Nei due mesi successivi alla firma del Memorandum d'Intesa da parte di Donald Trump, il 17 giugno nella reggia di Versailles, la dirigenza iraniana ha principalmente lavorato per allargare la guerra, non per porne fine. È quanto hanno raccontato al Wall Street Journal funzionari iraniani e arabi. A Teheran l'accordo è stato interpretato come un espediente di Washington e Israele per allentare la pressione sull'economia mondiale e guadagnare tempo in vista di un attacco più vasto. Per questo motivo, anziché puntare sul negoziato, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe trascorso l'estate preparando l'apparato di sicurezza a un confronto prolungato, che l'Iran potrebbe perfino decidere di aprire per primo. L'obiettivo dichiarato è infliggere danni sufficienti a impedire che si ripetano i bombardamenti subiti durante la guerra dei dodici giorni dello scorso anno e nel conflitto tuttora in corso.
Il Memorandum di Islamabad, che prende il nome dalla mediazione pakistana, prevedeva una serie di concessioni a favore di Teheran: deroghe alle sanzioni per consentire all'Iran di tornare a vendere petrolio, l'accesso a miliardi di dollari congelati e la prospettiva di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. Trump lo aveva firmato di persona a Versailles, mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian lo aveva sottoscritto elettronicamente da Teheran. In cambio, l'Iran avrebbe dovuto riaprire al traffico mercantile lo Stretto di Hormuz e negoziare in buona fede sul proprio programma nucleare.
I 60 giorni concessi alle parti per raggiungere un'intesa definitiva scadono oggi e le delegazioni hanno comunicato ai mediatori l'intenzione di voler prorogare il termine, senza però accordarsi sulla durata dell'estensione. Nel frattempo, già all'inizio di luglio, i Pasdaran hanno ripreso ad aprire il fuoco contro le navi scortate dalla Marina statunitense, cogliendo di sorpresa la Casa Bianca. "Sono persone molto pericolose, sono malate", ha reagito Trump a margine del vertice NATO di Ankara, dove ha dichiarato conclusa la tregua e definito i dirigenti iraniani "feccia".
Iran – Stati Uniti
I 60 giorni del memorandum finiscono oggi, e nello Stretto di Hormuz non passa quasi più nessuno
Il 17 giugno, a Versailles, Donald Trump ha firmato con l’Iran il Memorandum di Islamabad: due mesi per chiudere un accordo definitivo. Il termine scade oggi senza intesa. Secondo il Wall Street Journal, Teheran ha passato la tregua a riorganizzare i comandi militari, a rifornire le milizie alleate e a riprendere gli attacchi alle navi.
Grafica di FocusAmerica 17 agosto 2026
Transiti commerciali nello Stretto di Hormuz
In una settimana il traffico si è fermato
Fine settimana 8-9 agostoUna settimana prima della scadenza
navi
Sabato 15 agostoDopo gli attacchi alle petroliere
navi
Domenica 16 agosto
navi
Ogni sagoma rappresenta una nave commerciale rilevata dai sistemi di tracciamento.
Prima della guerra cominciata il 28 febbraio, lo Stretto vedeva passare oltre 130 navi al giorno: da qui transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati nel mondo.
Transiti commerciali rilevati nello Stretto di Hormuz: 31 nel fine settimana dell’8-9 agosto, 5 sabato 15 agosto, nessuno domenica 16 agosto. Prima della guerra ne passavano oltre 130 al giorno.
Il patto I 60 giorni La mappa
Che cosa prevedeva il memorandum
Miliardi in cambio di uno stretto aperto
Il testo firmato il 17 giugno contiene quattordici punti. Questi sono gli impegni che le due parti avrebbero dovuto trasformare in un accordo definitivo entro oggi.
WashingtonChe cosa otteneva l’Iran
300Miliardi di dollari
Un piano decennale di ricostruzione e sviluppo economico, che Washington si è impegnata a costruire insieme ai partner della regione.
Mai avviato
100Miliardi congelati, stima
Fondi e beni iraniani bloccati all’estero, da restituire via via che il negoziato avanzava.
Non sbloccati
Sanzioni e blocco navale
Deroghe immediate sull’esportazione di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati, e la revoca del blocco navale statunitense imposto il 13 aprile.
Applicate solo in parte
TeheranChe cosa doveva dare in cambio
60Giorni di passaggio libero
Lo Stretto di Hormuz riaperto subito e senza pedaggio per tutta la durata del negoziato.
Traffico di nuovo fermo
60%Uranio da diluire
Le scorte arricchite al 60 per cento dovevano essere diluite sul posto, sotto la supervisione dell’AIEA.
Verifica sospesa
Accordo definitivo
Un’intesa sul nucleare da negoziare in buona fede entro il 17 agosto, con la revoca progressiva di tutte le sanzioni.
Nessun negoziato aperto
Il conto alla rovescia finisce oggi. Le delegazioni hanno chiesto ai mediatori di prorogare il termine, ma non si sono accordate nemmeno sulla durata della proroga.
Dalla firma alla scadenza
Due mesi di tregua, usati per preparare la guerra
Tocca una data per leggere che cosa è successo.
17 giugno · firma17 agosto · scadenza
Sessanta giorni per trasformare il memorandum in un accordo. Sono finiti tutti, e le tacche segnano che cosa è successo nel frattempo.
17 giugnoTrump firma il memorandum a VersaillesIl presidente statunitense sottoscrive il Memorandum di Islamabad durante la cena per il G7 alla reggia di Versailles; il presidente iraniano Masoud Pezeshkian firma da Teheran. Lo Stretto di Hormuz riapre e gli Stati Uniti revocano il blocco navale imposto il 13 aprile.
Inizio luglioI Pasdaran tornano a sparare sulle naviLe Guardie della Rivoluzione riaprono il fuoco contro i mercantili scortati dalla Marina statunitense. La Casa Bianca viene colta di sorpresa: al vertice NATO di Ankara Trump dichiara conclusa la tregua.
20 luglioSi apre il secondo fronte, sul Mar RossoGli Houthi dichiarano lo Stretto di Bab al-Mandeb chiuso alle navi saudite, la rotta con cui Riad aggira il Golfo Persico. Nelle stesse ore i droni delle milizie irachene colpiscono le infrastrutture petrolifere del regno e Aramco ferma l’impianto di Abqaiq.
Luglio“Abbiamo sfruttato appieno il cessate il fuoco”Lo ammette all’agenzia Tasnim il portavoce dei Pasdaran, il generale Hossein Mohebbi: durante la tregua l’Iran ha accelerato la produzione di missili e ne ha migliorato la precisione. Gli ufficiali iraniani intanto addestrano le milizie alleate in Iraq, Yemen e Libano.
Inizio agostoIl Consiglio per la Sicurezza blocca l’intesa con l’OmanI diplomatici iraniani avevano concordato con Mascate rotte sorvegliate e una riapertura graduale dello Stretto. L’accordo salta all’ultimo per il veto del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, l’organo che rappresenta l’ala più dura del regime.
10 agostoKhamenei consegna i comandi ai falchiLa Guida Suprema Mojtaba Khamenei nomina sei alti ufficiali. I decreti chiedono esplicitamente di prepararsi a “potenti operazioni offensive contro il nemico” e di ampliare la rete di controspionaggio interno.
14 agostoColpite tre navi degli EmiratiAbu Dhabi denuncia l’attacco a tre navi della compagnia petrolifera Adnoc mentre attraversavano lo Stretto. Da quel momento il traffico commerciale si ferma quasi del tutto.
17 agostoScadono i 60 giorni, senza accordoOggiLe delegazioni chiedono ai mediatori una proroga del termine, ma non trovano un’intesa nemmeno sulla durata dell’estensione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ricorda che il memorandum sanciva la fine della guerra, non un cessate il fuoco.
I due stretti
La morsa si è chiusa su entrambe le uscite
Riad aggira il Golfo Persico spostando il greggio via oleodotto fino al Mar Rosso. Da luglio anche quella rotta è sotto tiro. Tocca un numero sulla mappa, o una voce dell’elenco, per il dettaglio.
IranArabia SauditaYemen1Stretto di Hormuz2Golfo dell’Oman3Abqaiq4Isola di Bubiyan5Bab al-Mandeb6Giordania
Oleodotto Est-Ovest Rotta saudita verso il Mar Rosso Luoghi degli attacchi, toccabili
1Stretto di HormuzCinque transiti commerciali sabato, nessuno domenica. Prima della guerra ne passavano oltre 130 al giorno.2Golfo dell’OmanIl 14 agosto gli Emirati denunciano l’attacco a tre navi dell’Adnoc in transito verso lo Stretto.3Abqaiq, Arabia SauditaI droni delle milizie sciite irachene colpiscono le infrastrutture petrolifere: Aramco ferma l’impianto.4Isola di Bubiyan, KuwaitAll’inizio di maggio le forze di sicurezza arrestano quattro militari dei Pasdaran sbarcati da un peschereccio. Altri due riescono a fuggire.5Stretto di Bab al-MandebDal 20 luglio gli Houthi lo dichiarano chiuso alle navi saudite. Nel fine settimana i tracciamenti hanno contato 49 passaggi, contro i 55 della settimana prima, ma nessun carico petrolifero saudita.6GiordaniaDurante una pausa dei combattimenti l’Iran lancia una salva di missili balistici, due settimane dopo l’attacco in cui erano morti tre militari statunitensi.
Chi comanda adesso
I quattro uomini scelti per condurre la guerra
Il 10 agosto la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha nominato sei alti ufficiali. Nelle quattro poltrone che contano di più sono arrivati i veterani della guerra contro l’Iraq e della repressione interna.
Ahmad Vahidi
Comandante in capo dei Pasdaran
Guidava di fatto le Guardie della Rivoluzione da marzo. La nomina formale gli affida il compito di condurre “potenti operazioni offensive contro il nemico”.
Ali Abdollahi
Capo di stato maggiore delle forze armate
Veterano dei Pasdaran e sostenitore degli attacchi contro i Paesi arabi che ospitano basi statunitensi. Deve completare l’integrazione dello stato maggiore nel comando di guerra Khatam al-Anbiya.
Mohsen Rezaei
Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale
Comandò le Guardie Rivoluzionarie nella guerra contro l’Iraq. Nel Consiglio rappresenta direttamente la Guida Suprema: è l’organo che ha fatto saltare l’intesa con l’Oman.
Hossein Taeb
Comandante dei Basij
Diresse la repressione delle proteste del 2009. Ora deve trasformare la milizia volontaria in una rete di informatori di quartiere, dopo che l’intelligence israeliana ha dimostrato di essersi infiltrata in profondità nel Paese.
Fonte Elaborazione su Wall Street Journal (17 agosto 2026), dati di tracciamento navale Kpler rilanciati da Reuters, testo del Memorandum di Islamabad diffuso dalla Casa Bianca, CNN e agenzia Tasnim per le nomine militari e le dichiarazioni dei Pasdaran. Base cartografica: Natural Earth. Ritratti: Wikimedia Commons.
Un apparato militare riorganizzato per l'offensiva
La riorganizzazione dell'apparato di sicurezza iraniano, annunciata una settimana fa, ha collocato nei ruoli chiave gli uomini scelti per condurre la guerra. Ahmad Vahidi, che guidava ufficiosamente i Pasdaran da marzo, è stato confermato al comando con l'incarico esplicito di condurre "potenti operazioni offensive contro il nemico". Il generale Ali Abdollahi, veterano del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e sostenitore degli attacchi contro i Paesi arabi che ospitano basi statunitensi, ha assunto il comando unificato dei Pasdaran e dell'esercito regolare.
Mohsen Rezaei, che guidò le Guardie Rivoluzionarie durante la guerra contro l'Iraq negli anni Ottanta, è diventato segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, nel quale rappresenta direttamente la Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Hossein Taeb, che nel 2009 ha diretto la violenta repressione delle proteste contro la rielezione di Ahmadinejad alla presidenza, è invece tornato al vertice delle milizie paramilitari Basij con il compito di trasformare la milizia volontaria in una rete di informatori di quartiere. Le due guerre hanno infatti mostrato quanto profondamente l'intelligence israeliana fosse riuscita a penetrare nel Paese.
"L'elevazione di Vahidi è coerente con una leadership che prepara l'apparato di sicurezza a un confronto prolungato, non a un ritorno alla normale politica di pace", ha dichiarato al Wall Street Journal Saeid Golkar, studioso dell'apparato di sicurezza iraniano all'Università del Tennessee a Chattanooga.
Dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso
Mentre i diplomatici negoziavano, i Pasdaran hanno approfittato della relativa calma garantita dal Memorandum per addestrare le milizie alleate, inviando consiglieri in Iraq, Yemen e Libano. Secondo informazioni raccolte dai servizi di intelligence di diversi Paesi arabi, anche attraverso comunicazioni intercettate, ufficiali iraniani sono stati mandati nelle aree controllate dagli Houthi per pianificare uno scontro più duro con l'Arabia Saudita, coordinandosi anche con le milizie paramilitari sciite irachene. Sulle alture che dominano il Mar Rosso sono stati schierati missili, armi navali e lanciatori di droni. Agli yemeniti sono state consegnate anche liste di obiettivi comprendenti porti e impianti energetici sauditi.
Il 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato lo Stretto di Bab al-Mandeb chiuso alle navi saudite, mettendo così in difficoltà una delle rotte utilizzate da Riad per aggirare la morsa iraniana sul Golfo Persico. Contemporaneamente, le milizie irachene hanno colpito con i droni le infrastrutture petrolifere del regno, costringendo Aramco a fermare l'impianto di Abqaiq. "Abbiamo sfruttato appieno il periodo di cessate il fuoco", ha ammesso a luglio il portavoce dei Pasdaran, il generale Hossein Mohebbi, all'agenzia Tasnim. "Abbiamo potenziato le nostre capacità, accelerato il ritmo di produzione dei missili e migliorato la precisione".
Per gli Stati Uniti, la nuova escalation ha già avuto conseguenze pesanti. Durante una pausa dei combattimenti, l'Iran ha lanciato una salva di missili balistici contro la Giordania, due settimane dopo un altro attacco nello stesso Paese nel quale erano stati uccisi tre militari statunitensi. Negli ultimi 15 giorni Teheran ha inoltre colpito sei navi degli Emirati dirette verso Hormuz. I funzionari del Golfo osservano con crescente allarme che i missili iraniani riescono a superare le difese statunitensi e a colpire con sempre maggiore precisione obiettivi in Kuwait e Bahrein. I Pasdaran hanno già avvertito i Paesi arabi che sono pronti a distruggere i loro impianti energetici se gli Stati Uniti dovessero strutture analoghe in Iran, ed hanno già consegnato alle loro controparti liste dettagliate di singoli bersagli.
Le opzioni allo studio comprendono attacchi preventivi, il sabotaggio dei cavi internet sottomarini nel Golfo Persico, la destabilizzazione politica dei Paesi dove sono presenti consistenti comunità sciite, come Kuwait e Bahrein, e perfino operazioni di terra in territorio kuwaitiano. A Kuwait City la minaccia viene presa sul serio: all'inizio di maggio le forze di sicurezza hanno arrestato quattro militari dei Pasdaran sbarcati da un peschereccio noleggiato sull'isola di Bubiyan, separata dall'Iran soltanto da una sottile striscia di territorio iracheno. Altri due uomini sono riusciti a fuggire.
Trump scommette sulla pressione economica
L'intesa raggiunta all'inizio di agosto dai diplomatici iraniani con l'Oman, che prevedeva rotte sorvegliate e una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, sarebbe stata bloccata all'ultimo motivo proprio dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, che rappresenta l'ala più dura del regime. I Pasdaran hanno quindi ripreso ad attaccare le navi mercantili, con pesanti conseguenze sul traffico: nel fine settimana appena trascorso hanno attraversato lo Stretto solo 5 navi commerciali sabato e nessuna la domenica, contro le 31 del fine settimana precedente.
Con il negoziato in stallo, a Trump è rimasto solo di sperare che prima o poi le sanzioni e il blocco navale inducano Teheran a cedere. L'apparato militare e l'economia dell'Iran hanno subito danni gravissimi e il presidente Pezeshkian, una delle colombe del regime, continua ad avvertire che, senza un accordo che consenta la revoca delle sanzioni, il sistema economico del Paese rischia di crollare. Come abbiamo citato in precedenza, però, la ricostruzione delle infrastrutture e il ripristino degli accessi alle basi missilistiche stanno procedendo più rapidamente del previsto. Una ripresa che sembra quindi allontanare l'esito auspicato dalla Casa Bianca: costringere Teheran a negoziare facendo leva solo sulla pressione militare ed economica.
Anche Mehdi Mohammadi, consigliere del capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, ha definito lo stallo attuale "la calma prima della tempesta". Tra i fattori che potrebbero alimentare una nuova escalation, ha scritto, vi sarebbe un "progetto generazionale di vendetta di sangue" per l'uccisione di Ali Khamenei, padre dell'attuale Guida Suprema, rimasto ucciso il 28 febbraio durante i primi raid della guerra.
Hormuz, Il Golfo si è rassegnato al controllo iraniano sullo Stretto
I produttori di energia del Golfo Persico si stanno convincendo che il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz sia ormai una nuova realtà destinata a condizionare a tempo indeterminato le loro esportazioni e, di conseguenza, le forniture mondiali di energia. Il problema, spiegano al Wall Street Journal, è che l'alternativa potrebbe essere ancora peggiore: una nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran esporrebbe nuovamente agli attacchi le infrastrutture energetiche dei Paesi arabi della regione.
I numeri spiegano l'urgenza: la scorsa settimana le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto sono scese a circa 2,2 milioni di barili al giorno, contro gli 8,5 milioni di un mese prima, secondo la società di analisi Kpler. Prima del conflitto attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Anche l'Iran ha pagato il blocco imposto sullo Stretto: in una settimana le sue esportazioni si sono dimezzate, scendendo a 47.000 barili al giorno.
Guerra Usa-Iran · Lo Stretto di Hormuz
L’Iran ha trasformato Hormuz in un’arma: il Golfo deve scegliere tra cedere a Teheran e rischiare l’escalation
In cinque mesi di conflitto il traffico petrolifero nello Stretto è quasi sparito e le rotte alternative sono finite sotto attacco. I produttori del Golfo, riferisce il Wall Street Journal, si preparano a convivere con il veto di Teheran.
Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026
Lo Stretto che si chiude
Il greggio in transito a Hormuz si è ridotto a un rivolo
2,2
milioni di barili
al giorno
Solo greggio · dati Kpler−74% in un mese
Prima del conflitto≈20 Un mese fa8,5 La scorsa settimana2,2
Golfo Persico
Golfo dell’Oman
Iran
Arabia Saudita
Emirati
Oman
Stretto di Hormuz
Prima del conflitto lo Stretto era attraversato da circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati; oggi il greggio in transito è sceso a 2,2 milioni. Anche l’Iran paga il blocco: il suo export si è dimezzato in una settimana, fino a 47.000 barili al giorno.
Le rotte alternative
Nemmeno le vie di fuga dal Golfo sono al sicuro
Oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell’Oman aggirano lo Stretto, ma i porti di arrivo e le navi in partenza restano nel raggio di Teheran e dei suoi alleati.
1 2 3 4
Mar Rosso
Golfo Persico
Oleodotto Est–Ovest
Habshan–Fujairah
OleodottoRotta marittimaAttacco
1Jizan 2Damietta 3Largo degli Emirati 4Paesi del Golfo
Jizan, Arabia Saudita
Domenica gli Houthi hanno rivendicato un attacco alla raffineria sul Mar Rosso, il secondo dalla fine di luglio. La rotta saudita che aggira Hormuz passa proprio da qui.
172
attacchi contro infrastrutture civili nei sei Paesi arabi del Golfo tra il 28 febbraio e il 30 luglio (Acled)
Circa 1 su 2 ha colpito impianti energetici: raffinerie, centrali elettriche, dissalatori
Il conto, finora
Prezzi in tensione, scorte in calo, export iraniano al minimo
Brent
87,72 $
▲ +5% lunedì
al barile: il massimo dal 31 luglio, nonostante la domanda debole in Asia e in Europa
Scorte mondiali
−400 mln
▼ di barili in sei mesi
il cuscinetto che finora ha frenato i prezzi si sta esaurendo
Export dell’Iran
47.000
▼ −50% in una settimana
Una settimana fa≈94.000
Oggi47.000
barili al giorno: il blocco dello Stretto costa anche a Teheran
«Cedere all’Iran il controllo del traffico, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le esportazioni del Golfo in balia di Teheran per il futuro prevedibile.»
Ellen Wald, Global Energy Center dell’Atlantic Council, al Wall Street Journal
Fonte: Wall Street Journal; dati Kpler, Vortexa, Acled, Adnoc · Agosto 2026
Il negoziato si è fermato sulle acque territoriali
L'intesa allo studio non piace a nessuno dei rivali di Teheran, perché finirebbe per formalizzare il controllo iraniano sulle navi in entrata nello Stretto. Il negoziato si è comunque arenato nei giorni scorsi. Il Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno da Washington e Teheran avrebbe dovuto riaprire Hormuz alle navi commerciali e avviare 60 giorni di trattative per arrivare a una pace stabile, ma il confronto si è bloccato sul percorso che dovrebbero seguire i mercantili: l'Iran pretende infatti che transitino nelle proprie acque territoriali.
Teheran chiede inoltre un alleggerimento delle pressioni finanziarie e il divieto di transito per le navi da guerra americane e israeliane nello Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi accordo che consenta all'Iran di ostacolare la libertà di navigazione, riferiscono i mediatori. Lunedì il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghaei ha affermato che, finché continuerà il blocco navale americano, non esisteranno le condizioni per riaprire lo Stretto e ha chiesto a Washington di "riparare le conseguenze delle proprie azioni".
Trump ha replicato nello stesso giorno avanzando a sua volta una serie di richieste, tra cui un risarcimento per le persone uccise nelle guerre, negli attacchi e nelle proteste. Risultato di questo tira e molla: il prezzo del Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso in rialzo di circa il 5%, a 87,72 dollari al barile, il livello più alto dal 31 luglio.
Le rotte alternative non hanno protetto il Golfo
Gli Emirati Arabi Uniti erano riusciti a riportare le esportazioni ai livelli precedenti alla guerra entro il mese di giugno, combinando l'oleodotto che attraversa il deserto con il passaggio di navi nelle acque vicine all'Oman con i transponder spenti, cioè con i sistemi che ne segnalano la posizione disattivati, secondo la società di tracciamento Vortexa. Poi però sono arrivati gli attacchi. La compagnia petrolifera di Stato Adnoc ha dichiarato che 4 delle 16 navi colpite dall'inizio del conflitto sono state centrate da missili o droni soltanto nell'ultima settimana.
Anche l'Arabia Saudita, che trasporta parte del greggio attraverso la penisola fino a un porto sul Mar Rosso, ha visto quella rotta alternativa finire sotto il fuoco degli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran. Domenica il gruppo ha rivendicato un attacco alla raffineria di Jizan, il secondo dalla fine di luglio. Il Ministero saudita dell'Energia ha confermato l'incendio, senza però indicarne la causa. In Egitto, intanto, un drone ha colpito il porto mediterraneo di Damietta, incendiando due navi, tra cui un'unità americana per lo stoccaggio di gas.
Tra il 28 febbraio e il 30 luglio l'Iran e le milizie irachene sue alleate hanno condotto almeno 172 attacchi contro infrastrutture non militari nei sei Paesi arabi del Golfo, secondo il monitoraggio dell'Armed Conflict Location and Event Data: circa la metà ha colpito infrastrutture energetiche, dagli impianti petroliferi alle centrali elettriche fino ai dissalatori. Funzionari della regione riferiscono inoltre che nelle ultime settimane Teheran ha fatto sapere che è pronta a colpire gli impianti energetici dei Paesi del Golfo in caso di una nuova escalation ordinata dal presidente Donald Trump.
Il dilemma: cedere a Teheran o rischiare una nuova escalation
"In questo quadro gli Stati arabi del Golfo non sono davvero in grado di garantire la sicurezza e l'apertura dello Stretto di Hormuz e non possono più contare su di esso per i trasporti o per il commercio", ha spiegato al Wall Street Journal Umer Karim, ricercatore sulla sicurezza del Golfo all'Università di Birmingham. "Quindi, per ora, non c'è altra opzione che concedere qualcosa alle richieste iraniane." Ma secondo Karim, ora l'obiettivo di Teheran sarebbe controllare non soltanto lo Stretto, ma tutto ciò che vi transita, imponendo di fatto le proprie condizioni ai Paesi vicini.
Per questo motivo, i governi della regione stanno anche studiando come ridurre la dipendenza da Hormuz, progettando nuovi oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell'Oman e aumentando la capacità di stoccaggio all'estero, da riempire nei periodi di relativa calma. Secondo Eric Alter, direttore dell'Accademia diplomatica Anwar Gargash di Abu Dhabi, queste soluzioni possono allentare la pressione, ma "non bastano certo a rendere irrilevante il veto iraniano". Nel frattempo cresce l'irritazione dei funzionari del Golfo nei confronti della Casa Bianca, alla quale rimproverano di non avere una strategia chiara mentre il conflitto si trascina.
Tuttavia i prezzi del petrolio restano lontani dai massimi raggiunti in primavera, frenati dalla debolezza della domanda in Cina, Giappone, India ed Europa, anche se le scorte mondiali sono diminuite di oltre 400 milioni di barili in soli 6 mesi e il margine di sicurezza si è progressivamente ridotto. "Dopo cinque mesi di conflitto si capisce perché gli Stati del Golfo vogliano trovare un modo per far ripartire il traffico marittimo", ha detto al Wall Street Journal Ellen Wald, del Global Energy Center dell'Atlantic Council. "Ma cedere all'Iran il controllo del traffico in entrata e in uscita, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le loro esportazioni in balia di Teheran per il futuro prevedibile."