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Coppa Italia, trionfo Inter e “vendetta” Pedro


Inter batte 2-0 in finale con rete di Lautaro e autogol di Marušić: sui social esplode il caso dopo l’episodio tra Luis Henrique e Pedro
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La finale di Coppa Italia si è conclusa con la vittoria dell’Inter per 2-0, grazie alla rete di Lautaro Martínez e a un’autorete di Adam Marušić, ma a tenere banco nelle ore successive al fischio finale non sono stati soltanto il risultato e il trofeo, bensì anche un episodio di gioco e il conseguente acceso dibattito sui social network.

Nel corso della gara, infatti, ha fatto discutere il contatto tra Luis Henrique e Pedro: a gioco fermo, con quest’ultimo già a terra, il pallone calciato da Luis Henrique ha colpito in pieno volto il giocatore. Un episodio che, pur nella dinamica di gioco e senza conseguenze disciplinari immediate rilevanti, ha rapidamente acceso le discussioni online, diventando in poche ore uno dei temi più commentati della finale.


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Sui social, l’episodio è stato rilanciato e reinterpretato in chiave ironica e polemica non solo dai tifosi nerazzurri, ma anche da una parte della tifoseria romanista, riaccendendo rivalità e vecchie tensioni. In particolare, alcuni riferimenti hanno richiamato l’episodio della scorsa stagione, quando proprio Pedro aveva trasformato un calcio di rigore in una sfida decisiva per la corsa allo scudetto, alimentando oggi ulteriori sfottò incrociati.

Sul fronte tecnico e storico, la serata ha comunque consegnato un dato rilevante legato a Christian Chivu, attuale guida tecnica dell’Inter. L’allenatore rumeno, infatti, entra in una statistica particolare: è indicato come l’unico protagonista ad aver conquistato, nella stessa stagione, sia lo scudetto sia la Coppa Italia, riuscendo nell’impresa sia da calciatore che da allenatore.

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Trump nega un'intesa con Putin sulla cessione del Donbass, Mosca punta a alzare il prezzo della pace


Secondo il Financial Times, i vertici militari russi hanno convinto il leader del Cremlino per l'ennesima volta che il fronte ucraino crollerà presto. Per motivi opposti, Kyiv e Mosca non credono più nel negoziato mediato dagli Stati Uniti.

I vertici militari russi hanno convinto ancora una volta Vladimir Putin che le loro forze possono conquistare l'intero Donbass entro l'autunno. Lo scrive il Financial Times, secondo cui Russia e Ucraina non credono più in una vera ripresa dei negoziati mediati dagli Stati Uniti, nemmeno dopo la fine della guerra in Medio Oriente. Negli ultimi mesi Putin ha concentrato – senza granchè successo – lo sforzo militare sulla conquista di nuovi territori ucraini e, secondo le fonti citate dal quotidiano britannico, intende ampliare le proprie richieste se dovesse riuscire a completare l'occupazione della regione orientale.

Prima di partire per Pechino, dove martedì incontrerà Xi Jinping, Donald Trump ha però negato di avere mai raggiunto un'intesa con Putin sulla cessione del Donbass alla Russia. A un cronista che gli chiedeva se esistesse un accordo di questo tipo con il leader del Cremlino, il presidente americano ha risposto semplicemente: "No". La smentita arriva dopo che Mosca ha indicato il ritiro delle truppe ucraine dall'intero Donbass come condizione per proseguire i colloqui di pace con Kyiv. La richiesta riguarda soprattutto la parte della regione di Donetsk ancora controllata dagli ucraini, mentre la vicina Luhansk è già quasi interamente in mano russa.

Q: Can there be any understanding between you and Putin that Russia should get entire Donbas?

TRUMP: No pic.twitter.com/5hV4IioV0u
— Aaron Rupar (@atrupar) May 12, 2026


Vadym Skibitskyj, vicecapo dell'intelligence militare ucraina, ha detto al Financial Times che un eventuale successo russo nel Donbass permetterebbe al Cremlino di pretendere anche la cessione delle intere regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Sono due territori che Mosca sostiene di aver annesso nel 2022, ma che restano ancora in buona parte, inclusi i rispettivi capoluoghi regionali, sotto controllo ucraino. Al vertice in Alaska della scorsa estate, Putin aveva offerto a Trump di congelare la linea del fronte in quelle due regioni in cambio dell'accoglimento delle sue richieste sul Donbass.
La forbice di Putin — FocusAmerica

Guerra in Ucraina · Quanto può davvero avanzare Mosca?

La forbice di Putin: le ambizioni del Cremlino contro i numeri reali al fronte


I generali russi hanno convinto Putin che il Donbass possa cadere entro l'autunno. Ma i dati raccontano un'altra storia: al ritmo attuale, circa 370 km² al mese, conquistare la sola regione di Donetsk richiederebbe anni. E negli ultimi due mesi la dinamica si è persino rovesciata: ad aprile Mosca ha perso più territorio di quanto ne abbia guadagnato.

Fonti: Financial Times, ISW, DeepState, Russia Matters Dati aggiornati a maggio 2026

Obiettivo del Cremlino
22%
Della regione di Donetsk ancora in mano ucraina che Mosca pretende ceduta

vs

Conquistato in 12 mesi
0,8%
Del territorio ucraino totale guadagnato dalla Russia in un anno

Al ritmo attuale conquistare la sola regione di Donetsk richiederebbe 2-3 anni di guerra

Esplora in dettaglio
1 Il fronte 2 Le regioni 3 Il costo 4 Ambizioni

4 settimane alla volta

L'avanzata russa rallenta da mesi, e a marzo si è persino invertita


I km² di territorio ucraino conquistato o perso dalle forze russe ogni 4 settimane. Dato ISW elaborato da Russia Matters.

Nov '25

+557km²

Dic '25

+360km²

Gen '26

+163km²

Feb '26

+119km²

Mar '26

−31km²

Apr '26

−119km²

← Perdite Guadagni →

370
km² al mese, media russa degli ultimi 12 mesi

0,7%
Del territorio ucraino totale conquistato in un anno, pari a circa 4.439 km²

Per 2 mesi consecutivi, marzo e aprile 2026, la Russia ha perso più territorio di quanto ne abbia conquistato. A questo ritmo, secondo l'ISW, per completare la conquista della sola regione di Donetsk servirebbero almeno 2 o 3 anni di guerra.

Cosa Mosca pretende vs cosa controlla davvero

3 delle 4 regioni rivendicate restano ancora in parte sotto controllo ucraino


Le quattro regioni che Mosca dichiara annesse dal 2022. Ogni barra mostra la quota controllata oggi dalla Russia, la linea tratteggiata indica il 100% rivendicato dal Cremlino.

Luhansk
Quasi interamente occupata

98,5%

Controllo russo: ~98,5% Rivendicazione: 100%

Donetsk
Contesa, è il fronte attuale

80,5%

Controllo russo: ~80,5% · ucraino ~19,5% Rivendicazione: 100%

Zaporizhzhia
Capoluogo in mano ucraina

~73%

Controllo russo: circa tre quarti, città capoluogo no Rivendicazione: 100%

Kherson
Capoluogo liberato nel 2022

~73%

Controllo russo: circa tre quarti, città capoluogo no Rivendicazione: 100%

Territorio sotto controllo russo
Rivendicazione del Cremlino (100%)

Il prezzo dell'avanzata

Un milione di perdite tra morti e feriti gravi, energia in crisi: la guerra logora entrambi i Paesi


Le stime più recenti sulle vittime militari e gli effetti incrociati delle campagne di droni sulle infrastrutture energetiche.

~1mln
Perdite militari russe tra morti e feriti gravi

250-300mila
Perdite militari ucraine tra morti e feriti

20%
Della capacità di raffinazione russa distrutta o danneggiata dai droni ucraini

16h
Senza elettricità al giorno per i residenti di Kyiv nei picchi di crisi

Capacità elettrica ucraina disponibile

Pre-invasione

33,7 GW

Gennaio 2026

~14 GW

Capacità di raffinazione russa offline (ottobre 2025)

Capacità totale

100%

Offline per attacchi

~40%

Il quadro

Nel mese di aprile 2026 la Russia è stata costretta a tagliare la produzione di 300-400 mila barili al giorno rispetto al primo trimestre — secondo Reuters si tratta del calo più ripido in 6 anni. I droni hanno reso entrambi gli Stati vulnerabili nei punti vitali: l'energia per Kyiv, l'export per Mosca.

Cosa vuole davvero Putin

Le ambizioni del Cremlino vanno ben oltre il solo Donbass

Non prenderà Zaporizhzhia, non prenderà il Donbass, non prenderà Kherson. Ma ricordiamoci che il piano è sempre stato prendere Kyiv.— Una fonte coinvolta nei canali diplomatici al Financial Times

1 · Richiesta attuale
Cessione dell'intero Donbass
Putin pretende il ritiro ucraino dalla parte della regione di Donetsk ancora in mano a Kyiv, circa 5.830 km², un'area poco più piccola della Liguria. Luhansk è già quasi tutta occupata.

2 · Se cade il Donbass
Anche Kherson e Zaporizhzhia
Secondo l'intelligence militare ucraina, la conquista del Donbass permetterebbe a Mosca di alzare il prezzo di qualsiasi tregua, rilanciando le rivendicazioni sulle due regioni meridionali annesse sulla carta nel 2022 ma ancora in larga parte sotto controllo ucraino.

3 · Obiettivo strategico
Controllo fino alla riva ovest del Dnipro
Due fonti diplomatiche citate dal Financial Times affermano che l'obiettivo finale di Putin è imporre il controllo russo oltre il fiume Dnipro, includendo potenzialmente anche la città di Odesa sul Mar Nero.

4 · Mira ultima
Kyiv
Il piano originale del 2022, la conquista di Kyiv fallita militarmente, resta — secondo gli interlocutori del FT — l'orizzonte di lungo periodo del Cremlino.

Richiesta sul tavolo
Rivendicazione esistente
Obiettivo dichiarato
Ambizione di fondo

Fonti Financial Times (intervista a Vadym Skibitskyj, vicecapo dell'intelligence militare ucraina); Institute for the Study of War; DeepState (OSINT ucraino); Russia Matters; Reuters; The Economist. Dati territoriali al 30 aprile 2026; dati energetici e produzione petrolifera al primo trimestre 2026.

Le ambizioni oltre il Donbass


Le ambizioni del leader russo, però, sembrano già andare ben oltre il Donbass. Secondo due fonti coinvolte nei canali diplomatici, l'obiettivo finale resta imporre il controllo russo sull'Ucraina almeno fino alla riva occidentale del Dnipro, includendo potenzialmente Kyiv e il porto di Odesa, sul Mar Nero. "Non prenderà Zaporizhzhia, non prenderà il Donbass, non prenderà Kherson. Ma ricordiamoci che il piano è sempre stato prendere Kyiv. Il compito è stato fissato e va portato a termine", ha detto una delle fonti al Financial Times. "I suoi gli stanno dicendo che gli ucraini sono in difficoltà, che il fronte sta crollando e che hanno finito gli uomini".

La situazione militare sul campo, però, racconta ben altro. Kherson e Zaporizhzhia sarebbero obiettivi persino più difficili del Donbass: entrambi i capoluoghi di regione si trovano oltre il Dnipro, lungo linee da cui le truppe russe si sono ritirate o che non sono mai riuscite a controllare stabilmente. Ciò nonostante, Putin continua a usare formule ambigue. Alla domanda se gli attacchi ucraini con droni rendessero necessario estendere più in profondità una "zona di sicurezza", ha risposto: "Ti sei già risposto da solo. Dobbiamo assicurarci che nessuno minacci nessuno, e basta". Una frase volutamente vaga, che lascia intravedere rivendicazioni territoriali più ampie di quelle già avanzate ufficialmente.

A Kyiv, intanto, i funzionari ucraini si sentono sempre meno esposti alle pressioni di Washington per un'intesa rapida e sfavorevole. L'esercito ucraino ha rallentato con successo l'avanzata russa negli ultimi mesi e ha aumentato i costi per Mosca con raid di droni in profondità contro infrastrutture energetiche e logistiche, depositi di munizioni e alloggiamenti militari. "Non c'è stato alcun progresso ottenuto dalla parte americana con la Russia", ha detto al quotidiano britannico un funzionario ucraino. "Tutto ciò che poteva essere negoziato è già stato fatto".

Trump promette un accordo, Kyiv respinge le concessioni


Trump continua invece a mostrarsi ottimista. Ha promesso che "farà tutto il necessario" per arrivare a un'intesa e ha ribadito che la guerra scatenata dal Cremlino sta per finire. "Penso che raggiungeremo un accordo tra Russia e Ucraina", ha dichiarato. Non ha escluso nemmeno un viaggio in Russia entro la fine dell'anno: alla domanda di un cronista ha risposto "è possibile". Nel breve scambio con i giornalisti, Trump ha però anche ribadito la sua lettura del sistema internazionale: per lui le vere superpotenze sono solo due, Stati Uniti e Cina. Washington, ha detto, è "il Paese militarmente più potente sulla Terra", mentre Pechino è "considerata la seconda più potente". "Nessuno si avvicina nemmeno a noi. E questo è evidente, che si tratti del Venezuela o dell'Iran", ha aggiunto.

Le aperture di Trump a Putin si scontrano però con la posizione di Kyiv. Volodymyr Zelensky ha già respinto pubblicamente l'idea di cedere il Donbass in cambio di un cessate il fuoco: rinunciare a quella linea di difesa, sostiene, esporrebbe il resto del Paese a nuove offensive russe. Un piano di pace concordato senza l'Ucraina, ha avvertito, sarebbe "nato morto". Trump e Putin si sono già incontrati una volta, ad agosto in Alaska. Un secondo vertice, previsto a Budapest in ottobre, è stato poi annullato all'ultimo dalla Casa Bianca.

Nonostante tutto, la scorsa settimana Trump ha dichiarato che "ogni giorno ci avviciniamo di più" a un accordo, dopo aver mediato un breve cessate il fuoco. Ma nessuna delle due parti sembra vedere un'utilità concreta nel proseguire i negoziati. I funzionari statunitensi negano di aver fatto pressioni su Kyiv, mentre Mosca sostiene che non abbia senso trattare finché l'Ucraina non si ritirerà dal Donbass. "La verità è che la Russia sta ancora cercando di ottenere diplomaticamente ciò che non è in grado di conquistare sul campo, mantenendo richieste massimaliste", ha detto al Financial Times un alto diplomatico tedesco. "Le azioni della Russia contraddicono chiaramente qualsiasi presunta disponibilità a negoziare".

Il negoziato si allontana


Da parte sua, Putin ha respinto sia le offerte di mediazione europee sia la richiesta ucraina di un summit in territorio neutrale. Lo scorso fine settimana ha indicato come possibile interlocutore negoziale l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, oppure "un leader di cui loro si fidano e che non abbia detto cose cattive su di noi". Kaja Kallas, capo della diplomazia europea, ha replicato che "non sarebbe molto saggio" lasciare a Putin la scelta del rappresentante europeo per i negoziati. La vicinanza di Schröder al Cremlino, ha osservato, equivarrebbe ad averlo "seduto da entrambi i lati del tavolo". Ancora più netta la posizione del Ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha, che si è detto "categoricamente contrario" a questa ipotesi.

Intanto la crescente vulnerabilità russa agli attacchi dei droni ucraini ha costretto Mosca a tenere una versione ridotta della parata della Vittoria sulla Piazza Rossa: per la prima volta in quasi vent'anni l'esercito russo ha sfilato senza mezzi corazzati. In una rara conferenza stampa, Putin ha comunque rivendicato che le sue forze stanno puntando alla "sconfitta definitiva del nemico", che a suo dire arriverà presto nonostante il sostegno occidentale a Kyiv.

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Papa Leone XIV alla Sapienza: “Chi cerca la Verità alla fine trova Dio”


Prima visita pastorale di un pontefice all'ateneo laico più grande d'Europa. Polimeni: “Libertà, pace, democrazia: valori imprescindibili”

Una folla di studenti ad accoglierlo, applausi e telefoni puntati verso i maxischermi. Papa Leone XIV è entrato oggi nella città universitaria della Sapienza di Roma per una visita pastorale che segna un momento storico per l'ateneo laico più grande d'Europa. Lo riporta ANSA.

“Questa mia visita oggi è una visita pastorale: conoscere un po' l'università, conoscere voi, poter salutare, condividere un breve momento nella fede”, ha detto il Papa salutando a braccio la comunità studentesca. “Chi ricerca, chi studia, chi cerca la Verità alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, trovare Dio precisamente nella bellezza della Creazione e in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta”.

All'arrivo il Pontefice è stato accolto dalla rettrice Antonella Polimeni davanti alla Cappella Universitaria "Divina Sapienza", poi dal cappellano don Gabriele Vecchione.

Polimeni: “Non vi è conoscenza senza pace”


Ad aprire l'incontro il discorso della rettrice Polimeni, che ha accolto il Papa con parole di grande intensità. “Una visita che onora il nostro Ateneo”, ha detto, inserendola “in un momento particolarmente delicato della nostra storia recente, mentre gli echi e le conseguenze delle guerre ci richiamano a riflessioni inevitabili su valori minacciati, umiliati e dimenticati, ma per noi imprescindibili: la libertà, la pace, la democrazia e la solidarietà”.

Polimeni ha citato Agostino: “Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora”, siamo noi i tempi: quali siamo noi, tali sono i tempi, un invito a non lamentarsi della cattiveria del mondo ma a migliorare sé stessi per renderlo migliore.

La rettrice ha poi sviluppato due grandi temi. Il primo riguarda il senso della conoscenza in una società sempre più frammentata: “La conoscenza è una delle principali infrastrutture strategiche della società contemporanea. Le università sono i luoghi in cui questa infrastruttura viene costruita, manutenuta, innovata e tramandata. Rappresenta l'asse costitutivo della libertà individuale e collettiva”. Il compito dell'università, ha sottolineato, “non è soltanto quello di produrre conoscenza, ma di insegnare il modo in cui interpretare le informazioni”.

Il secondo tema è quello della pace. “Non vi è conoscenza senza pace”, ha detto Polimeni, “perché il sapere nasce dal dialogo, dalla possibilità di condividere idee, di riconoscere nell'altro non un avversario da sconfiggere, ma un interlocutore con cui costruire”. Ha ricordato le molte iniziative della Sapienza in questa direzione: l'accoglienza di docenti e studenti provenienti da paesi in guerra, l'accordo con l'università di Betlemme, la collaborazione con la diocesi di Roma e la comunità di Sant'Egidio a favore di studenti provenienti dalla Palestina.

Proprio quando ha ricordato i primi quattro studenti palestinesi arrivati a Roma e presenti in aula, la sala ha risposto con un lungo applauso.

“Facciamo tutto questo perché contribuire alla costruzione di una società di pace è l'apporto più importante che l'università può offrire”, ha concluso la rettrice. “La libertà diventa fragile in un mondo senza pace. Ed è ancora più evidente per un'istituzione come la nostra”.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Hamas usò stupri e violenze sessuali come strategia deliberata il 7 ottobre


Un'inchiesta indipendente israeliana documenta su 300 pagine stupri, torture sessuali e mutilazioni compiute da Hamas, basandosi su oltre 430 testimonianze e 10.000 immagini analizzate in due anni.

Stupri, torture sessuali, mutilazioni dei corpi e abusi compiuti anche dopo la morte delle vittime. La violenza sessuale durante l'attacco del 7 ottobre 2023 in Israele non fu un eccesso isolato, ma una strategia deliberata e sistematica di Hamas e degli altri gruppi armati palestinesi. È la conclusione di un rapporto di 300 pagine pubblicato dalla Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas against Women and Children, un'organizzazione non governativa israeliana indipendente, anticipato in esclusiva alla CNN e diffuso il 12 maggio.

Il documento, intitolato "Silenced No More", rappresenta la raccolta di prove più completa finora prodotta sulla violenza sessuale e di genere commessa durante l'assalto, in cui furono uccise circa 1.200 persone e 251 prese in ostaggio. L'inchiesta si basa su 430 interviste formali e informali con sopravvissuti, testimoni, ex ostaggi, esperti e familiari delle vittime, sull'analisi di oltre 10.000 fotografie e segmenti video, di cui molti girati dagli stessi aggressori, e su circa 1.800 ore di lavoro di esame del materiale visivo.

A guidare l'inchiesta è Cochav Elkayam-Levy, esperta di diritto internazionale e fondatrice della Civil Commission, insignita nel 2024 dell'Israel Prize, la più alta onorificenza civile del paese. "Il dato più importante è che la violenza sessuale il 7 ottobre e contro gli ostaggi in cattività è stata una strategia calcolata di Hamas", ha dichiarato Elkayam-Levy alla CNN. Al Times of Israel ha aggiunto che la violenza fu progettata "non solo per brutalizzare le vittime ma anche per terrorizzare la società israeliana nel suo complesso".

Il rapporto identifica tredici diversi tipi di violenza sessuale documentati durante l'attacco e nella prigionia degli ostaggi, tra cui stupri, stupri di gruppo, torture sessuali, mutilazioni, esecuzioni collegate alla violenza sessuale, abusi compiuti su cadaveri e aggressioni sessuali perpetrate davanti ai familiari delle vittime. La Commissione ha concluso che gli atti commessi costituiscono crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti di genocidio secondo il diritto internazionale.

Tra le testimonianze raccolte ci sono quelle di ex ostaggi che hanno parlato pubblicamente dei loro abusi, tra cui Romi Gonen, Rom Braslavski, Arbel Yehud, Amit Soussana, Ilana Gritzewsky e Guy Gilboa-Dalal. Altre vittime hanno condiviso le loro esperienze solo in forma riservata con esperti, investigatori e personale medico. Il rapporto include anche accuse mai rese pubbliche, tra cui il caso di due minori che, mentre erano tenuti in ostaggio a Gaza, sarebbero stati costretti dai loro carcerieri a compiere atti sessuali l'uno sull'altro. La Commissione descrive questo episodio come parte di un modello distinto di violenza che colpiva i familiari sfruttando i legami di parentela come strumento di terrore.

Particolarmente dettagliate sono le testimonianze raccolte presso il festival musicale Nova, dove furono uccise oltre 370 persone. Una sopravvissuta, Darin Komarov, nascosta nelle immediate vicinanze, ha riferito alla Commissione di aver sentito uno stupro di gruppo: "Si passavano la vittima l'uno con l'altro. Era probabilmente ferita, a giudicare dalle sue urla. Urla che non si sono mai sentite da nessuna parte". Il suo racconto è stato confermato da un'altra testimone e da persone che hanno successivamente visto i corpi delle vittime con i vestiti strappati, le gambe divaricate e le parti intime mutilate. Il rapporto documenta almeno sei episodi diversi di testimoni diretti di stupri o stupri di gruppo, tutti seguiti dall'uccisione delle vittime.

Anche gli uomini furono oggetto di violenza sessuale. Un sopravvissuto al festival Nova, identificato solo con la lettera D, ha raccontato di essere stato vittima di uno stupro di gruppo e di torture. Numerosi cadaveri furono trovati con segni evidenti di mutilazione, in particolare nei volti e nelle zone intime. Decine di vittime presentavano colpi di arma da fuoco o ustioni nel torace e nei genitali, spesso inflitti dopo la morte. Le mutilazioni, secondo Elkayam-Levy, avevano una funzione precisa: "La violenza sessuale serve a torturare, a umiliare. Hanno mutilato gli organi intimi delle vittime, hanno bruciato le aree genitali, creando un dolore e una sofferenza che verranno ricordati per generazioni".

Un elemento centrale dell'analisi riguarda la diffusione deliberata delle immagini della violenza sui social network. Gli aggressori filmarono gli abusi e le uccisioni e fecero circolare il materiale attraverso le piattaforme online, in alcuni casi utilizzando gli account personali delle vittime stesse e inviando direttamente alle famiglie le immagini dei propri cari. Molti familiari appresero così la sorte dei loro congiunti. Secondo il rapporto, questa pratica trasformò la violenza in uno strumento di guerra psicologica diretto non solo contro le vittime ma contro l'intera società israeliana.

La questione della violenza sessuale del 7 ottobre è stata politicamente controversa fin dall'inizio. Alcune ricostruzioni diffuse subito dopo l'attacco da funzionari israeliani si rivelarono poi false, mentre alcune prove forensi andarono perdute perché i primi soccorritori, in molti casi volontari senza formazione specifica, dovettero operare in una zona di combattimento attiva e si concentrarono sull'identificazione e sulla sepoltura delle vittime. Hamas ha sempre negato che la violenza sessuale sia avvenuta. Per rispondere ai negazionisti, il team di circa 25 esperti che ha lavorato all'inchiesta ha incrociato ogni testimonianza con altre fonti, ha collaborato con ricercatori che hanno geolocalizzato foto e video, e ha scelto di non utilizzare materiale ottenuto dagli interrogatori statali per garantire l'indipendenza del lavoro.

In precedenza, la rappresentante speciale dell'Onu sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, aveva concluso che esistono "fondati motivi per ritenere" che si siano verificati episodi di violenza sessuale, inclusi stupri e stupri di gruppo. Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan aveva chiesto mandati di arresto contro tre leader di Hamas anche per stupro e altre forme di violenza sessuale, ma il procedimento è stato chiuso dopo l'uccisione dei tre nell'offensiva israeliana a Gaza.

L'archivio digitale che contiene tutto il materiale raccolto resterà non accessibile al pubblico per un periodo determinato, a tutela della privacy delle vittime, ma potrà servire in futuro a sostenere eventuali procedimenti giudiziari. Il 12 maggio la Knesset ha approvato una legge che istituisce un tribunale speciale per processare i circa 300 terroristi catturati dalle forze di sicurezza israeliane il 7 ottobre e nei giorni successivi, includendo specificamente i "crimini sessuali" tra i capi d'imputazione.

Il rapporto è stato sostenuto pubblicamente da diverse personalità di rilievo internazionale, tra cui l'ex segretaria di Stato americana Hillary Clinton, l'ex consigliera dell'Onu per la prevenzione del genocidio Alice Wairimu Nderitu, l'ex ministro della Giustizia canadese Irwin Cotler, l'ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak e Sheryl Sandberg. Elkayam-Levy ha annunciato che il rapporto sarà inviato ai parlamenti nazionali e ai decisori politici stranieri perché diventi un documento ufficiale e riconosciuto.

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Anna Pepe selfie con Mattarella durante la cerimonia SIAE: “Grazie per l’invito Mr President”


La rapper tra i grandi della cultura per i 145 anni dell'ente. Il Presidente: "Creatività valore centrale per l'Italia"
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Un incontro istituzionale dal forte valore simbolico ha visto protagonista la rapper Anna Pepe al Palazzo del Palazzo del Quirinale, dove l’artista ha preso parte alla cerimonia per il 145° anniversario della SIAE alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’evento, ospitato nelle sale del Quirinale, ha riunito esponenti del mondo della musica, del cinema, del teatro, della televisione e della cultura italiana per celebrare la storica istituzione che tutela autori ed editori nel Paese. Tra gli ospiti presenti figuravano anche personalità come Paolo Sorrentino, Carlo Verdone, Fiorella Mannoia ed Emma Marrone.

Particolare attenzione mediatica è stata riservata al momento informale tra Anna Pepe e il Capo dello Stato. La rapper ha infatti condiviso sui propri canali social un selfie scattato insieme a Mattarella, accompagnandolo con la frase: “Grazie per l’invito Mr President” e con la didascalia “La Queen stamattina al Quirinale di Roma”. Lo scatto è rapidamente diventato virale sui social network, alimentando commenti e reazioni da parte dei fan e del pubblico online.

Durante la cerimonia, il Presidente Mattarella ha ribadito il ruolo centrale della cultura e della creatività nel patrimonio democratico e sociale italiano, sottolineando il valore del lavoro di autori, artisti e operatori culturali. L’iniziativa ha celebrato i 145 anni della SIAE, fondata nel XIX secolo per la tutela del diritto d’autore e oggi punto di riferimento per il settore creativo nazionale.

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AI e lavoro, il boom continua: nel 2026 la domanda di professionisti cresce del 40%


La domanda di professionisti AI cresce del 40% nel 2026 mentre nascono nuovi ruoli dedicati alla governance e alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale
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Secondo i dati della Salary Guide 2026 di Hays Italia, l’utilizzo dell’IA generativa tra i professionisti è più che raddoppiato in Italia negli ultimi tre anni, passando dal 20% nel 2023 al 43% nel 2024, fino a raggiungere il 52% nel 2025. La diffusione di queste tecnologie ha accelerato la nascita di competenze e di nuove figure professionali dedicate alla loro implementazione in azienda, affiancate da nuovi ruoli orientati alla governance e alla regolamentazione volti a garantire un uso corretto e responsabile dell’IA nei progetti e nei processi aziendali.

Digital divide nella sanità: il gap tecnologico negli studi medici
Tra sanità digitale, software gestionali e intelligenza artificiale, molti studi medici devono ancora affrontare un forte digital divide tecnologico e formativo
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Nei primi quattro mesi del 2026, Hays ha registrato un aumento del 40% nella domanda di professionisti legati all’IA rispetto allo stesso periodo del 2025, confermando il passaggio dell’AI da ambito sperimentale a leva strategica per lo sviluppo delle imprese. La richiesta si concentra soprattutto su figure come AI Engineer, Data Engineer e Generative AI Specialist che si rivelano fondamentali per progettare modelli, gestire infrastrutture, amministrare ed elaborare dati, sviluppare applicazioni basate su IA generativa. Parallelamente cresce l’interesse verso competenze di governance e compliance; figure come AI Governance o Compliance Specialist sono chiamate a presidiare responsabilità, trasparenza, gestione del rischio e protezione dei dati, in linea con l’evoluzione del quadro normativo europeo.

Formazione e diffusione dell'AI Inon crescono allo stesso ritmo


Parallelamente all’aumento dell’utilizzo dell’IA, emerge un divario sempre più evidente sul fronte della formazione. Se oggi più della metà dei professionisti dichiara di utilizzare regolarmente strumenti di IA generativa, il 77% sarebbe disposto a partecipare a workshop o corsi di formazione dedicati. Questo dato conferma come l’adozione dell’IA stia diventando trasversale a tutte le funzioni aziendali, mentre il supporto offerto dalle organizzazioni non sempre procede con la stessa velocità.

“L’IA è arrivata per restare e per le aziende non è più il momento di chiedersi se adottarla, ma come farlo in modo efficace - ha commentato Fabiano Peveralli di Hays Italia - oggi viene percepita sempre di più come una leva per l’aumento della produttività e dell’efficienza, dell’innovazione e della competitività. Registriamo in ogni caso un impatto diretto sul mercato del lavoro perchè cresce la domanda di competenze specialistiche, sul fronte tecnologico e su quello della governance e della compliance”.


Produttività, analisi dei dati e creatività


L’IA è ormai parte integrante della quotidianità di oltre metà dei lavoratori italiani. Secondo la Salary Guide 2026 di Hays, i professionisti ne riconoscono un impatto sempre più concreto: il 63% indica come principale beneficio l’aumento di produttività ed efficienza, seguito dal supporto nell’analisi dei dati (55%) e dalla capacità di generare idee o contenuti creativi (38%). Questi dati confermano come l’IA stia superando la fase della semplice innovazione tecnologica per affermarsi come strumento operativo trasversale. Una trasformazione che rende ancora più necessario, per le aziende, accompagnarne l’adozione con percorsi strutturati di formazione e integrazione, così da garantirne un utilizzo efficace, consapevole e sostenibile nel tempo.

Crypto nella vita quotidiana: come cambiano le abitudini digitali
Le criptovalute stanno entrando sempre più nella vita quotidiana, cambiando pagamenti digitali, acquisti online e abitudini tecnologiche
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Impatto sul lavoro


I dati italiani restituiscono l’immagine di un mercato del lavoro in trasformazione graduale. Tra le aziende, il 68% si dichiara poco o per nulla preoccupato per i potenziali rischi dell’IA sulle future opportunità di lavoro, mentre il 32% esprime un livello di preoccupazione più elevato. Dal punto di vista dei lavoratori, invece, i dati suggeriscono che la preoccupazione tende a concentrarsi nelle fasi centrali e finali della carriera, mentre tra i più giovani prevale un atteggiamento più fiducioso nei confronti del cambiamento tecnologico. Quasi un’organizzazione su due (45%) dichiara di utilizzare già l’IA con regolarità sul posto di lavoro: un quadro che suggerisce come, nel contesto italiano, l’Intelligenza Artificiale venga percepita soprattutto come fattore di evoluzione progressiva del lavoro e delle competenze, più che come elemento di rottura immediata. In questo scenario, IA e automazione emergono già tra le competenze considerate più rilevanti dalle aziende, indicate dal 32% del campione.

La regolamentazione


L’avanzata dell’intelligenza artificiale non è priva di sfide sul piano etico e normativo. L’entrata in vigore della prima legge dell’Unione Europea sull’IA, prevista per agosto 2026, segnerà un punto di svolta in termini di trasparenza, supervisione e controllo dei sistemi automatizzati. In questo senso, Hays ribadisce l’importanza di gestire adeguatamente questo processo di trasformazione. “La sfida attuale non è soltanto introdurre l’IA nei processi, ma farlo in modo consapevole e responsabile. La sfida è creare le condizioni perché l’IA possa concorrere a migliorare concretamente la qualità del lavoro, la capacità decisionale, la competitività aziendale”, conclude Peveralli.


Tecnologia negli studi medici: il digital divide che mette in difficoltà medici e pazienti


La digitalizzazione della sanità è oggi una delle priorità delle politiche pubbliche. Il Piano nazionale per la sanità digitale prevede lo sviluppo di strumenti come fascicolo sanitario elettronico, telemedicina e piattaforme interoperabili per migliorare l’organizzazione dei servizi e l’accesso alle cure. Tuttavia, accanto allo sviluppo delle infrastrutture emerge anche un tema meno discusso: il digital divide tra i professionisti sanitari, legato al livello di alfabetizzazione tecnologica e alla familiarità con gli strumenti informatici utilizzati nella pratica clinica quotidiana.

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In particolare, una ricerca pubblicata su PubMed Central evidenzia come la trasformazione digitale della sanità non proceda sempre allo stesso ritmo delle competenze dei professionisti. Solo il 35,7% dei medici intervistati ritiene di possedere un livello adeguato di alfabetizzazione digitale per affrontare pienamente i cambiamenti in corso nel sistema sanitario. Questo divario di competenze si riflette spesso anche nella gestione quotidiana degli studi: strumenti come email, piattaforme di prenotazione o sistemi per il monitoraggio dei pazienti richiedono un’organizzazione sempre più informatizzata e una gestione costante della comunicazione con i pazienti.

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Quando la tecnologia entra nell’organizzazione dello studio


È proprio in questo spazio operativo che si inseriscono nuove piattaforme digitali progettate per supportare il lavoro quotidiano dei professionisti. Tra queste c’è Sammy, gestionale pensato per semplificare alcune attività organizzative degli studi medici estetici. Il sistema utilizza l’intelligenza artificiale per gestire automaticamente funzioni come l’organizzazione degli appuntamenti, l’invio di promemoria ai pazienti, la programmazione dei controlli successivi alla visita e la gestione della comunicazione con lo studio. L’obiettivo è rendere più semplice l’utilizzo degli strumenti digitali anche per quei professionisti che non hanno particolare familiarità con piattaforme tecnologiche complesse.

Molti medici si trovano a dover gestire ogni giorno email, richieste di appuntamento e comunicazioni con i pazienti utilizzando strumenti non pensati per l’organizzazione sanitaria - spiega Edoardo Castigliego, co-founder del progetto - l’idea è utilizzare l’intelligenza artificiale per semplificare queste attività e permettere al medico di concentrarsi sul lavoro clinico e sulla relazione con il paziente”, conclude.


In un sistema sanitario sempre più orientato alla digitalizzazione, la sfida non riguarda solo lo sviluppo delle tecnologie ma la loro accessibilità e facilità d’uso per tutti i professionisti. Ridurre il divario digitale all’interno degli studi medici significa infatti migliorare non solo l’organizzazione del lavoro, ma anche la continuità del rapporto tra medico e paziente.


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Un giudice federale blocca le sanzioni americane contro Francesca Albanese


Il giudice Richard Leon ha stabilito che l'amministrazione Trump ha verosimilmente violato il Primo Emendamento colpendo la relatrice speciale dell'Onu per i territori palestinesi dopo le sue critiche a Israele.

Un giudice federale ha sospeso le sanzioni che l'amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. La decisione, presa mercoledì 13 maggio dal giudice distrettuale Richard Leon di Washington, stabilisce che le misure punitive hanno verosimilmente violato i diritti di libertà di espressione della giurista italiana garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione americana.

Le sanzioni erano state introdotte nel luglio 2025 dal segretario di Stato Marco Rubio, sulla base di un ordine esecutivo del presidente Trump che autorizzava provvedimenti contro le persone coinvolte nelle indagini della Corte penale internazionale sull'operato di Israele a Gaza. Le misure impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di operare nel sistema bancario americano, con conseguenze pesanti sulla sua vita quotidiana e professionale.

Albanese, giurista italiana in carica come relatrice speciale dal 2022, ha più volte accusato Israele di "genocidio" e di violazioni dei diritti umani a Gaza nella risposta militare all'attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre 2023. La relatrice ha inoltre raccomandato alla Corte penale internazionale di procedere contro funzionari israeliani per crimini di guerra, compreso il primo ministro Benyamin Netanyahu.

Nel motivare le sanzioni, Rubio aveva accusato la giurista di aver mostrato "antisemitismo sfrontato, sostegno al terrorismo e disprezzo aperto verso gli Stati Uniti, Israele e l'Occidente". Il segretario di Stato le aveva inoltre rimproverato di essersi rivolta direttamente alla Corte penale internazionale per chiedere di "indagare, arrestare, detenere o perseguire" cittadini statunitensi e israeliani. Il Dipartimento di Stato aveva difeso le sanzioni definendole "legali e appropriate", aggiungendo a febbraio che gli Stati Uniti avrebbero continuato a "condannare e contrastare le attività parziali e malevole" della giurista.

Il ricorso era stato presentato a febbraio dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, a nome proprio, della moglie e della figlia, cittadina statunitense. Il ricorso sosteneva che le sanzioni avessero di fatto escluso la relatrice dal sistema bancario, rendendole quasi impossibile soddisfare i bisogni della vita quotidiana.

Nella sua opinione di 26 pagine, il giudice Leon, nominato dall'ex presidente George W. Bush, si è concentrato sulle dichiarazioni dello stesso Rubio. Secondo il magistrato, se Albanese avesse assunto posizioni opposte sull'azione della Corte penale internazionale contro cittadini americani e israeliani, non sarebbe stata sanzionata in base all'ordine esecutivo 14203. L'effetto della designazione, ha scritto Leon, è stato quello di "punire" e quindi "sopprimere l'espressione sgradita". Il giudice ha sottolineato che la relatrice "non ha fatto altro che parlare" e che le sue raccomandazioni non hanno alcun effetto vincolante sulle decisioni della Corte penale, trattandosi soltanto di opinioni.

Leon ha inoltre stabilito che la residenza all'estero della giurista non indebolisce la protezione costituzionale, perché Albanese possiede sufficienti "legami sostanziali" con gli Stati Uniti per invocare le tutele del Primo Emendamento. "Proteggere la libertà di espressione è sempre nell'interesse pubblico", ha scritto il magistrato nel suo provvedimento.

Albanese aveva sostenuto che le sanzioni americane fossero "calcolate per indebolire la sua missione". La giurista ha accolto la decisione del tribunale su X, ringraziando tutti coloro che le hanno offerto sostegno. In una recente intervista alla Reuters, la relatrice ha respinto le accuse di antisemitismo che le vengono rivolte dai suoi oppositori, secondo cui ripeterebbe le posizioni di Hamas contro Israele. "L'antisemitismo è reale e non ha nulla a che vedere con la critica legittima allo Stato di Israele", ha dichiarato all'agenzia. Albanese ha aggiunto che le misure punitive le hanno cambiato la vita "in modo significativo" sul piano personale e professionale, costringendola spesso a nascondere la propria identità durante gli eventi pubblici, perché le strutture alberghiere collegate a entità statunitensi rifiutano le sue prenotazioni. La giurista ha riferito di non poter usare carte di credito, di dover chiedere prestiti e di non poter accedere ai propri risparmi e guadagni.

Albanese, nominata dal Consiglio per i diritti umani, non parla a nome dell'Onu e ha dichiarato più volte di aver ricevuto minacce. La Francia ne ha chiesto le dimissioni denunciando le sue affermazioni come "oltraggiose".

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Commercio e turismo, Confesercenti: in sei anni persi 177mila lavoratori autonomi


Crescono i dipendenti nei servizi, mentre cala il numero di imprenditori e autonomi attivi nei settori legati ai consumi e all’ospitalità

Secondo un’analisi realizzata da Confesercenti sui dati camerali, negli ultimi sei anni il comparto del commercio e del turismo ha registrato una significativa riduzione del lavoro autonomo, con 177mila lavoratori indipendenti in meno tra imprenditori, collaboratori e professionisti del settore. Nello stesso periodo, il numero complessivo degli addetti è invece aumentato di 351mila unità grazie alla crescita del lavoro dipendente.

L’indagine evidenzia una trasformazione strutturale del mercato del lavoro nei due comparti, caratterizzata da un progressivo ridimensionamento delle attività autonome a favore dell’occupazione subordinata. Tra il 2019 e il 2025, gli addetti complessivi nel commercio e nel turismo sono cresciuti dell’8,4%, ma il dato aggregato nasconde dinamiche differenti: i lavoratori dipendenti sono aumentati di 528mila unità, pari a una crescita del 18%, mentre il lavoro indipendente ha subito una contrazione del 14,1%.

Secondo quanto riportato dalla ricerca, nel 2019 un addetto su tre operava come lavoratore autonomo; oggi il rapporto è sceso a meno di uno su quattro. Una tendenza che, secondo l’associazione di categoria, interessa in modo trasversale gran parte del territorio nazionale e coinvolge soprattutto il commercio al dettaglio.

È proprio il retail il settore che registra la flessione più marcata: in sei anni sono venuti meno 135.762 lavoratori autonomi tra titolari, collaboratori e professionisti, con una riduzione del 16,6%. In calo anche la ristorazione, che perde 45.523 autonomi (-11,9%). Più contenuta la variazione delle agenzie di viaggio, sostanzialmente stabili con un -0,4%.

In controtendenza il comparto dell’alloggio, che mostra invece una crescita di 3.766 lavoratori indipendenti (+7,4%). Secondo Confesercenti, il dato sarebbe collegato all’espansione delle forme di ospitalità diffusa, come bed and breakfast, affitti brevi e case vacanza.

Dal punto di vista territoriale, le riduzioni più consistenti in valore assoluto si registrano in Lombardia (-25.098 lavoratori autonomi), Lazio (-22.963), Veneto (-17.792), Emilia-Romagna (-16.037) e Toscana (-15.309). Considerando invece l’incidenza percentuale, le contrazioni più elevate emergono nelle Marche (-25%), nel Lazio (-20,4%), nel Veneto (-18%) e in Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna, entrambe attorno al -17%.

Il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi, ha definito il fenomeno “una tendenza che va contrastata”, sottolineando il ruolo economico delle piccole imprese e del lavoro autonomo nella tenuta produttiva dei territori, nella concorrenza e nella distribuzione locale del reddito.

Secondo l’associazione, alla base della riduzione del lavoro indipendente vi sarebbero diversi fattori concomitanti: pressione fiscale e amministrativa, aumento dei costi energetici dopo la pandemia, crescita dei canoni di locazione commerciale, difficoltà di accesso al credito e squilibri competitivi rispetto ai grandi operatori e alle piattaforme digitali.

Confesercenti chiede quindi misure di sostegno rivolte alle piccole attività economiche, con interventi sui costi energetici, incentivi agli investimenti privati, strumenti per favorire il ricambio generazionale e un rafforzamento delle tutele di welfare per lavoratori autonomi e imprenditori. Secondo l’associazione, tali interventi sarebbero necessari per rendere nuovamente sostenibile l’avvio e la gestione di attività indipendenti nei settori del commercio e del turismo.

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Trump e Xi si incontrano a Pechino, vertice di due giorni tra dazi, Taiwan e guerra in Iran


Il presidente americano è stato accolto nella Grande Sala del Popolo con cerimonia militare e bambini con bandiere. Il colloquio bilaterale è durato oltre due ore, il doppio del previsto.

Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati oggi, giovedì 14 maggio, a Pechino per l'avvio di un vertice di due giorni per affrontare i nodi commerciali, la questione di Taiwan e la guerra in Iran. È la prima visita di un presidente americano in carica in Cina in quasi un decennio, dopo quella dello stesso Trump nel 2017. Il colloquio bilaterale nella Grande Sala del Popolo è durato due ore e un quarto, il doppio del tempo programmato.

L'accoglienza è stata sfarzosa. Xi è sceso personalmente dai gradini del palazzo che si affaccia su piazza Tiananmen per stringere la mano a Trump. La cerimonia ha previsto una guardia d'onore militare, una banda che ha suonato l'inno americano, ventuno salve di cannone e centinaia di bambini che sventolavano bandiere cinesi e americane lungo il tappeto rosso. Il presidente americano ha applaudito e ringraziato i bambini con il pollice alzato. Nel pomeriggio i due leader hanno visitato insieme il Tempio del Cielo, complesso del quindicesimo secolo dove gli imperatori delle dinastie Ming e Qing officiavano i riti per il buon raccolto. Trump è solo il secondo presidente americano in carica a visitare il sito, dopo Gerald Ford nel 1975. Giovedì sera è in programma un banchetto di Stato, mentre venerdì i colloqui proseguiranno fino a mezzogiorno.

Nei discorsi d'apertura entrambi i leader hanno enfatizzato la stabilità dei rapporti. "I due paesi dovrebbero essere partner, non rivali, raggiungere il successo reciproco e la prosperità condivisa, e trovare un modo adeguato perché le grandi potenze coesistano nella nuova era", ha dichiarato Xi, sottolineando che il mondo è "a un nuovo bivio". Il presidente cinese ha sollevato il tema della trappola di Tucidide, il concetto reso celebre dallo studioso di Harvard Graham Allison secondo cui le tensioni tra una potenza emergente e una dominante portano spesso alla guerra. "Possono la Cina e gli Stati Uniti superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma per i rapporti tra grandi potenze?", ha chiesto il presidente cinese. Allison stesso, intervistato dalla Cnbc, ha previsto che la tregua commerciale raggiunta tra i due lo scorso autunno in Corea del Sud si trasformerà in un accordo formale.

Trump ha risposto con toni personali, definendo Xi "un grande leader" e sottolineando la lunga conoscenza tra i due. "Le relazioni tra Cina e Stati Uniti saranno migliori che mai", ha detto il presidente americano. "Quando avevamo problemi, ti chiamavo o mi chiamavi tu, e li risolvevamo molto in fretta. Avremo un futuro fantastico insieme". Ha anche elogiato la delegazione di imprenditori americani al suo seguito: "Abbiamo chiesto ai trenta migliori al mondo. Tutti hanno detto sì. Non volevo il secondo o il terzo in azienda, volevo solo i numeri uno".

Durante il colloquio Xi ha avvertito Trump che Taiwan è la questione più importante nei rapporti bilaterali e che, se gestita male, può portare allo scontro o al conflitto. "I due paesi entreranno in collisione o addirittura in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione estremamente pericolosa", ha dichiarato secondo il resoconto dell'agenzia ufficiale Xinhua. Il termine usato in mandarino non indica necessariamente un conflitto militare. Pechino considera l'isola parte del proprio territorio e non ha mai escluso l'uso della forza. Trump, interrogato più volte dai giornalisti al Tempio del Cielo, non ha risposto alle domande su Taiwan. Ha commentato solo con frasi generiche: "Grande. Posto incredibile. La Cina è bellissima". La portavoce del governo taiwanese Michelle Lee ha affermato che le minacce militari cinesi sono l'unica causa di instabilità nello Stretto di Taiwan, e ha ringraziato Washington per il sostegno ribadito nei giorni precedenti il vertice. L'amministrazione Trump ha rinviato l'annuncio di un pacchetto di armamenti per l'isola da 13 miliardi di dollari per evitare di irritare Pechino prima dell'incontro.

La delegazione statunitense comprende il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Insieme a loro hanno viaggiato circa trenta dirigenti d'azienda americani, tra cui Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia, Kelly Ortberg di Boeing, Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone e i vertici di Goldman Sachs, Citi, Mastercard, Qualcomm e Micron. Al gruppo si è unito anche Eric Trump, figlio del presidente e responsabile del Trump Organization, accompagnato dalla moglie Lara. Xi ha incontrato i dirigenti americani dopo il colloquio con Trump, promettendo che la porta della Cina "continuerà ad aprirsi sempre di più" alle imprese statunitensi. Uscendo dalla Grande Sala del Popolo, Huang di Nvidia ha dichiarato che "l'incontro è andato benissimo", Cook ha mostrato il segno della pace e Musk ha parlato di "molte cose buone" da realizzare.

L'agenda commerciale è centrale. Washington punta a ottenere accordi nel settore agricolo e una conferma di una grande commessa di aerei Boeing. Le autorità doganali cinesi hanno comunicato giovedì l'approvazione delle licenze di esportazione per diverse centinaia di macelli americani che vendono carne bovina, dopo che le licenze erano scadute nel marzo 2025 in seguito ai primi dazi imposti da Trump. Il segretario al Tesoro Bessent ha incontrato in Corea del Sud il vicepremier cinese He Lifeng nei giorni precedenti il vertice per definire i dettagli. Xi ha riferito a Trump che i negoziatori commerciali hanno raggiunto "un risultato generalmente equilibrato e positivo" nell'incontro di mercoledì. "I fatti hanno ripetutamente dimostrato che non ci sono vincitori in una guerra commerciale, e l'essenza delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti è il beneficio reciproco e la cooperazione vantaggiosa per entrambi", ha dichiarato il presidente cinese. La maggior parte degli osservatori prevede un annuncio sull'acquisto cinese di aerei Boeing, energia, carne bovina e prodotti agricoli, mentre Washington istituirà un nuovo Board of Trade per supervisionare gli impegni.

Restano aperti diversi nodi. Il controllo cinese sulle terre rare è tra i più urgenti. Lo scorso anno Pechino aveva annunciato nuove restrizioni sulle esportazioni di questi metalli essenziali per la manifattura avanzata, poi rinviate di un anno dopo l'incontro in Corea del Sud. I prezzi di alcuni metalli rari sono aumentati anche cento volte da quando Pechino ha bloccato la maggior parte delle esportazioni nella primavera del 2024. Il samario, usato negli aerei commerciali e nei caccia, costa circa due dollari al chilo in Cina ma da cinquanta a cinquecento dollari all'estero.

C'è poi la guerra in Iran, scoppiata a fine febbraio con l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele. Trump vuole convincere Xi a fare pressione su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, bloccato dall'inizio del conflitto e cruciale per i rifornimenti energetici globali. Rubio ha dichiarato a Fox News a bordo dell'Air Force One che Pechino ha interesse a risolvere la crisi: "Se le economie mondiali crollano a causa di questa crisi negli stretti, compreranno meno prodotti cinesi".

Scott Kennedy, esperto di economia cinese al Center for Strategic and International Studies, ha osservato che la Cina arriva al vertice "molto più sicura di sé rispetto al 2017, quando temeva anche un piccolo aumento dei dazi americani". Julian Gewirtz, ex direttore per la politica cinese al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto Biden, ha dichiarato al Washington Post che Pechino "spera di scambiare simbolismo con sostanza, sfruttando il protocollo e la preferenza di Trump per lo sfarzo per evitare un ritorno all'escalation economica e guadagnare tempo per rafforzarsi". Da Wei, direttore del Centro per la Sicurezza Internazionale e la Strategia della Tsinghua University, ha aggiunto che la leadership cinese non vede l'incontro come un'occasione per chiudere accordi specifici, ma come una piattaforma per segnalare all'esterno che la relazione sino-americana, per quanto difficile, è stabile. Una visita di restituzione di Xi negli Stati Uniti è prevista entro la fine dell'anno, possibilmente a margine dei vertici Apec e G20.

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Indonesia, scorte di riso ai massimi storici: superata quota 5,3 milioni di tonnellate


Le riserve alimentari del Paese asiatico continuano a crescere e potrebbero raggiungere nuovi livelli record entro maggio

L’Indonesia ha raggiunto il livello più alto di scorte nazionali di riso dalla nascita dello Stato moderno, segnando un nuovo record per il settore agricolo del Paese. Lo ha annunciato il ministro dell’Agricoltura Andi Amran Sulaiman, precisando che le riserve hanno toccato quota 5,3 milioni di tonnellate e che, secondo le stime governative, potrebbero salire ulteriormente fino a 5,5 milioni di tonnellate entro la fine di maggio.

Secondo quanto riferito dalla Xinhua News Agency, il ministro ha evidenziato come il risultato rappresenti un traguardo senza precedenti nella storia dell’Indonesia, sottolineando il rafforzamento della capacità nazionale di produzione e stoccaggio alimentare. L’aumento delle riserve viene considerato dalle autorità un indicatore strategico per la sicurezza alimentare del Paese, in un contesto internazionale caratterizzato da volatilità dei prezzi agricoli e tensioni sulle catene di approvvigionamento.

Il governo indonesiano attribuisce il risultato all’incremento della produzione interna, sostenuta da politiche di sviluppo agricolo e da investimenti nel settore rurale. I dati ufficiali indicano infatti che la produzione nazionale di riso ha raggiunto attualmente i 34,6 milioni di tonnellate, generando un surplus stimato in circa 4 milioni di tonnellate rispetto al fabbisogno interno.

Nel corso della dichiarazione, Sulaiman ha inoltre sottolineato la crescita registrata dal comparto agricolo durante l’amministrazione del presidente Prabowo Subianto. Secondo i dati diffusi dal ministero, il contributo del settore al prodotto interno lordo sarebbe aumentato dallo 0,67% al 5,7%, evidenziando un’accelerazione significativa dell’economia agricola nazionale.

L’incremento delle scorte di riso assume particolare rilevanza per l’Indonesia, uno dei maggiori consumatori mondiali del cereale e paese in cui il riso rappresenta l’alimento base per gran parte della popolazione. Le autorità ritengono che il livello record delle riserve possa contribuire a stabilizzare i prezzi interni, ridurre la dipendenza dalle importazioni e rafforzare la resilienza alimentare nazionale nei prossimi mesi.

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Quando a prendersi tutto era il centrosinistra


Il “caso Rasero” arriva in Parlamento, ma le commistioni con la Banca sono un vecchio vizio della politica astigiana

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«La vera piaga di Palermo è il traffico». Così Paolo Bonacelli, l’indimenticabile zio di Johnny Stecchino nel film del 1991, spiegava a un incredulo Roberto Benigni quale fosse il reale problema della città siciliana secondo il suo bizzarro punto di vista. Ebbene, fatte le debite proporzioni, pure ad Asti la viabilità sembra aver smarrito la bussola tra asfalto che salta, rotonde progettate con il goniometro al contrario e piste ciclabili che spuntano come funghi togliendo spazio alle auto. Le opposizioni in Comune tirano su montagne di scartoffie e interrogazioni su strisce pedonali ormai invisibili ed erba talmente alta da richiedere il machete, ma lo fanno con una serietà tale da far rimpiangere la verve comica di Benigni.

In questo scenario da commedia dell’assurdo, nessuno aveva mai scorto il lato umoristico della faccenda, almeno finché qualcuno non ha deciso di urlare ai quattro venti che il “Re era nudo” e che la “vera piaga” era un’altra.

Il filotto di Rasero

Maurizio Rasero, un personaggio verso cui non siamo mai stati troppo teneri, muovendosi con la furbizia di chi conosce bene il pollaio, si è preso praticamente tutto. Facendo leva su un sistema che esisteva ben prima di lui, ha fatto filotto: è stato sindaco e presidente della Provincia contemporaneamente, e grazie a questo doppio cappello ha ottenuto una maggioranza così schiacciante nel consiglio d’indirizzo della Fondazione CrAsti da potersi permettere di telecomandare persino il consiglio d’amministrazione dello stesso ente.

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Come ha fatto Rasero a prendersi tutta la città

Per chi non mastica pane e finanza, basti sapere che la Fondazione tiene in mano il pacchetto di maggioranza relativa della Banca di Asti (un bel 31,8 per cento) e ha il potere di scegliere il presidente, l’amministratore delegato e ben 8 consiglieri su 13. Risultato? Oggi Rasero fa il sindaco di Asti e il presidente della Banca, con i suoi fedelissimi piazzati nei posti che contano: ai vertici dell’ASP, che gestisce i servizi pubblici, di GAIA, che si occupa dei rifiuti, e con amici fidati sparsi tra Finpiemonte, Ream SGR e Fondazione CRT.

Davanti a questo scenario, mezza città si sta stracciando le vesti: “Un cortocircuito istituzionale mai visto, Rasero non può essere controllore e controllato, non può nominare ed essere nominato” è il grido disperato di chi (per questa volta) è rimasto a bocca asciutta senza una poltrona su cui sedersi. La questione è arrivata fino al Parlamento, dove il deputato di Alleanza verdi-sinistra Marco Grimaldi ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Economia denunciando come «pericolosa» la «commistione tra istituzioni politiche locali e vertici bancari». Tutto corretto, per carità, ma siamo proprio sicuri che si tratti di uno scandalo senza precedenti o, peggio, di una sorpresa dell’ultimo minuto?

Non mancano i precedenti

A guardare indietro, i presidenti della Banca di Asti degli ultimi tempi hanno sempre avuto il piede in due scarpe, quella del credito e quella della politica. In questa città, il salto dalle scrivanie dei palazzi pubblici alle casseforti della banca non è mai stato una questione di tifo o di colore politico: gente di ogni schieramento ha imboccato questa scorciatoia negli ultimi decenni senza troppi complimenti.

La lunga lista di nomi illustri parte da lontano, con Gian Piero Vigna, storico sindaco socialdemocratico che ha indossato la fascia tricolore dal 1975 al 1985, per poi traslocare alla guida della banca dal 1995 al 2001 e restare come vice fino al 2004. Proprio quell’anno, il testimone in piazza Libertà passò a Luciano Grasso, esponente dei Liberali che era già stato presidente della Provincia all’inizio degli anni Novanta.

Poi è arrivata l’era infinita di Aldo Pia, che ha tenuto il timone dell’istituto per sedici anni filati, dal 2004 al 2020. Il suo curriculum è il manifesto perfetto di questo incesto tra istituzioni e finanza: assessore e vicesindaco per la Democrazia Cristiana, oltre che capo della Camera di commercio, con ruoli che a volte si accavallavano che era un piacere.

Arrivando ai giorni nostri, incrociamo Giorgio Galvagno, pezzo da novanta di Forza Italia e attuale presidente, che faceva il consigliere d’amministrazione in Banca proprio mentre girava col tricolore sul petto da sindaco, tenendo entrambi i piedi nelle due staffe per più di due anni.

Le tre poltrone

E che dire di Fabrizio Brignolo, sponda Partito democratico, che si ritrovò a fare il prestigiatore con tre palle contemporaneamente: Comune, Provincia e consiglio della banca. Lì la matassa si fece intricata: Brignolo mollò la Provincia quando il tribunale sentenziò che la carica di presidente e quella di consigliere della banca non potevano essere svolti dalla stessa persona, perché la Cassa di risparmio di Asti ha il servizio di tesoreria dell’ente provinciale. Poi salutò anche il CDA della banca per far tacere le malelingue su una garanzia per un campo sportivo, finendo la sua corsa solo come sindaco.

La sinistra non è mai stata allergica alle poltrone, anzi. Nel 2002, per dire, il presidente di ASP, Asti Servizi Pubblici, era Claudio Caron del Partito dei comunisti italiani con Vittorio Voglino (Margherita) sindaco. Sotto Brignolo, invece, il comando di ASP era in mano a Paolo Bagnadentro con il vice Flavio Doglione, entrambi organici al PD dell’epoca.

Gli esempi sono talmente tanti che per citarli tutti servirebbe un volume grande come i vecchi elenchi telefonici. Tutto questo ci suggerisce che il problema vero non sia tanto Rasero, quanto un sistema di nomine oliato da tempo contro cui, ironia della sorte, proprio il “colpevole” di oggi aveva provato a fare qualcosa. Quando ancora non c’era questo polverone, Rasero propose alle minoranze di scegliere un membro su tre nel consiglio della Fondazione, e fece lo stesso con la terna della Provincia. Una proposta generosa rifiutata con la puzza sotto il naso, salvo poi gridare ai quattro venti quando il treno è passato.

Roberto Vercelli, rinnegato dal partito

L’ultimo paradosso è l’ingresso di Roberto Vercelli, consigliere del PD, nel board della Banca. Invece di festeggiare per la presenza di un uomo d’esperienza o parlare di pluralismo, i suoi stessi compagni di partito lo hanno impallinato. Eppure Vercelli di mestiere ne ha da vendere: per anni ai vertici del San Paolo e ceo in giro per il mondo, dalla Slovacchia all’Egitto. Pare che durante una cena segreta (di quelle che “si fanno ma non si dicono”), Vercelli, insieme a un altro esponente del PD, si sia seduto a tavola con il sindaco, accompagnato a sua volta da un assessore, per parlare di competenze serie e non di magliette politiche, tutto per cercare di far crescere ancora la Banca.

Vercelli sa il fatto suo, e pure Rasero non è l’ultimo arrivato, visto che è stato vice della banca fino al 2017 e ha in tasca due lauree in economia. Tra l’altro, pare che anche altri volti noti della sinistra astigiana abbiano mandato il curriculum per entrare nel CDA, come Giovanni Pensabene o Alberto Mossino del Progetto integrazione accoglienza migranti (PIAM) che non è certo un covo di pericolosi destrorsi.

Nessuno di loro è stato preso, ma sorge una domanda: se li avessero scelti, avrebbero gridato allo scandalo lo stesso? L’autolesionismo delle sinistre locali è un mistero degno di Sherlock Holmes. A voler essere maliziosi, come diceva quel tale che a pensar male non sbagliava quasi mai, forse il trucco è un altro. Le elezioni comunali si avvicinano e a sinistra sperano che, dopo dieci anni di centrodestra, la ruota giri a loro favore. E allora perché cambiare le regole del gioco proprio ora che potrebbero tornare a fare i mazzieri? Meglio tenersi il sistema intatto, con la speranza segreta di ereditare lo stesso potere che oggi criticano con tanta foga.

La nostra è una città dove ci si lamenta del traffico per non parlare di chi guida davvero, e dove l’indignazione dura giusto il tempo di una seduta in consiglio. La speranza è di essere smentiti e di vedere finalmente un cambiamento, ma visti i precedenti, è più facile che si ripari una buca in via Ticino piuttosto che si scardini questo intreccio di poltrone che ormai fa parte dell’arredamento urbano quanto le torri medievali. Nel frattempo, Rasero incassa e porta a casa, mentre gli altri restano a guardare il traffico che aumenta e le poltrone che diminuiscono, sognando il momento in cui toccherà a loro sedersi a capotavola.

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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Come ha fatto Rasero a prendersi tutta la città


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Gioco. Partita. Incontro. La guerra di Asti è finita e c’è un vincitore su tutta la linea: si chiama Maurizio Rasero. L’intero territorio è occupato da forze a lui fedeli, agli altri restano la guerriglia, la resistenza o la resa incondizionata. L’ultimo tassello del mosaico si è incastrato in questi giorni con la presidenza della Banca di Asti.

I tre incarichi contemporanei di sindaco, presidente della Provincia e presidente della Banca di Asti avevano scatenato polemiche. Un vecchio leone come Roberto Marmo, già sindaco di Canelli, presidente della Provincia in quota Democrazia Cristiana, forse più per invidia che non per ideale lo aveva definito «uno e trino». Lo stesso Marmo, infatti, non aveva considerato che gli incarichi erano (e sono) molti di più e il controllo sul territorio era (ed è) decisamente maggiore.

Adesso Rasero si è dimesso dalla Provincia, ma quell’incarico si è dimostrato la chiave della sua scalata. Ma andiamo con ordine. Come un buon scacchista: il sindaco aveva posizionato i suoi pezzi con lungimiranza, prevedendo in anticipo le mosse dell’avversario. Negli scacchi la vittoria arriva se si riesce a conquistare il centro della scacchiera, se si vuole conquistare Asti, invece, occorre passare dal consiglio d’indirizzo della Fondazione.

Attenzione: il consiglio d’indirizzo, non quello d’amministrazione o la presidenza. Quelli arrivano di conseguenza.

Per arrivare al controllo del centro della scacchiera ci sono innumerevoli aperture possibili, dalla Siciliana con le sue molte varianti fino alla Caro-Kann. Ma per arrivare al controllo del consiglio d’indirizzo della Fondazione la mossa è una sola: controllare la Provincia, un ente depotenziato dalla cosiddetta “legge Delrio”, che ha rischiato di essere abolito con il referendum Renzi e che non ha né fondi né personale ma che Rasero ha voluto presiedere, rinunciando anche alla retribuzione prevista.

Sì, avete capito bene, dal 2022 a oggi Rasero ha fatto il presidente della Provincia gratuitamente.

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La mossa vincente del sindaco prendi-tutto

Perché tutta questa determinazione per un posto gratuito e di pura rappresentanza, con tante grane e pochi onori? Ma per controllare la scacchiera del potere astigiano: per cosa se no? Facciamo due conti: il consiglio d’indirizzo della Fondazione è formato da quindici membri, di cui tre cooptati dopo la nomina degli altri dodici. Tre li indica il Comune, cioè il sindaco; due la società civile, cioè diocesi e sport; quattro il mondo produttivo, cioè Unione industriali, Confcommercio, Confartigianato e Coldiretti. Siamo a 9, di cui tre nominati dal sindaco. Una netta minoranza, ma anche la Provincia nomina tre consiglieri e se il sindaco e il presidente della Provincia sono la stessa persona, le poltrone controllate direttamente salgono a sei. Su dodici. Ne basta solo una in più per avere la maggioranza.

Tra diocesi, mondo sportivo o produttivo, un voto in più si ottiene sempre. E così ha fatto Rasero. Con sette consiglieri su dodici schierati da una parte, sono stati cooptati gli ultimi tre consiglieri, due scelti dal consiglio d’indirizzo uscente e uno da quello nuovo. Guarda caso tre nomi vicini al sindaco: il futuro presidente Livio Negro; l’assessore alla Cultura nel primo mandato di Rasero in municipio, Gianfranco Imerito; Federica Carbone, fedelissima del sindaco di Asti da sempre.

A questo punto, con nove consiglieri su quindici nel consiglio d’indirizzo tutto è stato in discesa. Perché è così importante questo organo misconosciuto? Perché nomina il presidente e il consiglio d’amministrazione della Fondazione. Ed è quest’ultimo – essendo la Fondazione il socio di maggioranza – a nominare presidente, amministratore delegato e consiglio d’amministrazione della Banca.

La rete del potere astigiano

Non stupisce perciò che Rasero, oggi, sia il presidente della Banca di Asti, senza nemmeno più un amministratore delegato importante (e ingombrante), come Carlo Demartini, da vent’anni alla guida dell’istituto. È la meta naturale di un cammino iniziato almeno tre anni fa. Tanto più che in quest’ultimo triennio la maggioranza in consiglio d’indirizzo si è rafforzata: Gianfranco Imerito, ad esempio, ne è uscito per andare a ricoprire un incarico nel CDA di Finpiemonte, la finanziaria della Regione. Carmelina Petrizzi (una delle tre nomine della Provincia) e Federica Carbone sono salite nel consiglio d’amministrazione di Fondazione.

I tre sono stati sostituiti nel consiglio d’indirizzo da Franco Fassio – un docente auto-candidato estraneo ai giochi di potere – ma soprattutto da Aprile Samson, molto legato al presidente della Confcommercio, e da Giuseppina Mulè, segretaria del sindaco. Tirando le somme, Rasero ha il controllo del Comune come sindaco, della Banca come presidente, della Fondazione con un consiglio d’amministrazione e di indirizzo composti in maggioranza da persone a lui vicine. Ha pure un piede in Finpiemonte, ma non è ancora finita.

La Fondazione, infatti, nomina anche il vicepresidente e un consigliere in REAM SGR, la “cassaforte delle Fondazioni”, una società partecipata dalle fondazioni piemontesi che investe parte dei loro fondi restituendo gli utili. Ed è stato proprio Rasero a venire nominato vicepresidente insieme al consigliere Roberto Scaltrito, attuale vicepresidente della Fondazione. E c’è pure la Fondazione CRT, dove la Provinca (cioè Rasero) aveva nominato nel 2024 Alberto Rubba, fratello di Roberto, rettore del Borgo Tanaro di cui il sindaco era stato a sua volta rettore per molti anni.

Poi c’è Confcommercio, storica associazione commercianti e da sempre serbatoio di voti, il cui attuale presidente è Enrico Fenoglio, eletto grazie al sostegno di Rasero. E c’è Asti servizi pubblici (ASP), l’azienda partecipata da Comune (55 per cento) e IREN (45) che si occupa di acqua, igiene urbana, trasporto pubblico e cimiteri, il cui presidente Fabrizio Imerito è stato nominato dal Comune (cioè da Rasero). E infine c’è Gestione ambientale integrata dell’Astigiano (GAIA) la società che segue il riciclo dei rifiuti: come ASP è partecipata da Comune e IREN e ha un presidente – oggi Giancarlo Vanzino – nominato dal sindaco (cioè sempre da Rasero).

Tutto in mano a Rasero

Ricapitoliamo: Comune, Provincia (fino alle dimissioni del 27 aprile), Fondazione, Finpiemonte, Banca di Asti, REAM SGR, ASP e GAIA. Tutte controllate direttamente o indirettamente da Rasero.

Non basta. Nell’elenco degli enti di potere manca ancora SLALA, la fondazione che segue lo sviluppo della logistica sull’intero territorio del Nord Ovest in cui sono presenti rappresentanti di Comune e Provincia di Asti nominati da Rasero. Il consigliere in carico alla Provincia è Luca Quaglia, segretario provinciale di Noi moderati, formazione politica a cui Rasero – pur non avendo tessere di partito – è molto legato.

E la cultura? Ai vertici di ASTISS, il consorzio universitario astigiano, sono presenti persone legate a Banca, Fondazione, Comune e Provincia. La composizione societaria del Consorzio è chiara: 70,42 per cento Fondazione; 12,68 Comune; 12,68 Banca di Asti; 4,22 Camera di Commercio.

Resta Asti Musei. Il consorzio che gestisce la rete museale provinciale è costituito da Fondazione e Comune: l’attuale presidente è Francesco Lepore, componente del consiglio d’indirizzo della Fondazione di nomina comunale.

Politica, economia, credito, logistica, cultura e istruzione: ad Asti tutto è in mano a Rasero. Alle opposizioni, ben poco lungimiranti in questi anni, non resta che una cosa: la polemica. È già partita, ma non farà male più di tanto.

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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Stanno arrivando i Googlebook, SpaceX e Google per i data center spaziali, il nuovo modello di Thinking Machines


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oggi vedremo insieme i nuovi laptop Android-first di nome Googlebook; parleremo del nuovo accordo tra la stessa azienda, Google, e SpaceX per quanto riguarda i data center spaziali; vedremo il nuovo modello "altamente reattivo" di Thinking Machines, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Le news di oggi, selezionate a mano.

Google sta costruendo una nuova generazione di laptop di nome Googlebook


Big tech
Google sta lavorando ai Googlebook, nuovi portatili basati su Android invece che sul classico Chrome OS. Questo permetterà di usare nativamente le app del Play Store e di integrare meglio il computer con lo smartphone Android: dalla barra del portatile si potranno aprire app del telefono in una finestra e recuperare file senza passaggi manuali. Arriveranno anche widget AI, cioè riquadri personalizzati che raccolgono informazioni da web e app Google. Restano dubbi sull’apertura del sistema: Google non ha chiarito come funzioneranno store alternativi e installazioni manuali. I dispositivi saranno prodotti da Acer, Asus, Dell, HP e Lenovo e avranno una barra luminosa sul coperchio chiamata Glowbar, con una funzione pratica oltre che estetica, ma non è stato ancora spiegato quale.
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Fonte: Ars Technica
Alternativa in italiano: Tutto Android

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SpaceX e Google sono in trattativa per la costruzione di data center spaziali


Big Tech
Google sta trattando con SpaceX per lanciare in orbita i satelliti di Project Suncatcher, il progetto con cui vuole testare piccoli data center spaziali entro il 2027. L’idea è montare computer su satelliti, alimentarli con pannelli solari e aumentare gradualmente la capacità di calcolo fuori dalla Terra. Google sta valutando anche altri fornitori di lanci e lavora con Planet Labs per costruire i prototipi. SpaceX è però anche una potenziale concorrente: vuole sviluppare data center spaziali proprietari e ha chiesto il permesso di lanciare fino a un milione di satelliti. Restano problemi aperti su calore, affidabilità e costi.
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Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: Il Sole 24 Ore

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INTERVISTIAMO LO SPONSOR

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Intanto, chi siete?
Siamo una startup di Firenze. Il team è composto da Dariush, co-founder e CEO, e Nabil Zouhir, co-founder e CTO — insieme a noi, un super team di 4 persone tra growth, partnership e sviluppo.

Come è nata l'idea?
Tutto parte da un'osservazione banale: ogni volta che ci trovavamo in trasferta o a mangiare fuori, richiedere la fattura era una tortura... [...]

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Thinking Machines lancia un nuovo modello altamente reattivo progettato per interazioni umane in tempo reale


Intelligenza Artificiale
Thinking Machines Lab, la nuova società di Mira Murati, ha presentato modelli AI disegnati ad-hoc per le interazioni in tempo reale. A differenza dei chatbot tradizionali, non aspettano che l’utente finisca di parlare o scrivere: possono ascoltare, vedere e rispondere nello stesso momento, reagendo velocemente anche durante la conversazione. Il modello principale, TML-Interaction-Small, lavora con micro-turni da 200 millisecondi e nei test interni risponde in meno di 0,4 secondi, più rapidamente dei sistemi realtime di Google e OpenAI. Per ora l’accesso è limitato a pochi partner di ricerca.
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Fonte: Silicon Angle
Alternativa in italiano: HD Blog

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Apple sta lavorando alla possibilità di personalizzare la fotocamera e altro


Tecnologia
Apple sta preparando per iOS 27 una fotocamera più personalizzabile: l’utente potrà scegliere quali controlli mostrare, come flash, esposizione, timer, risoluzione, griglia e livella, e dove posizionarli. Nell’app arriverà anche una modalità Siri per usare Visual Intelligence, per esempio riconoscere oggetti o tradurre testo dalla fotocamera. L’aggiornamento include anche un Siri ridisegnato come agente sempre più conversazionale, con ricerca integrata, risposte dal web, app dedicata e possibilità di scegliere chatbot esterni come ChatGPT o Gemini. Sono previsti inoltre ritocchi a Safari, Meteo, Image Playground, animazioni di sistema e barre inferiori delle app. Apple dovrebbe presentare tutto alla WWDC dell’8 giugno.
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Fonte: Bloomberg
Alternativa in italiano: Macitynet

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I dipendenti di Amazon sono sottoposti a tokenmaxxing a causa delle pressioni sull'uso dell'IA


Intelligenza Artificiale
Amazon sta spingendo l’uso dell’AI nel lavoro quotidiano: oltre l’80% degli sviluppatori dovrebbe usarla ogni settimana e l’azienda ha creato classifiche interne sul consumo di token, cioè la quantità di attività AI dei dipendenti elaborata dai modelli. Amazon dice che quei dati non servono a valutare i dipendenti, ma alcuni lavoratori sostengono che i manager li osservino comunque. Da qui il “tokenmaxxing”: alcuni dipendenti stanno usando MeshClaw, l'agente ufficiale interno capace di gestire email, Slack e operazioni sul codice, anche per task non necessari o inesistenti, solo per far salire i numeri.
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Fonte: Ars Technica
Alternativa in italiano: HW Upgrade

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L'economia dell'IA


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Cosa penso di Recivu?
Oggettivamente sono tanti gli scontrini che ci perdiamo per strada. L'idea di poterli semplicemente fotografare e inviarli via WhatsApp a un sistema che li converte in fattura, fa venire voglia di farlo.

Qualcuno può avere dei dubbi: "ma quindi è solo un chatbot WhatsApp?" no, dietro c'è un motore piuttosto complesso — il punto è che i ragazzi hanno sempre lavorato dietro a grosse piattaforme e solo adesso si stanno aprendo ai consumer, quindi un chatbot AI è la cosa più immediata e efficace, ma so che stanno attualmente lavorando a un'interfaccia personalizzata. [...]

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La startup di fintech Parker dichiara bancarotta


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Ancora una volta, SpaceX ha stabilito un nuovo record per il razzo più alto mai costruito


arstechnica.com (eng)

Grosso leak rivela il sistema operativo Aluminium di Google con un video di 16 minuti


androidauthority.com (eng)

Tool del giorno

Rent a human


È incredibile quanto questa piattaforma sia iniziata per scherzo e adesso sia diventata un business vero e proprio. L'idea è semplice: gli agenti AI hanno bisogno di umani per task che non possono fare (scattare foto di un posto, fare da driver a un cliente, ecc.) quindi perché non fare una piattaforma che permetta agli agenti di trovare professionisti umani? Dategli un'occhiata.

Link: rentahuman.ai

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Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


Google sta costruendo una nuova generazione di laptop di nome Googlebook


In breve:


Google sta lavorando ai Googlebook, nuovi portatili basati su Android invece che sul classico Chrome OS. Questo permetterà di usare nativamente le app del Play Store e di integrare meglio il computer con lo smartphone Android: dalla barra del portatile si potranno aprire app del telefono in una finestra e recuperare file senza passaggi manuali. Arriveranno anche widget AI, cioè riquadri personalizzati che raccolgono informazioni da web e app Google. Restano dubbi sull’apertura del sistema: Google non ha chiarito come funzioneranno store alternativi e installazioni manuali. I dispositivi saranno prodotti da Acer, Asus, Dell, HP e Lenovo e avranno una barra luminosa sul coperchio chiamata Glowbar, con una funzione pratica oltre che estetica, ma non è stato ancora spiegato quale.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google’s Android-powered laptops are called Googlebooks, and they’re coming this year
Google has revealed its vision for the AI laptop of tomorrow.
Ars TechnicaRyan Whitwam

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SpaceX e Google sono in trattativa per la costruzione di data center spaziali


Google sta valutando anche altre aziende.

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Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The Wall Street Journal - SpaceX and Google Are in Talks to Launch Data Centers in Orbit

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Thinking Machines lancia un nuovo modello altamente reattivo progettato per interazioni umane in tempo reale


La startup di Mira Murati.
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Thinking Machines Lab, la nuova società di Mira Murati, ha presentato modelli AI disegnati ad-hoc per le interazioni in tempo reale. A differenza dei chatbot tradizionali, non aspettano che l’utente finisca di parlare o scrivere: possono ascoltare, vedere e rispondere nello stesso momento, reagendo velocemente anche durante la conversazione. Il modello principale, TML-Interaction-Small, lavora con micro-turni da 200 millisecondi e nei test interni risponde in meno di 0,4 secondi, più rapidamente dei sistemi realtime di Google e OpenAI. Per ora l’accesso è limitato a pochi partner di ricerca.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Thinking Machines drops a new, highly responsive model designed for humanlike interactions in real time - SiliconANGLE
Thinking Machines drops a new, highly responsive model designed for humanlike interactions in real time - SiliconANGLE
SiliconANGLEMike Wheatley

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Apple sta lavorando alla possibilità di personalizzare la fotocamera e altro


Gli ultimi aggiornamenti di Gurman.
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Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Plans Customizable Camera for Pros, Siri Design Changes in iOS 27
Apple Inc. is planning to upgrade its Camera app, making the software fully customizable as part of a broader set of user interface changes coming in its next iPhone software update.
BloombergMark Gurman

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Google sta costruendo una nuova generazione di laptop di nome Googlebook


Sono laptop Android-first.
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Google’s Android-powered laptops are called Googlebooks, and they’re coming this year
Google has revealed its vision for the AI laptop of tomorrow.
Ars TechnicaRyan Whitwam

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I dipendenti di Amazon sono sottoposti a tokenmaxxing a causa delle pressioni sull'uso dell'IA


Usano a sproposito l'agente interno MeshClaw.
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Amazon sta spingendo l’uso dell’AI nel lavoro quotidiano: oltre l’80% degli sviluppatori dovrebbe usarla ogni settimana e l’azienda ha creato classifiche interne sul consumo di token, cioè la quantità di attività AI dei dipendenti elaborata dai modelli. Amazon dice che quei dati non servono a valutare i dipendenti, ma alcuni lavoratori sostengono che i manager li osservino comunque. Da qui il “tokenmaxxing”: alcuni dipendenti stanno usando MeshClaw, l'agente ufficiale interno capace di gestire email, Slack e operazioni sul codice, anche per task non necessari o inesistenti, solo per far salire i numeri.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Amazon employees are “tokenmaxxing” due to pressure to use AI tools
Workers are using an internal AI tool to automate non-essential tasks.
Ars TechnicaFinancial Times

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Possibile ritorno al nucleare in Italia


L'Italia resta sospeso tra il trauma post-Chernobyl e la pragmatica necessità di decarbonizzare un’economia ancora troppo dipendente dal gas.

L'annuncio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla possibile «ripresa della produzione nucleare» in Italia arriva in un momento di tensione energetica acuta. La dipendenza italiana dal gas naturale liquefatto importato, il peso crescente delle bollette energetiche su famiglie e imprese, e gli obiettivi climatici europei al 2050 compongono un quadro in cui il nucleare torna al centro del dibattito politico. Ma la dichiarazione in Senato si scontra con un dato storico incontrovertibile: gli italiani hanno bocciato due volte il nucleare, nel 1987 e nel 2011, attraverso referendum popolari che hanno segnato l'identità energetica del Paese.

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Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Il Senato conferma Kevin Warsh alla guida della Fed


La sua nomina è stata approvata con 54 voti a favore e 45 contrari, e sostituirà Jerome Powell dal 15 maggio. Trump pretende tassi più bassi, ma l’inflazione legata alla guerra in Iran complica la decisione della Banca Centrale.

Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Kevin M. Warsh alla presidenza della Federal Reserve con 54 voti a favore e 45 contrari. Si apre così una fase delicata per il futuro della Banca Centrale americana, in questi due anni più volte attaccata dal presidente Donald Trump per non aver tagliato i tassi di interesse con la rapidità richiesta dalla Casa Bianca.

Warsh, nominato dallo stesso Trump, prenderà ora il posto di Jerome H. Powell, il cui mandato da presidente scade il 15 maggio. Quasi tutti i democratici hanno votato contro la sua nomina, con una sola eccezione, quella del senatore John Fetterman della Pennsylvania. Il timore, tra i democratici, è che il nuovo presidente possa cedere alle pressioni politiche e indebolire la tradizionale autonomia della Fed dal potere politico.

Trump ha già cercato di attaccare quell’autonomia in più occasioni. Ha tentato (finora senza successo) di rimuovere Lisa D. Cook, governatrice della Fed, sulla base di accuse non provate di frode ipotecaria. Il suo caso è ora davanti alla Corte Suprema, che dovrebbe pronunciarsi entro luglio. Il presidente ha anche insultato Powell, minacciato di licenziarlo e sostenuto un’indagine penale nei suoi confronti da parte del Dipartimento di Giustizia sulla ristrutturazione della sede della Banca Centrale.

Il caso Powell e il “cambio di tono”


Proprio quell’inchiesta è stata uno dei principali ostacoli alla conferma di Warsh. Thom Tillis, senatore repubblicano della North Carolina e membro della Commissione Banche, aveva promesso di bloccare ogni nomina alla Fed finché le cause legali contro Powell non fossero state ritirate. A fine aprile la procuratrice federale per il District of Columbia, Jeanine Pirro, ha fatto un passo indietro, pur lasciando aperta la possibilità di riaprire il dossier. Tanto è bastato a convincere Tillis a rimuovere il blocco, ma non per rassicurare Powell.

“Temo che questi attacchi stiano logorando l’istituzione della Banca Centrale e mettano a rischio ciò che davvero conta per i cittadini: la capacità di condurre la politica monetaria senza tenere conto di fattori politici”, ha dichiarato Powell nella sua ultima conferenza stampa da presidente. Il mese scorso ha annunciato che resterà alla Fed come governatore fino al gennaio 2028, promettendo di tenere un “basso profilo”. Ma la sua presenza continuerà a pesare, soprattutto perché Warsh ha già annunciato un “cambio di tono” in arrivo alla Banca Centrale.

Veterano di Wall Street ed ex governatore della Fed dal 2006 al 2011, Warsh vuole infatti rivedere il portafoglio di titoli di Stato e mutui detenuto dalla Banca Centrale americana, ripensare i dati con cui la Fed interpreta l’economia e cambiare anche il modo in cui vengono comunicate le decisioni future. Prima, però, dovrà costruirsi una credibilità da presidente indipendente. Durante l’audizione di conferma, i democratici lo hanno definito un “burattino” di Trump. Lui ha respinto l’accusa, ma a complicargli il compito restano le parole dello stesso presidente, che ha detto di voler scegliere solo qualcuno favorevole a tassi più bassi.

L’inflazione frena la svolta sui tassi


La guerra in Iran ha però indebolito le ragioni per un taglio dei tassi. L’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto l’inflazione verso l’alto e alimentato il timore di pressioni più persistenti sui prezzi, soprattutto se il conflitto non si chiuderà rapidamente. Il mercato del lavoro, pur fragile, ha retto abbastanza da non rendere necessario un intervento immediato in questo senso. Gli investitori avevano già escluso un taglio dei tassi quest’anno e, nelle ultime settimane, hanno iniziato a valutare perfino l’ipotesi di un rialzo nel 2027.

Nessun funzionario della Federal Reserve ha finora chiesto apertamente di aumentare i tassi, ma cresce il fronte di chi ritiene che la Banca Centrale statunitense debba riconoscere una nuova realtà: oggi un rialzo è plausibile quanto un taglio. Se Warsh sceglierà di battersi comunque per una riduzione, troverà davanti a sé un’opposizione interna solida all’interno del Consiglio Direttivo. La sua prima riunione da presidente è fissata per il 16 e 17 giugno.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Fintech europee nate per la classe media, oggi a caccia di grandi patrimoni


Dopo anni di crescita sostenuta dal venture capital, le piattaforme di risparmio digitale si confrontano con i conti: i piccoli investitori non bastano più, e l’offerta vira verso prodotti e servizi pensati per patrimoni importanti.

Le piattaforme nate per democratizzare gli investimenti guardano oggi ai grandi patrimoni. In Francia il fenomeno è già documentato nei numeri: secondo il reportage di Le Monde firmato da Gaétan Pierret (11 maggio 2026), la piattaforma Yomoni — che gestisce 2,1 miliardi di euro di masse — è diventata redditizia solo alla fine del 2025, dopo aver innalzato il ticket medio d'ingresso a 12mila euro. Il suo dirigente Sébastien d'Ornano lo spiega senza giri di parole: un cliente con mille euro investiti non è redditizio per la piattaforma. È il paradosso di un intero settore, nato per abbattere le barriere d'accesso alla finanza e costretto oggi a scoprire che la sostenibilità economica passa dai grandi capitali.

Il modello a commissioni basse si è rivelato fragile


Commissioni azzerate o quasi, costi di acquisizione clienti elevati, strutture tecnologiche e di compliance da mantenere: l'equazione fatica a reggere senza una massa di clienti molto ampia, oppure senza segmenti capaci di generare margini più alti. In Francia, secondo la ricostruzione di Le Monde, diverse piattaforme storiche — da Nalo a WeSave, passando per Marie Quantier, rilevata «a prezzo di svendita» — hanno faticato a raggiungere la profittabilità; Ramify punta al pareggio solo nel 2027. La risposta è stata quasi sempre la stessa: ampliare il catalogo verso prodotti più sofisticati — private equity, fondi immobiliari, criptovalute — e allargare lo sguardo a una clientela con patrimoni più consistenti.

In Italia il fenomeno assume una forma diversa, ma il principio è lo stesso: dove la massa di clienti piccoli non basta a coprire i costi, l'offerta si sposta verso l'alto. Moneyfarm, la piattaforma di gestione patrimoniale digitale nata a Milano, ha una struttura tariffaria che lo rende esplicito: le commissioni scendono progressivamente al crescere del capitale investito, dallo 0,75% annuo sotto i 100mila euro fino ad azzerarsi oltre 1,5 milioni, secondo il documento informativo ufficiale della piattaforma. Moneyfarm ha inoltre introdotto tre livelli di servizio — Core, Premium e Private — che assegnano un Wealth Advisor dedicato solo ai clienti con portafogli più sostanziosi, come descritto nella sezione Consulenza del sito ufficiale.

Trade Republic e Scalable Capital corrono, ma non parlano ancora di patrimoni alti


Va precisato che né Trade Republic né Scalable Capital vengono citate nel reportage di Le Monde, che riguarda esclusivamente il mercato francese. In Italia, i dati ufficiali delle due piattaforme raccontano per ora una crescita basata sui grandi numeri, non su una virata verso i patrimoni elevati. Trade Republic ha superato il milione di clienti italiani nell'aprile 2026, raddoppiando in dodici mesi, secondo il comunicato ufficiale dell'azienda. Scalable Capital, che ha completato la trasformazione in banca europea nel 2025, gestisce oltre 40 miliardi di euro di masse con più di un milione di clienti in sei Paesi e prepara il lancio di una succursale italiana con IBAN locale, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. Circa due terzi degli asset dei clienti Scalable sono investiti in ETF a basso costo — l'opposto, per ora, di una strategia orientata ai grandi patrimoni, secondo la scheda informativa ufficiale della piattaforma.

Il mercato italiano resta comunque un terreno con margini di crescita ampi: secondo le stime di Scalable Capital, il numero di italiani che investono in ETF potrebbe salire a 3,5 milioni nel 2026, il 50% in più rispetto a oggi — un segnale che il settore vede ancora spazio per crescere sulla base clienti, prima che sui margini per singolo cliente.

Per i grandi patrimoni serve la consulenza, non solo la tecnologia


Servire patrimoni rilevanti richiede consulenza personalizzata, prodotti più sofisticati e un rapporto diretto con un consulente. Per competere su questi segmenti, le fintech devono integrare competenze che ricordano quelle offerte da sempre dalle banche tradizionali. Lo confermano gli stessi livelli di servizio introdotti da Moneyfarm: solo superata una certa soglia di patrimonio il cliente accede a un Wealth Advisor dedicato e a sessioni di pianificazione personalizzata, mentre sotto quella soglia il rapporto resta prevalentemente digitale, secondo quanto descritto sul sito ufficiale della piattaforma. La superiorità tecnologica in termini di app e algoritmi resta un vantaggio competitivo, ma diventa secondaria quando il cliente, prima di trasferire somme importanti, preferisce un confronto diretto con una persona.

L'Italia resta un Paese di risparmiatori prudenti


L'Italia presenta un mix particolare: grande ricchezza privata, ma bassa propensione a investirla tramite canali digitali. Secondo il rapporto Consob 2024 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, i prodotti finanziari più diffusi restano i certificati di deposito e i buoni fruttiferi postali, posseduti dal 48% degli intervistati, seguiti da titoli di Stato (39%) e fondi comuni (36%). Internet è ormai il canale più usato per informarsi prima di investire, ma la effettiva sottoscrizione di prodotti tramite piattaforme completamente digitali resta più indietro rispetto ad altri mercati europei. Il passaggio generazionale della ricchezza potrebbe cambiare gradualmente queste abitudini, ma oggi il grosso del patrimonio privato italiano resta nelle mani di generazioni che continuano a privilegiare il contatto umano con la propria banca.

L'Italia come banco di prova, non solo come mercato di passaggio


Le fintech europee guardano all'Italia con interesse, ma con approcci diversi tra loro. Trade Republic è entrata nel mercato introducendo un conto corrente con IBAN italiano e il regime fiscale amministrato, per abbassare le barriere d'ingresso a chi non vuole occuparsi di dichiarazioni fiscali, secondo il comunicato ufficiale del lancio della filiale italiana. Scalable Capital, presente in Italia dal 2022, punta a replicare lo stesso modello con l'apertura della succursale locale, come confermato dal Corriere della Sera. Moneyfarm, invece, nata in Italia, ha scelto la strada della segmentazione interna per clientela, mantenendo un'unica piattaforma ma differenziando il livello di servizio in base al patrimonio investito.

Gruppi come Intesa Sanpaolo e UniCredit osservano questa transizione da una posizione di forza: dispongono già dell'accesso ai dati dei propri clienti, di capacità di cross-selling tra prodotti diversi e di una rete fisica che resta un vantaggio quando il cliente vuole un confronto diretto prima di affidare somme importanti. Le fintech hanno accelerato l'innovazione nell'ultimo decennio, ma rischiano oggi di trovarsi schiacciate tra banche sempre più digitalizzate da un lato e una clientela premium che, su determinate cifre, continua a preferire un interlocutore istituzionale consolidato.

Le regole europee alzano l'asticella dei costi


Il quadro normativo europeo si è fatto negli ultimi anni più severo, e questo pesa in modo sproporzionato sugli operatori più piccoli. Le nuove regole hanno liberalizzato la condivisione dei dati bancari tra istituti (PSD2), imposto una trasparenza rigorosa sui costi comunicati ai clienti (MiFID II) e richiesto misure di sicurezza informatica molto stringenti attraverso il Digital Operational Resilience Act, entrato in applicazione nel gennaio 2025 (DORA). Secondo un'indagine Deloitte citata da Speednet, il 96% degli istituti finanziari stima costi di adeguamento a DORA compresi tra 2 e 5 milioni di euro, con 5-7 persone dedicate stabilmente alla compliance; per i grandi player con ricavi superiori a 500 milioni di euro, la spesa complessiva per adeguarsi a DORA, MiCA e alle nuove regole PSD3 può arrivare fino a 25 milioni di euro. Servono quindi masse critiche molto ampie per assorbire questi costi: un ostacolo che le piccole fintech, prive della base clienti delle grandi piattaforme, faticano a superare.

Per l'Italia, che ha un sistema bancario più solido dopo la crisi dei crediti deteriorati dello scorso decennio, il rischio è che l'innovazione portata dalle fintech si integri progressivamente dentro i perimetri dei grandi gruppi bancari, piuttosto che restare un'alternativa del tutto autonoma. Acquisizioni, partnership e integrazioni sembrano, oggi, l'esito più probabile.

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Trump scopre il costo della vita quando i repubblicani temono ormai di perdere anche il Senato


Il presidente spinge ora per sospendere le accise sulla benzina e rilanciare la proposta di legge sull'accessibilità abitativa, ma la richiesta di un miliardo di dollari per la sicurezza della nuova sala da ballo della Casa Bianca imbarazza il Partito Repubblicano.

In difficoltà nei sondaggi, Donald Trump sta provando a riportare al centro dell'agenda il tema che più preoccupa gli elettori americani: il costo della vita. Il presidente ha negli ultimi giorni chiesto una sospensione delle accise federali sulla benzina e sollecitato la Camera ad approvare una proposta di legge sulla casa accessibile, ferma da mesi dopo il passaggio al Senato. Ma il tentativo di rilancio arriva mentre alcune delle sue stesse scelte, dalla guerra con l'Iran ai dazi imposti a ondate successive, hanno contribuito ad alimentare i rincari che ora la Casa Bianca cerca di contenere.

Il prezzo medio nazionale della benzina è salito a 4,50 dollari al gallone dopo l'inizio del conflitto con Teheran e lo stesso Trump ha ammesso che il cessate il fuoco con l'Iran resta in bilico. Se i combattimenti dovessero riprendere, il costo del carburante potrebbe aumentare ancora e alcuni esponenti repubblicani potrebbero iniziare a votare con i democratici, già questa settimana, risoluzioni sui poteri di guerra. Per la Casa Bianca il rischio è evidente: la battaglia sul costo della vita può diventare anche un referendum sulle decisioni del presidente.

Il GOP difende Trump, ma non senza fratture


I vertici repubblicani provano a difendere, seppure con difficoltà, la linea dell'Amministrazione Trump. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, sostiene che i benefici fiscali della One Big Beautiful Bill, firmata il 4 luglio 2025, non si sono ancora pienamente manifestati. Lo stesso argomento è stato ripreso dallo Speaker della Camera, Mike Johnson. Ma non tutti nel partito sono convinti di questo. Il senatore Josh Hawley, repubblicano del Missouri, ha presentato un disegno di legge per sospendere le accise sulla benzina e ha detto a Punchbowl News che il Congresso a guida repubblicana ha fatto "praticamente nulla" per alleviare il costo della vita.

La sospensione delle accise potrebbe offrire un po' di respiro al Partito Repubblicano, ma per arrivare all'approvazione in aula avrebbe bisogno anche dei voti democratici. Lunedì Thune ha mantenuto una linea prudente, limitandosi a dire che i repubblicani "ascolteranno" la proposta del presidente. Resta bloccata anche la legge sull'accessibilità abitativa, ferma per l'opposizione della Camera al testo già approvato dal Senato. Nel frattempo, alcuni deputati repubblicani eletti negli Stati più a rischio in vista delle prossime elezioni, come Maine, Alaska e Ohio, hanno chiesto senza successo di prorogare i crediti d'imposta rafforzati per Obamacare, scaduti alla fine del 2025.

Il miliardo per la sala da ballo diventa un problema politico


Il nodo più delicato, però, riguarda la richiesta di un miliardo di dollari per rafforzare la sicurezza attorno al progetto della nuova sala da ballo della Casa Bianca. I fondi sono stati inseriti nel disegno di legge di riconciliazione, una procedura che consente alla maggioranza repubblicana di approvare misure fiscali e di spesa con regole accelerate e senza bisogno del sostegno dell'opposizione al Senato. In questo caso, si tratta dello stesso pacchetto di leggi di spesa con cui il Partito Repubblicano punta a rifinanziare anche l'ICE e la polizia di frontiera.

Il direttore del Secret Service, Sean Curran, è stato chiamato a spiegare la misura ai senatori repubblicani durante il loro pranzo di gruppo. Ma per gli esponenti repubblicani più esposti in vista delle prossime elezioni, questa particolare spesa rischia di trasformarsi in un grave problema politico e comunicativo. Il motivo è semplice: la richiesta arriva mentre Trump sta promuovendo una serie di progetti che molti, anche dentro il partito, considerano eccessivi o vanitosi. Tra questi ci sono la riverniciatura dell'Eisenhower Executive Office Building, il rifacimento del Reflecting Pool del Lincoln Memorial, un incontro di UFC sul prato della Casa Bianca e perfino una gara di IndyCar lungo Pennsylvania Avenue.

"Se fossi nel reparto marketing del Partito Democratico, starei già pensando ai vari modi per usare questo voto contro i senatori repubblicani che lo approveranno", ha detto a Punchbowl News Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina, che non si ricandiderà. Anche se la spesa fosse difendibile nel merito, ha aggiunto, "i tempi e l'ottica sono pessimi".

Per molti senatori repubblicani vulnerabili, l'errore politico è stato indicare esplicitamente il miliardo di dollari per la sicurezza della nuova sala da ballo, invece di inserire la somma in modo più generico tra i fondi destinati al Secret Service. Così facendo, la misura appare direttamente collegata a uno dei progetti più personali e controversi voluti da Trump, e diventa molto più facile da attaccare. Lo stesso Thune ha riconosciuto che la narrazione va corretta, pur sostenendo che la sicurezza dell'area "va comunque garantita". Susan Collins, presidente della Commissione Appropriazioni del Senato e tra gli esponenti repubblicani più a rischio rielezione nel 2026, ha invece scelto una linea più prudente: si è limitata a ricordare che, secondo Trump, la costruzione della sala da ballo sarà finanziata da donatori privati.

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Benzina oltre i 2 euro, Appendino attacca: "Il Governo non ha soluzioni”


La deputata del Movimento 5 Stelle accusa il Governo di bloccare da quattro anni la riforma del settore carburanti e di favorire i grandi gruppi petroliferi
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“Non sono capaci di occuparsi di tasse, di lavoro, di accise. Ma almeno una cosa fatela”, ha dichiarato Appendino, riferendosi all’ordine del giorno sulla riforma del settore carburanti. Secondo la deputata pentastellata, il mancato intervento starebbe alimentando illegalità e precarietà nel comparto, lasciando senza risposte migliaia di lavoratori.

Nel suo intervento, Appendino ha poi puntato il dito contro i grandi gruppi petroliferi, accusando il Governo di non volerli “toccare” e di lasciare che continuino a operare senza alcun freno. Un passaggio particolarmente duro è stato rivolto direttamente alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, richiamando il celebre video registrato dalla leader di Fratelli d’Italia davanti a un distributore di benzina quando era all’opposizione.


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“Quel video davanti alla pompa di benzina vi perseguiterà”, ha affermato Appendino, sottolineando come oggi il prezzo dei carburanti abbia superato in molti casi i due euro al litro. Secondo la deputata del M5S, gli italiani “si sentono lasciati soli” davanti all’aumento dei costi e a promesse che, a suo dire, sarebbero state disattese.

Nel finale dell’intervento, l’attacco politico si è ulteriormente irrigidito: “Questo Governo ha veramente toccato il fondo”, ha dichiarato, accusando l’esecutivo di nascondersi dietro “scuse patetiche” mentre famiglie e cittadini continuano a pagare il prezzo della crisi energetica e dell’aumento dei carburanti.

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Nokia N73 di Francesca - Un giorno lo avrò


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Era il 2008 ed io ero una diligente studentessa delle scuole medie. Mia madre lavorava duro ed io cercavo di essere più autonoma possibile nei compiti e nelle faccende di casa. Cercavo di essere grande, insomma. Non le avrei mai chiesto un vestito costoso, mentre i giocattoli ormai li avevo lasciati alle spalle. C’era però, sotto sotto, una cosa che desideravo con tutta me stessa: il Nokia N73.

Ce l’avevano tutte le mie amichette. Le avevo viste mille volte far scorrere lo sportello della sua fotocamera posteriore. Ero apparsa, assieme a loro, mille volte nelle immagini scattate con la fotocamera anteriore, che al tempo permeavano un po’ di meno la nostra vita, quindi non si sentiva ancora il bisogno di dar loro un nome proprio: “selfie”.

Inizio a supplicarla a Natale, ma non arriva, poi continuo ad insistere. Non prepotentemente, ma ripetutamente. Glielo chiedo mentre è intenta a tritare cipolle oppure mentre guardiamo Montalbano sulla nostra vecchia tv, mentre sbuffa caricando la lavatrice oppure appena mette giù dopo una lunga telefonata, cercando forse di coglierla di sorpresa.
Insomma, le rompo i coglioni. O come si dice da noi a Roma, i cojoni.

Un giorno di primavera – lontano da qualunque festività e da qualunque compleanno – lei decide che forse un po’ me lo meritavo, quel piccolo pezzo di tecnologia Finlandese. O forse che ne aveva avuto abbastanza delle mie suppliche. Mi dice di mettere il guinzaglio al cane, un cucciolo di barboncino di neanche 5 mesi, e di prepararmi, che saremmo andate a prendere il Nokia.

Ed eccoci neanche un'ora dopo che varchiamo insieme, decise, le porte scorrevoli, installate sotto la grande insegna rossa di un altrettanto grande negozio di elettronica di Roma Sud.
L’acquisto dura un minuto, dato che non ci sono accessori né cover da scegliere. Esco raggiante con questa grossa scatola tra le mani e mi faccio lasciare direttamente al parchetto sotto casa, dove avevo dato appuntamento alla mia migliore amica Arianna. L’obiettivo – naturalmente – era fare quello che con gli anni avremmo iniziato a chiamare “unboxing”.

Penserai male di me, se ti dico che ricordo di aver avutoi battiti un po’ accelerati? Certo, non era il primo bacio, ma era comunque un momento a lungo atteso.

Con me al parco c’era anche Niki, che a sua volta aveva un appuntamento con il cucciolo di Jack Russell di Arianna. Ci piazziamo sulla prima panchina all’ombra, togliamo i sigilli, soppesiamo gli accessori, sfogliamo il manuale, fino ad estrarre lui. Lucente. Argentato. Perfetto. Forse un po’ anonimo, rispetto a quelli tutti personalizzati delle mie amiche. Così, aiutata da Arianna, iniziamo a settarlo.
Che non vuol dire, come adesso, fare login con la email ed installare decine di app e spostare i dati salvati su icloud o drive. Nono, intendo mandarci via bluetooth decine di canzoni registrate o scaricate, poi impostarle come suonerie, una diversa per ognuno dei nostri contatti preferiti.
Poi gli sfondi – nel mio caso preferivo tutto ciò che coinvolgesse glitter – ed i temi – che cambiando le icone rendevano il nostro dispositivo davvero unico e personale. Ultimo tocco fondamentale, annodo nel gancetto in alto un Winnie the Pooh vestito da delfino, di quelli che si compravano alle macchinette dei bar.

I telefoni delle adolescenti non erano omologati senza almeno uno di questi.
Mentre attendiamo che l’icona del trasferimento bluetooth smetta di zigzagare avanti e indietro sullo schermo, ci distraiamo a giochicchiare con i due cagnolini che, un po’ per età ed un po’ per carattere, vogliono monopolizzare la nostra attenzione. Così inviamo foto, poi lanciamo bastoni, inviamo mp3 e coccoliamo orecchie e code.

Che pomeriggio perfetto, penso.

Quando il sole è ormai basso, mi dirigo verso casa con Niki. Il mio passo è quasi più leggero del suo. Rientro e, una volta appoggiata la scatola al suo posto di onore, al centro della mia scrivania, faccio per tirare fuori il telefono dalla borsetta.
Non c'è. Non c'è. Non c'è. Panico. Il parco. La panchina. Mamma mi uccide. Corro.

Era rimasto in attesa di un file, ha trovato un nuovo proprietario: con la mia corsa disperata mi ritrovo subito al parco, ma del telefono non c'è già più traccia.

Un giorno lo avrò, mi dicevo. E in effetti l’ho avuto, per esattamente un giorno. Anzi, a livello di ore pure meno. Le mie lacrime sono amarissime come la fatica dei sacrifici di mamma vanificati, salatissime come gli euro del suo prezzo volatilizzati. Mamma non ha stigmatizzato con troppe parole la mia imperdonabile sbadataggine, né ha dovuto pensare a chissà quale fantasiosa punizione per me. La punizione me l’ero già cucinata da sola: da quel pomeriggio sarei rimasta per molti anni con lo stesso vecchio cellulare in bianco e nero.

Flash forward di quindici anni. Nel frattempo arrivano gli smartphone. Nel frattempo, manco a dirlo, perdo svariati al telefoni appoggiandoli dove non li si dovrebbe appoggiare.

Vivevo già a Bologna, ma ero scesa a Roma per rivedere la famiglia e riabbracciare le amiche. L’appuntamento era un anonimo ma gustoso ristorante cinese a Mostacciano. Dopo esserci riempite di ramen e tofu, ci fermiamo a chiacchierare nel piazzale. Le macchine sono a due passi da noi, ma nessuna ha veramente voglia di interrompere quel momento: ci dobbiamo mettere in pari sulle nostre vite, non vogliamo essere distratte da altro. Così io appoggio il mio ormai vintage iPhone 5s (da smarritrice seriale di telefoni, ho capito che non valeva la pena investire su modelli costosi) sul tettuccio della macchina e riprendo il discorso.
Ancora risate, qualche altra sigaretta, forse avevamo bevuto anche qualche tsingtao e la lingua era resa più sciolta anche dall’alcol. Il tempo sembra fermarsi. O forse voglio che si fermi. Perché se è vero che,con le amicizie profonde si riesce a riprendere da dove si aveva interrotto il discorso mesi prima, c’erano pezzi di vita l’una delle altre che avevamo troppo piacere a tratteggiare e condividere, guardandoci negli occhi e non facendoli mediare da uno schermo.

Dopo quella che forse era mezz’ora e forse un’ora e mezza, apro la macchina e parto verso casa. Il giorno dopo mi aspettava il treno di ritorno verso Bologna. La mattina faccio per ripartire con la mia routine di notifiche e mi rendo conto di non aver il telefono nella borsa.

Uguale a 15 anni prima, ma con più rassegnazione e fatalismo: non sto neanche a tornare al parcheggio. Anzi, mi dirigo verso Termini sbuffando e ripensando alla trafila che mi aspetta anche stavolta per risistemare questo ennesimo pasticcio. Le ore di viaggio passano lente, senza la musica. Poi arrivo al mio appartamento, giro la chiave nella toppa, saluto e trascino la valigia fino in camera. E se invece stavolta fosse ancora lì? Con lo spirito placatamente scettico di chi estrae un numero alla pesca di paese, provo a tentare la fortuna geolocalizzando il telefono dal mio computer.

Il browser mostra una posizione sulla mappa, è ancora carico. Guardo meglio. Ristorante Jing Du. Cazzo, è ancora lì.

Una delle amiche si prende la briga di passare a raccattarlo appena può, cioè il giorno ancora successivo. Incredibilmente, dopo una breve caccia al tesoro lo ritrova ancora in quel parcheggio. O Jiang Du ha davvero pochi clienti, o un iPhone 5s è davvero poco appetibile.

Qualche giorno dopo apro uno strano “pacco da giù” contenente solo l'ammaccatissimo telefono americano. Ne sono felice? Ni.
Forse una parte di me sperava di ritrovarci dentro il Nokia. La sua bellezza e la sua semplicità.
E magari anche i miei dodici anni. La loro bellezza e la loro semplicità.

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Maturità 2026, pubblicati i nomi dei presidenti delle commissioni d'esame


Da quest'anno le commissioni si riducono a cinque membri. Gli elenchi disponibili sui portali degli Uffici scolastici regionali

Manca poco più di un mese alla prima prova e la macchina organizzativa dell'esame di Stato inizia a muoversi. Come riportato da RaiNews, con la nota ministeriale n. 9046 il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha autorizzato la diffusione dei nominativi dei presidenti delle commissioni d'esame. Da martedì 12 maggio, gli uffici competenti avviano la pubblicazione degli elenchi regionali. La prima prova scritta, quella di italiano, è fissata per giovedì 18 giugno.

La novità di quest'anno: commissioni più snelle


La principale novità della Maturità 2026 riguarda la composizione delle commissioni. La riforma degli esami di Stato mantiene la natura mista dell'organo di valutazione, ma ne riduce le dimensioni: si passa a cinque membri complessivi, contro i sei delle sessioni precedenti. La nuova composizione prevede due commissari interni, scelti tra il personale della scuola, due commissari esterni, provenienti da altri istituti, e un presidente, figura che resta tassativamente esterna.

Come trovare il proprio presidente di commissione


Gli elenchi sono gestiti dai singoli Uffici scolastici regionali e pubblicati progressivamente sui rispettivi portali web, in formato PDF o Excel. I file sono organizzati secondo tre criteri: provincia di ubicazione dell'istituto, denominazione della scuola e codice meccanografico del plesso. I portali saranno aggiornati in caso di sostituzioni o rinunce dell'ultima ora.

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L'Ucraina è pronta a aiutare gli Stati Uniti con i droni


Il Dipartimento di Stato e l'ambasciatrice ucraina a Washington hanno preparato un memorandum per produzioni congiunte di droni. La guerra in Iran ha accelerato l'interesse americano per la tecnologia ucraina.

Stati Uniti e Ucraina hanno redatto un memorandum per un nuovo accordo militare che permetterebbe a Kyiv di esportare tecnologia militare verso gli Stati Uniti e di produrre droni in joint venture con aziende americane. Lo riferisce CBS News, citando tre fonti a conoscenza del dossier. La bozza è stata negoziata dal Dipartimento di Stato americano e dall'ambasciatrice ucraina a Washington, Olha Stefanishyna. Se finalizzata, l'intesa trasformerebbe l'Ucraina in un fornitore di tecnologia militare per il suo principale alleato occidentale, dopo oltre 4 anni di guerra contro la Russia.

A spingere avanti i negoziati è stata anche la guerra in Iran. Kyiv ha inviato droni intercettori e piloti in Medio Oriente per aiutare i Paesi alleati degli Stati Uniti a difendersi dagli Shahed di progettazione iraniana, gli stessi velivoli usati da Mosca per colpire le città ucraine. Negli ultimi due mesi l'Ucraina ha firmato accordi militari con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, mentre altre intese sono in preparazione. "Quasi 20 Paesi sono attualmente coinvolti in varie fasi: 4 accordi sono già stati firmati e i primi contratti sono in preparazione", ha scritto Volodymyr Zelensky su Telegram.

Droni · Accordo in vista USA-Ucraina

Il fornitore inatteso: Kyiv pronta a esportare droni verso Washington


Un memorandum bilaterale apre la strada alle joint venture sulla produzione di droni. Sul tavolo c'è un'asimmetria produttiva clamorosa e un divario di fondi da 40 miliardi di dollari che lega gli interessi dei due Paesi.

Fonti: CBS News, Reuters, Breaking Defense Memorandum · maggio 2026

Capacità produttiva 2026
55mld $
Potenziale dell'industria della difesa ucraina

vs

Fondi disponibili
15mld $
Quello che Kyiv può davvero acquistare nel 2026

Tra le due cifre si apre un divario di 40 miliardi di dollari che gli investimenti americani potrebbero contribuire a colmare

Esplora l'analisi
1 Asimmetria 2 Economia 3 Accordi 4 Cronologia

Il divario industriale

Un solo produttore ucraino costruisce dieci volte più droni FPV dell'intera industria americana


Il confronto sulla produzione annua di droni FPV (first-person view) a basso costo spiega perché il Pentagono cerchi tecnologia ucraina, nonostante le riserve politiche iniziali espresse dalla Casa Bianca.

Ucraina
Un solo produttore, piano 2026

3 mln
droni FPV

Stati Uniti
Produzione totale, dato 2025

300 mila
droni FPV

0 1 mln 2 mln 3 mln

Per ogni drone FPV prodotto negli Stati Uniti nel 2025, l'Ucraina pianifica di produrne 10 nel 2026. È il rovesciamento — almeno in un segmento militare strategico — del rapporto storico tra fornitore e cliente nell'asse occidentale.

La matematica della guerra dei droni

Intercettare uno Shahed con un missile Patriot costa quanto 3.000 droni intercettori ucraini

Il vantaggio competitivo dell'industria ucraina sta nella sproporzione fra costo dell'arma offensiva russa o iraniana, costo dell'intercettore tradizionale occidentale e costo del drone intercettore di Kyiv. È questa asimmetria a guidare l'interesse del Pentagono e dei Paesi del Golfo verso la tecnologia dei droni di produzione ucraina.

Minaccia
Shahed-136 (Iran)
~20-50 mila $
Stime di produzione interna iraniana. Costo export: 193 mila $

Difesa tradizionale
Missile Patriot (USA)
~3-4 mln $
Costo per singolo lancio. "Non possiamo abbattere droni economici con missili da 2 milioni" — Pete Hegseth

Droni intercettori ucraini
Sting (Wild Hornets)
2.500 $
Stati in grado di abbattere 3.900 droni russi dal maggio 2025

Droni intercettori ucraini
P1-SUN (SkyFall)
1.000 $
Drone in fibra ottica su telaio stampato in 3D

Quanti intercettori P1-SUN per un missile Patriot

0 3.000 INTERCETTORI

= 1 missile Patriot

Confronto a parità di costo: 1.000 $ × 3.000 ≈ 3 mln $

Il punto chiave

Il Drone Dominance, programma del Pentagono da 1,1 miliardi di dollari, è proprio alla ricerca di droni a basso costo destinati a contratti militari statunitensi. Aziende ucraine sono già state invitate a partecipare.

La diplomazia dei droni

Quasi 20 Paesi coinvolti, 4 accordi firmati in due mesi


Da quando è iniziata la guerra in Iran, Kyiv ha trasformato la propria esperienza sul campo di battaglia contro i russi in una rete di intese militari — le cosiddette "Drone Deals" — che attraversa Golfo, Caucaso ed Europa.

~20
Paesi in trattativa

4
Accordi già firmati

10 anni
Durata intese del Golfo

Accordi firmati

لا إله إلا اللهمحمد رسول الله
Arabia Saudita
Partenariato decennale · Jeddah, 27 marzo 2026
Firmato

Qatar
Partenariato decennale · Doha, 28 marzo 2026
Firmato

Emirati Arabi Uniti
Partenariato decennale · richiesta iniziale per 5.000 droni intercettori
Firmato

Azerbaigian
Accordo su difesa ed energia · aprile 2026
Firmato

Negoziati avanzati

Stati Uniti
Memorandum bilaterale per joint venture sui droni
Bozza

Germania, Norvegia, Paesi Bassi
Intese su difesa e droni firmate ad aprile 2026
Avviate

Italia
Co-produzione in fase iniziale, citata da Zelensky
In trattativa

Come ci siamo arrivati

Da Operazione Spiderweb al memorandum bilaterale


In meno di un anno, la cooperazione sui droni è passata da proposta informale alla Casa Bianca a bozza di accordo preparata dal Dipartimento di Stato.

Giugno 2025
Operazione Spiderweb

Piloti ucraini guidano a distanza droni esplosivi usciti da camion infiltrati in Russia, distruggendo decine di aerei militari russi. Trump elogia l'operazione in privato.

Agosto 2025
Prima proposta alla Casa Bianca

Funzionari ucraini propongono per la prima volta una cooperazione sui droni con gli Stati Uniti. La proposta resta arenata a causa di resistenze al Pentagono.

Fine febbraio 2026
Scoppia la guerra USA-Israele contro l'Iran

Lo scenario cambia: i droni Shahed iraniani diventano la minaccia principale per le basi americane e gli alleati del Golfo.

Inizio marzo 2026
Trump respinge l'offerta ucraina

"Non abbiamo bisogno del loro aiuto nella difesa anti-drone. Abbiamo i droni migliori al mondo", dichiara a Fox News.

Marzo 2026
L'Ucraina dispiega i propri esperti nel Golfo

Oltre 200 specialisti ucraini inviati in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania per addestrare le forze locali contro i droni iraniani.

27-30 marzo 2026
Firma dei "Accordi sui Droni" con i Paesi del Golfo

L'Ucraina firma partenariati decennali con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati su intercettori, guerra elettronica e droni marittimi.

Maggio 2026
Bozza del memorandum USA-Ucraina

Negoziata dal Dipartimento di Stato statunitense e dall'ambasciatrice ucraina Olha Stefanishyna. Primo passo verso joint venture per la produzione di droni e export di tecnologia militare ucraina verso gli Stati Uniti.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su dati CBS News, Reuters, Breaking Defense, Kyiv Post, Al Jazeera, Military Times, CSIS · 12 maggio 2026

Droni, guerra elettronica e il nodo dei finanziamenti


L'idea di una cooperazione sui droni era inizialmente arrivata alla Casa Bianca nell'agosto 2025, dopo che Donald Trump aveva elogiato in privato l'Operazione Spiderweb. In quell'attacco, piloti ucraini guidarono a distanza droni esplosivi fatti uscire da camion infiltrati in territorio russo, distruggendo decine di aerei militari parcheggiati sulle piste.

I numeri spiegano l'interesse reciproco. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale ucraino stima per il 2026 una capacità produttiva nel settore difesa pari a 55 miliardi di dollari, ma Kyiv dispone di fondi per circa 15 miliardi, secondo Yuriy Sak, consigliere del Ministero delle Industrie Strategiche ucraino. I fondi americani ricevuti ai sensi dell'accordo potrebbe colmare parte di questo divario.

L'Ucraina ha sviluppato capacità che gli Stati Uniti, finora, non avevano messo al centro delle proprie priorità. Un produttore ucraino prevede di realizzare nel 2026 oltre 3 milioni di droni militari FPV a basso costo, mentre nel 2025 gli Stati Uniti ne hanno prodotti solo circa 300mila. Anche sul fronte della guerra elettronica Kyiv ha accumulato un vantaggio operativo rispetto a Washington: Sine Engineering ha sviluppato una tecnologia che permette ai droni di volare senza guida GPS, eludendo i sistemi di disturbo del segnale. La società ha già ricevuto un investimento multimilionario dall'U.S.-Ukraine Reconstruction Investment Fund.

Gli ostacoli politici e le condizioni di Kyiv


Alcune società ucraine sono già operative negli Stati Uniti. A marzo General Cherry, uno dei maggiori produttori di droni del Paese, ha firmato un accordo per fabbricare velivoli senza pilota insieme a Wilcox Industries, azienda americana del settore militare. Il Pentagono ha inoltre invitato aziende ucraine a partecipare a Drone Dominance, un programma da 1,1 miliardi di dollari per individuare droni destinati a contratti militari statunitensi.

Un'intesa più ampia ha però finora incontrato ostacoli politici. Funzionari ucraini hanno detto a CBS News di aver percepito una "scarsa adesione" da parte di figure di vertice del Dipartimento della Difesa e della Casa Bianca, soprattutto dall'inizio della guerra in Iran. Trump ha anche respinto pubblicamente l'offerta ucraina di fornire tecnologie anti-drone al Medio Oriente. "Non abbiamo bisogno del loro aiuto nella difesa anti-drone", ha detto a Fox News all'inizio di marzo. "Conosciamo la tecnologia dei droni più di chiunque altro. Abbiamo i droni migliori al mondo".

Anche Kyiv, da parte sua, ha rallentato il negoziato, fissando 2 condizioni principali: proteggere la proprietà intellettuale delle aziende ucraine e garantire che la produzione interna resti sufficiente a sostenere la difesa contro l'invasione russa. Il nuovo memorandum indica però che gli ostacoli si stanno riducendo. "Oltre al Medio Oriente, al Golfo, al Caucaso meridionale e all'Europa, presto avvieremo questa nuova cooperazione di sicurezza nell'ambito degli accordi sui droni anche in un'altra parte del mondo", ha scritto Zelensky su Telegram. "Stiamo preparando buone notizie per l'Ucraina".

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Napoli, un milione di accessi abusivi alle banche dati: spiati calciatori, cantanti e imprenditori


Smantellata una rete criminale con ramificazioni in tutta Italia. 29 misure cautelari. Dati in vendita: fino a 25 euro per quelli della polizia

Un milione di accessi abusivi alle banche dati di polizia, Inps e Agenzia delle Entrate: un sistema di consultazioni illegali finito al centro di un'inchiesta della Procura di Napoli. I dati privati di imprenditori, calciatori, attori e cantanti venivano sottratti dagli archivi e rivenduti ad agenzie private con un vero e proprio listino prezzi. È questo il risultato della maxi operazione che ha portato a 29 misure cautelari: 4 arresti in carcere, 6 ai domiciliari e 19 indagati con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Lo riporta il Corriere della Sera.

Le indagini, coordinate dal gruppo cyber della Procura di Napoli diretto dal procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli e delegate alla polizia postale e alla squadra mobile, hanno potuto contare sul supporto della Direzione nazionale antimafia. “Un supporto importante, che ci ha dato l'opportunità di interfacciarci con altre Procure, come Milano”, ha detto il procuratore Nicola Gratteri in conferenza stampa.

Il listino prezzi e il mercato dei dati rubati


I dati venivano venduti con un vero e proprio listino prezzi, trovato su file Excel durante le perquisizioni: dai 6 agli 11 euro per un accesso alle banche dati di Inps, Poste o Agenzia delle Entrate, fino a 25 euro per quelle delle forze di polizia. “Il volume di vendita era fiorente”, ha aggiunto Gratteri. “Siamo riusciti a sequestrare un server al nord Italia che convogliava questi dati. E questa è una sola indagine. Non è un unicum: succede anche in altre parti d'Italia”.

A scoprire il meccanismo è stata la squadra mobile, che aveva notato un numero anomalo di accessi da parte di due agenti di polizia. “In due anni uno ha violato l'accesso oltre 600mila volte, l'altro 130mila, senza alcuna esigenza di servizio”, ha spiegato il capo della squadra mobile Mario Grassia. Dopo le prime perquisizioni sono emerse le società a cui i dati venivano rivenduti.

Una rete con ramificazioni in tutta Italia


I reati contestati sono accesso abusivo ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio. La rete aveva ramificazioni in Campania, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano. Tra le vittime figurano calciatori, ex calciatori e cantanti famosi, le cui identità non sono state rese note.

Secondo il procuratore aggiunto Piscitelli, il fenomeno è tutt'altro che risolto: “Ci sono tuttora organizzazioni e agenzie che cedono queste informazioni a terzi. L'elemento di novità è il valore delle informazioni riservate, che ha un mercato vivissimo”. Le parti offese, ha precisato Gratteri, “sono migliaia e saranno classificate”.

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Seicento tra attori e registi contro Bolloré. Ecco perché il caso riguarda anche noi


Da Juliette Binoche ad Adèle Haenel: il cinema francese scende in campo a Cannes 2026 contro l’impero di Vivendi. Ma dietro la protesta ideologica si nasconde un rischio concreto per l’industria e il pluralismo in Italia.

Seicento professionisti del cinema francese hanno firmato un appello contro Vincent Bolloré alla vigilia del Festival di Cannes 2026. Tra i firmatari figurano nomi come Adèle Haenel e Juliette Binoche, che denunciano la concentrazione del potere mediatico nelle mani dell'imprenditore bretone attraverso il controllo di Canal+, Vivendi e una galassia editoriale che include case editrici e canali televisivi. L'accusa è netta: Bolloré rappresenta una minaccia alla diversità culturale francese, trasformando i media in strumenti di propaganda conservatrice. Per l'Italia, il caso solleva interrogativi immediati: il nostro sistema mediatico è davvero più pluralista, oppure nasconde concentrazioni altrettanto pericolose sotto forme diverse?

L'impero Bolloré e la trasformazione di Canal+


Vincent Bolloré ha costruito negli ultimi dieci anni una delle concentrazioni mediatiche più discusse d'Europa. Il gruppo Vivendi, di cui controlla oltre il 27%, possiede Canal+ e una rete di canali tematici che coprono informazione, sport e intrattenimento. A questo si aggiunge il controllo su case editrici come Hachette e Editis, che insieme rappresentano una quota significativa del mercato librario francese. La trasformazione di Canal+, storico bastione del cinema d'autore e del giornalismo indipendente, in un contenitore più allineato a posizioni conservatrici ha suscitato allarme tra i professionisti della cultura. La nomina di direttori editoriali vicini alla destra tradizionalista e la riduzione degli spazi dedicati al cinema indipendente sono indicatori di un cambio di rotta che va oltre le scelte imprenditoriali.

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Venezia, aizza il cane contro il volantino del Pd: “Altro che moschee, sbranati vivi”


Il video pubblicato su Facebook da un giovane scatena la polemica in piena campagna elettorale per le comunali
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Un cane aizzato contro un volantino elettorale, parole violente in dialetto veneziano e una minaccia esplicita: “Questa è la fine che meritate, sbranati vivi”. Un video pubblicato su Facebook da un giovane veneziano sta scatenando forti polemiche in piena campagna elettorale per le comunali di Venezia. Nel filmato l'autore incita il proprio cane a mordere un volantino dei candidati del Pd al Consiglio comunale, Margherita Fonte e Mattia Costantini. “Le moschee a Venezia potete metterle a casa vostra”, dice l'uomo, prima di aggiungere: “topi”.


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La reazione del Pd


Il coordinatore della campagna Martella Sindaco, Matteo Bellomo, ha definito il video “una minaccia politica e personale esplicita, violenta, allucinante”. Bellomo ha espresso piena solidarietà ai due candidati e ha lanciato una denuncia politica netta, chiedendo alla coalizione avversaria di prendere le distanze: “Simone Venturini e tutta la sua coalizione condannino immediatamente l'accaduto, smentendo chi sceglie di alimentare una campagna costruita sulla paura, sull'odio e sulla demonizzazione dell'avversario”.

Anche il Partito Democratico è intervenuto ufficialmente sui social con un post netto: “Vergogna. Questa violenza non ci fa paura. Solidarietà a Margherita e Mattia”.

I candidati valutano la denuncia penale


Fonte e Costantini hanno annunciato di stare “facendo le opportune valutazioni per tutelarci nelle doverose sedi giudiziarie, anche in sede penale”. “Quanto accaduto supera ogni limite accettabile”, hanno dichiarato i due candidati.

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Obama scende in campo per Talarico nella sfida per il Senato in Texas


L'ex presidente ha incontrato a Austin il giovane deputato democratico, considerato astro nascente del partito, e la candidata governatrice Gina Hinojosa. Il Texas non elegge un democratico a livello statale da 32 anni.

Barack Obama è apparso martedì in un ristorante di tacos a Austin accanto a James Talarico, il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, e a Gina Hinojosa, deputata statale che sfida il governatore repubblicano Greg Abbott. L'ex presidente ha presentato i due ai clienti come "il prossimo senatore e la prossima governatrice del Texas", in una mossa che non costituisce un'adesione formale ma rappresenta un chiaro sostegno politico in vista delle elezioni di midterm di novembre.

L'iniziativa rientra nella strategia di Obama di promuovere una nuova generazione di leader democratici. Lo scorso mese l'ex presidente era apparso al fianco di Zohran Mamdani, il 34enne sindaco di New York di orientamento socialista democratico, in un centro per l'infanzia del Bronx. La differenza, segnalata dal New York Times, è che Mamdani era già in carica da oltre tre mesi, mentre Talarico e Hinojosa sono nel pieno di una campagna elettorale che si annuncia lunga e costosa.

It was great joining @JamesTalarico and @GinaHinojosaTX today in Texas. They're working hard to make a difference in the lives of all Texans, and will be able to do even more as your next Senator and Governor.

Let’s get it done, Texas! pic.twitter.com/WvdIDFvnAM
— Barack Obama (@BarackObama) May 12, 2026


Talarico ha 36 anni, è deputato dello stato del Texas e studia in un seminario presbiteriano. La sua candidatura ha conquistato attenzione nazionale grazie alla combinazione di posizioni progressiste e fede cristiana dichiarata apertamente. Il suo messaggio politico ruota attorno al concetto di "amore" e si rivolge anche a elettori centristi, indipendenti e a quei repubblicani delusi dalla direzione presa dal partito sotto la guida del presidente Trump. Obama lo aveva citato mesi fa in un podcast definendolo un "giovane di grande talento". Talarico ha vinto le primarie democratiche a marzo e, se eletto, sarebbe il primo senatore democratico del Texas dal 1993.

I sondaggi indicano un quadro favorevole al candidato democratico. Un'indagine di aprile della Texas Public Opinion Research attribuisce a Talarico il 44 per cento contro il 41 per cento del senatore repubblicano in carica John Cornyn, con l'11 per cento di indecisi. Nel confronto ipotetico con il procuratore generale del Texas Ken Paxton, il vantaggio di Talarico sale a cinque punti, 46 a 41, con il 9 per cento di indecisi. Cornyn e Paxton si affronteranno il 26 maggio nel ballottaggio delle primarie repubblicane, una sfida costosa e aspra in cui entrambi corteggiano l'appoggio di Trump. I leader democratici ritengono che le possibilità di vittoria aumenterebbero se la nomination andasse a Paxton, considerato una figura divisiva e segnato da accuse di corruzione.

Hinojosa parte invece in svantaggio contro Abbott, che punta a un quarto mandato da governatore e ha già raccolto fondi per quasi 100 milioni di dollari. I sondaggi la danno indietro ma soltanto di pochi punti percentuali. Curiosamente Abbott nei suoi attacchi sui social ignora la sua sfidante diretta e prende di mira Talarico, che nei sondaggi mostra performance migliori.

L'incontro al Taco Joint, ristorante frequentato abitualmente da Talarico durante gli studi al seminario teologico presbiteriano di Austin, è durato circa mezz'ora. Obama non ha pronunciato discorsi formali ma è andato di tavolo in tavolo presentandosi ai clienti, chiedendo nomi, professioni e percorsi di studio. Né Talarico né Hinojosa hanno preso la parola pubblicamente. "Ricordatevi di votare", ha detto l'ex presidente uscendo dal locale con un sacchetto contenente alcuni tacos.

Un nodo politico aperto per Talarico riguarda il voto della popolazione afroamericana, blocco elettorale decisivo per qualsiasi democratico che voglia vincere a livello statale in Texas. Alle primarie di marzo Talarico ha battuto la deputata Jasmine Crockett, ma ha perso largamente tra gli elettori neri. Nelle settimane successive ha intensificato il dialogo con quella comunità parlando in chiese afroamericane e tenendo il discorso ai laureati del Paul Quinn College di Dallas, ateneo storicamente nero. L'apparizione con Obama, primo presidente afroamericano della storia statunitense, potrebbe rafforzare questo sforzo.

I democratici guardano con fiducia ad alcuni stati tradizionalmente repubblicani per le prossime elezioni di midterm, sull'onda del malcontento per i prezzi alti e per l'operato del presidente Trump. L'effetto Obama ha già dato frutti l'anno scorso con le vittorie delle governatrici Mikie Sherrill in New Jersey e Abigail Spanberger in Virginia, entrambe sostenute dall'ex presidente in campagna elettorale. Resta però un dato di fondo: Obama non ha mai vinto a livello statale in Texas e i democratici non conquistano una carica statale nello stato da 32 anni.

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Il Prix Versailles 2026 incorona l’eccellenza architettonica italiana


il Prix Versailles 2026 celebra la Riviera italiana dove ogni dettaglio architettonico racconta una storia, rendendo l'hotel una destinazione culturale prima ancora che un luogo di soggiorno.

L'edizione 2026 del Prix Versailles, il riconoscimento UNESCO dedicato all'eccellenza architettonica nel settore dell'ospitalità, ha confermato la Riviera italiana tra le destinazioni premiate per la bellezza degli hotel contemporanei. Il riconoscimento, che spazia dalle montagne dell'Hijaz fino alle coste liguri, non rappresenta solo un elenco di strutture esteticamente rilevanti: fotografa la capacità di interi territori di trasformare il patrimonio architettonico in attrattore economico. Per l'Italia, la presenza nella lista rafforza un posizionamento competitivo basato sulla fusione tra tradizione costruttiva e innovazione progettuale, elemento sempre più determinante nella competizione globale per il turismo di alta gamma.

Il settore alberghiero italiano ha registrato negli ultimi tre anni investimenti significativi nel rinnovamento delle strutture ricettive, con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale e all'integrazione con il paesaggio. Secondo i dati di Federalberghi, tra il 2023 e il 2025 oltre il 42% degli alberghi classificati come quattro e cinque stelle ha avviato progetti di ristrutturazione che includono certificazioni energetiche avanzate e utilizzo di materiali locali. Questa strategia risponde a una domanda turistica che non si accontenta più del servizio standardizzato: il viaggiatore internazionale cerca esperienze immersive, nelle quali l'architettura diventa parte integrante della narrazione territoriale.

La Riviera ligure e il rinascimento architettonico costiero


La Riviera italiana, citata nel Prix Versailles, ha vissuto negli ultimi anni una trasformazione che va oltre il singolo intervento edilizio. Diverse strutture storiche, in particolare tra Portofino e le Cinque Terre, hanno attraversato processi di rigenerazione che hanno preservato le facciate originali integrando interni contemporanei. Il modello adottato punta sulla valorizzazione del genius loci: utilizzo di pietra locale, recupero di tecniche costruttive tradizionali, dialogo con il contesto naturale. Gli architetti coinvolti hanno lavorato su strategie di minimo impatto visivo, pur introducendo tecnologie per la gestione idrica, l'efficienza energetica e la riduzione delle emissioni.

Questa evoluzione non riguarda solo l'estetica. I Comuni costieri liguri hanno registrato tra il 2024 e il 2025 un incremento del 18% nelle presenze turistiche della fascia con capacità di spesa medio-alta, secondo i dati regionali. Le strutture premiate o candidate ai riconoscimenti internazionali generano un effetto traino sul territorio: attirano visitatori che si fermano più a lungo, spendono nei ristoranti locali, acquistano prodotti artigianali, esplorano l'entroterra. L'investimento architettonico si traduce così in ricadute economiche diffuse, che coinvolgono filiere produttive e commerciali ben oltre il perimetro dell'hotel.

Lo «Splendido di Portofino»: icona della slow luxury


Esempio emblematico di questa rinascita è lo Splendido, A Belmond Hotel, di Portofino, vera punta di diamante della Riviera nella selezione del Prix Versailles 2026. L'hotel ha recentemente completato una meticolosa fase di rinnovamento pluriennale affidata al celebre Martin Brudnizki Design Studio, che ha saputo traghettare l’ex monastero del XVI secolo nel futuro dell'ospitalità d’alta gamma. Il progetto incarna perfettamente i criteri del premio: l'utilizzo di materiali nobili come il marmo di Carrara e la pietra di Lavagna, il recupero degli affreschi botanici liguri e l’integrazione della prima Dior Spa permanente in Italia, immersa nei giardini terrazzati. Con l'introduzione di Villa Beatrice nel 2025 e il lancio del servizio «Villeggiatura by Train»nel 2026, Belmond trasforma la struttura in un manifesto della Slow Luxury, dove il restauro architettonico non è una semplice manutenzione, ma una narrazione contemporanea del mito della Dolce Vita.

Architettura e posizionamento competitivo nel turismo globale


Il Prix Versailles non è un premio di nicchia: viene assegnato sotto l'egida dell'UNESCO e coinvolge una giuria internazionale che valuta progetti in sei continenti, affermandosi come il massimo standard mondiale che trasforma l'architettura d'eccellenza in un asset strategico per lo sviluppo economico e culturale dei territori. Entrare in questa lista significa posizionarsi su un mercato globale dove l'identità architettonica rappresenta un fattore di differenziazione. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, il Giappone e la Svizzera hanno investito massicciamente nella creazione di hotel-icona, strutture che diventano destinazioni in sé. L'Italia parte da una base diversa: dispone di un patrimonio storico diffuso che, se integrato con progettualità contemporanea, offre un vantaggio competitivo unico.

Tuttavia, il sistema italiano sconta ancora ritardi nella capacità di comunicare all'esterno questa eccellenza. Molte strutture premiate o candidate non dispongono di strategie di marketing digitale paragonabili a quelle dei competitor internazionali. La visibilità generata da riconoscimenti come il Prix Versailles viene spesso sottoutilizzata: mancano campagne coordinate, partnership con piattaforme di prenotazione globali, integrazione con i canali di promozione del Made in Italy. Il Ministero del Turismo ha avviato nel 2025 un tavolo di lavoro con Enit e le associazioni di categoria per sviluppare un piano di valorizzazione delle strutture alberghiere di eccellenza, ma i risultati operativi sono ancora limitati.

Le sfide della sostenibilità e della gestione territoriale


Il riconoscimento internazionale porta con sé anche interrogativi sulla tenuta dei territori. L'aumento dei flussi turistici verso destinazioni già sotto pressione, come la Riviera ligure, richiede politiche di gestione attente. Diversi Comuni hanno introdotto limiti agli accessi nelle aree più fragili, sistemi di prenotazione obbligatoria per i sentieri costieri, incentivi per la destagionalizzazione. Le strutture alberghiere premiate hanno un ruolo attivo in questa dinamica: molte collaborano con le amministrazioni locali per promuovere itinerari alternativi, sostenere il turismo fuori stagione, finanziare progetti di manutenzione del paesaggio.

Sul fronte della sostenibilità ambientale, il settore alberghiero italiano sta sperimentando soluzioni avanzate. Alcune delle strutture candidate al Prix Versailles hanno adottato sistemi di recupero delle acque piovane, impianti fotovoltaici integrati nelle coperture, utilizzo di materiali riciclabili per gli arredi. Restano però nodi critici: la carenza di infrastrutture per la mobilità sostenibile, la difficoltà di accesso al credito per le piccole strutture che vogliono investire in riqualificazione, la frammentazione normativa tra regioni che rallenta l'adozione di standard comuni.

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Il procuratore generale indaga i giornalisti per le inchieste sulla guerra in Iran


Il procuratore generale Todd Blanche difende le citazioni in giudizio contro i reporter. Trump aveva consegnato al suo ex avvocato personale una pila di articoli con un post-it: "tradimento".

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha emesso citazioni in giudizio contro il Wall Street Journal per ottenere documenti e archivi dei suoi giornalisti che hanno coperto la guerra in Iran. La notizia, rivelata lunedì dallo stesso quotidiano, segna un cambio di rotta significativo rispetto alla prassi delle amministrazioni precedenti, che nelle indagini sulle fughe di notizie classificate avevano sempre perseguito chi divulgava le informazioni, non i giornalisti che le ricevevano.

Le citazioni, datate 4 marzo, riguardano un articolo del 23 febbraio in cui il quotidiano della famiglia Murdoch scriveva che alti funzionari del Pentagono avevano espresso al presidente Donald Trump preoccupazioni su una campagna militare prolungata contro l'Iran. Al centro della ricostruzione c'era il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto, che aveva avvertito privatamente il presidente sui rischi dei piani di guerra in esame, dalle possibili perdite umane all'esaurimento delle difese aeree fino al sovraccarico delle forze armate. Axios e il Washington Post avevano pubblicato ricostruzioni simili lo stesso giorno. Cinque giorni dopo, Trump avviò la guerra contro l'Iran.

Il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha difeso pubblicamente l'operazione martedì. "Perseguire chi diffonde i segreti della nostra nazione ai giornalisti, mettendo a rischio la sicurezza nazionale e la vita dei nostri soldati, è una priorità per questa amministrazione", ha dichiarato in un comunicato. Blanche ha aggiunto che "qualsiasi testimone, giornalista o meno, che abbia informazioni su questi criminali non dovrà sorprendersi di ricevere una citazione in giudizio sulla divulgazione illegale di materiale classificato".

Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, Trump avrebbe personalmente sollecitato Blanche, suo ex avvocato personale, a perseguire con maggiore aggressività le fughe di notizie sulla guerra. In un incontro nello Studio Ovale il presidente avrebbe fatto scivolare sulla scrivania una pila di articoli ritagliati dai giornali, con un post-it sopra che riportava la parola "tradimento". L'accusa di tradimento prevede negli Stati Uniti la pena di morte. Funzionari citati dal quotidiano hanno riferito che il presidente era particolarmente infastidito dagli articoli che ricostruivano il processo decisionale che lo aveva portato a lanciare la guerra.

Lo stesso Trump ha attaccato la copertura mediatica del conflitto sul suo social Truth Social. "Quando i media bugiardi dicono che il nostro nemico iraniano sta andando bene, militarmente, contro di noi, è quasi tradimento, perché si tratta di un'affermazione falsa e persino grottesca", ha scritto il presidente.

La reazione del gruppo editoriale è stata netta. Ashok Sinha, direttore della comunicazione di Dow Jones, società madre del quotidiano, ha definito le citazioni "un attacco al lavoro giornalistico tutelato dalla Costituzione". "Ci opporremo con vigore a questo tentativo di soffocare e intimidire un lavoro di informazione essenziale", ha aggiunto.

Un funzionario del dipartimento di Giustizia ha precisato, parlando con la stampa, che le citazioni non puntano a indagare sui giornalisti in quanto tali, ma a rintracciare i dipendenti governativi responsabili delle fughe di notizie classificate. Resta però il fatto che la mossa rappresenta una rottura con la prassi recente. Nelle indagini basate sull'Espionage Act, storicamente, il dipartimento ha perseguito chi diffondeva i documenti, non chi li riceveva e pubblicava.

Il quadro normativo è stato modificato nell'aprile 2025, quando l'allora procuratrice generale Pam Bondi emise un promemoria che rendeva più semplice per i procuratori ottenere documenti e testimonianze da membri della stampa nelle indagini sulle fughe di notizie. Quella decisione cancellava le restrizioni introdotte durante l'amministrazione Biden dal predecessore Merrick Garland, che avevano reso molto più difficile sequestrare telefoni e archivi di posta elettronica dei giornalisti.

L'azione contro il Wall Street Journal non è isolata. All'inizio di quest'anno agenti dell'FBI hanno perquisito l'abitazione di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post, sequestrando telefono, computer portatili, un orologio Garmin e dischi rigidi portatili. La perquisizione era legata a un'indagine su un appaltatore governativo poi incriminato per aver presumibilmente diffuso materiale classificato. Il Committee to Protect Journalists ha definito la misura "altamente inusuale".

Blanche, ex avvocato personale di Trump, è diventato procuratore generale facente funzioni dopo l'uscita di Pam Bondi e punta a ottenere l'incarico in via definitiva. Negli ultimi mesi ha condotto azioni giudiziarie contro diversi avversari politici del presidente, tra cui l'ex direttore dell'FBI James Comey, incriminato una seconda volta dopo il fallimento del primo tentativo. Il Primo Emendamento della Costituzione americana tutela i giornalisti nello svolgimento del loro lavoro e le iniziative dell'amministrazione hanno suscitato critiche non solo dagli editori coinvolti ma anche da organizzazioni per i diritti civili e per la libertà di stampa.

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Hantavirus, negativi tutti i test analizzati a Milano e allo Spallanzani


Il Ministero della Salute: "Il rischio resta molto basso in Europa"

Buone notizie sul fronte italiano. Il Ministero della Salute ha comunicato che tutti gli accertamenti virologici eseguiti nelle ultime ore su soggetti posti in quarantena o sorveglianza sanitaria hanno dato esito negativo. A Milano sono risultati negativi i test sul turista britannico rintracciato e posto in quarantena perché si trovava a bordo del volo Sant'Elena-Johannesburg, lo stesso su cui aveva viaggiato una passeggera sudafricana poi deceduta per hantavirus. Negativo anche il test dell'accompagnatore che viaggiava con lui in Italia.

Allo Spallanzani di Roma sono stati analizzati i campioni del giovane calabrese in isolamento fiduciario e di una turista ricoverata a Messina per polmonite, proveniente da una zona endemica dell'Argentina. Entrambi i test sono negativi. Il Ministero ha ribadito che il rischio connesso al virus resta molto basso in Europa e, di conseguenza, anche in Italia.

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Zelensky prende le distanze da Trump e gli Stati Uniti


Il presidente ucraino critica ormai sempre più apertamente la Casa Bianca di Trump, accusata di esercitare pressioni su Kyiv piuttosto che su Mosca. Intanto i negoziati restano fermi, mentre l'avanzata russa nel Donbass rallenta.

I rapporti tra Ucraina e Stati Uniti stanno entrando in una fase di rottura sempre più evidente. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha iniziato a criticare apertamente Washington e a prendere le distanze da quello che, fino a poco tempo fa, era il principale alleato di Kyiv. Lo riporta il New York Times, secondo cui la guerra americano-israeliana contro l'Iran ha di fatto congelato i negoziati di pace e accelerato il raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi.

I colloqui mediati dagli Stati Uniti sono fermi dalla fine di febbraio, quando sono cadute le prime bombe su Teheran. Da allora Zelensky ha usato toni che fino a un anno fa sarebbero stati impensabili. Si è lamentato del fatto che i negoziatori americani non abbiano più "tempo per l'Ucraina". Ha quindi accusato Washington di trasmettere al Cremlino "un senso di impunità", dopo la decisione americana di sospendere alcune sanzioni sul petrolio russo per ridurre le tensioni economiche legate alla guerra con l'Iran. E infine ha criticato la strategia che spinge Kyiv a cedere territori in cambio della pace, sostenendo che l'Amministrazione Trump "sceglie ancora una strategia di maggiore pressione sulla parte ucraina" rispetto a quella esercitata su Mosca.

Harry Nedelcu, senior director della società di consulenza politica europea Rasmussen Global, ha detto al New York Times che i colloqui "sono morti". Secondo l'analista, la Russia non ha più incentivi reali a negoziare e gli Stati Uniti non appaiono più come un mediatore affidabile.

Allo stesso tempo, anche Kyiv si sente oggi più libera di alzare il tono perché dipende meno da Washington. Dopo anni di investimenti nella propria industria della difesa, l'Ucraina produce ormai in autonomia gran parte dei droni che utilizza al fronte. Alyona Getmanchuk, ambasciatrice ucraina presso la NATO, ha affermato che gli intercettori di produzione nazionale abbattono più del 60% dei droni russi. Maksym Skrypchenko, presidente del Transatlantic Dialogue Center di Kyiv, ha spiegato al New York Times che, se domani gli aiuti militari americani si esaurissero, "non sarebbe più un disastro come una volta": una differenza netta rispetto agli anni di Biden, quando la dipendenza dalle forniture statunitensi era quasi totale.

Restano però due vulnerabilità decisive. La prima è l'intelligence americana, che gli analisti considerano la componente più difficile da sostituire, anche se in prospettiva le capacità europee potrebbero colmare parte del vuoto. La seconda sono gli intercettori Patriot, l'unica vera difesa di Kyiv contro i missili balistici russi. L'Ucraina sta cercando di svilupparne di propri, ma servirà ancora del tempo.

Nel frattempo Zelensky ha cercato sostegno in Europa, ringraziando Paesi come Germania e Italia per l'aiuto fornito. Ha anche firmato accordi con alcuni Stati del Medio Oriente per aiutarli a difendersi dai droni iraniani e costruire nuove reti di sicurezza. L'Unione Europea ha di fatto sostituito gli Stati Uniti come principale finanziatore dello sforzo bellico ucraino: un recente prestito da 90 miliardi di euro, fortemente orientato alla spesa militare, darà a Kyiv più margine per continuare a pianificare una guerra che pochi immaginano breve.

Guerra in Ucraina

Lo strappo silenzioso:
come Kyiv si è allontanata da Washington


I negoziati di pace sono fermi da febbraio. Zelensky alza i toni contro la Casa Bianca. Intanto sul campo di battaglia l'avanzata russa è la più lenta dal 2023, mentre l'Unione Europea ha già preso il posto degli Stati Uniti come principale finanziatore dello sforzo bellico.
Aggiornato a maggio 2026

Aiuti diretti Usa
−99%
Taglio degli aiuti diretti a Kyiv sotto l'Amministrazione Trump

vs

Autonomia ucraina
60%
Droni russi abbattuti da intercettori di produzione nazionale ucraina

L'Unione Europea ha sostituito gli Stati Uniti con un prestito da 90 miliardi di euro

Esplora in dettaglio
1 Lo strappo 2 Sul campo 3 Il prezzo 4 L'Europa

La cronologia dello strappo

Le tappe che hanno portato al raffreddamento dei rapporti tra Kyiv e Washington


La traiettoria descritta dal New York Times mostra un deterioramento progressivo che è culminata nel congelamento dei negoziati.

+ Tocca una tappa per aprirla — gli altri eventi si chiudono automaticamente

Un mese dopo l'insediamento
Zelensky messo sotto pressione pubblicamente alla Casa Bianca

Trump e il suo entourage espongono il presidente ucraino pubblicamente davanti alle telecamere. Da quel momento il presidente americano comincia a sostenere ripetutamente che sarebbe stata l'Ucraina, e non la Russia, a iniziare il conflitto.

Decisione bilaterale
Tagliati del 99% gli aiuti diretti Usa all'Ucraina

L'Amministrazione Trump azzera quasi completamente gli aiuti diretti a Kyiv, segnando una rottura netta rispetto agli anni di Biden, quando la dipendenza dalle forniture statunitensi era pressoché totale.

Fine febbraio 2026
Cadono le prime bombe su Teheran: i negoziati si fermano

L'inizio della guerra americano-israeliana contro l'Iran congela di fatto i negoziati di pace mediati dagli Stati Uniti. Zelensky si lamenta che i negoziatori americani non abbiano più "tempo per l'Ucraina".

Primavera 2026
Washington sospende alcune sanzioni sul petrolio russo

La decisione, presa per attenuare le tensioni economiche legate alla guerra con l'Iran, viene letta da Kyiv come un segnale di disimpegno. Zelensky accusa gli Stati Uniti di trasmettere al Cremlino "un senso di impunità".

Lo scontro con Vance
Il vicepresidente statunitense liquida il Donetsk come "pochi km quadrati"

JD Vance descrive la guerra come una contrattazione su porzioni minime di territorio. Zelensky risponde con freddezza, secondo quanto riferito al New York Times:
"Con tutto il rispetto, il vicepresidente non è coinvolto nei negoziati"

Oggi
"I colloqui sono ad un punto morto", dice l'analista

Harry Nedelcu di Rasmussen Global, citato dal New York Times, sintetizza così la fase attuale: la Russia non ha più incentivi reali a negoziare, e gli Stati Uniti non appaiono più come un mediatore affidabile.

La realtà sul terreno

L'avanzata russa è la più lenta dal 2023


La narrazione che Putin presenta a Trump non coincide con i dati raccolti dagli analisti militari indipendenti. Sul campo di battaglia, Mosca è "di fatto bloccata".

Conquistare l'intero Donbass
30+ anni
Al ritmo medio di avanzata registrato quest'anno, ci vorrebbero più di tre decenni per occupare la regione che il Cremlino indica come condizione minima per chiudere il conflitto. Stima del Black Bird Group.

Conquiste territoriali russe — confronto

Fine 2024
Picco dell'avanzata

Ritmo massimo

Ultimi 3 mesi
Minimo dal 2023

Ritmo attuale

Le tattiche di infiltrazione in piccole squadre "non producono guadagni rapidi" e le truppe russe "sono di fatto bloccate", sintetizza Dara Massicot del Carnegie Endowment for International Peace.

Il costo umano ed economico

352mila caduti russi e un'economia sempre più schiacciata dalla guerra


I numeri dei soldati morti raccolti dalle testate russe indipendenti russe Mediazona e Meduza assieme al servizio russo della BBC restituiscono la dimensione del prezzo pagato da Mosca.

Caduti russi a fine 2025
352mila
Stima Mediazona / Meduza / BBC Russia


i militari americani caduti durante l'intera guerra del Vietnam

Ritmo delle perdite: attuale vs obiettivo

Mese attuale
35mila
Soldati russi uccisi o feriti gravemente

Obiettivo Fedorov
50mila
Per imporre a Mosca "costi insostenibili" e costringerla a moderare la sua posizione negoziale

Pressione interna a Mosca

Reclutamento sotto target
Mosca ha mancato gli obiettivi di leva nei primi mesi del 2026, secondo funzionari americani ed europei.

Consenso di Putin ai minimi
L'indice di gradimento del presidente è sceso ai livelli più bassi dall'inizio dell'invasione su larga scala.

Economia schiacciata dalla guerra
La spesa militare comprime sempre più gli altri capitoli di bilancio, mentre i blackout della rete mobile Internet irritano la popolazione russa.

Il nuovo pilastro occidentale dell'Ucraina

L'Unione Europea ha sostituito gli Usa come principale sponsor dello sforzo bellico

Prestito europeo a Kyiv

90mld €
Un prestito fortemente orientato alla spesa militare dà a Kyiv il margine per pianificare una guerra che pochi immaginano breve.

Le due vulnerabilità che restano

01
Intelligence americana
La componente più difficile da sostituire secondo gli analisti, anche se in prospettiva le capacità europee potrebbero colmare parte del vuoto.

02
Intercettori Patriot
L'unica vera difesa di Kyiv contro i missili balistici russi. L'Ucraina sta sviluppando intercettori propri, ma servirà ancora del tempo.

Se domani gli aiuti militari americani si esaurissero, sintetizza al New York Times Maksym Skrypchenko del Transatlantic Dialogue Center, "non sarebbe più un disastro come una volta". È la distanza che separa l'Ucraina di oggi da quella degli anni di Biden.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su basi New York Times, Black Bird Group, Mediazona, Meduza, BBC Russia · maggio 2026

La Casa Bianca cambia linea


La distanza politica tra Kyiv e Washington si è allargata anche per una serie di episodi vissuti in Ucraina come umilianti. Trump e il suo entourage hanno messo Zelensky sotto pressione pubblicamente alla Casa Bianca un mese dopo l'insediamento. Il presidente americano ha più volte cercato di riscrivere la storia della guerra, sostenendo che sia stata l'Ucraina, e non la Russia, a iniziare il conflitto. La sua Amministrazione ha tagliato del 99% gli aiuti diretti a Kyiv.

Anche il vicepresidente JD Vance ha contribuito ad alimentare lo scontro, quando ha descritto la guerra in Ucraina come una contrattazione "su pochi km quadrati di territorio" e mettendo in dubbio che valga la pena difendere il Donetsk orientale. Zelensky ha replicato con freddezza: "Con tutto il rispetto, il vicepresidente non è coinvolto nei negoziati".

Sul campo, però, la realtà appare diversa da quella che Putin ha più volte presentato a Trump. Dopo i progressi di fine 2024, l'avanzata russa è rallentata fino a raggiungere un ritmo record al ribasso. Secondo i dati del Black Bird Group, alla velocità media registrata quest'anno servirebbero a Mosca più di 30 anni per conquistare l'intero Donbass, condizione minima posta dal Cremlino per chiudere la guerra. Negli ultimi tre mesi, le conquiste russe hanno segnato il peggior risultato territoriale dal 2023.

Intanto il prezzo umano resta altissimo. Secondo i dati pubblicati dalle testate russe Mediazona e Meduza in collaborazione con il servizio russo della BBC, alla fine del 2025 erano morti circa 352mila soldati russi, un numero alto oltre 6 volte quello dei militari americani caduti durante la guerra del Vietnam. Mosca ha inoltre mancato gli obiettivi di reclutamento nei primi mesi dell'anno, secondo funzionari americani ed europei, e cresce sempre di più il dubbio che lo sforzo bellico possa reggere senza una nuova mobilitazione. In questo contesto, l'indice di gradimento di Putin è sceso ai minimi dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, mentre l'economia russa è sempre più schiacciata dalla spesa militare. Anche i blackout della rete mobile, imposti in parte per prevenire gli attacchi dei droni ucraini, stanno irritando la popolazione russa.

Una guerra di logoramento tecnologico


La guerra è diventata sempre più una sfida tecnologica tra droni e sistemi anti-drone. Le truppe russe hanno modificato le proprie tattiche e cercano ora di infiltrarsi nel territorio ucraino in piccole squadre, spesso a piedi e composte da un numero di persone che si può contare su una mano. Ne è nata così una "zona grigia" sempre più ampia, in cui entrambi gli eserciti sono presenti senza che nessuno dei due eserciti un controllo netto.

Dara Massicot, analista del Carnegie Endowment for International Peace, ha spiegato al New York Times che queste tattiche di infiltrazione "non producono guadagni rapidi" e che i russi "sono di fatto bloccati".

Mykhailo Fedorov, il nuovo Ministro della Difesa ucraino e principale promotore dello sviluppo dei droni, ha fissato di recente un obiettivo molto più ambizioso: uccidere o ferire gravemente 50mila soldati russi al mese, contro gli attuali 35mila, per imporre a Mosca "costi che non può sostenere" e "forzare la pace attraverso la forza". Intanto Kyiv continua senza sosta anche la campagna di attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe, nonostante le richieste americane di fermarsi. Anche questo, fino a un anno fa, sarebbe stato difficilmente immaginabile.

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Cannes 2026, il ritorno dei Maestri e il manifesto per un cinema di «Resistenza »


Cannes 2026: tra la Palma a Peter Jackson e l’appello alla «resistenza» di Frémaux, l'Italia cerca il rilancio al Marché. Con le coproduzioni in calo del 18%, la sfida è trasformare il prestigio artistico in una strategia industriale capace di competere nell'era dello streaming.

La 79esima edizione del Festival di Cannes si apre il 12 maggio 2026 con la consegna della Palma d'oro alla carriera a Peter Jackson e una dichiarazione d'intenti che suona come una sfida all'industria globale dell'intrattenimento: «Il cinema come resistenza». La formula, lanciata dal direttore artistico Thierry Frémaux e ripresa dalle principali agenzie come l'ANSA, rivendica lo spazio dell'opera cinematografica autoriale in un mercato sempre più dominato dalle piattaforme streaming e dalle logiche seriali. Per l'Italia, che negli ultimi tre anni ha visto calare del 18% la quota di coproduzioni internazionali secondo i dati Anica, la questione non è accademica: Cannes rimane la principale vetrina mondiale per agganciare finanziamenti transnazionali e visibilità nei circuiti distributivi esteri.

La posizione italiana nel sistema delle coproduzioni europee


Tra il 2023 e il 2025, la Francia ha consolidato la propria leadership nelle coproduzioni europee con 142 titoli realizzati in collaborazione con altri Paesi membri, seguita dalla Germania con 119 e dalla Spagna con 87. L'Italia si ferma a 64, in calo rispetto ai 78 del triennio precedente. Il dato non riflette una crisi creativa — autori come Alice Rohrwacher e Luca Guadagnino continuano a essere selezionati nei festival internazionali — ma un problema strutturale di accesso ai fondi europei e di coordinamento tra incentivi fiscali nazionali. Il tax credit italiano, pur competitivo sulla carta con un credito d'imposta fino al 40% per le produzioni estere, risulta meno agile rispetto al sistema francese CNC, che garantisce automatismi più veloci e una rete consolidata di intermediari finanziari specializzati.

A Cannes, dove ogni anno si firmano accordi di distribuzione per circa 1,2 miliardi di euro, la presenza italiana si misura anche nella capacità di portare progetti in fase di sviluppo al Marché du Film, il mercato professionale parallelo alla selezione ufficiale. Nel 2025, solo 11 progetti italiani hanno trovato accordi di coproduzione durante il festival, contro i 34 francesi e i 22 spagnoli. La differenza non sta solo nelle risorse disponibili, ma nella capacità di costruire pacchetti finanziari misti — pubblico-privati, fondi regionali, incentivi fiscali, prevendite internazionali — che rendano il progetto appetibile per investitori esteri.

Il Festival come motore economico


Cannes funziona come un acceleratore economico per l'intera filiera: i film selezionati in concorso vedono triplicare le possibilità di distribuzione in almeno dieci Paesi, secondo uno studio dell'Osservatorio Europeo dell'Audiovisivo. Anche una presenza nelle sezioni parallele — Quinzaine des Cinéastes, Semaine de la Critique — genera un effetto moltiplicatore sulle vendite internazionali. Per le imprese italiane di produzione e distribuzione, la sfida è doppia: da un lato mantenere la reputazione autoriale costruita negli ultimi decenni, dall'altro sviluppare competenze manageriali che permettano di negoziare in un mercato sempre più complesso, dove le major americane si ritirano dalle acquisizioni indipendenti e le piattaforme streaming selezionano con criteri algoritmici.

La definizione di «cinema come resistenza» intercetta una tensione reale: i modelli di finanziamento tradizionali — vendite territoriali, distribuzione in sala, passaggi televisivi — non reggono più da soli. Eppure le piattaforme, pur dominando il mercato, non sostituiscono il valore della consacrazione festivaliera. Il caso Netflix resta emblematico: nonostante il colosso dello streaming continui a scontrarsi con la regola di Cannes che impone l'uscita in sala per i film in concorso, il festival non arretra. Il cinema d’autore ha ancora bisogno della legittimazione della sala per mantenere il suo valore simbolico e commerciale, ma serve un ecosistema istituzionale che lo sostenga in questa transizione.

Le strategie italiane tra identità autoriale e apertura ai capitali esteri


L'Italia dispone di asset culturali e produttivi che altri Paesi non hanno: Cinecittà, rinnovata con investimenti pubblici per 300 milioni di euro tra il 2023 e il 2025, offre infrastrutture competitive per produzioni internazionali di alto budget. Le location italiane attirano produzioni straniere per un valore stimato di 420 milioni di euro annui. Tuttavia, manca una strategia coordinata per trasformare la presenza fisica di troupe estere in opportunità di coproduzione stabile, con trasferimento di competenze tecniche e manageriali.

Alcuni segnali indicano una presa di coscienza. Luce Cinecittà ha rafforzato il proprio ruolo di partner internazionale, partecipando a 17 coproduzioni europee nel 2025. Fondi regionali come quelli di Lombardia, Lazio e Campania hanno iniziato a sincronizzare i bandi con le scadenze dei mercati internazionali, facilitando la presentazione di progetti con budget misto. Resta aperta la questione della formazione: le scuole di cinema italiane eccellono nella preparazione artistica, ma spesso non coprono le competenze finanziarie e distributive necessarie per muoversi nel mercato globale.

Cannes 2026 offre un'occasione concreta per misurare la capacità italiana di riposizionarsi. La presenza di Rohrwacher in giuria e la selezione di due titoli italiani nelle sezioni parallele sono segnali positivi, ma non sufficienti. Serve una politica industriale che consideri il cinema non solo patrimonio culturale, ma anche filiera economica capace di generare valore, occupazione qualificata e proiezione internazionale. La resistenza di cui parla Frémaux non è solo estetica: è anche economica, e richiede strumenti adeguati.

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Tempesta su Verona, alberi caduti e tetti divelti: vigili del fuoco al lavoro da ore


Oltre 90 interventi in Veneto nella serata di lunedì. Colpita soprattutto la città: parchi chiusi, strade bloccate. Nessun ferito
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Una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Verona e sulla provincia nella serata di lunedì, poco dopo le 18. Vento con raffiche superiori ai 70 chilometri orari, pioggia intensa e grandine hanno causato danni diffusi, concentrati soprattutto nel capoluogo. Lo riporta VeronaSera.

La violenza dell'evento è documentata dai video circolati sui social nelle ore successive: nelle immagini si vedono alberi sradicati, auto e moto danneggiate, strutture esterne distrutte. Particolarmente impressionante un video pubblicato dal presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, nel quale si vede quello che sembra un vero e proprio uragano abbattersi su un centro commerciale: le porte di vetro vengono divelte e detriti volano in ogni direzione.

I vigili del fuoco hanno effettuato oltre 90 interventi in tutto il Veneto. Quaranta solo a Verona, dove le squadre sono state impegnate principalmente nella rimozione di alberi abbattuti, nella messa in sicurezza di coperture danneggiate e nel prosciugamento di locali allagati. Colpiti in particolare i quartieri più a nord della città, con cornicioni lesionati, alberi caduti su auto in sosta e interruzioni alla viabilità. In Zai, la zona industriale della città, la copertura di un'abitazione è stata completamente divelta dal vento, finendo a diversi metri di distanza e causando danni agli edifici vicini. Fortunatamente non si registrano feriti.


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Per supportare i soccorsi veronesi, nella notte sono stati inviati rinforzi dal comando di Rovigo, una piattaforma aerea tridimensionale, e dal comando di Vicenza, con un'autopompa, operativi dalle 22 fino alle 2 di ieri mattina.

Nella mattinata di ieri restavano da eseguire una trentina di interventi, quasi tutti nel Comune di Verona, relativi ad alberi pericolanti, rimozione di ostacoli e dissesti statici.

Amia ha disposto la chiusura dei parchi cittadini per la giornata di ieri e probabilmente anche per i giorni successivi. Il personale del verde urbano è stato richiamato in servizio già nelle ore immediatamente successive al temporale, lavorando in sinergia con vigili del fuoco e forze dell'ordine. La riapertura delle aree verdi avverrà solo dopo verifiche di sicurezza.

Anche in provincia si sono registrati danni, con grandine e forte vento da Sant'Ambrogio di Valpolicella a Lavagno, dove una pianta è caduta in strada.

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Kate Middleton a Reggio Emilia: primo viaggio internazionale dopo la malattia


La principessa del Galles studia il metodo Reggio Approach per l'educazione dell'infanzia. In piazza l'accoglienza del sindaco con il Tricolore

Dopo il periodo di assenza legato alla malattia, Kate Middleton riprende gli impegni internazionali e sceglie l'Italia per il suo primo viaggio ufficiale all'estero. Destinazione Reggio Emilia, città diventata un punto di riferimento internazionale per il suo modello educativo, il "Reggio Approach". Come riportato da RaiNews, la visita rientra in un progetto più ampio che prevede nuovi impegni internazionali sulla prima infanzia, tema che Kate porta avanti da oltre quindici anni.

Secondo Kensington Palace, la visita segna l'inizio di una serie di appuntamenti internazionali dedicati alla prima infanzia. L'idea è osservare da vicino il metodo reggiano e capire se può essere adattato al contesto britannico. In un post pubblicato poco prima della visita, Kate ha spiegato cosa la attrae del Reggio Approach: il fatto che i bambini siano incoraggiati a esprimersi attraverso quello che il metodo chiama i "Cento Linguaggi", disegno, pittura, costruzione, movimento, narrazione, gioco.

“Quando ai bambini viene dato spazio per esplorare ed esprimersi”, ha scritto, “sviluppano quelle competenze sociali ed emotive che li aiutano a crescere e realizzarsi”. La visita, ha aggiunto, servirà anche ad approfondire il legame tra creatività nella prima infanzia e lo "Shaping Us Framework", il programma che la principessa sta portando avanti nel Regno Unito.

Il Reggio Approach nasce da una domanda precisa, come ha ricordato Kate stessa in un secondo post: che tipo di futuro vogliamo per i nostri bambini? Sviluppato da una comunità italiana nel dopoguerra, considera i bambini competenti, curiosi e profondamente connessi al mondo che li circonda. “Abbiamo il piacere di visitare Reggio Emilia per parlare dell'importanza della prima infanzia a livello internazionale”, ha scritto la principessa, “e per costruire una visione condivisa di come dare a ogni bambino il miglior inizio possibile nella vita”.

Alla vigilia della partenza i portavoce di Kensington Palace si sono limitati a dire che la principessa sta gradualmente riprendendo gli impegni pubblici, cercando un equilibrio con la vita privata, senza fornire aggiornamenti sulle sue condizioni di salute.

Il programma

Nel pomeriggio Kate sarà accolta in piazza Prampolini dal sindaco Marco Massari, che le consegnerà il primo Tricolore. In piazza sono attesi anche una cinquantina di bambini delle scuole dell'infanzia locali, che saluteranno la principessa. La piazza aprirà al pubblico dalle 10.30 attraverso tre varchi con controlli di sicurezza e metal detector.

Dopo il Municipio, Kate visiterà il Centro internazionale Loris Malaguzzi, quartier generale del Reggio Emilia Approach. La visita in città proseguirà anche giovedì.

Non è la sua prima volta in Italia: Kate conosce il Paese fin dai tempi in cui ci ha vissuto da studentessa per tre anni.

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L'intelligence smentisce Trump: l'Iran ha ancora il 70% dei missili e con questi controlla Hormuz


Valutazioni classificate dell'intelligence statunitense visionate dal New York Times smentiscono la narrazione del presidente sull'esercito iraniano "decimato": Teheran ha riacquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz.

L'Iran ha riconquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz e solo 3 restano al momento completamente inutilizzabili. Lo rivelano valutazioni classificate dell'intelligence statunitense risalenti ai primi di maggio e visionate dal New York Times, che descrivono una realtà molto diversa da quella raccontata pubblicamente da Donald Trump e dal suo Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Per il presidente e il capo del Pentagono, l'esercito iraniano è stato "decimato" e "non rappresenta più una minaccia". Secondo l'intelligence, invece, Teheran conserva ancora una parte consistente della propria capacità militare e i documenti sono successivi alle dichiarazioni più ottimistiche della Casa Bianca.

Stando al rapporto dell'intelligence americana, l'arsenale residuo ancora nelle mani di Teheran è rilevante. L'Iran disporrebbe ancora di circa il 70% dei missili che possedeva prima della guerra, compresi missili balistici a lungo raggio e una quantità più limitata di missili cruise. Resterebbe operativo anche il 70% dei lanciatori mobili distribuiti sul territorio iraniano. Le agenzie di intelligence militare, sulla base di immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza, hanno inoltre stabilito che Teheran ha riottenuto l'accesso a circa il 90% delle strutture sotterranee di stoccaggio e lancio, oggi considerate "parzialmente o totalmente operative".

Guerra Usa-Iran · Intelligence vs Casa Bianca

L'esercito iraniano "decimato" che si è rimesso in piedi


I rapporti classificati dell'intelligence statunitense di inizio maggio descrivono un Iran capace di recuperare gran parte del proprio potenziale militare. Un quadro molto lontano dal collasso raccontato da Trump e Hegseth.

Fonte: New York Times — valutazioni d'intelligence Usa Documenti di inizio maggio 2026

Casa Bianca · 8 aprile
L'Operazione Epic Fury ha "decimato l'esercito iraniano", rendendolo inefficace per anni.

Pete Hegseth
Segretario alla Difesa

contro

Intelligence Usa · inizio maggio
L'Iran conserva il 70% dei missili e ha recuperato l'accesso a 30 dei 33 siti missilistici sullo Stretto di Hormuz.

Rapporto classificato
visionato dal New York Times

Esplora i dati
I Recupero II Confronto III Munizioni

Anatomia del recupero

Le capacità militari iraniane secondo l'intelligence Usa


Le valutazioni si basano su immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza. I dati si riferiscono a quanto residua o è stato recuperato rispetto al periodo pre-guerra.

Arsenale missilistico
Missili balistici e cruise ancora in inventario

70%

Pre-guerra

Inclusi missili balistici a lungo raggio. Quantità più limitata di missili cruise residui.

Mobilità
Lanciatori mobili operativi sul territorio

70%

Pre-guerra

Distribuiti sul territorio iraniano. Permettono di spostare i missili e renderne difficile l'individuazione.

Infrastrutture
Strutture sotterranee di stoccaggio recuperate

90%

Pre-guerra

Considerate dall'intelligence parzialmente o totalmente operative. In alcuni casi i missili sono lanciabili direttamente dalle rampe interne.

Siti missilistici sullo Stretto di Hormuz
30 su 33

L'Iran ha riconquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti lungo lo Stretto. Solo 3 restano completamente inutilizzabili.

Recuperati (30)
Inutilizzabili (3)

Le due verità

Quello che dice la Casa Bianca vs quello che scrivono i rapporti d'intelligence


Il confronto tra le dichiarazioni pubbliche dell'Amministrazione Trump e le valutazioni classificate dei servizi americani, su 4 punti chiave del conflitto.

i Capacità militare iraniana

Casa Bianca
L'Iran non ha "più nulla dal punto di vista militare".
Trump, CBS News · 9 marzo

Intelligence
Conserva il 70% dei missili e il 70% dei lanciatori mobili pre-guerra.
Rapporto classificato · inizio maggio

ii Operazione Epic Fury

Casa Bianca
Ha "decimato l'esercito iraniano", reso inefficace per anni.
Hegseth, Pentagono · 8 aprile

Intelligence
Risultati disomogenei a causa della scelta tattica di sigillare gli accessi anziché distruggere le strutture.
Fonti del Pentagono al NYT

iii Siti sotterranei

Casa Bianca
L'esercito iraniano è stato "schiacciato"; chi dice il contrario è "delirante".
Olivia Wales, portavoce

Intelligence
Teheran ha riottenuto l'accesso al 90% delle strutture di stoccaggio e lancio.
Immagini satellitari + sorveglianza

iv Scorte di munizioni Usa

Casa Bianca
Munizioni "sufficienti per ciò che ci viene chiesto di fare".
Gen. Dan Caine, audizione Camera

Pentagono
Usati 1.100 missili cruise stealth, una quota vicina al totale delle scorte residue. L'industria militare fatica a ricostituirle.
Funzionari del Pentagono

Il costo della campagna

Le scorte americane consumate in poche settimane


Il Pentagono ha bruciato anni di produzione in pochi mesi di guerra. I dati qui sotto raffrontano l'uso reale con la capacità produttiva annuale.

Cifra chiave
1.100

missili cruise stealth a lungo raggio utilizzati nella campagna militare contro l'Iran — una cifra vicina al totale delle scorte residue degli Stati Uniti.

Missili cruise
Tomahawk

1.000+

Equivalente a 10 anni di acquisti del Pentagono.

Difesa aerea
Intercettori Patriot

1.300+

Oltre 2 anni di produzione ai ritmi 2025 (650/anno Lockheed).

Stealth strategici
Cruise a lungo raggio

1.100

Quasi l'intera scorta residua americana.

Il rischio

Se il fragile cessate il fuoco dovesse saltare, Trump si troverebbe a colpire un avversario ancora ben armato, con scorte già pesantemente ridotte. Gli alleati europei temono inoltre che le forniture destinate all'Ucraina possano essere dirottate per ricostituire le riserve.

Fonti
New York Times — valutazioni classificate dell'intelligence Usa visionate dal quotidiano. Dichiarazioni Trump a CBS News (9 marzo), conferenza stampa Hegseth al Pentagono (8 aprile), audizione Gen. Dan Caine alla Camera dei Rappresentanti.

Metodologia
Le valutazioni dell'intelligence si basano su immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza. I documenti citati sono di inizio maggio 2026, successivi alle dichiarazioni pubbliche dell'amministrazione qui riportate.

Elaborazione FocusAmerica · maggio 2026

Nei siti missilistici che sono stati recuperati lungo lo Stretto, l'Iran è ora di nuovo in grado di spostare i missili con lanciatori mobili o, in alcuni casi, lanciarli direttamente dalle rampe interne alle strutture. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei passaggi più sensibili al mondo: da lì transitava prima della guerra circa un quinto del consumo globale giornaliero di petrolio. La Marina americana mantiene nell'area una presenza quasi continua, con oltre 20 navi da guerra impegnate nel far rispettare il blocco contro l'Iran, secondo un post pubblicato lo scorso fine settimana sui social dal Central Command.

La narrativa della Casa Bianca sotto pressione


Il 9 marzo, dieci giorni dopo l'inizio del conflitto, Trump aveva detto alla CBS News che i missili iraniani erano ormai "pochi e sparsi" e che il Paese non aveva "più nulla dal punto di vista militare". L'8 aprile, ovvero quasi un mese dopo, in una conferenza stampa al Pentagono, Hegseth aveva dichiarato che l'Operazione Epic Fury, la campagna congiunta Stati Uniti-Israele avviata il 28 febbraio, aveva "decimato l'esercito iraniano", rendendolo inefficace sul piano operativo per anni.

Interpellata dal New York Times, la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales ha ribadito che l'esercito iraniano è stato "schiacciato" e ha accusato chi sostiene che Teheran abbia recuperato parte delle sue capacità militari di essere "delirante" o di fare da "portavoce" dei Pasdaran. Wales ha richiamato anche un post pubblicato da Trump, in cui il presidente ha definito "virtualmente tradimento" qualsiasi ricostruzione che metta in dubbio il collasso militare dell'Iran.

Ma le valutazioni dell'intelligence riflettono anche una scelta tattica del Pentagono. Di fronte a scorte limitate di bombe anti-bunker, i comandanti americani avrebbero preferito sigillare gli accessi alle strutture sotterranee iraniane, invece di tentare di distruggerle completamente. Una parte delle munizioni sarebbe stata inoltre conservata per eventuali scenari operativi in Asia, in particolare contro Corea del Nord e Cina. Anche per questo motivo, secondo le fonti del quotidiano newyorkese, i risultati della campagna di bombardamenti sono stati disomogenei.

Scorte americane sotto stress


La campagna contro l'Iran ha consumato una quantità enorme di munizioni americane. Gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 1.100 missili cruise stealth a lungo raggio, una cifra vicina al totale delle scorte residue. Sono stati lanciati oltre 1.000 missili Tomahawk, ovvero circa 10 volte il numero che il Pentagono acquista in un anno, e più di 1.300 intercettori Patriot, l'equivalente di oltre 2 anni di produzione ai ritmi del 2025. Lockheed Martin produce attualmente circa 650 Patriot l'anno e ha annunciato l'obiettivo di salire a 2.000, ma secondo i funzionari del Pentagono l'industria militari non riesce ancora ad aumentare la produzione di motori a razzo ai ritmi richiesti dal presidente.

Martedì, davanti a una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, ha però ribadito la versione ufficiale e rassicurato sul fatto di avere "munizioni sufficienti per ciò che ci viene chiesto di fare in questo momento".

Il nodo politico e militare, però, resta aperto. Se il fragile cessate il fuoco raggiunto un mese fa dovesse saltare, Trump potrebbe trovarsi a ordinare nuovi raid contro un avversario ancora ben armato, con scorte americane già pesantemente ridotte. In questo scenario, gli alleati europei, che hanno acquistato dagli Stati Uniti miliardi di dollari di munizioni destinate all'Ucraina, temono che quelle forniture possano essere dirottate per ricostituire riserve americane sempre più assottigliate.

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HUAWEI WATCH FIT 5 Series: il benessere quotidiano passa dai mini-workout


Il concetto di benessere sta cambiando. Non sempre c’è il tempo per allenamenti lunghi, sessioni strutturate o momenti dedicati solo alla cura di sé. Sempre più spesso, invece, la salute passa da piccoli gesti distribuiti durante la giornata: una pausa attiva, qualche esercizio leggero, una respirazione guidata, un controllo rapido dei propri parametri. È proprio in questa direzione che si inserisce HUAWEI WATCH FIT 5 Series, la nuova gamma di smartwatch pensata per accompagnare il cosiddetto Wellness on the Go, cioè un modo più flessibile e immediato di vivere il benessere.

La serie non vuole essere soltanto un accessorio da polso, ma un compagno quotidiano capace di entrare nella routine senza risultare invadente. Il suo obiettivo è semplice: aiutare l’utente a muoversi di più, controllare meglio il proprio stato fisico ed emotivo e mantenere un rapporto più naturale con la tecnologia. Tutto questo passa da un design sottile, da un display ampio e luminoso e da funzioni pensate per essere usate davvero nella vita di tutti i giorni. Huawei conferma per WATCH FIT 5 funzioni come mini-workout, monitoraggio avanzato del sonno, rilevamento cadute e autonomia fino a 10 giorni, mentre il modello Pro integra un display AMOLED flessibile da 1,92 pollici con luminosità di picco fino a 3000 nit.

Mini-workout: piccoli esercizi per combattere la sedentarietà


Una delle funzioni più interessanti di HUAWEI WATCH FIT 5 Series è quella dei mini-workout. L’idea è molto pratica: quando si resta fermi troppo a lungo, lo smartwatch invia una leggera vibrazione al polso e propone una breve sessione di movimento direttamente sul display. Non servono tappetini, attrezzi o spazi dedicati. Bastano pochi minuti e un po’ di attenzione al proprio corpo.

La guida agli esercizi è affidata a un panda animato, una scelta simpatica che rende l’esperienza più leggera e meno “da palestra”. Il risultato è una funzione pensata non solo per chi si allena con costanza, ma anche per chi passa molte ore alla scrivania, studia, lavora da casa o semplicemente tende a muoversi poco durante la giornata. I movimenti disponibili sono 30 e coprono 10 aree del corpo, dalla testa all’addome, con l’obiettivo di trasformare le pause in piccoli momenti di riattivazione.

Questa impostazione rende Huawei Watch Fit 5 particolarmente adatto a chi cerca uno smartwatch per il benessere quotidiano, più che un semplice orologio sportivo. Non punta solo alla performance, ma anche alla continuità: meglio pochi minuti fatti spesso, che grandi obiettivi difficili da mantenere nel tempo.

Benessere fisico, emotivo e sicurezza in un unico ecosistema


Accanto ai mini-workout, HUAWEI WATCH FIT 5 Series integra diverse funzioni dedicate alla salute e al benessere personale. Il monitoraggio non riguarda soltanto l’attività fisica, ma anche aspetti più legati all’equilibrio quotidiano, come il sonno, la respirazione, lo stress e lo stato emotivo.

La serie permette di monitorare fino a 12 stati d’umore e propone esercizi di respirazione guidata per aiutare l’utente a ritrovare calma nei momenti più intensi. È una funzione semplice, ma coerente con l’idea di uno smartwatch che non si limita a contare passi o calorie, ma prova a offrire un supporto più completo nella gestione della giornata.

Per il pubblico femminile è presente anche la previsione dell’ovulazione basata sulla temperatura corporea, pensata per offrire un tracciamento più personalizzato. A questo si aggiunge la rilevazione delle cadute, supportata da un sensore IMU ad alta precisione, utile soprattutto per chi desidera una funzione di sicurezza in più al polso.

Design sottile, display luminoso e tanta attenzione allo stile


Dal punto di vista estetico, HUAWEI WATCH FIT 5 Series mantiene il formato quadrato che caratterizza la gamma, ma lo aggiorna con una costruzione sottile e leggera. Il modello Huawei Watch Fit 5 pesa 27 grammi, mentre Huawei Watch Fit 5 Pro arriva a 30,4 grammi. Entrambi hanno uno spessore di 9,5 mm, quindi restano comodi anche durante l’uso prolungato, di giorno e di notte.

Il display è uno degli elementi centrali dell’esperienza. Huawei Watch Fit 5 utilizza un pannello da 1,82 pollici, mentre Huawei Watch Fit 5 Pro sale a 1,92 pollici. Sul modello Pro troviamo un AMOLED flessibile con refresh rate adattivo da 1 a 60 Hz, cornici sottili da 1,8 mm e luminosità di picco fino a 3000 nit, un valore pensato per garantire una buona leggibilità anche sotto la luce diretta del sole.

Anche le colorazioni puntano a un pubblico ampio. Huawei Watch Fit 5 arriva nelle varianti viola, verde, grigio-verde, nero e bianco, mentre Huawei Watch Fit 5 Pro propone tonalità più decise come arancione, nero e bianco. In questo modo lo smartwatch può adattarsi sia a un utilizzo sportivo sia a un contesto più urbano e quotidiano.

Pagamenti contactless, autonomia e compatibilità con Android e iOS


La nuova serie non si limita alle funzioni legate al benessere. HUAWEI WATCH FIT 5 Series è pensata anche per semplificare alcune azioni di tutti i giorni. Il supporto ai pagamenti contactless tramite Curve Pay permette di usare lo smartwatch come portafoglio digitale, rendendo più rapidi piccoli acquisti e pagamenti in mobilità.

Un altro punto importante è l’autonomia. Huawei indica fino a 10 giorni di utilizzo leggero, fino a 7 giorni con uso tipico e fino a 4 giorni con Always-On Display attivo. La batteria ad alta densità di silicio contribuisce a mantenere lo smartwatch operativo più a lungo, riducendo la necessità di ricariche frequenti. Inoltre, Huawei segnala il supporto alla ricarica Wireless SuperCharge da 60 minuti.

La compatibilità con Android e iOS rende la serie più accessibile anche a chi non utilizza necessariamente uno smartphone Huawei. Questo è un dettaglio importante, perché permette a HUAWEI WATCH FIT 5 Series di inserirsi in ecosistemi diversi senza diventare una scelta troppo vincolata.

Prezzo e disponibilità di HUAWEI WATCH FIT 5 Series


HUAWEI WATCH FIT 5 Series è disponibile in Italia a partire da 199,00 euro su Huawei Store e presso i principali negozi di elettronica di consumo. In occasione del lancio sono previsti sconti immediati: 50 euro per le versioni Pro e 40 euro per le versioni Standard. Per gli acquisti online su Huawei Store è necessario usare i codici AFIT5PROLANC per ottenere lo sconto sui modelli Pro e AFIT5LANCIO per i modelli Standard. L’offerta è valida fino al 30 giugno 2026.

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La South Carolina ferma il piano per cancellare il seggio del Dem Clyburn


Cinque senatori repubblicani si sono uniti ai democratici bloccando la ridefinizione dei collegi voluta da Trump per indebolire la maggioranza democratica nera dello stato sudista alle elezioni di midterm.

Il Senato della South Carolina ha respinto martedì la proposta di ridisegnare la mappa dei collegi congressuali dello stato, un piano che puntava a eliminare l'unico seggio in mano ai democratici alla Camera dei rappresentanti, occupato da oltre tre decenni dal deputato James Clyburn. La votazione si è chiusa 29 a 17, due voti sotto la maggioranza dei due terzi necessaria per estendere la sessione legislativa e affrontare la questione del ridisegno. Cinque senatori repubblicani si sono schierati con tutti i democratici della camera, facendo fallire un'iniziativa fortemente sostenuta dal presidente Donald Trump.

Il voto rappresenta una battuta d'arresto per la strategia con cui la Casa Bianca sta cercando di blindare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista delle elezioni di midterm di novembre. I repubblicani controllano l'aula con appena 217 seggi contro 212. Trump aveva chiesto pubblicamente ai senatori dello stato sudista di approvare il provvedimento, scrivendo su Truth Social di stare seguendo da vicino la votazione e invitando il partito a essere coraggioso, sull'esempio di quanto fatto la settimana precedente in Tennessee.

Clyburn, eletto per la prima volta nel 1992, è il primo deputato afroamericano della South Carolina dai tempi della Ricostruzione e una figura di primo piano del Partito democratico. Il suo sostegno fu determinante per assicurare a Joe Biden la nomination democratica nel 2020. Il suo distretto, che ha una popolazione afroamericana intorno al 45 per cento, sarebbe stato smembrato dalla nuova mappa per disperdere l'elettorato democratico tra più collegi a maggioranza repubblicana.

A guidare la rivolta interna al partito è stato il capogruppo repubblicano al Senato statale Shane Massey, che in un lungo intervento in aula ha avvertito i colleghi del rischio di un effetto boomerang. Secondo Massey, una nuova mappa avrebbe diluito così tanto l'elettorato di base repubblicano da far perdere al partito uno dei sei seggi attualmente controllati, riducendoli a cinque su sette. Massey ha detto di aver parlato lunedì con Trump in una conversazione cordiale, ma ha mantenuto la sua posizione contraria. Ha denunciato che troppi politici, a suo avviso, fanno qualsiasi cosa pur di restare al potere e ha riconosciuto di aspettarsi ritorsioni politiche dal presidente e dai suoi alleati.

Il tentativo della South Carolina si inserisce in una più ampia battaglia nazionale sui collegi elettorali innescata da Trump. Una sentenza della Corte Suprema di due settimane fa ha indebolito il Voting Rights Act del 1965 stabilendo che l'etnia non può dettare il ridisegno dei collegi, aprendo la strada agli stati a guida repubblicana per eliminare distretti a maggioranza nera attualmente rappresentati dai democratici. Dalla scorsa estate i repubblicani hanno aumentato le proprie possibilità in quindici distretti distribuiti in sette stati, con la prospettiva di aggiungerne uno o due in Louisiana.

Il Tennessee ha già approvato la scorsa settimana una nuova mappa che cancella l'unico distretto democratico dello stato, potenzialmente consegnando ai repubblicani tutti e nove i seggi alla Camera. L'Alabama ha rinviato le primarie di quattro distretti ad agosto dopo che la Corte Suprema ha sbloccato una mappa redatta dai repubblicani nel 2023 che eliminerà uno dei due seggi a tendenza democratica. La Louisiana ha avviato le audizioni per riscrivere i propri collegi puntando a cancellare uno o entrambi i seggi a maggioranza nera in mano ai democratici. In Florida il governatore Ron DeSantis ha firmato una legge che aggiunge fino a quattro seggi favorevoli al partito, eliminando distretti attualmente controllati dai democratici.

Sul fronte opposto i democratici hanno guadagnato circa sei seggi nello stesso periodo: cinque grazie a un referendum in California, la Proposition 50, che ha temporaneamente sospeso la commissione indipendente per il ridisegno restituendo il potere all'assemblea legislativa a guida democratica, e uno attraverso una causa legale in Utah. Quattro ulteriori seggi sarebbero arrivati dalla Virginia, dove un referendum era stato approvato il mese scorso, ma la Corte Suprema dello stato ha invalidato la consultazione la scorsa settimana. Sempre martedì la Corte Suprema del Missouri ha confermato la mappa repubblicana approvata in quello stato.

Il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries ha accusato Trump e i repubblicani di voler manipolare le elezioni di midterm attraverso uno schema di ridisegno senza precedenti, sostenendo in un comunicato che la manovra nasce dal fallimento dell'amministrazione sull'economia e dall'aumento del costo della vita.

Le opzioni per i repubblicani della South Carolina non sono esaurite. Il governatore Henry McMaster, alleato di Trump, potrebbe convocare una sessione speciale del parlamento statale per riprovare l'iter, anche se il suo ufficio ha definito poco probabile questa ipotesi. In un messaggio su X, McMaster ha ricordato che la legislatura ha ancora due giorni di lavoro a disposizione per occuparsi del ridisegno. James Blair, responsabile dell'operazione politica di Trump, ha scritto sui social subito dopo la votazione che la partita in South Carolina non è finita.

I quattro principali candidati repubblicani alle elezioni per il governatore della South Carolina hanno attaccato i senatori dissidenti. La vicegovernatrice Pam Evette ha parlato di tradimento dei cittadini dello stato e di sfida diretta a Trump. Il deputato Ralph Norman ha scritto su X che nessuno dei senatori contrari dovrebbe restare in carica dopo le prossime elezioni. La deputata Nancy Mace ha sostenuto che servirebbe un governatore capace di farsi temere dal parlamento statale. I senatori repubblicani della South Carolina non sono però in scadenza fino al 2028, una circostanza che riduce il rischio immediato di ritorsioni nelle primarie. Una settimana prima del voto, cinque senatori repubblicani dell'Indiana che a dicembre avevano affondato un analogo piano di ridisegno erano stati sconfitti nelle primarie da sfidanti sostenuti da Trump.

L'onda di ridisegni dei collegi rischia di ridurre il numero di parlamentari afroamericani al Congresso, una rappresentanza cresciuta nei decenni proprio grazie al Voting Rights Act del 1965 e ai successivi emendamenti. Clyburn, intervistato dalla CNN nei giorni scorsi, si è detto fiducioso di poter vincere comunque la rielezione, sottolineando di voler correre sulla base del proprio operato qualunque sia la composizione finale del distretto.

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La Patente Nautica


Tra i diversi aggiornamenti nel mondo della navigazione, uno tra i più popolari, riguarda la patente nautica.
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La patente nautica è obbligatoria nei seguenti casi principali: per condurre qualsiasi unità da diporto (natante o imbarcazione) con motore di potenza superiore a 40,8 CV (equivalenti a 30 kW); per condurre la moto d’acqua (acquascooter), sempre e comunque, senza eccezioni legate alla cilindrata o alla potenza del motore; per effettuare lo sci nautico; per navigare oltre le 12 miglia dalla costa; per condurre unità adibite a noleggio, per le quali è richiesto un apposito titolo professionale.

Potenza - La soglia di potenza che obbliga alla patente è determinata dalla potenza massima di esercizio del motore, non dalla potenza fiscale. Quando la potenza è inferiore a 40,5 CV, la legge prevede tuttavia casi particolari in cui la patente è comunque obbligatoria, legati alla cilindrata del motore e al tipo di carburazione. La logica è che alcuni motori, pur di potenza nominalmente inferiore alla soglia, presentano caratteristiche tecniche (alta cilindrata o iniezione diretta) che li rendono potenzialmente pericolosi quanto motori di potenza superiore. Esempio pratico: motore fuoribordo da 29 kW con cilindrata di cc 998 a 4 tempi per un natante non richiede patente (sufficiente avere 16 anni); lo stesso motore con cilindrata di 1.098 cc a 4 tempi richiede la patente; motore entrobordo da 29 kW con cilindrata 1.398 cc a 4 tempi richiede la patente; motore fuoribordo da 29 kW con 1.299 cc a iniezione diretta richiede la patente; motore fuoribordo da 29 kW con cilindrata 750 cc non richiede la patente per un’imbarcazione (è sufficiente avere 18 anni). Per condurre un’imbarcazione a vela senza motore ausiliario entro le acque interne o entro 6 miglia dalla costa non è richiesta alcuna patente: è sufficiente aver compiuto 18 anni. Chi impugna fisicamente il timone di un’imbarcazione non deve necessariamente essere in possesso della patente, purché a bordo vi sia un’altra persona regolarmente abilitata per il tipo di navigazione in atto, che si assume la responsabilità del comando e della condotta.

Categorie di patente e programmi d’esame - Il sistema delle patenti nautiche italiane si articola in quattro categorie principali (A, B, C, D), ciascuna con ambito di validità e requisiti d’esame diversi.

Cat. A - Imbarcazioni e natanti (entro 12 miglia o senza limiti)

La patente di categoria A è quella più diffusa tra i diportisti. Abilita alla conduzione di natanti e imbarcazioni da diporto a motore o a vela con motore ausiliario. Si consegue in due versioni: entro 12 miglia dalla costa oppure senza limiti di distanza dalla costa (questa seconda versione consente di navigare anche in oceano, se siete amanti dell’avventura). L’età minima per sostenere l’esame di categoria A è di 18 anni. L’esame per la patente categoria A si articola nelle seguenti prove: 1 - La prima prova è un quiz teorico su base informatica, composto da 20 domande a risposta multipla (3 opzioni ciascuna) estratte dalla banca dati ministeriale. Il tempo a disposizione è di 30 minuti. Per superare la prova occorre rispondere correttamente ad almeno 16 domande (sono ammessi non più di 4 errori). Le domande coprono tutte le materie d’esame: meteorologia, navigazione, normativa, sicurezza, motori, manovra e, per chi ambisce a quel tipo di abilitazione, vela. 2 - La seconda prova è il carteggio (per la patente senza limiti) o gli elementi di carteggio (per quella entro 12 miglia). Il carteggio consiste nella risoluzione di problemi di navigazione stimata su carta nautica: il candidato deve tracciare rotte, calcolare posizioni, tenere conto di correnti e deriva del vento, stimare tempi di percorrenza. Per la versione entro 12 miglia sono richieste conoscenze semplificate. 3 - La terza prova, facoltativa, è un quiz specifico sulla vela, obbligatorio solo per chi intende conseguire anche l’abilitazione alla navigazione a vela oltre le 12 miglia senza motore. 4 - La quarta prova è la prova pratica, che si svolge a bordo di un’imbarcazione alla presenza di uno o più commissari d’esame. Il candidato deve dimostrare di saper manovrare l’unità in sicurezza: uscita e rientro dal porto, manovre di ormeggio e disormeggio, uomo in mare, uso dei segnali di soccorso, conoscenza delle dotazioni di sicurezza.

Cat. B - Navi da diporto

La patente di categoria B abilita alla conduzione di navi da diporto (unità superiori a 24 metri). Richiede il possesso della patente di categoria A da almeno 3 anni e l’età minima di 21 anni. L’esame di categoria B è strutturalmente diverso da quello di categoria A: prevede una prova scritta, una prova orale e una prova pratica svolta su una nave da diporto di almeno 24 metri.

Cat. C - Direzione nautica

La categoria C è una patente speciale destinata a persone con disabilità che ne limitano la capacità di conduzione ma non impediscono la navigazione con adeguati ausili tecnici. L’età minima è 18 anni. L’esame è analogo a quello della categoria A, con opportuni adattamenti.

Cat. D - Abilitazione semplificata (DI e D2)

La categoria D è un’abilitazione "ridotta”, introdotta dalla riforma del 2017, pensata per chi vuole avvicinarsi alla nautica da diporto in modo graduale e senza affrontare l’intero iter formativo. Si divide in due sottocategorie: la prima è la D1, che abilita alla conduzione di unità fino a 12 metri di lunghezza, entro 6 miglia dalla costa, con motore di potenza non superiore a 85 kW, solo in ore diurne. L’età minima è di 16 anni. Per conseguirla non è previsto un esame tradizionale, ma un corso formativo di 5 ore di teoria e 5 ore di pratica presso un centro nautico autorizzato, al termine del quale si sostiene una prova finale: un quiz di 15 domande, con un tempo di 30 minuti, che richiede almeno 12 risposte esatte per essere superato. Non è prevista una prova di carteggio. La categoria D2 è invece destinata a persone con disabilità, analogamente alla categoria C, ma con i limiti operativi della Dl.

Validità e rinnovo della patente - La validità della patente nautica è strutturata in funzione dell’età del titolare. Fino al compimento del 60º anno di età, la patente ha validità decennale (10 anni). Dopo il 60º anno di età, la validità si riduce a 5 anni, con obbligo di certificazione medica più frequente. La patente con la categoria A entro 12 miglia abilita (nei limiti delle 12 miglia) anche alla conduzione di unità abilitata a navigare senza limiti: conta il limite più restrittivo tra quello della patente e quello dell’unità.

Sospensione, revoca e limiti soggettivi - La patente nautica può essere sospesa per gravi atti di imperizia o imprudenza durante la navigazione, o per assunzione del comando in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti. La sospensione non è prevista per la sola scadenza della patente non rinnovata: in quel caso si applica la sanzione pecuniaria. La patente viene invece revocata in caso di perdita dei requisiti morali e fisici richiesti dalla legge (non può conseguire la patente nautica chi sia stato dichiarato delinquente abituale).

Sanzioni per condotta senza abilitazione - Assumere il comando di un’unità da diporto senza la prescritta abilita- zione (non conseguita, revocata, sospesa, o con patente mai conseguita) costituisce un illecito amministrativo. La sanzione prevista va da 2.755 a 11.017 euro, cui si aggiunge la sospensione della licenza di navigazione per 30 giorni. Navigare con patente scaduta comporta anch’esso una sanzione amministrativa pecuniaria.

Età minima e condotta senza patente - Al compimento dei 16 anni è possibile assumere il comando e la condotta di natanti a motore e natanti a vela con motore ausiliario, purché non sia prescritta la patente nautica (cioè purché il motore rientri nei limiti di potenza e cilindrata). Chi tiene fisicamente il timone di un’imbarcazione non deve necessariamente essere abilitato, purché sia presente a bordo un titolare di patente valida per quel tipo di navigazione, che assume su di sé la responsabilità del comando.