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Trump annuncia la prima convention repubblicana di metà mandato a Dallas


Il presidente ha annunciato per il 9 e 10 settembre a Dallas un raduno del partito per mobilitare gli elettori verso le elezioni di novembre, in rottura con la tradizione.
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Il presidente Donald Trump ha annunciato che i repubblicani terranno la loro prima convention nazionale di metà mandato, un evento senza precedenti pensato per spingere gli elettori alle urne a novembre, quando il partito proverà a difendere le sue strette maggioranze al Congresso. Il raduno si terrà a Dallas, in Texas, il 9 e 10 settembre.

Negli Stati Uniti i due grandi partiti riuniscono i delegati in una convention una volta ogni quattro anni, alla vigilia delle elezioni presidenziali, per incoronare ufficialmente il proprio candidato alla Casa Bianca. La prossima toccherà nel 2028. Organizzarne una a metà mandato, a due mesi dal voto legislativo di novembre, non era mai accaduto e rompe una tradizione consolidata.

Trump ha confermato i dettagli martedì 30 giugno con un messaggio sul suo social network, Truth Social, definendo Dallas "one of my favorite places in the World", una delle sue città preferite al mondo. "Non è mai stato fatto prima, e sarà un evento davvero storico", ha scritto, promettendo "tanto grande intrattenimento" e un raduno "come nessun altro".

L'obiettivo è mobilitare la base repubblicana in una tornata elettorale in cui, secondo lo schema storico, il partito del presidente perde quasi sempre seggi. Senza Trump sulla scheda, i vertici del partito temono che sarà difficile spingere i propri elettori a votare. Il presidente ha detto che la convention servirà a "mostrare le grandi cose che abbiamo fatto dalle elezioni presidenziali del 2024".

La posta in gioco è alta. Se i democratici riconquistassero anche solo una delle due camere del Congresso, avrebbero il potere di bloccare l'agenda legislativa del presidente e di aprire inchieste sulla sua amministrazione negli ultimi due anni di mandato. Trump, che ha 80 anni, ha avvertito che i democratici potrebbero avviare contro di lui una terza procedura di impeachment, la messa in stato d'accusa, e ha assegnato ad alcuni suoi collaboratori chiave della Casa Bianca l'organizzazione della campagna.

Il presidente sembra dare un peso crescente alle elezioni di metà mandato, mentre la sua popolarità resta bassa, appesantita dal giudizio negativo sulla gestione dell'economia, dalla guerra con l'Iran e dall'aumento del costo della vita. Nei sondaggi sul voto per il Congresso i democratici sono davanti, e c'è chi stima molto alte le loro probabilità di riprendersi la Camera.

Il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, l'organismo che guida il partito, Joe Gruters, ha detto che la convention sarà "un Trumpapalooza" e servirà a mostrare l'agenda "America First", che a suo dire ha portato il più grande taglio di tasse della storia e reso più sicure le comunità. Trump, ha aggiunto, unirà i repubblicani attorno a una visione condivisa e darà slancio alla campagna.

La scelta del Texas mette i riflettori sulla corsa al Senato dello Stato, che oppone il candidato democratico James Talarico al repubblicano Ken Paxton. Paxton è il procuratore generale del Texas e, con l'appoggio di Trump, ha battuto alle primarie di inizio anno il senatore uscente John Cornyn, in carica da tempo. I leader repubblicani al Senato temono però che il suo passato segnato da scandali, tra cui una relazione extraconiugale, una procedura di destituzione e un caso di frode finanziaria che non ha portato a una condanna, possa indebolirne la candidatura e trasformare un seggio conquistabile in un salasso di risorse per il partito. Un sondaggio New York Times/Siena diffuso questa settimana indica una corsa in equilibrio, un risultato notevole in uno Stato dove i democratici non vincono un'elezione a livello statale da decenni.

Tenere la convention in Texas richiama anche il ridisegno dei collegi elettorali voluto da Trump a metà decennio, partito proprio da questo Stato, un'operazione pensata per garantire ai repubblicani più seggi nel voto di autunno.

Il Comitato Nazionale Repubblicano aveva preparato il terreno all'inizio dell'anno, votando alla sua riunione invernale di gennaio le modifiche alle regole per rendere possibile un evento fuori dal ciclo quadriennale delle presidenziali.

Il Comitato Nazionale Democratico aveva valutato un raduno simile ma alla fine ha rinunciato. Un evento così costoso avrebbe messo sotto pressione le finanze del partito, già fragili tra una raccolta fondi deludente e diversi milioni di dollari di debiti, e i democratici preferiscono investire nella costruzione delle strutture locali e statali. Il partito ha detto che la convention repubblicana sarà comunque un'occasione per legare i candidati alla Camera e al Senato all'immagine di Trump. I democratici avevano tenuto conferenze di metà mandato negli anni Settanta e Ottanta.

Sempre martedì la Corte Suprema ha rimosso i limiti alle somme che i partiti possono spendere in coordinamento con i singoli candidati, una decisione che potrebbe avvantaggiare i repubblicani alle elezioni di metà mandato.


Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


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Nome WhatsApp: cos’è, come funziona, come prenotarlo e perché è importante per la privacy


WhatsApp si prepara a cambiare uno degli aspetti più riconoscibili della sua app: il collegamento diretto tra account e numero di telefono. Fino a oggi, per iniziare una conversazione con una persona, un’azienda o un nuovo gruppo era quasi sempre necessario condividere il proprio numero. Con l’arrivo del nome WhatsApp, o più correttamente nome utente WhatsApp, questo passaggio diventerà meno obbligato e più controllabile.

La novità è stata pensata soprattutto per la privacy su WhatsApp. Il numero di telefono, infatti, non è un semplice dato di contatto. Spesso è collegato a servizi bancari, account online, profili social, autenticazioni a due fattori e comunicazioni personali. Condividerlo con una persona appena conosciuta, con un gruppo temporaneo o con un contatto di lavoro può essere comodo, ma non sempre è la scelta più prudente. Il nuovo sistema vuole offrire un’alternativa: usare un identificativo unico, facile da comunicare, senza mostrare subito il numero personale.

Il nome utente WhatsApp funzionerà come una sorta di nickname univoco. Ogni utente potrà scegliere il proprio identificativo e, una volta attiva la funzione completa, potrà usarlo per essere contattato da nuove persone o da aziende senza dover condividere direttamente il numero di telefono. Questo non significa che il numero sparirà da WhatsApp. Il numero resterà necessario per registrare l’account, recuperarlo e gestirlo, ma non dovrà più essere l’unico modo per farsi trovare da chi non è già tra i propri contatti.

La differenza rispetto ai social network è importante. Il nome WhatsApp non trasformerà l’app in Instagram o Telegram. WhatsApp non creerà una directory pubblica dove cercare persone liberamente e non mostrerà suggerimenti automatici basati su nomi simili. Per contattare qualcuno sarà necessario conoscere esattamente il suo username. Questo dettaglio rende la funzione più vicina a uno strumento di protezione che a un sistema per aumentare la visibilità pubblica.

In pratica, se una persona vuole scrivere a un nuovo contatto tramite username, dovrà conoscere il nome utente preciso. Non basterà digitare una parte del nome per vedere comparire profili suggeriti. È una scelta coerente con l’impostazione più privata di WhatsApp, che negli anni ha puntato molto sulla comunicazione diretta, sulle chat personali e sulla crittografia end-to-end.

La novità può essere utile in molte situazioni quotidiane. Pensiamo a una chat scolastica, a un gruppo sportivo, a una community temporanea, a un evento, a un annuncio online o a un primo contatto professionale. In tutti questi casi può essere utile comunicare con qualcuno senza rendere immediatamente visibile il proprio numero. Il nome utente WhatsApp permette di mantenere una separazione più netta tra la propria identità personale e i contatti occasionali.

Per prenotare il proprio username sarà necessario usare l’ultima versione dell’app. Il percorso indicato da WhatsApp è semplice: bisogna aprire l’app, entrare nelle impostazioni, selezionare la sezione Account e poi cercare la voce Nome utente. Da lì sarà possibile scegliere e confermare il nome desiderato, sempre che sia ancora disponibile. La distribuzione è graduale, quindi non tutti potrebbero vedere subito l’opzione. WhatsApp avviserà gli utenti direttamente all’interno dell’app quando la prenotazione sarà disponibile sul proprio account.

La prenotazione anticipata serve a evitare confusione e duplicati. WhatsApp conta oltre tre miliardi di utenti nel mondo, quindi è normale che molte persone possano desiderare lo stesso nome. Bloccare in anticipo il proprio username permette di assicurarsi un identificativo prima dell’arrivo completo della funzione. Per chi ha un nome riconoscibile online, per i creator, per le piccole attività e per le organizzazioni, questo passaggio può diventare ancora più importante.

WhatsApp permetterà anche ad alcuni utenti di mantenere coerenza con la propria presenza sulle altre piattaforme Meta. Creator, aziende e organizzazioni potranno provare a rivendicare lo stesso nome già usato su Instagram o Facebook, così da rendere più riconoscibile la propria identità digitale. Per un brand o un professionista, usare lo stesso username su più piattaforme può aiutare a evitare confusione, imitazioni e profili poco chiari.

Dal punto di vista della privacy, la parte più interessante riguarda la visibilità del numero. Quando la funzione sarà completamente disponibile, se un utente avrà attivato il proprio username e scriverà per la prima volta a una persona o a un’azienda, il numero di telefono non verrà mostrato automaticamente. Questo riduce la diffusione di un dato molto personale e offre più controllo su quando e con chi condividerlo.

WhatsApp introdurrà anche una protezione aggiuntiva chiamata chiave del nome utente. Si tratta di un codice opzionale che potrà essere richiesto a chi vuole inviare un primo messaggio tramite username. In questo modo, conoscere solo il nome utente potrebbe non essere sufficiente per avviare una conversazione. È un filtro in più pensato per limitare spam, messaggi indesiderati e tentativi di contatto troppo facili.

Questa chiave può essere particolarmente utile per chi usa un nome riconoscibile, magari uguale a quello di Instagram, Facebook o altri profili pubblici. Se uno username è facile da indovinare o già visibile online, aggiungere un codice di protezione può aiutare a mantenere più controllo sui primi contatti. Chi invece sceglie un nome meno prevedibile e lo condivide solo con poche persone potrebbe non sentirne subito la necessità, ma avere l’opzione disponibile è comunque un vantaggio.

Il nome WhatsApp non elimina però ogni rischio. Come accade con qualunque identificativo online, sarà importante scegliere con attenzione il proprio username. Usare nome e cognome può essere comodo per farsi riconoscere, ma può anche ridurre il livello di privacy. Al contrario, scegliere un nome troppo generico può renderlo meno personale o più facile da confondere. La scelta migliore dipende dall’uso che si vuole fare dell’app: personale, professionale, pubblico o più riservato.

Per molti utenti, la soluzione ideale potrebbe essere un nome semplice da comunicare, ma non troppo esposto. Chi usa WhatsApp soprattutto per famiglia e amici può scegliere qualcosa di più personale. Chi invece lo usa anche per lavoro, collaborazioni, community o vendita online dovrebbe valutare uno username coerente con la propria identità professionale, ma senza inserire informazioni troppo sensibili.

L’arrivo del nome utente WhatsApp rappresenta quindi un passaggio importante. Non è solo una nuova impostazione dell’app, ma un cambiamento nel modo in cui le persone potranno gestire i propri contatti. WhatsApp resterà legato al numero di telefono per la registrazione, ma darà agli utenti una possibilità in più: comunicare senza distribuire sempre un dato personale così delicato.

La funzione sarà opzionale e arriverà progressivamente, ma conviene controllare l’app e prenotare il proprio nome appena disponibile. Scegliere subito lo username può evitare che venga preso da altri e permette di prepararsi a un utilizzo più privato e flessibile di WhatsApp. In un momento in cui il numero di telefono è sempre più esposto tra gruppi, servizi e piattaforme digitali, avere un modo alternativo per essere contattati può fare davvero la differenza.

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La disfida del cioccolato


La maggioranza dei produttori si batte per ottenere il marchio IGP per il “gianduiotto di Torino”. Ma l’opposizione della Caffarel ha aperto una battaglia legale
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«Ringrazio infine il gianduiotto, una delle prove dell’esistenza di Dio». Così lo scrittore torinese Bruno Gambarotta conclude il suo “noir” Il Codice Gianduiotto, pubblicato qualche anno fa. Come dargli torto, del resto? Quei cioccolatini a forma di prisma triangolare con gli spigoli arrotondati, realizzati con Nocciola Piemonte IGP (Indicazione geografica protetta) tostata (dal 30 al 45 per cento), cacao (minimo 25 per cento) e zucchero (dal 20 al 45 per cento), possono essere considerati – con il Vermouth di Torino IGP e i grissini (rubatà o stirati) – i veri ambasciatori del gusto della capitale subalpina.

Eppure, suo malgrado, il gianduiotto è ora al centro di una inaspettata “guerra” legale: da una parte c’è il comitato – composto da una quarantina di produttori artigiani e industriali piemontesi – che dal 2017 si batte per ottenere il riconoscimento del “Giandujotto di Torino IGP”; dall’altra c’è la multinazionale svizzera Lindt & Sprüngli – con un fatturato di 6,4 miliardi di euro, al settimo posto tra i produttori mondiali di pure chocolate – che si oppone al “disciplinare” proposto dal comitato.

Svizzero? Sì, Lindt & Sprüngli

Intanto: che cosa c’entra con il gianduiotto di Torino il colosso di Zurigo? L’azienda svizzera fu fondata nel 1845 da Rodolphe Lindt, che nel 1878 inventò il cioccolato fondente, grazie a una macchina per il concaggio (il continuo rimescolamento del cacao) lasciata accesa per errore. La public company elvetica, quotata in Borsa e appartenente a banche, fondi previdenziali e di investimento, nel 1997 ha acquistato la Caffarel, nata a Torino in Borgo San Donato nel 1832, detentrice del marchio “Gianduia 1865. Il gianduiotto di Torino”.

Attualmente la Caffarel ha uno stabilimento in val Pellice, a Luserna San Giovanni, a cinquanta chilometri da Torino, dove oggi lavorano ancora circa 150 dipendenti (quando gli svizzeri la comprarono erano quasi cinquecento): producono un gianduiotto realizzato con una ricetta che contiene latte in polvere e una quantità di nocciole minore rispetto a quella prevista dal “disciplinare” per l’Indicazione geografica protetta. Dal 2023 la Caffarel è soltanto un marchio, non ha più un management autonomo: è stata inglobata dalla Lindt Italia, che ha anche uno stabilimento a Induno Olona (Varese), dove si producono i famosi Lindor.

Una IGP al quadrato

Il comitato promotore per il riconoscimento del Giandujotto IGP si è costituito nel 2017 ed è composto da quasi tutti gli artigiani cioccolatieri piemontesi, oltre a qualche industria, come Domori (Gruppo Illy) e Venchi. In base al disciplinare, approvato anche dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, una volta approvata questa indicazione protetta sarebbe la prima specialità (in Italia ci sono attualmente 328 prodotti agroalimentari con IGP o DOP, Denominazione di origine protetta, quando tutti gli ingredienti sono del territorio considerato, ovviamente non vale per il cacao) con una IGP al suo interno, ovvero la Nocciola Piemonte IGP: una protezione “al quadrato”.

Dopo lunghe trattative presso la Regione Piemonte e a Roma presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, il 20 febbraio 2024 sembrava che si fosse raggiunto un accordo tra le parti, con la Lindt-Caffarel che aveva ritirato le proprie iniziali opposizioni al progetto.

Per celebrare il “via libera”, eliminati gli ostacoli, l’11 marzo 2025, all’hotel Luxor di Torino, in un’affollata assemblea alla quale era presente (in silenzio) anche una legale del gruppo svizzero, si svolse la riunione di “pubblico accertamento” prevista dall’iter burocratico: in un clima di soddisfazione generale, fioccarono le entusiastiche dichiarazioni da parte del presidente del comitato, il maestro cioccolatiere Guido Castagna e del segretario, l’avvocato Antonio Borra, del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, dell’assessore comunale al Commercio Paolo Chiavarino. Da Roma, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida espresse il suo soddisfatto saluto a «un’eccellenza, espressione di sapienza tramandata di generazione in generazione, gusto unico e identità piemontese e italiana».

Quindi, il 23 marzo 2026 il ministero ha formalizzato la decisione di trasmettere il dossier alla Commissione europea, affinché potesse avviare la fase istruttoria comunitaria per il riconoscimento ufficiale dell’IGP. Finalmente sembrava tutto concluso, in attesa che a Bruxelles i funzionari del lussemburghese Christophe Hansen, il commissario europeo all’Agricoltura, decidessero sulla richiesta del “Giandujotto di Torino IGP”, denominato con la “i” lunga o consonantica (ormai desueta), come da tradizione derivata dalla maschera ottocentesca torinese Gianduja che battezzò il cioccolatino nel 1867. Con il via libera del ministero, infatti, tutte le opposizioni precedenti sono decadute e non possono più essere presentate in sede europea. La Lindt, del resto, a Roma aveva ottenuto la possibilità di mantenere in via transitoria per quindici anni il suo marchio storico.

Il ricorso al TAR del Lazio

Invece è arrivata la sorpresa. In data 22 maggio 2026, con venti pagine di ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio contro Ministero dell’Agricoltura, Regione Piemonte e comitato promotore, uno stuolo di avvocati milanesi ha rimesso tutto in discussione: i legali non soltanto chiedono di mantenere il vecchio marchio Caffarel, ma contestano la quantità di nocciole stabilite nella ricetta; inoltre vorrebbero inserire il latte in polvere, rifiutando di poter produrre il gianduiotto soltanto in Piemonte. In pratica, si sono schierati apertamente contro il governo italiano.

«Nella ricetta originale, che rappresenta una evoluzione dei givu – piccole gocce di cioccolato, i primi cioccolatini nati a Torino fin dal Settecento – non c’era il latte», ha commentato con L’Unica il presidente del comitato, il cioccolatiere artigianale Guido Castagna, pluripremiato per le sue specialità. «La tecnica di produzione fu realizzata anni dopo, proprio in Svizzera. E quei primi gianduiotti, creati da Michele Prochet e poi portati al successo da Pierre-Paul Caffarel, contenevano soltanto nocciole, cacao e zucchero e costituirono la risposta dei maestri torinesi al Blocco continentale deciso nel 1806 da Napoleone Bonaparte, che aveva fermato l’arrivo delle merci coloniali in Europa. Quando nel Novecento la Caffarel divenne un’industria, per ragioni di costi e di gusto, creò i gianduiotti al latte. Noi non abbiamo alcun interesse a lasciar fuori Lindt e Caffarel: potranno continuare a produrre la loro specialità, ma il marchio IGP sarà riconosciuto soltanto a chi rispetta il disciplinare».

A difesa del gianduiotto di Torino IGP sono scesi in campo sia la Coldiretti sia le organizzazioni dell’artigianato piemontese. Per la Confartigianato Imprese Piemonte «il ricorso della Lindt è coerente con una visione mercantilistica globale che dimentica o addirittura calpesta i territori, le radici e le identità», mentre la CNA ha ricordato che le «indicazioni geografiche tutelano la storia e il lavoro di un territorio». Il presidente della CNA Piemonte, Giovanni Genovesio, ha sottolineato che il Gianduiotto «non appartiene a una singola azienda ma alla storia del Piemonte».

Tutta colpa di Napoleone

Le origini del matrimonio tra cacao e nocciole, dovuto alla difficoltà di reperire “l’indica mandorla” (che cresceva soltanto in America centrale e meridionale, perché non ancora coltivata in Africa) sono dimostrate dal libretto di un eclettico autore di origini croate, poi stabilitosi a Torino, Antonio Bazzarini, pubblicato nel 1812, dal titolo Piano teorico-pratico di sostituzione nazionale al cioccolato.

Nel volumetto, che chi scrive ha reperito da un antiquario, si trova la prima ricetta per produrre un surrogato a base di nocciole o mandorle, con possibile uso di lupini o granturco. Bazzarini consiglia di aggiungere fino a un terzo di cacao, da usare come “vernice”. Quando fu realizzato, a mano con le “coltelle” di abili ciculatere, il primo lingottino torinese, il primo cioccolatino incartato al mondo? Una data certa è stata individuata dalla rivista Il Dolce in un articolo del 1932, in cui si specificava che «la pasta gianduia non è che un cioccolato con nocciuole tostate», creata nel 1852 dal maître chocolatier Michele Prochet, il cui fratello si imparentò con i Caffarel, sposando nel 1862 la figlia di Pierre-Paul, Milca. Nel 1878 le famiglie Caffarel e Prochet fusero le loro aziende sotto un unico marchio, che venne usato fino agli Anni Trenta del Novecento.

Fin qui la storia. La “guerra del gianduiotto”, anzi del “Giandujotto di Torino IGP”, ha creato polemiche, sconcerto tra i consumatori, con alcuni che si sono spinti sui social network a lanciare il boicottaggio contro il cioccolato svizzero.

Le polemiche sul sovranismo gastronomico

Ma questa ondata di “sovranismo gastronomico” non è piaciuta a tutti: ha fatto scalpore la presa di posizione di un docente di Fondamenti del Diritto europeo presso l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (dove si occupa anche di master di vino), Michele Antonio Fino. Come ha detto il professor Fino a L’Unica, il ricorso di Lindt non deve sorprendere perché «quest’ultima non si è sentita tutelata» per l’utilizzo del suo storico marchio “Gianduia 1865 l’autentico gianduiotto di Torino”. Inoltre, l’obbligo di produrre la sua specialità senza latte in polvere potrebbe far sembrare il prodotto Caffarel «meno autentico dei prodotti della futura IGP, sebbene questi ultimi apertamente dichiarino di discendere dalla tradizione produttiva inaugurata proprio da Caffarel e siano magari il frutto di ottime qualità artigianali, che però hanno fatto capolino sul mercato molto più di recente rispetto all’azienda di Luserna San Giovanni».

«Dal punto di vista regolatorio non esiste un giusto e uno sbagliato», ha spiegato il professor Fino. «Esistono solo opzioni che garantiscono il migliore bilanciamento tra due fondamentali obiettivi, per ogni produzione connotata da un’indicazione geografica: un disciplinare abbastanza chiaro da permettere ai consumatori di scegliere con consapevolezza e uno schema produttivo abbastanza aperto da consentire a una moltitudine di aziende di produrre sotto il marchio IGP, conservando la diversità tra le produzioni».

L’università fondata dal compianto Carlo Petrini, appena scomparso, prende dunque posizione a favore della Lindt? Niente di tutto questo, ha chiarito il vicepresidente Silvio Barbero, che ha raccolto l’eredità di Carlin: «Noi non siamo stati interpellati su questa vicenda e non abbiamo una posizione ufficiale, perché non possiamo averla», ha spiegato a L’Unica. «Possono esserci posizioni personali, presentate attraverso i social network, ma non abbiamo studiato il problema». D’altra parte, lo stesso Fino chiarisce: «Sarà molto interessante monitorare quanti produrranno la nuova IGP e quanti invece, proprio in virtù dello standard messo a punto, preferiranno altre strade».

Intanto, il Gianduiotto di Torino aspetta ancora il riconoscimento, fino a quando non si esprimerà il TAR del Lazio. Il Vermouth di Torino è IGP già dal 2017. Dopo quella tutela europea, il giro d’affari è passato da 32 a 172 milioni di euro. Purtroppo la Città di Torino, che ha appena lanciato il nuovo city brand “Torino:” studiato dall’agenzia Left Loft con i due punti finali, finora si è dimenticata di utilizzare, nella sua comunicazione, i due prodotti che la fanno conoscere nel mondo: un aperitivo e un cioccolatino.

Sui grissini si dovrà lavorare ancora. Piacevano a Napoleone Bonaparte e a Jean-Jacques Rousseau: quelli che si trovano sulle tavole di molti ristoranti italiani, nei sacchetti con l’etichetta “grissini di Torino”, non fanno certo onore ai nostri maestri panettieri. Il rischio è che succeda lo stesso con i gianduiotti “made in Zurich”.

Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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🏫 Dal Cuneese una scuola per la Cisgiordania (da L’Unica Cuneo)

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Da Bra una scuola per la Cisgiordania


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Il 13 aprile 2026 cinquantacinque bambine e bambini hanno varcato per la prima volta la soglia della loro nuova scuola. Fino a quel giorno, per studiare, percorrevano fino a cinque chilometri in un territorio segnato dagli insediamenti illegali israeliani e da una violenza che non risparmia nemmeno i percorsi quotidiani verso un’aula. Khallet Taha è un piccolo villaggio nel sud della Cisgiordania, vicino alla città di Dura, nel governatorato di Hebron, Palestina. Oggi ospita un edificio semplice ma completo: quattro aule scolastiche, uno spazio per l’infanzia, laboratori di informatica e scienze, servizi igienici, un cortile. Si chiama scuola Juzoor (“radici”, in arabo) ed è il risultato di un’iniziativa nata con il sostegno della città di Bra.

A seguire il filo che unisce il Roero alla Cisgiordania è Luigi Bisceglia, bresciano di origine, che da 15 anni vive a Gerusalemme. Lavora per il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), per il quale è coordinatore regionale per il Medio Oriente, e insegna economia aziendale e metodologia della ricerca all’università locale. È lui ad aver accompagnato, nel giugno del 2022, il gemellaggio tra il Comune di Bra e il Comune di Betlemme. «Vivendo qui e avendo ottimi rapporti con la comunità braidese, per me era la cosa più normale del mondo dare una mano ai due comuni», ha raccontato.

L’incontro con gli studenti

Dopo l’eccidio del 7 ottobre 2023, quella rete di relazioni è diventata il canale attraverso cui una comunità ha trasformato la preoccupazione in azione concreta. Bisceglia ha cominciato a tenere incontri online per spiegare la situazione, finché non è stato invitato fisicamente a Bra. Nell’ottobre del 2024, il coordinatore del VIS ha così incontrato in due giorni 600 studenti degli ultimi anni di tutte le scuole della città, insieme alla giornalista e scrittrice Paola Caridi. La Consulta Giovanile di Bra ha preso parte attiva al dibattito, ragionando sul significato della pace. «Sul palco coinvolgevamo i ragazzi direttamente», ha ricordato Bisceglia a L’Unica.

L’idea della scuola, però, è arrivata da dove meno ci si aspettava: dai bambini di una scuola dell’infanzia di Bra. «Come facevi a dire di no?», ha commentato Bisceglia. Il messaggio che il progetto voleva lanciare era chiaro: «Costruire una scuola non è solo ricostruire ciò che è stato distrutto, ma è anche ricostruire la speranza. Volevamo dire ai bambini e ai ragazzi palestinesi che noi in Italia pensavamo a loro, che eravamo pronti a fare un gesto concreto».

La raccolta di fondi

Il gesto concreto ha richiesto mesi di raccolta fondi e una mobilitazione che ha coinvolto l’intera provincia. Il Comune di Bra ha votato all’unanimità in Consiglio comunale uno stanziamento di 10 mila euro dall’avanzo di bilancio 2024. Il Credito Cooperativo di Cherasco ha contribuito con 5 mila euro. Altre associazioni si sono aggiunte con cifre tra i 2 mila e i 5 mila euro. Ma la parte più significativa della raccolta – oltre cinquecento donatori – è arrivata sotto forma di contributi tra i 10 e i 50 euro. «Famiglie, individui, bambini hanno creduto fortemente in questa scuola», ha detto Bisceglia. E così in breve tempo si è arrivati a raccogliere 70 mila euro, importo minimo per cominciare i lavori.

Il terreno su cui sorge l’edificio è stato donato gratuitamente dalle famiglie della comunità di Khallet Taha, che hanno finanziato anche i lavori di sbancamento e il muro di contenimento. «È un legame bellissimo tra due comunità che supportano i loro bambini», ha osservato il coordinatore. I lavori sono partiti il 26 novembre 2025 e la prima fase si è conclusa il 31 gennaio 2026. Poi, il 28 febbraio, lo scoppio del conflitto tra Israele e Iran ha costretto alla chiusura di tutte le scuole della Cisgiordania. Solo il 12 aprile è stato possibile riaprire, e il giorno successivo si è tenuta l’inaugurazione.
Il cantiere della scuola
Nel frattempo, la comunità locale non si è fermata. Le famiglie di Khallet Taha, soddisfatte del risultato, hanno acquistato di tasca propria i climatizzatori e le telecamere di sicurezza dell’edificio. Questo risparmio inatteso ha permesso di destinare fondi aggiuntivi alla costruzione del parco giochi, la cui realizzazione è prevista entro luglio. «La collaborazione continua», ha sottolineato Bisceglia. «Non è un nostro progetto: è loro, e noi ci siamo messi al servizio di tutto questo».
I bambini e le bambine a scuola
Le tensioni locali

Il contesto in cui la scuola nasce è tutt’altro che stabile. L’Autorità Palestinese (AP) attraversa una crisi economica e finanziaria senza precedenti: i fondi trattenuti da Israele – circa ottanta milioni di dollari al mese di IVA e dazi doganali che Israele è tenuto a versare all’AP in base al Protocollo di Parigi allegato agli Accordi di Oslo – sono congelati dal maggio del 2025. Il risultato è che gli insegnanti della Cisgiordania vengono pagati al cinquanta per cento una volta ogni due mesi, e i bambini vanno a scuola due o tre giorni alla settimana. «Per la prima volta in quindici anni ho incontrato bambini di otto anni che non sapevano leggere e scrivere», ha detto Bisceglia. «Garantire anche solo quei due o tre giorni è fondamentale».

Inoltre, dalla scuola di Khallet Taha si vedono, in posizione sopraelevata, due insediamenti illegali israeliani. «Strategicamente gli insediamenti sono costruiti in Cisgiordania per erodere porzioni di territorio e separare le città palestinesi l’una dall’altra», ha aggiunto il coordinatore. «Chiunque arrivi con i propri occhi lo vede. E non è avere un sentimento contro qualcuno: è rendersi conto di quello che accade nella realtà». Nonostante questo, la scuola sorge in un’area controllata dall’AP (le cosiddette aree A e B, istituite dagli Accordi di Oslo) e pertanto non può essere demolita dall’esercito israeliano, come invece potrebbe succedere se sorgesse sull’area C, quella parte di Cisgiordania amministrata dalle autorità di Israele e che rappresenta il 59 per cento del territorio occupato palestinese.

Nonostante tutto, la Rete Cuneese per la Palestina e il VIS guardano già oltre. «A maggior ragione è proprio adesso che non si abbandonano le persone, in particolare i bambini», ha detto Bisceglia. Il prossimo obiettivo è la scuola Aisha Khalil, nel distretto di Yatta, dove il piano terra è già stato realizzato con fondi della cooperazione italiana: mancano ancora le aule per 70 o 80 bambini (la raccolta fondi è appena partita ed è già possibile contribuire a questo link).

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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La Francia sostituisce Palantir, Anthropic lancia Claude Sonnet 5, la tastiera di OpenAI per Codex


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon mercoledì,
oggi parleremo della Francia che sostituisce Palantir, il software colosso di superintelligence legato ai servizi segreti americani. Poi vedremo il nuovo Claude Sonnet 5; parleremo di un prodotto hardware firmato OpenAI e Work Louder atteso per il 15 luglio; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Intro + Prima Notizia - Ep. 354 - Mercoledì 1 luglio
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Le news di oggi, selezionate a mano.

La Francia sostituisce Palantir con un software francese


Politica
Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che la DGSI, il servizio di sicurezza interna francese, passerà da Palantir alla società francese ChapsVision. Palantir lavorava con la DGSI dal 2016, dopo gli attentati del 13 novembre 2015, con contratti rinnovati tre volte fino al 2028. La motivazione dichiarata è ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori esteri. ChapsVision, fondata nel 2019, ha generato 200 milioni di euro di fatturato nel 2025 e opera in oltre 40 Paesi. La sua piattaforma ArgonOS può funzionare in ambienti completamente isolati dalla rete pubblica, requisito rilevante per l'intelligence. La transizione richiederà tra 18 e 24 mesi; nel frattempo, il contratto con Palantir resta in vigore. Già a maggio l'intelligence interna tedesca aveva scelto ChapsVision al posto di Palantir.
~
Fonte: Eurofocus | Adnkronos
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Anthropic lancia Claude Sonnet 5


Intelligenza Artificiale
Anthropic ha rilasciato Claude Sonnet 5, versione aggiornata del suo modello di medie dimensioni, ottimizzata per task agentici come pianificazione, uso di tool e coding autonomo. Le prestazioni si avvicinano a quelle di Opus 4.8, ma a un prezzo inferiore: $2 per milione di token in input e $10 per milione in output fino al 31 agosto, dopo i quali saliranno rispettivamente a $3 e $15. Sonnet 5 è più economico di Opus 4.8, GPT-5.5 di OpenAI e Gemini 3.1 Pro di Google, anche se Gemini 3.5 Flash resta più conveniente. Da oggi è il modello predefinito per i piani gratuiti e Pro. Sui benchmark, Sonnet 5 segna 63,2% nell'agentic coding contro il 69,2% di Opus 4.8 e il 58,1% del precedente Sonnet 4.6, e supera leggermente Opus 4.8 nei test di knowledge work. Miglioramenti anche sulla sicurezza: meno sycophancy, meno allucinazioni, maggiore resistenza ai prompt injection rispetto a Sonnet 4.6, anche se il livello rimane inferiore a Opus 4.8 su comportamenti disallineati e task di cybersecurity avanzati.
~
Fonte: TechCrunch
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OpenAI annuncia una tastiera per Codex in collaborazione con Work Louder


Big tech
OpenAI ha anticipato una collaborazione hardware in uscita il 15 luglio. Secondo l'articolo, il partner è Work Louder e il prodotto è una tastiera compatta con tasti programmabili pensata per sviluppatori e creativi. Il nuovo hardware si ispirerebbe al Creator Micro 2, il prodotto di punta di Work Louder, in una versione brandizzata Codex. Il teaser parla di "upgrade per le shortcut di Codex", ma i dettagli ufficiali non sono ancora stati divulgati.
~
Fonte: 9to5Mac
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Apple acquisisce una startup vincitrice dell'Apple Design award for innovation


Tecnologia
Apple ha acquisito Rabbit 3 Times, la società newyorkese dietro Play: un tool visuale che permette agli sviluppatori di prototipare progetti Swift e vedere i risultati in tempo reale, poi esportarli in Xcode tramite un servizio a pagamento. Lo strumento aveva vinto un Apple Design Award per l'innovazione nel giugno 2025. Il deal, riportato all'UE a febbraio 2026 nell'ambito del Digital Markets Act, non è una classica acquisizione: Apple ha comprato asset e si è riservata la possibilità di assumere alcuni dipendenti. Dopo l'accordo, il servizio di esportazione verso Xcode è diventato gratuito per facilitare la transizione, e il sito della società è offline. L'app risulta non più disponibile.
~
Fonte: AppleInsider
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Meta porta la lettura del pensiero a 61% di accuratezza senza chirurgia


Tecnologia
Meta ha presentato Brain2Qwerty v2, un sistema che decifra in tempo reale frasi intere a partire dall'attività cerebrale (leggendo il pensiero, praticamente), registrata senza alcun intervento chirurgico. Il modello raggiunge il 61% di accuratezza sulle parole, contro l'8% dei precedenti metodi non invasivi, e per il partecipante migliore sale al 78%, con più della metà delle frasi decodificate con al massimo un errore. Il sistema usa dispositivi MEG indossabili e deep learning end-to-end addestrato su circa 22.000 frasi registrate da nove volontari. Meta ha rilasciato pubblicamente il codice di training di entrambe le versioni del modello. L'obiettivo dichiarato è aiutare i milioni di persone con lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione, offrendo un'alternativa scalabile agli impianti invasivi oggi usati in neuroprotetica.
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Fonte: ai.meta.com
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Letture interessanti


In lingua inglese.

L'AI sta rendendo la Silicon Valley produttiva, ansiosa e incapace di staccare


bloomberg.com (eng)

Cosa è successo dopo che 2.000 persone hanno provato a hackerare il mio assistente AI


fernandoi.cl (eng)

Involuzione tecnologica


rohan.ga (eng)

Ricostruire la stanza del computer


alexwlchan.net (eng)

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Notizie veloci


In lingua inglese.

Google chiude l'API di Tenor, costringendo X, Discord e altri a cambiare


arstechnica.com (eng)

Il concorrente di Nvidia Etched raggiunge una valutazione di 5 miliardi e 1 miliardo di vendite per il chip AI


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Un leak sull'A20 Pro mostra come iPhone 18 Pro sarà più veloce e più fresco


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Sito del giorno

Il cimitero di Google


Killedbygoogle è il cimitero che raccoglie tutti i prodotti, app e servizi che Google ha lanciato e poi abbandonato (oltre 300). Tra gli esempi: Google Reader, Stadia, Chromecast e Google Podcasts.

Link: killedbygoogle.com

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Meta porta la lettura del pensiero a 61% di accuratezza senza chirurgia


Si basa su deep learning end-to-end.
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In breve:


Meta ha presentato Brain2Qwerty v2, un sistema che decifra in tempo reale frasi intere a partire dall'attività cerebrale (leggendo il pensiero, praticamente), registrata senza alcun intervento chirurgico. Il modello raggiunge il 61% di accuratezza sulle parole, contro l'8% dei precedenti metodi non invasivi, e per il partecipante migliore sale al 78%, con più della metà delle frasi decodificate con al massimo un errore. Il sistema usa dispositivi MEG indossabili e deep learning end-to-end addestrato su circa 22.000 frasi registrate da nove volontari. Meta ha rilasciato pubblicamente il codice di training di entrambe le versioni del modello. L'obiettivo dichiarato è aiutare i milioni di persone con lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione, offrendo un'alternativa scalabile agli impianti invasivi oggi usati in neuroprotetica.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

From Brain Waves to Words: Brain2Qwerty Offers a New Path to Communication Without Surgery
Go up one level - Products - AI Research - Resources - About - Get Llama - Try Meta AI - Toggle site search Close submenu Main menu BACK - Meta AI - Vibes - AI Studio - Overview - Projects - Research Areas - People - Blog - Learning Hub - Demos - Overview - Open Source - Careers…
ai.meta.com


Alternativa in italiano:

Meta sta costruendo un ponte tra cervello e computer senza impianti chirurgici
Con Brain2Qwerty v2, l’azienda di Zuckerberg sperimenta un sistema non invasivo capace di trasformare l’attività cerebrale in testo. I risultati sono incoraggi…
la Repubblica

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La Francia sostituisce Palantir con un software francese


Il contratto con gli americani era attivo dal 2016.
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In breve:


Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che la DGSI, il servizio di sicurezza interna francese, passerà da Palantir alla società francese ChapsVision. Palantir lavorava con la DGSI dal 2016, dopo gli attentati del 13 novembre 2015, con contratti rinnovati tre volte fino al 2028. La motivazione dichiarata è ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori esteri. ChapsVision, fondata nel 2019, ha generato 200 milioni di euro di fatturato nel 2025 e opera in oltre 40 Paesi. La sua piattaforma ArgonOS può funzionare in ambienti completamente isolati dalla rete pubblica, requisito rilevante per l'intelligence. La transizione richiederà tra 18 e 24 mesi; nel frattempo, il contratto con Palantir resta in vigore. Già a maggio l'intelligence interna tedesca aveva scelto ChapsVision al posto di Palantir.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Addio Palantir, la Francia affida la sicurezza interna a ChapsVision
Anche la Germania ha scelto l'azienda fondata dall'imprenditore francese Olivier Dellenbach
Eurofocus | Adnkronos


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OpenAI annuncia una tastiera per Codex in collaborazione con Work Louder


Lancio fissato per il 15 luglio 2026.
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In breve:


OpenAI ha anticipato una collaborazione hardware in uscita il 15 luglio. Secondo l'articolo, il partner è Work Louder e il prodotto è una tastiera compatta con tasti programmabili pensata per sviluppatori e creativi: il Creator Micro 2, in una versione brandizzata Codex. Il teaser parla di "upgrade per le shortcut di Codex", ma i dettagli ufficiali non sono ancora stati divulgati.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI teases Codex-branded hardware collaboration coming, here's what to expect - 9to5Mac
OpenAI just teased an upcoming collaborative hardware project that’s set to launch in July. From the looks of it, OpenAI...
9to5MacZac Hall


Alternativa in italiano:

OpenAI compie il primo passo nell'hardware con un accessorio Codex (e non c'entra Jony Ive)
L'account sviluppatori di OpenAI ha mostrato la silhouette di un dispositivo a pulsanti nato con Work Louder, nota per i suoi macro pad: un pannello fisico per le scorciatoie di Codex, in arrivo il 15 luglio. Nessun legame col progetto di Jony Ive
Hardware Upgrade

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Apple acquisisce una startup vincitrice dell'Apple Design award for innovation


Lo strumento si chiama Play ed è per sviluppatori Swift.
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Apple ha acquisito Rabbit 3 Times, la società newyorkese dietro Play: un tool visuale che permette agli sviluppatori di prototipare progetti Swift e vedere i risultati in tempo reale, poi esportarli in Xcode tramite un servizio a pagamento. Lo strumento aveva vinto un Apple Design Award per l'innovazione nel giugno 2025. Il deal, riportato all'UE a febbraio 2026 nell'ambito del Digital Markets Act, non è una classica acquisizione: Apple ha comprato asset e si è riservata la possibilità di assumere alcuni dipendenti. Dopo l'accordo, il servizio di esportazione verso Xcode è diventato gratuito per facilitare la transizione, e il sito della società è offline. L'app risulta non più disponibile.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple acquires another Swift development firm
After giving it an Apple Design award for innovation, Apple has now bought Rabbit 3 Ties, Inc, which made a visual Swift development tool called Play.
AppleInsider


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Anthropic lancia Claude Sonnet 5


Un modo meno costoso per gestire gli agenti.
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Anthropic ha rilasciato Claude Sonnet 5, versione aggiornata del suo modello di medie dimensioni, ottimizzata per task agentici come pianificazione, uso di tool e coding autonomo. Le prestazioni si avvicinano a quelle di Opus 4.8, ma a un prezzo inferiore: $2 per milione di token in input e $10 per milione in output fino al 31 agosto, dopo i quali saliranno rispettivamente a $3 e $15. Sonnet 5 è più economico di Opus 4.8, GPT-5.5 di OpenAI e Gemini 3.1 Pro di Google, anche se Gemini 3.5 Flash resta più conveniente. Da oggi è il modello predefinito per i piani gratuiti e Pro. Sui benchmark, Sonnet 5 segna 63,2% nell'agentic coding contro il 69,2% di Opus 4.8 e il 58,1% del precedente Sonnet 4.6, e supera leggermente Opus 4.8 nei test di knowledge work. Miglioramenti anche sulla sicurezza: meno sycophancy, meno allucinazioni, maggiore resistenza ai prompt injection rispetto a Sonnet 4.6, anche se il livello rimane inferiore a Opus 4.8 su comportamenti disallineati e task di cybersecurity avanzati.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic launches Claude Sonnet 5 as a cheaper way to run agents | TechCrunch
Anthropic’s Claude Sonnet 5 brings stronger agentic capabilities, lower pricing, and improved safety, positioning the model as a cheaper alternative to Opus, GPT-5.5, and Gemini Pro.
TechCrunchRebecca Bellan


Alternativa in italiano:

Ecco Claude Sonnet 5, Anthropic scommette sugli agenti AI
Meno chatbot, più lavoratori digitali. La sfida si sposta dai benchmark alla produttività: AI che pianificano, usano strumenti e portano a termine il lavoro.
Il Sole 24 ORE

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Meanwhile, in Germany...


LLMs against journalism: the Casdorff scandal
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Meanwhile, in Germany...


A few days ago, I was amused to read about what’s considered a scandal here in Germany: it turns out that the former publisher and editor-in-chief, and now columnist, of Berlin’s Tagesspiel, Carl-Andreas Casdorff, used “Artificial Intelligence” to write his opinion pieces.

Don’t laugh: the journalism profession still retains a certain dignity, at least for now.

In any case, upon discovering the matter, the Tagesspiel editorial board removed the offending article and other suspicious pieces from the website pending an investigation, while temporarily suspending the columnist, who has made the necessary mea culpa:

“I made a colossal mistake, damaging the reputation of the publication and my own. For this, I offer my most sincere apologies. In my articles, I used the term ‘Artificial Intelligence.’ I should have clarified this, and consequently, I should not have allowed the articles to be published.”
dw.com, June 21, 2026


Casdorff clearly embodies the Zeitgeist, the spirit of the times, because around the same time, another publication, the Frankfurt-based Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), removed from its website an op-ed by the prime minister of Thuringia, article which had also been written using so-called “Artificial Intelligence,” that is, a language model.

And since we Italians are a bunch of slackers while the Germans are such serious people, none other than Mathias Döpfner, the CEO of Axel Springer, weighed in on the matter.

This joker, in an effort to condemn the FAZ’s decision, could think of nothing better than to ask a language model himself for a polemical comment accusing the FAZ of rejecting modern technologies and comparing their decision to “a desperate attempt by the horse-and-carriage lobby to ban automobiles.”

I’m sure Herr Döpfner thinks he’s very clever and intelligent; after all, he is the CEO. But I think he’s just being a pretentious imbecile, and specifically, that the depth of his analysis on this technological issue is less than what you’d find in a high school student.

This so-called “rejection of new technologies” has been the employers’ argument ever since the invention of the steam loom, and after centuries, it’s still utter bullshit.

The point is that no one “rejects” new technologies, for the simple fact that the acceptance of a technology is a social choice, not an inevitability.

History is full of technologies that we as a society have simply chosen to discard.

Slavery, child labor, debt bondage like that in Downton Abbey, asbestos, chemical weapons, landmines, indiscriminate surveillance, certain drugs (thalidomide, anyone?), certain herbicides, certain genetic modifications in food, animals, and humans…

The notion that certain technologies are inevitable, the “this is the future; adapt or perish” argument, stems from the convergence of 1960s American libertarianism and capitalist libertarianism, what has been dubbed the “Californian ideology.”

For a quick illustration of what I’m saying, just recall that the very same arguments (and often the very same people), who today advocate for the inevitability of language models passed off as “Artificial Intelligence”, were used word for word just yesterday to claim that the Metaverse was inevitable. And the day before yesterday, they were used to promote blockchain.

Or, if you want to get fancy, you can dust off some vintage Keynes (John Maynard, 1930) and his prediction that the workweek in 2030 would be 15 hours.

Anyone who goes on and on about “the future will be this or that” just wants to sell something, if nothing else, themselves as a “futurist.” Which is really just being an astrologer with poor imagination, but it’s still better than working.

At this point, a researcher, Vera Katzenberger from the University of Leipzig, also enters the picture. She says that the Casdorff case is important because it undermines trust in journalism; the public reads newspapers for the experience or perspectives of certain authors, and if the opinion pieces are generated by “Artificial Intelligence,” it interferes with the way public opinion is formed; the public might feel deceived.

So far, I have no objections, but then Katzenberger digs in:

This is a problem because “Artificial Intelligence” has no values, no political positions, and no sense of responsibility.
(ibid.)


Now, come on. One out of three? I'm expecting more from a researcher.

As always, the problem lies in the language we use when discussing so-called “Artificial Intelligence.” For starters, it’s wrong and counterproductive to call it that: we’re actually talking about language models, that is, statistical engines for generating plausible-sounding texts.

Or, if we want to use my preferred terminology, we’re talking about bullshit generators. The fact that the texts are plausible doesn’t change the fact that they’re generated by rolling dice.

And then we insist on using anthropomorphic language, talking about language models as if we were talking about people.

A language model—which is a program—does not “have” characteristics in the same sense that a human being, or any living creature, does; that’s just the delusion of those who turn technology into a religion (and of advertisers, who tell you that the refrigerator, deodorant, or sedan they’re trying to sell has a “personality”).

At most, a language model may exhibit biases in the way content is generated, if the bias is present in the training data or is explicitly provided as an instruction (so-called “guardrails” are nothing more than preferential steering of the engine’s results, that is, bias).

A brief technical explanation. Language models are an application of techniques known as “machine learning”: a program is fed data, and the program “learns” (strictly between quotation marks), that is, it identifies recurring patterns within that data. Feed ten million photos of cats to a machine learning model, and the program can determine whether a new photo contains a cat.

Has the program understood what a cat is? Of course not. It only knows how colors and shapes are distributed, pixel-wise, in the photos of cats it has seen. Give it a new photo, and the program will say whether the photo contains a cat. Sometimes the answer will be correct.

Feed the program a few billion written pages, and the program reconstructs, from the examples it receives, the rules governing the construction of meaningful sentences.

Has the program learned to speak and respond? No. But it has analyzed enough questions and answers to be able to construct a response sentence when you give it a question sentence. Sometimes, the response sentence makes sense, and sometimes it’s even correct.

The program executes the same instructions, whether to provide an answer that we recognize as correct or one that we recognize as incorrect. There is no knowledge, no model of the world, and no constraint of reality within the program. The program generates sentences; it is the user who evaluates them against reality.

So yes, obviously the program has no sense of responsibility; the program only sees the correlations between the words of the language we speak, and a sense of responsibility is no more present there than it is in a coin toss or a roulette ball—which, if we accept the techbros’ reasoning, also “decide” things.

Another quick technical aside.

Machine learning works. But how well it works depends on the quality of the input data. The old adage “Garbage In, Garbage Out” applies to today’s language models just as much as it did to FORTRAN or COBOL programs sixty years ago.

Before creating DataKnightmare, I briefly thought I could work in Data Science. So I created my own methodology, which I called the “Eightfold Way to Data Science,” modeled after the Eightfold Path to Virtue in Buddhism.

The first three steps were:

  1. Correct selection of sources, that is, where we collect the data
  2. Correct collection—that is, which data we select from what’s available
  3. Correct validation of the collected data, that is, verifying that the data is in the required format and has the values we expect. For example, a date is a date, but is it day-month-year, month-day-year, or year-month-day?

Now, my point was simple. Any idiot can just collect data. You need to know what the data is, how it was collected, and you need to check for any errors or biases in the collection process.

This is why I gave up on Data Science: I was talking about a discipline, but executives would say, “well, we have this data; let’s try and do something with it, and while we’re at it, let’s make sure that ‘something’ tells us what we want to hear.”

Because it’s easy to say that the company is data-driven, but if an executive says one thing and statistics say the opposite, how does that make the executive look?

I saw data as a tool for investigating reality and guiding decisions. Executives saw it as something to justify their decisions by cloaking them in an objectivity they didn’t possess.

Let’s call it like it is: almost all corporate archives are absolutely worthless but can be used to justify one thing or its opposite, simply because there’s no control over the quality of the data collected.

At this point, what can we say about language models as an application of machine learning? Their input is indiscriminately all text, of any kind, available on the Internet. And we know that on the Internet, there’s everything and its opposite. But not in equal measure.

There are detailed, precise, rigorous materials, the production of which required years of study and work by someone. And there’s utter nonsense, deliberately fabricated content, conspiracy theories, delusions, forums full of crackpots and neo-Nazis, things my cousin told me since he’s an expert on the subject, and so on and so forth.

The latter are vastly more widespread than the former, but the language model swallows it all without distinction and then averages it out. Even without being experts in data quality, what level of quality would you save can the result possibly have?

When I say that language models are the dumbest and crudest application of machine learning, this is what I mean.

The thing you turn to when seeking answers about your life, your health, or your work, the thing you call “Artificial Intelligence” because that’s what you’ve been told it is, is nothing more than the weighted average of all that, good and bad, flowers and shit, is found on the internet: blended, sweetened, colored to your liking, and served up; and you eat it as if it were a delicacy.

I’m not saying you’re stupid; I’m saying they’ve been taking you for a ride and want to keep doing it, for a fee. You might as well stop listening to them.

OK, sorry for the digression, but these things need to be understood properly; now let’s get back on track. The researcher from Leipzig tells us that the problem is that:

…“Artificial Intelligence” has no values, no political stances, and no sense of responsibility.
(ibid.)


We’ve realized that “Artificial Intelligence” is a misleading term, but even so, the only trace of a “sense of responsibility” in a language model can be, at most (I say “at most” because there’s also Grok), the so-called “guardrails,” those post-hoc instructions that are supposed to (the hypothetical conditional is a must) prevent the language model from explaining how to produce a chemical weapon or from spouting neo-Nazi rhetoric.

We know full well that “guardrails” only work in the minds of those trying to sell them, because they run counter to the inescapable fact that a statistical engine will function as a statistical engine even if we tell it not to. “Guardrails” are like writing “don’t roll this” on the sides one through five of a die and hoping that thanks to this it will always roll a six. Seriously, that’s what they’re selling you, that's what you are paying for.

And what about values and political positions? Those will reflect the input data, and therefore will strongly favor the values and positions that are most frequently repeated, regardless of them being right or wrong. Open Instagram or any social media platform and see the results for yourself.

As the icing on the cake, there’s always the possibility that the owner of the language model will add other “guardrails” to defend the values and political positions they prefer, or that suit their purposes. And, of course, they’re under no obligation to tell anyone about it.

There you have it. The way I see it, the problem isn’t that the language model lacks values or political stances. At the very least, the language model reflects the values and stances most prevalent online, and that alone is a problem. And perhaps it even gets a little extra help. To consider such a tool politically neutral is sheer madness.

And that’s not all. Because there’s already a study showing that even when used just for a first draft, the language model influences the language that will appear in the final version, in terms of style, vocabulary, and content.

A writer who lets the language model take the lead, even if only for brainstorming or to use it as one would a human listener, is agreeing to be led, slowly but surely, at best toward generally acceptable values and positions, and at worst, toward the values and positions favored by the owner of the language model.

Gaslighting as a Service; what a wonderful idea.

The language model never gets tired; it speaks and responds like a person, and we’ve evolved to listen to people, not to treat them like objects. So when the model presents you with an argument you might never have used yourself, you don’t reject it out of hand: you turn it over and over in your mind, tweak the style a bit, and maybe even come to accept it. In other words, you’ve decided what you think with a roll of the dice; maybe even loaded ones.

I don’t like stating the obvious, but there’s this great quote from Dune by Frank Herbert:

Once upon a time, men entrusted machines with the task of thinking for them in the hope that this would set them free. But this only allowed other men who owned the machines to enslave them.


Do something revolutionary: think for yourself.

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)
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Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Il giornalista dei dati ritiene che i mercati delle previsioni sottovalutino il partito. Per il Senato la corsa resta più incerta, attorno al 40-45%.
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Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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Gli Stati Uniti pagano 129 milioni di dollari per fermare un parco eolico


È il quarto accordo con cui la Casa Bianca convince le aziende a rinunciare alle concessioni per l'eolico in mare: il governo ha già speso più di 2,5 miliardi di dollari

L'amministrazione Trump pagherà 129 milioni di dollari a Duke Energy, una delle maggiori società elettriche degli Stati Uniti, perché rinunci a costruire un parco eolico al largo della costa del North Carolina. È il quarto accordo di questo tipo con cui la Casa Bianca convince un'azienda ad abbandonare un progetto di energia eolica in mare.

L'intesa è stata annunciata lunedì dal Dipartimento dell'Interno, il ministero che gestisce le terre e le acque federali. Duke rinuncia volontariamente alla concessione nell'area di Carolina Long Bay, tra le 15 e le 22 miglia, circa 24-35 chilometri, al largo del sud-est del North Carolina. Il governo le rimborsa i 129 milioni, poco meno di quanto l'azienda aveva pagato sotto l'amministrazione Biden per ottenere la concessione.

Il progetto era ancora in fase iniziale e la costruzione non era cominciata. Duke aveva acquisito la concessione nel 2022 e stimava che l'area potesse produrre fino a 1,6 gigawatt di energia eolica, abbastanza per alimentare 375.000 case entro il 2032. Nel 2025 l'azienda aveva sospeso lo sviluppo per rivedere costi e condizioni del progetto.

Duke reinvestirà i 129 milioni in altre fonti di energia, possibilmente reattori nucleari, gas naturale e aggiornamenti della rete elettrica, entro la fine dell'anno. Kodwo Ghartey-Tagoe, amministratore delegato di Duke Energy Carolinas, in una dichiarazione ha detto che l'accordo permette di spendere quella cifra in modi che vanno a diretto vantaggio dei clienti e delle comunità nelle Carolinas.

Da quando il presidente Trump è tornato alla Casa Bianca, ha mantenuto la promessa elettorale di bloccare i nuovi progetti eolici e ostacolare le altre fonti rinnovabili. L'amministrazione ha già cancellato concessioni per miliardi di dollari, comprese quelle delle società Invenergy e TotalEnergies. Le decisioni proseguono nonostante la domanda crescente di elettricità da parte dei data center e delle nuove fabbriche.

L'anno scorso il Dipartimento dell'Interno aveva ordinato lo stop ai lavori di altri cinque parchi eolici sulla costa orientale, sostenendo che le turbine in movimento potessero interferire con i radar militari e minacciare la sicurezza nazionale. Diversi giudici federali hanno però annullato gli ordini di sospensione, perché non convinti dagli argomenti dell'amministrazione. Dopo le sconfitte in tribunale il governo ha cambiato strategia e ha iniziato a pagare gli sviluppatori perché rinuncino da soli.

Il primo accordo era arrivato a marzo con la società francese TotalEnergies: quasi 1 miliardo di dollari per abbandonare due parchi eolici, uno al largo di New York e l'altro nella stessa area del North Carolina. Sette stati a guida democratica hanno fatto causa all'amministrazione per quell'intesa, definendola un uso illegale dei soldi dei contribuenti. Con l'accordo annunciato per Duke, il governo ha finora impegnato più di 2,5 miliardi di dollari per convincere le aziende a rinunciare alle concessioni.

Il Segretario dell'Interno Doug Burgum ha elogiato il presidente, sostenendo che sta realizzando la sua visione di un'energia americana "accessibile e affidabile" che mette al primo posto i cittadini. Burgum ha ripetuto la sua tesi secondo cui i parchi eolici in mare minacciano la sicurezza nazionale.

Il governatore del North Carolina, il democratico Josh Stein, ha criticato l'accordo dicendo che l'amministrazione "sta costringendo le aziende ad abbandonare l'energia pulita e l'industria si piega come una sedia da spiaggia". Ha aggiunto che il suo stato aveva bisogno dell'energia e dei posti di lavoro che il progetto avrebbe creato. Pasha Feinberg, esperta di eolico in mare del Natural Resources Defense Council, un'organizzazione ambientalista, ha definito controproducente cancellare progetti di energia pulita proprio mentre serve più elettricità, non meno.

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Negli Stati Uniti lo ius soli non è così popolare


I sondaggi vanno da un vantaggio di 42 punti per i favorevoli a uno di appena 9: tutto dipende da come la domanda descrive lo status dei genitori. La Corte Suprema deciderà a giorni.
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Il sostegno degli americani alla cittadinanza per nascita oscilla enormemente da un sondaggio all'altro. La ragione non è cosa pensano davvero, ma come i sondaggisti scrivono la domanda. Un sondaggio della Quinnipiac University, un ateneo che realizza rilevazioni politiche, ha trovato il 69% di favorevoli e solo il 27% di contrari. Altri istituti hanno misurato un vantaggio dei favorevoli molto più stretto. In un caso il risultato si è perfino capovolto.

La cittadinanza per nascita è il principio per cui chiunque nasce su suolo statunitense diventa automaticamente cittadino, a prescindere dallo status migratorio dei genitori. È una forma di quello che in Italia si chiama ius soli. Si fonda sulla prima frase del Quattordicesimo Emendamento della Costituzione, secondo cui tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti sono cittadini del Paese. Nel 1898 la Corte Suprema, il più alto tribunale federale, stabilì che la regola vale per chiunque nasca sul territorio americano, con poche eccezioni come i figli dei diplomatici e delle famiglie reali straniere.

Sondaggio · Stati Uniti
Il sostegno alla cittadinanza per nascita va dal 47% al 69% a seconda del sondaggio
Favorevoli e contrari alla cittadinanza per nascita per tutti i nati negli Stati Uniti · cinque sondaggi tra aprile e giugno 2026
Focus America

Contrari
Non si esprime
Favorevoli

Quinnipiac

27%

69%

AP-NORC

33%

65%

Data for Progress

40%

55%

Ipsos/Reuters

41%

55%

YouGov

38%

47%

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi raccolti da FiftyPlusOne.news. Per ogni istituto, le quote di favorevoli e contrari alla cittadinanza per nascita per tutti i bambini nati negli Stati Uniti; il resto non si esprime. La linea tratteggiata segna il 50%.

Quel precedente ha retto per oltre un secolo. Nel gennaio 2025 il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare la cittadinanza per nascita ai soli bambini nati da genitori con la cittadinanza o con un permesso di soggiorno permanente. Quasi subito il provvedimento è finito in tribunale e oggi è uno degli ultimi casi che la Corte Suprema deve ancora decidere in questa sessione, con una sentenza attesa nei prossimi giorni.

Quasi tutti i sondaggi danno la maggioranza degli americani a favore della cittadinanza per nascita così com'è, ma il vantaggio dei favorevoli cambia moltissimo da un istituto all'altro: si va da 9 punti fino a 42. A spostarlo è quasi sempre il modo in cui è costruita la domanda. Quando il quesito mette l'accento sullo status legale dei genitori, il sostegno scende.

Il vantaggio più stretto emerge da un sondaggio di YouGov, una società demoscopica: il 47% si dice favorevole alla cittadinanza per nascita e il 38% contrario, appena 9 punti di distacco. Lì la domanda era costruita attorno agli immigrati irregolari: chiedeva se si fosse d'accordo a limitare la cittadinanza per nascita smettendo di concederla ai bambini nati negli Stati Uniti da immigrati senza documenti o da alcuni visitatori temporanei. Anche Data for Progress, che pure insisteva sullo status dei genitori, restava su un vantaggio contenuto: il 55% di favorevoli contro il 40% di contrari.

Un sondaggio di Ipsos per l'agenzia Reuters mostrava un vantaggio simile, il 55% contro il 41%, nonostante una domanda neutra: chiedeva soltanto se si fosse favorevoli o contrari a porre fine alla cittadinanza per nascita, quella che rende cittadino chiunque nasca negli Stati Uniti. Qui pesava un altro meccanismo, noto come priming, cioè il condizionamento delle risposte attraverso una domanda posta poco prima. Subito prima, infatti, il sondaggio aveva chiesto se fosse un bene o un male che i bambini nati negli Stati Uniti siano cittadini dalla nascita a prescindere dallo status legale dei genitori. Così, anche se la domanda vera era neutra, gli intervistati erano già stati spinti a pensare allo status dei genitori.

All'estremo opposto, il sondaggio della Quinnipiac University, con il vantaggio più ampio di 42 punti, non presentava la questione come una scelta politica ma come un problema di precedente giuridico. Invece di chiedere direttamente se si fosse favorevoli alla cittadinanza per nascita, domandava se la Corte Suprema dovesse mantenere o ribaltare la sua sentenza del 1898, ricordando che in base a quella decisione chiunque nasce negli Stati Uniti è cittadino a prescindere dalla cittadinanza dei genitori. È una formulazione molto diversa e probabilmente spiega buona parte del divario nei risultati.

Un sondaggio di McLaughlin & Associates, condotto a maggio, dava la cittadinanza per nascita addirittura in minoranza, con uno svantaggio di 25 punti. La domanda, però, era così sbilanciata da suggerire la risposta. Prima spiegava agli intervistati che il Quattordicesimo Emendamento era stato scritto dopo la guerra civile per rendere cittadini gli schiavi liberati e che oggi viene interpretato in modo da rendere automaticamente cittadino qualsiasi bambino nato su suolo americano, anche se entrambi i genitori erano entrati illegalmente o erano arrivati con un visto turistico. Poi chiedeva se si fosse d'accordo a riservare la cittadinanza ai figli dei cittadini o di chi ha un permesso permanente, definendo questo l'intento originario dell'emendamento. Una formulazione del genere rende il risultato difficilmente paragonabile agli altri e per questo non rientra nel confronto.

Lo stesso intervistato può dare risposte opposte nella stessa rilevazione. In un sondaggio di AP-NORC, centro di ricerca legato all'agenzia di stampa Associated Press, il 65% si è detto favorevole contro il 33% di contrari quando la domanda chiedeva in generale se tutti i bambini nati negli Stati Uniti debbano ricevere automaticamente la cittadinanza. Ma nello stesso sondaggio quasi la metà, il 49%, ha detto che i figli di genitori presenti illegalmente nel Paese non dovrebbero ottenerla in automatico.

Sono atteggiamenti simili a quelli emersi prima delle elezioni del 2024, quando gli elettori dicevano di sostenere l'espulsione di tutti gli immigrati irregolari, ma allo stesso tempo si opponevano a rimpatriare chi non aveva precedenti penali o a separare i genitori senza cittadinanza dai figli cittadini. Gli americani, insomma, sembrano in parte favorevoli alla cittadinanza per nascita, ma restii a concederla ai figli di chi è entrato illegalmente. Per questo il modo in cui viene posta la domanda pesa così tanto sulle risposte e rende difficile capire cosa pensino davvero.


Alla Corte Suprema crescono le spaccature tra giudici conservatori e progressisti


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha già emesso quest'anno più sentenze divise sei a tre lungo le linee ideologiche di quante ne avesse pronunciate in tutto l'anno giudiziario precedente, e deve ancora decidere i suoi casi più delicati. Il dato arriva mentre i nove giudici corrono a chiudere le cause più divisive entro la fine del mese.

La Corte è composta da sei giudici di orientamento conservatore e tre progressisti, quindi una spaccatura ideologica si traduce quasi sempre in un voto sei a tre. Dall'inizio dell'anno questo è accaduto sette volte, una in più rispetto a tutto l'anno scorso, prima ancora che i giudici affrontino i casi più importanti sui poteri del presidente e sui diritti delle persone transgender.

Martedì quattro delle cinque sentenze depositate sono state sei a tre. Una ha impedito a un uomo di religione rastafariana di fare causa agli agenti penitenziari che, violando una legge federale, gli avevano tagliato i dreadlocks. Un'altra ha consentito alla Exxon di citare in giudizio per una proprietà confiscata dal governo cubano nel 1960.

La decisione sei a tre più importante dell'anno è la sentenza di aprile che ha svuotato il Voting Rights Act, la legge che dal 1965 tutela il diritto di voto delle minoranze, della sua capacità di incidere sulle dispute relative ai collegi elettorali. La pronuncia ha permesso ai repubblicani di ridisegnare rapidamente i confini dei collegi in Stati del Sud come Louisiana e Alabama a proprio vantaggio in vista delle elezioni di metà mandato di quest'anno.

I conteggi non comprendono le decisioni prese sul cosiddetto registro d'emergenza, la procedura d'urgenza con cui la Corte decide rapidamente senza un'udienza pubblica completa, dove i due schieramenti si sono divisi ancora più spesso.

David Cole, docente di diritto alla Georgetown University ed ex direttore legale dell'American Civil Liberties Union, la principale organizzazione americana per i diritti civili, ha definito la tendenza a decidere i casi importanti sei a tre lungo linee di partito un problema serio per la legittimità della Corte. "I giudici dovrebbero essere guidati dal diritto, non dalla politica", ha detto. Anche quando le divisioni riflettono visioni giuridiche diverse e non la politica, ha aggiunto, più i giudici si dividono lungo linee di partito meno credibilità ha la Corte come istituzione.

Alcuni dei casi più importanti hanno però visto conservatori e progressisti dalla stessa parte. A febbraio la Corte ha bocciato i dazi globali imposti dal presidente Donald Trump con una maggioranza che comprendeva tre conservatori e tre progressisti. La settimana scorsa ha stabilito all'unanimità che il Secondo Emendamento, che tutela il diritto di portare armi, impediva al governo di disarmare un uomo del Texas solo perché fa uso abituale di marijuana.

I giudici tendono a minimizzare le sentenze sei a tre e ricordano l'ampia quota di casi decisi all'unanimità, che però riguardano di solito questioni più tecniche e di minore portata. "Mi infastidisce perché non è accurato", ha detto il mese scorso la giudice conservatrice Amy Coney Barrett, parlando al George W. Bush Presidential Center. La quota molto più alta di sentenze unanimi, ha aggiunto, "non è la narrazione che viene dipinta dai media".

Parlando alla Reagan Library, il giudice Neil Gorsuch ha fatto un ragionamento simile. "Nove persone anziane nominate da cinque presidenti diversi nell'arco di trent'anni, da tutto il paese, e siamo in grado di risolvere all'unanimità il 40% dei casi su cui i tribunali di grado inferiore non erano d'accordo", ha detto Gorsuch, primo giudice nominato da Trump alla Corte. "Credo che sia qualcosa".

Più della metà delle 46 sentenze depositate finora è stata decisa all'unanimità, una quota leggermente superiore a quella dello stesso periodo dell'anno scorso. Le decisioni più grandi e complesse, però, arrivano negli ultimi giorni dell'anno giudiziario e raramente sono unanimi. Con una decina di casi ancora in attesa di una pronuncia, la quota di decisioni unanimi è destinata a calare. Tra il 2020 e il 2024 quasi il 14% delle sentenze nel merito si è diviso lungo linee ideologiche, secondo i dati raccolti da SCOTUSblog.

I giudici si attaccano sempre più spesso, negli atti scritti e in pubblico, sul proprio ruolo nei casi sui collegi elettorali. "I tribunali sono apolitici", ha detto il mese scorso la giudice progressista Ketanji Brown Jackson, la più giovane della Corte. "Dobbiamo essere scrupolosi nell'attenerci ai principi e alle regole che applichiamo in ogni caso e non sembrare di fare qualcosa di diverso in questo tipo di contesto". Il giudice conservatore Samuel Alito ha replicato in una breve opinione definendo le sue osservazioni "banali nel migliore dei casi" e "infondate e offensive". "Quale principio ha violato la Corte?", ha scritto Alito.

Sempre martedì la Corte si è divisa sei a tre in una decisione che renderà più facile per il governo espellere i titolari di green card, il permesso di soggiorno permanente, condannati per alcuni reati. Si è divisa allo stesso modo in una sentenza che impedisce ai membri del movimento religioso Falun Gong di fare causa alla Cisco per aver venduto apparecchiature al governo cinese che, secondo loro, avrebbero favorito le torture contro il gruppo.

Nei prossimi giorni la Corte dovrebbe pronunciarsi sul tentativo del presidente di porre fine alla cittadinanza per nascita, cioè la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano, come è stata intesa per oltre un secolo. Deciderà anche sul tentativo di rimuovere Lisa Cook, una dei governatori della Federal Reserve, la banca centrale americana. Dalle discussioni in aula, queste due decisioni potrebbero vedere insieme conservatori e progressisti.

Restano in attesa anche i casi sul potere del presidente di rimuovere i vertici di altre agenzie indipendenti, come la Federal Trade Commission che vigila sulla concorrenza, di respingere i richiedenti asilo al confine e di cancellare le protezioni temporanee dall'espulsione per i cittadini haitiani e siriani. La Corte esamina poi un importante caso sul Secondo Emendamento relativo a una legge delle Hawaii che rende più difficile portare armi negli esercizi privati aperti al pubblico, come i negozi. Valuta infine due leggi di West Virginia e Idaho che vietano alle ragazze transgender di gareggiare nelle squadre sportive femminili. Tutti questi casi possono dividere la Corte sei a tre.


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Trump valuta 250 grazie presidenziali per i 250 anni degli Stati Uniti


La Casa Bianca discute di annunciarle per l'anniversario dell'indipendenza. L'idea ha scatenato una corsa al lobbying, con intermediari che chiedono fino a 2 milioni di dollari a grazia.

La Casa Bianca sta discutendo se annunciare una raffica di grazie presidenziali come momento centrale delle celebrazioni per i 250 anni dell'indipendenza americana, nel fine settimana del 4 luglio. L'idea, riferita dall'Atlantic sulla base di quattordici persone informate delle conversazioni, è stata sintetizzata in una formula: "250 grazie per 250 anni". Metterebbe uno dei poteri costituzionali più delicati del presidente al centro della festa nazionale.

La grazia è il potere con cui il presidente può cancellare o ridurre una condanna penale. I predecessori di Trump lo hanno quasi sempre usato con discrezione, spesso firmando i provvedimenti nelle ultime ore di mandato. Trump no. Nel suo secondo mandato lo ha esercitato senza freni: il primo giorno alla Casa Bianca ha graziato o commutato la pena a quasi 1.600 persone coinvolte nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, e da allora ha parlato apertamente della possibilità di concedere grazie preventive a collaboratori e alleati.

Il presidente non aveva ancora ricevuto la proposta formale venerdì scorso e l'idea potrebbe non arrivare mai sulla sua scrivania, ha detto un funzionario della Casa Bianca. I suoi consiglieri sono divisi sull'opportunità di un provvedimento di massa per l'anniversario. Uno di loro ha riferito che alcuni sondaggi suggerivano un possibile vantaggio politico per il presidente, ma che un'azione entro il 4 luglio era improbabile. Il Wall Street Journal aveva scritto il mese scorso che si stava valutando di concedere 250 grazie.

Chi sostiene il piano dice che servirebbe a rafforzare l'immagine di "Trump il misericordioso" e a sottolineare l'autorità esclusiva del presidente. Nel frattempo la prospettiva di una grazia di massa ha scatenato una corsa internazionale al lobbying e agli affari, in cui anche una minima vicinanza al presidente può essere monetizzata.

Cinque funzionari attuali ed ex dell'amministrazione e nove tra avvocati, lobbisti e altre figure legate all'entourage di Trump hanno raccontato all'Atlantic che la competizione per ottenere clemenza è stata intensa. Un avvocato penalista l'ha definita "un circo a tre piste", un ex funzionario "una follia". Un ex collaboratore di Trump avvicinato per facilitare una grazia ha descritto la spinta a entrare nei possibili 250 come qualcosa di diverso rispetto al primo mandato: "Adesso è tutto allo scoperto", ha detto, "ora è il momento".

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che il presidente "prende sul serio il suo assoluto potere costituzionale di concedere grazie e commutazioni" e che esiste "un rigoroso processo di revisione" affidato al Dipartimento di Giustizia, il ministero che gestisce la giustizia federale, e all'ufficio legale della Casa Bianca, con il presidente come decisore finale.

Gli avvocati raccontano di essere stati sommersi di richieste man mano che la voce dei 250 provvedimenti circolava, al punto che alcuni studi legali faticano a stare dietro alla domanda. "In trent'anni di professione non ho mai visto niente del genere", ha detto un altro avvocato all'Atlantic, "sono esausto".

Lo sforzo "250 per 250" è sostenuto in parte da Alice Johnson, diventata a febbraio la prima "zar delle grazie" del paese, una figura incaricata di gestire le richieste di clemenza, oltre che dal funzionario del Dipartimento di Giustizia Edward R. Martin Jr. e da altri vicini al presidente. L'obiettivo dichiarato è legare il tema della libertà del 4 luglio alla correzione di pene considerate troppo dure o della presunta "strumentalizzazione" della giustizia da parte dei predecessori democratici.

I consiglieri del presidente non concordano sull'utilità politica della mossa. Per alcuni rafforzerebbe il sostegno tra gli alleati, per altri sarebbe dannosa in una fase di consensi bassi e di appoggio in calo tra i repubblicani del Congresso. Il mese scorso esponenti del partito di Trump avevano apertamente storto il naso davanti a un piano del Dipartimento di Giustizia per versare 1,776 miliardi di dollari a chi sostiene di essere stato preso di mira dal governo.

Tra le persone considerate per una grazia ci sono il fuggitivo malese Low Taek Jho, noto come "Jho Low", ricercato per il presunto ruolo in una frode finanziaria internazionale che ha sottratto miliardi di dollari attraverso la società 1MDB, e Pras Michel, del gruppo musicale dei Fugees, condannato per aver cospirato con Jho Low e un funzionario del governo cinese in una campagna di lobbying per chiudere le indagini penali americane sulla vicenda. C'è anche Nicole Daedone, cofondatrice dell'azienda di "meditazione orgasmica" OneTaste, condannata a nove anni per il suo ruolo in una cospirazione per lavoro forzato. I rappresentanti legali di Michel e una portavoce di OneTaste hanno negato qualsiasi coinvolgimento o contatto con il governo sul tema delle grazie.

Un avvocato vicino alle trattative ha riferito che si è parlato anche di "individui molto ricchi e ben introdotti" provenienti da India, Grecia, Turchia e Francia, ai quali è stato detto che i loro casi erano allo studio. A chi ha parlato di recente con la Casa Bianca è stato spiegato che i condannati da giudici nominati da Barack Obama o Joe Biden sono visti con più favore, mentre quelli condannati da giudici nominati da Trump hanno meno probabilità di ottenere la grazia. Un portavoce del Dipartimento di Giustizia ha detto che "chiunque può presentare domanda" e che il presidente "è il decisore finale".

La procedura ordinaria passa per l'Ufficio dell'avvocato delle grazie del Dipartimento di Giustizia, che dovrebbe valutare i casi e preparare le raccomandazioni per il presidente. Ma chi conosce il meccanismo dice che è stato in gran parte sostituito da una rete informale di intermediari verso la Casa Bianca, che usano le proprie conoscenze per spingere una grazia in cambio di un compenso. "Nel nostro ambiente si sa che con 2 milioni di dollari puoi avere una grazia", ha detto un noto avvocato penalista. La tariffa corrente, secondo diversi interlocutori, va da 1 a 2 milioni di dollari, con cifre molto più alte per i casi difficili.

Liz Oyer, che ha guidato l'ufficio delle grazie sotto Biden e nei primi mesi del secondo mandato di Trump, ha scritto all'Atlantic che "Donald Trump ha trasformato il processo delle grazie negli Hunger Games", il romanzo e film in cui i concorrenti combattono per la sopravvivenza. Leavitt ha replicato che il presidente "trova detestabile che qualcuno provi anche solo ad approfittarsi delle grazie". Alcuni avvocati d'affari affermati hanno detto di non voler più assistere chi cerca una grazia con metodi che un futuro Dipartimento di Giustizia potrebbe considerare un reato, una volta che Trump avrà lasciato la presidenza.

Alcuni alleati del presidente spingono per un annuncio di grazie di massa da più di un anno e c'erano andati vicino l'anno scorso, prima che il piano venisse fermato all'improvviso. Fin dai primi giorni del secondo mandato, ha raccontato un ex funzionario, l'ufficio legale della Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia volevano far sapere di essere "aperti per affari". Per una parte dei consiglieri le grazie sono uno strumento per consolidare il consenso della base in vista delle elezioni di metà mandato, mentre altri temono che l'effetto sia opposto. Anche i repubblicani al Congresso hanno espresso preoccupazione e avvertono che un provvedimento del genere potrebbe complicare il già difficile iter di conferma del ministro della Giustizia facente funzione Todd Blanche.

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La Chiesa Presbiteriana d'America condanna il nazionalismo cristiano


Il 24 giugno l'assemblea generale della Presbyterian Church in America ha approvato la diffusione di un rapporto contro il nazionalismo cristiano. Ma tre esponenti della Chiesa contestano l'iniziativa e chiedono un ruolo più ampio del cristianesimo nel governo americano.d

La Presbyterian Church in America, una delle principali denominazioni evangeliche conservatrici degli Stati Uniti, ha assunto una posizione netta contro il nazionalismo cristiano. Il 24 giugno, durante l'assemblea generale riunita a Louisville, in Kentucky, un comitato speciale ha presentato un rapporto di 35 pagine che condanna apertamente questa corrente. I delegati hanno votato per distribuire il documento alle chiese locali e ai presbiteri. Secondo "Sojourners", che ha riportato la notizia, nessuna grande denominazione evangelica si era mai spinta così avanti.

La PCA è nata in contrapposizione alla storica Presbyterian Church USA, di orientamento più liberale. Ora si trova al centro di uno scontro che da tempo attraversa il mondo evangelico americano, dove alcuni gruppi cercano di portare ideali politici di estrema destra all'interno di spazi religiosi già molto conservatori. Anche la Southern Baptist Convention, la più grande denominazione protestante del Paese, è alle prese con tensioni simili: nella sua recente assemblea annuale a Orlando ha approvato una risoluzione contro la violenza politica e l'estremismo.

Il dissenso interno


A spingere la PCA a studiare il fenomeno è stata anche la presenza, al suo interno, di figure favorevoli a un rapporto più stretto tra cristianesimo e governo americano. Il politologo Stephen Wolfe e i pastori Zachary Garris e Sean McGowan sostengono infatti che lo Stato debba promuovere attivamente la vera religione, quella cristiana. Wolfe si definisce apertamente un nazionalista cristiano, mentre Garris e McGowan rifiutano questa etichetta. I tre hanno scritto insieme il libro "Reformed Christian Politics", in cui propongono una visione alternativa della libertà religiosa rivolta soprattutto ai loro colleghi.

"Molti cristiani americani danno per scontata una forma di governo laica", ha dichiarato Garris, pastore della PCA in Nuovo Messico. "Il nostro libro mette in discussione questa convinzione. È piuttosto semplice". Per McGowan, queste idee non sono affatto radicali rispetto alla tradizione presbiteriana riformata, che in passato dava per scontata un'America protestante. Garris ha spiegato che lui e gli altri due autori considerano ammissibili i test religiosi per l'accesso alle cariche pubbliche, pur senza chiederne per ora l'applicazione concreta. Wolfe ha però voluto precisare che il loro libro non arriva a chiedere che il governo debba arrestare gli eretici. Le loro tesi restano comunque minoritarie, come ha mostrato il voto del 24 giugno.

Il comitato presenterà ora una relazione finale alla 54ª assemblea generale, prevista nel 2027. Garris, McGowan e Wolfe sperano che il loro libro possa contribuire a modificarne l'impostazione.

Razzismo, dottrina e politica


Una parte dello scontro riguarda il rapporto tra nazionalismo cristiano e ideologie razziste. Garris e Wolfe contestano al rapporto di accostare il nazionalismo cristiano a correnti che credono nella gerarchia razziale, come il "realismo razziale" e il "kinismo". Secondo l'Anti-Defamation League, il kinismo è una setta religiosa suprematista bianca che rivendica per i bianchi il diritto divino di vivere separati dalle altre etnie. Il documento approvato dalla PCA condanna il kinismo e le altre forme di razzismo abbracciate da alcuni esponenti nazionalisti cristiani. Wolfe, Garris e McGowan, da parte loro, negano di essere kinisti, ma avrebbero preferito che il tema fosse affrontato in un rapporto separato.

Di parere opposto è il pastore del Michigan Mark Prim, secondo cui il documento ha aperto una discussione necessaria all'interno della Chiesa. "Alcune cose non le conoscevo prima di leggere questo rapporto, come l'intero concetto di kinismo", ha raccontato. "È una conversazione che dobbiamo affrontare ora. Se non la affrontiamo adesso, accadrà comunque. E se lasciamo che la questione si trascini troppo a lungo, non ci sarà più un dialogo, ma solo una lite".

Le tensioni interne hanno ad ogni modo radici profonde. Bill Nikides, fondatore di una chiesa nella North Carolina, le fa risalire alla "confluenza tra l'evangelismo riformato del XX secolo e il presbiterianesimo del Sud di vecchia scuola". Durante la Guerra Civile, alcuni presbiteriani del Sud si separarono da quelli del Nord sulla questione della schiavitù. Oggi, uno scontro di intensità diversa ma ugualmente identitario riguarda il modo in cui i cristiani dovrebbero stare dentro la politica.

Anche l'eredità dottrinale alimenta il dibattito. Il catechismo della denominazione, contenuto negli Standard di Westminster, deriva dall'edizione del 1646, in cui Chiesa e Stato restavano strettamente collegati. La Chiesa di Scozia ha mantenuto in vigore quella versione, mentre i presbiteriani americani separarono la chiesa dall'autorità civile con una revisione che risale al 1788. È proprio a quel passaggio che il comitato di studio si richiama. "Neghiamo che gli Standard di Westminster, come modificati e adottati dall'Assemblea Generale del 1788, consentano l'istituzione della Chiesa da parte dello Stato", si legge nel rapporto. Il documento nega inoltre allo Stato il diritto di favorire una denominazione cristiana rispetto alle altre o di garantire l'ortodossia all'interno della Chiesa.

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Vance e Rubio hanno due idee diverse sul Libano


Il vicepresidente tratta con l'Iran dando a Teheran un peso sul futuro libanese, il Segretario di Stato negozia a parte tra Israele e Libano. Due approcci che rischiano di scontrarsi.

Gli Stati Uniti stanno trattando il futuro del Libano su due tavoli separati, guidati da due uomini con visioni opposte e con l'ambizione di succedere a Trump. Da mesi il Segretario di Stato Marco Rubio lavora a un'intesa tra i governi di Israele e Libano per ridurre il peso di Hezbollah e permettere a Israele di ritirare le truppe dal sud del Libano. La settimana scorsa, però, il futuro libanese è finito al centro del nuovo accordo tra Stati Uniti e Iran voluto dal vicepresidente JD Vance, un'intesa che concede a Teheran un'influenza sul destino del paese.

Il risultato è una doppia trattativa su uno stesso paese, condotta da due figure molto diverse, come ricostruisce l'Atlantic. Rubio è più tradizionale e punta sui colloqui da governo a governo e sulla diplomazia ufficiale. Vance è combattivo e transazionale, e già prima della guerra aveva espresso in privato i suoi dubbi sullo scontro con l'Iran. I due sono anche i candidati più accreditati a raccogliere l'eredità del presidente.

Il memorandum d'intesa firmato la settimana scorsa da Trump, un documento lungo quattordici paragrafi, cita il Libano tre volte. Il primo paragrafo afferma che "l'accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano". Vance guida i negoziati con l'Iran, che servono a convincere Teheran a ritirare il sostegno a Hezbollah in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Né Israele né il Libano siedono a quel tavolo. I negoziati separati di Rubio puntano invece a rafforzare il debole governo libanese e a dare a Israele garanzie sufficienti per ritirarsi.

I diplomatici di Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro al Dipartimento di Stato dopo quattro giorni di colloqui, con Rubio presente. Il Dipartimento di Stato ha parlato di un "processo chiaro e strutturato" per rafforzare il governo libanese e disarmare Hezbollah. L'intesa prevede 100 milioni di dollari di aiuti umanitari in coordinamento con le Nazioni Unite e altri fondi per le forze armate libanesi. "Non sottovalutiamo in alcun modo la difficoltà del compito che ci attende" ha detto Rubio.

Vance ha scelto un approccio più transazionale per chiudere una guerra che Trump è ansioso di lasciarsi alle spalle, e si è detto pronto a costringere Israele ad accettare l'esito dei negoziati con l'Iran. Si aspetta che il governo israeliano si allinei e smetta di criticare gli sforzi americani. "Donald Trump è l'unico capo di Stato al mondo che in questo momento prova simpatia per la nazione di Israele" ha detto ai giornalisti in un briefing alla Casa Bianca. "Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei l'unico alleato potente che mi resta al mondo."

Molte incognite possono far saltare l'intero piano. Le forze israeliane continuano a scontrarsi con Hezbollah sui territori occupati e Israele controlla quasi un quinto del territorio libanese. Netanyahu ha detto la settimana scorsa che le truppe resteranno nel sud del Libano "finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno". Restano poi sul tavolo i rischi di un attacco di Hezbollah mentre Iran e Stati Uniti trattano, o di una nuova escalation tra Israele e Iran.

La storia offre un avvertimento. Dopo l'invasione israeliana del Libano nel 1982, l'allora Segretario di Stato George Shultz guidò una difficile trattativa di pace tra i due paesi. L'accordo, firmato l'anno successivo, fu salutato come un trionfo diplomatico, ma crollò nel giro di un anno. Il Libano sprofondò nel caos e le milizie sostenute dall'Iran presero di mira le forze americane. Nell'ottobre del 1983 un attentatore suicida uccise 241 militari statunitensi a Beirut.

"Non bisogna sottovalutare la complessità del Libano e come possa colpire le diverse parti se non si rispettano tutte le dinamiche e le tensioni in gioco" ha detto Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies, un centro studi di Washington. "È come un cubo di Rubik: come si fa ad allineare tutti questi fattori?"

Israele e Libano hanno trattato quattro volte dalla nascita di Israele nel 1948, e tre di quei colloqui sono stati mediati dagli Stati Uniti. Le due parti avevano raggiunto un cessate il fuoco a fine 2024, negli ultimi giorni dell'amministrazione Biden, ma le ostilità non si erano mai fermate. Nei mesi precedenti la guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, scoppiata a fine febbraio, Hezbollah aveva continuato a lanciare droni e missili contro obiettivi civili in Israele e i raid israeliani sul Libano erano aumentati.

A inizio marzo, dopo l'uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, Teheran promise rappresaglie e ordinò ai gruppi del cosiddetto "Asse della Resistenza", le milizie regionali sostenute dall'Iran, di prepararsi all'escalation. Hezbollah fu il primo ad agire. Il presidente libanese Joseph Aoun accusò Hezbollah di aver dato a Israele "un pretesto" per attaccare il Libano. A marzo Israele invase il sud del paese: l'operazione ha ucciso almeno 3.500 persone e ne ha costrette alla fuga più di un milione, secondo le Nazioni Unite.

Per settimane Vance e Rubio avevano sostenuto che il Libano fosse una questione separata dai negoziati con l'Iran. In aprile Vance disse che l'Iran sarebbe stato "stupido" a far saltare il negoziato per il Libano, "che non ha nulla a che fare con loro", e riconobbe che Israele si era detto disposto a "trattenersi un po' in Libano" per tenere in vita i colloqui.

A inizio giugno l'Iran ha attaccato Israele, sostenendo che Israele avesse violato il cessate il fuoco di aprile colpendo il Libano. Per i negoziatori americani, Vance compreso, è stato un punto di svolta: nessun accordo con l'Iran sarebbe stato possibile senza affrontare lo scontro tra Israele e Hezbollah, anche al prezzo di inserire un conflitto di lunga data in un'intesa pensata soprattutto per riaprire lo Stretto di Hormuz e fissare i termini dei colloqui sul programma nucleare iraniano.

Un alto funzionario americano ha detto che l'obiettivo è creare "un nuovo spazio" nei colloqui diretti tra Israele e Libano, mostrandosi però poco ottimista: l'accordo riguarda "soprattutto il nucleare iraniano" e la stabilità regionale verrà discussa solo in un secondo momento. Nel memorandum il Libano è citato più volte, Israele nemmeno una.

Rubio sostiene invece che il rapporto tra Israele e Libano vada gestito a parte perché "il Libano è un paese sovrano", ha detto martedì ai giornalisti ad Abu Dhabi, e ogni trattativa deve passare dal governo libanese. Negoziare con l'Iran al tavolo, secondo lui, rischia di rafforzare il ruolo di Teheran in Libano e di indebolire il governo di Beirut.

Diversi funzionari e analisti della regione concordano. Un accordo più ampio tra Stati Uniti e Iran, che imponga a Teheran di frenare le sue milizie, finisce per dare all'Iran un vantaggio negoziale, legandolo al destino del Libano. Teheran può usare la propria influenza su Hezbollah come merce di scambio, sapendo che Washington dovrà far accettare l'intesa finale sia a Israele sia al Libano. Yacoubian ritiene che l'approccio di Rubio sia comunque necessario: se gestito bene, potrebbe ridurre l'influenza di lungo periodo dell'Iran in Libano e rafforzare il governo di Beirut. Ma escludere il governo libanese dai colloqui con l'Iran, ha aggiunto, lo indebolisce ulteriormente e favorisce la strategia iraniana di scavalcarlo trattando direttamente con la propria milizia.

Vance e Rubio hanno tenuto una telefonata congiunta con il presidente libanese per aggiornarlo sui negoziati con l'Iran e su un possibile "meccanismo di monitoraggio" del fragile cessate il fuoco. Il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigot ha definito "una narrazione falsa" l'idea che i due uomini non siano sulla stessa linea.

Trump ha minacciato di tornare a bombardare l'Iran. "L'Iran deve fermare immediatamente i suoi profumatamente pagati delegati in Libano" ha scritto sui social, "altrimenti colpiremo di nuovo l'Iran molto duramente, proprio come la settimana scorsa, solo più duramente". Le tensioni sono cresciute con il nuovo attacco iraniano con droni a navi nello Stretto di Hormuz: Trump ha parlato di una "stupida violazione" della tregua e le forze americane hanno colpito siti militari iraniani.

I negoziati che portarono all'accordo nucleare del 2015 richiesero anni e videro l'Iran trattare non solo con gli Stati Uniti ma anche con Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Cina e Unione Europea. Trump stracciò quell'intesa nel 2018 e da allora punta a sostituirla con una migliore. Ma oggi le condizioni sono diverse: l'Iran è uscito rafforzato dall'aver resistito a settimane di bombardamenti americani e israeliani, mentre Washington tratta in gran parte da sola, con una lista di problemi molto più ampia.


La guerra in Iran si è chiusa con la sconfitta di tutti


La guerra in Iran si è chiusa con un accordo che per il giornalista americano Derek Thompson somiglia a "qualcosa di molto vicino a un documento di resa". In un'analisi pubblicata sulla sua newsletter, Thompson intervista Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di politica estera con sede a Washington, e ne ricava una conclusione netta: in questa guerra hanno perso tutti.

La ricostruzione parte dallo scorso febbraio, quando Stati Uniti e Israele lanciarono un attacco a sorpresa contro l'Iran, colpendo centinaia di obiettivi militari e uccidendo migliaia di membri della Guardia rivoluzionaria islamica, tra cui la guida suprema Ali Khamenei. La Casa Bianca parlò di un successo pieno, ma quattro mesi dopo, scrive Thompson, le cose sono andate diversamente. Il regime è sopravvissuto, l'Iran ha reagito chiudendo lo Stretto di Hormuz con mine, droni e missili e ha colpito le infrastrutture dei paesi vicini. Il conflitto si è trasformato in un pantano.

La settimana scorsa il presidente Donald Trump ha firmato l'intesa che chiude il conflitto. Sadjadpour la definisce "un insieme di concessioni americane così sbilanciato da sembrare scritto unilateralmente da Teheran". Dei quattordici punti principali del memorandum, secondo l'analista, uno solo chiede qualcosa all'Iran, cioè alcune concessioni sul nucleare, mentre tutti gli altri favoriscono Teheran o sono formule diplomatiche di rito. In cambio della promessa di rinunciare all'arma atomica, già fatta e disattesa in passato, l'Iran ottiene concessioni militari ed economiche e il riconoscimento di fatto del suo controllo sullo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita il 20% del petrolio e del gas mondiali.

Il punto più debole dell'accordo, per Sadjadpour, riguarda proprio lo Stretto. Il memorandum prevede che per i prossimi 60 giorni, durante i negoziati, lo Stretto di Hormuz resti aperto al traffico, ma oltre quel termine non c'è alcuna garanzia che torni a essere una via d'acqua internazionale. Se l'esito della guerra sarà che l'Iran ne mantiene il controllo amministrativo, dice l'analista, si tratterà di "un'enorme sconfitta strategica" per gli Stati Uniti. Nelle ultime 48 ore Teheran ha già minacciato di chiudere lo Stretto se Israele attaccherà il gruppo libanese Hezbollah.

Nel tentativo di togliere all'Iran l'accesso a una super-arma, la bomba atomica, gli Stati Uniti gliene avrebbero consegnata un'altra: secondo Thompson Teheran può ora installare un casello sullo Stretto di Hormuz, tassando i passaggi o bloccandoli a piacimento, come un'autostrada a pedaggio.

Il controllo iraniano sullo Stretto è soprattutto una minaccia economica per i paesi vicini, spiega Sadjadpour. L'Arabia Saudita ha dirottato il petrolio sul Mar Rosso e gli Emirati hanno trovato rotte alternative, ma il paese che ha sofferto di più è il Qatar, che condivide con l'Iran un grande giacimento di gas e per quattro mesi è rimasto quasi senza entrate, perché non ha altra via per esportare il suo gas naturale liquefatto. Anche per questo, nota l'analista, Doha ha spinto per un accordo qualsiasi.

Nessuno degli obiettivi annunciati dal presidente la notte in cui lanciò la guerra è stato raggiunto, è la valutazione di Sadjadpour. Il programma nucleare iraniano non è stato cancellato, la produzione di missili non è stata azzerata, le milizie alleate di Teheran nella regione non sono state smantellate e il regime è ancora in piedi. L'accordo non prevede lo stop ai missili a lungo raggio né la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati in Libano e Iraq, mentre la questione dell'uranio quasi pronto per la bomba resta rinviata a future trattative. I partner regionali, aggiunge l'analista, sono colpiti soprattutto dal fatto che missili e droni non siano nemmeno sul tavolo: non temono un attacco nucleare, ma l'Iran ha lanciato oltre 5.000 attacchi con missili e droni contro i suoi vicini.

Il paragone che pesa di più è quello con l'accordo nucleare firmato da Barack Obama nel 2015, il cosiddetto JCPOA, che Trump aveva definito il peggiore mai negoziato. Quell'intesa offriva all'Iran la fine delle sanzioni legate al nucleare e l'accesso ai fondi congelati in cambio di limiti stringenti sull'arricchimento dell'uranio. Per molti esperti, scrive Thompson, l'accordo del presidente è perfino più debole. Sadjadpour aggiunge una differenza di fondo: l'intesa di Obama non arrivava dopo una guerra costata ai contribuenti americani oltre 130 miliardi di dollari. Trump aveva attaccato quel patto perché restituiva all'Iran 1,7 miliardi di dollari in contanti, mentre le cifre di cui si parla ora sono nell'ordine delle decine, se non centinaia, di miliardi.

Se l'accordo è così sfavorevole, perché il presidente lo ha firmato? La risposta di Sadjadpour è che Trump "dice ad alta voce quello che andrebbe tenuto nascosto": ha ammesso di non voler essere ricordato come un nuovo Herbert Hoover, il presidente della Grande depressione, e di temere che la guerra stesse spingendo il paese verso un collasso economico. Fin dall'inizio, spiega l'analista, il regime iraniano sapeva di non poter battere gli Stati Uniti sul campo e ha puntato a sconfiggerli "nel salotto di casa", facendo salire il prezzo del petrolio e moltiplicando le esplosioni, così che gli americani vedessero il caos in televisione e poi trovassero il prezzo della benzina raddoppiato. La contraddizione più difficile da spiegare, per l'analista, è che quattro mesi fa quel regime era ritenuto tanto pericoloso da giustificare un intervento militare massiccio, mentre oggi, con un semplice cambio di uomini al vertice ma senza alcun mutamento nei suoi comportamenti, riceve enormi concessioni economiche.

Sul fronte interno la guerra ha lasciato il presidente con il peggior indice di gradimento della sua presidenza e con una parte del mondo conservatore in rivolta. Tucker Carlson, il più ascoltato podcaster di informazione del paese, ha annunciato che lascerà il Partito Repubblicano. Per Thompson è come se il conflitto fosse stato aperto e chiuso da due amministrazioni diverse. Era cominciato con il segretario di Stato Marco Rubio, capo della diplomazia americana, a dare alla Casa Bianca toni da falco neoconservatore in stile George W. Bush. Si è chiuso con il vicepresidente JD Vance, isolazionista, a trattare e difendere un'intesa fondata su valori opposti a quelli con cui la guerra era stata giustificata.

Vance difende l'intesa sostenendo che l'America deve uscire dal Medio Oriente e dalle guerre senza fine. Scommette sul fatto che agli americani la fine del conflitto piacerà, ma Sadjadpour è scettico, perché il pubblico non ama farsi coinvolgere in guerre mediorientali e ancor meno perderle contro avversari il cui slogan ufficiale resta "morte all'America". L'analista cita il precedente del ritiro dall'Afghanistan deciso da Joe Biden, che molti volevano ma la cui umiliazione finale danneggiò il presidente. Trump stesso, racconta, ha detto in due occasioni che se l'accordo funzionerà si prenderà il merito e se fallirà darà la colpa a Vance, che intanto rischia di diventare il bersaglio dei rivali nelle primarie repubblicane del 2028, da Ted Cruz a Lindsey Graham.

Per Sadjadpour il grande sconfitto, almeno nel breve periodo, potrebbe essere Israele. Dopo aver chiesto invano a ogni amministrazione dagli anni Novanta un aiuto per bombardare l'Iran, Benjamin Netanyahu lo aveva finalmente ottenuto da Trump, ma la guerra si è chiusa con un'intesa che la stampa israeliana ha vissuto come un abbandono e che molti israeliani hanno percepito come un tradimento. La domanda aperta, per l'analista, è se l'opinione pubblica americana, soprattutto tra i più giovani, si sia allontanata da Israele in modo permanente, o se questo dipenda dalla persona di Netanyahu e possa cambiare con una nuova leadership.

Con un bilancio militare pari a circa l'1% di quello americano, l'Iran ha scoperto che con droni da 20.000 dollari si può tenere in ostaggio l'economia globale, colpendo petroliere da 100 milioni di dollari e le infrastrutture dei paesi vicini. È la lezione che Sadjadpour considera la più rilevante del conflitto, lo stesso schema usato dall'Ucraina contro la Russia: paesi più deboli che trovano strumenti asimmetrici e a basso costo per resistere a una potenza militare superiore. Una seconda lezione, che l'analista dice di aver imparato durante un anno passato a Beirut, è che "costruire richiede decenni, distruggere richiede giorni": la stabilità su cui paesi come Arabia Saudita, Emirati e Qatar vogliono costruire il loro futuro è costosa e lenta, mentre l'instabilità costa pochissimo.

Come l'Iran si riorganizzerà al suo interno resta una delle incognite maggiori. È un regime molto abile nella repressione, perfezionata in 47 anni, ma pessimo nel governare, dice Sadjadpour. Lo slancio nazionalista seguito alla guerra potrebbe rivelarsi "un'euforia passeggera", destinata a svanire quando torneranno le difficoltà quotidiane: un'inflazione al 70%, con rincari a tre cifre su molti generi alimentari. Per l'analista il regime ha probabilmente imparato la lezione sbagliata: che l'ideologia rivoluzionaria non è il peso che lo trascina verso guerre e crisi, ma il salvagente che lo ha tenuto a galla durante le rivolte popolari.

La conclusione di Sadjadpour è la stessa che aveva messo per iscritto sull'Atlantic nella prima settimana di guerra: è un conflitto senza vincitori. Per un certo periodo aveva pensato che l'unico vero vincitore fosse Vladimir Putin, arricchito dal rialzo dei prezzi del petrolio, ma il leader russo resta in difficoltà in Ucraina. E chiunque arriverà alla Casa Bianca dopo Trump, avverte l'analista, dovrà comunque fare i conti con un Iran che resta un avversario, perché la sua intera identità si fonda sull'ostilità verso gli Stati Uniti.


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Obama resta l'unico politico davvero popolare. La sinistra Dem in salita


Un sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno mette Obama, Sanders e Mamdani in testa alle valutazioni degli americani. In fondo alla classifica finiscono Tucker Carlson, Chuck Schumer e alcuni dei principali esponenti repubblicani del Congresso.

Barack Obama resta l'unico grande nome della politica americana che continua ancora oggi a essere percepito dagli elettori in modo nettamente positivo. Secondo un nuovo sondaggio condotto a giugno da Strength In Numbers con Verasight, l'ex presidente ottiene infatti un punteggio medio di 54 su 100 in una scala di gradimento da 0 a 100, dove 0 indica un sentimento completamente "ostile" e 100 la forte "approvazione". Tutti gli altri politici testati restano invece sotto quota 50. Alle spalle di Obama si colloca un gruppo compatto di figure legate al campo democratico: Bernie Sanders a 45, Zohran Mamdani a 44, Pete Buttigieg e il Partito Democratico a 43, Jon Ossoff a 42. A 41 compaiono Alexandria Ocasio-Cortez, Kamala Harris e Marco Rubio, unico repubblicano nella fascia alta della classifica.

Il fondo della graduatoria è invece occupato prettamente da figure repubblicane. Tucker Carlson è il personaggio più impopolare tra tutti quelli inclusi nel sondaggio, con un punteggio di soli 28. Subito sopra il leader della maggioranza al Senato John Thune a 30 e lo Speaker della Camera Mike Johnson a 33. Donald Trump si ferma a 38, lo stesso valore del vicepresidente JD Vance e poco sotto il Partito Repubblicano nel suo insieme, valutato a quota 39. Gli unici democratici a ottenere un punteggio peggiore di Trump sono i due esponenti di punta del partito al Congresso: il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, fermo a quota 30, e il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries, a quota 36.

Sondaggio · Opinione pubblica USA
I politici americani più — e meno — amati nel 2026

Strength In Numbers ha chiesto agli americani di valutare 19 figure politiche su un termometro da 0 a 100. Un solo nome resta sopra la metà: Barack Obama. Tutti gli altri restano dietro.
Grafica di Focus America Sondaggio del 17–22 giugno 2026

Il termometro del gradimento — media su scala da 0 a 100

Soglia 50

0255075100
OstilitàApprovazione

54

Barack Obama
L’unica figura percepita in modo nettamente positivo. Tutte le altre 18 restano sotto quota 50.

Il più impopolare di tutti è Tucker Carlson, a 28 — ventisei punti sotto Obama.

Esplora i dati
1La classifica
generale 2Visti dal
proprio partito 3Non radicali,
ma combattivi

In testa i democratici, in fondo i repubblicani
Dopo Obama segue un gruppo compatto di figure del campo democratico. Il fondo della classifica è occupato quasi solo da repubblicani. Sotto ogni nome la quota di intervistati che non sa/non esprime opinione.

Figura democratica
Figura repubblicana
Partito

Quanto piacciono ai propri elettori
Separando il campione per appartenenza politica, emerge un divario: i democratici premiano i loro candidati più dei repubblicani. E nel campo conservatore l’ala mediatica MAGA non sfonda.

Migliori tra i Dem
Sanders e Mamdani · 72

Migliori tra i Rep
Vance e Rubio · 68

Tra gli elettori democratici

Tra gli elettori repubblicani

Tucker Carlson si ferma a 40 anche tra i repubblicani: un segnale che il mondo dei media MAGA non parla da solo per l’intero elettorato conservatore.

Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la loro debolezza
Per l’autore del sondaggio G. Elliott Morris, gli elettori democratici premiano chi appare combattivo e puniscono chi sembra parte di un establishment incapace di reagire.

Volto combattivo
72
Zohran Mamdani

contro

Establishment
64
Gavin Newsom

Tra gli elettori democratici, Mamdani è circa il 10% più apprezzato di Newsom. Schumer e Jeffries, pur non moderati, restano a 30 e 36 nel gradimento generale.

La prova nei numeri
Colmare il divario di forza fa guadagnare ai Dem più voti che colmare quello di moderazione

Apparire più forti+6,1 pp

Apparire più moderati+1,7 pp

Oggi il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole. G. Elliott Morris · Strength In Numbers

Fonte Sondaggio Strength In Numbers / Verasight su 2.087 adulti statunitensi, 17–22 giugno 2026. Margine di errore ±2,2 punti sul campione totale; più ampio sui sottogruppi. Scala “feeling thermometer” da 0 a 100.

Il successo della sinistra nelle primarie democratiche


Il sondaggio arriva in un momento particolarmente significativo per il Partito Democratico. Il 23 giugno tre candidati alla Camera sostenuti da Mamdani, sindaco di New York e apertamente socialista democratico, hanno vinto le primarie. L'ex revisore dei conti della città, Brad Lander, ha sconfitto con oltre 30 punti di vantaggio il deputato uscente Dan Goldman, sostenuto personalmente da Jeffries. Darializa Avila Chevalier, attivista di 32 anni, ha strappato il seggio al deputato Adriano Espaillat, in carica da 5 mandati, con circa 3 punti di margine. Claire Valdez ha invece vinto le primarie per un seggio aperto tra Brooklyn e Queens con 20 punti di vantaggio. Tutti e tre i vincitori sono alleati o membri del movimento dei Democratic Socialists of America, che la scorsa settimana hanno conquistato 9 delle 10 sfide chiave nelle primarie newyorkesi.

I risultati sono stati letti da molti come il segnale della nascita, nel campo democratico, di un movimento simile al Tea Party: una spinta dal basso decisa a premiare i candidati più combattivi e a punire l'establishment. I centristi, però, contestano questa interpretazione. Secondo loro, la DSA può piacere a una parte dell'elettorato democratico, ma resta poco attraente per il pubblico generale. Liam Kerr, tra i responsabili del Super PAC centrista WelcomePAC, ha citato un sondaggio della Marquette University Law School secondo cui il 48% degli americani ha un'opinione sfavorevole della DSA, contro appena il 20% che la giudica positivamente.

Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la debolezza


G. Elliott Morris, giornalista e analista autore del sondaggio, invita però a distinguere tra la popolarità delle organizzazioni politiche e quella dei singoli candidati. Tutti i partiti, osserva, sono oggi profondamente impopolari: secondo YouGov, solo il 12% degli americani giudica favorevolmente sia il Partito democratico sia quello repubblicano. Per questo, sostiene Morris, non basta dire che la DSA è divisiva per concludere che tutti i politici vicini a quell'area siano automaticamente tossici. Se una figura come Mamdani piace più del movimento a cui appartiene, il giudizio sull'elettorato va considerato in maniera più sfumata.

Il quadro diventa ancora più netto quando si guarda al gradimento interno ai due partiti. Tra i repubblicani, Vance e Rubio guidano con un punteggio di 68 punti, un valore comunque inferiore a quello che i democratici assegnano ai loro candidati più apprezzati. Carlson, invece, si ferma a 40 punti tra gli stessi elettori repubblicani: un dato che suggerisce come l'ala mediatica MAGA non rappresenti da sola l'intero elettorato conservatore. Tra i democratici, Sanders e Mamdani sono i più amati con una media di 72 punti tra gli elettori del partito, seguiti da Ocasio-Cortez a 70. Più indietro tutti i volti dell'establishment: Harris a 68, Buttigieg a 67, Newsom a 64 e Ossoff a 61, anche se quasi metà degli elettori democratici dichiara di non conoscere bene quest'ultimo.

Per Morris, questi numeri raccontano meno una svolta ideologica che una richiesta di combattività. Gli elettori democratici sembrano infatti premiare chi appare disposto allo scontro politico, come Ocasio-Cortez e Mamdani, e punire chi viene percepito come parte di un establishment debole o incapace di reagire ai soprusi di Trump. Jeffries e Schumer, pur non essendo moderati sul piano programmatico, restano infatti molto bassi nel gradimento generale. La conclusione dell'analista è netta: attualmente il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole.

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eBay: dal calcio alla pop culture, esplode la "beyond-the-game economy" del collezionismo


Il collezionismo sta vivendo una nuova evoluzione. Su eBay prende sempre più piede la "beyond-the-game economy", un fenomeno che unisce calcio, pop culture, trading card, memorabilia e oggetti da collezione, trasformando la passione dei fan in un mercato sempre più dinamico e globale
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Quella del 2026 è decisamente un’estate ad alta intensità calcistica. Dopo la chiusura dei principali campionati nazionali, la passione per il calcio non si è fermata e continua, grazie anche alla Coppa del Mondo, a vivere nelle conversazioni, negli outfit, nei ricordi dei grandi campioni e negli oggetti che permettono ai tifosi di sentirsi parte di una storia più ampia. Dalle maglie vintage alle carte sportive, dai palloni ai memorabilia, il calcio esce dal campo e diventa sempre più cultura pop, stile personale e collezionismo.

È l’essenza della “Beyond-the-game economy”, una tendenza globale intercettata da eBay che vede gli appassionati guardare (e acquistare) oltre l’evento fisico, alla ricerca di un legame tangibile e nostalgico con la storia del calcio, tra memorabilia, oggetti da collezione e maglie vintage. Prendendo in analisi esclusivamente il mese di maggio 2026, gli utenti globali sulla piattaforma di eBay hanno cercato la parola “calcio” più di 3.200 volte all’ora.

Truffe Mondiali 2026: biglietti falsi e email scam
In vista dei Mondiali 2026 aumentano le truffe online: secondo Kaspersky circolano falsi biglietti ed email scam con promesse di premi fino a 500.000 dollari. Ecco cosa sapere per difendersi
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Sulla popolare piattaforma di e-commerce e aste online questa passione prende forma sia attraverso l’esperienza tradizionale del marketplace, sia attraverso eBay Live, la piattaforma di shopping interattivo in diretta che connette acquirenti e venditori in tempo reale all’interno dell’ecosistema sicuro e affidabile di eBay, contribuendo a rendere il collezionismo sportivo un’esperienza più dinamica, partecipativa e community-driven. Sul marketplace, l’entusiasmo dei tifosi e dei collezionisti si traduce in intenzioni d’acquisto concrete e dinamiche: in particolare, è stata rilevata una crescita di +840% nel numero di oggetti venduti legati ai campionati mondiali di calcio nel mese di maggio 2026 rispetto a gennaio dello stesso anno: si cercano soprattutto carte sportive (+780%), palloni (+640%) e maglie da calcio (+510%).

Il calcio è da sempre uno dei territori in cui passione, memoria e identità si incontrano. Su eBay vediamo questa energia trasformarsi in domanda per oggetti capaci di raccontare storie: dalle card sportive ai memorabilia, fino alle maglie vintage - ha commentato Lorenzo Leonardi di eBay Live - eBay risponde a questo interesse con una doppia esperienza: da un lato il marketplace tradizionale, che offre ampiezza, varietà e possibilità di scoperta; dall’altro eBay Live, che rende l’acquisto più interattivo, permettendo agli appassionati di vedere gli articoli presentati dal vivo, interagire con i venditori e condividere la propria passione con una community di persone con gli stessi interessi.”


Quando il calcio diventa stile


L’ascesa del “Bloke Core”, trend che ha sdoganato le divise calcistiche nel guardaroba di tutti i giorni, si arricchisce oggi di una declinazione nostalgica: a maggio 2026, eBay ha registrato un vero e proprio boom nell’“Archival Sportswear” trainato dalla ricerca di autenticità e reference storiche, con un interesse particolarmente forte per il merchandising dei campionati mondiali (+770%) e per le maglie vintage delle edizioni passate (+205%). Non manca l’attenzione per i dettagli rétro: crescono le ricerche per i loghi storici (“club crest” +45%) e trionfa la cultura “Terrace” (degli spalti) d’ispirazione britannica anni ‘70 e ‘80: le ricerche di “terrace sneaker” sono infatti cresciute del 100%, accompagnate dal ritorno delle scarpe con suola in gomma (+15%).
Fonte: eBayFonte: eBay
Al centro di questa nuova wave ci sono le vintage jersey di cinque icone assolute, le cui maglie risultano le più desiderate dai collezionisti di tutto il mondo: Ronaldinho, Pelé, Xavi, Diego Maradona e Ronaldo Nazário. Campioni leggendari che continuano a influenzare profondamente il gusto dei “fashion enthusiast” contemporanei. Per i propri outfit quotidiani, gli utenti reinterpretano la tendenza “Bloke Core” in chiave urban, mixando l'ispirazione sportiva a elementi tipici dello streetwear:

  • must-have versatili: crescono le ricerche per i pantaloncini atletici (+110%) e per le intramontabili polo shirt (+45%);
  • volumi: si impongono le maglie da calcio oversize (+35%) abbinate a jeans “baggy” (+30%);
  • modelli cult: crescono anche le calzature simbolo di questa estetica, come le Adidas Gazelle (+20%) e Spezial (+15%) ed il mondo Puma soccer (+15%).


I calciatori più cercati


Se la moda vintage consente di esprimere la propria unicità attraverso pezzi unici del passato, la ricerca di cimeli calcistici risponde a un analogo bisogno di connessione emotiva. Su piattaforme come eBay, questo legame è oggi particolarmente evidente: il pubblico cerca sempre di più i nomi che hanno reso la storia del calcio leggendaria. L’analisi dei dati evidenzia infatti l'attuale competizione mondiale orienti l’interesse delle persone principalmente verso i profili degli attaccanti più iconici che hanno segnato la storia recente e passata del calcio; confrontando i dati di maggio 2026 con il medesimo periodo del 2025, le ricerche su eBay legate ad atleti come Luis Diaz, Lionel Messi, Diego Maradona, Cristiano Ronaldo e alcuni altri, hanno registrato incrementi significativi. Inoltre, un altro ex-calciatore che ha assistito ad un’impennata nelle ricerche è Ronaldinho: l’uscita del documentario Netflix a lui dedicato, a marzo 2026, ha innescato un balzo delle ricerche globali di maglie del fuoriclasse brasiliano di oltre il 140% in un solo mese. Questo fenomeno conferma quanto lo streaming agisca da volano per il mercato dei memorabilia.
Fonte: eBayFonte: eBay

La passione per le carte e memorabilia sportivi prende vita su eBay Live


Su eBay, il calcio si condivide in nuovi formati: con eBay Live, l'intrattenimento dello streaming si unisce alle dinamiche dell'e-commerce, dando vita a un'esperienza interattiva e coinvolgente. Gli appassionati possono partecipare ad aste in diretta, scoprire trading card, maglie e memorabilia unici e confrontarsi con una community di collezionisti e tifosi attraverso una live chat sincronizzata con i rilanci in tempo reale. Tra i seller italiani specializzati più attivi sulla piattaforma spiccano Sporty Cards IT, specializzato in carte sportive e oggetti da collezione, Cards Hub, punto di riferimento per gli appassionati di trading card e memorabilia, e Break Machine IT, che anima le dirette con aste e contenuti dedicati al mondo delle card sportive: realtà che contribuiscono a trasferire il valore simbolico dello sport nella vita quotidiana degli appassionati, trasformando la passione calcistica in un'esperienza di condivisione e collezionismo.


Mondiali 2026, boom di truffe online: allarme Kaspersky su biglietti falsi e email con finti premi


Milioni di appassionati di calcio in tutto il mondo si stanno preparando per i Mondiali che si terranno quest’estate. Analogamente, anche i criminali informatici stanno approfittando dell’occasione per sfruttare questo crescente interesse. Gli esperti di Kaspersky hanno individuato diverse tipologie di truffe che imitano le fonti ufficiali dell’evento o ne sfruttano la popolarità per scopi dannosi, mettendo a serio rischio i dati e le finanze degli utenti.

ASUS Zenbook DUO: dual screen più potente e portatile
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TechpertuttiGuglielmo Sbano


Su uno dei siti web fraudolenti individuati, agli utenti viene offerta la possibilità di acquistare biglietti per le partite della Coppa del Mondo FIFA, con pagamenti accettati in quasi tutte le valute. Tuttavia, dopo aver completato le false procedure di registrazione e pagamento, gli utenti rischiano non solo di perdere denaro dalle proprie carte di credito, ma anche di esporre dati personali sensibili agli hacker. Inoltre, i truffatori mettono a disposizione diversi canali di contatto, sia direttamente sul sito sia tramite app di messaggistica.
Il sito utilizza la combinazione di colori ufficiali del torneo del 2026 per ingannare gli utentiIl sito utilizza la combinazione di colori ufficiali del torneo del 2026 per ingannare gli utenti
Un altro sito web offre agli utenti la possibilità di acquistare “prodotti ufficiali” dell’evento del 2026, mostrando immagini di peluche della mascotte e magliette, con un’ampia selezione disponibile per l’“acquisto”. Per rendere l’offerta ancora più allettante, il sito mette in evidenza forti sconti. Inoltre, per apparire più credibili, i truffatori hanno aggiunto un badge “Negozio affidabile” in fondo alla pagina, insieme a un modulo di registrazione che richiede dati personali e bancari.
Esempio di sito web falso che invita gli utenti ad acquistare prodotti ufficiali di FIFA 2026Esempio di sito web falso che invita gli utenti ad acquistare prodotti ufficiali di FIFA 2026
Un ulteriore scenario di attacco prevede campagne di e-mail fraudolente, attraverso le quali gli autori degli attacchi cercano di indurre gli utenti a inviare denaro o a cliccare su un link di phishing. Per aumentare le probabilità di coinvolgimento, le e-mail presentano oggetti accattivanti e messaggi persuasivi. In uno degli esempi individuati, i fan hanno ricevuto e-mail apparentemente inviate da rappresentanti ufficiali dell’evento riguardo a una falsa decisione emessa da una commissione di risoluzione delle controversie. Il link fornito nell’e-mail rimanda a una pagina di phishing.
Esempio di e-mail di phishing bloccataEsempio di e-mail di phishing bloccata
In alcuni casi, gli utenti ricevono e-mail truffa in cui si sostiene che abbiano “vinto” una sovvenzione di 500.000 dollari a copertura di biglietti, voli e alloggio, seguite da istruzioni che invitano a contattare il mittente per richiedere il “premio”.
Esempio di e-mail truffa bloccata inviata da truffatoriEsempio di e-mail truffa bloccata inviata da truffatori
In aggiunta a tutto questo, Kaspersky ha segnalato la presenza di spam e pubblicità indesiderate relative alla vendita di articoli e souvenir a tema sportivo, alcuni dei quali potrebbero rivelarsi una truffa.

“Purtroppo, i grandi eventi sportivi che attirano un vasto pubblico non sfuggono mai all’attenzione dei truffatori. E-mail apparentemente innocue o addirittura allettanti possono spesso nascondere non solo link pericolosi, ma anche allegati dannosi” , ha dichiarato Anna Lazaricheva di Kaspersky


I consigli di Kaspersky


Per proteggersi da queste truffe o attacchi di phishing, gli esperti di Kaspersky consigliano di:

  • verificare l’autenticità dei siti web prima di inserire dati personali e utilizzare solo pagine web ufficiali per guardare o scaricare film;
  • controllare attentamente il formato degli URL e l’ortografia dei nomi delle aziende;
  • scegliere sempre piattaforme di streaming ufficiali e affidabili per proteggere i propri dati personali da furti e abusi;
  • utilizzare una soluzione di sicurezza affidabile in grado di identificare gli allegati dannosi e bloccare i link di phishing;
  • attivare l’autenticazione a due fattori (2FA) sugli account e sulle app finanziarie, controllando regolarmente gli estratti conto per individuare eventuali attività non autorizzate;
  • non fidarsi dei link o degli allegati ricevuti via e-mail; verificare attentamente chi è il mittente prima di aprire qualsiasi cosa;
  • controllare attentamente i siti degli e-shop prima di inserire qualsiasi informazione: l’URL è corretto? Ci sono errori ortografici o difetti di progettazione?

In un contesto come quello dei Mondiali 2026, che catalizzeranno l’attenzione di milioni di utenti in tutto il mondo, le campagne fraudolente tendono a moltiplicarsi sfruttando entusiasmo e urgenza. Il consiglio è mantenere un approccio prudente: verificare sempre le fonti ufficiali per l’acquisto dei biglietti, diffidare da offerte troppo vantaggiose o comunicazioni inattese e non condividere mai dati personali o finanziari tramite link sospetti. Come evidenziato da Kaspersky, la consapevolezza resta il primo strumento di difesa contro un panorama di minacce sempre più sofisticato.


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Platner in leggero vantaggio su Collins in Maine, in un'elezione che può decidere il Senato


Un sondaggio del New York Times dà il democratico Platner al 49% contro il 47% della repubblicana Collins, in un seggio del Maine decisivo per il controllo del Senato.
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Un candidato democratico travolto dagli scandali è comunque in leggero vantaggio su una senatrice repubblicana in carica da decenni, in una corsa che potrebbe decidere chi controllerà il Senato degli Stati Uniti. In Maine, piccolo Stato del nord-est al confine con il Canada, Graham Platner raccoglie il 49% dei consensi contro il 47% di Susan Collins, secondo un sondaggio del New York Times realizzato insieme al Portland Press Herald e all'istituto demoscopico Siena. Il distacco di due punti è troppo piccolo perché un sondaggio possa misurarlo in modo affidabile.

Sondaggio · Maine
In Maine Platner avanti di 2 punti su Collins per il Senato
19-26 giugno 2026 · 608 elettori probabili (±4,8%) · New York Times, Portland Press Herald e Siena
Focus America

Graham Platner

49%

Susan Collins

47%

Elaborazione di Focus America su dati del New York Times, Portland Press Herald e Siena. Le aree colorate indicano il margine di errore.

Entrambi i partiti considerano il seggio del Maine decisivo nella battaglia per il controllo del Senato. I repubblicani hanno oggi 53 seggi su 100 e per ribaltare la maggioranza i democratici devono difendere tutti i loro seggi e conquistarne altri quattro. Il compito è arduo, perché tra i sei Stati contendibili in mano ai repubblicani il Maine è l'unico ad aver votato contro il presidente Donald Trump nel 2024.

Il 54% degli elettori vorrebbe che i democratici controllassero il Senato l'anno prossimo, una quota più alta di quella che sostiene Platner. Lo scarto misura la difficoltà del candidato: Collins, repubblicana, conquista comunque il 10% di chi pure preferirebbe una maggioranza democratica.

Platner ha 41 anni, alleva ostriche e non ha mai ricoperto una carica elettiva. Ha vinto la nomination democratica con un messaggio populista, battendo all'inizio del mese la governatrice Janet Mills nelle primarie, le consultazioni interne con cui i partiti americani scelgono i propri candidati. La sua corsa è stata segnata da una serie di scandali: vecchi messaggi offensivi pubblicati online, un tatuaggio che somigliava a un simbolo nazista e accuse legate al suo comportamento con le donne.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


Il sondaggio è la prima rilevazione di qualità da quando Platner ha vinto la nomination e fotografa la sua immagine dopo un'inchiesta del New York Times: diverse donne con cui era uscito lo hanno descritto come inquietante e, in un caso, fisicamente minaccioso. In precedenza erano emersi anche messaggi sessuali espliciti inviati ad alcune donne mentre era sposato.

La maggioranza degli elettori non crede che Platner abbia "un buon carattere" né "i giusti valori morali". Per Collins le proporzioni si ribaltano: il 66% le riconosce un buon carattere e il 61% i giusti valori morali. Platner è anche percepito come "troppo estremista" dal 47% degli intervistati, contro il 34% che dice lo stesso di Collins.

Più del 90% degli elettori ha sentito parlare delle controversie e circa il 30% degli stessi sostenitori di Platner ammette che le notizie hanno sollevato dubbi sulla possibilità di votarlo. La corsa resta incerta anche per questo: il 20% di chi dice di sostenere Platner lo voterà solo "probabilmente", contro il 16% tra i sostenitori di Collins.

Circa il 60% di chi sostiene Collins indica una ragione positiva, legata alle sue idee o alla sua personalità, mentre tra i sostenitori di Platner solo il 36% cita un attributo positivo del proprio candidato. Un terzo degli elettori di Collins la sceglie per una visione positiva del suo carattere, mentre un quarto dichiara di votarla per il giudizio negativo sulla moralità e la competenza di Platner.

Collins ha 73 anni e punta al sesto mandato. Non è particolarmente popolare nello Stato, dove la giudica bene più o meno la stessa quota di chi la giudica male, ma le opinioni su di lei sono rimaste stabili dal 2020, quando vinse la rielezione con nove punti di scarto facendo meglio di Trump in Maine. Oggi gli elettori la vedono di buon occhio quasi dieci punti più del presidente e le riconoscono la capacità di portare risorse federali allo Stato.

Il suo punto debole è il legame con Trump. Una maggioranza dei cittadini del Maine pensa che da senatrice sosterrebbe troppo le politiche del presidente e tra gli indipendenti la quota sale al 57%. Tra i suoi stessi sostenitori c'è chi teme che sia "troppo vecchia" per essere efficace, un timore speculare a quello dei democratici che giudicano Platner "troppo inesperto".

Gli elettori ritengono che Collins sappia portare meglio soldi e risorse al Maine, con un netto 61% contro il 34% di Platner. Lui è preferito quando si tratta di essere "una voce indipendente", tratto centrale nell'identità dello Stato, e di fare ciò che è meglio per i cittadini comuni.

Il voto femminile sarà probabilmente decisivo, visto che le donne hanno sempre rappresentato la maggioranza dell'elettorato nelle ultime corse al Senato in Maine. Il 52% delle donne dice di sostenere Platner, che ha attaccato Collins per aver appoggiato la nomina alla Corte Suprema di Brett Kavanaugh, parte della maggioranza conservatrice che ha cancellato la sentenza Roe contro Wade, con cui per quasi mezzo secolo era stato garantito il diritto costituzionale all'aborto. Tra le elettrici, però, Platner raccoglie sette punti in meno rispetto al candidato democratico alla Camera nello stesso distretto.

Sullo sfondo c'è un clima politico difficile per i repubblicani. In Maine solo circa tre elettori su dieci approvano il modo in cui Trump ha gestito il costo della vita, i prezzi della benzina e la guerra in Iran. Appena il 27% ha giudicato un buon accordo l'intesa raggiunta da poco per porre fine al conflitto.

Collins ha però l'abitudine di smentire i pronostici. Nel 2020 i sondaggi prima del voto la davano perdente di tre o quattro punti e vinse di nove. Il sondaggio è stato condotto tra il 19 e il 26 giugno su 608 elettori probabili, con un margine di errore di 4,8 punti percentuali.


Le primarie in Michigan si vincono online


La primaria democratica per il Senato in Michigan, in programma il 4 agosto, è diventata la corsa più "online" degli Stati Uniti. I tre candidati, tutti millennial, passano gran parte del tempo a conquistare l'attenzione sui social più che a stringere mani per lo Stato. È la prova generale di un modo nuovo di fare campagna, basato su quella che gli americani chiamano "economia dell'attenzione": l'idea che vincere un'elezione significhi prima di tutto catturare lo sguardo del pubblico sul web. Lo racconta un reportage di Politico dalla Mackinac Island, dove i candidati si sono ritrovati per il primo dibattito televisivo statewide.

La posta in gioco va oltre il Michigan. Se a novembre i democratici perdessero il seggio contro il probabile candidato repubblicano Mike Rogers, riconquistare la maggioranza al Senato diventerebbe quasi impossibile, e i repubblicani lo sanno. Il Senate Leadership Fund, il super PAC vicino al leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, ha già prenotato 45 milioni di dollari di spot per Rogers in autunno. Un super PAC è un comitato che può raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato, purché non coordinato direttamente con la sua campagna.

La primaria deciderà anche quale Partito Democratico uscirà dalle elezioni di medio termine, dopo la seconda sconfitta contro il presidente Donald Trump e con una base che chiede un cambiamento netto. Due dei tre candidati, l'ex funzionario della sanità pubblica Abdul El-Sayed e la senatrice statale Mallory McMorrow, hanno chiesto un ricambio nella leadership del partito. El-Sayed ha detto di essere l'unico candidato la cui vittoria non andrebbe bene a Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, e McMorrow ha chiesto a Schumer di farsi da parte. La terza candidata, la deputata Haley Stevens, ha invece l'endorsement di Schumer e il sostegno dell'establishment democratico del Michigan. I tre si dividono anche su come limitare l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, e sulla sanità: El-Sayed sostiene il "Medicare for All", un sistema sanitario pubblico universale, mentre McMorrow e Stevens preferiscono l'opzione pubblica, cioè un'assicurazione statale che affianca quelle private senza sostituirle.

Una vittoria progressista in Michigan rafforzerebbe la pressione sui vertici del partito. Proprio questa settimana i candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico di New York Zohran Mamdani hanno vinto tre primarie in città, battendo tra gli altri il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei deputati ispanici al Congresso, e infliggendo un colpo a Schumer e al leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries. Un successo della sinistra anche in Michigan indicherebbe che l'ondata populista di sinistra, ribattezzata da alcuni "Tea Party democratico", può contare anche fuori dalla New York più progressista. Il tema pesa molto in Michigan, lo Stato con la più alta percentuale di elettori arabo-americani e con una base sempre più critica verso Israele.

El-Sayed e McMorrow dedicano gran parte della campagna all'economia dell'attenzione, un approccio che secondo molti definirà il futuro delle campagne elettorali americane. Nel 2024 Trump, da sempre abile nel catturare l'attenzione, ha vinto anche grazie alla scelta di puntare sui nuovi media e sui creatori di contenuti su YouTube e Twitch, le piattaforme seguite dai giovani uomini. Sull'altro fronte Mamdani è passato da sconosciuto a sindaco della più grande città americana sfornando video di strada molto cliccati, una tattica adottata anche da El-Sayed.

I numeri dei follower raccontano due strategie opposte. Su X El-Sayed ha circa 136.700 follower, McMorrow oltre 226.500, mentre Stevens ne ha meno di 30.000. La campagna di Stevens accusa gli avversari di puntare troppo sui commenti dei social invece che sulle urne. Per ora la scommessa premia El-Sayed, l'unico dei tre ad aver già corso a livello statale, nel 2018 contro la governatrice Gretchen Whitmer: i sondaggi lo danno primo, con Stevens seconda e McMorrow terza a distanza.

La svolta per El-Sayed è arrivata in aprile, quando ha fatto campagna insieme a Hasan Piker, popolare streamer di estrema sinistra con milioni di follower. Dopo che McMorrow lo aveva criticato per le sue parole sull'11 settembre, i consensi di El-Sayed hanno iniziato a salire. Piker ha detto a Politico che quella mossa è stata "probabilmente l'errore di tutta questa campagna". Lo streamer è una figura controversa anche tra i democratici: ha detto una volta che "l'America si è meritata l'11 settembre", salvo poi scusarsi, e ha condannato la risposta israeliana a Gaza in termini che alcuni hanno definito antisemiti, accusa che lui respinge dicendo di criticare il governo israeliano e non l'identità ebraica. McMorrow ha paragonato Piker a Nick Fuentes, personaggio dichiaratamente di estrema destra e antisemita.

El-Sayed è cresciuto dentro l'economia dell'attenzione. Ha lavorato per Crooked Media, la società di podcast fondata da ex collaboratori di Barack Obama, è stato collaboratore della CNN e ha poi creato una propria casa di produzione per il suo podcast. Dopo la sconfitta del 2024 ha cambiato registro, passando dal professore universitario di Oxford che parlava di "capitalismo razziale" al personaggio in versione "bro": mostra i muscoli, si fa riprendere mentre fa sci nautico e ciclismo e si avvolge nella bandiera americana. Una delle sue frasi più note è la rilettura della celebre battuta di Michelle Obama: "Quando loro vanno in basso, noi non andiamo in alto, li trasciniamo nel fango e li soffochiamo". Il suo patrimonio è salito fino a 1,66 milioni di dollari, ma ha rinviato la pubblicazione della dichiarazione patrimoniale a dopo la primaria.

McMorrow ha invece costruito la sua notorietà sui social prima ancora di entrare in politica. Era diventata un volto nazionale nel 2022 con un discorso virale in cui replicava alle accuse infondate dei repubblicani che la definivano una "groomer", termine con cui i conservatori indicano chi adesca minori. In passato ha lavorato come direttrice creativa per Gawker, sito di gossip oggi chiuso, e come designer per la Mattel sulle automobiline Hot Wheels. I suoi video continuano a funzionare: uno sulla pubblicità del canale sportivo NFL RedZone ha raccolto quasi due milioni di visualizzazioni, un altro sui prezzi personalizzati in base ai dati degli utenti quasi sei milioni. Un gruppo esterno a lei vicino, Yes MI Action Committee, ha previsto di spendere almeno sette milioni di dollari per sostenerla. La sua dimestichezza con il web le si è però ritorta contro: la CNN ha riportato vecchi tweet cancellati in cui criticava il Michigan e l'America profonda, tra cui uno in cui si lamentava del clima dello Stato. Stevens ha subito attaccato, accusandola di parlare male dei cittadini che aspira a rappresentare.

Stevens ha scelto la strada opposta e resta volutamente fuori dalla gara per l'attenzione. Ha un percorso politico tradizionale: è stata la prima parlamentare millennial del Michigan al Congresso e ha conquistato un collegio storicamente repubblicano. I suoi video non diventano virali e quando lo fanno è di solito per immagini che la mettono in difficoltà, come quando è stata contestata alla convention del partito statale in aprile per la sua posizione su Israele e sull'AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Nelle ultime settimane l'establishment del Michigan si è compattato attorno a lei, forse per timore di una vittoria di El-Sayed: oltre all'appoggio di Schumer, ha incassato l'endorsement dell'ex senatrice Debbie Stabenow e una foto con la senatrice Elissa Slotkin, che però resta neutrale. Anche il braccio elettorale dei repubblicani al Senato la prende di mira con video che la ritraggono in modo goffo.

Il tema di Israele e dell'AIPAC attraversa l'intera campagna. Secondo il consulente democratico Rob Flaherty, ex vice della campagna di Kamala Harris nel 2024, in Michigan si è creata una "tempesta perfetta": due candidati molto online, uno podcaster e l'altra abile creatrice di contenuti, una candidata più tradizionale come Stevens e un dibattito acceso sull'AIPAC, in una corsa che riguarda l'identità stessa del partito. Al dibattito McMorrow ha cercato una via di mezzo, dicendo che "le persone non possono permettersi di aspettare una rivoluzione che potrebbe non arrivare mai", mentre El-Sayed ha replicato che "la rivoluzione di sicuro non arriverà se non lottiamo per ottenerla". Il momento più discusso è stato il silenzio di Stevens su una domanda sui contributi dell'AIPAC: secondo il New York Times ha parlato per 160 parole senza mai rispondere.


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Vivere in un castello da ventotto generazioni


Ludovica Sannazzaro, attrice e creator digitale, racconta con ironia la sua vita da castellana del XXI secolo nella tenuta di Giarole
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C’è un cartello, appeso a una porta pesante in un corridoio silenzioso del Monferrato, con una scritta in tedesco che recita Tür zu (porta chiusa). Non è un semplice reperto bellico, ma il simbolo di una resistenza d’altri tempi: quella della prozia Nina Maria Adelaide che durante l’occupazione nazista vietò ai soldati di entrare nelle sue stanze private con una tale fermezza che nessuno osò mai varcare quella soglia. Ottant’anni dopo, quel cartello è diventato uno dei tanti “punti di accesso” a un mondo che sembrava perduto. Oggi, a raccontare questa e mille altre storie tra le mura del Castello Sannazzaro di Giarole, c’è una ragazza di 24 anni che ha sostituito la resistenza silenziosa con la potenza della comunicazione digitale.

Ludovica Sannazzaro, attrice e creatrice del progetto social “The Castle Diary”, è la ventottesima generazione di una famiglia che abita questa fortezza fin dalla sua fondazione nel 1163. Quella della prozia Nina è solo una delle innumerevoli gemme storiche che Ludovica ha riportato alla luce, trasformando la sua casa in un caso mediatico internazionale. La sua missione è semplice ma ambiziosa: dimostrare che vivere in un castello non significa essere rimasti fermi al Medioevo, ma essere i custodi di un patrimonio che merita di diventare un’esperienza collettiva.

La nascita di un diario virale

Il progetto è nato quasi per scommessa nel 2021, in un momento in cui l’estetica regency di serie tv come Bridgerton stava colonizzando l’immaginario dei giovani. Ludovica Sannazzaro, guardando le stanze in cui è cresciuta, ha intuito che c’era un vuoto da colmare tra la fantasia e la realtà. «Mi sono proprio chiesta se le persone sanno dell’esistenza di una realtà tipo la mia, di persone che vivono in dimore storiche appartenute alla famiglia da così tanto tempo», ha raccontato a L’Unica. «O se invece l’idea generale è quella che chi vive nel castello deve essere per forza la famiglia reale».

I primi video, realizzati con la spontaneità di chi vuole sfidare gli stereotipi, hanno subito intercettato un pubblico vastissimo, curioso di scoprire se dietro i ponti levatoi esistesse davvero una vita normale. «Le persone non sapevano esattamente come potesse essere, non conoscevano questo tipo di vita e non riuscivano neanche a capirlo all’inizio, non riuscivano a collocarlo», ha detto ancora Sannazzaro, che ha così iniziato sui social la serie “Come la gente pensa/Com’è realmente”.

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Oltre gli stereotipi

Uno dei pilastri del lavoro di Ludovica Sannazzaro è la capacità di rispondere con ironia alle domande più assurde. Il mito più difficile da sfatare? «Una delle credenze che mi ha stupito di più è quella legata al personale di servizio. O come spesso l’hanno chiamato, la servitù», ha ricordato. «Spesso si spingevano anche oltre, immaginando scenari da romanzo gotico per Maria, la nostra storica collaboratrice della famiglia: c’è anche chi mi ha chiesto se la lasciavamo chiusa nelle prigioni, se le davamo da mangiare... Cose veramente assurde. Ragazzi, avete visto veramente troppi film e troppe serie». Attraverso i suoi reel, Ludovica ha normalizzato la vita senza però intaccare il fascino di una dimora che resta un «bambinone enorme e vecchiotto» da curare con amore e fatica.

Il triangolo amoroso nascosto in un divano

Ma è scavando negli archivi e tra gli affreschi, spesso stimolata dalle domande dei suoi follower, che Ludovica ha riscoperto la vera anima del castello. Una delle storie più amate riguarda un antico divano rotondo nella sala da ballo, testimone di una gelosia d’altri tempi. Protagonisti sono l’antenato Giacinto e le sue due mogli: Gabriella, l’amore di gioventù morta prematuramente, e Aline, la seconda consorte.

Gabriella e Giacinto avevano fatto inserire i loro stemmi intrecciati in un mosaico sul pavimento. «Quando Giacinto si risposa con Aline, lei non ha nessuna voglia di vedere lo stemma dell’ex moglie al centro della sala più importante del castello», ha raccontato Ludovica. «Quindi fa costruire questo divano rotondo che è esattamente del diametro del cerchio dove sono inseriti i due stemmi per coprire e nascondere completamente le tracce della moglie precedente». La scoperta dei diari segreti di Aline nell’archivio di famiglia ha poi rivelato il lato umano di questa donna, passata dal desiderio del convento alla felicità di una nuova famiglia: «Leggendoli vedi una donna che all’inizio non è molto convinta di questa piega che la sua vita ha preso e poi piano piano si trasforma. È un modo diverso di scoprire la storia nazionale e del territorio».

Un’attrice tra due mondi

Ludovica Sannazzaro però non ha mai rinunciato alla sua carriera artistica. Diplomata in America nel 2022, ha calcato palchi importanti, dal debutto milanese per il Ballo del Ceppo di Harry Potter fino al recente tour nazionale con il musical Lupin.

Questa doppia anima, attrice e creator, le permette di dare un taglio unico alla narrazione del Monferrato. «Una cosa di cui sono molto fiera è il modo in cui riesco a comunicare, a raccontare queste storie che permette a tanta gente di farne parte». Il suo lavoro sui social non è soltanto intrattenimento, ma una forma di moderna tutela culturale che attira turisti ed eventi a Giarole, sostenendo l’attività di famiglia che comprende un bed and breakfast e un’azienda agricola.

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Il futuro: un ponte tra storia e fantasy

Per Ludovica, il Castello Sannazzaro non è una proprietà privata da recintare, ma un libro aperto. Sta lavorando a un nuovo format che unisca storia e fantasy, cercando linguaggi sempre nuovi per coinvolgere le generazioni più giovani. Il suo obiettivo finale resta quello di far sognare, mantenendo però i piedi piantati nella realtà: «La cosa che mi piace di più è essere riuscita a far rivivere una realtà storica reale. Voglio continuare a renderla accessibile e vivibile a tutti quanti».

Così, tra una prova a teatro e un video montato nella sua camera, Ludovica Sannazzaro continua a scrivere il suo diario. Un diario dove il cartello Tür zu della prozia Nina Maria non serve più a chiudere fuori il mondo, ma a invitare tutti a scoprire quanto possa essere contemporanea una storia iniziata quasi mille anni fa.

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Da Bra una scuola per la Cisgiordania


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Il 13 aprile 2026 cinquantacinque bambine e bambini hanno varcato per la prima volta la soglia della loro nuova scuola. Fino a quel giorno, per studiare, percorrevano fino a cinque chilometri in un territorio segnato dagli insediamenti illegali israeliani e da una violenza che non risparmia nemmeno i percorsi quotidiani verso un’aula. Khallet Taha è un piccolo villaggio nel sud della Cisgiordania, vicino alla città di Dura, nel governatorato di Hebron, Palestina. Oggi ospita un edificio semplice ma completo: quattro aule scolastiche, uno spazio per l’infanzia, laboratori di informatica e scienze, servizi igienici, un cortile. Si chiama scuola Juzoor (“radici”, in arabo) ed è il risultato di un’iniziativa nata con il sostegno della città di Bra.

A seguire il filo che unisce il Roero alla Cisgiordania è Luigi Bisceglia, bresciano di origine, che da 15 anni vive a Gerusalemme. Lavora per il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), per il quale è coordinatore regionale per il Medio Oriente, e insegna economia aziendale e metodologia della ricerca all’università locale. È lui ad aver accompagnato, nel giugno del 2022, il gemellaggio tra il Comune di Bra e il Comune di Betlemme. «Vivendo qui e avendo ottimi rapporti con la comunità braidese, per me era la cosa più normale del mondo dare una mano ai due comuni», ha raccontato.

L’incontro con gli studenti

Dopo l’eccidio del 7 ottobre 2023, quella rete di relazioni è diventata il canale attraverso cui una comunità ha trasformato la preoccupazione in azione concreta. Bisceglia ha cominciato a tenere incontri online per spiegare la situazione, finché non è stato invitato fisicamente a Bra. Nell’ottobre del 2024, il coordinatore del VIS ha così incontrato in due giorni 600 studenti degli ultimi anni di tutte le scuole della città, insieme alla giornalista e scrittrice Paola Caridi. La Consulta Giovanile di Bra ha preso parte attiva al dibattito, ragionando sul significato della pace. «Sul palco coinvolgevamo i ragazzi direttamente», ha ricordato Bisceglia a L’Unica.

L’idea della scuola, però, è arrivata da dove meno ci si aspettava: dai bambini di una scuola dell’infanzia di Bra. «Come facevi a dire di no?», ha commentato Bisceglia. Il messaggio che il progetto voleva lanciare era chiaro: «Costruire una scuola non è solo ricostruire ciò che è stato distrutto, ma è anche ricostruire la speranza. Volevamo dire ai bambini e ai ragazzi palestinesi che noi in Italia pensavamo a loro, che eravamo pronti a fare un gesto concreto».

La raccolta di fondi

Il gesto concreto ha richiesto mesi di raccolta fondi e una mobilitazione che ha coinvolto l’intera provincia. Il Comune di Bra ha votato all’unanimità in Consiglio comunale uno stanziamento di 10 mila euro dall’avanzo di bilancio 2024. Il Credito Cooperativo di Cherasco ha contribuito con 5 mila euro. Altre associazioni si sono aggiunte con cifre tra i 2 mila e i 5 mila euro. Ma la parte più significativa della raccolta – oltre cinquecento donatori – è arrivata sotto forma di contributi tra i 10 e i 50 euro. «Famiglie, individui, bambini hanno creduto fortemente in questa scuola», ha detto Bisceglia. E così in breve tempo si è arrivati a raccogliere 70 mila euro, importo minimo per cominciare i lavori.

Il terreno su cui sorge l’edificio è stato donato gratuitamente dalle famiglie della comunità di Khallet Taha, che hanno finanziato anche i lavori di sbancamento e il muro di contenimento. «È un legame bellissimo tra due comunità che supportano i loro bambini», ha osservato il coordinatore. I lavori sono partiti il 26 novembre 2025 e la prima fase si è conclusa il 31 gennaio 2026. Poi, il 28 febbraio, lo scoppio del conflitto tra Israele e Iran ha costretto alla chiusura di tutte le scuole della Cisgiordania. Solo il 12 aprile è stato possibile riaprire, e il giorno successivo si è tenuta l’inaugurazione.
Il cantiere della scuola
Nel frattempo, la comunità locale non si è fermata. Le famiglie di Khallet Taha, soddisfatte del risultato, hanno acquistato di tasca propria i climatizzatori e le telecamere di sicurezza dell’edificio. Questo risparmio inatteso ha permesso di destinare fondi aggiuntivi alla costruzione del parco giochi, la cui realizzazione è prevista entro luglio. «La collaborazione continua», ha sottolineato Bisceglia. «Non è un nostro progetto: è loro, e noi ci siamo messi al servizio di tutto questo».
I bambini e le bambine a scuola
Le tensioni locali

Il contesto in cui la scuola nasce è tutt’altro che stabile. L’Autorità Palestinese (AP) attraversa una crisi economica e finanziaria senza precedenti: i fondi trattenuti da Israele – circa ottanta milioni di dollari al mese di IVA e dazi doganali che Israele è tenuto a versare all’AP in base al Protocollo di Parigi allegato agli Accordi di Oslo – sono congelati dal maggio del 2025. Il risultato è che gli insegnanti della Cisgiordania vengono pagati al cinquanta per cento una volta ogni due mesi, e i bambini vanno a scuola due o tre giorni alla settimana. «Per la prima volta in quindici anni ho incontrato bambini di otto anni che non sapevano leggere e scrivere», ha detto Bisceglia. «Garantire anche solo quei due o tre giorni è fondamentale».

Inoltre, dalla scuola di Khallet Taha si vedono, in posizione sopraelevata, due insediamenti illegali israeliani. «Strategicamente gli insediamenti sono costruiti in Cisgiordania per erodere porzioni di territorio e separare le città palestinesi l’una dall’altra», ha aggiunto il coordinatore. «Chiunque arrivi con i propri occhi lo vede. E non è avere un sentimento contro qualcuno: è rendersi conto di quello che accade nella realtà». Nonostante questo, la scuola sorge in un’area controllata dall’AP (le cosiddette aree A e B, istituite dagli Accordi di Oslo) e pertanto non può essere demolita dall’esercito israeliano, come invece potrebbe succedere se sorgesse sull’area C, quella parte di Cisgiordania amministrata dalle autorità di Israele e che rappresenta il 59 per cento del territorio occupato palestinese.

Nonostante tutto, la Rete Cuneese per la Palestina e il VIS guardano già oltre. «A maggior ragione è proprio adesso che non si abbandonano le persone, in particolare i bambini», ha detto Bisceglia. Il prossimo obiettivo è la scuola Aisha Khalil, nel distretto di Yatta, dove il piano terra è già stato realizzato con fondi della cooperazione italiana: mancano ancora le aule per 70 o 80 bambini (la raccolta fondi è appena partita ed è già possibile contribuire a questo link).

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SpaceX vuole lanciare Starlink Mobile come operatore telefonico negli USA


Concorrenza diretta a Verizon, AT&T e T-Mobile.
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In breve:


SpaceX ha comunicato agli investitori, durante il roadshow dell'IPO, che sta valutando il lancio di un servizio mobile retail negli Stati Uniti con contratti diretti ai consumatori. Significherebbe competere contro Verizon, AT&T e T-Mobile, i tre operatori dominanti. Finora Starlink aveva scelto un approccio B2B, cedendo l'accesso ai suoi satelliti agli operatori esistenti per coprire le zone rurali e prendendo una quota sui ricavi generati da quei clienti. Il cambio di rotta arriva dopo l'acquisizione per 17 miliardi di dollari dello spettro radio di EchoStar lo scorso settembre. Il nodo critico è lo spettro: SpaceX dispone di 65 MHz contro i circa 1.020 MHz dei tre operatori principali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

SpaceX plans to launch Starlink mobile service in the US - Ars Technica
Move would test whether group can turn ambition into a mass-market phone business.
Ars Technica


Alternativa in italiano:

SpaceX diventerà un operatore telefonico mobile?
SpaceX potrebbe offrire la connettività mobile terrestre direttamente agli utenti statunitensi o tramite partner, diventando un operatore virtuale.
Punto Informatico

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Ford riassume ingegneri veterani dopo che l'IA che doveva sostituirli non ha avuto buoni risultati


Richiamati 350 specialisti per ridurre difetti e richiami.
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In breve:


Ford ha riassunto 350 ingegneri esperti, alcuni ex dipendenti e altri provenienti dai fornitori, dopo che i sistemi automatizzati e l'AI non hanno raggiunto i livelli di qualità attesi. Il chief operating officer ha ammesso che l'azienda aveva riposto troppa fiducia nei sistemi automatizzati di controllo qualità, con risultati deludenti. Il vicepresidente dell'ingegneria hardware ha dichiarato esplicitamente che credevano bastasse introdurre l'AI e caricare i requisiti di progettazione per ottenere un prodotto di qualità. Questi tecnici veterani, soprannominati internamente "gray beard", individuano i punti critici prima che un componente arrivi in fabbrica e formano il personale più giovane, oltre a riprogrammare gli strumenti AI.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Ford rehires ‘gray beard’ engineers after AI falls short | TechCrunch
"Mistakenly we thought that by just introducing artificial intelligence ... that would produce a high-quality product.”
TechCrunchAnthony Ha


Alternativa in italiano:

Ford riassume 350 ingegneri "gray beard": quando l'AI non basta - AI News
Ford ha ammesso pubblicamente di aver puntato troppo sull'intelligenza artificiale per il controllo qualità dei veicoli, licenziando ingegneri esperti che poi ha dovuto richiamare. Negli ultimi tre anni il costruttore ha riassunto 350 veterani, ottenendo il primo posto nel ranking JD Power dopo 16 anni di assenza.
AI News

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La svedese Polestar vietata negli USA dal 2027 per via dei legami con la Cina


Polestar è proprietà di Volvo, a sua volta proprietà del gruppo cinese Geely.
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In breve:


Il Dipartimento del Commercio USA ha vietato a Polestar la vendita di veicoli dal model year 2027 in poi, inclusa la Polestar 7 prevista per il 2028. Il motivo è la presenza di tecnologia connessa di origine cinese: Polestar è controllata da Volvo, a sua volta di proprietà del gruppo cinese Geely. L'azienda ha comunicato il divieto tramite un filing SEC e ha annunciato che sposterà la produzione in Europa. Nei mercati USA continuerà a vendere le scorte esistenti di Polestar 3 e Polestar 4 e a fornire assistenza ai clienti. Volvo, invece, ha ottenuto a maggio un'autorizzazione speciale per continuare a vendere, dopo aver discusso direttamente la questione con il bureau competente. Il caso Polestar si inserisce in una campagna più ampia: lo stesso mese il Dipartimento ha comminato una multa da 36 milioni di dollari a Bosch per aver esportato sensori e software automotive a Huawei.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Polestar Faces a Ban on Selling Its EVs in the US
Automaker Polestar will not be allowed to sell its 2027 models and beyond in the US after the US Department of Commerce's Bureau of Industry and Security banned those sales over concerns about Chinese-made connected technology. And the company has no plans to return.
cnet.com


Alternativa in italiano:

Gli USA dicono no a Polestar, sì a Volvo: stessa proprietà, esiti opposti
Il Bureau of Industry and Security degli Stati Uniti nega a Polestar l'autorizzazione a vendere auto nuove dal model year 2027 per la proprietà cinese di Geely, mentre Volvo ottiene il via libera nonostante lo stesso azionista
Greenmove

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L'amministrazione Trump allenta il ban sui modelli Anthropic


Dopo due settimane di trattative.
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In breve:


L'amministrazione Trump ha parzialmente revocato il divieto imposto ai modelli AI di Anthropic: Mythos 5 torna accessibile a decine di aziende e partner governativi considerati affidabili. Il ban era scattato due settimane fa quando ricercatori di Amazon avevano trovato un modo per aggirare i filtri di sicurezza di Fable 5, la versione general-purpose di Anthropic. Fable 5 resta bloccato, e Mythos 5 rimane inaccessibile a chi non è partner certificato. Il Dipartimento del Commercio e Anthropic hanno condotto due settimane di trattative, al termine delle quali Anthropic si è impegnata a collaborare con il governo su protocolli e standard per i modelli coinvolti. Nel frattempo, anche OpenAI ha ritardato il lancio pubblico di GPT-5.6, per gli stessi motivi.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Trump Administration Rolls Back Part of Anthropic Model Ban - WSJ
The government is allowing trusted partners to access the Mythos 5 model following a two-week restriction that rattled the tech industry, The government is allowing trusted partners to access the Mythos 5 model following a two-week restriction that rattled the tech industry
The Wall Street JournalAmrith Ramkumar


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Zuckerberg vuole lavorare con Polymarket e Kalshi per la sua prediction market app


Target: 100 milioni di utenti attivi mensili.
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In breve:


Zuckerberg ha chiesto ai suoi dirigenti di esplorare partnership con Polymarket e Kalshi. Lo riportano tre dipendenti Meta che hanno parlato in anonimato. L'obiettivo è un'app di mercati predittivi che Meta sta costruendo internamente: si chiama Arena, punta a 100 milioni di utenti attivi mensili e usa punti in stile videogioco al posto di scommesse in denaro reale. Il target dichiarato è la fascia 18-34 anni. Zuckerberg la considera una priorità assoluta. Come potrebbero funzionare eventuali accordi con Polymarket e Kalshi resta da definire. Sullo sfondo, i mercati predittivi sono sotto pressione legale crescente: ad aprile un membro delle forze speciali statunitensi è stato incriminato per aver usato informazioni riservate per scommettere su Polymarket, guadagnando oltre 400.000 dollari.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Zuckerberg Urges Meta to Explore Working With Polymarket and Kalshi
Mark Zuckerberg, Meta’s chief executive, has urged his lieutenants to explore partnerships with the popular prediction markets Polymarket and Kalshi as his company builds a similar app, three employees with knowledge of the matter said.
nytimes.com


Alternativa in italiano: non pervenuta

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DK10x37 - Intanto, in Germania...


LLM contro giornalismo, il caso di uno scandalo tedesco.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Qualche giorno fa mi ha divertito leggere di quello che qui in Germania è uno scandalo: si è scoperto che l'ex editore e caporedattore e ora opinionista del Tagesspiel di Berlino, tale Carl-Andreas Casdorff, ha usato l'"Intelligenza Artificiale" per scrivere i suoi pezzi d'opinione.

Non ridete, qui in Germania non hanno quelli del Foglio, e la professione giornalistica ha ancora una certa dignità , almeno per ora. (A proposito, come va il Foglio AI? Hanno già decuplicato le copie e decimato i costi?)

Ad ogni modo, scoperta la cosa la direzione del Tagesspiel ha rimosso dal sito l'articolo incriminato e altri sospetti mentre indagano, sospendendo temporaneamente l'opinionista che ha fatto il doveroso mea culpa:

«Ho commesso un errore madornale, danneggiando la reputazione della testata e la mia. Per questo porgo le mie più sincere scuse. Nei testi ho utilizzato l’"Intelligenza Artificiale". Avrei dovuto chiarirlo e, di conseguenza, non avrei dovuto consentirne la pubblicazione».
dw.com, 21 giugno 2026


Casdorff evidentemente incarna lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, perché negli stessi giorni un'altra testata, la Frankfürter Allgemeine Zeitung (FAZ) di Francoforte, ha rimosso dal sito il corsivo rilasciato da premier della Turingia, anche quello scritto con la cosiddetta "Intelligenza Artificiale", cioè con un modello linguistico.

E siccome in Italia siamo cialtroni mentre in Germania sì che sono gente seria, sulla questione è sceso in campo nientemeno che Mathias Döpfner, il CEO di Axel Springer.

Il quale buontempone, per stigmatizzare la decisione della FAZ, non ha trovato di meglio che chiedere anche lui a un modello linguistico un commento polemico che accusava la FAZ di rifiutare le tecnologie moderne, e paragonava la loro decisione a "un tentativo disperato della lobby delle carrozze per proibire le automobili".

Sono sicuro che Herr Döpfner pensa di essere molto furbo e intelligente, e infatti fa il CEO. Io però penso che si tratti solo di un sussiegoso imbecille, e che nello specifico, la sua profondità di analisi sulla questione tecnologica è inferiore a quella reperibile in un ragazzo del liceo.

Il cosiddetto "rifiuto delle nuove tecnologie" è l'argomento del padronato dall'invenzione del telaio a vapore, e dopo secoli come argomento è ancora una cagata pazzesca.

Il punto è che nessuno "rifiuta" (si sentono le virgolette?) le nuove tecnologie, per il semplice fatto che l'accettazione di una tecnologia è una scelta sociale, senza nessuna inevitabilità. La storia è piena di tecnologie che come società abbiamo semplicemente scelto di scartare.

La schiavitù, il lavoro minorile, la servitù debitoria come quelli di Downton Abbey, l'amianto, le armi chimiche, le mine antiuomo, la sorveglianza indiscriminata, certi farmaci, penso al talidomide, certi diserbanti, certe modifiche genetiche negli alimenti, negli animali e nell'uomo…

La questione della inevitabilità di certe tecnologie, il "questo è il futuro, adeguatevi o estinguetevi" nasce dall'incontro fra il libertarismo degli anni '60 statunitensi, e il libertarismo capitalista, quella che è stata battezzata "ideologia californiana".

Per una dimostrazione rapida di quello che sto dicendo, potete semplicemente ricordare che gli stessi argomenti (e spesso le stesse persone) che oggi sostengono l'inevitabilità dei modelli linguistici spacciati per "Intelligenza Artificiale" soltanto ieri venivano usati paro paro per dire che era inevitabile il Metaverso. E l'altro ieri venivano usati per la blockchain.

O, se volete fare gli sciccosi, potete rispolverare un Keynes d'annata (1930) e la sua previsione che la settimana lavorativa nel 2030 sarebbe stata di 15 ore.

Chi la mena con "il futuro sarà così e cosà", vuole soltanto vendere qualcosa, non foss'altro che se stesso come "futurologo". Che poi è solo un astrologo meno fantasioso, ma è pur sempre meglio che lavorare.

A questo punto entra in gioco anche una ricercatrice, Vera Katzenberger dell'università di Lipsia, che dice che il caso di Casdorff è importante perché fa vacillaree la fiducia nel giornalismo; il pubblico legge i giornali per l'esperienza o le prospettive di certi autori, e se i corsivi sono generati dall'"Intelligenza Artificiale", c'è un'interferenza nel modo in cui si forma la pubblica opinione; il pubblico potrebbe sentirsi ingannato.

E fin qui non ho niente da dire, ma poi la Katzenberger specifica:

Questo è un problema perché l'"Intelligenza Artificiale" non ha valori, non ha posizioni politiche, e non ha senso di responsabilità.
(ibid.)


Eh no. Uno su tre, da una ricercatrice ci aspettiamo di più.

Come sempre, il problema è il linguaggio con cui parliamo della cosidetta "Intelligenza Artificiale". Intanto è sbagliato e controproducente chiamarla così, noi stiamo parlando di modelli linguistici, cioè di motori statistici per la generazione di testi plausibili.

O, se vogliamo usare la mia nomenclatura preferita, stiamo parlando di generatori di stronzate. Che i testi siano plausibili non toglie niente al fatto che sono testi generati tirando dei dadi.

E poi ci si ostina a usare un linguaggio antropomorfico, a parlare dei modelli linguistici come se stessimo parlando di persone.

Un modello linguistico, che è un programma, non "ha" caratteristiche nel senso in cui le ha un essere umano, o un qualunque essere vivente, che possa è solo il delirio di quelli che fanno della tecnologia una religione; e dei pubblicitari, che ti dicono che il frigorifero, il deodorante o la berlina che devono vendere ha un "carattere".

Un modello linguistico al massimo può esibire dei bias nel modo in cui avviene la generazione del contenuto, se il bias è presente nei dati di addestramento o è fornito esplicitamente come istruzione (i cosiddetti"guardrail" non sono altro che indirizzamenti preferenziali dei risultati del motore).

Una piccola spiegazione tecnica. I modelli linguistici sono una applicazione delle tecniche chiamate di "machine learning": a un programma vengono forniti dei dati e il programma "apprende" (si sentono le virgolette?) cioè individua relazioni ricorrenti fra quei dati. Fornite dieci milioni di foto di gatti al machine learning, e il programma riesce a individuare se c'è un gatto in una nuova.

Il programma ha capito cosa sia un gatto? Certo che no. Sa soltanto come sono distribuiti i colori e le forme nelle foto di gatti che ha visto. Fornite una nuova foto, e il programma dirà se la foto contiene un gatto. A volte la risposta sarà corretta.

Fornite qualche al programma qualche miliardo di pagine scritte, e il programma ricostruisce dagli esempi che riceve le regole che governano la costruzione di frasi di senso compiuto.

Il programma ha imparato a parlare e a rispondere? No. Ma ha analizzato abbastanza domande e risposte da poter costruire una frase di risposta quando gli date una frase di domanda. A volte, la frase di risposta è di senso compiuto, e a volte è addirittura giusta.

Il programma esegue le stesse istruzioni, sia per fornire una risposta che noi riconosciamo come giusta, sia per una risposta che noi riconosciamo come sbagliata. Nel programma non c'è alcuna conoscenza, o modello del mondo, o vincolo di realtà. Il programma genera frasi, è l'utente che le valuta rispetto alla realtà.

Quindi sì, ovvio che il programma non ha alcun senso di responsabilità, il programma vede solo le correlazioni fra le parole della lingua che parliamo, e il senso di responsabilità non è lì più di quanto sia in una moneta lanciata o in una pallina della roulette, che pure, se prendiamo per buoni i ragionamenti dei techbro, anche loro decidono cose.

Un altro piccolo intermezzo tecnico.

Il Machine Learning funziona. Ma la qualità del suo funzionamento si basa sulla qualità dei dati di input. Il vecchio adagio "Garbage In, Garbage Out" vale per i modelli linguistici di oggi come per i programmi FORTRAN o COBOL di sessant'anni fa.

Prima di creare DataKnightmare, per un breve periodo ho pensato di poter fare Data Science. E quindi avevo creato la mia metodologia che avevo chiamato Ottuplice Via alla Data Science, sulla falsariga dell'ottuplice via per la virtù nel Buddismo.

I primi tre passi erano:

  1. corretta scelta delle fonti, cioè da dove raccogliamo i dati
  2. corretta raccolta dei dati, cioè quali dati prendiamo fra quelli disponibili
  3. corretta validazione dei dati raccolti, cioè controllare che i dati siano nel formato richiesto e abbiano i valori che ci aspettiamo. Per dire, una data è una data, ma giorno-mese-anno o mese-giorno-anno o anno-mese-giorno?

Ora, il punto era semplice. Non basta prendere dei dati. Occorre sapere che dati sono, come sono stati raccolti, occorre controllare eventuali errori o parzialità nella raccolta.

Questo è il motivo per cui ho mollato la Data Science: io parlavo di una disciplina, i dirigenti dicevano "boh, abbiamo questi dati, cerchiamo di farci qualcosa, e già che ci siamo facciamo in modo che questo qualcosa ci dica quello che vogliamo sentire".

Perché è facile dire che l'azienda è data driven, ma se il dirigente dice una cosa e la statistica dice l'opposto, che figura ci fa il dirigente?

Io vedevo i dati come strumento di indagine della realtà e guida nelle decisioni. I dirigenti vedevano qualcosa con cui giustificare le proprie decisioni ammantandole di una oggettività che non avevano.

Detta come va detta: la quasi totalità degli archivi aziendali non vale assolutamente nulla ma può essere usato per giustificare una cosa o il suo opposto, per il fatto che non c'è alcun controllo sulla qualità dei dati raccolti.

A questo punto cosa possiamo dire dei modelli linguistici come applicazione del Machine Learning? Il loro input è indiscriminatamente tutto il testo, di qualsiasi tipo, reperibile su Internet. E su Internet sappiamo che c'è tutto e il contrario di tutto. Ma non in parti uguali.

Ci sono materiali dettagliati, precisi, rigorosi, per produrre i quali qualcuno ha studiato e lavorato per anni.

E ci sono stupidate, cose volutamente finte, teorie della cospirazione, deliri, forum di sciroccati e neonazisti, cose che mi ha detto mio cuggino che lui ne capisce, eccetera eccetera.

Queste ultime sono enormemente più diffuse rispetto ai primi, ma il modello linguistico ingurgita tutto senza distinguere, e poi fa la media. Anche senza essere esperti di qualità dei dati, che livello di qualità avrà il risultato?

Quando dico che i modelli linguistici sono l'applicazione più stupida e bruta del machine learning, intendo questo.

Quello a cui vi rivolgete cercando risposte per la vostra vita, per la vostra salute, per il vostro lavoro e che chiamate "Intelligenza Artificiale" perché di quello vi hanno detto che si tratta, non è altro che la media pesata di tutto quello, fiori e merda, che si trova su internet, frullata, dolcificata, colorata del vostro colore, e impiattata, e voi ve la mangiate come se fosse una prelibatezza.

Non sto dicendo che siete stupidi, sto dicendo che vi hanno preso per il culo e vogliono continuare a farlo ma a pagamento.
Potete anche smettere di dargli retta.

OK, scusate la digressione ma le cose vanno capite, ora torniamo a bomba. La ricercatrice di Lipsia ci dice che il problema è che:

...l'"Intelligenza Artificiale" non ha valori, non ha posizioni politiche, e non ha senso di responsabilità.
(ibid.)


Abbiamo capito che "Intelligenza Artificiale" è un nome fuorviante, ma comunque la sola traccia di "senso di responsabilità" in un modello linguistico possono essere al massimo (dico al massimo perché poi esiste Grok) le cosiddette "guardrails", quelle istruzioni a posteriori che dovrebbero (il condizionale ipotetico è d'obbligo) impedire che il modello linguistico vi spieghi come produrre un'arma chimica o si metta a fare discorsi neonazisti.

Sappiamo benissimo che i guardrail funzionano solo nella mente di chi deve venderli, perché vanno contro al fatto ineludibile che un motore statistico funzionerà come un motore statistico anche se gli diciamo di non farlo. I "guardrail" sono come scrivere "non uscire" su cinque facce di un dado e sperare che grazie a questo esca sempre la sesta. Davvero, è questo che vi stanno vendendo.

E i valori, e le posizioni politiche? Quelli rifletteranno i dati di input, e quindi saranno fortemente a favore dei valori e delle posizioni numericamente più ripetute, giuste o sbagliate che siano. Aprite instagram o qualsiasi social e fatevi iun'idea.

Come ciliegina sulla torta, poi, c'è sempre la possibilità che il padrone del modello linguistico metta degli altri "guardrail" a difesa dei valori e delle posizioni politiche che preferisce, o che gli fanno comodo. E naturalmente non è tenuto a farne parola con chicchessia.

Ecco. Per come la vedo io, il problema non è che il modello linguistico non ha valori o posizioni politiche. Il modello linguistico riflette come minimo i valori e le posizioni più presenti in rete, e già quello è un problema. E magari ha anche qualche ulteriore aiutino. Considerare uno strumento del genere come politicamente neutro è pura follia.

E non basta. Perché c'è già uno studio che mostra come anche solo usandolo per una stesura iniziale, il modello linguistico influenza il linguaggio che comparirà nella versione finale, sia dal punto di vista stilistico, che di vocabolario, che di contenuti.

Un corsivista che si lascia imboccare dal modello linguistico foss'anche solo per fare brainstorming o per usarlo come userebbe un ascoltatore umano, sta accettando di essere condotto, lentamente ma inesorabilmente, nel migliore dei casi verso valori e posizioni medi accettabili, e nel peggiore, verso valori e posizioni preferiti dal padrone del modello linguistico.
Gaslighting as a Service, ma che bella idea.

Il modello linguistico non si stanca mai, parla e risponde come una persona, e noi ci siamo evoluti per ascoltare le persone, non per trattarle come oggetti. Quindi quando il modello ti mette di fronte a un argomento che magari non avresti mai usato, tu non rifiuti a priori, lo giri e lo rigiri, cambi un po' lo stile e magari te lo fai andare bene. In altre parole hai deciso cosa pensi con un lancio di dadi, magari pure truccati.

Non mi piace dire cose ovvie, ma c'è questa bella citazione da Dune, di Frank Herbert:

Un tempo, gli uomini affidarono alle macchine il compito di pensare per loro nella speranza che ciò li rendesse liberi. Ma ciò permise solo ad altri uomini che possedevano le macchine di ridurli in schiavitù.


Compite un atto rivoluzionario: pensateci.

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La fonte di informazione americana più affidabile è il canale del meteo


Un sondaggio di YouGov conferma che la fiducia nei media è bassa, in calo e divisa per appartenenza politica. The Weather Channel resta in testa, Fox News e Breitbart in fondo
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Negli Stati Uniti la fonte di informazione di cui gli americani si fidano di più non è un grande giornale né una rete televisiva, ma il canale del meteo. Lo dice un sondaggio dell'istituto demoscopico YouGov, che ogni anno misura la fiducia degli americani in decine di testate e che nel 2026 conferma un quadro già visto: la fiducia nei media è bassa, in calo per quasi tutte le fonti e profondamente segnata dalla politica.

Per misurare la fiducia, YouGov ha chiesto a un campione di adulti se considerino ogni testata affidabile o inaffidabile e poi ha calcolato un punteggio netto, cioè la differenza tra la quota di chi la giudica affidabile e quella di chi la giudica inaffidabile. Con questo metodo The Weather Channel, il canale televisivo dedicato alle previsioni meteorologiche, resta in cima: gli americani sono 50 punti percentuali più propensi a definirlo affidabile che inaffidabile. Lo seguono PBS, la rete televisiva pubblica (+26), e il Wall Street Journal (+22). The Weather Channel è la fonte più affidabile in tutte le rilevazioni dal 2022 a oggi.

In fondo alla classifica ci sono Breitbart News (-12), il sito di destra fondato dall'ex stratega di Trump Steve Bannon, One America News (-10) e Fox News (-10), le due reti vicine al mondo conservatore.

Sondaggio · Stati Uniti
Il canale del meteo è la fonte di notizie più affidabile per gli americani
25-26 maggio 2026 · 2.102 adulti (±3%) · YouGov
Focus America

Più sfiducia
Più fiducia

The Weather Channel

+50

PBS

+26

Wall Street Journal

+22

BBC

+20

Associated Press

+20

ESPN

+19

Reuters

+19

Forbes

+18

NPR

+15

TIME

+15

Financial Times

+14

ABC

+12

C-SPAN

+12

NBC

+12

USA Today

+12

New York Times

+11

The Economist

+11

Bloomberg

+10

The Guardian

+8

Newsweek

+7

Business Insider

+7

Yahoo News

+4

Politico

+4

CBS

+4

CNBC

+3

Washington Post

+3

CNN

+3

The New Yorker

+3

The Atlantic

+2

The Hill

+1

New York Post

+1

Axios

+0

Los Angeles Times

+0

ProPublica

−1

National Review

−2

Fox Business Channel

−3

Newsmax

−4

HuffPost

−4

Washington Examiner

−5

People

−5

The Daily Beast

−5

MS NOW

−6

The Daily Caller

−8

Al Jazeera

−8

Comedy Central

−9

Fox News

−10

One America News (OAN)

−10

Breitbart News

−12

Elaborazione di Focus America su dati di YouGov. Fiducia netta: differenza in punti percentuali tra chi giudica la fonte affidabile o molto affidabile e chi la giudica inaffidabile o molto inaffidabile. La linea tratteggiata indica lo zero.

La fiducia media nelle testate è scesa quest'anno a +6, dal +9 del 2025. Il calo più forte tocca CBS, che perde 12 punti, una caduta trainata soprattutto dagli elettori democratici, la cui fiducia nella rete è crollata di 32 punti. Anche MS NOW, il nuovo nome di MSNBC, perde 12 punti: il cambio di nome ha confuso il pubblico, visto che il 34% degli intervistati dice di non sapere quanto sia affidabile, il doppio rispetto al 17% di chi diceva lo stesso di MSNBC un anno fa. Cali importanti riguardano anche Fox News, OAN, la BBC britannica e il Daily Caller.

La fiducia nei media è soprattutto una questione di appartenenza politica. Gli elettori democratici si fidano molto più dei repubblicani sia dell'informazione in generale sia delle singole testate: per 42 delle 48 considerate, tra i democratici prevale la fiducia sulla diffidenza. Tra i repubblicani questo accade solo per 15 testate.

I due schieramenti si fidano di mezzi diversi. I democratici danno più credito a PBS, alla rete NBC e al New York Times, i repubblicani a Fox News, al canale economico Fox Business e a Newsmax, un'altra rete conservatrice. C'è poca sovrapposizione: solo 10 testate su 48, il 21%, raccolgono più fiducia che sfiducia tra gli elettori di entrambi i partiti. Molte di queste si occupano di economia e finanza, come Forbes, il Wall Street Journal, il Financial Times, Business Insider e l'Economist. L'unica testata che entrambi gli schieramenti giudicano più inaffidabile che affidabile è il Daily Caller, sito di destra.

Le due fonti più divisive sono CNN e Fox News. La fiducia nella CNN è di 85 punti più alta tra i democratici che tra i repubblicani, mentre quella in Fox News è di 85 punti più alta tra i repubblicani. I democratici si fidano molto più dei repubblicani anche di PBS, del New York Times, di NBC e della radio pubblica NPR. I repubblicani, oltre a Fox News, danno molto più credito a Fox Business, Newsmax e OAN.

Il calo della fiducia ha toccato entrambi gli schieramenti. Tra i democratici la fiducia media è scesa a +25 dal +31 dell'anno prima, con i crolli maggiori per CBS e MS NOW. Tra i repubblicani è passata a -6 da -1, con le cadute più nette per CNN, il Los Angeles Times, la BBC e Comedy Central.

La diffidenza è ancora più marcata verso i social network. Pur essendo molto usati per informarsi, quasi tutti sono giudicati più inaffidabili che affidabili. YouTube è l'unico a salvarsi, con un punteggio leggermente positivo (+7). I peggiori sono TikTok (-32), Snapchat (-27), Truth Social, la piattaforma fondata da Trump (-24), Facebook (-24) e X (-21). Truth Social e X sono le più divisive: tra i repubblicani Truth Social è il social più affidabile (+12), tra i democratici è il più inaffidabile in assoluto (-46).

Quando si tratta di capire dove gli americani si informano davvero, in testa ci sono i social network (60%) e la televisione (56%), con una netta divisione per età: gli under 45 usano soprattutto i social, gli adulti più anziani la tv. Il 45% dice di aver saputo di una notizia da un amico o un familiare nell'ultimo mese. Seguono i siti di informazione (39%), i motori di ricerca (29%), la radio (28%) e le app di notizie (26%). I giornali di carta si fermano al 14% e i settimanali al 10%.

Cresce intanto la presenza dei contenuti creati con l'intelligenza artificiale. Il 46% degli americani dice di vedere ogni giorno informazioni generate dall'IA, dieci punti in più rispetto al 36% dell'anno scorso. E solo l'11% si dice molto sicuro di saper distinguere una notizia scritta da una persona da una prodotta da una macchina.

Tra le 48 testate, le più usate per informarsi nell'ultimo mese sono Fox News (36%) e CNN (32%), seguite da ABC (29%), NBC (28%) e CBS (26%). Il New York Times è la fonte con un'edizione cartacea più letta, con il 23%. Il pubblico repubblicano è molto più concentrato: il 58% usa Fox News, mentre nessun'altra testata supera il 25%. I democratici si distribuiscono su più fonti, con la CNN al 47% e quote oltre un terzo per ABC, NBC, il New York Times e CBS.

Più degli stessi giornali pesano i social: il 40% degli americani si è informato su Facebook e il 39% su YouTube, mentre il 21% ha usato X, il 23% Instagram e il 17% TikTok. Tra gli aggregatori di notizie spicca Google News, usato dal 32%, davanti ad Apple News (14%) e MSN (11%).

Iniziano a comparire anche i programmi di intelligenza artificiale. Il 10% degli americani dice di essersi informato con ChatGPT nell'ultimo mese, quota che sale al 16% tra gli under 45. Il 7% ha usato Gemini di Google e il 2% Claude di Anthropic.

Il sondaggio ha infine misurato come gli americani percepiscono l'orientamento politico delle testate. Molte più fonti vengono classificate come più di sinistra che di destra rispetto al contrario. Quelle considerate più progressiste sono CNN, MS NOW e il New York Times, mentre Fox News e Breitbart sono giudicate le più conservatrici. Il sondaggio è stato condotto il 25 e 26 maggio 2026 su 2.102 adulti, con un margine di errore di circa 3 punti.

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Le primarie in Michigan si vincono online


Tre candidati millennial si contendono il seggio al Senato puntando sull'attenzione del web. In testa c'è Abdul El-Sayed, dopo le dirette con lo streamer Hasan Piker
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La primaria democratica per il Senato in Michigan, in programma il 4 agosto, è diventata la corsa più "online" degli Stati Uniti. I tre candidati, tutti millennial, passano gran parte del tempo a conquistare l'attenzione sui social più che a stringere mani per lo Stato. È la prova generale di un modo nuovo di fare campagna, basato su quella che gli americani chiamano "economia dell'attenzione": l'idea che vincere un'elezione significhi prima di tutto catturare lo sguardo del pubblico sul web. Lo racconta un reportage di Politico dalla Mackinac Island, dove i candidati si sono ritrovati per il primo dibattito televisivo statewide.

La posta in gioco va oltre il Michigan. Se a novembre i democratici perdessero il seggio contro il probabile candidato repubblicano Mike Rogers, riconquistare la maggioranza al Senato diventerebbe quasi impossibile, e i repubblicani lo sanno. Il Senate Leadership Fund, il super PAC vicino al leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, ha già prenotato 45 milioni di dollari di spot per Rogers in autunno. Un super PAC è un comitato che può raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato, purché non coordinato direttamente con la sua campagna.

La primaria deciderà anche quale Partito Democratico uscirà dalle elezioni di medio termine, dopo la seconda sconfitta contro il presidente Donald Trump e con una base che chiede un cambiamento netto. Due dei tre candidati, l'ex funzionario della sanità pubblica Abdul El-Sayed e la senatrice statale Mallory McMorrow, hanno chiesto un ricambio nella leadership del partito. El-Sayed ha detto di essere l'unico candidato la cui vittoria non andrebbe bene a Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, e McMorrow ha chiesto a Schumer di farsi da parte. La terza candidata, la deputata Haley Stevens, ha invece l'endorsement di Schumer e il sostegno dell'establishment democratico del Michigan. I tre si dividono anche su come limitare l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, e sulla sanità: El-Sayed sostiene il "Medicare for All", un sistema sanitario pubblico universale, mentre McMorrow e Stevens preferiscono l'opzione pubblica, cioè un'assicurazione statale che affianca quelle private senza sostituirle.

Una vittoria progressista in Michigan rafforzerebbe la pressione sui vertici del partito. Proprio questa settimana i candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico di New York Zohran Mamdani hanno vinto tre primarie in città, battendo tra gli altri il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei deputati ispanici al Congresso, e infliggendo un colpo a Schumer e al leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries. Un successo della sinistra anche in Michigan indicherebbe che l'ondata populista di sinistra, ribattezzata da alcuni "Tea Party democratico", può contare anche fuori dalla New York più progressista. Il tema pesa molto in Michigan, lo Stato con la più alta percentuale di elettori arabo-americani e con una base sempre più critica verso Israele.

El-Sayed e McMorrow dedicano gran parte della campagna all'economia dell'attenzione, un approccio che secondo molti definirà il futuro delle campagne elettorali americane. Nel 2024 Trump, da sempre abile nel catturare l'attenzione, ha vinto anche grazie alla scelta di puntare sui nuovi media e sui creatori di contenuti su YouTube e Twitch, le piattaforme seguite dai giovani uomini. Sull'altro fronte Mamdani è passato da sconosciuto a sindaco della più grande città americana sfornando video di strada molto cliccati, una tattica adottata anche da El-Sayed.

I numeri dei follower raccontano due strategie opposte. Su X El-Sayed ha circa 136.700 follower, McMorrow oltre 226.500, mentre Stevens ne ha meno di 30.000. La campagna di Stevens accusa gli avversari di puntare troppo sui commenti dei social invece che sulle urne. Per ora la scommessa premia El-Sayed, l'unico dei tre ad aver già corso a livello statale, nel 2018 contro la governatrice Gretchen Whitmer: i sondaggi lo danno primo, con Stevens seconda e McMorrow terza a distanza.

La svolta per El-Sayed è arrivata in aprile, quando ha fatto campagna insieme a Hasan Piker, popolare streamer di estrema sinistra con milioni di follower. Dopo che McMorrow lo aveva criticato per le sue parole sull'11 settembre, i consensi di El-Sayed hanno iniziato a salire. Piker ha detto a Politico che quella mossa è stata "probabilmente l'errore di tutta questa campagna". Lo streamer è una figura controversa anche tra i democratici: ha detto una volta che "l'America si è meritata l'11 settembre", salvo poi scusarsi, e ha condannato la risposta israeliana a Gaza in termini che alcuni hanno definito antisemiti, accusa che lui respinge dicendo di criticare il governo israeliano e non l'identità ebraica. McMorrow ha paragonato Piker a Nick Fuentes, personaggio dichiaratamente di estrema destra e antisemita.

El-Sayed è cresciuto dentro l'economia dell'attenzione. Ha lavorato per Crooked Media, la società di podcast fondata da ex collaboratori di Barack Obama, è stato collaboratore della CNN e ha poi creato una propria casa di produzione per il suo podcast. Dopo la sconfitta del 2024 ha cambiato registro, passando dal professore universitario di Oxford che parlava di "capitalismo razziale" al personaggio in versione "bro": mostra i muscoli, si fa riprendere mentre fa sci nautico e ciclismo e si avvolge nella bandiera americana. Una delle sue frasi più note è la rilettura della celebre battuta di Michelle Obama: "Quando loro vanno in basso, noi non andiamo in alto, li trasciniamo nel fango e li soffochiamo". Il suo patrimonio è salito fino a 1,66 milioni di dollari, ma ha rinviato la pubblicazione della dichiarazione patrimoniale a dopo la primaria.

McMorrow ha invece costruito la sua notorietà sui social prima ancora di entrare in politica. Era diventata un volto nazionale nel 2022 con un discorso virale in cui replicava alle accuse infondate dei repubblicani che la definivano una "groomer", termine con cui i conservatori indicano chi adesca minori. In passato ha lavorato come direttrice creativa per Gawker, sito di gossip oggi chiuso, e come designer per la Mattel sulle automobiline Hot Wheels. I suoi video continuano a funzionare: uno sulla pubblicità del canale sportivo NFL RedZone ha raccolto quasi due milioni di visualizzazioni, un altro sui prezzi personalizzati in base ai dati degli utenti quasi sei milioni. Un gruppo esterno a lei vicino, Yes MI Action Committee, ha previsto di spendere almeno sette milioni di dollari per sostenerla. La sua dimestichezza con il web le si è però ritorta contro: la CNN ha riportato vecchi tweet cancellati in cui criticava il Michigan e l'America profonda, tra cui uno in cui si lamentava del clima dello Stato. Stevens ha subito attaccato, accusandola di parlare male dei cittadini che aspira a rappresentare.

Stevens ha scelto la strada opposta e resta volutamente fuori dalla gara per l'attenzione. Ha un percorso politico tradizionale: è stata la prima parlamentare millennial del Michigan al Congresso e ha conquistato un collegio storicamente repubblicano. I suoi video non diventano virali e quando lo fanno è di solito per immagini che la mettono in difficoltà, come quando è stata contestata alla convention del partito statale in aprile per la sua posizione su Israele e sull'AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Nelle ultime settimane l'establishment del Michigan si è compattato attorno a lei, forse per timore di una vittoria di El-Sayed: oltre all'appoggio di Schumer, ha incassato l'endorsement dell'ex senatrice Debbie Stabenow e una foto con la senatrice Elissa Slotkin, che però resta neutrale. Anche il braccio elettorale dei repubblicani al Senato la prende di mira con video che la ritraggono in modo goffo.

Il tema di Israele e dell'AIPAC attraversa l'intera campagna. Secondo il consulente democratico Rob Flaherty, ex vice della campagna di Kamala Harris nel 2024, in Michigan si è creata una "tempesta perfetta": due candidati molto online, uno podcaster e l'altra abile creatrice di contenuti, una candidata più tradizionale come Stevens e un dibattito acceso sull'AIPAC, in una corsa che riguarda l'identità stessa del partito. Al dibattito McMorrow ha cercato una via di mezzo, dicendo che "le persone non possono permettersi di aspettare una rivoluzione che potrebbe non arrivare mai", mentre El-Sayed ha replicato che "la rivoluzione di sicuro non arriverà se non lottiamo per ottenerla". Il momento più discusso è stato il silenzio di Stevens su una domanda sui contributi dell'AIPAC: secondo il New York Times ha parlato per 160 parole senza mai rispondere.


A New York i tre candidati di Mamdani vincono le primarie democratiche


Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha vinto la sua scommessa. Nelle primarie democratiche di martedì 23 giugno i tre candidati al Congresso che aveva sostenuto hanno conquistato la nomination, due di loro battendo deputati uscenti dati per favoriti. A sei mesi dal suo insediamento, il primo cittadino diventa l'uomo più influente della politica newyorkese.

Le primarie servono a scegliere chi rappresenterà un partito alle elezioni vere e proprie, in programma il 3 novembre. Nei distretti dove i democratici dominano da decenni, come quelli della città di New York, vincere la primaria equivale quasi sempre a conquistare il seggio. Per questo le tre vittorie di martedì pesano già come elezioni decise.

Brad Lander, 56 anni, ex revisore dei conti della città di New York, ha travolto con 30 punti di margine il deputato uscente Dan Goldman nel decimo distretto, che copre Lower Manhattan e parte di Brooklyn. Darializa Avila Chevalier, 32 anni, attivista e studentessa di dottorato alla prima campagna elettorale, ha battuto Adriano Espaillat, 71 anni, presidente del gruppo dei deputati ispanici alla Camera, nel tredicesimo distretto tra Upper Manhattan e il Bronx. Claire Valdez, 36 anni, deputata statale poco conosciuta, ha conquistato un seggio lasciato libero tra Brooklyn e Queens, il settimo distretto, superando Antonio Reynoso, presidente del distretto di Brooklyn.

Avila Chevalier e Valdez appartengono ai Socialisti Democratici d'America, l'organizzazione della sinistra radicale a cui aderisce lo stesso Mamdani. Con la loro elezione, quasi certa a novembre in distretti così blu, i socialisti alla Camera raddoppieranno, passando da due a quattro.

Primarie democratiche · New York
Le quattro primarie democratiche per la Camera più seguite a New York
Camera degli Stati Uniti — 23 giugno 2026
Focus America

7° distrettoValdez 10° distrettoLander 12° distrettoLasher 13° distrettoAvila Chevalier

Brooklyn e Queens

CandidatoVoti%

Claire Valdez
Deputata all'Assemblea statale

37.531
56,1%

Antonio Reynoso
Presidente del distretto di Brooklyn

23.960
35,8%

Julie Won
Consigliera comunale

4.231
6,3%

66.953voti
92% scrutinato

Lower Manhattan e Brooklyn

CandidatoVoti%

Brad Lander
Ex revisore dei conti di New York

55.060
65,8%

Dan Goldman
Deputato uscente

28.445
34,0%

83.661voti
90% scrutinato

Manhattan centrale

CandidatoVoti%

Micah Lasher
Deputato all'Assemblea statale

40.106
39,1%

Alex Bores
Deputato all'Assemblea statale

35.822
35,0%

Jack Schlossberg
Nipote di John F. Kennedy

11.036
10,8%

102.463voti
87% scrutinato

Upper Manhattan e Bronx

CandidatoVoti%

Darializa Avila Chevalier
Attivista

32.790
49,4%

Adriano Espaillat
Deputato uscente

30.464
45,9%

Oscar J. Romero Jr.

2.340
3,5%

66.379voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press. Risultati non definitivi.

Mamdani si è speso come nessun sindaco prima di lui. Ha reclutato i candidati ancora prima di vincere le proprie elezioni, ha organizzato raccolte fondi, è apparso negli spot e ha girato i comizi fino a notte fonda. Per sostenere i suoi ha rotto con la governatrice Kathy Hochul, con i sindacati, con il Working Families Party, un piccolo partito di sinistra che lo aveva appoggiato, e soprattutto con Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera e in corsa per diventarne speaker, cioè presidente, se il partito riconquistasse la maggioranza a novembre. Le sue vittorie non dimostrano però che il consenso del sindaco si sia allargato: in tutti quei distretti aveva già vinto nettamente l'anno scorso e resta molto popolare.

"La vecchia politica che ci ha portato in questa crisi non è la politica che ci tirerà fuori", ha detto Mamdani alla festa per la vittoria di Valdez, davanti a una folla che scandiva "DSA". "Un anno fa non era la fine di un movimento politico. Era l'inizio."

La vittoria di Avila Chevalier è la più clamorosa. Espaillat, cinque mandati alle spalle e primo dominicano-americano eletto al Congresso, è stato superato da una candidata all'esordio, in un'impresa che molti hanno paragonato a quella di Alexandria Ocasio-Cortez contro Joe Crowley nel 2018. Mamdani aveva inizialmente promesso di appoggiare Espaillat, che lo aveva sostenuto nella corsa a sindaco, ma a fine maggio ha cambiato idea e si è schierato con la sfidante, irritando il vecchio establishment democratico e i leader latini. La candidata ha vinto nonostante una raffica di vecchi post sui social media, poi cancellati, in cui aveva usato un linguaggio volgare contro Kamala Harris, definito Joe Biden uno "stupratore" e criticato le relazioni interrazziali.

Il rapporto con Israele è stato il tema centrale di diverse primarie, in una città che ospita la più grande comunità ebraica del paese. Lander, ebreo come Goldman, ha definito un "genocidio" la guerra a Gaza e ha attaccato l'avversario per i suoi legami con AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Goldman, pur critico verso il governo di Benjamin Netanyahu, difende il sostegno militare americano a Israele e rifiuta la parola "genocidio". Anche Avila Chevalier ha usato questo argomento contro Espaillat, accusandolo di aver incassato per anni donazioni legate ad AIPAC.

Nel dodicesimo distretto, che attraversa Manhattan, il deputato statale Micah Lasher ha vinto la primaria per succedere a Jerrold Nadler, ritiratosi dopo oltre trent'anni. Mamdani non si è schierato. Lasher, sostenuto da Nadler, ha battuto il collega Alex Bores e Jack Schlossberg, nipote di John F. Kennedy, arrivato terzo nonostante il cognome celebre. È stata una delle gare più costose nella storia del Congresso: gruppi legati alle aziende di intelligenza artificiale OpenAI e Anthropic hanno speso più di 25 milioni di dollari a favore e contro Bores, autore di una legge statale per regolare l'intelligenza artificiale, mentre l'ex sindaco Michael Bloomberg ne ha messi 10 a sostegno di Lasher.

Nei sobborghi a nord della città i democratici hanno scelto Cait Conley, esperta di sicurezza nazionale e veterana di guerra, per sfidare a novembre il deputato repubblicano Mike Lawler, uno dei più vulnerabili. Il diciassettesimo distretto è uno dei pochi davvero contesi del paese e potrebbe decidere il controllo della Camera.

Più a nord, nel ventunesimo distretto, ha vinto la primaria repubblicana Anthony Constantino, magnate degli adesivi che aveva fatto installare un cartello alto quasi quattro metri con scritto "Vote for Trump" sopra la sede della sua azienda. Sostenuto dal presidente Donald Trump, ha battuto Robert Smullen, il candidato appoggiato dai vertici del partito, per il seggio lasciato da Elise Stefanik, anche lei alleata del presidente.

Anche in Maryland i democratici hanno scelto i loro candidati in due primarie costosissime. Nel quinto distretto Adrian Boafo, ex collaboratore del deputato Steny Hoyer che si ritira dopo 44 anni, ha vinto la nomination democratica grazie anche a circa 11 milioni di dollari spesi dai super PAC legati ad AIPAC e all'industria delle criptovalute. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere denaro senza limiti per sostenere un candidato. Nel sesto distretto la deputata April McClain Delaney ha respinto il ritorno del suo predecessore David Trone, che aveva prestato 25 milioni di dollari di tasca propria alla campagna. Per la carica di governatore i repubblicani hanno scelto Dan Cox, esponente della destra dura e già sconfitto dal governatore democratico Wes Moore con 32 punti di scarto nel 2022.

In Utah un ridisegno dei collegi elettorali ordinato dai tribunali ha creato un distretto nettamente democratico attorno a Salt Lake City. L'ex deputato moderato Ben McAdams ha vinto la primaria democratica e parte da favorito: lo Utah potrebbe così eleggere un democratico al Congresso per la prima volta dal 2018.

In South Carolina si è votato in un ballottaggio, il secondo turno previsto quando al primo nessun candidato raggiunge la maggioranza. Alan Wilson, procuratore generale dello stato, ha vinto la primaria repubblicana per governatore contro la vicegovernatrice Pamela Evette. Il presidente aveva fatto una mossa inusuale, sostenendo entrambi i candidati. Nel primo distretto i democratici hanno scelto Nancy Lacore, ammiraglio della Marina licenziato lo scorso anno dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, per provare a strappare ai repubblicani il seggio lasciato da Nancy Mace, candidatasi senza successo a governatore.

Le vittorie consolidano Mamdani come punto di riferimento della sinistra americana e creano un problema per i moderati. Valdez e Avila Chevalier non si sono impegnate a votare Jeffries come speaker, e i democratici a lui vicini temono che i repubblicani useranno le posizioni più radicali del partito contro i candidati nei distretti in bilico. "I repubblicani cercheranno molto presto di mettere in mostra, come fanno sempre, le voci più radicali del Partito Democratico", ha detto al New York Times Howard Wolfson, ex responsabile del braccio elettorale dei democratici alla Camera. "E dopo stasera avranno più democratici radicali tra cui scegliere."


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Giugno 2026


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Open Duo Fium'Orbu Castellu Oriente


di Francesco Gavino Fois

Una tre giorni ricca di entrecôte e jambon fromage, alla scoperta delle spiagge corse di Ghisonaccia, dove si è svolta una stupenda gara internazionale. Un resoconto completo di chi ha partecipato al contest e di sicuro vorrà tornarci.

La chiamano “Ile de beauté”, in italiano “isola della bellezza”, ma la Corsica è molto di più. Per noi sardi è la nostra cugina e tanti conterranei negli anni si sono trasferiti oltre le Bocche di Bonifacio.

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Diavoli in Costiera


di Maksimilian Capone

I grossi totani della Costiera Amalfitana da sempre pescati di notte, vicino alla costa, anche con piccoli barchini, adesso sono ricercati a tutte le ore e con grande successo.

La pesca al totano notturna con la classsica lenza a mano è una delle tecniche più praticate da sempre in Costiera Amalfitana a causa della particolare batimetria, tipica delle coste a picco con profondità fino a m 700 a meno di un miglio dalla costa. E ancora oggi, come nel dopoguerra, si possono trovare molti barchini a remi, con o senza richiami luminosi, che dopo il tramonto si cimentano in questa pesca, con una semplice totanara d’acciaio ricoperta di alici salate legate o di lardo di maiale.

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Naturale in Verticale


di Riccardo Fanelli

Nelle acque interne l’espressione “Naturale in verticale” è abbastanza comune, ma in mare è nota soltanto ad alcuni veterani che hanno unito la pesca a scarroccio con un’esca naturale ad alcune esche da vertical combinando l’attrazione del metallo a un cefalopode, con risultati incredibili.

La pesca col vivo o con esca naturale morta s’identifica con la traina lenta che fu la prima a nascere e rappresenta la massima espressione d’insidia da calare in profondità. Nata negli anni sessanta questa tecnica è tutt’oggi una tra le più praticate e amate dai pescatori sportivi.

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Il Tuna Tube


di Manuel Carillo

Esca grossa pesce grosso! Questo lo sappiamo da sempre senza che venissero da oltreoceano a insegnarcelo. Però loro, gli americani, ci mostrano come tenerle vive in barca, le esche, anche se sono pesci di tre o quattro chili.

Ricordo che quando, a fine anni 80, iniziai a praticare la traina col vivo a ricciole con mio padre e Alberto, fortissimo pescatore e grandissimo amico, con il mitico gommone BAT Nordic 66, non si utilizzava ancora la vasca col vivo. Per tenere arzille le esche, prettamente aguglie di generose dimensioni, a quei tempi veniva utilizzata “l’agugliera”, un sistema formato da un semplice trave di dacron di circa 10 metri, affondato con un piombo guardiano di un chilo fissato all’estremità.

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Merluzzi nei Fiordi


Di Marco Casu

Anche se alla ricerca dell’aurora boreale di fine inverno, il nostro autore non può rinunciare a un lancio o una calata nel freddo mare norvegese, nella speranza di catturare almeno un merluzzo, quello vero!

Viaggiare è il modo migliore per venire a contatto con nuove culture, usanze, tradizioni di popolazioni più o meno vicine alle nostre mediterranee, e nelle mie trasferte, cerco sempre di inserire nuovi tasselli di conoscenza sui luoghi che visito, soprattutto per quello che riguarda pesca, pescatori e pesci. A marzo ho avuto l’occasione di passare qualche giorno a Tromsø, Norvegia, a circa 400 chilometri a nord del Circolo Polare Artico.

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Checco Conti


di Alberto Belfiori

Non è difficile per un toscano e un livornese in particolare, stringere un rapporto profondo col mare, col suo mare. Forse, è per questo, per essere libero di immergersi e godersi le emozioni più semplici del mondo di sotto che Francesco ha rinunciato, senza nessun pentimento, a una promettente carriera agonistica.

Toscana terra di subacquei, di pescatori in apnea, di campioni. È stata forse l’ultima regione italiana, dal Lazio in su, ad abbandonare l’attività agonista di più alto livello e lasciare campo libero alle isole e più in generale al sud. Nonostante questo handicap, nel fulcro territoriale della civiltà etrusca, la popolarità dello sport è ancora notevole e non sempre legato alle competizioni. Francesco Conti, ad esempio, classe 1991…

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Fare Carena


di Hill Janson

Sarà una scocciatura, ma i vantaggi di una protezione efficace della barca e della prevenzione dell'incrostazione dello scafo sono incommensurabili.

È un'operazione che richiede tute e altri dispositivi di protezione, strumenti adeguati, nonché una preparazione e una applicazione meticolose. Uno scafo liscio e pulito, che riduce al minimo l'adesione di organismi incrostanti, non solo aumenta il valore dell'imbarcazione e ne prolunga la durata, ma aumenta anche l'efficienza del carburante riducendo la resistenza, migliorando quindi le prestazioni dell'imbarcazione e riducendo le emissioni nocive. Inoltre, i moderni progressi nella protezione antivegetativa contribuiscono alla salute del nostro ambiente marino limitando il trasferimento di specie invasive.

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Ami da Carpfishing


di Alessio Marongiu

Ogni pescatore ha un suo amo preferito, quello che gli ha regalato il pesce più bello o che non lo delude mai. In questo articolo vediamo come scegliere l’amo in base allo spot o al tipo di paratura.

L’amo è l'anello di congiunzione tra noi e il pesce che stiamo cercando di catturare. Per prima cosa assicuriamoci che la sua punta sia sempre in ottime condizioni. Sembra banale e superfluo ricordarlo ma è meglio controllare la punta ogni volta che questa esce dall'acqua.

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Gin Tonnic


di Francesco Dessì

Il segreto per far funzionare questo piatto apparentemente eccentrico è giocare sulle consistenze e sulle note botaniche del gin senza coprire la delicatezza del tonno. Qua propongo una versione cruda in forma di tartare, fresca e in grado di esaltare le note effervescenti del cocktail. Il Gin Tonic è il re dei contrasti: fresco, frizzante e apparentemente semplice. Ma è proprio quel retrogusto amaro il tratto distintivo che trasforma una banale mistura dissetante in un capolavoro di equilibrio. Quel finale secco e pungente non è un errore di percorso: è l'anima stessa del drink. Ecco perché quel sapore è così affascinante, ed è quello che andremo a cercare, con moderazione. Allacciate i grembiuli!

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Diavoli in Costiera


foto sopra: l'imbarco del totano è una fase cruciale, se di grandi dimensioni portarlo a bordo senza l'uso di un guadino o del raffio, potrebbe causare la rottura di un braccio e un altro tipo di rottura per noi.

La pesca al totano notturna con la classsica lenza a mano è una delle tecniche più praticate da sempre in Costiera Amalfitana a causa della particolare batimetria, tipica delle coste a picco con profondità fino a m 700 a meno di un miglio dalla costa. E ancora oggi, come nel dopoguerra, si possono trovare molti barchini a remi, con o senza richiami luminosi, che dopo il tramonto si cimentano in questa pesca, con una semplice totanara d’acciaio ricoperta di alici salate legate o di lardo di maiale.

Di notte - È un tipo pesca che nello scenario incantevole e irripetibile della Costiera illuminata, ho praticato saltuariamente in qualche notte d’estate, su un fondale di m 300-400, ma a una quota massima di 100 metri dalla superficie, con la speranza di pescare totani che però non superavano mai il chilo, e a dire il vero, nonostante le difficoltà di gestire in notturna una scivolosa lenza a mano di nylon, con l’ansia di perdere sempre “una bracciata” (e molto spesso il totano) e l’enigmatica inquietudine del mare di notte, ha sempre avuto il suo fascino.
L’autore con un super totano che finirà la sua esistenza prima in freezer e poi a tavola.
Di giorno - Poi un giorno, circa vent’anni fa, tramite passaparola, scoprii che si poteva provare di giorno su un fondale di 700 metri… E così, senza tanta convinzione, utilizzando i mulinelli elettrici che da tanti anni usavamo per il bolentino di profondità, provammo a calare un paio di totanare di quelle che si usavano nella pesca notturna tradizionale a mano, aggiungendo peso alla zavorra in modo da arrivare a un chilogrammo. Nonostante l’artigianalità del terminale pescante, le catture si susseguirono anche a coppie, anzi più volte ci capitò di subire dei grossi attacchi e non potemmo fare altro che recuperare qualche braccio di totano o la sua testa. La taglia media era 3-4 chili, praticamente un altro tipo di pesca!

La tecnica - Poi con il tempo abbiamo affinato la tecnica, utilizzando enormi totanare a 2-3 corone fino a cm 10 di diametro e fino a 1,5 chili, montante su un trave con un altro paio di totanare classiche non piombate, riuscendo così a catturare anche i mostri che prima si limitavano a strappare i loro consanguinei (eh sì, sono cannibali) dalla totanara. Abbiamo imparato a recuperare a 60-70 metri al minuto prima di constatare l’attacco e accelerare dopo in modo da ridurre tempi e rischi di slamata. Non è sicuramente una pesca molto tecnica, e manca un po’ il fattore sorpresa, anche se, a parte il gigantesco calamaro diamante (Thysanoteuthis rhombus) che raggiunge i 15 chili, può capitare anche di intercettare altre specie. A me è capitato di prendere un pesce sciabola che ha letteralmente ingoiato la totanara, e di aver avuto un attacco da uno spada che ha causato un taglio di netto del terminale. Alla luce di ciò per aumentare la probabilità, la possibilità, anzi… la speranza, consiglio sempre di aggiungere al terminale pescante un paio di generosi ami innescati, non dimenticando che ci sono altre specie batipelagiche apprezzate come i pesci castagna per esempio, che potremo insediare in questo modo.


Per gli esemplari di grossa taglia sono fondamentali le doppie o triple corone sulla totanara. L'epidermide del totano è formata da migliaia di cromatofori che ne modificano in tempo reale la colorazione, dal bianco al marrone scuro.

Bolentino - Viceversa, se stiamo pescando a bolentino di profondità su fondali poco accidentati e oltre i 400 metri possiamo fare l’opposto, cioè sostituire il nostro classico piombo con una totanara. È un opzione che consiglio quando provia-mo a calare in zone poco conosciute, quando siamo alla ricerca di nuovi spot. In questo modo potremo in caso di tentativo a vuoto, rendere meno noiosa la lunga risalita. Mi è capitato in questo modo di sentire l’attacco con la totanara poggiata sul fondo e con il totano che “pompava” in una direzione come se fosse un pesce di fondo. Infine un ultimo consiglio: attenti alla discesa! Infatti, il totano, specialmente se di grosse dimensioni, è in grado di fermare la totanara all’improvviso nella sua corsa verso il fondo; questo è il momento di ferrare e iniziare il recupero con regolarità e una certa dose di rapidità.
Spesso gli esemplari presenti in uno spot hanno taglie molto diverse.


Qualche informazione in più…

Negli oceani ci sono numerosissime specie di totano, tra le quali segnaliamo il (Dosidicus gigas) che raggiunge i 50 chili, ma nel Mediterraneo la nicchia ecologica è occupata dal Todarodes sagittatus, detto anche totano rosso o totano viola, specie che in particolar modo nel Tirreno centrale e meridionale può arrivare ai massimi assoluti, ossia cm 75 del mantello (braccia e testa escluse) e fino a kg 10. È un famelico predatore con tassi di accrescimento rapidissimi, infatti non vive più di 2-3 anni. Nella maggior parte dei casi gli esemplari extra large vengono pescati a profondità superiori ai 600 metri o anche su rilievi sommersi che si elevano da profondità abissali. È una specie a sessi separati e le femmine possiedono braccia proporzionalmente più lunghe dei maschi e sono in media più grandi. La riproduzione da noi avviene in autunno; inoltre, al pari di altre specie pelagiche, il totano ha l’abitudine di muoversi lungo la colonna d’acqua tra il giorno e la notte sia per predare che per difendersi. Si differenzia con facilità dal calamaro (Loligo vulgaris) per forma e dimensione delle pinne che, nel caso di quest’ultimo occupano buona parte del corpo, mentre nel caso del totano solo la parte apicale del mantello a formare una sorta di freccia (sagitta). Inoltre, la colorazione del calamaro va dal trasparente al rossiccio, mentre quella del totano dal rosso ruggine al viola scuro.


Fresco è buono, congelato è meglio!

Leggo spesso sui social che i totani di grosse dimensioni siano immangiabili, che sappiano di urina, e che siano durissimi e che sia un grosso danno ecologico la loro uccisione. Pur avendo notato negli anni nella mia zona abituale di pesca un certo calo di catture, devo sfatare alcuni luoghi comuni: un esemplare di 10 chili è alla fine del suo ciclo di vita, non c’è alcuna differenza di odore in base alle dimensioni, e anche gli esemplari più grandi, se frollati un paio di settimane nel congelatore domestico e trattati a dovere, sono assolutamente buoni.


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La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


In tre decisioni arrivate nella stessa giornata, i giudici della Corte ampliano il controllo del presidente sulle agenzie indipendenti, proteggono per ora l'autonomia della Federal Reserve e confermano la possibilità di conteggiare le schede per il voto arrivate l'Election Day.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.

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Roborock Qrevo S Pro recensione: il robot aspirapolvere che porta le funzioni premium a un prezzo più accessibile


In questa recensione vengono analizzate prestazioni, navigazione, lavaggio, autonomia e rapporto qualità-prezzo per capire se è davvero un acquisto consigliato
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Il Roborock Qrevo S Pro è un robot aspirapolvere e lavapavimenti progettato per automatizzare completamente la pulizia domestica. Grazie al sistema di navigazione laser LiDAR, esso è in grado di mappare con precisione gli ambienti della casa e pianificare percorsi di pulizia efficienti ottimizzando i tempi di lavoro. La potenza di aspirazione raggiunge i 18.500 Pa, e colloca il dispositivo tra i modelli più performanti della sua categoria. Il sistema di lavaggio si affida a due mop rotanti che vengono sollevati per lavare i tappeti. Dal punto di vista costruttivo il Qrevo S Pro presenta un profilo di appena 9,65 cm, una batteria con un'ottima autonomia, ed è supportato da stazione multifunzione completamente automatizzata, una soluzione che riduce al minimo gli interventi di manutenzione manuali e rende l'esperienza d'uso particolarmente comoda nella quotidianità. Roborock propone il Qrevo S Pro a 590 euro sul sito ufficiale e su altri siti di e-commerce.

Design e funzionalità: una dotazione da fascia premium


Fin dal primo unboxing, il Roborock Qrevo S Pro trasmette l'impressione di un prodotto più ambizioso rispetto a molti robot aspirapolvere della fascia media. Il merito va agli ottimi materiali, che restituiscono un touch and feel molto rassicurante, e alla ricca dotazione tecnologica del dispositivo nel suo complesso.
La stazione multifunzione automatizza gran parte delle operazioni di manutenzione quotidianaLa stazione multifunzione automatizza gran parte delle operazioni di manutenzione quotidiana
Con dimensioni generose pari a 519 x 487 x 340 mm, la stazione integra due serbatoi da 4 litri dedicati rispettivamente all'acqua pulita e all'acqua sporca. Il primo viene utilizzato per rifornire automaticamente il robot durante il lavaggio dei pavimenti e per la pulizia dei mop, mentre il secondo raccoglie l'acqua di risulta dopo ogni ciclo di lavaggio.
A sinistra: i due contenitori per l'acqua pulita e sporca contrassegnati da una goccia. A destra: frontalmente il vano che alloggia il sacchetto della polvere e in basso l'alloggiamento del robotA sinistra: i due contenitori per l'acqua pulita e sporca contrassegnati da una goccia. A destra: frontalmente il vano che alloggia il sacchetto della polvere e in basso l'alloggiamento del robot
La stazione ospita inoltre un sacchetto per la raccolta della polvere da 2,7 litri, sufficientemente capiente da garantire fino a sette settimane di utilizzo senza interventi manuali. Il robot dispone comunque di un contenitore interno che, pur venendo svuotato automaticamente, richiede una pulizia periodica del filtro per mantenere prestazioni ottimali.
Il robot ha un suo contenitore della polvere, che svuota ogni volta che rientra alla base di ricaricaIl robot ha un suo contenitore della polvere, che svuota ogni volta che rientra alla base di ricarica
Dal punto di vista estetico, il Roborock Qrevo S Pro mantiene il classico design circolare che caratterizza gran parte della gamma Roborock. Le dimensioni di 350 x 353 x 96,5 mm gli consentono di muoversi agilmente nella maggior parte degli ambienti domestici, mentre l'altezza contenuta (9,65cm) rappresenta un vantaggio concreto per raggiungere le aree sotto divani, letti e mobili bassi.
Nella foto sopra il cerchio rosso evidenzia i due pulsanti fisici situati sul lato superiore del robotNella foto sopra il cerchio rosso evidenzia i due pulsanti fisici situati sul lato superiore del robot
La parte superiore ospita due pulsanti fisici: uno per avviare rapidamente la pulizia e uno per il ritorno automatico alla base. Una scelta minimalista che lascia all'applicazione Roborock il compito di gestire tutte le funzioni avanzate. Sotto la scocca troviamo una configurazione ormai consolidata ma efficace: una spazzola laterale per la raccolta dello sporco lungo i bordi, una spazzola centrale in gomma progettata per ridurre l'accumulo di capelli e peli e due mop rotanti in microfibra dedicati al lavaggio dei pavimenti.
Nella foto sopra: in evidenza i due panni rotanti e la spazzola in gomma centraleNella foto sopra: in evidenza i due panni rotanti e la spazzola in gomma centrale

La potenza da sola non basta


Uno degli aspetti più interessanti del Roborock Qrevo S Pro è la potenza di aspirazione. Il produttore dichiara una forza pari a 18.500 Pa, un valore che colloca il Qrevo S Pro tra i robot aspirapolvere più potenti nella sua fascia di mercato. Tuttavia, il dato da solo non basta a descrivere qualitativamente il device: le prestazioni reali, infatti, dipendono anche da numerosi altri fattori, tra cui il design delle spazzole, il flusso d'aria, la capacità del robot di mantenere un corretto assetto con il pavimento e l'efficacia del sistema di navigazione. In questo contesto, il Qrevo S Pro riesce a fornire risultati concreti: durante l'utilizzo quotidiano, su superfici dure come gres, il robot si dimostra particolarmente efficace nella raccolta di polvere fine, briciole, sporco leggero e peli di animali domestici. La pulizia risulta uniforme e il sistema di navigazione permette di coprire le stanze in modo metodico, riducendo al minimo le zone trascurate.
A sinistra: un particolare di una delle due ruote che consentono il sollevamento del robot. A destra la rimozione della spazzola in gomma antigroviglioA sinistra: un particolare di una delle due ruote che consentono il sollevamento del robot. A destra la rimozione della spazzola in gomma antigroviglio
Un contributo importante arriva dalla spazzola principale interamente in gomma, una soluzione che è dimostrata particolarmente efficace contro i peli e i capelli lunghi ed in aggiunta, il suo particolare design riduce al minimo gli interventi di manutenzione necessari per rimuovere i grovigli accumulati. Anche la spazzola laterale beneficia di un design studiato per limitare l'aggrovigliamento dei capelli, i quali vengono convogliati verso il canale di aspirazione contribuendo a mantenere alto il livello di pulizia.
Il robot naviga con molta "disinvoltura" tra le superfici dure e i tappetiIl robot naviga con molta "disinvoltura" tra le superfici dure e i tappeti
Sui tappeti a pelo corto il comportamento è convincente. Il robot è in grado di aumentare automaticamente la potenza di aspirazione quando rileva una superficie tessile, i mop vengono sollevati fino a 10 mm per evitare di bagnare la superficie sottostante e la raccolta dello sporco annidato tra le fibre comincia. Da sottolineare, durante i test su superfici miste gres/tappeto, l'efficacia del sistema di navigazione del robot che gli permette di salire e scendere dai tappeti con molta disinvoltura e, una volta salito sul tappeto, il meccanismo di sollevamento dei mop evita che questi vengano a contatto con i peli. Dove emergono i limiti, come accade per la maggior parte dei robot aspirapolvere, è sulle superfici particolarmente impegnative come tappetini d'ingresso e zerbini con fibre spesse, che tendono a trattenere peli e sporco più ostinati. In questi casi, un aspirapolvere tradizionale o una scopa elettrica dotata di spazzola motorizzata sono più a loro agio.
Screenshot dell'app Roborock: in questa scheda una serie di impostazioni specifiche per la pulizia dei tappetiScreenshot dell'app Roborock: in questa scheda una serie di impostazioni specifiche per la pulizia dei tappeti
L'esperienza d'uso è ulteriormente valorizzata dall'app Roborock, una delle più complete del settore: dopo una rapida mappatura iniziale, effettuata tramite il sistema di navigazione LiDAR e il sistema Reactive Obstacle Avoidance, che sfrutta i sensori frontali per riconoscere ed evitare ostacoli comuni come scarpe, cavi o piccoli oggetti lasciati sul pavimento, il robot crea una prima planimetria dell'abitazione che, ai successivi passaggi, perfezionerà gradualmente. Dall'app, tuttavia, è possibile apportare manualmente le personalizzazioni necessarie, modificando le stanze, le zone vietate, introducendo aree senza lavaggio e perfino elementi d'arredo come tavoli, divani e letti. Questa funzione si rivela particolarmente pratica nella vita quotidiana. Ad esempio, è possibile selezionare direttamente il tavolo da pranzo come area di pulizia dopo i pasti oppure programmare interventi mirati in specifiche zone della casa senza dover avviare una pulizia completa. Attraverso l'app è inoltre possibile regolare diversi livelli di aspirazione, adattando il comportamento del robot alle esigenze della singola stanza o alla presenza di animali domestici.
Altro screeshot dell'App: a sinistra l'impostazione del lavaggio di una zona specifica. Al centro l'ordine di pulizia delle stanze. A destra: i flussi di lavaggio a disposizioneAltro screeshot dell'App: a sinistra l'impostazione del lavaggio di una zona specifica. Al centro l'ordine di pulizia delle stanze. A destra: i flussi di lavaggio a disposizione
Le opzioni di personalizzazione sono numerose: è possibile scegliere tra aspirazione, lavaggio o modalità combinata, regolare la potenza di aspirazione, l'intensità del lavaggio e persino impostare uno o due passaggi per ottenere una pulizia più approfondita. Non mancano inoltre le routine automatiche, che consentono di creare scenari personalizzati da richiamare con un solo tocco. Al termine delle operazioni, il Roborock Qrevo S Pro torna autonomamente alla stazione dove svuota il contenitore della polvere, lava i mop con acqua pulita e li asciuga con aria calda, riducendo sensibilmente il rischio di cattivi odori e garantendo che il robot sia sempre pronto per il ciclo di pulizia successivo. Nel complesso, il Roborock Qrevo S Pro offre prestazioni di aspirazione solide e affidabili. La potenza dichiarata di 18.500 Pa non rappresenta soltanto un dato di marketing, ma si traduce in una pulizia efficace nella maggior parte degli scenari domestici.

Lavaggio dei pavimenti


Se l'aspirazione rappresenta uno dei punti di forza del Roborock Qrevo S Pro, anche il sistema di lavaggio si dimostra all'altezza delle aspettative. Per assolvere questo compito il robot utilizza due panni rotanti in microfibra, capaci di raggiungere una velocità fino a 200 giri al minuto, una caratteristicache permette di ottimizzare l'azione di lavaggio. A rendere il sistema ancora più versatile contribuisce la possibilità di selezionare 30 livelli di erogazione dell'acqua, che consentono di adattare il lavaggio alle diverse superfici e al grado di sporco presente. Inoltre, quando il robot rileva un tappeto, i mop vengono automaticamente sollevati fino a 10 mm, evitando nella maggior parte dei casi di bagnare moquette e tessuti durante la pulizia combinata di aspirazione e lavaggio.
A sinistra: il robot segue perfettamente le fughe del pavimento per una pulizia piu' accurata. Al centro e a destra: il sistema di navigazione consente di coprire molto bene anche gli angoliA sinistra: il robot segue perfettamente le fughe del pavimento per una pulizia piu' accurata. Al centro e a destra: il sistema di navigazione consente di coprire molto bene anche gli angoli
Nell'utilizzo quotidiano, il Qrevo S Pro offre prestazioni convincenti soprattutto sui pavimenti duri come gres; polvere sottile, impronte, leggere macchie e lo sporco che si accumula normalmente durante la giornata vengono rimossi con efficacia, lasciando la superficie visibilmente più pulita e uniforme. I risultati migliori si ottengono naturalmente sulle macchie fresche: tracce di bevande rovesciate, schizzi di cibo o sporco recente vengono gestiti con efficacia, soprattutto se il robot interviene poco dopo l'incidente. In questo specifico scenario la pulizia a zona, attivabile immediatamente tramite app, è la scelta migliore per sfruttare le potenzialità del dispositivo Roborock e si coniuga perfettamente con la filosofia di utilizzo di questa categoria di elettrodomestici smart.

Quando invece ci si trova di fronte a residui particolarmente ostinati o ormai asciutti da tempo, emergono alcuni limiti fisiologici della categoria. Macchie incrostate, residui appiccicosi o sporco stratificato possono richiedere più passaggi e, in alcuni casi, un intervento manuale. Va però sottolineato, come accennato in precedenza, che il vero obiettivo di un robot come il Qrevo S Pro non è sostituire completamente il tradizionale lavaggio manuale, bensì ridurre drasticamente la necessità di effettuarlo. In quest'ottica il robot svolge il proprio compito in modo eccellente, mantenendo i pavimenti costantemente puliti e prevenendo l'accumulo dello sporco nel corso dei giorni. Al riguardo, un contributo importante arriva dalla possibilità di programmare tramite app gli interventi di aspirazione e lavaggio, in modo che il robot, in completa autonomia, proceda anche con frequenza quotidiana alla pulizia della casa.
Il lavaggio dei panni avviene con acqua calda fino a 75 °C e l'asciugatuta con aria calda a 45 °CIl lavaggio dei panni avviene con acqua calda fino a 75 °C e l'asciugatura con aria calda a 45 °C
Al termine di ogni ciclo di pulizia, il Qrevo S Pro rientra e viene accolto dalla stazione multifunzione: qui inizia una nuova fase, completamente automatica, che lava automaticamente i panni con acqua calda fino a 75 °C e li asciuga con aria calda a 45 °C. Questo permette di utilizzare sempre panni puliti, migliorando l'igiene generale e mantenendo costanti le prestazioni di lavaggio nel tempo. Nel complesso il Roborock Qrevo S Pro si conferma un ottimo robot lavapavimenti per la manutenzione quotidiana della casa che non elimina del tutto la necessità di una pulizia manuale occasionale, ma offre un livello di automazione e risultati che hanno soddisfatto molto i test effettuati per questa recensione.

App, navigazione e riconoscimento degli ostacoli


Roborock è considerata un punto di riferimento per quanto riguarda il software di gestione dei robot aspirapolvere e il Qrevo S Pro conferma questa reputazione. L'app Roborock si presenta con un'interfaccia intuitiva, ben organizzata e adatta anche ai meno esperti. La schermata principale offre una visualizzazione chiara della mappa della casa e consente di accedere rapidamente alle funzioni più importanti: con pochi tocchi è possibile modificare la modalità di pulizia, regolare la quantità d'acqua utilizzata durante il lavaggio e definire impostazioni specifiche per ogni ciclo di pulizie. Una funzione particolarmente utile, soprattutto nelle abitazioni con superfici differenti, è la possibilità di salvare configurazioni personalizzate per ciascun ambiente. In questo modo il robot può, ad esempio, utilizzare una potenza di aspirazione elevata in soggiorno e una modalità più silenziosa nelle camere da letto senza richiedere interventi manuali.
Screenshot dell'app: in questa sezione la funzione Smart Plan 2.0 si occupa di lavare in totale autonomia secondo le nostre preferenzeScreenshot dell'app: in questa sezione la funzione Smart Plan 2.0 si occupa di lavare in totale autonomia secondo le nostre preferenze
In questo contesto, con il Qrevo S Pro troviamo anche il sistema SmartPlan 2.0, una funzione basata sull'intelligenza artificiale che analizza la disposizione degli ambienti, le tipologie di pavimento e le abitudini di utilizzo per ottimizzare automaticamente i parametri di pulizia. Il sistema è inoltre in grado di selezionare differenti strategie di lavaggio e permette di creare zone vietate, pareti virtuali e aree in cui evitare il lavaggio, tutte configurabili direttamente sulla mappa con semplicità. Non mancano poi le pianificazioni automatiche già accennate in precedenza. Nonostante l'elevato numero di impostazioni disponibili, comunque, l'interfaccia non risulta complessa; essa necessita solo di qualche ora per acquisire familiarità con le schermate.
A sinistra: l'app consente di avviare una sessione di pulizia dopo i pasti. Al centro: impostazione specifica per i tappeti. A destra: una funzione specifica di svuotamento dell'acqua prima del trasporto del robotA sinistra: l'app consente di avviare una sessione di pulizia dopo i pasti. Al centro: impostazione specifica per i tappeti. A destra: una funzione specifica di svuotamento dell'acqua prima del trasporto del robot
Sul fronte della smart home, il robot offre una compatibilità particolarmente ampia. Sono supportati Amazon Alexa, Google Home, Siri e Matter, i quali permettono non solo di avviare e gestire le pulizie tramite i comandi vocali ma di rendere il dispositivo perfettamente integrato negli ecosistemi domestici moderni.

Navigazione precisa


Per quanto riguarda la navigazione, il Roborock Qrevo S Pro si affida a un sistema LiDAR tradizionale montato sulla caratteristica torretta superiore. Sebbene questa soluzione comporti un'altezza complessiva di 9,65 cm e non consenta di raggiungere i livelli dei modelli ultra-sottili dotati di LiDAR retrattile, rappresenta ancora oggi una delle tecnologie più affidabili per la mappatura domestica.
Particolare del sistema di navigazione LidarParticolare del sistema di navigazione Lidar
Durante l'utilizzo, il robot si muove con sicurezza; la mappatura iniziale viene completata rapidamente e con una buona precisione, se si considera che al primo passaggio la superficie scansionata non è sempre quella più aderente alla situazione reale. La mappatura, infatti, migliora ad ogni successivo passaggio del robot in casa, il quale "impara" gradualmente a muoversi con padronanza tra gli spazi e le pareti. Il Qrevo S Pro, comunque, affronta con decisione tavoli, divani e mobili rialzati, riesce ad infilarsi in passaggi stretti, a pulire accuratamente lungo i bordi delle stanze e a raggiungere angoli complessi senza mostrare esitazioni, un risultato non così scontato in questa fascia di prezzo. In questo modo, il dispositivo sfrutta al massimo lo spazio disponibile massimizzando la copertura della pulizia.

Ostacoli e soglie: bene, ma non è un top di gamma assoluto


Il sistema di riconoscimento degli ostacoli sfrutta la tecnologia Reactive Tech basata su luce strutturata. Nella maggior parte degli scenari quotidiani il comportamento è più che soddisfacente: scarpe, ciotole, giocattoli e oggetti di dimensioni medio-grandi vengono identificati e aggirati con precisione, spesso mantenendo una distanza minima che permette di pulire efficacemente anche nelle aree circostanti.
La navigazione in corrispondenza di ostacoli è molto precisaLa navigazione in corrispondenza di ostacoli è molto precisa
I limiti emergono invece con gli ostacoli più piccoli e difficili da rilevare. Cavi sottili, lacci e oggetti molto bassi possono ancora rappresentare una criticità, ma questo tengo a precisare che vale anche per modelli ben più costosi. In queste situazioni è consigliabile utilizzare le zone vietate dell'app oppure mantenere il pavimento il più possibile libero prima di avviare una sessione di pulizia.
Il robot supera ostacoli fino a 2cm di altezzaIl robot supera ostacoli fino a 2cm di altezza
Pr quanto riguarda le soglie, il Qrevo S Pro è in grado di superare senza particolari difficoltà dislivelli fino a circa 2 cm, una caratteristica che gli consente di spostarsi agevolmente tra stanze separate da soglie tradizionali. Nel complesso, navigazione e software rappresentano senza dubbio un punto di forza del Roborock Qrevo S Pro. L'app è tra le più complete e mature del settore; esplorandone le schede, ho trovato funzioni, come quella dello svuotamento dell'acqua in caso di trasporto, molto utile che non ricordo di aver visto nemmeno nei dispositivi di segmento superiroe. Inoltre, il sistema LiDAR garantisce una precisione e un'affidabilità che, ancora oggi, costituiscono un riferimento nella fascia medio-alta del mercato.

Conclusioni: il Qrevo S Pro è uno dei migliori robot qualità-prezzo del momento?


Dopo diversi giorni di utilizzo, il Roborock Qrevo S Pro si è confermato come una delle proposte più interessanti nel panorama dei robot aspirapolvere e lavapavimenti di fascia medio-alta. Pur con una scheda tecnica di livello inferiore ai modelli premium, che però superano abbondantemente i mille euro, esso riesce a portare molte delle funzionalità più apprezzate a un prezzo decisamente più accessibile. Vorrei definirlo come un "downgrade" intelligente di Roborock, che grazie alla sua consolidata esperienza in questo settore ha saputo economizzare, assicurando un solido portfolio di caratteristiche a supporto di un'elevata esperienza d'uso. In particolare, troviamo una potenza di aspirazione elevata, un'efficace sistema di lavaggio con mop rotanti, una navigazione precisa tramite LiDAR e una stazione multifunzione completamente automatizzata, fattori che insieme costituiscono il valore aggiunto del Qrevo S Pro. Naturalmente, come accennato in precedenza, il lavaggio, pur essendo molto efficace nella manutenzione ordinaria, non può sostituire completamente una pulizia manuale approfondita in presenza di macchie particolarmente ostinate. In definitiva, questa recensione del Roborock Qrevo S Pro evidenzia un prodotto maturo e sicuramente uno dei più equilibrati per rapporto tra prestazioni, funzionalità e prezzo.

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In tre decisioni arrivate nella stessa giornata, i giudici della Corte ampliano il controllo del presidente sulle agenzie indipendenti, proteggono per ora l'autonomia della Federal Reserve e confermano la possibilità di conteggiare le schede per il voto arrivate l'Election Day.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema · Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno: il potere presidenziale ridisegnato
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma ha fermato la sua mano sulla Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti · esiti divergenti

3

Pronunce nello stesso giorno
Casa Bianca, Congresso e apparato federale rimessi in equilibrio in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte concede potere sulle agenzie indipendenti, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta protetta, almeno per ora
La Corte impedisce la rimozione della governatrice Lisa Cook: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, che Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari di Fed e Tesoro, avrebbe rischiato turbolenze sui mercati e l'erosione della credibilità della banca centrale.

La pronuncia non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: il merito sull'indipendenza della Fed resta rinviato.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto per posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. La regola resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai tre giudici liberal.

5giorni
Tempo utile dopo l'Election Day per ricevere le schede già spedite

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Stati e territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Inclusi collegi chiave per il 2026 come Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga la presa di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti: la Federal Reserve e le regole del voto restano fuori dalla sua portata.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti; ricostruzione FocusAmerica.
FocusAmerica

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.

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Pete Buttigieg gira l'America in vista di una possibile candidatura nel 2028


L'ex segretario ai Trasporti di Biden e candidato del 2020 visita Stati repubblicani e comunità afroamericane, cercando di riconquistare gli elettori che lo avevano ignorato.

Pete Buttigieg gira gli Stati Uniti da mesi, anche nelle zone più ostili ai democratici, mentre valuta una candidatura alla Casa Bianca nel 2028. L'ex segretario ai Trasporti dell'amministrazione di Joe Biden, oggi 44 anni, sta cercando di costruire un rapporto con gli elettori afroamericani e con chi si sente abbandonato dal Partito democratico, gli stessi che faticò a conquistare nella sua corsa del 2020.

La tappa più recente è stata a Little Rock, in Arkansas, uno Stato saldamente repubblicano. Buttigieg era lì per il Juneteenth, la festa del 19 giugno che ricorda la fine della schiavitù negli Stati Uniti, e ha partecipato a un comizio per Chris Jones, candidato democratico alla Camera contro French Hill, deputato repubblicano da sei mandati. Prima del comizio ha visitato un mercato di imprenditori afroamericani, fermandosi a mangiare ali di pollo allo stand di una venditrice.

Da quando è entrato nella politica nazionale, Buttigieg è cresciuto in fretta: da sconosciuto sindaco di South Bend, in Indiana, a vincitore dei caucus dell'Iowa, le assemblee di elettori che aprono le primarie democratiche. Adesso il suo percorso va oltre i primi Stati delle primarie e tocca luoghi dove i democratici difficilmente vinceranno alle elezioni di metà mandato di novembre. "Cerco posti dove è una grande scommessa, ma penso che si possa fare", ha detto a NBC News. "Cerco posti che non hanno sentito abbastanza i democratici, e cerco candidati con un forte senso del territorio."

Da gennaio Buttigieg ha visitato 15 Stati. Oltre al Michigan, dove a marzo è intervenuto in un'elezione speciale molto seguita per un seggio al Senato statale, è stato nei principali Stati in bilico per le presidenziali: Georgia, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin. La prossima settimana toccherà all'Arizona. Ha raccolto fondi per Cyndi Munson, candidata democratica alla guida dell'Oklahoma, e per il Partito democratico del Kansas, e in Montana ha sostenuto un referendum per vietare i finanziamenti delle aziende alle elezioni statali.

I primi sondaggi collocano Buttigieg nel gruppo di testa dei possibili candidati democratici per il 2028, insieme all'ex vicepresidente Kamala Harris, al governatore della California Gavin Newsom e alla deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez. Buttigieg li ha battuti tutti in un sondaggio informale tra i delegati alla recente convention del Partito democratico dell'Arkansas, e ha vinto una votazione simile in Wisconsin.

L'aspetto più evidente del suo viaggio è il tentativo di legarsi alle comunità afroamericane, il punto debole della sua corsa del 2020. Almeno un sondaggio tra gli elettori della South Carolina, durante quella campagna, lo dava allo zero percento tra gli elettori afroamericani. "Chiunque lavori nella politica democratica sa quanto gli elettori e gli attivisti afroamericani siano importanti per il successo del nostro partito", ha detto Buttigieg. "Penso che questo sia un momento particolarmente importante per impegnarsi con le comunità afroamericane, per via dell'attacco in corso alla rappresentanza politica nera."

Diversi suoi viaggi di quest'anno lo hanno affiancato a giovani leader afroamericani, come i sindaci Justin Bibb di Cleveland e Randall Woodfin di Birmingham, in Alabama, e lo hanno portato davanti a un pubblico afroamericano numeroso. Ha parlato alla prima conferenza della Rainbow PUSH Coalition, l'organizzazione per i diritti civili dopo la morte del suo fondatore, il reverendo Jesse Jackson, e in aprile è intervenuto alla convention annuale della National Action Network del reverendo Al Sharpton.

Nella sua vita personale Buttigieg si descrive oggi come parte della "generazione sandwich", chi si prende cura insieme dei figli piccoli e di un genitore anziano. Con il marito Chasten si è trasferito nel 2022 a Traverse City, in Michigan, con i due gemelli che oggi hanno quattro anni. Nel suo nuovo Stato si erano aperte le corse per il governatore e per il Senato, ma vi ha rinunciato a entrambe, alimentando le voci di una nuova candidatura presidenziale.

Quando gli è stato chiesto in quali circostanze non si candiderebbe nel 2028, ha risposto con cautela. "Ogni volta che ho deciso di candidarmi o di non farlo, ho guardato a ciò di cui aveva bisogno la carica, e anche la lista, e a quello che portavo io, per vedere se le cose combaciavano davvero", ha detto. Ha aggiunto che con i figli ormai presenti pesa ogni cosa, e che per ora la sola cosa ovvia da fare è rendersi "utile" ai candidati e alle cause in cui crede.

Dopo la sconfitta netta nella South Carolina, il primo Stato delle primarie del 2020 con una presenza afroamericana consistente, Buttigieg si era ritirato e aveva appoggiato Biden, che poi lo aveva inserito nel suo governo. Oggi, quando elenca i problemi dei democratici, non nomina più Biden. In una trasmissione televisiva l'anno scorso aveva detto che Biden non avrebbe mai dovuto ricandidarsi e che i democratici "sarebbero potuti stare meglio" se avesse preso prima quella decisione. Il rovinoso dibattito tra Biden e il presidente Donald Trump cambiò la traiettoria del partito nel 2024, con l'uscita di scena di Biden e l'arrivo di Harris come candidata senza primarie.

Per raggiungere elettori che non lo ascolterebbero altrimenti, Buttigieg torna spesso su Fox News, l'emittente televisiva di orientamento conservatore, dove già nel 2020 parlava di convertire i "futuri ex repubblicani". È comparso anche in podcast della cosiddetta "manosphere", i programmi seguiti soprattutto dai giovani uomini su cui lo stesso Trump puntò nel 2024. "Molte persone che sarebbero ricettive al nostro messaggio semplicemente non lo sentono", ha detto, attribuendo parte della responsabilità agli algoritmi dei social media.

Al comizio nella Dreamland Ballroom di Little Rock, davanti a diverse centinaia di persone, Buttigieg ha raccontato di un incontro avuto quel giorno con Elizabeth Eckford, una delle Little Rock Nine, i nove studenti afroamericani che nel 1957 ruppero la barriera razziale iscrivendosi al liceo per soli bianchi della città. Ha chiuso parlando dell'apertura del museo presidenziale di Barack Obama a Chicago e del tema della speranza, lamentando che "la speranza è passata di moda". "Le parole più sagge che abbia mai sentito sulla speranza sono che la speranza è la conseguenza dell'azione più che la sua causa", ha detto.

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L'Iran punta a incassare 40 miliardi l'anno dallo Stretto di Hormuz


Teheran propone di far pagare alle navi servizi di sicurezza e tutela ambientale per attraversare lo stretto. Stati Uniti e Paesi del Golfo respingono l'idea dei pedaggi.

L'Iran vuole trasformare lo Stretto di Hormuz in una fonte stabile di entrate. Secondo funzionari a conoscenza del dossier citati dal Wall Street Journal, Teheran stima di poter incassare fino a 40 miliardi di dollari l'anno facendo pagare alle navi servizi di sicurezza, salvaguardia e tutela ambientale. I proventi verrebbero poi divisi tra gli Stati che aderiranno all'accordo.

Attraverso lo Stretto di Hormuz, prima dell'intervento americano, passava circa il 25% del traffico di petrolio mondiale. L'Iran aveva chiuso lo stretto all'inizio della guerra con gli Stati Uniti e ora, mentre il conflitto sembra avviarsi verso una conclusione, prova a mantenere sulla rotta un controllo che prima non aveva. "Tutti devono sapere che la gestione dello Stretto non tornerà mai com'era prima", ha dichiarato senza mezzi termini martedì in Oman il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.

Per rendere più accettabile la proposta, Teheran la sta presentando ai Paesi del Medio Oriente e alla Cina come un meccanismo condiviso. L'obiettivo è quello di coinvolgere i vicini del Golfo Persico e offrire loro una quota dei ricavi. L'Iran ha già discusso il progetto con Cina ed Egitto e, in privato, si è detto disponibile a includere anche gli Stati Uniti nel sistema dei pagamenti: un'ipotesi che Donald Trump ha evocato più volte pubblicamente.

Golfo Persico

Il pedaggio di Hormuz: l'Iran prova a monetizzare i passaggi nello Stretto

Teheran vuole far pagare alle navi il transito nello Stretto da cui prima della guerra passava un quarto del petrolio mondiale. Washington e i Paesi del Golfo si oppongono; il traffico riparte lentamente, ma i rischi restano.

L'obiettivo dichiarato di Teheran
$40mld / anno
È quanto l'Iran stima di poter incassare ogni anno facendo pagare alle navi servizi di sicurezza, salvaguardia e tutela ambientale. I proventi dei pedaggi verrebbero divisi tra gli Stati aderenti.

25%
del petrolio mondiale passava da Hormuz prima dell'intervento americano

130
le petroliere al giorno in transito prima del conflitto; ora il traffico è ancora dimezzato

60 gg
la durata dell'accordo che ferma i combattimenti: transito gratuito e bonifica delle mine

Il traffico marittimo
La rotta ha riaperto, ma il traffico resta la metà del normale
Mercoledì gli attraversamenti hanno toccato il livello più alto dall'inizio della guerra, ma siamo ancora lontani dalla media registrata prima del conflitto.

Prima della guerramedia giornaliera

130 petroliere

Mercoledìpicco post-guerra

~70

Giovedì un mercantile ha riferito di essere stato colpito da un proiettile vicino alla costa dell'Oman, riportando danni alla plancia, nessuna vittima.

Il precedente turco
Il modello a cui guarda l'Iran: lo Stretto dei Dardanelli
Nello Stretto controllato dalla Turchia vige una tassa di passaggio, il "franco oro", che copre servizi sanitari, fari e soccorso in mare.

Tariffa Dardanelli · dal 1º luglio
$6,70 per tonnellata netta
Ma replicare lo schema a Hormuz sarebbe ben più complesso: secondo il giurista James Kraska (U.S. Naval War College), l'Iran ha sottoscritto accordi che gli impediscono di imporre pagamenti unilaterali. Il caso turco, aggiunge, è un'eccezione storica non trasferibile.

176
Qualsiasi tariffa richiederebbe il consenso di tutti i 176 membri dell'Organizzazione Marittima Internazionale: l'ostacolo legale principale.

Le posizioni in campo
Chi spinge per il pedaggio e chi lo respinge

A favore
Iran
"La gestione dello Stretto non tornerà mai com'era prima" (Ghalibaf)
Ha presentato il piano a Cina ed Egitto come meccanismo condiviso
Ha già imposto ssicurazione propria e rotte obbligate da seguire

Contrari
USA e Paesi del Golfo
Per Rubio i pedaggi si diffonderebbero "come un contagio"
Nessuno può far pagare le vie d'acqua internazionali
L'Oman ha aperto un corridoio sicuro e gratuito; gli Emirati frenano

Fonte Wall Street Journal, su dichiarazioni di funzionari a conoscenza del dossier; dichiarazioni di Mohammad Bagher Ghalibaf, Marco Rubio e Badr Albusaidi; analisi di James Kraska (U.S. Naval War College). Dati 2026.
Grafica di FocusAmerica

Il precedente turco e gli ostacoli legali


Il modello indicato da Teheran è quello dello Stretto dei Dardanelli, dove la Turchia incassa una tassa di passaggio nota come "franco oro". Il tributo, fissato a 6,70 dollari per tonnellata netta per l'anno che inizia il primo luglio, copre servizi sanitari, fari e soccorso in mare. Tutte le navi che dal Mar Nero entrano nel Mediterraneo sono obbligate ad attraversare lo Stretto dei Dardanelli.

Applicare lo stesso schema a Hormuz, però, sarebbe molto più complicato. James Kraska, docente di diritto marittimo allo U.S. Naval War College, ha spiegato che l'Iran ha sottoscritto accordi internazionali e regionali che gli impediscono di imporre unilateralmente pagamenti alle navi in transito. Il caso turco, ha aggiunto, è un'eccezione storica e non può essere trasferito automaticamente a un altro Paese. Qualsiasi tariffa decisa da Teheran richiederebbe inoltre il consenso dei 176 membri dell'Organizzazione Marittima Internazionale.

Da parte loro, gli Stati Uniti respingono con forza l'idea. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto giovedì in Bahrein che i pedaggi creerebbero un precedente pericoloso, capace di diffondersi "come un contagio" e produrre caos nelle rotte globali. "Nessun Paese al mondo ha il diritto di far pagare l'uso delle vie d'acqua internazionali, e questa non sarà mai una condizione accettabile in alcun accordo", ha affermato. Rubio ha aggiunto che anche i Paesi del Golfo Persico hanno già respinto la proposta. Trump, da parte sua, ha scritto sui social che l'Iran non sta chiedendo né ricevendo dazi, costi assicurativi o altri oneri sulle navi che attraversano lo Stretto.

Il traffico riparte, ma i rischi restano


L'accordo di 60 giorni per fermare i combattimenti e riaprire lo Stretto affida all'Iran la bonifica delle mine e prevede il transito gratuito per tutta la durata dell'intesa. Lo stesso documento, però, riconosce a Teheran un ruolo nella futura gestione. Intanto le autorità iraniane hanno già imposto alle navi in transito il ricorso a una propria compagnia assicurativa e giovedì hanno avvertito che attraversare lo Stretto fuori dalle rotte designate da Teheran è "pericoloso e proibito".

Da parte sua, l'Oman ha annunciato un corridoio temporaneo sicuro e gratuito lungo la propria costa, coordinato con l'Organizzazione marittima internazionale. Il Ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, ha assicurato a Rubio che qualsiasi futura intesa su Hormuz non includerà tariffe di transito. Le reazioni nella regione però restano contrastanti. Anwar Gargash, consigliere della presidenza degli Emirati Arabi Uniti, ha detto giovedì che le nuove realtà geopolitiche non possono essere imposte agli Stati arabi del Golfo. Alcuni grandi armatori, invece, considerano un eventuale pagamento il prezzo necessario per riaprire stabilmente la rotta.

Il traffico intanto riprende lentamente. Mercoledì gli attraversamenti sono saliti a circa 70, il livello più alto dall'inizio della guerra, ma ancora lontano dalla media di 130 petroliere al giorno registrata prima del conflitto. I rischi restano elevati: giovedì un mercantile ha riferito di essere stato colpito da un proiettile vicino alla costa omanita. La nave ha riportato danni alla plancia, ma non ci sono state vittime.

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Una nuova storia dell'umanità: riassunto di Rutger Bregman


Il cinismo sulla natura umana non è realismo: è un bias che produce istituzioni punitive. Bregman dimostra che la cooperazione è il nostro default biologico.

TL;DR

  • Bregman demolisce il mito dell'homo homini lupus con dati storici, esperimenti rivisti e una storia vera: sei ragazzi naufragati nel Pacifico che per mesi cooperano e si aiutano — l'opposto di Lord of the Flies.
  • Il cinismo sulla natura umana non è realismo: è un bias che guida il design di istituzioni punitive e relazioni diffidenti, producendo esattamente i comportamenti che vuole prevenire.
  • La speranza realistica di Bregman non è fiducia cieca: è costruire sistemi che amplificano i comportamenti cooperativi già presenti come default biologico.


Sei convinto che le persone, sotto pressione, diventino egoiste. Che senza controllo non lavorino. Che i conflitti siano la norma e la cooperazione sia l'eccezione. Forse non lo hai mai messo in parole così, ma quella premessa guida ogni regola che scrivi, ogni riunione che gestisci, ogni relazione difficile che affronta il peggio.

Rutger Bregman, storico olandese e autore di Utopia per realisti, ha passato anni a smontare quella premessa con prove. «Una nuova storia (non cinica) dell'umanità» (Feltrinelli, 2020) non è un libro sulla bontà dell'uomo — è un libro su come le storie che raccontiamo sulla natura umana diventano profezie autoavveranti.

Non ti chiede di ignorare la violenza o l'egoismo. Ti chiede di smettere di trattare la cooperazione, la cura e l'altruismo come eccezioni. Quel cambio di premessa cambia come progetti istituzioni, team e conversazioni difficili.

Il mito del lupo: quando la storia che raccontiamo è sbagliata


Hobbes, Darwin male citato, Lord of the Flies — l'idea che senza legge e controllo gli esseri umani si distruggano reciprocamente è diventata così pervasiva che la trattiamo come fatto biologico invece che come narrativa culturale.

Bregman ripercorre la storia di sei ragazzi tongani che nel 1965 naufragano su un'isola deserta del Pacifico per oltre un anno. Non si combattono. Si danno turni di guardia, condividono le risorse, si curano a vicenda dopo gli incidenti. La storia è documentata — è l'opposto del romanzo di Golding, che era pura finzione.

Il punto operativo: quando assumi che le persone tradiranno al primo stress, costruisci sistemi punitivi e micro-management. Quelle strutture producono il comportamento che poi citi come prova della natura umana. È una profezia che si autoavvera — non una descrizione biologica.

I contenuti completi — gli esperimenti smontati, il design istituzionale della fiducia e il piano pratico per cambiare le premesse — sono riservati ai membri del Protocollo.

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Il gioco interiore nel tennis: riassunto di Timothy Gallwey


Self 1 è il commentatore che ti blocca. Self 2 è la tua capacità naturale. Gallwey insegna come smettere di interferire con te stesso per eseguire al meglio.

TL;DR

  • L'ostacolo principale alla performance non è la tecnica: è Self 1, il commentatore interno che giudica ogni azione e aumenta la tensione muscolare invece di liberarla.
  • Il metodo si basa su attenzione non giudicante: osservare la palla, il suono del colpo, la sensazione nel corpo — non dare verdetti. Quando l'attenzione è piena su un canale sensoriale, Self 1 si zittisce da solo.
  • L'Inner Game vale ben oltre il tennis: vale per presentazioni, creatività, negoziazioni — ogni situazione dove il rumore mentale blocca le tue capacità naturali.


Hai presente quel momento in cui stai per parlare in pubblico, fare un colpo decisivo o consegnare un lavoro importante — e la tua testa comincia a commentare ogni dettaglio? «Troppo lento». «Adesso sbagli». «Perché fai sempre così?»

Timothy Gallwey ha scoperto questo problema su un campo da tennis nel 1974 e ha scritto un libro che Bill Gates ha definito tra i più influenti che abbia mai letto — non perché parla di tennis, ma perché descrive qualcosa di universale: il modo in cui interferisci con le tue stesse capacità.

Il gioco interiore nel tennis (Rizzoli BUR Superbur) è considerato uno dei testi fondativi del coaching moderno. Il suo principio centrale: la performance aumenta quando il dialogo interno si calma, non quando lo forzi a tacere.

Self 1 e Self 2: il conflitto che ti blocca


Gallwey distingue due «sé» che operano in ogni momento di performance:

Self 1 è il commentatore razionale — chi istruisce, corregge, critica, giudica in tempo reale. Crede di aiutarti a migliorare, ma in realtà aumenta la tensione muscolare, restringe il campo attentivo e interrompe i pattern motori automatici.

Self 2 è la capacità integrata di apprendimento ed esecuzione — quella parte che sa andare in bici senza pensarci, che trova la postura giusta senza calcolarla. Apprende per imitazione, sensazioni e ripetizioni — non per istruzione verbale e giudizi.

Il problema: Self 1 non si fida di Self 2. Lo interrompe continuamente, lo valuta, lo corregge. Più lo fa, peggio va. Non perché Self 2 sia incompetente — ma perché l'attenzione frammentata è incompatibile con la performance fluida.

La chiave non è lottare contro Self 1 — è ridurre il volume finché Self 2 può sentire il corpo.


Questo non è un concetto mistico. È coerente con ciò che la ricerca sull'attenzione documenta: il flusso (flow) — la condizione di performance ottimale descritta da Csikszentmihalyi — si verifica precisamente quando il monologo valutativo si azzera.

I contenuti completi — le tecniche specifiche, le applicazioni oltre il tennis, gli errori più comuni e il piano pratico settimanale — sono riservati ai membri del Protocollo.

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Concentrazione e deep work: la mappa del percorso


In breve

Riferimenti: APA e Digital Minimalism.

Il pillar Concentrazione collega sonno, ambiente e blocchi da 60–90 minuti con un solo output: difendi la fascia di picco, batch delle distrazioni digitali — focus è design, non forza di volontà sul telefono.

TL;DR

  1. Concentrazione = primi 15 minuti protetti, non maratone infinite.
  2. Deep work in blocchi da 60–90 min; shallow work in finestre.
  3. Time blocking e calendario operativo: percorso Tempo su /corsi/.
  4. Digital detox 72 giorni se il problema è lo scroll, non il desk.


Approfondisci nel blog: abitudini e sistemi · procrastinazione · concentrazione · identità e cambiamento · stoicismo pratico.

Il problema


Giornata piena, output scarso: di solito non manca il talento. Manca protezione dell'attenzione nei primi minuti del blocco.

Questa hub è il percorso Concentrazione & deep work su /corsi/. Per calendario, time blocking ed email: gestione del tempo e percorso Tempo. Mappa generale: hub produttività.

Tab, chat, «solo un secondo» sul telefono. Sensazione di aver lavorato senza misurare nulla. La colpa punta al carattere; spesso è ambiente e compito non definito.

Micro-azione oggi


Domani mattina: un blocco da 25 minuti, telefono in un'altra stanza, un tab, output scritto in una riga prima di partire.

Percorso in ordine


  1. Come migliorare la concentrazione
  2. Deep Work (riassunto operativo)
  3. Sistema operativo personale


Tempo protetto (percorso dedicato)


Non confondere focus con calendario:


Guide correlate



Protocollo


Protocollo, blocchi protetti, revisione settimanale, strumenti PDF sul percorso Tempo.


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Come allearsi con le parti cattive di sé: riassunto di Richard Schwartz


Non esistono parti cattive: perfezionismo, impulsività e autodistruzione sono strategie di protezione. Schwartz insegna a dialogare con le parti invece di combatterle.

TL;DR

  • Non esistono parti «cattive»: perfezionismo, impulsività e autodistruzione sono strategie di protezione nate da ferite passate — Schwartz chiede di ascoltarle, non combatterle.
  • Il modello IFS divide il sistema interno in tre ruoli (manager, fuochi, esiliati) e identifica un centro — il Self — con 8 qualità naturali: curiosità, calma, chiarezza, compassione, coraggio, creatività, connessione, sicurezza.
  • Il cambiamento non arriva dalla forza di volontà: arriva quando una parte si sente davvero vista dal Self. Senti la differenza tra «smettila di procrastinare» e «cosa stai proteggendo?»


C'è una parte di te che sabota il lavoro quando ci sei quasi. Un'altra che mangia di notte anche quando non hai fame. Una che perfeziona ogni dettaglio e non riesce a consegnare niente. Le chiami debolezze. Pigrizia. Mancanza di carattere.

Richard Schwartz, psicologo clinico e fondatore dell'Internal Family Systems (IFS), propone una lettura radicalmente diversa: quelle non sono difetti da correggere. Sono parti del sistema interno che cercano di proteggerti — nel modo in cui hanno imparato, nel momento in cui lo hanno imparato.

No Bad Parts (Sounds True, 2021) non è un libro di self-help motivazionale. È un'introduzione accessibile a un modello usato in psicoterapia da decenni che cambia la domanda fondamentale: non «come mi fermo?» ma «cosa sta cercando di fare questa parte per me?»

IFS in tre premesse: perché non hai parti cattive


Il modello Internal Family Systemsriconosciuto dalla ricerca clinica — si basa su tre premesse insolite rispetto alla psicologia tradizionale.

Prima premessa: la mente è multipla. Non sei «tu» e basta — sei un sistema di sotto-personalità, ciascuna con la propria prospettiva, le proprie paure, i propri obiettivi. Non è patologia: è architettura normale.

Seconda premessa: non esistono parti cattive. Anche i comportamenti più distruttivi sono strategie di protezione — mal adattate al presente, ma nate in risposta a qualcosa di reale. Il critico interno non è il tuo nemico: ha impedito che tu fallissi pubblicamente. Il binge non è debolezza: è un'anestesia temporanea di una parte ferita che porta dolore.

Terza premessa: esiste un centro naturale. Il Self — una qualità di presenza caratterizzata da 8 attributi (curiosità, calma, chiarezza, compassione, coraggio, creatività, connessione, sicurezza) — è già in te. Non è un'altra parte: è ciò che rimane quando le parti si calmano abbastanza da fare un passo indietro.

I contenuti completi — le tre categorie di parti con esempi, il processo di unburdening e il piano pratico di 7 giorni — sono riservati ai membri del Protocollo.

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Trump è passato da imprevedibile a caotico


Per i due autori dell'analisi il presidente "sta annaspando": i sondaggi crollano, i repubblicani temono una disfatta alle elezioni di metà mandato e alcuni senatori lo sfidano.

Donald Trump, che ha costruito la sua immagine sulla forza e sulla capacità di prosperare nel caos, oggi appare "ridimensionato" e "sta solo annaspando". Lo scrivono Jonathan Lemire e Russell Berman in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui i sondaggi del presidente sono crollati, i repubblicani temono una disfatta alle elezioni di metà mandato di novembre, il voto che a metà del mandato presidenziale rinnova il Congresso, e parte del suo stesso partito comincia a sfidarlo.

Solo un anno fa, ricordano i due giornalisti, Trump aveva "travolto Washington": aveva tagliato le tasse, avviato guerre commerciali, irritato gli alleati storici, stretto i controlli alla frontiera e svuotato l'amministrazione federale, arrivando a ipotizzare apertamente di aggirare la Costituzione per candidarsi a un terzo mandato nel 2028. Il 4 luglio dell'anno scorso aveva firmato una legge di bilancio vasta e costosa, da lui battezzata One Big Beautiful Bill Act, in una cerimonia alla Casa Bianca con il sorvolo del bombardiere B-2 che aveva appena colpito i siti nucleari iraniani.

All'origine delle difficoltà attuali, secondo l'analisi, c'è una guerra con l'Iran che ha fatto salire i prezzi per gli americani e ha indebolito la posizione del paese nel mondo. Un memorandum d'intesa firmato la settimana scorsa ha prolungato una tregua fragile e ha aperto un primo giro di negoziati guidato dal vicepresidente JD Vance, ma restano aperti nodi come il futuro del programma di arricchimento dell'uranio iraniano e il controllo dello stretto di Hormuz, una trattativa che potrebbe durare molti mesi.

Trump ha cercato con affanno di presentare la guerra come una vittoria, scrivono gli autori, pur rinunciando ad alcuni degli obiettivi che si era posto e che in gran parte non sono stati raggiunti, mentre l'Iran potrebbe richiudere lo stretto in qualsiasi momento. Sul suo social network Truth Social il presidente ha difeso l'accordo e si è scagliato contro i paragoni con l'intesa raggiunta da Barack Obama oltre dieci anni fa, arrivando a minacciare la ripresa dei bombardamenti se Teheran non rispetterà i patti, una minaccia che in pochi prendono sul serio. I suoi tentativi di apparire imprevedibile, annotano i due giornalisti, sono stati "piuttosto prevedibili".

Nell'entourage del presidente molti ritengono che la guerra non avrà un peso politico duraturo e guardano soprattutto alle elezioni di metà mandato, nella speranza che lo stretto riapra e che il prezzo della benzina scenda. Alcuni collaboratori hanno indicato agli autori una serie di eventi, tra cui alcune sentenze della Corte suprema e perfino i Mondiali di calcio, capaci di far passare in secondo piano il conflitto. "Le elezioni sono lontane mesi", ha detto uno di loro. "Da qui ad allora avremo molti colpi di scena."

Le tensioni con i senatori repubblicani crescono da mesi. Trump aveva sostenuto uno sfidante alle primarie contro il senatore Bill Cassidy della Louisiana, che ha perso la corsa per un terzo mandato, e aveva poi scaricato il senatore John Cornyn del Texas a favore del suo sfidante Ken Paxton, procuratore generale dello Stato coinvolto in diversi scandali, segnando di fatto la sconfitta di Cornyn al ballottaggio delle primarie del mese scorso. Il leader della maggioranza al Senato John Thune aveva sostenuto con forza Cornyn.

Lo scontro è esploso quando Trump ha annullato all'improvviso la cerimonia per firmare un'importante legge sulla casa, un raro esempio di provvedimento bipartisan, chiedendo che i repubblicani approvassero prima il SAVE America Act, una legge che imporrebbe di esibire la prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali e un documento con foto per votare, riducendo in alcune versioni anche il voto per posta. Per farla passare Trump ha provato a spingere i repubblicani a eliminare o aggirare il filibuster, la regola del Senato che richiede 60 voti su 100 per approvare gran parte delle leggi, ma il partito non ha mai avuto una maggioranza disposta a cancellarlo. In una riunione al Campidoglio il presidente ha poi rimproverato i senatori per aver lasciato passare, tra defezioni e assenze, una risoluzione che mira a limitare il suo potere di fare guerra all'Iran.

I tentativi di Trump di spingere al ritiro alcuni esponenti del suo partito hanno prodotto un gruppo di senatori che, non dovendo più ricandidarsi, si sentono liberi di criticarlo. Tra questi Cassidy, Cornyn e Thom Tillis della North Carolina, che annunciò il ritiro subito dopo essersi opposto alla grande legge di bilancio dell'anno scorso. Tillis ha definito Bill Pulte, direttore facente funzione dell'intelligence nazionale, "un sicofante incompetente", mentre Cassidy ha bollato l'accordo con l'Iran come "il peggior errore di politica estera da decenni".

Durante la riunione Cassidy ha affrontato il presidente sull'intesa con Teheran e i due hanno avuto un acceso diverbio, nel quale Trump gli avrebbe detto di sedersi. "Non mi scuso per aver tenuto testa al presidente", ha detto poi Cassidy ai giornalisti. "Difendo gli americani, anche quando sto parlando con il presidente." Trump ha comunque proclamato il successo dell'incontro: "Abbiamo fatto una riunione davvero ottima", ha detto, circondato da tre fedelissimi, i senatori Rick Scott della Florida, John Barrasso del Wyoming e Mike Lee dello Utah, tutti con una cravatta rossa come la sua, mentre Thune restava in disparte con la cravatta blu. In serata la tensione si è in parte allentata: l'aula ha rivotato in modo simbolico la risoluzione sui poteri di guerra e l'ha respinta, con due repubblicani che hanno cambiato voto, tra cui lo stesso Cassidy.

Interpellata dagli autori, la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha risposto con un elenco dei risultati del presidente, aggiungendo: "Il presidente Trump è il leader del mondo libero, e grazie alla sua guida coraggiosa gli Stati Uniti non sono mai stati così forti." Lo stesso giorno, ricevendo il segretario generale della NATO Mark Rutte, Trump ha attaccato alcuni membri dell'alleanza per non aver aiutato nella guerra con l'Iran, riservando parole particolarmente dure all'Italia. La frizione è nata dopo che il presidente aveva sostenuto che la premier Giorgia Meloni lo avesse "implorato" per una foto al vertice del G7 della settimana scorsa, cosa che Meloni ha smentito, facendolo infuriare.

Il caso più emblematico, scrivono Lemire e Berman, è quello dello specchio d'acqua davanti al Lincoln Memorial, una "metafora perfetta" dello stato della sua presidenza. Il restauro era stato affidato con un appalto senza gara a un suo sostenitore, come ha rivelato il New York Times: i costi sono lievitati, i lavori sono falliti e la vasca è finita sotto la sorveglianza di truppe federali. Il rivestimento si è rotto, l'acqua è diventata di un verde brillante e ostinato, lontano dal "blu bandiera americana" che Trump voleva, e il presidente, anziché assumersi la responsabilità, ha imboccato la strada delle teorie del complotto.

Per i festeggiamenti del 4 luglio, quest'anno il 250° anniversario della nazione, il concerto previsto sul National Mall si è trasformato in un comizio a favore di Trump e gran parte degli artisti si è tirata indietro. Il presidente è andato avanti lo stesso, mettendo sé stesso al centro della serata, con un discorso breve e pieno di lamentele, pronunciato dietro un vetro antiproiettile davanti a un pubblico ridotto, da cui molti si sono allontanati mentre ancora parlava. Il giorno dopo ha scritto sui social di aver avuto una folla enorme e che "tutti sono rimasti fino alla fine del mio discorso". Non ha invece commentato l'attacco iraniano a una nave in transito nello stretto di Hormuz. Per quanto ci provi, concludono gli autori, Trump non riesce a cambiare argomento.

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Oracle taglia 21.000 posti di lavoro: la spinta dell'AI trasforma il colosso


L'azienda ha investito nell'infrastruttura cloud per l'intelligenza artificiale, riducendo la forza lavoro del 13% nell'ultimo anno fiscale.

Oracle ha annunciato una drastica riduzione del proprio personale, eliminando circa 21.000 posizioni lavorative nel corso dell'anno fiscale 2026, pari al 13% della sua forza lavoro globale, segnando un momento di profonda trasformazione per l'azienda.

Secondo i dati emersi dai documenti finanziari ufficiali, il numero totale dei dipendenti è sceso da 162.000 a 141.000 unità al 31 maggio scorso.
La società ha esplicitamente collegato questi tagli all'adozione interna di tecnologie basate sull'intelligenza artificiale e all'automazione dei processi, avvertendo che questa tendenza potrebbe continuare man mano che l'integrazione dell'AI diventerà più pervasiva.

Questa riorganizzazione non è stata priva di costi: Oracle ha infatti dichiarato di aver speso circa 1,84 miliardi di dollari in indennità di fine rapporto e oneri correlati, un importo quasi quattro volte superiore rispetto ai costi di ristrutturazione dell'anno precedente.

A differenza di rivali come Amazon e Microsoft, che finanziano lo sviluppo dell'AI attraverso flussi di cassa già consolidati, Oracle starebbe ricorrendo a nuove emissioni di debito per circa 40 miliardi di dollari per sostenere i propri piani e rimanere competitiva.
L'ambizione della compagnia è testimoniata anche da accordi colossali, come il contratto quinquennale da 300 miliardi di dollari siglato con OpenAI e la collaborazione con Meta per fornire potenza di calcolo dedicata.

Questa aggressiva espansione nell'infrastruttura cloud richiede investimenti senza precedenti, rendendo la riduzione del personale una necessità. Tuttavia, si tratta di una tendenza preoccupante per il settore tech statunitense, che quest'anno ha visto la perdita di oltre 100.000 posti di lavoro complessivi.
Molti analisti osservano con attenzione questo fenomeno, notando come anche Meta, Google e Microsoft stiano effettuando tagli simili per finanziare i propri progetti legati all'intelligenza artificiale

Fonte: Tom's Hardware

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GTA 6: niente disco fisico, arriva solo la versione con codice in scatola


Rockstar Games non produrrà dischi per Grand Theft Auto VI: la versione fisica conterrà un codice per il download digitale.
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Il debutto di Grand Theft Auto VI rappresenta senza dubbio uno degli eventi più attesi nella storia recente dell'industria videoludica, ma le ultime indiscrezioni suggeriscono un cambiamento epocale per i collezionisti e gli amanti dei supporti fisici tradizionali.
Secondo quanto riportato da una fonte di The Hollywood Reporter, Rockstar Games non avrebbe infatti intenzione di produrre dischi per il nuovo capitolo della saga: sebbene sia prevista una versione retail per i negozi, al suo interno non ci sarà un supporto fisico ma solo un codice per il riscatto del gioco in formato digitale.

La notizia nasce dalla necessità di chiarire alcune ambiguità emerse in seguito a una comunicazione ufficiale del supporto di Rockstar: un’email inviata a un utente menzionava infatti la disponibilità di una "copia fisica" nei mesi a venire, alimentando la speranza dei fan di poter inserire il disco nelle proprie console. Tuttavia, fonti vicine allo sviluppo hanno precisato che l'espressione si riferisce esclusivamente alla scatola contenente il codice e non a un supporto fisico reale.
Anche il riferimento temporale ai "mesi successivi" non riguarderebbe il periodo post-lancio, ma i mesi che seguono gli annunci ufficiali delle varie edizioni e dei prezzi avvenuti in questi giorni.

Il lancio di Grand Theft Auto VI è ufficialmente fissato per il 19 novembre 2026 sulle piattaforme PlayStation 5 e Xbox Series X|S, con le prenotazioni per le edizioni Standard e Ultimate già aperte.
Considerata la mole imponente dei dati necessari per un titolo di tale portata, Rockstar permetterà agli utenti di iniziare il pre-download già dal 12 novembre, esattamente una settimana prima del debutto ufficiale.
Per quanto riguarda il mondo PC, la notizia non desta particolare sorpresa, dato che Rockstar non ha ancora annunciato una versione desktop e un'eventuale distribuzione su DVD per un gioco di queste dimensioni risulterebbe comunque impraticabile.

Fonte: VideoCardz


GTA VI: i preordini aprono il 25 giugno, uscita confermata a novembre


Rockstar Games, attraverso la sua società controllante Take-Two, ha ufficialmente annunciato che i preordini per l’attesissimo GTA VI saranno attivi a partire dal prossimo 25 giugno. La mossa conferma la volontà del publisher di avviare la massiccia macchina del marketing del suo titolo di punta proprio durante il periodo estivo, mantenendo fede alle promesse fatte nei mesi scorsi. La porta con sé una rassicurazione sulla data di uscita ufficiale, attualmente fissata per il 19 novembre. Insieme all'annuncio dell'apertura delle prevendite, Rockstar ha sollevato il velo sulla cover art ufficiale del gioco, che potete vedere qui sotto.
La cover art ufficiale di GTA VI
L'estetica rimane fedele alla tradizione iconica del franchise, presentando una composizione di immagini stilizzate che offrono un primo sguardo profondo all'ecosistema di una rinnovata Vice City. Tra i vari riquadri che compongono la copertina, è possibile scorgere diversi personaggi, armi, veicoli e persino animali, suggerendo la varietà e la densità di contenuti che i giocatori troveranno in questa nuova iterazione della serie. Sebbene non sia stato ancora rilasciato un nuovo trailer, gli esperti del settore speculano sulla possibilità che un nuovo filmato promozionale possa accompagnare proprio il lancio dei preordini la prossima settimana. Un aspetto cruciale sottolineato da questo annuncio riguarda la solidità della finestra di lancio prevista per la fine dell'anno.

Storicamente, Rockstar Games ha comunicato eventuali rinvii circa sei mesi prima della data di uscita dei suoi titoli. Essendo ormai entrati in tale finestra temporale senza alcuna comunicazione di slittamenti, le probabilità che il gioco rispetti la scadenza di novembre sono estremamente elevate. Tutto punta dunque verso il debutto di GTA VI su PlayStation 5 e Xbox Series X/S tra soli cinque mesi, confermando l'impegno dello studio nel rispettare la tabella di marcia iniziale.

Fonte: www.engadget.com


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