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Acerbo (Rifondazione Comunista): bocciato emendamento farsa, rimane legge golpista home.rifondazione.eu/2026/07/1… #ComunicatiStampa

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La riserva petrolifera degli Stati Uniti è ai minimi e gli impianti non reggono più


Biden e Trump hanno autorizzato il rilascio di 352 milioni di barili in 4 anni. Il GAO denuncia guasti, pozzi danneggiati e manutenzioni insufficienti, mentre la guerra con l'Iran continua a mettere sotto pressione i mercati energetici mondiali.

Gli Stati Uniti stanno attingendo alla propria riserva strategica di petrolio a un ritmo che le infrastrutture non sembrano più in grado di sostenere. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, i prelievi sempre più frequenti, l'usura degli impianti e anni di investimenti insufficienti stanno compromettendo la Strategic Petroleum Reserve, ovvero la riserva nazionale di greggio istituita nel 1975 e custodita in 60 caverne saline lungo la costa del Golfo del Messico.

Negli ultimi 4 anni le Amministrazioni Biden e Trump hanno autorizzato i più consistenti rilasci nella storia della riserva, nel tentativo di contenere i prezzi del petrolio in aumento: complessivamente 352 milioni di barili, pari a quasi la metà della sua capacità totale. L'operazione ancora in corso, che prevede il rilascio di 172 milioni di barili autorizzato da Trump a marzo, sottoporrà gli impianti a ulteriori pressioni. Nel frattempo, le scorte sono già scese ai livelli più bassi dal 1983.

Energia · Sicurezza nazionale

Gli Stati Uniti svuotano la riserva di petrolio d’emergenza, ma gli impianti che la custodiscono stanno cedendo

Quattro anni di rilasci record per frenare i prezzi hanno portato le scorte di greggio ai minimi dal 1983. E secondo il GAO la rete di caverne saline che le conserva è tenuta insieme «con i cerotti».
Grafica di FocusAmerica

Riserva strategica di petrolio · 60 caverne saline sulla costa del Golfo del Messico


Scorte ai minimi dal 1983

Rilasci autorizzati negli ultimi 4 anni
352 milioni di barili

Quasi metà della capacità totale della riserva
I rilasci più consistenti nella storia della riserva, autorizzati dalle Amministrazioni Biden e Trump

Il conteggio comprende l’operazione ancora in corso: i 172 milioni di barili autorizzati da Trump a marzo, che sottoporranno gli impianti a ulteriori pressioni.

Le infrastrutture
Una rete tenuta insieme «con i cerotti»
Il deterioramento è documentato da tempo: un rapporto del Government Accountability Office, l’organo di controllo del Congresso, ha messo nero su bianco le ammissioni dei funzionari del Dipartimento dell’Energia.

16
guasti gravi dal 2013, che hanno coinvolto anche le condutture dell’acqua e gli impianti per lo smaltimento

fino a 400 mila
i barili di greggio resi inaccessibili dalla rottura improvvisa di un pozzo in un sito del Texas, nel maggio 2024

Cicli completi di svuotamento previsti dal progetto

1
2
3
4
5
contro decine di prelievi

Le caverne erano state progettate per sopportare non più di cinque cicli completi. Negli anni, Amministrazioni e Congresso vi hanno attinto decine di volte, tra vendite per finanziare la spesa pubblica e rilasci d’emergenza.

Dal rapporto GAO
Gli stessi funzionari del Dipartimento dell’Energia ammettono di tenere insieme il sistema «con i cerotti», senza sapere per quanto tempo potrà continuare a reggere.

La capacità operativa
Le caverne non lavorano più come da progetto
Il Dipartimento dell’Energia stimava a dicembre una capacità molto ridotta rispetto ai parametri originari, sia in estrazione sia in immissione.

Quanto petrolio si può estrarre ogni giorno
−39%

4,4 mln

2,7 mln

Quanto se ne può immettere ogni giorno
−44%

785 mila

440 mila

Progetto originario
Stima attuale (barili al giorno)

In caso di emergenza, una parte del petrolio potrebbe non essere subito disponibile, mentre ricostituire le scorte richiederebbe molto più tempo.

La guerra con l’Iran
Il conflitto ha riportato la riserva al centro
Il timore di nuove limitazioni al traffico nello Stretto di Hormuz continua ad alimentare una forte volatilità sui mercati energetici.

Picco dei futures USA
112,95 $
al barile, con un quinto dell’offerta globale bloccata

Quotazioni attuali
≈74 $
al barile, con le riserve immesse sul mercato

Il rilascio delle riserve strategiche, coordinato con gli altri Paesi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha contribuito a frenare la corsa dei futures statunitensi.

Petrolio mondiale in transito dallo Stretto di Hormuz · prima del conflitto

≈20%

Produzione USA di greggio · milioni di barili al giorno

2008

5 mln

2026

≈14 mln

Il boom dello shale oil ha reso gli Stati Uniti il primo produttore mondiale: oggi dipendono dalle riserve molto meno che in passato.

«È un asset nazionale di importanza strategica e la sua gestione deve essere portata a quel livello», ha dichiarato al Wall Street Journal Clayton Seigle, esperto di sicurezza energetica del Center for Strategic and International Studies.

I costi
Riparare costa, ricostituire le scorte ancora di più
Gli interventi realizzati finora hanno accumulato ritardi e costi superiori alle previsioni, e i fondi stanziati non bastano. Importi in milioni di dollari.

Programma di interventi già avviato · Dipartimento dell’Energia

1.400

Arretrato di manutenzione stimato · a dicembre

230

Una cifra che, secondo il GAO, sottovaluta il fabbisogno reale.

Fondi stanziati dal Congresso per le riparazioni

218

Il costo maggiore resta però fuori dal conto: acquistare il petrolio necessario a ricostituire le scorte. Il Segretario all’Energia Chris Wright ha riconosciuto che ottenere nuovi fondi dal Congresso sarà difficile.

Fonte
Wall Street Journal; Government Accountability Office; Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

Una rete di caverne e pozzi tenuta insieme "con i cerotti"


Il deterioramento delle infrastrutture è ormai documentato da tempo. Un rapporto pubblicato il mese scorso dal Government Accountability Office (GAO), l'organo di controllo del Congresso, rivela che gli stessi funzionari del Dipartimento dell'Energia hanno ammesso di tenere insieme il sistema "con i cerotti", senza sapere per quanto tempo potrà continuare a reggere. Dal 2013 si sono verificati 16 guasti gravi, che hanno coinvolto anche le condutture dell'acqua e gli impianti per lo smaltimento. Nel maggio 2024, la rottura improvvisa di un pozzo in un sito del Texas ha reso inaccessibili fino a 400 mila barili di greggio.

Il problema è strutturale. Le caverne erano state progettate per sopportare non più di cinque cicli completi di svuotamento, ma nel corso degli anni diverse Amministrazioni e maggioranze al Congresso vi hanno attinto decine di volte, attraverso vendite destinate a finanziare la spesa pubblica e rilasci d'emergenza. Il risultato è che la riserva strategica non funziona più secondo i parametri originari.

A dicembre il Dipartimento dell'Energia stimava una capacità di estrazione di soli 2,7 milioni di barili al giorno, contro i 4,4 milioni previsti dal progetto iniziale, e una capacità di immissione di 440 mila barili, rispetto ai 785 mila originari. In caso di emergenza, dunque, una parte del petrolio potrebbe non essere immediatamente disponibile, mentre ricostituire le scorte richiederebbe molto più tempo.

La guerra con l'Iran ha riportato la riserva al centro


La questione è diventata ancora più urgente con la guerra tra Stati Uniti e Iran, che continua ad alimentare una forte volatilità sui mercati energetici. Le tensioni degli ultimi giorni hanno riacceso il timore di nuove limitazioni al traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale, prima del conflitto, transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Il rilascio delle riserve strategiche, coordinato con gli altri Paesi membri dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, ha contribuito a frenare la corsa dei futures statunitensi, arrivati fino a 112,95 dollari al barile quando un quinto dell'offerta globale risultava bloccato. Ora le quotazioni si aggirano intorno ai 74 dollari.

Gli Stati Uniti dipendono oggi dalle riserve strategiche molto meno che in passato: il boom dello shale oil li ha trasformati nel primo produttore mondiale di greggio, con quasi 14 milioni di barili al giorno prodotti quest'anno, rispetto ai 5 milioni del 2008. La crisi iraniana ha tuttavia dimostrato che quelle scorte rimangono una leva fondamentale. "È un asset nazionale di importanza strategica e la sua gestione deve essere portata a quel livello", ha dichiarato al Wall Street Journal Clayton Seigle, esperto di sicurezza energetica del Center for Strategic and International Studies.

Riparazioni costose e fondi ancora insufficienti


Il Dipartimento dell'Energia ha già realizzato alcuni interventi attraverso un programma da 1,4 miliardi di dollari, segnato però da ritardi e costi superiori alle previsioni. A dicembre, lo stesso Dipartimento stimava in circa 230 milioni di dollari l'arretrato degli interventi di manutenzione, una cifra che, secondo il GAO, sottovaluta il fabbisogno reale.

Il Congresso, a maggioranza repubblicana, ha già stanziato 218 milioni di dollari per riparare gli impianti. Resta però da affrontare il costo ben più elevato dell'acquisto del petrolio necessario a ricostituire le scorte. Il Segretario all'Energia Chris Wright ha riconosciuto che ottenere dal Congresso i nuovi fondi sarà difficile. Insomma, gli Stati Uniti continuano ad attingere alla loro principale riserva energetica d'emergenza, mentre le infrastrutture che la custodiscono sono sempre più fragili e le risorse per riempirla restano insufficienti.

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The racists are coming to the heart of Europe:
Tomorrow, Eva Vlaardingerbroek and Martin Sellner are holding a rally in front of the European Parliament supporting "remigration". Remigration is their dream of creating an all-white Europe by deporting and expelling people. Migration is a complex and sensitive topic that we are happy to debate with anyone. But this dog-whistle racism has no part in European politics. If they show up tomorrow, we will be there.

#Remigration #Racism #EUpol

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Giorgia Meloni voleva riscrivere le regole del voto per blindare il proprio potere. Ma nel segreto dell’urna il centrodestra si è sfaldato: l’emendamento sulle preferenze, sostenuto dal governo e ufficialmente da tutta la coalizione, è stato respinto alla Camera con 187 sì e 188 no.

È la fotografia di una maggioranza di cartapesta: compatta davanti alle telecamere, pronta a sbranarsi appena nessuno può controllare il voto. Non una coalizione, ma una tregua armata tra partiti tenuti insieme soltanto dal potere.

Ed è ancora più grave che il crollo sia avvenuto sulla legge elettorale. Mentre salari, sanità e servizi pubblici arrancano, la destra concentra le proprie energie nel cambiare le regole a ridosso delle elezioni, mantenendo capilista bloccati e costruendo un sistema utile soprattutto a chi già comanda.

La farsa è finita. Meloni ritiri questa legge indecente e si occupi finalmente di salari fermi, costo della vita, sanità pubblica, diritto alla casa. Sempre che ne sia capace.

#GiorgiaMeloni #LeggeElettorale #GovernoMeloni #PoliticaItaliana #CrisiDiGoverno #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump si prepara a pubblicare documenti riservati per mettere in dubbio le elezioni di metà mandato


La task force della Casa Bianca pubblicherà entro settimane documenti riservati sulle presunte irregolarità del voto. Il Dipartimento di Giustizia minaccia intanto i funzionari elettorali degli stati

Una task force della Casa Bianca che sta esaminando migliaia di pagine di documenti riservati dell'intelligence e delle forze dell'ordine, alla ricerca di presunte irregolarità nelle elezioni americane, inizierà a pubblicarli entro poche settimane. Lo hanno detto due funzionari a conoscenza del dossier a MS NOW. La pubblicazione rientra in una serie di iniziative con cui il presidente e i suoi collaboratori tornano a mettere in discussione il risultato delle elezioni del 2020, sostengono l'esistenza di frodi elettorali diffuse e puntano a ridurre la fiducia del pubblico nelle elezioni di metà mandato di novembre, che decideranno il controllo del Congresso.

All'operazione parteciperà l'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, l'organismo che coordina le agenzie di spionaggio americane. Il suo capo ad interim, Bill Pulte, non ha esperienza di intelligence, è allo stesso tempo il massimo responsabile federale per le politiche della casa ed è accusato dai democratici di usare a fini politici le informazioni del governo. Secondo i democratici, Trump lo ha messo in quel ruolo per aiutare i repubblicani alle elezioni di metà mandato e, potenzialmente, per limitare il voto dei loro elettori. L'anno scorso Pulte ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di incriminare diversi avversari politici del presidente, tra cui la procuratrice generale di New York Letitia James, sulla base di informazioni sui mutui ottenute dalle banche dati governative. Nessuno di quei casi si è concluso con una condanna.

"Non credo che abbiamo mai visto un'amministrazione così ostile al diritto di voto e a elezioni libere e corrette", ha detto a MS NOW Jonathan Diaz, responsabile per i diritti di voto del Campaign Legal Center, un'organizzazione di vigilanza sull'etica pubblica. Per David Becker, ex avvocato della sezione per i diritti di voto del Dipartimento di Giustizia, la pubblicazione avrà poca presa sulla maggioranza degli americani: "È facile presentarsi a una conferenza stampa e buttare lì un documento di mille pagine con dentro accuse riciclate e già smentite di anni fa", ha detto, ricordando che ogni presunta illegalità dovrebbe comunque superare il vaglio dei tribunali. Becker ha detto di non temere la pubblicazione, perché quella del 2020 "è l'elezione più esaminata della storia mondiale", ma di temere che la Casa Bianca e il governo federale siano diventati "forse il principale amplificatore della disinformazione" che punta a delegittimare la democrazia americana.

Martedì Harmeet Dhillon, una dirigente del Dipartimento di Giustizia nominata da Trump, ha minacciato di azione penale i funzionari elettorali di tutti gli stati nel caso conteggino schede votate da persone senza cittadinanza americana, secondo alcune lettere visionate da MS NOW. La minaccia rilancia una teoria del complotto promossa da Trump e smentita da tempo: le ricerche e le verifiche degli stati hanno accertato che il voto dei non cittadini è estremamente raro, riguarda un numero minimo di schede e non è organizzato in modo coordinato. La vicegovernatrice repubblicana dello Utah, Deidre Henderson, che è la massima responsabile elettorale del suo stato, ha scritto sui social che una decina di tribunali ha giudicato illegali le precedenti richieste con cui Dhillon voleva ottenere dagli stati i dati privati degli elettori. "Stamattina è arrivata un'altra lettera d'amore dal Dipartimento di Giustizia, piena di minacce di azione penale", ha scritto Henderson. "È un comportamento davvero bizzarro per l'agenzia federale che dovrebbe proteggere i diritti civili".

Questa settimana Dhillon ha anche comunicato ai funzionari del Michigan che il Dipartimento di Giustizia invierà osservatori federali in tre città a forte maggioranza democratica, tra cui Lansing, durante le primarie statali del 4 agosto. Il Michigan ospita a novembre una corsa molto contesa per il Senato e, proprio a Lansing, un seggio della Camera in bilico che entrambi i partiti considerano decisivo. A fine giugno la FEMA, l'agenzia federale per la gestione delle emergenze, ha pubblicato nuovi requisiti che impongono agli stati di rivedere il modo in cui organizzano le elezioni, pena la perdita dei fondi federali antiterrorismo assegnati dal Dipartimento della Sicurezza Interna, da cui la FEMA dipende.

"Trump ha adottato un approccio che coinvolge l'intero governo per influenzare i risultati elettorali", ha detto a MS NOW Mark Blumberg, che per vent'anni ha indagato sui casi di diritto di voto nella divisione per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia. "Potrebbe essere assolutamente catastrofico". Oltre a Pulte, Trump ha nominato procuratore generale ad interim Todd Blanche, il suo ex avvocato difensore, e ha messo alla guida dell'FBI Kash Patel, un suo ex collaboratore alla Casa Bianca. Secondo gli esperti di elezioni, i tre non hanno alcun ruolo legale nell'amministrazione del voto o nel conteggio delle schede: possono indagare sulle interferenze straniere, ma la Costituzione stabilisce che fissare le regole del voto e contare le schede spetta solo ai funzionari statali e locali, in alcuni casi al Congresso.

Con un ordine esecutivo della scorsa primavera Trump ha provato a riscrivere unilateralmente le regole elettorali federali e a usare il servizio postale per limitare chi può votare, una cosa mai tentata da nessun presidente nella storia americana. Nei giorni scorsi la sua amministrazione ha anche svuotato la commissione federale che aiuta gli stati a organizzare le elezioni, licenziandone i due commissari democratici.

All'inizio dell'anno l'allora direttrice dell'intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, accompagnò gli agenti dell'FBI che, con un mandato firmato da un giudice, portarono via centinaia di scatoloni di schede e registri elettorali del 2020 da un seggio della contea di Fulton, in Georgia, un'area a forte maggioranza democratica. Gli esperti temono che Pulte possa fare qualcosa di simile il giorno del voto di novembre: ottenere un mandato, presentarsi in un seggio e assistere al sequestro di registri e macchine per il voto da parte dell'FBI, con la motivazione di un'indagine federale su presunte interferenze straniere. Per Jessica Marsden, legale dell'organizzazione non profit Protect Democracy, un'operazione del genere potrebbe interrompere il voto o il conteggio dei risultati. I democratici chiederebbero probabilmente ai giudici federali di ordinare la restituzione delle macchine, citando una legge del 1948 che vieta ad agenti federali armati e soldati di entrare nei seggi.

Marsden sta invitando i funzionari elettorali locali a chiedere fin da ora ai legali e alle forze dell'ordine di stati e contee come risponderebbero se l'FBI provasse a sequestrare con la forza macchine, registri o schede, in modo da proteggere la catena di custodia del materiale elettorale fino alla proclamazione dei risultati. Tra gli altri scenari che gli esperti considerano possibili ci sono osservatori del Dipartimento di Giustizia che a Detroit e Lansing annunciano presunti voti di non cittadini e raid dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, nelle aree democratiche di stati in bilico come Texas e Georgia, che scoraggerebbero il voto dei cittadini naturalizzati per paura di un arresto. "Non ha precedenti", ha detto Marsden. "Se nel 2010 mi aveste detto che avremmo fatto questa conversazione, non ci avrei creduto".


Trump svuota l'agenzia federale che aiuta gli Stati a organizzare le elezioni


Il presidente Donald Trump ha licenziato via email i due commissari democratici dell'unica agenzia federale dedicata alle elezioni, svuotandola completamente a pochi mesi dal voto di metà mandato, le elezioni di novembre che rinnoveranno il Congresso a metà del suo mandato.

I due commissari, Thomas Hicks e Benjamin Hovland, hanno ricevuto l'email di licenziamento il 9 luglio. Erano stati scelti dai democratici del Congresso. La vicepresidente della commissione, la repubblicana Christy McCormick, si era già dimessa il mese precedente, mentre il quarto posto era rimasto vacante all'inizio dell'anno, quando il repubblicano Donald Palmer aveva lasciato l'incarico per entrare nella Heritage Foundation, un centro studi conservatore. Così la Election Assistance Commission è rimasta del tutto priva di membri.

Per approvare qualsiasi decisione la commissione ha bisogno del voto di almeno tre dei suoi quattro componenti. Riempire i posti vacanti potrebbe richiedere mesi. "Queste rimozioni lasciano l'agenzia senza guida e incapace di svolgere le sue principali responsabilità", ha dichiarato Michael Waldman, presidente del Brennan Center for Justice, il centro di ricerca giuridica della New York University.

La decisione arriva dopo una sentenza della Corte Suprema del 29 giugno che ha ampliato molto il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, quelle che il Congresso ha costruito per tenere al riparo dal controllo diretto della Casa Bianca. La Corte ha però esentato la Federal Reserve, la banca centrale americana, bloccando il tentativo di Trump di rimuovere una delle sue governatrici, Lisa Cook. Un funzionario della Casa Bianca ha detto che quella sentenza dà al presidente la facoltà di licenziare i commissari, anche se non è ancora chiaro se l'agenzia elettorale rientri davvero in quel potere ampliato.

In una nota la Casa Bianca ha dichiarato che il presidente "si riserva il diritto di rimuovere individui che potrebbero non essere del tutto allineati con l'importante compito di garantire la sicurezza delle elezioni americane e di assicurare che ogni voto legale venga contato".

La Election Assistance Commission è l'unica agenzia federale che si occupa esclusivamente di amministrazione delle elezioni. Il Congresso la creò con l'Help America Vote Act dopo le contestate elezioni presidenziali del 2000, per aiutare gli stati a migliorare la gestione del voto senza però centralizzarla a Washington. Ha soprattutto un ruolo di sostegno: distribuisce i fondi elettorali federali, gestisce il modulo nazionale per registrarsi al voto per posta, controlla e certifica le macchine per votare e offre linee guida agli amministratori locali. Le sue raccomandazioni sono volontarie e non ha alcun potere sanzionatorio.

Per legge la commissione deve restare bipartisan: non può avere più di due membri dello stesso partito. I commissari sono nominati dal presidente sulla base delle indicazioni dei leader repubblicani e democratici di Camera e Senato. La nomina passa poi al Senato per la conferma.

Stati Uniti · Midterm 2026
Quattro seggi, zero commissari: Trump svuota l’agenzia che assiste le elezioni

Il 9 luglio la Casa Bianca ha licenziato via email i due membri democratici della Election Assistance Commission; l’unica commissaria repubblicana rimasta si è dimessa. A quattro mesi dal voto di metà mandato, l’organismo che distribuisce i fondi agli Stati e certifica i sistemi di voto non può più prendere alcuna decisione.
Grafica di FocusAmerica

Seggi previsti dalla legge

In carica dopo il 9 luglio
4

0
Due democratici
e due repubblicani

La Commissione
non ha più quorum

Palmer
Dimissioni
apr 2026

Hicks
Licenziato
9 lug 2026

Hovland
Licenziato
9 lug 2026

McCormick
Dimessa
9 lug 2026

In quota democratica
In quota repubblicana

È il primo banco di prova dei nuovi poteri di rimozione che la Corte Suprema ha riconosciuto al presidente

Esplora l’analisi
ILa cronologia IILe sentenze IIIE adesso

Dallo scontro sulle regole del voto alla Commissione vuota
Tocca ogni tappa per leggere il dettaglio. La Costituzione affida la gestione delle elezioni soprattutto agli Stati e al Congresso: finora i tribunali hanno bloccato gran parte dei tentativi del presidente di modificarla per decreto.

2002
Nasce la Election Assistance Commission

Il Congresso la istituisce con l’Help America Vote Act, legge bipartisan firmata da George W. Bush dopo il caos del voto del 2000: quattro seggi, due democratici e due repubblicani.

MARZO 2025
L’ordine esecutivo sulla prova di cittadinanza

Trump ordina di inserire nel modulo nazionale di registrazione al voto l’obbligo di documentare la cittadinanza. La Commissione non lo applica e un giudice federale blocca la disposizione: il presidente ha oltrepassato i propri poteri.

29 GIUGNO 2026
La Corte Suprema amplia i poteri del presidente

Con la sentenza Slaughter (6 voti a 3) i giudici stabiliscono che il presidente può rimuovere senza giusta causa i vertici delle agenzie indipendenti. Cade un precedente che resisteva dal 1935.

9 LUGLIO 2026
La Commissione resta senza membri

I due democratici Hicks e Hovland vengono licenziati con un’email della Casa Bianca; la repubblicana McCormick si dimette. Palmer aveva già lasciato in aprile: nessun commissario in carica.

3 NOVEMBRE 2026
Le elezioni di metà mandato

Senza quorum l’agenzia non può distribuire nuovi fondi agli uffici elettorali né certificare i sistemi di voto. La gestione delle urne resta comunque nelle mani degli Stati.

Due sentenze in un giorno tracciano il confine del potere presidenziale
Il 29 giugno la Corte Suprema ha dato al presidente mano libera sulle agenzie indipendenti, ma ha riconosciuto alla Federal Reserve una tutela speciale. Solo Roberts e Kavanaugh hanno votato con la maggioranza in entrambi i casi.

Trump v. Slaughter · Federal Trade Commission

Via libera alle rimozioni
6–3

Maggioranza: i sei giudici conservatori
Il presidente può licenziare senza giusta causa i membri delle agenzie esecutive indipendenti. È il principio invocato dalla Casa Bianca per le rimozioni all’EAC.

Il caso Lisa Cook · Federal Reserve

L’eccezione della banca centrale
5–4

Maggioranza: Roberts e Kavanaugh con i tre giudici liberal
La governatrice Cook resta in carica: prima di rimuovere un membro della Fed servono preavviso e possibilità di replica. L’indipendenza della banca centrale fa eccezione.

Giudici conservatori
Giudici liberal
Cerchio vuoto: in dissenso
Roberts e Kavanaugh, in maggioranza in entrambe

Un’agenzia congelata a quattro mesi dal voto
Senza commissari l’EAC non può deliberare: nuovi fondi agli Stati, certificazione dei sistemi di voto e modulo nazionale di registrazione restano fermi finché il Senato non confermerà le nuove nomine.

0
Commissari in carica
Sui quattro seggi previsti dall’Help America Vote Act

>1 mld $
Fondi per la sicurezza del voto distribuiti dal 2018 al 2025
Stima del Bipartisan Policy Center

4
Nomine necessarie per far ripartire la Commissione
Ognuna richiede la conferma del Senato

2002
L’anno in cui il Congresso ha istituito l’agenzia
Con una legge bipartisan firmata da George W. Bush

Cosa succede ora

Ricorso

Hicks e Hovland possono impugnare il licenziamento
Il caso potrebbe risalire fino alla Corte Suprema e precisare quanto lontano arriva il principio fissato dalla sentenza Slaughter.

Nomine

La Casa Bianca può proporre nuovi commissari
Ogni nomina passa dalla conferma del Senato, un processo tutt’altro che rapido. In alternativa, i quattro seggi possono restare vacanti.

Midterm

Il voto di novembre resta nelle mani degli Stati
La rimozione non cambia lo svolgimento delle elezioni, ma priva gli uffici elettorali locali di nuovi fondi e del supporto federale.

Fonte Associated Press, Votebeat, ProPublica, NBC News, SCOTUSblog. Dati aggiornati al 10 luglio 2026.

Non è la prima agenzia elettorale che Trump svuota. All'inizio dell'anno aveva rimosso un commissario democratico della Federal Election Commission, l'autorità che vigila sul finanziamento delle campagne, senza che la mossa finisse in tribunale. Quella commissione è priva del numero legale da aprile 2025, quando sono usciti altri due membri repubblicani. Da allora non può più emettere linee guida.

I repubblicani hanno provato più volte, senza riuscirci, a eliminare la Election Assistance Commission, che Joe Biden aveva raddoppiato durante il suo mandato. Oggi conta appena 65 dipendenti dopo una serie di tagli decisi da Trump. Per anni l'agenzia era rimasta senza numero legale, incapace di aggiornare le linee guida sul voto, finché nel 2019 il Senato non aveva confermato nuovi commissari.

Diversi funzionari elettorali democratici hanno criticato la decisione. I segretari di stato, che nei singoli stati americani sono i principali responsabili dell'organizzazione del voto, dovranno ancora una volta colmare il vuoto lasciato dal governo federale, ha detto Cisco Aguilar, presidente dell'associazione che riunisce i segretari di stato democratici.

La commissione perde così la capacità di formulare raccomandazioni condivise tra i due partiti proprio nei mesi che precedono il voto, mentre il presidente prova a rimodellare in modo aggressivo il modo in cui il paese vota. Da settimane la sua amministrazione spinge per un ruolo più diretto del governo federale nelle elezioni di novembre.


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Trump rinuncia al pedaggio del 20% su Hormuz dopo le proteste dei Paesi del Golfo


Il presidente sostituisce la tariffa sulle navi con nuovi impegni di investimento da parte dei Paesi del Golfo negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, chiede a Netanyahu di ritirare le truppe israeliane dalla Siria e dal Libano.
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Donald Trump ha ritirato oggi la proposta di imporre un pedaggio del 20% alle navi in transito nello Stretto di Hormuz. La tariffa sarà sostituita da nuovi "accordi commerciali e di investimento che i vari Stati del Golfo concluderanno negli Stati Uniti", ha annunciato il presidente su Truth Social. Il dietrofront è arrivato poche ore prima dell'entrata in vigore del blocco navale statunitense contro l'Iran, mentre nello Stretto di Hormuz le forze americane e iraniane si scambiavano attacchi per il quarto giorno consecutivo.

L'International Maritime Organization, l'agenzia marittima delle Nazioni Unite, aveva in precedenza ricordato che non esiste alcuna base giuridica per imporre pedaggi obbligatori alle navi che attraversano uno stretto internazionale. Soprattutto, come osservato da Axios, la proposta americana finiva paradossalmente per legittimare la pretesa dell'Iran di riscuotere tariffe per il transito nelle stesse acque: una richiesta che Trump aveva respinto fino a pochi giorni prima.

Due funzionari di Paesi del Golfo hanno riferito ad Axios che l'annuncio di Trump aveva colto di sorpresa l'intera regione, inducendo diversi governi a chiedere chiarimenti ai propri interlocutori alla Casa Bianca. La questione è stata affrontata anche oggi, durante la telefonata in cui Trump ha presentato all'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, le condoglianze per la morte del padre.

Ricevendo il primo ministro iracheno, il presidente ha poi raccontato di essere stato contattato da "re ed emiri" che gli chiedevano di abbandonare il progetto. "Non credo che nessuno debba imporre una tariffa per attraversare lo Stretto o qualsiasi altro stretto al mondo", ha dichiarato ai giornalisti. "Non mi piace il concetto di pedaggio, ma allo stesso tempo non è giusto che proteggiamo questa rotta per il mondo intero senza ricevere alcuna forma di compensazione". I nuovi investimenti, ha aggiunto, rappresentano una contropartita migliore.

Già prima della guerra con l'Iran, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein si erano impegnati a investire complessivamente oltre 2.000 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi anni. Secondo Trump, i nuovi accordi renderanno "quella cifra ancora più grande".

Trump chiede a Netanyahu il ritiro dalla Siria e dal Libano


Intanto giovedì scorso, durante una telefonata con Benjamin Netanyahu, Trump ha chiesto a Israele di avviare il ritiro delle proprie forze dalla Siria e di procedere nella stessa direzione anche in Libano. Lo hanno riferito sempre ad Axios funzionari statunitensi e israeliani.

Secondo un alto funzionario americano, il presidente ha spiegato al primo ministro israeliano che la presenza militare nei territori siriani alimenta le tensioni e aumenta il rischio di un'escalation. "Non vi vogliono lì. Dovreste ridispiegare le truppe", gli avrebbe detto, estendendo la richiesta anche al Libano. L'ufficio di Netanyahu ha replicato che il premier "ha ribadito la necessità di mantenere zone di sicurezza lungo i confini di Israele".

La telefonata è avvenuta il giorno successivo all'incontro tra Trump e il presidente siriano Ahmad al-Sharaa, a margine del vertice NATO in Turchia. Per mesi l'Amministrazione americana ha lavorato a un accordo di sicurezza tra Israele e Siria che prevedeva il graduale ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024. Washington avrebbe però concluso che Netanyahu non è disposto a fare le concessioni necessarie.

A poco più di tre mesi dalle elezioni del 27 ottobre, decisive tanto per la sua sopravvivenza politica quanto per il suo futuro giudiziario, Netanyahu dispone di pochissimo margine per cedere. Esponenti di primo piano del suo governo chiedono infatti che Israele mantenga a tempo indeterminato il controllo delle aree occupate nel sud della Siria e del Libano, considerate indispensabili per impedire un nuovo attacco come quello del 7 ottobre.

Alcuni ministri e parlamentari spingono persino per la costruzione di insediamenti ebraici nelle stesse aeree, anche se nelle ultime settimane proprio nel sud della Siria si sono moltiplicate le proteste contro la presenza israeliana, sfociate anche in scontri tra civili e soldati.

Il negoziato bloccato sul ritiro dal Libano


Oggi intanto i mediatori statunitensi hanno incontrato a Roma diplomatici israeliani e libanesi per discutere l'attuazione dell'accordo quadro firmato a Washington il 26 giugno. Il testo impegna Israele a ritirarsi da due "zone pilota" nel sud del Libano e a consentire il dispiegamento dell'esercito libanese, ma finora le truppe israeliane sono rimaste nelle loro posizioni.

Beirut chiede quindi un calendario preciso per il ritiro. Israele sostiene invece di dover prima verificare che nelle due aree non siano più presenti armi o infrastrutture militari di Hezbollah. Le autorità libanesi replicano che questo accertamento dovrebbe essere affidato all'esercito statunitense. Il negoziato resta quindi bloccato proprio sul meccanismo che dovrebbe consentire l'inizio del ridispiegamento israeliano.

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L'inflazione Usa rallenta al 3,5%, ma la guerra con l'Iran prepara un nuovo shock energetico


A giugno i prezzi hanno registrato il calo mensile più marcato dall'aprile 2020, grazie soprattutto all'energia. Ma il dato fotografa una situazione già superata: il Brent è salito oltre gli 86 dollari e il traffico nello Stretto di Hormuz è quasi paralizzato.

L'inflazione americana ha rallentato a giugno, sostenuta dal netto calo dei prezzi dell'energia. L'indice dei prezzi al consumo è aumentato del 3,5% nei dodici mesi terminati a giugno, in sensibile frenata rispetto al 4,2% di maggio. Su base mensile, i prezzi sono diminuiti dello 0,4%, dopo il rialzo dello 0,5% registrato il mese precedente: si tratta della contrazione più marcata dall'aprile 2020.

A determinare il rallentamento è stata soprattutto l'energia, i cui prezzi sono scesi del 5,7% in un solo mese, dopo il balzo del 3,9% di maggio. Ma anche l'inflazione core, che esclude le componenti più volatili rappresentate da alimentari ed energia, ha continuato a rallentare, passando dal 2,9% al 2,6% su base annua. Il rapporto, tuttavia, fotografa una situazione in larga parte già superata. I dati si fermano a giugno e non incorporano la nuova impennata del prezzo del petrolio provocata nelle ultime due settimane dalla ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran.

Questa mattina il Brent, riferimento internazionale del greggio, era scambiato a 86,53 dollari al barile: oltre il 20% in più rispetto al primo luglio e il 17% sopra i livelli precedenti alla guerra. Lunedì aveva chiuso con un rialzo del 9,6%, dopo che il presidente Donald Trump aveva annunciato il ripristino del blocco navale statunitense contro i porti iraniani. Il WTI, riferimento per il mercato americano, ha invece raggiunto gli 80 dollari.

Stati Uniti · Inflazione e petrolio

L’inflazione americana rallenta, ma la guerra con l’Iran ha già fatto risalire il petrolio


A giugno i prezzi al consumo sono scesi dello 0,4% in un mese, il calo più marcato da aprile 2020. Il dato però non incorpora l’impennata del greggio innescata nelle ultime due settimane dalla ripresa delle ostilità.

Grafica di FocusAmerica

Indice dei prezzi al consumo — variazione sui 12 mesi

Maggio
4,2%

Giugno
3,5%

il livello più alto da oltre tre anni
la prima frenata in cinque mesi

Anche l’inflazione core, che esclude alimentari ed energia, è scesa dal 2,9% al 2,6%: il raffreddamento non riguarda soltanto la benzina.

Atto 1 · Il raffreddamento
La sola energia trascina giù l’intero indice
Come sono cambiati i prezzi a giugno rispetto a maggio, dati destagionalizzati. La benzina da sola è scesa di quasi il 10%.

Il calo mensile dell’energia è il più ampio da aprile 2020 e arriva dopo il balzo del 3,9% registrato a maggio.

Atto 2 · Il controshock
Il greggio è già tornato a correre
Il rapporto sull’inflazione si ferma a giugno: non registra il rialzo del petrolio provocato dalla ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran.

86,53 $
Brent, dollari al barile — 14 luglio 2026

+9,6%
in un solo giorno, lunedì, dopo l’annuncio del ripristino del blocco navale contro i porti iraniani

+20%
rispetto al prezzo del 1º luglio, prima della rottura della tregua

+17%
sopra i livelli precedenti all’inizio della guerra

Il WTI, riferimento per il mercato americano, ha raggiunto gli 80 dollari al barile.

Atto 3 · Lo Stretto
Lo Stretto di Hormuz è ormai vicino alla paralisi
Ogni quadrato rappresenta una nave. Prima del conflitto ne transitavano oltre 130 al giorno; ieri appena dieci, secondo la società di analisi marittima Kpler.
Transiti di ieri: 10 Transiti venuti a mancare: oltre 120

−92%
di transiti rispetto ai livelli prebellici. Eurasia Group stima che possano stabilizzarsi tra il 5% e il 15%: in quello scenario il Brent può salire fino a 95 dollari al barile.

Il punto · Un equilibrio fragile
Salari e prezzi ora corrono alla stessa velocità
Dopo tre mesi di arretramento dei salari reali, retribuzioni e inflazione crescono entrambe intorno al 3,5% annuo. Il probabile rincaro della benzina rischia di cancellare in fretta questo equilibrio.

Per la Federal Reserve il dato di giugno riduce la pressione per un rialzo imminente dei tassi. Ma con la guerra in corso, avverte Goldman Sachs Asset Management, l’ipotesi di nuovi aumenti resta tutt’altro che archiviata.

Fonte: Bureau of Labor Statistics (CPI, giugno 2026); Kpler; Eurasia Group; Goldman Sachs Asset Management. Dati di mercato al 14 luglio 2026.

Hormuz vicino alla paralisi


Intanto il traffico nello Stretto di Hormuz è ormai tornato ai minimi termini. Ieri lo hanno attraversato appena dieci navi, contro le oltre 130 al giorno registrate prima del conflitto, secondo i dati della società di analisi marittima Kpler. Eurasia Group stima che i transiti possano stabilizzarsi tra il 5% e il 15% dei livelli prebellici e prevede che così facendo il petrolio possa arrivare a salire fino a 95 dollari al barile.

Gli attacchi iraniani contro le petroliere hanno reso il passaggio sempre più pericoloso. Due navi cargo emiratine sono state colpite da missili cruise nelle acque territoriali dell'Oman: un membro dell'equipaggio è morto e altri 8 sono rimasti feriti, quattro dei quali in modo grave, secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti. Una terza nave, la Stolt Magnesium, ha preso fuoco dopo essere stata raggiunta da un ordigno non identificato, come riferito dalla compagnia armatrice Stolt Tankers.

Il nuovo dilemma della Fed


Il rallentamento dell'inflazione registrato a giugno potrebbe allontanare la prospettiva di nuovi rialzi dei tassi nel corso dell'anno. La guerra con l'Iran, però, costringe la Federal Reserve a mantenere ancora aperta ogni opzione. "Il buon dato sull'inflazione riduce la pressione sulla Fed per un rialzo imminente, ma la ripresa delle ostilità con l'Iran significa che l'ipotesi di nuovi aumenti dei tassi è tutt'altro che archiviata", ha scritto Kay Haigh, responsabile globale del reddito fisso e delle soluzioni di liquidità di Goldman Sachs Asset Management.

Le pressioni sui prezzi, del resto, non provengono soltanto dal petrolio. Anche i dazi continuano a trasferirsi sui consumatori, mentre il boom dell'intelligenza artificiale alimenta nuovi costi e i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 3% in un anno. Sul fronte energetico potrebbe inoltre profilarsi un secondo shock proveniente dalla Russia, alle prese con una carenza di carburante legata alla guerra contro l'Ucraina. Patrick De Haan, responsabile dell'analisi petrolifera di GasBuddy, ha descritto lo scenario come "un doppio colpo, con pochi ammortizzatori disponibili".

Per i lavoratori americani, il dato di giugno rappresenta perlomeno una tregua. Dopo tre mesi di calo dei salari reali, la crescita annua delle retribuzioni ha raggiunto quella dei prezzi: entrambe si attestano intorno al 3,5%. In altre parole, i salari hanno smesso di perdere potere d'acquisto, ma non hanno ancora recuperato terreno. Il probabile rincaro della benzina rischia però di spezzare rapidamente questo fragile equilibrio. Con le elezioni di metà mandato sempre più vicine, il caro carburante potrebbe così trasformarsi in un serio problema politico per Trump e per il Partito Repubblicano.

Questa voce è stata modificata (11 ore fa)

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Subpoenas to NYT have nothing to do with national security


New York, July 11, 2026 — The New York Times revealed early this morning that the Trump administration subpoenaed its journalists over reporting that the new Air Force One, which was gifted to the president by Qatar and retrofit at a cost of hundreds of millions of taxpayer dollars, was deemed unsafe to fly President Donald Trump back from the NATO summit in Turkey.

According to the Times, the Federal Bureau of Investigation had previously requested it not report on the debacle, calling it a national security matter.

The following can be attributed to Freedom of the Press Foundation (FPF) Chief of Advocacy Seth Stern.

“We’ve long said that when the government claims it needs to investigate journalists to protect national security, it really means its own reputational security. This is as clear an example as you can get. The administration’s embarrassment that it reportedly charged taxpayers hundreds of millions of dollars to retrofit a flying bribe that still isn’t secure enough for hostile times does not supersede the need for a free and independent press. These kinds of stories show us exactly why we need to protect journalists and whistleblowers — without them, we’d never know about this sort of waste and incompetence.”

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/subpoenas…

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Come spiega @reiniervanlanschot.volteuropa.org, europarlamentare di Volt, aumentare la spesa militare serve a poco se continuiamo a comprare armi in ordine sparso, duplicare sistemi e dipendere dagli Stati Uniti per intelligence, comando e deterrenza.

La vera domanda non è soltanto quanto spendiamo, ma se stiamo costruendo una forza europea capace di agire, proteggersi e decidere autonomamente.

Servono acquisti comuni, un’industria della difesa integrata, una catena di comando europea e una strategia condivisa. Non per indebolire la NATO, ma per renderla più equilibrata e meno dipendente dalle scelte di un singolo presidente americano.

Continuare come abbiamo sempre fatto significa ottenere gli stessi risultati: più spesa, più frammentazione, la stessa debolezza.

Una difesa comune europea non è più un’idea da rimandare.
È una necessità politica e strategica!

#DifesaEuropea #NATO #AutonomiaStrategica #EsercitoEuropeo #SicurezzaEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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OTD: 386BSD Jailbreaks the Computer World for the Rest of Us


ON THIS DAY – JULY 14

It was on this day in 1992 that Lynne Jolitz and William Jolitz released 386BSD to the world.

This was one of the quiet turning points of the modern age, even if most people have never heard the name.

William and Lynne Jolitz had been working to port BSD Unix, tangled up at the time in licensing disputes and a lawsuit, so that it could run on cheap, ordinary 386 PCs instead of expensive institutional workstations. On this day in 1992, they released the result of that work to anyone who wanted it.

No corporate gatekeeper, no license fee, no permission needed. Just a working Unix like operating system that anyone with a 386 machine and some curiosity could get their hands on, study, and change.

For most of computing history up to that point, “real” operating systems were proprietary, locked down, and priced for institutions, never for individuals.

386BSD said the opposite was possible.

And it caught on fast.

Months prior, a Finnish student named Linus Torvalds released Linux. Between the two of them, the free operating system era had truly arrived. FreeBSD, NetBSD, and OpenBSD all trace their lineage straight back to what the Jolitzes released this day, and Linux would go on to become the backbone of the modern internet, of Android phones, and of nearly every supercomputer on the planet.

This is foundational open source and, in the party of open source advocacy, and the party that is a sort of open source project in its own right, that calls for remembrance.

Two people wrote something powerful and, instead of locking it away, they gave it to everyone.

That single choice is the same choice that has always separated a future where knowledge is hoarded by the few from one where it is shared and built upon by the many.

Open source has never really been a modern invention or a purely western one. It is the accumulation of knowledge that people everywhere have fought, quietly and loudly, to keep free rather than let it be locked in someone else’s desk drawer.

Every time that knowledge stays open, ordinary people keep the tools to survive, to build, and to say no to whoever would rather they didn’t know how.

We remember today as an important one, and we honor Lynne and William Jolitz for their work and their decision made on this day.


uspirates.org/otd-386bsd-jailb…

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Irish trigger warning! 🇮🇪

I apologise to all listening Irishmen and women, for butchering the Gaelic language in my address to Taoiseach Micheál Martin. Just like the rest of my speech, it was spoken with great affection for Ireland and the Irish.

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Israele voleva riportare Ahmadinejad al potere in Iran: il piano segreto fallito del Mossad


Per anni il Mossad avrebbe coltivato l'ex presidente iraniano come possibile alternativa al regime, rivela il New York Times. A febbraio l'operazione per reinsediarlo alla guida del Paese è fallita: ora Ahmadinejad sarebbe agli arresti domiciliari.

Per anni Israele avrebbe mantenuto contatti segreti con Mahmoud Ahmadinejad, considerandolo un possibile alleato per guidare l'Iran dopo un eventuale cambio di regime. Lo rivela un'inchiesta del New York Times, basata sulle testimonianze di fonti americane e iraniane informate sull'operazione. Un paradosso clamoroso, considerando che l'ex presidente iraniano è noto per aver negato l'Olocausto e invocato più volte la distruzione dello Stato ebraico.

Il piano è entrato nella sua fase decisiva alla fine di febbraio, nei primi giorni della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, quando il Mossad avrebbe tentato di sottrarre Ahmadinejad alla sorveglianza del regime. L'operazione, però, è clamorosamente fallita e oggi l'ex presidente si troverebbe agli arresti domiciliari, sotto la custodia dell'intelligence dei Guardiani della Rivoluzione.

L'incontro segreto a Budapest


Israele attribuiva all'operazione un'importanza tale che David Barnea, allora direttore del Mossad, si sarebbe recato personalmente a Budapest nel 2024 per incontrare Ahmadinejad. Poco dopo, secondo ex funzionari americani, l'intelligence israeliana aveva informato la CIA dei contatti in corso. A fornire la copertura fu una conferenza sul clima organizzata dalla Ludovika University su richiesta di un alto funzionario del governo ungherese.

Il rettore Gergely Deli, che ha confermato la vicenda, ha raccontato di aver agito da "prestanome": "Se due nemici vogliono parlarsi, è meglio fare il possibile perché lo facciano". Negli ultimi anni Israele avrebbe inoltre sostenuto le spese di viaggio e di soggiorno dell'ex presidente, incontrato più volte all'estero. I primi contatti documentati risalirebbero almeno a un suo viaggio in Guatemala nel 2023.

Il raid, la fuga e il piano per rovesciare il regime


Il 28 febbraio un raid israeliano ha colpito il complesso di Ahmadinejad a Teheran, prendendo di mira l'edificio che ospitava le sue guardie del corpo e la sua automobile blindata. Subito dopo, secondo quattro alti funzionari iraniani, una Peugeot nera guidata da agenti del Mossad lo ha prelevato e condotto in un rifugio segreto all'interno del Paese.

Da lì sarebbe dovuta partire l'operazione per rovesciare il regime e riportare Ahmadinejad al potere. Il piano comprendeva anche l'apertura di un secondo fronte, mai attuato: armare i gruppi di opposizione curdi presenti nel nord dell'Iraq, farli entrare nell'Iran occidentale e spingerli ad avanzare verso Teheran.

Ahmadinejad, tuttavia, sarebbe rimasto irritato per le modalità con cui era stato portato via e sempre più scettico sulla possibilità di tornare al potere grazie al supporto di Israele. Decise quindi di lasciare il suo rifugio in circostanze ancora poco chiare ed è riapparso in pubblico soltanto lunedì scorso, ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno del conflitto. Nei filmati appare a capo chino, con la mascherina abbassata sul mento e circondato da uomini che sembrano appartenere alle forze di sicurezza.

L'ambizione di diventare l'"Eltsin iraniano"


Secondo i suoi collaboratori, Ahmadinejad si era convinto che non avrebbe mai potuto riconquistare il potere finché la Repubblica Islamica fosse rimasta in piedi. Il regime, del resto, aveva respinto per tre volte la sua ricandidatura alle elezioni presidenziali. Alle persone più vicine aveva confidato di volersi presentare come un riformatore capace di guidare la transizione, sul modello di Boris Eltsin dopo il crollo dell'Unione Sovietica.

Avrebbe inoltre promesso che, una volta tornato alla guida dell'Iran, avrebbe riconosciuto l'esistenza dello Stato di Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo. Il Mossad non ha risposto alle richieste di commento del New York Times, mentre il portavoce di Ahmadinejad ha rifiutato di pronunciarsi sulla vicenda.

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Digital Rights and Equality Symposium


Oxfam Ireland is hosting the Digital Rights and Equality Symposium on 21 October 2026 at O’Reilly Hall, University College Dublin. This all-day event will bring together policymakers, regulators, civil society and private sector leaders from Ireland and internationally to address a central question: how do we ensure the digital transformation reduces—rather than deepens—inequality?

The post Digital Rights and Equality Symposium appeared first on European Digital Rights (EDRi).

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1/2 🔎 When facts change, adequacy must be reviewed.

🚨 After the US Supreme Court’s ruling in the Trump vs Slaughter case on the Federal Trade Commission's (lack of) independence, civil society is urging the European Commission to immediately reassess the EU-US adequacy decision.

Read our call to the European Commission, together with 36 civil society organisations and experts ➡️ edri.org/our-work/when-the-fac…

in reply to EDRi

2/2 🔎 The #GDPR requires the European Commission to keep adequacy decisions under continuous review. When the legal or institutional conditions change, the Commission has a duty to reassess whether an adequate level of protection still exists.

📣 Adequacy is a living legal mechanism, not a political label. The credibility of the GDPR depends on applying that principle consistently, and the European Commission must act accordingly.

#GDPR
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Contos #7 – Balla Sardigna, quando la tradizione sarda parla ai giovani

Al festival Sciampitta 2026 di Quartu Sant’Elena, un gruppo di giovani musicisti ha dimostrato che il folk sardo può ancora emozionare — e conquistare nuove generazioni. C’è un momento, durante ogni edizione di Sciampitta, in cui il palco di piazza Mercato smette di essere solo un palco e diventa una macchina sucontu.wordpress.com/2026/07/…

#7
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Dodici Stati americani fanno causa per bloccare la fusione tra Paramount e Warner Bros


La coalizione di Stati guidata dalla California sostiene che l’operazione ridurrebbe drasticamente la concorrenza nel cinema e nella tv via cavo. Chiedono un ordine restrittivo per impedire la chiusura dell’accordo.

I procuratori generali di 12 Stati americani a guida democratica, tra cui California, New York e Washington, hanno intentato una causa per bloccare l’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance, un’operazione da 110 miliardi di dollari. La loro iniziativa potrebbe ritardare o impedire il completamento dell’accordo, con un costo potenziale di centinaia di milioni di dollari per Paramount.

La coalizione di Stati ha chiesto alle due società di non perfezionare la fusione fino alla conclusione del procedimento e ha annunciato la presentazione di un’istanza per ottenere un ordine restrittivo temporaneo. All’azione legale partecipano anche Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico e Oregon.

Il rischio di una concentrazione senza precedenti


Secondo gli Stati che hanno presentato la causa, la fusione tra le due società danneggerebbe la concorrenza in almeno tre settori. Il primo è quello della distribuzione cinematografica su larga scala: a operazione conclusa, tre soli distributori controllerebbero il 75% dei film, mentre i primi quattro — il nuovo gruppo nato dalla fusione, Disney, Universal e Sony — arriverebbero all’86%.

Nel mercato dei film di maggiore incasso, invece, Paramount e Warner Bros supererebbero insieme il 30%, con una quota complessiva del 90% nelle mani dei primi quattro distributori. Il terzo fronte è quello della tv via cavo: Warner Bros è attualmente il secondo operatore e Paramount il terzo; insieme raggiungerebbero il 27% del mercato.

Antitrust · L’industria dell’intrattenimento

La fusione più grande nella storia di Hollywood finisce in tribunale

Dodici Stati a guida democratica, con in testa la California, hanno fatto causa per bloccare l’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance. Il Dipartimento di Giustizia aveva già approvato l’operazione a giugno.

Grafica di FocusAmerica 13 luglio 2026

La causa in due numeri
Paramount Skydance + Warner Bros Discovery

L’operazione
0mld $

contro

Stati in causa
0

L’acquisto di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance
I procuratori generali democratici che vogliono bloccare la fusione

Gli Stati hanno chiesto alle due società di non chiudere la fusione fino alla fine del processo: in caso contrario presenteranno un’istanza per un ordine restrittivo temporaneo.

L’accusa

Dopo la fusione, quattro gruppi controllerebbero quasi tutto il cinema americano


Le quote di mercato che, secondo la causa, il nuovo gruppo e gli altri grandi studios avrebbero a operazione conclusa.

I film distribuiti in tutte le sale del Paese
27%al nuovo gruppo

Le uscite cinematografiche su scala nazionale

27%


primi 3: 75%
0100%

Tre soli distributori controllerebbero il 75% di questi film; con Disney, Universal e Sony i primi quattro arriverebbero all’86%.

I blockbuster ad alto incasso previsto
>30%al nuovo gruppo

I grandi titoli da cui arriva la maggior parte degli incassi

>30%


0100%

Il 90% di questi film sarebbe nelle mani dei primi quattro distributori.

I canali della tv via cavo
27%al nuovo gruppo

La vendita dei canali di base agli operatori via cavo e satellitari

27%

0100%

La quota nascerebbe dall’unione del 2° operatore del mercato, Warner Bros, con il 3°, Paramount.

Nuovo gruppo Paramount–Warner Bros Disney, Universal e Sony Altri gruppi del settore

Le posizioni

Gli Stati temono i prezzi, Paramount si appella allo streaming


Le due tesi che il giudice federale dovrà mettere a confronto.

Chi vuole fermare la fusione

Prezzi più alti, qualità inferiore e meno contenuti per il cinema e la televisione

Rob Bonta, procuratore generale della California

Con gli Stati si sono schierati i sindacati degli sceneggiatori (per la presidente della WGA West è “una delle peggiori fusioni mai proposte”) e Cinema United, l’associazione delle sale cinematografiche.

La difesa di Paramount

Un concorrente più forte contro le piattaforme dominanti dello streaming e della tecnologia

Ciò che nascerebbe dalla fusione, secondo la società

Per Paramount la causa distorce il diritto antitrust e ritardare l’operazione danneggerebbe i lavoratori dell’intrattenimento: la sola California ha già perso decine di migliaia di posti nel settore.

Il quadro regolatorio

Washington ha detto sì, ma la partita resta aperta su tre fronti


A che punto è l’esame dell’operazione tra Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea.

Via libera
Dipartimento di Giustizia (Usa)
Ha approvato l’acquisizione a giugno.

Causa
12 Stati a guida democratica
Chiedono a un giudice federale di bloccare la fusione, con un possibile costo di centinaia di milioni di dollari per Paramount in caso di ritardi.

Indagine
Regno Unito
L’autorità per la concorrenza ha aperto un’indagine formale il mese scorso.

Verso l’ok
Unione Europea
I regolatori sembrano orientati a un via libera con condizioni: secondo Bloomberg, Paramount valuta la cessione di parte delle reti tv per bambini.

Gli Stati contro le grandi fusioni: i precedenti

Live Nation – Ticketmaster

Quest’anno una coalizione bipartisan di 33 Stati ha portato avanti con successo una causa antitrust contro il colosso dei biglietti.

Nexstar – Tegna

Un gruppo di Stati ha ottenuto da un giudice federale il blocco della fusione, nonostante l’ok del Dipartimento di Giustizia e della FCC.

La causa conferma il crescente attivismo dei procuratori generali statali contro i grandi gruppi industriali, per colmare quello che considerano un vuoto lasciato dalle autorità federali.

Fonte Elaborazione FocusAmerica sulla causa presentata dai procuratori generali di 12 Stati contro la fusione Paramount Skydance–Warner Bros Discovery, sulle dichiarazioni delle parti e su Bloomberg per le indiscrezioni relative all’esame europeo.

“La fusione illegale di questi due colossi dell’intrattenimento porterebbe a prezzi più alti, qualità inferiore e meno contenuti per il cinema e la televisione, danneggiando le sale, i distributori della tv via cavo e, in ultima analisi, il pubblico, su ogni divano e in ogni cinema degli Stati Uniti”, ha dichiarato il procuratore generale democratico della California, Rob Bonta.

L’iniziativa ha ricevuto il sostegno dei sindacati degli sceneggiatori, la Writers Guild of America West e la Writers Guild of America East. La presidente della WGAW, Michele Mulroney, ha definito l’operazione come “una delle peggiori fusioni mai proposte”, mentre per il presidente della WGAE, Tom Fontana, le conseguenze sulle industrie americane dell’intrattenimento e dell’informazione sarebbero “un disastro assoluto”.

Favorevole alla causa anche Cinema United, l’associazione delle sale cinematografiche, secondo cui un’ulteriore concentrazione degli studios produrrebbe effetti “significativi e duraturi” sui cinema locali di tutto il Paese.

Paramount: “La fusione rafforzerà la concorrenza”


Paramount ha respinto tutte le accuse, sostenendo che la causa “distorce i principi consolidati del diritto antitrust e si fonda su una rappresentazione errata della concorrenza nell’attuale industria dell’intrattenimento”. Secondo l’azienda, la fusione permetterebbe invece di creare “un concorrente più forte contro le piattaforme dominanti dello streaming e della tecnologia”, accusate di aver indebolito il mercato cinematografico e l’occupazione nel settore.

Un portavoce di Paramount ha inoltre affermato che ritardare l’operazione danneggerebbe ulteriormente i lavoratori dell’intrattenimento, dopo che la California ha già perso decine di migliaia di posti di lavoro nel comparto.

Il Dipartimento di Giustizia aveva già approvato l’acquisizione a giugno, ma l’operazione resta sotto esame anche all’estero. L’autorità britannica per la concorrenza ha aperto il mese scorso un’indagine formale, mentre i regolatori dell’Unione Europea sembrerebbero orientati verso un via libera subordinato ad alcune condizioni. Secondo Bloomberg, Paramount sarebbe disposta a cedere parte delle attività legate alle reti televisive per bambini pur di ottenere l’approvazione europea.

La causa presentata dai 12 Stati conferma, a ogni modo, il crescente attivismo dei procuratori generali statali contro i grandi gruppi industriali, nel tentativo di colmare quello che considerano un vuoto lasciato dalle autorità federali. Quest’anno una coalizione bipartisan di 33 Stati aveva già portato avanti con successo una causa antitrust contro Live Nation e Ticketmaster. Un altro gruppo di Stati ha invece ottenuto da un giudice federale il blocco della fusione tra Nexstar e Tegna, nonostante l’approvazione del Dipartimento di Giustizia e della Federal Communications Commission.

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Anche l'uomo ucciso dall'ICE in Maine non era l'obiettivo degli agenti


Joan Sebastian Guerrero, colombiano di 26 anni, è stato ucciso mentre usciva di casa in auto. Il capo della sicurezza interna prima ha parlato di un mandato a suo carico, poi si è corretto

Per la seconda volta in sei giorni un agente dell'ICE, l'agenzia federale americana che si occupa dei controlli sull'immigrazione e delle espulsioni, ha ucciso un uomo alla guida della sua auto che non era l'obiettivo dell'operazione in corso. Joan Sebastian Guerrero, un colombiano di 26 anni, è stato colpito lunedì 13 luglio verso le 7 del mattino (le 13 in Italia) a Biddeford, una città costiera di circa 22mila abitanti nel Maine, nel nord-est degli Stati Uniti. Il 7 luglio a Houston, in Texas, era stato ucciso in circostanze simili Lorenzo Salgado Araujo, un messicano di 52 anni.

Il dipartimento della sicurezza interna, il ministero da cui dipende l'ICE, ha diffuso la sua versione solo dodici ore dopo i fatti. Gli agenti stavano sorvegliando l'ultimo indirizzo conosciuto di un immigrato irregolare destinatario di un ordine definitivo di espulsione, un uomo è uscito dalla casa in auto e gli agenti hanno tentato di fermarlo. A quel punto, secondo il comunicato, "il veicolo ha tentato di fuggire" e un agente, "temendo per la sicurezza pubblica", ha aperto il fuoco. Il conducente è stato colpito ed è morto per le ferite. Il comunicato non spiega perché l'uomo rappresentasse un pericolo per la sicurezza pubblica. In una comunicazione separata inviata ad alcuni membri del Congresso il dipartimento ha usato parole più nette, sostenendo che il conducente aveva usato il veicolo come un'arma contro le forze dell'ordine.

La comunicazione ufficiale è stata contraddittoria. Il senatore del Maine Angus King, un indipendente, ha riferito che il segretario alla sicurezza interna Markwayne Mullin gli aveva detto in un primo momento che l'uomo ucciso era destinatario di un mandato d'arresto e di un ordine di espulsione. Poche ore dopo Mullin lo ha richiamato per correggersi: Guerrero non era l'obiettivo dell'operazione. Secondo la Maine Immigrants' Rights Coalition, un'organizzazione per i diritti degli immigrati in contatto con la famiglia, Guerrero aveva un permesso di lavoro e un numero di previdenza sociale, un dato che le autorità federali non hanno confermato. Faceva il fattorino, era sposato e aveva una figlia piccola. L'ambasciata della Colombia sta assistendo la famiglia e ha chiesto chiarimenti al dipartimento sulle circostanze della morte.

Nessun video completo dei fatti è finora emerso e nessuno degli agenti indossava una telecamera, nonostante l'amministrazione si fosse impegnata a estenderne l'uso. I testimoni avevano descritto un'auto bianca speronata dai veicoli degli agenti e il conducente estratto dall'abitacolo mentre perdeva sangue dalla testa. L'inchiesta è affidata all'ispettore generale del dipartimento, il suo organo di controllo interno, insieme all'FBI. Anche il procuratore generale del Maine ha aperto un'indagine. L'agente che ha sparato è stato sospeso in attesa dei risultati.

Il caso ricalca quello di Houston. Gli agenti cercavano altre due persone e avevano scambiato il furgone di Salgado Araujo per quello dell'obiettivo. Secondo la versione ufficiale l'uomo aveva tentato la fuga e usato il mezzo contro gli agenti, ma i familiari che viaggiavano con lui la smentiscono e anche in quel caso non c'erano telecamere in funzione. Il procuratore della contea di Harris ha emesso una ventina di mandati di comparizione per raccogliere prove e testimonianze, lamentando che il governo federale non condivide le prove con i suoi investigatori. Il Senato del Messico ha condannato la morte di 17 cittadini messicani legata all'azione delle autorità americane dell'immigrazione durante il secondo mandato del presidente, chiedendo indagini approfondite su ogni caso.

La governatrice del Maine, la democratica Janet Mills, ha scritto che la correzione di Mullin "rende questa tragedia ancora più inquietante e rivoltante" e che mette in luce "il modo sconsiderato e disordinato in cui vengono condotte le operazioni di controllo dell'immigrazione nel Maine e in tutto il paese". Centinaia di persone hanno manifestato per le strade di Biddeford, anche davanti agli uffici della senatrice repubblicana Susan Collins, che ha chiesto un'indagine "completa e imparziale". Per King la sparatoria è il risultato della quota di 2.000 arresti al giorno imposta agli agenti dalla Casa Bianca: "È un modo terribile di dare istruzioni alle forze dell'ordine", ha detto alla CNN.

Guerrero è l'undicesima persona uccisa dagli agenti federali dell'immigrazione dal ritorno del presidente alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, e la quinta colpita mentre era alla guida. Secondo un conteggio del New York Times, dall'anno scorso gli agenti federali hanno sparato contro più di 20 persone, in diversi casi con ricostruzioni ufficiali poi smentite dai video, mentre gli arresti giornalieri di immigrati sono raddoppiati nell'ultima settimana di giugno e continuano a crescere. Seth Stoughton, ex agente di polizia e professore di diritto all'Università della South Carolina, aveva spiegato a Mother Jones che da decenni le polizie americane addestrano gli agenti a non mettersi davanti a un veicolo in movimento e a non sparare ai conducenti, perché colpire chi guida non ferma l'auto: la trasforma "da missile guidato in missile senza guida".

Mullin è arrivato alla guida del dipartimento quest'anno, dopo la rimozione di Kristi Noem, criticata per la gestione delle operazioni in Minnesota, dove a gennaio gli agenti federali hanno ucciso due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti. Le loro morti, riprese in video e diffuse sui social, avevano innescato grandi proteste a Minneapolis e contribuito a rendere impopolare la politica anti-immigrazione del presidente. Anche nel Maine un'operazione su larga scala era iniziata a gennaio con centinaia di arresti: si chiamava "Operation Catch of the Day", un riferimento all'industria della pesca dello Stato, e da allora i residenti di Biddeford riferiscono una presenza frequente degli agenti nella zona.


Ucciso da un agente dell'ICE a Houston, ma non era lui l'obiettivo dell'operazione


Un agente dell'immigrazione statunitense ha ucciso a Houston un uomo che non era l'obiettivo dell'operazione. Lorenzo Salgado Araujo, cittadino messicano di 52 anni che viveva da 35 anni negli Stati Uniti, è stato colpito all'addome durante un fermo stradale, martedì mattina, ed è morto poche ore dopo in ospedale. Gli agenti stavano cercando in realtà altri 2 uomini, uno dei quali guatemalteco, che ritenevano viaggiassero a bordo di un furgone bianco.

Al volante del mezzo c'era però Araujo, che era diretto al lavoro insieme ad altri tre operai, mentre i due ricercati non erano a bordo. La circostanza è stata confermata da una portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, citata dal New York Times. Secondo la ricostruzione ufficiale del Dipartimento, alcune settimane prima gli agenti avevano sorvegliato un indirizzo collegato a uno dei ricercati, notando due furgoni bianchi. Tornati sul posto martedì, avrebbero individuato "un furgone bianco con una persona che somigliava all'obiettivo" e avviato il fermo. Nessuno degli agenti indossava una body camera in quel momento.

Le autorità sostengono ora che Araujo abbia usato il veicolo come un'arma, tentando di investire un agente, che avrebbe quindi sparato per legittima difesa. Al momento, tuttavia, non sono stati resi pubblici video o altri elementi indipendenti in grado di confermare questa versione. Araujo lascia 3 figli, tutti cittadini statunitensi in quanto nati su territorio americano.

Stati Uniti · Immigrazione
Gli agenti cercavano altri due uomini. A Houston l’ICE ha ucciso la persona sbagliata

Lorenzo Salgado Araujo, 52 anni, è stato colpito all’addome durante un fermo stradale mentre andava al lavoro con la sua squadra di operai. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha confermato che non era l’obiettivo dell’operazione. Nessuno degli agenti indossava una body camera.

Grafica di FocusAmerica 11 luglio 2026

Il caso in quattro numeri

0
Anni al momento della morte

0
Anni vissuti negli Stati Uniti

0
Figli, tutti cittadini americani

0
Body camera sugli agenti

Gli agenti stavano cercando due uomini che ritenevano a bordo di un furgone bianco. Una portavoce del Dipartimento ha confermato al New York Times che nessuno dei due era sul mezzo guidato da Araujo.

Le due versioni
Le autorità parlano di legittima difesa, i testimoni la smentiscono

La ricostruzione del Dipartimento per la Sicurezza Interna a confronto con quella dei tre operai che viaggiavano con Araujo.

La versione delle autorità
Dipartimento per la Sicurezza Interna
Settimane prima, durante la sorveglianza di un indirizzo collegato a uno dei ricercati, gli agenti notano due furgoni bianchi.
Martedì mattina individuano «un furgone bianco con una persona che somigliava all’obiettivo» e avviano il fermo.
Araujo avrebbe usato il veicolo come un’arma, tentando di investire un agente, che avrebbe sparato per legittima difesa.
Nessun video o elemento indipendente è stato reso pubblico a sostegno di questa ricostruzione.

La versione dei testimoni
I tre passeggeri, tramite l’avvocato Hugo Balderas Ibarra
Verso le 6.30 il gruppo è diretto a un cantiere edile, dopo una sosta per comprare ghiaccio e acqua.
Quando si accorge di essere seguito da un veicolo senza contrassegni, Araujo cerca di allontanarsi; l’auto degli agenti gli taglia la strada e sperona il furgone che procede a passo d’uomo.
Un agente scende e apre il fuoco dal lato del passeggero, colpendo Araujo in maniera letale.
«Non c’è mai stato un agente davanti al veicolo, né alcun agente si è mai trovato in pericolo»

Ciò che manca per stabilire la verità

0
Body camera indossate dagli agenti

0
Telecamere installate sui veicoli

0
Video diffusi dalle autorità federali

L’assenza di body camera e dashcam è stata confermata alla deputata Sylvia Garcia dal direttore facente funzione dell’ICE, David Venturella.

Le indagini
Tre inchieste aperte, con tre prospettive diverse

Sul caso lavorano due autorità federali e la procura locale, che teme di non ricevere le prove chiave.

1
Ispettorato generale del Dipartimento per la Sicurezza InternaFederale

Guida l’indagine interna sull’operazione e sulla condotta degli agenti coinvolti.

2
FBI, ufficio di HoustonFederale

Indaga sull’episodio, ma al momento lo tratta come un’aggressione ai danni di un agente federale.

3
Procura della contea di HarrisLocale

Il procuratore Sean Teare ha aperto un’indagine autonoma, ma teme che le autorità federali non condividano le prove raccolte.

Il precedente pesa: a Minneapolis i funzionari federali avevano parlato di legittima difesa per le uccisioni di Alex Pretti e Renee Good, due cittadini statunitensi che protestavano contro le operazioni dell’ICE. Testimoni e video hanno poi smentito quella ricostruzione.

Il contesto
La campagna di espulsioni in quattro cifre

Il caso di Houston si inserisce nella stretta sull’immigrazione voluta dall’Amministrazione Trump dal gennaio 2025.

0
Arresti al giorno: l’obiettivo fissato per l’ICE dalla Casa Bianca
Amministrazione Trump

0+
Persone contro cui gli agenti hanno aperto il fuoco da settembre 2025, quasi tutte a bordo del proprio veicolo
Ricostruzioni di stampa

0
Persone uccise da agenti dell’immigrazione dal ritorno di Trump alla Casa Bianca
Conteggio del Guardian (dato minimo)

0
Morti nei centri di detenzione federali del Texas nello stesso periodo
Analisi del Texas Tribune (dato minimo)

La reazione del Messico
Città del Messico passa alle vie legali

La presidente Claudia Sheinbaum ha annunciato iniziative che vanno oltre le consuete note diplomatiche.

Le mosse annunciate

Il Ministero degli Esteri presenterà denunce alla procura e al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e avvierà azioni legali contro le società che gestiscono i centri di detenzione, ritenute responsabili delle condizioni in cui sono morti 14 cittadini messicani.

«Non possiamo permettere più questi maltrattamenti»

Claudia Sheinbaum, presidente del Messico

Fonte: New York Times, Washington Post, The Guardian, Texas Tribune; dichiarazioni del Dipartimento per la Sicurezza Interna e dell’avvocato dei testimoni.
Nota: Ricostruzioni aggiornate all’11 luglio 2026. Le due versioni dei fatti restano al vaglio delle indagini in corso.

I testimoni: "Nessun agente era in pericolo"


I 3 uomini che viaggiavano con Araujo hanno fornito una ricostruzione diversa da quella riportata dalle autorità. Attraverso il loro avvocato, Hugo Balderas Ibarra, hanno raccontato che il gruppo era diretto a un cantiere edile dopo essersi fermato, intorno alle 6.30 del mattino ora locale, per acquistare ghiaccio e acqua. Quando si sarebbe accorto di essere seguito da un veicolo senza contrassegni, Araujo avrebbe cercato di allontanarsi.

Secondo il racconto riferito dall'avvocato al Washington Post, l'auto degli agenti avrebbe tagliato la strada al furgone e lo avrebbe speronato mentre questo procedeva a passo d'uomo. Un agente sarebbe quindi sceso dal veicolo e avrebbe aperto il fuoco dal lato del passeggero, colpendo Araujo in maniera letale. In una dichiarazione scritta a mano, uno dei passeggeri ha definito falsa la versione fornita dalle autorità.

"Non c'è mai stato un agente davanti al veicolo, né alcun agente si è mai trovato in pericolo", ha dichiarato Balderas Ibarra. "Questa ricostruzione è semplicemente falsa e sono convinto che i miei assistiti stiano dicendo la verità". Tra i passeggeri c'era anche Victor Hugo Salgado Araujo, fratello minore della vittima, successivamente trasferito in un centro di detenzione per migranti a Conroe, in Texas.

Sul caso ora indagano sia l'ispettorato generale del Dipartimento per la Sicurezza Interna che l'ufficio dell'FBI di Houston, che al momento tratta però l'episodio come un'aggressione ai danni di un agente federale. Anche il procuratore della contea di Harris, Sean Teare, ha aperto un'indagine, pur temendo che il lavoro degli investigatori locali possa essere ostacolato dalla mancata condivisione delle prove da parte delle autorità federali.

La deputata democratica Sylvia Garcia ha riferito che il direttore facente funzione dell'ICE, David Venturella, le ha confermato l'assenza sia delle body camera sia delle telecamere installate sui veicoli. Venturella avrebbe inoltre ammesso che né Araujo né suo fratello erano gli obiettivi dell'operazione. "Non sono pronta a dire che sia tutto falso, ma le cose sembrano andare in quella direzione", ha dichiarato Garcia.

Le altre sparatorie e la reazione del Messico


Il caso si inserisce nella campagna di espulsioni di migranti intensificata dall'Amministrazione Trump a partire dal ritorno dell'attuale presidente alla Casa Bianca, che ha fissato per l'ICE l'obiettivo di 2.000 arresti al giorno. Da settembre 2025 gli agenti dell'immigrazione hanno aperto il fuoco contro più di 20 persone, quasi tutte mentre si trovavano all'interno dei propri veicoli, provocando in alcuni casi la loro morte.

Il Guardian ha contato almeno 10 persone uccise da agenti dell'immigrazione dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, nel gennaio 2025. Il Texas Tribune riporta almeno 14 morti nei centri federali di detenzione del Texas nello stesso periodo.

In diversi episodi simili a questo, i filmati emersi successivamente hanno contraddetto le prime ricostruzioni delle autorità. È accaduto anche a Minneapolis, dove due cittadini statunitensi, Alex Pretti e Renee Good, sono stati uccisi mentre protestavano contro le operazioni dell'ICE. I funzionari federali avevano parlato inizialmente di legittima difesa e l'allora responsabile del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, aveva definito Pretti come un "terrorista interno", sostenendo che avesse impugnato un'arma. Testimoni e registrazioni video hanno in seguito smentito questa ricostruzione.

Anche il governo messicano ha reagito duramente alla morte di Araujo. La presidente Claudia Sheinbaum ha annunciato iniziative che andranno oltre le consuete note diplomatiche: il Ministero degli Esteri presenterà denunce alla procura e al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e intende avviare azioni legali contro le società che gestiscono i centri di detenzione, considerate responsabili delle condizioni in cui sono morti 14 cittadini messicani. "Non possiamo permettere più questi maltrattamenti", ha dichiarato Sheinbaum.


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I padroni delle macchine e delle menti


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Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza. Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere. L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità. Continua a leggere→


I padroni delle macchine e delle menti


Cyberfascismo - immagine di un Grande fratello con visore e occhio digitale di fronte a masse a una adunata
img – copertina del libro

Articolo pubblicato su La Città Futura il 10/07/2026

di M. Sommella

Ci sono anni in cui i libri arrivano in coppia, come se il tempo avesse bisogno di due voci per dire una cosa sola. Il 2026 è uno di questi. Nel febbraio 2026 Feltrinelli ha pubblicato Libercomunismo. Scienza dell’utopia dell’economista Emiliano Brancaccio. Pochi mesi dopo è uscito Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, libro interamente autoprodotto da chi scrive, frutto di un lungo lavoro di ricerca interdisciplinare che intreccia storia del fascismo, economia politica, scienze della comunicazione, processi cognitivi e analisi delle infrastrutture digitali. Non si tratta semplicemente di due libri usciti nello stesso anno. La loro contemporaneità è soltanto il dato cronologico di una convergenza molto più profonda. Essi nascono da discipline differenti, percorrono strade autonome e utilizzano strumenti analitici diversi, ma approdano alla medesima diagnosi storica: la concentrazione del capitale non rappresenta più soltanto un fenomeno finanziario o industriale. È diventata concentrazione del calcolo, delle infrastrutture digitali, dei dati, della conoscenza e della capacità di orientare le coscienze.

Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza. Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere. L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità.

Perché è proprio dalla convergenza tra la scienza dell’economista e l’anatomia dello storico della comunicazione che emerge, infine, un programma politico coerente con le trasformazioni del nostro tempo.

1. La tesi di Brancaccio: la centralizzazione come legge


Libercomunismo è un libro di 176 pagine, articolato in tredici capitoli, un’appendice metodologica di ispirazione althusseriana e gli Appunti per un manifesto, che ne dichiarano apertamente l’ambizione: riscrivere per il XXI secolo il gesto teorico del 1848. L’autore, docente di Economia politica presso l’Università Federico II di Napoli, dopo un lungo magistero all’Università del Sannio, è oggi una delle principali voci del marxismo scientifico contemporaneo. Ha sviluppato un intenso confronto internazionale con economisti del calibro di Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith ed è stato promotore, insieme a Robert Skidelsky, dell’appello sulle condizioni economiche per la pace pubblicato contemporaneamente dal Financial Times e da Le Monde. La sua tesi centrale recupera una legge di tendenza già individuata da Marx e la sottopone a verifica econometrica: la centralizzazione del capitale. Il mercato, lasciato operare senza limiti, non moltiplica i soggetti economici. Li elimina progressivamente. La concorrenza non produce dispersione del potere economico. Produce la sua concentrazione. Da questa dinamica Brancaccio fa discendere i principali caratteri del capitalismo contemporaneo: l’inefficienza sistemica di un mercato ormai dominato da pochi grandi gruppi, la cattura della ricerca scientifica da parte del profitto privato, l’illusione di una transizione ecologica affidata al mercato, la trasformazione delle persone in capitali umani individualizzati e indebitati e, infine, due conseguenze politiche di enorme portata: il ritorno della guerra e il progressivo svuotamento della democrazia. Due neologismi sorreggono l’intera costruzione teorica. Il primo è l’esocapitale, la rete dei controllori che governa il capitale mondiale al di sopra degli Stati, come una materia oscura della quale possiamo osservare gli effetti senza individuarne immediatamente la struttura. Il secondo è l’oltrefascismo transnazionale, la forma storica nella quale la libertà assoluta del capitale finisce per divorare tutte le altre libertà. Da questa analisi Brancaccio trae una conclusione che rompe uno dei tabù più radicati della modernità politica: l’esproprio pubblico del grande capitale centralizzato come condizione necessaria per ricostruire una pianificazione democratica capace di conciliare libertà individuale e interesse collettivo. I fatti, almeno fino a oggi, sembrano confermare con sorprendente precisione questa legge di tendenza. Nel giugno 2026 le prime quattro società tecnologiche statunitensi capitalizzano complessivamente circa dodicimila miliardi di dollari, oltre cinque volte il prodotto interno lordo italiano. Nvidia, da sola, ha superato i cinquemiladuecento miliardi di dollari di capitalizzazione, un valore superiore al PIL del Giappone. Persino gli analisti di Morningstar riconoscono che la concentrazione del mercato azionario statunitense attorno ai cosiddetti Magnifici Sette ha ormai superato i livelli registrati durante la bolla delle dot-com. La dinamica degli investimenti completa il quadro. Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta hanno portato gli investimenti in conto capitale dai circa 410 miliardi di dollari del 2025 agli oltre 700 miliardi programmati per il solo 2026, mentre Goldman Sachs stima oltre 5.300 miliardi di investimenti cumulati entro il 2030. Più di tre Piani Marshall all’anno. Decisi non da governi democraticamente eletti, ma da quattro consigli di amministrazione. È qui che la dimostrazione economica di Brancaccio raggiunge il proprio punto più alto. Ed è precisamente qui che Cyberfascismo raccoglie il testimone, ponendosi una domanda ulteriore. Se la concentrazione del capitale è ormai dimostrata, dove si trova oggi, concretamente, quel potere? Quali infrastrutture lo rendono possibile? Quali strumenti materiali organizzano la nuova forma del dominio? È da questa domanda che prende avvio il secondo tratto della staffetta.

2. Dal capitale alle infrastrutture: dove abita oggi il potere


È proprio a questo punto che Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile raccoglie il testimone di Libercomunismo. Se Brancaccio dimostra che il capitale tende inevitabilmente a concentrarsi, la domanda successiva diventa inevitabile: dove si materializza oggi quella concentrazione? Qual è la sua base fisica? Attraverso quali infrastrutture esercita il proprio dominio? La risposta proposta nel mio libro è semplice solo in apparenza. Il capitale del XXI secolo non controlla più soltanto fabbriche, banche e mercati finanziari. Controlla il calcolo. Controlla la capacità di elaborare informazioni. Controlla l’intelligenza artificiale. Controlla la produzione e la circolazione della conoscenza. Controlla le reti attraverso cui miliardi di esseri umani lavorano, comunicano, studiano, acquistano, votano, costruiscono le proprie relazioni sociali e formano le proprie convinzioni.In altre parole, la concentrazione descritta da Brancaccio assume oggi una forma nuova: la concentrazione delle infrastrutture cognitive. È questo, probabilmente, il tratto più originale del capitalismo contemporaneo. Per oltre due secoli il potere economico si è fondato prevalentemente sul controllo dei mezzi materiali della produzione. Oggi continua certamente a fondarsi sulla produzione materiale, ma incorpora una nuova dimensione: il controllo dell’infrastruttura cognitiva attraverso la quale passa la vita sociale. Le grandi piattaforme digitali non vendono soltanto servizi. Organizzano l’accesso alla conoscenza. Filtrano l’informazione. Orientano l’attenzione. Classificano gli individui. Predicono i comportamenti. Influenzano i consumi. Condizionano perfino il linguaggio con cui interpretiamo la realtà. È il processo che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza: l’esperienza umana trasformata in dati comportamentali e in previsioni vendibili. Ed è la rendita che Nick Srnicek e Yanis Varoufakis hanno descritto, rispettivamente, come capitalismo delle piattaforme e tecnofeudalesimo: un pedaggio permanente riscosso sull’accesso stesso alla vita sociale. È questo il passaggio che, a mio avviso, completa l’analisi economica di Brancaccio. L’esocapitale non è soltanto un intreccio finanziario difficilmente individuabile. Possiede ormai un corpo materiale. Quel corpo è costituito da una filiera tecnologica gigantesca, della quale normalmente percepiamo soltanto l’ultimo anello: l’applicazione che utilizziamo sullo smartphone o il modello di intelligenza artificiale con cui dialoghiamo. Dietro quella apparente semplicità esiste invece una delle infrastrutture industriali più complesse mai costruite nella storia dell’umanità. Si parte dall’estrazione delle terre rare e dei minerali strategici. Si passa attraverso la progettazione e la produzione dei semiconduttori più avanzati. Seguono le memorie ad alte prestazioni, le reti di telecomunicazione, i sistemi cloud, i data center, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e gli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni. È una filiera unitaria. Ed è proprio il controllo integrato di questa filiera che costituisce oggi il principale fattore di accumulazione del potere. Per questa ragione ritengo insufficiente parlare genericamente di economia digitale. Siamo di fronte a qualcosa di molto più profondo. Siamo di fronte alla costruzione delle nuove infrastrutture strategiche dell’umanità. Così come nel Novecento il controllo delle reti ferroviarie, dell’acciaio, dell’energia elettrica o delle telecomunicazioni determinava i rapporti di forza tra gli Stati, oggi il controllo dei chip, del cloud, dei data center, dei modelli linguistici e delle reti di calcolo determina il nuovo equilibrio geopolitico mondiale. Non è un caso che le principali competizioni internazionali si concentrino proprio su questi settori. La cosiddetta guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina non riguarda semplicemente un comparto industriale. Riguarda il controllo della futura capacità di calcolo dell’intero pianeta. Allo stesso modo, la costruzione di giganteschi data center alimentati da centrali nucleari dedicate, l’espansione delle infrastrutture cloud e la corsa all’intelligenza artificiale non rappresentano fenomeni separati. Sono aspetti diversi della medesima trasformazione storica. È qui che il concetto di cyberfascismo acquista il suo significato più preciso. Esso non indica un semplice ritorno del fascismo storico. Non descrive una nostalgia ideologica del Novecento. Indica piuttosto una nuova forma di organizzazione del potere nella quale la concentrazione del capitale si salda con la concentrazione del calcolo, dell’informazione e della capacità di orientare i comportamenti collettivi. Il dominio non passa più soltanto attraverso il controllo dell’apparato produttivo. Passa anche attraverso il controllo dell’infrastruttura cognitiva. È questa la ragione per cui considero data center, cloud, algoritmi e modelli di intelligenza artificiale i nuovi mezzi strategici della produzione contemporanea. Chi controlla queste infrastrutture non controlla soltanto un mercato. Controlla una parte crescente della formazione della coscienza sociale. La biblioteca dell’umanità, per usare un’immagine sviluppata nel mio libro, rischia di trasformarsi progressivamente in una proprietà privata. E insieme alla biblioteca rischia di essere privatizzata la stessa capacità collettiva di elaborare conoscenza. È su questo terreno che la diagnosi di Brancaccio trova il proprio naturale completamento. L’economia politica dimostra la tendenza alla concentrazione. L’analisi delle infrastrutture mostra dove quella concentrazione prende corpo. La centralizzazione del capitale diventa centralizzazione del calcolo. La concentrazione della ricchezza diventa concentrazione dell’intelligenza artificiale. L’accumulazione economica diventa accumulazione di potere cognitivo. Ed è proprio questa saldatura tra capitale, tecnologia e controllo della conoscenza che costituisce, a mio avviso, la vera novità storica del nostro tempo.

3. L’intelligenza artificiale non è il problema. Il problema è chi la possiede


È proprio qui che il dialogo tra Libercomunismo e Cyberfascismo assume un significato ancora più profondo. Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sulle capacità delle macchine. Ci si interroga se sostituiranno il lavoro umano. Se diventeranno coscienti. Se rappresenteranno un rischio esistenziale. Se prenderanno decisioni autonome. Sono interrogativi legittimi, ma rischiano di spostare lo sguardo dal problema fondamentale. La domanda decisiva non è che cosa potrà fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è chi controllerà l’intelligenza artificiale. È una differenza apparentemente sottile, ma che cambia completamente il terreno della discussione. Una macchina non possiede interessi. Un algoritmo non possiede volontà politica. Un modello linguistico non decide autonomamente quali fini perseguire. Dietro ogni algoritmo esiste una proprietà. Dietro ogni modello esiste un’infrastruttura. Dietro ogni infrastruttura esiste un rapporto di potere. È qui che la riflessione di Marx conserva una straordinaria attualità. Nei Grundrisse, nel celebre Frammento sulle macchine, Marx non descrive la tecnica come un nemico dell’uomo. Al contrario, vede nello sviluppo delle macchine l’accumulazione storica dell’intelligenza collettiva dell’umanità. Il problema nasce quando quella conoscenza sociale viene separata dalla collettività che l’ha prodotta e trasformata in proprietà privata. La macchina diventa così uno strumento di comando sul lavoro anziché uno strumento di liberazione dal lavoro. Trasferire questa intuizione all’epoca dell’intelligenza artificiale significa compiere un passaggio ulteriore. L’algoritmo rappresenta oggi una nuova forma di sapere sociale condensato. Milioni di libri. Milioni di immagini. Milioni di articoli. Milioni di conversazioni. Decenni di ricerca scientifica. Secoli di produzione culturale. L’intera intelligenza collettiva della specie viene progressivamente incorporata nei grandi modelli linguistici. Ma chi controlla quel patrimonio? Chi decide come verrà utilizzato? Chi stabilisce quali valori dovrà incorporare? Chi possiede la capacità di aggiornarlo? Ancora una volta la questione non è tecnica. È politica. Per questo considero limitante una parte del dibattito contemporaneo sull’etica dell’intelligenza artificiale. Naturalmente servono regole. Servono trasparenza. Servono garanzie democratiche. Servono limiti all’impiego militare e alla sorveglianza di massa. Ma tutto questo rischia di essere insufficiente se rimane intatta la struttura proprietaria che governa l’intera filiera tecnologica. La storia economica ci insegna che il proprietario dell’infrastruttura finisce inevitabilmente per esercitare un potere superiore rispetto al regolatore. È una dinamica già osservata nel settore finanziario, nell’energia, nelle telecomunicazioni e nelle grandi piattaforme digitali. Non esiste alcuna ragione per ritenere che l’intelligenza artificiale rappresenti un’eccezione. Anzi. La concentrazione della capacità computazionale rende questa dinamica ancora più intensa. I modelli di frontiera richiedono investimenti che soltanto pochissime imprese al mondo sono oggi in grado di sostenere. Servono migliaia di processori specializzati. Servono immense quantità di memoria. Servono reti globali. Servono data center che consumano energia quanto intere città. Servono capitali che superano ormai i bilanci di molti Stati nazionali. L’intelligenza artificiale si presenta come software. In realtà è una gigantesca infrastruttura industriale. È industria pesante del XXI secolo. Ed è qui che il dialogo con Brancaccio diventa particolarmente fecondo. La centralizzazione del capitale descritta in Libercomunismo non si limita a produrre grandi imprese. Produce inevitabilmente oligopoli del calcolo. La concentrazione economica genera concentrazione tecnologica. La concentrazione tecnologica produce concentrazione cognitiva. E quest’ultima, inevitabilmente, tende a trasformarsi in concentrazione politica. La catena è perfettamente coerente. Per questa ragione considero insufficiente una semplice regolazione del mercato dell’intelligenza artificiale. Occorre intervenire sul nodo originario della questione. La proprietà. Il controllo delle infrastrutture. La governance democratica della filiera. In caso contrario continueremo a discutere degli effetti lasciando intatte le cause. È un errore che la sinistra ha già commesso molte volte nella propria storia. Ha spesso discusso della distribuzione dei benefici senza interrogarsi abbastanza sul controllo dei mezzi attraverso cui quei benefici vengono prodotti. Oggi quella domanda ritorna con forza. Chi controllerà i semiconduttori? Chi controllerà il cloud? Chi controllerà i data center? Chi controllerà i grandi modelli di intelligenza artificiale? Chi controllerà l’energia necessaria ad alimentarli? Chi controllerà i dati? Sono queste, e non altre, le domande che definiranno gli equilibri del XXI secolo. Per questo ritengo che la riflessione sul cyberfascismo non possa limitarsi alla denuncia delle nuove forme del dominio. Essa deve necessariamente tradursi in una proposta politica. Una proposta che rimetta al centro il controllo democratico delle infrastrutture strategiche della conoscenza. Perché la posta in gioco non riguarda soltanto il futuro dell’intelligenza artificiale. Riguarda il futuro stesso della democrazia.

4. Dalla diagnosi al programma: il controllo democratico della filiera tecnologica


Ogni analisi critica rischia però di diventare sterile se non riesce a trasformarsi in proposta politica. È qui che, a mio avviso, Cyberfascismo cerca di compiere un passo ulteriore rispetto alla pur fondamentale analisi economica di Libercomunismo. Brancaccio dimostra la necessità dell’esproprio pubblico del grande capitale centralizzato. Il mio libro si interroga su che cosa significhi oggi, concretamente, quella prospettiva nell’epoca dell’intelligenza artificiale. La risposta non può limitarsi alla nazionalizzazione di singole imprese. Il problema è diventato molto più complesso.

Le grandi piattaforme digitali non sono semplicemente aziende. Sono ecosistemi. Sono infrastrutture. Sono reti integrate nelle quali hardware, software, energia, telecomunicazioni, cloud, modelli linguistici e dati costituiscono un unico organismo produttivo. Per questa ragione ritengo che il terreno decisivo del conflitto politico del XXI secolo sia il controllo dell’intera filiera tecnologica. Non basta discutere degli algoritmi. Occorre interrogarsi sulla catena materiale che rende possibile l’esistenza stessa dell’intelligenza artificiale. Chi produce i semiconduttori? Chi controlla le memorie ad alte prestazioni? Chi progetta i processori destinati all’addestramento dei modelli? Chi possiede i sistemi cloud? Chi realizza e gestisce i data center? Chi controlla le reti di telecomunicazione? Chi produce l’energia necessaria ad alimentare questa gigantesca infrastruttura? Chi governa i dati? Chi decide gli standard tecnologici? Chi stabilisce le regole dell’interoperabilità?

Queste domande, troppo spesso considerate questioni esclusivamente industriali, sono in realtà il cuore della politica contemporanea. Nel Novecento la sinistra comprese che il controllo dell’energia, delle reti ferroviarie, delle grandi industrie e delle telecomunicazioni costituiva una questione di interesse pubblico. Oggi la stessa consapevolezza deve essere trasferita sulle infrastrutture del calcolo. Data center, cloud, reti di intelligenza artificiale e sistemi di elaborazione dei dati rappresentano le nuove infrastrutture strategiche della società. Lasciarne integralmente il controllo nelle mani di oligopoli privati significa rinunciare, in prospettiva, a qualsiasi reale sovranità democratica. È su questo punto che ritengo ancora straordinariamente attuale l’articolo 43 della Costituzione italiana. Troppo spesso richiamato soltanto nei manuali di diritto costituzionale, esso contiene invece una delle intuizioni più moderne dell’intera Carta repubblicana. La Costituzione prevede infatti che determinate imprese, quando abbiano carattere di preminente interesse generale o assumano una posizione monopolistica, possano essere trasferite alla collettività mediante espropriazione con indennizzo. È difficile immaginare oggi un settore più strategico di quello rappresentato dalle infrastrutture digitali. Se nel secolo scorso la produzione e la distribuzione dell’energia costituivano il sistema nervoso dell’economia industriale, oggi quel ruolo è svolto dall’infrastruttura computazionale. Per questo ritengo che la riflessione costituzionale debba essere aggiornata, non superata. L’articolo 43 non appartiene al passato. Parla direttamente al futuro.

Naturalmente il problema non riguarda soltanto l’Italia. Anzi, proprio la dimensione tecnologica rende evidente la necessità di una risposta europea. Né gli Stati nazionali, isolatamente considerati, né il semplice mercato sono oggi in grado di competere con la scala raggiunta dalle grandi corporation statunitensi e cinesi. È qui che, a mio avviso, l’Europa dispone di un’opportunità storica. Non quella di diventare il terzo capitalismo digitale del pianeta. Ma quella di costruire un modello radicalmente diverso. Un modello fondato sul controllo pubblico e democratico delle infrastrutture strategiche.

L’Europa possiede università di eccellenza, grandi centri di ricerca, competenze industriali avanzate, una tradizione giuridica consolidata e una delle più importanti scuole mondiali di tutela dei diritti fondamentali. Dispone, dunque, di tutte le condizioni necessarie per costruire un’autonomia tecnologica che non sia semplice imitazione del modello statunitense o di quello cinese. Occorre però una scelta politica. Una scelta che consideri il calcolo un’infrastruttura pubblica. Che promuova un grande polo europeo dell’intelligenza artificiale sotto controllo democratico. Che investa nella produzione di semiconduttori avanzati. Che sviluppi sistemi cloud pubblici. Che realizzi data center di proprietà collettiva. Che favorisca software libero e standard aperti. Che consideri i dati prodotti dalla collettività come beni comuni e non come semplice materia prima da estrarre e monetizzare.Questa prospettiva non nasce da una forma di tecnonazionalismo. Nasce da una diversa concezione della democrazia. Perché, se la democrazia del Novecento si fondava sul controllo pubblico delle grandi infrastrutture materiali, quella del XXI secolo dovrà necessariamente confrontarsi con il controllo delle infrastrutture cognitive. È in questo passaggio che la riflessione di Stefano Rodotà conserva, a mio giudizio, un valore straordinario. Quando Rodotà parla dei beni comuni, anticipa una trasformazione che oggi appare in tutta la sua evidenza. La conoscenza, l’informazione, i dati, gli algoritmi e le reti non possono essere considerati esclusivamente merci. Essi costituiscono ormai condizioni essenziali dell’esercizio della cittadinanza democratica.

Ed è proprio questa consapevolezza che consente di completare il percorso teorico aperto da Brancaccio. L’esproprio del grande capitale centralizzato non rappresenta più soltanto una questione economica. Diventa la condizione necessaria per restituire alla collettività il controllo delle infrastrutture attraverso cui si forma, si organizza e si riproduce la stessa vita democratica. In questa prospettiva il cybercomunismo, sviluppato come proposta conclusiva del mio lavoro, non rappresenta un’utopia tecnologica. Rappresenta il tentativo di tradurre nel linguaggio del XXI secolo una domanda antica quanto il movimento operaio: chi deve controllare i mezzi fondamentali della produzione? Oggi quella domanda deve essere semplicemente aggiornata. Perché i nuovi mezzi della produzione non sono più soltanto la fabbrica, la banca o la grande industria. Sono anche il data center. Il cloud. L’intelligenza artificiale. Le reti di calcolo. Le infrastrutture cognitive. Ed è proprio intorno alla loro proprietà che si deciderà, probabilmente, il destino della democrazia nel nostro secolo.

5. La prova della storia: Stati Uniti, Cina ed Europa nella guerra delle infrastrutture


Ogni teoria deve misurarsi con la realtà. La domanda, allora, è semplice: gli sviluppi più recenti dell’economia mondiale confermano oppure smentiscono questa lettura? A mio avviso la confermano con una chiarezza difficilmente contestabile.

Basta osservare la competizione strategica oggi in corso tra Stati Uniti e Cina. Il confronto non riguarda più soltanto i dazi, gli scambi commerciali o la tradizionale competizione industriale. Riguarda il controllo delle infrastrutture fondamentali del calcolo. Semiconduttori avanzati. Memorie ad alte prestazioni. Cloud computing. Data center. Intelligenza artificiale. Energia. Terre rare. Reti di telecomunicazione.

Ogni crisi internazionale degli ultimi anni riconduce sistematicamente a questi nodi. Le restrizioni statunitensi all’esportazione dei chip più avanzati verso la Cina, la costruzione di nuove fabbriche di semiconduttori negli Stati Uniti e in Asia, gli investimenti miliardari nelle infrastrutture cloud, l’enorme crescita del fabbisogno energetico dei data center e perfino il ritorno del nucleare civile non sono fenomeni isolati. Sono tasselli della stessa trasformazione storica.

Per la prima volta dall’inizio della rivoluzione industriale il principale fattore produttivo non è soltanto l’energia. È la capacità di elaborare informazioni su scala planetaria. Chi controlla il calcolo controlla ormai una parte decisiva della produzione economica. Ma controlla anche l’organizzazione della conoscenza. La ricerca scientifica. La comunicazione. La sicurezza. La finanza. La logistica. Perfino il funzionamento quotidiano delle istituzioni democratiche.

In questo quadro assume un significato particolare anche la recente corsa delle grandi imprese tecnologiche verso l’energia nucleare. Meta, Microsoft, Google, Amazon e gli altri grandi operatori dell’intelligenza artificiale stanno investendo direttamente nella produzione energetica o stipulando contratti pluridecennali per assicurarsi enormi quantità di elettricità. Non si tratta di una semplice scelta industriale. L’intelligenza artificiale sta trasformando l’energia in una leva strategica del potere. Chi controlla l’energia controlla la capacità di calcolo. Chi controlla la capacità di calcolo controlla l’intelligenza artificiale. Chi controlla l’intelligenza artificiale controlla una parte crescente dell’economia e della produzione della conoscenza. È una catena di dipendenze che rende sempre più evidente il carattere sistemico della nuova accumulazione capitalistica.

Anche la Cina offre indicazioni interessanti. Molto spesso il dibattito occidentale riduce il confronto alla contrapposizione tra libertà e autoritarismo. Naturalmente il problema delle libertà politiche rimane centrale. Ma, dal punto di vista economico, emerge un altro elemento. Pechino considera ormai da tempo le infrastrutture digitali un settore strategico sul quale esercitare una direzione politica diretta. Le piattaforme private continuano a operare, ma non possono sottrarsi agli indirizzi generali dello Stato. È una scelta discutibile sotto molti profili. Ma dimostra una cosa fondamentale. La tecnologia non è un soggetto autonomo. Può essere indirizzata dal potere politico.

La domanda diventa allora inevitabile. Perché in Europa questa discussione è quasi assente? Perché continuiamo a considerare inevitabile la dipendenza tecnologica da soggetti esterni? È probabilmente questa la vera debolezza strategica dell’Unione Europea.

L’Europa dispone di eccellenze scientifiche riconosciute a livello mondiale. Possiede grandi università. Centri di ricerca. Competenze ingegneristiche. Una tradizione industriale di assoluto rilievo. Una cultura giuridica che ha prodotto alcune delle più avanzate elaborazioni sui diritti fondamentali nell’era digitale. Eppure continua a dipendere quasi integralmente da infrastrutture costruite altrove. I sistemi cloud sono prevalentemente statunitensi. I grandi modelli linguistici sono sviluppati negli Stati Uniti o in Cina. Le piattaforme digitali che organizzano la vita quotidiana di centinaia di milioni di cittadini europei appartengono quasi tutte a imprese extraeuropee. Persino una parte crescente della capacità di calcolo utilizzata dalla ricerca pubblica dipende da infrastrutture private. Questa dipendenza non rappresenta soltanto un problema economico. È una questione di sovranità democratica. Per questa ragione ritengo che il dibattito europeo dovrebbe spostarsi da una logica puramente regolatoria a una logica costituente. Regolare il potere delle piattaforme è certamente necessario. Ma non è sufficiente. Occorre costruire infrastrutture alternative. Occorre investire nella produzione europea di semiconduttori. Occorre realizzare una rete europea di data center pubblici. Occorre sviluppare modelli di intelligenza artificiale aperti, verificabili e controllati democraticamente. Occorre restituire all’Europa una reale autonomia tecnologica. Non per alimentare una nuova competizione imperiale. Ma per sottrarre un bene fondamentale della nostra epoca, la capacità di elaborare conoscenza, alla concentrazione monopolistica di pochi soggetti privati.

È qui che, ancora una volta, le riflessioni di Brancaccio e quelle sviluppate in Cyberfascismo finiscono per convergere. La concentrazione del capitale non costituisce semplicemente una tendenza economica. Produce inevitabilmente una concentrazione del potere tecnologico. E quest’ultima, se non viene contrastata, tende a trasformarsi in concentrazione del potere politico. È questa, probabilmente, la nuova questione democratica del XXI secolo. Ed è da questa consapevolezza che dovrebbe ripartire qualsiasi progetto di trasformazione sociale realmente all’altezza del nostro tempo.

Gaza: il laboratorio estremo del potere predittivo


Esiste però un luogo dove questa verifica ha smesso di essere un esercizio teorico. Un luogo dove la saldatura tra proprietà delle infrastrutture e potere sulle vite ha mostrato il proprio volto estremo. Quel luogo è la Palestina e, in particolare, la Striscia di Gaza.

Partiamo dall’infrastruttura economica, perché è lì che tutto comincia. Nel 2021 Google e Amazon hanno firmato con il governo israeliano il contratto denominato Project Nimbus: 1,2 miliardi di dollari per fornire servizi avanzati di cloud e intelligenza artificiale al governo e all’esercito. Le inchieste condotte dal Guardian, da +972 Magazine e da Local Call hanno rivelato clausole senza precedenti. Il contratto vieta espressamente alle due aziende di revocare o limitare l’accesso di Israele alle piattaforme, anche qualora l’uso della tecnologia violasse i loro stessi termini di servizio, pena azioni legali e pesanti sanzioni economiche. Prevede inoltre un meccanismo segreto di segnalazione, il cosiddetto winking mechanism, concepito per aggirare le richieste di dati provenienti da autorità straniere.

Quando Microsoft, dopo le rivelazioni sull’archiviazione nel proprio cloud di enormi quantità di intercettazioni telefoniche di palestinesi, ha revocato all’esercito israeliano l’accesso ad alcuni suoi servizi, è apparso chiaro, per contrasto, il significato di quelle clausole: ciò che per Microsoft è stato possibile, per Google e Amazon è contrattualmente vietato. Il fornitore privato di infrastruttura si è legato mani e piedi al proprio cliente militare. Sul fronte dell’informazione, la censura algoritmica ha colpito un popolo intero. Human Rights Watch, nel rapporto Meta’s Broken Promises, ha documentato la soppressione sistematica dei contenuti palestinesi su Instagram e Facebook: rimozione dei post, sospensione degli account, limitazione delle interazioni, riduzione occulta della visibilità. Documenti interni di Meta, rivelati dalla testata investigativa Drop Site News, indicano che l’azienda ha accolto circa il 94 per cento delle richieste di rimozione avanzate dal governo israeliano, il più attivo al mondo in questo campo, con decine di migliaia di contenuti eliminati. Secondo l’organizzazione Access Now, la soglia algoritmica di tolleranza applicata ai contenuti palestinesi è stata abbassata fino al 25 per cento, rendendo la macchina della moderazione strutturalmente più severa verso un popolo intero. Non un incidente tecnico, dunque. Una scelta di architettura. Un intero popolo ha visto ridursi la propria esistenza mediatica per decisione di consigli di amministrazione privati.

Sul fronte militare, le inchieste di +972 Magazine e Local Call hanno portato alla luce i sistemi di intelligenza artificiale Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, impiegati per generare automaticamente obiettivi umani. Quei sistemi hanno attribuito punteggi di rischio alla quasi totalità dei 2,3 milioni di abitanti della Striscia. La logica è la stessa della profilazione commerciale, portata alla conseguenza ultima: le vite trasformate in dati, i dati in previsioni, le previsioni in decisioni. A Gaza, decisioni di vita e di morte.

Il ciclo si chiude sul mercato: le tecnologie collaudate sui corpi dei palestinesi vengono poi esportate sui mercati globali della sicurezza con la credenziale più macabra, quella di essere state testate sul campo. Gaza non è un’eccezione al sistema descritto in queste pagine. Ne è la verifica sperimentale. È il punto in cui la saldatura tra rendita economica e potere predittivo sulle menti e sulle vite, il cuore di ciò che chiamo cyberfascismo, diventa visibile a occhio nudo.

E proprio per questo rende ancora più urgente la domanda a cui è dedicata l’ultima parte di questo saggio: se le stesse infrastrutture possono servire il dominio, possono anche essere progettate per la democrazia? La storia, come vedremo, ha già risposto una volta.

6. Oltre la diagnosi: dal cyberfascismo al cybercomunismo


Se il merito principale di Libercomunismo consiste nell’avere riportato al centro del dibattito la legge marxiana della centralizzazione del capitale, e se Cyberfascismo prova a mostrarne la nuova configurazione storica nell’epoca delle infrastrutture digitali, resta una domanda decisiva. Quale progetto politico può rispondere a questa trasformazione? La critica, da sola, non basta. Occorre costruire una prospettiva. È da questa esigenza che nasce la proposta del cybercomunismo, sviluppata come approdo teorico del mio libro e successivamente approfondita nell’articolo pubblicato su La Città Futura. Il termine può apparire provocatorio. In realtà descrive una necessità storica. Non indica il ritorno ai modelli del Novecento, né la semplice riproposizione delle esperienze del socialismo reale. Quelle esperienze appartengono alla storia e devono essere studiate criticamente, senza nostalgie ma anche senza liquidazioni ideologiche.

Il problema che abbiamo oggi davanti è diverso. Marx scriveva osservando la fabbrica. Noi osserviamo il data center. Lenin rifletteva sull’elettrificazione come base materiale dello sviluppo socialista. Noi siamo chiamati a riflettere sulla capacità di calcolo come nuova infrastruttura strategica della società. L’oggetto storico è cambiato. Non è cambiata, invece, la domanda fondamentale. Chi controlla i mezzi della produzione?

La differenza è che oggi quei mezzi comprendono elementi che Marx non avrebbe potuto immaginare. Semiconduttori. Cloud. Data center. Reti neurali artificiali. Sistemi di addestramento. Modelli linguistici. Basi di dati. Infrastrutture energetiche dedicate. Satelliti. Reti di telecomunicazione. La fabbrica non è scomparsa. Si è estesa fino a comprendere l’intera infrastruttura cognitiva del pianeta. Per questa ragione considero insufficiente qualsiasi progetto politico che continui a pensare la trasformazione sociale esclusivamente nei termini della redistribuzione del reddito. La redistribuzione resta necessaria. Ma non basta. Occorre democratizzare la produzione della conoscenza. Occorre democratizzare il controllo dell’intelligenza artificiale. Occorre democratizzare le infrastrutture del calcolo.

In questo senso il cybercomunismo rappresenta un aggiornamento del materialismo storico, non il suo superamento. La tesi centrale rimane la stessa. I rapporti di produzione determinano, in larga misura, la forma delle istituzioni, della cultura e della politica. Ma oggi i rapporti di produzione attraversano una dimensione nuova. La produzione della conoscenza è diventata immediatamente produzione economica. L’elaborazione dei dati è diventata produzione di valore. La capacità di calcolo è diventata forza produttiva fondamentale. È proprio questo passaggio che rende straordinariamente attuale anche la riflessione di Andrew Feenberg. La tecnologia non è neutrale. Ma non è neppure un destino. Essa incorpora rapporti sociali. E proprio perché incorpora rapporti sociali può essere riprogettata democraticamente.

Questa prospettiva consente di superare due errori speculari. Il primo è il tecnottimismo ingenuo. L’idea secondo cui il semplice progresso tecnologico produrrebbe automaticamente emancipazione. L’esperienza degli ultimi quarant’anni dimostra esattamente il contrario. Le innovazioni più straordinarie della storia umana sono state accompagnate da una crescente concentrazione della ricchezza e del potere.

Il secondo errore è il determinismo tecnologico. L’idea secondo cui la tecnica svilupperebbe una propria logica autonoma, indipendente dai rapporti sociali. Anche questa prospettiva, a mio giudizio, è insufficiente. Lelio Demichelis lo ha mostrato con particolare chiarezza: il tecno-capitalismo si presenta come un destino inevitabile, come una vera e propria religione della tecnica che non ammette alternative, ma è in realtà un progetto sociale, costruito da soggetti precisi secondo interessi precisi. Smascherare questo falso destino è il primo passo di qualsiasi politica democratica della tecnologia.

Le macchine non hanno interessi. Li hanno i loro proprietari. Gli algoritmi non perseguono fini propri. Realizzano gli obiettivi incorporati nelle architetture economiche e istituzionali che li hanno prodotti. Per questo continuo a ritenere attualissima l’intuizione di Marx. Il problema non sono le macchine. Il problema è la proprietà delle macchine. Oggi quella formula dovrebbe essere aggiornata. Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è la proprietà dell’intelligenza artificiale.

Da qui discende anche una diversa idea di sovranità. Per troppo tempo abbiamo identificato la sovranità con il controllo dei confini territoriali. La trasformazione digitale impone una ridefinizione di questo concetto. Nel XXI secolo non esiste sovranità politica senza sovranità tecnologica. Non esiste indipendenza economica senza autonomia nella produzione di conoscenza. Non esiste democrazia sostanziale senza controllo collettivo delle infrastrutture cognitive. È questa, probabilmente, la principale lezione che emerge dal dialogo tra Libercomunismo e Cyberfascismo. Il primo ricostruisce la legge economica che conduce alla concentrazione del capitale. Il secondo mostra come quella concentrazione abbia ormai assunto la forma di un dominio cognitivo fondato sul controllo delle infrastrutture digitali. Insieme delineano un nuovo terreno della lotta democratica. Non più soltanto la redistribuzione della ricchezza. Ma la democratizzazione del sapere. Non più soltanto il conflitto tra capitale e lavoro nella fabbrica. Ma il conflitto attorno alla proprietà delle reti, dei dati, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale.

È qui che il concetto di cybercomunismo acquista il suo significato più autentico. Non come nostalgia del passato. Ma come tentativo di pensare, con gli strumenti del presente, una nuova forma di democrazia economica fondata sulla socializzazione delle infrastrutture strategiche della conoscenza. È una prospettiva certamente ambiziosa. Ma ogni grande trasformazione storica è nata, prima di tutto, dalla capacità di immaginare istituzioni adeguate al proprio tempo. Ed è proprio questo, oggi, il compito della teoria politica.

Cybersyn: quando la tecnologia fu progettata per democratizzare l’economia


L’obiezione secondo cui ogni tecnologia sarebbe inevitabilmente destinata al controllo sociale viene smentita da un’esperienza storica concreta. Tra il 1971 e il 1973, il governo di Salvador Allende affidò al cibernetico britannico Stafford Beer la realizzazione del progetto Cybersyn: una rete cibernetica concepita non per sorvegliare la società, ma per coordinare democraticamente l’economia cilena, distribuire le informazioni tra imprese pubbliche e governo e rendere più efficiente la pianificazione economica senza annullare l’autonomia delle unità produttive.

In un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e Internet non esisteva ancora, una rete di telescriventi collegava le imprese a una sala operativa nazionale, facendo confluire i dati quasi in tempo reale. Durante la serrata dei camionisti dell’ottobre 1972 quel sistema permise al governo di coordinare i rifornimenti e reggere l’urto.

Cybersyn dimostra che la tecnologia non possiede una natura politica predeterminata. Gli stessi strumenti informatici possono essere progettati per rafforzare il controllo oligarchico oppure per ampliare la partecipazione democratica. Il progetto non fallì per limiti tecnici, ma fu interrotto dal colpo di Stato dell’11 settembre 1973, guidato da Augusto Pinochet. Fu una sconfitta politica, non una sconfitta della tecnologia. È, in questo senso, la confutazione storica di quel determinismo tecnologico denunciato da Demichelis e criticato da Feenberg: la prova concreta che gli stessi strumenti possono essere progettati secondo finalità opposte.

Per questa ragione considero Cybersyn il primo grande antecedente storico di ciò che oggi definisco cybercomunismo: il tentativo di riportare le infrastrutture digitali, il calcolo e l’intelligenza artificiale sotto controllo democratico, affinché diventino strumenti di pianificazione partecipata e di emancipazione sociale anziché dispositivi di concentrazione del potere. E con la potenza di calcolo odierna, ciò che Beer e Allende potevano soltanto immaginare è tecnicamente alla nostra portata. Manca la volontà politica, non la tecnologia.

7. Conclusione. Riprendere il controllo delle macchine per restituire la democrazia agli esseri umani


Giunti al termine di questo percorso, emerge con chiarezza una considerazione fondamentale. Libercomunismo e Cyberfascismo non sono due libri che si limitano a descrivere il presente. Sono due tentativi, sviluppati con strumenti disciplinari differenti, di individuare la linea di frattura lungo la quale si giocherà il futuro della democrazia.

Il primo dimostra, attraverso l’economia politica, che la concentrazione del capitale non rappresenta un’anomalia del capitalismo contemporaneo, ma la sua naturale tendenza evolutiva. Il secondo cerca di mostrare come quella concentrazione abbia ormai assunto una forma nuova: il controllo delle infrastrutture cognitive attraverso cui si organizza la produzione della conoscenza, della comunicazione, del consenso e, sempre più spesso, delle stesse decisioni politiche.

Non siamo più soltanto nell’epoca del capitalismo industriale. Non siamo nemmeno soltanto nell’epoca del capitalismo finanziario. Siamo entrati nell’epoca del capitalismo cognitivo infrastrutturale, nella quale capitale, capacità di calcolo, energia, algoritmi e intelligenza artificiale tendono a fondersi in un unico sistema di accumulazione e di comando.

È questa, a mio giudizio, la base materiale del cyberfascismo. Non il ritorno delle forme esteriori del fascismo storico. Non la riproduzione meccanica dei totalitarismi del Novecento. Semmai la conferma dell’intuizione di Umberto Eco: il fascismo può tornare sotto le vesti più innocenti, e oggi quelle vesti sono l’architettura invisibile delle piattaforme. Ma la costruzione di un sistema capace di concentrare simultaneamente ricchezza, informazione, capacità di calcolo e potere decisionale nelle mani di un numero sempre più ristretto di soggetti economici.

Per questa ragione considero riduttiva la discussione che continua a interrogarsi esclusivamente sull’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale è soltanto la manifestazione più visibile di una trasformazione molto più ampia. Il vero oggetto del conflitto riguarda il controllo dell’intera infrastruttura che rende possibile quella tecnologia.

Per questo continuo a ritenere che il dibattito pubblico debba compiere un salto di qualità. Non basta discutere dell’etica degli algoritmi. Occorre discutere della proprietà degli algoritmi. Non basta chiedere trasparenza. Occorre chiedere democrazia economica. Non basta regolamentare le piattaforme. Occorre costruire infrastrutture pubbliche alternative. In caso contrario continueremo ad amministrare gli effetti senza incidere sulle cause.

È esattamente qui che, a mio avviso, la riflessione di Emiliano Brancaccio e quella sviluppata in Cyberfascismo si incontrano. L’esproprio democratico del grande capitale centralizzato, proposto in Libercomunismo, trova oggi un nuovo terreno di applicazione. Le infrastrutture strategiche del XXI secolo non sono soltanto le reti energetiche, i trasporti o il sistema bancario. Sono anche i data center. I cloud. Le reti di telecomunicazione. I sistemi di intelligenza artificiale. Le piattaforme digitali. Le infrastrutture della conoscenza.

È su questo terreno che la politica dovrà misurarsi nei prossimi decenni. Perché ogni rivoluzione industriale ha ridefinito i rapporti di potere. Quella digitale non fa eccezione. Ridefinisce perfino il modo in cui gli esseri umani costruiscono la propria coscienza, partecipano alla vita democratica e interpretano la realtà.

La domanda decisiva diventa allora inevitabile. Chi governerà questa trasformazione? Le grandi corporation tecnologiche? Gli apparati statali? I mercati finanziari? Oppure istituzioni democratiche capaci di esercitare un controllo pubblico sulle infrastrutture fondamentali della conoscenza?

È questa la vera alternativa storica che abbiamo davanti. Non tra tecnologia e rifiuto della tecnologia. Non tra innovazione e conservazione. Ma tra due modelli radicalmente diversi di organizzazione del potere. Il primo affida il futuro dell’umanità alla concentrazione privata del sapere, del calcolo e dell’intelligenza artificiale. Il secondo considera la conoscenza, i dati e le infrastrutture cognitive beni comuni, da amministrare democraticamente nell’interesse generale.

Questa, in fondo, è la vera eredità del costituzionalismo democratico del Novecento. La Repubblica non nasce per limitarsi a garantire le libertà formali. Nasce per impedire che il potere economico si trasformi in dominio politico. Oggi quella missione deve essere ripensata alla luce delle trasformazioni tecnologiche.

L’articolo 43 della Costituzione, la riflessione di Stefano Rodotà sui beni comuni, il pensiero di Marx sui rapporti di produzione e la ricerca economica di Brancaccio convergono, pur da prospettive differenti, verso una medesima intuizione. Non esiste libertà politica senza controllo democratico dei mezzi fondamentali attraverso cui si organizza la vita collettiva. Nel XXI secolo quei mezzi comprendono inevitabilmente anche le infrastrutture digitali.

Questo articolo nasce precisamente da questa convinzione. Non pretende di offrire risposte definitive. Propone però un cambio di prospettiva. Invita a spostare lo sguardo dalle applicazioni alle infrastrutture. Dagli algoritmi ai rapporti di proprietà. Dalla tecnologia al potere. Perché è lì che si decide il futuro della democrazia.

Se Libercomunismo ci aiuta a comprendere perché il capitale tende inevitabilmente a concentrarsi, Cyberfascismo prova a mostrare dove quella concentrazione prende oggi forma e quali strumenti utilizza per esercitare il proprio dominio. Insieme, questi due libri ci consegnano una responsabilità politica che non possiamo più rinviare. Restituire alla collettività il controllo delle infrastrutture strategiche della conoscenza. Rimettere la tecnologia al servizio della persona. Ricondurre il calcolo entro i confini della democrazia.

Perché il problema del nostro tempo non è che le macchine stiano diventando troppo intelligenti. Il problema è che il potere che le governa rischia di diventare sempre meno democratico. Ed è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe ripartire una nuova cultura della trasformazione sociale. Non contro la tecnica. Ma contro la concentrazione del potere. Non contro l’innovazione. Ma contro la privatizzazione della conoscenza. Non contro il futuro. Ma per restituire il futuro alla democrazia.

Fonti


Brancaccio, Emiliano, Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano, 2026.
Sommella, Mario, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, opera autoprodotta, 2026.
Sommella, Mario, Cybercomunismo. La risposta socialista al cyberfascismo, La Città Futura, 12 giugno 2026.
Human Rights Watch, Meta’s Broken Promises. Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook, dicembre 2023.
Drop Site News, documenti interni di Meta sulle richieste di rimozione del governo israeliano, 2025.
Access Now, rapporti sulla moderazione algoritmica dei contenuti palestinesi, 2023-2024.
+972 Magazine e Local Call, inchieste sui sistemi di intelligenza artificiale Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, 2023-2024.
The Guardian, +972 Magazine e Local Call, inchiesta sul contratto Project Nimbus tra Google, Amazon e il governo israeliano, 2025.
Marx, Karl, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), con particolare riferimento al Frammento sulle macchine.
Rodotà, Stefano, Il diritto di avere diritti, Laterza.
Feenberg, Andrew, Transforming Technology. A Critical Theory Revisited, Oxford University Press.
Demichelis, Lelio, La religione tecno-capitalista, Mimesis.
Medina, Eden, Cybernetic Revolutionaries. Technology and Politics in Allende’s Chile, MIT Press, 2011.
Eco, Umberto, Il fascismo eterno, La nave di Teseo.
Braverman, Harry, Lavoro e capitale monopolistico.
Zuboff, Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza.
Srnicek, Nick, Capitalismo digitale, Luiss University Press.
Varoufakis, Yanis, Tecnofeudalesimo.
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Il Senato rilancia le sanzioni alla Russia nel nome di Lindsey Graham


Dopo la morte improvvisa del senatore repubblicano, democratici e repubblicani vogliono approvare il pacchetto che Graham aveva negoziato fino alle ultime ore della sua vita.

La morte improvvisa di Lindsey Graham ha restituito al Senato americano qualcosa che a Washington è diventato sempre più raro: un fronte bipartisan unito dietro una proposta di legge. Democratici e repubblicani vogliono ora approvare il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, al quale il senatore della South Carolina aveva lavorato fino alle ultime ore di vita: il testo del progetto di legge può già contare sulla firma di 85 senatori su cento.

Il leader della maggioranza repubblicana John Thune ha affermato che l’approvazione della legge rappresenterebbe “un grande tributo all’eredità di Lindsey”. Il leader della minoranza democratica Chuck Schumer lo ha esortato a portarla immediatamente in aula: “Passerà con una maggioranza schiacciante e aiuterà i nostri alleati in Ucraina”.

Senato USA · Dopo Graham

L’ultima legge di Lindsey Graham unisce il Senato sulle sanzioni alla Russia

Il senatore della South Carolina ha lavorato al pacchetto fino alle ultime ore di vita. Ora democratici e repubblicani vogliono approvarlo subito, come tributo alla sua eredità.

Grafica di FocusAmerica 14 luglio 2026

Le firme sulla proposta di legge
0su 100

Senatori che hanno firmato il pacchetto di sanzioni contro la Russia scritto da Graham con il democratico Richard Blumenthal

85 firmatari 15 non firmatari

Per il leader repubblicano John Thune l’approvazione sarebbe “un grande tributo all’eredità di Lindsey”. Il democratico Chuck Schumer chiede di portarla subito in aula.

Il compromesso con la Casa Bianca

L’accordo con Trump ha ristretto il raggio delle sanzioni


Per mesi il presidente aveva chiesto ai repubblicani di attendere. La svolta è arrivata la scorsa settimana ad Ankara, nell’incontro tra i senatori e il Segretario al Tesoro Scott Bessent.

Versione originaria
500%

Dazio su tutte le merci importate negli Stati Uniti da qualunque Paese che continui ad acquistare petrolio, gas, uranio o altri prodotti energetici russi.

Versione concordata
5Paesi

Sanzioni concentrate sui Paesi accusati di aggirare le restrizioni comprando energia russa a prezzi scontati, anche per rivenderla.

I dettagli del nuovo testo non sono ancora pubblici: non si sa quali siano i cinque Paesi, se l’aliquota del 500% resti invariata e quanta discrezionalità avrà Trump nell’applicazione delle misure.

La cronologia

Dall’accordo di Ankara al giuramento della sorella


Una settimana che ha cambiato il destino della legge e del seggio della South Carolina. Tocca le tappe per i dettagli.

La scorsa settimana L’incontro di Ankara sblocca la legge+

Graham e altri senatori incontrano in Turchia il Segretario al Tesoro Scott Bessent e superano le obiezioni della Casa Bianca, che voleva tempo per la propria campagna di pressione su Putin.

Venerdì 10 luglio L’annuncio dell’accordo con l’amministrazione+

Graham, Blumenthal e i senatori Jeanne Shaheen e Roger Wicker annunciano l’intesa con l’amministrazione Trump per far avanzare la versione aggiornata della legge.

Sabato 11 luglio L’ultima telefonata a Trump, poi la morte+

Poche ore prima di morire, Graham aggiorna telefonicamente il presidente sui progressi. A Blumenthal, nell’ultima conversazione, aveva detto: “Questo è un grandissimo risultato”.

Lunedì 13 luglio Trump indica la sorella, McMaster la nomina+

Su indicazione del presidente, il governatore della South Carolina Henry McMaster nomina Darline Graham Nordone per completare il mandato del fratello.

Martedì 14 luglio Il giuramento previsto in Senato+

Nordone entra in carica fino a gennaio 2027. Intanto diversi repubblicani si preparano alla corsa del 2026 per un mandato pieno di sei anni.

Cosa succede ora

Il seggio, la commissione e il destino della legge


Le partite aperte dopo la scomparsa del senatore.

Il seggio
Darline Graham Nordone

La sorella del senatore ne completa il mandato fino a gennaio 2027.

La Commissione Bilancio
Ron Johnson

Il senatore del Wisconsin dovrebbe assumerne la guida, finora tenuta da Graham.

Alla Camera
Via libera già ottenuto

La versione originaria del provvedimento era già stata approvata dai deputati.

Il nome della legge
“Lindsey Graham Sanctions Act”

La proposta del deputato Joe Wilson per intitolare il provvedimento al senatore scomparso.

Fonte Dichiarazioni dei senatori e atti del Congresso degli Stati Uniti; ricostruzioni di Axios e The Hill, luglio 2026.

Per il senatore democratico Cory Booker, votare insieme il provvedimento sarebbe il modo migliore per rendere omaggio a una battaglia alla quale Graham “stava letteralmente dedicando i suoi ultimi respiri”.

La sorella nominata al suo posto


La successione si è messa in moto rapidamente. Il governatore della South Carolina Henry McMaster, su indicazione del presidente Donald Trump, ha nominato Darline Graham Nordone, sorella del senatore, per completarne il mandato fino a gennaio 2027. Il giuramento è previsto martedì pomeriggio.

Il senatore repubblicano Ron Johnson dovrebbe invece assumere la guida della Commissione Bilancio, presieduta finora proprio da Graham. Nel frattempo, diversi esponenti repubblicani si preparano a concorrere alle elezioni del 2026 in South Carolina per conquistare un mandato pieno di sei anni.

L’accordo raggiunto prima della morte


Il Senato era già andato più volte vicino ad approvare la proposta di legge, firmata da Graham insieme al democratico Richard Blumenthal. In ogni occasione, però, Trump aveva chiesto ai repubblicani di attendere, per lasciare alla sua Amministrazione il tempo di condurre una propria campagna di pressione sul presidente russo Vladimir Putin.

La svolta è arrivata solo la scorsa settimana, quando Graham e altri senatori hanno incontrato ad Ankara, in Turchia, il Segretario al Tesoro Scott Bessent, superando così le obiezioni della Casa Bianca. “Siamo orgogliosi di annunciare di aver raggiunto un accordo con l’amministrazione Trump per far avanzare la versione aggiornata della nostra legge sulle sanzioni alla Russia”, hanno dichiarato venerdì Graham, Blumenthal e i senatori Jeanne Shaheen e Roger Wicker.

Sabato sera, poche ore prima di morire, Graham aveva aggiornato telefonicamente Trump sui progressi compiuti. L’accordo con la Casa Bianca ha ridotto la portata del provvedimento rispetto alla versione originaria, che prevedeva un dazio del 500% su tutte le merci importate negli Stati Uniti da qualunque Paese continuasse ad acquistare petrolio, gas, uranio o altri prodotti energetici russi.

Il nuovo testo dovrebbe invece concentrare le sanzioni su cinque Paesi accusati di aggirare le restrizioni comprando energia russa a prezzi scontati, anche per rivenderla. I dettagli, tuttavia, non sono ancora stati pubblicati: non è chiaro quali siano i cinque Paesi interessati, se l’aliquota del 500% sia rimasta invariata e quanta discrezionalità sarà riconosciuta a Trump nell’applicazione delle misure.

L’ultima telefonata e il tributo del Congresso


Lunedì il Senato ha continuato a fare i conti con la scomparsa inattesa di Graham. Thune ha trattenuto a stento le lacrime durante il suo intervento in aula. “Non ci sono parole per descrivere il suo impatto sulla politica estera e interna degli Stati Uniti”, ha dichiarato Wicker.

Blumenthal ha ricordato l’ultima lunga conversazione avuta con Graham durante il fine settimana: “Esultava per l’accordo raggiunto sulla nostra legge sulle sanzioni alla Russia e mi ha detto: “Questo è un grandissimo risultato”.

La versione originaria del provvedimento aveva già ottenuto il via libera della Camera. Il deputato repubblicano Joe Wilson ha proposto ora di intitolare la legge al senatore scomparso: “Sarebbe molto appropriato chiamarla ‘Lindsey Graham Sanctions Act’. Il modo per fermare Putin è mandare in bancarotta gli oligarchi russi”.

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Die Berliner Polizei ist lustig. Ich hab sie gefragt, wer ihr den Verhaltensscanner für "kriminalitätsbelastete Orte" baut. Die so: "sagichnicht".
Dank @kantorkel hab ich dann im Mitschnitt einer Ausschussitzung gesehen, wie die Polizei den Hersteller verkündet: Adesso SE.
Also Nachfrage. Stimmt das? Polizei Berlin lässt Frist verstreichen. Nachfrage zur Nachfrage. Dann endlich die Bestätigung.
Das hätten wir gleich so machen können.
Jetzt ists auf jeden Fall raus.

netzpolitik.org/2026/videouebe…

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Die Videoüberwachung mit automatisierter Verhaltenserkennung, die in Berlin geplant ist, wird von Adesso SE errichtet. Damit baut erstmals in Deutschland ein privatwirtschaftliches Unternehmen eine derartige Infrastruktur in den öffentlichen Raum. Adesso SE ist für ein massives Datenleck bekannt.
netzpolitik.org/2026/videouebe…
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Trump terrà giovedì un discorso alla nazione sulle elezioni del 2020


Il presidente parlerà in prima serata di intelligence declassificata sul voto del 2020 e di presunte falle delle macchine elettorali. Per gli esperti prepara la contestazione del voto di novembre

Donald Trump terrà giovedì un discorso televisivo alla nazione alle 21, ora della costa est degli Stati Uniti (le 3 del mattino di venerdì in Italia). Il presidente lo ha scritto lunedì sul suo social network Truth Social senza indicare l'argomento, ma un funzionario dell'amministrazione ha detto a Reuters che il discorso riguarderà l'intelligence appena declassificata sulle indagini relative alle elezioni americane e quelle che la Casa Bianca considera falle delle macchine per il voto, in grado in teoria di permettere intrusioni informatiche straniere. La notizia era stata anticipata dall'emittente televisiva MS Now.

Il riferimento è al voto del 2020, che Trump sostiene da anni di aver perso per colpa di brogli di massa a favore di Joe Biden. Nessuna prova è mai emersa: tribunali, ricontrolli delle schede e il Dipartimento di Giustizia del suo primo mandato non hanno trovato frodi, mentre l'agenzia federale per la sicurezza informatica definì quel voto "il più sicuro della storia americana".

Un consigliere del presidente ha descritto ad Axios il discorso come un "potpourri" che comprenderà le elezioni, un aggiornamento sull'Iran e qualsiasi altro tema Trump ritenga importante. Finora Trump ha tenuto pochi interventi in prima serata dalla Casa Bianca e vuole farne di più, ha spiegato il consigliere, perché questi discorsi "danno un senso di importanza" a quello che dice. Il presidente vuole anche rilanciare il SAVE America Act, una legge ferma al Congresso che introdurrebbe requisiti rigidi di identificazione per votare. Per fare pressione aveva detto al Congresso che non avrebbe firmato la legge bipartisan sulla casa se prima non fosse passata la sua stretta sul voto: il testo è entrato in vigore nei giorni scorsi senza la firma presidenziale.

L'annuncio è arrivato poche ore dopo che Trump aveva detto che avrebbe reimposto il blocco navale contro l'Iran, insieme a un pedaggio del 20% su tutte le navi in transito nello Stretto di Hormuz. La situazione con Teheran "cambia di minuto in minuto, ma è una cosa che vuole affrontare", ha detto il consigliere ad Axios. L'ultimo grande discorso televisivo del presidente risale al primo aprile, quando difese per la prima volta in modo completo la guerra contro l'Iran, iniziata più di un mese prima con la campagna militare condotta insieme a Israele. Il conflitto ha fatto salire il prezzo del petrolio e scendere i consensi di Trump.

Da oltre un anno l'amministrazione cerca di aumentare la supervisione federale sull'organizzazione delle elezioni e di cambiare il modo in cui gli americani votano, un tentativo che secondo gli esperti legali toglierebbe potere agli stati in violazione della Costituzione. Con il controllo repubblicano del Congresso in gioco alle elezioni di metà mandato di novembre, democratici ed esperti di sicurezza elettorale temono che l'amministrazione voglia interferire. Presentando il 2020 come illegittimo, dicono diversi esperti, Trump prepara il terreno per contestare eventuali sconfitte repubblicane e per indebolire i democratici se riconquisteranno il Congresso.

Un'analisi forense consegnata l'anno scorso da Mojave Research, una società esterna ingaggiata da Tulsi Gabbard quando era direttrice dell'intelligence nazionale, la carica che coordina le agenzie di spionaggio americane, ha trovato difetti in alcune macchine per il voto sequestrate a Porto Rico, ma nessuna prova di manomissioni. Secondo Reuters, prima di lasciare l'incarico a giugno Gabbard ha prodotto anche un rapporto che descrive vulnerabilità significative delle macchine e propone rimedi come l'aggiornamento del software: la Casa Bianca ne ha però rinviato la pubblicazione. Al suo posto Trump ha nominato ad interim Bill Pulte, il direttore dell'agenzia federale che regola i mutui, e lo ha autorizzato a declassificare i documenti legati al voto del 2020.

La Casa Bianca ha anche creato di recente una task force per riesaminare alcuni aspetti dell'elezione del 2020, a cui lavora il giornalista John Solomon, ex collaboratore di Fox News. Solomon ha chiesto accesso ai file di un'analisi che dissentiva dalla valutazione diffusa nel 2021 dall'intelligence americana, secondo cui nessun attore straniero aveva tentato o era riuscito ad alterare "alcun aspetto tecnico" del voto del 2020. Quel documento, preparato dal National Intelligence Council, il principale organo di analisi dell'intelligence, insieme a CIA, FBI, NSA e altre agenzie, concludeva che il presidente russo Vladimir Putin aveva autorizzato operazioni di influenza per favorire Trump e per minare la fiducia nel processo elettorale, che la Cina aveva preso in considerazione un intervento senza poi attuarlo e che l'Iran aveva condotto una campagna di influenza contro la candidatura di Trump.

I funzionari elettorali si dicono fiduciosi che le macchine siano adeguatamente sicure e ricordano che non è mai emersa alcuna prova di intrusioni straniere che abbiano cambiato i risultati delle elezioni passate.


La legge sulla casa entra in vigore senza la firma di Trump


Una delle leggi più importanti degli ultimi decenni sulla casa è entrata in vigore negli Stati Uniti senza la firma del presidente Donald Trump. Il 21st Century Road to Housing Act, il provvedimento bipartisan pensato per rendere le abitazioni più accessibili, è diventato legge sabato 11 luglio dopo che il presidente si è rifiutato di firmarlo per protesta.

Trump aveva dieci giorni di tempo per firmare il testo, opporre il veto o lasciarlo entrare in vigore senza il suo nome. La Costituzione americana prevede che una legge approvata dal Congresso diventi effettiva anche senza la firma del presidente, se questi non la respinge entro dieci giorni. Il termine scadeva alle 23:59 di venerdì sulla costa orientale (le 5:59 del mattino di sabato in Italia) e allo scadere il provvedimento è diventato legge in automatico.

"Non firmerò la legge sulla casa, che è stata approvata dal Congresso e inviata alla Casa Bianca, per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", ha scritto il presidente sul suo social Truth Social venerdì. Il SAVE America Act è una proposta di legge che imporrebbe la prova di cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali e un documento con foto per votare. Il testo è fermo al Senato, dove non ha i sessanta voti necessari ad avanzare. Da mesi il presidente insiste per una stretta sulle regole del voto, un obiettivo che persegue anche per altre strade.

Nelle settimane precedenti Trump aveva più volte sminuito il provvedimento. Lo aveva definito "un grande sbadiglio" e di "minore importanza" rispetto alla legge elettorale. Il 24 giugno, poche ore prima di una cerimonia di firma già organizzata al Congresso, aveva annunciato a sorpresa che non avrebbe approvato la legge sulla casa finché i parlamentari non avessero prima approvato quella sul voto.

Il rifiuto mette in imbarazzo lo stesso partito del presidente in un anno di elezioni di metà mandato. La legge era passata con un sostegno larghissimo di entrambi gli schieramenti, 85 voti a 5 al Senato e 358 a 32 alla Camera. Rappresenta una delle poche vittorie legislative su cui i repubblicani contavano prima del voto di novembre. Invece di rivendicarla, si sono ritrovati a rincorrere le mosse del presidente.

"Le sue priorità non potrebbero essere più chiare: costi più alti per le famiglie e più potere per sé", ha scritto su X il leader dei democratici al Senato, Chuck Schumer. Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, aveva provato a spingere Trump alla firma, ricordando ai giornalisti che la legge sarebbe comunque entrata in vigore e che l'avrebbero festeggiata lo stesso.

La legge affronta il problema soprattutto dal lato dell'offerta, cioè aumentando il numero di case disponibili. Raccoglie 47 proposte diverse, presentate sia dai repubblicani sia dai democratici. Questo spiega perché ha ottenuto un consenso così ampio. Tra le misure ci sono incentivi alle case prefabbricate, costruite in fabbrica e più economiche di quelle tirate su sul posto, la trasformazione di uffici in appartamenti e fondi federali in più ai comuni che costruiscono di più.

Per le case prefabbricate la legge elimina l'obbligo di avere un telaio d'acciaio permanente, quello che le rende trasportabili. Secondo gli esperti di politiche abitative il cambiamento può far risparmiare tra i 5.000 e i 10.000 dollari a casa e rendere più facili progetti più elaborati, come un secondo piano.

Per la prima volta il provvedimento limita anche il ruolo di Wall Street nel mercato immobiliare. Vieta ai grandi investitori che possiedono almeno 350 case unifamiliari di comprarne altre. L'obiettivo è rendere il mercato più accessibile alle famiglie, che spesso non riescono a competere con chi può pagare l'intera casa in contanti. La norma però non obbliga chi già supera quella soglia a vendere nulla. A livello nazionale, del resto, questi grandi investitori possiedono soltanto il 3% circa del mercato degli affitti unifamiliari, anche se in alcune città e quartieri la loro presenza è molto maggiore.

Le decisioni che contano di più sul mercato immobiliare si prendono nei governi locali o negli uffici dei costruttori, non a Washington. Le regole urbanistiche locali, che possono rallentare o bloccare le nuove costruzioni, restano intatte, perché a fissarle sono i comuni. Anche i tassi sui mutui, altro fattore decisivo, non dipendono dal Congresso: quello per un mutuo a trent'anni si aggira oggi intorno al 6,5%, molto più alto rispetto agli anni della pandemia.

A tenere ferme le case sul mercato contribuisce anche un altro meccanismo. Milioni di proprietari che avevano bloccato mutui a tassi bassissimi prima del 2022 non vogliono vendere, perché farlo significherebbe accendere un mutuo molto più caro. Nemmeno questo nodo viene toccato dalla legge.

L'Urban Institute, un centro studi di Washington, ha contato 35 tra programmi, regolamenti e studi che il Dipartimento per l'edilizia e lo sviluppo urbano, il ministero americano competente sulla casa, dovrà mettere in pratica, proprio mentre è a corto di personale dopo i tagli decisi dall'amministrazione Trump. "È una legge che cambia regole e regolamenti. Sbloccherà fondi, ma gran parte delle sue norme valgono quanto la loro attuazione", ha detto alla CNN Shaun Donovan, ex segretario del dipartimento sotto Barack Obama.

A giugno il prezzo mediano di una casa già esistente ha toccato i 440.600 dollari, il valore più alto da quando esistono questi dati, nel 1999. Una famiglia con un reddito di 75.000 dollari l'anno può oggi permettersi meno di un quarto delle case in vendita. Gli economisti della Casa Bianca hanno stimato all'inizio dell'anno una carenza di 10 milioni di abitazioni. Il nuovo provvedimento potrebbe colmarne solo una parte. Chi lo sostiene lo presenta comunque come un primo passo, il più ampio tentativo federale da decenni per rendere la casa più accessibile agli americani.


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Più di 10.000 morti in eccesso in una sola settimana.

È il dato preliminare registrato da EuroMOMO tra il 22 e il 28 giugno, durante l’ondata di caldo estremo che ha colpito l’Europa occidentale. Oltre 9.000 dei decessi riguardavano persone con almeno 65 anni e, secondo gli esperti, un picco simile è difficilmente spiegabile senza le temperature eccezionali di quei giorni.

Secondo World Weather Attribution, un’ondata di questa intensità sarebbe stata praticamente impossibile senza il riscaldamento globale causato dalle attività umane.

Il caldo diventa ancora più letale quando incontra case inefficienti, città povere di alberi e ombra, servizi sanitari sotto pressione e lavoratori esposti nelle ore più pericolose.

Affrontare ogni estate senza una risposta strutturale è una responsabilità politica: l’Europa deve investire in sistemi di allerta, rifugi climatici, edifici efficienti e tutele vincolanti sul lavoro.

Adattarsi è urgente. Ridurre le emissioni è indispensabile.

#CrisiClimatica #CaldoEstremo #CambiamentoClimatico #SalutePubblica #GiustiziaClimatica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Monitoraggio server Linux: le 10 metriche che contano davvero (e quelle che ingannano)
#tech
spcnet.it/monitoraggio-server-…
@informatica


Monitoraggio server Linux: le 10 metriche che contano davvero (e quelle che ingannano)


Un server Linux quasi sempre avvisa prima di guastarsi. Il problema è che la maggior parte dei sistemisti guarda i numeri sbagliati: il carico della CPU invece dell’iowait, la percentuale di RAM occupata invece dello swap attivo, lo spazio disco invece degli inode liberi. Il risultato è che i segnali d’allarme restano invisibili finché non si trasformano in un incidente in produzione.

Vediamo dieci metriche che vale davvero la pena monitorare su un’infrastruttura Linux, con i comandi per raccoglierle, le soglie di riferimento e — soprattutto — come metterle in relazione tra loro invece di guardarle isolate.

1. CPU: l’iowait conta più dell’utilizzo grezzo


La percentuale di utilizzo CPU complessiva è un punto di partenza, ma il segnale utile è nell’%iowait: indica quanto tempo le CPU passano ferme in attesa di I/O su disco invece di eseguire codice applicativo. Un server all’90% di CPU è occupato; un server al 40% di iowait è in sofferenza, anche se il carico “totale” sembra alto allo stesso modo.

mpstat -P ALL 1 5

Un iowait sostenuto sopra il 20-30% giustifica un’indagine sullo storage con iostat -xz 1 (vedi punto 5).

2. Load average rapportato ai core disponibili


Il load average è tra le metriche più fraintese in assoluto: un valore di 8.0 non significa nulla senza sapere quanti core ha la macchina. La regola empirica è che un load sostenuto sopra 1.0 per core indica una possibile saturazione, anche se il collo di bottiglia potrebbe essere CPU, I/O su disco o un altro sottosistema.

cat /proc/loadavg
nproc

Le tre medie (1, 5, 15 minuti) vanno lette come trend: se il valore a 15 minuti cresce costantemente, c’è qualcosa che si sta accumulando — un processo runaway, un thread leak, un collo di bottiglia I/O.

3. Memoria: non temere l’uso, temi lo swap attivo


Linux usa la RAM libera come page cache, quindi un server che mostra il 95% di memoria occupata non è necessariamente in difficoltà, se gran parte è cache riutilizzabile. Quello che conta davvero è quanta memoria è effettivamente disponibile e se il sistema sta attivamente paginando su swap.

free -h
grep -E "MemAvailable|SwapTotal|SwapFree" /proc/meminfo
vmstat 1 5

Un po’ di swap usato non è di per sé un problema: con un vm.swappiness ben tarato, il kernel può spostare pagine “fredde” su swap in modo proattivo senza impatti percepibili. Il segnale d’allarme reale sono le colonne si (swap-in) e so (swap-out) di vmstat: valori sostenuti e diversi da zero, o uno swap che cresce sotto carico, indicano pressione di memoria che degraderà le prestazioni.

4. Spazio disco e utilizzo degli inode


Finire lo spazio disco è evidente. Finire gli inode è il killer silenzioso che manda in crisi anche i sistemisti più esperti: si possono avere gigabyte liberi e non riuscire comunque a creare un nuovo file se gli inode sono esauriti.

df -h   # spazio disco
df -i   # utilizzo inode

L’esaurimento degli inode capita tipicamente in directory con milioni di file piccoli — code di mail, session store, directory temporanee. Impostate soglie di allerta all’80% sia per lo spazio sia per gli inode, non solo per lo spazio.

5. Latenza e throughput I/O del disco


Il throughput dice quanti dati si muovono; la latenza dice quanto tempo impiega ogni singola operazione. Un disco che serve scritture sequenziali può avere un throughput ottimo e al contempo una latenza pessima su letture casuali — esattamente il pattern che uccide le prestazioni di un database.

iostat -xz 1

Le colonne chiave da osservare sono await (tempo medio in ms per servire una richiesta I/O), %util (percentuale di tempo in cui il device è occupato) e r/s/w/s (operazioni al secondo). Un await sopra 20ms per HDD, o sopra 1-2ms per workload sensibili alla latenza su SSD, merita un’indagine. Su HDD e SATA SSD un %util vicino al 100% indica saturazione; sugli NVMe questo indicatore è meno affidabile per via dell’architettura multi-queue, quindi in quel caso conviene fidarsi soprattutto dell’await.

6. Traffico di rete e tassi di errore


La banda utilizzata è la base. Quello che le dashboard spesso non mostrano sono i pacchetti persi, gli errori e le ritrasmissioni, che possono segnalare problemi alla scheda di rete, allo switch o una rete sotto flooding.

ip -s link show eth0
ss -s
netstat -s | grep -E "retransmit|error|drop"

Un contatore di errori sulla NIC che cresce nel tempo indica quasi sempre un problema hardware o di cablaggio. Un tasso di ritrasmissione TCP sopra l’1-2% segnala spesso congestione, perdita di pacchetti o altri problemi di connettività che stanno già impattando le applicazioni.

7. File descriptor aperti


Ogni file, socket e pipe aperti consuma un file descriptor. Applicazioni sotto carico — web server, database, sistemi di messaggistica — possono esaurire il limite per processo o quello di sistema e iniziare a restituire errori “too many open files” che si propagano a cascata.

# Uso corrente a livello di sistema
cat /proc/sys/fs/file-nr
# Massimo di sistema
cat /proc/sys/fs/file-max
# Per processo
ls /proc/<PID>/fd | wc -l
cat /proc/<PID>/limits | grep "open files"

Se l’utilizzo corrente supera stabilmente il 70-80% del massimo di sistema, è il momento di indagare. Se un processo specifico si avvicina al proprio ulimit, o ha un leak di descriptor (bug da correggere) oppure ha semplicemente bisogno di un limite più alto (tuning). Per capire quale processo trattiene quali file, lsof è lo strumento di riferimento.

8. Conteggio di processi e thread


Picchi improvvisi nel numero di processi possono indicare fork bomb, cron job impazziti o thread pool applicativi mal configurati. Su applicazioni fortemente multithread, una crescita illimitata del numero di thread è un classico sintomo di bug di concorrenza.

ps aux | wc -l
cat /proc/sys/kernel/threads-max
top -H -p <PID>   # thread di un processo specifico

Conoscere la propria baseline è essenziale: se un web server gira normalmente con 50 worker e improvvisamente se ne vedono 500, qualcosa nella configurazione del servizio o dell’applicazione non va.

9. Salute hardware: temperatura e SMART


È la metrica che più spesso manca negli stack di monitoraggio software, ed è un errore: le CPU riducono le prestazioni (thermal throttling) prima di spegnersi, quindi si osserva un degrado misterioso delle performance ben prima che compaia un errore esplicito.

# Richiede lm-sensors
sensors
# Stato dischi
smartctl -a /dev/sda
# IPMI su bare metal
ipmitool sdr type Temperature

Su macchine virtuali questi dati possono essere nascosti al guest OS; su server bare metal, temperatura e dati SMART/NVMe rappresentano un livello di preallarme che nessuna metrica software può sostituire. Temperature CPU stabilmente sopra 80°C, o dischi che riportano settori riallocati o errori non correggibili nei dati SMART/NVMe, richiedono intervento immediato.

10. Tasso di errore nei log di sistema


Le metriche dicono come sono i numeri; i log dicono perché. Tracciare il tasso di voci ERROR e CRITICAL nel tempo, invece di leggere i log riga per riga, offre un segnale d’allarme precoce prima che il problema diventi un’interruzione di servizio.

# systemd
journalctl -p err --since "1 hour ago"
journalctl -p err --since "1 hour ago" | wc -l

# syslog classico
grep -iEc "error|critical" /var/log/syslog

Un improvviso aumento del tasso di errore nei log, anche se il sistema sembra funzionare normalmente, spesso precede un guasto di minuti o ore. Anche qui, definire una baseline dei tassi di errore “normali” rende evidenti le anomalie.

Mettere insieme i pezzi: le baseline battono le soglie fisse


Soglie statiche (ad esempio: allerta se la CPU supera l’80%) sono un buon punto di partenza, ma restano strumenti grezzi. La pratica più efficace di monitoraggio Linux è costruire baseline specifiche per il proprio carico di lavoro e allertare sulla deviazione dalla norma, non solo sui valori assoluti.

  • Correlate le metriche, non guardatele a compartimenti stagni: CPU alta combinata con iowait elevato e await del disco in crescita racconta una storia molto più chiara di ciascuna metrica da sola.
  • Allertate sui trend, non sugli scatti isolati: un load average in crescita costante nell’arco di 15 minuti è più utile di un singolo picco.
  • Tenete d’occhio il gap del monitoraggio: il tempo che passa tra il superamento di una soglia e l’intervento umano è dove gli incidenti crescono. Automatizzate tutto ciò che potete, ad esempio con Prometheus + node_exporter + Alertmanager per la raccolta e la notifica, o con Grafana per la visualizzazione delle baseline nel tempo.

Su una manciata di server, eseguire questi controlli manualmente da riga di comando funziona bene. Quando l’infrastruttura cresce a decine o centinaia di macchine, diventa poco pratico farlo a mano: è il momento di investire in una piattaforma di observability centralizzata che aggreghi queste metriche, applichi soglie dinamiche e correli gli eventi tra sistemi diversi.

Gli strumenti cambiano nel tempo — oggi iostat e vmstat, domani forse eBPF-based tooling come bpftrace — ma i fondamentali restano gli stessi: sapere cosa guardare, in che relazione, e con quale baseline confrontarlo.

Fonte: LinuxBlog.io


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Rubio dichiara guerra alla Corte Penale Internazionale: “La smantelleremo pezzo dopo pezzo”


Il segretario di Stato Marco Rubio annuncia una campagna per “smantellare” il tribunale dell’Aja. Washington minaccia nuove sanzioni contro i giudici e funzionari e farà pressione sui Paesi alleati che ancora sostengono la Corte.

Gli Stati Uniti intendono smantellare la Corte Penale Internazionale (CPI). Lo ha annunciato lunedì il Segretario di Stato Marco Rubio, spiegando che Washington punta a “smantellare sistematicamente” il tribunale dell’Aja, istituito per perseguire i responsabili dei crimini più gravi.

“Usando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo e lavorando al fianco di ogni alleato con cui possiamo fare causa comune, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha detto Rubio in un video pubblicato sul suo account X.

The International Criminal Court seeks to become the unaccountable arbiter of a new global law — empowered to prosecute and arrest our citizens at will and existentially threaten American sovereignty.

We will teach the ICC the full meaning of American resolve. pic.twitter.com/2egHK1jA98
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) July 13, 2026


Istituita nel 2002 e con sede all’Aja, nei Paesi Bassi, la Corte Penale Internazionale indaga su genocidi, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altri gravi reati internazionali. Gli Stati Uniti non hanno però mai ratificato lo Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte. Rubio giustifica l’offensiva con il rischio che il tribunale possa processare cittadini americani: un’eventualità che, a suo giudizio, rappresenterebbe “la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”.

Le pressioni sui Paesi alleati


Il Dipartimento di Stato americano accusa la CPI di volersi trasformare in un “arbitro globale che non risponde a nessuno” e di minacciare gli americani attraverso le indagini sulla condotta di militari e funzionari statunitensi nelle guerre combattute all’estero. L’annuncio ufficiale è arrivato lunedì, ma Rubio avrebbe cominciato a muoversi già la scorsa settimana, telefonando ai responsabili della diplomazia di diversi Paesi per costruire un fronte internazionale contro il tribunale.

In concreto, tuttavia, la possibilità che la Corte riesca a processare cittadini americani rimane remota. La CPI, infatti, non dispone di una propria forza di polizia e può arrestare e giudicare cittadini statunitensi soltanto se uno Stato membro esegue il mandato. Più di cento Paesi, inoltre, hanno sottoscritto accordi con Washington impegnandosi a non consegnare cittadini americani alla Corte.

In base al principio di complementarità, infine, un’autentica indagine o un procedimento condotto dalle autorità nazionali può impedire l’intervento della CPI sugli stessi presunti crimini.

Una minaccia all’intera istituzione


L’Amministrazione Trump aveva già contestato precedentemente le indagini aperte dalla CPI sulla condotta dei soldati americani in Afghanistan, per poi attaccare duramente anche le iniziative della Corte contro Israele, cosa che aveva portato all’imposizione di sanzioni a diversi esponenti della Corte.

La nuova offensiva, però, non si limita più a impedire singole inchieste: prende invece di mira l’istituzione nel suo complesso. Per indebolirla, il Dipartimento di Stato minaccia nuove sanzioni contro giudici e funzionari e avverte che Washington potrebbe riconsiderare i rapporti con i Paesi alleati che “dipendono dall’assistenza americana” ma “rifiutano di respingere la falsa autorità della CPI”.

Secondo diversi esperti, la campagna potrebbe ostacolare il perseguimento dei più gravi crimini internazionali e approfondire la frattura tra Washington e i Paesi alleati che sostengono il tribunale. “Se gli Stati Uniti si rivoltano contro la Corte nel suo complesso, si stanno davvero allontanando da principi ai quali i nostri alleati più importanti attribuiscono un valore enorme”, ha osservato in una intervista al New York Times Alex Whiting, professore di diritto ad Harvard e lui stesso ex procuratore della CPI.

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☕ CYBERBRIEFING — Martedì 14 luglio 2026

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When the facts change, adequacy must be reviewed


Following the Supreme Court's ruling in Trump v. Slaughter, EDRi and other 36 civil society organisations and academics have urged the European Commission to immediately reassess the EU-US adequacy decision. The ruling undermines one of the safeguards on which the Commission relied when concluding that personal data transferred to the United States receives an adequate level of protection.

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La sorella di Lindsey Graham nominata per completare il suo mandato al Senato


Darline Graham Nordone, 62 anni, non ha mai ricoperto cariche elettive e sarà la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato. Trump aveva chiesto al governatore McMaster di nominarla

Darline Graham Nordone, 62 anni, presta giuramento martedì come senatrice della South Carolina al posto del fratello, Lindsey Graham, morto sabato sera a 71 anni per una dissezione aortica. Il governatore repubblicano dello Stato, Henry McMaster, ha annunciato la nomina lunedì, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva chiesto pubblicamente di scegliere la "meravigliosa sorella" di Graham, scrivendo su Truth Social che sarebbe stata "un favoloso tributo a Lindsey, che la amava profondamente". Nordone resterà in carica fino al 3 gennaio, quando scade il mandato del fratello.

Con il giuramento Nordone diventerà la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato. Non ha mai ricoperto cariche elettive: dal 2019 era commissaria della South Carolina Commission for the Blind, l'agenzia statale che aiuta le persone cieche o ipovedenti a trovare lavoro e vivere in autonomia, e in precedenza aveva lavorato alla Clemson University e in due agenzie dello Stato. McMaster ha raccontato di averle proposto l'incarico domenica, il giorno dopo la morte del fratello, e che lei ha accettato in lacrime. "Lindsey è sempre stato lì per me e ora io ci sarò per lui", ha detto Nordone lunedì, aggiungendo che intende "portare avanti il lavoro" del fratello e che "è quello che Lindsey avrebbe voluto".

Il legame tra i due è una parte centrale della biografia di Graham. I fratelli crebbero in una stanza sul retro del Sanitary Café, il locale di Central, in South Carolina, che i genitori gestivano come bar, sala da biliardo e negozio di liquori. La madre morì nel 1976 per un linfoma di Hodgkin e quindici mesi dopo il padre ebbe un infarto nel sonno. Graham aveva 22 anni ed era all'inizio della facoltà di legge all'Università della South Carolina, la sorella ne aveva 13. Lui ne divenne il tutore legale e, dopo essere entrato nell'aeronautica come avvocato militare, la adottò perché potesse ricevere i suoi benefici militari. "È un po' come un fratello, un padre e una madre in uno", disse Nordone al New York Times nel 2015. Graham, che non si è mai sposato e non ha avuto figli, disse nello stesso anno che la buona riuscita della vita della sorella era "di gran lunga" la cosa migliore capitata nella sua.

Nordone è stata una presenza costante anche nella carriera politica del fratello. Fece campagna porta a porta quando Graham si candidò per la prima volta alla Camera nel 1992, comparve in uno spot elettorale nel 2014 e lo presentò nel 2015, davanti alla casa dove erano cresciuti, quando lui lanciò la sua candidatura alla presidenza. Durante quella campagna, a chi gli chiedeva chi avrebbe fatto da first lady in caso di vittoria, Graham rispose scherzando che quel ruolo poteva toccare alla sorella.

Le nomine di familiari per i seggi rimasti vacanti hanno una lunga storia nella politica americana. La pratica, chiamata "widow's succession" (successione della vedova), riguardava soprattutto le mogli chiamate a occupare temporaneamente il seggio del marito morto e nel Novecento contribuì all'ingresso delle donne al Congresso. Nel 2001 Jean Carnahan entrò al Senato al posto del marito Mel, governatore del Missouri morto in un incidente aereo durante la campagna elettorale e poi eletto postumo. Nel 2002 il governatore dell'Alaska Frank Murkowski nominò la figlia Lisa per il seggio che lui stesso aveva lasciato: lei lo occupa ancora oggi.

Il futuro del seggio si deciderà invece a novembre. Come previsto dalla legge della South Carolina, i repubblicani sceglieranno il nuovo candidato con primarie speciali l'11 agosto, con un eventuale ballottaggio il 25 agosto: le candidature si potranno presentare dal 21 luglio. Graham era in corsa per un quinto mandato e aveva vinto le primarie repubblicane il mese scorso. Nordone non ha escluso esplicitamente una candidatura, ma non è attesa in corsa. Hanno mostrato interesse per il seggio i deputati Nancy Mace e Ralph Norman e la vicegovernatrice Pamela Evette, tutti sconfitti alle primarie per la carica di governatore il mese scorso. Chi vincerà affronterà a novembre la democratica Annie Andrews.

Nordone arriva al Senato in un momento carico per la politica americana, con un'agenda che la morte del fratello aveva complicato: la guerra con l'Iran che Graham aveva sostenuto con forza, i negoziati sulla legge annuale di finanziamento della difesa e le pressioni di Trump per approvare una controversa legge elettorale che non ha abbastanza sostegno tra i repubblicani. Nel suo primo intervento pubblico Nordone ha promesso di "lavorare duramente nei prossimi mesi per sostenere il presidente" e onorare l'impegno del fratello verso i cittadini della South Carolina.


È morto Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina


Il senatore repubblicano Lindsey Graham è morto sabato sera all’età di 71 anni. Ad annunciarlo questa mattina è stato il suo ufficio, secondo cui il senatore della South Carolina è stato stroncato da una malattia “breve e improvvisa”, sulla quale non sono stati forniti ulteriori dettagli.

Statement from the Office of U.S. Senator Lindsey Graham (R-South Carolina). pic.twitter.com/CQ5yVvqTH1
— Lindsey Graham (@LindseyGrahamSC) July 12, 2026


Ieri sera i soccorritori erano intervenuti nella sua abitazione di Capitol Hill, a Washington, dopo una chiamata per un arresto cardiaco, secondo quanto emerge dalle comunicazioni radio della polizia ottenute da NBC News. Alcune immagini esaminate dall’emittente mostrano i paramedici mentre trasportano una persona in barella verso un’ambulanza, circondata da auto della polizia e mezzi dei vigili del fuoco.

Trent’anni al Congresso e il rapporto con Trump


Graham sedeva al Congresso da oltre trent’anni. Dopo una breve esperienza nel Congresso della South Carolina, era stato eletto prima alla Camera dei Rappresentanti nel 1994 e poi al Senato nel 2002. Riconfermato nel 2008, nel 2014 e nel 2020, presiedeva la Commissione Bilancio del Senato ed era candidato a un nuovo mandato nelle elezioni di quest’anno.

La legge della South Carolina prevede ora la necessità di convocare nuove primarie speciali repubblicane quando, come in questo caso, un candidato scelto attraverso le primarie muore prima delle elezioni generali. Il partito dovrà quindi selezionare con una nuova consultazione elettorale chi sostituirà Graham sulla scheda elettorale di novembre.

Considerato uno dei principali alleati del presidente Donald Trump, ne aveva sostenuto la linea sulla maggior parte dei dossier, pur prendendone talvolta le distanze, soprattutto in politica estera. I due erano stati rivali alle primarie repubblicane del 2016, prima di riconciliarsi. “È eccezionale, è stato al mio fianco per molto tempo”, aveva dichiarato Trump il mese scorso durante un comizio organizzato a sostegno del senatore. “Dopo quella battaglia siamo diventati grandi amici e mi ha aiutato come pochi altri al Senato”.

Questa mattina Trump ha reagito alla notizia della sua morte improvvisa con il seguente post pubblicato su Truth Social:

Il senatore Lindsey Graham, una delle persone e dei senatori più straordinari che abbia mai conosciuto, è morto. Era sempre al lavoro ed era un autentico patriota americano. Lindsey ci mancherà moltissimo!!! SEGUIRANNO DETTAGLI E INFORMAZIONI SULLE ESEQUIE. Che tristezza! Presidente DONALD J. TRUMP

President Trump releases a statement following the passing of US Senator Lindsey Graham. pic.twitter.com/y9on145ifd
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 12, 2026


L’ultimo viaggio a Kyiv


Graham era appena rientrato dall’Ucraina, dove venerdì aveva incontrato a Kyiv il presidente Volodymyr Zelensky. Oggi avrebbe dovuto partecipare alla trasmissione Meet the Press di NBC News. Il sostegno all’Ucraina era stato negli ultimi anni una delle sue principali battaglie politiche.

Good meeting with U.S. Senator Lindsey Graham @LindseyGrahamSC in Kyiv. This is already his 10th visit to our country, and we appreciate this support.

I'm grateful to Lindsey for recognizing our warriors. The stronger Ukraine is on the battlefield, the greater the chances that… pic.twitter.com/bgZjjgIqu1
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) July 10, 2026


Insieme al senatore democratico Richard Blumenthal, Graham era infatti il primo firmatario di una proposta di legge che prevedeva pesanti sanzioni contro la Russia e dazi fino al 500% sui Paesi che avessero continuato ad acquistare petrolio, gas e uranio russi.

Proprio venerdì, dalla capitale ucraina, aveva annunciato di aver raggiunto un’intesa con la Casa Bianca sul provvedimento, che era rimasto bloccato per oltre un anno. Quell’annuncio, da lui descritto come l’ultimo passo prima dell’approvazione della legge, è stato il suo ultimo atto politico.

Durante l’incontro, Zelensky lo aveva anche aggiornato sull’intesa politica raggiunta con Trump nel corso del vertice NATO ad Ankara per concedere all’Ucraina le licenze necessarie a produrre i sistemi Patriot, un accordo strenuamente sponsorizzato proprio dal senatore repubblicano della North Carolina.

Questo il commento del Ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha alla notizia della sua morte:

Sono addolorato per la scomparsa del senatore Lindsey Graham, che era appena stato a Kyiv per la sua decima visita in Ucraina. Il senatore Graham è stato un vero amico dell'Ucraina e una delle voci più forti a sostegno della nostra lotta contro l'aggressione russa. È stato inflessibile nel chiedere con forza sanzioni più severe contro la Russia e nel fornire all'Ucraina le capacità necessarie per difendere il nostro popolo. La sua leadership, la sua convinzione e il suo impegno incrollabile per l'Ucraina non saranno mai dimenticati.

Saddened by the passing of Senator @LindseyGrahamSC, who was just in Kyiv on his tenth visit to Ukraine.

Senator Graham was a true friend of Ukraine and one of the strongest voices in support of our struggle against Russia's aggression.

He was unwavering in advocating for…
— Andrii Sybiha 🇺🇦 (@andrii_sybiha) July 12, 2026


Il suo legame con Israele


Graham era anche uno dei più convinti sostenitori di Israele al Congresso degli Stati Uniti. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 si era recato più volte nel Paese, difendendone il diritto alla sicurezza e sostenendo una linea particolarmente dura contro Hamas e l’Iran.

La sua opposizione al regime iraniano era infatti altrettanto netta: a febbraio, durante una manifestazione a Monaco, aveva sventolato la bandiera pre-1979 con il Leone e il Sole, schierandosi apertamente “con il popolo iraniano contro l’ayatollah assassino”.

Non meraviglia dunque il fatto che la notizia della sua morte abbia già suscitato numerose reazioni in Israele. Il presidente Isaac Herzog lo ha ricordato come “un faro di chiarezza morale” e un autentico difensore dell’alleanza tra i due Paesi. Il Ministro della Difesa Israel Katz lo ha invece definito “un vero amico dello Stato di Israele” e uno dei suoi sostenitori più forti e costanti.


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Der Berliner Radiosender FluxFM hat mit mir über den Verhaltensscanner gesprochen, der bald am Kotti installiert wird. Hier gehts zum 3-Min-Beitrag: fluxfm.de/channels/7efc3ff2-48…
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La rassegna stampa di martedì 14 luglio 2026


Trump ordina la terza notte di raid sull'Iran e il blocco di Hormuz con una tariffa del 20%, mentre salgono petrolio e timori sui tassi; la sorella di Lindsey Graham eredita il seggio al Senato e un giudice stronca la causa dell'Amministrazione contro il fisco

Questa è la rassegna stampa di martedì 14 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran per la terza notte e reintroducono il blocco di Hormuz


Il presidente Trump ha notificato al Congresso la ripresa dei combattimenti con l'Iran mentre le forze americane lanciavano una terza notte consecutiva di attacchi. Ha inoltre annunciato il ripristino del blocco navale nello Stretto di Hormuz e una tariffa del 20% su tutto il carico in transito, definendo gli Stati Uniti i "guardiani" della via d'acqua. Trump ha anche indicato la montagna di Pickaxe, sito nucleare iraniano, come possibile obiettivo di un prossimo raid.

Fonti: The New York Times, The Hill, The Wall Street Journal

Il prezzo del petrolio sale e cresce il timore di un rialzo dei tassi


La tariffa del 20% imposta da Trump sul transito nello Stretto di Hormuz potrebbe raddoppiare i costi di spedizione di petrolio e altre merci, alimentando le preoccupazioni tra gli operatori. Un alto funzionario della banca centrale ha lasciato intendere che un rialzo dei tassi resta sul tavolo se l'inflazione dovesse riaccendersi con il conflitto iraniano. Il quadro pesa su famiglie già in difficoltà: quasi un adulto su cinque dichiara di attingere ai risparmi per fare la spesa, con un ricorso crescente alle carte di credito.

Fonti: The New York Times, Semafor, The Hill

La sorella di Lindsey Graham nominata per completarne il mandato al Senato


Il governatore della Carolina del Sud Henry McMaster ha nominato Darline Graham Nordone per completare il mandato del fratello, il senatore Lindsey Graham, morto sabato scorso. La scelta è arrivata su sollecitazione del presidente Trump e la nomina avrà carattere interinale per alcuni mesi. Nel frattempo diversi candidati si stanno già muovendo in vista di una primaria speciale per il seggio.

Fonti: The New York Times, BBC News, NPR

Il Senato punta a onorare Graham approvando le sanzioni alla Russia


Senatori di entrambi i partiti si stanno raccogliendo attorno a un pacchetto rivisto di sanzioni contro la Russia per onorare la memoria di Lindsey Graham, che ne era stato il principale promotore. Il disegno di legge conta 85 cofirmatari e la Casa Bianca ha fatto sapere che Trump ne sostiene l'avanzamento. La versione aggiornata restringe però la portata delle sanzioni previste, in particolare quelle verso i Paesi che continuano ad acquistare petrolio e gas russi.

Fonti: Axios, Semafor, The Hill

Un agente dell'immigrazione uccide un uomo nel Maine, il secondo caso in una settimana


Un agente dell'ICE ha ucciso a colpi d'arma da fuoco un cittadino colombiano di 26 anni fermandone il veicolo a Biddeford, nel Maine, nel secondo episodio del genere in una settimana. L'ufficio del senatore Angus King ha precisato che l'uomo non era l'obiettivo del mandato d'arresto, correggendo una precedente ricostruzione del Dipartimento per la Sicurezza interna. La senatrice Susan Collins e altri parlamentari hanno chiesto un'indagine indipendente e imparziale sull'accaduto.

Fonti: The New York Times, Fox News, The Hill

Trump riduce drasticamente due monumenti nazionali nello Utah


Il presidente Trump ha firmato ordini esecutivi che riducono in modo netto i monumenti nazionali di Bears Ears e Grand Staircase-Escalante, nello Utah, sottraendo protezioni a quasi tre milioni di acri di terre pubbliche. La misura, più drastica di quella del primo mandato, apre la strada a possibili attività estrattive come l'estrazione di uranio. Tribù native e gruppi ambientalisti hanno già annunciato ricorsi, in una disputa legale sui poteri presidenziali che si trascina da anni.

Fonti: The New York Times, ABC News, The Hill

Un giudice stronca la causa di Trump contro l'agenzia delle entrate


Un giudice federale ha censurato duramente una causa promossa dall'Amministrazione contro l'IRS, l'agenzia delle entrate statunitense, definendola un improprio esercizio di interesse personale volto a manipolare il sistema giudiziario. La decisione ha inoltre raccomandato provvedimenti disciplinari nei confronti dei legali coinvolti, tra cui il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche. La vicenda ruota attorno a un fondo da 1,8 miliardi di dollari.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal

Trump annuncia un discorso alla nazione giovedì su Iran ed "integrità elettorale"


Il presidente Trump ha annunciato che giovedì sera terrà un discorso in prima serata dalla Casa Bianca, incentrato sullo scontro con l'Iran e sull'"integrità elettorale". Secondo un consigliere, il presidente vuole spingere sul SAVE Act, una legge sull'identificazione degli elettori ferma al Congresso, e potrebbe presentare le conclusioni della sua Amministrazione sulla revisione delle elezioni del 2020. Trump intende inaugurare una serie più frequente di discorsi diretti in prima serata.

Fonti: Axios, The Hill

Trump ha dato il via libera all'Arabia Saudita per gli attacchi agli Houthi


Secondo funzionari statunitensi, il presidente Trump ha assicurato al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman il proprio sostegno per un'azione militare contro gli Houthi in Yemen, sostenuti dall'Iran. Il raid saudita sull'aeroporto di Sanaa e i successivi lanci di missili degli Houthi rappresentano l'escalation transfrontaliera più grave dal 2022. Un conflitto rinnovato rischia di aggravare le tensioni regionali e di allargare la guerra tra Stati Uniti e Iran.

Fonti: Axios

Trump appoggia sette candidati repubblicani alla Camera in vista delle elezioni di metà mandato


Il presidente Trump ha annunciato per la prima volta il sostegno a sette repubblicani in corsa per la Camera dei rappresentanti. Con una serie di messaggi su Truth Social, ha appoggiato tra gli altri John Cowan nell'undicesimo distretto della Georgia e Anthony DiLorenzo. Le dichiarazioni di sostegno arrivano mentre il Partito repubblicano difende una maggioranza risicata alla Camera in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Contos #6 – Al Comune di Quartu S.E. davvero l’opposizione viene ignorata?

La seduta del Consiglio Comunale del 7 luglio racconta una realtà diversa da quella che oggi circola nel dibattito politico quartese. Le sedute dedicate alle linee programmatiche di un’amministrazione sono probabilmente il momento più importante dell’intero mandato. È lì che una maggioranza spiega dove sucontu.wordpress.com/2026/07/…

@sardegna

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)
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Devo ammetterlo, #AntiX è una bomba su qualsiasi hardware
@news
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Vote By Mail applications due by August 25th


The Massachusetts Election Division has started to mail out Vote By Mail applications. You can sign up to vote by mail by filling out the attached form and mailing back to them. Since the form is on a postcard, USPS will scan the postcard recording the from and to fields and potentially other information on the postcard. You can instead request a mail ballot on-line via the Election Division’s website. There you an also track the status of your ballot as well as find your local ballot drop box.

Applications for the primary election (in which Pirate voters can participate), are due by August 25th. For the general election, applications are due October 25th.

If you are not registered to vote, you can register on-line, by mailing a voter registration application or at your municipality. You must to register ten (10) days before the election to participate:

  • State Primary: Saturday, August 22nd, 2026
  • State Election: Saturday, October 24, 2026

To register to vote on-line, you need to be a US citizen, at least sixteen years old and have an Massachusetts id issued by the Registry of Motor Vehicles. When registering to vote, you will need to select a party, political designation, or no party. To register as a Pirate, choose the Political Designation radio button and then select the Pirate designation in the drop down. There you can also update your address, name and check your registration status.

You can also register or pre-register to vote with a mail-in voter registration form or at your municipality’s town clerks, election commission, and Boards of Registrars. Print, fill out, and sign the voter registration form. When registering by mail, mail the signed form to your local election office. Your voter registration form must be postmarked by the voter registration deadline. When registering to vote, you will need to select a party, political designation, or no party. To register as a Pirate, write Pirate in the Political Designation field of the form.

If you are registering to vote in Massachusetts for the first time, you should include a copy of identification that shows your name and address with your form. If you don’t include a copy of your ID, you may need to show it the first time you vote.

For more information on registering to vote, view the Elections Division page.

Finally, the dates for this year’s elections are:

  • State Primary: Tuesday, September 1, 2026
  • State Election: Tuesday, November 3, 2026

masspirates.org/blog/2026/07/1…

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I generali americani hanno smesso di dire quello che pensano


Un'analisi dell'Atlantic: con Hegseth che rimuove gli ufficiali poco leali, il capo di stato maggiore Caine evita ogni giudizio pubblico. Per gli esperti un silenzio così è pericoloso

I più alti generali americani hanno ridotto il loro ruolo a occuparsi di tattica, eseguire gli ordini e tacere su tutto il resto. Secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic da Missy Ryan e Nancy Youssef, due giornaliste che seguono il Pentagono da decenni, i vertici militari degli Stati Uniti hanno interpretato in modo strettissimo il compito di consigliare il presidente, anche perché servono un comandante in capo che ha detto di preferire "il tipo di generali che aveva Hitler" e un segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che ha rimosso gli ufficiali giudicati poco leali.

Il simbolo di questo approccio è Dan Caine, il generale che il presidente ha richiamato dalla pensione per farne il capo dello stato maggiore congiunto, il vertice militare delle forze armate americane. Caine presenta le opzioni militari e risponde su questioni tattiche, ma evita i giudizi di fondo sulla geopolitica e sull'opportunità delle scelte dell'amministrazione, purché siano considerate legali. Il mese scorso, parlando ai diplomati della National Defense University, l'università della Difesa americana, ha spiegato che la domanda "possiamo farlo?" spetta ai militari, mentre la domanda "dovremmo farlo?" "arriva al livello politico, e noi non ci occupiamo di questo nel nostro mestiere".

Hegseth ha costretto all'uscita più di venti generali e ammiragli, tra cui alcuni degli ufficiali di carriera più rispettati delle forze armate: il predecessore di Caine, il generale dell'aeronautica C. Q. Brown Jr., altri due membri dello stato maggiore congiunto e, da ultimo, il generale dell'esercito C. D. Donahue. Al loro posto ha promosso ufficiali meno esperti, senza mai spiegare le singole rimozioni. Tra i comandanti si è diffusa la convinzione che il segretario premi la fedeltà e l'acquiescenza più della competenza e dell'esperienza.

La prudenza dei generali non ha però garantito risultati migliori sul campo. Prima della guerra con l'Iran, i comandanti avevano preparato un piano per tenere aperto lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo, che prevedeva più navi, più truppe e altre forze nell'ipotesi che Teheran provasse a chiuderlo. Il presidente ha scelto una strada diversa e i comandanti hanno eseguito le sue indicazioni senza criticarle pubblicamente, salvo poi vedere l'Iran chiudere lo stretto al traffico commerciale, con gravi danni al commercio mondiale, una tregua fragile, poi saltata, e un ritorno alla diplomazia finora inutile. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, guidate da generali molto più assertivi, erano d'altra parte durate anni, costate migliaia di miliardi di dollari e finite lontano dalla vittoria.

Il modo in cui il presidente considera i militari rende la questione più urgente. Nel primo mandato definì i vertici del Pentagono "stupidi e bambini" e, una volta lasciata la Casa Bianca, accusò di tradimento il suo principale consigliere militare. Nel secondo mandato ha mandato le truppe nelle città americane, ha usato le forze armate per la campagna, dalla dubbia base legale, contro i presunti narcotrafficanti nei Caraibi e ha ipotizzato di impiegare i militari per sorvegliare le elezioni. "Se Trump 1.0 era le Olimpiadi per questi leader militari, Trump 2.0 è Hunger Games", ha detto alla rivista Carrie Lee, studiosa dei rapporti tra civili e militari al German Marshall Fund, un centro studi.

La storia americana offre modelli diversi. George Washington discuteva le scelte politiche con il Congresso continentale durante la guerra d'indipendenza e nel 1783, dopo la vittoria, rinunciò al comando militare prima di diventare presidente. Abraham Lincoln lasciò al generale Ulysses Grant ampia libertà operativa nella guerra civile, mentre Grant accettava che fosse il presidente a fissare gli obiettivi politici del conflitto. Nel 1951 Harry Truman rimosse il generale Douglas MacArthur, che contestava pubblicamente la strategia sulla guerra di Corea, e spiegò in pubblico le ragioni della decisione, facendo capire al resto delle forze armate che cosa i leader civili si aspettassero. L'attuale amministrazione, invece, non ha mai chiarito perché i generali vengono rimossi.

Prima dell'invasione dell'Iraq del 2003 il generale Eric Shinseki disse al Congresso che per occupare il paese sarebbero serviti "qualcosa nell'ordine di diverse centinaia di migliaia di soldati", una valutazione respinta dall'allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Negli anni successivi generali come David Petraeus e Stanley McChrystal erano figure note a livello nazionale, parlavano di grande strategia con i media e mobilitavano l'opinione pubblica a favore delle politiche sostenute dai militari, al punto che Joe Biden, da vicepresidente, li accusò di voler "ingabbiare" Barack Obama sull'Afghanistan per costringerlo ad approvare un massiccio aumento delle truppe.

Il precedente più recente di generale assertivo è Mark Milley, capo di stato maggiore scelto da Trump nel primo mandato. Nel 2020 rimase inorridito quando il presidente propose di sparare su manifestanti disarmati e di usare l'esercito per pattugliare le strade americane. Dopo la sconfitta elettorale di Trump lavorò dietro le quinte per garantire la transizione dei poteri. Alcuni ufficiali in servizio e in congedo ritengono però che Milley abbia a volte esagerato, per esempio quando nel discorso di congedo del 2023 definì Trump, senza nominarlo, un "aspirante dittatore". Biden gli concesse una grazia preventiva temendo che venisse perseguito al ritorno di Trump al potere. Gli stessi ufficiali pensano che oggi Caine e gli altri stiano correggendo l'approccio di Milley in modo eccessivo e che il pendolo sia tornato indietro troppo.

Kori Schake, analista di questioni di difesa e autrice di un libro sui rapporti tra civili e militari negli Stati Uniti, ha detto all'Atlantic che le rimozioni senza spiegazioni decise da Hegseth, insieme all'assenza di dibattito pubblico o parlamentare prima delle azioni militari in Iran, in Venezuela e nei Caraibi, "hanno creato un clima di comando che penalizza le valutazioni oneste dei militari sulle questioni in cui i militari sono esperti e i civili no". I generali intimoriti di Vladimir Putin alimentarono la convinzione sbagliata che il Cremlino potesse vincere facilmente in Ucraina e quelli americani, ha aggiunto, non dovrebbero avere la stessa paura di parlare: "È molto pericoloso. È così che si perdono le guerre".

Caine è intanto diventato uno dei collaboratori più vicini al presidente, che si affida a una cerchia ristretta di consiglieri per la sicurezza nazionale: nei primi 365 giorni in carica è andato alla Casa Bianca più di 330 volte. In privato, secondo una persona che conosce il suo modo di pensare, "dice la verità al potere". In pubblico, davanti al Congresso e alla stampa, ha però evitato ripetutamente di rispondere sulle iniziative più controverse, dal dispiegamento della Guardia Nazionale nelle città a maggioranza democratica alla decisione di iniziare una guerra con l'Iran senza dibattito parlamentare. Quando il senatore democratico Dick Durbin gli ha chiesto se l'operazione contro l'Iran avesse raggiunto i suoi obiettivi, ha risposto: "Signore, solo i leader politici decidono la vittoria o la sconfitta, e lascio a loro esprimersi su questo".

Qualche ufficiale è stato più diretto. Il generale Gregory Guillot, a capo del comando che sorveglia il territorio nordamericano, ha riconosciuto davanti ai parlamentari che schierare truppe armate ai seggi sarebbe illegale, salvo il caso di una ribellione armata, anche se il presidente ha suggerito di volerlo fare. Altri hanno seguito la linea del silenzio: l'ammiraglio Brad Cooper, a capo del comando militare per il Medio Oriente, ha evitato di confermare al deputato democratico Jason Crow che le regole militari vietano dichiarazioni come quella di Hegseth, che a inizio guerra aveva promesso "nessun quartiere" ai nemici, una formula proibita perché implica non lasciare sopravvissuti sul campo. Nella stessa audizione Cooper ha reagito con rabbia al deputato Seth Moulton, che gli chiedeva quanti altri americani dovessero morire per la guerra in Iran: "È una dichiarazione del tutto inappropriata da parte sua, signore". Per le autrici dell'analisi, in decenni di audizioni al Congresso, nessun leader militare aveva mai risposto in modo così duro a un eletto.

Dentro il Pentagono e al Congresso molti si chiedono se Caine e gli altri alti ufficiali stiano conservando la loro influenza su Hegseth e sul presidente per quando servirà davvero, per esempio in una crisi costituzionale come un tentativo di piazzare truppe ai seggi nel 2026 o nel 2028. Caine dovrebbe lasciare l'incarico a settembre 2027, ma il mandato potrebbe essere prorogato. Lui e gli altri ufficiali hanno promesso di rispettare la legge, in un'amministrazione che però si è mostrata disposta ad agire prima e a difendersi in tribunale poi.


Trump dichiara finito il cessate il fuoco con l’Iran dopo i nuovi raid americani


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di fatto concluso il cessate il fuoco con l’Iran e ha definito ogni ulteriore trattativa con Teheran come “una perdita di tempo”. Queste dichiarazioni sono state rilasciate al margine del vertice NATO di Ankara, in Turchia, poche ore dopo una nuova ondata di raid americani contro obiettivi militari iraniani.

“Per come la vedo io, penso che sia finita”, ha risposto Trump a chi gli chiedeva se il memorandum di intesa sottoscritto con Teheran fosse ormai lettera morta. Gli attacchi della notte, condotti dal Pentagono, sono stati presentati come una risposta ai nuovi raid iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

L’intesa era stata firmata 3 settimane prima e Trump l’aveva descritta come una “resa incondizionata” dell’Iran. Da allora, però, la tregua era rimasta estremamente fragile: le due parti erano tornate più volte a attaccarsi, seppure in modo limitato, mentre formalmente continuavano a sostenere di voler evitare una nuova escalation.

Il presidente statunitense ha detto che lascerà comunque proseguire i colloqui guidati dal vicepresidente J.D. Vance con i rappresentanti iraniani, ma ha lasciato intendere di non attribuire più alcun valore al negoziato. “Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo avere a che fare con loro”, ha detto.

Trump ha poi accusato Teheran di mentire sistematicamente. “Sottoscrivono un accordo, poi loro escono, parlano con la stampa e dicono che non ne abbiamo mai nemmeno discusso”, ha dichiarato. A farlo infuriare, in particolare, sarebbe stato il fatto che l’Amministrazione americana avesse consentito lo svolgimento senza incidenti dei funerali dell’ayatollah Ali Khamenei proprio mentre le forze iraniane colpivano navi mercantili.

Khamenei, all’epoca Guida Suprema dell’Iran, era stato ucciso il 28 febbraio nei raid che avevano aperto la guerra; le esequie si sono tenute solo in questi giorni. “Sono feccia, sono persone malate, guidate da gente malata, violente e spietate”, ha aggiunto Trump parlando della leadership iraniana.

Petrolio in rialzo e sostegno della NATO


I mercati hanno reagito immediatamente. Dopo le parole del presidente, il prezzo del petrolio è salito con forza: il Brent, riferimento globale del greggio, ha guadagnato il 6%, avvicinandosi ai 79 dollari al barile nelle contrattazioni del mattino. Il petrolio è così tornato sopra i livelli precedenti all’inizio della guerra.

Sempre in risposta agli attacchi nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno revocato anche la licenza che consentiva la vendita di petrolio iraniano, aumentando ulteriormente l’incertezza sulle forniture globali e alimentando nuovi timori sui mercati energetici.

Al fianco di Trump, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha sostenuto l’azione americana. “Penso che quello che avete fatto la scorsa notte fosse assolutamente necessario. È stata una risposta molto forte”, ha detto.

Trump accusa da tempo gli alleati della NATO di non contribuire abbastanza allo sforzo bellico contro l’Iran, ma Rutte ha respinto la critica: gli aerei da guerra e le aerocisterne statunitensi, ha ricordato, hanno compiuto 5.000 missioni dalle basi europee nelle fasi più intense del conflitto.

Rutte ha poi minimizzato le divisioni interne all’Alleanza Atlantica, definendo “casi isolati” le decisioni di alcuni Paesi membri, tra cui Italia e Spagna, di non concedere le proprie basi per le operazioni militari contro l’Iran.

Lo scontro con la Spagna


Proprio la Spagna di Pedro Sánchez è finita al centro di un secondo affondo del presidente americano. Poco prima dell’incontro con gli altri leader dell’Alleanza Atlantica, Trump ha annunciato di voler interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid a causa della sua spesa militare, giudicata insufficiente da Washington.

“Non ho parlato con la Spagna. La Spagna è una causa persa. Non vogliamo più fare affari con la Spagna”, ha detto ai giornalisti. Poi, rivolgendosi a quello che sembrava essere il Segretario al Tesoro Scott Bessent, ha aggiunto: “A proposito, vorrei che li tagliassi fuori”.

Lo scontro con Madrid risale già al vertice NATO dello scorso anno, quando la Spagna era stata l’unico Paese alleato a rifiutare il nuovo obiettivo di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. Una scelta che aveva irritato profondamente Washington e spinto Trump a minacciare più volte una risposta commerciale attraverso i dazi.

La frattura si è poi aggravata con la guerra contro l’Iran. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha criticato la decisione americana di entrare nel conflitto e ha negato l’uso delle basi militari spagnole per la campagna contro Teheran. “La Spagna è un pessimo partner nella NATO. Non partecipano, non pagano nulla”, ha attaccato Trump.

Resta però da capire come un annuncio del genere possa tradursi in pratica. La Spagna è infatti parte integrante dell’Unione Europea e la politica commerciale è una competenza di Bruxelles, non dei singoli Stati membri. Un eventuale stop deciso unilateralmente da Washington finirebbe quindi per scontrarsi con il quadro giuridico e commerciale dell’UE.


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I Paesi Bassi avvertono che la dipendenza dalla tecnologia statunitense potrebbe avere "gravi conseguenze" per la società.

Gli esperti ritengono che ciò potrebbe promuovere la concorrenza tra i fornitori di servizi IT.

Diversi organismi di regolamentazione nei Paesi Bassi stanno esprimendo preoccupazione per la dipendenza del paese dalle aziende tecnologiche americane e chiedono un'azione immediata per rafforzare l'autonomia digitale.

cybernews.com/privacy/netherla…

@eticadigitale

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ICYMI: Updates from the 7/12 Meeting


ICYMI


Arizona – Last Monday, Arizona held their protest of the plan by the Indian Health Services to shut down the only health clinic in Tucson. The protest was later shut down by tribal police, but not before receiving some news coverage. Check that out here!

Bylaws – We have updated our bylaws to allow the Pirate National Committee to conduct our yearly elections with methods beyond Schultze. Officers shall be elected via one of the following methods via silent ballot as selected by the PNC: Instant-runoff, Runoff, Ranked pairs, Schulze, Borda, Approval, Score, or Score Then Automatic Runoff (STAR).

Illinois – The Illinois Pirate Party has updated their meeting schedule, starting August 2nd, to hold meetings during the first and third Sunday of each month. The 2nd Sunday, while unconfirmed, is planned to be the day set aside for the Chicagoland Pirate Party meeting.

In addition, the Davilo for Midlothian Village Board of Trustees campaign shall begin in earnest come August. Currently, the plan will be to appear on the ballot under the designation “Midlothian Pirate Party,” which shall be recognized by the Illinois and Chicagoland Pirate Parties as an organization within their ranks.

Maryland – The Maryland Pirate Party has continued their outreach efforts which has culminated in an uptick in interest for the state chapter. The MDPP is actively campaigning to host the 2027 Pirate National Conference in Baltimore.

North Carolina – The NCPP inquired about candidate endorsement. Per the traditions of the party, state parties are able to endorse state and local candidates without seeking the endorsement of the national party. The NCPP, which is actively seeking more membership and volunteers, recently interviewed a local candidate and was considering endorsement, but wished to not proceed without speaking with the board first.

Pirate National Conference – We are currently discussing possible locations for the 2027 PNC. Right now, the top discussed locations have been Baltimore, MD, Mobile, AL and Milwaukee, WI. It could be one of these three, it could be a dark horse. More discussions to come.

Platform – Per the recommendations of the Platform Committee, our police reform plank has been updated to include bullet points for “Ending cash bail” and “Ending prison slavery.” Further discussions regarding our copyright position have been pushed to next week.


That is all the news from the 7.12 meeting. Unfortunately, due to technical difficulties we were not able to livestream, however, we did record the meeting and are looking to upload the meeting to YouTube.

Our next meeting is 7.19 and will be open to the public.


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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Sparatoria durante un'operazione dell'ICE in Maine: un uomo ucciso


L'episodio letale è avvenuto a Biddeford durante un intervento degli agenti federali dell'immigrazione. I testimoni raccontano di un'auto speronata e di un conducente estratto dall'abitacolo mentre perdeva sangue.

Un uomo è morto lunedì mattina a Biddeford, in Maine, dopo una sparatoria che ha coinvolto agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE), l'agenzia federale statunitense incaricata del controllo dell'immigrazione. L'episodio è avvenuto poco prima delle 7:18, all'incrocio tra Hill Street e Pool Street. Le autorità non hanno ancora reso nota l'identità della vittima.

Il presidente della Camera del Maine, Ryan Fecteau, che rappresenta proprio Biddeford, ha confermato la morte di una persona e il coinvolgimento dell'ICE. La polizia locale ha precisato di essersi limitata a mettere in sicurezza l'area, mentre l'agenzia federale e il Dipartimento per la Sicurezza Interna non hanno rilasciato dichiarazioni.

I residenti descrivono però una scena caotica. Poco dopo le 7:15 ora locale avrebbero udito diversi colpi d'arma da fuoco, circa 8 in tutto. Una piccola automobile bianca si muoveva senza controllo nell'incrocio, mentre alcuni agenti in borghese, riconoscibili dai giubbotti tattici, cercavano di bloccarla. Secondo le testimonianze, uno dei veicoli degli agenti avrebbe speronato l'auto. Il conducente sarebbe stato poi trascinato fuori dall'abitacolo mentre perdeva molto sangue dalla testa e continuava a ripetere di aver cercato di fermarsi.

I dubbi sui soccorsi e l'indagine


Un testimone ha affermato che le manovre di rianimazione sarebbero cominciate soltanto dopo l'arrivo della polizia di Biddeford e di un'ambulanza. Lo stesso testimone ha raccontato che uno degli agenti, passandogli accanto, avrebbe sostenuto che l'uomo aveva tentato di investirlo. Il corpo della vittima sarebbe rimasto a lungo scoperto sulla strada.

Poco prima di mezzogiorno, la governatrice del Maine Janet Mills ha dichiarato di essere stata informata della "sparatoria letale avvenuta questa mattina a Biddeford, che ha coinvolto le forze dell'ordine federali". La polizia di Stato del Maine, ha aggiunto, sta collaborando con l'ufficio del procuratore generale, il medico legale capo dello Stato e le autorità federali "per accertare i fatti".

Le reazioni politiche e i precedenti


L'episodio ha già provocato immediate reazioni politiche. Diversi candidati democratici al seggio del Maine al Senato degli Stati Uniti hanno criticato l'ICE sui social, chiedendo l'abolizione dell'agenzia o una sua profonda riorganizzazione. La Segretaria di Stato del Maine, Shenna Bellows, ha scritto che si tratta "almeno dell'undicesima sparatoria letale che coinvolge l'ICE o la Border Patrol dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca" e ha invocato la rimozione dell'agenzia "dalle nostre strade".

L'episodio letale di Biddeford si aggiunge a una serie di altri episodi analoghi avvenuti nell'ultimo anno e mezzo. Secondo il Guardian, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e ha fatto della repressione dell'immigrazione irregolare una priorità della sua Amministrazione, gli agenti federali dell'immigrazione hanno ucciso a colpi d'arma da fuoco 10 persone in tutto il Paese.

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