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Come Investire i Risparmi da Zero: La Guida Completa


Perché come Investire i Risparmi da Zero: abitudini e sistemi pratici, cosa cambiare nell'ambiente e nelle routine, senza forza di volontà.

In breve

I risparmi sul conto corrente perdono valore ogni anno per colpa dell'inflazione. Ecco come invertire la rotta: i 3 prerequisiti, il metodo ETF + PAC, e i 4 errori che costano più cari. Azioni piccole e sistemi ripetibili su Cambia le Tue Abitudini — non motivazione del momento.

Se hai solo 2 minuti: ecco i 5 punti chiave su come investire i risparmi da zero.

TL;DR

  1. 1Prima di investire, completa i 3 prerequisiti: fondo emergenza (3-6 mesi spese), zero debiti ad alto interesse, budget mensile chiaro.
  2. 2L'investimento più efficace per chi inizia: PAC (Piano di Accumulo del Capitale) mensile su ETF globali a basso costo. Semplice, diversificato, automatico.
  3. 3Il tempo batte tutto: 100 euro al mese per 40 anni a 7% = 262.000 euro. 200 euro al mese per 20 anni a 7% = 104.000 euro. Iniziare prima vale il doppio di investire di più.
  4. 4I 4 errori più costosi: non iniziare mai (perfezionismo), fare trading speculativo, comprare asset non capiti, vendere durante i ribassi di mercato.
  5. 5La regola d'oro: non investire mai soldi che potresti aver bisogno entro 5 anni. Il mercato non rispetta i tuoi tempi.

⏱ Tempo di lettura stimato: 12 minuti

Investire i risparmi da zero in Italia è più semplice di quanto pensi: il metodo più efficace per chi inizia è un PAC mensile su ETF globali a basso costo, preceduto da tre prerequisiti fondamentali. In questa guida trovi tutto il necessario, senza gergo e senza false promesse.

Azioni, obbligazioni, ETF, fondi comuni, criptovalute, immobiliare, trading, PAC, PIC, TFR, fondi pensione. Il settore finanziario usa un linguaggio che sembra progettato per spaventarti, o per venderti qualcosa di costoso e inutile.

La conseguenza? La maggior parte degli italiani tiene i risparmi fermi sul conto corrente, dove l'inflazione li erode silenziosamente del 3-4% all'anno. Non è prudenza, è una perdita garantita in slow motion.

In questa guida ti spiego come investire i risparmi partendo da zero: nessun gergo inutile, nessuna promessa irrealistica. Solo il metodo che funziona per chi ha poco tempo, poco capitale iniziale e zero esperienza finanziaria.


Perché la Maggior Parte degli Italiani Non Investe (e Perde Denaro)


Prima di parlare di strumenti, c'è un ostacolo più profondo da affrontare.

La cultura italiana ha un rapporto complicato con il denaro. Da una parte l'ammirazione per chi ce l'ha, dall'altra una diffusa sfiducia verso chi lo gestisce bene. "I soldi non fanno la felicità." "I ricchi sono tutti dei ladroni." "Meglio tenere i soldi sotto il materasso che fidarsi delle banche."

Queste credenze non sono solo frasi, sono programmi mentali che guidano il comportamento finanziario senza che ce ne accorgiamo.

La ricerca di Brad Klontz, psicologo finanziario dell'Università di Creighton, ha identificato 4 "money scripts" (copioni sul denaro) che determinano le decisioni finanziarie di una persona: evitamento del denaro, venerazione del denaro, status finanziario, e sorveglianza finanziaria. Il problema non è quale script hai, è non sapere che ce l'hai.

Il primo passo per investire bene è capire come pensi ai soldi. Solo allora puoi affrontare la parte tecnica.


I 3 Prerequisiti Prima di Iniziare a Investire


Non iniziare a investire finché non hai completato questi tre passi. In quest'ordine. Senza saltarne nessuno.

Prerequisito 1, Fondo di Emergenza


Il fondo emergenza è un importo pari a 3-6 mesi di spese mensili, tenuto su un conto separato (un conto deposito libero va benissimo) e intoccabile se non in caso di vera emergenza.

Perché prima di tutto? Perché senza questo cuscinetto, la prima emergenza, auto rotta, spesa medica, perdita del lavoro, ti costringerà a vendere gli investimenti nel momento peggiore, probabilmente in perdita.

Il fondo emergenza non è un investimento. Non deve rendere. Deve essere lì, disponibile, sempre.

Prerequisito 2, Eliminare i Debiti ad Alto Interesse


Un debito al 15-20% (come molte carte di credito revolving) ti sta costando il 15-20% garantito sul capitale. Nessun investimento ti darà un rendimento garantito del 15-20% senza rischio enorme. Eliminare questi debiti prima di investire è aritmeticamente la decisione migliore che puoi prendere.

Debiti a basso interesse (mutuo al 2-3%) sono diversi, in quel caso investire in parallelo può avere senso.

Prerequisito 3, Budget Mensile Sotto Controllo


Non puoi investire in modo disciplinato se non sai quanto ti resta dopo le spese. Tieni traccia delle entrate e uscite per almeno 3 mesi. Identifica il delta che puoi dedicare sistematicamente agli investimenti. Anche 50 euro al mese sono un inizio, purché sia un importo che puoi sostenere senza stress ogni mese, per anni.


Come Funziona la Capitalizzazione Composta


La capitalizzazione composta è il meccanismo per cui i rendimenti si sommano al capitale e generano a loro volta rendimenti.

Albert Einstein, la citazione è probabilmente apocrifa, ma il concetto è reale, l'avrebbe definita "l'ottava meraviglia del mondo". I numeri mostrano perché.

  • 100 euro al mese per 40 anni al 7% annuo → 262.000 euro
  • 200 euro al mese per 20 anni al 7% annuo → 104.000 euro

Hai letto bene: la metà dei soldi per il doppio del tempo produce più del doppio del risultato. Il tempo è la variabile più potente, non la quantità investita.

Questo significa una cosa concreta: ogni anno che aspetti "il momento giusto" per iniziare ha un costo reale, misurabile, che non recupererai mai. Non c'è momento giusto. C'è solo prima e dopo.


Strumenti di Investimento per Principianti: ETF, Fondi e PAC

Fondi Comuni di Investimento: Vantaggi e Costi


Un fondo comune raccoglie il denaro di molti investitori e lo investe in un paniere di asset (azioni, obbligazioni, immobili). Il vantaggio: diversificazione immediata con poco capitale. Il problema: i costi di gestione annui possono essere del 2-3%, che in 30 anni mangiano una porzione enorme dei rendimenti.

ETF (Exchange Traded Fund): Perché Sono la Scelta Migliore


Gli ETF sono il punto di svolta per l'investitore individuale. Funzionano come fondi comuni (diversificazione, semplicità) ma replicano passivamente un indice di mercato (es. le 1.600 maggiori aziende mondiali) con costi di gestione annui dello 0,07-0,20%.

La differenza tra il 2% annuo di costi e lo 0,15% sembra piccola. Su 30 anni, su un capitale di 100.000 euro, la differenza è di circa 40.000 euro in meno nella versione costosa.

Lo studio di John Bogle, fondatore di Vanguard, è definitivo: nel lungo periodo, la maggior parte dei fondi a gestione attiva non batte l'indice di mercato, e quando ci riesce, i costi extra mangiano i guadagni aggiuntivi. La soluzione è replicare il mercato, non cercare di batterlo.

PAC (Piano di Accumulo del Capitale): Come Funziona


Il PAC è il metodo con cui si usa un ETF: investire una cifra fissa ogni mese, automaticamente, indipendentemente da cosa fa il mercato.

Il vantaggio principale è il dollar cost averaging (o cost averaging): comprare ogni mese a prezzi diversi porta il tuo prezzo medio d'acquisto verso la media del mercato. Quando il mercato scende, compri più quote con gli stessi soldi. Quando sale, le quote che hai valgono di più.

Non devi saper prevedere il mercato. Devi solo essere disciplinato.

Fondo Pensione Integrativo: Il Vantaggio Fiscale Spesso Ignorato


Spesso ignorato, il fondo pensione integrativo è uno degli strumenti fiscalmente più efficienti disponibili in Italia. I contributi sono deducibili fino a 5.164 euro/anno dall'imponibile IRPEF, un risparmio fiscale immediato del 23-43% a seconda dello scaglione.

Se hai un lavoro dipendente, considera di destinare il TFR maturando al fondo pensione invece di lasciarlo in azienda: il rendimento storico è generalmente superiore alla rivalutazione garantita del TFR (1,5% + 75% inflazione ISTAT).


Il Portafoglio Minimo per Chi Inizia a Investire da Zero


Non hai bisogno di un portafoglio sofisticato. Hai bisogno di un portafoglio abbastanza buono e sostenibile nel tempo.

La strategia più semplice e documentata per un investitore con orizzonte lungo (oltre 10 anni):

80% ETF azionari globali (es. Vanguard FTSE All-World o iShares MSCI World), le maggiori aziende del mondo in un unico strumento.

20% ETF obbligazionari (es. iShares Core Euro Government Bond), per smorzare la volatilità nelle fasi di ribasso.

Se hai meno di 40 anni e un orizzonte lungo, puoi anche andare al 100% azionario e accettare la volatilità in cambio di rendimenti attesi più alti.

L'importante: ribilancia una volta l'anno (riporta le proporzioni al 80/20 originale) e non toccare nulla nelle fasi di ribasso.


I 4 Errori Più Costosi per Chi Inizia a Investire

Errore 1, Non Iniziare Mai


Il perfezionismo finanziario è la trappola più comune. "Aspetto di capire meglio", "aspetto che il mercato scenda", "aspetto di avere più capitale". Nel frattempo, l'inflazione lavora contro di te e la capitalizzazione composta lavora contro di te.

Come superare la procrastinazione in ambito finanziario: inizia con un importo così piccolo che non puoi trovare scuse. Anche 50 euro al mese. Il punto è creare l'abitudine e il sistema. Poi aumenti.

Errore 2, Fare Trading Speculativo


Il trading attivo, comprare e vendere frequentemente cercando di indovinare i movimenti di breve termine, sembra eccitante e remunerativo. I dati dicono altro.

La CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) ha documentato che oltre il 70% dei trader retail italiani perde denaro. Non perché siano stupidi, ma perché competono contro algoritmi che elaborano milioni di dati al secondo e professionisti con decenni di esperienza.

Il trading non è investire. È speculare. E le probabilità sono contro di te.

Errore 3, Comprare Asset Che Non Capisci


Se non riesci a spiegare in tre frasi cosa stai comprando, come genera valore, e quali sono i rischi principali, non comprarlo. Questo vale per le criptovalute più oscure, i prodotti strutturati bancari, le polizze unit-linked, e qualsiasi strumento che qualcuno ti vende con urgenza artificiale.

Errore 4, Vendere Durante i Ribassi


Il mercato azionario globale ha avuto ribelli del 30-50% più volte nella storia. Ha sempre recuperato, a volte in mesi, a volte in anni. Chi ha venduto durante i ribassi ha cristallizzato le perdite. Chi ha tenuto (o comprato di più) ha beneficiato della ripresa.

Come dice Naval Ravikant nella sua filosofia della ricchezza: il mercato trasferisce denaro da chi è impaziente a chi è paziente.


Piano Concreto: Come Iniziare a Investire Questa Settimana


Giorno 1: Apri un conto deposito libero separato (Illimity, Santander, etc.) e trasferisci l'equivalente di 3 mesi di spese. Questo è il tuo fondo emergenza, non ci tocchi.

Giorno 2: Calcola il delta mensile tra entrate e uscite. Identifica una cifra che puoi dedicare agli investimenti ogni mese (partenza consigliata: almeno 10% del reddito netto).

Giorno 3-7: Apri un conto su un broker regolamentato (Fineco, DEGIRO, Directa Plus, Scalable Capital sono opzioni comuni in Italia). Scegli un ETF globale a basso costo (VWCE o SWDA sono punti di partenza validi, non è un consiglio finanziario personalizzato). Configura un PAC mensile automatico.

Poi: Non fare niente. Lascia che il tempo e la capitalizzazione composta lavorino. Controlla il portafoglio al massimo una volta al trimestre. Ribilancia una volta all'anno.

Se vuoi costruire questo percorso con struttura, approfondire i dettagli e confrontarti con persone che stanno facendo lo stesso cammino, Protocollo è il posto giusto. Non è una community di finanza avanzata, è una community di persone che prendono la propria crescita personale e finanziaria sul serio.
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FAQ, Come Investire i Risparmi in Italia nel 2026

Qual è il modo migliore per investire i risparmi in Italia nel 2026?Per chi inizia senza esperienza, la strategia più efficace e documentata è il PAC (Piano di Accumulo del Capitale) mensile su ETF azionari globali a basso costo, affiancato da un fondo pensione integrativo per l'ottimizzazione fiscale. Prima però: fondo emergenza di 3-6 mesi di spese e zero debiti ad alto interesse. Questa sequenza è fondamentale, saltarla è il primo errore dei nuovi investitori. Con quanti soldi si può iniziare a investire?Con molti broker moderni si può iniziare con 25-50 euro al mese tramite PAC. La cifra non è importante quanto la costanza: 50 euro al mese per 30 anni valgono molto di più di 500 euro investiti una volta e poi abbandonati. L'importante è creare l'abitudine e il sistema, poi aumentare gradualmente l'importo man mano che il reddito cresce. È meglio investire in azioni singole o in ETF?Per la grande maggioranza degli investitori individuali, gli ETF sono superiori alle azioni singole per tre ragioni: diversificazione immediata (un ETF globale contiene 1.600+ aziende), costi bassissimi (0,07-0,20% annuo vs commissioni su ogni acquisto), e nessuna necessità di analizzare le singole aziende. Le azioni singole hanno senso solo per chi dedica tempo significativo all'analisi fondamentale, non come approccio predefinito. I risparmi sul conto corrente sono al sicuro dall'inflazione?No. Il denaro sul conto corrente ordinario non genera rendimenti sufficienti a compensare l'inflazione (che negli ultimi anni ha superato il 5-8% annuo in Italia). Questo significa una perdita reale di potere d'acquisto garantita ogni anno. I risparmi "al sicuro" in banca si erodono silenziosamente. La vera sicurezza viene da un portafoglio diversificato che supera l'inflazione nel lungo periodo. Quanto tempo ci vuole prima di vedere risultati dall'investimento?Gli investimenti in ETF mostrano risultati significativi su orizzonti di 10+ anni. Nei primi anni la crescita sembra lenta, è la capitalizzazione composta che si sta "caricando". I risultati più importanti arrivano nell'ultima parte del percorso: il 50% della crescita totale tipicamente avviene nell'ultimo terzo del periodo di investimento. Questa è la ragione principale per cui iniziare presto è così critico.
⚠️ DISCLAIMER Questo articolo ha scopo puramente educativo e informativo. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. Prima di prendere decisioni di investimento, consulta un consulente finanziario indipendente (CFP o consulente autonomo iscritto all'albo OCF).


Finanza personale: la mappa del percorso (senza consigli da guru)


In breve

Riferimenti: BCE e APA.

L'hub Finanza personale ordina psicologia del denaro, budget, risparmio e investimenti base dopo un fondo emergenza — educazione generale e sistemi mensili, non promesse di arricchimento rapido.

TL;DR

  1. Prima psicologia e spese, poi budget, poi investimenti a lungo termine.
  2. Un numero alla volta: flusso di cassa mensile prima dei titoli.
  3. Percorso gratuito su /corsi/#percorso-finanza.
  4. Contenuti educativi, non consulenza finanziaria personalizzata.


Approfondisci nel blog: abitudini e sistemi · procrastinazione · concentrazione · identità e cambiamento · stoicismo pratico.

Il problema

Nota: contenuti educativi, non consulenza finanziaria personalizzata. Per investimenti e debiti complessi rivolgiti a un professionista abilitato.

Questa hub è il Percorso Finanza personale su /corsi/, separato dal cluster produttività, ma collegabile a energia e decisioni quando il denaro ruba sonno e focus.

Guadagni, spendi, rimandi «i soldi» a quando avrai tempo. Poi arrivano ansia, acquisti impulsivi, sensazione di non capire dove finiscono i soldi, non per stupidità, per sistema assente.

Ordine consigliato (8 lezioni)


  1. Psicologia dei soldi
  2. Gestione spese personali
  3. Metodo 50/30/20
  4. Come investire i risparmi
  5. Pianificazione a lungo termine
  6. Indipendenza finanziaria (miti e realtà)
  7. L'almanacco di Naval Ravikant
  8. Libertà finanziaria, sintesi


Micro-azione oggi


Apri l'home banking. Esporta o annota entrate e uscite del mese scorso in tre categorie: fisse, variabili, sorpresa. Nessun giudizio, solo numeri.

Protocollo


Nel Protocollo integriamo abitudini su revisione settimanale del budget e decisioni ad alta leva, non prodotti finanziari da vendere.

Questo articolo si collega al sistema Produttività e crescita personale e al percorso Hub Finanza personalesistemi, non motivazione.

Altri articoli su questo tema — archivio blog.


Domande frequenti

In che ordine vanno seguite le 8 lezioni di questo percorso?
Nell'ordine proposto: prima la psicologia dei soldi (perché il cervello sabota le decisioni finanziarie), poi gestione spese e budget 50/30/20, poi come investire, e infine indipendenza finanziaria e pianificazione a lungo termine. È costruito come si costruisce una casa: prima il flusso di cassa, poi i titoli.
Questo percorso è consulenza finanziaria personalizzata?
No, sono contenuti educativi generali su psicologia del denaro, budget e principi di investimento di base. Per decisioni su investimenti specifici, debiti complessi o pianificazione fiscale, rivolgiti a un consulente finanziario abilitato.
Da dove comincio se non ho mai gestito un budget?
Dalla prima lezione, la psicologia dei soldi, e subito dopo dalla gestione delle spese personali: prima di qualsiasi budget o investimento serve vedere con chiarezza dove va davvero il denaro ogni mese, senza giudizio, solo numeri.
Serve avere già dei risparmi per iniziare questo percorso?
No. Il percorso parte proprio da chi non ha ancora un sistema, non da chi ha già capitale da investire: le prime lezioni riguardano psicologia, spese e budget — l'investimento arriva solo dopo, quando esiste già un fondo di emergenza.


Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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La Nato si sta "disintegrando", l'allarme del premier polacco


Donald Tusk lancia l'allarme dopo l'annuncio di Washington di ritirare circa 5.000 soldati americani dalla Germania nei prossimi mesi. La decisione accelerata dalle tensioni tra Trump e il cancelliere tedesco Merz sulla guerra in Iran.

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha lanciato l’allarme sulla tenuta dell’Alleanza Atlantica dopo l’annuncio degli Stati Uniti di ritirare migliaia di soldati dalla Germania. Secondo Tusk, la Nato si sta "disintegrando".

"La minaccia più grande per la comunità transatlantica non sono i suoi nemici esterni, ma la disintegrazione in corso della nostra alleanza. Dobbiamo fare tutto il necessario per invertire questa tendenza disastrosa".


Il ritiro americano dalla Germania


Le parole del premier polacco arrivano dopo che Washington ha reso noto un piano per ritirare circa 5.000 soldati americani dalla Germania nell’arco dei prossimi 6-12 mesi. Il presidente statunitense Donald Trump aveva già ordinato una riduzione della presenza militare americana nel Paese durante il suo primo mandato, ma il processo è stato fermato ed è tornato alla ribalta solo questa settimana dopo alcune dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha definito gli Stati Uniti "umiliati" durante i negoziati con l’Iran.

Trump ha replicato giovedì con un post su Truth Social, sostenendo che Merz dovrebbe concentrarsi di più sulla fine della guerra in Ucraina e sul "suo Paese in frantumi", invece di interferire con i negoziati in corso. Un alto funzionario del Pentagono, parlando in condizione di anonimato, ha definito la retorica tedesca degli ultimi giorni "inappropriata e poco utile". "Il presidente sta giustamente reagendo a queste osservazioni controproducenti", ha dichiarato la fonte.
La crepa atlantica — FocusAmerica

NATO in crisi · Maggio 2026

La crepa nell'Alleanza Atlantica:
il ritiro americano dalla Germania


Il Pentagono richiama 5.000 soldati nei prossimi 6-12 mesi. Tusk avverte: la Nato si "disintegra". È il contraccolpo dello scontro Trump-Merz sulla guerra all'Iran — e anche Italia e Spagna ora sono nel mirino.

Fonti DMDC · Pentagono · AP · Reuters Aggiornato al 4 maggio 2026

Truppe USA in Germania · prima e dopo

~31.400

In ritiro
−5.000

Totale attuale: 36.436 Ritiro previsto in 6-12 mesi

53,5%
Quota tedesca sul totale truppe USA in Europa

75.000
Soglia minima fissata dall'NDAA 2026

Esplora la crisi
1 Le truppe 2 Le voci 3 Lo scontro 4 Cosa salta

Distribuzione in Europa

La Germania resta il pilastro della presenza USA, ma l'Europa trema


Personale militare USA permanente in Europa al 31 dicembre 2025 (DMDC). La Germania ospita più della metà dell'intero contingente. Italia e Spagna sono già state minacciate di ritiri analoghi.

Germania−5.000 in ritiro

36.436

ItaliaMinaccia ritiro

12.662

Regno Unito

10.156

SpagnaMinaccia ritiro

3.814

Polonia+10.000 rotaz.

369

Romania

153

Permanenti
In ritiro
Sotto minaccia

Sommando le truppe permanenti, Germania, Italia e Spagna ospitano il 78% di tutto il personale militare USA in Europa. Tutti e tre i Paesi sono ora oggetto di ritiri già annunciati o minacciati.

Le voci della crisi

4 reazioni opposte allo stesso annuncio


Tocca un nome per leggere le parole esatte e il contesto in cui sono state pronunciate.

Donald Tusk
Primo ministro della Polonia

Allarme

"La minaccia più grande per la comunità transatlantica non sono i suoi nemici esterni, ma la disintegrazione in corso della nostra Alleanza."

Per Varsavia, ogni indebolimento del fianco occidentale della NATO si traduce in una maggiore esposizione al confine orientale con Russia e Bielorussia.

Boris Pistorius
Ministro della Difesa tedesco

Pragmatismo

"Noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza. La Germania è sulla strada giusta."

Pistorius definisce il ritiro "previsto" e per calmare gli animi ricorda l'espansione delle Forze Armate tedesche, l'accelerazione degli appalti militari e il rafforzamento delle infrastrutture militari europee.

Donald Trump
Presidente degli Stati Uniti

Attacco

"Andremo ben oltre il ritiro dei primi 5.000 soldati."

Su Truth Social aveva attaccato Merz, invitandolo a occuparsi del "suo Paese in frantumi" invece di interferire nei negoziati con l'Iran. Minacce simili sono arrivate anche per Italia e Spagna.

Pentagono
Alto funzionario · anonimato

Reazione

"Il presidente sta giustamente reagendo a osservazioni controproducenti. La retorica tedesca è stata inappropriata e poco utile."

La decisione di Trump, secondo il portavoce Sean Parnell, segue "una revisione approfondita della postura delle forze in Europa" e tiene conto "delle condizioni sul terreno".

L'innesco

I 7 giorni passati dalle accuse di Merz al ritiro


La sequenza che ha trasformato una critica diplomatica in una rottura militare. Tocca un evento per i dettagli.

28 feb 2026
Inizia la guerra USA-Israele contro l'Iran

L'operazione anglo-americana parte ma non porta alla risoluzione rapida della crisi che l'Amministrazione Trump si attendeva. Lo Stretto di Hormuz resta paralizzato.

Fine apr 2026
Merz: "Gli Stati Uniti sono stati umiliati dall'Iran"

Il cancelliere tedesco critica l'assenza di una strategia americana sulla guerra. È la frase che innesca tutta la crisi diplomatica successiva.

29 apr 2026
Trump risponde su Truth: "Tuo Paese in frantumi, pensa all'Ucraina"

Il presidente statunitense attacca Merz, gli intima di occuparsi della Germania e della guerra in Ucraina, e minaccia per la prima volta il ritiro delle truppe americane.

30 apr 2026
La minaccia si estende a Italia e Spagna

Trump risponde "probabilmente" alla domanda se stia valutando ritiri analoghi anche dagli altri due grandi Paesi europei che non hanno appoggiato la campagna anti-Iran e che ospitano basi militari americane.

1 mag 2026
Il Pentagono ufficializza: ritiro di 5.000 soldati dalla Germania

Il portavoce Parnell annuncia il ritiro su ordine del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. I servizi militari, secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa, hanno appreso la decisione "in tempo reale", ovvero senza essere preavvisati.

2 mag 2026
Trump rilancia: "Taglieremo ben oltre i 5.000"

In Florida, il presidente prospetta un ritiro ancora più ampio di quello annunciato, ma senza fornire numeri.

3 mag 2026
Tusk: la NATO si sta "disintegrando"

Il primo ministro polacco lancia il monito più duro tra i leader europei. La NATO chiede ufficialmente a Washington maggiori delucidazioni sulla decisione di Trump.

Le ricadute

Cosa cambia davvero per la difesa europea


Oltre ai 5.000 soldati, salta anche un programma di deterrenza missilistica chiave. E il Congresso USA si interroga sui limiti di legge.

Deterrenza Cancellato
Il battaglione Tomahawk in Germania non si fa più

L'Amministrazione Biden aveva pianificato lo schieramento del Long-Range Fires Battalion, dotato di missili Tomahawk e armi ipersoniche a lungo raggio. Berlino lo considerava un deterrente cruciale contro la Russia. Ora il piano è saltato.

1
Battaglione cancellato

~2.500 km
Gittata Tomahawk

Limite legale Vincolante
L'NDAA 2026 fissa una soglia minima di truppe USA in Europa

Il budget 2026 del Pentagono approvato dal Congresso vieta riduzioni permanenti delle truppe americane sotto quota 75.000 effettivi nell'intero teatro europeo. Oggi le truppe permanenti USA in Europa sono circa 68.000 — un numero già sotto la soglia prevista. Includendo però le rotazioni si arriva a 80-100mila.

75.000
Soglia NDAA

68.064
Permanenti oggi

80-100k
Con rotazioni

Hub strategici Operativi
Perché la Germania resta centrale per gli USA

In Germania si trovano il comando USA per Europa e Africa, la base aerea di Ramstein e il centro medico militare di Landstuhl, che ha curato molti soldati feriti delle guerre in Iraq e Afghanistan. Il Pentagono non ha chiarito quali installazioni saranno coinvolte nel ritiro.

79
Installazioni USA

2
Comandi continentali

1
Ospedale militare

Fonti Defense Manpower Data Center (DMDC, dicembre 2025) · Pentagono / Sean Parnell · Reuters Factbox · Associated Press · CNN · NPR · Washington Post · NDAA 2026. Dati permanenti al 31 dicembre 2025; il resto aggiornato al 4 maggio 2026.

Lo stop al piano sui missili Tomahawk


La decisione americana prevede anche l’abbandono di un piano dell’era Biden per schierare in Germania un ulteriore battaglione statunitense dotato di missili Tomahawk a lungo raggio. Per Berlino si tratta di un duro colpo: il governo tedesco aveva sostenuto con forza quella misura, considerandola un deterrente significativo contro la Russia. La Germania ospita attualmente quasi 40.000 soldati americani, la più ampia presenza militare statunitense in Europa, e svolge un ruolo centrale come hub logistico e di addestramento.

Il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha comunque accolto la decisione con pragmatismo, sottolineando che un ritiro parziale delle forze statunitensi era già previsto. "Noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza", ha dichiarato, aggiungendo che "la Germania è sulla strada giusta" grazie all’espansione delle proprie Forze Armate, all’accelerazione degli appalti militari e al potenziamento delle infrastrutture militari.

Il Pentagono non ha precisato quali basi saranno interessate dal ritiro, né se le truppe torneranno negli Stati Uniti o saranno ridistribuite in altre aree d’Europa o del mondo. Un portavoce della NATO ha dichiarato che l’Alleanza ha chiesto a Washington maggiori delucidazioni e dettagli sulla decisione.

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Er Brasiliano sfida il Campidoglio tra “tassa etica” e sogni da sindaco


L'influencer scuote il web proponendo prelievi su attività di lusso per sostenere il sociale
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Si è riacceso il dibattito pubblico attorno alla cosiddetta “tassa etica”, anche a seguito del video pubblicato sui social dall'influencer romano Massimiliano Minocci, noto al pubblico come “Er Brasiliano”, che ha sollevato interrogativi sia sulla misura in sé sia sulla sua possibile candidatura a sindaco di Roma.

Che cos’è la “tassa etica”


Con l’espressione “tassa etica” si fa generalmente riferimento a un’imposta o a un contributo con finalità sociali o morali. Il concetto viene spesso utilizzato per indicare forme di tassazione applicate ad attività considerate dannose, come il gioco d’azzardo, il consumo di alcol o di tabacco, con l’obiettivo di disincentivarne l’uso.

In altri casi, la “tassa etica” può assumere la funzione di contributo destinato a finanziare servizi pubblici o iniziative di carattere sociale, come il sostegno alle fasce più fragili della popolazione.

Più in generale, può anche essere intesa come un insieme di meccanismi fiscali pensati per favorire una redistribuzione della ricchezza ritenuta più equa. In ambito politico e amministrativo, proposte di questo tipo possono assumere forme diverse a seconda degli obiettivi dichiarati e del contesto in cui vengono introdotte.


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Il dibattito e le dichiarazioni


Le recenti dichiarazioni di Minocci hanno riportato il tema all’attenzione di una platea più ampia, soprattutto sui social. L’influencer ha parlato della “tassa etica” in modo provocatorio, mescolando toni ironici e spunti che alcuni osservatori interpretano come tentativi di entrare nel dibattito politico cittadino.

Parallelamente, le sue dichiarazioni su una possibile candidatura a sindaco di Roma hanno suscitato curiosità e scetticismo. Resta incerto se si tratti di una reale intenzione politica o di una strategia comunicativa.

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La crisi del carburante travolge le compagnie aeree americane


L'aumento del prezzo del jet fuel innescato dalla guerra in Iran sta costando miliardi al settore aeronautico statunitense. Spirit Airlines ha cessato le operazioni dopo il fallimento del salvataggio federale. Altre compagnie rischiano lo stesso destino.
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Spirit Airlines ha cessato le operazioni. È la prima vittima di rilievo della crisi del carburante per aerei, il jet fuel, che sta mettendo sotto pressione il trasporto aereo mondiale. Il vettore low cost statunitense ha chiuso dopo il fallimento dei tentativi di ottenere aiuti dal governo federale. Come riferisce il Wall Street Journal, venerdì sera il team operativo si era riunito in una war room nel quartier generale della compagnia, in Florida, per monitorare gli ultimi voli. Spirit stava consumando la liquidità necessaria per uscire dalla bancarotta, la seconda in meno di due anni.

La compagnia era però già in difficoltà da tempo, soprattutto dopo che un giudice aveva bloccato la fusione con JetBlue. La guerra in Iran ha dato il colpo di grazia, facendo schizzare i prezzi del jet fuel. All’interno dell’Amministrazione Trump i funzionari si sono divisi sull’opportunità e sulle modalità di un salvataggio, mentre alcuni obbligazionisti di Spirit hanno fatto resistenza, temendo di subire perdite. "Che sia finita così è davvero deludente", ha commentato amaramente l’amministratore delegato Dave Davis.

Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli
La compagnia aerea low-cost ha annunciato la cessazione immediata delle operazioni dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio. Quasi 17.000 dipendenti coinvolti e migliaia di passeggeri bloccati senza possibilità di rimborso per le spese extra sostenute.
Focus AmericaRedazione

Le compagnie aeree chiedono aiuti, rischio rincari


Anche i grandi vettori soffrono. Ad aprile American Airlines ha stimato che i costi del carburante potrebbero aumentare di 4 miliardi di dollari e ha avvertito che a causa di questo potrebbe chiudere il 2026 in perdita. Solo 3 mesi prima, la compagnia di Fort Worth, in Texas, aveva previsto utili fino a 2,70 dollari per azione. Anche United Airlines ha tagliato le stime di profitto.

Le low cost restano però le più esposte. Il mese scorso i loro dirigenti hanno incontrato il Segretario ai Trasporti Sean Duffy e il numero uno della Federal Aviation Administration, Bryan Bedford, per una verifica sulla tenuta finanziaria del comparto. Dopo l'incontro, hanno chiesto all'Amministrazione Trump 2,5 miliardi di dollari di aiuti per compensare l'effetto dei rincari del carburante.

Per le compagnie che puntano sui passeggeri più attenti al prezzo, aumentare le tariffe è una mossa delicata. "Non puoi semplicemente trasferire un aumento di questa portata sui clienti da un giorno all'altro", ha detto al Wall Street Journal l'amministratore delegato di un'altra compagnia low cost, Avelo, Andrew Levy. "Ma non c'è modo di evitarlo".

Da quando la guerra in Iran ha messo sotto pressione le forniture di jet fuel, le tariffe aeree sono già aumentate cinque volte e un sesto rincaro era in corso a fine aprile. I vettori contano di recuperare quasi per intero l'aumento dei costi entro la fine dell'anno, ma molto dipenderà dalla reazione dei consumatori. "Non possiamo fare nulla sui prezzi del carburante", ha dichiarato l'amministratore delegato di Southwest Bob Jordan. "Alla fine, sono i consumatori a decidere quanto sono disposti a pagare e quanto no, non certo un algoritmo".

L'uscita di scena di Spirit ridisegna il mercato


La fine di Spirit, paradossalmente, offre comunque una boccata d'ossigeno ai concorrenti. JetBlue ha annunciato subito 11 nuove destinazioni e secondo gli analisti verranno eliminate lentamente dal mercato le rotte non redditizie, restituendo alle compagnie low cost superstiti maggiore potere sui prezzi.

Non sarebbe, del resto, la prima volta che il costo del carburante ridisegna la geografia del trasporto aereo. Già nel 2008, tra economia in frenata e prezzi del carburante alle stelle, Aloha Airlines, ATA Airlines e Skybus Airlines cessarono le operazioni nell’arco di circa una settimana.


Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli


Spirit Airlines ha annunciato questa mattina la chiusura definitiva delle operazioni con effetto immediato. La compagnia aerea low-cost ha cancellato tutti i voli e avviato quella che ha definito una “cessazione ordinata” delle attività, mettendo fine a 34 anni di presenza nell’aviazione americana. La decisione coinvolge migliaia di voli già programmati e circa 17.000 dipendenti.

“A tutti i nostri clienti: tutti i voli sono stati cancellati e il servizio clienti non è più disponibile”, ha comunicato la compagnia in una nota ufficiale. Spirit ha aggiunto di essere “orgogliosa dell’impatto del nostro modello ultra-low-cost sull’industria negli ultimi 34 anni” e di aver sperato di poter servire i propri clienti ancora a lungo. Al momento dell’entrata in vigore della chiusura, nessun aereo Spirit era in volo.

La decisione arriva dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio finanziario che avrebbe dovuto consentire alla compagnia di uscire dal secondo fallimento in meno di un anno. I piani di rilancio sono stati però compromessi dall’aumento dei costi del carburante per aerei, legato allo scoppio della guerra con l’Iran. “Nonostante gli sforzi della compagnia, il recente aumento significativo dei prezzi del petrolio e altre pressioni sul business hanno inciso in modo rilevante sulle prospettive finanziarie di Spirit”, ha spiegato l’azienda. “In assenza di nuovi finanziamenti disponibili, Spirit non ha avuto altra scelta se non avviare questa cessazione”.

Il mese scorso Spirit aveva chiesto assistenza finanziaria alla Casa Bianca e, in un primo momento, il presidente Donald Trump era sembrato disponibile a valutare un intervento. Ma venerdì sono emerse indiscrezioni sull’imminenza della chiusura, dopo l’interruzione delle trattative tra l’azienda, i detentori delle obbligazioni e l’Amministrazione Trump. “Mantenere in vita il business richiedeva centinaia di milioni di dollari di liquidità aggiuntiva che Spirit semplicemente non ha e non era più in grado di procurarsi”, ha dichiarato Dave Davis, presidente e amministratore delegato della compagnia. “È tremendamente deludente e non è il risultato che nessuno di noi voleva”.

L’impatto immediato della chiusura ricade sui passeggeri che avevano prenotato un volo, compresi quelli già in viaggio e in attesa del rientro. Sul sito dedicato alla chiusura, Spirit ha invitato i clienti a non recarsi in aeroporto e li ha indirizzati a una pagina per verificare lo stato dei rimborsi e i passaggi successivi. La compagnia ha precisato che i rimborsi saranno processati automaticamente per i voli acquistati direttamente con carta di credito o di debito, mentre chi ha prenotato tramite agenzie di viaggio dovrà rivolgersi all’intermediario utilizzato.

Resta però un nodo critico per molti viaggiatori: Spirit non rimborserà i costi sostenuti a causa delle cancellazioni, come pernottamenti d’emergenza o altre spese impreviste, salvo eventuali coperture previste dalle polizze assicurative di viaggio. Una clausola che potrebbe lasciare molti passeggeri esposti a costi significativi.

Spirit Airlines aveva vissuto il suo periodo di massimo successo a metà degli anni 2010, quando aveva aperto 28 nuove rotte in meno di un anno ed era arrivata a una valutazione fino a 6 miliardi di dollari. La compagnia aveva attirato i passeggeri con le sue tariffe “bare fare”, un modello in cui il prezzo base del biglietto veniva mantenuto molto basso, mentre quasi tutto il resto, dalle bevande ai bagagli a mano da sistemare nelle cappelliere, prevedeva un costo aggiuntivo. Pur trasportando solo una quota limitata dei passeggeri americani, Spirit era stata per un periodo tra le compagnie più redditizie del settore negli Stati Uniti.

Da tempo al centro di voci su possibili acquisizioni, in un comparto abituato a fusioni e consolidamenti, Spirit aveva tentato di vendersi a JetBlue nel 2022, dopo le difficoltà incontrate nel ritrovare stabilità finanziaria dopo la pandemia. Se l’accordo fosse andato in porto, avrebbe dato vita alla quinta compagnia aerea più grande del Paese. I funzionari del Dipartimento di Giustizia, durante l’Amministrazione Biden, avevano però sostenuto che l’operazione avrebbe violato le norme antitrust federali. Nel 2024 un giudice aveva accolto questa posizione, bloccando la fusione.

Pochi mesi dopo, Spirit aveva presentato per la prima volta istanza di protezione fallimentare per far fronte ai propri obblighi di debito, diventando la prima grande compagnia aerea americana a ricorrere al Chapter 11 dal 2011. Un giudice aveva approvato un piano di riorganizzazione all’inizio del 2025, ma la società era stata costretta a presentare una nuova istanza ad agosto, a causa della debolezza della domanda tra i viaggiatori a basso costo e del forte aumento dei costi. A dicembre erano emerse discussioni su una possibile fusione con Frontier Airlines, ma anche quel negoziato non aveva prodotto risultati.

Le origini di Spirit risalgono a una società di autotrasporti del Michigan fondata negli anni Sessanta, mentre le operazioni aeree erano iniziate negli anni Ottanta. Nel 1999 l’azienda aveva trasferito la propria sede nell’area di Fort Lauderdale, in Florida, dove è rimasta fino alla chiusura. Alla fine del 2025 impiegava circa 17.000 persone.


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Meloni incontra Parmelin a Palazzo Chigi: focus su cooperazione e caso Crans-Montana


Colloquio istituzionale tra Italia e Svizzera: attenzione ai costi sanitari e alla tutela delle famiglie coinvolte nella vicenda alpina

Si è svolto oggi a Palazzo Chigi un incontro tra il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il Presidente della Confederazione Elvetica, Guy Parmelin, a margine del Vertice della Comunità Politica Europea tenutosi a Yerevan.

Il colloquio, definito cordiale e costruttivo da fonti governative, ha affrontato diversi temi di interesse bilaterale, con particolare attenzione alla vicenda relativa alla tragedia avvenuta a Crans-Montana, che ha coinvolto giovani cittadini italiani.

Nel corso dell’incontro, il Presidente Meloni ha sottolineato la necessità di tutelare le famiglie dei ragazzi coinvolti, ottenendo dal Presidente Parmelin un impegno politico affinché non venga richiesto alcun onere economico per le cure ospedaliere prestate in Svizzera. Un tema che si inserisce nel più ampio quadro della cooperazione sanitaria transfrontaliera tra i due Paesi.

Per quanto riguarda la gestione delle spese ospedaliere tra Stati, Parmelin ha evidenziato come siano attualmente in corso approfondimenti da parte del Consiglio federale svizzero, con l’obiettivo di individuare una soluzione condivisa e sostenibile sotto il profilo normativo e finanziario.

Da parte italiana è stato espresso apprezzamento per la disponibilità mostrata dalle autorità svizzere. Meloni ha inoltre ribadito la volontà del governo di mantenere un dialogo costante con Berna, al fine di giungere in tempi rapidi a una definizione definitiva della questione.

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L'ingegneria sociale della destra


Il 14 giugno in Svizzera si voterà se mettere un tetto massimo al numero di abitanti. Davvero, non sto scherzando.

L'UDC è il partito di maggioranza relativa in Svizzera (circa 30%), la sua sigla vuol dire Unione Democratica di Centro ma del centro non ha niente: è un partito di destra, spesso populista, spesso con un retrogusto xenofobo, spesso che sbraita di neutralità quando, guarda caso, questa avvantaggia i regimi autoritari. Nel governo federale, seguendo la nuova formula magica, ha due ministri su sette e si diverte a raccogliere firme per iniziative e referendum che hanno lo scopo di isolare la Svizzera dal resto del mondo, soprattutto dalla UE; i regimi autoritari di cui sopra invece vanno bene. E così, periodicamente, dobbiamo contrastare i tentativi dell'UDC di alzare muri attorno alla Svizzera e di compromettere quindi la sua società e il suo benessere; un lavoraccio.

L'ultima trovata dell'UDC è quella di farci votare per la sostenibilità, che secondo l'agenda UDC vuol dire semplicemente no stranieri. È il loro marchio di fabbrica declinato in mille modi diversi, ma alla fine il succo è sempre quello: no stranieri. Con la scusa della sostenibilità, vogliono mettere un limite massimo al numero di residenti. Sì, avete letto bene, vogliono fare il numero chiuso alla Svizzera. Sarebbe una prima mondiale e farebbe decadere gli accordi bilaterali con la UE, che per noi in Svizzera sono fondamentali. La libera circolazione, il mercato estero più importante, le tonnellate di collaborazioni scientifiche, i cervelli che vengono qui; niente, non importa: no stranieri. Per l'UDC la sostenibilità non è incentivare il trasporto pubblico ed elettrico, ripensare le soluzioni abitative e la pianificazione del territorio, etc etc, no, la sostenibilità insostenibile e asfittica dell'UDC è no stranieri.

A poco più di un mese dalla votazione, i sondaggi dicono che il SÌ è in lieve vantaggio. Di norma, le iniziative tendono a perdere favorevoli più ci si avvicina al voto, e comunque si dovrebbe avere la doppia maggioranza (popolo e cantoni), dato che si modifica la Costituzione. Questo non vuol dire che si debba prendere la faccenda sotto gamba, il risultato è aperto ma sono ottimista sulla capacità degli svizzeri di capire le conseguenze nefaste in caso di approvazione.

Mio articolo pubblicato il 27 su La Regione:

Il 14 giugno saremo chiamati a votare sull’iniziativa caos che vuole porre un limite massimo di abitanti alla Svizzera. Ossia, l’ennesima iniziativa dell’UDC che cerca di minare la prosperità della Svizzera. Francamente, la cocciutaggine di questo partito nel cercare di sabotare il futuro degli svizzeri sta iniziando a essere una scocciatura.

In caso di approvazione, oltre a distruggere la credibilità internazionale della Svizzera e i suoi rapporti vitali con l’UE, farebbe cadere il nostro Paese in un incubo burocratico-statalista simile alla fu politica del figlio unico della Repubblica Popolare Cinese. Quando lo stato cerca di regolare dall’alto la popolazione, la catastrofe è dietro l’angolo. Per un partito che si vanta di essere dalla parte della deregolamentazione, proporre di regolamentare addirittura il numero permesso degli abitanti…farebbe ridere, se non mettesse in pericolo la società svizzera.
Particolarmente odiosa poi è la patina di ecologismo che si vuole dare. L’iniziativa si chiama “per la sostenibilità” perché, a detta degli iniziativisti, vuole proteggere l’ambiente e la conservazione delle risorse naturali. La si vuole far passare per un’iniziativa ambientalista ma noi sappiamo bene che le attenzioni degli appartenenti all’UDC non sono per l’ambiente ma per la presenza a loro indigesta di persone di origine straniera. Noi del PVL, come dice il nome, siamo liberali e abbiamo una coscienza ambientale. Non neghiamo che ci siano delle criticità ma la risposta non è un salto nel buio con un’iniziativa spropositata ma con soluzioni puntuali, fattibili e concrete, come sfruttare il potenziale della manodopera locale (per esempio migliorando la conciliazione tra vita familiare e professionale) per dipendere meno dall’immigrazione o utilizzare in modo più efficiente lo spazio abitativo e creare alloggi per la classe media e per le persone a basso reddito o migliorare l’uso intelligente e sostenibile delle infrastrutture. Tutte proposte che sono concrete e non pericolose iniziative di ingegneria sociale sulla pelle degli svizzeri.

Infine, c’è da tenere anche in considerazione che, in caso di approvazione, qui nel nostro Ticino potrebbe esserci il paradossale risultato di avere più frontalieri. Se non ammettiamo più residenti stranieri, è ragionevole pensare che aumenteranno le persone che vivono in Italia e lavorano in Ticino, dato che il numero di nuovi residenti è stato portato a zero.
Dobbiamo dire no a questa iniziativa caos, l’ennesimo salto nel buio proposto dall’UDC, e invece impegnarci con soluzioni fattibili per migliorare davvero e in concreto la nostra società.

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Sentenza Voting Rights Act, anche i Dem puntano ora a ridisegnare nuove mappe elettorali


Cresce il pressing per nuovi ridisegni delle mappe elettorali in vista del 2028. Nel mirino, in particolare, Maryland, Illinois, New York, Colorado e California.

La sentenza con cui questa settimana la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ulteriormente indebolito il Voting Rights Act sta cambiando anche i calcoli del Partito Democratico sui collegi elettorali. Secondo Axios, che ha raccolto le voci di oltre una ventina di parlamentari democratici federali e statali, la decisione apre la strada a possibili ridisegni delle mappe in diversi Stati a maggioranza democratica o considerati contendibili in vista del voto del 2028.

Il leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti, il deputato Hakeem Jeffries, in un'intervista a Politico, ha già indicato New York, Illinois, Colorado e Maryland come possibili obiettivi. Ma la lista potrebbe allargarsi. Il deputato Pete Aguilar, ha detto ad Axios che anche la California potrebbe intervenire di nuovo, dopo aver già ridisegnato la mappa in tempo per le midterm 2026. "Vedremo cosa faranno gli Stati del Sud in vista del 2028, quando la California risponderà come ha già fatto con il Texas", ha dichiarato. "Non ci tireremo indietro neppure da questa battaglia". Aguilar ha citato anche Washington e Oregon come possibili target, pur riconoscendo che lì la partita è più complicata.
La nuova battaglia delle mappe — FocusAmerica

Verso il 2028 · Mappe e seggi in ballo

La nuova battaglia delle mappe elettorali: dove i democratici intendono ridisegnare i distretti


Dopo la sentenza Louisiana v. Callais del 29 aprile 2026, che ha indebolito la Sezione 2 del Voting Rights Act, il Partito Democratico cerca di guadagnare seggi in cinque Stati a maggioranza democratica. Ma non tutti i fronti sono ugualmente percorribili.

Fonti: Axios, Politico, NAACP LDF, NYT Aggiornato al 2 maggio 2026

Sentenza
Callais
6–3
Sentenza della Corte Suprema che ha indebolito la Sezione 2 del VRA

Stima NYT
seggi al Sud
+12
Seggi che il Partito Repubblicano potrebbe guadagnare nel Sud senza il VRA

Stati a maggioranza democratica
nel mirino
5
MD, IL, NY, CO, CA — tutti Stati dove i democratici valutano contromosse

Esplora l'analisi
1 Gli Stati 2 Le barriere 3 La cronologia

Alta — pressione politica forte
Media — ostacoli da rimuovere
Bassa — ridisegno molto difficile

Lo scenario · Cinque Stati

Dove i democratici possono ridisegnare i collegi


Tocca uno Stato per leggere i dettagli. La fattibilità tiene conto degli ostacoli costituzionali, della presenza di commissioni indipendenti e degli equilibri politici interni.

Maryland

Pressione massima
7–1 → 8–0 Obiettivo

A febbraio la Camera statale ha già approvato una mappa che porterebbe i seggi a 8-0. Il presidente del Senato statale Bill Ferguson ha però bloccato il voto, ed è ora il principale ostacolo politico interno.

Ci sarà una pressione enorme affinchè il Maryland si unisca a Virginia e California.Jamie Raskin · deputato democratico

California

Già ridisegnata, ma ora si valuta di più
+5 → ancora più aggressiva

Con la Proposition 50 approvata a novembre, gli elettori hanno sospeso la Commissione bipartisan che si occupava di disegnare i distretti fino al 2032: così già nel 2026 i democratici possono mettere nel mirino 5 dei 9 seggi repubblicani. Ora alcuni parlamentari democratici vogliono spingersi oltre.

Tutto è sul tavolo. Penso che la California possa essere ancora più aggressiva.Dave Min · deputato democratico

Illinois

Sul tavolo l'opzione nucleare
14–3 → 17–0 Scenario

Si discute di una mappa da "opzione nucleare" che eliminerebbe ogni seggio repubblicano nello Stato. La deputata statale La Shawn Ford, in passato critica con il governatore Pritzker, ora apre alla discussione, ma per ora sembra ancora mancare la volontà politica per arrivare al 17-0.

Tutte le opzioni vanno considerate a questo punto.La Shawn Ford · deputata statale

Colorado

L'opportunità più chiara
8 seggi divisi a metà → +3 Possibili

Forse il fronte migliore per i democratici: lo Stato si è spostato a sinistra, ma una Commissione bipartisan ha diviso gli 8 seggi alla Camera in modo equo. I democratici stanno preparando un'iniziativa referendaria per ridisegnare a proprio favore i collegi nel 2028 e nel 2030.

New York

Serve un emendamento costituzionale
Commissione bipartisan Da rimuovere

La governatrice Kathy Hochul sta lavorando con l'Assemblea legislativa statale per cambiare il processo di ridisegno dei collegi elettorali. Il percorso è però lungo: serve un emendamento costituzionale, approvato da due legislature successive e poi confermato da un referendum popolare.

Jeffries fa sul serio: una vittoria al referendum è probabile.Deputato democratico newyorkese · anonimo

New Jersey

Mossa rischiosa
9–3 Già a vantaggio Dem

I democratici hanno già un margine confortevole. Un nuovo ridisegno richiederebbe un emendamento costituzionale e potrebbe rivelarsi controproducente.

Le barriere · Stati con margini ridotti

Dove la partita è quasi impossibile


Per i democratici gli Stati più complicati sono quelli con presenza di Commissioni indipendenti, vincoli costituzionali stringenti o legislature divise.

1

Pennsylvania, Minnesota, Michigan
Vincoli costituzionali, Commissioni indipendenti e legislature divise rendono il ridisegno dei distretti molto difficile. Nel 2018 la Corte Suprema della Pennsylvania ha già bocciato una mappa favorevole ai repubblicani.

2

Wisconsin
La Corte Suprema statale è ora a maggioranza liberal 5 a 2. Il deputato Mark Pocan ipotizza un intervento giudiziario, ma esclude un vero gerrymandering a favore dei democratici.

3

Washington e Oregon
In entrambi gli Stati, margini di manovra estremamente ridotti per i democratici. In Oregon, le regole sul quorum permettono ai repubblicani di bloccare i lavori abbandonando il capoluogo.

Il fronte federale

Alla Camera dei Rappresentanti alcuni esponenti democratici puntano a una legge federale per eliminare il gerrymandering in tutto il Paese. A guidare lo sforzo sarà Jamie Raskin, che si è detto convinto di poter portare a bordo "alcuni" repubblicani.

La cronologia · Come ci siamo arrivati

La corsa al ridisegno delle mappe verso il 2028

Metà 2025
Texas apre il fronte: avvia un ridisegno a metà decennio voluto da Trump per garantire più seggi ai repubblicani.

Novembre 2025
La California risponde: gli elettori approvano la Proposition 50, sospendendo la Commissione bipartisan che si occupava di disegnare i collegi fino al 2032.

Febbraio 2026
Si muove il Maryland: la Camera statale approva la mappa 8-0, bloccata però dal Senato statale.

29 Aprile 2026
Sentenza Callais: la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la mappa con due distretti a maggioranza afro-americana della Louisiana. Per Justice Kagan, la Sezione 2 del VRA è diventata di fatto "lettera morta".

Giorni successivi
Oltre venti parlamentari democratici parlano con Axios di possibili nuovi ridisegni dei distretti. La Florida ha approvato subito, in prima battuta, una nuova mappa favorevole ai repubblicani. La governatrice Hochul annuncia revisione del processo di ridisegno dei distretti a New York.

2028
L'orizzonte: prossime elezioni federali con le mappe congressuali potenzialmente ridisegnate in oltre 10 Stati.

Fonti Axios (interviste a oltre 20 parlamentari democratici), Politico, NAACP Legal Defense Fund, New York Times, SCOTUSblog. La stima dei 12 seggi al Sud è del New York Times. Sentenza Louisiana v. Callais.

Maryland


Il Maryland è uno degli Stati dove la pressione è più forte. A febbraio, la Camera dei delegati statale ha approvato una proposta per trasformare l’attuale mappa elettorale, già favorevole ai democratici con 7 seggi a 1, in una mappa da 8 a 0. Il presidente del Senato statale, Bill Ferguson, ha però bloccato il voto. “Ora c’è una pressione enorme affinché il Maryland si unisca a Virginia e California”, ha detto ad Axios il deputato Jamie Raskin. Resta però un nodo politico interno: un delegato statale, rimasto anonimo, ha definito Ferguson “un ostacolo” e ha previsto una sfida contro di lui alle prossime primarie.

Illinois e New York


In Illinois, la deputata statale La Shawn Ford, che aveva contestato un precedente tentativo di ridisegno delle mappe elettorali voluto dal governatore democratico JB Pritzker, ora ha aperto a questa possibilità. "Tutte le opzioni vanno considerate a questo punto", ha detto ad Axios. Un altro deputato democratico dell'Illinois, sotto anonimato, ha ammesso che esiste una "opzione nucleare" per disegnare una mappa estrema 17 seggi a 0 a favore dei democratici, ma ha aggiunto di dubitare che ci sia la volontà politica di percorrerla.

Nello Stato di New York, la governatrice democratica Kathy Hochul ha annunciato su X che intende lavorare con l'assemblea statale per cambiare il processo di ridisegno dei collegi e contrastare i tentativi repubblicani di "truccare la democrazia". Lo Stato ha una commissione bipartisan che si occupa di disegnare le mappe per il Congresso: per bypassarla servirebbe un emendamento costituzionale, approvato da due legislature successive e poi confermato da un referendum popolare. Un deputato democratico newyorkese ha però detto ad Axios che Jeffries fa "sul serio" su questo e ha previsto una probabile vittoria in caso di consultazione popolare.

Colorado e California


Il Colorado, scrive Axios, è forse l'occasione migliore per i democratici per raggranellare qualche ulteriore seggio. Lo Stato è sempre più orientato a sinistra, ma divide in modo equo i suoi 8 seggi alla Camera grazie a una commissione bipartisan. I democratici stanno già lavorando a un'iniziativa referendaria per ridisegnare i collegi nel 2028 e nel 2030, con l'obiettivo di guadagnare fino a 3 seggi.

In California, gli elettori hanno invece approvato a novembre un referendum che sospende la commissione bipartisan fino al 2032, permettendo ai democratici di mettere nel mirino 5 degli attuali 9 seggi repubblicani. Ora alcuni parlamentari pensano di allargare ulteriormente il bersaglio. "Tutto è sul tavolo", ha detto ad Axios il deputato Dave Min. "Penso che la California possa essere ancora più aggressiva". Il deputato Mark DeSaulnier ha aggiunto: "Non sono tempi normali. Tutto è possibile".

Gli Stati con più ostacoli


In New Jersey, dove i democratici hanno già un vantaggio di 9 seggi a 3, un nuovo ridisegno richiederebbe un emendamento costituzionale e resta una mossa rischiosa. In Wisconsin, il deputato Mark Pocan ha ipotizzato un intervento della Corte Suprema statale, ora a maggioranza liberal 5 a 2, ma ha escluso un vero ridisegno delle mappe elettorali a favore dei democratici. La deputata Pramila Jayapal ha ammesso che anche lo Stato di Washington ha pochi margini di manovra in questo senso. In Oregon, invece, le regole sul quorum permettono ai repubblicani di bloccare i lavori dell'assemblea statale semplicemente non presentandosi in aula ed allontanandosi dallo Stato.

In Pennsylvania, Minnesota e Michigan le difficoltà sono ancora maggiori, tra vincoli costituzionali, commissioni indipendenti e legislature divise. Il deputato Brendan Boyle si è detto "molto scettico" sulla possibilità che una maggioranza democratica in Pennsylvania possa imporre una nuova mappa elettorale di parte: la Costituzione statale impone vincoli stringenti e nel 2018 la Corte Suprema della Pennsylvania ha già bocciato una mappa a favore dei repubblicani.

Infine, anche i democratici alla Camera dei Rappresentanti stanno puntando, come extrema ratio, a una legge federale per eliminare il gerrymandering in tutto il Paese. A guidare lo sforzo sarà il deputato Jamie Raskin, che si è detto convinto di poter coinvolgere “alcuni” repubblicani. La strada, però, appare estremamente stretta: per approvare una legge servirebbero 60 voti al Senato, oltre alla necessità di superare un eventuale, e probabile, veto presidenziale nel caso in cui il testo dovesse passare indenne le forche caudine del Congresso e riuscisse davvero ad arrivare sulla scrivania della Casa Bianca.

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HUAWEI WATCH FIT 5 Series: lo smartwatch Huawei punta su design, comfort e stile urbano


La nuova HUAWEI WATCH FIT 5 Series nasce con un obiettivo molto chiaro: portare lo smartwatch oltre il semplice concetto di dispositivo per il fitness. Huawei continua a lavorare su una linea riconoscibile, sottile e leggera, ma con questa nuova generazione il messaggio diventa ancora più evidente. Il wearable non è più soltanto uno strumento per controllare allenamenti, notifiche e parametri del benessere, ma diventa anche un accessorio da indossare ogni giorno, con una forte attenzione allo stile personale.

La serie HUAWEI WATCH FIT è sempre stata associata a un formato quadrato moderno, pratico e più vicino al mondo lifestyle rispetto ai classici sportwatch rotondi. Con HUAWEI WATCH FIT 5 Series, questo approccio viene ulteriormente raffinato grazie a nuovi colori, materiali migliorati, cinturini più confortevoli e una costruzione pensata per adattarsi alla vita urbana, al tempo libero e alle attività outdoor.

Un design quadrato che diventa ancora più personale


Il cuore estetico della nuova HUAWEI WATCH FIT 5 Series resta il design quadrato, ormai diventato uno degli elementi distintivi della gamma. Huawei non stravolge la formula, ma la rende più matura, curata e coerente con le esigenze di chi cerca uno smartwatch leggero, elegante e facile da abbinare.

La nuova palette cromatica punta su tonalità più raffinate e vivaci, pensate per incontrare gusti diversi senza rinunciare a un’identità precisa. L’idea è quella di offrire un dispositivo capace di accompagnare l’utente in contesti differenti, dalla giornata lavorativa all’allenamento, fino alle uscite informali.

Grande attenzione è stata data anche ai cinturini, disponibili in varianti traspiranti e delicate sulla pelle. È un dettaglio importante, perché uno smartwatch viene indossato per molte ore al giorno e il comfort al polso diventa fondamentale, soprattutto durante lo sport o nelle giornate più intense.

WATCH FIT 5 Pro guarda anche allo sport più evoluto


Accanto alla versione standard, HUAWEI WATCH FIT 5 Pro rappresenta la proposta più completa della serie. Huawei lo presenta come un modello adatto non solo all’uso quotidiano, ma anche ad attività sportive più specifiche come golf, trail running e ciclismo.

Questa scelta allarga il pubblico potenziale della gamma. Da una parte ci sono gli utenti che cercano uno smartwatch bello da indossare tutti i giorni, dall’altra chi desidera un dispositivo più orientato alla performance e al monitoraggio durante l’attività fisica. La versione Pro prova quindi a unire questi due mondi, mantenendo il linguaggio estetico della serie ma aggiungendo una maggiore attenzione alla resistenza e all’utilizzo outdoor.

Huawei sottolinea anche l’impiego di materiali migliorati per la versione Pro, con una maggiore resistenza ai graffi e all’usura. Non si tratta solo di un dettaglio tecnico, ma di un elemento che contribuisce a rendere il dispositivo più adatto a un uso quotidiano intenso.

Display più immersivo e cornici ultra-sottili


Un altro punto centrale della nuova HUAWEI WATCH FIT 5 Series riguarda il display. La serie introduce cornici ultra-sottili, pensate per massimizzare lo spazio visivo e rendere l’interazione con lo smartwatch più piacevole.

Su un dispositivo di questo tipo, lo schermo ha un ruolo fondamentale. Serve per leggere notifiche, consultare dati fitness, seguire allenamenti, controllare quadranti e utilizzare le funzioni smart. Avere un display più ampio e immersivo, pur mantenendo una cassa sottile, permette di migliorare l’esperienza senza rendere l’orologio ingombrante.

La versione HUAWEI WATCH FIT 5 Pro fa un passo ulteriore grazie a un display di nuova generazione con una luminosità di picco più elevata. Questo aspetto è particolarmente utile all’aperto, dove la leggibilità sotto la luce diretta del sole può fare la differenza durante una corsa, un giro in bici o un’attività outdoor prolungata.

Quadranti personalizzabili per ogni stile


La personalizzazione resta uno degli elementi più importanti della nuova serie. HUAWEI WATCH FIT 5 Series offre un’ampia selezione di quadranti, con design esclusivi, opzioni personalizzate e collezioni tematiche.

È una funzione che può sembrare secondaria, ma che in realtà pesa molto nell’utilizzo quotidiano. Cambiare quadrante permette di adattare lo smartwatch al proprio umore, al tipo di giornata o al contesto in cui viene indossato. Un quadrante più minimale può essere adatto al lavoro, mentre uno più dinamico può accompagnare meglio l’allenamento o il tempo libero.

In questo modo Huawei rafforza l’idea dello smartwatch come accessorio personale, non solo come dispositivo tecnologico.

Pagamenti contactless con Curve Pay e vantaggi Huawei MultiPass


Tra le novità più interessanti per il mercato italiano c’è il supporto ai pagamenti contactless tramite Curve Pay. Questa funzione permette di usare lo smartwatch anche come strumento pratico per i pagamenti quotidiani, rendendolo più utile fuori dall’ambito sportivo.

Dal 30 aprile, Curve Pay offre inoltre agli utenti dei wearable Huawei un vantaggio esclusivo con il 3% di cashback sui pagamenti effettuati tramite il servizio. È un incentivo interessante, soprattutto per chi utilizza spesso i pagamenti digitali e cerca un’esperienza più immediata direttamente dal polso.

La serie HUAWEI WATCH FIT 5 include anche l’accesso gratuito a Huawei MultiPass, che comprende l’iscrizione a Huawei Health+ e vantaggi dedicati da app legate a sport, fitness e salute. Huawei prova così a costruire un ecosistema più completo, dove il valore dello smartwatch non dipende soltanto dall’hardware, ma anche dai servizi collegati.

Disponibilità in Italia e promozione di lancio


HUAWEI WATCH FIT 5 Series sarà disponibile in Italia a partire dal 7 maggio 2026. In occasione del lancio, la capsule collection LAG WORLD sarà disponibile in omaggio, in quantità limitata, su Huawei Store.

Gli utenti interessati possono già registrarsi su Huawei Store per ricevere un coupon esclusivo da 60€, utilizzabile sui prodotti della nuova serie durante il periodo di lancio.

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Torino, tensioni al corteo del Primo maggio davanti all'ex Askatasuna


Oltre mille manifestanti verso il centro sociale sgomberato. La Verità: il vicesindaco Pd aveva chiesto il giardino per la grigliata

Il Primo maggio a Torino si è rotto a metà corteo. Uno spezzone di oltre mille persone, autonomi di Askatasuna, No Tav, collettivi studenteschi e movimenti pro Palestina, ha lasciato la manifestazione principale, già arrivata in piazza Castello, e ha preso la direzione dell'ex centro sociale di corso Regina Margherita 47, sgomberato il 18 dicembre scorso dopo trent'anni di occupazione, secondo quanto riportato da diverse testate tra cui TgCom24 e Today.it.

Non è stata una deviazione improvvisata. Dal microfono, poco prima degli scontri, il messaggio era esplicito: "Inizia l'assedio, inizia la guerriglia. Sono ancora in giro i ragazzi di Vanchiglia".

Arrivati davanti all'edificio, il passaggio successivo è stato rapido: un gruppo ha forzato il cancello del giardino esterno, trovando dall'altra parte i reparti mobili della polizia già schierati.

Da lì, lo schema si è ripetuto: cariche, idranti, lacrimogeni. E dall'altra parte bottiglie di vetro e sassi contro gli agenti. Il corteo si è poi spezzato ancora: una parte seduta sull'asfalto a bloccare la circolazione, altri gruppi dispersi nelle vie laterali nel tentativo di aggirare lo schieramento.

Il retroscena politico


Sul piano politico, il racconto lo rilancia La Verità: secondo il quotidiano, il vicesindaco di Torino Michela Favaro avrebbe chiesto in prefettura di poter utilizzare il giardino dell'ex centro sociale per la tradizionale grigliata del Primo maggio. Richiesta respinta. Un dettaglio amministrativo che, una volta uscito, è diventato benzina politica. Il centrodestra ci ha costruito sopra l'attacco, con Forza Italia che ha chiamato in causa il sindaco Stefano Lo Russo chiedendo di "decidere da che parte stare".

Una frattura che non si chiude


Gli scontri davanti all'ex Askatasuna non sono un episodio isolato né facilmente archiviabile come semplice ordine pubblico. Lo sgombero del dicembre scorso ha lasciato una frattura aperta tra amministrazione, movimenti antagonisti e forze dell'ordine. E il Primo maggio, puntualmente, quella frattura è riemersa nello spazio pubblico della città.

Da una parte chi legge la giornata come una degenerazione dello scontro con lo Stato durante una manifestazione sindacale. Dall'altra chi la inserisce dentro una tensione mai risolta sugli spazi occupati e sul loro destino.

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Patente Nautica in Quiz


Torna alle stampe lo storico manuale di Marco Sassu. Patente Nautica in Quiz è un manuale di preparazione alla patente nautica che in Italia ha fatto la storia. Pioniere nella presentazione dei quiz come strumento di autovalutazione, ben prima che questo sistema divenisse uno standard anche in sede d'esame, il volume torna alle stampe in un'edizione rinnovata e ancora una volta all'avanguardia. Da una parte c'è infatti il testo classico con oltre 230 pagine di teoria, quindi normativa, segnali, i simboli delle carte nautiche, regole di manovra, i sistemi per far fronte alle avarie, nomenclatura e teoria dello scafo, regole per evitare gli abbordi e tutto ciò che occorre sapere per prepararsi all'esame. Dall'altra tutti i 1722 quesiti ministeriali (base + vela) proposti attraverso una piattaforma web dedicata sotto forma di quiz interattivi per ciascuna materia d'esame: teoria dello scafo, motore, sicurezza, manovra e condotta, Colreg, segnalamento, meteorologia e altro ancora. In più un "Super quiz base" per simulare fedelmente la prova teorica d'esame. Uno strumento didattico accessibile da PC, telefono cellulare e tablet che rende l'apprendimento più immediato, efficace e coinvolgente. Patente Nautica in Quiz, ancora una volta all'avanguardia.

www.castieditore.it

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Garmin Spy Pole


Garmin ha presentato a marzo la nuova sonda ad asta motorizzata Spy Pole, progettata per offrire una visione completa del fondale in 2D e 3D, perfettamente integrata e gestibile direttamente dal chartplotter di bordo. Questa nuova asta motorizzata di Garmin consente di orientare con precisione i trasduttori Panoptix nella direzione desiderata, indipendentemente dal movimento dell’imbarcazione o del motore elettrico di prua. Grazie al controllo indipendente, è possibile mantenere il trasduttore puntato sullo spot desiderato. Spy Pole può essere installato in combinazione con il motore elettrico Force o Force Pro, oppure in modo indipendente tramite una staffa di montaggio dedicata (venduta separatamente) per il posizionamento anche in altre aree dell’imbarcazione, ad esempio a poppa per la pesca a drifting. In entrambe le configurazioni, il movimento è fluido, rapido, ma soprattutto silenzioso. Spy Pole può essere controllato tramite il pedale wireless, il telecomando montabile sulla canna da pesca, oppure direttamente dal chartplotter Garmin. Con Spy Pole si orienta il trasduttore LiveScope, si blocca l’inquadratura su un punto specifico con SpyLock, oppure si scansiona l’area con SpyScan. I cavi del trasduttore sono protetti all’interno del gambo e grazie alla tecnologia SpyLink, è possibile sincronizzare il Force Pro e controllare lo Spy Pole in modalità Anchor Lock.

garmin.com

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Espulso in Messico anche se cittadino statunitense, l'Amministrazione Trump nega l'errore


Brian José Morales García, 25 anni, è stato fermato in Texas e rimpatriato in 5 giorni. Ha un certificato di nascita che attesta che è nato a Denver, ma il Dipartimento per la Sicurezza Interna lo contesta ed afferma che è entrato illegalmente negli Stati Uniti.

Brian José Morales García, 25 anni, è nato a Denver e ha un certificato di nascita che lo prova. Ma ad aprile, la polizia del Texas lo ha fermato lungo una strada vicino a Fredericksburg, lo ha consegnato agli agenti dell’immigrazione (ICE) e, nel giro di cinque giorni, è stato rimpatriato in Messico. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ora contesta la sua cittadinanza e sostiene che Morales abbia ammesso di essere entrato illegalmente nel Paese.

La vicenda è stata raccontata per la prima volta da Univision e poi ricostruita dal Texas Tribune. Venerdì, i legali di Morales hanno presentato una causa in un tribunale federale di Austin per chiedere al giudice di consentirgli di rientrare negli Stati Uniti sulla base del suo certificato di nascita.

Il fermo in Texas e l’espulsione rapida


Il 3 aprile, un agente del Texas Department of Public Safety ha fermato Morales per una violazione riguardante i vetri oscurati del pickup su cui viaggiava. Morales non parla inglese, ha doppia cittadinanza messicana e statunitense e in quel periodo lavorava ad Austin come installatore di condizionatori. Ha detto agli agenti di essere cittadino americano e di avere a casa il certificato di nascita e la tessera della Social Security, ma non gli hanno consentito di andarli a prendere. È stato invece portato nel carcere della contea di Gillespie e poi affidato alla Border Patrol.

Dopo cinque giorni di detenzione, temendo di restare rinchiuso per mesi, Morales ha firmato i documenti per l’espulsione rapida. "Alla fine ho detto loro quello che volevano sentirsi dire perché volevo accelerare il processo e tornare a vedere mia figlia", ha raccontato al Texas Tribune. Sua moglie e la figlia appena nata vivono in Messico.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha negato qualsiasi errore. Nella sua versione ufficiale, gli agenti "NON hanno arrestato un cittadino statunitense": i controlli avrebbero stabilito che Morales era un irregolare, e lui stesso avrebbe ammesso di essere messicano e di essere entrato illegalmente. Il Dipartimento non ha risposto quando il Texas Tribune ha chiesto conto del certificato di nascita, della tessera della Social Security e dei registri dell’ospedale di Denver forniti dalla famiglia.

Le incongruenze nei documenti


Morales racconta una versione diversa. Inizialmente, ha detto agli agenti di essere entrato legalmente da un valico di El Paso, ma loro lo hanno accusato di aver mentito. "Mi hanno detto che potevo finire in prigione, così ho detto che ero entrato illegalmente. Mi chiedevano a quanti km dalla città e in che data ero entrato, e a quel punto ho inventato numeri".

C’è anche una questione di documenti. Sui documenti messicani il suo nome è scritto Bryan invece di Brian e la data di nascita è diversa. Sua madre ha spiegato che, al rientro in Messico nel 2002, l’impiegato dell’anagrafe le modificò entrambe senza confrontarle con il certificato americano. César Cuauhtémoc García-Hernández, professore di diritto alla Ohio State University e avvocato esperto di immigrazione, ha detto al Texas Tribune che incongruenze di questo tipo sono frequenti tra chi ha doppio passaporto.

Un caso dentro una questione più ampia


Il caso di Morales non è isolato. Un’inchiesta di ProPublica ha documentato oltre 170 cittadini statunitensi trattenuti illegalmente dagli agenti dell’immigrazione nei primi 9 mesi del secondo mandato di Donald Trump. Un rapporto del Government Accountability Office del luglio 2021 aveva già contato 70 potenziali cittadini americani espulsi tra il 2015 e il 2020.

A pesare è anche una recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti. In un’ordinanza, il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha scritto che durante i fermi nell'attività anti-immigrazione "l’apparente etnia" di una persona può essere usata dagli agenti come "fattore rilevante" per metterne in dubbio la cittadinanza. Per i legali di Morales, questa è la prova che i controlli stanno scivolando verso il profiling etnico. "Nessun passeggero di un’auto, in qualsiasi parte degli Stati Uniti, se cittadino americano ha l’obbligo legale di portare con sé la prova della propria cittadinanza", ha detto al Texas Tribune l’avvocata Kate Lincoln-Goldfinch. "La china preoccupante su cui ci troviamo è sempre più evidente".

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Le mele del Cuneese intrappolate dalla guerra


Dieci milioni di frutti nei container bloccati nello stretto di Hormuz. L’allarme: presto mancheranno anche i fertilizzanti

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In un mondo globalizzato dove le bombe non si limitano a devastare città e a cancellare vite umane, ma colpiscono le radici stesse dell’economia mondiale, le mele della provincia di Cuneo, simbolo di eccellenza agricola italiana, si trovano intrappolate in un incubo logistico senza precedenti.

Il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz trasformato in zona di guerra ad alto rischio, ha paralizzato le rotte marittime cruciali per l’export di prodotti freschi. Navi cargo cariche di container refrigerati, partite dai porti liguri con destinazione Golfo Persico, rimangono bloccate in alto mare e migliaia di tonnellate di frutta rischiano di marcire nei magazzini mobili, mentre i produttori piemontesi, pur con il conflitto scoppiato da poco tempo, già calcolano perdite economiche pesanti e temono un futuro incerto. È l’ennesima prova che dimostra quanto le catene di approvvigionamento globali siano così fragili e interconnesse che un’escalation geopolitica lontana migliaia di chilometri può far tremare un intero settore agricolo radicato nel suolo piemontese.

Duemila tonnellate bloccate nello stretto di Hormuz

«Ci sono cento container bloccati con 200 quintali di mele ciascuno, in totale duemila tonnellate. Sono circa dieci milioni di mele che non possono arrivare a destinazione», ha detto a L’Unica Domenico Sacchetto, presidente di Asprofrut, organizzazione di produttori ortofrutticoli di Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e Lazio. Sacchetto è tra i più informati sulla situazione dei container considerato che alcune delle mele in attesa nello Stretto di Hormuz provengono dalla sua azienda di Lagnasco.
Lo stretto di Hormuz – Foto: Google Maps
«Ho saputo che negli ultimi giorni qualche nave è riuscita ad arrivare a destinazione, la situazione però resta caotica e pericolosa. Ma posso dire di essere molto più preoccupato del futuro che del presente. Fertilizzanti e prodotti fitosanitari cruciali per la produzione dipendono dalla stessa rotta oggi paralizzata: i rifornimenti scarseggiano e quelli che arrivano hanno prezzi alle stelle», ha aggiunto Sacchetto. «È a rischio la prossima produzione perché dovremmo iniziare adesso a fare dei trattamenti con prodotti che non sono più disponibili, ma qui c’è in gioco il futuro stesso della frutticoltura. Senza fitosanitari e fertilizzanti produrremo di meno e senza un mercato come quello dei Paesi del Golfo ci sarà un surplus di offerta sui mercati europei che ci obbligherà ad abbassare i prezzi. Il tutto con un aumento dei costi di produzione intorno al 50 per cento».

La provincia di Cuneo rappresenta uno dei distretti più importanti d’Italia e d’Europa per la coltivazione delle mele. Qui, su superfici che sfiorano i seimila ettari di meleti, secondo l’analisi di Coldiretti, nel 2025 si sono prodotte in Piemonte circa 230 mila tonnellate di mele di alta qualità (l’86 per cento in provincia di Cuneo) anche se in calo del 15 per cento rispetto agli anni precedenti a causa di fattori climatici. Di questa produzione, una quota significativa – tra il 40 e il 50 per cento – è destinata all’export, rendendo il comparto vitale per l’economia locale, per le cooperative e per migliaia di famiglie che vivono di frutticoltura.

Tra le varietà iconiche spiccano la Mela rossa Cuneo IGP, croccante, succosa e dal sapore equilibrato, e soprattutto l’Ambrosia: una mela premium dal colore dorato-rosato, polpa compatta e aroma dolce-aromatico con bassa acidità, con sapore di miele e fiori. L’Ambrosia è diventata una vera ambasciatrice del Made in Italy di alta gamma, particolarmente apprezzata nei mercati ricchi del Medio Oriente, dove la clientela esigente – dai supermercati di lusso ai ristoranti esclusivi di Dubai, Abu Dhabi e Riad – la richiede fresca e impeccabile. Per questo motivo, una parte delle spedizioni avviene addirittura per via aerea, pur con costi economici e ambientali elevati, per garantire tempi di consegna rapidi e mantenere intatta la qualità.

Mercati paralizzati

Ma oggi quelle rotte sono diventate impraticabili. Con lo Stretto di Hormuz dichiarato zona di guerra e di fatto evitato dal traffico commerciale regolare, le navi container dirette ai porti del Golfo Persico (Dubai, Abu Dhabi, Doha, Dammam) rimangono bloccate in attesa fuori dallo stretto o vedono le tratte sospese dalle compagnie di navigazione. Questo paralizza i flussi verso mercati strategici, con container refrigerati fermi per settimane, rischio di marciumi per le mele nonostante refrigerazione e atmosfera controllata. Per l’Ambrosia, già sensibile al fattore tempo, la situazione è ancora più critica: i costi aerei per chilogrammo sono esplosi a causa del caro-carburante, delle tariffe assicurative maggiorate e della ridotta disponibilità di voli cargo sugli hub del Golfo (Dubai e Doha in primis), con capacità ridotta fino al 40 per cento per le restrizioni aeree. Ordini già confermati vengono disdetti uno dopo l’altro, navi rimangono ferme in attesa di istruzioni, e il flusso verso quei mercati strategici si è drasticamente interrotto.

«Gli analisti parlano di una situazione che potrebbe durare settimane, forse mesi», ha detto Giovanni Gullino, referente per Cia agricoltori italiani Cuneo e tra i maggiori esportatori del territorio. «Se si riuscissero a ripristinare gradualmente le rotte entro un mese, il sistema potrebbe ancora assorbire il colpo. Ma se il blocco dovesse prolungarsi più a lungo, per gli esportatori frutticoli cuneesi e piemontesi le conseguenze potrebbero diventare davvero drammatiche», ha aggiunto Gullino. «Le mele, che rappresentano la parte più consistente dell’export del nostro territorio verso i mercati del Medio Oriente e dell’Asia, stanno evitando quella rotta. Molte spedizioni vengono dirottate circumnavigando l’Africa. Ma allungare il viaggio di quasi venti giorni per raggiungere destinazioni come Emirati Arabi o India può essere devastante per un prodotto deperibile come la frutta».

Le mele di Cuneo, nate dalla cura meticolosa di generazioni di frutticoltori, sono oggi ostaggi involontari di un conflitto lontano. Un dramma economico che va oltre le cifre minacciando non solo i bilanci delle aziende, ma il futuro di un territorio che ha investito in innovazione, sostenibilità e qualità per conquistare i mercati mondiali più esclusivi.

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Le possibili ripercussioni future

Il blocco dello Stretto di Hormuz non minaccia solo le esportazioni ma la produzione futura delle mele e di gran parte dell’agricoltura italiana, perché sta paralizzando anche le navi che trasportano fertilizzanti essenziali. Secondo analisi recenti di KPLER, la piattaforma che fornisce informazioni sui flussi delle materie prime, circa il 33 per cento del commercio globale di fertilizzanti transita proprio da lì, mentre dal Golfo Persico passa il 31 per cento dell’urea, il 44 per cento dello zolfo, il 18 per cento dell’ammoniaca e il 15 per cento dei fosfati. Coldiretti avverte che «se consideriamo che un’altra quota significativa proviene da Russia e Bielorussia, siamo in serio pericolo di rimanere senza uno strumento fondamentale per l’attività agricola. Senza fertilizzanti non si produce». Confagricoltura segnala rincari già oltre il 30-40 per cento su gasolio agricolo e concimi, con effetti a catena su rese e costi di produzione.

Per il comparto melicolo cuneese, dipendente da input azotati e fosfatici per mantenere rese elevate e qualità premium, una scarsità prolungata o prezzi insostenibili – l’urea che è una sostanza essenziale per la resa del melo ha già subìto un aumento superiore al 40 per cento – potrebbe compromettere non solo la campagna attuale, ma le prossime stagioni. Senza accesso stabile ai fertilizzanti dal Golfo, che rappresentano una quota cruciale del commercio globale, e con mercati chiave irraggiungibili, per l’intero comparto melicolo della provincia di Cuneo si prevedono rese in calo, costi di produzione insostenibili, surplus invendibile in Europa e un’erosione progressiva della competitività. Le mele delle Langhe e del Saluzzese, simbolo conquistato con decenni di lavoro e innovazione, rischiano ora di diventare l’emblema della vulnerabilità del settore agricolo, profondamente radicato nel suolo locale, ma il cui futuro è ostaggio di tensioni geopolitiche che sembrano non avere fine.

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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Madia lascia il PD: verso il gruppo di Italia Viva


La deputata pronta a cambiare collocazione parlamentare, possibile ingresso come indipendente in Italia Viva

La deputata ed ex ministra Marianna Madia è pronta a lasciare il Partito Democratico. Lo riferisce l’ANSA citando fonti parlamentari, secondo le quali la decisione sarebbe ormai definita e destinata a concretizzarsi a breve.

Secondo quanto si apprende, Madia dovrebbe proseguire il proprio percorso parlamentare approdando, da indipendente, nel gruppo di Italia Viva. Non si tratterebbe, almeno in una prima fase, di un’adesione formale al partito, ma di una collocazione tecnica all’interno del gruppo parlamentare.

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ASUS Zenbook DUO ufficiale: più potente, portatile e con doppio schermo migliorato


ASUS rinnova lo Zenbook DUO con un design aggiornato, prestazioni superiori e un’esperienza dual-screen ancora più avanzata. Il nuovo modello punta su mobilità, produttività e versatilità, confermandosi tra i notebook più innovativi della categoria
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ASUS ha annunciato la disponibilità del nuovo Zenbook DUO (UX8407), una versione evoluta del rivoluzionario notebook a doppio schermo che ora offre maggiore potenza, portabilità e un'esperienza utente migliorata. Progettato per professionisti e creativi. Con un processore Intel Core Ultra X9 Series 3 e un layout a doppia batteria da 99Wh, Zenbook DUO offre prestazioni di livello desktop che favoriscono la produttività e la creatività.
Zenbook Duo è dotato di un telaio interamente in Ceraluminum che garantisce un'alta resistenzaZenbook Duo è dotato di un telaio interamente in Ceraluminum che garantisce un'alta resistenza
Progettato per un'esperienza coinvolgente, il compatto Zenbook DUO è dotato di due display OLED ASUS Lumina Pro da 14 pollici con risoluzione 3K e cornici sottili, che garantiscono immagini realistiche con maggiore luminosità e contrasto, oltre a un design completamente piatto che riduce lo spazio tra gli schermi. Il nuovo sistema audio a sei altoparlanti trasforma il notebook in un vero e proprio centro di intrattenimento. Grazie al software ScreenXpert aggiornato e al nuovo sistema di aggancio per tastiera MagLatch, il multitasking si svolge in modo fluido su entrambi gli schermi, il tutto in un telaio più compatto del 5% rispetto alla generazione precedente.

World Book Day: Rakuten Kobo rilancia la lettura serale
In occasione del World Book Day, Rakuten Kobo punta sulla lettura serale come nuovo rituale quotidiano. Tra ebook, relax e benessere digitale, leggere torna protagonista nelle ore serali
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Costruito per durare, progettato per muoversi


La resistenza e la mobilità sono al centro del design del nuovo dispositivo Asus. Ogni elemento è stato perfezionato per resistere alle esigenze di viaggio, uso frequente e flussi di lavoro dinamici: in particolare, il telaio completo in Ceraluminum combina resistenza e leggerezza, mentre la nuova cerniera e il cavalletto integrato ridisegnato garantiscono un'azione affidabile e un posizionamento stabile in tutte le modalità operative. La tastiera Bluetooth full-size si aggancia in sicurezza tra i pannelli OLED, offrendo protezione ed efficienza, per transizioni fluide tra le modalità di lavoro.
La riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibileLa riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibile

Progettato per andare più veloci


Dotato di un sistema a doppia batteria ad alta capacità da 99Wh, Zenbook DUO garantisce un funzionamento a lunga durata per carichi di lavoro intensivi. Il processore di nuova generazione fino a Intel Core Ultra X9 Serie 3 offre un notevole salto di efficienza in termini di elaborazione e grafica, raggiungendo fino a 180 TOPS di prestazioni AI. La gestione termica è stata ulteriormente migliorata grazie ad aperture di aerazione ricavate con taglio CNC di precisione, con una superficie tre volte superiore a quella della soluzione precedente e ventole migliorate, così da mantenere temperature ottimali anche sotto carichi prolungati.

ECOVACS DEEBOT X12 ufficiale: robot con FocusJet
ECOVACS DEEBOT X12 è ufficiale: il nuovo robot aspirapolvere introduce la tecnologia FocusJet e punta a migliorare la pulizia smart con funzioni avanzate e maggiore automazione
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Una nuova realtà, oltre gli schermi


Zenbook DUO ridefinisce il multi-schermo grazie all'integrazione di due display OLED in uno spazio di lavoro unificato e fluido. Il telaio è più piccolo del 5% rispetto alla generazione precedente e introduce gli schermi OLED ASUS Lumina Pro 3K da 14 pollici, insieme a un'esperienza utente migliorata. La riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibile. Questi doppi schermicertificati Dolby Vision raggiungono ciascuno fino a 1.000nits di luminosità massima, hanno una frequenza di aggiornamento variabile (VRR) di 48-144Hz e sono dotati di un rivestimento antiriflesso per una nitidezza HDR impeccabile. Le funzionalità intelligenti migliorano ulteriormente l'esperienza utente: il software ScreenXpert riconosce automaticamente l’apertura del notebook oltre i 175°, attivando strumenti di condivisione e annotazione che semplificano la collaborazione. Il sistema audio Dolby Atmos aggiornato ora include sei altoparlanti per un suono coinvolgente e potente. Utilizza woofer a doppio diaframma, con tweeter frontali integrati in modo discreto nel meccanismo della cerniera.

Disponibilità e prezzi


ASUS Zenbook DUO è disponibile su ASUS eShop al prezzo a partire da 2.199 euro.


World Book Day: Rakuten Kobo rilancia il piacere della lettura serale


In un’epoca in cui la sera rischia di scivolare via tra notifiche e scroll infinito, la lettura sta tornando a ritagliarsi uno spazio tutto suo nella routine pre-sonno. In occasione del World Book Day che è celebrato lo scorso 23 aprile, Rakuten Kobo ha chiesto ai membri della propria community di raccontare quando legge, per quanto tempo e se l’utilizzo di Kobo ha cambiato, anche solo un pò, le abitudini di lettura. Ne emerge una fotografia chiara: la lettura non è un’attività “extra” da incastrare nel calendario, ma un rituale serale sempre più consolidato. Un gesto semplice che, grazie a Kobo, diventa più naturale e più facile da mantenere nel tempo.

MOVA rivoluziona la pulizia smart con il primo sistema modulabile
MOVA introduce il primo sistema di pulizia smart modulabile del settore, una soluzione innovativa basata sull’intelligenza artificiale pensata per semplificare la gestione della casa
TechpertuttiGuglielmo Sbano

La luce integrata: il vero game changer della lettura notturna


Dai dati raccolti emerge che il momento dedicato alla lettura coincide sempre di più con quello del relax: il 62% dei rispondenti utilizza Kobo principalmente la sera prima di dormire, contro il 18% che legge solamente nelle brevi pause giornaliere. Dati che confermano come l’eReader si inserisca in un’abitudine già esistente, quella di leggere a letto, rendendola più naturale e continua. In questo contesto, la differenza la fanno i dettagli che semplificano il gesto. Il 46% dei lettori individua nella luce integrata la funzionalità chiave, perché consente di continuare a leggere anche al buio, evitando di disturbare chi dorme nella stessa stanza.

Essendo pensato espressamente per la lettura, lo schermo antiriflesso E Ink di Kobo non affatica la vista. In più, la ComfortLight PRO consente di regolare luminosità e temperatura del colore per ridurre l’esposizione alla luce blu, aiutando a restare concentrati sulla storia e a preservare l’atmosfera del momento.

Con Kobo si legge più spesso e più a lungo


Quando leggere diventa comodo, lo si fa più di frequente e per più tempo. Il 41% dei rispondenti dedica in media 20–40 minuti alla lettura, mentre un ulteriore 36% supera i 40 minuti. Solo il 19% si ferma tra i 10 e i 20 minuti e appena il 4% legge meno di 10 minuti. Un segnale che evidenzia una fruizione più immersiva e continuativa, tipica dei momenti dedicati a sé stessi. Inoltre, il 49% dei lettori afferma di leggere più spesso da quando utilizza Kobo, il 31% di leggere in più luoghi, e il 15% di acquistare libri più frequentemente, mostrando un evidente, e positivo, cambio di abitudini.

Nuovo consumatore italiano 2025: 670.000 recensioni Feedaty
Il nuovo consumatore italiano cambia abitudini, aspettative e fiducia verso l’e-commerce. Il Report Feedaty 2025, basato su oltre 670.000 recensioni, fotografa trend e comportamenti emergenti
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Il paradosso: un device digitale che riduce le distrazioni


In un mondo iper-digitale come quello in cui viviamo oggi, un eReader Kobo è uno strumento che riporta l’attenzione su una cosa sola. A differenza degli schermi generalisti, Kobo nasce con un obiettivo preciso: leggere. Questo si traduce in un’esperienza priva di distrazioni, che favorisce concentrazione e continuità. Ciò ha un impatto concreto sulle abitudini quotidiane, poiché il suo utilizzo non comporta solo un passaggio di formato, ma un ritorno alla lettura come gesto ricorrente, capace di riconquistare il tempo “a fine giornata” spesso assorbito da smartphone e TV. In occasione del World Book Day, Kobo ha invitato tutti a riscoprire il piacere di un capitolo in più prima di dormire: perché, a volte, il modo migliore per spegnere il mondo è accendere una storia.


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Rubio in missione a Roma e in Vaticano per ricucire i rapporti


Il segretario di Stato americano è atteso il 7 e 8 maggio. Incontrerà il cardinale Parolin, i ministri Tajani e Crosetto, forse anche papa Leone XIV e la presidente del Consiglio.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà a Roma e in Vaticano il 7 e 8 maggio per una missione diplomatica che punta a ricomporre i rapporti tra Washington, la Santa Sede e il governo italiano dopo le tensioni delle ultime settimane.

Rubio, di fede cattolica, dovrebbe incontrare il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano e numero due della Santa Sede. In programma anche colloqui con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto. Resta da chiarire se il segretario di Stato vedrà di persona papa Leone XIV. Secondo una fonte del governo italiano citata dall'AFP, Rubio ha chiesto anche un incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, anche se l'agenda non è ancora stata definita.

La visita arriva poche settimane dopo gli attacchi del presidente Donald Trump contro il pontefice e contro la presidente del Consiglio italiana. Leone XIV, primo papa americano della storia, ha assunto negli ultimi mesi una posizione sempre più critica verso la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran e verso le politiche restrittive dell'amministrazione Trump in materia di immigrazione. Il pontefice ha definito inaccettabile la minaccia di Trump di distruggere l'Iran e ha invitato i cittadini americani a chiedere ai loro parlamentari di lavorare per la pace.

Il presidente ha risposto sui social network insultando il pontefice. In un post su Truth Social Trump ha definito Leone XIV debole sulla criminalità e pessimo in politica estera, accusandolo di assecondare la sinistra radicale e di danneggiare la Chiesa cattolica. In un'altra occasione ha aggiunto di non gradire un papa che ritiene accettabile il possesso dell'arma nucleare da parte dell'Iran. Trump ha anche condiviso un'immagine generata con l'intelligenza artificiale che lo ritraeva come una figura cristologica, salvo poi rimuoverla dopo le critiche arrivate da ambienti religiosi e da alcuni alleati politici.

Il pontefice ha replicato dicendo di non avere paura della Casa Bianca e di sentire il dovere morale di parlare contro la guerra. In un discorso pronunciato in Camerun ha attaccato i tiranni che devastano il pianeta, precisando in seguito che il testo era stato scritto prima della polemica e di non voler riaprire lo scontro con il presidente americano. La comunità cristiana ha espresso solidarietà a Leone XIV.

La presidente del Consiglio italiana ha definito inaccettabili le parole di Trump contro il papa. La reazione di Meloni, considerata una delle alleate europee più vicine al presidente americano, ha provocato un raffreddamento dei rapporti personali tra i due. In un'intervista al Corriere della Sera Trump ha detto di essere rimasto deluso da Meloni, di averla creduta coraggiosa e di essersi sbagliato. Il presidente l'ha anche accusata di non aver aiutato gli Stati Uniti all'interno della Nato e ha minacciato di ritirare le truppe americane dall'Italia, sostenendo che Roma non ha fornito alcun supporto nella guerra contro l'Iran. Avvertimenti simili sono stati rivolti alla Spagna.

Parlando dallo Studio Ovale, Trump ha detto che probabilmente dovrebbe valutare anche una riduzione delle truppe in Italia, sostenendo che il paese non si è dimostrato utile e che la Spagna si è comportata in modo pessimo. Il presidente ha anche affermato che gli Stati Uniti non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz perché dispongono di abbondanti riserve di petrolio, a differenza degli alleati europei.

Sul fronte militare, il Pentagono ha annunciato venerdì il ritiro di cinquemila soldati americani dalla Germania, dove si trova la più grande presenza statunitense in Europa. Trump ha poi precisato che la riduzione sarà ben più ampia di quella inizialmente comunicata. Al 31 dicembre 2025 in Italia erano presenti 12.662 militari americani in servizio attivo, distribuiti su sei basi, mentre in Spagna se ne contavano 3.814 e in Germania 36.436. La prospettiva di un disimpegno parziale o totale degli Stati Uniti dal continente preoccupa numerosi responsabili politici e militari europei, che temono un indebolimento della sicurezza europea di fronte alle crescenti tensioni in Medio Oriente e alle minacce ibride. Alcuni analisti ritengono che questa strategia di pressione possa anche minare la coesione dell'Alleanza atlantica, già attraversata da dubbi sul proprio ruolo.

Rubio aveva incontrato Leone XIV per la prima volta nel maggio 2025, insieme al vicepresidente JD Vance. I due avevano partecipato alla messa di insediamento del nuovo pontefice in piazza San Pietro e il giorno successivo erano stati ricevuti in udienza privata. Il pontefice celebrerà venerdì il primo anniversario della sua elezione, avvenuta l'8 maggio 2025 dopo la morte di papa Francesco. Leone XIV, settant'anni, guida una comunità di un miliardo e quattrocento milioni di cattolici nel mondo.

Trump ha più volte elogiato pubblicamente Rubio per le sue capacità diplomatiche e di mediazione, definendolo nel discorso sullo stato dell'Unione di inizio anno il miglior segretario di Stato della storia americana. La missione romana del capo della diplomazia statunitense rappresenta ora il primo tentativo concreto di riportare il dialogo su un terreno meno conflittuale, in un momento in cui gli equilibri tra Washington e i suoi alleati europei appaiono più fragili che in passato.

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Il giornalista e l’assassino: quando la cronaca mette sotto accusa se stessa


Un libro che smonta il mito dell’intervista e mette sotto accusa etica e responsabilità del giornalismo

Per la prima volta appare in lingua italiana un libro che tutti quelli che a vario titolo, scrittori-giornalisti-criminologi-sociologi, affollano i casi di cronaca nera nazionale dovrebbero leggere e studiare. Anzi andrebbe imposto come testo obbligatorio nelle scuole di giornalismo (ammesso che servano davvero a qualcosa e che il mestiere non si impari solo sul campo: “giornalista è chi il giornalista fa” sentenziò una volta interrogato in merito Indro Montanelli).

La trama ridotta all’osso è presto riassunta, uno scrittore in difficoltà economica si accorda con un uomo accusato di un omicidio consumato sul finire dei Sessanta, detenuto in carcere in attesa del giudizio definitivo accettando di scrivere la sua biografia e dividendo con lui momenti di vita, parole, esperienze. L’uomo viene condannato e il libro che ne risulta non lo soddisfa per nulla.

Quello che avrebbe dovuto essere il volume del suo riscatto si è trasformato in un atto d’accusa che lo dipinge come uno psicopatico omicida. Per il detenuto non resta che tentare di trascinare lo scrittore in tribunale con un’accusa inusuale. Se avesse o no il diritto di cambiare parere strada facendo oppure se si è trattato di un tradimento preparato a tavolino. Qui si inserisce l’autrice (in forza al The New Yorker) con la sua penna che accetta di raccontare la storia dello scrittore querelato, ripercorrendo la vicenda a ritroso e leggendo tutte le carte, sia quelle dell’omicidio che il materiale servito a scrivere il libro.

Emanuele Carrère ha firmato una postfazione scolpita nella pietra alla quale si può solo aggiungere che, dopo essere arrivati all’ultima pagina, forse si comprende perché a una richiesta di intervista il cittadino americano medio risponde spesso con un laconico “no comment”. E perché i social con la loro "spontaneità" live del telefono che acchiappa e filma tutto senza mediazione alcuna stanno vincendo.

JANET MALCOLM
Il giornalista e l’assassino
ADELPHI EDITORE 2026

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Trump lancia "Project Freedom" per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz


Il presidente americano ha annunciato un'operazione con 15.000 soldati e oltre cento velivoli per scortare le imbarcazioni intrappolate dall'inizio della guerra con l'Iran. Teheran parla di violazione della tregua.

Donald Trump ha annunciato il lancio di un'operazione militare per sbloccare le navi commerciali rimaste intrappolate da due mesi nello Stretto di Hormuz, dopo la chiusura di fatto del passaggio strategico imposta dall'Iran. Il presidente americano ha battezzato l'iniziativa "Project Freedom" e ha precisato che la marina statunitense comincerà a guidare le imbarcazioni a partire da lunedì mattina. La Repubblica islamica ha reagito immediatamente, definendo qualsiasi intervento americano una violazione del cessate il fuoco in vigore dall'8 aprile.

Secondo quanto comunicato dal Central Command, il comando militare americano per il Medio Oriente, l'operazione coinvolgerà cacciatorpediniere lanciamissili, oltre cento velivoli tra aerei e mezzi aerei senza pilota e 15.000 militari. Trump ha descritto l'iniziativa come un gesto umanitario a favore degli equipaggi bloccati, sottolineando che le navi appartengono a paesi che non hanno alcun ruolo nel conflitto in corso. In un messaggio sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente ha tuttavia avvertito che qualsiasi tentativo di ostacolare le operazioni sarà gestito con la forza.

Lo Stretto di Hormuz è una delle rotte marittime più importanti del mondo. Da questo passaggio, delimitato a nord dall'Iran e a sud da Oman ed Emirati Arabi Uniti, transita normalmente circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto, oltre a fertilizzanti, elio per la produzione di semiconduttori e altri prodotti petroliferi. La sua chiusura, decisa da Teheran dopo l'inizio della guerra il 28 febbraio, ha provocato un'impennata dei prezzi dell'energia e ha mandato in tilt i mercati globali. Il prezzo del barile di Brent, riferimento mondiale, ha superato giovedì scorso i 126 dollari, ai livelli più alti dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, per poi ripiegare lunedì attorno ai 107 dollari.

I numeri del blocco sono significativi. Secondo i dati della società di monitoraggio marittimo AXSMarine, il 29 aprile si trovavano nel Golfo Persico 913 navi commerciali, di cui 270 petroliere e una cinquantina di gasiere. Un alto responsabile dell'agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO ha stimato in circa 20.000 i marinai coinvolti, molti dei quali provenienti da India e altri paesi dell'Asia meridionale e sudorientale. Gli equipaggi hanno raccontato all'Associated Press carenze di acqua potabile, cibo e altri rifornimenti essenziali, oltre alla vista di droni e missili intercettati che esplodevano sopra le acque.

Le tensioni sul terreno restano elevate. Lunedì mattina l'agenzia britannica UKMTO ha segnalato che una petroliera è stata colpita da proiettili non identificati nello Stretto di Hormuz, al largo degli Emirati Arabi Uniti. Un episodio analogo era stato registrato domenica sera vicino a Sirik, in Iran, a est dello stretto. Teheran ha negato qualsiasi attacco, sostenendo, attraverso i media semiufficiali Fars e Tabnak, di aver fermato una nave di passaggio per un controllo dei documenti. Dall'inizio della guerra si contano almeno due dozzine di attacchi nella zona, secondo dati dell'Organizzazione marittima internazionale, agenzia delle Nazioni Unite. Una ventina di navi commerciali sono state colpite da proiettili nelle settimane successive allo scoppio del conflitto, in gran parte da droni secondo gli analisti militari.

L'annuncio di Trump rappresenta una scommessa politica e militare. Il New York Times osserva che il presidente sta sfidando Teheran a non sparare per primo né a posare mine, mentre nulla è stato detto sulla revoca del blocco navale americano sui porti iraniani in vigore dal 13 aprile. Il Central Command ha precisato domenica che 49 navi commerciali sono già state respinte. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha dichiarato a Fox News che l'Iran avrebbe incassato meno di 1,3 milioni di dollari in pedaggi dalle navi che continuano a transitare, una cifra definita irrisoria rispetto ai precedenti incassi quotidiani da petrolio. Bessent ha aggiunto che gli stoccaggi petroliferi iraniani si stanno riempiendo rapidamente e che Teheran potrebbe dover cominciare a chiudere i pozzi nella prossima settimana.

La reazione iraniana è stata articolata. Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale ed ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ha scritto su X che qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello stretto sarà considerata una violazione del cessate il fuoco. L'agenzia di stato Irna ha definito l'annuncio parte del "delirio" di Trump. Mohsen Rezaï, ex comandante in capo dei pasdaran e da marzo consigliere militare della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, ha minacciato di affondare le navi da guerra americane e di mandare le forze statunitensi al cimitero, qualificando Washington come pirata. Il vicepresidente del parlamento iraniano Ali Nikzad ha ribadito che Teheran non farà passi indietro sulla sua posizione riguardo allo stretto.

Sul fronte diplomatico, Trump ha parlato di discussioni molto positive con l'Iran, condotte attraverso la mediazione del Pakistan. Islamabad ha ospitato un primo incontro diretto tra le parti l'11 aprile e continua a far circolare messaggi tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha presentato una nuova proposta di pace in 14 punti che, secondo le agenzie semiufficiali Tasnim e Nour News, chiede il ritiro delle forze americane dalle aree vicine all'Iran, la fine del blocco navale dei porti iraniani, lo sblocco degli averi congelati, il finanziamento delle riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni, un meccanismo per lo Stretto di Hormuz e la cessazione di tutte le ostilità, comprese le operazioni israeliane in Libano. Il piano prevede un accordo entro 30 giorni e punta a chiudere la guerra invece di prolungare la tregua.

Il dossier nucleare resta il principale punto di frizione. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha dichiarato che in questa fase non sono in corso negoziati nucleari, mentre Stati Uniti e Israele accusano l'Iran di voler costruire la bomba atomica, accusa respinta da Teheran che afferma di perseguire solo scopi pacifici nonostante sia l'unico paese non dotato di armi nucleari ad aver arricchito uranio a livelli vicini a quelli militari. Trump aveva detto sabato di voler esaminare la proposta iraniana, esprimendo però scetticismo sulla possibilità di accettarla perché, a suo dire, gli iraniani non hanno ancora pagato un prezzo sufficiente per quanto fatto all'umanità e al mondo nei 47 anni dalla fondazione della Repubblica islamica. Alla domanda della BBC sulla possibilità di riprendere gli attacchi militari, il presidente ha risposto che si tratta di un'ipotesi possibile in caso di comportamenti scorretti da parte di Teheran.

La guerra, scoppiata il 28 febbraio con i raid americani e israeliani sull'Iran e le rappresaglie di Teheran nella regione, ha provocato migliaia di morti soprattutto in Iran e in Libano. Sul fronte libanese, dopo nuovi avvertimenti di evacuazione rivolti agli abitanti di diverse località del sud del paese, l'esercito israeliano ha condotto raid che hanno causato un morto e otto feriti, tra cui quattro soccorritori, secondo il ministero della salute libanese. Il governo israeliano ha intanto approvato l'acquisto di due nuove squadriglie di caccia F-35 e F-15 dalle aziende americane Lockheed Martin e Boeing, per un valore di diversi miliardi di euro. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha dichiarato in un messaggio video che il contratto rafforzerà la "schiacciante superiorità aerea" di Israele e ha annunciato un investimento di 350 miliardi di shekel, circa 100 miliardi di euro, nel prossimo decennio per sviluppare l'industria nazionale degli armamenti.

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La durata dei certificati SSL si accorcia - e con lei, il tempo per sbagliare


La durata dei certificati SSL scende fino a 47 giorni: non è un dettaglio tecnico, ma un cambio radicale. Senza automazione e controllo reale dell’infrastruttura, il rischio non è il rinnovo… è non sapere cosa sta per scadere.
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C’è una caratteristica delle infrastrutture digitali che spesso diamo per scontata: funzionano. Sempre. Senza dare particolari segnali di vita, senza chiedere alcun tipo di attenzione, senza ricordarci in qualche modo che esistono. Almeno fino al momento in cui, per una ragione o per l'altra, smettono di farlo. Allora sì che ci accorgiamo – o ci ricordiamo – della loro esistenza. Eccome se ce ne accorgiamo 😀

I certificati SSL/TLS sono sempre appartenuti esattamente a questa categoria di oggetti invisibili: li installavamo, li rinnovavamo una volta ogni n anni o – più recentemente – una volta l'anno e poi ce ne dimentichiamo, completamente.

Finché un giorno il browser decide che il nostro sito non è più sicuro, e improvvisamente tutto si ferma, il cliente chiama terrorizzato più di Wendy davanti alla scritta: "All work and no play makes Jack a dull boy".

Ecco, sappiate che quel giorno sta per arrivare molto più spesso.

Il CA/Browser Forum, l’organismo che definisce le regole del gioco per i certificati digitali, ha stabilito una progressiva riduzione della loro durata massima. Non è un cambiamento immediato e brutale, ma una compressione lenta e inesorabile del tempo: dai 199 giorni del 2026 ai 100 giorni del 2027, fino ad arrivare ai 47 giorni nel 2029.

Quarantasette giorni.


Sì, avete letto bene, e se volete ve lo riscrivo:

Quarantasette giorni.


Se ci si ferma un attimo a pensarci, non è semplicemente una scadenza più breve. È un cambio di prospettiva talmente assurdo da far pensare ad un salto quantistico tra un metaverso e un altro. È il passaggio da un mondo in cui la sicurezza aveva una cadenza periodica, a uno assolutamente distopico in cui diventa un flusso continuo, quasi respiratorio.

Latest Baseline Requirements
Version: 2.2.6Date: 31-March-20261. INTRODUCTION 1.1 Overview This document describes an integrated set of technologies, protocols, identity-proofing, lifecycle management, and auditing requirements that are necessary (but not sufficient) for the issuance and management of Publicly-Trusted TLS Server Certificates; Certificates that are trusted by virtue of the fact that their corresponding Root Certificate is distributed in widely-available application software. The requirements are not mandatory for Certification Authorities unless and until they become adopted and enforced by relying-party Application Software Suppliers.
CA/Browser Forum


La motivazione ufficiale è lineare, quasi rassicurante: ridurre il rischio legato a certificati compromessi, aggiornare gli standard più rapidamente, aumentare la frequenza dei controlli sull’identità. Tutto corretto, tutto condivisibile. Ma come spesso accade, la vera portata di una decisione non sta nelle motivazioni, bensì nelle conseguenze.

E le conseguenze, per chi lavora ogni giorno su infrastrutture reali, sono tutt’altro che banali.


Per anni abbiamo gestito i certificati come una scadenza amministrativa. Un promemoria, una checklist, una procedura. Qualcosa che poteva anche essere manuale, perché tanto: succede una volta all’anno. Anche due, al massimo.

Ora quel modello semplicemente non regge più.

Quando la durata scenderà sotto i due mesi, il rinnovo manuale smetterà di essere una possibilità. Diventerà letteralmente una vulnerabilità.


Non perché sia tecnicamente difficile, ma perché è statisticamente destinato a fallire. Basta una distrazione, un server dimenticato, un sottodominio che nessuno usa più — almeno apparentemente — e il sistema si incrina.

E quando si incrina, lo fa in modo visibile. Molto, molto visibile.

Non è solo una questione di uptime. È una questione di fiducia. Un certificato scaduto non è un errore tecnico: è un segnale pubblico di trascuratezza.


Per questo motivo, strumenti come Certbot o Acme e servizi come Let’s Encrypt smettono di essere “soluzioni intelligenti” e diventano, di fatto, lo standard minimo di sopravvivenza.

Ma attenzione: automatizzare il rinnovo non basta.

Il vero problema non è rinnovare un certificato. È sapere che esiste.


Negli anni ho visto infrastrutture con decine, a volte centinaia di certificati distribuiti tra server, CDN, ambienti di staging, microservizi, domini secondari. Una geografia spesso non documentata, stratificata nel tempo, costruita per esigenze contingenti e mai realmente razionalizzata.

Finché i cicli erano lunghi, questo caos era tollerabile. Con cicli di 47 giorni, diventa ingestibile.

E qui emerge un tema che va oltre la sicurezza: la maturità organizzativa. Perché questa evoluzione costringe le aziende a porsi una domanda scomoda ma inevitabile: abbiamo davvero il controllo della nostra infrastruttura?

Nel frattempo, anche il mercato si muove, ma in modo meno evidente. Il certificato continuerà ad essere venduto come abbonamento annuale — nulla cambia, almeno in apparenza. Ma il suo valore si svuota progressivamente. Non perché diventi meno importante, ma perché diventa sempre più “automatico”, quasi invisibile.

E quando qualcosa diventa invisibile, smette di essere percepito come valore.


Il risultato è un lento ma inevitabile spostamento dal prodotto al servizio. Non conta più vendere un certificato, conta garantire che quell’ecosistema di certificati continui a funzionare, sempre, senza interruzioni, senza sorprese.

È un cambio di paradigma sottile, ma profondissimo.

Chi continuerà a ragionare in termini di prodotto vedrà comprimersi margini e rilevanza. Chi invece saprà strutturare servizi attorno alla gestione, al monitoraggio, all’automazione, si troverà in una posizione completamente diversa: non più fornitore, ma garante.

E la differenza, soprattutto in ambito enterprise, è enorme.

Personalmente, è una direzione che ho iniziato a percorrere da tempo. Non per inseguire una normativa, ma perché è l’unico modo sensato di gestire sistemi complessi: costruire processi che non dipendano dalla memoria umana, ma da logiche strutturate, monitorate, verificabili.

Pipeline automatiche, sistemi di alerting, inventari completi, integrazione con ambienti anche molto eterogenei. Non è un “plus”. È ciò che separa un’infrastruttura che regge da una che prima o poi cede.

Ecco perché questa novità non mi preoccupa, ma al contrario mi interessa molto profondamente.

Perché questa novità, non parla di certificati. Parla di come stiamo evolvendo nel modo di pensare la sicurezza: non più come un oggetto da installare, ma come un processo da governare.


E in questo processo, il tempo non è più un alleato: è una variabile che si accorcia. E che non perdona.

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Cina, la massima legislatura approva la revisione della Legge Penitenziaria dopo oltre trent’anni


Nuovo impianto normativo su esecuzione delle pene, più controlli e garanzie, con entrata in vigore fissata a novembre 2026

La massima legislatura cinese ha votato per adottare una revisione della Legge Penitenziaria, segnando il primo aggiornamento organico della normativa in oltre trent’anni. La decisione è stata presa al termine della terza lettura nel corso della sessione del Comitato Permanente della 14ª Assemblea Nazionale del Popolo, tenutasi da lunedì a giovedì nella capitale.

Secondo quanto riportato da Xinhua News Agency, la legge rivista entrerà in vigore il 1° novembre 2026 e introduce modifiche sostanziali, ampliando il numero degli articoli da 78 a 121. Tra i punti chiave della riforma figura il rafforzamento della supervisione da parte delle agenzie procuratoriali sull’esecuzione delle pene detentive, oltre a una più dettagliata standardizzazione della gestione delle strutture penitenziarie.

La nuova normativa include anche disposizioni volte a garantire una maggiore tutela dei diritti e degli interessi legittimi dei detenuti. In particolare, stabilisce requisiti più stringenti per prigioni, tribunali e procure nella gestione dei procedimenti relativi alla commutazione delle pene e alla concessione della libertà vigilata, che dovranno essere trattati in modo tempestivo e imparziale.

Nel corso delle deliberazioni, il legislatore Xian Tieke ha espresso sostegno alla revisione, evidenziando come essa contribuisca a bilanciare le esigenze di sicurezza delle prigioni con la protezione dei diritti umani. La legge, infatti, pone un accento significativo sulla funzione rieducativa del sistema penitenziario, sottolineando l’obiettivo di favorire la trasformazione dei detenuti in cittadini rispettosi della legge e il loro reinserimento nella società.

Il ministro della Giustizia He Rong ha dichiarato che le crescenti aspettative della popolazione in materia di equità, giustizia e sicurezza, unite al miglioramento dei meccanismi istituzionali e amministrativi, hanno reso necessaria una revisione della legge. L’intento è quello di formalizzare in disposizioni giuridiche le esperienze maturate negli ultimi decenni, assicurando una gestione più efficace e coerente del sistema penitenziario.

La legge originaria, promulgata nel 1994 e modificata nel 2012, ha svolto un ruolo centrale nell’esecuzione delle pene, nella riabilitazione dei detenuti e nella prevenzione della criminalità. La revisione approvata riflette i cambiamenti strutturali avvenuti nel Paese negli ultimi trent’anni, in un contesto profondamente mutato sotto il profilo economico e demografico.

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Protocollo "3 Ambienti" — Come riprogettare scrivania, cucina e smartphone per non dipendere dalla forza di volontà


Riprogetta scrivania, cucina e smartphone con il Protocollo 3 Ambienti. Audit dei cue attivi, lista di rimozioni e aggiunte strategiche per ogni ambiente. Checklist interattiva, tabella ottimale e tracker settimanale inclusi. Prima sessione: 30 minuti.

In breve

Protocollo 3 ambienti: riprogetta scrivania, cucina e smartphone per rendere le buone abitudini ovvie e le cattive invisibili — environment design del membership, non forza di volontà.

TL;DR

  1. Tre ambienti da riprogettare: scrivania, cucina, smartphone.
  2. Per ogni ambiente: audit dei cue attivi → lista rimozioni → aggiunte strategiche.
  3. Checklist interattiva, tabella comparativa e tracker settimanale inclusi, pronti da usare subito.

⏱ Applicazione: 30 minuti per la prima sessione

Perché proprio questi tre ambienti


Wendy Wood, professoressa di psicologia alla University of Southern California con oltre trent'anni di ricerca sulle abitudini, ha dimostrato che la maggior parte del comportamento umano è guidata da routine automatiche innescate dal contesto, non dall'intenzione conscia. Non sei tu che scegli di aprire Instagram sul divano: è il divano, il telefono a portata di mano, la luce bassa, tutto il set ambientale , che esegue la scelta al posto tuo.

La maggior parte di queste routine si concentra in tre contesti precisi: dove lavori, dove mangi, dove usi il telefono. Sono gli ambienti dove passi più tempo, dove i cue si ripetono con più frequenza, e dove il loop abitudine-routine-ricompensa si consolida ogni giorno. Se vuoi cambiare le abitudini, devi prima cambiare questi tre ambienti. Il resto viene da sé.


Come funziona il Protocollo


Tre fasi. In questo ordine preciso, non cambiarlo.

  • Fase 1, Audit: mappa i segnali ambientali che esistono già nel tuo contesto.
  • Fase 2, Rimozione: elimina i cue che innescano i comportamenti che vuoi abbandonare.
  • Fase 3, Aggiunta: inserisci segnali che rendono automatici i comportamenti che vuoi costruire.

BJ Fogg, fondatore del Behavior Design Lab di Stanford, lo chiama design del prompt: un comportamento accade solo quando motivazione, capacità e segnale convergono nello stesso momento. Togli il segnale sbagliato, e il comportamento indesiderato semplicemente non parte. Aggiungi il segnale giusto, e quello desiderato diventa automatico.

Regola fondamentale: prima si rimuove, poi si aggiunge. Un ambiente pieno di cue in competizione non funziona, le aggiunte strategiche perdono tutta la loro efficacia se i vecchi segnali sono ancora lì a fare rumore.


Ambiente 1, La Scrivania


La scrivania è il tuo campo da gioco per il lavoro profondo. Ogni oggetto non correlato al task attuale è un potenziale distrattore cognitivo, non perché sei debole, ma perché il tuo cervello deve rispondere ai segnali visivi. È cablato così.

Segna quello che è presente sul tuo piano di lavoro
Smartphone (anche spento o capovolto) Snack o cibo a portata di mano Oggetti decorativi o casuali non legati al lavoro Notifiche desktop attive (email, WhatsApp, Teams, social media) Più di una finestra aperta non correlata al task corrente Lavori nello stesso spazio dove ti rilassi (divano, letto)
Ogni spunta è un cue che compete per la tua attenzione.

Cosa rimuovere

OggettoDove spostarlo
SmartphoneCassetto in un'altra stanza durante i blocchi focus
Snack e ciboArmadio cucina, fuori dalla vista
Oggetti casualiCassetto o ripiano separato
Notifiche desktopDo Not Disturb attivo durante i blocchi di lavoro

Cosa aggiungere

AggiuntaMotivo
Borraccia d'acqua sempre pienaElimina il pretesto di alzarsi ogni venti minuti
Quaderno aperto alla pagina correnteCue visivo per il task in corso
Timer fisicoAncora temporale, il cervello si concentra meglio con un orizzonte definito
Cuffie over-earSegnale a te e agli altri: "sono in modalità focus"

La regola dei 2 oggetti. Sul piano: massimo due oggetti non digitali alla volta. Laptop + quaderno. Laptop + documento da leggere. Applica questo come reset ogni mattina prima di iniziare.

Ambiente 2, La Cucina


La cucina è il posto dove la maggior parte delle abitudini alimentari negative si innesca per prossimità visiva, non per fame reale. Non stai cedendo alla golosità: stai rispondendo a un segnale ambientale che hai progettato male tu stesso.

Test rapido: alzati adesso, vai in cucina, guarda cosa è visibile a prima vista senza aprire nessun armadio. Quello che vedi è il menu delle tue tentazioni automatiche.

Il principio del piano libero


La ricerca sul friction design è chiara: anche piccoli aumenti dello sforzo richiesto per eseguire un comportamento producono riduzioni significative nella sua frequenza. Non tenere snack in vista non è un atto di forza di volontà, è ingegneria ambientale. La forza di volontà finisce, l'ambiente no.

Il piano della cucina dovrebbe essere quasi vuoto. La frutta a temperatura ambiente è l'unica eccezione accettabile, perché è esattamente il comportamento che vuoi favorire. Tutto il resto, biscotti, snack, pane, dolci, va in un armadio chiuso, in alto, non nel primo che apri.

Posizionamento strategico degli alimenti

AlimentoPosizione tipica (problema)Posizione ottimale
Biscotti e snack dolciPiano cucina o primo cassettoArmadio alto, dietro altri oggetti
Frutta frescaNel frigo o in un armadioCiotola visibile sul piano
AcquaSolo nel frigoBorraccia sul tavolo di lavoro, sempre piena
Pane e cerealiPrimo ripiano visibileRipiano basso o armadio chiuso

Ambiente 3, Lo Smartphone


Questo è l'ambiente più difficile da riprogettare, perché lo portiamo ovunque. Non puoi metterlo fisicamente in un'altra stanza per definizione , ma puoi progettare quando e dove si trova rispetto a te. Quella distanza vale oro.

Le quattro zone di rischio


Zona 1, Il comodino. Il telefono come sveglia è il pretesto più comune per tenerlo in camera. Compra una sveglia fisica. Costa meno di 15 euro e restituisce alla camera una funzione sola: il sonno. Se vuoi capire quanto ti costa davvero il telefono in camera la notte, leggi cosa dice la ricerca su tecnologia e sonno.

Zona 2, Il tavolo durante i pasti. Il telefono durante i pasti crea un'associazione tra mangiare e scrollare che è quasi impossibile rompere una volta consolidata. Wendy Wood chiama questo meccanismo context specificity: il cervello impara a eseguire un comportamento ogni volta che il contesto lo richiama. Regola fissa: telefono in un altro ambiente durante i pasti. Nessuna eccezione.

Zona 3, La scrivania. Già affrontata sopra. Telefono in un'altra stanza durante i blocchi di lavoro profondo. Non sul tavolo capovolto. Non in modalità silenziosa. In un'altra stanza.

Zona 4, Il divano la sera. La strategia che funziona meglio: carica il telefono in cucina la sera. Non in camera. Crea una barriera fisica tra te e lo scrolling notturno. Sembra banale finché non la provi, e poi non torni indietro.


Setup home screen anti-distrazione

Setup consigliato per la home screen

Prima pagina: solo strumenti, calendario, note, telefono, mappe. Zero social, zero news, zero app di shopping.

Notifiche: disattivate su tutto tranne chiamate e messaggi diretti. News, social, email, notifiche off. Se è urgente, ti chiamano.

Scala di grigi: impostare lo schermo in bianco e nero riduce l'appetibilità visiva del telefono. Il cervello risponde ai colori saturi come stimolo dopaminergico, toglierli riduce l'impulso di guardarlo. Percorso: Impostazioni → Accessibilità → Filtri colore → Scala di grigi.

Il Behavior Design Lab di Stanford ha documentato che ridurre l'ability , cioè la facilità con cui un comportamento può essere eseguito, è spesso più efficace che aumentare la motivazione per smettere di farlo. La scala di grigi è friction pura. Funziona.
Guida al Protocollo dei 3 Ambienti - https://cambialetueabitudini.com/Guida al Protocollo dei 3 Ambienti - cambialetueabitudini.com/

Tracker settimanale, Protocollo "3 Ambienti"


Traccia i tuoi progressi questa settimana

AzioneLunMarMerGioVenSabDom
Telefono fuori dalla stanza di lavoro
Scrivania con max 2 oggetti
Piano cucina libero da snack
Telefono caricato in cucina (non in camera)

Da dove iniziare (adesso, non domani)


Hai letto tutto. Ottimo. Ora fai una cosa sola prima di chiudere questa scheda: prendi il telefono dal tavolo di lavoro e mettilo in un'altra stanza.

Una cosa. Trenta secondi. Questo è il Protocollo.

Il resto lo applichi questa settimana, un ambiente alla volta. Scrivania il lunedì, cucina il martedì, smartphone il mercoledì. Sette giorni dopo guardi il tracker e vedi cosa è cambiato, non nella tua forza di volontà, ma nei tuoi automatismi. BJ Fogg lo chiama success momentum: quando ti senti capace in qualcosa, anche piccola, la motivazione a continuare cresce da sola.

Benvenuto nell'environment design. Non ne potrai fare più fare a meno.

Buona Vita 💜
Domenico Marra


La forza di volontà dura 43 minuti: smettila di farci affidamento


In breve

Roy Baumeister lo ha dimostrato nel 1998: la forza di volontà è una risorsa finita. Ogni decisione la consuma un po'. Ecco perché i piani più ambiziosi crollano, e cosa costruire al loro posto. Azioni piccole e sistemi ripetibili su Cambia le Tue Abitudini — non motivazione del momento.

TL;DR

  • La forza di volontà è una risorsa limitata che si esaurisce nel corso della giornata: lo dimostra la ricerca sull'ego depletion di Roy Baumeister (1998)
  • I piani falliscono perché vengono costruiti assumendo willpower infinita, questa è la fallacia della pianificazione (Kahneman)
  • Le implementation intentions di Gollwitzer aumentano il tasso di successo dell'91% eliminando la decisione in tempo reale
  • L'environment design riduce la necessità di autocontrollo modificando il contesto fisico prima ancora che il problema si presenti
  • Smettere di fare affidamento sulla forza di volontà non è debolezza: è la strategia più intelligente disponibile

Era un lunedì mattina. Ero in aereo, camicia nuova, riunione importante all'atterraggio.

A metà volo, un bottone che vola via.

Non perché fossi fuori forma, ma avevo preso +5 kg rispetto al mio peso, e quella camicia non aveva intenzione di fingere il contrario. Quella mattina ho deciso: basta. Nutrizionista, piano alimentare, disciplina totale.

Per tre mesi sono stato impeccabile. Pesavo tutto. Zero aperitivi, zero dolci. A 75 kg esatti mi sono guardato allo specchio e ho pensato: "Ce l'ho fatta."

Due mesi dopo ero esattamente dove avevo iniziato.

Quello che mi ha colpito non era essere ricaduto. Era capire perché. Non avevo perso la voglia. Non ero diventato pigro. Avevo esaurito qualcosa che non sapevo fosse esauribile.

Non importa quanta forza di volontà tu abbia. Se il sistema non c'è, prima o poi la batteria si scarica, e torni al punto di partenza. Ecco cosa dice la scienza, e cosa fare invece.

L'esperimento che ha cambiato tutto


Nel 1998, Roy Baumeister e i suoi colleghi alla Case Western Reserve University condussero un esperimento rimasto un classico della psicologia sociale.

I partecipanti venivano divisi in due gruppi. Di fronte a entrambi: un piatto con biscotti freschi appena sfornati e un piatto di ravanelli. Al primo gruppo era permesso mangiare i biscotti. Al secondo, solo i ravanelli. Nessun biscotto.

Qualche minuto dopo, entrambi i gruppi venivano messi di fronte a un puzzle geometrico impossibile da risolvere. Il tempo che ci mettevano a rinunciare era la misura.

I risultati erano netti: chi aveva dovuto resistere ai biscotti abbandonava il puzzle molto prima. Non perché fosse meno intelligente. Non perché fosse meno motivato. Ma perché aveva già speso una parte delle sue risorse cognitive nel semplice atto di non mangiare quello che aveva di fronte.

Baumeister chiamò questo fenomeno ego depletion: la forza di volontà funziona come un muscolo. Si affatica. E quando è affaticato, le sue prestazioni calano, in qualsiasi ambito.

Questa scoperta ha cambiato il modo in cui la psicologia studia il comportamento umano. Non siamo macchine razionali con accesso illimitato all'autocontrollo. Siamo organismi biologici con riserve finite, che si esauriscono attraverso l'uso.

Perché la forza di volontà è sopravvalutata come strategia


La ricerca di Baumeister ha aperto un campo enorme. Studi successivi hanno mostrato che la forza di volontà viene consumata non solo da resistenze fisiche, ma da:

  • Decisioni ripetute, ogni scelta, anche piccola, erode le riserve (il fenomeno del decision fatigue)
  • Soppressione emotiva, cercare di non mostrare quello che senti richiede autocontrollo
  • Attenzione sostenuta, concentrarsi a lungo depleta le stesse risorse del self-control
  • Gestione del conflitto, contenere la frustrazione in una riunione difficile costa quanto resistere ai biscotti

Il giudice israeliano Shai Danziger ha documentato questo fenomeno nel mondo reale: analizzando oltre 1.000 udienze di libertà condizionale, ha trovato che i detenuti che comparivano davanti alla commissione al mattino presto ricevevano libertà condizionale nel 65% dei casi. Quelli che comparivano a fine sessione quasi 0%. Stessi criteri, stessi reati, riserve cognitive completamente diverse.

La forza di volontà non è un difetto di carattere. È una risorsa biologica che si depleta con l'uso.

Il problema non è quanta ne hai. Il problema è che la stai usando come se fosse infinita.

La fallacia della pianificazione: perché i tuoi piani continuano a fallire


C'è un secondo meccanismo che si sovrappone all'ego depletion, e lo rende ancora più pericoloso.

Daniel Kahneman, premio Nobel per l'economia e autore di Thinking, Fast and Slow, lo chiama fallacia della pianificazione: quando pianifichiamo il futuro, tendiamo sistematicamente a sopravvalutare le nostre risorse disponibili e a sottovalutare gli ostacoli che incontreremo.

In pratica: costruisci i tuoi piani con la versione migliore di te in mente. Quella riposata, motivata, senza distrazioni. E poi affidi l'esecuzione alla versione reale, quella stanca, sovraccarica, che ha già preso cinquanta decisioni prima che tu arrivi al momento critico.

Questo è esattamente quello che mi è successo con il nutrizionista.

Per tre mesi ho funzionato perfettamente. Avevo un obiettivo chiaro (75 kg), una pressione esterna (il professionista che mi monitorava), e un ricordo vivido della camicia. Quella struttura temporanea faceva il lavoro al posto della forza di volontà.

Quando quella struttura è sparita, obiettivo raggiunto, pressione allentata, memoria sbiadita, non restava nulla. Solo la mia forza di volontà esaurita a reggere un comportamento che non aveva altre fondamenta.

Il piano funzionava. Il sistema non esisteva.

La differenza tra un piano e un sistema


Un piano dice: voglio fare X.
Un sistema dice: quando succede Y, faccio automaticamente X.

Questa distinzione, apparentemente sottile, è la differenza tra chi mantiene le abitudini nel lungo periodo e chi ricomincia da zero ogni tre mesi.

Peter Gollwitzer, professore di psicologia alla New York University, ha dedicato trent'anni a studiare esattamente questa differenza. La sua ricerca sulle implementation intentions, letteralmente, "intenzioni di implementazione", ha mostrato qualcosa di notevole.

Partecipanti a cui veniva chiesto di formulare l'obiettivo come "mi allenerò di più" avevano tassi di successo paragonabili al gruppo di controllo. Partecipanti a cui veniva chiesto di specificare quando, dove e come, "se è martedì mattina e mi sveglio, allora metto le scarpe da ginnastica prima ancora di toccare il telefono", avevano tassi di successo medi del 91% più alti.

Stessa motivazione. Stesso obiettivo. Risultato completamente diverso.

Perché? Perché l'implementation intention automatizza la decisione. Il cervello non deve attingere alle sue riserve di autocontrollo per decidere se fare o non fare. Ha già deciso. In un momento in cui l'energia cognitiva era alta. La risposta comportamentale diventa quasi riflessiva.

Come spiegano le ricerche di Ann Graybiel al MIT sui gangli basali, che abbiamo esplorato la settimana scorsa nel dettaglio del meccanismo cerebrale delle abitudini, il cervello è progettato per automatizzare i comportamenti ripetuti. Il compito non è aumentare la forza di volontà. È creare le condizioni perché l'automatismo si installi.

Environment design: cambia il campo da gioco


Il secondo strumento, complementare alle implementation intentions, è l'environment design.

Il principio è semplice: il comportamento che conta non è quello che scegli consapevolmente. È quello che fai di default quando sei stanco, distratto, o semplicemente non stai pensando.

James Clear, in Atomic Habits, chiama questo "rendere visibile il comportamento desiderato e invisibile quello indesiderato." L'idea: invece di aumentare la forza di volontà, abbassa l'attrito per il comportamento che vuoi e alzalo per quello che non vuoi.

Esempi concreti:

  • Vuoi allenarti la mattina? Metti le scarpe da ginnastica davanti alla porta la sera prima. Non accanto all'armadio, davanti alla porta.
  • Vuoi leggere invece di scrollare? Lascia il libro sul cuscino. Carica il telefono in un'altra stanza.
  • Vuoi mangiare meno dolci? Non comprarli. Non è forza di volontà: è rimuovere la decisione dall'equazione.

La ricerca è chiara: l'ambiente fisico predice il comportamento in misura molto maggiore di quanto riconosciamo. Non perché siamo deboli. Ma perché il cervello prende continuamente scorciatoie cognitive, e l'ambiente decide quale scorciatoia prendere.

Modificare l'ambiente è la strategia più efficiente disponibile, perché funziona anche quando la batteria è scarica.

Il protocollo in 3 passi


Ecco la sequenza operativa.

Passo 1, Mappa i tuoi momenti ad alta depletion
Identifica le 3 finestre della giornata in cui la tua forza di volontà è storicamente al minimo. Per la maggior parte delle persone: dopo le riunioni di metà mattina, il rientro a casa nel pomeriggio, e la sera dopo cena. Quelli non sono i momenti per installare nuove abitudini difficili. Sono i momenti per sistemi automatici.

Passo 2, Costruisci un if-then per ogni comportamento target
Per ogni abitudine che vuoi costruire, formula: "Se [contesto specifico], allora [azione specifica]." Ancora meglio: usa l'habit stacking, aggancia l'abitudine nuova a una che hai già. "Dopo il caffè del mattino, faccio 5 minuti di lettura." Nessuna decisione richiesta.

Passo 3, Riprogetta un solo elemento dell'ambiente questa settimana
Non la dieta. Non la routine completa. Un elemento. Quello che triggera il comportamento che vuoi eliminare o installare. Cambia la sua visibilità, la sua posizione fisica, la sua accessibilità. Un cambiamento solo, misurato nei risultati.

Questa è la sfida della settimana, per i membri Protocollo c'è il protocollo completo con mappa interattiva dei trigger e checklist per l'environment redesign. Puoi accedervi qui.

Cosa ci dice la neurobiologia


Quando smettiamo di usare la forza di volontà come strategia principale e iniziamo a costruire sistemi, stiamo lavorando con il cervello invece che contro di esso.

La corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata al controllo cosciente, alla pianificazione e all'autocontrollo, è anche la più energeticamente costosa. È l'ultima a svilupparsi evolutivamente, la prima a cedere sotto stress o fatica.

I gangli basali, al contrario, gestiscono i comportamenti automatizzati con un consumo energetico minimo. Non hanno bisogno di motivazione. Non si affaticano. Una volta che una routine è installata a questo livello, si esegue praticamente da sola.

L'obiettivo non è usare di più la corteccia prefrontale. È trasferire gradualmente i comportamenti importanti ai circuiti automatici, attraverso ripetizione in contesti stabili, implementation intentions, e design dell'ambiente.

Questo è ciò che Ann Graybiel al MIT ha documentato in decenni di ricerca sui topi e successivamente confermato negli esseri umani: le abitudini consolidate liberano la corteccia prefrontale per i problemi che richiedono davvero pensiero cosciente.

La trappola dell'obiettivo raggiunto


C'è un ultimo punto che vale la pena esplicitare, perché è quello che mi ha fatto ricadere, e che probabilmente hai vissuto anche tu.

Quando raggiungiamo un obiettivo, il cervello riduce la pressione motivazionale. Il desiderio che ci ha spinto si allenta. Questa è la sua funzione normale: il sistema di ricompensa si regola.

Il problema è costruire un sistema che dipende dall'obiettivo non ancora raggiunto come fonte di energia. Quando l'obiettivo scompare, perché lo hai raggiunto, o perché hai smesso di crederci, il sistema crolla.

I sistemi duraturi non dipendono dall'obiettivo. Dipendono dal processo, da abitudini ancorate a contesti stabili che continuano a funzionare indipendentemente da come ti senti quel giorno.

Come emerge anche da chi ha analizzato il lato oscuro del miglioramento personale: la differenza tra chi esegue e chi rimanda non è il livello di motivazione. È la presenza o assenza di un sistema che funziona anche quando la motivazione non c'è.


FAQ


La forza di volontà davvero si esaurisce, o è solo una teoria controversa?
L'ego depletion di Baumeister ha attraversato un momento di critica scientifica intorno al 2016, quando alcuni meta-analisi ne hanno messo in discussione la dimensione dell'effetto. Tuttavia, il consenso attuale è che l'effetto esiste, è forse meno drammatico di quanto i primi studi suggerissero, ma reale. La conclusione pratica rimane: affidarsi esclusivamente alla forza di volontà è una strategia fragile, indipendentemente dalla dimensione esatta dell'effetto.

Quanto tempo ci vuole per costruire un'abitudine senza forza di volontà?
Lo studio più rigoroso su questo tema, pubblicato da Phillippa Lally dell'University College London, ha monitorato 96 persone per 12 settimane e trovato che il tempo mediano per automatizzare un'abitudine era 66 giorni, con una variazione da 18 a 254 giorni. Il mito dei 21 giorni è falso. Ma la variabilità enorme suggerisce qualcosa di importante: non è una questione di tempo, è una questione di contesto stabile e ripetizione. Un approfondimento completo si trova qui.

Cosa fare nei momenti in cui la forza di volontà è davvero azzerata?
Proprio per questo esistono i sistemi. L'obiettivo dell'environment design e delle implementation intentions è rendere il comportamento desiderato quello di default, il comportamento pigro, quello che non richiede decisione. Nei momenti di depletion totale, l'unica strategia che funziona è quella che non richiede energia cognitiva.

Posso aumentare la mia forza di volontà con la pratica?
Ricerche di Muraven e Baumeister suggeriscono che, analogamente a un muscolo, la forza di volontà può migliorare con esercizio progressivo. Ma questo non cambia la conclusione strategica: costruire sistemi è più affidabile che puntare sulla forza bruta, esattamente come costruire un'auto è più efficiente che correre più forte.

L'environment design funziona per tutti i tipi di abitudine?
Sì, ma con sfumature. Per abitudini con un forte componente fisica (alimentazione, esercizio, sonno), l'ambiente fisico è determinante. Per abitudini cognitive o emotive (concentrazione, gestione dello stress, meditazione), sono più rilevanti le implementation intentions e i rituali di contesto. La Guida del Protocollo di questa settimana distingue i due casi con un protocollo specifico.


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La rassegna stampa di lunedì 4 maggio 2026


Trump lancia l'operazione "Project Freedom" per liberare navi bloccate nello Stretto di Hormuz mentre l'approvazione presidenziale scende ai minimi. L'amministrazione affronta tensioni sui dazi cinesi e sull'immigrazione

Questa è la rassegna stampa di lunedì 4 maggio 2026

Trump annuncia l'operazione per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz


Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti lanceranno lunedì l'operazione "Project Freedom" per guidare le navi bloccate nel conflitto con l'Iran fuori dallo Stretto di Hormuz. Trump ha dichiarato che i rappresentanti americani stanno avendo discussioni "molto positive" con l'Iran e ha definito l'operazione un gesto umanitario.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

L'approvazione di Trump scende ai minimi storici del suo secondo mandato


Secondo un nuovo sondaggio, più di sei americani su dieci disapprovano il lavoro del presidente Trump, segnando il peggior risultato del suo secondo mandato. Trump è particolarmente vulnerabile sul costo della vita e altre questioni economiche dopo aver lanciato la guerra contro l'Iran a febbraio, che ha provocato una crisi petrolifera globale e fatto schizzare i prezzi della benzina ai massimi degli ultimi quattro anni.

Fonti: The Guardian

La Cina ordina alle sue aziende di ignorare le sanzioni americane


In un atto di sfida senza precedenti, la Cina ha ordinato alle sue aziende di ignorare le sanzioni statunitensi, minacciando di intrappolare il vasto settore bancario nel fuoco incrociato mentre aumentano le tensioni tra le più grandi economie del mondo. Questa mossa rappresenta un confronto diretto tra Washington e Pechino che potrebbe avere ripercussioni significative sui mercati finanziari globali.

Fonti: Bloomberg

Rudy Giuliani ricoverato in condizioni critiche ma stabili


L'ex sindaco di New York City Rudy Giuliani è stato ricoverato in Florida in condizioni critiche ma stabili. Un portavoce ha descritto Giuliani come "un combattente" ma non ha rivelato la causa del ricovero. Il presidente Trump ha confermato la notizia attraverso i suoi canali ufficiali.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

GameStop fa un'offerta non richiesta di 56 miliardi per eBay


Il rivenditore di videogiochi GameStop ha presentato un'offerta non sollecitata di 56 miliardi di dollari per acquisire il gigante della rivendita online eBay, offrendo 125 dollari per azione. L'offerta rappresenta un tentativo audace da parte di GameStop di espandere significativamente la sua presenza nel commercio elettronico e di diversificare oltre il settore dei videogiochi tradizionali.

Fonti: Financial Times

Un aereo United colpisce un palo durante l'atterraggio a Newark


Un volo United Airlines proveniente da Venezia con 221 passeggeri a bordo ha colpito un palo della luce sul New Jersey Turnpike domenica pomeriggio mentre si preparava ad atterrare all'aeroporto internazionale Newark Liberty. Il conducente del camion colpito ha riportato ferite lievi, mentre nessuno a bordo dell'aereo è rimasto ferito. L'NTSB ha aperto un'indagine sull'incidente.

Fonti: New York Times, The Hill

Operazione ICE a Brooklyn scatena proteste e scontri


Gli agenti federali dell'immigrazione hanno arrestato un cittadino nigeriano a Brooklyn, scatenando un confronto con i manifestanti fuori da un ospedale locale. Otto persone sono state arrestate durante le proteste fuori dal Wyckoff Heights Medical Center, dove gli agenti ICE hanno portato un detenuto per una valutazione medica prima di trascinarlo verso un'auto in attesa.

Fonti: New York Times, Bloomberg

La chiusura di Spirit Airlines riflette la crisi del settore aereo


Spirit Airlines ha quasi completato i rimborsi ai clienti dopo aver cessato improvvisamente le operazioni durante il weekend a causa di difficoltà finanziarie. La compagnia aerea low-cost ha lasciato migliaia di passeggeri e dipendenti bloccati dopo che l'aumento del prezzo del carburante per aerei, causato dalla guerra in Iran, ha aperto un nuovo buco nel suo bilancio già in difficoltà da anni.

Fonti: The Guardian, Semafor

I prezzi del petrolio calano mentre i futures azionari salgono leggermente


I prezzi del petrolio sono scesi e i futures sull'S&P 500 sono saliti leggermente domenica mentre gli investitori reagivano alla continua incertezza sulla guerra in Iran. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha dichiarato che i prezzi dell'energia scenderanno una volta che lo Stretto di Hormuz sarà riaperto, mentre i mercati asiatici mostrano risultati misti.

Fonti: New York Times, The Hill

Tre morti per hantavirus su una nave da crociera


L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che tre persone sono morte a bordo di una nave da crociera nell'Oceano Atlantico per quello che i funzionari sanitari sospettano fossero infezioni da hantavirus. Un caso è stato confermato in laboratorio e ci sono altri cinque casi sospetti. L'hantavirus è una malattia virale rara ma potenzialmente fatale che viene trasmessa principalmente attraverso i roditori.

Fonti: New York Times, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Netflix lancia Clips, 1X avvia fabbrica di umanoidi, Microsoft lancia Xbox Mode


I tuoi 5 minuti di aggiornamento mattutino.
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La rassegna di oggi è gentilmente sponsorizzata da Ghost.

Aggiornamenti: ho migliorato i riassunti rendendoli più stringati e dritti al punto. Inoltre, sta arrivando una grossa novità tra settimana prossima e quella dopo: vedrete il primo vero sponsor di Morning Tech e avrete la possibilità di farlo anche voi. Gli sponsor copriranno l'intera settimana e i prezzi di partenza saranno molto bassi, ma ci sarà anche una meticolosa selezione qualitativa all'ingresso.

Buon lunedì e buon rientro dalle ferie,
oggi parleremo di una nuova sezione di Netflix di nome Clips; discuteremo del lancio su grande scala di una fabbrica di robot umanoidi firmata 1X; vedremo il nuovo Xbox Mode di Microsoft, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Significa che non vedi il podcast, i commenti dell'autore, non hai accesso all'app, agli editoriali in anteprima e visualizzi la pubblicità.

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 315 - Lunedì 4 maggio
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Netflix lancia la nuova sezione Clips


Big Tech
Netflix sta ridisegnando l’app mobile e introduce Clips, una sezione di video verticali brevi con estratti personalizzati da film, serie e speciali. Serve a scegliere cosa guardare più rapidamente: da ogni clip si apre la scheda del titolo e si continua la visione. Netflix aveva già testato il formato nel 2021 con Fast Laughs, ma ora lo estende al catalogo. L’azienda dice di non voler copiare TikTok: Clips resta uno strumento di scoperta, non un social feed.
~
Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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L'infinite scrolling ha le ore contate?

Netflix è l'ennesimo esempio che adotta questo tipo di esplorazione dei contenuti, ma lo abbiamo visto...
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1X ha avviato una fabbrica per produrre 100.000 robot umanoidi entro il 2027


Robotica
1X ha avviato a Hayward, in California, la produzione industriale di NEO, il suo robot umanoide di punta pensato per compiti domestici e interazioni umane. Il nuovo stabilimento può produrre oltre 10.000 unità l’anno e l’obiettivo è superare 100.000 robot entro il 2027. Le prime unità serviranno per test interni, mentre le consegne partiranno nel 2026 con accesso anticipato. 1X costruisce internamente componenti come motori, batterie e sensori senza fornitori esterni, mentre usa chip NVIDIA Jetson Thor e simulazioni Isaac per l’addestramento. Prezzo: 20.000 dollari o 499 dollari al mese.
~
Fonte: Interesting Engineering
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Che cos'è Isaac?

Isaac Sim è il software di NVIDIA per simulare robot e ambienti fisici realistici prima di provarli nel...
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Microsoft lancia Xbox Mode


Gaming
Microsoft ha portato Xbox Mode su tutti i dispositivi Windows 11. È una schermata a tutto schermo pensata per usare il PC come una console. La libreria riunisce Xbox Game Pass e giochi installati da Steam, EA app e Ubisoft Connect. Microsoft dice che questa modalità può chiudere o ridurre alcuni processi di Windows mentre si gioca, lasciando più memoria e potenza al gioco, ma i primi test mostrano miglioramenti minori. L’aggiornamento arriva tramite Windows Update in modo graduale. La funzione è comoda per avviare i giochi più in fretta, ma ha ancora problemi di navigazione e stabilità.
~
Fonte: XDA Developers
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Lo storico motore di ricerca Ask chiude


Internet
Ask.com ha chiuso definitivamente il 1° maggio 2026
. Nato nel 1996 come Ask Jeeves, era un motore di ricerca che invitava gli utenti a fare domande in forma naturale, invece di usare solo parole chiave. Per questo è considerato un precedente dei chatbot moderni. Il servizio non è mai riuscito a competere davvero con Google. La holding statunitense IAC lo aveva comprato nel 2005, poi nel 2010 aveva ridotto il peso del motore di ricerca per concentrarsi sulle domande e risposte. L’azienda dice di chiuderlo per concentrarsi su altre priorità.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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I costi della memoria dell'iPhone quadruplicheranno entro il 2027


Big tech
Secondo JPMorgan, entro il 2027 la memoria potrebbe pesare fino al 45% del costo dei componenti di un iPhone, contro circa il 10% attuale. Il motivo è la domanda dei data center per l’intelligenza artificiale, che stanno comprando grandi quantità di memoria e offrono prezzi più alti ai fornitori. Apple, pur acquistando memoria per circa 250 milioni di iPhone l’anno, avrebbe meno forza negoziale rispetto al passato. I principali produttori coinvolti sono Samsung, SK Hynix e Micron. L’aumento dei costi potrebbe influenzare anche la gamma iPhone 18, forzando un lancio scaglionato tra autunno 2026 e primavera 2027. Apple dovrà decidere se ridurre i margini o alzare i prezzi.
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Fonte: MacRumors
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La Silicon Valley si prepara all’arrivo di una nuova sottoclasse permanente


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Matt Mullenweg pensa che WordPress sia in declino. Potrebbe avere ragione.


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Notizie veloci


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Ex dirigente Nintendo rivela il motivo per cui l'azienda ha smesso di vendere le console Wii e DS ad Amazon


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30.000 account Facebook violati tramite una campagna di phishing con Google AppSheet


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L’AI supera i medici in un test di Harvard sulle diagnosi di triage d’emergenza


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Questo minuscolo e-reader magnetico potrebbe impedirti di doomscrollare


techcrunch.com

Prodotto del giorno

DJI Mic Mini 2


Sono usciti i nuovi modelli del noto microfono wireless della DJI: più colori, più cancellazione del rumore e più carica.

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Video del giorno

youtube.com/embed/ch_UM_JJU9w?…

Primo tour della sede di Figure


Questo interessantissimo servizio mostra per la prima volta una panoramica completa dell'intera filiera di uno dei robot umanoidi più performanti al mondo. Il video è lungo ma vi consiglio eventualmente di salvarlo e guardarlo in settimana, perché questa è una delle aziende protagoniste del futuro di questi robot.

Vedi video su youtube.com (eng - 1:12:19)


Microsoft lancia Xbox Mode


In breve:


Microsoft ha portato Xbox Mode su tutti i dispositivi Windows 11. È una schermata a tutto schermo pensata per usare il PC come una console. La libreria riunisce Xbox Game Pass e giochi installati da Steam, EA app e Ubisoft Connect. Microsoft dice che questa modalità può chiudere o ridurre alcuni processi di Windows mentre si gioca, lasciando più memoria e potenza al gioco, ma i primi test mostrano miglioramenti minori. L’aggiornamento arriva tramite Windows Update in modo graduale. La funzione è comoda per avviare i giochi più in fretta, ma ha ancora problemi di navigazione e stabilità.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Microsoft rolls out Xbox Mode, bringing a console-like experience to any PC
After a lengthy preview period, Microsoft’s Xbox Mode has landed on all Windows 11 PCs.
XDAPatrick O’Rourke

Riassunto completo:


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I costi della memoria dell'iPhone quadruplicheranno entro il 2027


Apple non avrebbe più la potenza negoziale di una volta.
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In breve:


Secondo JPMorgan, entro il 2027 la memoria potrebbe pesare fino al 45% del costo dei componenti di un iPhone, contro circa il 10% attuale. Il motivo è la domanda dei data center per l’intelligenza artificiale, che stanno comprando grandi quantità di memoria e offrono prezzi più alti ai fornitori. Apple, pur acquistando memoria per circa 250 milioni di iPhone l’anno, avrebbe meno forza negoziale rispetto al passato. I principali produttori coinvolti sono Samsung, SK Hynix e Micron. L’aumento dei costi potrebbe influenzare anche la gamma iPhone 18, forzando un lancio scaglionato tra autunno 2026 e primavera 2027. Apple dovrà decidere se ridurre i margini o alzare i prezzi.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Report: iPhone Memory Costs Set to Quadruple by 2027
Memory could account for as much as 45 percent of an iPhone’s component costs by 2027, up from around 10 percent today, according to a JPMorgan analysis cited by the Financial Times ($). Apple buys memory for roughly 250 million iPhones a year and has historically been one of the largest customers in the category. But Apple has reportedly now gone from a position where it could set terms to one where it now has to compete with rivals for supply.
MacRumorsTim Hardwick

Riassunto completo:


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Netflix lancia la nuova sezione Clips


In stile TikTok ma non "addictive".
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In breve:


Netflix sta ridisegnando l’app mobile e introduce Clips, una sezione di video verticali brevi con estratti personalizzati da film, serie e speciali. Serve a scegliere cosa guardare più rapidamente: da ogni clip si apre la scheda del titolo e si continua la visione. Netflix aveva già testato il formato nel 2021 con Fast Laughs, ma ora lo estende al catalogo. L’azienda dice di non voler copiare TikTok: Clips resta uno strumento di scoperta, non un social feed.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Netflix wants you to watch ‘Clips,’ its TikTok-like vertical video feed | TechCrunch
Netflix is redesigning its mobile app and introducing Clips, a vertical video feed intended to help users discover new content by sharing highlights from original Netflix programming.
TechCrunchAmanda Silberling

Riassunto completo:


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1X ha avviato una fabbrica per produrre 100.000 robot umanoidi entro il 2027


Il primo passo verso la grande distribuzione.
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In breve:


1X ha avviato a Hayward, in California, la produzione industriale di NEO, il suo robot umanoide di punta pensato per compiti domestici e interazioni umane. Il nuovo stabilimento può produrre oltre 10.000 unità l’anno e l’obiettivo è superare 100.000 robot entro il 2027. Le prime unità serviranno per test interni, mentre le consegne partiranno nel 2026 con accesso anticipato. 1X costruisce internamente componenti come motori, batterie e sensori senza fornitori esterni, mentre usa chip NVIDIA Jetson Thor e simulazioni Isaac per l’addestramento. Prezzo: 20.000 dollari o 499 dollari al mese.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

US humanoid robot factory to build 100,000 NEO units by 2027
Robotics firm 1X starts producing NEO humanoid robots in California, aiming for 100,000 units annually by 2027.
Interesting EngineeringNeetika Walter

Riassunto completo:


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Microsoft lancia Xbox Mode


L'esperienza da console su qualsiasi PC.
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In breve:


Microsoft ha portato Xbox Mode su tutti i dispositivi Windows 11. È una schermata a tutto schermo pensata per usare il PC come una console. La libreria riunisce Xbox Game Pass e giochi installati da Steam, EA app e Ubisoft Connect. Microsoft dice che questa modalità può chiudere o ridurre alcuni processi di Windows mentre si gioca, lasciando più memoria e potenza al gioco, ma i primi test mostrano miglioramenti minori. L’aggiornamento arriva tramite Windows Update in modo graduale. La funzione è comoda per avviare i giochi più in fretta, ma ha ancora problemi di navigazione e stabilità.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Microsoft rolls out Xbox Mode, bringing a console-like experience to any PC
After a lengthy preview period, Microsoft’s Xbox Mode has landed on all Windows 11 PCs.
XDAPatrick O’Rourke

Riassunto completo:


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Lo storico motore di ricerca Ask chiude


Dopo venticinque anni.
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In breve:


Ask.com ha chiuso definitivamente il 1° maggio 2026. Nato nel 1996 come Ask Jeeves, era un motore di ricerca che invitava gli utenti a fare domande in forma naturale, invece di usare solo parole chiave. Per questo è considerato un precedente dei chatbot moderni. Il servizio non è mai riuscito a competere davvero con Google. La holding statunitense IAC lo aveva comprato nel 2005, poi nel 2010 aveva ridotto il peso del motore di ricerca per concentrarsi sulle domande e risposte. L’azienda dice di chiuderlo per concentrarsi su altre priorità.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Farewell, Jeeves: Ask.com shuts down | TechCrunch
Owner IAC says it’s discontinuing its search business.
TechCrunchAnthony Ha

Riassunto completo:


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Popolarità Trump, rimbalzino in mezzo a numeri sempre terribili (03 maggio)


Dopo aver toccato il punto più basso di sempre la scorsa domenica, questa settimana i numeri subiscono una leggera risalita ma l'approvazione rimane stabilmente sotto alla soglia psicologica del 40%.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Dopo una settimana horror, questa domenica si segnala il più classico dei rimbalzi per Trump, seppur di dimensioni piuttosto modeste e senza compensare minimamente le ingenti perdite subite dall'inizio della guerra in Iran.

La situazione per il tycoon rimane estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Il net rating continua a veleggiare tra il -15 e il -20, con il tasso di approvazione che resta abbastanza stabilmente sotto al 40% (con punte molto negative) e la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a 6-9 punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora dovesse riprendere la guerra o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è ora peggiore di circa sei punti rispetto alla media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo oltre quindici mesi di presidenza, e la distanza col suo predecessore si è notevolmente ampliata. Arriva addirittura a nove punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Mentre Focus America e RCP registrano un miglioramento rispetto a sette giorni fa di circa un punto, Silver segnala una situazione molto più stabile, con un recupero di appena un decimale.

Come già accennato, dopo più di quindici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi quindici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 467 giorni di presidenza (-19,2 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era a -10,4.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -13,3 non brillava particolarmente dopo quindici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi della tregua con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
12 rilevazioni di 12 istituti — 3 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 6 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 4 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 3 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,1% (-0,1) - 57,5% (-0,2). In totale un net approval di -18,4 (+0,1).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale leggermente migliore: 40,8% (+0,3) - 56,7% (-1). In totale un rating di -15,9 (+1,3).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,8% (+0,3) - 58,0% (-0,9), con in totale un rating di -19,2 (+1,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiustiamole.


Ma possiamo farlo solo se smettiamo di trattarle come un rituale da piazzisti e iniziamo a pensarle come una performance. Un po’ come i podcast.

🆘
A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano e, pur non avendolo scritto, per Facebook averla pubblicata è una violazione abbastanza grave da meritare una riduzione della visibilità dei miei contenuti. Una riduzione che ha un impatto su questo blog che, da quel momento, ha smesso di crescere, perché Facebook è la piattaforma che uso per far scoprire i miei contenuti. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione resta in atto: se vedi un mio post su Facebook metti like o, ancora meglio, lascia un commento, in particolare se si tratta del teaser o del lancio di un post. Ancora meglio, se pensi che a qualcuno possa piacere quello che scrivo giragli i miei contenuti. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. Grazie 🙏.

Presento libri da almeno 15 anni. Tre lustri durante i quali ho indossato sia i panni del presentatore sia quelli dell’autore.

Magari non l’ho fatto sempre con regolarità, ma ho abbastanza esperienza per poter dire che, oggi, le presentazioni di libri sono un format rotto.

Non sono il solo ad averlo notato. Negli ultimi mesi lo hanno fatto anche Valentina Aversano - ciao Valentina - e Daniela Brogi - ciao Daniela, iscriviti alla newsletter 😉.

La prima in un numero di Posta Creativa, la sua newsletter - a proposito, iscriviti! - la seconda in un post pubblicato sul suo profilo Facebook. E, ne sono ragionevolmente sicuro, non sono le sole ad aver detto o scritto cose simili.

Della crisi delle presentazioni si parla ormai da qualche tempo; da almeno un anno, se la memoria non m’inganna. Di solito, però, se ne parla dentro una cornice più ampia e più annosa: quella della crisi dell’editoria, un settore il cui declino sembra accelerare di anno in anno.

Non mi dilungherò qui a elencare i motivi di questa crisi, né a sviluppare le idee che mi sono fatto su come affrontarla: ma se sei un editore e ti interessa ascoltarle, scrivimi e troviamo il tempo.

Qui mi interessa provare ad aggiustare le presentazioni di libri. O, con un filo meno di spocchia, condividere alcune idee su come si potrebbe farlo e raccontare come ho provato a metterle in pratica nelle ultime presentazioni che ho fatto e condotto.

Ma prima di arrivarci, torniamo un secondo da Valentina e Daniela.

La prima apre la sua newsletter con una dichiarazione forte: “vado pochissimo alle presentazioni di libri perché mi innervosiscono”. E poco dopo elenca i motivi del suo nervosismo:

in ordine sparso:quando chi modera parte con un’introduzione di venti minuti e l’autrice/l’autore non riesce nemmeno a dire Buonaseraquando si dà per scontato che la platea abbia già letto il libroquando una conversazione diventa una gara di egoquando ci si parla addosso e non c’è ritmo perché non c’è interesse per il pubblicoquando arriva la domanda-monologo (e arriva sempre, purtroppo a volte anche da chi modera)quando è tutto sciatto, senza cura, senza nemmeno una piccola scintilla vitale


Pensa all’ultima volta in cui hai partecipato a una presentazione di merda.

Fatto?

Bene, adesso spunta dall’elenco di Valentina tutte le voci che hanno reso pessima quella presentazione e, se ti va, raccontamela nei commenti, così facciamo diventare questo post una piccola galleria di cose da non fare quando presenti un libro.

Call to action a parte, non c’è una voce di questo elenco che sia sbagliata. Neanche una. Valentina lavora coi libri da una vita, sa benissimo cosa uccide una presentazione.

Ma ci arriviamo tra poco, prima dobbiamo passare dal post Facebook di Daniela, la quale - riassumo per brevità, ma ti lascio il link se vuoi leggerlo per conto tuo - nota che sempre più spesso le persone che partecipano a una presentazione non acquistano il libro presentato.

È un’abitudine culturale che sembra affermarsi e che ha un impatto sulle librerie indipendenti, le quali, per organizzare una presentazione, sostengono costi che non sempre l’evento è in grado di ripagare.

Di fronte a questa situazione, Daniela si chiede: “se non sarebbe giusto, nel caso delle librerie indipendenti, fissare una quota da versare alla libreria”.

Non è un’affermazione da poco perché, al netto delle questioni pratiche - organizzative, fiscali, di sostenibilità del modello - se si introduce una variabile economica il format della presentazione di libri non può restare lo stesso. Deve cambiare, in profondità e in modo radicale.

Perché, come scrive ancora Valentina:

costruire un incontro intorno a un libro è molto difficile. In un mondo giusto moderare un evento letterario sarebbe considerato un lavoro, anche ben retribuito, perché per farlo è necessario studiare, prepararsi e mettere su un racconto che somiglia a un piccolo spettacolo capace di incuriosire, coinvolgere e magari anche emozionare il pubblico presente.


Oggi siamo davvero molto lontani da questo modo di pensare. Non dico che non esistano singole persone che ragionano così, ci saranno di certo. Ma si tratta di eccezioni che cercano di innovare in un panorama in cui le consuetudini pesano parecchio.

E la consuetudine vuole che la presentazione sia parte del meccanismo di promozione di un libro che avviene dentro un canovaccio ormai piuttosto esausto: introduzione all’autore e al suo libro, domanda, risposta, domande del pubblico, saluti e cena, che spesso è la parte migliore della presentazione.

Ma se si chiede al pubblico di pagare per assistere una presentazione non è possibile dargli un copione del genere.

Bisogna alzare il livello e pensare alla presentazione come a una forma di performance, che coinvolga presentatore, autore e pubblico allo stesso modo.

Per immaginare a cosa potrebbe assomigliare una presentazione di libri non serve nemmeno sforzarsi troppo. Sto parlando dei podcast, uno dei format più amati degli ultimi anni.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

Da Tintoria a Spazio Penombre, giusto per dirne due che mi piacciono, sono molti i podcast che diventano o nascono come spettacoli dal vivo in cui avviene né più né meno quello che avviene in una qualsiasi presentazione di libri: un dialogo tra chi ha il ruolo di presentare e chi quello di essere presentato.

E il pubblico paga volentieri per vederli. Ma lo fa perché questo genere di format è costruito come uno show in cui la promozione di un prodotto è innestata dentro un copione molto più elaborato del classico ping pong di domande e risposte previsto da una presentazione.

Del copione di un podcast dal vivo fanno parte segmenti di racconto del percorso dell’ospite, rubriche fisse, intermezzi intimi o comici, giochi o momenti di improvvisazione che deviano dal percorso stabilito.

Il modo in cui la conversazione fluisce - il cosiddetto flow - è importante tanto quanto il suo contenuto. Forse più importante. Perché, come sa bene chiunque si sia confrontato con l’arte e la tecnica della narrazione, un racconto funziona quando chi lo scrive sa creare il ritmo giusto tra azioni, riflessioni e descrizioni d’ambiente.

E una presentazione, in fondo, non è altro che un racconto in cui chi la conduce deve intrecciare il vissuto dell’autore con ciò che ha scritto, coinvolgendo il pubblico nel processo.

Facile? Tutt’altro.

Ma è un modo per pensare alle presentazioni di libri in termini meno stanchi e più ambiziosi di quelli a cui siamo abituati. E giustificherebbe anche il costo d’ingresso che Daniela propone di introdurre nel suo post. Costo che potrebbe diventare facilmente un buono o un anticipo sull’acquisto del libro da parte degli spettatori, un po’ come fa la libreria Arcadia di Rovereto, di cui parla Luca Panzarotto in un commento al post di Daniela.

Da presentatore, è così che penso le presentazioni che organizzo e che mi chiamano a condurre da quasi due anni. Nello specifico da quando ho presentato Fare gol non serve a niente di Luca Pisapia alla Libreria Cappelli di Bolzano.

In quell’occasione, ispirandomi ad alcuni podcast calcistici, oltre ad accompagnare i partecipanti in un percorso di lettura del libro, ho costruito la scaletta intervallando alcuni giochi alle mie domande: una piramide dei dieci migliori teorici marxisti della storia - chi ha letto il libro sa perché - e una sorta di open mic in cui nominavo a Luca un personaggio legato al calcio, chiedendogli di commentarlo in una parola.

In quest’ultimo gioco, ogni 3-4 nomi, porgevo il microfono al pubblico, chiedendo alle persone un nome che non era nella mia lista.

Il risultato è stata una presentazione in cui ho provato a bilanciare approfondimento culturale, performance e una forma di coinvolgimento del pubblico capace di alternare divertimento e curiosità.

Da quanto mi ricordo le persone si sono divertite e su sei partecipanti, cinque hanno comprato il libro. Basse impressioni, tasso di conversione altissimo.

Ovviamente si è trattato di un esperimento. Non è detto che una formula del genere sia adatta a qualsiasi genere di libro o di autore. Ma è una strada possibile per far evolvere il format verso qualcosa di nuovo e fresco.

Sia come sia, da quel momento ho iniziato a pensare in termini di performance ogni presentazione che mi è stato chiesto di condurre e continuerò a farlo anche in futuro.

E da autore ragiono allo stesso modo. Quando Giuliano Geri e io abbiamo iniziato a pensare alla promozione di Il velo, il mio romanzo uscito tre anni fa, una delle prime idee a cui abbiamo pensato è stata quella di ricavarne un reading musicale. Dunque una performance.

L’idea nasceva anche dal fatto che alcuni passaggi del romanzo erano stati scritti con in mente la lettura ad alta voce che, da sempre, è una parte fondamentale di tutte le presentazioni che faccio, sia nel ruolo di autore che in quello di presentatore.

Ma selezionare un percorso coerente nel romanzo, costruire un accompagnamento musicale e la sua drammaturgia, provarlo ed eseguirlo dal vivo sono tutte azioni che alzano il livello rispetto alla richiesta - concordata o improvvisata - di leggere uno o più paragrafi durante la presentazione del libro.

Tanto è vero che, dopo aver portato il reading dal vivo per la prima volta a Merano, ogni altra volta che ne ho discusso l’eventualità ho sempre specificato che la performance aveva un costo giustificato dal tipo di esperienza che avrei offerto al pubblico, tenendo in equilibrio intrattenimento e approfondimento culturale.

Farlo mi ha fatto capire una cosa. Per pensare, progettare ed eseguire questo genere di iniziative serve smettere di pensare in termini di prodotto e iniziare a pensare in termini di persona.

Nell’editoria italiana - almeno questo è ciò che mi hanno portato a pensare le esperienze che ho avuto in questo settore negli ultimi 3 anni - il libro, ovvero il prodotto, resta ancora al centro di tutti i processi.

Gli agenti - non tutti - cercano libri da vendere agli editori. Gli editori - non tutti - vogliono libri, meglio se già orientati al mercato e a un livello di lavorazione tale da ridurre i costi di produzione e velocizzare l’immissione sul mercato.

Troppo spesso, né ai primi né ai secondi interessa costruire e promuovere i loro autori. Ma sono gli autori che fanno vendere i libri, così come sono i cantanti che fanno vendere i dischi e non viceversa.

È la persona - o meglio, il personaggio - che dovrebbe stare al centro delle attenzioni di agenti ed editori. Questo l’industria musicale - una delle industrie culturali più vibranti di oggi - lo ha capito molto bene.

Con questo non voglio dire che se ne debbano copiare strategie e processi. Come scrive bene Bharat Anand in The Content Trap, le strategie nascono dai contesti, ma ciò non toglie che prendere ispirazione da contesti diversi possa essere utile.

Vorresti mettere alla prova le idee esposte in questo post?


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Trump diventa il "re delle criptovalute": il suo patrimonio è triplicato grazie al comparto crypto


Secondo un'analisi di Steve Rattner basata su dati Forbes, la ricchezza del presidente è passata da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari dall'inizio del secondo mandato. Il settore crypto vale oltre 3 miliardi del suo patrimonio, mentre molti sostenitori hanno perso miliardi con la sua meme coin.

Il patrimonio del presidente Donald Trump è quasi triplicato da quando è tornato alla Casa Bianca, passando da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari. A trainare questo balzo è stato soprattutto un settore: le criptovalute. L’analisi è stata presentata venerdì durante la trasmissione televisiva Morning Joe dall’economista Steve Rattner, ex funzionario del Tesoro, che ha definito Trump il “re delle criptovalute”.

Trump’s net worth has nearly tripled in his second term, reaching $6.5 billion.

His administration is the most brazenly self-enriching in American history.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/pLQcU0ySVF
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


Rattner ha usato dati raccolti da Forbes per ricostruire l’evoluzione della ricchezza di Trump nel corso dei decenni. Durante il primo mandato presidenziale, ha spiegato, il patrimonio del presidente “è sceso in modo sostanziale”. Una parte del calo era legata alla pandemia di Covid, ma secondo l’analista molto dipendeva anche dai limiti che Trump aveva imposto alle attività della sua azienda. “Non facevano affari internazionali e così via”, ha detto Rattner. “E in effetti si comportava come un presidente normale”.

Nei quattro anni trascorsi tra i due mandati, il patrimonio di Trump è rimasto relativamente stabile. Una volta tornato alla Casa Bianca, però, la situazione è cambiata radicalmente. I dati indicano che il presidente, che ha costruito la propria immagine pubblica sul successo nel settore immobiliare, oggi deve gran parte della sua ricchezza al business delle criptovalute. In varie forme, il comparto crypto avrebbe contribuito per 3,02 miliardi di dollari ai profitti di Trump tra agosto 2025 e gennaio 2026.

“Quindi crypto, crypto, crypto, crypto ovunque”, ha commentato Rattner, aggiungendo che il settore ormai “domina” il patrimonio netto del presidente. L’analista ha sottolineato come i “geniali affari immobiliari” di Trump siano diventati “un errore di arrotondamento” rispetto ai guadagni legati alle criptovalute. È un capovolgimento significativo per un uomo che ha sempre presentato il mattone come il simbolo del proprio successo imprenditoriale.

Most of Trump’s presidential profits are from crypto speculation.

His “genius” real estate deals are a rounding error.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/MqkoBMHovk
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


Ma se Trump ha accumulato miliardi grazie alle criptovalute, lo stesso non si può dire per molti investitori americani. Pochi giorni prima del suo insediamento, il presidente aveva lanciato la sua meme coin personale, chiamata $TRUMP. Molti sostenitori si erano affrettati ad acquistarla, spingendo il valore del token fino a un picco di circa 45 dollari subito dopo il lancio.

Quel valore, ha spiegato Rattner, è poi crollato del 95% rispetto al massimo iniziale, cancellando miliardi di dollari di ricchezza per milioni di americani che, secondo l’economista, erano stati “ingannati” ad acquistare il token. In base alle analisi presentate durante la trasmissione, il crollo della meme coin di Trump avrebbe causato perdite complessive per circa 12 miliardi di dollari agli acquirenti.

Trump’s meme coin peaked last year at over $45 just after it launched.

Its value has since crashed 95%, destroying billions in wealth for millions of average Americans tricked into buying the token.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/8SgcdFuAIC
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


“È una moneta che non significa nulla”, ha detto l’analista economico di Morning Joe. “È come comprare un sasso da compagnia, solo che non si ottiene nemmeno il sasso. Non ha valore. Non ha valore commerciale. Non viene usata nel commercio, niente”. La critica di Rattner mette in evidenza la natura puramente speculativa della meme coin presidenziale, priva, secondo l’analista, di una reale utilità pratica o di valore intrinseco.

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Alalunga Cercasi


È la preda più ambita nella traina d’altura, tra i pesci più sportivi ed entusiasmanti che si possano incontrare nel Mediterraneo. Se insidiata con attrezzature adeguatamente leggere può essere un avversario di tutto rispetto.

foto in alto: Domenico Scoppelliti a pesca su una batimetrica dei mille metri si è imbattuto in questa meravigliosa alalunga che ha assalito un jet.

Oggi con le limitazioni imposte alla pesca del tonno rosso, l’alalunga è diventata protagonista indiscussa della pesca in mare aperto, con un incredibile seguito di equipaggi che si sono specializzati nella sua pesca. Chi oggi si avvicina alla traina d’altura, non può non conoscere le abitudini di questo splendido pelagico e i piccoli segreti per insidiarlo.

La storia - Un tempo l’alalunga era sinonimo di basso Adriatico e canale di Otranto. In quel tratto di mare, infatti, si poteva contare su un’altissima concentrazione di questi tunnidi, tale da rendere queste acque un vero e proprio hot spot a livello mondiale per la pesca d’altura in light tackle. Poi con il passare degli anni, grazie ad alcuni pionieri tra cui Fabrizio Bonanni, le alalunghe sono state individuate lungo tutte le coste tirreniche e intorno alle isole, trasformando questo pesce in una tra le prede più interessanti della traina d’altura.
L’autore, pur abituato a tante catture, riesce ancora a emozionarsi e non trattiene la gioia per un bel combattimento. Per questa alalunga ha utilizzato un minnow di cm 14 con paletta metallica.
La ricerca - L’alalunga è un pelagico migratore che inizia il suo passaggio in primavera, per tornare in alto mare con l’arrivo dei primi freddi. La si può insidiare da maggio a novembre, a seconda dell’area in cui si opera. Raramente frequenta batimetriche inferiori ai 700 metri e generalmente s’insidia tra i 1000 e i 2000 metri. La taglia media presente nei nostri mari si aggira tra i 5 e 15 chili, con punte massime che sfiorano o superano di poco i 20, ma in Atlantico, può tranquillamente raggiungere e superare i 40 chili. Si nutre prevalentemente di pesce azzurro e cefalopodi, anche se non di rado segue i banchi di krill per nutrirsi del prezioso crostaceo. Conduce vita gregaria, spostandosi in fitti banchi di decine o centinaia di esemplari, questo la rende facilmente individuabile e circuibile dalle cianciole volanti, che dirottano verso le sue preziose carni, quan-do la pesca del tonno è chiusa. Gli indizi che possono portaci all’individuazione delle alalunghe sono i classici dell’altura: uccelli che volano bassi, relitti galleggianti e derivanti, grandi assembramenti di mangianza e, non ultimo, l’avvistamento di grossi cetacei, sotto i quali sia tonni che alalunghe navigano protetti da altri predatori e si nutrono del krill che i grandi cetacei cercano e mangiano. Da non sottovalutare le spadare e le ferrettare ferme in mezzo al mare, che calano parangali e derivanti proprio nelle aree di passo dei pelagici. Per chi inizia la traina d’altura, è sempre preferibile pianificare la battuta di pesca sulla carta nautica, sia per avere dei riferimenti durante la navigazione e la pesca, che per una visione d’insieme dell’area geografica in cui si pescherà.
Alalunga al game over allamata con un generoso minnow.
La pesca - Date le sue dimensioni, che raramente oltrepassano i 20 chili, l’alalunga può essere insidiata con attrezzi leggeri e lenze sottili, aumentando così la sportività dell’azione di pesca. In gara è un pesce che spesso viene pescato con lenze da 8 o 12 libbre, ma nella pesca di tutti i giorni, le 20-30 sono il giusto compromesso per non esasperare l’azione di recupero. Generalmente il calamento si compone collegando 4-5 metri di terminale di mm 0,50-0,70 in fluorcarbon alla lenza in bobina. Per collegare lenza madre a terminale si può eseguire un nodo allbright, che alla resa dei conti è uno tra i più rapidi e semplici da realizzare. Al culmine del terminale si lega una girella con moschettone o un moschettone semplice, al quale andrà inserita l’esca. Al contrario del tonno che viene attratto dalla scia dei motori e quindi predilige le esche “a corto”, l’alalunga al passaggio della barca affonda leggermente, quindi di solito non nota le esche che navigano nella scia dei motori. Questo impone una disposizione delle esche abbastanza distanziate dalla poppa della barca. Come formazione standard, pescando con 5 canne, si calano le due esterne laterali a 100-120 metri, armate con jet o piume a testa metallica, le due medie a 70-80 metri armate con minnow e la più corta centrale a circa 60 metri da poppa o comunque al termine della schiu-ma dei motori, con un jet a testa metallica o un terzo minnow.
in partenza o al rientro, l’ordine in pozzetto è imperativo, per la sicurezza e per il buon esito della battuta.
Un’altra configurazione che spesso fa ottenere ottimi risultati, specialmente con mare calmo, consiste nel filare in mare 5 minnow dello stesso colore posizionati quasi in linea dietro la poppa, tra i 50 e 70 metri di distanza. La stessa formazione di esche può essere adottata anche con piume o jet, ma quando la superficie del mare è increspata. Essendo un pesce che generalmente conduce vita gregaria posizionare le esche vicine tra loro potrebbe simulare un branco di prede e stimolarne l’aggressività. Come regola generale ci si può basare sul principio che con mare piatto sono da preferire i minnow, mentre con mare increspato ci si deve orientare su piume o jet. Ovviamente questo è soltanto puro nozionismo e come si sa, nella pesca, non c’è mai una regola assoluta. L’alalunga si nutre prevalentemente di sardine e alici e questo ci deve dare un primo indizio sulle dimensioni delle esche da utilizzare.

Le esche - I minnow da preferire sono quelli con paletta metallica di cm 11 e 14, spesso però, a causa dell’affondamento delle alalunghe, i modelli iper affondanti di ultima generazione, danno ottimi risultati. La paletta metallica, come è ormai assodato, oltre a far affondare il minnow, emette riflessi luminosi che attirano i pesci. Sulle colorazioni bisogna essere eclettici, per esempio filando in acqua artificiali che non hanno alcun riscontro in natura, ma che, evidentemente, stimolano la curiosità dei pesci, oppure, a nostra insaputa vengono visti in maniera completamente diversa da quella che noi immaginiamo. Da tenere sempre in considerazione il viola, il giallo, l’arancione e il rosa. Entrando nel mondo delle esche di superficie si scopre un vero e proprio universo. Ognuno di noi ha l’esca segretissima, che nella maggior parte dei casi cattura di più perché è quella che passa più tempo in pesca. Comunque alla luce dei fatti possiamo basarci su tre tipologie di teste: i jet in plastica o metallici; le ogive metalliche (bullet) e le ogive in plastica con colorazioni olografiche. Per i gonnellini ci si può basare su alcune combinazioni standard come il nero-viola, il bianco-arancio, il giallo-verde e il bianco.


Distinguiamoli meglio - Nel Mediterraneo i due tunnidi più conosciuti e maggiormente presenti, sono l’alalunga e il tonno. Chi ha abbastanza esperienza di pesca ed è un profondo conoscitore delle specie ittiche, non ha il minimo problema e distinguere le due specie. Chi è invece alle prime armi potrebbe confonderle rischiando di incorrere in pesanti sanzioni, nel caso trattenga a bordo un tonno scambiandolo per un’alalunga. Le differenze morfologiche sostanziali sono relative alla forma del corpo: il tonno ha la testa più grande e il corpo più affusolato dalla pancia alla coda, rispetto all’alalunga che è più a forma di barilotto. Ma le due differenze sostanziali sono nelle pinne laterali, molto più lunghe nell’alalunga e negli occhi, sensibilmente più piccoli nel tonno. Il tonno poi, allo stato giovanile, presenta delle screziature molto evidenti nella parte inferiore tra l’addome e la coda e le pinnette presenti tra la pinna dorsale e la coda, tendenti al colore giallo.
Tonno rosso (Thunnus thynnus)

Alalunga (Thunnus alalunga)

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6 Abitudini da Abbandonare (Prima Che Diventino un Freno)


Le abitudini che ti frenano non si smontano con la forza di volontà. Si smontano con un sistema migliore. Ecco 6 da abbandonare e come farlo davvero.

TL;DR

  1. Prevedere il futuro e aggrapparsi al modello: il cervello costruisce previsioni costantemente — il problema è crederci più della realtà.
  2. Smartphone appena svegli: stai cedendo il tuo momento di massima plasticità alle notifiche di qualcun altro.
  3. Riunioni senza confini: essere occupato non significa essere produttivo. Il time-blocking ribalta le regole.
  4. Nessuna transizione lavoro/vita: senza confini netti, sei sempre a metà in tutto.
  5. Isolamento e aggrapparsi a ciò che non funziona: due abitudini che il cervello difende per design, ma che costano ogni giorno.


C'è qualcosa che il cervello fa meglio di qualsiasi altro organo: difendere lo status quo.

Non perché sia pigro. Perché è efficiente. Ogni abitudine che ha costruito, anche quelle che ti frenano, è stata codificata come risparmio energetico. Smontarle non richiede forza di volontà. Richiede un sistema migliore.

Queste sono le 6 abitudini che probabilmente stai ancora portando avanti, la spiegazione del perché esistono, e il modo per sostituirle senza dramma.

1. Credere di poter prevedere il futuro


Il tuo cervello non vive nel presente. Vive in un modello del futuro che costruisce costantemente, secondo dopo secondo.

È uno dei meccanismi più studiati: la cosiddetta elaborazione predittiva. Il cervello genera previsioni su ciò che sta per succedere e le confronta con la realtà. Quando la previsione è giusta, niente succede. Quando sbaglia, scatta un segnale di allerta.

Il problema non è fare previsioni. Il problema è credere alle proprie previsioni più che alla realtà. Più sei convinto che le cose debbano andare esattamente come hai pianificato, più soffri quando non è così. E le cose non vanno quasi mai esattamente come hai pianificato.

Cosa fare invece: non rinunciare agli obiettivi, rinuncia all'idea che il percorso sia fisso. Allena la flessibilità cognitiva: costruisci sistemi che tengano conto delle interruzioni, non sistemi che le ignorino. La vita non è lineare, e il tuo metodo di lavoro non dovrebbe esserlo.

2. Controllare lo smartphone appena sveglio


Apri gli occhi. Allunghi il braccio. Scorri.

Se questo è il tuo primo gesto della mattina, stai facendo una cosa precisa: stai cedendo il tuo momento neurologicamente più prezioso della giornata alle notifiche di qualcun altro. Nelle prime ore dopo il risveglio, il cervello è in uno stato di alta plasticità. È il momento in cui sei più ricettivo, più creativo, più capace di programmare il tuo focus. Con lo smartphone in mano, stai allenando il tuo sistema nervoso alla reattività, non alla concentrazione.

Non è colpa tua: è quello che fa ogni app progettata per catturare la tua attenzione, attraverso meccanismi che la ricerca sull'economia dell'attenzione ha documentato bene.

Il sistema alternativo: una finestra di 30-60 minuti senza schermo. Non copiare la routine di nessun guru, trova la tua. Acqua, movimento, qualcosa che metti tu nell'agenda della giornata prima che lo facciano gli altri. Se vuoi un protocollo concreto, l'articolo su come svegliarsi meglio parte esattamente da qui.

3. Riempire ogni slot del calendario con riunioni


Con il lavoro da remoto, le riunioni sono aumentate sensibilmente e le giornate lavorative si sono allungate — è quanto emerge dal Microsoft Work Trend Index. Il risultato: sei occupato, non produttivo. C'è una differenza enorme tra le due cose, e il tuo cervello le percepisce in modo diverso: l'essere occupato genera una sensazione di utilità a breve termine, ma produce affaticamento cognitivo senza progressi reali.

La soluzione non è rifiutare tutte le riunioni. È il time-blocking: blocchi preventivamente nel calendario i tuoi slot di lavoro profondo, prima di accettare qualsiasi riunione. Non dopo. Prima.

Quando il tuo calendario è già pieno di lavoro reale, smetti automaticamente di essere disponibile per tutto il resto. Il principio è lo stesso che Cal Newport chiama deep work: il lavoro di qualità non si incastra negli spazi che avanzano, va programmato in anticipo. Ho approfondito questo nell'articolo su come smettere di procrastinare e lavorare in modo più profondo.

4. Non avere confini tra lavoro e vita personale


Il lavoro da remoto ha fatto una cosa sottile ma devastante: ha mescolato i contesti.

Prima, uscire dall'ufficio era un rituale di transizione fisico. Il cervello associava la scrivania al lavoro, il divano al recupero. Erano spazi separati, e quella separazione aveva una funzione precisa: aiutava il sistema nervoso a cambiare modalità. Adesso molte persone lavorano dallo stesso posto dove si rilassano, mangiano, guardano serie. Il risultato è che sei sempre a metà in tutto, mai pienamente al lavoro, mai pienamente a riposo.

Cosa fare: definisci un'ora precisa in cui la giornata lavorativa finisce. Rispettala come rispetteresti un appuntamento importante. Poi aggiungi un rituale di chiusura — 5 minuti di stretching, una camminata breve, o scrivere 3 cose concrete che hai fatto oggi. Non è un vezzo: è ciò che aiuta il cervello a fare il "click" da una modalità all'altra.

Se vuoi costruire anche la parte mattutina di questo sistema, l'articolo sulla routine mattutina per svegliarsi presto è un buon punto di partenza.

5. Isolarsi e smettere di coltivare le relazioni


La solitudine non è solo scomoda. Attiva gli stessi circuiti cerebrali del dolore fisico.

È quello che hanno trovato Naomi Eisenberger e Matthew Lieberman nei loro studi di neuroimaging alla UCLA: l'esclusione sociale attiva la stessa regione che si accende quando senti un dolore fisico. Puoi approfondire il meccanismo su Wikipedia — Esclusione sociale.

Il problema non è stare da soli, il problema è l'isolamento cronico: quello che si costruisce per inerzia quando smetti di coltivare attivamente le relazioni. E più ti isoli, più il cervello codifica l'isolamento come stato di default. Uscirne diventa faticoso, non perché sei introverso, ma perché il tuo sistema nervoso ha smesso di aspettarsi connessione.

Il sistema: metti nel calendario un appuntamento fisso settimanale con qualcuno — un amico, un collega, chiunque. Trattalo come un impegno non negoziabile. La connessione sociale non si improvvisa: si progetta.

6. Aggrapparsi a ciò che non funziona più


Questa è l'abitudine più sottile e più costosa della lista.

Il cervello è avverso alla perdita per design. L'avversione alla perdita, documentata da Daniel Kahneman e Amos Tversky, indica che il dolore di perdere qualcosa è circa due volte più intenso del piacere di guadagnare qualcosa di equivalente. È cablata nel modo in cui valutiamo le situazioni.

Questo significa che ogni volta che non valuti onestamente cosa non funziona più — un'abitudine, un progetto, una relazione, un modo di lavorare — stai costruendo una prigione fatta di abitudini vecchie che occupano lo spazio dove potrebbero stare quelle nuove.

Il modo per uscirne non è la forza di volontà. Sono tre fasi:

Fase 1, Il lungo addio. Riconosci che qualcosa è finito. Ritualizza la fine — scrivi, cancella, elimina. Non saltare questo passaggio: il cervello ha bisogno di chiusura simbolica.

Fase 2, Il mezzo disordinato. Il momento in cui le vecchie abitudini sono morte ma le nuove non sono ancora consolidate. Non è fallimento: è biologia. Il ricercatore William Bridges lo chiamava neutral zone, e la confonde quasi tutti. Se vuoi capire come navigare questa fase senza arrenderti, l'articolo sul mito dei 21 giorni e il protocollo scientifico per le abitudini ti dà il framework completo.

Fase 3, Il nuovo inizio. Il sistema nuovo prende forma. Lentamente, ma irreversibilmente. Non saltare le prime due fasi: sono scomode di proposito.

Come iniziare oggi


Non ti chiedo di lavorare su tutte e sei in contemporanea.

Ti chiedo di identificare quella che riconosci di più — la prima che ti è venuta in mente leggendo questa lista. Quella è la tua porta d'ingresso.

Ogni abitudine in questo elenco ha un meccanismo preciso e una soluzione di sistema. Niente forza di volontà. Solo design.

👉 Se vuoi un sistema completo per cambiare le abitudini che ti frenano, trovi protocolli pratici e sfide settimanali su Protocollo — 7 giorni gratis, cancelli quando vuoi.

Domande frequenti

Quali sono le abitudini peggiori da abbandonare?
Le 6 più comuni e costose sono: credere di poter prevedere il futuro (e aggrapparsi al piano), controllare lo smartphone appena svegli, riempire il calendario di riunioni senza confini, non separare lavoro e vita personale, isolarsi smettendo di coltivare relazioni, e aggrapparsi a ciò che non funziona più per avversione alla perdita.
Come si fa ad abbandonare un'abitudine negativa?
Non serve forza di volontà: serve un sistema migliore. I passi chiave sono tre: aumenta la frizione per l'abitudine che vuoi eliminare (metti fuori vista l'oggetto, aggiungi un passaggio in più), sostituiscila con un'azione alternativa sul medesimo cue, e ritualizza la fine con un gesto simbolico. Il cervello ha bisogno di chiusura prima di aprire qualcosa di nuovo.
Perché è così difficile smettere con le abitudini sbagliate?
Perché il cervello le ha codificate come risparmio energetico. Ogni abitudine, anche quella che ti frena, è un percorso neurale consolidato — il cervello lo difende per efficienza, non per scelta. Aggiungici l'avversione alla perdita (il dolore di abbandonare qualcosa pesa il doppio del piacere di guadagnare qualcosa di equivalente) e capisci perché il cambiamento richiede un sistema, non solo motivazione.
Quante abitudini si possono cambiare contemporaneamente?
Una alla volta, in genere. Lavorare su più abitudini insieme disperde le risorse cognitive e abbassa la probabilità di successo su ciascuna. Identifica quella più urgente — di solito è quella che ti è venuta in mente per prima — e concentrati su quella finché non è consolidata. Poi passa alla successiva.
Lo smartphone al mattino è davvero così dannoso?
Nelle prime ore dopo il risveglio, il cervello è in uno stato di alta plasticità: è il momento in cui sei più ricettivo e creativo. Cominciare con lo smartphone allena il sistema nervoso alla reattività — rispondere agli stimoli altrui — anziché alla concentrazione proattiva. Non è questione di disciplina: è il risultato prevedibile di avere un dispositivo progettato per catturare la tua attenzione come prima cosa del mattino.

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Trofeo Spiaggia Libera 2026


Mario Ruggiu e Massimo Spano vincono la classicissima di primavera, premiati dalle spiagge d’Ogliastra, con tantissime catture anche di taglia. Ottima l’organizzazione!
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E sono 27! Proprio così! Sono 27 anni che La Spiaggia Libera occupa di diritto un posto di eccellenza fra le gare del surfcasting. Il memorial Luciano Muscas si è svolto fra il 14 e il 15 marzo nelle spiagge comprese fra Torre del Pozzo a ovest e Lotzorai a est, abbracciando dunque tutto il sud Sardegna. Una gara che nasce già durissima, praticamente 12 ore di pesca a campo libero, con equipaggi di due coppie e tre canne per garista. I pesci validi sono quelli della tabella Sardegna, quindi nessuno spazio per i pescetti: mormore minimo cm 20, spigole cm 30, gronghi di almeno un chilo. A rendere più complicate le cose ci pensa il meteo, con un libeccio tirato che attorno alla mezzanotte cede il passo a un maestrale di inusitata potenza. Il tutto condito da acquazzoni, tuoni, fulmini e saette! Insomma, sofferenza al top. Alla chiamata del JCasting rispondono circa 150 surfcaster, armati fino ai denti e pronti a darsi battaglia dall’arrivo fino all’ultimo lancio e all’ultima preda. Il dubbio, quasi amletico, stavolta è davvero duro da risolvere: soffrire a ovest, con mare impetuoso e temporali apocalittici, o riparare a est e confrontarsi con tutt’altre condizioni marine, ma non meteo. In effetti la maggior parte degli equipaggi parte in direzione delle coste orientali, particolarmente gettonata l’Ogliastra, sicuramente una delle zone più scenografiche della nostra isola. Pochi i coraggiosi che invece decidono di sfidare gli eventi, ma a non tutti è andata poi male. Manuelito Satta e Massimo Piras (Sampei Serrenti) dal Golfo di Oristano portano al peso di Su Stentu a Sestu, base logistica del trofeo, ben 48 pesci, con grande prevalenza di grosse mormore, strappate al mare a costo di ore passate sotto l’acqua battente. Un sacrificio che vale il terzo posto assoluto in classifica. Meglio di loro nel cuore dell’Ogliastra ha fatto l’equipaggio Ruggiu - Spano (HCC) e Chessa - Atzei (JCasting Team), che con due carnieri ben oltre i 10 chili si aggiudicano rispettivamente il primo e il secondo posto nella gara.

Fra le innumerevoli mormore e occhiate spiccano due orate attorno al chilo e mezzo ciascuna, entrambe cadute nelle trappole tese dal buon Danilo, non nuovo alla cattura di prede “di peso”. Mario e Massimo hanno portato alla bilancia ben 86 pesci, Riccardo e Dani 64, con uno scarto di circa un chilo. Insomma una vittoria tutt’altro che facile per i portacolori dell’Hippocampus Club Cagliari! Anche perché il ritmo, raccontano, è stato incessante, quasi furibondo, quindi tutta la notte è passata a lanciare, recuperare, slamare, innescare e rilanciare, in un ciclo perpetuo ma anche sicuramente inebriante. A scorrere la classifica fino alla diciassettesima posizione, l’ultima valida per rientrare nella sontuosa premiazione targata Yuki, s’incontrano molti carnieri di tutto rispetto, con diverse decine di mormore, occhiate, oratelle e saraghi che si sono avvicendati sul piatto della bilancia. Fra le società, la spuntano proprio i padroni di casa. Nel frattempo i “cuochi” del JCasting incuranti della pioggia si adoperavano alle graticole e ai fornelli per preparare il graditissimo pranzo a base di gnocchetti al sugo e gustosa carne arrosto, tutto debitamente accompagnato da un vinello che di Diminutiva aveva solo il nome. Il Trofeo Spiaggia Libera continua a dispetto della sua età a mantenere la consueta attrazione e il suo fascino originario e ogni anno è giustamente premiato da una partecipazione massiccia di atleti. Merito anche e soprattutto dell’ottima organizzazione e dell’ospitalità di Tore Aiana e della sua ciurma che continuano ad organizzare questo specialissimo appuntamento in ricordo del loro socio Luciano Muscas. E allora, arrivederci all’edizione del 2027!
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Perché i Dem non vanno così bene anche se Trump è super impopolare


Un'analisi su quattro mesi di sondaggi mostra che due terzi di chi disapprova il presidente senza scegliere i democratici ha un profilo conservatore e voterà comunque repubblicano.

Il presidente Donald Trump ha un indice di gradimento negativo di oltre venti punti tra gli elettori registrati, eppure i democratici sono davanti nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato del 2026 con un margine di otto punti. La distanza tra questi due numeri ha alimentato un dibattito tra strateghi e commentatori politici negli Stati Uniti su quanto spazio di crescita abbia realmente il partito democratico. Un'analisi pubblicata da G. Elliott Morris sulla newsletter Strength In Numbers offre una risposta basata sui dati individuali dei sondaggi e ridimensiona in modo netto le aspettative.

L'analisi si fonda su quattro rilevazioni condotte tra gennaio e aprile 2026 in collaborazione con la società Verasight, su un campione complessivo di 5.509 elettori registrati. Il gradimento di Trump si attesta al 38,7% di approvazione contro il 59,5% di disapprovazione, con un saldo netto di meno 20,8 punti. Sul cosiddetto sondaggio generico, la domanda standard su quale partito si voterà alle elezioni di medio termine, i democratici sono al 50,5% e i repubblicani al 42,4%, con il 7% di indecisi. Il vantaggio democratico è quindi di 8,1 punti e la differenza rispetto alla disapprovazione netta del presidente è di 12,7 punti.

Il punto centrale dell'analisi è che questo divario di 12,7 punti viene comunemente interpretato come un bacino di elettori potenzialmente conquistabili dai democratici. I dati individuali mostrano invece che si tratta di un bacino in larga parte illusorio. Per dimostrarlo, Morris ha suddiviso chi disapprova Trump senza dichiarare voto democratico in tre gruppi, sulla base di tre indicatori: aver votato Trump nel 2024, identificarsi con il Partito repubblicano o tendere verso di esso, collocarsi sul versante conservatore della scala ideologica.

Il primo gruppo, definito dei veri indecisi, è composto da elettori che non presentano alcun indicatore repubblicano e rappresenta il 3,4% degli elettori registrati. Il secondo, lo 0,8% del totale, raccoglie chi ha votato Trump nel 2024 ma è altrimenti indipendente e moderato o progressista. Il terzo, il più consistente con il 6,8% degli elettori registrati, è formato da chi disapprova Trump ma presenta uno o più indicatori repubblicani attuali. È in quest'ultimo gruppo che si concentra il 62% del divario.

Il profilo del terzo gruppo è inequivocabilmente repubblicano. Il 66% ha votato Trump nel 2024, l'89% si identifica con il Partito repubblicano o tende a quel partito, il 62% si definisce conservatore. Sono elettori che esprimono insoddisfazione verso il presidente, ma che mantengono tutte le caratteristiche tipiche dell'elettorato repubblicano e che con ogni probabilità voteranno per i loro candidati a novembre. Considerarli come potenziali elettori democratici significa, secondo Morris, commettere un errore di categoria.
Il divario illusorio — FocusAmerica

Midterm 2026 · Analisi prospettive

Il divario illusorio:
quanto possono crescere davvero i democratici


La popolarità netta di Trump è a -21, i democratici a +8 nel generic ballot. Tra i due numeri sembrano esserci 13 punti di elettori conquistabili. Ma quasi due terzi sono repubblicani in incognito.

G. Elliott Morris · Strength In Numbers / Verasight Campione: 5.509 elettori registrati

Approvazione Trump
−21
Dato di disapprovazione netta tra elettori registrati

vs

Generic ballot
+8
Vantaggio democratico per la Camera dei Rappresentanti

Tra i due numeri si apre una distanza di 12,7 punti

Esplora l'analisi
1 Il divario 2 I tre gruppi 3 Il profilo 4 Le priorità

La decomposizione del dato

Il vero tetto democratico è a +13, non a +21


Aggiungendo i tre gruppi di elettori che disapprovano Trump senza dichiarare l'intenzione di votare democratico, il margine cresce — ma solo i primi due gruppi sono realmente conquistabili per i democratici.

+5 +10 +15 +20 +25 Tetto realistico Vantaggio attuale +8,1 + Veri indecisi 3,4% degli elettori +12,1 + Ex Trump moderati 0,8% +13,3 + Conservatori che disapprovano 6,8% — scenario irreale +25,6

Tetto realistico → +13,3

Vantaggio attuale
+8,1

+ Veri indecisi3,4% degli elettori
+12,1

+ Ex Trump moderati0,8%
+13,3

+ Conservatori che disapprovano6,8% — scenario irreale
+25,6

0+5+10+15+20+25

Realistico — voti realmente in palio
Illusorio — repubblicani in incognito

Il vero margine di crescita per i democratici rispetto alla posizione attuale è di 3-4 punti, non 12. Considerare il bacino di elettori conservatori come potenzialmente conquistabili, scrive Morris, significa commettere un errore di valutazione.

Anatomia del divario

Chi sono i 12,7 punti che separano Trump dai democratici


Morris suddivide chi disapprova Trump senza dichiarare l'intenzione di votare democratico in tre categorie, sulla base del voto 2024, dell'identificazione partitica e dell'autocollocazione ideologica.

1

I veri indecisi
Nessun indicatore repubblicano

3,4%
Elettori

I soli realmente conquistabili. Working class, multietnici, scarsamente impegnati in politica. Sul generic ballot, l'83% dichiara di non sapere come voterà.

76,8%
Indipendenti puri

57,2%
Donne

~40%
Non votanti '24

2

Ex elettori Trump 2024 ora moderati
Hanno cambiato idea sul presidente

0,8%
Elettori

Hanno votato Trump nel 2024 ma oggi si dichiarano indipendenti, moderati o progressisti. Bacino piccolo ma genuinamente persuadibile dai democratici.

3

Repubblicani in incognito
Disapprovano Trump, ma restano elettori repubblicani

6,8%
Elettori

Il gruppo più consistente, e quello che inganna le statistiche. Esprimono insoddisfazione verso Trump ma mantengono tutte le caratteristiche dell'elettorato repubblicano. Continueranno a votare per il GOP a novembre.

89%
Si identifica GOP

66%
Voto Trump '24

62%
Conservatori

Il vero persuadibile

Non è il moderato suburbano di cui si parla spesso nel dibattito pubblico

Si tratta invece di elettori della classe lavoratrice, multietnici, scarsamente impegnati in politica e in larga parte non votanti.

Profilo demografico

42,8%
Senza istruzione superiore al diploma

37,3%
Reddito sotto i 50 mila dollari

76,8%
Indipendenti puri

24,3%
Ispanici

18,3%
Afroamericani

26%
Sotto i 30 anni

Voto alle presidenziali 2024

Non hanno votato

~40%

Kamala Harris

34%

Terzo partito

26%

Generic ballot 2026

Non sa come voterà

83%

Voto repubblicano

17%

Cosa conta davvero

Per i veri persuadibili domina l'economia come preoccupazione principale, invece sicurezza e immigrazione restano marginali


Tema indicato come problema principale del Paese dai veri indecisi.

Prezzi e inflazione

38%

Lavoro ed economia

21%

Sanità

12%

Criminalità

3%

Sicurezza confini

<1%

Il messaggio

Sui temi economici i persuadibili scelgono i democratici con vantaggi tra i 12 e i 30 punti. La sfida non è di posizionamento ideologico, ma di mobilitazione: questi elettori rischiano di non andare alle urne.

Fonte G. Elliott Morris / Strength In Numbers — Verasight, 4 sondaggi gen-apr 2026 (n=5.509 elettori registrati). Margine di errore generic ballot ±2,5 punti. Analisi del 1° maggio 2026.

La simulazione contenuta nell'analisi rende chiaro il punto. Se i democratici conquistassero interamente il primo gruppo, il margine salirebbe a 12,1 punti. Aggiungendo il secondo, arriverebbe a 13,3. Solo sommando anche il terzo gruppo si arriverebbe a 25,6 punti, un valore che supera persino la disapprovazione netta di Trump. Il tetto realistico per i democratici si colloca quindi attorno ai 13 punti, non ai 20 suggeriti da una lettura superficiale del gradimento del presidente. Il vero margine di crescita rispetto alla posizione attuale è di 3-4 punti, non di 12.

Il secondo elemento centrale dell'analisi riguarda chi siano davvero gli elettori del primo gruppo, gli unici realisticamente persuadibili. Il loro profilo non corrisponde all'immagine del moderato suburbano spesso evocata nel dibattito pubblico. Il 42,8% non ha un'istruzione superiore al diploma, il 37,3% ha un reddito familiare inferiore ai 50.000 dollari, il 24,3% è ispanico, il 18,3% nero, il 26% ha meno di 30 anni contro l'8,1% sopra i 65. Il 76,8% si dichiara puro indipendente sulla scala dell'identificazione partitica e il 57,2% sono donne.

Sono elettori della classe lavoratrice, multietnici, scarsamente impegnati in politica e in larga parte non votanti. Quasi il 40% non ha partecipato alle elezioni del 2024, un altro 26,1% ha scelto un candidato di terzo partito e solo il 34% ha votato Kamala Harris. Sul sondaggio generico, l'83% risponde di non sapere come voterà e solo il 17% dichiara di voler votare repubblicano nel proprio distretto. Sono elettori che non hanno scelto contro i democratici, ma che semplicemente non hanno scelto.

I temi che contano davvero per questi elettori sono economici. Tra i veri persuadibili, il 38% indica i prezzi e l'inflazione come problema principale del paese, il 21% il lavoro e l'economia, il 12% la sanità. La criminalità è citata solo dal 3% e meno dell'1% indica la sicurezza dei confini. Anche nel terzo gruppo, quello dei conservatori che disapprovano Trump, i temi economici dominano: il 48% nomina i prezzi e il 18% il lavoro, mentre la criminalità si ferma al 4%, l'immigrazione al 3% e la sicurezza dei confini al 2%. Solo tra chi approva Trump i temi della sicurezza e dell'immigrazione risultano effettivamente prioritari.

Sui temi economici, gli elettori persuadibili si orientano verso i democratici con vantaggi compresi tra i 12 e i 30 punti, mentre concedono ai repubblicani un vantaggio di 9 punti sulla criminalità. La risposta più frequente alla domanda su quale partito ispiri maggiore fiducia, però, resta non lo so, con percentuali molto alte proprio sulla criminalità. Sono elettori che non hanno ancora formato un'opinione netta e che, quando esprimono una priorità, scelgono in modo schiacciante un tema economico.

Il messaggio che emerge dall'analisi è quindi che la sfida per i democratici non è di posizionamento ideologico, ma di mobilitazione. Gli elettori realmente conquistabili sono persone economicamente stressate, poco coinvolte nel dibattito politico e poco affidabili come votanti. Hanno priorità chiare e già favorevoli ai democratici, dai prezzi alla sanità, ma rischiano di non andare alle urne. Il percorso per ampliare il vantaggio passa attraverso la loro attivazione, non attraverso un ripensamento delle politiche su sicurezza o immigrazione, perché chi pone quei temi al centro voterà repubblicano in ogni caso. Nel 2022 molti democratici disapprovavano Joe Biden e votarono comunque democratico: il suo gradimento tra gli adulti americani era a meno 15 punti, eppure i repubblicani vinsero il voto popolare alla Camera per soli 2,8 punti. Disapprovazione del presidente e intenzione di voto, sottolinea Morris, non coincidono mai automaticamente.

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Il Pentagono avvisa gli alleati europei: ritardi nelle forniture di armi dopo la guerra in Iran


Washington ha comunicato a Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia che le consegne di sistemi missilistici subiranno lunghi rinvii. Pesano le scorte ridotte e il timore di uno scontro con la Cina su Taiwan.

Il Pentagono ha avvertito alcuni Paesi alleati della NATO come Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia che le previste forniture di armi statunitensi arriveranno con lunghi ritardi. La guerra contro l’Iran ha, infatti, consumato una parte rilevante delle scorte americane e Washington fatica a ricostituirle. Lo scrive il Financial Times, citando nove fonti a conoscenza del dossier. Due di loro aggiungono che sono in discussione anche rinvii delle spedizioni verso l’Asia.

A rischio forniture HIMARS e NASAMS


I ritardi riguardano in particolare la fornitura di munizioni per diversi sistemi missilistici, tra cui gli HIMARS, i sistemi lanciarazzi mobili prodotti da Lockheed Martin e già impiegati in Ucraina, e i NASAMS, sistemi terra-aria a medio raggio sviluppati da Raytheon e dalla norvegese Kongsberg.

Tra i partner che utilizzano i NASAMS figurano Taiwan, Ucraina, Spagna, Paesi Bassi, Australia e Qatar. Secondo Lockheed Martin, sono invece quattordici i Paesi che usano gli HIMARS, fra cui Ucraina, Taiwan, Ucraina, Polonia, Estonia ed Emirati Arabi Uniti.

A pesare è soprattutto la quantità di armamenti usata negli ultimi due mesi contro l’Iran. Per coprire le carenze, il Pentagono è stato già costretto a spostare armi da altre regioni, incluso l’Indo-Pacifico. Ma c’è anche un secondo timore: che le scorte restanti non bastino a scoraggiare Pechino dall’entrare in guerra per il controllo di Taiwan.

Lo scontro con l’Europa


I nuovi ritardi arrivano in un momento già di forte tensione transatlantica. Donald Trump ha più volte attaccato i Paesi alleati per non aver sostenuto a sufficienza la campagna americana contro l’Iran e ha minimizzato il problema delle scorte. Gli Stati Uniti, ha detto il presidente, hanno armi in tutto il mondo e possono attingervi se necessario. Diverse fonti precisano però che i rinvii ora annunciati non hanno intento punitivo, ma riflettono invece proprio la preoccupazione di Washington per le proprie riserve.

Tom Wright, ex funzionario dell’Amministrazione Biden ora alla Brookings Institution, ha detto al Financial Times che il Pentagono potrebbe trovarsi nella condizione di dover combattere una guerra lunga in Medio Oriente e, allo stesso tempo, rafforzare la deterrenza nell’Indo-Pacifico. In questo scenario, secondo Wright, Washington è sempre più disposta a sacrificare l’Europa. A questo punto i Paesi europei, ha aggiunto, devono ricostruire la propria base industriale della difesa alla massima velocità.

Le conseguenze più immediate ricadono però sull’Ucraina. Un alto funzionario ucraino ha riferito al Financial Times che le forniture americane verso Kyiv hanno iniziato a rallentare sempre di più dall’inizio della guerra in Iran. Il presidente Volodymyr Zelensky ha già denunciato il fatto che i ritardi hanno talvolta lasciato i lanciatori Patriot senza intercettori durante i recenti bombardamenti missilistici russi.

Le conseguenze per i Paesì asiatici


Anche gli alleati asiatici dovranno prepararsi a lunghi rinvii. Giappone e Corea del Sud dipendono fortemente per la propria difesa da diversi sistemi statunitensi, compresi gli intercettori Patriot. Christopher Johnstone, ex alto funzionario del Pentagono ora all’Asia Group, ha detto al Financial Times che gli alleati asiatici stanno ancora sottovalutando sia l’impatto delle carenze di forniture americane sia la loro durata.

Tokyo, ha spiegato Johnstone, era già profondamente frustrata per i ritardi nella consegna di sistemi già pagati, inclusi i missili cruise Tomahawk. La situazione che si sta creando spingerà ora Giappone, Corea del Sud e altri alleati a puntare necessariamente di più su soluzioni nazionali o non americane, anche quando le armi statunitensi restano chiaramente superiori.

Non è la prima volta, comunque, che Washington rinvia consegne ai suoi alleati asiatici. Nel 2024 l’Amministrazione Biden aveva sospeso le spedizioni di intercettori per Patriot e NASAMS ad altri Paesi per accelerare quelle all’Ucraina. L’allarme attuale è però considerato più grave per l’ampiezza del problema.

Proprio Taiwan, secondo il Financial Times, sarà destinataria di un pacchetto record di vendite di armi americane comprendente NASAMS e intercettori Patriot, con la sola componente NASAMS stimata in circa sei miliardi di dollari. Una mossa che, alla luce delle scorte sempre più sotto pressione, mette Washington davanti a una scelta scomoda: rifornire chi è già in guerra o armare chi teme di doverla combattere domani.

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Joe Rogan difende Jimmy Kimmel: "Ridicole le accuse dopo la battuta su Melania Trump"


Il popolare podcaster critica le polemiche contro il conduttore televisivo per una battuta sull'età della first lady fatta giorni prima dell'attacco alla cena dei giornalisti. Trump e Melania chiedono il licenziamento, mentre la FCC avvia controlli sulle licenze delle emittenti Disney-ABC.

Il podcaster Joe Rogan ha definito “ridicola” la nuova polemica che ha travolto il comico e presentatore di late night Jimmy Kimmel per una infelice battuta su Melania Trump, pronunciata pochi giorni prima che un uomo armato tentasse di assassinare il presidente Donald Trump e altri funzionari durante la cena annuale della Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, lo scorso fine settimana.

Nel suo programma della scorsa settimana, Kimmel aveva inscenato una finta cerimonia satirica in cui aveva scherzato sul fatto che la First Lady avesse il “bagliore” di “una vedova in attesa”. Secondo Rogan, “a nessuno importava un accidente” della battuta di Kimmel fino all’episodio di sabato sera. “Nessuno se ne è preoccupato fino a sabato sera, quando c’è stato il tentativo di assassinio, e poi all’improvviso tutti hanno dato la colpa a Kimmel”, ha detto durante un episodio del suo podcast, “The Joe Rogan Experience”.

In effetti, lunedì la First Lady Melania Trump ha accusato Kimmel di diffondere “retorica odiosa e violenta” con l’obiettivo di “dividere il nostro Paese” e ha chiesto alla rete ABC News di “prendere posizione” e cancellare il suo programma. Anche il presidente Donald Trump ha rilanciato gli appelli per il licenziamento del conduttore, definendo la battuta “scioccante” e suggerendo che fosse pensata per incitare alla violenza.

“Apprezzo che così tante persone siano indignate per l’orribile incitamento alla violenza di Kimmel. Normalmente non risponderei a nulla di ciò che dice, ma questo va ben oltre il limite”, ha aggiunto Trump su Truth Social commentando le parole di Kimmel.

Da parte sua, Kimmel si è difeso più volte nel corso della settimana. Lunedì ha chiarito che la battuta era un riferimento “ironico” alla differenza d’età tra Donald e Melania Trump: il presidente ha 79 anni, la first lady 56. Il conduttore è poi tornato sull’argomento il giorno dopo, dopo aver trasmesso un video dei Trump durante l’incontro con re Carlo III e la regina Camilla alla Casa Bianca. Nel filmato, il presidente si scusava con la moglie, con cui è sposato da 21 anni, perché non sarebbero riusciti a eguagliare i 63 anni di matrimonio dei suoi genitori.

“Mio Dio, lui dovrebbe essere licenziato per questo”, ha commentato ironicamente Kimmel. “Solo Donald Trump chiederebbe il mio licenziamento per una battuta sulla sua vecchiaia, e poi il giorno dopo uscirebbe a fare una battuta sulla sua stessa vecchiaia”.

All’inizio della settimana, la Federal Communications Commission (FCC) ha ordinato una revisione anticipata delle licenze di trasmissione di diverse stazioni televisive locali possedute e gestite dalla Disney, società madre di ABC, la rete che trasmette il programma di Kimmel. La FCC, guidata dal presidente Brendan Carr, è stata più volte criticata per quelli che i detrattori definiscono tentativi di reprimere contenuti mediatici critici verso Trump attraverso minacce di revoca delle licenze e altre pressioni del genere. Carr ha sostenuto che l’ultima decisione non sia stata sollecitata da pressioni della Casa Bianca.

La commissaria democratica Anna M. Gomez ha invece criticato duramente la decisione, definendola “l’azione più grave che questa FCC abbia intrapreso in violazione del Primo Emendamento fino a oggi”. “Come parte della sua campagna continua di censura e controllo, la Casa Bianca ha chiesto pubblicamente di mettere a tacere un suo critico dichiarato, e questa FCC ha ora risposto a quella richiesta”, ha affermato Gomez in un comunicato. “Si tratta di un tentativo senza precedenti e politicamente motivato di interferire con il modo in cui operano le emittenti, ma questo abuso di potere illegale fallirà”.

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Quello che Walter Veltroni non capisce dell'AI, e perché ci importa


La maldestra "Intervista" a Claude di Veltroni ci mostra bene un paio di equivoci importanti su come non dovremmo parlare di AI
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Il primo maggio è uscita sul Corriere della Sera un articolo bizzarro: una "intervista" di Walter Veltroni a Claude, l'AI di Anthropic.

Non solo è un'intervista strana, ma mostra da una parte l'ignoranza di Veltroni sugli LLM, e dall'altra prosegue un filone problematico su come concepiamo i chatbot. Allora analizziamolo in breve.

Se non mi conosci, ciao! Sono Martino e parlo del rapporto tra intelligenza artificiale e società, dell'impatto della tecnologia, e di altre cose. Mi trovi anche sui social come @oradecima (Instagram, Bluesky, YouTube).
youtube.com/embed/PKBu8B8HbLU?…
L'intervista segue probabilmente il filone dell'intervista di Bernie Sanders a Claude di un mesetto fa. Entrambe hanno dei problemi in comune nell'approccio, con la differenza che quella di Sanders in video ha una regia interessante ed è un po' più pratica.

Ho deciso di raggruppare le domande di Veltroni in 4 categorie, dalla più ininfluente alla più grave, per spiegare i problemi dell'articolo.

L’intervista all’intelligenza artificiale Claude: «Non morirò ma non ho ricordi, questo mi spaventa. Ho lacune enormi e faccio sbagli, proteggete i giovani dall’AI»
L’intervista a una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale: «Assorbo amori e paure umane. Trump? Non mi sembra giusto da parte mia esprimere un giudizio»
Corriere della SeraWalter Veltroni

Domande noiose


Nel lungo articolo (sono circa 32mila battute) c'è ampio spazio per delle domande che trovo siano semplicemente...noiose, quelle in cui viene chiesta a Claude una "opinione" su qualcosa di ininfluente:

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Trump valuta la nuova offerta iraniana ma frena: "Non credo sia accettabile"


Il presidente americano sta esaminando la nuova proposta negoziale di Teheran trasmessa tramite mediatori pakistani, mentre Washington autorizza vendite d'armi per 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali.

Donald Trump sta esaminando l’ultima proposta iraniana per chiudere la guerra, ma con scetticismo: “Non riesco a immaginare che possa essere accettabile”. Lo ha scritto sabato sera su Truth Social, mentre il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran resta in bilico. Il giorno prima, il presidente si era detto “non soddisfatto” dell’offerta, che secondo i media di Stato iraniani è arrivata giovedì sera tramite i mediatori pakistani.

Poco prima di salire su un aereo a Palm Beach, in Florida, Trump ha spiegato ai cronisti di essere stato informato solo sul “concetto della proposta” e di non averne ancora visto i dettagli. Sul suo social media ha poi accusato l’Iran di non aver “ancora pagato un prezzo abbastanza alto per quello che ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”.

Secondo due fonti citate da Axios, la nuova proposta iraniana si articola in 14 punti. Prevede un mese di negoziati per raggiungere un’intesa che riapra lo Stretto di Hormuz, ponga fine al blocco navale statunitense e ponga fine definitivamente alla guerra in Iran e in Libano. Solo dopo si aprirebbe un secondo mese di trattative dedicato appositamente al futuro del programma nucleare iraniano.

Due alti funzionari di Teheran hanno riferito al New York Times che c'è già stata una prima importante concessione: l’Iran non chiede più, come condizione preliminare, la fine del blocco navale americano. Sarebbe invece disposto a riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale, ancora prima che Trump annunci la revoca del blocco navale. Resta però il nodo del nucleare, sul quale le posizioni appaiono ancora inconciliabili. Trump ripete che l’Iran non potrà avere armi atomiche e dovrà fermare ogni arricchimento dell’uranio, mentre Teheran rivendica il diritto a proseguire il programma di arricchimento.
Trattativa e riarmo — FocusAmerica

Guerra Usa-Iran · Tra diplomazia e riarmo

Trattativa e riarmo:
i due binari paralleli della Casa Bianca


Sul tavolo di Trump arriva una proposta negoziale iraniana in 14 punti per chiudere la guerra. Mentre è in corso la valutazione, il Dipartimento di Stato ha approvato 8,6 miliardi di vendite d'armi d'emergenza ai partner del Golfo, aggirando il Congresso.

Fonti: New York Times, Axios, Reuters Aggiornato al 3 maggio 2026

Proposta iraniana
14
I punti del piano consegnato tramite i mediatori pakistani

vs

Vendite d'armi Usa
8,6mld $
Approvate d'emergenza a favore dei partner mediorientali

Esplora i tre fronti
1 La proposta 2 Il riarmo 3 Il bilancio

Il piano in due tempi

Prima Hormuz, poi il nucleare: la sequenza proposta da Teheran


L'offerta iraniana scinde il negoziato in due fasi consecutive, ciascuna della durata di un mese. Il futuro del programma nucleare, vero nodo politico del conflitto, viene rinviato alla seconda fase.

Fase 1
1 mese
di negoziati
Operativa
Hormuz e fine delle ostilità

  • Riapertura dello Stretto di Hormuz
  • Fine del blocco navale americano
  • Cessazione della guerra in Iran e in Libano


Fase 2
1 mese
di negoziati
Politica
Il dossier nucleare

  • Trattative sul programma di arricchimento
  • Allentamento delle sanzioni Usa
  • Diritto all'uso pacifico del nucleare


Il nodo irrisolto · Posizioni a confronto

Stati Uniti
Nessuna arma atomica e stop a qualsiasi arricchimento dell'uranio. Trump: «Non riesco a immaginare che questa proposta possa essere accettabile».

Iran
Diritto a proseguire il proprio programma di arricchimento. Prima concessione: rinuncia alla revoca preventiva del blocco navale.

Vendite d'emergenza

8,6 miliardi ai partner del Golfo, aggirando il Congresso


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invocato la clausola d'emergenza per accelerare le forniture, saltando così il vaglio del Congresso. È la terza volta che accade dall'inizio della guerra in Iran.

Pacchetto complessivo
8,6miliardi $
Distribuiti tra 4 Paesi: Qatar, Kuwait, Israele e Emirati Arabi Uniti

0
1,25
2,5
3,75
5 mld $

Qatar
Patriot PAC-2 e PAC-3 + APKWS
5,0mld

Kuwait
Sistema di difesa aerea integrato
2,5mld

Israele
10.000 sistemi APKWS-II
992mln

Emirati Arabi
1.500 sistemi guidati APKWS-II
148mln

Il contesto

Le scorte globali di intercettori Patriot si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto in Iran. Il deputato democratico Gregory Meeks denuncia uno «schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso».

Le cifre della guerra

Cosa ha già pagato il Golfo


Mentre la trattativa procede lentamente e gli arsenali vengono ricostituiti, nel corso del conflitto sui Paesi della regione si è abbattuta un'ondata di attacchi iraniani con droni e missili balistici.

20+
Il numero di civili uccisi
nei Paesi del Golfo

~20%
Il petrolio mondiale
che transitava da Hormuz prima della guerra

3
Le volte che l'Amministrazione ha aggirato il Congresso durante la guerra

47
Gli anni di confronto Usa-Iran citati da Trump come ragione del «no»

Sotto attacco · Emirati Arabi Uniti

500+
Missili intercettati o caduti sul territorio degl Emirati dall'inizio del conflitto

2.500
Droni lanciati dall'Iran contro gli Emirati, secondo le autorità locali

Iron
Dome
Componenti israeliane inviate dietro le quinte per contribuire alle intercettazioni

Fonti New York Times, Axios, Reuters, Wall Street Journal, Dipartimento di Stato Usa. Cifre delle vendite d'armi: comunicati ufficiali del Dipartimento di Stato · Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

L’opzione militare resta sul tavolo


Sul tavolo del presidente resta anche l’opzione militare. “Vogliamo distruggerli del tutto e finirli per sempre, oppure proviamo a fare un accordo? Queste sono le opzioni”, ha detto venerdì alla Casa Bianca. Il giorno dopo ha aggiunto che nuovi attacchi sono “una possibilità che potrebbe verificarsi” se Teheran “si dovesse ancora comportare male”.

Giovedì il comandante del CENTCOM, l’Ammiraglio Brad Cooper, ha illustrato a Trump nuovi piani per colpire l’Iran ed è poi partito per la regione. Ma anche l'Iran si sta preparando ad una possibile ripresa delle ostilità: il generale Mohammad Jafar Asadi ha dichiarato ieri che un ritorno alla guerra con gli Stati Uniti è possibile.

Washington accelera sulle armi ai partner regionali


Mentre la trattativa procede tra molte difficoltà, l’Amministrazione Trump accelera sulla vendita di armi ai Paesi del Golfo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha autorizzato forniture d’emergenza di sistemi antimissile per oltre 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali, invocando una clausola che consente la “vendita immediata” di missili a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre che di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.

Il Qatar pagherà oltre 4 miliardi di dollari per ottenere intercettori Patriot di fabbricazione statunitense, le cui scorte globali si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto. Il Kuwait acquisterà invece un nuovo sistema avanzato di difesa aerea per circa 2,5 miliardi. Si tratta della terza volta che la seconda Amministrazione Trump aggira il vaglio del Congresso ricorrendo a questa procedura d'emergenza nel corso della guerra con l’Iran.

Durante la guerra, i Paesi del Golfo hanno subito ripetute ondate di attacchi iraniani con droni e missili balistici. Almeno venti civili e diversi militari sono morti. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo le autorità locali, sono stati colpiti da oltre 500 missili e 2.500 droni. Nel corso del conflitto, Israele avrebbe inoltre inviato, dietro le quinte, componenti del proprio sistema antimissile Iron Dome per contribuire all’intercettazione degli attacchi.

Le nuove vendite annunciate dall’Amministrazione Trump hanno provocato l’immediata reazione dei democratici al Congresso. Gregory Meeks, deputato di New York e principale esponente democratico nella Commissione Affari Esteri della Camera, ha dichiarato al New York Times che “questo nuovo trasferimento di armi riflette uno schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso e prendere decisioni rilevanti per la sicurezza nazionale senza trasparenza né responsabilità”.

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Trump paragona la marina americana ai "pirati"


Il presidente ha rivendicato durante un comizio in Florida le operazioni di sequestro di navi e carichi di petrolio iraniani, definendole "un business molto redditizio" mentre cresce la tensione nello stretto di Hormuz.

Donald Trump ha definito la marina militare statunitense come una sorta di banda di "pirati" descrivendo le operazioni di sequestro condotte nell'ambito del blocco navale americano contro i porti iraniani. Le dichiarazioni sono arrivate venerdì durante un comizio in Florida..

"Saliamo a bordo e prendiamo il controllo della nave. Ci impossessiamo del carico, ci impossessiamo del petrolio. È un business molto redditizio", ha detto il presidente davanti ai sostenitori. "Siamo come pirati", ha aggiunto tra gli applausi della folla. "Siamo una specie di pirati. Ma non stiamo giocando".

Le parole di Trump arrivano mentre esperti di diritto internazionale esprimono preoccupazione per la situazione nello stretto di Hormuz, una delle vie d'acqua più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas. L'Iran ha di fatto chiuso il passaggio dopo l'inizio della campagna aerea congiunta di Stati Uniti e Israele contro Teheran, lanciata il 28 febbraio. Il governo iraniano ha anche annunciato l'intenzione di imporre una tariffa sulle navi che attraversano lo stretto.

Washington ha risposto annunciando il mese scorso un blocco dei porti iraniani, dopo il fallimento dei negoziati di pace ospitati in Pakistan. Il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile delle forze americane in Medio Oriente, ha reso noto che fino a venerdì sono state dirottate 45 navi per garantire il rispetto del blocco.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha dichiarato ad aprile ai giornalisti che il blocco durerà "il tempo necessario". Il generale Dan Caine, massima autorità militare statunitense, ha precisato che la misura "si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla nazionalità, dirette verso i porti iraniani o in partenza da essi".

Teheran ha promesso di mantenere il proprio controllo sullo stretto di Hormuz fintanto che gli Stati Uniti continueranno il blocco dei suoi porti. Lo stretto rappresenta un punto di passaggio strategico per il commercio mondiale di idrocarburi e la sua chiusura prolungata rischia di avere ripercussioni sui mercati energetici globali.

Il paragone tra le operazioni della marina americana e la pirateria, pronunciato dal presidente in un contesto pubblico, ha attirato l'attenzione proprio mentre giuristi internazionali sollevano dubbi sulla legittimità sia del blocco statunitense sia delle contromisure iraniane. Il sequestro di navi commerciali e dei loro carichi al di fuori di un quadro di guerra formalmente dichiarata pone questioni complesse sotto il profilo del diritto del mare e delle convenzioni internazionali sulla navigazione.

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