Davos 2026: il bullo, la Groenlandia e i dazi.
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#Trump a Davos ha trasformato il World Economic Forum in un'asta immobiliare da quattro soldi, piantandosi sul palco a blaterare che l'Europa è un disastro irriconoscibile – “non nella maniera positiva”, ha detto lui, dalla sua bolla svizzera blindata – e che solo gli USA possono “salvare” la Groenlandia con negoziati immediati, altrimenti via con dazi al 10-25% su acciaio, auto e tutto ciò che l'Europa produce di decente. Ha giurato che non è una minaccia per la NATO, figuriamoci: niente urla “alleanza solida” come minacciare di comprarti un territorio danese sotto ricatto commerciale, mentre difende le sue tariffe come “sicurezza nazionale”, cioè o cedete l'Artico o i vostri export diventano il mio bancomat elettorale. L'Europa, però, stavolta non sta a guardare con la bocca aperta: il Parlamento UE ha già congelato l'accordo commerciale USA siglato l'estate scorsa, bollando le minacce di Trump come coercizione pura, e ora si parla di “trade bazooka” per ritorsioni su vasta scala. Von der Leyen e i leader tuonano contro questa “spirale pericolosa tra alleati”, promettendo risposte inflessibili, mentre a Bruxelles sale il fronte per un'autonomia strategica vera: difesa Artico con Canada e Norvegia, sovranità digitale, climatica e militare, usando Davos come alibi perfetto per dire basta al bullo a strisce e stelle. Economicamente è un disastro annunciato: dazi incrociati che gonfiano prezzi, uccidono catene di fornitura e regalano caos ai mercati globali, con la UE pronta a colpire duro sui big tech USA e l'agroexport yankee. Politicamente, Trump ha appena consegnato all'Europa il regalo avvelenato che sognava chiunque voglia più integrazione: “Ecco perché serve l'UE forte”, diranno da Stoccolma a Roma, mentre il suo show da venditore di tappeti usati accelera il declino del multilateralismo che lui finge di odiare ma di cui ha bisogno per i suoi tweet. Chiudo come farebbe “lui.” E ora, Donald, ascolta bene un continente che hai stancato: torna nel tuo bunker dorato, smettila di giocare al Monopoli con Groenlandia e dazi da due soldi, perché l' #Europa non è più la tua preda facile, siamo stufi del tuo circo da quattro soldi, e stavolta ti manderemo a casa con le tasche vuote e la coda tra le gambe, loser.
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Criminalità transfrontaliera ambientale: il Governo italiano si predispone ad accogliere la nuova normativa europea
Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli affari europei Foti e di quello della giustizia Nordio, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo, recante l’attuazione della direttiva (UE) 2024/1203 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 aprile 2024, che istituisce un quadro penale comune per i reati ambientali nell'Unione. La direttiva europea mira a rafforzare la tutela dell'ambiente, in linea con gli obiettivi di protezione della qualità dell'aria, dell'acqua, del suolo, degli ecosistemi, della fauna e della flora, e sostituisce le direttive 2008/99/CE e 2009/123/CE.
L’intervento normativo italiano di recepimento è volto a rafforzare la prevenzione e il contrasto dei reati ambientali, tenendo conto dell’accresciuta rilevanza dei fenomeni di degrado ambientale, della perdita di biodiversità e degli effetti dei cambiamenti climatici, nonché della dimensione transfrontaliera della criminalità ambientale. Si introducono modifiche al Codice penale, aggiornando e integrando la disciplina degli eco-delitti, con particolare riferimento alle fattispecie di inquinamento ambientale e alle nuove ipotesi di commercio di prodotti inquinanti, produzione e commercio di sostanze ozono-lesive e di gas a effetto serra. Inoltre, si rafforzano le circostanze aggravanti, si precisa la nozione di condotta abusiva e si adegua il trattamento sanzionatorio, in coerenza con le indicazioni della direttiva europea.
Il provvedimento amplia il catalogo dei reati ambientali rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica (decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231), e adegua la disciplina delle sanzioni, nel rispetto dei principi di proporzionalità ed effettività.
Al fine di assicurare la cooperazione e il coordinamento più efficaci e tempestivi tra tutte le autorità competenti coinvolte nella prevenzione e nella lotta contro i reati ambientali, si istituisce presso la Procura generale presso la Corte di cassazione il Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale. Di tale Sistema fanno parte: il Procuratore generale presso la Corte di cassazione; i Procuratori generali presso le Corti d’appello; il Procuratore nazionale antimafia. Entro il 21 maggio 2027, il Parlamento elabora e pubblica la Strategia nazionale di contrasto ai crimini ambientali. Tale documento programmatico, aggiornato ogni tre anni, definirà gli obiettivi prioritari della politica nazionale, valuterà le risorse necessarie e promuoverà misure per innalzare la consapevolezza pubblica sulla tutela ambientale.
#ambiente #reatitransnazionali #UE
Dazi e Mercosur: l'Europa si sveglia?
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L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.
Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos. L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.
Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.
Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.
Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.
L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.
Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.
Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandiaéé, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?
Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.
#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni
Buon anno?
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Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.
L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.
In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.
A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.
In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni. 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.
I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider. La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.
Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.
In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.
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