrazione Trump costerà ai contribuenti americani circa 2.358 dollari a testa, per un totale di quasi 269 miliardi di dollari nell'arco del mandato. Il dato riaccende il dibattito su come quelle risorse potrebbero altrimenti finanziare aiuti alimentari, sanità o alloggi pubblici. Parallelamente, oltre un milione di haitiani temono l'espulsione dopo la decisione dell'Amministrazione di revocare lo status di protezione umanitaria.

Fonti: Axios, Financial Times

La CIA crea una task force segreta su Cuba


La CIA ha istituito una task force segreta dedicata a Cuba, mentre l'Amministrazione Trump aumenta la pressione su L'Avana. Il gruppo consentirà all'agenzia di spionaggio di indirizzare più rapidamente risorse finanziarie, umane e tecniche verso l'isola. L'obiettivo dichiarato è creare fratture all'interno dell'élite politica cubana.

Fonti: The New York Times

Tucker Carlson presenta un manifesto e alimenta le voci su un terzo partito


L'ex conduttore di Fox News Tucker Carlson ha usato una diretta molto pubblicizzata per svelare una visione in dieci punti per l'America, definendo l'orizzonte di una fazione MAGA sempre più in rotta con Trump. Carlson non ha annunciato un partito, ma ha presentato il manifesto come base per "ciò che verrà", dopo aver detto il mese scorso di voler contribuire a costruire una terza forza politica. La Casa Bianca ha liquidato i dissidenti come un gruppo di "voltagabbana lamentosi" che sopravvalutano la propria influenza.

Fonti: Axios

Le corazzate a propulsione nucleare di Trump costeranno 275 miliardi


La nuova classe di corazzate voluta da Trump, destinata a fare da perno alla cosiddetta "Golden Fleet" della Marina statunitense, costerà circa 275 miliardi di dollari, secondo un rapporto del Congressional Budget Office diffuso mercoledì. La prima delle quindici navi previste, la USS Defiant, è stimata in circa 23,4 miliardi di dollari, con un costo per le unità successive di poco inferiore. Il documento alimenta gli interrogativi sulla sostenibilità del programma di riarmo navale.

Fonti: The Hill

Un fondo saudita guida l'acquisizione del colosso dei videogiochi EA


Un fondo sovrano saudita ha guidato il buyout di Electronic Arts, il gigante statunitense dei videogiochi, in quella che viene descritta come forse la più grande operazione di acquisizione a debito della storia. L'accordo segna un ulteriore passo dell'espansione degli investitori del Golfo nell'intrattenimento americano. L'operazione conferma il crescente interesse dei capitali sauditi verso l'industria del gaming.

Fonti: Semafor

Bessent dichiara "morto" il divario tra ricchi e poveri, ma l'inflazione pesa


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che la cosiddetta economia "a K", segnata dall'allargarsi della distanza tra ricchi e poveri, non esiste più, nonostante i dati indichino il contrario. Il messaggio arriva mentre diversi economisti avvertono che l'inflazione persistente sta erodendo il potere d'acquisto degli americani rimasti nello stesso impiego. Il tema del carovita si conferma centrale nel dibattito politico in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Dopo tanto lavoro, Ghost ha finalmente attivato la federazione Activitypub (e non solo). Ma quali sono le newsletter e i blog italiani basati su #Ghost?

@Discussioni sul Fediverso italiano

Al momento questi sono quelli che abbiamo censito e che ricondividiamo per tutti gli interessati:

1) oradecima by Martino Wong: @oradecima by Martino Wong
2) Dungeonauta: @Dungeonauta
3) Monryse: @MonRyse
4) Mindthechart Intelligence: @MindTheChart Intelligence
5) Restworld: @Restworld Blog
6) Il Blog di Davide Benesso: @Davide Benesso: curiosità e automiglioramento
7) Gaming Review: @GamingReview.it
8) WPC Tech: @WPC Tech
9) The Submarine: @The Submarine
10) Manolo Macchetta: @Manolo Macchetta
11) Flavio Pintarelli: @Flavio Pintarelli | Writer & Strategist
12) Giovanni Bertagna: @Giovanni Bertagna - Blog

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in reply to Zone di Transizione

sinceramente avrò poco più di 100 utenti al giorno e WordPress lo conosco abbastanza bene ormai (ci ho sviluppato anche qualche plugin). Ricominciare da zero, passare ad una vps, vuol dire spendere di più e dover re-imparare tutto da zero 😅
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