C’è una serie di azioni, gesti e sensazioni che mi danno conforto di cui probabilmente non ho mai davvero parlato con nessuno: far scorrere su e giù la slitta del mio cellulare (facendo apparire o scomparire la tastiera) un numero pari di volte (finché il touchscreen non ha tolto questo piacere), guardare il mio riflesso sfocato nelle finestre di un edificio o di un autobus mentre lo affianco e lo supero in bicicletta o in scooter, oppure accarezzare con la punta delle dita la superficie delle cose nel momento in cui ci cammino o corro affianco (siano un fittone qualunque, il cancello di un cantiere o la superficie a tratti liscia a tratti rugosa della chiesa di San Petronio).
A volte addirittura sento la pelle reagire con dei brividi, a volte è solo una routine di cui non mi accorgo nemmeno.
Chiesa, dicevo. Un’altra sensazione che mi ha dato conforto in questa maniera, facendomi sentire qualcosa di più di un piccolo ragazzetto spigoloso, era la sensazione del sacro che ti avvolge durante una messa solenne, mi sentivo un ingranaggio di qualcosa di molto più grande, assolutamente giusto, indiscutibile e grandioso.
Più che i canti, le preghiere o i sermoni, erano anche qui azioni e gesti mandati a memoria a trasmettermi questo sentimento positivo: il tenere una tovaglia ben tesa all’eucarestia (aka la comunione), il versare acqua al celebrante al lavabo, per non parlare della fatica vissuta con eroismo nel riuscire a reggere le pesantissime candele durante la lettura del vangelo.
Già perché fino alla tenera età di 19 anni sono stato in pole position durante ogni messa, perché appartenevo ad un gruppo ristretto, forse ormai specie in estinzione: ero infatti un ministrante (aka un chierichetto). Ed anche quel tic di aprire e chiudere il telefono, il mio nokia n95, è strettamente connessi a questo mondo.
Okay, sono passati un po' di anni da quando ho scritto questa storia e sta davvero cadendo a pezzi adesso. Sarà il decadimento della cover tarocca presa su ebay. Manco si accende più, sarà la batteria tarocca presa su ebay.
A partire dai due/tre anni i miei genitori si sono resi conto di una mio tratto decisamente evidente: non riuscivo mai a stare fermo, neanche per mangiare. I miei avevano dovuto brevettare una tecnica per nutrirmi chiamata “un boccone e un giro”: la cena veniva tagliuzzata in piccoli bocconi, io ne mangiavo uno e poi partivo per una corsa attorno al tavolino di vetro della sala, tornavo per un secondo e ricominciavo a correre e così via.
La cosa diventava particolarmente problematica durante le messe a cui ero forzato a partecipare ogni domenica, specialmente in quelle più lunghe. Se nelle occasioni solenni mi riuscivano ad intrattenere, in un modo o nell’altro (col manuale doom II o con la promessa dei regali natali natalizi sotto l'albero), andava trovata una soluzione per il lungo periodo. Così mi propongono, seguendo le orme fraterne di entrare nel gruppo dei ministranti e, un po’ per emulazione un po’ per noia, mi convinco.
Il gruppo verso la fine degli anni novanta era abbastanza folto, una dozzina almeno, variegato in termini di età e trovo subito coetanei con cui legare. Non variegato invece in termini di genere: a differenza dei nostri rivali/colleghi cool degli scout, era permesso “prestare servizio” come ministranti unicamente ai maschi. Non che questa fosse necessariamente una caratteristica rilevante per un bambino di nemmeno dieci anni.
Poi, a dispetto delle apparenze austere che davamo visti dall’esterno, con le nostre vesti tutte uguali (lunga tunica rossa con cotta di cotone bianco per i più piccoli, veste bianca per i più grandi, a farli assomigliare sempre più a dei chierici veri e propri), si trattava di un mondo molto guascone e goliardico.
Per me un’occasione unica di vivere il dietro le quinte di ogni rito ecclesiastico: mi piaceva essere incaricato di andare alla ricerca delle scorte di incenso negli sgabuzzini dell’immensa chiesa del sacro cuore, dover togliere le ragnatele al grande crocifisso d’argento usato solo per le vie crucis o sentire il brivido di dover mettere il piede nella gelata cripta sotterranea, con tutte le luci spente.
Forse è da lì che ha avuto origine il mio culto per i luoghi vuoti appena prima che si riempiano di persone, la mia passione per organizzare eventi, il mio piacere al pensiero di quanto si divertiranno gli altri prima ancora di quanto mi divertirò io.
Una sorta di sabato del villaggio dal punto di vista dell’organizzatore: sia una festa, un evento politico, o la messa domenicale.
Ma di speciale non c’era soltanto lo stare dietro le quinte in sè: le persone che popolavano il gruppo avevano tutte una statura notevole. In primo luogo perché i nostri animatori erano tutti particolarmente alti (percezione accentuata dal mio punto di vista particolarmente ribassato), in secondo luogo per la brillantezza ed il carisma che trasmettevano.
Sopra tutti si ergeva, in senso non solamente figurato, la figura mitologica di Don Wojciech: un colosso d’uomo, un prete salesiano di origine polacca, con uno spiccato senso dell’umorismo, un grosso nasone al centro del viso dietro il quale stavano due occhi chiari che sapevano essere sia bonari che intimorire come nessun altro.
Don Wojciech prendeva abbastanza alla lettera quelle che erano le prescrizioni di Don Bosco riguardo la santità, che il patrono salesiano definiva da raggiungere “stando molto allegri”.
E così, tra una rielaborazione del vangelo ed una esercitazione e l’altra con candele, turibolo o navicella sulla grande navata della nostra chiesa (vero e proprio landmark della Bolognina da ormai un centinaio d’anni), per noi quell’appuntamento del sabato pomeriggio era tutto un gioco, una risata dopo l’altra, una corsa frenetica dopo l’altra, una partitella di calcio parrocchiale dopo l’altra - aggiungo che l’aggettivo “parrocchiale” abbinato a “calcio” ha immancabilemente assunto un’accezione dispregiativa, mentre io lo rivendico come simbolo del gioco più puro, sfrenato; senza pensieri a logiche, strategie, tattiche o risultato.
Il massimo poi lo raggiungevamo durante i cosidetti ritiri: weekend passati solo col gruppo ministranti, a riflettere, meditare, ma soprattutto stare insieme. Raggiungevamo queste parrocchie nel nulla delle più sperdute comunità degli appennini e quel pezzo di terra era tutta la nostra libertà per noi. Si stendevano i sacchi a peli nelle grandi camerate, qualche rapida preghiera e poi via con una grigliata a cui faceva seguito il grande gioco organizzato del sabato sera.
Capitavano spesso scherzi. Magari campane che ci svegliavano a mezzanotte, quindi gli scuri della parrocchia che sbattevano fortissimo mossi dal vento o da qualche complice di Wojciech, una sveglia notturna tra fretta e paura e poi…c’era solo pronto del pane e nutella preparato dagli animatori per noi. Probabilmente queste gag venivano aiutate da qualche birretta che non era giustamente disdegnata nè da Wojciech, nè dai più grandi.
Non ho lasciato il gruppo neanche crescendo. Sono cresciuto abbastanza perinizare ad essere io l’organizzatore di questi momenti goliardici. Non tutti però erano preparati in anticipo, però. In particolare negli ultimi anni del liceo avevo rotto un bellissimo smartphone htc, di quelli col pennino, pochi mesi dopo averlo acquistato e pochi giorni prima di un ritiro.
Racconto il fatto lungo la strada a Wojciech, che era sempre all’avanguardia con gli ultimi modelli di telefono e all’epoca si era appena regalato un samsung galaxy S. Il primo della famiglia S che adesso è arrivata al modello 26, per capirci.
Lui memorizza l’informazione, ma non mi consola particolarmente.
Durante la grigliata però loda la piccantezza della senape polacca che gli avevano portato dalla sua terra natia ed io, con l’arroganza tipica dell’adolescenza dico: “eh figurati, per quanto mangio piccante io, non farei una piega con un tubetto intero” e lui risponde pronto “e allora fallo. Ti regalo il mio vecchio nokia se lo fai, così torni ad avere un telefono decente”. Uno breve sguardo di sfida tra noi e poi subito prendo il tubetto dal tavolo, mi avvicino al camino acceso per avere più luce. Nel frattempo il gruppo diventa silente e si orenta attorno a me in semicerchio, come se stessi per fare una mossa di breakdance.
Prendo il tubetto dal tavolaccio di legno. Svito il tappo avvicino la senape alle labbra, poi, partendo dal fondo, con un rapido movimento la spremo, facendone uscire tutto il contenuto. Esito a mandare giù, le guance cominciano a tremare, sempre più intensamente. E' davvero piccante.
UNO.
DUE.
TRE.
Deglutisco.
APPLAUSI.
Lunedì il Nokia n95 è carico e funzionante nelle mie tasche.
Il Nokia era qualcosa di prodigioso, magari non touch come il telefono che avevo prima, ma la qualità della fotocamera era incredibile, le casse suonavano fortissimo e, per finire, il click della slitta che aprivo e chiudevo andando su e giù nei momenti di nervosismo, era un toccasana.
Foto media scattata con l'N95.
Come da sigla di RAEE, mi è stato davvero fedele per molti anni e, incredibilmente, funziona ancora perfettamente sebbene la cover di plastica sia diventata una crosta appiccicaticcia.
Ma a proposito di fedeltà, quello che anno dopo anno ho iniziato a sentire sempre di più, era una mancanza di fede. Volevo bene alle persone, ero affezionato a quegli spazi in cui ero potuto vivere e crescere in una sorta di idillio, ma non ero d’accordo con molte delle cose che venivano dette, come pian piano ho iniziato a rendermi conto del mio scetticismo rispetto all’idea di un essere pensante ed eterno che ci ha creati, che ci vuole bene ed ha un piano giusto per ciascuno di noi.
Purtroppo non ne ho potuto mai parlare con Don Wojciech, il cui “secondo mandato” nella nostra parrocchia si era esaurito. Adesso arringava fedeli col suo immancabile burbero buonumore ed il suo frigo pieno di birre e wurstel vicino a Piacenza.
Trovandomi a discutere dei miei pensieri col suo successore, argomentando da diciottenne fresco degli studi liceali di Filosofia, ho detto senza alcuna aggressività le mie riflessioni. Ovvero che mi veniva più facile pensare che l’uomo avesse creato Dio, più che il contrario, anche solo per come cambia il “carattere” di questo essere perfetto a seconda del secolo o del testo sacro. Beh, mi sono sentito dare del sovietico e prendere a male parole.
Lì quindi si è consumata la mia abiura ed il primo vero strappo della mia crescita.
Non so se con l’opportunità di parlarne con Wojciech qualcosa sarebbe cambiato. Forse ci saremmo versati un po’ di birra e ne avremmo parlato con più calma, sicuramente non sarebbe stato così duro avendomi visto crescere, ma non credo fosse possibile ad un risultato finale troppo diverso. Anche se sarebbe stato sicuro meno duro per me, lasciare la parrocchia con il sorriso.
A distanza di ulteriori dieci anni ho ancora notizie di Don Wojciech, che ormai ha abbondantemente superato i sessanta, è ancora appassionato di smartphone (sempre fedelissimo - in tutti in sensi - di samsung) e condivide post anti abortisti su instagram.
Certo, sbaglio io ad aspettarmi qualcosa di diverso da un ecclesiastico polacco che ha passato la mezza età. Ma forse è anche lui come quell’N95 così ammaccato: è il simbolo di un’epoca andata, che ci sembra molto più lontana di quanto non sia effettivamente, e sbagli tu se ti aspetti faccia qualcosa di diverso rispetto a ciò che ha sempre fatto.