Salim el Koudri, una Citroen a Modena in un pomeriggio di primavera


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Per fortuna delle gazzette, dei buoni a nulla delle "reti sociali" e del governo di Roma, nel maggio 2026 dopo poche ore il giovane Salim el Koudri ha tolto dall'agenda l'efferato e gratuito omicidio di Bakary Sako, vittima di un gruppetto di perfetti esempi di adesione ai valori occidentali, tentando una strage in piena Modena. Si può tornare a respirare, e alle abituali attribuzioni causali che da qualche tempo a questa parte prevedono continue invettive contro una "seconda generazione" sostanzialmente colpevole di esistere.
Nello stato che occupa la penisola italiana ci sono milioni di individui chiamati ogni giorno a tollerare che le gazzette e i ben vestiti del democratismo rappresentativo chiedano loro conto del perché si ostinino a respirare, ai nobili e altissimi fini del tornaconto elettorale.
Ci sarebbe da sorprendersi non poco, se mai, del fatto che le reazioni violente a fronte di un assedio sempiterno siano di un'entità estremamente trascurabile.
Non occorre nemmeno perdere tempo col gazzettame per essere sicuri della innata propensione all'efferatezza del signor el Koudri: i nativi del "paese" dove mangiano spaghetti vanno esenti per definizione da qualsiasi comportamento omicida.
Solo che le gazzette sono una cosa, la realtà ovviamente un'altra, spesso opposta.

Si chiamava Stefania e aveva occhi bellissimi, viso bellissimo. Era figlia di un medico e di una nobildonna dal sorriso svagato, svogliato. Una famiglia dotata di status e denaro e relazioni d'ogni genere, ma tutt'altro che fortunata.
Fisicamente il fratello maggiore le somigliava ben poco. Un ragazzo bruno e acceso, dagli occhi brillanti e dal sorriso aperto, come d'eterno incoraggiamento nella distanza congelata delle fotografie. Fino ai quindici o sedici anni la vita del ragazzo era stata un movimento lineare e privo d'attriti grazie al vantaggio sociale. Aveva valanghe d'amici, tirava di scherma, faceva vacanze studio in Inghilterra. Il mutamento s'era annunciato con una serie di rinunce inspiegabili, di arretramenti senza ragione. Aveva smesso di girare con l'Enduro comprato pochi mesi prima. Smesso di andare in montagna a sciare. Stava in casa, davanti alla finestra della camera da letto. Guardava il prato del giardino coperto di brina.
Erano comparse abitudini poco rassicuranti. Usciva di primo mattino, senza meta. Vagabondava attraverso la città, seguendo una misteriosa rotta interiore. La madre riceveva telefonate da negozianti e baristi dell'estrema periferia che dicevano d'avere lì un ragazzo confuso, spaesato.
A volte usciva in maniche di camicia con l'aria sottozero. Prendeva bronchiti, polmoniti.
Lo avevano portato dal neurologo e poi dallo psichiatra. Le risposte di quell'uomo sui sessanta, dal viso magro, come scarnificato dalle sofferenze altrui, erano state una condanna incapace di sorprendere, un colpo al cuore annunciato.
I farmaci l'avevano intorpidito e gonfiato. Stava a letto fino a mezzogiorno, privo di forze. Nonostante le cure, la situazione peggiorava. Parlava poco, sempre meno.
Lo strazio distruggeva ogni risorsa. Faticava a tracciare linee nette fra pensieri e realtà. «Dov'è questa?» chiedeva, mostrando la forchetta. «Fuori o dentro?» Certi pomeriggi piangeva a lungo, mormorando frasi incomprensibili.
Inutile dire che il profitto nello studio era sceso a zero, di fatto non frequentava più la scuola.
Un giorno era salito a bordo della macchina della madre. Guidando a strappi (aveva diciassette anni e niente patente) s'era immesso nella circonvallazione. Dopo poche curve aveva centrato in pieno il motorino d'una donna, sbalzandola oltre il guard-rail. Era un'operaia di cinquantanni, di ritorno dal lavoro in cartiera. Bacino e femore fratturati, più un'infinità di traumi minori. Il lungo ricovero era stato complicato da un'embolia.
Gli avevano messo un infermiere al seguito. Il suo viso s'era gonfiato, deformato. La schizofrenia l'aveva reso una maschera.
Mancava poco a Natale, quando aveva deciso di farla finita. Per spiccare il salto aveva scelto la finestra della camera da letto dei genitori, approfittando di un attimo di distrazione dell'infermiere.
Era morto nel reparto di terapia intensiva del policlinico dopo una settimana di agonia.


Romolo Bugaro, Bea vita! Crudo Nord Est. Laterza 2010.