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Parlamento approva Emmanuel Moulin alla guida della Banca di Francia


Via libera alla nomina del nuovo governatore: guiderà la politica monetaria francese ed europea

Il Parlamento francese ha approvato la nomina di Emmanuel Moulin alla guida della Banque de France, al termine del voto espresso dalle commissioni Finanze dell’Assemblea Nazionale e del Senato. L’ex segretario generale dell’Eliseo succederà a François Villeroy de Galhau alla direzione dell’istituzione monetaria francese. La notizia è stata riportata dall’Agence France-Presse (AFP).

La procedura di nomina, prevista dall’articolo 13 della Costituzione francese, richiedeva che le commissioni parlamentari competenti non raggiungessero una maggioranza qualificata dei tre quinti contraria alla candidatura proposta dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Il quorum necessario per bloccare la designazione non è stato raggiunto, consentendo così la conferma ufficiale di Moulin alla guida della banca centrale.

Durante l’audizione parlamentare, Moulin ha difeso la propria indipendenza istituzionale, sottolineando di possedere l’esperienza necessaria per ricoprire un incarico considerato strategico per la politica economica e finanziaria del Paese. Alcuni esponenti delle opposizioni avevano espresso riserve sulla vicinanza del funzionario all’attuale capo dello Stato, evidenziando il suo recente ruolo all’Eliseo e i precedenti incarichi ricoperti nei governi guidati dall’area macroniana.

Cinquantasette anni, formatosi all’interno dell’alta amministrazione francese, Emmanuel Moulin ha occupato negli ultimi anni posizioni chiave nella gestione economica dello Stato, tra cui quella di direttore generale del Tesoro e di segretario generale della Presidenza della Repubblica. Nel corso della sua carriera ha inoltre lavorato a stretto contatto con diversi governi francesi durante fasi economiche delicate, incluse la crisi finanziaria internazionale e il periodo successivo alla pandemia di Covid-19.

La guida della Banca di Francia rappresenta uno degli incarichi più rilevanti del sistema economico nazionale. Il governatore partecipa infatti anche al Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, contribuendo alle decisioni sulla politica monetaria dell’Eurozona e alla vigilanza sul sistema bancario.

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La leggenda reale del settimino di Cessole


La storia di Teodoro Negro, l’erborista che non voleva essere chiamato “guaritore”, e dell’amaro Toccasana, il liquore che mantiene vivo il suo ricordo
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Quasi tutti gli abitanti della valle Bormida hanno ricordi di famiglia legati al Setmein, il “settimino”. Teodoro Negro – l’erborista di Cessole – è una figura di grande significato per questi luoghi e proprio da lui è iniziata la lunga storia del Toccasana, il liquore distillato con trentasette erbe diventato marchio commerciale quando già da tempo era riconosciuto come rimedio naturale per curare malesseri digestivi ma, spesso, anche per confortare quando gli anni e i giorni di fatiche si facevano difficili da gestire.

L’indirizzo del Setmein è sempre stato in regione Sant’Alessandro, al di là del fiume Bormida. Oggi vi si arriva attraversando il ponte e percorrendo quella che prima si chiamava via Roma, ma nel frattempo è diventata via Commendator Teodoro Negro Erborista Setmein. Fin qui sono giunte generazioni di persone, moltissime con la corriera, la linea di autobus che consentiva di percorrere la distanza a chi non sapeva guidare o veniva da troppo lontano per spostarsi a piedi o in bicicletta.
Foto: Claudia Patrone
La fiducia dei contadini

Lì, in un ingresso che fungeva da anticamera dietro alle grandi vetrate, si radunava spesso una piccola folla fiduciosa, uomini, donne e bambini, in attesa che quell’ometto piccolo di statura si affacciasse con il suo sorriso dalla porta della bottega, indovinando quasi sempre al primo sguardo quale fosse il problema che li aveva portati da lui. «Qui non è cambiato quasi niente, perché abbiamo voluto conservare l’antica atmosfera dove io stessa sono cresciuta», ha detto la dottoressa Enrica Maria Marchioni, figlia di Piera Matilde Negro e nipote del Setmein, che L’Unica ha incontrato nel vecchio laboratorio.

Enrica ha ereditato un luogo ricco di memoria quasi magico – nel senso evocativo del termine – insieme a una predisposizione all’ascolto e al desiderio di aiutare gli altri a stare meglio. Lei è farmacista, ma pratica l’erboristeria proprio in una declinazione di cura a tutto tondo. La mamma era figlia unica, era la dottoressa di famiglia del paese, ma aveva subito unito alla disciplina scientifica i saperi benèfici del padre.
Fonte: Google Maps
Non ci sono dubbi che Teodoro Negro fosse depositario di un istinto e una percezione speciali, fin da giovanissimo. Nato il 22 febbraio 1910, fu settimino nel senso duplice: vide la luce prematuro al settimo mese di gestazione, ma era anche il settimo di dodici figli. Nel suo destino si rivelarono molto presto le doti che la tradizione popolare attribuiva a quelli come lui. Fra tutte, la capacità naturale di guarire molte malattie, ma anche di poter intervenire con la sua energia taumaturgica nell’allontanare il male sotto ogni forma: nello stato di salute degli individui, nel mantenere condizioni climatiche fondamentali per la vita contadina, nel salvare un animale da un pericolo drammatico per l’andamento della cascina, nell’affrontare le incertezze del lavoro durante la guerra, nel dare suggerimenti per chi perdeva il cane o non ritrovava più un anello prezioso, se la mucca non stava bene o a chi chiedeva una pietosa risposta su quanto tempo sarebbe sopravvissuto un familiare ammalato.

La ricerca sulle erbe

Era un uomo che “sentiva”. «Magari entrava uno nello studio e lui invece diceva che un altro, che ancora aspettava fuori, poteva avere più bisogno», ha raccontato la nipote. «Porgeva anche solo la mano alle persone ed era in grado di capirle». Studiò con una maestra di Roccaverano, quindi dai padri scolopi a Carcare, nell’entroterra savonese, per poi approdare all’Università di Pavia, dove fu tra i primi a ottenere il diploma in Erboristeria, che all’epoca era abbinato alla facoltà di Agraria. «Non era un “guaritore” e non amava questa parola», ha precisato Enrica Maria Marchioni. Ma era dotato di notevole sensibilità ed empatia, che gli permettevano di vedere la natura e le condizioni della gente nel complesso: oggi si definirebbe un approccio olistico.

L’essenza della sua esperienza erano le erbe: era ancora adolescente quando aveva scoperto quella passione, percorrendo in lungo e in largo le colline delle Langhe astigiane per conoscerle, raccoglierle e catalogarle. Aveva terreni che coltivava con piante officinali ed era anche un rabdomante che fece scavare decine di pozzi artesiani nei punti dove percepiva energie e vibrazioni. Ed è inutile sottolineare quanto questo potere fosse determinante nell’aiutare famiglie e contadini.

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Soprattutto, Teodoro non era da solo. «La nonna con le erbe creava i quadri che impreziosivano le pareti dello studio e collaborava con un’integrazione fondamentale a supporto dell’attività», ha evidenziato Marchioni. Nel retrobottega, fra i cimeli del passato, è ancora un oggetto di valore e studio l’erbario a valigetta del Setmein, con il quale era solito svolgere le sue lezioni itineranti nelle scuole e in tutta la provincia. Il legame con la natura era la chiave. La natura vegetale, animale e umana.

«Le sue mani erano un ponte con qualcosa di universale, è difficile da spiegare», ha detto la nipote farmacista, che nel suo percorso scientifico è riuscita a esprimere gli stessi effetti medicamentosi che eroga a chi entra in erboristeria. «Sono due mondi molto uniti e il nonno l’ha sempre sostenuto. È enorme il cambiamento della società rispetto ai suoi anni, ma non è diverso il malessere delle persone. Guardarle e parlare con loro è il primo passo, adesso come ieri. Non tutti hanno problemi, qui arrivano anche i turisti. Il mio impegno è cercare di capire: che cosa si aspettano quando entrano? Le tisane sono personalizzate e sono miscelate per rispondere a quella domanda».

Zona di passaggio storico o luogo evocativo, l’Erboristeria Negro vive di una forza tradizionale che non si è spenta. Qui si sono verificati piccoli grandi miracoli di umanità che hanno alimentato una sorta di devozione per nonno Teodoro, che resiste ancora oggi in tanti ricordi di famiglia.

La nascita del “Toccasana”

Molte volte lui sapeva, capiva senza parlare. «Sentiva anche le necessità di qualcuno che non era fisicamente qui – ha raccontato ancora la nipote –. Un familiare o un conoscente portavano un oggetto di sua proprietà, una maglietta, poi tornavano a casa con un’idea di come poteva essere risolta la situazione che gli avevano sottoposto». Un decotto o un infuso specifico per ogni problema veniva preparato con quelle erbe selezionate e avvolte in un pacchetto di carta marrone, che quando si usciva di qui erano la promessa di una soluzione sicura.

Il Toccasana Negro nacque così: «Furono i clienti a dargli il nome: quelli che mettevano le erbe dalle proprietà digestive a macerare nel vino bianco secco, in modo che diventasse un liquore». La base era il marrubio, «una pianta perenne aromatica amarissima», ha spiegato Marchioni. Nessuno dubitava che quel sapore fosse troppo forte o potesse non funzionare. Nel tempo, il prodotto commerciale venne realizzato dai parenti di Cessole che vendevano vino: costruirono l’opificio, dove divenne il liquore famoso di oggi. Successivamente passò di mano aziendale e ora è un marchio del gruppo Toso di Cossano Belbo, nel tratto cuneese della valle omonima ma solo una collina più in là: si chiama tuttora Toccasana Teodoro Negro.

«È suo e di tutti», ha sintetizzato l’attuale titolare dell’erboristeria. Che ha ereditato un mestiere antico trovando il modo di declinarlo in un linguaggio contemporaneo: «Bisogna interpretare i tempi, oltre alle persone: una tisana troppo amara non incontrerebbe più il gusto di questi nostri giorni, in cui se vogliamo trovare le risposte le cerchiamo su Google. Ma sono sicura che, insieme al mio sapere farmaceutico, ci sono ingredienti che da sempre sono indispensabili; l’ascolto, il dialogo, il tempo speso senza fretta».

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Come cambierà Valenza dopo Oddone?


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E così – dopo mesi di liti, parole grosse, spintoni in aula, dimissioni più o meno forzate – è finalmente arrivata la settimana del voto. Valenza, la città dell’oro in profonda crisi, con i suoi 18 mila abitanti si presenta alle urne del 24 e 25 maggio più divisa che mai. Quattro candidati sindaci, sedici liste, coalizioni frammentate, un centrodestra uscito a pezzi da mesi di veti incrociati e dimissioni a catena, un centrosinistra spaccato in due tronconi. Al centro della tempesta, la tormentata parabola del sindaco uscente Maurizio Oddone e la decisione del cardiologo Luca Ballerini di rompere con il Partito Democratico per lanciare una lista civica centrista. Una lunga vicenda di tensioni, scomuniche e fratture interne. Da una parte e dall’altra.

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Mesi di tutti contro tutti

Sul fronte di maggioranza, tutto era cominciato più o meno un anno fa, quando la triste sorte di due cani accese la miccia che fece implodere la giunta di centrodestra. Rino e Lara, questi i nomi dei due meticci, morirono all’improvviso dopo una passeggiata nei giardini comunali. La colpa venne data a un diserbante incautamente usato sul verde pubblico. Senza alcuna prova, tanto che poche settimane più tardi le indagini portarono da tutt’altra parte.

Troppo tardi, perché Maurizio Oddone – ruvido sindaco leghista – aveva già tolto la delega all’Ambiente a uno dei suoi assessori, il suo ex fedelissimo Paolo Patrucco. La mossa scatena un terremoto interno. Messo di fronte al fatto compiuto, il segretario cittadino della Lega, Massimo Ravizzola, straccia la tessera del partito accusando Oddone di «superficialità e arroganza». A stretto giro lasciano il partito per traslocare nel gruppo misto tre consiglieri comunali: uno di loro, Guido Capuzzo, da sempre vicino a Oddone, da quel momento diventa un oppositore interno implacabile, boicottando votazioni e causando continui problemi di numero legale in consiglio comunale.

Ma le tensioni non restano confinate alla Lega. Ad agosto Oddone revoca le deleghe all’assessore di Fratelli d’Italia Luca Merlino (Bilancio, Sport, Politiche giovanili). Il partito reagisce duramente: «Fratelli d’Italia è stata collocata fuori dalla maggioranza dalle decisioni del sindaco», dichiara la coordinatrice provinciale Silvia Raiteri. Fratelli d’Italia annuncia un sostegno esterno che assomiglia molto a un’opposizione mascherata. La giunta si riduce a quattro componenti. Le astensioni in consiglio comunale diventano routine. La stessa alleanza scricchiola. A novembre, quando il sindaco annuncia la sua ricandidatura, Federico Riboldi, potente assessore regionale alla Sanità e vicepresidente provinciale del partito, lancia il suo anatema: al voto si va uniti a una sola condizione, che il candidato della coalizione non sia Maurizio Oddone.

Calma apparente

Oddone ha affrontato la sua ultima settimana da sindaco con apparente tranquillità. «La decisione di non ricandidarmi è stata una mia scelta personale», ha raccontato a L’Unica. Parole che stridono con quelle che lo stesso Oddone aveva scandito il 30 marzo, nella seduta del consiglio in cui aveva presentato la relazione di fine mandato. «Sono le segreterie provinciali a essere contro di me: persone che non conoscono Valenza e cercano di decidere chi si deve candidare in questa città», aveva detto. «Sono stato trattato in modo irrispettoso e maleducato. Non sono uno yes man e non cedo ai ricatti».

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A Valenza è finita l’era di Oddone

Non sembra proprio un passo indietro spontaneo. «Diciamo che nel centrodestra ci sono state delle visioni differenti su alcune scelte fatte in questi cinque anni di amministrazione, scelte che rifarei tutte, per cui si è preferito proporre altri nomi», ha ammesso Oddone. «La Lega mi appoggiava, Forza Italia mi appoggiava, ma forse è stato meglio trovare un nome nuovo. L’alternativa era presentarsi divisi, ma che senso avrebbe avuto? Uniti a Roma, uniti a Torino e separati a Valenza».

Dopo veti incrociati su nomi anche autorevoli – come l’ex commissario di polizia Alberto Bonzano o il vicesindaco uscente Luca Rossi – il centrodestra ha trovato un accordo soltanto a fine aprile sul nome di Alessia Zaio, una dei quattro assessori scampati alle epurazioni di Oddone, rimasta in carica in quota Forza Italia con le deleghe a Istruzione, Commercio, Turismo e Beni culturali.

Avanti, ma con giudizio

Una scelta nel segno della continuità, ma fino a un certo punto. «Zaio è stata nella mia giunta e ha condiviso tutte le decisioni di questi cinque anni di consiliatura», ha detto Oddone a L’Unica. «Ovviamente, però, ha una personalità e delle visioni diverse». Parole che trovano conferma nelle prime dichiarazioni ufficiali della candidata: «La proposta politica si rinnova: una squadra aggiornata, competenze rafforzate e una giunta che sappia interpretare le nuove sfide del territorio. Un equilibrio tra esperienza e innovazione che consente di imprimere un ulteriore cambio di passo all’azione amministrativa».

Oddone, però, non è uscito dai giochi: si presenta come capolista della Lega, pronto anche a fare polemica con chi – da destra – ha fatto ironia sulla presenza in lista di qualche immigrato di seconda generazione. «A Vannacci e a chi alimenta queste accuse, voglio spiegare che Valenza ha sempre accolto tutti con grande apertura», ha detto il sindaco uscente in un’intervista a Radio Gold. «A Valenza sono venuti da tutta Italia e da tutte le parti del mondo per lavorare. Siamo inclusivi e accoglienti – ha aggiunto –. Su di me dite quello che volete, ma lasciate stare gli amici e i fratelli. Anche a Valenza non faccio distinzione di pelle».

Chiarito che Oddone non farà il Cincinnato, c’è da chiedersi quale sarà il suo ruolo nei prossimi cinque anni. È possibile un posto nella prossima giunta? «Io accordi con Zaio non ne ho fatti», ha risposto a L’Unica. «E non so se lei ne ha fatti con qualcun altro. L’importante è raggiungere il risultato: tutto il resto si può definire più tardi».

La frattura del centrosinistra

Mentre altrove si discute del “campo largo” con il Movimento cinque stelle, a Valenza l’opposizione è riuscita a spaccarsi in maniera inedita. Incassato il sostegno esterno del Movimento, che non si presenta al voto con il proprio simbolo, il Partito Democratico ha perso per strada Luca Ballerini, il candidato centrista che nel 2020 al ballottaggio era arrivato a soli 23 voti da Oddone.

In consiglio, Ballerini si era distinto come uno dei critici più agguerriti dell’amministrazione uscente, spesso in tandem con l’ex leghista Capuzzo. Quando il PD ha scelto Marilena Griva – maestra elementare, consigliera uscente, ex vicesindaca sotto Gianni Raselli (2005-2010) – il leader dell’opposizione ha deciso di andare da solo. «Il PD ha preso una deriva che lo ha portato troppo a sinistra rispetto ai miei ideali sui temi delle imprese e del lavoro», ha spiegato a L’Unica.

«Con il centro riformista di Ballerini abbiamo cercato l’intesa che non è stata trovata», ha detto più volte Griva. «Vedremo cosa succederà in futuro», ha aggiunto, spostando l’attenzione su quello che sembra il destino più probabile per queste elezioni: un ballottaggio tutto femminile contro Alessia Zaio.

I seggi elettorali saranno aperti domenica 24 maggio dalle ore 7:00 alle ore 23:00 e lunedì 25 dalle 7:00 alle 15:00. L’eventuale turno di ballottaggio si terrà domenica 7 e lunedì 8 giugno 2026.

Le incertezze dei cittadini

Ballerini non sembra condividere questa previsione. «Noi giochiamo per vincere da soli», ha tagliato corto con L’Unica. «Non abbiamo precostituito nessun accordo, lungi da noi. Vogliamo arrivare in fondo da civici e vincere da civici. Non c’è nessuna ipotesi preliminare».

Resta da vedere come reagiranno i cittadini a una situazione che definire complicata è poco. Da una parte un centrodestra che ostenta unità dopo una lunga battaglia fratricida che ha tormentato la giunta, dall’altra un centrosinistra che si presenta diviso senza palesare eccessiva preoccupazione. A sostenere Griva, il PD ha mandato il presidente del partito Stefano Bonaccini, che ha spostato l’asticella portandola sul campo nazionale: «Se vinciamo anche a Valenza si dimostra che Meloni non è imbattibile», ha detto, invitando a concentrarsi sui programmi piuttosto che sulle persone. «Qui si deve trattenere il capitale umano: i cervelli, i talenti. Senza chi subentri all’artigiano che va in pensione, senza formazione e adeguate competenze, le aziende chiuderanno».

Un tema che la candidata ha messo al centro del suo programma elettorale: «Se cambia l’organizzazione del lavoro, cambiano anche i bisogni, i servizi, i legami tra impresa e territorio», ha detto. «Una buona amministrazione deve avere una visione, un progetto per tenere insieme cosa Valenza è stata, cos’è e cosa diventerà».

Parole difficilmente contestabili, in una visione di centrosinistra. Eppure Ballerini qualche puntino da mettere sulle i riesce a trovarlo: «L’amministrazione non deve sostituirsi all’attività imprenditoriale», ha detto a L’Unica. «Deve essere un facilitatore, deve fare aggregazione rispetto a quelle che sono le attività produttive della città, cercare di favorire la coesione e l’unità, nelle diversità. Siamo una città con tante potenzialità, ma siamo una città che conta troppo poco a causa delle divisioni. Il Comune deve aiutare a unire».

Parole apparentemente singolari in chi ha contribuito a dividere il fronte d’opposizione. «Questa è una città che è sempre stata molto divisa», ha aggiunto Ballerini. «Ed è, ci tengo a dirlo, una città che si è voluta poco bene. A Valenza non si è quasi mai fatto squadra: gli individualismi hanno poi portato sicuramente a sviluppi personali anche importanti, ma hanno frenato lo sviluppo collettivo della città».

A complicare un quadro di per sé abbastanza complesso il quarto candidato sindaco, Alessandro De Angelis, che si presenta con il supporto di due liste civiche. De Angelis, da Fratelli d’Italia era confluito nella Lega, da cui era uscito sbattendo la porta dopo quella che potremmo chiamare la “crisi dei cani”. Rappresenta il dissenso interno alla vecchia maggioranza, quella che dopo gli scontri ha ritrovato quel poco di unità che è servita per non presentarsi divisa al primo turno.

L’opposizione non ce l’ha fatta, ma – anche in assenza di sondaggi – le possibilità che la corsa possa chiudersi al primo turno sembrano limitate. Deciderà il ballottaggio e lì, più che i disegni dei partiti, conterà la volontà dei cittadini valenzani.

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Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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La rassegna stampa di giovedì 21 maggio 2026


Il Dipartimento di Giustizia incrimina l'ex presidente cubano Raúl Castro per omicidio mentre Trump crea un fondo da 1,8 miliardi contro la "strumentalizzazione" e SpaceX annuncia la più grande IPO della storia

Questa è la rassegna stampa di giovedì 21 maggio 2026

Gli Stati Uniti incriminano l'ex presidente cubano Raúl Castro per omicidio


Il Dipartimento di Giustizia ha incriminato l'ex presidente cubano Raúl Castro, 94 anni, con accuse di omicidio e cospirazione per aver ucciso cittadini americani, in relazione all'abbattimento di due aerei nel 1996. L'incriminazione rappresenta un'escalation straordinaria della campagna di pressione dell'Amministrazione Trump contro il governo comunista di Cuba, coincidendo con l'arrivo della portaerei USS Nimitz nei Caraibi.

Fonti: New York Times, BBC News, The Hill

Trump crea un fondo da 1,8 miliardi contro la "strumentalizzazione" tra critiche e cause legali


L'Amministrazione Trump ha istituito un fondo di 1,776 miliardi di dollari per compensare coloro che sostengono di essere stati vittime della strumentalizzazione del Dipartimento di Giustizia. Il fondo affronta già una causa legale da parte di due agenti di polizia che hanno difeso il Campidoglio durante il 6 gennaio e critiche da alcuni repubblicani al Congresso che minacciano di "ucciderlo".

Fonti: New York Times, The Hill, Wall Street Journal

SpaceX di Musk annuncia la più grande IPO della storia


Elon Musk ha rivelato i piani per quella che potrebbe essere la più grande offerta pubblica iniziale della storia per SpaceX, la sua azienda spaziale che attualmente perde miliardi di dollari all'anno. L'azienda ha svelato per la prima volta le sue performance finanziarie mentre si prepara a quotarsi in borsa, in quello che sarà uno dei più grandi collocamenti mai realizzati.

Fonti: New York Times, ABC News, Financial Times

Un ex procuratrice del Dipartimento di Giustizia accusata di aver rubato il rapporto sigillato di Jack Smith su Trump


Carmen Mercedes Lineberger, ex procuratrice assistente negli Stati Uniti in Florida, affronta accuse di furto dopo aver inviato a se stessa via email un rapporto investigativo sigillato dell'era Biden riguardante Donald Trump. Le autorità federali sostengono che abbia tentato di nascondere i documenti come ricette di torte, in quello che rappresenta un caso straordinario di sottrazione di documenti governativi sensibili.

Fonti: The Guardian

L'IRS raggiunge un accordo con Trump che impedisce future verifiche fiscali


L'Internal Revenue Service ha raggiunto un accordo con il Presidente Trump per la fuga di notizie delle sue dichiarazioni dei redditi, vietando per sempre all'agenzia di verificare i suoi documenti fiscali precedenti. L'accordo include un addendum straordinario che garantisce alla famiglia presidenziale l'immunità fiscale, secondo l'analisi del Wall Street Journal.

Fonti: The Hill, Wall Street Journal

Il governatore democratico del Colorado censurato per aver commutato la pena di una negazionista elettorale


Il Partito Democratico dello Stato del Colorado ha censurato mercoledì il governatore Jared Polis per la sua decisione di rilasciare Tina Peters dal carcere. La censura riflette la rabbia degli elettori democratici di base per la commutazione della pena di Peters, una ex funzionaria elettorale condannata per aver tentato di dimostrare frodi elettorali inesistenti nelle elezioni del 2020.

Fonti: New York Times

Nvidia registra profitti record di 58,3 miliardi di dollari grazie al boom dell'intelligenza artificiale


Il produttore di chip ha dichiarato che i suoi profitti nell'ultimo trimestre sono aumentati del 211% rispetto all'anno precedente, grazie alla domanda estrema da parte di altre grandi aziende tecnologiche per l'intelligenza artificiale. Nonostante i risultati superiori alle aspettative, le azioni della società più preziosa al mondo sono calate mentre gli investitori si preoccupano per le prospettive di crescita future.

Fonti: New York Times, Financial Times

Meta licenzia 8.000 dipendenti mentre accelera la trasformazione verso l'intelligenza artificiale


Il gigante dei social media ha iniziato a licenziare migliaia di lavoratori, con piani di tagliare il 10% del personale per compensare i costi dell'intelligenza artificiale. I dipendenti hanno firmato petizioni contro il tracciamento tramite IA e stavano cercando di capire chi fosse stato licenziato, mentre l'azienda della Silicon Valley cerca di trasformarsi in una società AI-first.

Fonti: New York Times

Il Dipartimento della Salute avverte sui rischi del tempo davanti agli schermi per i bambini


Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha emesso mercoledì un avvertimento sul tempo trascorso dai bambini davanti agli schermi, citando impatti sul sonno e sulla salute mentale. L'"Avvertimento del Chirurgo Generale sui Danni dell'Uso degli Schermi" dichiara che l'uso dannoso degli schermi tra bambini e adolescenti è diventato una preoccupazione di salute pubblica.

Fonti: The Hill

Trump si prepara a firmare una direttiva sulla cybersicurezza dell'intelligenza artificiale


Il Presidente Donald Trump dovrebbe emettere già giovedì un ordine esecutivo volto a rafforzare la cybersicurezza dell'intelligenza artificiale e ha chiesto ai leader del settore tecnologico di unirsi per l'evento. La direttiva rappresenta un importante passo dell'Amministrazione nella regolamentazione della sicurezza dell'IA mentre la tecnologia continua a evolversi rapidamente.

Fonti: Bloomberg Politics

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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SpaceX acquisterà Cursor, Polymarket lancia il "trading privato", Karpathy entra in Anthropic


I tuoi 5 minuti di aggiornamento mattutino.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon giovedì,
era una notizia già trapelata ma adesso abbiamo l'informazione ufficiale: SpaceX proverà ad acquistare Cursor a un mese dall'imminente IPO. Poi parleremo di una nuova forma di "trading privato" lanciata da Polymarket; parleremo del passaggio di Andrej Karpathy ad Anthropic, e tanto altro ancora. Buona lettura!

Ti sei perso l'editoriale della settimana? Recuperalo qui:

“Scam” Altman: ecco cosa penso
«Sarai il più odiato della settimana» ha detto Musk durante la prima settimana del processo.
Morning TechAmir Ati

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Con il commento di Amir Ati.

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Le news di oggi, selezionate a mano.

SpaceX acquisterà la startup Cursor dopo l'IPO


Startup
SpaceX prevede di acquistare Cursor circa un mese dopo la quotazione in Borsa. Secondo Bloomberg, l’IPO potrebbe essere richiesta già mercoledì (oggi) e il debutto sul mercato arriverebbe il 12 giugno; in quel caso l’acquisizione si chiuderebbe a luglio. Cursor sviluppa strumenti AI per aiutare i programmatori a scrivere codice (vibe coding). L’accordo dà a SpaceX il diritto di comprarla per 60 miliardi di dollari entro l’anno; se l’operazione saltasse, SpaceX dovrebbe pagare 10 miliardi in contanti per il lavoro già fatto insieme. La collaborazione è già iniziata: il nuovo modello Composer 2.5 di Cursor è stato addestrato anche usando Colossus 2, un data center di xAI.
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Fonte: Bloomberg
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Polymarket avvia il "trading" di società private


Finanza
Polymarket ha stretto una partnership con Nasdaq Private Market per lanciare contratti legati alle società private, cioè aziende non quotate come OpenAI e Anthropic. Gli utenti non comprano azioni e non ottengono quote, ma scommettono su eventi specifici: valutazioni, tempi di IPO o movimenti nel mercato secondario. Tra i primi contratti ci sono OpenAI che si quota sopra i 1.000 miliardi di dollari prima del 2027, Anthropic almeno a 500 miliardi nel 2026 e un possibile sorpasso di Anthropic su OpenAI. A stabilire l’esito dei contratti sarà Nasdaq Private Market, che fornirà dati precisi e certificati. L’obiettivo è "democraticizzare" un mercato oggi accessibile quasi solo a investitori accreditati e istituzioni.
~
Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

Scopri di più

Andrej Karpathy entra in Anthropic


Intelligenza Artificiale
Andrej Karpathy entra in Anthropic per lavorare sul pretraining, la fase iniziale in cui i modelli Claude vengono addestrati su grandi quantità di dati. Guiderà anche un nuovo gruppo che userà Claude per migliorare il modo in cui vengono costruiti i futuri modelli. Karpathy è stato tra i primi ricercatori di OpenAI (e Co-Fondatore) e poi ha guidato il team Autopilot di Tesla fino al 2022.
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Due assistenti scientifici AI superano i test sul riutilizzo dei farmaci


Intelligenza Artificiale
FutureHouse ha testato due assistenti scientifici AI sul riutilizzo di farmaci per la degenerazione maculare, una malattia della retina. Il primo assistente "Robin" ha letto i riassunti della letteratura scientifica, generato ipotesi sui meccanismi della malattia, proposto modelli cellulari, presentato 30 farmaci candidati e preparato test di laboratorio; la scelta finale è rimasta agli esperti umani. L'assistente "Finch" ha automatizzato parte dell’analisi dei dati sperimentali. Robin ha individuato una possibile strada: rafforzare la capacità delle cellule della retina di eliminare detriti esterni. Un farmaco suggerito dal sistema ha mostrato effetti coerenti nei test. FutureHouse dice anche che i suoi strumenti hanno evitato allucinazioni, problema emerso invece usando o4-mini.
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Fonte: Ars Technica
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Fortnite torna sull'App Store in tutto il mondo


Legge
Fortnite è tornato sull’App Store di Apple in tutto il mondo, tranne in Australia, dopo anni di scontro tra Epic Games e Apple. La causa riguarda le commissioni sugli acquisti dentro le app e l’obbligo per gli sviluppatori di usare il sistema di pagamento di Apple. Fortnite era già rientrato negli Stati Uniti nel maggio 2025, dopo quasi cinque anni di assenza, grazie alla pressione del giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers. Ora Epic dice che anche altri Paesi stanno osservando il caso per decidere quanto Apple possa controllare pagamenti e distribuzione delle app. In Australia il gioco resta fuori perché Epic attende un ordine del tribunale che obblighi Apple a modificare le regole locali.
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Fonte: MacRumors
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Scam Altman: ecco cosa penso


Ci sono giochi da tavola che conoscono tutti, e poi ci sono quelli che con il mio gruppo di amici nerd chiamiamo i "main": ambientazioni e storie intrigate che richiedono strategie non solo belliche ma anche diplomatiche, in sessioni di gioco che possono durare oltre le dieci ore.

E quali sono queste strategie? Quali sono questi giochi così lunghi? No, non è la sede. Ma voglio dire che c'è un fenomeno molto comune all'interno di questi che si chiama "bash the leader": quando il giocatore in testa inizia a staccare troppo gli altri — in gergo, "runaway leader" —, tutti si concentrano per demolirlo, risultando, nel più frequente dei casi, nella vittoria del giocatore che precedentemente era al secondo posto.

La sensazione che ho sempre è "ma tutta questa fatica per far vincere un altro?", quindi con il tempo chiunque impara a rimanere a profilo basso e a crescere durante la fine del gioco.

Non è certo il caso di Sam Altman, esploso come un fulmine a ciel sereno con ChatGPT a novembre 2022, il volto prima visionario e oggi controverso, ritratto della rivoluzione più grande che l'umanità abbia mai visto, almeno in termini di infrastruttura e di economia.

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Polymarket avvia il "trading" di società private


Così puoi scommettere anche su chi non è quotato in Borsa.
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In breve:


Polymarket ha stretto una partnership con Nasdaq Private Market per lanciare contratti legati alle società private, cioè aziende non quotate come OpenAI e Anthropic. Gli utenti non comprano azioni e non ottengono quote, ma scommettono su eventi specifici: valutazioni, tempi di IPO o movimenti nel mercato secondario. Tra i primi contratti ci sono OpenAI che si quota sopra i 1.000 miliardi di dollari prima del 2027, Anthropic almeno a 500 miliardi nel 2026 e un possibile sorpasso di Anthropic su OpenAI. A stabilire l’esito dei contratti sarà Nasdaq Private Market, che fornirà dati precisi e certificati. L’obiettivo è "democraticizzare" un mercato oggi accessibile quasi solo a investitori accreditati e istituzioni.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Polymarket launches private company trading so investors can speculate on Anthropic, OpenAI
The company is launching prediction markets tied to private company milestones, including valuations, IPO timing and secondary-market activity for names like OpenAI and Anthropic.
CNBCContessa Brewer

Riassunto completo:


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Andrej Karpathy entra in Anthropic


Co-founder di OpenAI ed ex Direttore di Tesla.

In breve:


Andrej Karpathy entra in Anthropic per lavorare sul pretraining, la fase iniziale in cui i modelli Claude vengono addestrati su grandi quantità di dati. Guiderà anche un nuovo gruppo che userà Claude per migliorare il modo in cui vengono costruiti i futuri modelli. Karpathy è stato tra i primi ricercatori di OpenAI (e Co-Fondatore) e poi ha guidato il team Autopilot di Tesla fino al 2022.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The Wall Street Journal - Andrej Karpathy, Tesla Alum and OpenAI Co-Founder, Joins Anthropic

Riassunto completo:


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Due assistenti scientifici AI superano i test sul riutilizzo dei farmaci


Presentato 30 farmaci e preparati test di laboratorio.
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In breve:


FutureHouse ha testato due assistenti scientifici AI sul riutilizzo di farmaci per la degenerazione maculare, una malattia della retina. Il primo assistente "Robin" ha letto i riassunti della letteratura scientifica, generato ipotesi sui meccanismi della malattia, proposto modelli cellulari, presentato 30 farmaci candidati e preparato test di laboratorio; la scelta finale è rimasta agli esperti umani. L'assistente "Finch" ha automatizzato parte dell’analisi dei dati sperimentali. Robin ha individuato una possibile strada: rafforzare la capacità delle cellule della retina di eliminare detriti esterni. Un farmaco suggerito dal sistema ha mostrato effetti coerenti nei test. FutureHouse dice anche che i suoi strumenti hanno evitato allucinazioni, problema emerso invece usando o4-mini.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Two AI-based science assistants succeed with drug-retargeting tasks
Both tools generate hypotheses; one goes on to analyze some of the data.
Ars TechnicaJohn Timmer

Riassunto completo:


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SpaceX acquisterà la startup Cursor dopo l'IPO


Se non dovesse riuscire, verserà comunque 10 miliardi.
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In breve:


SpaceX prevede di acquistare Cursor circa un mese dopo la quotazione in Borsa. Secondo Bloomberg, l’IPO potrebbe essere richiesta già mercoledì (oggi) e il debutto sul mercato arriverebbe il 12 giugno; in quel caso l’acquisizione si chiuderebbe a luglio. Cursor sviluppa strumenti AI per aiutare i programmatori a scrivere codice (vibe coding). L’accordo dà a SpaceX il diritto di comprarla per 60 miliardi di dollari entro l’anno; se l’operazione saltasse, SpaceX dovrebbe pagare 10 miliardi in contanti per il lavoro già fatto insieme. La collaborazione è già iniziata: il nuovo modello Composer 2.5 di Cursor è stato addestrato anche usando Colossus 2, un data center di xAI.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

SpaceX Is Said to Plan to Buy Startup Cursor 30 Days After IPO
SpaceX expects to proceed with its acquisition of artificial intelligence coding startup Cursor 30 days after Elon Musk’s company begins trading publicly, according to people familiar with the matter.
BloombergNatasha Mascarenhas and Rachel Metz

Riassunto completo:


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Fortnite torna sull'App Store in tutto il mondo


Tranne l'Australia.
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In breve:


Fortnite è tornato sull’App Store di Apple in tutto il mondo, tranne in Australia, dopo anni di scontro tra Epic Games e Apple. La causa riguarda le commissioni sugli acquisti dentro le app e l’obbligo per gli sviluppatori di usare il sistema di pagamento di Apple. Fortnite era già rientrato negli Stati Uniti nel maggio 2025, dopo quasi cinque anni di assenza, grazie alla pressione del giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers. Ora Epic dice che anche altri Paesi stanno osservando il caso per decidere quanto Apple possa controllare pagamenti e distribuzione delle app. In Australia il gioco resta fuori perché Epic attende un ordine del tribunale che obblighi Apple a modificare le regole locali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Fortnite Returns to the App Store Worldwide as Epic Signals ‘Final Battle’ With Apple
Fortnite is back on the App Store in every country except Australia, Epic Games announced today, as the company declared it is entering the “final battle” of its long-running legal dispute with Apple. Epic said the decision to push Fortnite back onto iOS globally was prompted by Apple’s own words to the U.S.
MacRumorsHartley Charlton

Riassunto completo:


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Tajani condanna Israele per arresto attivisti in acque internazionali


Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito «inaccettabile e deprecabile» l'arresto di attivisti della Flotilla avvenuto in acque internazionali vicino Cipro. Tajani ha sottolineato che gli attivisti non erano terroristi né delinquenti, e che sono stati fermati illegittimamente fuori dalle acque territoriali israeliane, senza essere armati o avere intenzioni violente.

L'intervento del ministro segna una netta presa di posizione italiana contro quello che viene considerato un abuso da parte di Israele. L'episodio riaccende le tensioni diplomatiche sul rispetto del diritto internazionale nel Mediterraneo orientale, in un momento già critico per i rapporti tra Europa e Tel Aviv. La vicenda solleva interrogativi sulla sovranità marittima e sulla legittimità delle operazioni militari israeliane oltre i propri confini.

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Una famiglia italiana su dieci non paga più le bollette


Secondo i dati dell'Antoniano di Bologna, la crisi non colpisce più solo disoccupati o pensionati, ma una fascia crescente di «lavoratori poveri».
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Una famiglia italiana su dieci non paga più le bollette
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Nel 2026, l'11% delle famiglie italiane non riesce più a pagare le bollette energetiche. Il dato emerge dalle richieste di aiuto ricevute dall'Antoniano di Bologna, storica istituzione che da decenni registra sul campo le trasformazioni della povertà nel Paese. Non si tratta più soltanto di disoccupati o pensionati al minimo: la novità strutturale sta nel profilo di chi bussa alla porta. Sempre più spesso sono famiglie monoreddito, lavoratori con contratti a tempo determinato, nuclei con un solo stipendio che fino a pochi anni fa si collocavano nella fascia media della popolazione italiana. La crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni sui mercati del gas ha trasformato in emergenza permanente quello che nel dibattito europeo si chiama ormai «povertà energetica»: l'incapacità di riscaldare adeguatamente la casa o di sostenere i costi della luce senza rinunciare ad altre voci essenziali del bilancio familiare.

Le bollette rappresentano oggi una delle cause principali di impoverimento. Secondo i dati ARERA relativi al 2025, il costo medio annuo dell'energia elettrica per una famiglia italiana è cresciuto del 38% rispetto al 2021, mentre il gas ha registrato aumenti superiori al 50% nello stesso periodo. Gli interventi del governo — bonus sociali, crediti d'imposta, tetti al prezzo — hanno mitigato l'impatto solo parzialmente e con discontinuità. La fine dei sussidi straordinari nel corso del 2025 ha lasciato molte famiglie esposte al costo pieno delle forniture, proprio nel momento in cui l'inflazione alimentare continuava a erodere il potere d'acquisto. Il risultato è un progressivo scivolamento verso il basso di nuclei che fino a poco tempo fa non rientravano nelle statistiche ufficiali sulla povertà assoluta.

Stipendi fermi e affitti alle stelle: i nuovi poveri
Non sono più solo i senza dimora a fare la fila alle mense sociali: ci sono anche persone con un lavoro e uno stipendio fisso. I dati Caritas, incrociati con il calo del potere d’acquisto, descrivono un ceto medio in scivolamento verso la soglia di povertà.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Il lavoro precario non basta più a proteggere dalla povertà


L'aspetto che emerge con maggiore evidenza dai dati dell'Antoniano riguarda la composizione sociale delle richieste di aiuto. Accanto alle tradizionali categorie vulnerabili — anziani soli, disoccupati di lunga durata, famiglie numerose con un solo reddito — compare una fascia crescente di lavoratori precari. Contratti a chiamata, partite IVA intermittenti, impieghi stagionali nel turismo o nella logistica: tutte forme di lavoro che generano redditi irregolari e insufficienti a coprire spese fisse come affitto, utenze, trasporti. In Italia, secondo l'ISTAT, nel 2025 oltre 3,2 milioni di lavoratori avevano un contratto a termine, mentre i collaboratori occasionali superavano il milione. La frammentazione del mercato del lavoro si traduce in una fragilità economica strutturale: basta un mese senza chiamate, una malattia, un aumento improvviso delle bollette per trovarsi senza margini.

L'Antoniano segnala inoltre un aumento delle richieste di sostegno per l'acquisto di farmaci e per l'accesso a visite mediche specialistiche. La sanità pubblica, già sotto pressione, non riesce a garantire tempestività nelle prestazioni non urgenti, spingendo molte famiglie a rinunciare o a indebitarsi. Il fenomeno della «health poverty» — la rinuncia alle cure per motivi economici — è ormai documentato anche in Italia: nel 2024, il Rapporto CREA Sanità ha stimato che circa 4,5 milioni di italiani hanno posticipato o evitato visite mediche per ragioni finanziarie. La sovrapposizione di povertà energetica, alimentare e sanitaria disegna un quadro di vulnerabilità sistemica, in cui il lavoro non garantisce più protezione automatica dal rischio di esclusione.

Casa di proprietà: il nuovo ISEE 2026 cambia tutto
ISEE 2026 — Lo Stato alza le franchigie e apre le porte dei bonus a migliaia di proprietari immobiliari. La proprietà non è più garanzia di ricchezza: una svolta tecnica che fotografa il reale impoverimento del ceto medio italiano.
L'AnalistaRedazione

Le risposte territoriali e il ruolo delle reti solidali


Di fronte all'inadeguatezza delle misure nazionali, molte realtà locali hanno sviluppato modelli di risposta più flessibili e integrati. L'Antoniano non è un caso isolato: in tutta Italia, enti del Terzo settore, Caritas diocesane, cooperative sociali e fondazioni bancarie stanno sperimentando forme di sostegno che vanno oltre l'emergenza alimentare. A Milano, la Fondazione Progetto Arca ha attivato uno sportello dedicato alla gestione del debito energetico, offrendo mediazione con i fornitori e microprestiti a tasso zero per evitare il distacco delle utenze. A Torino, la Compagnia di San Paolo finanzia progetti di accompagnamento lavorativo per disoccupati e precari, combinando formazione, orientamento e microcredito. A Roma, alcune parrocchie hanno costituito fondi di solidarietà condominiale per coprire le morosità delle famiglie in difficoltà e prevenire gli sfratti.

Sul piano istituzionale, alcune Regioni hanno introdotto misure proprie: l'Emilia-Romagna ha rifinanziato il Fondo regionale per la morosità incolpevole, la Lombardia ha esteso i bonus energia anche a nuclei con ISEE superiore alla soglia nazionale, la Toscana ha avviato un programma di riqualificazione energetica degli alloggi popolari per ridurre i consumi. Tuttavia, la frammentazione degli interventi rischia di amplificare le disuguaglianze territoriali. Chi vive in Regioni con bilanci solidi e amministrazioni attive può contare su una rete di protezione più robusta; chi abita in aree già deboli dal punto di vista economico e istituzionale resta più esposto. La mancanza di una strategia nazionale organica sulla povertà energetica e sul lavoro precario rappresenta un vuoto politico che il Terzo settore non può colmare da solo.


Lo Stato ha scoperto che i proprietari di casa possono essere poveri


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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

È ufficiale: con la Legge di Bilancio 2026, la franchigia patrimoniale per l'abitazione principale ai fini ISEE è salita da 52.500 a 91.500 euro — calcolata sul valore dell'immobile ai fini IMU, con una soglia ancora più alta per chi risiede nelle città metropolitane. Un aumento di quasi il 75% rispetto alla soglia precedente, solo apparentemente tecnico, che nasconde una trasformazione profonda del sistema di welfare italiano: sempre più famiglie proprietarie di casa, tradizionalmente considerate «classe media», dipendono oggi da sussidi un tempo riservati alle fasce più deboli. Il bonus sociale sull'energia si allarga così a un bacino potenziale molto più vasto, confermando che la proprietà immobiliare non è più, da sola, garanzia di autosufficienza economica.

Quando una famiglia presenta la Dichiarazione Sostitutiva Unica per calcolare il proprio ISEE, una parte consistente del valore della casa viene ora esclusa dal computo patrimoniale — con una soglia ancora più generosa per chi abita nei grandi centri come Milano, Roma o Napoli. Le istruzioni dell'Inps, pubblicate a gennaio 2026, confermano l'applicazione delle nuove franchigie alle principali misure di inclusione sociale. Per molte famiglie residenti in città medie del Centro-Nord, con un immobile rivalutato nel tempo e redditi fermi, la differenza è concreta e misurabile. La riforma riconosce implicitamente che il valore di una casa non riflette la liquidità di chi ci abita.

Cosa cambia in concreto


Fino al 2025, il valore della casa di proprietà entrava quasi per intero nel calcolo del patrimonio ISEE, spingendo verso l'alto l'indicatore e tagliando fuori molte famiglie dai sussidi. Da gennaio 2026 una quota significativa di quel valore viene sottratta al computo — e la soglia di esenzione è ancora più generosa per chi abita nelle grandi città metropolitane, dove i prezzi degli immobili sono storicamente più elevati.

Il risultato è un ISEE più basso per chi possiede casa, a parità di reddito. In termini pratici: famiglie che prima risultavano «troppo ricche» per accedere al bonus sociale sull'energia, alle esenzioni sanitarie o ad altre agevolazioni collegate all'ISEE, ora rientrano nei parametri. Non cambia il reddito, non cambia la casa: cambia il peso che lo Stato attribuisce al mattone nel misurare il benessere economico di un nucleo familiare.

Stipendi fermi e affitti alle stelle: i nuovi poveri
Non sono più solo i senza dimora a fare la fila alle mense sociali: ci sono anche persone con un lavoro e uno stipendio fisso. I dati Caritas, incrociati con il calo del potere d’acquisto, descrivono un ceto medio in scivolamento verso la soglia di povertà.
L'AnalistaMariza Cibele Dardi


In termini tecnici, poiché la franchigia si applica sul valore IMU (basato sulle rendite catastali e non sui prezzi di mercato), la nuova soglia di 91.500 euro rende virtualmente invisibile all'ISEE un'abitazione con una rendita catastale orientativamente inferiore ai 550 euro — una soglia che varia tuttavia in base alla categoria catastale dell'immobile. Un tetto che nelle grandi metropoli, grazie alla soglia speciale di 120.000 euro per i capoluoghi delle città metropolitane, si alza ulteriormente, proteggendo anche immobili di dimensioni generose.

Ma attenzione... questa protezione non è per tutti. La nuova franchigia scatta soltanto sulla prima casa, quella dove si vive davvero. Per chi possiede una seconda abitazione... magari una piccola quota ereditata o una casa al mare... il paracadute sparisce. In quel caso, il patrimonio torna a pesare come un macigno, riportando molte famiglie subito sopra le soglie dei bonus.

Perché la casa non è più un bene rifugio


L'aumento della franchigia ISEE fotografa una realtà che i dati statistici confermano da anni ma che il dibattito pubblico stenta a riconoscere. Oltre sette famiglie italiane su dieci vivono in una casa di proprietà, un dato tra i più alti in Europa, dove diversi Paesi — soprattutto nel Nord del continente — mostrano tassi ben più bassi. Eppure milioni di nuclei proprietari vivono in condizione di vulnerabilità economica.

La casa, per decenni simbolo di stabilità e ascesa sociale, si è trasformata in un bene immobile nel senso letterale del termine: non genera reddito, spesso richiede spese di manutenzione insostenibili, e pesava nel calcolo ISEE escludendo molte famiglie dall'accesso alle misure di sostegno.

Il fenomeno colpisce soprattutto i pensionati e i nuclei monoreddito con figli. Una coppia di settantenni con pensioni basse, che abita in una casa ereditata o acquistata decenni fa, non era fino al 2025 eleggibile per il bonus sociale sull'energia se il valore catastale dell'immobile superava di poco la vecchia soglia. Oggi può accedervi. Nelle aree del Paese dove i valori catastali sono cresciuti mentre i redditi reali restavano fermi, la riforma colma un'incoerenza che durava da anni.

La casa come asset illiquido e il paradosso del Nord


Questo squilibrio territoriale si scontra frontalmente con le direttive dell'Unione Europea, che da tempo sollecita gli Stati membri a misurare la povertà energetica non in base a ciò che si possiede, ma in base alla liquiditàreale. La casa di proprietà è infatti quello che gli economisti definiscono un asset illiquido: un bene che ha un valore sulla carta, ma che non può essere convertito rapidamente in denaro per pagare le utenze.

Il caso italiano mostra distorsioni evidenti: i dati sulla distribuzione regionale della povertà energetica mostrano che le regioni del Mezzogiorno — Calabria, Sicilia e Puglia in testa — registrano le percentuali più alte di famiglie in difficoltà. Eppure, paradossalmente, sono proprio queste le aree dove il sistema catastale genera meno ostacoli all'accesso ai sussidi: qui le rendite basse permettevano già di rientrare nelle franchigie.

Al contrario, nelle regioni del Nord e nelle aree metropolitane, il valore catastale "gonfiato" ha agito per anni come una barriera invisibile. Le associazioni dei consumatori hanno documentato casi limite di famiglie — spesso monoreddito o pensionati — costrette a ridurre il riscaldamento sotto la soglia di salute abitativa pur abitando in immobili formalmente di valore, ma impossibili da vendere o da usare come garanzia per prestiti. In questi casi, la casa smette di essere una ricchezza e diventa una "trappola patrimoniale" che esclude dai bonus proprio chi ne avrebbe più bisogno.

Il rischio nascosto: quando conviene non crescere


L'ampliamento della franchigia patrimoniale si inserisce in un quadro più ampio di proliferazione dei bonus selettivi. Negli ultimi anni, l'Italia ha moltiplicato le misure di sostegno al reddito legate a soglie ISEE progressivamente più alte: bonus energia, bonus gas, carta acquisti, esenzioni sanitarie, Assegno Unico potenziato. L'effetto combinato è un sistema di welfare ibrido, che non è più assistenziale nel senso classico ma nemmeno universale. È un welfare per fasce, dove il confine di accesso si alza per includere strati sempre più ampi di popolazione, fino a lambire il cosiddetto ceto medio impoverito.

Gli analisti di finanza pubblica avvertono che la strategia rischia di generare trappole della povertà inverse — un fenomeno meno noto di quello classico, ma altrettanto distorsivo. Il meccanismo è questo: chi supera di poco una soglia ISEE non perde un singolo beneficio, ma una cascata di agevolazioni simultanee — bonus energia, esenzioni sanitarie, riduzioni tariffarie, contributi scolastici. Il valore complessivo di ciò che si perde può superare di gran lunga il valore del reddito aggiuntivo guadagnato. In altri termini, lavorare di più, o dichiarare di più, può convenire meno che restare sotto soglia.

L'effetto è particolarmente acuto per lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, che hanno maggiore flessibilità nella gestione dei redditi dichiarati e che si trovano quindi davanti a un incentivo implicito — mai scritto in nessuna legge, ma reale — a non crescere oltre una certa misura. Non si tratta di evasione in senso stretto, ma di ottimizzazione razionale di fronte a un sistema che penalizza chi sale di un gradino.

Sul versante della spesa pubblica, il ragionamento si rovescia. Ogni innalzamento delle soglie ISEE — patrimoniali o reddituali — allarga la platea dei beneficiari e aumenta il costo complessivo delle misure selettive. Risorse che potrebbero finanziare investimenti produttivi, riduzione del cuneo fiscale o infrastrutture vengono invece assorbite da un sistema di compensazioni frammentato, dove ogni bonus risponde a un'emergenza specifica senza che il quadro d'insieme venga mai ridisegnato con logica sistemica.

Rimane aperto anche un problema di equità orizzontale. Due famiglie con lo stesso reddito disponibile si trovano in condizioni radicalmente diverse a seconda che siano proprietarie o affittuarie. Chi paga un affitto mensile elevato ha meno patrimonio immobiliare ma anche meno reddito effettivamente spendibile. Il sistema ISEE cerca di tenere conto di entrambe le dimensioni, ma l'equilibrio è fragile — e ogni modifica delle soglie sposta inevitabilmente i confini tra chi è incluso e chi resta fuori.

Le domande de l'Analista


Se la soglia patrimoniale continua a salire per includere fasce sempre più ampie di popolazione, significa che il welfare italiano sta diventando più universale o semplicemente che la fragilità economica si è estesa fino a coinvolgere chi un tempo era considerato benestante?

E fino a che punto l'espansione dei bonus selettivi può sostituire un sistema fiscale progressivo che redistribuisca il carico in modo trasparente, anziché frammentare il sostegno in decine di misure parallele e spesso sovrapposte?


Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Trump: «È tornato il sogno americano». Il cardinale Ravasi: «Siamo al delirio »


Il presidente Donald Trump ha celebrato il «ritorno del sogno americano» durante un discorso ai cadeti dell'accademia della Guardia costiera in Connecticut, protetto da vetri antiproiettile e misure di sicurezza straordinarie dopo il terzo attentato in due anni. Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti godono oggi di maggiore rispetto internazionale, citando Cina, Venezuela e Iran come esempi, e ha attribuito il merito alla scelta di «mettere l'America al primo posto». Il presidente ha esortato i giovani cadeti a non arrendersi mai, definendo la perseveranza come chiave del successo.

Dal Festival dell'Economia di Trento, il cardinale Gianfranco Ravasi ha lanciato una dura critica al linguaggio presidenziale, definendolo una «valanga ininterrotta di banalità, aggressività e stupidità». Ravasi si è detto colpito dal fatto che molti continuino a seguire Trump nonostante il suo «sgangherato muoversi linguistico, quasi delirante». La contrapposizione tra retorica patriottica e condanna intellettuale evidenzia la polarizzazione che continua a caratterizzare la percezione della presidenza Trump, tanto in patria quanto all'estero.

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Confindustria lancia l'allarme: economia italiana verso la stagnazione


Il capoeconomista di Confindustria, Andrea Fontana, ha lanciato un severo avvertimento sullo stato dell'economia italiana: «L'economia si sta deteriorando, con un rischio concreto di stagnazione o peggio». Il riferimento è al rallentamento generalizzato dei settori produttivi, con particolare attenzione alle costruzioni che stanno frenando dopo anni di crescita sostenuta.

Fontana ha collegato esplicitamente le prospettive negative alla persistenza delle tensioni geopolitiche: «Serve uno stop alla guerra, altrimenti la recessione è dietro l'angolo». Il riferimento implicito è al conflitto in Ucraina e alle sue ripercussioni su energia e catene di approvvigionamento.

L'allarme arriva in un momento delicato per l'economia europea, già frenata da inflazione ancora elevata e domanda interna debole. Per l'Italia, un ritorno alla stagnazione significherebbe mettere a rischio il percorso di riduzione del debito pubblico e complicare ulteriormente le prospettive occupazionali, soprattutto nel settore manifatturiero.

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Flotilla, Ben Gvir nel video degli attivisti. Meloni: "Inaccettabile". Mattarella: "Trattamento incivile"


Il governo italiano chiede chiarimenti a Israele per il fermo degli attivisti della Flotilla
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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso un duro giudizio sul video diffuso nelle scorse ore relativo al fermo di attivisti della Flotilla da parte delle autorità israeliane, nel quale compare il ministro per la Sicurezza Nazionale di Israele, Itamar Ben Gvir.

In una dichiarazione pubblica, Mattarella ha definito quanto avvenuto come un “trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele”.

In precedenza, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni tramite un post su X, e il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, hanno sottolineato la gravità dell’episodio, evidenziando come tra i manifestanti coinvolti vi siano anche cittadini italiani. “È inammissibile che questi manifestanti vengano sottoposti a un trattamento lesivo della dignità della persona”, hanno dichiarato.


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Il governo italiano ha annunciato l’avvio di “tutti i passi necessari, ai più alti livelli istituzionali, per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti” e ha chiesto formalmente “le scuse per il trattamento riservato ai manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano”.

A tal fine, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale convocherà “immediatamente” l’ambasciatore israeliano a Roma per richiedere chiarimenti ufficiali sull’accaduto.

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Maxi operazione internazionale contro truffe e riciclaggio: 3.018 arresti e 161 milioni di dollari sequestrati


Cooperazione tra dieci Paesi e regioni per colpire reti criminali attive nelle frodi online e nel riciclaggio internazionale

Una vasta operazione congiunta internazionale contro le truffe transfrontaliere e il riciclaggio di denaro ha portato all’arresto di 3.018 sospetti e all’intercettazione di circa 161 milioni di dollari riconducibili ad attività fraudolente. Lo ha reso noto la Polizia di Hong Kong (HKPF), al termine di un’azione coordinata durata due mesi e condotta con il coinvolgimento di autorità investigative e di polizia di diversi Paesi e regioni dell’area Asia-Pacifico.

L’operazione, una delle più ampie degli ultimi anni nel contrasto alle frodi online e ai flussi finanziari illeciti, ha mobilitato oltre 3.200 agenti provenienti da Hong Kong e Macao (Cina), Brunei, Canada, Indonesia, Malesia, Maldive, Singapore, Corea del Sud e Thailandia. Le attività investigative si sono concentrate su organizzazioni criminali specializzate in truffe digitali e schemi di riciclaggio con ramificazioni internazionali.

Secondo quanto comunicato dalle autorità, le reti criminali smantellate avrebbero orchestrato oltre 138.000 episodi di frode, utilizzando modalità sempre più sofisticate e difficili da tracciare. Tra gli stratagemmi più diffusi figurano false piattaforme di investimento, annunci di lavoro ingannevoli e truffe legate agli acquisti online, strumenti che negli ultimi anni hanno registrato una crescita significativa anche a causa della diffusione dei pagamenti digitali e delle transazioni da remoto.

Le perdite economiche complessive subite dalle vittime ammonterebbero a circa 752 milioni di dollari. Le autorità sottolineano come le organizzazioni coinvolte operassero attraverso reti transnazionali capaci di spostare rapidamente ingenti somme di denaro tra diversi sistemi bancari e piattaforme finanziarie digitali, rendendo particolarmente complesso il lavoro investigativo.

La sola Polizia di Hong Kong ha effettuato 870 arresti nell’ambito di 742 casi distinti. I sospetti fermati hanno un’età compresa tra i 13 e gli 83 anni. Gli investigatori di Hong Kong hanno inoltre intercettato fondi illeciti per circa 539 milioni di dollari di Hong Kong, equivalenti a circa 69 milioni di dollari statunitensi.

L’operazione ha portato anche al congelamento di oltre 100.000 conti bancari ritenuti collegati ai circuiti di riciclaggio. Secondo gli inquirenti, il blocco tempestivo dei conti ha rappresentato uno degli strumenti più efficaci per interrompere il trasferimento dei capitali illeciti e limitare ulteriori danni economici.

La notizia è stata diffusa dalla Xinhua News Agency, che ha citato dichiarazioni ufficiali della Hong Kong Police Force. Le autorità coinvolte nell’operazione hanno evidenziato la necessità di rafforzare ulteriormente la cooperazione internazionale e la condivisione di informazioni investigative, soprattutto alla luce dell’aumento dei casi di riciclaggio attraverso piattaforme di trading di asset digitali e criptovalute.

Gli organismi di contrasto ritengono infatti che l’evoluzione tecnologica e la crescente diffusione dei servizi finanziari online abbiano ampliato le opportunità per le reti criminali transnazionali, rendendo indispensabile una risposta coordinata a livello globale.

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Epidemia di Ebola in Congo e Uganda, l'Oms dichiara l'emergenza sanitaria internazionale


Il focolaio nella Repubblica Democratica del Congo ha già infettato più di 300 persone causato la morte di oltre 80. Gli esperti puntano il dito contro lo smantellamento di USAID voluto da Trump.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l'epidemia di Ebola scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo e già arrivata oltre confine, in Uganda. Il virus ha ucciso più di 80 persone e ne ha contagiate oltre 300, tra cui almeno un cittadino statunitense. Numeri così alti al momento dell'annuncio fanno temere che il focolaio sia stato individuato quantomeno con ritardo.

Ebola è una malattia particolarmente grave, con un tasso medio di letalità intorno al 50% e per questo le autorità sanitarie tendono a intervenire appena emergono i primi casi. Nel 2025, per esempio, il Congo aveva dichiarato un focolaio dopo appena 28 contagi, poi concluso con 45 morti. Questa volta l'allarme parte da una base molto più ampia.

Jeremy Konyndyk, che durante l'Amministrazione Obama si occupò della risposta a Ebola per l'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale, USAID, ha detto a Npr di essere "molto, molto preoccupato". Secondo Konyndyk, il focolaio congolese ha già "più slancio al momento dell'individuazione" rispetto all'epidemia dell'Africa occidentale del 2014, che provocò oltre 11.000 morti.

Il ceppo raro e le difficoltà sul terreno


Una parte del ritardo potrebbe dipendere dalla natura stessa del virus. Il ceppo coinvolto è il Bundibugyo, una variante rara che i test rapidi usati sul campo spesso non riescono a rilevare. I campioni devono quindi essere inviati a laboratori più attrezzati e, in un Paese vasto e complesso come la Repubblica Democratica del Congo, questo passaggio può richiedere giorni preziosi.

A complicare il quadro c'è anche la geografia del focolaio. I contagi si concentrano in una remota area mineraria attraversata da un conflitto in corso. In zone simili, gli operatori umanitari svolgono spesso una funzione essenziale di sorveglianza informale: arrivano dove il personale governativo fatica a operare, raccolgono segnali d'allarme e segnalano possibili focolai.

Proprio questa rete, però, si sarebbe indebolita. Gli Stati Uniti hanno storicamente sostenuto la sorveglianza epidemiologica nella regione, considerata uno dei principali punti caldi mondiali per le malattie infettive. Il personale di USAID sul territorio congolese segnalava focolai sospetti, mentre i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) fornivano supporto tecnico per il trasporto dei campioni e le analisi di laboratorio.

Il nodo USAID e il rischio per il resto del mondo


L'Amministrazione Trump ha smantellato USAID nel 2025 e i CDC hanno subito tagli ripetuti ai finanziamenti. Secondo Konyndyk, queste decisioni hanno indebolito la capacità di risposta americana proprio mentre emergeva il nuovo focolaio complesso. "Siamo in una posizione molto, molto più debole per rispondere a un'epidemia di Ebola di questo tipo rispetto a quella in cui ci trovavamo anche solo 18 o 24 mesi fa", ha detto a Npr.

Il Dipartimento di Stato ha respinto le critiche, definendo "false" le accuse secondo cui la riforma di Usaid avrebbe ridotto la capacità di risposta a Ebola. In una conferenza stampa di domenica, Satish Pillai, responsabile della risposta a Ebola per i CDC, non ha voluto rispondere direttamente sul punto. Ha però spiegato che i CDC sono stati informati del primo caso solo il giorno prima dell'annuncio ufficiale del focolaio, mentre di solito il preavviso è più lungo, attribuendo il ritardo alle "difficili condizioni sul terreno".

Il rischio per i Paesi esterni alla regione resta comunque basso. L'Ebola non si trasmette per via aerea come il Covid o l'influenza e difficilmente può trasformarsi in una minaccia pandemica globale. Il problema principale riguarda quindi Congo e Uganda: il ceppo Bundibugyo è raro e, al momento, non esistono vaccini o trattamenti approvati specificamente contro questa variante.

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Malta distribuisce ChatGPT Plus ai residenti


La Valletta distribuisce gratis ChatGPT Plus a residenti e cittadini che completano un corso online. Mentre l'Italia si limita a regolare l'IA tra diffidenze e burocrazia, l'isola accelera sulla produttività, evidenziando il vuoto formativo che minaccia la competitività dei nostri professionisti.

Diciassettemila chilometri quadrati, mezzo milione di abitanti, una decisione che ribalta l'approccio europeo all'intelligenza artificiale generativa. Malta ha annunciato la distribuzione gratuita di un anno di ChatGPT Plus a tutti i cittadini e residenti registrati nel sistema di identità digitale nazionale, subordinando l'accesso al completamento di un corso online. Non si tratta di una sperimentazione accademica né di un incentivo per pochi: è una manovra di alfabetizzazione tecnologica su scala nazionale, la prima in Europa a trasformare l'accesso a strumenti di IA generativa in un diritto condizionato alla formazione.

Per l'Italia, l'iniziativa maltese solleva interrogativi immediati. Mentre Roma discute di regolamentazione e Bruxelles applica l'AI Act, La Valletta sceglie la via dell'immersione controllata. Il modello maltese presuppone che la competenza digitale si costruisca attraverso l'uso assistito, non attraverso la mediazione istituzionale o il ritardo precauzionale. Il corso obbligatorio prima dell'attivazione dell'abbonamento rappresenta il punto di equilibrio: lo Stato non si limita a regalare uno strumento, ma crea le condizioni minime per un utilizzo consapevole. La differenza con l'approccio italiano è netta. Le imprese italiane, soprattutto piccole e medie, affrontano l'IA generativa con diffidenza o ignoranza, raramente con politiche formative strutturate. I lavoratori italiani, dai quadri intermedi agli artigiani digitali, accedono a ChatGPT nella versione gratuita o attraverso abbonamenti individuali, senza accompagnamento formativo né riconoscimento pubblico del valore strategico della competenza acquisita.

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questa è uan prova per vedere

Oltre l'AI Act: i limiti strutturali che frenano la diffusione dell'IA in Italia


L'Unione europea ha scelto di governare l'intelligenza artificiale attraverso il diritto, non attraverso la diffusione. L'AI Act classifica, delimita, sanziona, ma non forma. Malta inserisce una curvatura inedita: accetta il quadro normativo europeo, ma investe risorse pubbliche per accelerare l'adozione e ridurre il gap di competenze. Il paradosso italiano emerge con chiarezza. Il governo ha istituito gruppi di lavoro sull'IA, ma non ha mai considerato l'idea di fornire accesso gratuito a strumenti generativi come leva di politica industriale. Le università italiane offrono corsi sull'IA, ma l'accesso resta frammentato, elitario, lontano dai lavoratori autonomi e dalle microimprese che costituiscono l'ossatura produttiva del Paese. Malta, con un PIL pro capite superiore a quello italiano ma con una popolazione equivalente a quella di Palermo, può permettersi l'operazione perché ha costruito da anni un'infrastruttura digitale pubblica integrata. Il sistema di identità digitale maltese copre oltre il novanta per cento della popolazione, contro un utilizzo ancora frammentato dello SPID in Italia. Senza un'identità digitale universale e senza una piattaforma formativa nazionale, replicare il modello maltese in Italia richiederebbe investimenti non solo economici ma anche organizzativi.

Elon Musk perde la battaglia legale contro Sam Altman
La giuria di Oakland respinge la causa del miliardario sulla natura non profit della società. Il caso accende i riflettori sulla dipendenza strategica delle nostre startup dai giganti americani e sulla necessità di una vera sovranità digitale europea.
L'AnalistaRedazione

Produttività e PNRR: la competizione territoriale passa dalle competenze diffuse


L'iniziativa maltese ha un impatto immediato sulla competitività territoriale. Un professionista italiano che si trasferisce a Malta ottiene accesso gratuito a uno strumento che in Italia costa centoventi euro l'anno, oltre alla formazione istituzionale per utilizzarlo. La disparità non è simbolica: ChatGPT Plus offre accesso prioritario ai modelli più avanzati, capacità di analisi dati, integrazione con strumenti di produttività. Per un traduttore, un copywriter, un analista di dati, un consulente aziendale, significa un vantaggio competitivo diretto. Le grandi aziende italiane possono permettersi abbonamenti enterprise e formazione interna, ma il tessuto produttivo italiano è fatto di aziende con meno di cinquanta dipendenti, dove l'adozione dell'IA generativa dipende dall'iniziativa individuale, non da politiche aziendali strutturate.

Malta dimostra che esiste un'alternativa alla polarizzazione tra entusiasmo acritico e paralisi normativa. Lo Stato può agire come facilitatore dell'accesso. Il corso obbligatorio prima dell'attivazione rappresenta un filtro minimo: non impedisce l'uso, ma ne orienta la consapevolezza. Per l'Italia, il modello maltese sollecita una riflessione sulle priorità. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato miliardi alla digitalizzazione, ma quasi nulla alla formazione diffusa sull'IA generativa. Le risorse sono andate a infrastrutture, banda larga, cloud pubblico, raramente a programmi formativi su scala nazionale.

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Madre si lancia dalla finestra per sfuggire all'aggressione della figlia


La trentenne ha accoltellato la madre di 60 anni prima del salto nel vuoto. La giovane è stata arrestata per tentato omicidio

Una drammatica vicenda familiare si è consumata nel tardo pomeriggio di ieri a Carentino, un piccolo comune nell'Alessandrino. Una donna di oltre sessant’anni, nel disperato tentativo di sfuggire a una violenta aggressione da parte della figlia trentenne, si è lanciata dalla finestra della villetta indipendente in cui risiede la famiglia, precipitando nel giardino sottostante.

L’allarme è scattato grazie all'intervento tempestivo di una vicina di casa, la quale, accortasi di quanto stava accadendo, ha prestato i primi soccorsi alla vittima e ha immediatamente allertato le forze dell'ordine. Al loro arrivo, i carabinieri della compagnia locale hanno rinvenuto l’anziana riversa a terra nel cortile, proprio in corrispondenza dell'infisso rimasto aperto.

Le condizioni della donna sono apparse subito critiche. Oltre ai severi traumi riportati a causa dell'impatto dovuto alla caduta, i sanitari hanno riscontrato molteplici ferite da arma da taglio localizzate alla gola, alle mani e alla testa; gli indumenti della vittima erano strappati e intrisi di sangue. Il personale del 118 ha provveduto al trasporto d'urgenza, in codice rosso, presso l'ospedale di Alessandria, dove la sessantenne si trova tuttora ricoverata in prognosi riservata.

Secondo quanto dichiarato dall'Ansa, la violenta aggressione si sarebbe consumata all'interno delle mura domestiche al culmine di una lite tra le due donne. Per salvarsi dalla furia della figlia, che brandiva un coltello, la madre non avrebbe visto altra via d'uscita se non il gesto estremo di gettarsi nel vuoto.

Durante la successiva perquisizione dell'immobile finalizzata a ricostruire l'esatta dinamica del tentato omicidio, i militari hanno rintracciato la figlia trentenne all'interno della propria camera da letto. La giovane presentava sul volto e sui vestiti numerose tracce ematiche, riconducibili al precedente accoltellamento della madre.

La trentenne è stata arrestata in flagranza di reato con l'accusa di tentato omicidio. Successivamente, valutate le condizioni psicofisiche della donna, l'autorità giudiziaria ha disposto per lei la misura cautelare dei arresti domiciliari, da eseguirsi temporaneamente all'interno del reparto di Psichiatria della struttura ospedaliera. Le indagini coordinate dalla Procura proseguono per fare piena luce sui motivi del diverbio.

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Trump elimina i limiti su quattro sostanze tossiche nell'acqua potabile americana


L'Epa di Lee Zeldin revoca le regole introdotte da Biden su quattro Pfas, sostanze legate a cancro e altre malattie gravi. Per altre due, i limiti restano ma le scadenze slittano di due anni.

L'Amministrazione Trump ha cancellato una parte centrale delle regole introdotte da Joe Biden per limitare la presenza dei Pfas nell'acqua potabile. Si tratta dei cosiddetti "forever chemicals", composti chimici molto persistenti nell'ambiente e associati a tumori e ad altre gravi conseguenze per la salute.

In particolare, l'Environmental Protection Agency, l'agenzia federale per la protezione ambientale guidata da Lee Zeldin, ha revocato i limiti su 4 sostanze: il perfluorononanoato, indicato con la sigla PFNA, l'acido perfluoroesansolfonico, PFHxS, l'acido perfluorobutansolfonico, PFBS, e l'acido esafluoropropilenossido dimero, HFPO-DA, noto anche come GenX. Sono state eliminate anche le restrizioni sulle miscele di Pfas, considerate dagli esperti particolarmente rischiose perché l'esposizione combinata può aumentare gli effetti sulla salute.

Restano invece in vigore i limiti sui due Pfas più studiati e diffusi, PFOA e PFOS. Anche in questo caso, però, l'amministrazione ha allentato i tempi: i gestori dei sistemi idrici potranno chiedere una proroga di due anni per adeguarsi. Per chi otterrà l'estensione, la scadenza passerà dal 2029 al 2031.
Pfas — La retromarcia di Trump sull'acqua potabile · FocusAmerica

Salute pubblica · Acqua potabile

La retromarcia silenziosa sui Pfas:
cosa cambia nell'acqua potabile americana


L'Epa guidata da Lee Zeldin cancella i limiti introdotti da Biden su quattro "forever chemicals" e concede ai gestori idrici due anni in più per adeguarsi alle regole rimaste in vigore su Pfoa e Pfos. Una svolta che divide ambientalisti e industria.

Environmental Protection Agency Safe Drinking Water Act

Limiti revocati
4
Sostanze Pfas per cui vengono eliminate le soglie federali nell'acqua potabile

vs

Limiti mantenuti
2
PFOA e PFOS, ma con scadenza prorogata

Per i gestori idrici che chiederanno l'estensione la scadenza slitta dal 2029 al 2031

Esplora il dossier
1 Le sostanze 2 La scadenza 3 La salute 4 Le voci

L'oggetto della decisione

Sei sostanze, due trattamenti diversi


La norma varata da Biden nel 2024 fissava limiti federali nell'acqua potabile per sei composti della famiglia Pfas. L'Epa di Trump ne ha revocati 4, mantenendo le soglie solo per Pfoa e Pfos, le 2 sostanze più studiate.

Limiti revocati 4 sostanze

PFNA
Perfluorononanoato
Limite cancellato

PFHxS
Acido perfluoroesansolfonico
Limite cancellato

PFBS
Acido perfluorobutansolfonico
Limite cancellato

GenX
Acido esafluoropropilenossido dimero (HFPO-DA)
Limite cancellato

Anche le miscele
Eliminate anche le restrizioni sulle combinazioni di Pfas, considerate dagli esperti particolarmente rischiose: l'esposizione combinata, infatti, può amplificare gli effetti nocivi sulla salute.

Limiti mantenuti 2 sostanze

PFOA
Acido perfluoroottanoico — 4 parti per mille miliardi
Limite in vigore

PFOS
Acido perfluoroottansolfonato — 4 parti per mille miliardi
Limite in vigore

Restano regolati solo i due Pfas storicamente più studiati e diffusi. Ma anche per loro i tempi di adeguamento ai nuovi limiti si allungano: i gestori idrici potranno chiedere 2 anni in più.

Il nuovo calendario

La scadenza per adeguarsi slitta di 2 anni


La regola imposta da Biden del 2024 imponeva ai gestori idrici di rispettare i limiti su PFOA e PFOS entro il 2029. Chi otterrà la proroga avrà tempo fino al 2031.

2024 2026 2029 2031 Regola Biden Scadenza originale 2029 Proroga +2 anni Oggi

Oggi

2024 2026 2029 2031

Scadenza originale
2029
Regola Biden, 2024

+2 anni di proroga
2031
Estensione Epa di Trump

2024–2029 · finestra originale di adeguamento
2029–2031 · proroga concessa dall'Epa di Zeldin

Cosa significa

Per milioni di americani, i sistemi idrici comunali avranno 2 anni in più per adeguarsi ai limiti federali sui Pfas rimasti in vigore. Le associazioni ambientaliste denunciano il rischio di "acqua contaminata per anni"; industria chimica e gestori idrici rivendicano invece la necessità di tempi più lunghi e costi sostenibili.

Cosa dice l'Epa

8 patologie associate all'esposizione a queste sostanze

La stessa Environmental Protection Agency riconosce un'associazione tra l'esposizione ai Pfas e 8 diverse categorie di patologie. Sono le evidenze sanitarie su cui l'Amministrazione Biden aveva fondato la stretta del 2024.

Cancro

Obesità

Malattie della tiroide

Colesterolo alto

Infertilità

Danni al fegato

Alterazioni ormonali

Indebolimento sistema immunitario

80+
Anni di vita dei Pfas nell'ambiente. Prodotti dagli anni Quaranta, si degradano con estrema lentezza: per questo sono anche definiti "forever chemicals".

Lo scontro politico

4 voci diverse, 2 fronti opposti


L'Amministrazione Trump difende la scelta sul piano procedurale. Le associazioni ambientaliste denunciano una resa alle lobby. Tocca una voce per leggerne la posizione.

Lee Zeldin
Direttore Epa

Amministrazione

La regola imposta da Biden era "estremamente vulnerabile sul piano legale": non ha rispettato correttamente le procedure previste dal Safe Drinking Water Act ed è già al centro di diversi contenziosi.

Robert F. Kennedy Jr.
Segretario alla Salute

Amministrazione

Biden ha approvato la regola "in modo molto frettoloso", senza rispettare pienamente l'obbligo di consultazione pubblica. Senza un intervento, sarebbe stata bocciata in tribunale.

Ken Cook
Presidente Environmental Working Group

Ambientalisti

L'Epa ha ceduto alle pressioni delle lobby dell'industria chimica e dei gestori idrici. Una scelta che condanna milioni di americani a bere acqua contaminata per anni.

Eric Olson
Natural Resources Defense Council

Ambientalisti

Le nuove proposte violano lettera e spirito della legge, in particolare la clausola di "non regressione" del Safe Drinking Water Act, che impone di mantenere un livello di protezione pari o superiore a quello esistente.

Fonti Environmental Protection Agency · Safe Drinking Water Act · Environmental Working Group · Natural Resources Defense Council · American Chemistry Council · National Association of Manufacturers

Il nodo legale e le pressioni dell'industria


I Pfas sono prodotti dagli anni Quaranta e sono stati usati per rendere materiali e oggetti antiaderenti, impermeabili o resistenti alle macchie. Secondo l'Epa, l'esposizione a queste sostanze è associata a cancro, obesità, malattie della tiroide, colesterolo alto, infertilità, danni al fegato, alterazioni ormonali e indebolimento del sistema immunitario. Vengono chiamati "forever chemicals" perché si degradano con estrema lentezza e possono restare nell'ambiente per decenni.

Zeldin ha giustificato la decisione sostenendo che l'Amministrazione Biden non avrebbe rispettato correttamente le procedure previste dal Safe Drinking Water Act, la legge federale sulla qualità dell'acqua potabile. Secondo il direttore dell'Epa, la norma era "estremamente vulnerabile sul piano legale" ed è già al centro di diversi contenziosi. La stessa linea è stata sostenuta da Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute, secondo cui Biden avrebbe approvato la regola "in modo molto frettoloso", senza rispettare pienamente l'obbligo di consultazione pubblica. Senza un intervento, ha detto Kennedy, la norma avrebbe rischiato di essere bocciata in tribunale.

Sul provvedimento varato nel 2024 pendono infatti due cause. L'American Chemistry Council, che rappresenta l'industria chimica statunitense, e la National Association of Manufacturers hanno contestato i limiti davanti alla Corte d'Appello federale per il distretto di Columbia, definendoli "arbitrari, capricciosi e un abuso di discrezionalità". Una seconda causa, promossa dalle principali associazioni dei gestori idrici, non contesta solo la protezione sanitaria, ma chiede che i costi di adeguamento ricadano sugli inquinatori e non sui comuni o sugli utenti.

Ambientalisti all'attacco, fondi ancora da chiarire


Le associazioni ambientaliste respingono la ricostruzione dell'Amministrazione. Ken Cook, presidente e cofondatore dell'Environmental Working Group, ha accusato l'Epa di "cedere alle pressioni delle lobby dell'industria chimica e dei gestori idrici", con una scelta che, a suo giudizio, "condanna milioni di americani a bere acqua contaminata per anni". Eric Olson, responsabile per la salute del Natural Resources Defense Council, ha sostenuto che le nuove proposte dell'Epa violano sia la lettera che lo spirito della legge, richiamando la clausola di "non regressione" del Safe Drinking Water Act, che impone di mantenere un livello di protezione della salute pari o superiore a quello esistente.

Il tema non è nuovo per Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, l'Epa aveva annunciato l'intenzione di regolamentare PFOA e PFOS e di valutare l'inserimento di altri sei Pfas nella lista delle sostanze tossiche. Nell'aprile 2024, Biden aveva poi fissato limiti massimi di concentrazione: 4 parti per mille miliardi per PFOA e PFOS, 10 parti per mille miliardi per PFNA, PFHxS e GenX. Insieme ai limiti, l'amministrazione aveva stanziato un miliardo di dollari per aiutare proprietari di pozzi privati, Stati e territori a finanziare test e trattamenti, all'interno di un piano complessivo da 9 miliardi per la gestione dell'acqua contaminata.

Zeldin e Kennedy hanno annunciato nuovi finanziamenti per affrontare la contaminazione da Pfas, ma resta un punto non chiarito: non è ancora evidente se si tratti di risorse aggiuntive o di fondi già stanziati nel 2024 dall'Amministrazione Biden.

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Italia e Libia firmano il memorandum d'intesa "Medita Hub", incentrato su pesca, acquacoltura e agroindustria


Italia e Libia hanno firmato un memorandum d'intesa denominato Medita Hub per sviluppare un nuovo asse di cooperazione economica incentrato su pesca, acquacoltura e agroindustria. L'accordo, siglato al Senato tra la Camera di Commercio Italo-Libica e l'Autorità Libica per lo Sviluppo delle Esportazioni (LEDA), punta a modernizzare le filiere produttive libiche e facilitare l'accesso dei prodotti nordafricani al mercato europeo, bypassando intermediari come la Tunisia.

La firma arriva dopo la visita a Roma del Premier libico Abdulhamid Dabaiba, ricevuto da Giorgia Meloni, e segna un ampliamento della cooperazione bilaterale oltre i tradizionali dossier energetici e migratori. Alla cerimonia hanno partecipato il Senatore Marco Scurria, il Sottosegretario all'Agricoltura Patrizio La Pietra e diverse aziende italiane dei settori logistica, tecnologie agroalimentari e marittime.

La Libia dispone di oltre 1.900 chilometri di costa e risorse ittiche abbondanti, ma capacità di trasformazione ed esportazione limitate. Medita Hub ambisce a diventare una piattaforma permanente per integrare i settori produttivi e i territori costieri delle due sponde mediterranee, rafforzando l'influenza economica italiana in Nord Africa.

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Trump è sempre più impopolare


Solo il 37% degli americani approva il presidente secondo il New York Times/Siena, con la guerra in Iran e il caro vita che spingono i democratici a un vantaggio di 11 punti per le elezioni di metà mandato.

Il consenso per Donald Trump è sceso al 37%, il livello più basso mai registrato dai sondaggi del New York Times in entrambi i suoi mandati. Il dato emerge dall'ultima rilevazione Times/Siena, condotta tra l'11 e il 15 maggio su 1.507 elettori registrati, e segna un calo di quattro punti rispetto a gennaio. La novità politica più rilevante è che il presidente entra in un territorio inedito: negli ultimi 17 anni nessun inquilino della Casa Bianca era rimasto sotto il 38% di approvazione per più di pochi giorni. Quello che è stato a lungo descritto come il "pavimento alto" del consenso di Trump, ovvero la soglia minima oltre la quale non scendeva mai, inizia ora a mostrare crepe.

A pesare sono due fattori principali, la guerra in Iran e il costo della vita. Solo il 28% degli intervistati approva la gestione presidenziale dell'inflazione e del potere d'acquisto, mentre il 31% giudica positivamente la conduzione del conflitto. Il 30% ritiene che attaccare l'Iran sia stata la "decisione giusta", contro il 64% che la considera sbagliata. Il 55% degli elettori pensa che la guerra non varrà i costi sostenuti, e il 52% si oppone alla ripresa di operazioni militari nel caso in cui non si raggiungesse un accordo per fermare il programma nucleare iraniano. Più in generale, il 70% degli intervistati ritiene ingiustificato l'uso della forza militare per rovesciare governi ostili che non rappresentino una minaccia imminente, e il 63% sostiene che il presidente non dovrebbe poter usare le forze armate senza l'approvazione del Congresso.
Approvazione di Trump - Sondaggio NYT/Siena

Sondaggio · NYT/Siena · 11-15 maggio 2026
Approvi o disapprovi come Donald Trump sta gestendo…
Sondaggio condotto su 1.507 elettori registrati a livello nazionale

Saldo netto

Il suo lavoro come presidente

37%

59%

−22 pt

Approvazione Disapprovazione

Immigrazione

41

56

−15 pt

L'economia

33

64

−31 pt

Il conflitto israelo-palestinese

31

62

−31 pt

La guerra in Iran

31

65

−34 pt

Il costo della vita

28

69

−42 pt

Fonte: New York Times/Siena Poll · Sondaggio su 1.507 elettori registrati condotto dall'11 al 15 maggio 2026 · Il segmento grigio rappresenta gli elettori che non hanno risposto o hanno dichiarato di non sapere

Sul fronte economico il quadro è altrettanto severo. Il 49% degli elettori definisce "scarse" le condizioni dell'economia americana, contro il 38% di gennaio. Solo il 22% le giudica eccellenti o buone, una caduta netta rispetto al 29% di quattro mesi fa. Alla domanda se le politiche di Trump abbiano avuto un effetto personale, il 44% risponde di essere stato danneggiato, mentre solo il 20% dice di averne tratto beneficio. Anche sull'immigrazione, tema su cui il presidente ha tradizionalmente goduto di sostegno più ampio, l'approvazione è scesa al 41% contro un 56% di disapprovazione.

La conseguenza politica immediata riguarda le elezioni di metà mandato di novembre. Il sondaggio mostra i democratici in vantaggio di undici punti sui repubblicani nelle intenzioni di voto per il Congresso, 50% contro 39%. Si tratta di uno spostamento significativo rispetto alle precedenti rilevazioni dello stesso ciclo elettorale, che davano i democratici avanti di due-cinque punti. Tra chi si dichiara "quasi certo" o "molto probabile" di andare a votare, il vantaggio sale a 14 punti. Un margine di questa entità supererebbe agevolmente il vantaggio repubblicano nella ridefinizione dei collegi della Camera e renderebbe i democratici competitivi anche al Senato.

I gruppi demografici che avevano sostenuto Trump nel 2024 si stanno allontanando. Tra gli elettori dai 18 ai 29 anni l'approvazione è ferma al 19%, mentre tra gli ispanici si attesta al 20%. Sia i giovani sia gli elettori non bianchi sono tornati verso i democratici, che hanno recuperato il vantaggio storico in queste fasce della popolazione, perso durante la presidenza di Joe Biden. Il malcontento attraversa comunque entrambi gli schieramenti: il 70% degli elettori si dichiara insoddisfatto del Partito democratico e il 64% di quello repubblicano.

L'analisi del giornalista Nate Cohn, autore della newsletter The Tilt del New York Times, paragona la situazione attuale a quella di George W. Bush nello stesso punto del suo secondo mandato. Anche allora la combinazione tra guerra in Iraq e prezzi alti della benzina aveva trascinato il consenso del presidente intorno ai livelli odierni di Trump. Il calo di Bush proseguì poi al ritmo di meno di un punto al mese fino a scendere sotto il 30%, lo stesso ritmo con cui Trump sta perdendo terreno negli ultimi mesi.

Le implicazioni di medio periodo possono essere pesanti. Nella storia dei sondaggi moderni, non ci sono casi in cui il partito del presidente uscente abbia mantenuto la Casa Bianca quando l'approvazione presidenziale era inferiore al 40%. Una sconfitta di metà mandato era prevedibile anche prima della guerra, dato che è il destino consueto dei partiti al governo, ma i partiti tendono a recuperare in vista delle presidenziali successive. Se l'approvazione di Trump restasse stabilmente sotto il 40%, quel recupero non sarebbe garantito e le elezioni del 2028 potrebbero trasformarsi in una sconfitta più ampia per i repubblicani.

Il New York Times ha annunciato anche un cambiamento metodologico per il sondaggio Times/Siena. Si tratta del primo di una serie di aggiustamenti, il più importante dal 2016. La novità riguarda l'introduzione del "voto passato sintetico", una misura usata per ponderare il campione, basata sul ricordo dell'elettore su chi ha votato alle ultime presidenziali. La nuova tecnica corregge alcune distorsioni emerse negli anni passati, quando i sondaggi tendevano a sottostimare il sostegno a Trump. Nel sondaggio attuale, comunque, la differenza tra le due metodologie è minima: il voto ricordato dà Trump in vantaggio di un punto.

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Previdenza: online il nuovo portale del Ministero del Lavoro per la pensione integrativa


Lavoro e TFR: una piattaforma digitale con guide e strumenti interattivi per orientare i cittadini nella pianificazione del futuro

È online il nuovo portale dedicato alla previdenza complementare realizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, uno spazio digitale pensato per offrire informazioni, strumenti di orientamento e contenuti multimediali utili ad approfondire il funzionamento della pensione integrativa.

Il servizio, accessibile attraverso il sito istituzionale del Ministero, nasce con l’obiettivo di accompagnare cittadini e lavoratori nella conoscenza dei principali aspetti legati alla previdenza complementare, ai fondi pensione e alla gestione del Trattamento di Fine Rapporto (TFR), favorendo una maggiore consapevolezza nella pianificazione del futuro previdenziale.

All’interno della piattaforma sono disponibili guide informative, approfondimenti tematici, video esplicativi e strumenti interattivi studiati per rendere più immediata la comprensione dei meccanismi che regolano il sistema previdenziale integrativo. L’iniziativa punta inoltre a fornire un supporto concreto a chi desidera orientarsi tra le diverse opportunità offerte dalla previdenza complementare, in un contesto economico e sociale in cui la programmazione del proprio percorso pensionistico assume un ruolo sempre più centrale.

Sul tema è intervenuto anche l’assessore regionale alle Politiche sociali Roberto Santangelo, che ha definito il portale “un servizio fondamentale per accompagnare la cittadinanza nella conoscenza del percorso previdenziale integrativo”, sottolineando il valore informativo degli strumenti messi a disposizione dal Ministero.

Secondo quanto evidenziato nella presentazione del progetto, il nuovo spazio digitale intende rispondere ai quesiti più frequenti riguardanti il funzionamento dei fondi pensione, le modalità di adesione e gli strumenti disponibili per costruire nel tempo una pensione integrativa. Particolare attenzione è stata riservata all’accessibilità dei contenuti e alla semplicità del linguaggio, con l’obiettivo di raggiungere una platea ampia ed eterogenea di utenti.

Per consultare il nuovo portale dedicato alla previdenza complementare: lavoro.gov.it/previdenza-compl…

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Via libera Ue all'accordo dazi con gli Usa


Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto nella notte l'intesa sull'accordo tariffario con Washington, siglato nel 2025 a Turnberry tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e Donald Trump. Il sì europeo arriva sotto la minaccia della Casa Bianca di alzare i dazi su auto e camion dal 15 al 25% se l'approvazione non fosse giunta entro il 4 luglio. L'accordo prevede un tetto massimo del 15% sulle tariffe per la maggior parte delle esportazioni Ue verso gli Stati Uniti, con eccezioni a zero dazi per settori come farmaci generici, aeromobili e sughero. Validità fino al 2029, con possibilità di rinnovo.

Il relatore del Parlamento europeo Bernd Lange ha però avvertito: se gli Usa non rispetteranno il limite del 15% su alcuni prodotti – oggi tariffati al 26%, come i derivati dell'acciaio – Bruxelles ripristinerà le proprie barriere. In ballo ci sono 4,2 miliardi di euro di scambi giornalieri e un interscambio annuale da 1,6 trilioni. L'accordo chiude oltre un anno di tensioni transatlantiche, ma la sua tenuta dipenderà dall'effettiva implementazione americana.

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Qui i padroni siamo noi»: il video di Ben-Gvir sugli italiani ammanettati apre la crisi Roma-Tel Aviv


Il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha diffuso un video in cui cammina tra attivisti della Flotilla Global Sumud fermati dalla marina militare israeliana, legati e bendati a terra, proclamando «Benvenuti in Israele, siamo noi i padroni di casa». Le immagini hanno suscitato immediate proteste da parte del governo italiano, poiché tra i fermati risultano diversi cittadini italiani.

La premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno definito «inaccettabile» il trattamento e «lesivo della dignità umana», convocando formalmente l'ambasciatore israeliano a Roma. L'esecutivo ha richiesto la liberazione immediata dei connazionali e le scuse ufficiali da Tel Aviv per il «totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano».

Lo stesso premier israeliano Benjamin Netanyahu ha preso le distanze dall'operato di Ben-Gvir, riconoscendo che le modalità usate «non sono in linea con i valori dello Stato di Israele», pur ribadendo il diritto di impedire l'accesso a Gaza. L'episodio riaccende le tensioni diplomatiche tra Roma e Tel Aviv in un momento già delicato per la crisi mediorientale.

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Senato Usa, primo via libera alla risoluzione per fermare la guerra in Iran


Quattro senatori repubblicani si sono uniti ai democratici per votare il provvedimento che obbligherebbe Trump a chiedere l'autorizzazione del Congresso per continuare le operazioni militari in Iran.

Il Senato degli Stati Uniti ha approvato ieri l'apertura del dibattito su una proposta di risoluzione che, se approvata dal Congresso, obbligherebbe il presidente Donald Trump a fermare la guerra in Iran o a chiedere l'autorizzazione del Congresso per poterla continuare. Il voto è passato con 50 a favore e 47 contrari. Per mesi i repubblicani erano riusciti a bloccare ogni iniziativa simile.

A spostare gli equilibri è stato Bill Cassidy, senatore repubblicano della Louisiana, che ha cambiato posizione e si è schierato con i democratici dopo aver perso le primarie nel fine settimana. Trump aveva sostenuto il suo sfidante. La defezione di Cassidy, unita all'assenza di altri tre senatori repubblicani, è bastata a far avanzare il provvedimento. Si tratta dell'ottavo tentativo di limitare i poteri di guerra del presidente da quando Trump ha avviato la campagna militare contro l'Iran, ormai entrata nel suo terzo mese. Secondo i sondaggi, la maggioranza degli americani ritiene che l'operazione militare non avrebbe mai dovuto essere lanciata.

Cassidy ha precisato di non rinnegare l'obiettivo strategico dell'intervento, ma di contestare il metodo seguito dalla Casa Bianca. "Pur sostenendo gli sforzi dell'amministrazione per smantellare il programma nucleare iraniano, la Casa Bianca e il Pentagono hanno lasciato il Congresso all'oscuro su Operation Epic Fury", ha dichiarato in una nota, usando il nome scelto dall'Amministrazione per identificare l'operazione. "Finché l'Amministrazione non fornirà chiarezza, nessuna autorizzazione o proroga del Congresso può essere giustificata".

Le crepe nel fronte repubblicano


Insieme a Cassidy hanno votato con i democratici anche le senatrici Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine e il senatore Rand Paul del Kentucky. Murkowski e Collins respingono la tesi dell'Amministrazione secondo cui il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran avrebbe sospeso il termine di 60 giorni previsto dalla legge per ottenere l'autorizzazione del Congresso. Paul, invece, è da tempo contrario agli interventi militari all'estero.

Sul fronte democratico, l'unico voto contrario è arrivato ancora una volta dal senatore della Pennsylvania John Fetterman. Tra i repubblicani erano assenti Tommy Tuberville dell'Alabama, Thom Tillis del North Carolina e John Cornyn del Texas. Il senatore democratico Tim Kaine della Virginia, che da settimane lavora per convincere alcuni repubblicani a sostenere il provvedimento, ha presentato il voto come un primo segnale di svolta politica. "Il vento sta lentamente cambiando a nostro favore", ha detto.

La tregua fragile e il peso dei prezzi dell'energia


Il voto arriva mentre la tregua tra Washington e Teheran appare sempre più precaria. Lunedì Trump ha annunciato che sospenderà nuovi attacchi su larga scala contro l'Iran per dare più tempo alla diplomazia, ma ha minacciato di ordinare un "assalto completo e su larga scala" se Teheran non accetterà le condizioni della Casa Bianca. I negoziati restano bloccati soprattutto sul futuro del programma nucleare iraniano e sul controllo dello Stretto di Hormuz. Fin dai primi giorni del conflitto, l'Iran ha ridotto gran parte del traffico marittimo nell'area, facendo salire i prezzi di petrolio e gas e alimentando negli Stati Uniti il malcontento per il rincaro dell'energia.

Il prossimo voto procedurale sulla risoluzione non si terrà prima della pausa per il Memorial Day. Kaine spera che, nel frattempo, i senatori repubblicani che continuano a votare contro subiscano pressioni dai loro elettori. "Quando torneranno a casa si sentiranno dire molte cose brutte sui prezzi della benzina", ha affermato. Ad ogni modo, anche se venisse approvata da entrambe le Camere, la risoluzione resterebbe comunque esposta a un veto presidenziale quasi certo. La Camera dei Rappresentanti dovrebbe, comunque, votare nei prossimi giorni una misura analoga, dopo che la settimana scorsa un provvedimento simile era stato respinto per un solo voto.

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Roberto Vannacci attacca i media: "Censura su Futuro Nazionale, hanno paura di noi"


L'eurodeputato accusa Rai e quotidiani di dare spazio solo ai piccoli partiti di sistema, ignorando il suo movimento
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Roberto Vannacci torna ad attaccare il sistema dell’informazione nazionale e denuncia quella che definisce una scarsa attenzione mediatica nei confronti di Futuro Nazionale. Lo fa attraverso un reel pubblicato sui propri canali Facebook, nel quale l’eurodeputato critica apertamente alcune testate giornalistiche e il servizio pubblico radiotelevisivo.

Nel video, Vannacci sostiene che diversi quotidiani nazionali dedicherebbero poco spazio alle attività politiche del movimento. “Libero, Il Giornale, Il Tempo non citano quasi mai Futuro Nazionale”, afferma l’europarlamentare che aggiunge anche, nei casi in cui il movimento venga menzionato, ciò avverrebbe “sempre con approccio negativo”.


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L’intervento si concentra in particolare sul tema della rappresentanza mediatica delle forze politiche minori. Secondo Vannacci, esisterebbe una disparità di trattamento rispetto ad altre realtà parlamentari. Nel reel cita infatti +Europa, Italia Viva e Noi Moderati, sostenendo che tali formazioni riceverebbero una maggiore esposizione televisiva e giornalistica nonostante percentuali elettorali contenute.

Le critiche vengono rivolte anche alla Rai. “Pur mettendo in luce le attività parlamentari di tutti i partitini con percentuali minime come +Europa, Italia Viva e Noi Moderati, raramente offre spazio a Futuro Nazionale”, dichiara l’eurodeputato.

Nel passaggio conclusivo del video, Vannacci definisce la situazione “una vera censura”, collegando la presunta limitata copertura mediatica a un timore nei confronti della crescita politica del movimento. “Evidentemente, hanno paura di noi”, conclude.

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L'Iran vuole controllare i cavi internet sotto lo Stretto di Hormuz e far pagare le Big Tech


Teheran intende imporre a Google, Microsoft, Meta e Amazon di pagare per l'uso dei cavi sottomarini che attraversano il Golfo. Una richiesta che rischia di provocare disservizi tra Europa, Asia e Africa.

Dopo aver bloccato lo Stretto di Hormuz, l'Iran punta ora al controllo dei grandi cavi sottomarini che passano sotto lo stesso tratto di mare, con l'intento di far pagare i grandi gruppi tecnologici occidentali per il loro utilizzo. Lo riporta la CNN, citando media iraniani vicini al Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica. Sotto lo Stretto, tra Iran e Oman, passano infatti alcune importanti dorsali di telecomunicazione intercontinentale: si tratta di infrastrutture che trasportano grandi volumi di traffico internet e dati finanziari, comprese informazioni legate alle transazioni bancarie, collegando Europa, Asia e Golfo Persico.

Secondo le ricostruzioni dei media iraniani, Teheran intende chiedere a colossi della tecnologia come Google, Microsoft, Meta e Amazon di pagare per l'uso dei cavi. Chi vorrà posare nuove linee dovrà versare una licenza e affidarne la manutenzione esclusivamente a società iraniane. "Faremo pagare i cavi internet", ha promesso su X Ibrahim Zolfaghari, portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, in una dichiarazione citata dalla CNN.

Il nodo delle sanzioni e la geografia dei cavi


La geografia delle infrastrutture mostra i margini reali di pressione di Teheran. Mostafa Ahmed, ricercatore senior dello Habtoor Research Center degli Emirati Arabi Uniti, ha spiegato alla CNN che nello Stretto passano diversi cavi intercontinentali, ma la maggior parte corre in una stretta fascia lungo il lato omanita. Altre due linee, invece, attraversano le acque territoriali iraniane: Falcon e Gulf Bridge International, ha precisato Alan Mauldin di TeleGeography, società americana che monitora il settore.

Resta però aperta la questione delle sanzioni. I Big Tech statunitensi hanno già investito nella posa dei cavi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico, e non è chiaro come Teheran possa costringerli a pagare. Le sanzioni di Washington vietano infatti alle imprese americane qualsiasi versamento all'Iran.

Un attacco dei Guardiani della Rivoluzione contro quei cavi potrebbe però innescare una "catastrofe digitale" con effetti a cascata su più continenti. Le interruzioni rallenterebbero il commercio e le transazioni tra Europa e Asia, mentre in alcune aree dell'Africa orientale potrebbero verificarsi il blackout totale di internet. Il peso globale delle linee che passano da Hormuz, tuttavia, resta ancora limitato: secondo TeleGeography, nel 2025 hanno rappresentato meno dell'1% della capacità mondiale di trasmissione dati.

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I Dem del Texas iniziano a crederci


I leader del partito vedono un'apertura nella corsa al Senato in uno stato che non elegge un democratico a livello statale da oltre trent'anni, ma il dibattito interno sulle risorse divide donatori e strateghi.

I democratici americani guardano al Texas con rinnovato ottimismo dopo che il presidente Donald Trump ha dato il suo sostegno al procuratore generale dello stato Ken Paxton, travolto da scandali, nelle primarie repubblicane per il Senato. La mossa apre uno scenario inatteso in uno stato che non elegge un democratico a livello statale da più di tre decenni.

Se Paxton dovesse battere il senatore in carica John Cornyn nel ballottaggio repubblicano del 26 maggio, i democratici ritengono di avere una strada percorribile per conquistare il seggio. Il candidato democratico è il deputato statale James Talarico, considerato una stella emergente del partito, che ha già raccolto la cifra record di 27 milioni di dollari per la sua campagna, di cui 10 milioni dopo la vittoria nelle primarie sulla deputata Jasmine Crockett.

Per la prima volta il principale comitato di azione politica vicino al leader della minoranza al Senato Chuck Schumer ha segnalato la disponibilità a intervenire nella corsa texana. "Restiamo ottimisti sul Texas e ci sono tutte le probabilità che lasceremo il segno", ha dichiarato a NOTUS Lauren French, portavoce del Senate Majority PAC.

Il sogno di trasformare il Texas in uno stato democratico resta tuttavia difficile da realizzare. Una campagna competitiva richiederebbe risorse finanziarie enormi e attualmente i democratici stanno perdendo la gara nazionale per la raccolta fondi contro i repubblicani. La nomination repubblicana inoltre non è ancora decisa: Cornyn è arrivato primo nelle primarie di marzo, andando oltre le aspettative del suo partito, e potrebbe ancora prevalere nel ballottaggio nonostante lo sgarbo di Trump.

Il senatore del Maryland Chris Van Hollen, ex presidente del comitato per la campagna senatoriale democratica, ha dichiarato a NOTUS che Paxton, beniamino del movimento MAGA, "respingerà molti elettori indipendenti, e Talarico ha chiarito di voler rappresentare tutti i texani, non solo i MAGA".

Talarico, che ha vinto le primarie democratiche di marzo al primo turno, ha commentato in una nota: "Non importa chi vince questo ballottaggio. Sappiamo già contro chi corriamo: i miliardari mega-donatori e il loro sistema politico corrotto".

I responsabili del DSCC, il braccio elettorale dei democratici al Senato, si sono detti fiduciosi di poter tentare seriamente la conquista del seggio. "I repubblicani stanno guardando 100 milioni di dollari sparire nel nulla mentre Donald Trump respinge un anno di suppliche per salvare John Cornyn", ha dichiarato la portavoce Maeve Coyle.

Il Texas ha già deluso le aspettative democratiche in passato. Beto O'Rourke perse contro il senatore Ted Cruz per circa 200.000 voti nel 2018. Cornyn e Cruz hanno poi battuto comodamente i loro avversari democratici nel 2020 e nel 2024.

Il vero nodo è quello delle risorse. I democratici stanno già cercando di ribaltare almeno quattro seggi al Senato in mani repubblicane, e aggiungere un quinto obiettivo rischia di disperdere i fondi disponibili. Un consulente di donatori democratici ha riferito a NOTUS che il mondo dei finanziatori è diviso: alcuni hanno scommesso da subito su Talarico, altri alzano gli occhi al cielo ogni volta che si parla del Texas.

La domanda chiave riguarda l'allocazione delle risorse: investire in Texas significa togliere fondi ad altri stati in bilico. Alcuni operatori democratici lamentano che concentrarsi sul Texas potrebbe penalizzare stati che hanno eletto democratici a livello statale più di recente. "Chi vuole mettere il Senato del Texas davanti ad Alaska, Maine o Iowa deve chiedersi qual è la giusta allocazione delle risorse, qual è il miglior ritorno sull'investimento", ha spiegato un bundler democratico a NOTUS. "In Texas si possono bruciare facilmente nove cifre e perdere comunque di cinque o sei punti".

Schumer all'inizio dell'anno non aveva incluso il Texas tra le principali opportunità di conquista. Lo storico leader democratico aveva indicato come priorità le corse per i seggi repubblicani in Maine, North Carolina, Ohio e Alaska.

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Samsung presenta i nuovi monitor Odyssey 2026 e ViewFinity S8


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Samsung amplia la propria offerta di display con la nuova gamma monitor Samsung 2026, una lineup pensata per unire prestazioni elevate, qualità d’immagine avanzata e maggiore flessibilità d’uso. I protagonisti principali sono i nuovi Samsung Odyssey G8, il nuovo Odyssey OLED G7 e la serie ViewFinity S8, prodotti che guardano a due pubblici molto chiari: da una parte i gamer più esigenti, dall’altra professionisti, creator e utenti che hanno bisogno di più spazio visivo e connettività avanzata.

La novità più importante riguarda l’arrivo del primo monitor gaming Odyssey 6K al mondo, un modello che rappresenta un passo avanti rispetto agli attuali standard 4K e che punta a offrire più dettaglio, più superficie di lavoro e una resa visiva superiore. Accanto a questo modello, Samsung introduce anche soluzioni OLED ad alte prestazioni e monitor professionali con risoluzioni elevate, refresh rate generosi e porte di nuova generazione.
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Odyssey G8 2026: il gaming Samsung punta su 6K, 5K e OLED


La nuova linea Samsung Odyssey G8 2026 è composta da tre modelli principali, sviluppati per rispondere a esigenze diverse. Il modello più interessante è senza dubbio l’Odyssey G8 da 32 pollici G80HS, indicato da Samsung come il primo monitor gaming 6K al mondo. La risoluzione ultra-definita consente di ottenere immagini più nitide e dettagliate, ma offre anche uno spazio di lavoro più ampio per chi usa lo stesso monitor non solo per giocare, ma anche per multitasking, editing, produttività e gestione di più finestre.

Il nuovo Odyssey G8 da 32 pollici supporta una risoluzione 6K a 165Hz, un valore che lo rende una soluzione molto particolare nel panorama gaming. La presenza della funzione Dual Mode permette inoltre di raggiungere fino a 330Hz in risoluzione 3K, così da scegliere tra massima qualità visiva e massima fluidità in base al tipo di gioco. È una soluzione interessante per chi alterna titoli immersivi, dove contano definizione e dettaglio, a giochi competitivi, dove la reattività diventa prioritaria.

Accanto al modello da 32 pollici, Samsung propone anche l’Odyssey G8 da 27 pollici G80HF, capace di lavorare in 5K a 180Hz oppure di arrivare fino a 360Hz in QHD tramite Dual Mode. Questo monitor sembra pensato per chi cerca un equilibrio tra qualità dell’immagine e prestazioni competitive, con una diagonale più compatta e una frequenza di aggiornamento particolarmente elevata quando si sceglie una risoluzione inferiore.

Odyssey OLED G8: pannello OLED 4K e refresh rate a 240Hz


La gamma include anche il nuovo Odyssey OLED G8 G80SH, disponibile nei formati da 27 e 32 pollici. In questo caso Samsung punta sulla tecnologia OLED 4K con refresh rate fino a 240Hz, una combinazione pensata per chi vuole neri profondi, colori intensi e tempi di risposta estremamente rapidi.

Tra le caratteristiche più interessanti c’è la tecnologia Glare Free, progettata per ridurre i riflessi senza compromettere la qualità dell’immagine OLED. È un dettaglio importante, soprattutto per chi gioca o lavora in ambienti luminosi, dove i riflessi possono diventare fastidiosi e incidere sull’esperienza visiva.

Il nuovo Odyssey OLED G8 integra anche connettività avanzata, compresa la porta USB-C con ricarica fino a 98W, utile per semplificare la scrivania e collegare notebook o altri dispositivi compatibili con un solo cavo. Samsung cita inoltre la tecnologia QD-OLED Penta Tandem, pensata per migliorare efficienza, durata e luminosità del pannello. La versione da 32 pollici ha ottenuto anche la certificazione VESA DisplayHDR True Black 500, elemento che sottolinea l’attenzione verso contrasto, neri profondi e resa cromatica.

DisplayPort 2.1, HDR10+ Gaming e sincronizzazione adattiva


Un altro punto centrale della nuova gamma Odyssey G8 è la presenza di DisplayPort 2.1, pensata per garantire la larghezza di banda necessaria alle immagini di nuova generazione. Nel caso del modello G80SH, Samsung indica il supporto a DisplayPort 2.1 UHBR20, con una larghezza di banda fino a 80 Gbps per immagini fluide e non compresse.

La lineup supporta anche AMD FreeSync Premium e NVIDIA G-Sync Compatible, tecnologie pensate per ridurre tearing e stuttering durante il gioco. A queste si aggiunge HDR10+ Gaming, che ottimizza luminosità e contrasto in tempo reale, migliorando la resa delle scene più luminose e di quelle più scure nei giochi compatibili.

Il risultato è una gamma chiaramente orientata al gaming di fascia alta, ma con caratteristiche utili anche a chi utilizza il monitor per contenuti multimediali, creazione video, lavoro creativo e produttività avanzata.

Odyssey OLED G7: OLED gaming più accessibile


Samsung amplia la propria proposta OLED anche con il nuovo Odyssey OLED G7 da 32 pollici G73SH. Questo modello nasce con l’obiettivo di portare l’esperienza OLED gaming a un pubblico più ampio, mantenendo comunque specifiche molto interessanti.

Il monitor offre una risoluzione 4K con refresh rate a 165Hz, una combinazione adatta sia al gaming immersivo sia all’uso quotidiano con contenuti ad alta definizione. Anche in questo caso è presente la funzione Dual Mode, che permette di raggiungere fino a 330Hz in Full HD. Il tempo di risposta dichiarato è di 0,03 ms, un dato tipico delle soluzioni OLED pensate per garantire grande reattività nei giochi più veloci.

Con questo modello, Samsung prova quindi ad allargare la propria offerta OLED, posizionando il nuovo Odyssey OLED G7 come una soluzione premium ma più accessibile rispetto ai prodotti più estremi della gamma Odyssey G8.
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ViewFinity S8: monitor professionali per produttività e creatività


Oltre ai modelli gaming, Samsung introduce anche la nuova serie ViewFinity S8, dedicata soprattutto agli ambienti professionali. Questa gamma è pensata per chi lavora con più applicazioni contemporaneamente, gestisce workflow creativi complessi o cerca un display ad alta risoluzione con connettività moderna.

Il modello ViewFinity S8 da 40 pollici S85TH integra un display curvo WUHD con refresh rate a 144Hz. La diagonale ampia e il formato ultrawide lo rendono adatto al multitasking, alla gestione di timeline, dashboard, fogli di lavoro estesi e software professionali. La presenza di Thunderbolt 5 consente trasferimenti dati fino a 80 Gbps, supporto video ad alta risoluzione e ricarica fino a 140W, riducendo il numero di cavi necessari sulla scrivania.

Samsung presenta anche il ViewFinity S8 da 27 pollici S80HF, un monitor con risoluzione 5K e connettività USB-C. Questo modello punta a portare le prestazioni 5K a una fascia più ampia di professionisti, mantenendo un design ergonomico pensato per l’utilizzo prolungato. È una soluzione interessante per creator, fotografi, designer, sviluppatori e utenti che desiderano maggiore definizione in un formato più tradizionale.

Disponibilità della nuova gamma monitor Samsung 2026


La nuova gamma composta da Samsung Odyssey G8, Odyssey OLED G7 e ViewFinity S8 sarà disponibile in pre order dal 25 maggio. Al momento il focus dell’annuncio è sulle caratteristiche tecniche e sul posizionamento dei diversi modelli, con una proposta che copre gaming competitivo, gaming immersivo, OLED premium e produttività professionale.

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Regno Unito, dal 1° luglio bollette energetiche in aumento del 13%: famiglie sotto pressione nonostante l’estate


Nuovi rincari su gas ed elettricità spingono verso l’alto il costo della vita delle famiglie britanniche

Nuova stangata energetica per le famiglie britanniche. Dal 1° luglio il tetto massimo delle bollette domestiche nel Regno Unito registrerà un aumento del 13%, secondo le ultime previsioni diffuse martedì dalla società di consulenza energetica Cornwall Insight.

Secondo quanto riportato dall'agenzia di consulenza energetica Cornwall Insight, l’incremento porterà la spesa annuale media per una famiglia con doppia fornitura, gas ed elettricità a circa 1.850 sterline annue, contro le attuali 1.641 sterline. Un rincaro che riaccende le preoccupazioni sul costo della vita nel Paese e che rischia di colpire milioni di nuclei familiari già provati dall’inflazione e dall’instabilità dei mercati energetici internazionali.

Secondo gli analisti, all’origine dell’aumento vi sarebbe il forte rialzo dei prezzi all’ingrosso dell’energia registrato tra febbraio e marzo, innescato dall’escalation del conflitto in Medio Oriente. In particolare, le tensioni geopolitiche avrebbero provocato danni alle infrastrutture energetiche nell’area del Golfo e la temporanea chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% delle spedizioni mondiali di petrolio e gas.

Nonostante un successivo cessate il fuoco abbia contribuito a ridurre la volatilità dei mercati, i prezzi dell’energia sono rimasti su livelli elevati per settimane, influenzando direttamente il nuovo aggiornamento del price cap britannico.

Estate meno pesante, ma cresce l’allarme per l’autunno


Gli esperti sottolineano che l’impatto immediato dell’aumento potrebbe risultare relativamente contenuto grazie alla stagione estiva, periodo in cui il consumo energetico domestico tende fisiologicamente a diminuire, soprattutto per quanto riguarda il riscaldamento.

“L’aumento estivo sarà doloroso per le famiglie, ma la vera preoccupazione riguarda ottobre, quando la domanda domestica tornerà a crescere”, ha dichiarato Craig Lowrey, consulente principale di Cornwall Insight.

Le proiezioni attuali indicano infatti che il tetto massimo potrebbe restare vicino ai livelli previsti per luglio anche durante l’autunno. Uno scenario che rischierebbe di aggravare ulteriormente la situazione economica delle fasce più vulnerabili della popolazione britannica proprio nei mesi di maggiore consumo energetico.

Governo sotto pressione: possibili aiuti mirati


L’ipotesi di bollette elevate anche nel quarto trimestre dell’anno sta aumentando la pressione sul governo britannico, chiamato a valutare eventuali misure di sostegno straordinario.

Secondo Lowrey, qualora il tetto tariffario restasse stabile ai livelli estivi anche da ottobre, l’esecutivo dovrebbe prendere in considerazione “forme di supporto mirato” per le famiglie maggiormente esposte alla crisi energetica.

Negli ultimi anni il Regno Unito ha già adottato diversi programmi di aiuto contro il caro energia, ma il permanere di forti tensioni internazionali rende difficile prevedere un ritorno rapido alla normalità.

La vulnerabilità energetica del Regno Unito


Nel proprio rapporto, Cornwall Insight evidenzia inoltre come il Regno Unito continui a essere particolarmente esposto agli shock dei mercati globali a causa della forte dipendenza dalle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL).

“In quanto importatori netti di gas naturale liquefatto, gli shock dei prezzi globali ci hanno colpito duramente, e questa vulnerabilità non scomparirà”, ha spiegato Lowrey.

Secondo gli osservatori del settore, anche un’eventuale conclusione rapida del conflitto in Medio Oriente potrebbe non essere sufficiente a riportare il tetto massimo delle bollette ai livelli precedenti, a causa dei danni alle infrastrutture energetiche e delle persistenti difficoltà nelle catene di approvvigionamento.

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Iran, il piano segreto di Usa e Israele ad inizio guerra: rimettere al potere Ahmadinejad


Il New York Times rivela che il raid israeliano del primo giorno di guerra puntava a liberare l'ex presidente dagli arresti domiciliari per insediarlo al vertice del regime.

Stati Uniti e Israele sarebbero entrati in guerra contro l'Iran con un nome già scelto per guidare Teheran dopo il collasso del regime: Mahmoud Ahmadinejad. L'ex presidente, noto per le posizioni più oltranziste, antiamericane e antisraeliane della Repubblica Islamica, sarebbe stato al centro di un'operazione ideata dagli israeliani e concordata con lui, secondo quanto rivelato dal New York Times sulla base di funzionari statunitensi informati del piano.

Nel primo giorno di guerra, un raid dell'aeronautica israeliana ha colpito la casa di Ahmadinejad nel quartiere di Narmak, nella parte orientale di Teheran. L'obiettivo, secondo la ricostruzione, non era uccidere l'ex presidente, ma eliminare le guardie del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione che lo tenevano sotto sorveglianza agli arresti domiciliari. In sostanza, un'evasione mascherata da bombardamento.

Il progetto è però naufragato in poche ore. Ahmadinejad è rimasto ferito, ma è sopravvissuto. Da allora non è più comparso in pubblico e non è chiaro dove si trovi né in quali condizioni. Dopo essere scampato per poco alla morte, raccontano i funzionari americani sentiti dal New York Times, sarebbe rimasto disilluso sulle possibilità di un regime change e avrebbe alla fine deciso di tirarsi indietro.

Una scelta a dir poco estrema per il post-regime


Definire Ahmadinejad una scelta sorprendente è dir poco. Presidente dell'Iran dal 2005 al 2013, è stato il volto degli appelli a "cancellare Israele dalla carta geografica", ha negato pubblicamente l'Olocausto, ha sostenuto senza riserve il programma nucleare iraniano e ha represso con durezza il dissenso interno. Negli ultimi anni, però, si era progressivamente allontanato dai vertici della Repubblica Islamica, accusandoli di corruzione. Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione lo aveva escluso dalle presidenziali del 2017, del 2021 e del 2024, e i suoi movimenti erano stati limitati alla casa di Narmak.

Guerra Usa-Iran · Retroscena

Il nome scelto per il post-regime era il più radicale di tutti


Secondo il New York Times, Stati Uniti e Israele avevano preparato con Mahmoud Ahmadinejad un piano per riportarlo al potere a Teheran. L'operazione prevedeva un raid sotto copertura per liberarlo dagli arresti domiciliari, ma il tentativo è fallito.

Fonte: New York Times Operazione Epic Fury

Il nome al centro del piano
Mahmoud Ahmadinejad
Ex presidente dell'Iran (2005-2013). Già celebre per gli appelli a "cancellare Israele dalla carta geografica" e per il negazionismo dell'Olocausto.

Negli ultimi anni si era allontanato dai vertici della Repubblica Islamica. Era di fatto agli arresti domiciliari nella sua casa di Narmak, a Teheran.

2005-2013
Anni di presidenza in Iran

3
Esclusioni dalle presidenziali (2017, 2021, 2024)

4
Fasi previste dall'operazione segreta

Esplora il dossier
1 Il piano 2 Il raid 3 Il profilo 4 Le versioni

Le 4 fasi

Il piano segreto: far cadere il regime e preparare un governo alternativo


Secondo funzionari israeliani citati dal New York Times, l'offensiva era stata costruita come una sequenza di mosse coordinate. Il punto d'arrivo era riportare Ahmadinejad al potere a Teheran.

1

Raid aerei combinati
Bombardamenti coordinati di Stati Uniti e Israele su obiettivi militari, missilistici e nucleari iraniani per degradare le capacità di Teheran.
Avviata · Operazione Epic Fury

2

Eliminazione dei vertici iraniani
Decapitazione della leadership. Nel primo giorno, un raid uccide la Guida Suprema Ali Khamenei. Colpita anche una riunione di alti funzionari, eliminando però figure che la Casa Bianca riteneva più disponibili a negoziare.
Eseguita parzialmente

3

Mobilitazione dei curdi e campagne di influenza
Sostegno alle forze curde contro l'esercito iraniano e operazioni di influenza per alimentare l'instabilità politica interna alla Repubblica Islamica.
Non pienamente attivata

4

Insediamento del governo alternativo
L'evasione mascherata di Ahmadinejad dalla casa di Narmak avrebbe dovuto aprire la strada al suo ritorno alla guida del Paese. Il piano è fallito: Ahmadinejad è rimasto ferito, è sopravvissuto, ma è poi scomparso dalla scena pubblica.
Fallita

Il capo del Mossad David Barnea avrebbe confidato ai collaboratori di credere ancora che il piano, fondato su decenni di operazioni in Iran, avrebbe potuto funzionare se avesse avuto l'autorizzazione dall'alto a proseguire.

Narmak, Teheran — primo giorno di guerra

Il bombardamento che doveva aprire la strada alla liberazione


Il raid israeliano sulla casa di Ahmadinejad, nel quartiere orientale di Narmak, non avrebbe avuto come obiettivo l'ex presidente. Secondo il New York Times, doveva neutralizzare le guardie dei Pasdaran che lo tenevano sotto controllo.

Narmak, Teheran est Notte del primo giorno


Aviazione israeliana
Caccia F-35


Casa di Narmak
Arresti domiciliari di Ahmadinejad


Guardie dei Pasdaran
Obiettivo reale del raid

Il raid colpisce la casa per eliminare le guardie che tenevano Ahmadinejad sotto sorveglianza. Una evasione mascherata da bombardamento.

Obiettivo del raid
Liberare Ahmadinejad
Eliminare le guardie del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione che lo tenevano agli arresti domiciliari. Un'evasione mascherata da bombardamento.

Esito reale
Ferito ma sopravvissuto
Dopo essere scampato per poco alla morte, Ahmadinejad sarebbe rimasto disilluso sul regime change e si sarebbe tirato indietro. Da allora non sarebbe più apparso in pubblico.

Il personaggio

Dal radicalismo antisraeliano al riavvicinamento con l'Occidente

Trump è un uomo d'azione. Sarebbe auspicabile un riavvicinamento tra Iran e Stati Uniti. — Mahmoud Ahmadinejad al New York Times, 2019

Tappe chiave

2005 — 2013
Presidenza dell'Iran. Appelli a "cancellare Israele dalla carta geografica", negazionismo dell'Olocausto, repressione del dissenso, sostegno al programma nucleare.

2017 — 2018
Escluso dalle presidenziali dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Il suo ex capo di gabinetto Esfandiar Rahim Mashai viene processato per legami con servizi occidentali.

2019
Intervista al New York Times: elogia Trump come "uomo d'azione" e auspica il riavvicinamento Iran-Usa.

2021 · 2024
Nuova esclusioni dalle presidenziali. Movimenti progressivamente limitati alla sua casa di Narmak.

2023 — 2025
Viaggi in Guatemala e poi in Ungheria, all'epoca governata da Viktor Orban — alleato stretto di Netanyahu e Trump.

Primo giorno di guerra
Raid israeliano sulla sua casa di Narmak. Sopravvive ferito. Da allora non compare più in pubblico.

Due narrazioni a confronto

Ricostruzione del New York Times vs la versione ufficiale della Casa Bianca


Il retroscena del New York Times si basa su funzionari statunitensi informati del piano. La portavoce della Casa Bianca ha invece offerto una lettura strettamente militare degli obiettivi dell'operazione.

Retroscena
New York Times

Il piano prevedeva il collasso del regime e l'insediamento di un "governo alternativo" guidato da Ahmadinejad.

Il raid di Narmak era stato concepito per liberare l'ex presidente eliminando le sue guardie.

Trump credeva di poter replicare lo schema usato in Venezuela contro Maduro.

Versione ufficiale
Casa Bianca

Obiettivi dell'Operazione Epic Fury:

• Distruggere i missili balistici iraniani

• Smantellare gli impianti di produzione

• Affondare la marina iraniana

• Indebolire i proxy regionali

— Anna Kelly, portavoce

Il modello cui Trump si sarebbe ispirato


Venezuela
Forze americane catturano Maduro. La vicepresidente Delcy Rodríguez viene insediata al suo postoe diventa stretta collaboratrice dell'Amministrazione Trump.
Schema riuscito


Iran
Il raid di Narmak fallisce, Khamenei viene ucciso insieme ad altri possibili interlocutori e Ahmadinejad si sfila. Il risultato è che nessun governo alternativo viene insediato.
Schema fallito

Il punto

Tra le due versioni resta un divario rilevante: per la Casa Bianca l'operazione è puramente militare; per il New York Times, era inizialmente un'operazione di regime change che ha mancato il proprio bersaglio politico.

Fonti New York Times (funzionari Usa e israeliani informati del piano) · Dichiarazione ufficiale Casa Bianca, Anna Kelly · Intervista di Ahmadinejad al NYT, 2019.

C'erano state, tuttavia, segnali di apertura verso l'Occidente. In un'intervista al New York Times del 2019, Ahmadinejad aveva elogiato Donald Trump definendolo "un uomo d'azione" e aveva auspicato un riavvicinamento tra Iran e Stati Uniti. Anche per questo persone a lui vicine sono state accusate di legami con servizi occidentali: ad esempio il suo ex capo di gabinetto, Esfandiar Rahim Mashai, è stato processato nel 2018, mentre i media di Stato hanno diffuso accuse di contatti con l'intelligence britannica e israeliana. Nel 2023 Ahmadinejad ha visitato il Guatemala, mentre nel 2024 e nel 2025 è stato in Ungheria, all'epoca ancora governata da Viktor Orban, stretto alleato di Benjamin Netanyahu e di Donald Trump.

Il modello Venezuela e il fallimento del piano


Secondo due funzionari militari israeliani citati dal New York Times, l'offensiva era stata pensata in più fasi: attacchi aerei combinati di Stati Uniti e Israele, eliminazione dei vertici iraniani, mobilitazione dei curdi contro le forze di Teheran e campagne di influenza per alimentare l'instabilità politica interno. L'obiettivo finale era il collasso del regime e l'insediamento di un "governo alternativo".

Nel primo giorno di guerra, i raid aerei israeliani hanno portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Però l'attacco al suo complesso nel centro di Teheran ha colpito anche una riunione di alti funzionari iraniani ed eliminato alcuni esponenti del regime che la Casa Bianca aveva individuato come potenzialmente più disponibili a negoziare. Trump, secondo il New York Times, era inizialmente convinto di poter replicare lo schema usato in Venezuela, dove le forze americane avevano catturato Nicolas Maduro e insediato al suo posto la vicepresidente Delcy Rodriguez, oggi stretta collaboratrice dell'Amministrazione Trump.

La Casa Bianca dà una versione diversa di quanto avvenuto. "Fin dall'inizio il presidente Trump è stato chiaro sugli obiettivi dell'Operazione Epic Fury: distruggere i missili balistici iraniani, smantellare gli impianti di produzione, affondare la marina e indebolire i proxy", ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Il Mossad invece non ha voluto ufficialmente commentare. Il capo dell'intelligence israeliana, David Barnea, avrebbe però confidato ai suoi collaboratori di credere ancora che il piano, fondato su decenni di operazioni in Iran, avrebbe potuto ancora funzionare se avesse ricevuto l'autorizzazione dall'alto a proseguire.

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Radizi, viaggio nel cuore autentico della Sardegna: il vino diventa racconto di un territorio straordinario


Tra Nurra, Coros e Romangia, tre giorni immersivi tra vigne, archeologia e tradizioni: così Vi.NO.S. riscrive il turismo in Sardegna.

C’è una Sardegna che “sfugge” ai percorsi più battuti dal turismo di massa. Una Sardegna autentica e profondamente identitaria. È quella del Nord Ovest dell’isola ed è qui che nasce Radizi 2026, il press tour organizzato da Vi.NO.S. (Vignaioli Nord Ovest Sardegna), associazione nata nel 2023 e composta da dodici vignaioli uniti da una visione comune: valorizzare il territorio attraverso il racconto delle sue radici, dove il vino non è soltanto produzione agricola, ma memoria, cultura e comunità.

Nel Nord Ovest della Sardegna il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma una chiave di lettura del paesaggio. Lo ha dimostrato Radizi, un percorso immersivo che ha attraversato le terre del Coros, della Nurra e della Romangia, restituendo l’immagine di un territorio in cui viticoltura, archeologia, gastronomia, artigianato e storia millenaria convivono in un equilibrio profondo.

Più che un evento promozionale, Radizi si è rivelato un’esperienza culturale e didattica. Al centro non ci sono state soltanto le etichette, ma le persone, i luoghi e le comunità che rendono riconoscibile questa parte dell’isola. In un contesto dominato da grandi nomi del vino, dodici vignaioli hanno scelto di unirsi e costruire una narrazione collettiva, sostenibile e autentica. È questa la forza di Vi.NO.S., una rete che punta a dare voce al territorio prima ancora che ai singoli produttori.

Il vino, in questo racconto, diventa motore di identità. Ogni calice sembra trattenere il soffio del maestrale sulle vigne, la mineralità delle terre calcaree, la fatica quotidiana di chi lavora tra i filari e la volontà di custodire un patrimonio ambientale fragile e prezioso. La filosofia produttiva che emerge è fondata sul rispetto dell’ambiente, sulla tutela del paesaggio e sulla consapevolezza che la qualità non nasce mai separata dal luogo che la genera.

Il viaggio di Radizi ha condotto i partecipanti attraverso scenari di rara intensità: vigne affacciate sul mare, uliveti, scogliere, colline e siti nuragici che appaiono quasi all’improvviso nel paesaggio. Le visite a luoghi simbolici come Sant’Imbenia, il pozzo sacro di Serra Niedda e l’area archeologica di S’Elighe Entosu hanno ricordato quanto il rapporto tra uomo e territorio, in questa parte della Sardegna, abbia radici antichissime. Qui la vite non è un elemento isolato, ma parte di una storia più ampia, stratificata, in cui agricoltura e memoria dialogano da secoli.

Accanto al vino, Radizi ha dato spazio ai sapori e ai gesti quotidiani della Sardegna più genuina. Dagli andarinos fatti rigorosamente a mano, dalle lumache al porcetto, ogni tappa gastronomica si è trasformata in un momento di condivisione. Non semplici degustazioni, dunque, ma occasioni di incontro umano e culturale, in cui il cibo ha completato il racconto del territorio con la stessa forza evocativa del vino.

In un’epoca in cui la parola “esperienza” viene spesso usata in modo superficiale, Radizi ne restituisce il significato più autentico. La promozione lascia il posto all’ascolto, la singola etichetta cede il passo a una visione corale, il territorio diventa protagonista. È forse questo l’aspetto più originale dell’iniziativa: Vi.NO.S. non parla sopra i luoghi, ma permette ai luoghi di parlare attraverso i produttori, i paesaggi, le tavole condivise e le testimonianze raccolte lungo il cammino.

La Sardegna, troppo spesso raccontata soltanto attraverso le sue coste più celebri, trova in progetti come questo una prospettiva diversa. Radizi mostra un’isola interna e costiera allo stesso tempo, agricola e archeologica, popolare e raffinata, capace di costruire futuro senza rinunciare alla propria identità. A comporre Vi.NO.S. sono Azienda Agricola Giuliano Ruiu, Azienda Agricola Agreste, Azienda Agricola Leo Conti, Cantina Mario Bagella, Cantina Carpante, Ditta Giuseppe Pocobelli, Tenute Re Do, 3A Viticoltori, Cantina Sorres, Podere 45, Terre di Baquara, Vini TraMonti e Cantina Antonio Cargiaghe. Operano tra le DOC Alghero e Moscato di Sorso e Sennori e le IGT Nurra e Romangia, dimostrando come il vino possa diventare strumento di tutela, racconto e valorizzazione autentica del territorio.

Il messaggio che resta, al termine del percorso, è netto: il futuro dei territori passa dalla capacità di fare comunità. Non basta produrre bene, occorre condividere visioni, costruire relazioni, riconoscere il valore di ciò che rende unico un luogo. Nel Nord Ovest della Sardegna, dodici vignaioli hanno deciso di farlo insieme. E il risultato, come Radizi ha saputo raccontare, va ben oltre il vino.

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Garmin Forerunner 70 e 170 ufficiali: i nuovi smartwatch che rivoluzionano la corsa nel 2026


I due smartwatch introducono funzioni smart avanzate, monitoraggio fitness evoluto e strumenti dedicati agli sportivi che vogliono migliorare allenamenti e prestazioni nel 2026
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Garmin ha annunciato oggi Forerunner 70 e Forerunner 170, gli smartwatch dedicati alla corsa con funzioni specifiche per tutti gli amanti di questa disciplina. Negli ultimi anni, la corsa è andata oltre il concetto di performance: accanto ai runner esperti con la testa alla prossima maratona, cresce una fascia sempre più ampia di persone che si avvicinano alla corsa in modo informale. Essi corrono una o due volte a settimana, senza obiettivi sportivi né tabelle di allenamento rigide, guidati principalmente dal desiderio di accrescere il proprio benessere fisico e mentale. Non si definiscono atleti, non inseguono risultati estremi: cercano continuità, equilibrio e un modo sostenibile per prendersi cura di sé.

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HONOR D1 entra nella storia battendo il record umano alla mezza maratona 2026. Un traguardo che accelera l’evoluzione dell’intelligenza fisica e dei robot umanoidi basati su AI avanzata
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Un cambio di paradigma


In questo nuovo modo di vivere il running, però, emerge una verità semplice: il difficile non è correre, è continuare. In questo contesto, emerge un nuovo bisogno: strumenti capaci di accompagnare le persone senza pressione, valorizzando ogni piccolo progresso e rendendo la corsa parte naturale della propria routine. Da qui nasce un cambio di paradigma: supportare chi inizia a correre non significa spingerlo oltre, ma aiutarlo a trovare il proprio ritmo, a dare valore anche agli sforzi minimi e a non interrompere il percorso. È con questo approccio che Garmin ha presentato Forerunner 70 e Forerunner 170, smartwatch pensati appositamente per chi si sta avvicinando al mondo della corsa e ha bisogno di proseguire il proprio percorso o perfezionare l'allenamento. Entrambi i modelli vantano display AMOLED con colori brillanti da 1,2 pollici, touchscreen reattivi e un design tradizionale a 5 pulsanti per una maggiore facilità d'uso. I due nuovi smartwatch offrono funzioni per la salute quotidiana, per capire in modo semplice e intuitivo come le sessioni di running contribuiscono allo stato generale di benessere, strumenti di allenamento avanzati per chi invece ha già iniziato o decide di proseguire in modo più strutturato, notifiche smart e altro ancora, senza l’obbligo di dover ricaricare l'orologio ogni notte.
Forerunner 70 Whitestone con cinturino Whitestone/Cloud BlueForerunner 70 Whitestone con cinturino Whitestone/Cloud Blue

Forerunner 70


Ricco di funzionalità per ogni livello, Forerunner 70 è la scelta ideale per chi ha individuato nella corsa l’attività da svolgere per stare meglio. Un alleato che accompagna ogni fase del percorso con precisione, dati chiari e consigli utili su come continuare. Il nuovo Garmin Forerunner 70 offre tutte le funzionalità essenziali per il running, tra cui GPS integrato, monitoraggio di tempo, distanza, passo e frequenza cardiaca direttamente dal polso. Lo smartwatch introduce allenamenti rapidi personalizzati in base al livello di forma fisica dell’utente e supporta i piani Garmin Coach, che si adattano quotidianamente ai dati di recupero e salute per aiutare a preparare gare, migliorare le prestazioni o raggiungere nuovi obiettivi fitness.

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Il nuovo modello combina aspirazione avanzata, lavaggio intelligente e un design premium pensato per migliorare la pulizia quotidiana della casa
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Tra le novità spiccano anche i suggerimenti di allenamento giornalieri, inclusi programmi corsa/camminata dinamici. Forerunner 70 integra inoltre avanzate funzioni sviluppate dal Garmin Human Performance Lab, come Training Readiness, Training Status, potenza di corsa dal polso e dinamiche di corsa, oltre a più di 80 app sportive dedicate ad attività come nuoto, ciclismo e allenamento della forza. Sul fronte salute e benessere, offre monitoraggio continuo del sonno, HRV, Pulse Ox, respirazione e altre metriche evolute disponibili tramite l’app Health Status. Non mancano notifiche smart, LiveTrack e funzioni di sicurezza e tracciamento. L’autonomia raggiunge fino a 13 giorni in modalità smartwatch, con diverse colorazioni disponibili tra cui Citron, Cool Lavender, Black e Whitestone.
Forerunner 170 Black con cinturino Black/Amp YellowForerunner 170 Black con cinturino Black/Amp Yellow

Forerunner 170


Forerunner 170 aggiunge l’altimetro barometrico per metriche ancora più puntuali e i piani di allenamento Garmin Coach dedicati al ciclismo. Inoltre, è dotato di funzionalità pensate per chi è sempre in movimento, come i pagamenti contactless Garmin Pay. E per chi ama dare energia alle proprie uscite di corsa ascoltando le playlist preferite, Forerunner 170 Music consente agli utenti di scaricare brani, podcast e altro dai più diffusi servizi musicali di terze parti (è necessario disporre di un abbonamento al servizio di streaming musicale) direttamente sull'orologio per ascoltarli senza telefono con cuffie wireless. Entrambi i modelli garantiscono fino a 10 giorni di autonomia in modalità smartwatch (dati Garmin) e sono disponibili in diverse colorazioni: Black con cinturino Black/Amp Yellow e Whitestone con cinturino Whitestone/Cloud Blue. Forerunner 170 Music è disponibile in colorazioni sorprendenti come Teal Green con cinturino Teal Green/Citron e Red Pink con cinturino Red Pink/Mango. Disponibili all'acquisto su Garmin.com, Forerunner 70 ha un prezzo di 249,99 euro, Forerunner 170 di 299,99 euro e Forerunner 170 Music di 349,99 euro.


HONOR D1: il robot umanoide che batte il record umano alla mezza maratona 2026 e rivoluziona l’intelligenza fisica


In vista dell'imminente lancio della nuova serie HONOR 600 in Europa Occidentale, il brand tecnologico ha dato prova delle sue capacità nel campo dell’Embodied AI in una storica dimostrazione di eccellenza tecnologica e precisione atletica. Il robot umanoide HONOR “D1”, sviluppato internamente dall’azienda, ha conquistato la medaglia d’oro alla Beijing Yizhuang Half-Marathon & Humanoid Robot Half-Marathon 2026, tagliando il traguardo con un tempo netto di 50 minuti e 26 secondi, infrangendo il record mondiale umano della mezza maratona, pari a 57:20.

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“Alpha Plan”: dall’intelligenza digitale all’intelligenza fisica


Il dominio di HONOR D1 è il risultato diretto dell’“Alpha Plan” di HONOR, una roadmap strategica pensata per trasformare l’azienda da produttore leader di smartphone a ecosistema completo di terminali AI per ogni scenario d’uso. Questa vittoria rappresenta una prova concreta e tangibile, dimostrando come un decennio di innovazione mobile possa essere racchiuso in una struttura umanoide alta 169 cm e dotata di gambe da 95 cm.

Sfruttando processi di produzione di precisione di livello elettronico, HONOR ha equipaggiato HONOR D1 con 159 componenti strutturali metallici specializzati e moduli articolari integrati capaci di raggiungere una coppia massima di 600 Nm. Questo hardware ha permesso al robot di mantenere un equilibrio dinamico eccezionale e di recuperare autonomamente dopo collisioni avvenute lungo il percorso, senza alcun intervento umano.
L’ingresso di HONOR nella robotica rappresenta l’evoluzione naturale delle competenze maturate nel mondo mobileL’ingresso di HONOR nella robotica rappresenta l’evoluzione naturale delle competenze maturate nel mondo mobile

Il DNA degli smartphone


L’ingresso di HONOR nella robotica non parte da zero, ma rappresenta l’evoluzione naturale delle competenze maturate nel mondo mobile. HONOR D1 integra le tecnologie chiave del brand, a partire dall’On-Device AI per la comprensione spaziale in tempo reale, fino a un sistema proprietario di raffreddamento a liquido da 4 L/min, derivato dall’ingegneria termica degli smartphone, che consente di mantenere i motori a temperatura controllata durante l’impegnativa gara di 21,0975 km. Anche la gestione energetica riprende l’approccio efficiente tipico del mobile, con un’autonomia superiore a 10 km per batteria e un sistema di sostituzione rapida che supera uno dei principali limiti storicamente associati ai robot umanoidi: la scarsa durata operativa.

La tecnologia al servizio del valore umano


Oltre all’hardware, HONOR sta ridefinendo il rapporto tra esseri umani e macchine attraverso il proprio focus sull’AHI, Augmented Human Intelligence. La filosofia del brand — che non si chiede cosa possa fare l’AI, ma cosa debba fare — mira a creare robot dotati sia di un elevato quoziente intellettivo sia di un’intelligenza emotiva empatica. Attraverso la “Three-Brain Synergy”, che integra intelligenza personale, universale ed edge, HONOR sta costruendo un ecosistema in cui i servizi AI si estendono dallo schermo dello smartphone al mondo fisico, offrendo compagnia domestica e supporto industriale.

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Guardando al futuro: il nuovo ecosistema AI


Mentre HONOR si prepara a lanciare in Europa Occidentale i suoi ultimi prodotti della Number Series, la serie HONOR 600, il successo di HONOR D1 mette in evidenza il vantaggio competitivo del brand: uno stack tecnologico unificato, in cui dispositivi mobili, wearable e robotici condividono un’unica anima AI. Completando oltre 150 sessioni di test su strada e 2.000 km di percorrenza reale in soli sette mesi, HONOR ha dimostrato che l’ecosistema dell’elettronica di consumo rappresenta la base ideale per l’industria robotica. Questo traguardo non solo conferma il percorso di HONOR verso l’“Action Intelligence”, ma accelera anche la diffusione globale di robot pratici e orientati ai servizi, pronti a lavorare al fianco dell’umanità.


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Xi a Trump: "Putin potrebbe pentirsi di aver invaso l'Ucraina"


Il presidente cinese lo avrebbe detto al leader americano durante il vertice di Pechino, rivela il Financial Times. Con Biden non aveva mai espresso giudizi personali su Putin e sulla guerra.

Xi Jinping avrebbe detto a Donald Trump che Vladimir Putin potrebbe un giorno "pentirsi" della decisione di invadere l'Ucraina. Lo riporta il Financial Times, citando fonti informate sui colloqui tra i due leader durante il vertice di Pechino della scorsa settimana. Secondo le stesse fonti, il presidente cinese avrebbe fatto questo commento mentre discuteva con Trump della guerra russo-ucraina. Con Joe Biden, in conversazioni descritte da persone vicine al dossier come "franche e dirette", Xi non aveva mai espresso un giudizio personale né su Putin né sul conflitto.

L'osservazione attribuita al leader cinese arriva mentre il conflitto è entrato nel suo quarto anno e resta in una fase di stallo. Kyiv, scrive il Financial Times, sta ricorrendo sempre più spesso ai droni per colpire obiettivi militari e infrastrutture strategiche in profondità nel territorio russo. Nel resoconto ufficiale diffuso dalla Casa Bianca sul vertice di Pechino, pubblicato domenica 17 maggio, non compare però alcun riferimento a una discussione sull'Ucraina tra Trump e Xi.

Il peso della "partnership senza limiti"


Il commento attribuito a Xi è particolarmente rilevante alla luce dei rapporti tra Mosca e Pechino. Putin ordinò l'invasione dell'Ucraina nel febbraio 2022, 3 settimane dopo essere stato in Cina e aver firmato con Xi una dichiarazione congiunta che proclamava una "partnership senza limiti" tra i due Paesi. Negli anni successivi gli Stati Uniti hanno più volte accusato Pechino di fornire alla Russia beni a duplice uso, utili a sostenere lo sforzo bellico di Mosca contro Kyiv. La Cina ha sempre respinto le accuse, negando di aiutare militarmente la Russia.

Il presidente russo è nuovamente atteso in Cina oggi e domani per una visita ufficiale di 2 giorni, pochi giorni dopo quella di Trump. Prima della partenza, Putin ha detto di recarsi a Pechino su invito del "vecchio buon amico" Xi Jinping, in occasione del 25° anniversario del Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra Russia e Cina. "Lo stretto legame strategico tra Russia e Cina ha un ruolo importante e stabilizzatore sullo scenario mondiale. Non siamo amici contro qualcuno, ma lavoriamo per la pace e la prosperità comune", ha dichiarato Putin. Il leader russo ha aggiunto che durante la visita si discuterà di politica, economia, difesa e scambi culturali. È prevista anche la firma di circa quaranta documenti bilaterali.

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Cinema: il ritorno di Star Wars tra nostalgia e azione


Il nuovo spin-off sul grande schermo promuove il cacciatore di taglie. Promosso il ritmo, ma delude la varietà degli alieni

Esce nelle sale italiane The Mandalorian and Grogu film che prosegue la narrazione della serie tv The Mandalorian, arrivata alla terza stagione, che espande il rinomato universo di Star Wars. La storia di un salvataggio e di un sacrificio.
Il film riporta alle classiche atmosfere alle quali i fan sono ben abituati tra droidi, hutt e X-wing.

La narrazione si apre durante un ‘prelievo’, se così si può chiamare, di un generale dell’Impero ormai caduto, che riporta Mando al quartier generale della Nuova Repubblica dove gli viene assegnato un nuovo incarico per i fratelli De Hutt, passati al potere di Nel Hutta dopo la morte di Jabba; i fratelli sono alla ricerca del nipote rapito e, ripagheranno l’impiego del cacciatore di taglie, dando informazioni utili alla Nuova Repubblica su un generale dell’Impero del quale, non si conosce l’identità.
Una missione che sembrerebbe semplice ma che porta il protagonista ad un sacrificio.

Senza andare oltre, evitando di rovinare il film a tutti coloro che lo andranno a vedere, si può dire che la pellicola riporta a casa lo spettatore, le ambientazioni, i personaggi ma soprattutto i dialoghi non deludono, hanno sempre quel pizzico di pepe alla Ian Solo, del quale, il fruitore si è innamorato e del quale non potrebbe fare a meno. Unica pecca che si è vista è la scarsa varietà di specie aliene diverse durante il lungometraggio. Mentre nelle opere con le quali siamo cresciuti, dal 1977 in poi, nelle grandi scene piene di personaggi si trovano una grande varietà di specie aliene, dai cereani ai charigan, dagli ewok ai torguta, in questo nuovo progetto si trovano poche varietà di specie al di fuori di quelle che hanno un ruolo ai fini della trama.

Un lavoro che nel ’77 richiedeva ore di trucco prostetico, animatronic (che dovevano essere costruiti ad hoc e programmati), e computer grafica oggi richiede una mappatura dell’attore e molte meno ore computer di grafica rispetto al passato, solo per questo ci si chiede se la scelta sia solo una cifra stilistica (opinabile per quanto mi riguarda) o solo pigrizia che snatura un franchise da centinaia di milioni di dollari. Forse è solo un dettaglio inutile, ma quando ci si fa caso diventa straniante per il contesto del film che si sta guardando.

Nonostante questo piccolo e puntiglioso appunto il film è degno di esistere, sicuramente più della trilogia sequel uscita tra il 2015 e il 2019; Pedro Pascal, nonostante indossi l’elmetto per tre quarti del film, interpreta il Mandaloriano magistralmente reggendo quasi in solitudine il film intero. C'è una narrazione nuova che permette di esistere ed elaborare gli avvenimenti senza fretta o paura di perdere il ritmo incalzante; un bell’otto su dieci per questo spin-off che merita di essere visto al cinema.

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Massie sconfitto nelle primarie del Kentucky grazie a Trump


Il deputato libertario perde contro lo sfidante voluto dal presidente nella primaria più costosa della storia per un seggio alla Camera. Risultati anche in Georgia, Alabama, Oregon e Pennsylvania.

Thomas Massie, il deputato repubblicano del Kentucky considerato il principale oppositore interno di Donald Trump alla Camera, ha perso le primarie del suo partito contro Ed Gallrein, candidato scelto personalmente dal presidente. Con oltre il 95% dei voti scrutinati, Gallrein ha prevalso con il 55% contro il 45% di Massie nel quarto distretto del Kentucky. La vittoria nella primaria rende Gallrein il favorito assoluto per le elezioni di novembre in un collegio fortemente repubblicano, dove quasi due terzi degli elettori avevano votato per Trump nel 2024.

La sfida è entrata nella storia come la primaria più costosa di sempre per un seggio alla Camera dei rappresentanti. Secondo i dati di AdImpact, società che monitora la spesa pubblicitaria politica, sono stati spesi 25,6 milioni di dollari in pubblicità televisiva, radiofonica e digitale, mentre i dati della Federal Election Commission portano la spesa complessiva tra candidati e gruppi esterni a circa 35 milioni di dollari. Il Washington Post riporta una cifra ancora superiore, oltre 32 milioni solo in spot pubblicitari. La campagna di Massie ha speso 5,8 milioni di dollari contro i 2,6 milioni di Gallrein, ma i super PAC hanno favorito pesantemente lo sfidante, con oltre 16,4 milioni a suo sostegno contro i 10,1 milioni a favore dell'incumbent.

Primaria repubblicana
Kentucky, 4° distretto congressuale
Primarie repubblicane per la Camera dei Rappresentanti — 19 maggio 2026

CandidatoVoti%

Ed Gallrein
Repubblicano, sostenuto da Trump

57.822
54,9%

Thomas Massie
Repubblicano, deputato uscente

47.539
45,1%

105.361voti
>95% scrutinato

La primaria per la Camera più costosa di sempre

Spesa totale
35 mln $
Candidati e gruppi esterni

Super PAC pro-Gallrein
16,4 mln $
Spot e pubblicità

Super PAC pro-Massie
10,1 mln $
Spot e pubblicità

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press e Federal Election Commission · Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2026

Gallrein, ex militare dei Navy SEAL e allevatore di bestiame da latte, era praticamente sconosciuto in politica prima della candidatura, avendo affrontato una sola corsa elettorale senza successo. Trump lo ha reclutato personalmente per sfidare Massie e lo ha definito "un patriota" e "fantastico" in un videomessaggio diffuso il giorno prima del voto, nello stesso filmato in cui ha bollato Massie come "il peggior deputato nella storia del nostro paese". Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha fatto campagna con Gallrein in Kentucky il giorno prima del voto, in una visita che il Pentagono ha precisato essere stata effettuata a titolo personale.

Massie, deputato libertario in carica da sette mandati, si era inimicato il presidente su tre questioni cruciali. Ha votato contro la legge fiscale e di spesa simbolo dell'amministrazione, la One Big Beautiful Bill Act, citando preoccupazioni per l'aumento del deficit. Ha guidato uno sforzo bipartisan per forzare la pubblicazione dei documenti governativi sul caso Jeffrey Epstein, contro la volontà esplicita del presidente. Ha criticato apertamente l'intervento militare americano in Iran. Si è inoltre opposto agli aiuti militari a Israele ed è stato l'unico repubblicano alla Camera a votare contro una risoluzione di condanna dell'antisemitismo, sostenendo che violava il primo emendamento.

I gruppi pro-Israele hanno investito massicciamente per sconfiggerlo. I super PAC collegati alla Republican Jewish Coalition e all'American Israel Public Affairs Committee, noto come AIPAC, hanno speso ciascuno oltre 4 milioni di dollari in spot contro Massie. Anche tre miliardari pro-Israele esterni al distretto, Miriam Adelson, Paul Singer e John Paulson, hanno contribuito al finanziamento. Nel suo discorso di concessione, Massie ha ironizzato dicendo che aveva impiegato del tempo a contattare lo sfidante "perché ho dovuto trovare Ed Gallrein a Tel Aviv".

La campagna è stata segnata da spot televisivi particolarmente aggressivi, alcuni dei quali utilizzavano deepfake generati dall'intelligenza artificiale. Un super PAC pro-Gallrein ha diffuso un annuncio che accusava falsamente Massie di essere "in un trio" con le deputate democratiche Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, mostrandolo tenere loro la mano grazie all'IA. Un gruppo pro-Massie ha risposto con uno spot generato dall'IA che mostrava Gallrein abbandonare Trump in un campo di battaglia.

Davanti ai suoi sostenitori riuniti in un hotel vicino all'aeroporto, Massie ha pronunciato un discorso di sconfitta combattivo. Ha dichiarato di voler dedicare i sette mesi rimasti del suo mandato a contrastare il presidente, paragonando il piano di Trump di costruire una nuova sala da ballo alla Casa Bianca a qualcosa "uscito dall'impero romano". Il pubblico ha intonato cori contro la guerra e ha gridato "2028", suggerendo una sua candidatura presidenziale, ipotesi che Massie non ha smentito.

La sconfitta di Massie si inserisce in una serie di vittorie del presidente contro deputati e senatori repubblicani considerati sleali. Sabato scorso, il senatore Bill Cassidy della Louisiana, che aveva votato per la condanna di Trump nel processo di impeachment del 2021, ha perso la sua primaria. Alcuni senatori statali dell'Indiana che si erano opposti alla pressione del presidente per ridisegnare i collegi elettorali a favore del partito repubblicano sono stati a loro volta sconfitti. Trump ha già lasciato intendere che la prossima nel mirino potrebbe essere Lauren Boebert, deputata del Colorado che aveva fatto campagna con Massie.

In Kentucky si è votato anche per le primarie del Senato. Il deputato Andy Barr, sostenuto da Trump, ha sconfitto facilmente l'ex procuratore generale Daniel Cameron nella corsa per succedere al senatore Mitch McConnell, in uscita dopo essere stato spesso critico nei confronti del presidente. Trump aveva convinto un terzo candidato, l'imprenditore Nate Morris sostenuto da Elon Musk, a ritirarsi in cambio della promessa di un incarico diplomatico. Barr è favorito nelle elezioni di novembre contro il democratico Charles Booker.

In Georgia, la primaria repubblicana per il Senato si è chiusa senza un vincitore. Il deputato Mike Collins è arrivato primo ma non ha raggiunto il 50% necessario per evitare il ballottaggio, che si terrà il 16 giugno contro Derek Dooley, ex allenatore di football universitario sostenuto dal governatore uscente Brian Kemp. Il deputato Buddy Carter è uscito al terzo posto. Il vincitore sfiderà a novembre il senatore democratico Jon Ossoff, che ha 32,5 milioni di dollari di fondi nella sua cassa elettorale secondo i dati della Federal Election Commission di fine aprile e non ha avuto sfidanti nella primaria democratica. Trump non ha preso posizione tra i candidati repubblicani.

Per la carica di governatore della Georgia, i democratici hanno scelto come candidata l'ex sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms, che ha ottenuto oltre il 50% dei voti in un campo affollato. Bottoms aveva acquisito notorietà nazionale durante il 2020 sfidando la spinta del governatore Kemp a riaprire le attività durante la pandemia di Covid-19 e era stata considerata possibile candidata vicepresidente di Joe Biden. Tra i repubblicani serve invece un ballottaggio: il vicegovernatore Burt Jones, sostenuto da Trump, affronterà l'imprenditore sanitario Rick Jackson, che ha investito decine di milioni di dollari di tasche proprie nella corsa. Brad Raffensperger, il segretario di Stato che nel 2020 rifiutò di "trovare" a Trump gli 11.000 voti che avrebbero ribaltato il risultato presidenziale in Georgia, è arrivato terzo distanziato e non andrà al ballottaggio. I democratici non vincono la carica di governatore in Georgia dal 2002.

In Alabama, il senatore Tommy Tuberville, ex allenatore di football a Auburn University, ha vinto facilmente la primaria repubblicana per la carica di governatore. A novembre sfiderà l'ex senatore democratico Doug Jones, che aveva battuto nel 2020 per il seggio al Senato e che è noto per aver guidato l'accusa contro i membri del Ku Klux Klan responsabili dell'attentato a una chiesa di Birmingham nel 1963. La primaria repubblicana per il seggio al Senato lasciato libero da Tuberville andrà al ballottaggio il 16 giugno. Il deputato Barry Moore, sostenuto da Trump, è arrivato primo e affronterà uno tra l'ex militare dei Navy SEAL Jared Hudson e il procuratore generale dello Stato Steve Marshall. Nella primaria sono confluiti oltre 11 milioni di dollari di fondi dei super PAC, di cui oltre 5 milioni da un super PAC legato all'industria delle criptovalute a sostegno di Moore.

In Oregon, la senatrice statale Christine Drazan ha vinto la primaria repubblicana per la carica di governatore, sconfiggendo l'ex giocatore della NBA Chris Dudley e il legislatore statale Ed Diehl. A novembre affronterà la governatrice democratica in carica Tina Kotek, che l'aveva battuta di tre punti percentuali nel 2022. I sondaggi mostrano Kotek tra i governatori meno popolari del paese, alle prese con la crisi dei senzatetto, il costo degli alloggi e i risultati delle scuole pubbliche. Il principale sindacato degli insegnanti dello Stato, tradizionalmente schierato con i democratici, non l'ha sostenuta, così come il Working Families Party. Un repubblicano non vince una carica statale in Oregon dal 2002 e non viene eletto governatore dal 1982.

In Pennsylvania, nel settimo distretto della Lehigh Valley, i democratici hanno scelto come candidato Bob Brooks, vigile del fuoco in pensione e leader sindacale. Brooks ha ottenuto endorsement trasversali, dal senatore progressista Bernie Sanders al governatore Josh Shapiro fino al Democratic Congressional Campaign Committee. A novembre sfiderà il deputato repubblicano in carica Ryan Mackenzie, che aveva vinto per pochi voti nel 2024 in un distretto considerato tra i più contendibili del paese. Se eletto, Brooks diventerebbe uno dei pochi deputati democratici senza laurea, in un anno in cui il partito cerca di riconquistare l'elettorato della classe operaia.

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Israele, Smotrich rischia il mandato d'arresto: CPI indaga su presunti crimini di guerra


Il ministro accusa il tribunale internazionale e annuncia misure punitive contro un quartiere palestinese in Cisgiordania

Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha dichiarato di essere stato informato che la Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia starebbe valutando la richiesta di un mandato di arresto nei suoi confronti con accuse legate a presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi ai danni della popolazione palestinese.

Secondo quanto riferito dal ministro, l’eventuale iniziativa giudiziaria sarebbe collegata alle politiche adottate dal governo israeliano nei Territori palestinesi occupati e al conflitto in corso nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

In risposta alle presunte informazioni ricevute, il ministro israeliano ha dichiarato che avrebbe ordinato misure di sfollamento forzato in un quartiere palestinese della Cisgiordania occupata. Le sue affermazioni hanno suscitato immediate reazioni politiche e diplomatiche, alimentando nuove tensioni sul piano internazionale riguardo alla situazione nei territori occupati.

La notizia è stata riportata da Quds News Network, che ha diffuso le dichiarazioni attribuite al ministro israeliano attraverso i propri canali.

La comunità internazionale continua a monitorare con attenzione gli sviluppi relativi alle indagini della Corte penale internazionale, che negli ultimi anni ha ampliato l’esame delle accuse riguardanti il conflitto israelo-palestinese. Israele non riconosce la giurisdizione della CPI sui propri cittadini e ha più volte contestato la legittimità delle indagini aperte dall’organismo con sede all’Aia.

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La Vasca del Vivo


La traina col vivo implica la ricerca dell’esca e il suo mantenimento in vivo, sia essa pesce o cefalopode. Però attenzione, la vitalità dell’esca dipende dalla nostra organizzazione e non è detto che vada bene per tutte, a meno che...
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foto sopra: Per effettuare catture come i grossi serranidi (cernia bruna) che vedete nelle foto è necessario disporre di esche vive come grossi cefalopodi (calamari e seppie) che necessitano di un sistema di ricircolo accurato, anche per pulire e ossigenare l'acqua costantemente durante la sessione di pesca.

Nella traina col vivo, un elemento importante, all’interno dell’imbarcazione, è la vasca del vivo. Innescare e calare in acqua un calamaro, una seppia o un pesce esca come un sauro o uno sgombro, che guadagna il fondo con la massima velocità, spesso fa la differenza e risolve le giornate più difficili, quando i predatori sono apatici e non vogliono saperne di attaccare le esche. Da qui, la necessità di una livebait tank: una vasca con un sistema di ossigenazione e ricircolo dell’acqua di adeguate caratteristiche in base alla tipologia, grandezza e quantità di esche utilizzate. Infatti, al crescere della dimensione e del numero delle esche, dovrà aumentare il volume della vasca e la potenza di pompaggio. Molto spesso i fisherman americani sono forniti di almeno un paio di vasche del vivo posizionate quasi sempre centralmente o ai lati dello specchio di poppa, in posizione tale da accedere facilmente alle esche e calarle in mare senza sporcare il pozzetto. Qualora l’imbarcazione sia sprovvista della vasca del vivo sicuramente la soluzione migliore è il fai da te.

La vasca del vivo - Ci sono numerose soluzioni, anche fantasiose, per realizzare la vasca per il vivo. Ad esempio, i grandi bidoni cilindrici blu con manici neri, utilizzati in pescheria, svolgono egregiamente il lavoro, ma il suggerimento è quello di acquistare un contenitore generoso, almeno cm 60-70 di lunghezza e 40-55 di larghezza, corrispondente a un volume di almeno 80 litri, sufficiente per consentire il libero nuoto dell’esca e impedire eventuali danni superficiali ai pinnuti. La forma ideale è quella ellittica, con bordi curvi e interni lisci. Io da un paio di decenni uso le mitiche vasche DSA. L’assenza di spigoli vivi all’interno della vasca è fondamentale, ad esempio per le aguglie, particolarmente delicate. Infatti, queste, per ossigenarsi hanno bisogno di nuotare costantemente senza che il piccolo rostro si infili negli angoli, con inevitabili traumi anche alla spina dorsale, che si ripercuotono sulla loro vitalità. Spesso si utilizzano gli Igloo, tradizionali contenitori del pescato, che pur privi di angoli raccordati hanno l’enorme vantaggio di essere termo-isolanti, mantenendo costante e bassa la temperatura dell’acqua anche nei torridi mesi estivi. L’alternativa più in voga è quella di utilizzare lo spazio sotto la seduta di guida, con l’aggiunta di un’eventuale finestra trasparente frontale, molto utile per tenere d’occhio le “cartucce”. Per tenere vive le esche anche di notte, così da utilizzarle il giorno successivo, è bene illuminare la vasca, per evitare fenomeni di cannibalismo, molto frequenti nell’oscurità. Se il target fosse la ricciola, da insidiare con alletterati, palamite, tombarelli, è necessario il Tuna Tube, un cilindro verticale, nel quale s’inserisce l’esca con la testa in giù, assistito da un forte e continuo flusso d’acqua che lo percorre dal basso e che assicura la sufficiente ossigenazione dei pesci esca. Un altro aspetto da tener conto nella scelta della vasca è anche in quale stagione per lo più verrà utilizzata. Tra inverno e estate, infatti, a seconda del mese dell’anno, avremo a disposizione esche differenti e quindi di conseguenza necessità di ossigenazioni differenti.
La classica vasca del vivo a forma para ellittica, della storica DSA, è adatta un po’ per tutte le esche, sia cefalopodi, che pesci come l’aguglia. Infatti, gli angoli raccordati evitano possibili lesioni al delicato rostro.
Troppo pieno e mandata - Per un buon flusso di acqua (in termini di pressione e portata), tale da consentire ai pesci di nuotare in una vera e propria corrente, occorre attenzione al corretto posizionamento del punto di mandata e di scarico dell’acqua, i quali contribuiscono a mantenere la temperatura dell’acqua fresca e stabile, eliminando, inoltre, le sostanze tossiche derivanti dalle deiezioni fecali dei coinquilini. Il troppo pieno, è bene realizzarlo con un sifone e con un tubo di diametro quasi il doppio di quello di carico in modo da avere una portata di scarico maggiore a quella di carico. Il sifone inoltre ha il vantaggio di non risucchiare i piccoli pesci all’interno dello scarico o ostruire quest’ultimo qualora un cefalopode dovesse tappare il foro di uscita. Per le vasche “mobili”, si suggerisce di utilizzare un raccordo fast da giardinaggio in modo da sganciare il tubo di mandata e il punto di scarico così da rimuovere e pulire la vasca quando si torna in porto dopo la battuta di pesca. Ultimo aspetto che può essere utile per alcune esche che hanno bisogno di parecchio ossigeno è quello di predisporre un tubo di mandata forato per far in modo che l’acqua esca dai fori e aumenti il livello di ossigenazione del liquido.

Ricircolo - Il circuito, stabile, di alimentazione e ricircolo dell’acqua, viene realizzato a partire da una presa a mare passante che pesca sotto la carena o nello specchio di poppa sotto la linea di galleggiamento, e che, per ragioni di sicurezza, è accoppiata a una valvola a saracinesca. La pompa, tipo autoclave autoadescante, può essere comandata da un interruttore sulla plancia. Per non forare la carena esistono due soluzioni, entrambe sullo specchio di poppa: una fissa e una mobile su slitta (ad esempio quella con il supporto a staffa che offre Osculati per trasduttori). Quest’ultima soluzione è molto indicata nei casi di accoppiamento con una pompa a immersione sotto la linea di galleggiamento visto che, una volta ritornati in porto dalla battuta di pesca, c’è la possibilità di alzare la pompa e tenerla fuori dall’acqua, in modo da preservarla e evitare la creazione di ossidi e residui che potrebbero compromettere il funzionamento e la sua vita utile. Nel caso delle pompe a immersione, visti i costi bassi di sostituzione delle stesse, la presa in mare può essere in alcuni casi posizionata al contrario con il vantaggio di avere una portata d’acqua in vasca durante la navigazione anche con la pompa a riposo.
A seconda del periodo dell'anno e del target che vogliamo insidiare, andremo a catturare esche che rispondono al meglio alle nostre esigenze prediligendo i cefalopodi per i mesi invernali per prede come cernie e dentici.
Pompa e consumi - La scelta della pompa deve essere effettuata principalmente in base alla portata (l/m) e all’assorbimento di energia (Ah). Infatti nella maggior parte delle applicazioni progettuali, viste le irrisorie quote operative d’esercizio, diventa trascurabile l’altra caratteristica tecnica propria delle pompe, la prevalenza. In merito al consumo energetico la scelta dipende molto dalle dotazioni di bordo presenti sull’imbarcazione e le riserve di stoccaggio energetiche, vedi i banchi di batterie disponi-bili e gli eventuali pannelli solari. Nel caso di motori ausiliari con l’accoppiamento dell’alternatore alle batterie di servizio si ha il vantaggio ricaricare le batterie durante la sessione di traina, riducendo l’assorbimento della pompa con un beneficio sul bilancio energetico. Su imbarcazioni con limitato stoccaggio energetico, è meglio montare una pompa che non assorba più di 7 Ah, valutando sicuramente l’installazione di un temporizzatore a cicli di on-off con durata degli stessi variabile a scelta, come ad esempio nel caso della FlowRite. Nel caso d’impianto fisso con presa a mare passante la scelta andrà su una pompa autoclave autoadescante capace di aspirare l’acqua anche sopra la linea di galleggiamento. Inoltre in questo caso è consigliabile la predisposizione di un pressostato per regolare la portata in vasca e avere la possibilità di spillare una parte della portata d’acqua da destinare per il lavaggio del pozzetto e della coperta. Soluzioni più economiche invece prevedono l’installazione di una semplice pompa di sentina, a immersione, applicata sullo specchio di poppa. Alcune case costruttrici, come ad esempio la Rule, realizzano dei sistemi con staffe a cuneo smontabili per rimuovere la pompa quando non è utilizzata. Inoltre ci sono anche soluzioni molto smart che consentono, nei casi di guasto della pompa durante la battuta di pesca, di sostituire in pochissimi minuti esclusivamente il bloc-co motore e tornare subito in pesca senza far morire le preziosissime esche.
Il dentice, nelle diverse specie, è probabilmente la preda più ricercata nelle acque costiere dello Stivale.
Cernie e dentici - Nei mesi pre estivi è possibile insidiare, lungo tutto lo stivale, la cernia bianca (Epinephelus aeneus) e la bruna (Epinephelus marginatus), il dentice (Dentex dentex), e il corazziere (Dentex gibbosus). Come è noto, il cefalopode, che sia seppia, calamaro o polpo, risulta sempre la migliore esca. Anche in questo caso, per mantenere arzilli i molluschi è necessaria la vasca del vivo. Non troppo voluminosa, intorno ai 60 litri, ma con un ricambio di acqua sostenuto, in particolar modo per i calamari che, a differenza delle seppie, hanno bisogno d’acqua con una temperatura costante e molto ossigenata. Si può utilizzare la stessa vasca, o appena più grande (l 70), per la mennola, la castagnola, il pesce lucertola, lo sciarrano, la donzella e il sugarello, esche tipicamente estive. Un’esca molto valida che funziona spesso col dentice è lo sgombro o il lanzardo. In questo caso, visto che gli sgombridi hanno un nuoto molto veloce, per tenerli vivi abbiamo la necessità di una grande vasca (l 80). Se l’esca non supera i 15 centimetri, rimane vitale anche per qualche ora. Per i più grossi ci vuole il tuna tube.

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Nilox Carrycam - Recensione


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Nilox Carrycam è uno di quei prodotti che incuriosiscono subito, ancora prima di accenderli. Non è una action cam pensata per sostituire modelli più evoluti, né un dispositivo creato per chi vuole registrare video sportivi in alta definizione. Qui il concetto è diverso: avere una mini action cam minuscola, leggera e sempre a portata di mano, pensata per catturare momenti quotidiani con uno stile spontaneo, semplice e volutamente vintage.

Quando l’ho presa in mano per la prima volta, ciò che mi ha colpito di più è stata proprio la dimensione. Nilox Carrycam è davvero piccola, quasi quanto un portachiavi, e pesa appena 18 grammi. Si può agganciare alle chiavi, alla borsa o allo zaino senza accorgersi di averla con sé. È un oggetto tech, ma ha anche un’anima molto giocosa, quasi da accessorio fashion.

Non vuole sostituire lo smartphone e non prova nemmeno a competere con action cam molto più costose. Il suo punto forte è un altro: essere immediata, leggera, diversa dal solito e capace di dare ai contenuti un aspetto meno perfetto, ma proprio per questo più personale.
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Design compatto e stile retrò


Il design è senza dubbio uno degli aspetti più riusciti di Nilox Carrycam. Ha un look retrò molto carino, con quel formato da mini fotocamera che sembra quasi uscito dagli anni ’90, ma reinterpretato in chiave moderna. È un prodotto che si nota subito, non tanto per le dimensioni, quanto per il suo carattere.

Mi piace perché non dà mai l’impressione di essere complicato. Non serve preparare un setup, non bisogna montare supporti particolari e non richiede grandi regolazioni prima dell’utilizzo. Si accende, si inquadra e si registra. Tutto è molto diretto, e questo rende l’esperienza d’uso più leggera rispetto a dispositivi più completi ma anche più impegnativi.

Il piccolo display da 0,96 pollici permette di controllare l’inquadratura e gestire le funzioni principali. Ovviamente non bisogna aspettarsi uno schermo ampio o super definito, ma su un dispositivo così compatto svolge bene il suo compito. Serve soprattutto per capire cosa si sta riprendendo e per muoversi tra le impostazioni essenziali.
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Qualità video: conta più lo stile che la definizione


Nilox Carrycam registra video in HD 720p a 30 fps. Questo è probabilmente il dato tecnico più importante da valutare prima dell’acquisto. Oggi siamo abituati a smartphone che registrano in 4K, con stabilizzazione avanzata e immagini molto pulite. Qui, invece, l’approccio è completamente diverso.

Nel mio utilizzo, Nilox Carrycam mi ha dato più l’idea di una piccola camera creativa che di una videocamera tradizionale. I video non puntano alla massima nitidezza, ma a un effetto più spontaneo e un po’ lo-fi. Il risultato ha un sapore vintage, meno perfetto rispetto ai contenuti registrati con uno smartphone moderno, ma proprio per questo riconoscibile.

La resa migliore si ottiene con una buona illuminazione, soprattutto all’aperto o in ambienti ben illuminati. In queste situazioni i video sono piacevoli da guardare e hanno un carattere particolare. Quando la luce cala, invece, i limiti del sensore diventano più evidenti. La definizione non è altissima e il dettaglio tende a perdersi, ma è un compromesso abbastanza prevedibile considerando dimensioni, prezzo e tipo di prodotto.

Quello che mi ha convinto è il fatto che questa imperfezione non rovina l’esperienza. Anzi, in alcuni casi la rende più interessante. Nilox Carrycam va usata con lo spirito giusto: non per realizzare video professionali, ma per creare clip rapide, spontanee e diverse dal solito.
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Foto e filtri vintage


Oltre ai video, Nilox Carrycam permette anche di scattare foto. Anche in questo caso non bisogna aspettarsi immagini ad altissima definizione o una qualità paragonabile a quella di uno smartphone recente. Gli scatti sono pensati per un uso semplice, per piccoli ricordi, contenuti social e immagini dal gusto retrò.

Ho apprezzato molto la presenza dei filtri vintage, perché rendono l’esperienza più divertente. Non sono filtri complessi, ma aiutano a dare subito un’identità diversa a foto e video. È una funzione semplice, però coerente con il tipo di prodotto.

Il bello è proprio questo: Nilox Carrycam non cerca la perfezione. Cerca un effetto. E se piace l’idea di ottenere contenuti con un look più nostalgico, allora riesce a farsi apprezzare.

Utilizzo quotidiano: piccola, immediata e senza stress


Nell’uso quotidiano, l’aspetto migliore di Nilox Carrycam è la praticità. Essendo così piccola, si porta davvero ovunque. Può stare in tasca, agganciata alle chiavi o dentro una borsa senza occupare spazio. Questo cambia anche il modo in cui si usa, perché non bisogna pensarci troppo.

Mi è sembrata adatta soprattutto per clip brevi, momenti tra amici, viaggi, passeggiate, contenuti social e piccole riprese dietro le quinte. È uno di quei prodotti che si usano quando non si vuole tirare fuori lo smartphone o quando si cerca qualcosa di meno classico.

Non la considero invece una camera principale per vlog, recensioni, sport o contenuti dove servono audio, stabilità e qualità costante. In quei casi è meglio puntare su dispositivi più completi. Nilox Carrycam è più un oggetto da usare con leggerezza, per divertirsi e sperimentare.

Autonomia e memoria


La batteria da 200 mAh offre fino a circa 75 minuti di utilizzo, un dato coerente con le dimensioni del prodotto. Non è pensata per registrare ore di video, ma per catturare momenti brevi durante la giornata. Per il tipo di utilizzo che immagino su un dispositivo del genere, l’autonomia è sufficiente, anche se bisogna ricordarsi di ricaricarlo prima di uscire se si prevede di usarlo spesso.

La ricarica e il trasferimento dei file avvengono tramite USB-C, scelta comoda e ormai indispensabile. Per salvare foto e video serve una microSD fino a 64 GB, che però non è inclusa. Questo è un dettaglio da considerare, perché senza scheda di memoria non si può iniziare subito a usare il dispositivo.

Avrei preferito trovare una microSD già in confezione, anche di piccola capacità, giusto per rendere l’esperienza pronta all’uso. Considerando però il prezzo accessibile, è una mancanza comprensibile.
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Cosa mi è piaciuto


La cosa che mi è piaciuta di più di Nilox Carrycam è la sua personalità. È un prodotto semplice, ma riconoscibile. Non prova a sembrare una action cam professionale e questo, secondo me, è un pregio. Ha un’identità chiara: piccola, economica, leggera e con un gusto vintage.

Mi è piaciuta anche la portabilità. Il fatto di poterla agganciare al portachiavi la rende diversa da tante altre camere economiche. Non è solo un dispositivo da usare ogni tanto, ma anche un piccolo accessorio da portare sempre con sé.

Buona anche l’idea dei filtri integrati, perché aggiungono un tocco creativo senza complicare l’esperienza. È una funzione semplice, ma perfettamente in linea con lo spirito del prodotto.

Cosa mi ha convinto meno


Il limite principale resta la qualità video. Il 720p a 30 fps va bene per contenuti veloci e social, ma oggi la differenza rispetto a uno smartphone recente si nota. La definizione non è altissima e in condizioni di poca luce la qualità cala.

Anche il display è molto piccolo, quindi serve più per orientarsi che per controllare davvero l’inquadratura nei dettagli. Non è un grosso problema, ma bisogna saperlo prima dell’acquisto.

Mi sarebbe piaciuta anche una gestione più moderna tramite app, magari per trasferire i contenuti più velocemente o modificare alcune impostazioni dallo smartphone. Nilox Carrycam resta invece un prodotto molto essenziale, e questo può essere sia un pregio sia un limite.

A chi consiglio Nilox Carrycam


Consiglio Nilox Carrycam a chi cerca una mini camera diversa dal solito, economica e divertente. È perfetta per chi ama i gadget tech, per chi crea contenuti social, per chi vuole un effetto vintage senza lavorare troppo in post-produzione e per chi cerca un’idea regalo originale.

La vedo bene anche per viaggi, feste, giornate fuori casa e piccoli momenti quotidiani. Non serve essere esperti di video per usarla, ed è proprio questo uno dei suoi punti più interessanti.

Non la consiglio invece a chi vuole una vera action cam per sport, riprese dinamiche, video molto definiti o contenuti professionali. In quel caso è meglio spendere di più e scegliere un prodotto più completo.
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Verdetto finale


Nilox Carrycam è una mini action cam particolare, simpatica e più interessante di quanto possa sembrare a prima vista. Non vince per qualità video pura, ma per portabilità, stile e immediatezza. È un prodotto da acquistare con le aspettative giuste: non per avere il massimo della tecnologia, ma per divertirsi con una piccola camera dal look retrò.

Nel mio utilizzo mi è sembrato un dispositivo piacevole, soprattutto per clip brevi e contenuti spontanei. Ha limiti evidenti, ma sono coerenti con il prezzo e con il tipo di prodotto. La sua forza sta nel fatto che non vuole fare tutto, ma fa una cosa precisa: rendere più semplice e creativo catturare piccoli momenti quotidiani.

Per chi cerca una mini action cam vintage, compatta e accessibile, Nilox Carrycam è un gadget riuscito e con una personalità ben definita.

RECENSIONE SMARTPULSE
smartpulse.it

Nilox Carrycam
mini action cam • design vintage • 720p 30 fps • 18 grammi
Il voto premia il design compatto, il peso ridottissimo, lo stile vintage e la semplicità d’uso. La qualità video resta basilare e il 720p a 30 fps mostra qualche limite, soprattutto con poca luce.

VOTO COMPLESSIVO
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Best Choice Smartpulse

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Valutazione della redazione Smartpulse

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Andare al Salone serve? Il dilemma dei piccoli editori


Il costo degli stand aumenta circa del 5 per cento ogni anno, rientrare delle spese è difficile. Ma resta una buona opportunità per entrare in contatto con i lettori

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All’edizione 2026 del Salone del Libro di Torino hanno partecipato 1.242 espositori, fra editori, autori che hanno autopubblicato il proprio libro, enti di formazione, università, organizzazioni e aziende di varia natura. In questo mare magnum in espansione, le case editrici indipendenti spesso faticano a stare a galla. L’Unica ha intervistato alcune realtà torinesi che negli anni hanno assistito alla trasformazione del Salone affrontando criticità e pregi di un evento che attira migliaia di visitatori.

I costi sempre più alti

Dietro a un banco di libri sportivi dedicati soprattutto al Torino Football club, saggi sui quartieri della città e fumetti, Alberto Giachino, alla guida di Graphot Editrice insieme alla sorella, non perde un’edizione del Salone. La loro azienda, fondata dai genitori in zona Vanchiglietta, è presente dalla prima edizione del 1988. «È un evento sempre più grande e, soprattutto negli ultimi anni, è diventato un salone di eventi sul libro più che un salone del libro. Questo complica le cose per noi piccoli editori, anche perché il calendario è saturo di presentazioni, spesso sovrapposte. Ma è ancora un’opportunità per essere in relazione con i lettori, gli autori e i colleghi», ha raccontato.

Il problema principale, ha spiegato Giachino, è che i costi da sostenere per partecipare sono in costante crescita: «Ogni anno registriamo un aumento di circa il 5 per cento del costo dello spazio occupato dallo stand, poi bisogna aggiungere tutto l’allestimento». L’affitto dell’area in cui gli espositori allestiscono la propria area di pertinenza cambia in base ai metri quadrati e al tipo di allestimento scelto (quello standard fornito dall’organizzazione del Salone oppure personalizzato). Per cinque giorni di fiera, lo spazio di esposizione più piccolo, pari a otto metri quadrati, costa circa duemila euro.

«La sostenibilità è al limite: per quel che ci riguarda c’è stato un anno in cui qualcosa abbiamo portato a casa, ma mediamente non arriviamo neanche a coprire i costi. Se partecipare è diventato sempre più oneroso, i prezzi dei libri non sono aumentati di pari passo», ha detto Valentina Castellan di Capricorno Espress Edizioni, casa editrice indipendente torinese che pubblica libri di escursionismo, storia, territorio e narrativa noir. «Però essere presenti al Salone è una questione di visibilità, di marketing. Permette di incontrare possibili autori e ricevere molti stimoli».

Secondo l’analisi di mercato dell’Associazione Italiana Editori, nel 2025 il valore delle vendite dei libri in Italia è calato del 2,1 per cento, mentre il numero di copie vendute è sceso del 3 per cento rispetto al 2024. In questo contesto, il prezzo medio dei libri venduti nei primi quattro mesi del 2026 è di 14,97 euro, in aumento dell’1,2 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a fronte di un’inflazione generale che cresce circa il doppio. «Il libro è un oggetto il cui valore aggiunto è legato soprattutto al contenuto, ma dal punto di vista commerciale, come editore non hai grandi ricarichi in tutta la filiera. Tra la produzione, con il costo della carta che è aumentato, e la promozione, su un singolo libro i margini di guadagno si sono ridotti», ha spiegato Castellan.
Foto: Alice Dominese
Il biglietto d’ingresso

A pesare sugli introiti di chi espone al Salone, secondo alcuni editori, è anche il prezzo del biglietto di ingresso per i visitatori. Acquistarlo alle casse quest’anno costa 23 euro, un euro in più rispetto al 2024, e 16 online, un euro in più rispetto al 2025, tre euro in più rispetto al 2023.

«Il prezzo di ingresso è eccessivo, costa quasi quanto un libro se non di più e riduce la possibilità di comprarne agli stand», ha aggiunto Castellan. «Poi intervengono fattori più specifici. Per esempio il nostro pubblico è attualmente più giovane rispetto all’età media degli acquirenti che avevamo alcuni anni fa, decisamente più alta e probabilmente con maggiore capitale da investire». Nonostante i rincari, il Salone del Libro riporta anche quest’anno un trend positivo in aumento del numero di ingressi. Soltanto giovedì 14 maggio, prima giornata della fiera (solitamente quella considerata più scarica), sono stati superati per la prima volta i 40 mila visitatori, con un incremento del 20 per cento rispetto al giovedì del 2025. In totale, il Salone quest’anno ha accolto 254 mila visitatori. Anche la partecipazione delle scuole è aumentata rispetto all’edizione precedente, raggiungendo le 32.500 presenze tra studenti e accompagnatori.

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I contributi pubblici

Se rientrare nelle spese che la fiera richiede può essere complesso, i fondi erogati dalla Regione Piemonte a sostegno delle case editrici del territorio si rivelano essenziali per molte di loro. «Il contributo economico regionale che riceviamo come piccola casa editrice è disponibile facendo domanda tramite un bando annuale. Diversamente, se non avessimo questo contributo, avremmo delle difficoltà a essere presenti. Anche quando ho partecipato per la prima volta, cinque anni fa, siamo stati supportati dallo spazio incubatore del Salone, dedicato alla microeditoria», ha detto Diego Dallosta, titolare di Editrice La Piccolina, che pubblica libri per l’infanzia con sede nel quartiere torinese di Nizza Millefonti.
Foto: Alice Dominese
La Piccolina, insieme ad altre 46 realtà editoriali piemontesi, è ospitata gratuitamente presso lo stand editoriale della Regione Piemonte. D’altra parte, tra le case editrici indipendenti, la scelta di condividere lo spazio espositivo è piuttosto diffusa, come nel caso dell’editore torinese SuiGeneris e di quello romano Cliquot. «Siamo diventati amici durante l’edizione del 2018, anno del ritorno dei grandi gruppi editoriali al Salone, quando gli editori indipendenti erano stati relegati all’esterno dei padiglioni», ha raccontato Paolo Guazzo, tra i fondatori di Cliquot. «Dall’anno scorso abbiamo deciso di condividere lo stand per ammortizzare i costi, a cui dobbiamo sommare quelli di viaggio, vitto e alloggio». Soprattutto per chi arriva da fuori regione, infatti, le spese legate al periodo dell’evento possono essere vertiginose.

Gli aspetti positivi

Anche il tempo per prepararsi al Salone richiede degli sforzi. «Per portare delle novità allo stand ho pubblicato sei libri in tre mesi e mezzo, un ritmo molto elevato per una realtà editoriale artigianale come questa», ha raccontato Cecilia Caprettini, direttrice editoriale di Cartman Edizioni, nata a Torino nel 2005. «Sono tornata al Salone dopo undici anni e sentivo la responsabilità di portare uno spazio che permettesse di comunicare ciò che di un editore tende a rimanere nascosto». Per il suo spazio espositivo, dove fotografia, colore e libri si mescolano, ha investito molte risorse: «Invece di pagare una pubblicità su una grande testata investo qui: so che non coprirò la spesa, ma è una vetrina molto importante per testimoniare la cura che metto in ciò che faccio».

Tra le principali trasformazioni che hanno aiutato gli editori indipendenti a trovare maggiore visibilità al Salone del Libro, c’è la disposizione degli stand all’interno dei locali di Lingotto Fiere. «Da quando hanno istituito il padiglione Oval, dove i grandi gruppi editoriali, quelli che fanno il 90 per cento del mercato dell’editoria italiana, sono radunati tutti insieme, è più facile per noi avere quell’attenzione che meritiamo come piccoli editori. La convivenza tra grandi e piccole case editrici così è più sostenibile», ha spiegato Alberto Giachino. È d’accordo anche Diego Dallosta: «Questa strategia funziona perché suddivide il pubblico: chi viene a cercare il piccolo editore sa già in quale padiglione trovarci e ci raggiunge più facilmente».

La collocazione dello stand è sempre più rilevante di fronte a un numero di espositori che cresce di anno in anno. Lo ha notato Chiara Canestri, di The Torineser, la rivista immaginaria ispirata al magazine statunitense The New Yorker che pubblica copertine dedicate al capoluogo piemontese, alla sua terza partecipazione al Salone: «A ogni edizione ci sono più stand, non solo legati all’editoria, segno che l’evento si sta espandendo anche in altre direzioni. Abbiamo iniziato con uno spazio condiviso con un’altra realtà, per poi riuscire a gestirne uno in autonomia. Ci è stato proposto di ampliare lo spazio, ma senza incentivi e abbiamo preferito mantenere i 24 metri quadrati anche quest’anno. Anche se siamo una piccola attività, abbiamo costi di produzione limitati e una community piuttosto fidelizzata. Questi fattori sommati insieme ci permettono di rientrare nei costi di un evento così impegnativo».
Foto: Alice Dominese
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C’è stato un momento in cui Michele Donalisio, trovandosi all’estero, ha sentito una fitta di nostalgia: «Mi mancava molto la vista del Monviso e quella filosofia slow che la montagna interpreta». E così è nata l’idea del marchio per Produzione Lenta, il brand di abbigliamento sostenibile che porta il Re di Pietra stampato sulle magliette e la filosofia slow impressa nella scelta di ogni passaggio produttivo. Parliamo di un’azienda giovane, impegnata nel campo della sostenibilità. Un terreno attraente ma al tempo stesso insidioso, dove spesso le buone intenzioni si scontrano con la dura realtà. Soprattutto per quanto riguarda lo slow fashion, in aperta ed evidente contrapposizione con il fast fashion.

Il percorso di Produzione Lenta è partito da Moretta, provincia di Cuneo, nel 2016, quando l’e-commerce iniziava a divorare il commercio tradizionale, il fast fashion macinava già miliardi di capi a prezzi stracciati e il termine slow fashion non era ancora entrato nel vocabolario comune degli italiani. Donalisio aveva lavorato in ambito Slow Food, collaborando a Torino con realtà come M**Bun e MoleCola, esempi di business basati sui valori della qualità, della filiera corta e del rispetto. «La domanda che mi sono posto è stata: perché non applicare questi valori in altri settori oltre al cibo?», ha raccontato Michele Donalisio a L’Unica. «E ho provato nel campo dell’abbigliamento».

Dall’idea alla produzione

Nell’aria c’era un desiderio di cambiamento: «La mia idea è stata quella che si è evoluta come slow fashion, contemporaneamente abbiamo avuto in tanti questa idea». Un’intuizione condivisa in più parti del mondo, a conferma di un bisogno reale, culturale prima ancora che commerciale.

Il modello che fin qui Donalisio ha costruito non è solo fatto di buone intenzioni: è strutturalmente diverso dal mercato convenzionale. «Ho voluto fare questa applicazione pratica: provare a mettere alla base i valori e costruirci sopra una struttura commerciale e produttiva», ha raccontato. E lo ha fatto non lavorando da solo, ma tessendo una rete: «Con laboratori e produttori, cercando chi faceva già le cose in modo sostenibile e chiedendo a chi le faceva magari in modo non ancora abbastanza sostenibile di venirmi incontro, con le scelte più sostenibili per poter completare la filiera in questo modo».

Ma ciò che rende diverso il progetto di Produzione Lenta è il sistema di produzione a lotti, su ordine. I capi non esistono prima che qualcuno li acquisti. Ogni settimana si raccolgono gli ordini, si chiude il lotto, e solo allora inizia la produzione. I tempi di attesa si misurano in giorni, non in ore. Questo significa che chi compra da Produzione Lenta deve accettare di aspettare e per Donalisio si tratta di un valore aggiunto. «Noi chiediamo a chi acquista di aspettare, di non avere fretta, perché noi produciamo dopo l’acquisto. E la maggior parte delle persone apprezza, perché è un modo di dare maggior valore all’acquisto», ha spiegato. Certo, non tutti la pensano così, «ci sono anche quelli che si lamentano».

Un altro aspetto riguarda il prezzo. I capi di Produzione Lenta costano più di una t-shirt di fast fashion, e su questo punto Donalisio è preciso nel distinguere tra valore reale e valore percepito. «I nostri sono prodotti di qualità molto alta, però vengono percepiti come più costosi dal pubblico anche se rispetto a grandi marchi che magari hanno prodotti anche di qualità inferiore, noi costiamo di meno».

Tra tutte le scelte fatte nella costruzione del brand, quella di mettere il Monviso al centro dell’identità visiva è forse quella con il maggior ritorno commerciale. «Mi sembrava giusto sottolineare il legame con il territorio», ha spiegato. «Negli anni abbiamo aggiunto altre grafiche sul tema della natura, del rispetto e della sostenibilità, anche con messaggi sociali forti». Il risultato è che «le magliette che continuano a essere le più vendute in tutta Italia, non solo in provincia di Cuneo, sono quelle con il Monviso». Un simbolo locale diventato prodotto nazionale, perché porta con sé una storia vera e un paesaggio riconoscibile che parla a chiunque abbia un legame con la montagna e con il territorio alpino.

Le bugie del greenwashing

Uno degli sviluppi più significativi e meno scontati degli ultimi anni è stato l’ingresso del progetto nelle scuole. Grazie al bando del Mab Unesco Monviso, di cui Donalisio è diventato “eco-attore”, ha girato per quasi un anno scolastico gli istituti della provincia di Cuneo, facendo cicli di incontri con studenti di ogni età. «Abbiamo raccontato l’approccio alla sostenibilità con il nostro punto di vista, il nostro esempio per il settore della moda, parlando di sostenibilità a 360 gradi», ha spiegato.

Il riscontro è stato positivo, soprattutto con i più piccoli, ma l’esperienza ha anche sgonfiato un luogo comune: «Ho trovato molti ragazzi interessati, ma spesso si dice che i ragazzini siano molto attivi su questa tematica, molto attenti e molto formati: in realtà non è affatto così. C’è un grande lavoro da fare. Alcuni ragazzi sono sicuramente informati, ma la maggior parte no. Dire che le generazioni degli adulti stanno facendo grandi disastri ma i giovani sono attenti, in realtà è un alibi che usiamo noi per darci una speranza verso i giovani. Anche i giovani hanno bisogno di formazione, perché non tutti sanno cosa sono queste tematiche».

Nelle aule Donalisio affronta anche il tema del greenwashing, quella pratica sempre più diffusa di verniciare con un bel verde ambientalista prodotti e campagne che con la sostenibilità hanno poco o nulla a che fare. «Spiego ai ragazzi che devono fare attenzione: quando in una pubblicità di una macchina turbo diesel si parla di sostenibilità, c’è qualcosa che non va. Cerco di dargli gli strumenti per capire quando qualcosa è veramente sostenibile». E su cosa significhi davvero quel termine è molto chiaro: «Spiego loro che sostenibilità non vuol dire solo fare un’operazione ecologica sull’intera filiera, ma essere sostenibili su tutta la filiera dal punto di vista sociale, ambientale e anche economico».

È già tempo di crisi

La storia di Produzione Lenta non è una parabola lineare di crescita. C’è anche una parentesi dolorosa che Donalisio racconta con franchezza: l’apertura nel 2020 di uno store fisico all’interno di “Green Pea”, il centro commerciale “sostenibile” inaugurato a Torino da Oscar Farinetti accanto all’Eataly del Lingotto, presentato come il primo green retail park al mondo. Sulla carta era il salto di qualità tanto atteso: «Eravamo uno dei venti brand selezionati per rappresentare la moda etica in quella vetrina internazionale. Ma le cose sono andate diversamente. Abbiamo aperto questo store, poi il centro commerciale non ha funzionato e quindi quello che pensavamo fosse una svolta in positivo in realtà è stato un grosso problema da gestire». Le conseguenze economiche si sono fatte sentire, e si fanno sentire ancora.

E oggi il settore dello slow fashion sta attraversando una crisi più ampia, che Donalisio descrive con lucidità. Le cause sono molteplici. La prima riguarda le piattaforme di seconda mano come Vinted, cresciute enormemente negli ultimi anni. In teoria il mercato dell’usato dovrebbe essere alleato dello slow fashion, ma nella pratica ha prodotto un effetto perverso. «Le piattaforme di seconda mano favoriscono il riutilizzo, che sicuramente è una cosa eticamente molto buona. In realtà vanno a favorire molto anche l’acquisto compulsivo di fast fashion, con l’alibi alle persone di poter poi rivendere quelle cose e ripulirsi la coscienza». Il risultato è che si compra di più, non di meno, e il mercato dei capi nuovi e di qualità ne soffre. «Negli ultimi due o tre anni questa innovazione ha messo molto in crisi il mercato online della moda sostenibile», ha spiegato Donalisio.

A questo si aggiunge il problema dei costi pubblicitari. Per anni, le piccole imprese del commercio etico hanno potuto permettersi campagne a pagamento sui social con ritorni soddisfacenti. Quei tempi sono finiti. «I costi pubblicitari sulle piattaforme Meta sono saliti tantissimo per questo settore, hanno reso molto difficile quello che fino a pochi anni fa era redditizio. In questi ultimi anni è diventato proibitivo, si va oltre i benefici». Di conseguenza, «noi non facciamo più pubblicità a pagamento sui social, questo ha ridotto molto il nostro mercato». C’è poi una questione strutturale, che Donalisio nomina senza giri di parole: «Fare tutto in modo sostenibile riduce tantissimo gli utili». Il quadro che emerge è quello di un mercato in grande transizione. «Vedo molti marchi di slow fashion che stanno chiudendo o che comunque sono in grossa difficoltà», ha osservato.

«Si tratta di tenere duro in questo momento, per riuscire ad aspettare che passi questa ondata e che l’economia torni a girare un po’ anche su questo settore, perché purtroppo noi lavoriamo molto sui valori ma siamo in una società dove bisogna essere sostenibili anche economicamente». È un momento in cui «o ci si inventa qualcosa di nuovo e si colpisce il pubblico, oppure si stringono i denti per superare il momento difficile».

Emerge però un segnale positivo: la produzione di merchandising sostenibile per enti, associazioni e aziende che vogliono comunicare i propri valori attraverso i capi. Rifugi alpini, musei, imprese che cercano un fornitore coerente con la propria filosofia: un numero crescente di realtà si rivolgono a Produzione Lenta non per acquistare abbigliamento al dettaglio, ma per commissionare pezzi-simbolo della propria identità. «Produciamo il merchandising ad esempio per musei che vogliono avere la loro linea di sostenibilità, o per rifugi alpini e varie realtà di questo tipo», ha spiegato. «Si tratta di una realtà in crescita, quindi c’è anche un dato positivo».

In questa logica si inserisce anche la partecipazione attiva alla rete locale di imprese e iniziative sostenibili. «Abbiamo seguito diverse iniziative, come Moda Lenta a Moncalieri, dove abbiamo creato alcuni talk e laboratori sulla sostenibilità. Collaboro con alcune sarte con cui organizziamo laboratori di upcycling», cioè riciclo creativo. E ancora, con il birrificio Kauss di Piasco, realtà anch’essa fondata sulla sostenibilità, «il 20 giugno un gruppo di un’associazione di Boves organizzerà una giornata di scambio di vestiti, uno swap party, che si farà presso il birrificio con cui collaboriamo. Sponsorizzeremo questo evento dando alcuni capi nuovi da inserire nel party».

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“Bel progetto, che seguo fin dall’inizio. Articoli accurati, argomenti vari. Mi sono iscritta a Genova senza essere genovese, perché amo quella città e sono convinta che bisogna cambiare l’informazione locale, rendendola in qualche modo aperta a tutti. Anche da lontano, le cose che leggo e che non conoscevo sono interessanti. L’Unica conferma che uno sguardo dal basso, per così dire, può davvero essere l’occasione per creare nuove consapevolezze. Grazie e complimenti, continuate così”.

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