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Il monitoraggio delle intrusioni su Android come nuova fonte di dati per l'analisi forense consensuale


Google ha annunciato oggi il lancio di una nuova funzionalità di "Registrazione delle intrusioni Android" nell'ambito della Modalità di protezione avanzata di Android (AAPM). Questa nuova funzionalità promette di essere un valido supporto per i ricercatori di informatica forense impegnati in indagini su attacchi sofisticati ai dispositivi Android. È la prima volta che un importante produttore di dispositivi rilascia una funzionalità specificamente progettata per migliorare la capacità di rilevare e contrastare, a livello forense, le minacce digitali avanzate.

securitylab.amnesty.org/latest…

@informatica

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Trump vuole annettere il Venezuela e farne il 51esimo Stato americano


Il presidente americano ha dichiarato a Fox News di stare "seriamente considerando" la mossa, motivata dai 40 mila miliardi di dollari di riserve petrolifere del Paese sudamericano sotto gestione statunitense dopo la cattura di Maduro.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di stare "seriamente considerando" l'annessione del Venezuela come 51esimo stato degli Stati Uniti. L'annuncio è arrivato lunedì 11 maggio durante una telefonata con John Roberts, co-conduttore di America Reports su Fox News, che ne ha riportato il contenuto sui social media e in onda. Trump ha motivato l'interesse citando il valore stimato di 40 mila miliardi di dollari del petrolio venezuelano e sostenendo di essere popolare nel Paese sudamericano: "Il Venezuela ama Trump", ha detto il presidente.

Non è la prima volta che Trump avanza questa ipotesi. A marzo aveva pubblicato su Truth Social un messaggio che evocava la possibilità: "Stanno succedendo belle cose in Venezuela ultimamente. Mi chiedo cosa sia questa magia. STATO NUMERO 51, qualcuno?". Sempre a marzo, durante il World Baseball Classic, dopo la vittoria del Venezuela contro l'Italia nelle semifinali aveva scritto che la squadra sembrava davvero forte, e dopo il trionfo finale aveva pubblicato semplicemente "STATEHOOD!!! President DJT".

L'interesse della Casa Bianca per il Venezuela si inserisce nel quadro dell'operazione militare statunitense del 3 gennaio, quando le forze americane hanno catturato a Caracas l'allora presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores. Trump ha annunciato l'operazione su Truth Social intorno alle quattro del mattino, descrivendola come un'azione su larga scala condotta in collaborazione con le forze dell'ordine statunitensi.

Maduro è stato trasferito a New York per rispondere di accuse di narcoterrorismo e si è dichiarato non colpevole. In una conferenza stampa successiva all'operazione, Trump ha invocato la dottrina Monroe, la politica bicentenaria della leadership americana nell'emisfero occidentale, ribattezzandola "dottrina Donroe" e affermando che "il dominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione". Aveva inoltre annunciato che gli Stati Uniti avrebbero gestito il Paese "fino a quando non si potrà fare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa".

Tre giorni dopo l'attacco iniziale, Trump aveva annunciato che le "autorità ad interim" stavano consegnando agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio. Il petrolio sarebbe stato venduto a prezzo di mercato con i proventi gestiti direttamente dal presidente per il beneficio dei popoli venezuelano e americano, e il trasporto affidato al segretario all'Energia Chris Wright. A marzo è poi emerso che oltre 100 milioni di dollari in oro erano stati trasferiti dal Venezuela agli Stati Uniti. Per molti osservatori si tratta di elementi che rafforzano l'interpretazione dell'intervento come un'operazione orientata all'accesso alle risorse naturali del Paese. Dall'inizio dell'intervento, l'amministrazione ha ricevuto critiche bipartisan al Congresso, compresi parlamentari repubblicani, per la gestione del Paese sudamericano.

Le esportazioni di greggio venezuelano hanno raggiunto in aprile oltre un milione di barili al giorno, il livello più alto dal 2018, con la gestione dell'amministrazione Trump. Per mesi membri del gabinetto e consiglieri energetici della Casa Bianca hanno incontrato i dirigenti delle principali compagnie petrolifere per sollecitarne gli investimenti in Venezuela. Quasi vent'anni fa Exxon e Conoco erano state espulse dal Paese quando l'allora presidente Hugo Chávez nazionalizzò il settore, lasciando Chevron come unica grande compagnia americana ancora presente.

Una portavoce della Casa Bianca ha dichiarato che le relazioni tra Venezuela e Stati Uniti sono state "straordinarie" e che il petrolio sta tornando a fluire, anticipando grandi flussi di denaro a beneficio del popolo venezuelano e attribuendo a Trump il merito esclusivo della nuova partnership. La portavoce non ha però fornito dettagli concreti sui contorni del piano di annessione. Anna Kelly, intervistata da Roberts, ha evitato di commentare i piani specifici del presidente, limitandosi a dire che Trump è "famoso per non accettare mai lo status quo" ed elogiando la collaborazione della presidente ad interim venezuelana.

Dal punto di vista costituzionale, Trump non può annettere unilateralmente il Venezuela. L'articolo IV della Costituzione americana stabilisce che nuovi stati possono essere ammessi nell'Unione solo con l'approvazione del Congresso. Sarebbe inoltre necessario il consenso del Venezuela stesso, che la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha già escluso. Parlando ai giornalisti dall'Aja, Rodríguez ha dichiarato che il suo Paese "non è una colonia, ma un Paese libero" e che difenderà "integrità, sovranità, indipendenza e storia".

I piani di espansione territoriale di Trump

Il Venezuela come 51esimo Stato:
perché a Trump non basta l'intenzione


Il presidente afferma di star vlautando l'annessione di Caracas citando i 40 mila miliardi di dollari di ricavi legati al petrolio. Ma la Costituzione degli Stati Uniti affida la decisione al Congresso, e in Senato il muro dei 60 voti rende oggi l'operazione politicamente impraticabile.

Annuncio in una telefonata a Fox News 11 maggio 2026

Voti repubblicani al Senato
53
Repubblicani sui 100 senatori in carica

vs

Soglia per sbloccare il voto
60
Voti richiesti per superare il filibuster (ostruzionismo) dell'opposizione

Servirebbero almeno 7 senatori democratici per evitare il filibuster

Esplora in dettaglio
1 Il piano 2 Ostacoli 3 Precedenti 4 La lista

La dichiarazione

"Sto seriamente considerando l'annessione del Venezuela"

Il Venezuela ama Trump. Sto seriamente considerando di farne il 51esimo stato.
— Donald Trump, telefonata a John Roberts (Fox News), 11 maggio 2026

I numeri

$40
Mila miliardi
Valore stimato dei ricavi dalla vendita del greggio venezuelano citato da Trump

1 mln
Barili al giorno
Export di greggio venezuelano in aprile, il livello più alto dal 2018

$100 mln
In oro
Già trasferiti da Caracas agli Stati Uniti dopo l'intervento militare

Dalla caduta di Maduro all'annuncio

3 Gennaio 2026
Operazione militare Usa a Caracas: catturati Maduro e la moglie, trasferiti a New York con accuse di narcoterrorismo.

6 Gennaio
Trump annuncia la consegna di 30-50 milioni di barili di greggio dalle "autorità ad interim" venezuelane.

Marzo
Caracas ripristina le relazioni diplomatiche con Washington.

11 Maggio
L'annuncio dell'annessione durante una telefonata a Fox News. Critiche bipartisan al Congresso, incluso da parlamentari repubblicani.

Il percorso costituzionale

Tre ostacoli che il piano deve superare per diventare realtà


L'Articolo IV della Costituzione degli Stati Uniti affida la decisione sull'ammissione di nuovi Stati al Congresso. Servono inoltre il consenso del territorio che verrebbe annesso e — nella prassi politica attuale — una supermaggioranza di 60 voti al Senato.

1

Camera
Maggioranza semplice alla Camera dei Rappresentanti
Un disegno di legge di ammissione di un nuovo Stato richiede una maggioranza semplice. I repubblicani hanno oggi 218 seggi contro 215 dei democratici: margine sufficiente ma fragile.
Soglia: 218 voti su 435 · Margine GOP attuale: 3 seggi

2

Senato
Necessario superare il muro dei 60 voti
Una legge di ammissione di un nuovo Stato formalmente passa con maggioranza semplice, ma è esposta al filibuster: ciò significa che per chiudere il dibattito su questa legge e porla ai voti serve la 'cloture', cioè ovvero un voto di almeno 60 senatori. È qui che si è arenata la statehood di Washington D.C. e Porto Rico.
Soglia di fatto: 60 voti su 100 · Senatori repubblicani in carica: 53

3

Caracas
Il consenso del Venezuela
Nessuno Stato è mai stato ammesso senza il consenso dei suoi abitanti. La presidente ad interim Delcy Rodríguez lo ha già escluso: "Non siamo una colonia, ma un Paese libero". L'opposizione venezuelana chiede invece nuove elezioni.
Posizione ufficiale del governo venezuelano: rifiuto esplicito

Il muro del Senato, oggi
Composizione attuale e soglia richiesta per porre fine ad un filibuster su una legge ordinaria.

Soglia 60 voti

53 senatori GOP
02550 (maggioranza)75100

Mancano 7 voti. Anche convincendo tutti i 53 repubblicani — già uno scenario ottimista vista la frattura interna emersa nel Partito repubblicano sull'intervento — servirebbero altri 7 senatori democratici disposti a votare per l'annessione. Soglia oggi politicamente irrealistica.

La storia dell'ammissione

L'ultimo Stato è entrato nell'Unione 67 anni fa

37
Gli Stati aggiunti dal 1791 a oggi sotto l'Admissions Clause dell'articolo IV. Solo uno è stato annesso prima come Repubblica indipendente: il Texas, nel 1845.

I casi più rilevanti

1791

Vermont
Primo stato ammesso dopo i 13 originari. Atto del Congresso, popolazione consenziente.

1845

Texas — l'unico caso analogo
Repubblica indipendente annessa dagli Stati Uniti. Ma fu il Texas a chiedere l'ammissione, e il Congresso approvò con una risoluzione congiunta. Consenso reciproco, non unilaterale.

1959

Hawaii — l'ultimo Stato ammesso
L'ultimo ingresso nell'Unione: 67 anni fa. Era già un territorio americano dal 1900. Plebiscito popolare a favore della statehood.

Oggi

Porto Rico e Washington D.C.
Da decenni in attesa di riconoscimento. Bloccati al Senato proprio per la soglia dei 60 voti, anche quando avevano la maggioranza politica al loro fianco. Nessuno Stato è mai stato ammesso all'Unione senza voto del Congresso.

L'agenda di espansione territoriale di Trump

Il Venezuela non è il primo nome della lista


Il presidente ha indicato 5 territori distinti come possibili nuovi Stati o acquisizioni di territori Usa durante il secondo mandato. Ogni ipotesi solleva specifici problemi giuridici e politici.

Sud America
Venezuela
"Il Venezuela ama Trump."
Annuncio: maggio 2026

Artico · Territorio danese
Groenlandia
"Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza nazionale."
Dichiarazione: dicembre 2025

Nord America
Canada
Trudeau definito più volte "governatore del Grande Stato del Canada".
Cena in Florida: novembre 2025

Altri
Panama, Cuba, Striscia di Gaza
Menzionati come possibili territori da acquisire.
In vari momenti durante il secondo mandato

Fonti Fox News (intervista a John Roberts), Truth Social, Constitution Annotated (Library of Congress), CRS Report RL30360 sul filibuster, Ballotpedia (composizione Senato e Camera), Congressional Admissions Clause (Art. IV, Sez. 3). Elaborazione FocusAmerica · 12 maggio 2026

L'attuale governo venezuelano collabora però strettamente con Washington: Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro, ha fatto approvare riforme delle leggi petrolifere e minerarie aprendo questi settori agli operatori privati, in particolare americani, oltre a un'amnistia che ha portato alla liberazione di centinaia di detenuti politici, anche se circa 500 restano in carcere. A marzo il Venezuela ha ripristinato le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte da Maduro sette anni prima. Trump si è ripetutamente complimentato con la presidente ad interim e sta gradualmente alleggerendo le sanzioni contro Caracas. L'opposizione venezuelana chiede invece elezioni.

Il Venezuela non è l'unico Paese che Trump ha indicato come potenziale nuovo Stato americano. Durante il secondo mandato il presidente ha più volte espresso interesse per l'acquisizione della Groenlandia, citando ragioni di sicurezza nazionale legate alla presenza di navi russe e cinesi nell'area e alla possibile installazione di un sistema di allerta per missili balistici. "Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale", aveva detto nel dicembre 2025. Ha anche suggerito che il Canada rinunciasse alla propria sovranità per unirsi agli Stati Uniti, arrivando a chiamare l'ex primo ministro Justin Trudeau "governatore" del "Grande Stato del Canada" sui social durante una cena in Florida nel novembre 2025. Anche Panama, Cuba e la Striscia di Gaza sono stati menzionati nella lista dei possibili territori da acquisire.

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I Dem restano favoriti per vincere le midterm


L'analisi di Decision Desk HQ mostra come le recenti modifiche delle mappe elettorali in diversi Stati abbiano ridotto il margine di sicurezza dei democratici, pur lasciandoli in vantaggio.

I democratici restano favoriti per riconquistare la Camera dei rappresentanti nelle elezioni di metà mandato del novembre 2026, ma il margine si è ristretto a causa della serie di interventi sulle mappe dei collegi elettorali decisi nelle ultime settimane. È la conclusione di un'analisi pubblicata da Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, e firmata dall'analista Geoffrey Skelley.

Negli Stati Uniti il ridisegno dei collegi elettorali, chiamato redistricting, viene aggiornato periodicamente e può modificare in modo significativo l'equilibrio tra i due partiti. Negli ultimi giorni si sono concentrati tre eventi rilevanti: la sentenza della Corte Suprema federale nel caso Louisiana v. Callais, la decisione della Corte Suprema della Virginia che ha invalidato il voto del 21 aprile sul nuovo disegno dei collegi statali e una serie di interventi nei singoli Stati del Sud controllati dai repubblicani.

In Virginia la corte ha stabilito che la procedura usata per portare al voto la modifica dei collegi ha violato la costituzione statale. Lo Stato userà quindi nelle elezioni del 2026 la mappa attuale, che assegna ai democratici un vantaggio di 6 seggi a 5 nella delegazione alla Camera, e non quella nuova che avrebbe potuto produrre un 10 a 1 a favore dei democratici. Acuni esponenti democratici a livello nazionale hanno discusso una mossa estrema per mantenere comunque la mappa più favorevole: abbassare l'età di pensionamento obbligatoria dei giudici della Corte Suprema statale per rimuoverli tutti, sostituirli e poi rivedere il caso. I democratici della Virginia avrebbero però poco interesse a percorrere questa strada.

A queste vicende si sommano i ridisegni già completati in Florida e Tennessee, che hanno trasformato cinque seggi persi da Donald Trump nelle presidenziali del 2024 in seggi vinti da Trump. La Louisiana dovrebbe aggiungere un seggio fortemente repubblicano in più, a scapito di un seggio saldamente democratico. La South Carolina sembra vicina a modificare la propria mappa, mentre l'Alabama ha approvato un nuovo disegno che entrerà in vigore solo se la Corte Suprema federale rimuoverà l'ingiunzione di un tribunale federale che blocca il ridisegno.

Nonostante queste perdite, secondo l'analisi i democratici restano in vantaggio grazie al clima politico nazionale. Le elezioni di metà mandato premiano quasi sempre il partito che non è alla Casa Bianca, salvo nei casi in cui il presidente in carica gode di un'approvazione molto alta. Non è la situazione di Trump, il cui indice di approvazione si attesta intorno al 40 per cento nella media calcolata da Decision Desk HQ, contro un indice di disapprovazione vicino al 57 per cento.

Un altro indicatore utilizzato dagli analisti americani è il cosiddetto generic ballot, un sondaggio che chiede agli elettori per quale partito voterebbero alla Camera senza indicare i candidati specifici. Nella media di Decision Desk HQ i democratici sono avanti di circa 6 punti percentuali, 46 a 40, in linea con il trend degli ultimi mesi che li vede avanti di 4-6 punti dalla fine dello scorso anno. Tradotto in spostamento di voti rispetto al margine di Trump nel voto popolare del 2024, pari a 1,5 punti, significa un'oscillazione a favore dei democratici tra i 5,5 e i 7,5 punti.
Calcolo seggi Camera USA 2026

Elezioni · USA · Midterm 2026
Camera USA 2026: i seggi in gioco a seconda dello spostamento dei voti
Distribuzione dei 435 seggi della Camera per margine di Trump nel 2024 nel collegio · Quanti seggi entrano in gioco per i democratici secondo il vantaggio nel generic ballot


Margine di Trump nel collegio (elezioni presidenziali 2024)

Seggi democratici

Seggi repubblicani

D+1 211 seggi dem
D+3,5 219 seggi dem
D+6 · oggi 223 seggi dem
D+8,5 232 seggi dem

!
Per ottenere la maggioranza alla Camera servono 218 seggi. Con il vantaggio attuale dei democratici nel generic ballot, sarebbero in vantaggio in 223 collegi.

223
Seggi favorevoli ai dem oggi

212
Seggi favorevoli ai rep oggi

218
Soglia per la maggioranza

Elaborazione su dati Decision Desk HQ, analisi di Geoffrey Skelley · I dati tengono conto del ridisegno dei collegi in California, Florida, Missouri, North Carolina, Ohio, Tennessee, Texas e Utah, oltre alla nuova mappa della Louisiana · Non sono inclusi i possibili ridisegni in Alabama e South Carolina · Aggiornato all'11 maggio 2026

Skelley ricorda che il generic ballot si è rivelato un indicatore piuttosto affidabile in tre degli ultimi quattro voti di metà mandato. Un caso paragonabile al 2026 è quello del 2018, primo voto di metà mandato della prima presidenza Trump: alla vigilia di quelle elezioni lo spostamento implicito dal voto presidenziale del 2016 era poco meno di 7 punti, una grandezza simile a quella che emerge oggi.

Applicando uno spostamento di circa 7,5 punti a favore dei democratici ai risultati presidenziali del 2024 collegio per collegio, l'analisi stima che 223 seggi si collocherebbero a sinistra di questa soglia e 212 a destra. Uno spostamento di questa entità potrebbe permettere ad alcuni deputati democratici uscenti in collegi ridisegnati in senso più favorevole ai repubblicani di sopravvivere, tra cui Henry Cuellar in Texas, Marcy Kaptur in Ohio e Jared Moskowitz in Florida. I democratici potrebbero anche conquistare uno o due seggi alla periferia della loro lista di obiettivi, in distretti dove Trump aveva vinto con oltre 10 punti di vantaggio.

Un secondo modello usato nell'analisi applica lo spostamento direttamente al voto per la Camera del 2024, anziché a quello presidenziale. In quel caso i repubblicani erano avanti di 2,7 punti nel voto aggregato, più del vantaggio di Trump. Un margine democratico di 6 punti nel generic ballot equivarrebbe quindi a uno spostamento di quasi 9 punti, che porterebbe i democratici a essere in vantaggio in 225 seggi contro i 210 dei repubblicani. Con un vantaggio più ridotto, di 3,5 punti, i democratici sarebbero comunque davanti, ma solo in 220 seggi. Una giornata particolarmente positiva per i democratici, con 8,5 punti nel generic ballot, li porterebbe a 235 seggi. Viceversa, se i repubblicani riuscissero a contenere il vantaggio democratico a un solo punto, otterrebbero un margine di 223 a 212 e manterrebbero la Camera.

Lo spostamento dei voti non è mai uniforme tra i collegi, perché incidono fattori come la presenza di un uscente, la qualità dei candidati, l'affluenza e la composizione dell'elettorato locale. Tuttavia in genere il movimento va nella stessa direzione nella maggioranza dei collegi. Nelle elezioni di metà mandato del 2018 lo spostamento medio a favore dei democratici nei seggi contesi fu di oltre 9 punti rispetto al 2016. Nel 2006 si registrò un movimento simile a favore dei democratici rispetto al 2004. Nel 2014 i repubblicani guadagnarono in media 7 punti rispetto al 2012. Nel 2022, a causa del ridisegno generale dei collegi, non è stato possibile calcolare una media seggio per seggio, ma nel voto aggregato i repubblicani guadagnarono circa 6 punti rispetto al 2020.

Una Camera a maggioranza democratica dopo il 2026 resta lo scenario più probabile secondo Decision Desk HQ, anche se la maggioranza potrebbe essere molto ristretta, in linea con la tendenza recente a Camere quasi divise a metà. Se i repubblicani dovessero vincere un numero insolitamente alto di sfide in equilibrio, come accadde ai democratici nel 2024, potrebbero conservare il controllo dell'aula.

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Un americano su quattro pensa che gli attentati a Trump siano stati inscenati


Un nuovo sondaggio NewsGuard rivela che il 24% dei cittadini adulti statunitensi crede alla messinscena della sparatoria di aprile alla Cena dei Corrispondenti della Casa Bianca. Forte divario partitico tra le risposte.

Quasi un americano su quattro pensa che la sparatoria avvenuta ad aprile alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca sia stata inscenata. Lo rivela un sondaggio di NewsGuard, società che valuta l'affidabilità delle testate online, pubblicato lunedì e ripreso dal Washington Post.

L'indagine, condotta da YouGov su 1.000 cittadini adulti statunitensi tra il 28 aprile e il 4 maggio, mostra un divario politico molto marcato. Il 24% degli intervistati ritiene falso l'episodio del Washington Hilton, il 45% lo considera autentico, mentre il 32% si dice incerto. A credere alla messinscena è circa un democratico su tre, contro un repubblicano su otto. Anche gli under 30 risultano più inclini dei cittadini più anziani a dubitare della versione ufficiale.

Cospirazionismo

Un americano su quattro crede che gli attentati a Trump siano stati inscenati


Il sospetto attraversa gli schieramenti, ma il divario politico è netto: secondo un sondaggio YouGov per NewsGuard, crede alla messinscena un democratico su tre, contro un repubblicano su otto.

Sondaggio YouGov per NewsGuard Campione: 1.000 cittadini adulti · 28 aprile-4 maggio 2026

Episodio Washington Hilton · aprile 2026


24%
crede sia falso

Un americano su quattro dubita della versione ufficiale
Non esistono elementi che sostengano le teorie cospirazioniste secondo cui l'Amministrazione Trump avrebbe orchestrato l'episodio.

24%
Crede sia
inscenato

45%
Lo ritiene
autentico

32%
Non sa /
incerto

Esplora l'analisi
1 I 3 eventi 2 Il divario 3 Le voci

Confronto tra i 3 episodi

Quanti credono che ogni tentato attentato sia stato inscenato


La quota di chi dubita varia da evento a evento, ma il divario tra elettori democratici e repubblicani resta costante e profondo.

1

Luglio 2024
Comizio di Butler
Pennsylvania

24%
Crede sia falso

Democratici

42%

Repubblicani

7%

2

Settembre 2024
Trump International Golf Club
West Palm Beach, Florida

16%
Crede sia falso

Democratici

26%

Repubblicani

7%

3

Aprile 2026
Cena dei Corrispondenti
Washington Hilton, DC

24%
Crede sia falso

Democratici

~33%

Repubblicani

~12%

La frattura politica

Chi crede che tutti e tre gli attentati siano stati simulati


Il sospetto di una messinscena attraversa tutto lo spettro politico, ma con un'intensità sette volte maggiore tra elettori democratici rispetto ai repubblicani.

Crede che tutti e tre gli eventi siano falsi

Democratici
21%
Crede a tutte e tre le messinscene

Indipendenti
11%
Crede a tutte e tre le messinscene

Repubblicani
3%
Crede a tutte e tre le messinscene

L'inversione del cospirazionismo

Storicamente più diffuse a destra, le teorie del complotto trovano oggi terreno fertile anche a sinistra: sull'attentato di Butler i democratici che dubitano sono sei volte più numerosi dei repubblicani. Anche gli under 30 risultano più scettici delle generazioni più anziane.

3 letture diverse del fenomeno

Come gli esperti spiegano la diffidenza

È molto sorprendente. Sempre più persone in ogni parte dello spettro politico diffidano di questa Amministrazione e dei media.
Sofia Rubinson · Redattrice, NewsGuard

Sembra incredibilmente hollywoodiano immaginare che sia stato tutto inscenato. L'intero apparato del governo è stato trasformato in un reality show.
Joan Donovan · Boston University, studiosa di manipolazione dei media

Il pensiero cospirazionista ha infettato il corpo politico al punto da diventare un riflesso istintivo per una fetta sempre più ampia della popolazione.
Jared Holt · Ricercatore, Open Measures

Fonte Sondaggio YouGov per NewsGuard, 1.000 cittadini adulti statunitensi, 28 aprile-4 maggio 2026. Ripreso dal Washington Post · Elaborazione FocusAmerica · 11 maggio 2026

L'incriminazione e le teorie online


La scorsa settimana un gran giurì federale di Washington ha incriminato il presunto attentatore, Cole Tomas Allen, con 4 capi d'imputazione, tra cui il tentato omicidio del presidente Donald Trump. Subito dopo l'arresto, online si sono diffuse teorie secondo cui l'Amministrazione Trump avrebbe orchestrato l'episodio per rafforzare il consenso attorno al presidente e al Partito Repubblicano. Nessun elemento sostiene queste ricostruzioni.

La diffidenza riguarda anche i due altri tentati attentati subiti da Trump nel 2024: quello al comizio di Butler, in Pennsylvania, e quello al Trump International Golf Club di West Palm Beach, in Florida. Il 24% degli americani ritiene falso l'episodio di Butler, con un divario politico ancora più ampio: il 42% dei democratici contro il 7% dei repubblicani. Sull'attentato al golf club, la quota dei dubbiosi scende al 16%, con il 26% dei democratici e il 7% dei repubblicani convinti della messinscena. Nel complesso, il 21% degli elettori democratici crede che tutti e tre gli eventi siano stati simulati, contro l'11% degli indipendenti e il 3% dei repubblicani.

"Il complottismo è diventato un riflesso"


"È molto sorprendente", ha dichiarato al Washington Post Sofia Rubinson, redattrice di NewsGuard. Secondo Rubinson, i risultati riflettono uno scetticismo crescente verso governo e stampa: "Sempre più persone in ogni parte dello spettro politico diffidano di questa Amministrazione e dei media", ma finiscono per affidarsi a informazioni non verificate trovate online.

La Casa Bianca ha ovviamente respinto tutte le teorie del complotto. "Chiunque pensi che il presidente Trump abbia inscenato i suoi attentati è un perfetto idiota", ha dichiarato il portavoce Davis Ingle in una nota di aprile al Washington Post.

Per Joan Donovan, docente alla Boston University e studiosa di manipolazione dei media, i dati raccontano anche il peso della spettacolarizzazione nella presidenza Trump. "Sembra incredibilmente hollywoodiano immaginare che sia stato tutto inscenato", ha osservato. "L'intero apparato del governo è stato trasformato in un reality show". Donovan non si è detta sorpresa dalla maggiore diffidenza dei democratici: a sinistra, ha aggiunto, cresce una corrente cospirazionista alimentata dalla sfiducia nelle istituzioni governate dai repubblicani.

Sulla stessa linea Jared Holt, ricercatore del gruppo Open Measures, che monitora l'estremismo online: "Questi numeri non mi sorprendono affatto. Sono cupi, certo. Il pensiero cospirazionista ha infettato il corpo politico al punto da diventare un riflesso istintivo per una fetta sempre più ampia della popolazione".

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L'inflazione americana vola al 3,8% spinta dalla guerra con l'Iran, il livello più alto da quasi 3 anni


I prezzi al consumo accelerano ad aprile trainati dei prezzi della benzina, salita del 28,4% in un anno. Il dato complica il debutto di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve.

La guerra in Iran sta riportando l'inflazione al centro dell'agenda economica americana. Ad aprile i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono cresciuti del 3,8% su base annua, il livello più alto da maggio 2023 e oltre le attese degli economisti. È il secondo mese consecutivo in cui il conflitto in Medio Oriente si riflette in modo misurabile sui prezzi pagati dalle famiglie. L'accelerazione è netta: a marzo l'inflazione era al 3,3%, a febbraio al 2,4%. Su base mensile, l'indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,6%, in rallentamento rispetto al +0,9% di marzo, il primo mese pieno di guerra.

A spingere il dato è soprattutto il costo dell'energia. La benzina è aumentata del 5,4% in un mese e del 28,4% in un anno, contribuendo da sola a oltre il 40% dell'incremento mensile. Rincari consistenti arrivano però anche dal cibo: la spesa al supermercato è cresciuta dello 0,5%, mentre i pasti fuori casa sono saliti dello 0,7%. In entrambi i casi si tratta dell'aumento mensile più forte degli ultimi mesi. L'inflazione core, che esclude alimentari ed energia, resta più contenuta ma accelera a sua volta: +2,8% annuo ad aprile, contro il +2,6% di marzo, con un incremento mensile dello 0,4%.

Secondo gli economisti citati dal Washington Post, il rischio è che lo shock energetico si trasmetta ad altri settori. Le industrie più esposte alle materie prime colpite dalla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz potrebbero finire per scaricare i maggiori costi sui consumatori. Un segnale simile arriva dall'indice PriceStats di State Street, che monitora ogni giorno i prezzi di milioni di prodotti venduti online: ad aprile è aumentato dello 0,9%, il terzo rialzo mensile più forte dal 2008, e proietta un'inflazione annua al 4,5% a metà mese. Anche in questo caso la pressione si concentra soprattutto sui carburanti, saliti di circa il 32% in un anno.

Michael Metcalfe, responsabile della macro strategy di State Street Markets, ha osservato che per ora i rincari più forti restano circoscritti ai carburanti, mentre alimentari, prodotti per la casa e sanità mostrano aumenti stagionali nella norma. I prossimi settori da monitorare, ha aggiunto, saranno abbigliamento ed elettronica: se anche lì i prezzi dovessero accelerare, vorrebbe dire che lo shock energetico sta iniziando a trasformarsi in un problema inflazionistico più ampio.
Inflazione USA aprile 2026 — FocusAmerica

Inflazione USA · Aprile 2026

La seconda ondata: la guerra in Iran rilancia i prezzi


L'inflazione americana torna al 3,8% — il massimo da maggio 2023. Si tratta del secondo mese consecutivo in cui il conflitto si sta riflettendo sui prezzi. Sullo sfondo, il dilemma della nuova Federal Reserve di Kevin Warsh e il fantasma della Rivoluzione iraniana del 1979.

Bureau of Labor Statistics · Washington Post · State Street PriceStats Rilevazione: aprile 2026

Indice prezzi al consumo · YoY
3,8 %
Il livello più alto da maggio 2023. Sopra le attese degli economisti, oltre il doppio del target Fed del 2%.

L'accelerazione in tre mesi

2,4%

Feb

3,3%

Mar

3,8%

Apr

Esplora i dettagli
1 La curva 2 Le cause 3 Il precedente 4 La Fed

I Andamento mensile

L'inflazione ha invertito la rotta a marzo, con l'inizio della guerra in Iran


Il primo mese pieno di conflitto in Medio Oriente segna un balzo netto. Aprile conferma la traiettoria: dopo un anno di lenta discesa, l'indice torna ad allontanarsi dal target del 2%.

5% 4% 3% 2% Target Fed 2% 3,8% APR Mag '25 Ott '25 Mar '26 Apr '26 INIZIO GUERRA

5% 4% 3% 2%

Target Fed 2%

Guerra

2,4%

2,7%

3,8%

Giu '25 Set '25 Dic '25 Apr '26

+1,4punti in 2 mesi

L'inflazione negli Stati Uniti è risalita di 1,4 punti dalla soglia del 2,4% di febbraio. Su base mensile, l'IPC è salito dello 0,6% ad aprile, in rallentamento dal +0,9% di marzo — ma ancora lontano dalla stabilità.

II Analisi del dato

L'energia spinge, ma il rincaro si sta ora allargando anche al cibo


La benzina da sola pesa per oltre il 40% dell'incremento mensile. Ma spesa e ristorazione registrano l'aumento più forte degli ultimi mesi. L'inflazione core, più stabile e senza i componenti più volatili, accelera comunque.

BenzinaSu base annua
+28,4%

BenzinaSu base mensile
+5,4%

Inflazione coreEsclude alimentari ed energia · YoY
+2,8%

Pasti fuori casaSu base mensile
+0,7%

Spesa al supermercatoSu base mensile
+0,5%

Indicatori chiave

40%
Quota della benzina sull'incremento mensile dell'IPC

4,5%
Proiezione PriceStats per metà aprile, annualizzata

III Il fantasma del 1979

Due cicli a confronto, lo stesso punto di partenza


Allineate dal momento in cui l'inflazione tocca per la prima volta il 3%, le serie 1972-1982 e 2020-2026 mostrano una traiettoria analoga: discesa, fondo, e oggi — come allora — un possibile rimbalzo.

15% 12% 9% 6% 3% RIVOLUZIONE IRANIANA · 1979 1982 4,0% 2026 3,8% Anno 0 Anno 3 Anno 6 Anno 9 Oggi

1972 → 1982
La Grande Inflazione
2020 → 2026
Oggi

I

Anno 0 · Soglia del 3%

1972
3,3%
Inflazione in salita

2020
2,5%
Pre-pandemia

II

Picco della prima ondata

1974
12,3%
Shock petrolifero

Giu 2022
9,1%
Post-Covid

III

Valle · Inflazione sotto controllo

1976
5,2%
Apparente normalizzazione

Inizio 2026
2,4%
Vicino al target Fed

IV

Il rimbalzo

1980
14,6%
Rivoluzione iraniana

Apr 2026
3,8%
Guerra in Iran · Oggi

Serie 1972-1982 — la Grande Inflazione
Serie 2020-2026 — oggi

Il monito degli economisti

La Grande Inflazione non nacque dalla prima ondata. Nacque dall'incapacità di fermare la seconda.

— O. Coibion (UT Austin) e Y. Gorodnichenko (UC Berkeley), citati dal Washington Post

IV La nuova Banca Centrale

Warsh eredita la Federal Reserve nel pieno della tempesta


Il passaggio di consegne tra Warsh e Powell arriva nel momento meno favorevole possibile: inflazione che riaccelera, mercato del lavoro ancora solido, e la pressione politica della Casa Bianca che ha promesso prezzi più bassi.

Il passaggio di consegne

JP
In uscita
Jerome Powell
Mandato da presidente scade venerdì. Resta nel Consiglio Direttivo.

KW
In arrivo
Kevin Warsh
Scelto da Trump. Conferma del Senato attesa entro giovedì.

Il dilemma della Fed

I Tenere fermi i tassi

L'inflazione supera il target del 2% da 5 anni. Lo shock energetico amplifica i rischi di un radicamento delle aspettative di prezzo.

II Tagliare ancora

La tenuta del mercato del lavoro riduce l'urgenza di stimolo, ma la Casa Bianca preme per prezzi più bassi e ha legato a questo la propria credibilità economica.

I numeri della posta in gioco

5anni
Inflazione sopra il target del 2% fissato dalla Fed

+1,8pp
Distanza attuale dell'IPC dall'obiettivo Fed

Fonti Bureau of Labor Statistics (CPI aprile 2026) · State Street PriceStats · Washington Post · dichiarazioni di O. Coibion (UT Austin) e Y. Gorodnichenko (UC Berkeley). Elaborazione FocusAmerica · maggio 2026.

La nuova Federal Reserve davanti al dilemma dei tassi


Il ritorno dell'inflazione mette in difficoltà la Casa Bianca, che ha legato gran parte della propria credibilità economica alla promessa di abbassare i prezzi. Il dato arriva inoltre alla vigilia del passaggio di consegne alla Federal Reserve. Kevin Warsh, l'uomo scelto dal presidente Donald Trump per guidare la banca centrale, dovrebbe essere confermato dal Senato entro giovedì e prendere così il posto di Jerome Powell, il cui mandato da presidente scade venerdì.

Powell resterà comunque nel Consiglio direttivo. La Fed si trova quindi in una posizione particolarmente delicata. L'inflazione supera l'obiettivo del 2% da cinque anni e ora viene amplificata dallo shock energetico, mentre la tenuta del mercato del lavoro riduce l'urgenza di un ulteriore taglio dei tassi. La domanda decisiva è se l'aumento dei prezzi resterà un fenomeno temporaneo, legato alla guerra, oppure se finirà per radicarsi nell'economia.

Due economisti citati dal Washington Post, Olivier Coibion dell'Università del Texas ad Austin e Yuriy Gorodnichenko dell'Università della California a Berkeley, vedono un precedente inquietante nella fine degli anni Settanta. La Rivoluzione iraniana del 1979, ricordano, provocò una seconda ondata inflazionistica, più dura della prima, proprio quando la fiammata iniziale sembrava ormai sotto controllo. "La Grande Inflazione non nacque dalla prima ondata", scrivono. "Nacque dall'incapacità di fermare la seconda".

Gorodnichenko, in particolare, ha avvertito che molte famiglie e imprese si aspettano prezzi in crescita più rapida dei tassi di interesse, una dinamica che rischia di alimentare l'inflazione invece di spegnerla. "Più la Federal Reserve resta ferma adesso, più grande diventerà il problema", ha dichiarato.

Questa voce è stata modificata (14 ore fa)

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La Spagna chiede un esercito europeo al posto della NATO: "Liberiamoci dalla dipendenza dagli Stati Uniti"


Il Ministro degli Esteri José Manuel Albares lancia la proposta nel pieno dello scontro con Trump, che minaccia dazi e ritiro delle truppe per il rifiuto di Madrid di portare la spesa militare al 5% del Pil.

La Spagna vuole un esercito dell'Unione Europea capace di sostituire la NATO come principale garante della sicurezza del continente. La proposta arriva dal Ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che in un'intervista a Politico ha messo in dubbio la possibilità per Bruxelles di continuare ad affidare la propria difesa all'alleanza militare guidata da Washington. Secondo Albares, se l'Europa smettesse di dipendere dalla NATO, Donald Trump non potrebbe più usare la sicurezza europea come strumento di pressione politica.

"Non possiamo svegliarci ogni mattina chiedendoci cosa faranno gli Stati Uniti, i nostri cittadini meritano di meglio", ha detto il Ministro. "Questo è il momento della sovranità e dell'indipendenza dell'Europa. Sono gli stessi americani a invitarci a farlo. Liberi dalla dipendenza significa liberi dalla coercizione, sia sotto forma di dazi sia di minaccia militare".

Madrid è oggi uno dei punti più esposti dello scontro transatlantico tra Trump e gli alleati europei. Il presidente statunitense ha minacciato nuovi dazi contro la Spagna per il rifiuto di portare la spesa militare al 5% del Pil. Ha anche evocato il ritiro delle truppe americane dalle basi spagnole o persino una sospensione del Paese dalla NATO, dopo che il premier socialista Pedro Sánchez si è rifiutato di sostenere la guerra in Iran.

Il nodo dell'Articolo 5


Il cuore della proposta spagnola è la creazione di un meccanismo europeo equivalente all'articolo 5 della Nato, la clausola secondo cui un attacco contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. Per Albares, è quella garanzia a rendere credibile la deterrenza dell'Alleanza atlantica. "La magia della NATO è che sei nella NATO e non ti succede nulla, perché nessuno osa verificare se l'articolo 5 funzioni davvero", ha spiegato. "È questo che dobbiamo ricreare: la deterrenza".

L'Unione Europea dispone già di una clausola di difesa reciproca, l'articolo 42.7, che impegna gli Stati membri ad assistere un Paese dell'Ue vittima di un attacco armato. Secondo molti osservatori, però, Bruxelles non dispone ancora delle capacità militari necessarie per trasformare quella clausola in una garanzia davvero credibile. Anche per questo la maggior parte dei leader europei preferisce rafforzare le proprie Forze Armate all'interno della NATO, invece di costruire un percorso separato attraverso l'UE.

Su questa linea, i governi europei hanno già concordato un aumento della spesa militare e nuovi investimenti in settori considerati critici: difesa aerea, missili a lungo raggio, intelligence satellitare e capacità industriali comuni. L'obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, senza però rompere apertamente con l'architettura della NATO.

Il vertice europeo e il dossier Ucraina


I Ministri degli Esteri e della Difesa dell'Ue si riuniranno a Bruxelles questa settimana per discutere proprio di autonomia militare europea. Alla vigilia del primo incontro, l'Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha respinto la proposta di Vladimir Putin di affidare all'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder un ruolo di mediazione europea nei negoziati di pace sull'Ucraina.

"Se diamo alla Russia il diritto di nominare un negoziatore per nostro conto, sapete, non sarebbe molto saggio", ha detto Kallas. Poi ha ricordato i rapporti di Schröder con Mosca: "È stato un lobbista di alto livello per le società statali russe. È chiaro perché Putin lo vuole come negoziatore: starebbe seduto da entrambi i lati del tavolo".

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Trump vuole abbassare le tasse sulla benzina


La proposta del presidente arriva dopo un aumento del 50 per cento dei prezzi alla pompa dall'inizio del conflitto, ma servirebbe il via libera del Congresso e l'impatto sarebbe minimo.

Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì un piano per ridurre i prezzi della benzina, schizzati dopo la decisione di entrare in guerra con l'Iran lo scorso 28 febbraio: sospendere le accise federali sui carburanti. L'idea, lanciata in una telefonata con un giornalista della CBS News e poi ripresa nello Studio Ovale, si scontra però con due ostacoli concreti. Il primo è procedurale: una misura del genere richiede l'approvazione del Congresso, passaggio che Trump non ha menzionato. Il secondo è di sostanza: anche se la sospensione venisse approvata, l'effetto sui consumatori sarebbe quasi impercettibile.

Le accise federali ammontano a poco più di 18 centesimi di dollaro al gallone per la benzina e a circa 24 centesimi per il diesel. I prezzi alla pompa sono cresciuti di circa il 50 per cento dall'inizio del conflitto, quindi l'eventuale taglio coprirebbe solo una frazione minima del rincaro. Lo stesso presidente lo ha riconosciuto parlando con i giornalisti: si tratta di una percentuale piccola, ma sempre di denaro. Interpellata su quando o se l'amministrazione intenda effettivamente rivolgersi al Congresso per portare avanti la proposta, la Casa Bianca si è limitata a rimandare alle dichiarazioni del presidente.

Le accise federali sui carburanti finanziano la costruzione e la manutenzione delle strade in tutto il paese, e questo è uno dei motivi per cui in passato proposte analoghe sono naufragate. Nel 2022 il presidente Joe Biden aveva avanzato la stessa idea per contenere i prezzi del carburante, ma il Congresso aveva bloccato l'iniziativa. I repubblicani, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal all'epoca, l'avevano definita una mossa di facciata e una cattiva politica economica.

L'ipotesi era stata lanciata in via informale dal segretario all'Energia Chris Wright domenica, durante la trasmissione Meet the Press della NBC. Wright ha sostenuto che l'amministrazione è favorevole a ogni misura utile per abbassare i prezzi alla pompa e ridurre i costi per i cittadini americani. Lo stesso Wright ad aprile aveva ammesso che i prezzi della benzina potrebbero restare alti per mesi, in contrasto con le promesse del presidente di un crollo imminente.

Le analisi mostrano che l'aumento dei prezzi del carburante ha colpito in modo più duro gli americani a basso reddito. Trump ha collegato il futuro andamento dei prezzi all'esito del conflitto con Teheran, sostenendo che appena la guerra con l'Iran finirà, benzina e petrolio scenderanno come un sasso. Le prospettive di una conclusione rapida appaiono però incerte. Nello stesso incontro con i giornalisti il presidente ha definito l'ultima controproposta iraniana una schifezza e ha descritto il cessate il fuoco come appeso a un filo. Ha aggiunto che l'Iran sarebbe nelle mani di una potente fazione di pazzi intenzionati a prolungare il conflitto il più possibile.

Resta il nodo di fondo: anche un'approvazione rapida e completa della sospensione delle accise restituirebbe ai consumatori meno di venti centesimi al gallone, a fronte di un aumento medio dei prezzi che è cinque o sei volte superiore. Il piano sembra rispondere più all'esigenza politica di mostrare un'iniziativa concreta sul caro carburante che a una reale capacità di incidere sul portafoglio degli automobilisti americani, almeno fino a quando il conflitto con l'Iran non troverà una soluzione.

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I Dem hanno perso la battaglia delle mappe


L'analisi di Nate Silver mostra che la Corte Suprema e quella della Virginia hanno ribaltato la situazione. Ora i repubblicani hanno un vantaggio strutturale tra 2,5 e 3,9 punti.

I democratici americani hanno perso la guerra del ridisegno dei collegi elettorali in vista delle elezioni di metà mandato del novembre 2026. Lo sostiene Nate Silver, statistico e fondatore della newsletter Silver Bulletin, in un'analisi pubblicata l'11 maggio. Fino a tre settimane fa lo scontro sembrava finito in pareggio o addirittura con un leggero vantaggio democratico, ma due decisioni giudiziarie hanno cambiato il quadro.

Negli Stati Uniti i confini dei collegi elettorali della Camera dei rappresentanti vengono solitamente ridisegnati ogni dieci anni, dopo il censimento nazionale. Da alcuni anni però i singoli stati hanno cominciato a modificarli anche a metà decennio per favorire il proprio partito, una pratica nota come gerrymandering. Il partito che controlla il parlamento di uno stato può tracciare i confini in modo da concentrare gli elettori avversari in pochi collegi e distribuire i propri in tanti collegi a maggioranza risicata ma sicura.

La prima sconfitta per i democratici è arrivata due settimane fa con la sentenza Callais della Corte Suprema federale, che ha indebolito il Voting Rights Act, la legge sui diritti di voto che tutela le minoranze etniche. La seconda è arrivata venerdì scorso, quando la Corte Suprema della Virginia ha invalidato per motivi procedurali un referendum approvato dagli elettori dello stato per ridisegnare i collegi in senso più favorevole ai democratici. Nel frattempo altri stati a guida repubblicana, come la Florida, hanno modificato le proprie mappe elettorali.

Dopo l'approvazione del referendum in Virginia il collegio mediano risultava più repubblicano del paese nel suo complesso di appena 0,1 punti percentuali, un dato leggermente migliore per i democratici rispetto alla mappa del 2024. Ora invece il vantaggio repubblicano a novembre si colloca tra 2,5 e 3,9 punti percentuali, in attesa di ulteriori azioni legali e legislative. I democratici hanno presentato ricorso contro la decisione della Virginia alla Corte Suprema federale e starebbero valutando un piano per costringere i giudici dello stato al pensionamento anticipato, una mossa che Silver definisce piuttosto radicale.

La nuova mappa firmata dal governatore Ron DeSantis in Florida crea diversi collegi a tendenza repubblicana ma non sicuri, che in caso di forte ondata democratica o di inversione dello spostamento conservatore dello stato potrebbero non essere conquistati. Anche in Virginia, dove il referendum era stato presentato come un guadagno di quattro seggi per i democratici, il calcolo realistico parlava di 2,5 o 3 seggi.

Per ottenere la maggioranza alla Camera ora i democratici hanno bisogno di un margine sufficiente nel voto popolare. Attualmente sono avanti di 6,1 punti nel sondaggio aggregato sulla scelta del partito alla Camera. Una vittoria di sei punti sarebbe molto probabilmente sufficiente per conquistare l'aula anche con una mappa sfavorevole di tre o quattro punti. Tuttavia un errore di sondaggio simile a quello del 2024, quando i repubblicani superarono le previsioni, basterebbe a rimettere in bilico il risultato. Mancano ancora sei mesi alle elezioni e i sondaggi attuali sono condotti tra gli elettori registrati, senza tenere conto di un possibile vantaggio democratico nell'affluenza.

Il mercato delle previsioni Polymarket dava ai democratici l'87 per cento di probabilità di conquistare la maggioranza alla Camera qualche settimana fa, una stima ora scesa al 78 per cento.

Il problema strutturale per i democratici riguarda le corti. La Corte Suprema federale ha una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre, che nelle decisioni sul ridisegno dei collegi vota quasi sempre lungo linee partitiche. Anche la Corte Suprema della Virginia tende a essere repubblicana, perché tre dei sette giudici sono stati eletti dal parlamento statale quando il partito repubblicano controllava entrambe le camere.

Secondo un'analisi condotta nel 2020 dal sito Ballotpedia, fino a quell'anno le corti statali tendevano a essere prevalentemente repubblicane. Questo rifletteva una maggiore attenzione storica del partito repubblicano sulla magistratura e due tornate elettorali di metà mandato molto negative per i democratici nel 2010 e nel 2014. Da allora alcune cose sono cambiate: i democratici hanno conquistato la corte del Wisconsin nel 2023, ma hanno perso quella del North Carolina.

Tra i sette stati in bilico alle presidenziali del 2024 i democratici hanno un vantaggio di 4 a 3 nelle corti supreme statali, compresi i tre stati del cosiddetto Blue Wall, ovvero Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. I repubblicani compensano con le corti conservatrici di Virginia e New Hampshire.
Orientamento ideologico delle Corti Supreme Statali

Elezioni · USA
Orientamento ideologico delle Corti Supreme Statali
Le Corti Supreme Statali nel 2026 · 261 voti elettorali ai repubblicani, 255 ai democratici, 22 in bilico

Caricamento mappa…

Forte repubblicana 229 EV · 22 stati

Lieve repubblicana 32 EV · 4 stati

Incerta 22 EV · 3 stati

Lieve democratica 47 EV · 7 stati

Forte democratica 208 EV · 15 stati

261
Voti elettorali in stati con corti repubblicane

22
Voti elettorali in stati con corti incerte

255
Voti elettorali in stati con corti democratiche

Focus America su dati di Nate Silver (Silver Bulletin) · Stime basate sul comportamento delle Corti Supreme Statali nel 2026

I democratici potrebbero ancora ridisegnare in modo più aggressivo i collegi in stati come Colorado e New York, dove le corti statali probabilmente approverebbero mappe più partigiane. I parlamentari democratici di New York hanno però espresso scetticismo su una nuova revisione. La vera ragione della riluttanza in stati come New York e Maryland, secondo Silver, è la volontà dei deputati in carica di proteggere i propri seggi.

Resta il rischio della compiacenza. Nel 2022 i democratici ottennero un risultato accettabile alle elezioni di metà mandato considerando l'impopolarità del presidente Biden, ma persero comunque il controllo della Camera. Quel risultato bastò a convincere il partito che tutto andava bene con Biden, e l'allora governatore della California Gavin Newsom abbandonò la sua campagna informale per sostituirlo nel ticket del 2024.

Se i democratici vincessero a novembre con un margine di soli sei o sette punti nel voto popolare, la loro maggioranza non sarebbe affatto sicura nel 2028, quando tutti i 435 seggi della Camera saranno di nuovo in palio, alcuni con nuovi confini. Nelle elezioni presidenziali la corsa per la Camera tende a essere più equilibrata rispetto alle elezioni di metà mandato.

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Trump rinvia il taglio dei dazi sulla carne bovina dopo le proteste degli allevatori


L'amministrazione voleva sospendere i contingenti tariffari su tutti i Paesi esportatori per frenare l'inflazione alimentare, ma la pressione dei senatori repubblicani e dei produttori americani ha bloccato la firma.

L'amministrazione Trump ha rinviato un piano per abbassare i prezzi della carne bovina che avrebbe previsto la sospensione dei dazi sulle importazioni. Il presidente avrebbe dovuto firmare lunedì due ordini esecutivi per ridurre le tariffe sulla carne e alleggerire la regolamentazione per gli allevatori americani, ma in serata un funzionario della Casa Bianca ha comunicato che le misure sono state congelate mentre l'amministrazione ne definisce i dettagli. La notizia dell'imminente firma era stata anticipata dal Wall Street Journal.

Il rinvio è arrivato dopo le proteste di alcuni parlamentari repubblicani e degli allevatori di bovini, un settore che rappresenta tradizionalmente una componente solida della base elettorale di Trump. Il senatore repubblicano del Montana Steve Daines ha riconosciuto che ci saranno preoccupazioni tra gli allevatori. La senatrice Cynthia Lummis, repubblicana del Wyoming e lei stessa allevatrice, ha definito la questione una corda tesa difficile per l'amministrazione, avvertendo che se le modifiche tariffarie incidessero sui prezzi del bestiame nel momento in cui gli allevatori vendono i capi si perderebbero molti soldi.

Il piano prevedeva la sospensione del contingente tariffario annuale, il meccanismo che applica un dazio più alto una volta superata una certa soglia di importazioni, per tutti i Paesi esportatori. La sospensione avrebbe consentito l'ingresso negli Stati Uniti di maggiori quantità di carne a tariffe ridotte. Gli ordini esecutivi avrebbero inoltre incaricato la Small Business Administration di aumentare i prestiti e l'accesso al capitale per gli allevatori americani, ridotto le tutele per i lupi grigi e i lupi messicani previste dall'Endangered Species Act e alleggerito alcune regole del dipartimento dell'Agricoltura, comprese quelle che impongono l'uso di marche auricolari elettroniche sul bestiame.

L'apertura a maggiori importazioni rischiava di scontentare un elettorato fedele al presidente. Le associazioni di categoria degli allevatori americani si erano già opposte alla decisione dell'amministrazione di consentire più importazioni di carne dall'Argentina e lunedì hanno criticato la nuova mossa tariffaria, avvertendo che un afflusso di carne a basso prezzo danneggerebbe i produttori statunitensi. Secondo il Ranchers-Cattlemen Legal Action Fund, un aumento temporaneo delle importazioni spingerebbe gli allevatori americani a non incrementare le mandrie, a meno che l'amministrazione non si impegni a rivedere i limiti alle importazioni entro due o tre anni.

La carne bovina è una delle fonti più persistenti di inflazione per i consumatori americani negli ultimi diciotto mesi, in controtendenza rispetto a uova, latte e altri prodotti i cui prezzi si sono stabilizzati. Il prezzo della carne macinata è cresciuto del 40 per cento rispetto a cinque anni fa. A febbraio l'amministrazione aveva già autorizzato maggiori importazioni dall'Argentina nel tentativo di calmierare i prezzi interni.

La mossa rientra in una serie di marce indietro tariffarie che l'amministrazione sta attuando per ridurre i costi a carico dei consumatori in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Lo scorso autunno Trump ha esentato molti prodotti alimentari dai cosiddetti dazi reciproci e a gennaio ha rinviato gli aumenti previsti su legname e mobili. Il presidente ha anche riconfigurato i dazi su acciaio e alluminio per rendere più gestibile l'adempimento da parte delle aziende, anche se la modifica ha finito per aumentare i prelievi su alcuni prodotti metallici. Non ha invece dato seguito alla minaccia di alzare dal 10 al 15 per cento il dazio minimo globale.

I prezzi del bestiame negli Stati Uniti sono saliti molto negli ultimi anni dopo che gli allevatori hanno ridotto le mandrie al livello più basso degli ultimi settantacinque anni, secondo il dipartimento dell'Agricoltura. La domanda dei consumatori è rimasta robusta e ha contribuito a spingere verso l'alto i prezzi al supermercato. Trump ha incaricato i suoi consiglieri di trovare soluzioni e il dipartimento di Giustizia ha avviato un'indagine penale sui maggiori macellatori americani dopo che il presidente aveva chiesto un'inchiesta. Gli allevatori hanno iniziato a ridurre le mandrie quando i prezzi sono crollati durante la pandemia e la siccità ha bruciato i pascoli. Pur guadagnando ora più che mai, sono restii a ricostituire i capi, un processo che richiede anni.

Circa il 20 per cento dei 29 miliardi di libbre di carne bovina consumati negli Stati Uniti è importato. I macellatori americani e i produttori di hamburger hanno già aumentato gli acquisti da Paesi come Brasile e Australia nell'ultimo anno. Per il 2026 le importazioni statunitensi sono stimate in quasi 6 miliardi di libbre, un record. Il Brasile ha recentemente superato gli Stati Uniti come primo produttore mondiale di carne bovina, con il 20 per cento dell'offerta globale secondo i dati dell'USDA, ed è il Paese di JBS, la più grande impresa di macellazione al mondo. Lo scorso anno il Brasile ha esportato negli Stati Uniti 1,75 miliardi di dollari di carne bovina, una cifra record. L'Associazione brasiliana delle industrie esportatrici di carne ha chiesto al presidente Luiz Inácio Lula da Silva di sollecitare l'amministrazione Trump a rivedere il sistema dei contingenti. Trump e Lula si sono incontrati la settimana scorsa alla Casa Bianca, discutendo di commercio e dazi insieme a criminalità e possibili investimenti nei minerali critici brasiliani.

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La Corte Suprema autorizza l'Alabama a eliminare un distretto a maggioranza nera


Con sei voti contro tre i giudici annullano l'ordine del tribunale federale e rinviano il caso. I repubblicani puntano a un seggio in più alla Camera nelle elezioni di novembre.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto la strada all'Alabama per eliminare uno dei due distretti congressuali a maggioranza nera prima delle elezioni di metà mandato di novembre, una decisione che potrebbe consegnare ai repubblicani un seggio in più nella Camera dei rappresentanti.

Il verdetto, arrivato l'11 maggio 2026 con sei voti favorevoli e tre contrari, ha annullato l'ordine di un tribunale federale dell'Alabama che imponeva allo Stato di mantenere due distretti a maggioranza afroamericana e ha rinviato il caso al giudice di primo grado perché lo riesamini alla luce di una recente sentenza che ha indebolito il Voting Rights Act del 1965.

I tre giudici progressisti della Corte, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, si sono opposti alla decisione. Nella sua opinione dissenziente di quattro pagine, Sotomayor ha scritto che l'ordine della maggioranza è inappropriato e provocherà confusione, perché l'Alabama ha le primarie in programma il 19 maggio e gli elettori hanno già iniziato a votare. La giudice ha osservato che il tribunale di primo grado aveva accertato anche una violazione del Quattordicesimo Emendamento, ossia una intenzionale diluizione del voto nero, una conclusione costituzionale indipendente dalle questioni affrontate nella sentenza più recente. Per questo motivo, secondo Sotomayor, non c'era ragione di rinviare il caso.

La decisione si inserisce nella scia della sentenza Louisiana contro Callais del 29 aprile, con cui la Corte Suprema aveva bocciato la mappa congressuale della Louisiana giudicandola un gerrymander incostituzionale. Quella pronuncia ha alzato l'asticella per le contestazioni legali fondate sul Voting Rights Act, richiedendo prove più solide di una discriminazione intenzionale e non del semplice tentativo di ottenere un vantaggio politico. La maggioranza conservatrice aveva motivato il cambiamento sostenendo che il mutamento sociale e il miglioramento dei rapporti tra le etnie giustificano criteri più stringenti.

In Alabama lo scontro va avanti da cinque anni. Dopo il censimento del 2020 lo Stato aveva approvato una mappa che distribuiva gli elettori neri del sud su tre distretti, lasciandoli in minoranza in ciascuno. Un gruppo di elettori afroamericani e organizzazioni per i diritti civili aveva fatto causa, ottenendo nel 2023 una conferma dalla Corte Suprema nel caso Allen contro Milligan. Una nuova mappa varata dalla legislatura nello stesso anno è stata anch'essa bloccata da un tribunale federale, che l'ha definita un tentativo intenzionale di diluire la forza elettorale dei cittadini neri dell'Alabama. Un commissario speciale nominato dal tribunale ha quindi disegnato la mappa attualmente in vigore, che ha creato un secondo distretto a maggioranza nera comprendente la capitale Montgomery, alcune contee della Black Belt rurale e parte di Mobile sulla costa del Golfo.

Sotto quella mappa, nelle elezioni del 2024, il deputato democratico Shomari Figures ha vinto il nuovo distretto, affiancando in Congresso l'altra deputata democratica afroamericana Terri Sewell. È stata la prima volta nella storia che l'Alabama ha inviato due rappresentanti neri alla Camera, in uno Stato dove i cittadini afroamericani sono oltre un quarto della popolazione. Con la decisione di lunedì, l'Alabama può tornare a usare la mappa del 2023, che concentra gli elettori neri in un solo distretto e rende il seggio attualmente occupato da Figures favorevole ai repubblicani.

Il procuratore generale dell'Alabama Steve Marshall ha rivendicato la vittoria affermando che per troppo tempo giudici federali non eletti hanno avuto più voce in capitolo degli elettori dell'Alabama sulle elezioni dello Stato. Marshall ha dichiarato in un videomessaggio che il suo compito è mettere la legislatura nelle condizioni di disegnare una mappa congressuale che favorisca i repubblicani sette a zero. Lo speaker repubblicano della Camera statale Nathaniel Ledbetter ha parlato di una vittoria enorme per l'Alabama e per i conservatori di tutto il paese.

Sul fronte opposto, Figures ha definito la sentenza profondamente sfortunata e ha avvertito che riporta indietro la rappresentanza politica nera in Alabama agli anni Cinquanta e Sessanta. Sewell ha parlato di un attacco diretto agli elettori neri dell'Alabama e ha accusato la maggioranza di destra della Corte di ignorare i propri precedenti per dare il via libera alle autorità statali nel sopprimere la rappresentanza nera. Derrick Johnson, presidente nazionale della NAACP, ha dichiarato che si sta assistendo a un ritorno alle leggi Jim Crow. Deuel Ross, l'avvocato della NAACP Legal Defense Fund che ha discusso il caso Alabama, ha annunciato che valuterà tutte le opzioni per proteggere i diritti degli elettori e mantenere in vigore la mappa ordinata dal tribunale.

La tempistica della decisione complica le primarie del 19 maggio. Le schede sono già stampate e prevedono, ad esempio, sette nomi nel primo distretto congressuale per i repubblicani. La legislatura dell'Alabama ha però approvato nei giorni scorsi una legge che consente di invalidare i risultati delle primarie nei quattro distretti coinvolti e di indire nuove primarie speciali. Toccherà alla governatrice repubblicana Kay Ivey fissare le date. Il senatore statale repubblicano Chris Elliott, promotore della legge, ha indicato come possibile data il 16 giugno, coincidente con il ballottaggio già previsto, per evitare i costi di un'elezione speciale aggiuntiva. La legge prevede primarie a turno unico, senza ballottaggio. Il segretario di Stato dell'Alabama Wes Allen ha confermato che le primarie del 19 maggio si svolgeranno comunque come da calendario.

In un atto depositato a nome del senatore statale democratico Bobby Singleton si legge che la legge approvata mentre le sirene dei tornado risuonavano e l'alluvione costringeva a evacuare le camere legislative è incostituzionale e mira ad annullare le primarie nei distretti di opportunità, dimezzando la rappresentanza nera dell'Alabama al Congresso. Il deposito definisce l'abbandono della mappa con due distretti a maggioranza nera a pochi giorni dalle primarie una ricetta per il caos per candidati, comitati elettorali, partiti ed elettori.

L'Alabama è uno dei diversi Stati impegnati in una ridefinizione dei confini elettorali in vista delle elezioni di novembre. I distretti vengono normalmente ridisegnati ogni dieci anni dopo il censimento, ma il presidente Donald Trump ha spinto i repubblicani del Texas a rivedere la mappa per mantenere la stretta maggioranza repubblicana alla Camera. I democratici della California hanno risposto con una loro operazione di redistricting e molti Stati a guida repubblicana hanno seguito. Secondo le stime riportate dall'Associated Press, i repubblicani contano di guadagnare fino a quattordici seggi grazie alle nuove mappe approvate in Texas, Missouri, North Carolina, Ohio, Florida e Tennessee. I democratici stimano di poterne conquistare fino a sei in California e Utah, ma hanno subito una battuta d'arresto quando la Corte Suprema della Virginia ha annullato un emendamento sul redistricting approvato dagli elettori che avrebbe potuto fruttare al partito altri quattro seggi.

In Louisiana il governatore Jeff Landry ha rinviato le primarie e la legislatura sta discutendo una nuova mappa congressuale. In Tennessee una coalizione di elettori e organizzazioni di Memphis ha presentato un ricorso contro la nuova mappa che ha smembrato un distretto democratico nella città a maggioranza nera.

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La rassegna stampa di martedì 12 maggio 2026


Trump respinge la proposta di pace iraniana e definisce il cessate il fuoco "in terapia intensiva" mentre si prepara al vertice con Xi Jinping. Il Senato avanza la nomina di Warsh alla Fed

Questa è la rassegna stampa di martedì 12 maggio 2026

Trump respinge la proposta di pace iraniana e dice che il cessate il fuoco è "in terapia intensiva"


Il presidente Trump ha duramente criticato l'ultima proposta di pace dell'Iran definendola "spazzatura" e affermando di non averla nemmeno finita di leggere. Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile è ora "in terapia intensiva" dopo aver respinto l'offerta di 14 punti di Teheran. Il presidente sta considerando di ripristinare le scorte militari statunitensi nel Golfo Persico.

Fonti: Financial Times, BBC News, Semafor

Trump si prepara a incontrare Xi Jinping per un vertice ad alto rischio


Il presidente Trump incontrerà il leader cinese Xi Jinping giovedì mattina a Pechino per un vertice cruciale dominato dalle discussioni su commercio e guerra in Iran. Xi dovrebbe fare pressioni su Trump per rallentare la vendita di armi a Taiwan, che Pechina considera il "nucleo dei suoi interessi fondamentali". L'incontro avviene mentre la Cina vede sempre più l'America di Trump come un impero in declino.

Fonti: Bloomberg, New York Times, New York Times

Il Senato avanza la nomina di Kevin Warsh per guidare la Federal Reserve


Il Senato ha votato 49-44 per far avanzare la nomina di Kevin Warsh al Board of Governors della Federal Reserve, mettendolo sulla strada per essere confermato questa settimana come successore di Jerome Powell. Il 56enne finanziere dovrà affrontare un'inflazione in ripresa e un Trump impaziente una volta confermato come presidente della Fed.

Fonti: The Hill, Financial Times, Bloomberg

L'amministrazione Trump ritarda la riduzione dei dazi sulla carne bovina


L'amministrazione Trump ha posticipato un piano per sospendere i dazi sulla carne bovina importata, che avrebbe dovuto affrontare i prezzi record della carne. La decisione arriva mentre il presidente cerca di affrontare l'inflazione crescente che minaccia il controllo repubblicano del Congresso. I prezzi della carne sono aumentati costantemente da quando Trump è entrato in carica.

Fonti: Bloomberg, Wall Street Journal

Trump supporta la sospensione della tassa federale sulla benzina


Il presidente Trump ha espresso sostegno per la sospensione della tassa federale sulla benzina in risposta all'aumento dei prezzi del carburante causato dalla guerra in Iran. Il senatore repubblicano Josh Hawley ha introdotto una legislazione in tal senso, anche se gli analisti avvertono che la misura costerebbe 3,5 miliardi di dollari al mese e avrebbe un impatto limitato sui prezzi.

Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, Bloomberg

La Corte Suprema elimina il blocco sulla mappa elettorale dell'Alabama


La Corte Suprema ha cancellato lunedì una decisione che bloccava la mappa congressuale dei repubblicani dell'Alabama, consentendo potenzialmente il suo uso per le elezioni di medio termine. Il progetto eliminerebbe uno dei due distretti a maggioranza nera dell'Alabama e darebbe ai repubblicani maggiori possibilità di vincere il seggio attualmente tenuto dai democratici.

Fonti: The Hill, New York Times

Kari Lake nominata ambasciatrice in Giamaica dopo controversie alla Voice of America


Il presidente Trump ha nominato Kari Lake come ambasciatrice americana in Giamaica, dopo il suo tumultuoso mandato alla guida dell'Agenzia statunitense per i media globali. Lake aveva precedentemente tentato e fallito nel licenziare centinaia di giornalisti della Voice of America e nel tagliare i fondi per altre organizzazioni giornalistiche finanziate dal governo federale.

Fonti: New York Times, The Hill, BBC News

Il Dipartimento di Giustizia emette citazioni al Wall Street Journal in un'indagine su fughe di notizie


Il Dipartimento di Giustizia ha emesso citazioni al Wall Street Journal come parte di un'indagine sulle fughe di notizie relative alla guerra in Iran. Trump si è lamentato privatamente con il procuratore generale ad interim riguardo alle fughe di informazioni sui media, spingendo il DOJ a perseguire aggressivamente queste indagini. I critici hanno sollevato preoccupazioni sulla libertà di stampa.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal

La sindaca di una città della California si dimette per accuse di agente straniero della Cina


Eileen Wang, sindaca di Arcadia in California, si è dimessa improvvisamente lunedì dopo che il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che era stata accusata di aver agito come agente straniero illegale della Cina. Wang, 58 anni, ha accettato di dichiararsi colpevole dell'accusa di crimine federale e potrebbe affrontare una condanna a 10 anni di prigione per aver pubblicato propaganda sotto la direzione di funzionari cinesi.

Fonti: The Guardian, New York Times, The Hill

I college americani registrano un calo del 20% degli studenti stranieri a causa delle restrizioni sui visti


Il numero di nuovi studenti universitari stranieri nei college americani è diminuito in media del 20% questa primavera rispetto all'anno precedente, secondo uno studio di una coalizione di gruppi educativi. Questo è l'ultimo segno che il confronto del presidente Trump con l'istruzione superiore sta colpendo duramente una fonte chiave di talenti e finanziamenti per le università americane.

Fonti: Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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L'Europa scopre la dipendenza dai servizi digitali statunitensi


Il caso del giudice Nicolas Guillou, colpito dalle sanzioni Usa, rivela quanto la vita quotidiana europea dipenda da pagamenti, cloud, mail e piattaforme americane.

La dipendenza europea dai servizi digitali americani è diventata così profonda che la vita quotidiana nel continente si fermerebbe quasi del tutto senza di essi. Lo racconta il Financial Times attraverso la vicenda di Nicolas Guillou, giudice della Corte Penale Internazionale dell'Aja, colpito dalle sanzioni statunitensi nell'agosto 2025 dopo aver firmato i mandati d'arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra a Gaza.

Guillou si aspettava le sanzioni, ma non immaginava la loro estensione nella vita quotidiana. Nel giro di pochi giorni si è ritrovato tagliato fuori da tutti i servizi che dipendono da aziende americane. Non poteva più avere una carta di credito statunitense ed è dovuto ricorrere al contante e ai sistemi di pagamento nazionali come iDEAL nei Paesi Bassi. I bonifici venivano respinti, le prenotazioni su Booking.com ed Expedia annullate. Non poteva noleggiare una bicicletta dal servizio pubblico Vélib' di Parigi, che richiede una carta di credito come garanzia. I pacchi consegnati da UPS tornavano al mittente. La sua assicurazione sanitaria ha tentato di interrompere il rapporto. "Gli uffici di compliance hanno talmente paura di possibili conseguenze negli Stati Uniti che preferiscono non assumersi alcun rischio", ha dichiarato Guillou al Financial Times.

Il caso illustra una vulnerabilità più ampia. Gli Stati Uniti possono interrompere la vita quotidiana ben oltre i propri confini attivando quelli che vengono chiamati kill switches, ovvero la disattivazione improvvisa dei servizi tecnologici e dei sistemi di pagamento americani per gli utenti europei. L'ipotesi che Washington potesse arrivare a tanto è stata a lungo considerata implausibile, ma è diventata concreta da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno mostrando insofferenza verso i tradizionali alleati europei.

I numeri descrivono uno squilibrio strutturale. Nel 2023 l'Unione europea aveva un surplus di 156,6 miliardi di euro nello scambio di beni con gli Stati Uniti, ma un deficit di 108,6 miliardi nei servizi. Le merci viaggiano verso ovest, i servizi tornano indietro. "Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e ne sono perfettamente consapevoli", ha dichiarato al quotidiano un alto diplomatico europeo riferendosi alla dipendenza del continente.
L'Europa staccata dalla spina — FocusAmerica

Sovranità digitale

L'Europa staccata dalla spina:
quanto pesa la dipendenza dai servizi Usa


Il caso di Nicolas Guillou, giudice della Corte Penale Internazionale colpito dalle sanzioni di Washington nell'agosto 2025, ha mostrato concretamente cosa può fermarsi nella vita quotidiana europea quando gli Stati Uniti chiudono il rubinetto digitale.

Fonte: Financial Times Dati Eurostat 2023

Il rapporto commerciale UE-USA · 2023

Beni · UE → USA

+156,6
miliardi €
Surplus europeo nelle merci esportate negli Stati Uniti

Servizi · USA → UE

−108,6
miliardi €
Deficit europeo nei servizi importati dagli Stati Uniti

«Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e ne sono perfettamente consapevoli».Alto diplomatico europeo al Financial Times

Esplora l'analisi
1 La giornata 2 Il caso Guillou 3 Le alternative 4 Le leve UE

La simulazione del Financial Times

Un giorno in Europa senza servizi americani


Dal risveglio al pomeriggio, le attività quotidiane che rischierebbero di bloccarsi se Washington attivasse i cosiddetti kill switch, ovvero la disattivazione improvvisa dei servizi digitali statunitensi.

Mattina

Email e comunicazioni
Le caselle di posta non si caricano più. Le piattaforme di messaggistica e videoconferenza si bloccano.

Gmail Outlook Yahoo Mail Apple Mail Slack WhatsApp Signal Teams Zoom

Mattina

Pagamenti e prelievi
Contactless bloccati. Anche le carte nazionali risultano spesso inutilizzabili perché abbinate ai circuiti americani, da cui dipendono molti bancomat per i prelievi.

Apple Pay Google Pay Visa Mastercard PayPal

Lavoro

Cloud e documenti
I file condivisi diventano inaccessibili. Si fermano i servizi cloud aziendali e gli strumenti di intelligenza artificiale generativa.

Google Docs AWS Microsoft Azure ChatGPT Copilot Claude Gemini Dropbox

Pomeriggio

Viaggi, acquisti, intrattenimento
Prenotare un hotel, comprare online, vedere una serie, orientarsi in città: ogni gesto passa da un'azienda americana.

Booking.com Expedia Airbnb Google Maps Netflix Apple TV Prime Video YouTube

Cosa resta funzionante

Restano disponibili TikTok (Cina), Telegram (Russia), la posta nazionale, il corriere tedesco DHL, i fornitori cloud europei come OVHcloud, le mappe della svizzera MapTiler o della tedesca OpenCage, e i modelli di intelligenza artificiale come Le Chat della francese Mistral o Lumo della svizzera Proton. Tutti però basati sui chip dell'americana Nvidia.

Agosto 2025 · Il precedente

Cosa è successo al giudice Nicolas Guillou


Magistrato della Corte Penale Internazionale dell'Aja, sanzionato da Washington dopo aver firmato i mandati d'arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra a Gaza.

Gli uffici di compliance hanno talmente paura di possibili conseguenze negli Stati Uniti che preferiscono non assumersi alcun rischio.
Nicolas Guillou · Financial Times
Servizi e operazioni interrotte

Carte di credito statunitensi
Costretto a tornare al contante e ai sistemi di pagamento nazionali come iDEAL nei Paesi Bassi

Bonifici bancari
Respinti senza preavviso dai sistemi internazionali

Prenotazioni di viaggio
Booking.com ed Expedia hanno annullato gli ordini

Bike sharing pubblico
Vélib' di Parigi richiede una carta di credito come garanzia: noleggio impossibile

Consegne UPS
Pacchi tornati al mittente

Assicurazione sanitaria
Ha tentato di interrompere il rapporto contrattuale

La risposta europea

Le alternative in costruzione (anche se in ritardo)


Bruxelles accelera, ma i tempi restano lunghi. Nel frattempo i Paesi membri si muovono in ordine sparso con strumenti fiscali per ridurre l'asimmetria.

2026
Pacchetto sovranità tecnologica
Questo mese la Commissione Europea presenterà il piano per rafforzare cloud, intelligenza artificiale e chip, senza però escludere le aziende americane.

2027
Sistema di pagamenti paneuropeo
Un consorzio bancario lavora a pagamenti transfrontalieri senza interruzioni in Europa e creare una rete europea dei pagamenti digitali più integrata e meno dipendente da circuiti extraeuropei come Visa, Mastercard, Apple Pay o Google Pay. Coprirà inizialmente solo 13 Paesi.

2029
Euro digitale
Sviluppato dalla BCE, avrebbe corso legale nei 21 Paesi dell'area euro. Negoziato al Parlamento europeo complicato, avvio operativo non prima di 3 anni.

La leva fiscale: tassa sui servizi digitali

Già introdotta
Francia · Italia · Spagna · Austria · Ungheria · Polonia

Piani annunciati
Germania · Belgio · Lettonia · Slovenia

L'altra faccia della medaglia

I punti di forza dell'Europa nella catena tecnologica


La dipendenza non è a senso unico. In alcuni snodi cruciali dell'industria globale dei chip e delle telecomunicazioni, l'Europa controlla passaggi che gli Stati Uniti non possono aggirare facilmente.

ASML
Paesi Bassi
Domina il mercato globale delle macchine litografiche, necessarie per produrre i chip più avanzati.
Rifornisce Intel e la taiwanese TSMC, fornitore di Nvidia. Ma il 20% della sua forza lavoro è negli Stati Uniti.

Nokia
Finlandia
Ruolo strategico nelle infrastrutture di rete mobile a livello mondiale.
Tra i principali fornitori delle telecomunicazioni americane.

Ericsson
Svezia
Insieme a Nokia, snodo essenziale delle reti mobili globali e dello sviluppo del 5G.
Componente critica delle infrastrutture USA.

Il limite strutturale

Il mercato europeo conta 450 milioni di consumatori, il più ricco e ampio fuori dagli Stati Uniti: una leva potenziale enorme per limitare l'accesso alle big tech americane. Ma — ammette Alexandre Roure della Computer & Communications Industry Association — «l'Europa non ha prodotto una grande azienda tecnologica propria, nonostante ci provi da più di dieci anni». Senza alternative interne, ogni ritorsione rischia di ricadere sui consumatori europei.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su base Financial Times, Eurostat, Commissione europea, Banca Centrale Europea · novembre 2026

Una simulazione costruita dal giornale mostra cosa accadrebbe a un cittadino europeo in una giornata senza servizi americani. La mattina le email non si caricano perché Google, Microsoft, Yahoo e Apple Mail non funzionano. I pagamenti contactless come Apple Pay sono bloccati e anche le carte nazionali come la carte bancaire francese spesso risultano inutilizzabili perché abbinate a circuiti Visa o Mastercard. Persino i bancomat dipendono in molti casi da questi due circuiti per le operazioni di prelievo. Per le comunicazioni di lavoro non si può usare Slack, WhatsApp né Signal, e le videochiamate su Teams, Zoom o Slack non si avviano. I documenti condivisi su Google Docs diventano inaccessibili, così come i servizi cloud di Amazon e Microsoft. Anche ChatGPT è bloccato.

Nel pomeriggio si scopre che non si può prenotare un hotel su Booking.com, Expedia o Airbnb. Acquistare online diventa difficile perché molti marketplace europei si appoggiano a PayPal e i checkout passano per circuiti americani. Google Maps non funziona, Netflix, Apple TV, Amazon Prime, Hulu e YouTube nemmeno. Restano alcune alternative: TikTok di proprietà cinese, Telegram legata alla Russia, gli sms tradizionali, la posta nazionale o il corriere DHL, fornitori cloud europei come OVHcloud, motori cartografici come lo svizzero MapTiler o il tedesco OpenCage, modelli di intelligenza artificiale come Le Chat della francese Mistral o Lumo della svizzera Proton. Quest'ultime, però, dipendono comunque dai chip di Nvidia.

La dipendenza non è del tutto unilaterale. L'Europa controlla alcuni snodi cruciali della catena di fornitura tecnologica globale. La società olandese ASML domina il mercato delle macchine litografiche necessarie per produrre i chip più avanzati e rifornisce produttori come Intel e la taiwanese TSMC, che a sua volta fornisce Nvidia. Le europee Nokia ed Ericsson hanno un ruolo importante nelle infrastrutture di rete mobile a livello mondiale. "La dipendenza funziona in entrambe le direzioni. Se gli Stati Uniti provassero a disaccoppiarsi da progettisti di chip europei come ASML o da fornitori di reti mobili come Nokia ed Ericsson che sostengono le telecomunicazioni americane, l'impatto sull'economia statunitense sarebbe altrettanto severo", ha spiegato al Financial Times Alexandre Roure della Computer & Communications Industry Association, associazione che rappresenta molti grandi gruppi tecnologici.

Le catene di fornitura sono però intrecciate. ASML dipende da componenti americani e il 20 per cento della sua forza lavoro si trova negli Stati Uniti. "Se si guarda sotto il cofano, ASML ha una produzione significativa negli Stati Uniti", ha osservato Joris Teer, ricercatore dell'EU Institute for Security Studies. Questa interdipendenza rende qualsiasi escalation costosa e difficile.

Bruxelles sta accelerando la costruzione di alternative. Nel settore finanziario un consorzio bancario lavora a un sistema di pagamenti paneuropeo che punta a "pagamenti transfrontalieri senza interruzioni in Europa entro il 2027", ma coprirà inizialmente solo tredici Paesi. La Banca centrale europea sta sviluppando l'euro digitale, che avrebbe corso legale nei ventuno Paesi dell'area euro, ma il negoziato al Parlamento europeo è complicato e l'avvio operativo non è previsto prima del 2029. "Dobbiamo andare avanti con quello che chiamo l'Airbus dei pagamenti", ha dichiarato Aurore Lalucq, presidente della commissione affari economici del Parlamento europeo, evocando il modello del costruttore aeronautico controllato da Francia, Germania e Spagna. "Ci è voluto troppo tempo".

Questo mese la Commissione europea presenterà un pacchetto sulla sovranità tecnologica per rafforzare cloud, intelligenza artificiale e chip, senza escludere le aziende americane. La maggior parte dei funzionari riconosce che l'Europa non potrà replicare l'intera offerta digitale statunitense, ma può ritagliarsi nicchie strategiche nelle tecnologie emergenti come l'applicazione dell'intelligenza artificiale e il quantum. "La verità scomoda è che l'Europa non ha prodotto una grande azienda tecnologica propria, nonostante ci provi da più di dieci anni", ha ammesso Roure al Financial Times. "Prima ancora di pensare al protezionismo, Bruxelles dovrebbe chiedersi perché. La risposta è che costruire e far crescere un'azienda tecnologica nell'Unione resta troppo frammentato e complesso".

Alcuni governi puntano sulla leva fiscale. Francia, Italia, Spagna, Austria, Ungheria e Polonia hanno introdotto una qualche forma di tassa sui servizi digitali, mentre Germania, Belgio, Lettonia e Slovenia hanno annunciato piani analoghi. Ci sono però controindicazioni, tra cui le possibili ritorsioni americane e gli effetti sui consumatori europei. "Il problema principale per l'Unione europea nel tassare i servizi digitali è la mancanza di alternative europee in intelligenza artificiale, social media, cloud e altre componenti dell'industria digitale", ha spiegato l'ex ministro delle Finanze tedesco Jörg Kukies. "La domanda di servizi digitali nell'Unione è anelastica, il che significa che l'onere degli aumenti di prezzo dovuti alle tasse digitali tende a ricadere sui consumatori europei, sia privati sia aziendali".

Un'opzione più rischiosa sarebbe limitare l'accesso al mercato per le grandi aziende tecnologiche americane, i cui ricavi e valutazioni dipendono dai 450 milioni di consumatori europei, il mercato più ricco e ampio fuori dagli Stati Uniti. Durante la crisi sulla Groenlandia all'inizio di quest'anno, quando Trump minacciò di prendere con la forza il territorio danese, la maggioranza dei Paesi dell'Unione si è detta favorevole all'attivazione dell'Anti-Coercion Instrument, lo strumento ribattezzato informalmente "bazooka", che permette a Bruxelles di colpire le importazioni di servizi. L'Unione resta divisa: la Francia spinge per usarlo, la Germania e altri Stati mettono in guardia sui rischi.

Lo scarto tra dipendenza percepita e dipendenza reale rischia di ampliarsi con la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Capacità di calcolo, accesso agli utenti e dati esistenti garantiscono agli Stati Uniti un vantaggio strutturale nella corsa. "Ti rendi conto di quanto sei dipendente da queste cose", ha detto Guillou al Financial Times. "E di come in realtà qualcosa che pensi di controllare non è affatto sotto il tuo controllo".

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"Non possiamo svegliarci ogni mattina chiedendoci cosa faranno gli Stati Uniti. I nostri cittadini meritano di meglio."
"Abbiamo bisogno di un esercito, di una capacità di difesa comune. Gli Stati Uniti hanno reso il loro esercito sempre più forte e nessuno pensa che questo indebolisca la NATO. Se la NATO non garantisce più la sicurezza che garantiva prima… allora dobbiamo fare di più come europei."

José Manuel Albares, Ministro degli Esteri spagnolo

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Perché Obama è stato un presidente di successo


L'eredità del 44esimo presidente americano resta solida su politica interna, con risultati paragonabili a quelli di Lyndon Johnson, mentre sulla politica estera il bilancio è più contraddittorio.

L'Amministrazione Obama, nonostante le critiche provenienti da destra e sinistra, ha prodotto risultati concreti su politica interna paragonabili a quelli dei grandi presidenti democratici del Novecento. È la tesi sostenuta da Noah Smith, economista americano ed editorialista.

Il punto di partenza dell'analisi è un paradosso. Secondo i sondaggi Gallup, Obama resta molto più popolare di Trump, Biden, Bush o Clinton. Eppure tra gli appassionati di politica iperimpegnati le critiche all'ex presidente sono trasversali: i progressisti lo accusano di non essere stato l'eroe di sinistra dei loro sogni, i liberali moderati di non aver costruito le fondamenta di un successo elettorale duraturo per i democratici, i conservatori di essere stato il responsabile di tutti i mali americani dal 2008 in poi.

Smith definisce le critiche della destra americana come le più irrazionali. Sostiene che l'amministrazione Obama "è stata probabilmente la più scrupolosamente pulita della storia americana, l'esatto opposto di quella di Trump". Contesta anche l'idea diffusa negli ambienti conservatori che Obama sia un sostenitore della cultura woke, ricordando che nel 2019 l'ex presidente criticava la cancel culture, nel 2020 attaccava lo slogan "defund the police" e nel 2021 era tornato a criticare il wokismo.

Il cuore dell'analisi riguarda i risultati concreti della presidenza Obama, soprattutto sul fronte interno. Obama ereditò una situazione difficilissima: la crisi finanziaria del 2008 e l'inizio della peggiore recessione economica dalla Grande Depressione. La risposta fu l'American Recovery and Reinvestment Act, un pacchetto di stimolo fiscale che, secondo i dati della Brookings Institution citati nell'articolo, fu in percentuale del PIL più grande di qualsiasi cosa stessero facendo gli altri paesi ricchi. Smith afferma che "la maggior parte dei ricercatori che hanno esaminato la questione ha concluso che l'ARRA ha salvato milioni di posti di lavoro".

I numeri del confronto storico sono significativi. La disoccupazione raggiunse il 25 per cento nel 1933, mentre nel 2009-2010 disoccupazione e sottoccupazione combinate toccarono solo il 17 per cento. Bastarono sei o sette anni per recuperare il calo del PIL pro capite causato dalla crisi del 2008, contro gli undici anni necessari dopo la Grande Depressione. Smith attribuisce parte del merito anche alla Federal Reserve, ma sostiene che "la coraggiosa azione fiscale di Obama è parte del motivo per cui abbiamo avuto un mezzo decennio perso invece di un decennio perso".

Il secondo grande successo individuato dall'economista è l'Affordable Care Act, noto come Obamacare. Smith lo descrive come "il più significativo e ampio intervento di riforma sanitaria dai tempi di Medicaid nel 1965". La riforma si ispirò al cosiddetto modello Bismarck, che garantisce copertura universale attraverso assicuratori pubblici o privati, e più direttamente alla riforma sanitaria di Mitt Romney quando era governatore del Massachusetts. Smith riconosce anche i limiti della legge: non è riuscita a contenere la traiettoria al rialzo dei costi sanitari e ha lasciato comunque il 10-11 per cento degli americani senza assicurazione. Tuttavia sottolinea che la riforma "ha guadagnato popolarità negli anni successivi alla sua entrata in vigore".

Il terzo pilastro dell'eredità obamiana è il Dodd-Frank Act del 2010, la legge che ha trasformato la regolamentazione finanziaria americana. La normativa ha creato nuove agenzie governative, tra cui il Financial Stability and Oversight Council, l'Orderly Liquidity Authority, l'Office of Financial Research e il Consumer Financial Protection Bureau. Ha inoltre introdotto la cosiddetta regola Volcker, che vieta molti tipi di trading proprietario alle banche di importanza sistemica. Lo shock pandemico ha rappresentato secondo Smith un test importante per il Dodd-Frank: non si è verificata "nessuna grande ondata di insolvenze sui prestiti bancari" e le banche hanno continuato a prestare regolarmente. La creazione di nuove imprese, temuta come possibile vittima della nuova regolamentazione, ha invece iniziato a crescere dopo l'entrata in vigore della legge e ha avuto un picco durante la pandemia.

Una sezione dell'analisi è dedicata alle azioni esecutive intraprese dopo la vittoria del Tea Party alle elezioni di midterm del 2010, che resero impossibile far passare ulteriori grandi leggi. Nel 2012 Obama creò il programma Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), che ha protetto dall'espulsione "centinaia di migliaia di persone" portate illegalmente in America da bambini. Nel secondo mandato lanciò il Clean Power Plan, che ordinava agli Stati di ridurre le emissioni di carbonio. Il piano fu annullato da Trump dopo pochi anni, ma secondo Smith "probabilmente ha spinto gli Stati a iniziare a guardare con più attenzione all'energia solare ed eolica".

Sul fronte della politica estera il giudizio è più sfumato. Smith riconosce i successi nella guerra al terrorismo: l'uccisione di Osama bin Laden, il ritiro dall'Iraq, la riduzione della presenza in Afghanistan e la sconfitta dell'ISIS. Più critico il bilancio sulla Primavera araba e sui conflitti che ne seguirono, anche se l'economista sostiene di "non essere convinto che Obama potesse fare molto di più", dato che "l'appetito americano per ulteriori avventure militari in Medio Oriente era nullo".

Le critiche più severe di Smith riguardano la gestione delle grandi potenze rivali. "La debole risposta di Obama al sequestro russo del territorio ucraino ha finito per incoraggiare ulteriore avventurismo di Putin e ha portato all'attuale guerra catastrofica", scrive. Sulla Cina, l'economista sostiene che Obama "rifiutò di riconoscere l'importanza dell'ascesa di Xi Jinping e della concomitante svolta aggressiva e nazionalista del paese", restando "eccessivamente affezionato alla fallita idea clintoniana che l'engagement avrebbe reso la Cina più progressista". Il pivot verso l'Asia arrivò, secondo Smith, "troppo poco e troppo tardi".

La conclusione dell'economista è che Obama "ha fatto grandi progressi sui problemi che ha ereditato da Bush: un settore finanziario devastato, un'economia in collasso, un gran numero di persone non assicurate e una minaccia islamista ancora spaventosa". Obama viene definito "un presidente da crisi" che "ha respinto la crisi". L'amarezza dei progressisti viene attribuita alle loro "aspettative gonfiate" del 2008, quando agli stadi pieni dei comizi tutti parlavano di come Obama avrebbe cambiato tutto.

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Negli Stati Uniti la politica fa perdere gli amici


Uno studio pubblicato su PNAS Nexus rileva che il 37% degli adulti ha interrotto almeno una relazione di amicizia a causa di divergenze politiche. I democratici sono i più propensi a tagliare i ponti.

Negli Stati Uniti la polarizzazione politica non rende solo più tese le conversazioni: può anche costare relazioni personali. Il 37% degli americani dichiara di aver perso almeno un amico, un familiare, un collega o un partner romantico per divergenze politiche. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS Nexus e firmato dagli psicologi Mertcan Güngör e Peter H. Ditto, dell'Università della California, Irvine.

I ricercatori hanno analizzato 4 set di dati, per un totale di 3.791 partecipanti, integrandoli con quelli dell'American National Election Studies. Il campione più recente arriva da un sondaggio rappresentativo a livello nazionale condotto da YouGov nell'aprile 2025 su mille cittadini adulti adulti. Tra chi ha vissuto una rottura di una relazione a causa della politica, il 62% ha perso un amico, il 40% un familiare, il 29% un collega e il 10% un partner romantico. Più della metà ha interrotto più di un tipo di relazione.

Le amicizie risultano le più esposte a questo rischio: sono abbastanza strette perché la politica emerga nelle conversazioni, ma non hanno il cemento di figli, finanze condivise o legami di sangue che spesso tengono insieme coppie e familiari anche dopo un litigio per motivi politici.

Democratici più propensi a chiudere i rapporti


I dati mostrano una netta asimmetria tra i due schieramenti. Nel sondaggio YouGov, il 46% dei democratici dichiara di aver posto fine ad una relazione per motivi politici, contro il 29% dei repubblicani e il 39% degli indipendenti. La differenza resta significativa anche tenendo conto dell'intensità delle convinzioni politiche e delle variabili demografiche. I democratici risultano anche più inclini a prendere l'iniziativa della rottura.

In un secondo sondaggio, condotto su circa 950 cittadini adulti tramite la piattaforma Prolific il giorno prima delle elezioni presidenziali del 2024, il 66% dei democratici che avevano vissuto una rottura di una relazione a causa di moitivi politici affermava di aver chiuso personalmente il rapporto, contro il 27% dei repubblicani. Entrambi gli schieramenti tendono comunque a descrivere la persona da cui si sono separati come collocata all'estremo dello spettro politico.

Il fenomeno è esploso a partire dal 2016: il 96% di chi ha vissuto una rottura di una relazione colloca la più dolorosa nel 2016 o negli anni successivi, con picchi negli anni delle elezioni presidenziali. Dopo il voto del 2016, il 14% degli americani aveva dichiarato di aver posto fine ad una relazione a causa di quella campagna; un sondaggio condotto appena 5 mesi e mezzo dopo le elezioni del 2024 ha visto quella quota salire al 18%. I ricercatori parlano di una possibile accelerazione, pur invitando alla cautela perché i dati disponibili sono ancora limitati.

Meno contatti, più ostilità


Le rotture di relazioni per motivi politici sembrano modificare anche il modo in cui chi le vive percepisce l'altra parte. Su una scala di simpatia da 0 a 100, chi ha interrotto una relazione valuta gli elettori avversari quasi 8 punti più freddamente rispetto a chi non lo ha mai fatto. L'ostilità è ancora più marcata tra chi ha preso l'iniziativa della rottura e colpisce più i semplici elettori dell'altro schieramento che i leader politici.

Chi rompe una relazione tende anche ad avere una percezione più distorta delle idee altrui: in un sondaggio del 2017, i democratici reduci da una rottura sovrastimavano di 12,6 punti percentuali la quota di repubblicani d'accordo con i suprematisti bianchi rispetto agli altri. I repubblicani che avevano chiuso un rapporto, a loro volta, sovrastimavano di 14,6 punti percentuali la quota di democratici convinti che la maggior parte dei bianchi americani fosse razzista.

I due autori sospettano che il rapporto sia circolare: l'ostilità genera rotture, le rotture alimentano nuova ostilità. I ricercatori ipotizzano che tagliare i ponti con chi la pensa diversamente elimini anche una delle poche finestre sul ragionamento degli elettori dell’altra parte. Dopo la rottura, ciò può spingere ad affidarsi a rappresentazioni mediatiche più estremizzate per giustificare la propria scelta.

"Dato il ruolo dell'esposizione a opinioni opposte nel costruire la tolleranza politica, queste 'rotture per motivi politici' sono un segnale preoccupante per la salute di una democrazia", scrivono i ricercatori. "E data l'importanza delle relazioni per il benessere personale, rischiano di avere serie conseguenze anche sulla salute dei cittadini".

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Perché le scommesse sono meno affidabili dei sondaggi


Piattaforme come Polymarket e Kalshi propongono probabilità in tempo reale sugli esiti politici, ma esperti di sondaggi avvertono che questi numeri non rappresentano l'opinione pubblica e rischiano di degradare l'informazione elettorale.

Le previsioni elettorali basate sulle scommesse stanno entrando nelle redazioni americane, ma analisti e statistici mettono in guardia dai rischi di trattare le quote dei mercati come fossero sondaggi. Lo segnala la Columbia Journalism Review in un'analisi pubblicata sul portale della rivista, dedicata al rapporto sempre più stretto tra giornalismo e piattaforme di scommesse come Polymarket e Kalshi.

Il punto di partenza è la differenza sostanziale tra tre strumenti diversi. I sondaggi misurano l'umore dell'opinione pubblica intervistando campioni rappresentativi della popolazione. Le previsioni politiche tradizionali, come quelle che resero famoso il sito FiveThirtyEight di Nate Silver, elaborano probabilità a partire dai sondaggi e da altri dati. I mercati delle scommesse invece pretendono di prevedere la probabilità di un evento sulla base delle puntate in denaro reale fatte da trader anonimi. Tre logiche distinte, che però rischiano di essere confuse dai lettori.

G. Elliott Morris, che ha guidato FiveThirtyEight prima della sua chiusura e oggi scrive su Strength in Numbers, ha dichiarato alla Columbia Journalism Review che l'accettazione acritica dei numeri di Polymarket e Kalshi come vere probabilità del mondo è incredibilmente irresponsabile. Quando si forniscono al pubblico le probabilità di un esito elettorale, ha spiegato, si offre qualcosa con cui giocare, e questo degrada parte del processo politico. I mercati delle scommesse, secondo Morris, amplificano questa degradazione.

Nathaniel Rakich, direttore di Votebeat e in passato senior editor di FiveThirtyEight, ha sottolineato un altro problema strutturale. I trader che scommettono sulle elezioni non costituiscono un campione rappresentativo della popolazione, come invece avviene nei sondaggi. Si tratta della saggezza convenzionale di un tipo molto specifico di persone, quelle che puntano soldi sui risultati elettorali. La distorsione del campione è quindi alla radice del meccanismo.
L'illusione della probabilità — FocusAmerica

Giornalismo · Previsioni elettorali

L'illusione della probabilità:
quando i mercati di scommesse entrano nelle redazioni


Polymarket e Kalshi sono sempre più citati come strumenti di previsione elettorale, ma non sono sondaggi né modelli statistici. Analisti e statistici avvertono: dati opachi, campioni distorti e una singola percentuale presentata come certezza.

Fonte: Columbia Journalism Review Analisi maggio 2026

Il nodo del dibattito

Accettare acriticamente i numeri di Polymarket e Kalshi come probabilità reali è incredibilmente irresponsabile.

G. Elliott Morris · ex direttore di FiveThirtyEight

Esplora l'analisi
1 Strumenti 2 Mercati 3 Lettura 4 Voci

Tre logiche diverse

Sondaggi, modelli e mercati: cosa misurano davvero


Tre strumenti distinti, spesso confusi nel racconto pubblico. Solo i sondaggi partono da un campione rappresentativo della popolazione; solo i modelli trasformano dati statistici in probabilità; i mercati, invece, registrano puntate in denaro reale effettuate da trader spesso anonimi.

01
Sondaggi
Misurano un umore
Intervistano campioni rappresentativi della popolazione per fotografare l'opinione pubblica in un dato momento.
RestituisconoPercentuali con margine di errore

02
Previsioni statistiche
Elaborano i dati
Aggregano sondaggi e altri indicatori in modelli probabilistici. Il caso più noto è stato FiveThirtyEight di Nate Silver.
RestituisconoProbabilità con incertezza dichiarata

03
Mercati di scommesse
Aggregano puntate
Polymarket e Kalshi pretendono di prevedere un evento sulla base del denaro scommesso da trader anonimi sulla piattaforma.
RestituisconoUna sola cifra, senza margine

Confronto strutturale

Chi viene rilevato
Campione rappresentativo
Aggregato di sondaggi
Solo chi scommette

Margine di errore
Dichiarato
Dichiarato
Assente

Metodologia verificabile


No

Modello di business
Ricerca / editoria
Editoria / accademia
Gioco d'azzardo

Il modello di business

Su Kalshi la politica resta una piccola appendice dello sport


I volumi di scambio del 2025 mostrano cosa muove davvero queste piattaforme: le scommesse politiche restano una quota minoritaria, ma sono quelle che entrano più facilmente nel lavoro dei giornalisti.

Sport ~90%
Volume di scambi 2025 · Kalshi
~90%
È la quota dello sport sul totale degli scambi della piattaforma. Le scommesse elettorali costituiscono la parte residua.

Sport
Altre categorie (incluse elezioni)

Il punto

Il modello di business si fonda su gioco d'azzardo ed engagement. La copertura giornalistica delle quote elettorali, dice Morris, fa leva su uno dei casi di marketing più riusciti della storia recente: l'attrazione della novità e l'apparenza di oggettività dei numeri.

L'errore di lettura

Una probabilità del 70% finisce per sembrare una certezza


Nathaniel Rakich, ex senior editor di FiveThirtyEight, indica il rischio più comune: il lettore arrotonda mentalmente quella quota al 100% e la interpreta come un esito già scritto. I giornalisti diventano complici quando rilanciano la cifra di sintesi senza spiegarne limiti e natura.

70%
Cifra reale

La probabilità riportata

Resta un margine ampio per esiti alternativi: 3 scenari su 10.

100%
Come viene letta

La probabilità percepita

Il lettore tende ad arrotondare e a leggere la cifra come un esito già deciso.

La conseguenza

Strength In Numbers, il nuovo sito fondato da Morris, non pubblica probabilità in tempo reale sulla vittoria dei candidati. Il nuovo progetto FiftyPlusOne le includerà, ma con un'impostazione pensata per ridurre il peso visivo delle quote nella pagina.

Il dibattito nelle redazioni dei giorni

Tre posizioni: critica netta, mediazione, apertura cauta


Tocca un nome per leggere la posizione integrale come riportata dalla Columbia Journalism Review.

M

G. Elliott Morris
Già direttore FiveThirtyEight · Strength In Numbers

Critico

"Nessuno è obbligato a riportare questi dati: se lo si fa, è perché ci si lascia ingannare. Trattare le quote di mercato come probabilità del mondo reale è irresponsabile e impoverisce una parte del processo politico."

R

Nathaniel Rakich
Direttore Votebeat · Già senior editor FiveThirtyEight

Mediano

"Esistono modi responsabili e irresponsabili di affrontare l'argomento. I trader non sono un campione rappresentativo: esprimono la saggezza convenzionale di un gruppo molto specifico di persone, quelle disposte a puntare denaro sui risultati elettorali."

G

Dustin Gouker
Esperto di gioco d'azzardo · Newsletter Event Horizon

Apertura

"I mercati delle scommesse possono avere spazio nell'informazione, con le dovute cautele: se trattati per quello che sono, possono integrare le previsioni tradizionali con segnali in tempo reale."

Fonte Elaborazione FocusAmerica su base Columbia Journalism Review · Tow Center for Digital Journalism (2022) · maggio 2026

I problemi di trasparenza sono un altro nodo cruciale. I sondaggi e le previsioni tradizionali si presentano accompagnati da un margine di errore, che comunica l'incertezza insita in qualsiasi stima su grandi gruppi di persone. I mercati delle scommesse riportano invece una probabilità unica, senza indicatori di incertezza. I giornalisti possono analizzare il volume totale di denaro scambiato o eventuali attività di trading sospette, ma al momento non esiste un modo per verificare perché i mercati esprimano un certo valore. Le previsioni statistiche tradizionali permettono invece di controllare la storia di chi le produce, eventuali finanziatori, metodi utilizzati. I mercati di scommesse hanno cominciato a essere oggetto di inchieste sull'insider trading, ma il processo resta molto più opaco.

Il modello di business di queste piattaforme si fonda sul gioco d'azzardo e sull'engagement, e riguarda prevalentemente lo sport. Nel 2025 i mercati sportivi hanno rappresentato quasi il 90 per cento del volume di scambi su Kalshi. Le scommesse elettorali sono una porzione minore del business, ma è proprio quella che interseca il lavoro giornalistico. Morris ha definito la diffusione di questi strumenti come uno dei più riusciti casi di marketing ottimizzato nella storia umana, sfruttando l'attrazione per la novità e l'apparenza di oggettività che i numeri trasmettono.

Anche le previsioni elettorali tradizionali, ha riconosciuto Morris, non sono uno strumento particolarmente utile per i lettori. La ricerca mostra che le persone hanno difficoltà a interpretare le probabilità in contesto elettorale. Rakich ha portato un esempio concreto: chi vede una probabilità del 70 per cento tende ad arrotondarla al 100 per cento, leggendola come una certezza. I giornalisti possono diventare complici di questa semplificazione quando enfatizzano i numeri di sintesi senza spiegarne la natura.

Per questo motivo Strength in Numbers, il sito di Morris, non pubblica probabilità in tempo reale sulla vittoria dei candidati. Un altro progetto cofondato da Morris, FiftyPlusOne, includerà probabilità elettorali aggiornate, ma con un'impostazione che riduce il peso visivo delle quote.

Il dibattito interno al giornalismo americano resta aperto. Dustin Gouker, esperto di gioco d'azzardo e autore della newsletter Event Horizon, in una recente intervista alla Columbia Journalism Review ha sostenuto che i mercati delle scommesse meritano uno spazio nell'informazione, con cautele, perché possono integrare le previsioni tradizionali con dati in tempo reale. Rakich ha adottato una posizione mediana, affermando che esistono modi responsabili e irresponsabili di trattare l'argomento, e che molto dipende dalla capacità del giornalista di essere un consumatore consapevole di queste informazioni. Morris è stato più netto: nessuno è obbligato a riportare questi dati, e se lo si fa è perché ci si lascia ingannare.

Nel 2022 il Tow Center della Columbia Journalism School aveva dedicato una ricerca al cosiddetto giornalismo predittivo, che all'epoca comprendeva sondaggi, previsioni e altri strumenti tradizionali di stima. Il rapporto sosteneva che incorporare le previsioni nel lavoro giornalistico richiede una progettazione centrata sull'utente, un editing rigoroso e un'attenzione particolare alla comunicazione dell'incertezza e delle probabilità. L'ingresso dei mercati delle scommesse aggiunge ora una sfida ulteriore, perché si tratta di strumenti opachi, non rappresentativi e legati a interessi economici diretti.

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Trump valuta Vance e Rubio come possibili successori per il 2028


Il presidente americano scherza con i suoi collaboratori sull'ipotesi di un ticket congiunto tra il vicepresidente e il segretario di Stato, mentre i due aumentano la loro visibilità in vista delle elezioni di metà mandato.

Donald Trump si diverte a sondare i suoi collaboratori sulla scelta del prossimo candidato repubblicano alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal New York Times, durante le conversazioni nello Studio Ovale, le cene con amici o gli incontri a Mar-a-Lago, il presidente pone spesso la stessa domanda: meglio JD o Marco? Il riferimento è al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio, i due nomi che il partito repubblicano osserva con maggiore attenzione in vista della corsa presidenziale del 2028. Trump, secondo persone vicine alla sua cerchia, suggerisce talvolta che i due dovrebbero candidarsi insieme sullo stesso ticket.

I collaboratori del presidente sostengono che si tratti soltanto di un gioco e che il 2028 non sia tra le sue priorità. Resta il fatto che i due uomini, che Trump chiama "ragazzi", stanno acquisendo profili sempre più rilevanti mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato.

Rubio è apparso nella sala stampa della Casa Bianca rispondendo alle domande sulla guerra con l'Iran. Il suo staff ha poi trasformato l'intervento in un video dal taglio elettorale. Il segretario di Stato si è quindi recato in Italia, dove ha incontrato Papa Leone XIV, al quale ha regalato un pallone di cristallo, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Entrambi sono stati oggetto di critiche da parte di Trump per la loro opposizione alla guerra. Il prossimo viaggio porterà Rubio in Cina insieme al presidente.

Nello stesso periodo, la macchina politica della Casa Bianca ha inviato Vance in una fabbrica di Des Moines per sostenere il deputato repubblicano Zach Nunn, considerato vulnerabile. Sul palco, il vicepresidente ha attaccato le politiche democratiche collegandole alla propria storia personale. "È straziante per un ragazzo cresciuto in una famiglia di democratici sindacalizzati rendersi conto che oggi i democratici sembrano preoccuparsi più delle transizioni di genere che del fatto che tu possa tenerti i soldi che hai guadagnato con il tuo lavoro", ha dichiarato Vance alla platea.

Secondo diverse persone vicine ai due, Vance e Rubio, che sono amici, non vogliono apparire come rivali per la nomination del 2028. Altri ritengono che sia troppo presto per prevedere come si configurerà la corsa, prima di vedere i risultati repubblicani alle elezioni di metà mandato. Il senatore repubblicano del Missouri Eric Schmitt, in un'intervista al New York Times all'inizio dell'anno, ha descritto il rapporto tra i due come una collaborazione fondata sull'amicizia personale e sulla consapevolezza del momento storico vissuto dal partito, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Rubio ricopre contemporaneamente più incarichi: oltre a quello di segretario di Stato, è consigliere per la sicurezza nazionale e per quasi un anno ha svolto anche le funzioni di archivista capo. Secondo i suoi alleati, questa onnipresenza potrebbe permettergli di ampliare il campo del movimento MAGA oltre la base più dura di Trump, in un momento in cui il partito repubblicano affronta serie difficoltà politiche sull'economia, sulla guerra e sulle politiche aggressive in materia di immigrazione. Whit Ayres, sondaggista repubblicano che lavorò alla campagna di Rubio per il Senato nel 2010, ha dichiarato al New York Times che il segretario di Stato potrebbe attrarre molti repubblicani che hanno sostenuto Trump senza particolare entusiasmo, grazie alla sua capacità di costruire argomentazioni persuasive sia in inglese sia in spagnolo.

Rubio stesso ha però chiarito la sua posizione in un'intervista a Vanity Fair lo scorso anno: se Vance deciderà di candidarsi, sarà lui il candidato repubblicano e sarà tra i primi a sostenerlo.

I numeri confermano il vantaggio del vicepresidente. Vance ha un indice di gradimento del 35 per cento secondo l'ultimo sondaggio Washington Post/ABC News/Ipsos. Una rilevazione del Pew Research Center condotta all'inizio dell'anno indica che tra le figure dell'amministrazione Trump, solo il presidente stesso e il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. sono più conosciuti del vicepresidente. Il 75 per cento degli elettori repubblicani ha un'opinione favorevole di Vance, contro il 64 per cento di Rubio. Il 19 per cento degli elettori repubblicani dichiara di non aver mai sentito nominare il segretario di Stato.

Repubblicani 2028 · La successione a Trump

JD o Marco: il duello per il dopo-Trump


Trump li chiama "ragazzi" e scherza sull'idea di vederli insieme nello stesso ticket. I sondaggi raccontano però una corsa ancora sbilanciata: il vicepresidente Vance resta il favorito in tutte le rilevazioni, mentre il Segretario di Stato Rubio cresce a ritmo sorprendente tra gli attivisti conservatori.

Fonti: Pew Research · Emerson · CPAC · RealClearPolling · NYT Aggiornato a maggio 2026

Gradimento tra elettori repubblicani — Pew Research

JD Vance
Vicepresidente
75%
Opinione favorevole tra gli elettori repubblicani

vs

Marco Rubio
Segretario di Stato
64%
Opinione favorevole tra gli elettori repubblicani

Un elettore repubblicano su cinque non ha mai sentito nominare Rubio. Tra i collaboratori dell'Amministrazione Trump, solo il presidente stesso e Robert F. Kennedy Jr. sono più conosciuti di Vance.

Esplora l'analisi
1 Sondaggi 2 L'ascesa 3 Profili 4 Le incognite

La corsa per la nomination

Cinque sondaggi, un unico favorito


Nelle rilevazioni nazionali e statali condotte negli ultimi mesi sulla nomination presidenziale repubblicana del 2028, Vance è stabilmente davanti a Rubio. Il distacco si riduce solo nello straw poll tra gli attivisti del CPAC.

JD Vance
Marco Rubio

Emerson College Marzo 2026

Vance

59%
Rubio

19%

Elettori repubblicani — primarie ipotetiche 2028

RealClearPolling — media nazionale Mag 2026

Vance

45,5%
Rubio

14,0%

Aggregato dei sondaggi sulla nomination repubblicana

Detroit Chamber — Michigan Apr 2026

Vance

53%
Rubio

27%

500 elettori repubblicani probabili in Michigan

CPAC — straw poll attivisti Mar 2026

Vance

53%
Rubio

35%

Distanza più contenuta nel campione di attivisti repubblicani

L'ascesa di Rubio

Rubio vola al CPAC: crescita del 3.200%


In 12 mesi, il Segretario di Stato è passato da presenza quasi irrilevante nello straw poll degli attivisti conservatori al secondo posto netto. È la crescita più rapida tra i potenziali candidati repubblicani per il 2028.

Primavera 2025
3%
Rubio al CPAC

+32 pt

Primavera 2026
35%
Rubio al CPAC

Nello stesso periodo Vance è invece sceso dal 61% al 53% al CPAC. Un avvicinamento, non un sorpasso: il vicepresidente resta nettamente in testa, ma il vantaggio non è più incolmabile.

Confronto al CPAC
Preferenza per la nomination 2028 nello straw poll annuale degli attivisti conservatori.

Vance — primavera 2025 61%

Vance — primavera 2026 53%

Rubio — primavera 2025 3%

Rubio — primavera 2026 35%

Anatomia dei due contendenti

Due profili diversi, due strategie diverse


Vance è l'erede naturale del movimento MAGA. Rubio punta a un'area più trasversale, capace di parlare anche ai repubblicani moderati e all'elettorato ispanico.

JD Vance
41 anni · Ohio

35%
Gradimento generale
Wash. Post/ABC/Ipsos

63%
Sostegno tra gli elettori MAGA
Detroit Chamber


Più conosciuto dopo Trump e Kennedy
Pew Research

Marco Rubio
54 anni · Florida

+32 pt
Crescita al CPAC in un anno
Da 3% a 35%

3
Incarichi simultanei: Dipartimento di Stato, Consigliere di Sicurezza Nazionale, Archivista capo

19%
Elettori repubblicani che ancora non lo conoscono
Pew Research

Punti di forza percepiti

Vance


  • Erede diretto dell'ideologia MAGA
  • Accesso privilegiato ai donatori come presidente del Comitato finanze del RNC
  • Unico possibile candidato in grado di fare campagna senza lasciare il governo
  • Ha già iniziato a sondare il terreno in Iowa
Rubio


  • Percepito nei focus group come "l'adulto nella stanza"
  • Capace di comunicare con efficacia sia in inglese sia in spagnolo
  • Potenzialmente attrattivo per gli elettori repubblicani meno entusiasti di Trump
  • Profilo internazionale in forte crescita


Le variabili decisive

Tre incognite che possono ridisegnare la corsa per la nomination repubblicana


Tra le midterm di novembre e le primarie 2028 passeranno 2 anni. Il quadro odierno può cambiare radicalmente — e tre fattori pesano più degli altri.

1

La guerra con l'Iran e il prezzo dell'energia
Inizialmente contrario all'attacco, Vance ora è stato costretto a difenderlo. La guerra è impopolare e ha fatto aumentare i prezzi dell'energia. Due cittadini dell'Iowa sono stati uccisi a marzo in un attacco con droni iraniani su una base in Kuwait.

2

Il risultato delle elezioni di midterm
Se i repubblicani dovessero subire una pesante sconfitta a novembre, Vance pagherebbe il legame con Trump più di qualsiasi altro possibile candidato. Rubio, rimasto lontano dalla campagna elettorale, ne uscirebbe invece meno esposto.

3

Il fattore Trump
Come osserva Marc Short, ex capo di gabinetto di Mike Pence, Trump pretende lealtà assoluta dal suo vice, ma non sembra costruirne il successo politico per il dopo. Una variabile imprevedibile per entrambi i candidati.

La posizione di Rubio

Se Vance deciderà di candidarsi, sarà lui il candidato repubblicano e io sarò tra i primi a sostenerlo.

— Rubio in un'intervista a Vanity Fair, 2025

Fonti Elaborazione FocusAmerica su fonti: Pew Research (gen 2026), Emerson College Polling (mar 2026), CPAC straw poll (mar 2025, mar 2026), RealClearPolling, Detroit Chamber of Commerce (apr 2026), Washington Post/ABC News/Ipsos, New York Times · Maggio 2026.

Esistono comunque segnali di crescente interesse verso Rubio. Sarah Longwell, stratega repubblicana anti-Trump, ha scritto in un articolo pubblicato sull'Atlantic in aprile che, sulla base dei focus group settimanali da lei condotti, gli elettori apprezzano la capacità di Rubio di gestire più ruoli contemporaneamente e tendono a percepirlo come "l'adulto nella stanza".

Vance, erede della base politica del presidente, resta l'unica figura dell'amministrazione che può fare campagna elettorale mentre contribuisce al lavoro di governo. In Iowa ha incontrato in forma riservata leader politici influenti, tra cui Jeff Kaufmann, presidente storico del partito repubblicano statale. Sean Spicer, ex portavoce di Trump, ha commentato nel suo podcast che il vantaggio logistico di Vance non può essere sottovalutato. Il vicepresidente è inoltre presidente del comitato finanze del Republican National Committee, posizione che secondo i suoi sostenitori gli garantisce un accesso privilegiato ai donatori in vista di una eventuale candidatura.

Restano però le incognite legate al costo politico ed economico della guerra con l'Iran. Se le elezioni di metà mandato dovessero andare male per i repubblicani, Vance risulterebbe legato alle decisioni di Trump in modo molto più stretto rispetto a qualsiasi altro potenziale candidato. Pur essendosi inizialmente opposto all'attacco contro l'Iran, il vicepresidente è ora costretto a difenderlo. La decisione è impopolare tra gli elettori e ha fatto aumentare i prezzi dell'energia. Durante la visita alla fabbrica di Des Moines, Vance ha ricordato che due cittadini dell'Iowa erano stati uccisi a marzo in un attacco con droni iraniani contro una base militare in Kuwait.

Un ulteriore elemento di complicazione, valido per entrambi i candidati e per chiunque altro decida di scendere in campo, è lo stesso Trump. Marc Short, ex capo di gabinetto del predecessore di Vance, Mike Pence, ha osservato che il presidente pretende lealtà assoluta dal proprio vice, ma non lo prepara al successo politico per il dopo.

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Trump respinge la controproposta iraniana


Teheran chiede risarcimenti di guerra, fine delle sanzioni e sovranità sullo Stretto di Hormuz. Il presidente americano definisce l'offerta "totalmente inaccettabile". Il petrolio sale di quasi il 5%.

Il presidente Donald Trump ha respinto la controproposta iraniana per porre fine alla guerra in Medio Oriente, definendola "totalmente inaccettabile" e prolungando uno stallo che dura da dieci settimane e che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, sconvolgendo i mercati energetici globali. "Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti dell'Iran. Non mi piace, totalmente inaccettabile", ha scritto Trump in un post su Truth Social, usando le maiuscole per enfatizzare il rifiuto. In una breve telefonata con Axios, il presidente ha aggiunto: "Non mi piace la loro lettera. È inappropriata".

La controproposta di Teheran, trasmessa attraverso mediatori pakistani, chiede risarcimenti di guerra, piena sovranità sullo Stretto di Hormuz, la fine delle sanzioni americane e il rilascio dei beni iraniani congelati. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, il testo iraniano insiste sulla necessità di revocare le sanzioni statunitensi sulla vendita di petrolio iraniano e di porre fine al blocco navale americano dei porti iraniani al momento della firma. La proposta mantiene il formato di un memorandum d'intesa iniziale seguito da trenta giorni di negoziati, durante i quali si proverebbe a raggiungere un accordo complessivo.

Il Wall Street Journal ha scritto che l'Iran ha respinto le richieste americane sul programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. Teheran ha proposto negoziati separati e ha offerto di diluire parte del proprio uranio altamente arricchito, trasferendone il resto in un paese terzo, con la clausola che il materiale tornerebbe in Iran se Washington dovesse uscire da un eventuale accordo. L'Iran avrebbe accettato di sospendere l'arricchimento, ma per un periodo inferiore alla moratoria di vent'anni proposta dagli Stati Uniti, e ha rifiutato di smantellare le proprie installazioni nucleari.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha mantenuto un tono di sfida mentre i negoziati proseguivano. "Non chineremo mai la testa davanti al nemico, e se si parla di dialogo o negoziato, non significa né resa né arretramento", ha scritto su X. Il portavoce dell'esercito iraniano, il generale di brigata Mohammad Akraminia, ha dichiarato all'agenzia IRNA che eventuali nuovi errori di calcolo degli avversari sarebbero accolti con "opzioni sorprendenti", portando il conflitto in aree "che il nemico non ha previsto". Il nuovo Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, che non è apparso pubblicamente dall'inizio del conflitto, ha emesso nuove direttive per le operazioni militari, secondo quanto riferito dall'emittente di stato senza ulteriori dettagli.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in un'intervista a 60 Minutes della CBS, ha affermato che la guerra non è finita perché "c'è ancora del lavoro da fare". L'Iran non ha consegnato il proprio uranio arricchito né smantellato i siti di arricchimento, ha aggiunto Netanyahu, e continua a sostenere i propri alleati regionali e a sviluppare il programma missilistico balistico. Il premier israeliano ha condizionato la fine delle ostilità al ritiro dell'uranio altamente arricchito dal territorio iraniano. Secondo Rafael Grossi, direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'uranio altamente arricchito iraniano si trova ancora con grande probabilità nei tunnel del complesso nucleare di Isfahan, nonostante i bombardamenti americano-israeliani. L'Iran possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia tecnica vicina al 90% necessario per la fabbricazione di armi nucleari.

Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato attacchi coordinati contro l'Iran il 28 febbraio. Teheran ha risposto con attacchi contro Israele e contro i paesi arabi alleati di Washington, chiudendo lo Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto della fornitura mondiale di petrolio. Trump ha dichiarato un cessate il fuoco indefinito il mese scorso, comunicando al Congresso che le ostilità erano state "terminate", anche se nello Stretto è continuato un confronto teso e diversi paesi del Golfo hanno denunciato attacchi di droni iraniani negli ultimi giorni. Durante il fine settimana gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni provenienti dall'Iran, il Qatar ha condannato un attacco a una nave cargo nelle sue acque, mentre il Kuwait ha riferito di droni ostili entrati nel proprio spazio aereo.

I mercati hanno reagito al fallimento delle trattative con un forte rialzo del greggio. I future sul West Texas Intermediate con consegna a giugno sono saliti del 4,96% a 100,3 dollari al barile, mentre il Brent con consegna a luglio è salito del 4,92% a 105,76 dollari al barile. Una petroliera qatariota di GNL ha attraversato lo Stretto domenica per la prima volta dall'inizio della guerra, un passaggio approvato dall'Iran per costruire fiducia con Qatar e Pakistan, ma l'apertura simbolica ha fatto poco per allentare le preoccupazioni del mercato. Christopher Wong, stratega valutario di OCBC Bank, ha dichiarato a CNBC che "il petrolio è rimasto molto sensibile ai titoli, con i mercati sospesi tra le speranze di de-escalation e il rischio che gli scontri sporadici mantengano un premio di rischio energetico".

Lo stallo irrisolto pesa sul vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, in programma a Pechino dal 13 al 15 maggio, dove la guerra con l'Iran sarà al centro dei colloqui. Washington ha cercato di spingere Pechino a fare pressione su Teheran perché riapra lo Stretto, anche se non è chiaro quanto la Cina sia disposta a esercitare tale pressione. Ben Emons, direttore generale di Fed Watch Advisors, ha previsto come scenario di base una "distensione gestita con risultati potenzialmente limitati", probabilmente nella forma di un linguaggio congiunto vago sulla de-escalation. La Cina condivide con Washington l'interesse a uno Stretto stabile, ha aggiunto Emons, ma non può apparire come un attore che fa concessioni a danno della propria collaborazione con Teheran. La scorsa settimana Pechino ha ospitato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il capo della diplomazia cinese Wang Yi ha riaffermato la "partnership strategica" tra i due paesi, esortando però Teheran a perseguire una soluzione diplomatica.

Sul fronte europeo, i ministri della Difesa francese e britannico copresiederanno martedì una riunione in videoconferenza con gli omologhi dei paesi disposti a contribuire a una missione per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Una quarantina di paesi sono coinvolti nella definizione dei contributi militari. Londra ha annunciato il prepiazzamento in Medio Oriente del cacciatorpediniere HMS Dragon, mentre Parigi ha inviato la portaerei Charles-de-Gaulle nel Golfo. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha avvertito che la presenza di navi da guerra francesi e britanniche nello Stretto sarebbe accolta con una "risposta decisa e immediata", definendo lo Stretto "una via d'acqua sensibile vicina a Stati costieri" su cui solo l'Iran detiene il diritto sovrano di definirne lo statuto. Il presidente francese Emmanuel Macron, in conferenza stampa a Nairobi, ha replicato che la Francia non ha "mai considerato" un dispiegamento militare nello Stretto, ma una missione di sicurezza "concertata con l'Iran" per garantire la libertà di navigazione.

Le operazioni israeliane in Libano hanno provocato oltre 2.846 morti e 8.693 feriti tra il 2 marzo e il 10 maggio, secondo l'ultimo bilancio del ministero della Salute libanese. L'esercito israeliano ha affermato di aver colpito nel fine settimana più di quaranta obiettivi di Hezbollah. Il senatore repubblicano Lindsey Graham della South Carolina ha scritto su X che Trump dovrebbe ora considerare un'azione militare, citando gli attacchi al traffico marittimo internazionale e contro gli alleati statunitensi nella regione.

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di lunedì 11 maggio 2026


Trump respinge proposta di pace iraniana mentre si prepara per il vertice con Xi Jinping; l'amministrazione lancia iniziative sanitarie e affronta tensioni commerciali con la Cina

Questa è la rassegna stampa di lunedì 11 maggio 2026

Trump respinge la proposta di pace iraniana definendola "inaccettabile"


Il presidente Trump ha rifiutato la risposta iraniana all'ultima proposta di pace americana per porre fine al conflitto di 10 settimane, mentre le due parti stanno discutendo un'estensione di 30 giorni del cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il rifiuto ha causato un aumento dei prezzi del petrolio sui mercati globali.

Fonti: Financial Times, Bloomberg, New York Times

Trump si prepara per il vertice con Xi Jinping tra tensioni commerciali


Il presidente Trump arriverà mercoledì a Pechino per il suo secondo incontro di persona con il leader cinese Xi Jinping, con all'ordine del giorno la guerra in Iran, l'intelligenza artificiale e il commercio. Le nazioni asiatiche temono che Trump possa scambiare impegni di sicurezza per migliori termini economici con la Cina durante l'incontro previsto per questa settimana.

Fonti: Financial Times, New York Times, Semafor

Trump critica i giudici Barrett e Gorsuch per la decisione sui dazi


Il presidente Trump ha condiviso un lungo post sui social media rimproverando i giudici della Corte Suprema Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch per aver votato contro la sua agenda sui dazi lo scorso febbraio. Trump ha dichiarato che i giudici, da lui nominati, "hanno danneggiato gravemente il nostro Paese" con la loro decisione sui dazi.

Fonti: The Hill

L'amministrazione Trump lancia il sito Moms.gov per la Festa della Mamma


L'amministrazione Trump ha lanciato il sito web Moms.gov nella Festa della Mamma per fornire risorse alle donne in gravidanza e alle loro famiglie. Il sito si propone di "affrontare le esigenze di madri e padri che affrontano gravidanze difficili o inaspettate e garantire il benessere delle madri e la salute delle famiglie americane".

Fonti: The Hill

La Cina fissa la valuta al massimo di 3 anni prima dell'incontro Trump-Xi


La Cina ha fissato il valore della sua valuta al livello più alto degli ultimi tre anni in vista dell'incontro tra Trump e Xi Jinping. I dati mostrano che le pressioni deflazionistiche si stanno attenuando nella seconda economia mondiale, mentre le esportazioni cinesi sono rimbalzate ad aprile.

Fonti: Financial Times, Semafor

I passeggeri americani esposti all'hantavirus rientrano negli Stati Uniti


I 17 passeggeri americani a bordo della nave da crociera M/V Hondius colpita dall'hantavirus, inclusa una persona risultata positiva, sono stati rimpatriati negli Stati Uniti dopo l'attracco a Tenerife. I passeggeri saranno monitorati a Omaha nell'unico centro di quarantena finanziato a livello federale del paese.

Fonti: New York Times, The Guardian, NPR

La Camera di Commercio americana avverte del dominio industriale cinese


La Camera di Commercio degli Stati Uniti ha avvertito che la Cina sta espandendo il suo dominio industriale e che l'Occidente sta esaurendo il tempo per recidere la sua crescente dipendenza dalla catena di approvvigionamento cinese. L'avvertimento arriva mentre gli Stati Uniti e l'Europa lottano per tenere il passo nella corsa globale per i minerali critici.

Fonti: Financial Times, Bloomberg

I consumatori americani si affidano sempre più al credito per gestire i costi crescenti


Con l'aumento dei prezzi di benzina, generi alimentari e altri beni di prima necessità, sempre più famiglie americane si stanno indebitando per andare avanti. Gli esperti descrivono questa situazione come una "ruota del criceto" del credito che sta mettendo sotto pressione il bilancio delle famiglie della classe media.

Fonti: New York Times

Wichita emerge come rara oasi di convenienza per la classe media americana


La città di Wichita, Kansas, sta attirando famiglie di reddito medio grazie ai costi più bassi della media nazionale per affitto, cibo e altre necessità. Un boom di duplex sta rendendo la città del Midwest sempre più attraente per chi cerca abitazioni accessibili.

Fonti: Wall Street Journal

Trovati sei corpi in un vagone merci in Texas


Le autorità hanno scoperto sei corpi in un vagone merci nella città di Laredo, Texas. Le circostanze della loro morte non sono state immediatamente chiarite, secondo quanto dichiarato dalle autorità locali che stanno conducendo le indagini.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La popolarità di Trump continua a raschiare il fondo del barile (10 maggio)


Variazioni di pochi decimali per il tycoon, che continua a veleggiare intorno ai numeri più bassi di sempre, con il net rating che è due volte peggiore rispetto al primo mandato.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Nel bel mezzo di un periodo horror, questa domenica si segnala una sostanziale stagnazione della popolarità di Trump, con i numeri che continuano a risentire delle ingenti perdite subite dall'inizio della guerra in Iran.

La situazione per il tycoon rimane estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Seppur con alcune differenze tra istituti, il net rating continua a veleggiare tra il -15 e il -20, con il tasso di approvazione che resta abbastanza stabilmente sotto al 40% (con punte molto negative) e la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a 6-9 punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora dovesse riprendere la guerra o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è peggiore di circa quattro punti rispetto alla media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo oltre quindici mesi di presidenza, e la distanza col suo predecessore si è notevolmente ampliata. Arriva addirittura a nove punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Mentre Focus America e RCP registrano un leggero miglioramento rispetto a sette giorni fa, Silver segnala un trend opposto, diventando la media in assoluto peggiore.

Come già accennato, dopo più di quindici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi quindici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 474 giorni di presidenza (-18,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era esattamente il doppio, a -9,4.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -14,3 non brillava particolarmente dopo quindici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi della tregua con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
8 rilevazioni di 8 istituti — 10 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
RVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,8% (-0,3) - 57,8% (+0,3). In totale un net approval arrotondato di -18,9 (-0,5).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,5% (-0,3) - 56,3% (+0,4). In totale un rating di -15,8 (+0,1).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,0% (+0,2) - 57,4% (-0,6), con in totale un rating di -18,6 (+0,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Silver Bulletin

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Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)
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Il Dem Fetterman si difende: "Non sono cambiato io, è cambiato il mio partito"


Il senatore della Pennsylvania rivendica il voto con i repubblicani su immigrazione e shutdown e accusa la sinistra di rincorrere le frange più radicali della base elettorale.

John Fetterman, senatore democratico della Pennsylvania, ha firmato un editoriale sul Washington Post per rispondere alle critiche che gli arrivano da una parte crescente del suo stesso partito. Il titolo scelto è già una difesa: non è lui ad aver cambiato idea, sono i democratici ad aver spostato l'asticella.

Fetterman è una figura particolare nel panorama politico americano. Eletto al Senato nel 2022 dopo una campagna segnata da un ictus che lo aveva colpito durante le primarie, era stato a lungo considerato un esponente della sinistra progressista, vicino a Bernie Sanders. Negli ultimi anni si è però allontanato dalle posizioni più dure del partito, soprattutto sul conflitto a Gaza, sull'immigrazione e sui rapporti con l'amministrazione del presidente Donald Trump. La sua carriera politica era cominciata come sindaco di Braddock, una piccola città siderurgica della Pennsylvania, una delle più povere dello Stato, dove come ricorda lui stesso "il 90 per cento della popolazione se n'era andata. Era una comunità dimenticata". Vinse quella prima elezione per un solo voto.

Nell'editoriale, il senatore traccia un bilancio delle sue posizioni più controverse. Sull'immigrazione rivendica di aver votato nel 2024 una legge per controllare i flussi al confine e di essere stato il primo democratico a sostenere il Laken Riley Act. "Credo fortemente che chi arriva qui illegalmente e commette un crimine violento debba essere espulso. Punto", scrive. Ricorda anche di aver firmato proposte per fermare il traffico di fentanyl.

Sul tema degli shutdown del governo federale, Fetterman difende le sue scelte di voto contro la linea del partito. "Ho votato costantemente per porre fine agli shutdown del governo, uno dopo l'altro, perché i nostri agenti della Transportation Security Administration, la nostra sicurezza interna, i nostri aeroporti e gli americani comuni stavano soffrendo e non avrebbero mai dovuto essere tenuti in ostaggio". E aggiunge: "Non ho provato alcun piacere a votare contro il mio partito. Mentre la base mi prendeva di mira per aver messo il Paese al primo posto, l'esigenza di tenere le luci accese pesava più dei giochi di parte".

Il passaggio più netto riguarda Israele e l'Iran. Il senatore ricorda che fino a poco tempo fa era considerato normale, tra i democratici, sostenere Israele contro le minacce alla sua sicurezza. "Sono rimasto impegnato a sostenere pienamente l'eliminazione di questi terroristi e dei loro leader", scrive riferendosi a Hamas e Hezbollah, che definisce sostenuti dall'Iran. Ricorda inoltre che i recenti candidati democratici alla presidenza avevano identificato Teheran come una minaccia globale che non doveva ottenere armi nucleari. "Apprezzo che questa amministrazione abbia agito sulla minaccia rappresentata dall'Iran e dai suoi alleati", aggiunge, riconoscendo quindi un merito al governo Trump.

Fetterman descrive anche le conseguenze personali di queste posizioni. Racconta che numerosi manifestanti lo hanno seguito a Washington o si sono presentati davanti alla sua casa di Braddock per dargli del traditore. Il motivo, sostiene, sono voti di coscienza che fino a poco tempo fa non sarebbero stati considerati strani: il sostegno a Israele e alla comunità ebraica globale, il no agli shutdown, la sicurezza ai confini.

Per smentire l'accusa di essersi spostato a destra, il senatore elenca le sue posizioni progressiste rimaste invariate. "Resto fortemente a favore del diritto all'aborto, della cannabis, dei diritti LGBT, del programma SNAP di assistenza alimentare, dei lavoratori e perfino della bistecca rib-eye contro la sbobba bio".

Una parte consistente dell'editoriale è dedicata agli accordi bipartisan che il senatore è riuscito a chiudere. Con il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha sbloccato un miliardo di dollari di fondi federali per progetti infrastrutturali in Pennsylvania. Con il collega repubblicano Dave McCormick, anch'egli senatore della Pennsylvania, ha portato nello Stato centinaia di milioni di dollari, tra cui 600 milioni per ricostruire il Delaware River Bridge e migliorare la Pennsylvania Turnpike. Con il senatore repubblicano Jim Justice, della West Virginia, ha presentato l'Hot Rotisserie Chicken Act, una proposta per consentire ai beneficiari del programma di assistenza alimentare SNAP di acquistare polli arrosto caldi. Con la senatrice Katie Boyd Britt, repubblicana dell'Alabama, ha lavorato a una legge per proteggere la salute mentale dei minori sui social. Con la senatrice repubblicana Cynthia Lummis, del Wyoming, ha proposto di estendere a livello nazionale il Whole-Home Repairs Program della Pennsylvania, un programma di aiuti per le ristorazioni domestiche.

La conclusione di Fetterman è una sintesi della sua posizione politica attuale. "Il mio partito non può essere semplicemente il contrario di qualunque cosa dica il presidente Donald Trump. Il presidente potrebbe pronunciarsi a favore del gelato e delle domeniche pigre, e il mio partito li odierebbe all'improvviso. Questi attacchi a raffica e senza scopo sono improduttivi". E rivendica la sua identità: "Sarei un pessimo repubblicano, dato che continuo a votare in larga parte con i democratici". Pur ammettendo di sentirsi sempre più solo nel suo modo di interpretare il ruolo di senatore, ribadisce di non avere intenzione di lasciare il partito.

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Il redistricting di Trump potrebbe fargli vincere le midterm


Lo afferma Nate Cohn in un'analisi pubblicata l'8 maggio 2026 che quantifica gli effetti delle recenti decisioni giudiziarie e delle nuove mappe congressuali sulle elezioni di metà mandato di novembre.

Fino a poche settimane fa la guerra del redistricting in vista del voto era in una fase di stallo, con le manovre di entrambi i partiti che si compensavano a vicenda. La situazione è cambiata. Negli ultimi quindici giorni nuove sentenze e nuove mappe hanno messo i repubblicani sulla strada di aggiungere oltre una dozzina di collegi che nel 2024 hanno votato per il presidente Trump. Un numero sufficiente a garantire al partito un vantaggio strutturale significativo nella Camera dei rappresentanti, con la possibilità di restare competitivi anche perdendo il voto popolare nazionale con un ampio margine.

Secondo le stime del New York Times, sulla base della mappa del 2024 il vantaggio repubblicano era di appena 0,3 punti. Dopo i ridisegni effettuati nel 2025 e 2026 in California, Missouri, North Carolina, Ohio, Texas, Virginia e Utah era salito a 0,1 punti. Con il ridisegno della Florida nel maggio 2026 è arrivato a 1,4 punti. Dopo la sentenza della Corte Suprema sul Voting Rights Act e il conseguente ridisegno del Tennessee è salito a 1,8 punti. L'annullamento della mappa della Virginia ha portato il vantaggio a 2,5 punti. Se Alabama, Louisiana e South Carolina seguiranno l'esempio del Tennessee, il vantaggio strutturale repubblicano raggiungerà i 3,9 punti.

Venerdì la Corte Suprema della Virginia ha annullato per motivi procedurali una mappa congressuale disegnata dai democratici e approvata dagli elettori. Quella mappa era il fulcro dello sforzo del partito per contrastare la campagna di ridisegno avviata da Trump a metà ciclo. La decisione non ha alcun legame con la sentenza della Corte Suprema federale che consente agli Stati di smantellare i collegi a maggioranza di minoranze etniche, sentenza che ha innescato una corsa al ridisegno tra i repubblicani del Sud. A questo si aggiunge la nuova mappa della Florida, approvata sostenendo che la decisione della Corte Suprema invalidi il divieto di gerrymandering contenuto nella costituzione statale. Quella mappa potrebbe aggiungere fino a quattro nuovi collegi repubblicani.

Con il tasso di approvazione di Trump sotto il 40 per cento e i democratici in vantaggio crescente nei sondaggi sulla corsa al Congresso, anche una dozzina di nuovi collegi favorevoli a Trump potrebbe non bastare ai repubblicani per conservare la Camera. I democratici restano favoriti, ma la riconquista della Camera non è più scontata. Le nuove mappe rendono molto più probabile uno scenario di battaglia collegio per collegio, in cui i democratici partono avvantaggiati ma senza prospettive di un'ondata travolgente.

Diversi elementi restano fluidi. La nuova mappa della Florida affronta serie sfide legali. Sono in corso contenziosi in altri Stati, compresa la Virginia. Finora solo il Tennessee ha approvato una nuova mappa in risposta alla decisione della Corte Suprema sul Voting Rights Act. Si prevede che Louisiana, South Carolina e Alabama seguiranno, ma uno o due potrebbero non farlo. È anche possibile che altri Stati, repubblicani o democratici, entrino nella partita.

Se tutto resterà com'è e se Alabama, South Carolina e Louisiana approveranno nuove mappe, secondo le stime di Cohn per vincere la Camera i democratici dovrebbero vincere il voto popolare nazionale combinato con un margine di circa quattro punti percentuali. Un vantaggio strutturale di quattro punti non basterebbe a rendere i repubblicani favoriti, ma offre loro una possibilità concreta. Nelle medie dei sondaggi i democratici sono avanti di sei punti nel cosiddetto generic congressional ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito sosterranno per il Congresso. Se i repubblicani recupereranno terreno entro novembre o vinceranno abbastanza corse chiave, potrebbero conservare il controllo della Camera pur perdendo il voto nazionale con un margine significativo.
Vantaggio strutturale repubblicano

Elezioni · USA · Camera
Come è cresciuto il vantaggio strutturale repubblicano
Il margine di voto popolare che i repubblicani potrebbero perdere conservando comunque il controllo della Camera, dopo le ultime sentenze e i nuovi ridisegni dei collegi

+4 punti
Il margine con cui i democratici dovrebbero vincere il voto popolare nazionale per conquistare la Camera, se anche Alabama, Louisiana e South Carolina ridisegneranno i collegi

+12
Nuovi collegi pro-Trump previsti

5,5
Margine Trump nel collegio mediano (punti)

~50
Collegi vinti da Trump tra 5 e 15 punti

Elaborazione su dati e analisi del New York Times (Nate Cohn) · 8 maggio 2026

Un altro modo per misurare il vantaggio repubblicano consiste nel guardare al collegio mediano, quello che fa da spartiacque per il controllo della Camera. Dopo il ridisegno degli Stati del Sud, il collegio mediano sarà uno in cui Trump ha vinto di 5,5 punti nel 2024, circa quattro punti in più rispetto al suo margine di 1,5 punti nel voto popolare nazionale.

I democratici dovranno quindi vincere collegi che hanno votato repubblicano con margini ampi, ma l'impresa potrebbe essere meno proibitiva di quanto sembri. Ci sono quasi cinquanta collegi in cui Trump ha vinto con margini compresi tra cinque e quindici punti. Ai democratici ne servono pochi e storicamente queste aperture si verificano quando il clima nazionale gira con decisione in una direzione. Inoltre molti collegi che hanno sostenuto Trump con margini ampi hanno una storia recente di voto democratico, compresi molti collegi con grandi popolazioni ispaniche e molti dei nuovi collegi repubblicani creati in questo ciclo. Diversi guadagni repubblicani da ridisegno potrebbero quindi non concretizzarsi: i democratici potrebbero conservare collegi come il venticinquesimo o il quattordicesimo della Florida, il ventottesimo, il trentaquattresimo o il trentacinquesimo del Texas, il primo della North Carolina. Potrebbero anche conquistare per via tradizionale alcuni dei seggi che avevano preso di mira con il fallito gerrymandering della Virginia, come il secondo o il primo collegio dello Stato.

Resta però il rovescio della medaglia. Quei seggi sono talmente repubblicani da rendere plausibile uno scenario in cui i democratici non riescano a sfondare. Se la decisione della Corte Suprema sul Voting Rights Act e la campagna di ridisegno avviata da Trump a metà ciclo permetteranno ai repubblicani di vincere la Camera pur perdendo nettamente il voto nazionale, sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni americane in un momento di profonde divisioni.

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Marco Rubio sta avendo un ottimo momento


Il segretario di Stato si moltiplica tra incarichi e apparizioni pubbliche, dal podio della Casa Bianca al Vaticano, e alimenta voci di una candidatura nel 2028

Marco Rubio è il volto più sereno del governo Trump, in una fase in cui pochi membri dell'esecutivo americano hanno motivo di sorridere. Lo racconta un articolo pubblicato dall'Atlantic, che ricostruisce una settimana frenetica del segretario di Stato, tra il podio della sala stampa della Casa Bianca, un matrimonio di famiglia in cui ha fatto il dj e un'udienza in Vaticano con papa Leone XIV.

Il contrasto con il resto del governo è netto. I prezzi della benzina salgono, le prospettive repubblicane per le elezioni di metà mandato si offuscano e la guerra che il presidente Trump ha lanciato contro l'Iran prosegue senza una conclusione in vista. Il presidente segna tassi di disapprovazione record. Tre membri del governo sono già stati rimossi e altri temono di essere i prossimi. Il segretario al Commercio Howard Lutnick è stato convocato a Capitol Hill per testimoniare sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Il direttore dell'Federal Bureau of Investigation Kash Patel deve rispondere ad accuse di consumo eccessivo di alcol, che lui nega. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth gestisce la guerra con l'Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz. Il vicepresidente J.D. Vance, pur avendo inizialmente espresso riserve sul conflitto, è stato coinvolto come negoziatore.

Rubio invece si moltiplica tra incarichi diversi. Oltre a guidare il Dipartimento di Stato, lo scorso anno è diventato anche consigliere per la sicurezza nazionale. Per un periodo ha ricoperto pure il ruolo di capo ad interim degli Archivi Nazionali e dell'agenzia per la cooperazione USAID. Questa settimana ha sostituito la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che aveva partorito pochi giorni prima.

Dal podio della sala stampa Rubio ha gestito la conferenza con tono leggero, alternando battute e risposte serie, parlando in spagnolo su richiesta di una giornalista di Telemundo e riconoscendo un cronista italiano dai tempi del Senato. Ha citato testi rap dei primi anni Novanta, in particolare versi dei Cypress Hill e di Ice Cube, per descrivere i vertici del governo iraniano. Sulla questione del nucleare iraniano ha sostenuto che un Iran dotato di armi atomiche avrebbe potuto fare ciò che voleva con lo stretto di Hormuz senza che nessuno potesse fermarlo. Viser ricorda però che il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica aveva dichiarato a marzo che lo sviluppo di un'arma nucleare iraniana non era imminente.

Alla domanda di una giornalista del Christian Broadcasting Network sulla sua speranza per l'America, Rubio ha risposto con un discorso quasi identico a quello che pronunciava nella campagna presidenziale del 2016. Il giorno dopo l'account ufficiale del Dipartimento di Stato sulla piattaforma X ha pubblicato un video in stile elettorale, con le parole di Rubio sovrapposte a immagini sue, di Trump, di bandiere americane e perfino di Ronald Reagan, accompagnate dalla colonna sonora del film su Superman. Il video ha superato i quattro milioni di visualizzazioni.

La trasferta in Vaticano è stata la prova diplomatica più delicata della settimana. Rubio ha incontrato per due ore e mezza papa Leone XIV, primo pontefice di origine americana, nel giorno del primo anniversario della sua elezione. Ha visto anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede. Il contesto era teso. Trump aveva definito il papa "debole sul crimine" e "terribile sulla politica estera". In un'intervista al conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt, tre giorni prima dell'arrivo di Rubio, il presidente aveva sostenuto che il pontefice stava mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, accusandolo di ritenere accettabile che l'Iran possedesse un'arma nucleare. Le dichiarazioni hanno lasciato perplesso il Vaticano. Parlando con i giornalisti davanti alla residenza papale di Castel Gandolfo, Leone XIV ha ricordato che la Chiesa si è sempre opposta alle armi nucleari.

Nelle immagini diffuse non è emersa alcuna tensione. Rubio ha donato al pontefice una piccola palla da football in cristallo con il sigillo del Dipartimento di Stato, mentre il papa gli ha consegnato diversi regali, tra cui una penna ricavata dal legno di un ulivo, ricordando che l'ulivo è la pianta della pace. Interrogato dai cronisti al termine della visita, Rubio ha precisato di aver aggiornato il papa sulla questione iraniana e sul modo in cui gli Stati Uniti considerano la minaccia nucleare. Ha rifiutato di dire se avrebbe consigliato a Trump di smettere di criticare il pontefice e se avesse chiesto al papa di non criticare la guerra contro l'Iran, sottolineando che il viaggio era stato programmato prima delle recenti tensioni. Sulla possibilità di una telefonata tra Trump e il pontefice ha risposto in modo evasivo.

Rubio è un cattolico praticante, ma con un percorso religioso composito. Da bambino, dopo il trasferimento della famiglia a Las Vegas, si era convertito al mormonismo, studiando la teologia della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni e partecipando a un gruppo scout legato a una congregazione locale. È tornato al cattolicesimo dopo aver visto in televisione una messa pasquale del papa nel 1983. La sua presentazione pubblica della fede è meno marcata di quella di Vance, che tra qualche settimana pubblicherà un libro sulla propria conversione al cattolicesimo avvenuta nel 2019. Il vicepresidente il mese scorso aveva invitato il pontefice a essere prudente quando parla di teologia, dopo le critiche del papa alla guerra contro l'Iran, salvo poi abbassare i toni.

L'attivismo di Rubio alimenta le voci di una possibile candidatura alle presidenziali del 2028. È lo stesso brusio che in passato accompagnava Vance, che martedì ha compiuto il suo primo viaggio in Iowa da vicepresidente per sostenere candidati repubblicani in difficoltà nelle elezioni di metà mandato e raccogliere fondi per il partito. Le persone vicine ai due ridimensionano l'idea di una rivalità e li descrivono come amici e alleati, ma i contorni di una possibile competizione interna al Partito Repubblicano iniziano a delinearsi.

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Il sostegno a Israele non è più bipartisan: si rompe il consenso a Washington


Un sondaggio Cnn mostra che il 47% dei repubblicani e il 72% dei democratici considerano l'appoggio a Israele un problema. Cresce il numero dei candidati di entrambi i partiti che chiedono di tagliare gli aiuti a Israele.

Il sostegno a Israele divide entrambi i partiti americani. Per decenni era stato uno dei pilastri del consenso bipartisan a Washington, ma ora non è più così: alcuni candidati di entrambi i partiti alle prossime elezioni di midterm chiedono, senza mezzi termini, di interrompere o ridurre drasticamente gli aiuti militari, mentre i sondaggi registrano un'erosione senza precedenti dell'immagine di Israele dinanzi all'opinione pubblica americana. Lo scrive il Washington Post in un'analisi pubblicata il 6 maggio 2026.

Secondo un sondaggio CNN di fine marzo, quasi metà dei repubblicani, il 47%, e quasi tre quarti dei democratici, il 72%, considerano il sostegno a Israele come un tema che crea problemi all'interno del proprio partito. Solo il mese scorso, 40 senatori democratici hanno votato a favore di una risoluzione del senatore Bernie Sanders per bloccare le vendite di armi a Israele, il numero più alto in assoluto: a luglio erano stati 27 a votare a favore di una misura analoga.

I sondaggi sull’opinione pubblica raccontano l’inversione di tendenza anche dell’elettorato americano verso Israele. Secondo un sondaggio Washington Post-Abc News-Ipsos condotto a fine aprile, ora il 47% degli americani ritiene eccessivo il sostegno degli Stati Uniti a Israele, contro il 18% registrato da un sondaggio Pew Research Center nel 2015. Nello stesso periodo, la quota di chi considera eccessivo tale sostegno è salita dal 26% al 66% tra i democratici, dal 20% al 51% tra gli indipendenti e dal 7% al 22% tra i repubblicani.
La fine del consenso bipartisan su Israele — FocusAmerica

Politica USA · Sostegno a Israele

La fine del consenso bipartisan:
Israele ora divide entrambi i partiti


L'opinione pubblica si è ribaltata in soli 11 anni: la quota di americani che giudica eccessivo il sostegno a Israele è passata dal 18% al 47%. Al Senato 40 esponenti democratici hanno votato per bloccare le vendite di armi a Israele, mentre tra i giovani repubblicani il 57% esprime un'opinione sfavorevole.

Fonti: Washington Post · CNN · Pew Research · Glengariff Group 6 maggio 2026

Pew · 2015
18%
Americani che giudicavano eccessivo il sostegno a Israele

WP-Abc-Ipsos · 2026
47%
Stessa opinione, oggi: la quota è quasi triplicata

Lo scarto tra le due rilevazioni è di 29 punti in soli 11 anni

Esplora l'analisi
1 Inversione 2 Partiti 3 Generazioni 4 Michigan

Il dato che cambia tutto

Il sostegno a Israele giudicato eccessivo: 2015 vs 2026


La quota di americani che ritiene eccessivo l'appoggio degli Stati Uniti a Israele è cresciuta in tutti i segmenti dell'elettorato. Tra i democratici è passata dal 26% al 66%. Tra i repubblicani, dal 7% al 22%.

Elettorato
2015

2026

Democratici

26%

66%

Indipendenti

20%

51%

Repubblicani

7%

22%

Tutti gli americani

18%

47%

L'inversione è più forte tra i democratici, ma è generalizzata. Persino tra i repubblicani la quota di chi ritiene eccessivo a Israele il sostegno è triplicata, segnale di un consenso che non regge più ai vecchi argini partitici.

Una frattura interna

Quanto Israele divide i due partiti, secondo i loro stessi elettori


In un sondaggio CNN di fine marzo 2026, una larga maggioranza degli elettori democratici e quasi metà di quelli repubblicani considerano il sostegno a Israele un tema che crea problemi all'interno del proprio partito.

Democratici
72%
Considera Israele un tema divisivo per il proprio partito

Repubblicani
47%
Considera Israele un tema divisivo per il proprio partito

Effetto al Senato
Risoluzione Sanders per bloccare le vendite di armi a Israele

Luglio 2025
27
senatori dem a favore

Aprile 2026
40
senatori dem a favore

In 9 mesi, 13 senatori democratici hanno cambiato posizione. È il numero più alto in assoluto a sostegno di una risoluzione di questo tipo presentata dal senatore Bernie Sanders.

La frattura generazionale

L'opinione su Israele divide gli elettori per età, soprattutto a destra

Una rilevazione Pew Research Center di marzo 2026 mostra come le opinioni sfavorevoli su Israele crescano tra i giovani in entrambi i partiti, ma il salto generazionale sia particolarmente marcato tra i repubblicani.

Democratici
Opinione sfavorevole di Israele

Sotto i 50

84%

Sopra i 50

76%

Repubblicani
Opinione sfavorevole di Israele

Sotto i 50

57%

Sopra i 50

24%

+33
Punti percentuali di scarto generazionale tra under e over 50 nel partito repubblicano. Tra i democratici lo scarto è di 8 punti: la contrarietà verso Israele è già trasversale.

Il laboratorio del cambiamento

Il Michigan come banco di prova del nuovo corso democratico verso Israele

Nella corsa alle primarie democratiche per il Senato in Michigan i tre candidati principali sono molto vicini tra loro, ma le posizioni su Israele segnano una linea di frattura netta. Il 36% dell'elettorato è ancora indeciso.

Sondaggio Glengariff Group · Aprile 2026
Primarie democratiche al Senato · Michigan

Haley StevensDeputata, filo-israeliana
25%

Abdul El-SayedEx dottore, critico di Israele
23%

Mallory McMorrowHa definito "genocidio" la guerra a Gaza
16%

Indecisi
36%

È finita per sempre l'epoca dell'Israele da sostenere a ogni costo 'giusto o sbagliato' che fosse, della relazione speciale sottratta a ogni discussione e dei finanziamenti senza alcuna condizione. Jeremy Ben-Ami · presidente di J Street, al Washington Post

Anche a destra cresce il dissenso

GOP

Lindsey Graham
Senatore, storico sostenitore di Israele
A gennaio ha proposto di accelerare la riduzione degli aiuti rispetto alla tabella decennale di Netanyahu.

GOP

Joe Kent
Ex direttore National Counterterrorism Center
Si è dimesso a marzo denunciando la pressione di Israele sulla decisione di attaccare l'Iran.

GOP

Vivek Ramaswamy
Candidato governatore dell'Ohio
Era l'unico nel 2024 a chiedere la fine degli aiuti a Israele. Oggi, afferma, molti repubblicani la pensano come lui.

Fonti Washington Post (analisi del 6 maggio 2026) · CNN (sondaggio fine marzo 2026) · Pew Research Center (rilevazioni 2015 e marzo 2026) · Washington Post-Abc News-Ipsos (aprile 2026) · Glengariff Group per Detroit Regional Chamber of Commerce (aprile 2026).

La frattura generazionale e il caso Michigan


La frattura è anche generazionale e riguarda in modo particolare i repubblicani. Una rilevazione Pew Research Center di marzo mostra che, tra gli elettori del partito repubblicano sotto i cinquant'anni, il 57% ha un'opinione sfavorevole di Israele, contro il 24% degli over 50. Tra i democratici, i giudizi negativi raggiungono l'84% sotto i cinquant'anni e il 76% sopra quella soglia. Un'indagine dell'istituto conservatore Manhattan Institute dello scorso anno ha rilevato come le posizioni anti-Israele siano più diffuse tra i giovani repubblicani e tra i nuovi arrivati nella coalizione di Trump che nella base storica del partito.

Tra i democratici, invece, all'irritazione già presente per la guerra a Gaza si è aggiunta la critica al ruolo israeliano nella guerra contro l'Iran. La candidata al Senato in Michigan Mallory McMorrow, dopo aver partecipato a un viaggio in Israele finanziato dall'American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filo-israeliana nota come Aipac, in ottobre ha definito per la prima volta "genocidio" la guerra a Gaza. La scorsa settimana, in un'intervista radiofonica, ha detto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convinto Donald Trump a entrare in guerra con l'Iran e che gli Stati Uniti stanno pagando il prezzo di un conflitto in cui non avevano motivo di farsi trascinare.

Il caso Michigan è centrale per capire la trasformazione in corso tra i democratici. Un sondaggio Glengariff Group di aprile condotto per la Detroit Regional Chamber of Commerce dà la deputata filo-israeliana Haley Stevens al 25%, l'ex funzionario sanitario della contea di Wayne Abdul El-Sayed, critico di Israele, al 23%, e McMorrow al 16%, con il 36% degli elettori ancora indecisi. El-Sayed ha attaccato Stevens per aver accettato il sostegno dell'Aipac, che a sua volta non ha fatto sapere se interverrà nella corsa.

Anche a destra cresce il dissenso


Tra i repubblicani, Trump si sta scontrando con una parte della sua base elettorale, che giudica la guerra all'Iran in contraddizione con la promessa "America First". Joe Kent, ex funzionario antiterrorismo, si è dimesso a marzo dalla direzione del National Counterterrorism Center scrivendo che la guerra è cominciata sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby americana. Il presidente ha negato che Israele abbia influenzato la decisione di attaccare Teheran e ha definito "perdenti" i suoi critici di destra.

Ma, in un contesto ostile come questo, persino figure storicamente filo-israeliane stanno modificando la propria posizione. A gennaio il senatore Lindsey Graham, da sempre tra i più convinti sostenitori di Israele al Senato, ha proposto di accelerare la riduzione degli aiuti americani rispetto alla tabella decennale avanzata da Netanyahu. Lo scorso mese, all'Ohio State University, l'imprenditore Vivek Ramaswamy, oggi candidato repubblicano come governatore dell'Ohio, ha ricordato che nel 2024 era l'unico tra i candidati repubblicani alla presidenza a chiedere la fine degli aiuti a Israele e ha aggiunto che molti di quelli che allora dissentivano ora la pensano come lui.

Jeremy Ben-Ami, fondatore e presidente di J Street, alternativa progressista all’Aipac, ha sintetizzato tutto questo al Washington Post con parole nette: è finita per sempre l’epoca dell’Israele da sostenere “giusto o sbagliato” che fosse, della relazione speciale sottratta a ogni discussione e dei finanziamenti senza alcuna condizione.

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Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha girato un reality show per sette mesi


Il membro del governo Trump ha attraversato gli Stati Uniti con moglie e nove figli per una serie tv su YouTube, mentre dirigeva il Dipartimento dei Trasporti.

Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha trascorso parte degli ultimi sette mesi viaggiando attraverso gli Stati Uniti con la moglie e i nove figli per girare un reality show che debutterà il mese prossimo su YouTube. L'annuncio è arrivato venerdì durante una puntata di Fox & Friends, dove Duffy era ospite insieme alla moglie Rachel Campos-Duffy, conduttrice di Fox News.

La serie si intitola The Great American Road Trip e racconta il viaggio della famiglia per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti. Il presidente Trump appare nelle prime puntate, salutando la famiglia nello Studio Ovale prima della partenza. Duffy ha raccontato a Fox & Friends di aver organizzato il progetto cercando momenti in cui poteva combinare il lavoro istituzionale con il viaggio familiare. Ha spiegato di aver trovato occasioni in cui poteva svolgere alcune mansioni portando con sé i figli durante gli spostamenti in auto.

oh my god -- Sean Duffy on Fox & Friends this morning announced that he spent parts of *7 MONTHS* (more than half a year!) on a roadtrip with his family to celebrate America's 250th anniversary pic.twitter.com/ix5Nzft3MX
— Aaron Rupar (@atrupar) May 8, 2026


Duffy non è nuovo al genere. Aveva già partecipato in passato a Road Rules: All Stars su MTV ed è proprio durante un reality televisivo basato su un viaggio in auto che aveva conosciuto la futura moglie. Campos-Duffy conduce attualmente Fox & Friends Weekend.

Il sito ufficiale della serie elenca diversi sponsor commerciali, tra cui Toyota. Le riprese mostrano camere d'albergo, motoslitte, scivoli d'acqua e ampie inquadrature realizzate con droni. Non è chiaro chi abbia coperto i costi di produzione, una questione sollevata dalla giornalista Margaret Hartmann sull'Intelligencer del New York Magazine, che ha pubblicato per prima la notizia dettagliata.

Dopo la pubblicazione dell'articolo, il Dipartimento dei Trasporti ha diffuso una nota tramite il portavoce Nathaniel Sizemore. Secondo la dichiarazione, le riprese si sono svolte nell'arco di vari mesi attraverso tappe brevi di una o due giornate. Sizemore ha aggiunto che i costi di produzione sono stati sostenuti dalla società Great American Road Trip, Inc., e non dai contribuenti, e che il segretario e la sua famiglia non ricevono alcun compenso economico per la partecipazione alla serie.
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Durante l'intervista televisiva, i coniugi Duffy hanno presentato il viaggio in auto come un modello educativo per le famiglie americane, contrapponendolo al tempo che bambini e ragazzi trascorrono davanti agli schermi. Campos-Duffy ha sostenuto che il programma offre contenuti adatti alle famiglie. Sean Duffy ha aggiunto che un viaggio in auto si adatta a qualsiasi budget, senza fare riferimento all'aumento dei prezzi del carburante, che negli Stati Uniti hanno superato i quattro dollari e cinquanta al gallone.

Il trailer della serie anticipa episodi con forti elementi da reality televisivo classico, tra cui una festa per rivelare il sesso di un nascituro e un grave incidente sugli sci che ha coinvolto uno dei figli. In una scena, Duffy dice a una delle figlie che qualcuno deve pagare per l'operazione e che lui deve andare a lavorare. La ragazza risponde che a pagare è la madre.

La vicenda solleva interrogativi sul tempo che un membro del governo dedica ai propri incarichi istituzionali. Il Dipartimento dei Trasporti gestisce la rete autostradale federale, l'aviazione civile, le ferrovie e la sicurezza dei trasporti negli Stati Uniti. Duffy guida il dicastero dall'inizio della seconda amministrazione Trump.

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Ocasio-Cortez dice che ha grandi abizioni per il 2028


La deputata di New York risponde alle domande di David Axelrod a Chicago e rilancia: la sua ambizione è cambiare il paese, non ottenere una poltrona

La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha lasciato aperta la possibilità di una candidatura alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Lo ha fatto durante un evento all'Institute of Politics dell'Università di Chicago, in una conversazione con lo stratega democratico David Axelrod, ex consigliere di Barack Obama. Axelrod le ha chiesto direttamente cosa pensasse delle ipotesi che la danno candidata alla Casa Bianca o pronta a sfidare il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer per il suo seggio nel 2028.

Ocasio-Cortez, al quarto mandato alla Camera per il quattordicesimo distretto di New York, ha respinto la lettura secondo cui la sua ambizione sarebbe legata a una carica specifica. "Pensano che la mia ambizione sia un titolo o una poltrona, ma la mia ambizione è molto più grande di così. La mia ambizione è cambiare questo paese", ha detto rivolta ad Axelrod. "I presidenti vanno e vengono, i parlamentari vanno e vengono, ma il sistema sanitario a pagatore unico è per sempre". Ha spiegato di prendere decisioni guardando le condizioni del paese ogni mattina, senza lavorare a ritroso da un titolo desiderato. "Mi sveglio la mattina, guardo fuori dalla finestra, osservo le condizioni di questo paese e mi chiedo: quale mossa o quale decisione posso prendere oggi che ci avvicini a quel futuro più velocemente, meglio di ieri?", ha aggiunto.

La deputata ha collegato la domanda di Axelrod a un editoriale apparso sul Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos, che la descriveva come potenziale contendente del 2028. Ocasio-Cortez ha letto quel riferimento come una minaccia velata, un messaggio dell'élite economica a chi mette in discussione la concentrazione di ricchezza e potere. "Era l'élite che diceva: se vuoi questo posto, hai appena oltrepassato il limite. E vogliamo che tu sappia dove sta il vero potere", ha detto, individuandolo nei "baroni dei tempi moderni che possiedono il Post e possiedono gli algoritmi". Ha accusato Bezos di aver licenziato giornalisti del Washington Post per trasformarlo in un megafono delle proprie posizioni. Ha precisato che la sua critica non riguarda i singoli miliardari ma il sistema che permette una concentrazione estrema di ricchezza. "Negli ultimi cinque anni la ricchezza dei miliardari è raddoppiata. Chiedetevi se la qualità della vostra vita è raddoppiata negli ultimi cinque anni", ha detto al pubblico di Chicago.
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Sul piano elettorale Ocasio-Cortez è inserita in una rosa ampia di democratici considerati potenziali candidati per il 2028. Tra questi ci sono il governatore della California Gavin Newsom, l'ex vicepresidente Kamala Harris, la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, l'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e il governatore del Kentucky Andy Beshear. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, interpellato di recente sulla possibilità di una propria candidatura, ha parlato di una buona panchina democratica. "Abbiamo una panchina piuttosto buona", ha detto Pritzker, promettendo di battersi per eleggere un democratico nel 2028.

I sondaggi più recenti mostrano un quadro in movimento. Una rilevazione di YouGov dello scorso aprile ha chiesto agli elettori democratici per chi sarebbero disposti a votare alle primarie del 2028: Harris ha raccolto il 52 per cento, Newsom il 40, Buttigieg il 39, Ocasio-Cortez il 38 e il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders il 37. Quando la domanda è stata ristretta alla preferenza ideale, Harris si è attestata al 24 per cento, Newsom al 12, mentre Ocasio-Cortez e Buttigieg sono apparsi appaiati al 9. Il sondaggio ha coinvolto 2.189 adulti tra l'8 e il 13 aprile con un margine di errore di 2,8 punti. Una rilevazione di Echelon Insights nello stesso periodo dà Harris al 22 per cento, Newsom al 21, Buttigieg al 12 e Ocasio-Cortez al 10, con il 10 per cento di indecisi. Un sondaggio Harvard/Harris condotto tra il 23 e il 26 aprile assegna a Harris il 50 per cento dei consensi tra i democratici, seguita da Newsom al 22, Shapiro al 9, Ocasio-Cortez all'8 e Pritzker al 6.

Sul fronte repubblicano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio sono considerati i candidati più probabili a succedere al presidente Donald Trump. "Non sono sicuro che qualcuno se la sentirebbe di correre contro questi due", ha detto Trump ai giornalisti a ottobre. "Penso che se si presentassero come ticket sarebbero inarrestabili". Lo stesso presidente non ha però escluso del tutto l'ipotesi di un terzo mandato, una mossa che violerebbe il ventiduesimo emendamento. La Trump Organization ha lanciato cappellini con la scritta "Trump 2028" lo scorso aprile e il presidente ha detto a ottobre che gli piacerebbe correre di nuovo.

Nel corso del dialogo con Axelrod, Ocasio-Cortez ha toccato anche altri temi. Sull'immigrazione ha criticato i 45 miliardi di dollari destinati all'applicazione delle norme migratorie. "Mille miliardi sono stati sottratti al nostro sistema sanitario per pagare una forza extragiudiziale che sta costruendo una banca dati di sorveglianza di massa di americani comuni", ha detto, accusando l'amministrazione di scansionare volti e di entrare nelle case delle persone senza un mandato giudiziario. Ha chiesto l'abolizione dell'agenzia di controllo dell'immigrazione e ha ricordato il ruolo dei lavoratori immigrati nei sistemi sanitario, alimentare e immobiliare statunitensi. Sul ridisegno dei collegi elettorali ha definito un colpo durissimo la sentenza della Corte Suprema della Virginia che ha annullato la nuova mappa approvata da tre milioni di elettori. "Questa corte non ha annullato una mappa, ha annullato un'elezione", ha detto, accusando i tribunali conservatori di non aver invece toccato le mappe approvate dai parlamenti statali in Tennessee, North Carolina, Texas, Florida e Missouri. Si è detta favorevole a un nuovo ridisegno dei collegi anche a New York. Si è espressa a favore dell'abolizione dell'ostruzionismo al Senato, sostenendo che obbligherebbe i singoli senatori ad assumersi la responsabilità dei propri voti. Ha invocato infine una riforma del sistema fiscale, un'azione antitrust contro i monopoli e tutele rafforzate per la ricerca universitaria, dopo i tagli che hanno colpito atenei come quello di Chicago.

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Le perdite russe in Ucraina superano i 350mila soldati morti


Una nuova stima dei media indipendenti russi Meduza e Mediazona indica che alla fine del 2025 i caduti russi sarebbero circa 352mila, portando a circa mezzo milione il totale delle vittime militari del conflitto.

I soldati russi morti nella guerra contro l'Ucraina sono circa 352mila alla fine del 2025. Lo rivela una nuova stima pubblicata sabato dai media indipendenti russi in esilio Meduza e Mediazona, che hanno diffuso il dato proprio nel giorno della parata del 9 maggio con cui la Russia celebra ogni anno la vittoria sulla Germania nella Seconda guerra mondiale. La cifra suggerisce che il numero complessivo di militari caduti su entrambi i fronti, russo e ucraino, possa avvicinarsi al mezzo milione. A più di quattro anni dall'inizio dell'invasione su vasta scala ordinata dal presidente Vladimir Putin, il conflitto si conferma come il più sanguinoso in Europa dalla fine del Secondo conflitto mondiale.

La stima è il risultato di un lavoro di analisi che parte da un database di decessi confermati tenuto da Mediazona insieme al servizio in lingua russa della BBC. Questo archivio raccoglie i nomi dei soldati morti basandosi in parte su post pubblicati sui social media e sui registri russi di successione ereditaria, e ad oggi contiene quasi 218mila nominativi accertati. Per arrivare alla cifra complessiva di 352mila caduti, i ricercatori di Mediazona e Meduza hanno analizzato il tasso di mortalità maschile in eccesso che emerge nei registri di successione per le fasce d'età più giovani. Hanno poi integrato il calcolo con deduzioni basate sui decessi confermati attraverso i procedimenti giudiziari.

Il numero non comprende i militari morti al fronte nei primi mesi del 2026. Restano fuori dal conteggio anche buona parte dei combattenti stranieri e dei soldati arruolati nelle milizie formate nei territori ucraini occupati che hanno combattuto a fianco delle forze di Mosca.
352 mila — FocusAmerica

Ucraina · Il bilancio delle perdite russe

L'esercito invisibile:
quanti soldati russi sono morti davvero in Ucraina


Un'inchiesta congiunta di Meduza, Mediazona e BBC News Russian rivede al rialzo il bilancio delle perdite russe: 352.000 militari morti tra il febbraio 2022 e il dicembre 2025. Per la prima volta, la stima include anche 90.000 soldati dichiarati deceduti dai tribunali, in gran parte dispersi i cui corpi non sono mai stati ritrovati.

Fonti: Meduza · Mediazona · Servizio russo della BBC Pubblicazione 9 maggio 2026

Stima totale al 31 dicembre 2025
352.000
soldati russi morti dall'inizio dell'invasione su larga scala, vale a dire un cittadino russo maschio fra i 18 e i 59 anni ogni 100 minuti.

261.000
Registrati
Decessi nei registri civili

90.000
Invisibili
Dichiarati morti dai tribunali (corpo mai trovato)

217.808
Identificati
Morti confermati per nome

Esplora i dati
1 Bilancio 2 Curva 3 Chi muore 4 Confronto

La svolta metodologica

I 90mila soldati che sinora mancavano al bilancio: dichiarati morti senza un corpo


Finora la stima si basava soprattutto sui registri di successione. Dalla metà del 2024, però, le procure militari hanno iniziato a presentare in massa richieste ai tribunali per dichiarare morti i soldati dispersi, anche quando il corpo non è stato ritrovato. Si tratta di una procedura necessaria per consentire alle famiglie di ottenere i risarcimenti statali.

Composizione del totale 352.000

261.000
Decessi registrati nei normali registri di stato civile e di successione russi

90.000
Dichiarati morti dai tribunali, in gran parte dispersi senza salma ritrovata

Prova n. 1 · Solo gli uomini muoiono
Successioni aperte ogni settimana, fascia 20–24 anni
Sino al febbraio 2022 le successioni aperte per uomini e donne giovani crescevano in parallelo. Dopo l'invasione, la curva maschile è esplosa mentre quella femminile è rimasta piatta: la mortalità in eccesso dipende dalla guerra.
Uomini 20–24 anni Donne 20–24 anni
50 100 150 200 2016 2018 2020 2022 2024 Feb 2022


Uomini—
Donne—

Prova n. 2 · Le registrazioni in ritardo
Successioni aperte per uomini tra 20 e 24 anni, per ritardo nella registrazione del decesso
Dalla metà del 2024 sono aumentate in modo anomalo le registrazioni di decessi avvenuti oltre sei mesi prima: la traccia statistica lasciata dai dispersi che i tribunali hanno iniziato a riconoscere come morti.
Entro 2 settimane 2 settimane – 6 mesi Oltre 6 mesi
30 60 90 120 2021 2022 2023 2024 2025 Feb 2022


Entro 2 sett.—
2 sett. – 6 mesi—
Oltre 6 mesi—

Il segnale dei dispersi. La curva viola — registrazioni con ritardo superiore ai sei mesi — era praticamente assente fino a metà 2024. Da quel momento sale rapidamente e supera quote precedentemente inedite.

Le richieste giudiziarie per dichiarare morti i militari dispersi hanno iniziato ad arrivare in massa nei tribunali di guarnigione solo dalla metà del 2024. Secondo l'inchiesta, un ordine interno alle unità ha sbloccato l'arretrato dei soldati scomparsi in combattimento, ma mai formalmente riconosciuti come deceduti.

La stima settimanale

Una settimana del 2025 vale due settimane del 2023


È il grafico centrale dell'inchiesta. La linea grigia indica la stima dei militari russi morti ogni settimana sulla base dei soli registri di successione; la linea rossa aggiunge anche i dispersi riconosciuti come deceduti dai tribunali. L'area rosa fra le due misura proprio il peso di questa correzione. Per gli ultimi sei mesi, in cui i dati sono ancora incompleti, la curva non registra solo i casi già emersi ma anticipa il bilancio più probabile.

Totale (con dispersi) Stima dai registri di successione Solo nominali confermati Scarto dispersi
Previsionale 1k 2k 3k 4k 2022 2023 2024 2025


Totale (con dispersi)—
Stima dai registri—
Previsionale—
Nominali confermati—

Lo scarto rosa. L'area rosa tra la linea grigia (registri di successione) e quella rossa (con dispersi) misura quanto i tribunali militari abbiano corretto al rialzo il bilancio dal 2024 in poi. Il distacco si fa via via più marcato a partire dalla metà del 2024.

Riepilogo per anno

2022

Invasione, ritirata da Kyiv, controffensive a Kharkiv e Kherson

~20.000
Morti

2023

Battaglia di Bakhmut, picco a 1.500 morti a settimana

~50.000
Morti

2024

Offensive nel Donbass e a Kharkiv, deceduti oltre 2.000 a settimana

~100.000
Morti

2025

Pressione su Pokrovsk e Toretsk, anno più letale del conflitto

~180.000
Morti

Il dato che preoccupa Mosca

Nei mesi finali del 2024 i decessi settimanali si sono avvicinati alla soglia dei 3.000. Il 2025 ha consolidato e superato quel ritmo, portando il totale dell'ultimo anno oltre i 180.000 morti — più di tutti gli anni precedenti messi insieme.

Profilo dei caduti identificati

Volontari, detenuti, fanteria meccanizzata: chi sono principalmente i soldati che muoiono


Sui 217.808 nomi confermati al 9 maggio 2026 da Mediazona e BBC, prevalgono i volontari arruolati dopo l'invasione e i detenuti reclutati nelle colonie penali. I mobilitati restano una quota minore dei morti. Tocca per espandere.

1

Fanteria meccanizzata
La spina dorsale dell'esercito regolare russo

12,6%

27.475

Le unità di fanteria meccanizzata — motostrelki — costituiscono il grosso delle truppe di terra russe e rappresentano la quota maggiore di perdite identificate per branca. La loro percentuale è cresciuta di pari passo con il logoramento di Bakhmut e nel Donbass.

2

Detenuti reclutati
Arruolati nelle colonie penali

11,3%

24.534

Iniziato con Wagner durante la battaglia di Bakhmut, il reclutamento dai penitenziari è proseguito mediante contratti diretti del Ministero della Difesa russo. I detenuti vengono impiegati nei "gruppi d'assalto" mandati a saturare le posizioni ucraine.

3

Mobilitati
Chiamati con la mobilitazione del settembre 2022

8,6%

18.671

Mosca non ha più annunciato mobilitazioni dopo quella "parziale" del settembre 2022, ma chi è stato chiamato allora è in larga parte ancora al fronte. Sono uomini di età media superiore ai 25 anni, spesso con famiglia.

4

Ufficiali
In calo dal 10% iniziale

3,3%

7.094

All'inizio della guerra arrivavano fino al 10% dei caduti. Oggi sono scesi al 2-3%: indicatore di un esercito che ha sostituito i ruoli di comando con fanteria volontaria a basso costo, da sacrificare in massa. Confermata anche la morte di 15 generali.

5

Truppe aviotrasportate (VDV)
L'élite paracadutista

2,4%

5.135

Le VDV — il corpo d'élite della Russia — sono state decimate nelle prime settimane di guerra, con perdite altissime nei tentativi falliti di assalto a Hostomel e nell'avanzata su Kyiv. Oggi vengono usate prevalentemente come fanteria d'assalto.

Nota. Le percentuali si riferiscono ai 217.808 nomi confermati. Mediazona stima che la lista in oggetto catturi tra il 45% e il 65% delle perdite reali: per questo la stima complessiva (352.000) è significativamente più alta.

Il peso storico

L'Ucraina è già la guerra più sanguinosa per Mosca dalla fine della Seconda guerra mondiale


Partendo dai circa 60-70.000 soldati russi morti nel primo anno di guerra in Ucraina, il bilancio supera tutte le altre guerre russe e sovietiche dalla fine del secondo conflitto mondiale messe insieme.
Vittime militari russe — guerre a confronto

Ucraina (al 31 dic 2025)
4 anni — invasione 2022
352.000

Cecenia (totale)
15 anni — 2 guerre 1994-2009
~24.000

Afghanistan (URSS)
10 anni — 1979-1989
~15.000

L'ordine di grandezza
25× Cecenia
Secondo il Center for Strategic and International Studies, il primo anno di guerra in Ucraina ha causato perdite russe 25 volte superiori a quelle medie in Cecenia e 35 volte a quelle dell'Afghanistan sovietico. Il quarto anno è stato più letale dei primi 3 messi insieme.

Per cosa è stato pagato questo prezzo
Avanzata settimanale in km², Russia vs Ucraina
Le perdite russe del 2024 e 2025 sono il prezzo di un'avanzata lenta. Mosca conquista in media poche centinaia di km² ogni settimana — con il picco oltre i 700 nell'autunno 2025 — mentre i guadagni ucraini restano modesti, salvo il caso eccezionale dell'incursione di Kursk dell'estate 2024.
Avanzata russa Avanzata ucraina
0 200 400 600 800 2024 2025 2026


Avanzata russa—
Avanzata ucraina—

L'operazione di Kursk. Il picco azzurro dell'estate 2024 è l'unica avanzata ucraina rilevante del periodo: corrisponde all'incursione delle forze di Kyiv in territorio russo. Dalla fine del 2024 la curva russa torna a salire con forza, fino a raggiungere il livello più alto stimato dall'inizio dell'invasione.

Fonte Inchiesta congiunta Meduza, Mediazona e BBC News Russian, "352.000 morti in quattro anni" — pubblicata il 9 maggio 2026. Stima basata sul Registro russo dei procedimenti di successione, sulla lista nominale verificata dei caduti e sulle istanze depositate nei tribunali militari di guarnigione.
Credits FocusAmerica

Una stima diversa, pubblicata in gennaio dal Center for Strategic and International Studies, think tank con sede a Washington, parlava di un massimo di 325mila soldati russi e 140mila soldati ucraini caduti dall'inizio del conflitto fino alla fine del 2025. Il governo russo ha lavorato in modo sistematico per nascondere l'entità reale delle perdite, arrivando a cancellare od occultare dati pubblici che i ricercatori utilizzavano per ricostruire le cifre. L'Ucraina ha diffuso numeri propri sui suoi caduti, ma le cifre ufficiali di Kiev restano molto inferiori alle stime indipendenti elaborate dal think tank americano e da altri gruppi di ricerca.

Sul piano militare l'Ucraina deve fare i conti con una grave carenza di personale e cerca di aumentare il costo umano della guerra per Mosca. L'obiettivo dichiarato è portare a 50mila il numero mensile di soldati russi uccisi o feriti, contro i circa 30mila attuali. Stando alle statistiche ucraine, però, questo traguardo è ancora lontano.

La Russia sta intanto cercando nuove vie per garantire un flusso costante di uomini al fronte. Mosca ha rilanciato il reclutamento di combattenti provenienti dall'Africa e da altre regioni del mondo, e ha avviato una campagna mirata a coinvolgere gli studenti delle università russe nella sua forza di droni in espansione. Il Cremlino sta accelerando la costruzione di un'arma di droni autonoma, che diventerebbe una branca separata delle forze armate, per stare al passo con le innovazioni introdotte dall'Ucraina nella guerra dei droni.

Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)

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Trump si è stufato della guerra che ha iniziato


Il presidente americano si dice stanco del conflitto che ha avviato dopo la cattura di Maduro, mentre la Repubblica islamica resiste al blocco navale e mantiene chiuso lo Stretto di Hormuz.

Il presidente Donald Trump vuole chiudere la guerra con l'Iran, ma Teheran non sembra disposta ad accettare alcuna soluzione gradita ai negoziatori americani. Lo scrive Jonathan Lemire in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, basata su conversazioni con cinque collaboratori e consiglieri esterni della Casa Bianca. Trump avrebbe già dichiarato vittoria diverse volte, l'ultima circa tre settimane fa quando l'Iran ha riaperto brevemente lo Stretto di Hormuz, e ha più volte prorogato le scadenze del cessate il fuoco invece di tradurre in azioni le sue minacce di riprendere le ostilità.

Il conflitto è stato molto più difficile e lungo di quanto Trump si aspettasse. Dopo l'operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas, il presidente avrebbe puntato all'Iran convinto che sarebbe stata "un'altra Venezuela", secondo quanto riferito da due consiglieri esterni a Lemire. Trump si attendeva una vittoria in pochi giorni, al massimo una o due settimane. L'offensiva iniziale congiunta tra Stati Uniti e Israele ha ucciso la guida suprema iraniana e ha distrutto, secondo le ricostruzioni, gran parte delle capacità missilistiche del paese. Teheran però non ha capitolato. Ha attaccato i vicini del Golfo Persico e ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20 per cento del petrolio mondiale, chiudendolo di fatto con mine, piccole imbarcazioni d'attacco e droni. I prezzi dell'energia sono saliti e il conflitto si è trasformato prima in stallo poi in un fragile cessate il fuoco.

La situazione mette il presidente in difficoltà. I repubblicani osservano con preoccupazione l'aumento dei prezzi della benzina e il calo nei sondaggi. Molti nel partito si stavano già preparando a perdere la Camera, e ritengono che più la guerra si trascinerà, più cresceranno le probabilità di perdere anche il Senato alle elezioni di metà mandato. A questo si aggiunge il vertice della prossima settimana a Pechino con il presidente cinese Xi Jinping. La Cina ha manifestato il proprio malcontento per il conflitto e per la chiusura dello stretto, e Trump vorrebbe presentarsi all'incontro potendo affermare che le ostilità si stanno concludendo, mentre persegue nuovi accordi commerciali.

Pubblicamente Trump mostra fiducia, definendo la guerra una "piccola escursione" o una "mini guerra" e proclamando una vittoria imminente quasi ogni giorno, con un atteggiamento condiviso dal segretario alla Difesa Pete Hegseth nei briefing al Pentagono. A porte chiuse i toni si abbassano. I funzionari americani ritengono che il blocco navale dei porti iraniani, installato il mese scorso, stia funzionando e stia stringendo l'economia del paese. Due funzionari hanno previsto che l'Iran, di fronte al collasso, sarà costretto a negoziare. La questione è il tempo. Diversi esperti stimano che Teheran possa resistere alla pressione del blocco per mesi, non per settimane. Una valutazione dell'intelligence statunitense consegnata ai decisori politici questa settimana indica che l'Iran potrebbe reggere almeno altri tre o quattro mesi. Se così fosse, e lo stretto restasse chiuso, i prezzi continuerebbero a salire in Occidente, Stati Uniti compresi, in un anno di elezioni di metà mandato.

Un consigliere esterno che parla regolarmente con Trump ha riferito a Lemire che il presidente si è "annoiato" della guerra. Altri lo descrivono frustrato dall'intransigenza iraniana. Nonostante l'impasse, Trump è restio a riprendere le ostilità. Ci sono preoccupazioni per la diminuzione delle scorte di munizioni americane e il presidente questa settimana ha espresso riluttanza a uccidere altre persone. Alcuni alleati nella regione, tra cui a volte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, temono di tornare bersaglio delle ritorsioni iraniane in caso di nuovi attacchi americani. Ieri l'Iran ha aperto il fuoco contro navi americane nello Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti hanno risposto colpendo siti iraniani, ma Trump ha insistito che il cessate il fuoco è ancora in vigore e ha minimizzato gli attacchi definendoli "un colpetto d'amore".

Gli Stati Uniti hanno in gran parte esaurito l'elenco degli obiettivi militari significativi. Per continuare a salire di livello, mossa caratteristica di Trump, il presidente ha dovuto minacciare obiettivi civili come centrali elettriche, ponti e impianti di desalinizzazione, arrivando a dire che "un'intera civiltà morirà stanotte", una minaccia esplicita di crimini di guerra. Restano opzioni per un'invasione di terra limitata, come la cattura di uranio altamente arricchito o un attacco all'isola di Kharg, polo del settore energetico iraniano, ma il presidente è restio a rischiare vite di soldati americani.

Lunedì l'amministrazione ha lanciato Project Freedom, dispiegando la marina statunitense per aiutare alcune navi a uscire dallo stretto. Il piano è stato abbandonato rapidamente. Le forze iraniane hanno aperto il fuoco contro un cargo sudcoreano, ci sono stati scontri con le navi da guerra americane e il Pentagono ha annunciato la distruzione di sette piccole imbarcazioni iraniane. I funzionari dell'amministrazione non hanno voluto rischiare un'escalation maggiore, in particolare un possibile attacco a una nave militare. Alcuni alleati del Golfo, temendo ritorsioni, si sono mossi per limitare l'accesso americano alle loro basi e al loro spazio aereo.

Le trattative restano bloccate. Funzionari americani ammettono in privato che, con la leadership iraniana frammentata, non sanno con chi stiano negoziando né chi a Teheran abbia il potere di concludere un accordo. Mediatori pachistani hanno tentato di riavviare i colloqui, ma gli elementi più moderati di Teheran sono stati in larga parte aggirati dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, di linea dura. I negoziati formali guidati dal vicepresidente JD Vance si sono chiusi senza intesa. Un nuovo round previsto per fine mese scorso non si è tenuto, perché la delegazione iraniana ha lasciato Islamabad prima dell'arrivo dei funzionari americani. Washington attende ancora una risposta all'ultima offerta, un memorandum d'intesa di una pagina che assomiglia più a una proroga del cessate il fuoco che a un trattato per chiudere il conflitto.

La portavoce della Casa Bianca Olivia Wales ha dichiarato a Lemire che "il presidente Trump ha tutte le carte in mano" e che il blocco "sta strangolando l'economia iraniana". Il segretario di Stato Marco Rubio si è spinto a dire all'inizio della settimana che la guerra è finita. Dichiarare vittoria oggi lascerebbe però gli obiettivi del conflitto, indicati a più riprese dal presidente e dai suoi collaboratori, in larga parte irrealizzati. La marina iraniana è stata in gran parte distrutta, ma secondo alcune stime l'Iran possiede ancora più della metà delle sue capacità missilistiche balistiche. Gruppi alleati come Hezbollah continuano a combattere. Non c'è stato un vero cambio di regime. L'arsenale nucleare resta una minaccia e non esiste un accordo per diluirlo o per portarlo fuori dal paese. L'Iran uscirà quasi certamente dal conflitto con un controllo, implicito o esplicito, sullo Stretto di Hormuz superiore a quello che aveva prima della guerra, sapendo di poterlo richiudere e infliggere nuove sofferenze economiche all'economia globale.

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La rassegna stampa di domenica 10 maggio 2026


Trump affronta calo nei sondaggi per economia e Iran mentre i dazi colpiscono l'Europa. Il Congresso ridisegna i distretti elettorali e cresce il dibattito sul denaro in politica

Questa è la rassegna stampa di domenica 10 maggio 2026

Più della metà degli elettori americani disapprova la gestione economica di Trump


Un sondaggio del Financial Times rivela che oltre il 50% degli elettori statunitensi disapprova la gestione dell'economia da parte del presidente Trump. La guerra con l'Iran e l'inflazione stanno colpendo i tassi di approvazione del presidente e pesano sulle prospettive dei repubblicani per le elezioni di medio termine.

Fonti: Financial Times

I dazi di Trump causano perdite di 8 miliardi di euro alle case automobilistiche europee


Le case automobilistiche europee hanno subito perdite per 8 miliardi di euro a causa dei dazi imposti dall'amministrazione Trump. Il presidente americano ha minacciato di alzare i dazi al 25% se l'Unione Europea non implementerà l'accordo commerciale dello scorso anno.

Fonti: Financial Times

Marco Rubio spera in una "offerta seria" dall'Iran per il cessate il fuoco


Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington si aspetta una risposta dall'Iran alle proposte per un accordo provvisorio che ponga fine al conflitto in Medio Oriente. Negli ultimi giorni si sono verificati i maggiori scontri nello stretto di Hormuz da quando è iniziata la tregua informale del mese scorso.

Fonti: The Guardian

Un sondaggio rivela che il 72% degli americani considera eccessivo il denaro in politica


Una nuova indagine di Politico mostra che il 72% degli americani ritiene che ci sia troppo denaro nella politica statunitense, mentre solo il 5% si dichiara in disaccordo. Il dato evidenzia una crescente preoccupazione bipartisan per l'influenza del denaro nelle elezioni americane.

Fonti: The Hill

La Germania cerca di acquistare missili Tomahawk dopo la disputa con Trump


Il ministro della Difesa tedesco pianifica un viaggio a Washington per acquistare missili Tomahawk americani, dopo che il cancelliere Friedrich Merz è entrato in conflitto con il presidente Trump. L'iniziativa rappresenta un tentativo di riparare le relazioni diplomatiche tra i due paesi alleati.

Fonti: Financial Times

Gli Stati Uniti impongono sanzioni a società cinesi per presunto aiuto all'Iran


Il Dipartimento di Stato americano ha imposto sanzioni a diverse aziende cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari che hanno permesso a Teheran di colpire le forze americane in Medio Oriente. Le sanzioni rappresentano un'escalation delle tensioni tra Washington e Pechino nel contesto del conflitto iraniano.

Fonti: Financial Times

Alexandria Ocasio-Cortez mette in guardia contro alleanze con Marjorie Taylor Greene


La deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha avvertito i democratici di non formare alleanze con l'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, definendola una "bigotta provata". La dichiarazione arriva in risposta a una domanda sulla collaborazione bipartisan durante un evento all'Università di Chicago.

Fonti: The Hill

Una sentenza della Virginia complica la ridistribuzione elettorale per i democratici


La Corte Suprema della Virginia ha respinto un nuovo piano di ridistribuzione per motivi procedurali, complicando i piani della governatrice democratica Abigail Spanberger. La decisione si inserisce in una serie di sviluppi nazionali sulla ridistribuzione che sembrano favorire i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.

Fonti: The New York Times, ABC News

La commissione per la libertà religiosa di Trump vuole eliminare la separazione tra chiesa e stato


La Commissione per la Libertà Religiosa del presidente Trump si prepara a formulare raccomandazioni che rigettano il principio della separazione tra chiesa e stato, dopo oltre un anno di udienze. L'iniziativa rappresenta una svolta significativa nella politica religiosa dell'amministrazione repubblicana.

Fonti: ABC News

Gli esperti criticano la risposta del CDC all'epidemia di hantavirus su una nave da crociera


Gli esperti di sanità pubblica stanno mettendo in discussione la risposta del governo americano all'epidemia di hantavirus a bordo di una nave da crociera che coinvolge cittadini americani. I passeggeri sbarcheranno a Tenerife e saranno rimpatriati nei loro paesi d'origine, mentre cresce il dibattito sul ruolo del Centers for Disease Control.

Fonti: ABC News, The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Come la politica teneva sotto controllo la Corte Suprema americana


Calendario, sede, stipendi, bilancio, deontologia: per quasi due secoli il legislatore americano ha esercitato pressioni sui giudici. Oggi quei meccanismi sono caduti in disuso.

Per gran parte della storia americana il Congresso degli Stati Uniti ha disposto di una serie di leve concrete per condizionare la Corte Suprema, indurla alla cautela e talvolta minacciarla apertamente. Lo ricostruisce un'analisi pubblicata nella newsletter One First dal giurista Steve Vladeck, secondo cui l'attuale assenza di responsabilità della Corte verso il potere legislativo è uno dei motivi principali della deriva istituzionale degli ultimi anni. Il giudice Samuel Alito ha sostenuto nel 2023 che nessuna disposizione costituzionale conferisce al Congresso il potere di regolare la Corte Suprema, ma l'analisi mostra che questa affermazione contrasta con due secoli di prassi.

La prima leva è il calendario stesso della Corte. Quando i giudici si riuniscono dipende dal Congresso e l'attuale data del primo lunedì di ottobre è fissata per legge dal 1916. Nel 1802 il Congresso a maggioranza jeffersoniana spostò la sessione annuale da dicembre a febbraio, decidendolo ad aprile, con l'obiettivo dichiarato di impedire alla Corte di riunirsi quell'anno. Tra i casi che i giudici avrebbero dovuto esaminare c'era una contestazione sulla costituzionalità della soppressione dei seggi giudiziari creati dai federalisti uscenti nel 1801. Cancellando la sessione, il Congresso costrinse i giudici a tornare a percorrere i circuiti giudiziari prima di potersi riunire in formazione plenaria.

La seconda leva è la sede fisica. Per oltre un secolo la Corte non ebbe edifici propri: il Congresso le assegnò spazi permanenti soltanto nel 1810, e in modo non casuale li collocò nel seminterrato del Campidoglio. I giudici si spostarono nella vecchia aula del Senato nel 1860 e continuarono a sedere all'interno del Campidoglio fino al 1935. L'opposizione al finanziamento dell'attuale palazzo della Corte Suprema, voluto con insistenza dal presidente della Corte Taft fin dal 1908, si fondava proprio sull'idea che dare ai giudici una sede autonoma avrebbe accresciuto eccessivamente il loro potere e la loro distanza dai rami eletti del governo. Il giudice Louis Brandeis, che non avrebbe mai utilizzato il suo ufficio nel nuovo edificio, definì la struttura un palazzo di marmo destinato a gonfiare l'ego dei giudici.

Una terza leva, oggi scomparsa, era l'obbligo del circuit-riding. I giudici della Corte Suprema dovevano spostarsi fisicamente per il paese e sedere come giudici federali almeno una volta l'anno in ciascun distretto della propria area geografica. Allora deputato, James Buchanan affermò in un dibattito del 1826 che la Corte Suprema sarebbe diventata un tribunale politico solo nel momento in cui i giudici si fossero stabiliti a Washington, lontani dal popolo e sotto l'influenza diretta dell'esecutivo. L'obbligo, faticoso in un'epoca di viaggi disagevoli, fu attenuato e infine eliminato solo alla fine dell'Ottocento, quando il carico di lavoro della Corte divenne incompatibile con questa doppia funzione.

La quarta leva, e probabilmente la più incisiva, riguardava il controllo del ruolo della Corte. Fino al 1891 il Congresso disciplinava ogni aspetto del carico processuale: non esisteva la giurisdizione discrezionale del certiorari e l'esame dei ricorsi era obbligatorio. Il certiorari fu introdotto in via sperimentale nel 1891, ampliato nel 1914 e nel 1916, ridisegnato in modo significativo con il Judges' Bill del 1925, scritto e promosso direttamente dai giudici. Soltanto nel 1988 il Congresso ha rinunciato quasi del tutto al proprio controllo, lasciando alla Corte ampia discrezionalità tranne che per gli appelli dai tribunali distrettuali a tre giudici, che riguardano in media un caso a sessione.

La quinta leva è il bilancio. Il Congresso non può ridurre lo stipendio dei giudici, ma lo stipendio rappresenta circa il due per cento del bilancio complessivo della Corte. Il resto è discrezionale. Nel marzo 2001 una sottocommissione della Camera convocò il giudice Anthony Kennedy per interrogarlo sulla sentenza Bush contro Gore proprio nell'ambito dell'esame del bilancio annuale: l'idea che i giudici debbano difendere pubblicamente le proprie decisioni più controverse per ottenere lo stanziamento appare oggi remota, ma era prassi appena un quarto di secolo fa.

La sesta leva sono stipendi e pensioni. Nel 1964, quando il Congresso concesse aumenti retributivi ai dipendenti federali, i nove giudici della Corte Suprema furono quelli che ricevettero meno, in segno di disappunto per le sentenze sul ridisegno dei collegi elettorali. Fino al 1937 il Congresso utilizzava inoltre leggi pensionistiche dedicate al singolo giudice per spingerlo a lasciare l'incarico. Quel potere fu in larga parte dismesso con l'introduzione di un meccanismo permanente di pensionamento.

La settima leva è la deontologia. Il Congresso non ha mai creato un meccanismo formale di vigilanza etica sui giudici, ma non ne aveva bisogno. Nel maggio 1969 il giudice Abe Fortas si dimise dalla Corte Suprema dopo che il presidente della Corte Earl Warren gli aveva detto che doveva farsi da parte per il bene dell'istituzione. Warren temeva che, se Fortas non si fosse dimesso, il Congresso avrebbe aperto inchieste e procedure di impeachment. Da quel giorno non si è più verificata una situazione in cui la maggioranza dei giudici fosse stata nominata da presidenti democratici.

L'ottava leva, infine, è la possibilità di rovesciare per via legislativa le interpretazioni della Corte sulle leggi ordinarie. Uno studio del 2014 di Matthew Christiansen e del professor Bill Eskridge ha individuato oltre cento leggi approvate tra il 1980 e il 2000 che hanno annullato in tutto o in parte interpretazioni della Corte Suprema. Negli ultimi anni quel numero è sceso a poche unità, e l'ultimo caso di rilievo risale al 2009, quando il 111° Congresso intervenne sulla sentenza Ledbetter del 2007. Un Congresso ancora attivo su questo terreno avrebbe presumibilmente reagito a sentenze come Shelby County, che richiedeva un aggiornamento della formula di copertura del Voting Rights Act, ma nessuna risposta è arrivata.

L'analisi distingue questi otto strumenti da due proposte oggi rilanciate dai riformatori più radicali: la sottrazione di giurisdizione e l'allargamento della Corte. Sul primo punto, il Congresso non è mai riuscito a privare la Corte della possibilità di interpretare una specifica disposizione costituzionale, e l'unico precedente significativo riguarda i casi della Reconstruction. Sull'allargamento, la dimensione della Corte è cambiata sette volte tra il 1789 e il 1869, ma quasi sempre per ragioni legate al numero dei circuiti o per impedire o consentire nomine presidenziali, non per spostarne l'orientamento ideologico. La proposta del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1937 fu controversa proprio perché avrebbe innescato una corsa al rilancio: ogni partito con la maggioranza in Congresso e alla Casa Bianca avrebbe potuto ampliare la Corte per consolidare il proprio orientamento.

Il quadro complessivo che emerge dall'analisi è quello di una Corte che per gran parte della sua storia ha operato non solo all'ombra del Congresso, ma in risposta a esso, dal capolavoro politico di John Marshall in Marbury alla sentenza di Owen Roberts del 1937 nota come switch in time fino alle dimissioni di Fortas. La progressiva rinuncia del Congresso a usare queste leve, unita alla scomparsa di figure interne alla Corte come Stewart, Powell, O'Connor e Kennedy, ha prodotto un'istituzione priva di controlli esterni e interni.

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Trump perde i giovani, ma i Dem non li conquistano


Un sondaggio Harvard/IOP mostra che solo il 28% dei maschi tra 18 e 29 anni approva il presidente, contro il 49% che lo votò nel 2024. Il 38% non sa per chi votare alle elezioni di metà mandato

Il consenso maschile giovanile, uno dei pilastri della vittoria di Donald Trump nel 2024, sta evaporando. Lo rivela un sondaggio di Harvard/IOP ripreso dall'Economist: solo il 28% degli uomini tra 18 e 29 anni approva oggi l'operato del presidente, contro il 49% che lo aveva votato. Il calo apre uno spazio elettorale che però i democratici non riescono a occupare, perché molti giovani uomini si sentono respinti anche da loro.

Trump ha costruito gran parte della sua identità politica su un'immagine di mascolinità ostentata. Ha fatto ingressi trionfali negli stadi della cage fighting sulle note di Kid Rock, ha minimizzato un terzo tentativo di assassinio dicendo che solo i presidenti più incisivi attirano gli attentatori, ha riempito i social media di immagini in cui appare dominante e vittorioso. L'amministrazione ha persino mescolato filmati reali della guerra in Iran con immagini tratte dai videogiochi. In tutte e tre le sue corse alla presidenza Trump ha vinto il voto maschile e ha sempre prevalso quando lo sfidava una donna. Uno studio di Dan Cassino della Fairleigh Dickinson University ha rilevato che, dopo aver votato per Trump nel 2024, gli uomini hanno dichiarato di sentirsi più mascolini.

Gli americani considerano da tempo i repubblicani il partito paterno, forte sulla difesa e severo sulla criminalità, e i democratici quello materno, attento ai bisognosi e alle parole offensive. Alla domanda su quale sia il partito degli uomini, gli americani rispondono "repubblicani" con una frequenza quasi sette volte superiore a "democratici".

I dati del sondaggio Harvard/IOP raccontano però un'erosione rapida. I giovani uomini sono diventati elettori in bilico: il 33% dichiara che voterà democratico a novembre, il 25% repubblicano, mentre un consistente 38% non sa cosa farà o non andrà a votare. Il motivo principale è economico. Trump aveva promesso di rendere di nuovo accessibile l'America fermando l'inflazione e facendo addirittura scendere i prezzi, ma i suoi dazi e la guerra in Iran hanno prodotto l'effetto opposto.

Sondaggio Harvard/IOP
Il consenso di Trump tra i giovani uomini si è quasi dimezzato in un anno
Percentuale di americani maschi tra 18 e 29 anni che ha votato Trump alle presidenziali 2024 e che oggi approva il suo operato

49%

Voto a Trump
Presidenziali 2024

28%

Approva oggi
Aprile 2026

−21 punti percentuali
Tra i giovani elettori maschi che andranno alle urne a novembre per le elezioni di metà mandato, il 38% non sa per chi votare o non andrà a votare, il 33% sceglierà i democratici e il 25% i repubblicani.

Fonte: Harvard Kennedy School Institute of Politics, 52° Harvard Youth Poll · Sondaggio condotto dal 26 marzo al 3 aprile 2026 su 2.018 americani tra 18 e 29 anni

Le preoccupazioni dei giovani uomini sono concrete: trovare un lavoro, comprare casa, conoscere una compagna, formare una famiglia. In un sondaggio NBC i giovani uomini che avevano votato Trump hanno indicato "avere figli" come il loro principale obiettivo di vita. Le giovani donne che avevano votato per Kamala Harris lo hanno collocato al penultimo posto su tredici opzioni.

Il problema è che case e famiglie costano. Richard Reeves, dell'organizzazione non governativa American Institute for Boys and Men, ha spiegato che nessuno dei due partiti riesce a parlare a questi elettori. I repubblicani si rivolgono a loro come se esistesse una sola via di vita valida: trovare un lavoro, sposarsi, avere figli. I democratici talvolta liquidano i giovani uomini che aspirano a questi traguardi tradizionali come reazionari. "Non vedo prove che sia così", ha detto Reeves all'Economist. "La maggior parte dei giovani uomini non vuole tornare agli anni Cinquanta. Non si aspettano di essere patriarchi. Ma riconoscono che la paternità dà loro uno scopo e vogliono sentirsi necessari".

Josh Thomas, deputato democratico dello stato della Virginia, ha riconosciuto che per anni il messaggio del partito ai giovani uomini è suonato come "ehi, il futuro non siete voi". I democratici, ha aggiunto, sembrano disposti a parlare dei problemi causati dagli uomini ma non di quelli che gli uomini affrontano. Un sondaggio Economist/YouGov rileva che il 54% degli americani considera il pregiudizio contro gli uomini un problema all'interno del Partito democratico. Un altro sondaggio mostra che i democratici sono cinque volte più propensi dei repubblicani ad ammettere di avere una visione sfavorevole degli uomini in generale (26% contro 5%).

Diversi esponenti democratici, alcuni con ambizioni presidenziali, stanno cercando di colmare il distacco. Wes Moore, governatore del Maryland, ha dichiarato che la società ha chiaramente ignorato i giovani uomini e i ragazzi. Moore, veterano dell'Afghanistan, ha raccontato la propria infanzia difficile, da figlio di una madre immigrata sola e con un arresto a undici anni per aver imbrattato muri con bombolette spray. Ha sostenuto la necessità di modelli maschili e ha avviato l'assunzione di più insegnanti uomini, oggi troppo pochi nelle scuole. A dicembre ha lanciato un piano per aiutare i ragazzi a migliorare i risultati scolastici. Lo scorso anno il governatore della California Gavin Newsom ha avviato un programma sui problemi dei giovani uomini in ambito scolastico, di salute mentale e di ricerca del lavoro. A ottobre la Virginia ha presentato il progetto di una commissione per ragazzi e uomini, voluta dallo stesso Thomas.

Rahm Emanuel, ex sindaco di Chicago, ha collegato lo scoraggiamento maschile al costo elevato delle case. Una ricerca di Gabrielle Penrose del Boston College fornisce dati a sostegno di questa lettura. La scarsità di abitazioni alza il prezzo dell'indipendenza e spinge molti giovani uomini, e un numero minore di giovani donne, a vivere con i genitori invece che dove ci sono opportunità di lavoro. Penrose ha calcolato che un aumento del 10% degli affitti locali fa salire di circa 1,1 punti percentuali la probabilità che gli uomini senza laurea vivano con i genitori e si associa a un calo dello 0,5% nella partecipazione alla forza lavoro. Secondo la sua stima, l'aumento dei costi abitativi potrebbe spiegare un terzo del calo dell'occupazione tra gli uomini senza laurea dal 2000 a oggi.

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Trump ha cambiato di continuo le scadenze sulla fine della guerra con l'Iran


Dal 28 febbraio a oggi il presidente ha promesso più volte la fine del conflitto entro tempi sempre diversi, alternando aperture diplomatiche e minacce di attacco spesso persino nello stesso giorno.

Donald Trump ha annunciato almeno 5 volte, da fine febbraio a oggi, la fine imminente della guerra con l'Iran. Ogni volta, però, ha indicato una scadenza diversa. A ricostruirlo questa tempistica incoerente è il Washington Post, in un'analisi firmata da Júlia Ledur, che raccoglie le dichiarazioni pubbliche del presidente tra il 28 febbraio e gli ultimi giorni di aprile.
Le scadenze mobili di Trump sull'Iran — FocusAmerica

I cambiamenti di rotta di Trump

Le scadenze mobili di Trump:
tutte le volte che ha detto che la guerra stava per finire


Da fine febbraio Trump ha annunciato almeno 5 volte la fine imminente della guerra con l'Iran. Ogni volta con una scadenza diversa. La ricostruzione del Washington Post mette in fila promesse, minacce e retromarce in 9 settimane di dichiarazioni contraddittorie.

Júlia Ledur · The Washington Post Periodo analizzato: 28 febbraio – 5 maggio 2026

Scadenze annunciate
5
Le volte in cui Trump ha indicato una data per la fine della guerra

vs

Scadenze rispettate
0
Cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato il 21 aprile

A seconda dei casi le previsioni si sono accorciate da 5 settimane a 3 giorni

Esplora le contraddizioni
1 Scadenze 2 Hormuz 3 Regime 4 Esperti

La timeline delle promesse

5 date diverse per la fine della stessa guerra


Ogni barra mostra l'arco temporale promesso da Trump: dal giorno della dichiarazione (cerchio chiaro) alla data prevista per la fine del conflitto. La realtà è il cessate il fuoco esteso a tempo determinato il 21 aprile.

1 mar 15 mar 1 apr 15 apr 1 mag

2 marzo Casa Bianca
"Lo avevamo previsto fin dall'inizio, durerà 4 o 5 settimane"

~7 marzo Conferenza stampa
"Andremo via molto presto, entro 2 settimane, forse 3"

1 aprile, mattina Briefing
"La guerra sarà finita entro 3 giorni"

1 aprile, sera Discorso TV · attacchi mai arrivati
Colpiremo l'Iran "molto duramente" nelle prossime 2-3 settimane

15 aprile Fox Business
"La guerra è vicina alla fine. La vedo molto vicina"

21 apr · Cessate il fuoco

Data della dichiarazione
Fine guerra promessa

2 marzo Casa Bianca
"Lo avevamo previsto fin dall'inizio, la guerra durerà 4 o 5 settimane"

1 mar5 mag

~7 marzo Conferenza stampa
"Andremo via molto presto, entro 2 settimane, forse 3"

1 mar5 mag

1 aprile · mattina Briefing
"La guerra sarà finita entro 3 giorni"

1 mar5 mag

1 aprile · sera Discorso TV
Colpiremo l'Iran "molto duramente" nelle 2-3 settimane successive. Gli attacchi non sono mai arrivati.

1 mar5 mag

15 aprile Fox Business
"La guerra è vicina alla fine. La vedo molto vicina"

1 mar5 mag

La realtà

Il 21 aprile Trump ha esteso a tempo indeterminato il fragile cessate il fuoco. Nessuna delle scadenze annunciate nelle 9 settimane precedenti è stata rispettata.

Lo Stretto di Hormuz

Quattro cambiamenti di posizione su una rotta cruciale per il greggio mondiale


In 6 settimane Trump è passato dal minacciare la distruzione delle centrali iraniane allo scortare in sicurezza le navi per poi fare retromarcia ogni volta. Ogni dichiarazione ha generato reazioni opposte sui mercati energetici globali.

Minimizza
l'importanza dello Stretto
Minaccia
azioni se resta chiuso

21 marzo
Minaccia di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non riapre lo Stretto entro 48 ore.
Truth Social

31 marzo
I Paesi che dipendono da quel petrolio "dovranno arrangiarsi" da soli. Gli Stati Uniti "non hanno nulla a che fare" con lo Stretto.
Conferenza stampa Casa Bianca

12 aprile
Annuncia un blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita.
Truth Social

3 maggio
Annuncia che la Marina americana "scorterà in sicurezza" le navi iraniane fuori dalle acque contese. In meno di 48 ore fa retromarcia anche su questo.
Truth Social

Minaccia
21 marzo
Minaccia di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non riapre lo Stretto entro 48 ore.
Truth Social

Minimizza
31 marzo
I Paesi che dipendono da quel petrolio "dovranno arrangiarsi" da soli. Gli Stati Uniti "non hanno nulla a che fare" con lo Stretto.
Conferenza stampa Casa Bianca

Minaccia
12 aprile
Annuncia un blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita.
Truth Social

Minimizza
3 maggio
Annuncia che la Marina americana "scorterà in sicurezza" le navi iraniane fuori dalle acque contese. In meno di 48 ore fa retromarcia anche su questo.
Truth Social

Il dato di fondo

Per Suzanne Maloney della Brookings Institution, gli Stati Uniti di Trump hanno sottovalutato la capacità iraniana di danneggiare l'economia globale: contavano su un crollo rapido del regime e ricadute economiche minime, ma ciò non è avvenuto.

L'obiettivo della guerra

Il cambio di regime era o non era nei piani?


In poco più di un mese Trump ha indicato il cambio di regime come obiettivo, poi ha negato di averlo mai detto, e infine ha rivendicato che "è avvenuto" lo stesso. Le sue dichiarazioni messe a confronto.

Cambio di regime
come obiettivo

28 FEBBRAIO
Eliminare le minacce poste dal regime iraniano è lo "scopo centrale" dell'operazione.
Primo discorso alla nazione

23 MARZO
"Ci sarà una forma molto seria di cambio di regime"
Dichiarazione ai giornalisti

Cambio di regime
non era l'obiettivo

31 MARZO
Il cambio di regime "non era tra gli obiettivi" che Trump si era prefissato.
Conferenza stampa Casa Bianca

1 APRILE
"Non abbiamo mai detto cambio di regime, ma il cambio di regime è avvenuto lo stesso"
Discorso televisivo serale

32 giorni tra l'obiettivo iniziale e la sua negazione

Il giudizio degli esperti

Una comunicazione "unica nel suo genere" che mina la credibilità americana al tavolo dei negoziati


Per gli analisti consultati dal Washington Post le contraddizioni stanno erodendo la fiducia verso l'Amministrazione presso la controparte iraniana e complicando ogni via d'uscita negoziale.

Leon Panetta Ex Segretario alla Difesa, ex direttore CIA, ex capo di gabinetto Casa Bianca

Storicamente e politicamente, non credo di aver mai visto qualcuno in un ruolo di leadership politica adottare una giustificazione così costante e mutevole per le azioni che intraprende.

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Scadenze diverse annunciate sulla fine della guerra

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Capovolgimenti sulla strategia per Hormuz

Suzanne Maloney Vicepresidente Brookings Institution, direttrice politica estera

Non mi è chiaro se esista una soluzione militare praticabile in tempi tali da evitare ricadute catastrofiche per l'economia globale. L'esito finale dovrà essere diplomatico.

75
Gli anni di politica americana nella regione che un ritiro delle forze Usa contraddirebbe

~20%
Quota di greggio mondiale che transitava da Hormuz prima della guerra

Panetta · L'effetto sul negoziato

"L'Iran ha probabilmente deciso da tempo che la parola del presidente non vale molto. C'è poca fiducia al tavolo".

Fonte Júlia Ledur, The Washington Post, maggio 2026. Periodo analizzato: 28 febbraio – 5 maggio 2026. Dichiarazioni pubbliche del presidente in conferenze stampa, discorsi alla nazione, post Truth Social e interviste televisive.

Il 21 aprile Trump ha esteso a tempo indeterminato il fragile cessate il fuoco che continua ancora oggi. Nelle settimane precedenti aveva ripetuto più volte che il conflitto era vicino alla conclusione, ma le previsioni sono cambiate di continuo. Il 2 marzo, parlando alla Casa Bianca, aveva detto: "Lo avevamo previsto fin dall'inizio, questa operazione durerà 4 o 5 settimane". Pochi giorni dopo, però, in conferenza stampa, la stima era già diventata diversa: "Andremo via molto presto, direi entro 2 settimane, forse 3".

Non è finita qui: il 1° aprile, in mattinata, aveva detto ai giornalisti presenti alla Casa Bianca che la guerra sarebbe finita "entro 3 giorni". La sera stessa, in un discorso televisivo, aveva promesso di colpire l'Iran "molto duramente" nelle 2 o 3 settimane successive. Quegli attacchi però non si sono mai verificati.

Minacce e marce indietro sullo Stretto di Hormuz


I segnali contraddittori si sono moltiplicati anche sullo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava una quota rilevante del greggio mondiale. Il 21 marzo, su Truth Social, Trump ha minacciato di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto lo Stretto entro 48 ore. Dieci giorni dopo ha completamente cambiato registro: i Paesi che dipendono da quel petrolio, ha detto, "dovranno arrangiarsi" da soli.

Il 12 aprile ha quindi annunciato il blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita. Il 3 maggio è arrivato un nuovo cambio di rotta: la Marina americana, ha scritto, avrebbe “scortato in sicurezza” le navi iraniane fuori dalle acque contese. Poi, meno di 48 ore dopo, l'ennesima retromarcia.

Anche sugli obiettivi della guerra il messaggio è rimasto oscillante. Il 28 febbraio, nel primo discorso alla nazione dopo l'inizio degli attacchi americani e israeliani, Trump aveva indicato come scopo centrale dell’operazione l’eliminazione delle minacce poste dal regime iraniano. Il 23 marzo aveva parlato di “una forma molto seria di cambio di regime”. Il 31 marzo aveva sostenuto che il cambio di regime “non era tra gli obiettivi” che si era prefissato. Il giorno dopo, in un discorso televisivo serale, aveva aggiunto: “Non abbiamo mai detto di volere cambio di regime, ma il cambio di regime è avvenuto lo stesso”.

Panetta: "C'è poca fiducia al tavolo"


Leon Panetta, ex Segretario alla Difesa, ex direttore della Central Intelligence Agency ed ex capo di staff della Casa Bianca con presidenti democratici, ha definito la comunicazione di Trump come “unica nel suo genere”. “Sul piano storico e politico, non credo di aver mai visto qualcuno in una posizione di leadership adottare una giustificazione così costantemente mutevole per le azioni che intraprende”, ha dichiarato al Washington Post.

Secondo Suzanne Maloney, vicepresidente e direttrice del programma di politica estera della Brookings Institution, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato la capacità iraniana di danneggiare l'economia globale. I funzionari americani, ha spiegato Maloney al Washington Post, contavano su un rapido crollo del regime e su un conflitto breve, con ricadute economiche minime. "Quella presunzione si è rivelata sbagliata", ha detto. Ora, secondo Maloney, l'Amministrazione cerca di valorizzare risultati militari più limitati, in particolare il danneggiamento delle capacità belliche iraniane.

Maloney, che studia da tempo l’Iran e i mercati energetici del Golfo Persico, ritiene che una soluzione esclusivamente militare non sia mai stata realistica. “Non mi è chiaro che esista una soluzione militare praticabile in tempi tali da evitare ricadute davvero catastrofiche per l’economia globale”, ha affermato. La via d’uscita, secondo lei, dovrà essere diplomatica. Un ritiro senza accordo, però, finirebbe per contraddire 75 anni di politica americana nella regione e sarebbe “profondamente umiliante”.

Tali contraddizioni, avverte Panetta, stanno però già erodendo la credibilità dell’Amministrazione al tavolo negoziale. “L’Iran ha probabilmente concluso da tempo che la parola del presidente vale poco”, ha detto. “Al tavolo c’è poca fiducia”.

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Mosca celebra il Giorno della Vittoria in versione ridotta


La parata sulla Piazza Rossa per gli 81 anni dalla sconfitta della Germania nazista si è svolta in formato ridotto sotto stretta sorveglianza, mentre entrava in vigore una tregua di tre giorni con l'Ucraina.
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Per la prima volta in quasi vent'anni la parata militare del 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca si è svolta senza carri armati, missili e mezzi pesanti. Solo il tradizionale sorvolo dei caccia da combattimento e le truppe a piedi hanno sfilato davanti al presidente Vladimir Putin, in una versione fortemente ridimensionata della cerimonia che commemora la vittoria sovietica sulla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale.

La parata si è tenuta nel giorno in cui è entrata in vigore una tregua di tre giorni tra Russia e Ucraina, dal 9 all'11 maggio, annunciata venerdì dal presidente americano Donald Trump. L'accordo prevede anche uno scambio di prigionieri nel formato 1.000 contro 1.000, confermato sia dal Cremlino sia dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Trump ha detto ai giornalisti a Washington che vorrebbe vedere "una grande estensione" del cessate il fuoco, definendo il conflitto "la cosa peggiore dalla Seconda guerra mondiale in termini di vite umane" e parlando di 25.000 giovani soldati morti ogni mese. Nelle ore successive alla parata non sono stati segnalati violazioni della tregua da parte di Mosca o Kiev, anche se in seguito il ministero della Difesa russo ha accusato l'Ucraina di averla infranta, senza fornire dettagli.
Cremlino
Le autorità russe hanno motivato il drastico cambio di formato con la "situazione operativa attuale" e con la necessità di rafforzare la sicurezza di fronte alla minaccia di attacchi ucraini. I commentatori della televisione di Stato hanno spiegato che gli armamenti pesanti servono di più sul fronte. Il deputato russo Yevgeny Popov ha dichiarato alla BBC che "i nostri carri armati sono occupati in questo momento, stanno combattendo, ne abbiamo bisogno più sul campo di battaglia che sulla Piazza Rossa". Al posto delle armi reali, su grandi schermi sulla Piazza Rossa e in televisione sono stati trasmessi video preregistrati che mostravano il missile balistico intercontinentale Yars, il nuovo sottomarino nucleare Arkhangelsk, l'arma laser Peresvet, il caccia Sukhoi Su-57, il sistema antiaereo S-500 e una serie di droni e pezzi di artiglieria.

Per la prima volta hanno preso parte alla parata anche soldati nordcoreani, in riconoscimento dell'invio di truppe da parte di Pyongyang per respingere l'incursione ucraina nella regione russa di Kursk. Più di mille militari che hanno servito in Ucraina hanno sfilato sulla piazza. Accanto a Putin sedevano un veterano della Seconda guerra mondiale, Svet Turunov, e Leonid Ryzhov, partecipante all'operazione militare speciale e insignito nel 2022 del titolo di Eroe della Russia.

Nel suo discorso di otto minuti Putin ha promesso la vittoria nel conflitto e ha rilanciato la narrazione che lega l'attuale guerra alla memoria della Grande guerra patriottica. "Affrontano una forza aggressiva armata e sostenuta dall'intero blocco della NATO", ha detto riferendosi ai soldati russi impegnati in Ucraina, "e nonostante questo i nostri eroi avanzano". Il leader russo ha aggiunto che "la vittoria è sempre stata e sarà nostra", citando "forza morale, coraggio, unità e capacità di sopportare ogni sfida".

La presenza di leader stranieri è stata nettamente inferiore rispetto all'80° anniversario dell'anno scorso, quando avevano partecipato 27 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente cinese Xi Jinping e il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Quest'anno hanno assistito alla cerimonia il leader bielorusso Alexander Lukashenko con il figlio Nikolai, il re della Malesia Sultan Ibrahim Iskandar, il presidente del Laos Thongloun Sisoulith e i presidenti di Kazakistan e Uzbekistan, Kassym-Jomart Tokayev e Shavkat Mirziyoyev. Il primo ministro slovacco Robert Fico, unico rappresentante di un paese dell'Unione europea, ha incontrato Putin al Cremlino e ha deposto fiori alla Tomba del Milite Ignoto, ma non ha partecipato alla parata. Fico ha lamentato le sanzioni europee contro Mosca e ha sottolineato l'importanza delle forniture energetiche russe per la Slovacchia.
Cremlino
Le misure di sicurezza nella capitale sono state senza precedenti. Il ministero dello Sviluppo digitale ha disposto la sospensione di tutti i servizi di internet mobile e degli sms a Mosca per garantire la pubblica sicurezza. Strade chiuse, soldati armati a bordo di pickup e controlli capillari hanno caratterizzato la giornata in una città che con la regione circostante conta 22 milioni di abitanti. Diversi reporter internazionali accreditati alla parata si sono visti revocare l'accesso giovedì, con la spiegazione che solo le emittenti ospitanti avrebbero coperto l'evento a causa del formato ridotto. Parate più piccole nelle altre città sono state ridimensionate o cancellate, mentre alcuni eventi virtuali rischiavano di essere disturbati dalle interruzioni di internet.

Le autorità russe avevano avvertito che qualsiasi tentativo ucraino di disturbare la cerimonia avrebbe provocato un attacco missilistico massiccio sul centro di Kiev. Il ministero degli Esteri aveva consigliato alle ambasciate straniere e alle organizzazioni internazionali in Ucraina di evacuare il personale, e il ministero della Difesa aveva esteso l'invito ai civili. L'Unione europea ha fatto sapere che i suoi diplomatici non avrebbero lasciato la capitale ucraina nonostante le minacce. Zelensky aveva risposto con un decreto ironico che "autorizzava" Mosca a tenere la parata, dichiarando la Piazza Rossa temporaneamente fuori dalla lista degli obiettivi ucraini. "La Piazza Rossa per noi conta meno della vita dei prigionieri di guerra ucraini che possono tornare a casa", aveva scritto su Telegram. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha liquidato il decreto come "una battuta sciocca", aggiungendo che "non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per essere orgogliosi del nostro Giorno della Vittoria".

Il ridimensionamento della parata si inserisce in un quadro di crescente difficoltà per Mosca. L'esercito russo, più numeroso e meglio equipaggiato, avanza lentamente lungo un fronte di oltre mille chilometri, ma l'Ucraina ha sviluppato droni capaci di colpire bersagli a oltre mille chilometri all'interno del territorio russo, prendendo di mira raffinerie, impianti manifatturieri e depositi militari. Negli ultimi mesi gli attacchi ucraini hanno colpito la regione di Yaroslavl, a oltre 700 chilometri dal confine, e una raffineria nella regione di Perm, a più di 1.500 chilometri. Un drone ha colpito l'edificio amministrativo della navigazione aerea della Russia meridionale a Rostov sul Don, costringendo 13 aeroporti del sud del paese a sospendere le operazioni. Secondo il ministero della Difesa russo, dopo la mezzanotte di venerdì le difese aeree hanno abbattuto 390 droni ucraini e sei missili Neptune.

Alexander Baunov del Carnegie Russia Eurasia Center, think tank con sede a Berlino, ha scritto in un'analisi pubblicata questa settimana che "una parata militare è pensata come dimostrazione di forza e coraggio, ma se si tiene di nascosto e con internet bloccato per ridurre le possibilità che un drone d'attacco ucraino possa raggiungere il sito, non dimostra altro che paura e debolezza". L'economia russa, da 3.000 miliardi di dollari, è sotto pressione e i rapporti con l'Europa sono ai minimi dalla Guerra fredda. Igor Girkin, nazionalista russo filo-bellicista oggi in carcere e critico della conduzione della guerra da parte del Cremlino, ha scritto su Telegram che "la crisi si sta ancora approfondendo gradualmente, ma qualsiasi movimento brusco può mandare l'economia, e non solo l'economia, in caduta libera", paragonando i leader russi a ufficiali più preoccupati di essere espulsi dalle loro cabine che del naufragio della nave.

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Trump nega di aver ammorbidito le politiche anti immigrazione


Il nuovo segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha cambiato approccio dopo le proteste in Minnesota, ma una parte della base repubblicana giudica troppo lenti i ritmi dei rimpatri in vista delle elezioni di metà mandato.

L'amministrazione Trump è finita sotto il fuoco incrociato della propria base conservatrice, che accusa la Casa Bianca di aver ammorbidito la linea sulle espulsioni di immigrati irregolari. Lo scrive il New York Times secondo cui il nuovo segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha avviato una svolta nella comunicazione e nelle tattiche operative del dipartimento, suscitando la frustrazione degli elettori più intransigenti.

Mullin ha assunto l'incarico con l'obiettivo dichiarato di tenere il dipartimento lontano dai titoli dei giornali, dopo l'anno turbolento della sua predecessora Kristi Noem. Ha sospeso i piani per convertire capannoni industriali in centri di detenzione per immigrati. Ha imposto agli agenti dell'immigrazione di non entrare più nelle abitazioni private senza un mandato giudiziario. Ha persino tentato, su sollecitazione del presidente, di rinominare gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement come agenti NICE, un'operazione di immagine pensata per stemperare la percezione aggressiva delle forze federali.

Il cambio di rotta nasce da un calcolo politico interno al partito repubblicano. La paura è che la stretta sull'immigrazione possa costare voti alle elezioni di metà mandato di quest'anno. Ma proprio questo riposizionamento ha provocato il malumore dei sostenitori più convinti del presidente, che chiedono un drastico aumento degli arresti e un ampliamento del raggio d'azione oltre i soli immigrati con precedenti penali.

Mike Howell, presidente dell'Oversight Project, una costola della fondazione conservatrice Heritage Foundation, ha espresso al New York Times tutto il suo scetticismo. "Non so come si possa fare un programma di espulsioni di massa in silenzio", ha dichiarato. "Il presidente ha fatto campagna elettorale su questo tema a voce alta. Non è qualcosa da cui ritirarsi". Howell guida anche un gruppo di nuova formazione, la Mass Deportation Coalition, e sostiene che il metro di giudizio non possa essere la retorica ma i numeri concreti, che a suo dire non mostrano ancora una traiettoria coerente con l'obiettivo annunciato.

La Casa Bianca respinge categoricamente le accuse di un cedimento. Tom Homan, lo zar dei confini, ha usato toni duri durante il Border Security Expo di Phoenix questa settimana. "Per quelli là fuori che dicono che il presidente Trump si sta ammorbidendo sulle espulsioni di massa, non sapete di cosa diavolo state parlando", ha affermato. Homan ha promesso che le espulsioni di massa stanno arrivando e ha minacciato l'invio di numerosi agenti dell'immigrazione a New York qualora i legislatori statali approvassero misure che limitino la cooperazione tra autorità locali e ICE.

Mullin ha sostenuto le posizioni di Homan dichiarando che il dipartimento non sta rallentando, anche se i dati dell'ICE mostrano un recente calo degli arresti. In un'intervista rilasciata giovedì a Fox Business, il segretario ha tenuto a precisare la nuova filosofia operativa. "Non andremo a New York come è successo a Minneapolis", ha detto. "Andremo a prendere i criminali con condanne gravi". Il riferimento è all'operazione del Minnesota, che aveva scatenato proteste diffuse dopo che due cittadini americani erano stati uccisi dagli agenti dell'immigrazione durante le manifestazioni.

I numeri raccontano una storia complessa. Secondo gli ultimi dati pubblici dell'ICE aggiornati ai primi di aprile, la media giornaliera degli arresti è scesa a circa mille, contro un picco di circa millecinquecento a gennaio durante la stretta in Minnesota. Anche con questo calo, la cifra resta circa quattro volte superiore a quella dell'ultimo anno dell'amministrazione Biden, quando l'ICE deteneva circa duecentocinquanta persone al giorno.

Un'analisi del New York Times sui dati federali mostra che durante il primo anno della seconda amministrazione Trump il governo ha espulso circa 230.000 persone arrestate all'interno del paese e altre 270.000 al confine. Il solo numero delle espulsioni derivanti da arresti interni ha superato il totale dell'intera presidenza Biden nei suoi quattro anni.

Sul fronte dell'opinione pubblica i sondaggi restituiscono un quadro contrastato. La maggioranza degli americani continua a giudicare eccessivi gli sforzi del governo federale per espellere milioni di immigrati irregolari. Ma una quota crescente di repubblicani ritiene ora che l'amministrazione stia facendo troppo poco, secondo un sondaggio del Pew Research Center diffuso lunedì.

I conservatori spingono perché l'amministrazione intensifichi i controlli sui luoghi di lavoro, considerati uno strumento decisivo per individuare un numero più ampio di immigrati senza documenti. Mark Krikorian, direttore esecutivo del Center for Immigration Studies, un centro studi favorevole a tassi di immigrazione più bassi, ha spiegato al New York Times che la maggior parte delle persone che vivono nel paese senza autorizzazione non viene arrestata per omicidi o altri reati gravi. Per questo, secondo Krikorian, sarebbe più efficace concentrarsi sui posti di lavoro per scovare numeri consistenti di irregolari. "Quello che cerco non è solo un'attività intensificata nel prendere in carico i sospetti già arrestati dagli sceriffi locali", ha detto. "La chiave è se intensificheranno l'applicazione delle norme sul lavoro".

Lo stesso Krikorian si dice però scettico che l'amministrazione vada in questa direzione, perché Trump in più occasioni ha fatto marcia indietro su politiche migratorie quando entravano in conflitto con la sua agenda economica. "L'ostacolo qui è il presidente", ha aggiunto. "Non vuole disturbare gli imprenditori".

Non tutti i conservatori sono critici. Kenneth T. Cuccinelli II, vicesegretario ad interim alla Sicurezza interna durante la prima amministrazione Trump, ha difeso la nuova linea operativa più discreta. Annunciare in anticipo la presenza degli agenti in una determinata regione, ha sostenuto, riduce l'efficienza delle operazioni e aumenta i pericoli per gli agenti, gli ufficiali e la popolazione.

Le portavoce dell'amministrazione hanno ribadito la linea ufficiale. Abigail Jackson, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che nessuno sta cambiando l'agenda dell'amministrazione sull'applicazione delle norme migratorie e che la priorità del presidente è sempre stata l'espulsione degli stranieri irregolari con precedenti penali che mettono in pericolo le comunità americane. Lauren Bis, portavoce del dipartimento, ha sottolineato che l'ICE non sta rallentando.

Il quadro che emerge è quello di un'amministrazione costretta a un equilibrio difficile tra l'esigenza di mantenere la promessa elettorale delle espulsioni di massa e il timore di un contraccolpo elettorale alle urne di novembre. Mullin tenta una strategia a due velocità: messaggi rassicuranti per l'elettorato moderato, con il focus sui criminali con condanne più gravi, e rassicurazioni continue alla base più dura sul fatto che nessun immigrato irregolare sarà al sicuro. Una linea che per ora non basta a placare né i critici a sinistra né gli alleati delusi a destra.

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Trump e il rischio della decadenza imperiale


Un articolo dell'Economist analizza la "marcia della follia" nella politica internazionale contemporanea, dalla guerra in Ucraina al Medio Oriente fino alle scelte del presidente americano.

Il mondo attraversa una fase di errori politici sistemici da parte di leader che ignorano il buon senso e gli interessi a lungo termine dei propri popoli. È la tesi di un articolo pubblicato dall'Economist che passa in rassegna i principali conflitti e le decisioni autodistruttive degli ultimi anni, fino ad arrivare alle scelte del presidente Donald Trump.

L'analisi parte da una constatazione: dopo ottant'anni senza un conflitto diretto tra grandi potenze, un numero allarmante di governanti sembra cercare lo scontro a prescindere dagli interessi nazionali. Il primo esempio citato è la guerra di Vladimir Putin contro l'Ucraina, definita un conflitto pretestuoso che i generali russi avevano promesso si sarebbe concluso in pochi giorni e che invece è entrato nel quinto anno. Segue il caso di Gaza, con la scommessa crudele compiuta dai leader di Hamas il 7 ottobre 2023, convinti che atti di violenza coordinata avrebbero spinto Israele a una reazione sproporzionata. Secondo l'Economist, i dirigenti di Hamas non si sono curati del fatto che i palestinesi avrebbero pagato il prezzo più alto. Il governo di Binyamin Netanyahu ha risposto inseguendo un obiettivo bellico irraggiungibile, ovvero la pacificazione totale di Gaza attraverso assedio e uso spietato della forza armata. Il risultato, secondo l'analisi, è che Gaza non è in pace e la reputazione internazionale di Israele è crollata.

Anche il regime iraniano è inserito nella lista degli errori strategici. I sopravvissuti della teocrazia di Teheran, scrive l'Economist, hanno imparato che assemblare quasi tutti gli elementi necessari per una bomba nucleare senza costruire effettivamente l'ordigno non era la strategia infallibile che immaginavano per evitare un attacco.

A questo elenco si aggiunge il presidente Donald Trump. Le minacce di annettere la Groenlandia e l'allontanamento di alleati utili in America, Asia ed Europa gli hanno già garantito un posto nella storia degli atti autolesionisti. Ora ha lanciato una guerra nel Golfo. Se gli scettici avessero ragione, e se gli Stati Uniti e Israele non riuscissero a piegare l'Iran ma innescassero invece una corsa agli armamenti generalizzata in Medio Oriente, gli errori di Trump meriterebbero un capitolo a parte.

Per inquadrare il fenomeno, la colonna ricorre al lavoro della storica Barbara Tuchman, autrice del libro "The March of Folly: From Troy to Vietnam" pubblicato nel 1984, che analizza decisioni autodistruttive dall'antichità all'era di Nixon. Tuchman distingue tra catastrofi imputabili a singoli individui e disastri prodotti da intere classi dirigenti. Tra i primi colloca l'imperatore azteco Montezuma, che nel sedicesimo secolo si arrese passivamente a poche centinaia di soldati spagnoli pur disponendo di eserciti potenti e di una città di 300.000 abitanti, anche dopo che consiglieri e familiari avevano capito che gli invasori erano semplici uomini avidi d'oro e non divinità vendicatrici.

La perdita delle colonie americane da parte della Gran Bretagna nel diciottesimo secolo è invece un esempio di responsabilità collettiva. Re Giorgio III e i suoi ministri, secondo Tuchman, "trasformarono in ribelli" gli americani attraverso anni di rapporti deteriorati. Le cause furono lo snobismo, l'arroganza e l'ignoranza delle realtà del nuovo mondo. Già all'epoca i politici dell'opposizione britannica avvertivano che l'America valeva molto più di qualsiasi tassa potesse essere riscossa lì e che una guerra sarebbe stata rovinosa. I duchi e i conti che governavano Londra paragonarono però i sudditi coloniali a bambini che dovevano essere obbedienti. Il conte di Sandwich rassicurò la Camera dei Lord sostenendo che gli americani non avrebbero combattuto perché erano "uomini grezzi, indisciplinati e codardi".

Secondo Tuchman, gli storici imparano poco dai singoli governanti sciocchi, perché i loro errori sono troppo frequenti e troppo influenzati dalle personalità individuali. L'interesse vero sta negli atti autolesionisti compiuti da una classe dirigente e che persistono oltre la vita politica di un singolo leader. I singoli incapaci possono fare molti danni, ma per produrre catastrofi epocali serve la persistenza nell'errore. L'inettitudine dei governi britannici del Settecento era una "follia del sistema" e la guerra americana in Vietnam coinvolse tre presidenti consecutivi.

Applicando questa griglia al presente, l'Economist osserva che molto dipende dal fatto che le visioni politiche di Putin, Netanyahu e della nuova guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei siano più ampie dei singoli leader e possano quindi sopravvivere alla loro uscita di scena. Lo stesso vale per Trump. Se le sue stranezze fossero solo sue, la sua influenza svanirebbe alla fine del mandato. Le sue scelte però sono rese possibili da un gruppo molto più ampio di repubblicani eletti e di elettori. La domanda è se i suoi errori siano sistemici.

Su questo punto Tuchman non offre conforto, perché individua una categoria specifica di malgoverno: l'incompetenza tipica degli imperi che scivolano nella decadenza. I padri fondatori americani riflettevano sul declino della repubblica romana verso un impero corrotto e brutale. Temevano imperatori tirannici come Caligola, che ribattezzò templi in suo onore, fece erigere statue d'oro di sé stesso e si dilettava a umiliare le antiche élite romane, compresi i senatori codardi che gli avevano consegnato poteri assoluti. Molti romani comuni amavano Caligola come uno showman che costruiva monumenti di marmo, organizzava parate militari e si godeva i combattimenti dei gladiatori, tanto più sanguinosi tanto meglio. Per mostrare il suo disprezzo verso le classi dirigenti, Caligola minacciò di nominare console il suo cavallo.

Trump, appassionato di statue dorate, monumenti di marmo e combattimenti in gabbia, non ha ancora nominato un cavallo nel suo gabinetto. Ha però scelto cortigiani senza qualifiche per posizioni di alto rango, dove gareggiano nel mostrare la loro lealtà mentre litigano per privilegi marginali della carica. La speranza, conclude l'Economist, è che queste follie siano specifiche dell'era Trump e reversibili con una o due elezioni. Una decadenza istituzionalizzata sarebbe un errore molto più difficile da correggere.

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La CIA smentisce Trump: "L'Iran può resistere al blocco navale per almeno altri 3 o 4 mesi"


Un'analisi riservata dell'intelligence americana stima anche che Teheran conserva ancora il 70% dei missili e il 75% dei lanciarazzi mobili. Intanto la benzina negli Usa non tornerà ai livelli pre-guerra prima del 2027 anche se si trovasse un accordo ora.

L'Iran può sopravvivere al blocco navale americano per almeno tre o quattro mesi prima di scivolare in un collasso economico più grave. È la conclusione di un'analisi riservata della Central Intelligence Agency, consegnata questa settimana ai vertici dell'Amministrazione Trump, secondo quanto riporta il Washington Post citando quattro fonti che hanno avuto accesso al documento. Una stima che smentisce in pieno l'ottimismo mostrato in pubblico dal presidente sulla fine imminente della guerra.

Il rapporto contiene anche un secondo elemento che ridimensiona la narrazione della Casa Bianca. Teheran conserverebbe, infatti, circa il 70% delle scorte missilistiche pre-belliche e circa il 75% dei lancia missile mobili. Un funzionario americano ha aggiunto che il regime ha riaperto quasi tutti i depositi sotterranei, riparato i missili danneggiati e ne ha assemblati di nuovi a partire da unità quasi complete già all'inizio del conflitto.

L'intelligence statunitense, osserva il Washington Post, ha spesso prodotto valutazioni più caute rispetto alle dichiarazioni della Casa Bianca. Stavolta però i numeri però contrastano troppo con quanto affermato mercoledì da Trump nello Studio Ovale. Il presidente aveva infatti detto che i missili iraniani sono "in gran parte decimati" e che ne resta "il 18%, 19%".
Il rapporto CIA sull'Iran — FocusAmerica

Il rapporto riservato CIA sull'Iran

L'Iran resisterà per mesi al blocco navale,
i numeri della CIA smentiscono Trump


Un rapporto riservato consegnato all'Amministrazione stima la tenuta del regime di Teheran in 3-4 mesi prima del collasso economico. Le scorte missilistiche residue sono molto più alte di quanto dichiarato dalla Casa Bianca.

Fonte: Washington Post — 4 fonti con accesso al documento Aggiornato a maggio 2026

La stima dell'intelligence americana

3-4
mesi

È il tempo che Teheran può sostenere il blocco navale americano prima di scivolare in un collasso economico più grave.
Analisi riservata · Central Intelligence Agency

Esplora i dati
1 Resistenza 2 Missili 3 Benzina USA 4 Cronologia

Quanto può durare il regime

3 o 4 mesi prima del collasso, secondo Langley


Il blocco navale è in vigore dal 14 aprile, dopo il fallimento dei colloqui di pace in Pakistan. Si applica a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani.

Margine di tenuta economica iraniana sotto blocco navale

Casa Bianca: collasso imminente

Stima CIA: 3-4 mesi

01m2m3m4mal collasso

Trump: "fine imminente" del conflitto
CIA: finestra 3-4 mesi prima del collasso

500 mln $
Perdite giornaliere stimate dalla Casa Bianca per Teheran

Saturazione
Principale terminal petrolifero iraniano, secondo Bessent

La leadership iraniana sarebbe diventata più radicale, determinata e sempre più convinta di poter superare la volontà politica americana. Anche un blocco prolungato per mesi non costringerebbe il regime a piegarsi.
Fonte Washington Post · D. Citrinowicz, INSS Tel Aviv

L'arsenale residuo

Trump afferma 18-19%, l'intelligence stima 70-75%


Il rapporto CIA assegna a Teheran scorte e capacità di lancio molto superiori a quanto dichiarato pubblicamente dal presidente nello Studio Ovale.

Scorte missilistiche
Residuo rispetto al pre-conflitto

Stima CIA
~70%

Trump
~19%

Lancia missili mobili
Residuo rispetto al pre-conflitto

Stima CIA
~75%

Casa Bianca
n.d.

Depositi sotterranei
Stato operativo dopo i raid

Intelligence USA
Quasi tutti riaperti

Linea ufficiale
"Decimati"

Cosa significa

Per controllare lo Stretto di Hormuz contano sempre meno i missili a medio raggio: basta un piccolo drone per colpire una nave e far saltare le coperture assicurative sulle petroliere.

L'effetto sul mercato americano

Il prezzo della benzina USA non tornerà ai livelli pre-bellici prima del 2027


Anche se l'accordo con Teheran arrivasse oggi e Hormuz riaprisse subito, gli analisti convergono su un orizzonte di mesi per il pieno recupero.

Pre-guerra
~3,00$
Per gallone

Oggi
4,54$
Media nazionale (AAA)

Aumento di oltre 1,50 dollari al gallone rispetto a prima del conflitto
Il rientro del rincaro per fasi, secondo GasBuddy

1

1-3 mesi dalla riapertura
Rientra il primo terzo dell'aumento


Recupero

2

3-6 mesi successivi
Rientra il secondo terzo


Recupero

3

Inizio 2027
Solo allora si tornerebbe ai prezzi pre-bellici

100%
Recupero

L'Iran però ha dimostrato di poter chiudere lo Stretto di Hormuz e può minacciare di farlo di nuovo in modo credibile: basterebbe poco per dissuadere gli armatori dal riprendere i traffici senza un via libera da Teheran, e far salire di nuovo i prezzi del petrolio.
G. Brew · Eurasia Group, su Foreign Affairs

Le tappe del conflitto

Dal cessate il fuoco al nuovo rapporto CIA


Tocca un evento per i dettagli.

7 aprile 2026
Annunciato il cessate il fuoco

L'Amministrazione Trump comunica la sospensione delle ostilità in attesa dei colloqui in Pakistan.

14 aprile 2026
Falliscono i colloqui di pace, parte il blocco navale

Una settimana dopo il cessate il fuoco, fallisce la trattativa in Pakistan. Trump impone il blocco navale, applicato a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani.

Maggio 2026
La CIA consegna l'analisi riservata

Il rapporto, citato dal Washington Post, stima in 3-4 mesi la tenuta economica iraniana e indica l'esistenza di scorte missilistiche residue molto superiori a quelle pubblicamente dichiarate dalla Casa Bianca.

Stessa settimana
Trump: "I missili iraniani sono in gran parte decimati"

Nello Studio Ovale il presidente sostiene che ne resti "il 18%, 19%". Ma i dati dell'intelligence raccontano una realtà molto diversa.

Prossimi mesi
Teheran prova a resistere: spedizioni di petrolio via ferrovia?

L'Iran accumula il greggio sulle petroliere rimaste senza carico, riduce i flussi nei giacimenti per mantenere attivi i pozzi e valuta il trasporto ferroviario attraverso l'Asia centrale.

Inizio 2027
Solo a questo punto la benzina USA potrà tornare ai livelli pre-bellici

Lo confermano S&P Global Energy, Rystad Energy e GasBuddy: anche con una fine duratura del conflitto, serviranno mesi prima che il traffico nello Stretto torni ai volumi precedenti e la situazione dei prezzi torni alla normalità.

Fonti Washington Post (rapporto CIA, 4 fonti) · Axios · AAA · GasBuddy · S&P Global Energy · Rystad Energy · D. Citrinowicz, Institute for National Security Studies (Tel Aviv) · G. Brew, Eurasia Group / Foreign Affairs.

Il blocco navale e la resistenza di Teheran


Trump ha imposto il blocco una settimana dopo il cessate il fuoco annunciato il 7 aprile, dopo il fallimento dei colloqui di pace in Pakistan. Il provvedimento si applica a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che, a causa del blocco navale, il principale terminal petrolifero iraniano sta per saturarsi, con "danni permanenti alle infrastrutture" iraniane. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha quantificato in 500 milioni di dollari al giorno le perdite per Teheran.

Una delle fonti del Washington Post ritiene però che la capacità iraniana di resistere sia perfino superiore alla stima della Cia. La leadership sarebbe diventata "più radicale, determinata e sempre più convinta di poter superare la volontà politica americana". Sul piano operativo, Teheran sta stoccando il petrolio sulle navi cisterna rimaste vuote a causa del blocco, ha ridotto i flussi nei giacimenti per mantenere operativi i pozzi e sta valutando il trasporto via ferrovia del petrolio attraverso l'Asia centrale.

Dal punto di vista militare, gli analisti segnalano che ormai per controllare lo Stretto di Hormuz contano meno i missili a medio raggio e più i droni a basso costo, costruibili in piccoli capannoni. Danny Citrinowicz, ricercatore dell'Institute for National Security Studies di Tel Aviv ed ex capo del settore Iran dell'intelligence militare israeliana, ha dichiarato al Washington Post che basta un piccolo drone per colpire una nave e far saltare le coperture assicurative sulle petroliere. Anche un blocco prolungato per mesi, ha aggiunto, non costringerebbe il regime a piegarsi alle richieste di Washington.

La guerra rischia, insomma, di lasciare l'Iran più forte di prima, con un alleggerimento delle sanzioni, capacità missilistiche e il sostegno ai proxy ancora intatti e l'arricchimento dell'uranio che resta sul proprio territorio.

La benzina resterà cara negli Usa almeno fino al 2027


L'effetto del conflitto si misura anche dentro i confini americani. Secondo un'analisi pubblicata da Axios, anche se l'accordo con Teheran arrivasse adesso e lo Stretto di Hormuz riaprisse subito, i prezzi della benzina resterebbero sopra i livelli pre-guerra almeno fino alle elezioni di midterm. Il prezzo medio negli Stati Uniti è oggi di 4,54 dollari al gallone, contro i poco meno di 3 dollari di prima del conflitto, secondo i dati Aaa.

Patrick De Haan, capo dell'analisi petrolifera di GasBuddy, ha spiegato ad Axios che dopo la riapertura un primo terzo del rincaro rientrerebbe in 1-3 mesi, un secondo terzo nei 3-6 mesi successivi, mentre i prezzi pre-guerra non tornerebbero prima dell'inizio del 2027. S&P Global Energy e la società di consulenza Rystad Energy convergono sullo stesso orizzonte: anche con una fine duratura del conflitto, serviranno mesi prima che il traffico nello Stretto torni ai volumi precedenti.

L'incognita strategica è però più profonda. Gregory Brew, di Eurasia Group, ha scritto su Foreign Affairs che l'Iran ha ormai dimostrato di poter chiudere lo Stretto di Hormuz e può minacciare di farlo di nuovo in modo credibile. Le sue capacità militari sono state degradate, ma non distrutte, e basterebbe poco per dissuadere gli armatori dal riprendere i traffici senza via libera da parte di Teheran.

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Il Pentagono pubblica i file sugli UFO: luci misteriose dalla Luna agli oceani


Pubblicati documenti, foto e video declassificati che documentano avvistamenti dagli anni Quaranta a oggi, inclusi resoconti degli astronauti delle missioni Apollo 12 e 17.

Il Pentagono ha cominciato a rendere pubblico un primo blocco di documenti, fotografie e video declassificati relativi ai cosiddetti fenomeni anomali non identificati, la definizione tecnica con cui il Dipartimento della Difesa indica gli oggetti volanti non identificati. La pubblicazione, avvenuta venerdì 8 maggio, risponde a una direttiva del presidente Donald Trump che chiede maggiore trasparenza su decenni di segnalazioni rimaste senza spiegazione. I file sono stati raccolti su un nuovo sito governativo e altri materiali saranno diffusi a scaglioni nelle prossime settimane.

Il Pentagono ha precisato che i casi inclusi nella prima tranche sono quelli giudicati irrisolti, ovvero episodi che per varie ragioni non sono stati spiegati con certezza. Alcuni dei materiali erano già stati pubblicati in passato, ma nelle nuove versioni le omissioni sono ridotte. Il Dipartimento della Difesa ha aggiunto che decine di milioni di pagine sono in fase di esame e verranno rese disponibili gradualmente.

Tra i documenti più suggestivi ci sono le trascrizioni delle missioni lunari Apollo 12 del 1969 e Apollo 17 del 1972. Durante l'Apollo 12, la seconda missione con sbarco umano sulla Luna, l'astronauta Alan L. Bean riferì al controllo missione di vedere lampi di luce che sembravano allontanarsi nello spazio. Nella trascrizione l'astronauta racconta che le luci pulsavano ogni secondo e che alcuni di quegli oggetti sembravano sfuggire dalla Luna per dirigersi verso le stelle. Il controllo missione ipotizzò che si trattasse di interferenze elettromagnetiche, di origine naturale o artificiale. Tre anni più tardi, durante l'Apollo 17, due astronauti descrissero particelle luminose paragonandole ai fuochi del Quattro di Luglio, la festa nazionale americana. Il pilota del modulo lunare Harrison Schmitt parlò di frammenti angolari che ruotavano nello spazio. Un altro membro dell'equipaggio raccontò di una luce così intensa da impedirgli di dormire, simile al faro di un treno in arrivo. Gli astronauti ipotizzarono che potesse trattarsi di frammenti di ghiaccio.

Anche Buzz Aldrin compare nei documenti: in un debriefing dell'Apollo 11 del 1969 l'astronauta riferì di avere osservato una sorgente di luce piuttosto brillante e un oggetto di dimensioni rilevanti vicino alla Luna, che l'equipaggio ipotizzò potesse essere un raggio laser. Una fotografia della missione Apollo 17 mostra tre punti luminosi disposti a triangolo: il Pentagono, in una didascalia, scrive che non c'è un consenso sulla natura dell'anomalia, ma una nuova analisi preliminare suggerisce che possa trattarsi di un oggetto fisico.

Il rilascio comprende oltre venti file video di oggetti non identificati registrati da sensori militari in luoghi che vanno dalla Siria al Giappone fino al Nord America. Si vedono punti veloci ripresi a distanza e un oggetto a forma di pallone da football americano avvistato sul Mar Cinese Orientale nel 2022. Il filmato più recente risale al primo gennaio di quest'anno e mostra due luci circolari in volo su uno sfondo nero in Nord America. Diversi video provengono da operazioni militari recenti in Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti, dove le truppe statunitensi sono presenti nel quadro delle attività contro lo Stato Islamico.

I rapporti scritti contengono descrizioni dettagliate. Un cablogramma del Dipartimento di Stato del 1994, partito dall'ambasciata americana in Tagikistan, racconta come un pilota tagiko e tre americani, mentre sorvolavano il Kazakistan, avessero visto un oggetto luminoso compiere virate di novanta gradi, movimenti a cavatappi e cerchi a velocità elevata. Un rapporto militare relativo al Mar Egeo del 2023 cita un fenomeno volato a pochi metri dalla superficie dell'oceano, capace di virate di novanta gradi a circa 130 chilometri orari. Un funzionario dell'intelligence statunitense, durante una ricognizione in elicottero, ha riferito di avere incontrato una sfera surriscaldata sospesa sul terreno, che si sarebbe spostata per circa trentadue chilometri prima che ne apparissero altre quattro o cinque, in grado di accendersi e spegnersi. In Siria, nel 2023, un militare ha descritto un oggetto a forma di palla rimbalzante che ha viaggiato a velocità costante di quasi 780 chilometri orari per almeno sette minuti, salvo poi essere classificato come innocuo. Un rapporto del 1948 raccolse testimonianze di aviatori americani e svedesi nei Paesi Bassi su ricorrenti avvistamenti di dischi volanti che, secondo gli osservatori, non sembravano provenire da alcuna cultura terrestre conosciuta.

Gli esperti invitano alla cautela. Sean Kirkpatrick, ex direttore dell'ufficio del Pentagono incaricato di indagare sui fenomeni anomali, ha dichiarato all'Associated Press che molti video vengono spesso interpretati male da chi non conosce la tecnologia militare. Ha citato come esempio un filmato del 2013 girato in Medio Oriente, che mostra un velivolo a forma di stella a otto punte: secondo Kirkpatrick si tratta probabilmente di un motore a reazione caldo che produce un effetto di diffrazione nella telecamera. Senza un'analisi rigorosa, ha aggiunto, la pubblicazione rischia di alimentare speculazioni e teorie cospirative. Un rapporto del Pentagono del 2024 aveva già smentito le affermazioni secondo cui il governo americano avrebbe recuperato tecnologia aliena o confermato l'esistenza di vita extraterrestre.

Trump ha presentato l'iniziativa come il mantenimento di una promessa, scrivendo su Truth Social che le precedenti amministrazioni non sono state trasparenti e che ora i cittadini possono decidere da soli cosa stia accadendo. Il Congresso aveva creato nel 2022 un ufficio dedicato alla declassificazione di questi materiali, e il rapporto pubblicato nel 2024 da quell'ufficio aveva rivelato centinaia di nuovi episodi senza però trovare prove di tecnologie aliene. L'amministratore della NASA Jared Isaacman ha elogiato l'iniziativa su X, scrivendo che l'agenzia resterà chiara su ciò che sa, su ciò che non comprende ancora e su ciò che resta da scoprire.

Una parte del Partito Repubblicano spinge per ulteriore trasparenza. La deputata Anna Paulina Luna, della Florida, in una lettera di marzo aveva chiesto la diffusione di 46 video segnalati da informatori interni: il Pentagono ha fatto sapere che saranno pubblicati più avanti. Il deputato Tim Burchett, del Tennessee, ha ringraziato Trump per avere mantenuto la parola, ma ha avvertito che la trasparenza richiederà tempo. La Sol Foundation, gruppo di ricerca che si occupa di fenomeni anomali, ha sollecitato l'approvazione di una legge che imponga una revisione approfondita dei documenti riservati per fare piena luce su programmi e tecnologie ritenute non di origine umana. Il direttore esecutivo Peter Skafish e il contrammiraglio in pensione Tim Gallaudet, ex amministratore facente funzioni della National Oceanic and Atmospheric Agency, hanno definito il passo positivo ma insufficiente rispetto a decenni di segretezza.

Il sito del Pentagono che ospita i documenti contiene un avvertimento: il linguaggio usato nei rapporti militari riflette l'interpretazione soggettiva di chi li ha redatti e non va considerato una conclusione definitiva su quanto realmente avvenuto.

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La rassegna stampa di sabato 9 maggio 2026


Trump spinge per il ridisegno dei collegi elettorali mentre l'Amministrazione affronta tensioni con l'Iran e pianifica licenziamenti nell'FDA

Questa è la rassegna stampa di sabato 9 maggio 2026

La Corte Suprema della Virginia boccia la nuova mappa elettorale democratica


La Corte Suprema della Virginia ha bloccato con una decisione 4-3 la nuova mappa dei collegi congressuali approvata dai democratici, che avrebbe potuto garantire al partito fino a quattro seggi aggiuntivi alla Camera. I democratici hanno chiesto una sospensiva e pianificano di ricorrere alla Corte Suprema federale.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

L'Amministrazione Trump intensifica la pressione per il ridisegno dei distretti elettorali


Il presidente Trump e i suoi collaboratori stanno spingendo i leader repubblicani della Carolina del Sud e di altri stati del Sud per perseguire piani di ridisegno dei collegi elettorali a metà decennio. L'Alabama ha chiesto alla Corte Suprema di permettere l'uso di una nuova mappa elettorale favorevole ai repubblicani.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill

Trump annuncia un cessate il fuoco temporaneo di tre giorni tra Russia e Ucraina


Il presidente Trump ha confermato che Russia e Ucraina hanno accettato la sua richiesta di un cessate il fuoco di tre giorni e uno scambio di prigionieri. Trump ha espresso la speranza che la tregua possa essere estesa significativamente oltre il weekend.

Fonti: NPR, The Hill

Trump pianifica il licenziamento del commissario FDA Marty Makary


Il presidente Trump ha deciso di licenziare il commissario della Food and Drug Administration Marty Makary, secondo fonti informate. Makary, sostenitore del movimento "Make America Healthy Again", ha avuto scontri con l'amministrazione su politiche riguardanti il vaping, la pillola abortiva e l'approvazione di nuovi farmaci.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Financial Times

Gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni a compagnie cinesi per aver aiutato l'Iran


Il Dipartimento di Stato ha imposto sanzioni a compagnie cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari che hanno permesso all'Iran di colpire le forze americane in Medio Oriente. Le misure si concentrano su aziende che supportano il programma di missili e droni iraniano.

Fonti: Financial Times, New York Times

L'esercito americano uccide due persone in un attacco contro imbarcazione nel Pacifico


L'esercito statunitense ha condotto il terzo attacco in cinque giorni contro una presunta imbarcazione per il traffico di droga nel Pacifico orientale, uccidendo due persone e lasciando un sopravvissuto. Il bilancio totale degli attacchi contro tali imbarcazioni dall'settembre scorso supera ora le 190 vittime.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

L'Amministrazione Trump vuole revocare la cittadinanza a 12 immigrati


L'Amministrazione Trump ha avviato procedimenti per revocare la cittadinanza americana a 12 persone accusate di comportamenti che potrebbero qualificarle per perdere la cittadinanza. La denaturalizzazione è stata raramente invocata in passato nella storia americana.

Fonti: New York Times

Il Pentagono rilascia nuovi documenti su avvistamenti UFO


Il Pentagono ha pubblicato online file "nuovi, mai visti prima" risalenti a decenni fa, relativi a oggetti volanti non identificati. I documenti includono trascrizioni, clip video e registrazioni audio su fenomeni anomali non identificati che il governo non è riuscito a determinare in modo definitivo.

Fonti: New York Times, BBC

General Motors paga 12,75 milioni di dollari per aver venduto dati di localizzazione dei conducenti


General Motors ha accettato di pagare 12,75 milioni di dollari per risolvere le accuse di aver venduto illegalmente i dati di localizzazione e di guida di centinaia di migliaia di californiani a due intermediari di dati. La casa automobilistica aveva precedentemente assicurato ai conducenti che non lo avrebbe fatto.

Fonti: The Guardian

Un giudice dichiara incostituzionali i tagli ai finanziamenti umanistici del Doge


Un giudice federale ha stabilito che la cancellazione di centinaia di sovvenzioni umanistiche per oltre 100 milioni di dollari da parte del "dipartimento di efficienza governativa" di Elon Musk è stata incostituzionale e ha comportato discriminazioni "palesi". I fondi erano stati stanziati dal Congresso per studiosi, scrittori e istituzioni di ricerca.

Fonti: The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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"Il più grande disastro nella storia della privacy dei dati degli studenti": l'attacco hacker a Canvas mostra il pericolo della tecnologia educativa centralizzata.


Giovedì pomeriggio, milioni di studenti di migliaia di università e scuole primarie e secondarie si sono visti bloccare l'accesso a Canvas, un software didattico onnicomprensivo che è diventato di fatto il fulcro di molti corsi. ShinyHunters, un gruppo di hacker specializzato in ransomware, ha violato i sistemi informatici della società madre di Canvas e, a quanto pare, ha rubato "miliardi" di messaggi e avuto accesso ai dati di oltre 275 milioni di persone . Il gruppo ha inoltre bloccato l'accesso a Canvas per gli studenti.

404media.co/the-biggest-studen…

@informatica

@scuola


'The Biggest Student Data Privacy Disaster in History': Canvas Hack Shows the Danger of Centralized EdTech


Thursday afternoon, millions of students at thousands of universities and K-12 schools were locked out of Canvas, a piece of catch-all education technology software that has become the de facto core of many classes. ShinyHunters, a ransomware group, hacked Canvas’s parent company and apparently stole “billions” of messages and accessed more than 275 million individuals’ data, according to the hacking group. The group also locked students out of Canvas.

Later Thursday, Instructure, which makes Canvas, was able to mostly put Canvas back online; it is not clear if the company paid a ransom or not. The breach demonstrates the danger in centralizing the educational and personal data of millions of students in a single service. Canvas is essentially a portal where teachers post assignments and lectures, have discussion boards, and students can message with each other and their teachers and connect with other pieces of education tech software.

Instructure noted on an incident update page that the stolen data includes “certain personal information of users at affected organizations. That includes names, email addresses, student ID numbers, and messages among Canvas users.” Instructure also noted that it was breached twice—once on April 29 and again on Thursday.

Soon after the hack, I called up Ian Linkletter, a digital librarian specializing in emerging education tech, to talk about the implications of the breach. Linkletter has worked in education tech for 20 years and over the last few years has become known for exposing privacy concerns in Proctorio, a remote test proctoring software that rose to prominence during the early days of the COVID-19 pandemic. Linkletter was sued by Proctorio but eventually the case was dropped.

Linkletter told me the Canvas hack is “the biggest student data privacy disaster in history” in part because of its scale and the sensitive nature of what was stolen. This is my conversation with Linkletter, which has been lightly condensed.

404 Media: What do we know about the hack so far?
Linkletter:
At about 1:20 PM [Pacific, Thursday], people started posting screenshots to Reddit of this breach message that they got. Some institutions were cautioning people to change their passwords if they were logged in, right now it just seems like people are in panic mode, some senior administration at schools are in meetings talking about whether they need to cancel finals next week. It’s just the implications are on everything because schools are reliant on this learning management system for everything—communications, grading, finals, everything.

In your email to me, you said you've worked in EdTech for 20 years and you said this is the biggest student data privacy disaster in history. I'm curious what sort of made you frame it that way.
I supported Blackboard [a similar piece of tech] way back in the day and I supported Canvas from about 2017 to 2022 when I worked at the University of British Columbia. And what I was there for when we switched to Canvas in 2017 was the shift from like these scrappy little self-hosted learning management system apps that would be on Canadian servers to this centralized, all eggs-in-one basket faith in a U.S. tech company. This idea that our data would be just as safe with them as it was when we had it. And because this move to the cloud happened so suddenly about 10 years ago, all of a sudden data got centralized. The only way that I can think of that this type of hack where everything went down, where so much was stolen would be if Instructure had access to everybody's data, which doesn't seem necessary. For it to be just so widespread across every customer is something that, like, [we’ve] never seen before.

Because the contents of messages got leaked, it’s really easy for phishing attacks to get customized. Like, Canvas got hacked [...] and continuing our conversation type of thing, you can get some really personal information from people. And that's also new.

I can also imagine messages between students and teachers to be pretty sensitive.
I supported instructors that used Canvas. And so I would hear these stories like, and they're on like the professor’s subreddit and stuff too, like students are telling you that people died [to explain absences]. There's personal circumstances, medical circumstances, accessibility accommodations, disputes, sexual assault allegations, like all sorts of stuff would be getting reported to the instructor using Canvas. If that information is out across hundreds of millions of people, there's a lot of harm that's going to happen.

What will you be kind of monitoring as this plays out?
My biggest concern right now is monitoring the institutional response. I feel very strongly that students should have been warned about this like days ago. And it just took this second hack where students got something in their face notifying them that really made schools respond. So I believe that students need to be warned or else they're going to get harmed. And the longer schools wait to tell students about what’s going on, even the little that they know, the more stress and chaos and potential risk to student privacy and safety is at stake.


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Trump rivela che Melania "odia" quando balla sulle note di Y.M.C.A.


Il presidente racconta che la first lady gli ha chiesto di smettere durante la campagna elettorale del 2024. La canzone disco del 1978, associata alla cultura gay, è diventata il simbolo delle manifestazioni politiche di Trump dal 2016.

Il presidente Donald Trump ha raccontato venerdì che la First Lady Melania Trump "odia" quando lui balla sulle note di Y.M.C.A., il brano disco del 1978 dei Village People che lei ha definito "l'inno nazionale gay". Durante un evento in Florida, Trump ha rivelato che la moglie gli avrebbe chiesto più volte di smettere di esibirsi sulle note della canzone durante la campagna elettorale del 2024.

Da tempo associata alla cultura gay e all’estetica camp, Y.M.C.A. è diventata una delle colonne sonore più riconoscibili del brand politico di Trump fin dal 2016. Il brano viene suonato regolarmente alla fine dei suoi comizi e ha conosciuto una nuova popolarità durante l’ultima campagna presidenziale, anche grazie alla coreografia personale con cui Trump lo accompagna sul palco.

Le parole di Melania


La rivelazione è arrivata durante un evento elettorale in una comunità di pensionati conservatori della Florida che, curiosamente, si chiama The Villages. Rivolgendosi al pubblico, Trump ha scherzato sul disagio della moglie per la sua passione per il brano. "Odia anche quando ballo alla fine", ha detto il presidente. "Odia quando ballo su quella che a volte viene chiamato l’inno nazionale gay. Lo sapete? Lo odia".

Trump si è poi attribuito il merito di avere riportato la canzone in cima alle classifiche. "Quella canzone era al quinto posto 32 anni fa, ed è arrivata al numero uno 32 anni dopo. Non è mai successo niente del genere. Non aveva mai raggiunto il primo posto. Era al quinto posto 32 anni fa, ed è arrivata al numero uno per mesi durante gli ultimi mesi della campagna", ha affermato. "Noi amiamo quella canzone", ha aggiunto, riferendosi al movimento MAGA.

Il presidente ha quindi imitato le parole della moglie: "Lei mi dice: 'Caro, per favore...' sapete che è una donna molto elegante. Mi dice: 'Caro, per favore non ballare. Non è presidenziale'. E io le ho risposto: 'Potrebbe non essere presidenziale, ma sono in testa di 20 punti nei sondaggi o qualcosa del genere'".

La classifica e il ritorno sul palco


Contrariamente a quanto affermato da Trump, al momento dell’uscita nel 1978 Y.M.C.A. raggiunse il secondo posto nella Billboard Hot 100 negli Stati Uniti. Solo 46 anni dopo, nel 2024, è arrivata al primo posto nella classifica Billboard Dance/Electronic Digital Song Sales, dove è rimasta per sei settimane.

La First Lady non è stata l’unica a contestare l’uso del brano da parte di Trump. Victor Willis, frontman dei Village People, aveva inizialmente approvato l’utilizzo della canzone, ma nel 2023 aveva inviato una lettera di diffida. In seguito, però, ha cambiato posizione e ha concesso al presidente la sua benedizione. Sta di fatto che, in perfetto stile trumpiano, alla fine del discorso in Florida, forse con discreto disappunto di Melania, Trump ha lasciato il palco proprio sulle note di Y.M.C.A., eseguendo tutti i suoi iconici passi di danza.

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