[provetecniche]per evitare mettono] ferri al casale tace è [del posto sommano] esposti in giro i guasti dei girelli zoppica] à la santé applaudono in zona mista gli sparati sono un toccasana manca] una pagina del calendario lampeggia immette smog per due] settimane smettono [almeno] non c'è non diramato
riprendo il sedicesimo dip ("diario in pubblico") da slowforward
riprendo il sedicesimo dip (“diario in pubblico”) da slowforward (9 giugno 2024):
Posso sbagliare, certo, ma effettivamente sembra proprio che i poeti o gli artisti in generale siano sempre fortemente impegnati a riflettere “dopo Auschwitz”, però pervicacemente assenti quando si tratta di pensare e dire qualcosa “durante Auschwitz” (intendo quando Auschwitz riguarda altri, e non li tocca personalmente)
(slowforward.net/2024/06/09/dip…)
Cose sparse che mi hanno fatto stare bene, nella mia comfort zone, tra la fine e l’inizio dell’anno: le mie bustine di tè preferite.
– La neve “giusta” (per un uomo di asfalto e cemento come me) a Pontinvrea: quella che non ha creato disagio e mi ha permesso di fare a pallate con Giacomo. – Mia nipote Giulia che mi ha regalato una sua bambolina (un suo regalo), e che quando sono andato via si è assicurata che non l’avessi dimenticata in giro. – L’ultimo romanzo di Elizabeth Strout, regalatomi da Fra. – Il mini concerto di Margherita Vicario, con Fra che ha intonato qualche nota e Giacomo che ha cantato tutte le canzoni a squarciagola, come fanno tutti i bambini ai suoi live. – I panettoni di mia sorella: “Gianna sforna”.
occhio al palco, è montato bene. e no, in effetti no, il termine “poesia” non va bene. già da qualche anno è così; molti anni; su, diciamo decenni. parecchio tempo.
tempo per usare un altro lessico, già in essere, del resto. (nel 2021 ingenuamente speravo fosse risolutivo scrivere questo post: slowforward.net/2021/06/23/nio…).
“poesia” non funziona, non va per niente, il motore resta spento, nemmeno si accende il quadro. co’ ‘a pesia.
ci hanno riprovato negli anni Settanta o poco dopo, ma di fatto non gira, si inceppa, si incanta: dunque funziona con gli incantati. tutte le volte le ondate di kitsch e di spettacolo (non riconosciuti come tali) tornano a salire in alto e ricadere.
due o tre giorni fa ho visto un video letteralmente raccapricciante, di un_ de_ poet_ più celebrat_ del Paese. voce impostata, abiti impostati, ambientazione studiatissima, (im)postura teatralaltèra, frasi scolpite, iperassertività, una pomata di assertività, a chili, a manate, colpetti di scena testuale, in sostanza spettacolino. il quadrato instagram cringiato male. – eh ma è un'eccezione, o: “è eccezionale” (lo spettacolino) – niet, è regola regolante, confermata. è una norma.
la legge implicita in ogni inizio di scrittura specie se italiana è appunto quella doo sció: scenetta. insomma: tutto il [cattivo] teatro che Bene aveva (almeno teoricamente) spazzato via è tornato ornato indietro non solo come teatro ma come brutta poesia in brutta performance, gracchiata o finto-rattenuta. confessionale, pissi pissi, acuti, mezzosopranate, sottolineature, eyeliner sulla voce, chiuse a effetto, enfasi, effato, fuffa.
e non nel senso dissacrante e autoironico del flarf, ma proprio frontalmente. monnezza sparata.
l'ironia è stata forse la vittima più illustre di questa straondata di riflusso che – con argini rari e di volta in volta smontati – blatera tuona sculetta e fa inabissare tutto, almeno dal decennio ’80.
poi con questi qui non ci ragioni. più dicono la prece a occhio chiuso dentro l'effetto larsen, più si gualtierizzano, più lasciano ancheggiare il filo del microfono, più – freddi anodini oppure pàtici spokenwordi – fanno sonare la moneta del climax sul fondo della strofa, più gli infanti ascoltanti ubbidiranno al clap your hands.
anche perché chi applaude adesso sarà applaudito tra cinque minuti, occhio a non cascare dal palco.
Neil Young & Promise Of The Real - Earth (2016)
Il nuovo album del canadese, dopo The Monsanto Years, è un disco dal vivo. Si intitola Earth. Ma non è un classico disco dal vivo, almeno in parte. Ho sentito Earth usando il Pono, il marchingegno inventato da Young per sentire bene, anzi benissimo: assieme al Pono c’era una cuffia altrettanto costosa, anche bella da indossare. Purtroppo il Pono non funziona molto bene: quando l’ho ascoltato io la voce di Neil Young era lontana (a sinistra), mentre i cori erano più alti (a destra) assieme alla sua chitarra: una questione di equalizzazione, che però io non sono riuscito a mettere a posto... artesuono.blogspot.com/2016/07…
Ascolta il disco: album.link/s/4VJ7mcH16pPtK9ePt…
Daughter - Not To Disappear (2016)
Sono trascorsi tre anni dall'acclamato “If You Leave” dei Daughter, trio inglese guidato dalla suadente cantante Elena Tonra. Un esordio intenso, evocativo e a suo modo sfuggente, ma soprattutto di rara catalogazione, visti i numerosi mutamenti sonori atti a delineare una formula “pop” dimessa, in perenne chiaroscuro, densa di parole trasudanti angoscia e una profonda inquietudine interiore, la stessa che accompagna la giovane Elena fin dalle sue prime apparizioni risalenti al 2010 mediante svariati demo autoprodotti ed Ep... artesuono.blogspot.com/2016/01…
Ascolta il disco: album.link/s/2vRh4R0ACSdHA5WOR…
GIOSUE - Capitolo 9
Alleanza con gli abitanti di Gàbaon1Quando udirono questi fatti, tutti i re della parte occidentale del Giordano, della zona montuosa, della Sefela e di tutto il litorale del Mare Grande verso il Libano – gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei, i Gebusei – 2si allearono per far guerra contro Giosuè e Israele sotto un unico comando.3Gli abitanti di Gàbaon, invece, quando ebbero sentito ciò che Giosuè aveva fatto a Gerico e ad Ai, 4ricorsero da parte loro a un'astuzia: andarono a rifornirsi di provviste, presero sacchi sdruciti per i loro asini, otri di vino consunti, rotti e rappezzati, 5calzarono sandali strappati e ricuciti, e vestirono abiti logori. Tutto il pane della loro provvigione era secco e sbriciolato. 6Andarono poi da Giosuè all'accampamento di Gàlgala e dissero a lui e agli Israeliti: «Veniamo da una terra lontana; stringete con noi un patto». 7La gente d'Israele rispose a quegli Evei: «Ma forse voi abitate in mezzo a noi: come potremmo allora stringere un patto con voi?». 8Risposero a Giosuè: «Noi siamo tuoi servi!» e Giosuè chiese loro: «Chi siete e da dove venite?». 9Gli risposero: «I tuoi servi vengono da una terra molto lontana, per la fama del Signore, tuo Dio, perché ne abbiamo sentito parlare, come di quanto ha fatto in Egitto, 10di quanto ha fatto ai due re degli Amorrei al di là del Giordano, a Sicon, re di Chesbon, e a Og, re di Basan, ad Astaròt. 11I nostri anziani e tutti gli abitanti della nostra terra ci hanno detto: “Rifornitevi di provviste per il cammino, andate loro incontro e dite loro: noi siamo vostri servi; stringete dunque un patto con noi”. 12Questo è il nostro pane: caldo noi lo prendemmo come provvista dalle nostre case nel giorno in cui uscimmo per venire da voi e ora eccolo secco e ridotto in briciole. 13Questi otri di vino, che noi riempimmo nuovi, eccoli rotti. Questi nostri vestiti e i nostri sandali sono consumati dal lunghissimo cammino». 14Allora la gente prese in consegna le loro provviste senza consultare l'oracolo del Signore. 15Giosuè fece pace con loro, stringendo con loro il patto di lasciarli in vita. Giurarono a loro favore anche i capi della comunità.16Tre giorni dopo che ebbero stretto il patto con loro, gli Israeliti vennero a sapere che quelli erano loro vicini e abitavano in mezzo a loro. 17Allora gli Israeliti partirono e il terzo giorno entrarono nelle loro città: le loro città erano Gàbaon, Chefirà, Beeròt e Kiriat-Iearìm. 18Gli Israeliti non li attaccarono, perché i capi della comunità avevano loro giurato per il Signore, Dio d'Israele. Ma tutta la comunità mormorò contro i capi.19Allora tutti i capi dissero all'intera comunità: «Noi stessi abbiamo loro giurato per il Signore, Dio d'Israele. E dunque non li possiamo colpire. 20Ma facciamo loro così: li lasceremo in vita, perché non ci piombi addosso un castigo per il giuramento che abbiamo loro prestato. 21Vivano pure – aggiunsero i capi – ma siano tagliatori di legna e portatori d'acqua per tutta la comunità». Dopo che i capi ebbero parlato loro, 22Giosuè chiamò quelli di Gàbaon e parlò loro dicendo: «Perché ci avete ingannato, dicendo di abitare molto lontano, mentre abitate in mezzo a noi? 23Maledetti! Voi non cesserete d'essere schiavi: tagliatori di legna e portatori d'acqua per il tempio del mio Dio». 24Risposero a Giosuè: «Ai tuoi servi era stato riferito più volte quanto il Signore, tuo Dio, aveva ordinato a Mosè, suo servo, di dare cioè a voi tutta la terra e di distruggere dinanzi a voi tutti i suoi abitanti. Allora, avendo molta paura di voi per le nostre vite, ci comportammo così. 25Ora eccoci nelle tue mani: fa' di noi come sembra buono e giusto ai tuoi occhi». 26Giosuè li trattò in questo modo: li salvò dalla mano degli Israeliti, che non li uccisero; 27ma da quel giorno, fino ad oggi, Giosuè li rese tagliatori di legna e portatori d'acqua per la comunità e per l'altare del Signore, nel luogo che egli avrebbe scelto. __________________________Note
9,3 Gàbaon: oggi el-Gib, dieci chilometri a nord-ovest di Gerusalemme, su una collina di m. 895 e in una posizione centrale.
9,4 L’astuzia alla quale i Gabaoniti ricorrono è quella di far pensare a Israele che essi siano un popolo che abita molto lontano. Secondo la legge tardiva di Dt 20,10-18, Israele, dopo la vittoria, poteva fare alleanza con le popolazioni lontane, ma non con quelle vicine, nei riguardi delle quali bisognava applicare lo sterminio (vedi per Gerico e Ai, Gs 6,21-24; 8,22-26).
9,17 Gàbaon, Chefirà, Beeròt e Kiriat-Iearìm: queste quattro città formano un raggruppamento a nord-ovest di Gerusalemme.
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Approfondimenti
L'episodio risale a una tradizione antica. In origine doveva trattarsi di una eziologia, intesa verosimilmente a spiegare la presenza di schiavi gabaoniti presso qualche santuario d'Israele. In questo brano il ruolo preponderante è svolto dai rappresentanti del popolo, mentre Îa figura di Giosuè è introdotta in un secondo momento. Gabaon, a 12 chilometri circa a nord-est di Gerusalemme, in epoca monarchica era un importante centro cultuale. Salomone vi si recò per offrire sacrifici e, in visione, chiese a JHWH la sapienza (1Re 3,4-14). È la patria di Anania, il profeta che si oppose a Geremia (Ger 28,1). L'interesse del racconto è incentrato sullo stratagemma escogitato dai Gabaoniti per ingannare Israele. Le osservazioni teologiche inserite nella tradizione arcaica appesantiscono il testo, anche se ne chiariscono il senso nella prospettiva della redazione deuteronomistica.
1-2. Versetti da ascrivere alla redazione. Essi introducono, oltre all'episodio del c. 9, anche quelli dei cc. 10 e 11.
3. La città si trovava su una collina o altura (da gbh cioè essere alto), all'imbocco della valle di Aialon, che collega la zona montagnosa con la pianura costiera, non molto distante da Ai e Betel.
4-15. Il racconto è vivace e dettagliato, movimentato da battute e risposte. La pagina è caratteristica anche per la frequenza di aggettivi, solitamente rari nella letteratura ebraica.
16-21. Si noti l'assenza totale di Giosuè. Ad agire sono «i capi della comunità». Dal v. 17 risulta che Gabaon era a capo di una tetrapoli. Le altre tre città sono situate a nord di Gerusalemme, una decina di chilometri di distanza da Gabaon, a sud-ovest Chefira e Kiriat-Iearim, a nord Beerot.
21. «tagliatori di legna e portatori d'acqua» è forse un'espressione tecnica per indicare la condizione di servitù.
27. Il versetto è palesemente di matrice deuteronomistica, con il suo riferimento alla centralizzazione del culto.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
L' Alchimista Digitale L’Alchimista Digitale non è un semplice blog, ma un laboratorio di idee, un luogo di trasformazione dove il pensiero viene osservato, smontato e ricomposto. È uno spazio in cui la tecnologia smette di essere solo strumento e diventa materia viva, da comprendere prima ancora che da utilizzare. Qui il digitale non viene celebrato né demonizzato, ma interrogato, messo alla prova, attraversato con sguardo critico e consapevole. Viviamo immersi in algoritmi che decidono, in reti che connettono e controllano, in flussi di dati che raccontano più di quanto siamo disposti ad ammettere. In questo scenario, fermarsi a riflettere non è un lusso, ma una necessità. L’Alchimista Digitale nasce per chi avverte che qualcosa sta cambiando in profondità, per chi sente che dietro ogni tecnologia si nasconde una visione del mondo, un’idea di uomo, un destino possibile. Qui si incontrano informatica e filosofia, cultura digitale ed esoterismo, sociologia, futuro e inquietudine. L’intelligenza artificiale viene letta come un nuovo archetipo, le reti come moderne cattedrali invisibili, il codice come una lingua capace di riscrivere la realtà. Non troverai istruzioni rapide né soluzioni preconfezionate, ma domande scomode, riflessioni lente, connessioni impreviste. Questo spazio è dedicato a chi rifiuta la superficialità, a chi vuole capire prima di accettare, a chi non teme la complessità. L’Alchimista Digitale trasforma informazione in conoscenza, tecnologia in consapevolezza, caos in significato. Se sei arrivato fin qui, non è stato per caso: il processo di trasformazione è già cominciato.
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I sopravvissuti L’unico vero vantaggio di essere un over 50? Semplice: abbiamo fatto tutte le cose idiote prima che esistesse Internet. E per fortuna, non ci sono prove. Nessuna foto compromettente, nessun video tremolante su TikTok, nessun “ricordo di Facebook” che ti rimanda la tua faccia nel 1993 con un taglio di capelli che oggi sarebbe motivo di denuncia. Siamo, in poche parole, l’ultima generazione che può negare tutto. Negli anni ’80 e ’90, la stupidità era un’arte libera e non documentata. Si facevano sciocchezze in comitiva, si rideva fino alle lacrime, si ballava su tavoli instabili, si scrivevano lettere d’amore imbarazzanti che finivano strappate o bruciate, come si faceva con le prove dei delitti sentimentali. C’erano i “bigliettini” a scuola, non i messaggi vocali. C’erano i diari segreti, non i post pubblici. E soprattutto: le figuracce morivano la sera stessa. Oggi, invece, un momento di euforia registrato nel modo sbagliato diventa un meme eterno. Un video storto, un’espressione buffa, una parola fuori posto — e sei online per sempre, inchiodato al muro digitale della vergogna collettiva. Noi no. Noi avevamo il diritto all’oblio incorporato nel VHS che veniva cancellato sopra da un matrimonio. Essere giovani prima di Internet significava anche rischiare davvero. Non c’erano GPS, quindi ci si perdeva. Non c’erano recensioni su Google, quindi si entrava nei ristoranti alla cieca, con l’adrenalina di chi affronta l’ignoto. Non c’erano tutorial su YouTube, eppure montavamo mobili, riparavamo motorini e — incredibile ma vero — riuscivamo persino a sopravvivere senza sapere quante calorie avesse una brioche. Certo, abbiamo fatto cose discutibili. Abbiamo usato jeans a vita altissima, tagli di capelli a scodella e profumi che oggi farebbero evacuare una stanza. Ma, ripetiamolo: non ci sono prove. E questa, in un mondo dove tutto è archiviato, è una vittoria epica. La differenza vera tra “noi” e “loro” non è solo tecnologica, ma psicologica. Noi potevamo sbagliare senza testimoni permanenti. La nostra adolescenza non era in diretta streaming, le nostre opinioni non finivano sotto un post con cento commenti indignati. Si sbagliava, si imparava, si cresceva — in silenzio. Oggi un errore online ti segue come un’ombra digitale. Un tweet infelice, una foto storta, una battuta di dieci anni fa e via: tribunale mediatico, condanna e gogna. Noi, invece, avevamo la fortuna di poter cambiare idea senza che qualcuno lo screenshot asse. Non siamo nostalgici — o almeno, non del tutto. Sappiamo che Internet ha portato comodità e connessioni impensabili, ma sappiamo anche che la leggerezza di un errore non documentato è un privilegio perduto. Noi over 50 abbiamo avuto la fortuna di vivere l’epoca in cui la privacy non era un diritto da firmare, ma una condizione naturale. Oggi ci guardano come dinosauri digitali, con le dita lente sulla tastiera e lo sguardo sospettoso verso l’intelligenza artificiale. Ma dietro quella lentezza, c’è saggezza. Abbiamo imparato che la vera memoria non è nei server, ma nei ricordi; che la verità non si trova nei commenti, ma nelle esperienze. E, soprattutto, che un errore non condiviso è un errore dimezzato. In fondo, noi over 50 siamo i veri hacker del passato: abbiamo vissuto offline, abbiamo cancellato le prove e siamo sopravvissuti a tutto. Compresi i pantaloni a zampa e i paninari.
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[rotazioni]i [bordi] stampa foto su alluminio a [parete la cucina] socchiusa dai nas le pareti l'overdose di [nespole plot solo musica] italiana di circa cento [trenta gradi gli] ultracorpi la] medicina di genere le difese nel 1851 una rotazione nella] sabbia -l'altro [non dice nulla
NASCOSTO STARO' NELLA ROSA
finché non avrà inghiottito il tempo osceno il suo grido nascosto starò nella rosa azzurra
perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore
(2009) . Questo testo possiede una qualità enigmatica e riflessiva, quasi come se invitasse chi legge a custodire una bellezza interiore in un mondo capace di corromperla. Ecco alcune chiavi di lettura e spunti di riflessione sul testo:
1. La Rosa come Simbolo di Bellezza e Protezione
La rosa qui non è soltanto un fiore, ma diventa un simbolo potente: un rifugio, un luogo in cui la bellezza intima e autentica può riposare, intatta dalle intemperie del tempo. La frase “nascosto starò nella rosa” suggerisce la scelta di una presenza discreta, una volontà di conservare un’essenza che il mondo, con i suoi “veleni”, non deve corrompere.
2. Il Tempo come Forza Distruttiva
L'immagine del tempo che “inghiotte” e che si associa a un “grido” osceno implica una forza inesorabile, capace di consumare o alterare ciò che di buono e puro esiste. Questa tensione tra il flusso inesorabile del tempo e la volontà di preservare la bellezza interiore crea un contrasto drammatico, un invito a resistere alle pressioni esterne.
3. Il Conflitto tra Purezza Interiore e Corruzione Esterna
Nel verso “perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore” si percepisce un appello quasi difensivo: una richiesta di non permettere che gli aspetti distruttivi della realtà (i “veleni”) macchino la purezza e la forza del proprio universo interno. Qui il cuore diviene il baluardo contro un’oscurità esterna, un simbolo di autenticità e verità che non cede facilmente alle corrosioni del tempo e dell’ambiente.
4. La Rosa Azzurra: Un Tocco di Mistero
Il colore azzurro aggiunge un ulteriore strato simbolico alla poesia. Tradizionalmente, la rosa è associata alla passione e all'amore, ma quando diventa “azzurra” si fa portatrice di mistero, di qualcosa di quasi irreale o lontano. È come se la bellezza interiore, nascosta e intatta, potesse esprimere un'armonia che va oltre il visibile e il comune.
Riflessioni Aggiuntive e Domande Aperte
- Proteggere l’Essenza Personale: Il testo ci fa riflettere su come, in un mondo che spesso appare portatore di negatività, sia fondamentale trovare un modo per preservare quella parte di noi che rappresenta la verità e la bellezza. È una chiamata a non lasciarsi sopraffare dalle influenze esterne, ma a custodire gelosamente il proprio “cuore”.
- Il Ruolo del Tempo: Se il tempo ha il potere di inghiottire tutto, allora quale strategia può adottare l’individuo per mantenere intatta la sua essenza? La poesia sembra suggerire che la risposta risieda nell’essere “nascosti” in un luogo simbolico — la rosa — dove la bellezza, pur non essendo in mostra, è protetta e immune alle contaminazioni.
GIOSUE - Capitolo 8
Conquista di Ai (8,1-29)1Il Signore disse a Giosuè: «Non temere e non abbatterti. Prendi con te tutti i guerrieri. Su, va' contro Ai. Vedi, io consegno nella tua mano il re di Ai, il suo popolo, la sua città e il suo territorio. 2Tratta Ai e il suo re come hai trattato Gerico e il suo re; tuttavia prenderete per voi il suo bottino e il suo bestiame. Tendi un agguato contro la città, dietro a essa».3Giosuè e tutto il suo esercito si accinsero ad assalire Ai. Egli scelse trentamila guerrieri valenti, li inviò di notte 4con questo comando: «State attenti: voi tenderete agguati dietro la città, senza allontanarvi troppo da essa. State tutti all'erta. 5Io e tutta la gente che è con me ci avvicineremo alla città. Quando usciranno contro di noi, come la prima volta, noi fuggiremo davanti a loro. 6Essi usciranno dietro a noi finché li avremo attirati lontano dalla città, perché penseranno: “Fuggono davanti a noi come la prima volta!”. Mentre noi fuggiremo davanti a loro, 7voi balzerete fuori dall'imboscata e occuperete la città, e il Signore, vostro Dio, la consegnerà in mano vostra. 8Una volta occupata, appiccherete il fuoco alla città. Agite secondo il comando del Signore. Fate attenzione! Questi sono i miei ordini». 9Giosuè allora li inviò, ed essi andarono al luogo dell'imboscata e si posero fra Betel e Ai, a occidente di Ai; Giosuè passò quella notte in mezzo al popolo. 10Di buon mattino passò in rassegna il popolo e, con gli anziani d'Israele alla testa del popolo, salì contro Ai. 11Anche tutti quelli idonei alla guerra, che erano con lui, salirono e, avvicinandosi, giunsero di fronte alla città. Si accamparono a settentrione di Ai, lasciando la valle tra loro e Ai. 12Giosuè aveva preso circa cinquemila uomini e li aveva posti in agguato tra Betel e Ai, a occidente della città. 13Il popolo aveva collocato tutto l'accampamento a settentrione di Ai, mentre l'agguato era a occidente della città; Giosuè di notte andò in mezzo alla valle.14Non appena il re di Ai si accorse di ciò, gli uomini della città si alzarono in fretta e uscirono incontro a Israele per il combattimento, il re con tutto il popolo, verso il pendio di fronte all'Araba. Non sapeva, però, che era teso un agguato contro di lui dietro la città. 15Giosuè e tutto Israele si diedero per vinti dinanzi a loro e fuggirono per la via del deserto. 16Tutta la gente che era dentro la città, gridando, si mise a inseguirli. Inseguirono Giosuè e furono attirati lontano dalla città. 17In Ai non rimase nessuno che non inseguisse Israele. E così, per inseguire Israele, lasciarono la città aperta.18Il Signore disse a Giosuè: «Tendi verso la città il giavellotto che tieni in mano, perché io la consegno nelle tue mani». Giosuè tese verso la città il giavellotto che teneva in mano 19e, non appena stese la mano, quelli che erano in agguato balzarono subito dal loro nascondiglio, corsero per entrare in città, la occuparono e in un attimo vi appiccarono il fuoco.20Quelli di Ai si voltarono indietro e videro che il fumo della città si alzava verso il cielo. Ma ormai non c'era più per loro alcuna possibilità di fuga in nessuna direzione, poiché il popolo che fuggiva verso il deserto si era voltato contro gli inseguitori. 21Giosuè e tutto Israele videro che quelli dell'agguato avevano conquistato la città e che il fumo della città si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini di Ai. 22Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall'altra. Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. 23Presero vivo il re di Ai e lo condussero da Giosuè. 24Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all'ultimo furono passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a fil di spada. 25Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila, tutta la popolazione di Ai. 26Giosuè non ritirò la mano che brandiva il giavellotto, finché non ebbero votato allo sterminio tutti gli abitanti di Ai.27Gli Israeliti trattennero per sé soltanto il bestiame e il bottino della città, secondo l'ordine che il Signore aveva dato a Giosuè. 28Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di rovine per sempre, una desolazione fino ad oggi. 29Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera. Al tramonto Giosuè comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall'albero; lo gettarono all'ingresso della porta della città e vi eressero sopra un gran mucchio di pietre, che esiste ancora oggi.
Sacrificio e lettura della legge sul monte Ebal (8,30-35)30In quell'occasione Giosuè costruì un altare al Signore, Dio d'Israele, sul monte Ebal, 31come aveva ordinato Mosè, servo del Signore, agli Israeliti, secondo quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, un altare di pietre intere, non levigate dal ferro; vi bruciarono sopra olocausti in onore del Signore e immolarono sacrifici di comunione.32In quel luogo Giosuè scrisse sulle pietre una copia della legge di Mosè, che questi aveva scritto alla presenza degli Israeliti. 33Tutto Israele, gli anziani, gli scribi, i giudici, il forestiero come quelli del popolo, stavano in piedi da una parte e dall'altra dell'arca, di fronte ai sacerdoti leviti, che portavano l'arca dell'alleanza del Signore: una metà verso il monte Garizìm e l'altra metà verso il monte Ebal, come aveva prescritto Mosè, servo del Signore, per benedire il popolo d'Israele anzitutto. 34Giosuè lesse poi tutte le parole della legge, la benedizione e la maledizione, secondo quanto sta scritto nel libro della legge. 35Di tutto quanto Mosè aveva comandato, non ci fu parola che Giosuè non leggesse davanti a tutta l'assemblea d'Israele, comprese le donne, i fanciulli e i forestieri che camminavano con loro.
__________________________Note
8,1-29 Una volta rimosso l’ostacolo del sacrilegio, Dio dà agli Israeliti la città di Ai. La narrazione è una delle più dettagliate imprese militari riferite dalla Bibbia. A conquista avvenuta, Giosuè rende la città una collina di rovine per sempre (v. 28).
8,29 l tramonto Giosuè comandò: l’autore è sotto l’influsso di Dt 21,22-23; il cadavere di un giustiziato, che per infamia è stato appeso a un albero, deve essere sepolto prima del tramonto. Vedi ancora Gs 10,26-27.
8,32-33 Giosuè scrisse sulle pietre: l’autore si richiama forse a una festa di rinnovamento dell’alleanza, nel grande scenario dell’Ebal (m. 938) e del Garizìm (m. 870), che diventerà il monte sacro dei Samaritani. Nella gola tra i due monti si trova Sichem, luogo caro alle tradizioni patriarcali.
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Approfondimenti
1-29. A differenza del c. 6, questo brano riesce a presentare abbastanza bene i movimenti strategici delle truppe di Giosuè, sebbene non pochi dati topografici siano di difficile identificazione e poco armonizzabili. A parte le precondizioni indispensabili (l'eliminazione del peccato, l'assicurazione dell'assistenza divina), l'attacco è preparato con cura e con astuzia. L'espediente dell'imboscata riesce. Il ḥērem questa volta è più mitigato. Giosuè potrà trattenere per il popolo ßil bottino e il bestiame”, dopo aver sterminato gli abitanti.
1. Espiata la colpa di Acan e ottenuta la riconciliazione con JHWH, Israele torna in situazione di guerra santa. Qui però, come s'è accennato, l'azione è prettamente militare. Non si riscontrano influssi di carattere liturgico.
10-13. Il racconto risulterebbe più scorrevole ponendo tra parentesi questi versetti, che non sono del tutto in sintonia con il resto e che, forse, sono stati inseriti come una variante della tradizione relativa alla conquista di Ai.
18-19. Il testo ricorda quello di Mosè nella battaglia contro gli Amaleciti, cfr. Es 17,8-15 (cfr. anche il v. 26).
30-35. Il brano è di grande importanza per la storia d'Israele. Lo scenario è già consacrato dalla memoria dei patriarchi. Abramo fece sosta a Sichem, ebbe la teofania presso la quercia di More e costruì un altare (Gn 12,6-18). Anche Giacobbe vi si stabili e anch'egli costruì un altare (Gn 33,18). Sichem, con i monti Ebal e Garizim, entra in questione come luogo della celebrazione del rinnovamento dell'alleanza in Dt 27 e in Gs 24. Nel c. 27 del Deuteronomio, a conclusione del corpo legislativo deuteronomico, e secondo quanto aveva detto Mosè in Dt 11,26-30, si riscontrano elementi analoghi a quelli del nostro brano: l'erezione dell'altare, fatto di pietre «intatte, non toccate dal ferro» (v. 31, cfr. Dt 27,5), l'offerta dei sacrifici (v. 31b; cfr. Dt 27,6-7), la scrittura su pietre di una copia della legge (v. 32; cfr. Dt 27,2.3.8), la sistemazione degli Israeliti tra i due monti (v. 33; cfr. Dt 27,11-13). Quanto alle benedizioni e alle maledizioni (v. 34), nel Deuteronomio esse figurano, in forma ampliata, nei cc. 27-28. Questo nostro brano dunque, unito a Dt 27, oltre che a Gs 24, propone un modello ideale, compiuto, di rinnovamento dell'alleanza quale era praticato periodicamente da Israele ormai stabilito nella terra promessa. Qui il brano può anche essere fuori posto. La sua collocazione naturale sembra essere il c. 24, alla fine dell'occupazione e dell'insediamento nel paese. Il suo inserimento a questo punto intende forse sottolineare il seguente dato: la conquista di Gerico e di Ai va considerata una tappa decisiva nella campagna di occupazione della Palestina e come tale merita di essere celebrata. Potrebbe valere anche un altro motivo, ossia il parallelismo tra l'esodo e l'ingresso in Canaan. Come l'esodo culmina nell'alleanza al Sinai, così l'ingresso nella terra culmina nell'alleanza celebrata a Sichem.
30. Il monte Ebal, a nord-ovest di Sichem, è la cima più alta della Palestina. Forse il testo in origine aveva «Garizim», che è il monte delle benedizioni (Dt 27,12), sostituito con Ebal (come in Dt 27,4) per polemico contro i Samaritani, che sul Garizim avevano il loro tempio.
33. Dt 27 invece non fa alcun cenno all'arca, né ai sacerdoti leviti.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[filtri]per esempio una lente] d'ingrandimento a] Grenoble la criomicroscopia tutti i giorni la] sottrazione del campione fanno] l'esempio della posidonia che] si ciba il pellegrinaggio globale [del coke] sotto del coke pochissime] persone autorizzate in ventiquattrore non c'è disponibile il] polo nord [ipnotici] al fine strade ipostrade ore ventitre cibano
[vortex]l'atipico poi senz'altro] da settembre le scarpe vittoriane -o l'ottocento% inventano lo] spegnersi un bagno] intelligente spegnere [la comédie humaine est sans aucun doute un travail constant [lisez les pages impaires et sautez la septième
Le autorità italiane e rumene hanno sequestrato beni per un valore di oltre 40 milioni di euro a un individuo sospettato di essere affiliato a famiglie mafiose
Eurojust ha garantito che il congelamento avvenisse simultaneamente in entrambi i Paesi
Le indagini sull'indagato italiano, già testimone di giustizia, hanno portato alla luce i suoi legami con la famiglia Santapaola-Ercolano e il clan Cappello Bonaccorsi. L'uomo sarebbe coinvolto nel riciclaggio di beni propri e mafiosi attraverso beni acquistati a proprio nome e a nome dei suoi familiari. Licenze e negozi per scommesse e giochi online nelle province di Catania e Siracusa, in Italia, nonché criptovalute, sono stati utilizzati per riciclare ingenti profitti illeciti.
Alcuni dei beni, tra cui immobili e automobili, sono stati acquistati in Romania. Di conseguenza, le autorità italiane e rumene hanno dovuto collaborare per garantire il congelamento dei beni. Tramite #Eurojust, è stato predisposto senza indugio un certificato di congelamento. Il coordinamento di Eurojust ha consentito il congelamento simultaneo in Italia e Romania, garantendo che l'indagato o i suoi affiliati non potessero spostare alcun bene.
Il Rappresentante Nazionale per l'Italia, dott. Filippo Spiezia, e la Rappresentante Nazionale per la Romania, la dott.ssa Daniela Buruiana, hanno commentato congiuntamente il successo dell'operazione: “Per combattere efficacemente la criminalità organizzata, dobbiamo colpire i criminali dove fa più male. Solo sequestrando i loro beni, siamo in grado di smantellare le fondamenta su cui si fonda la criminalità organizzata. Questo caso merita una menzione speciale per la sua intrinseca complessità, in cui la cooperazione giudiziaria tra l'autorità giudiziaria italiana e quella rumena è stata fondamentale per garantire l'esecuzione di un provvedimento di congelamento non basato su una condanna, in vista della confisca. Abbiamo assistito a molti casi in cui i criminali trasferiscono i loro beni in tutto il mondo per passare inosservati. Una solida cooperazione giudiziaria internazionale per collegare i beni e agire è essenziale per garantire che non possano nascondersi per ottenere giustizia”.
I beni, per un valore di oltre 40 milioni di euro, includono 20 società di scommesse operanti nel settore delle scommesse, del gioco online o immobiliare; 89 immobili in Italia e Romania; 2 auto; 20 conti bancari e denaro contante.
Le azioni sono state eseguite da:
per l'Italia: Tribunale di Catania; Guardia di Finanza – Dipartimento Economico Finanziario di Catania per la Romania: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bucarest
Il ricordo di Ciccio l'africano nel decennio della sua morte
Nel 2026 saranno passati dieci anni dalla morte di “Ciccio l’africano”, deceduto il 22 agosto 2016 all’età di 89 anni. Morì dopo una lunga malattia Francesco Parisi, costruttore e imprenditore edile che contribuì allo sviluppo della Rhodesia.
Conosciuto come “Ciccio l’africano”, dopo aver vissuto 30 anni in Africa tornó nella sua Calvi Risorta, a Petrulo, dove è rimasto fino alla fine, circondato dall'affetto dei suoi cari. Giovanissimo, partì per il Mozambico durante il servizio militare di leva; nel dopoguerra si trasferì nella vicina Rhodesia. Nel 1964 col dissolvimento della Rhodesia del Nord, restò nel nuovo stato Zambia fino agli inizi degli anni ’70, quando tornò in Italia perchè a seguito di una fase di stagnazione si affermarono regimi dittatoriali che cacciarono l'etnia bianca. Lo Zambia affrontò difficoltà nei rapporti con i paesi confinanti, in particolare con lo Zimbabwe e la Namibia, allora amministrata dal governo bianco del Sudafrica. Prima di ciò, tuttavia, furono realizzate importanti infrastrutture: arterie stradali, viadotti e opere pubbliche. Francesco Parisi allestì una fabbrica di calcestruzzo, grazie alla quale furono costruite le principali arterie stradali che ancora oggi collegano il Mozambico e lo Zimbabwe con il Sudafrica. Spesso tornava in Italia, e molti caleni si trasferirono temporaneamente in Africa per lavorare con lui.
Rientrato definitivamente in patria, costruì una villa a Petrulo in stile coloniale dove ha vissuto fino alla morte, avvenuta nell'agosto del 2016. Appassionato di poesia, si dedicò alla lettura e alla cura della famiglia. Faceva spesso la spola tra Calvi Risorta e Caserta, dove risiedeva una figlia. Negli ultimi anni di vita una malattia lo costrinse a vivere a letto.
Il parroco che celebrò i funerali nella chiesa patronale di San Nicandro, don Vittorio Monaco lo ricorda: «Quando era giovane, era consuetudine contadina recarsi al tramonto in chiesa a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa. Ogni famiglia mandava un proprio componente ad assolvere tale funzione, e Ciccio era sempre presente in chiesa al calar del sole, al Vespro».
Buon anno?
(190)
Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.
L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.
In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.
A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.
In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni. 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.
I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider. La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.
Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.
In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.
#Blog #Mondo #Economia #Politica #Italia #Opinioni
Woody Guthrie — Dust Bowl Ballads (1940)
Strade polverose di un’America inquieta e povera. Lo spirito dell’hobo con tutta la sua filosofia popolare sempre alla ricerca della giustizia sociale.
Le canzoni di Woody Guthrie, classe 1912, sono il viaggio di un emarginato attraverso i drammi della Grande depressione e le rivolte del Midwest. Sono l’eco di un grido sofferto, una ribellione verso quello sviluppo sociale alienante e alienato, così inumano da accantonare e lasciare al proprio destino chi non vale perché non serve... silvanobottaro.it/archives/398…
Ascolta il disco: album.link/s/3DNbNDMcZhfVGd0La…
SPIOVE LUCE
spiove luce di stelle gonfie di vento col tuo peso greve di limiti ti pare quasi vita sognata il vissuto già divenuto memoria
siamo frecce scagliate nel futuro o il tempo che ci è dato è maya e si è immersi in un eterno presente?
. Il componimento “SPIOVE LUCE” offre un viaggio intenso attraverso immagini che si fanno portatrici di esperienza e riflessione sul tempo, sull’essere e sulla memoria.
Immagini cosmiche e pesi esistenzialiIl verso “spiove luce di stelle gonfie di vento” introduce un’immagine in cui la luce non cade come semplice precipitazione, ma si manifesta in modo quasi tangibile, una pioggia cosmica carica di energia e vitalità. Le “stelle gonfie di vento” suggeriscono un universo in continuo mutamento, pieno di forza e movimento.A questa energia si contrappone la percezione del peso dell'esistenza, espressa in “col tuo peso greve di limiti”. Qui il “peso” diventa metafora dei limiti intrinseci alla condizione umana: la consapevolezza dei nostri margini fisici e, forse, anche della finitezza dell’esperienza.
Memoria e la vita sognataIl passaggio “ti pare quasi vita sognata / il vissuto già divenuto memoria” fa scorrere il lettore in un territorio dove la vita ideale, forse perfetta come in un sogno, si trasforma in un ricordo già sedimentato. Vi è una tensione tra l’esperienza vissuta e quei momenti che, pur essendo intensi e reali, vengono trasformati dal tempo in tracce evanescenti, quasi irreali. La memoria qui non è solo custode del passato, ma diventa parte integrante della percezione stessa della vita.
Il tempo come freccia e come illusioneNel concluding “siamo frecce / scagliate nel futuro / o il tempo che ci è dato è maya / e si è immersi in un eterno presente?” il poeta allunga l’invito alla meditazione. Le “frecce scagliate nel futuro” suggeriscono azione, movimento incontrollato e destino, la rapidità con cui sfugge l'attimo. Contemporaneamente, la domanda retorica sull’essenza del tempo — che “è maya”, termine che nella filosofia indiana indica l’illusorietà della realtà — apre alla riflessione se la nostra esperienza esistenziale non sia, in realtà, intrappolata in un presente eterno e illusorio, dove il passato è già memoria e il futuro, un’ipotesi fluida.
Verso ulteriore riflessioneIl componimento si presta a numerose letture: potremmo percepire queste immagini come il riflesso della condizione umana, in bilico tra il desiderio di una fuga poetica e la pesantezza dei limiti imposti dal tempo e dalla materia. Oppure, considerarlo un richiamo alla consapevolezza del presente, in cui ogni attimo, sebbene fuggevole, racchiuda in sé l’intera ricchezza della vita, trasformandosi in memoria nel ciclo incessante dell’esistenza.
GIOSUE - Capitolo 7
Acan viola l’interdetto e viene punito1Ma gli Israeliti violarono la legge dello sterminio: Acan, figlio di Carmì, figlio di Zabdì, figlio di Zerach, della tribù di Giuda, si impadronì di cose votate allo sterminio e allora la collera del Signore si accese contro gli Israeliti.2Giosuè inviò degli uomini da Gerico ad Ai, che si trova presso Bet-Aven, a oriente di Betel, con quest'ordine: “Salite a esplorare la regione”. Quegli uomini salirono a esplorare Ai, 3ritornarono da Giosuè e gli dissero: “Non c'è bisogno che vada tutto il popolo: vadano all'assalto due o tremila uomini, ed espugneranno Ai; non impegnare tutto il popolo, perché sono in pochi”. 4Vi andarono allora del popolo circa tremila uomini, ma dovettero fuggire davanti a quelli di Ai, 5che ne uccisero circa trentasei, li inseguirono dalla porta della città fino a Sebarìm, sconfiggendoli sulle pendici. Il cuore del popolo si sciolse come acqua.6Giosuè si stracciò le vesti, si prostrò con la faccia a terra davanti all'arca del Signore e lì rimase fino a sera insieme agli anziani d'Israele, e si cosparsero il capo di polvere. 7Giosuè disse: “Ah! Signore Dio, perché hai voluto far passare il Giordano a questo popolo, per consegnarci poi nelle mani dell'Amorreo e distruggerci? Avessimo deciso di stabilirci al di là del Giordano! 8Perdona, Signore mio: che posso dire, dal momento che Israele ha dovuto volgere le spalle di fronte ai suoi nemici? 9Lo udranno i Cananei e tutti gli abitanti della regione, ci accerchieranno e cancelleranno il nostro nome dalla terra. E tu, che farai per il tuo grande nome?“.10Rispose il Signore a Giosuè: “Àlzati, perché stai con la faccia a terra? 11Israele ha peccato. Essi hanno trasgredito il patto che avevo loro imposto e hanno preso cose votate allo sterminio: hanno rubato, hanno dissimulato, le hanno messe nei loro sacchi! 12Gli Israeliti non potranno resistere ai loro nemici, volgeranno loro le spalle, perché sono incorsi nello sterminio. Non sarò più con voi, se non estirperete da voi la causa dello sterminio. 13Su, santifica il popolo e di' loro: “Per domani santificatevi, perché così dice il Signore, Dio d'Israele: C'è una causa di sterminio in mezzo a te, Israele! Tu non potrai resistere ai tuoi nemici, finché non eliminerete da voi la causa dello sterminio. 14Vi accosterete dunque domattina divisi per tribù: la tribù che il Signore avrà designato con la sorte si accosterà per casati e il casato che il Signore avrà designato si accosterà per famiglie; la famiglia che il Signore avrà designato si accosterà per individui. 15Colui che risulterà causa di sterminio sarà bruciato lui e tutte le sue cose, per aver trasgredito il patto del Signore e aver commesso un'infamia in Israele”“.16Giosuè si alzò di buon mattino e fece accostare Israele per tribù e venne sorteggiata la tribù di Giuda. 17Fece accostare i casati di Giuda e venne sorteggiato il casato degli Zerachiti; fece accostare il casato degli Zerachiti per famiglie e venne sorteggiato Zabdì; 18fece accostare la sua famiglia per individui e venne sorteggiato Acan, figlio di Carmì, figlio di Zabdì, figlio di Zerach, della tribù di Giuda. 19Disse allora Giosuè ad Acan: “Figlio mio, da' gloria al Signore, Dio d'Israele, e rendigli lode. Raccontami dunque che cosa hai fatto, non me lo nascondere”. 20Acan rispose a Giosuè: “È vero, io ho peccato contro il Signore, Dio d'Israele, e ho fatto quanto vi dirò: 21avevo visto nel bottino un bel mantello di Sinar, duecento sicli d'argento e un lingotto d'oro del peso di cinquanta sicli. Li ho desiderati e me li sono presi, ed eccoli nascosti in terra al centro della mia tenda, e l'argento è sotto”.22Giosuè mandò incaricati che corsero alla tenda, ed ecco, tutto era nascosto nella tenda e l'argento era sotto. 23Presero il tutto dalla tenda, lo portarono a Giosuè e a tutti gli Israeliti e lo deposero davanti al Signore. 24Giosuè allora prese Acan figlio di Zerach con l'argento, il mantello, il lingotto d'oro, i suoi figli, le sue figlie, i suoi buoi, i suoi asini, le sue pecore, la sua tenda e quanto gli apparteneva. Tutto Israele era con lui ed egli li condusse alla valle di Acor. 25Giosuè disse: “Come tu ci hai arrecato disgrazia, così oggi il Signore l'arrechi a te!”. Tutti gli Israeliti lo lapidarono. Poi li bruciarono tutti e li coprirono di pietre. 26Eressero poi sul posto un gran mucchio di pietre, che esiste ancora oggi. E il Signore placò l'ardore della sua ira. Perciò quel luogo si chiama valle di Acor fino ad oggi. __________________________Note
7,2 Ai: città situata al centro della terra di Canaan, circa venti chilometri a nord-ovest di Gerico e due da Betel, in un importante punto strategico. Il suo nome significa “rovina”.
7,24-25 La punizione, che raggiunge non solo Acan, ma anche i suoi figli e le sue figlie, si basa sull’antica legge della solidarietà, che coinvolgeva nella punizione i membri della famiglia e del clan (Nm 16,32). A essa subentrerà più tardi la legge della responsabilità personale (Dt 24,16; Ger 31,30; Ez 18,2-4).
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Approfondimenti
Il capitolo, nella sua forma attuale, continua il precedente. Giosuè aveva raccomandato di non violare le norme del ḥērem, (6,18), le cui trasgressioni avrebbero comportato conseguenze funeste. Ciò nonostante, qualcuno in Israele venne meno. È questa mancanza – afferma sostanzialmente il nostro brano – la causa vera della iniziale disfatta subita da Giosuè nel tentativo di occupare Ai. Pur essendo uno solo il colpevole, per la legge della solidarietà tutti risultano partecipi del peccato e destinatari del castigo. Solo dopo che sarà scontata la pena, e Israele sarà purificato, Giosuè potrà procedere alla conquista della città. Da Gs 7 risulta con particolare chiarezza il nesso tra il ḥērem (7,1.11.13.15) e la guerra santa (cfr. anche Gs 6,17s.). Ciò che è interdetto, il ḥērem, appartiene in ogni caso a JHWH e qualsiasi trasgressione di questo diritto di proprietà causa la rovina della comunità consacrata. L'uso cultuale e l'uso collegato con la guerra santa qui si identificano. Con la monarchia, l'uso del ḥērem legato alla guerra scomparirà, mentre nei testi deuteronomici e deuteronomistici (specie quelli di Gs 10-11) il ḥērem della guerra santa significa l'annientamento del nemico a scopo religioso.
2. Anche la città di Ai era situata in un punto strategico per l'ingresso in Palestina, circa 20 chilometri a nord-ovest di Gerico e a soli due chilometri da Betel (l'odierno centro urbano arabo di Beitin) il santuario legato al ricordo dei patriarchi. Per essere diventata centro di culti idolatrici, i profeti la chiameranno Bet-Aven, «casa della nullità» o «casa della vanità». Come per Gerico, anche ora Giosuè invia i suoi uomini ad esplorare la zona. «Ai» significa rovina, e probabilmente il centro urbano era già ridotto a macerie all'epoca della conquista di Giosuè. Il brano è parallelo al racconto della conquista di Gabaa (Gdc 20) e la sua origine va ricercata forse nel vicino santuario di Betel.
5. La sconfitta ingenera uno scoraggiamento profondo. Israele si sente abbandonato da JHWH e umiliato di fronte al nemico.
6-9. Lamento e riti penitenziali di Giosuè e degli anziani. Si veda il comportamento di Mosè in circostanze simili (Es 32,11; Nm 14,13-19; Dt 9,6). Anche Giosuè intercede per il popolo, come Mosè, anche se la sua preghiera non raggiunge i vertici di quella di Mosè.
10-15. L'oracolo del Signore dà ragione della sconfitta. È stato violato il ḥērem, è stato commesso un peccato di infedeltà e di slealtà nei confronti di Dio e dell'intera comunità. Si tratta di un sacrilegio che contagia tutto Israele. È necessario che il popolo si “santifichi” purificandosi (v. 13). La ricerca del colpevole (v. 14) è eseguita con ordine e scrupolo.
16-23. Il peccatore è individuato. Acan fa piena confessione della colpa (vv. 20-21). Il prezioso mantello rubato è posto nel tesoro di JHWH (vv. 22-23).
24-26. Acan viene lapidato, i membri del suo clan sono bruciati. Alla lapidazione prende parte tutto il popolo. La radice ebraica per «disgrazia» è ‘kr, che suona lontanamente simile ad Acor, il che permette l'artificiosa associazione tra Acan e la valle di Acor.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
oggi, 31 dicembre, lo scorso anno veniva a mancare Ale. Alessandro Broggi. appena condotto dalla famiglia all'hospice, interrotto il cortisone, il corpo ha ceduto. il 2025 è quindi iniziato con l'ultimo saluto a un amico vero.
incredibile scambio di commenti con un 'liberale' israeliano, in questi giorni, in coda a un post su israhell. mi trovo a constatare i disastri dell'hasbara su generazioni e generazioni di israeliani.
Per l'anno che verrà C’è un momento, verso la fine dell’anno, in cui il tempo sembra rallentare. Le luci sono più calde, i silenzi più lunghi, i bilanci inevitabili. È il periodo in cui promettiamo a noi stessi che da gennaio sarà diverso. Come se il calendario avesse poteri taumaturgici. Come se bastasse voltare pagina per cambiare davvero storia. La verità è che l’anno nuovo non porta nulla. Non arriva con un pacco regalo sotto braccio. Non bussa alla porta con soluzioni pronte, né con istruzioni per l’uso. L’anno nuovo è solo un contenitore vuoto. E sei tu a decidere cosa metterci dentro. Aspettare che qualcosa cambi è una forma elegante di immobilità. È una resa gentile, mascherata da speranza. È il modo più sofisticato per rimandare la responsabilità. Perché finché aspetti, non rischi. E finché non rischi, non fallisci. Ma nemmeno vivi. Il cambiamento vero non ha fuochi d’artificio. Non ha countdown, né brindisi. Arriva in silenzio, spesso in un giorno qualunque. Quando smetti di raccontarti la solita storia su chi sei. Quando ti accorgi che non sei stanco della vita, ma della versione ridotta che ne stai vivendo. Cambiare non significa stravolgere tutto. Significa scegliere, finalmente, di non tradirti più. Dire qualche “no” in più dove hai sempre detto “sì”. Dire un “sì” deciso dove prima avevi paura. Smettere di aspettare il momento perfetto, perché il momento perfetto è una leggenda urbana. Il cambiamento nasce da piccoli gesti quotidiani. Da una domanda scomoda fatta allo specchio. Da un’abitudine tolta come un dente marcio. Da una scelta che non fa rumore, ma fa direzione. È un lavoro artigianale, non un colpo di fortuna. E no, non devi diventare qualcun altro. Devi diventare più vicino a ciò che sei davvero. Quella parte di te che conosci benissimo ma che tieni in disparte per comodità. Perché cambiare spaventa, ma restare fermi logora. E il tempo, quello sì, non aspetta nessuno. L’anno che arriva non ti chiede promesse solenni. Ti chiede presenza. Ti chiede coraggio imperfetto. Ti chiede di smettere di rimandare la vita a data da destinarsi. Perché la vita non ama i “poi”. Non aspettare che l’anno nuovo ti migliori. Non è il suo mestiere. Migliorati tu, anche solo di un passo. Scegli oggi ciò che domani ti ringrazierà. E quando scatterà il primo gennaio, non avrai bisogno di auguri: avrai già cominciato.
Quanto costa quella guerra? Come se fossimo in un negozio e indicassimo una giacca appesa in vetrina: “Mi scusi, quanto costa quella?”. Ma stavolta, non si tratta di stoffa, né di moda. Si tratta di bombe, soldati, morti, strategie geopolitiche, cicli economici e banche private. Una frase che può sembrare stupida, detta così, ma che può diventare l’incipit più illuminante per una delle riflessioni più scomode della nostra epoca: quanto costa davvero una guerra, e a chi conviene? La risposta non è scritta sui cartellini appesi, ma nei bilanci delle grandi corporazioni e famiglie finanziarie che da oltre due secoli alimentano i conflitti nel mondo. In apparenza le guerre sembrano atti di politica, ideologia o religione. In realtà, sempre più spesso sono operazioni economiche, investimenti a lungo termine, con un margine di guadagno così alto da far impallidire qualsiasi prodotto finanziario tradizionale. Quando una nazione decide di entrare in guerra, la prima necessità non è morale, ma monetaria. I governi, per sostenere i costi di un conflitto, prendono in prestito denaro, emettono obbligazioni, cercano liquidità rapida. Ed è qui che entrano in scena le banche private. Quelle stesse istituzioni che nelle fasi di pace restano dietro le quinte, diventano i protagonisti silenziosi dei conflitti armati. Non interessa loro chi vincerà sul campo di battaglia. Non tifano per una bandiera o per un’altra. A queste entità interessa solo possedere ciò che resta dopo. La guerra per loro è un affare a rendimento garantito. Quando uno Stato è in difficoltà, il suo debito diventa un’occasione: obbligazioni vendute per pochi spiccioli, acquisite in blocco, e poi moltiplicate per cento, per mille, una volta che la guerra si conclude. In caso di vittoria, il valore sale alle stelle. In caso di sconfitta, il debito resta comunque, e i governi sono costretti a ripagare. Non importa se a vincere è Napoleone o Wellington, se cade Berlino o se sorge la democrazia in Medio Oriente: le banche che hanno finanziato entrambi i fronti riscuotono sempre. La guerra, dunque, non è solo un evento tragico e umano, ma è un asset finanziario gestito da coloro che meglio di tutti sanno far crescere i profitti dal caos. Ed è proprio dal caos che hanno tratto la loro forza. Durante la Prima guerra mondiale, queste corporazioni non si limitarono a finanziare gli eserciti: crearono vere e proprie alleanze strategiche basate su obbligazioni di guerra e prestiti tra governi. Ma il loro vero profitto arrivò alla fine del conflitto, nella ricostruzione dell’Europa, dove i cantieri della speranza vennero appaltati, indovinate un po’, proprio alle industrie finanziate dalle stesse banche che avevano alimentato la distruzione. Poi arrivò la Seconda guerra mondiale. Ed è qui che il quadro diventa ancora più chiaro. Industrie pesanti, chimiche, armamenti: tutto finanziato da capitali che giungevano sia da ovest che da est. Non vi fu lato del conflitto che non ricevette, in modo diretto o indiretto, sostegno economico dalle medesime mani. E come se non bastasse, al termine della guerra, fu grazie a queste influenze che vennero ridisegnate intere mappe geopolitiche, incluso il sostegno alla creazione dello Stato di Israele, frutto di manovre e pressioni internazionali condotte spesso dietro le quinte. Solo le banche hanno vinto, non le nazioni. I popoli si sono sacrificati, i governi hanno ricostruito, ma le famiglie finanziarie sono le sole ad aver mantenuto e aumentato il loro potere. Ogni guerra, ogni crisi, è stata un’occasione per consolidare il controllo. Non è un caso se la nascita e l’ascesa delle Banche Centrali coincidono con le grandi guerre moderne. Il controllo del denaro ha significato, in più di un’occasione, il controllo del risultato. Chi può stampare moneta, emettere credito, gestire l’inflazione o la recessione, ha in mano le leve della realtà. Non più i generali, ma i banchieri. Non più gli strateghi, ma i finanziatori. Chi controlla la moneta, controlla la storia. E la storia, benché cambi spesso i suoi nomi, ripete sempre lo stesso copione. Oggi non parliamo più apertamente dei Rothschild, dei Morgan o dei Rockefeller, ma le dinamiche sono identiche. Gli strumenti sono digitali, le guerre sono ibride, le crisi sono indotte, ma il gioco è sempre quello. Chi controlla il denaro, controlla il debito. E chi controlla il debito, detta le regole. Viviamo in una realtà dove la vera indipendenza non si misura in bandiere, ma in sovranità monetaria. Dove le nazioni che non costruiscono un proprio piano di emancipazione finanziaria restano intrappolate in un ciclo infinito: indebitarsi per armarsi, armarsi per combattere, combattere per indebitarsi ancora. E nel mezzo, la popolazione paga, con le tasse, con l’inflazione, con la disoccupazione, e talvolta con la vita. Chiedersi quanto costa una guerra non è più una provocazione retorica. È una necessità civile. È il primo passo per comprendere che ogni bomba lanciata ha dietro un bonifico, ogni soldato inviato ha un tasso d’interesse, ogni pace firmata ha un bilancio consolidato da sistemare. E forse, allora, dovremmo davvero entrare in quel negozio immaginario e chiederlo al commesso: “Mi scusi, quanto costa quella guerra in vetrina?” Perché solo quando capiremo il prezzo reale, potremo scegliere se continuare a comprarla.
L'Alchimista Digitale ©
Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful (2016)
Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore... artesuono.blogspot.com/2016/12…
Ascolta il disco: album.link/s/6qzXtdeIuZ7oUPc28…
La vigilia di Natale di quando ero bambino
Siamo quasi alla fine dell'anno, sono fuori tempo massimo o troppo in anticipo per la sua prossima iterazione, ma ora posso scriverne. Per le festività natalizie andavamo da mia zia, pranzo o cena che fosse, e il mio giorno preferito era quello della vigilia, seguito dall'ultimo dell'anno. Intanto, sono del Sud: non mi pare proprio sia una consuetudine nazionale, ma sotto una certa latitudine c'è il cenone della vigilia. E la preparazione iniziava il pomeriggio, con la preparazione delle anguille, le sfuggevoli anguille. La casa di mia zia stava nel centro storico, che in molti paesoni brutti del Sud è un modo falso e gentile per riferirsi alla zona più degradata e abbandonata, un agglomerato di case mangiate dall'umidità e dallo sfacelo, inghiottite dal buio, l'unico tipo di casa alla portata dei più poveri. Due piani, giù una stanzetta di pochi metri quadri collegata a un cucinino ancora più stretto e al salone, l'unico locale di una metratura approssimativamente umana. Al piano di sopra si accedeva da una scala ricavata da putrelle di ferro, queste sì solide (probabilmente, se il terremoto del 1980 fosse capitato più vicino, quelle putresse sarebbero state l'unica cosa a salvarsi di quell'isolato marcio). Sotto il triangolo disegnato dalla scala, lavorava mio nonno quando faceva il ciabattino. Sì, in uno spazio ridicolo che oggi forse associamo di più alle immagini di Kowloon, uno spazio risicato anche in altezza ed era un attimo alzarsi e picchiare la testa su una putrella di ferro. Al piano di sopra, la stanza da letto e il bagno.
Mia mamma e mia zia se ne stavano quasi tutto il tempo nel cucinino, iniziando col litigare con le anguille, che erano sempre e comunque vive e istintivamente, naturalmente portate alla sopravvivenza. Era il regno della frittura, c'era anche il baccalà, e tutti quanti dovevano starne fuori e accontentarsi del puzzo del fritto e dello sfrigolio dell'olio.
Era tutto buio, sostanzialmente: la casa era al piano terra di un palazzo tra palazzi, il sole vi faceva capolino soltanto per poco, quel che rifletteva dalle pareti una volta bianche delle mura circostanti. Ogni locale doveva accontentarsi di una lampadina o di un neon, tranne il salone che si meritava addirittura un lampadario. La sensazione complessiva, però, era di quel buio che non si riesce a sconfiggere.
Il riscaldamento... parola grossa, comunque dalla cucina arrivava un certo calore e nello stanzino d'ingresso c'era una stufetta elettrica che faceva il possibile; solitamente, a quelle stufette prima o poi si rompe uno degli elementi riscaldanti e quelle nostre erano sempre così. Probabilmente, in qualche misura ci aiutavano anche le lampadine, le lampadinacce di una volta, quelle che consumavano quanto un forno elettrico e illuminavano quanto un cero votivo. Più avanti, la stufetta venne sostituita dalla stufa a gas col bombolone, che solitamente finiva proprio in quei giorni.
Su quelle stufe, comunque, ci accendevo i fitti-fitti.Si chiamano stelline nel resto d'Italia, nel napoletano stelletelle o, più comunemente, fitti-fitti. Avrete capito di cosa stia parlando, ma so essere ridondante e specifico: quei bastoncini composti da un'anima di filo di ferro immersa in una qualche miscela chimica che, innescato il fuoco, si concretizza nella distribuzione copiosa e gioiosa di scintille nel raggio di una ventina di centimetri, esaurendosi in un rumore caratteristico. Bottigliette di champagne a parte (quelle cosine di plastica col filo che sbuca), era l'unico fuoco d'artificio a cui avessi accesso. Mio cugino, più grande, poteva dilettarsi con una scatolina di miniciccioli da far durare tutto il periodo delle feste, facendoli esplodere nel cortile del palazzo, ma in famiglia non siamo mai stati amanti di questa barbarie. Champagne, fitti-fitti e miniciccioli, basta: inoltre, non è che avessimo soldi in eccesso da bruciare.
Poi c'erano i cartoni animati: più o meno sempre gli stessi titoli: come oggi abbiamo Una poltrona per due, all'epoca c'erano i film di Asterix, dei Puffi e dei robottoni di Go Nagai. Mi faceva impazzire di meraviglia vedere Devilman e Mazinga Z insieme, oppure, Goldrake coi Mazinga, le spalle comiche e gli altri personaggi mischiati e immischiati. Sulle reti private, invece, era consuetudine trasmettere un cartone animato russo, con la principessa delle nevi. Non il giorno della vigilia, probabilmente, ma in quel periodo e mi piaceva guardare anche quello. Insomma: tra le sortite in cucina a spiare cosa bollisse in pentola o friggesse in padella, i robottoni, Asterix che prendeva a sberle i Romani, i Puffi e i fitti-fitti, quel pomeriggio non sembrava finire mai, ma poi finiva, tornava mio zio da lavoro, faceva il macellaio, e ci si metteva a tavola dopo poco.
Il cenone della vigilia è a base di pesce e il primo piatto erano spaghetti con vongole o lupini (vongole se ci sentivamo particolarmente ricchi), poi fritto di anguille e baccalà, frutta secca e dolci. Le varie pietanze erano intervallate/accompagnate dalla classica insalata di rinforzo e dai finocchi, questi “per sgrassare”. L'insalata di rinforzo era, appunto, un'insalata di cavolo bollito, alici salate, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, papaccelle (strisce di peperoni tondeggianti, grossi al massimo quanto un pugno, marinati in aceto, spesso anche piccanti), altri vegetali... si chiama di rinforzo perché, successivamente, ci finivano dentro gli avanzi, come per esempio i pezzetti di baccalà avanzati. Il contenitore dell'insalata di rinforzo andava avanti e indietro dalla vigilia al primo dell'anno. Poi la frutta secca: noci, arachidi, mandorle, nocciole, ceci e semi di zucca tostati. Datteri, fichi bianchi e neri, oggi si trovano solo quelli bianchi. Prugne secche. I dolci, con roccocò, mustaccioli e anginetti. Solitamente li compravamo già fatti, ma mia zia si provava, ogni anno, coi roccocò, sempre con lo stesso risultato: erano duri come la pietra. Li portava in tavolta e lo scambio di battute seguente era sempre lo stesso:
- Ho fatto i roccocò, ma quest'anno, chissà come mai...- ... sono venuti un poco duri.
Era mio padre quello che si occupava di far notare la cosa e, effettivamente, erano buoni per piantare i chiodi. Così mangiavamo quelli comprati altrove, mentre quei pezzi di marmo finivano inzuppati nel latte, nei giorni a seguire, o mangiucchiati dalle dentature più audaci.
Poi c'era la tombolata, e si rideva quando a dare i numeri (letteralmente) era mio zio, che si diceva un gran bevitore, capace di resistere a chissà quanti litri di vino, in realtà era già ubriaco dopo mezzo bicchiere e partivano racconti militareschi di imprese epiche e avventure in posti esotici che neanche Sandokan, quando tutto quello che aveva fatto, e che avrebbe fatto per la vita che gli restava, era andare dalla casa alla macelleria e ritornare. Un bicchiere intero e partivano le canzoni e i balli, ma si faceva il possibile per non arrivare a questi estremi. Il panariello poi passava a mia zia, che ha sempre avuto una vista pessima, solo parzialmente mitigata dagli occhiali spessissimi, ogni numero era un'incognita o una runa da decifrare. Lo stesso numero sembrava uscire più volte e bisognava ricontrollare, quei giri di tombola duravano troppo più del dovuto.
Infine, pandoro o panettone, più frequentemente il primo (c'era sempre qualcuno *non mi piacciono i passeri (l'uva passa), i canditi, la glassa è troppo dolce...); li facevamo scaldare davanti alla stufa/stufetta, qualche volta dimenticandoceli pure. Difficilmente si aspettava la mezzanotte, lo spumante lo stappavamo con un certo anticipo. Anche il cenone dell'ultimo si concludeva con un certo anticipo: era meglio non trovarsi in strada nel momento cruciale, perché il resto della popolazione non si limitava a champagne, fitti-fitti e miniciccioli.
Libro
mastica piano la morte il libro del corpo – orecchio del cuore – fatuo risillabare palpiti di soli fino all'ultimo rigo-respiro -congelato di bianca luce
. Questo testo evoca immagini potenti e dense di significato. Si apre con:
“mastica piano la morte”Un invito quasi intimo a confrontarsi con la morte non come un nemico repentino, ma come una presenza che si inghiotte lentamente, quasi come se la morte diventasse parte integrante di un rituale, da assaporare e digerire con consapevolezza.
Segue con:
“il libro del corpo – orecchio del cuore – fatuo”Qui il corpo e il cuore vengono evocati come libri, testi ricchi di storie e sensazioni. Il “corpo” si fa lettore e racconto, con l’orecchio che ascolta i sussurri della materia, mentre il cuore – definito “fatuo” – sembra ricordarci la sua natura imprevedibile, quasi capricciosa, nella narrazione delle emozioni e della passione.
Il verso prosegue:
“risillabare palpiti di soli fino all'ultimo rigo-respiro”Questa immagine ci porta a immaginare i “palpiti” come vibrazioni vitali, come il ritmo di una luce solare che si ripete, che pulsa intensamente fino all'ultimo soffio. Il termine “rigo-respiro” suggerisce la sequenza ordinata e impercettibile del tempo inciso sulla pelle dell'esistenza.
Infine:
”-congelato di bianca luce”Conclude con l'immagine di un istante eterno, cristallizzato in una luce pura e bianca, simbolo di verità, purezza e forse un barlume di speranza nell'inevitabile discesa verso la fine.
Questa composizione si configura come una meditazione poetica sulla vita e la morte, in cui il corpo e il cuore diventano narrazioni viventi. Si intrecciano il materiale e lo effimero, l’ascolto e la scrittura, rendendoci partecipi di un percorso che celebra la bellezza della transitorietà e della luce che, anche al suo ultimo respiro, continua a illuminare.
Ci sono molti spunti da cui partire. Ad esempio, potremmo esplorare come l’idea del “libro” si ripresenta in altre tradizioni letterarie, in cui il corpo è visto come scrigno di memorie e emozioni, oppure riflettere su come la luce – in tutte le sue sfumature – simboleggi il confine sottile tra esistenza e trascendenza.
Se ti interessa, possiamo approfondire il dialogo su come la poesia contemporanea in Italia abbia affrontato questi temi e confrontarla con autori che, come Montale o Ungaretti, hanno saputo rendere l’intensità dell’istante poetico in immagini altrettanto evocative. Oppure, magari, esplorare come la musica visiva rispecchia questi contrasti tra vita, morte e luce.
GIOSUE - Capitolo 6
Conquista di Gerico1Ora Gerico era sbarrata e sprangata davanti agli Israeliti; nessuno usciva né entrava. 2Disse il Signore a Giosuè: “Vedi, consegno in mano tua Gerico e il suo re, pur essendo essi prodi guerrieri. 3Voi tutti idonei alla guerra, girerete intorno alla città, percorrendo una volta il perimetro della città. Farete così per sei giorni. 4Sette sacerdoti porteranno sette trombe di corno d'ariete davanti all'arca; il settimo giorno, poi, girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. 5Quando si suonerà il corno d'ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé”.6Giosuè, figlio di Nun, convocò i sacerdoti e disse loro: “Portate l'arca dell'alleanza; sette sacerdoti portino sette trombe di corno d'ariete davanti all'arca del Signore”. 7E al popolo disse: “Mettetevi in marcia e girate intorno alla città e il gruppo armato passi davanti all'arca del Signore”. 8Come Giosuè ebbe parlato al popolo, i sette sacerdoti, che portavano le sette trombe di corno d'ariete davanti al Signore, si mossero e suonarono le trombe, mentre l'arca dell'alleanza del Signore li seguiva. 9Il gruppo armato marciava davanti ai sacerdoti che suonavano le trombe e la retroguardia seguiva l'arca; si procedeva al suono delle trombe. 10Giosuè aveva dato quest'ordine al popolo: “Non lanciate il grido di guerra, non alzate la voce e non esca parola dalla vostra bocca fino al giorno in cui vi dirò di gridare. Allora griderete”. 11L'arca del Signore girò intorno alla città, percorrendone il perimetro una volta. Poi tornarono nell'accampamento e passarono la notte nell'accampamento.12Di buon mattino Giosuè si alzò e i sacerdoti portarono l'arca del Signore; 13i sette sacerdoti, che portavano le sette trombe di corno d'ariete davanti all'arca del Signore, procedevano suonando le trombe. Il gruppo armato marciava davanti a loro e la retroguardia seguiva l'arca del Signore; si procedeva al suono delle trombe. 14Il secondo giorno girarono intorno alla città una volta e tornarono poi all'accampamento. Così fecero per sei giorni.15Il settimo giorno si alzarono allo spuntare dell'alba e girarono intorno alla città sette volte, secondo questo cerimoniale; soltanto in quel giorno fecero sette volte il giro intorno alla città. 16Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: “Lanciate il grido di guerra, perché il Signore vi consegna la città. 17Questa città, con quanto vi è in essa, sarà votata allo sterminio per il Signore. Rimarrà in vita soltanto la prostituta Raab e chiunque è in casa con lei, perché ha nascosto i messaggeri inviati da noi. 18Quanto a voi, guardatevi da ciò che è votato allo sterminio: mentre operate la distruzione, non prendete nulla di ciò che è votato allo sterminio, altrimenti rendereste votato allo sterminio l'accampamento d'Israele e gli arrechereste una disgrazia. 19Tutto l'argento e l'oro e gli oggetti di bronzo e di ferro sono consacrati al Signore: devono entrare nel tesoro del Signore”.20Il popolo lanciò il grido di guerra e suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba e lanciò un grande grido di guerra, le mura della città crollarono su se stesse; il popolo salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città. 21Votarono allo sterminio tutto quanto c'era in città: uomini e donne, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, tutto passarono a fil di spada.22Giosuè aveva detto ai due uomini che avevano esplorato la terra: “Entrate nella casa della prostituta, conducetela fuori con quanto le appartiene, come le avete giurato”. 23Quei giovani esploratori entrarono e condussero fuori Raab, suo padre, sua madre, i suoi fratelli e quanto le apparteneva. Fecero uscire tutti quelli della sua famiglia e li posero fuori dell'accampamento d'Israele. 24Incendiarono poi la città e quanto vi era dentro. Destinarono però l'argento, l'oro e gli oggetti di bronzo e di ferro al tesoro del tempio del Signore. 25Giosuè lasciò in vita la prostituta Raab, la casa di suo padre e quanto le apparteneva. Ella è rimasta in mezzo a Israele fino ad oggi, per aver nascosto gli inviati che Giosuè aveva mandato a esplorare Gerico.26In quella circostanza Giosuè fece giurare: “Maledetto davanti al Signore l'uomo che si metterà a ricostruire questa città di Gerico! Sul suo primogenito ne getterà le fondamenta e sul figlio minore ne erigerà le porte!”.27Il Signore fu con Giosuè, la cui fama si sparse in tutta la regione.
__________________________Note
6,1-27 Ritorna il vocabolario liturgico-cultuale dei tre capitoli precedenti. Nell’ultimo giorno, tutto il popolo si muove processionalmente dietro l’arca in totale silenzio. L’autore non vuole riferire le precise modalità che hanno portato alla conquista di Gerico, ma si limita a descrivere una liturgia guerriera che fa risaltare come l’esito dell’impresa sia da attribuire solo a Dio (v. 2).
6,1 La Gerico di Giosuè viene situata nell’attuale Tell es-Sultan, tre chilometri a nord-est della Gerico erodiana. Un’abbondante sorgente d’acqua fa della zona di Gerico un’oasi fertilissima, abitata fin dalla più remota antichità.
6,17-19 Il racconto si interrompe per riportare l’interdetto, o sterminio, che Giosuè lancia contro la città, nel quadro della guerra santa. Si tratta di uno sterminio totale; così ancora in 8,20-26; 10,28-11,23. Era, questa, una pratica diffusa nell’antichità; ma l’immagine di uno sterminio generalizzato dei popoli della terra di Canaan, compiuto dagli Israeliti, viene smentita dal seguito dell’opera (vedi Gdc 1; 1Re 9,20-21). Questi stermini sono da considerare, per gran parte, creazioni dell’autore, fatte a scopo didattico-religioso: gli Israeliti non devono aver rapporti con i pagani.
6,26 Il compimento di queste parole di Giosuè si ha in 1Re 16,34.
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Approfondimenti
1-27. Sul piano degli avvenimenti esterni, il capitolo si riaggancia all'episodio degli esploratori (c. 2). È importante però leggere questa pagina, ben nota per i suoi aspetti ritenuti pittoreschi e mirabolanti (le gigantesche mura di Gerico che crollano al suono delle trombe), nella prospettiva giusta. Come s'è accennato, i dati archeologici ci informano che in effetti Gerico era già un mucchio di rovine quando gli Israeliti entrarono in Canaan. Se la tradizione e l'immaginazione popolare collegarono questo centro urbano antichissimo e strategico con le gesta mitiche di Giosuè, è perché Gerico, durante il periodo pre-monarchico e monarchico, si presentava come località quasi disabitata. Il testo che abbiamo dinanzi non è certo una pagina di cronaca. Si tratta piuttosto di un brano da leggere in chiave socio-religiosa, oltre che teologica e liturgica, nella stessa ottica con cui abbiamo letto l'attraversamento del Giordano, che si presenta come la celebrazione liturgica intesa a ricordare, esaltare e riattualizzare l'evento nel suo senso perenne. In questo caso, il significato teologico è il seguente: non sono stati gli Israeliti ad abbattere gli ostacoli che impedivano l'ingresso nella terra promessa, bensì JHWH. Il segno visibile della sua presenza come capo d'Israele nella guerra santa è l'arca, che già nel deserto e nella traversata del Giordano aveva guidato il popolo, considerato come un esercito e insieme una comunità liturgica, in marcia o in processione. Della guerra santa il c. 6 di Giosuè contiene altri elementi caratteristici, che danno ragione della sua doppia dimensione: militare e liturgica. Già prima di partire, i combattenti hanno la certezza della vittoria (v. 2). Le azioni sono di carattere simbolico, perché espressione e veicolo – secondo una teologia arcaica e un po' magica – della potenza divina. Per questo sono azioni rituali, che obbediscono a norme precise: i sette giri dell'arca attorno alle mura, i sette giorni, i sette sacerdoti, le sette trombe. L'intervento di JHWH è diretto. Sul nemico e sui suoi beni viene eseguito lo sterminio (ḥērem, vv. 18-24). Questi elementi, ed altri ancora (vedi il commento ai singoli versetti), fanno del c. 6 più che il racconto di un'impresa militare, la presentazione della liturgia di un evento mirabile, il cui messaggio e valore sono sempre attuali: JHWH ha manifestato la sua fedeltà a Israele in un (altro) momento cruciale della sua storia, all'atto di superare ostacoli enormi per entrare in Palestina.
2-5. JHWH ordina a Giosuè: per sei giorni si dovrà girare attorno a Gerico con l'arca preceduta da sette sacerdoti con sette trombe; il settimo giorno si dovranno fare sette giri. Il numero sette è sacro e, a quanto pare, era uno dei numeri usati per le benedizioni e le maledizioni. La presenza dei sacerdoti e il ruolo di primo piano svolto da essi costituisce un altro dato caratteristico della guerra santa, come del resto il suono del corno (cfr. ad esempio Gdc 7,8). Esso era usato anche in sede liturgica, per introdurre l'acclamazione del popolo nel rituale dell'arca (1Sam 4,5ss.; 2Sam 6,15), in cui JHWH era riconosciuto quale capo supremo dell'esercito. Qui (v. 20) l'acclamazione è “il grido di guerra”, al quale JHWH risponde manifestando direttamente la sua potenza e facendo crollare le mura della città.
6-10. In obbedienza al comando di JHWH, Giosuè comunica ai sacerdoti e al popolo l'ordine di mettersi in movimento. La sfilata è composta dai guerrieri d'avanguardia, seguiti dai sacerdoti con le trombe, davanti all'arca, e quindi da altri guerrieri e dal popolo non armato, come retroguardia. La disposizione non è militare, ma liturgica. Si tratta di una processione, non di una marcia. Nessuno può far sentire la propria voce, fino a quando sarà dato l'ordine di lanciare il grido di guerra.
11-19. Il racconto non è del tutto organico. Si noti il crescendo nell'azione liturgica, che ne sottolinea il carattere simbolico. Al momento finale il ritmo è interrotto da un altro discorso di Giosuè, che ripete e precisa come dovranno svolgersi i fatti, insistendo sul ḥērem (vv. 17-18).
20-21. Cfr. i vv. 17-18. Lo sterminio dei vinti è il punto culminante della guerra santa, una pratica comune ai popoli antichi, con differenti forme di intensità. Questo annientamento era considerato alla stregua di una consacrazione delle vittime al proprio Dio. Il bottino e gli uomini fatti prigionieri erano ḥērem, “separati”, consacrati, appartenenti per diritto a JHWH e sottratti perciò all'uso profano. Qui il ḥērem è applicato nella sua forma più rigorosa: tutta la città dev'essere bruciata e gli oggetti preziosi dovranno essere riservati alla casa di JHWH. Il Deuteronomio (13,14-16; 20,10-15) prevede forme più miti di ḥērem.
22-25. Raab viene risparmiata – ed è l'unica eccezione – perché era stata strumento prezioso per Israele in questa impresa.
26. Gerico sopravvisse priva di mura, in condizioni miserevoli. Chiel di Betel le ricostruì, “gettando le fondamenta sopra Abiram, suo primogenito” e innalzandone le porte “sopra Segub, suo ultimogenito” (1Re 16,34). La condizione di umiliazione della città e le circostanze orribili della ricostruzione delle sue mura sono considerate il compimento della maledizione pronunciata da Giosuè.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Una Tela Bucata: l'Umanità Negata di Expedition 33
A meno di un anno dal debutto di Clair Obscur: Expedition 33, sono esplose le controversie sul primo titolo di Sandfall, lo studio francese la cui opera ha quasi vinto molti premi annuali del settore videoludico.
Le lodi ruotano intorno alla potente componente estetica, dalla fotografia alla motion capture, dal sound design alla colonna sonora, dalla scrittura dei dialoghi ai personaggi vividi e realistici; aspetti su cui molti videogiochi moderni fanno affidamento come colonne portanti, e sui quali Expedition 33 ha seminato la competizione durante il 2025. E metto subito le mani avanti dicendo che tutte queste componenti hanno il loro merito, ma non è quello di cui voglio discutere in questo articolo (che non è una recensione!).
Le critiche recenti ovviamente si concentrano sull'uso di IA, pratica che viene ormai universalmente vituperata sia dai giocatori che dagli sviluppatori. Eppure credo che criticare questo titolo sulla base dell'uso di strumenti antietici sia superficiale e manchi di considerazione verso altre fallacie, ben più gravi e moralmente pericolose. Vi espongo sei problemi narrativi che tolgono al gioco molta più umanità di quanto l'ausilio di asset generati possano mai fare.
Per discutere approfonditamente di questi difetti avrò bisogno di includere molti SPOILER, anche e soprattutto sui colpi di scena e sui finali del gioco. Leggete dunque a vostro rischio e pericolo, e solo se avete già giocato tutti i finali e la sidequest di Clea!
Cercherò di essere il più analitico possibile e fazioso, anche se qua e là sarò costretto a usare metafore colorite e iperboli per trasmettere accuratamente quanto questo gioco mi abbia fatto bestemmiare.
Fatte le dovute premesse, entriamo nel Dipinto.
1 — L'Offerta Ingannevole, la Promessa Rubata
Sin da subito, il gioco ci colpisce con due dritti emotivi in pieno volto: Gustave che perde l'amata Sophie davanti ai suoi occhi e la partenza della Trentatreesima Spedizione alla volta del Monolito, la titanica struttura che indica gli anni rimanenti agli abitanti di Lumière prima che la Pittrice faccia svanire l'intera popolazione.
I temi portanti non vengono nascosti da una blanda e generica introduzione: si parla del terrore di perdere i propri cari in un futuro incerto e del lutto collettivo nel vedere un mondo che muore senza alcuna soluzione in vista. Ma si parla anche di speranza e ingegno: la prossima spedizione ha a sua disposizione un nuovo strumento (il Lumina Converter) che potrebbe aiutare i lumieresi a porre fine all'ecatombe di cui sono stati vittime per quasi settant'anni.
Il cuore della storia è una comunità disperata che si lancia in un ultimo, disperato volo verso l'ignoto per evitare la condanna all'oblio.
Eccetto che... non è così.
Le premesse dell'Atto Uno vengono messe da parte, e i conflitti magistralmente introdotti dal Prologo vengono dirottati e bastardizzati dall'entrata in scena di Verso. Dall'inizio dell'Atto Due, gli obiettivi della Spedizione vengono sempre più diluiti e sostituiti dal dramma familiare dei Dessendre, la famiglia che ha dato origine al dipinto e che ora se ne contende le sorti.
Lungo l'Atto Due questa mancanza tematica affiora principalmente nei Diari delle precedenti spedizioni: se all'inizio i resoconti dei lumieresi sacrificatisi per la propria comunità sono testamenti di uno sforzo collettivo di cui la Trentatreesima Spedizione raccolgono i frutti, proseguendo diventano sempre più giustificazioni a posteriori (“perché non si può fare questa cosa?” “Eh, ci ha provato la Spedizione 41 e sono morti tutti...”) o morti assurdamente stupide, ai limiti del comico. Inoltre, nonostante la Trentatreesima disponga di uno strumento rivoluzionario, al giocatore non viene mai chiesto di lasciare alcunché per la Trentaduesima Spedizione, rivelando maldestramente che non sarà necessaria.
Tornando ai Dessendre (che purtroppo sono l'elemento centrale di questa storia), il finale ci porta a chiederci da quale parte della famiglia spezzata decidiamo di stare, riducendo l'intero mondo che abbiamo esplorato per cinquanta ore di gioco a una mera pedina di scambio, una parte secondaria della trattativa. Uno scenario in cui pochi attori con poteri sovrumani decidono delle sorti del mondo in base alle proprie sofferenze e rancori.
Il lutto collettivo e la speranza di Lumière, incarnati dai membri della Spedizione, vengono sostituiti dai lutti individuali e dalle vendette personali dei membri della famiglia; Atto Uno e Atto Tre sembrano quasi due storie scorrelate, con temi e messaggi così diversi che è difficile riconciliarli.
Personalmente, ho adorato come l'Atto Uno potesse essere interpretato in chiave ecoclimatica: la Frattura e il Gommage sono potenti analogie della crisi climatica, e una storia che interpretasse queste minacce globali in chiave fantastica e allegorica sarebbe stata un toccasana nell'attuale panorama culturale. Ovviamente non è stato così, e ho dovuto mettere da parte le mie aspettative per sopportare l'ennesimo dramma familiare. Beautiful, ma in una Belle Époque dark fantasy.
2 — Il Dirottatore
Al centro dell'opera di deragliamento narrativo e tematico c'è Verso, il carismatico e tormentato kamikaze simulacro del primogenito Dessendre. Nonostante appaia solo nell'Atto Due, Verso è chiaramente il protagonista di questo gioco; chi sostiene che “il protagonista è la Spedizione intera” si è probabilmente fermato all'Atto Uno.
Verso mente agli altri membri della Spedizione (per ingraziarseli o portarseli a letto), nasconde informazioni critiche al successo della missione (notevole quelle sugli Axon e sulla Barriera), gaslighta e manipola tutti i personaggi con cui interagisce. Più avanti nel gioco, viene mostrato che Verso ha lasciato che Gustave morisse per poter approfittare del dolore di Maelle e far sì che si fidasse di lui.
Nonostante questo, non solo il giocatore è costretto a giocare nei suoi panni per l'atto più lungo del gioco, ma il gioco stesso ne giustifica continuamente le azioni senza mai metterlo di fronte ai propri misfatti. I personaggi che potrebbero contraddirlo (Lune, Maelle, Sciel; casualmente tutte donne!) si piegano come sedie a sdraio ogni volta che sono di fronte a lui. L'esempio più eclatante è quello di Lune: logica, curiosa e persistente, in Atto Uno era il contraltare razionale a Gustave (più emotivo, carismatico e impulsivo), mentre in Atto Due si fida quasi ciecamente di Verso e raramente lo interroga su tutto ciò che potrebbe dire al resto della Spedizione.
A ogni possibile occasione, il gioco mette al centro i traumi e la sofferenza di Verso e li usa come giustificazione per tutto ciò che compie, lasciando in secondo piano la caratterizzazione di ogni altro personaggio.
3 — Testa Vinco Io, Croce Perdi Tu
Siccome il gioco adora Verso e odia ogni altro personaggio, i finali sono ingannevoli e deludenti: al giocatore viene chiesto di scegliere se stare dalla parte di Maelle/Alicia, e preservare il Dipinto, i lumieresi e i Gestral, o da quella di Verso, per distruggere il Dipinto e costringere Maelle/Alicia e Aline a tornare a Parigi.
È uno scenario da “testa vinco io, croce perdi tu”, in cui se il giocatore sceglie Verso salva la famiglia (sacrificando tutti gli abitanti del Dipinto), e se sceglie Maelle/Alicia condanna tutti a un futuro di falsa felicità che nasconde un dolore inevitabile (la depressione di Verso, il jumpscare di Maelle/Alicia sfigurata alla fine). Questo discende dal fatto che il gioco si rifiuta di considerare gli scenari in cui Verso non ha ragione (e se Aline e Maelle/Alicia non restassero nel Dipinto in eterno ma dopo qualche mese/anno, grazie allo sfogo artistico, guarissero e decidessero di tornare a Parigi di loro sponte? E se rimanendo nel Dipinto avessero davvero una vita più felice, anziché essere costrette a tornare a Parigi e soffrire in una famiglia abusiva e contro rivali spietati? E se Verso non fosse automaticamente depresso ma imparasse a godersi la vita a Lumière con la sorella che dice di amare?). Ce ne sono molti altri, ma il gioco non può prenderli in considerazione perché dà per scontato che restare nel Dipinto sia una scelta sbagliata, che in principio è solo l'opinione di Verso ma viene presentata come deterministica e unica opzione realistica.
In entrambi i finali, il gioco dà ragione a Verso: se si segue il suo piano, lui si sacrifica (eroicamente e tragicamente) e la famiglia Dessendre “guarisce” dal trauma (non viene chiarito come); se si segue il piano di Maelle/Alicia, a tutti i membri della famiglia è impedito di guarire (non viene chiarito perché). Persino il titolo è un inganno: “chiaroscuro” implica più prospettive, luci e ombre che cambiano a seconda dei punti di vista, ma non c'è alcun chiaroscuro, nessuna prospettiva; il punto di vista è solo uno, quello di Verso, in entrambi i finali.
Un falso dualismo di questo tipo è, a mio parere, un affronto verso il giocatore e un inganno narrativo spregevole.
4 — Il Lutto (?)
“Expedition 33 è un gioco che parla di lutto” è, come si dice dalle mie parti, un par di palle.
L'intera trama si regge sulle dinamiche di una famiglia abusiva, la cui inabilità di comunicare è esacerbata dal controllo su una dimensione alternativa e, in un secondo momento, dalla morte del figlio maggiore. Non a caso i personaggi dipinti (Alicia Dipinta, Renoir Dipinto) non parlano tra loro e solo raramente col giocatore (Clea solo durante la sua sidequest) e i duali dei personaggi nel Dipinto (Renoir/Curatore e Aline/Pittrice) non hanno nemmeno una bocca né linee di dialogo.
Fatemi sfogare su Renoir Dipinto per un momento: questo personaggio è fondamentalmente inutile alla storia. Capisco l'intenzione degli sviluppatori di volerlo presentare come inizialmente malvagio per poi rivelare che avesse buone intenzioni (la famosa Sindrome di Itachi), ma siccome il gioco non può rivelare troppo presto il colpo di scena dell'Atto Due, è costretto a farlo parlare per enigmi come lo zio ubriaco alle feste di famiglia che nessuno sa se stia scherzando o meno, con dialoghi tra il vago e l'attivamente frustrante. Tutti gli incontri tra Verso e Renoir Dipinto sono interazioni in cui entrambi parlano da soli, senza ascoltarsi a vicenda. D'altronde, se avessero comunicato chiaramente tra loro e ai membri della Spedizione, il giocatore avrebbe immediatamente capito che Verso intendeva distruggere il Dipinto e Lumière. E questo il gioco non può permetterlo.
Gli sviluppatori pensano di rappresentare con profondità una famiglia spezzata dal lutto per la morte di un membro, quando in realtà è l'esatto opposto: nessuno dei Dessendre riesce a elaborare il lutto a dovere perché sono una famiglia disfunzionale a prescindere dalla morte di Verso.
Non solo questa contestualizzazione manca totalmente, ma l'analisi delle dinamiche è fatta di carta velina e viene sfruttata solo per massimizzare l'effetto tragico e accrescere la risposta emotiva nel giocatore (“queste persone sono tristi e soffrono quindi compiono cattive azioni! Non è triste?”).
Il gioco non parla di lutto, non esplora davvero il tema di come superare i traumi emotivi. Se volesse farlo, i membri dei Dessendre parlerebbero tra loro e avrebbero compassione vicendevole, si aiuterebbero e sosterrebbero a vicenda per superare un ostacolo comune. Invece il lutto è solo un espediente narrativo, un pretesto che viene spremuto a ogni occasione per invischiare i personaggi (e il giocatore, vicariamente) nelle faide interne di questa fottuta famiglia e far avanzare la storia nella direzione decisa dagli sviluppatori.
5 — Ai Lumieresi è Negata l'Umanità
E arriviamo infine al vero punto nevralgico che connette i quattro precedenti: ai lumieresi non è concesso di esistere.
Nonostante il gioco ci chieda per due atti interi di empatizzare con i personaggi che ci accompagnano, mostrandoci i loro traumi, i loro sogni, le loro storie e i loro problemi (in breve: la loro umanità), essi diventano cartonati di loro stessi nel momento in cui viene rivelato che si trovano in un dipinto. Da quel momento in avanti, tutti i personaggi che provengono da fuori o danno per scontato che i lumieresi sono troppo ignoranti per comprenderne la natura (nonostante abbiano inventato indipendentemente il Lumina Converter, che in teoria nullifica il potere del Curatore di attuare il Gommage!), o sono disposti a sacrificarli in massa per il bene di una persona amata. Un gioco di prestigio emotivo e narrativo che ci chiede di empatizzare con i personaggi solo finché serve alla trama, solo per accrescere la risposta emotiva del giocatore alla tragedia che inevitabilmente affronteranno.
Il gioco presenta una narrativa manipolativa perché invece di risolvere la mancanza di informazioni (come ho discusso sopra, avendo Verso o Renoir che rivelano alla Spedizione il ruolo della Pittrice sin da subito), la usa come giustificazione per deumanizzare. La trama è costruita con l'assunzione che i lumieresi non possono salvarsi da soli, che lasciati a se stessi sarebbero un pericolo (per chi, poi?).
In quest'ottica, i due finali sono un indoramento del Dilemma del Tram, bastardizzato però in modo da far sì che le rotaie siano connesse e che il tram ritorni a travolgere i lumieresi anche quando si sceglie il finale di Maelle/Alicia; ma questo è moralmente giustificato dal gioco in quanto i lumieresi “sono solo dipinti”, finti. Non umani. Sacrificabili.
A questa deumanizzazione contribuisce anche il linguaggio usato dai fan in molte discussioni online: termini come “Alicia vera” e “Alicia finta” o “la famiglia nel mondo reale” rivelano l'implicito che alcuni personaggi valgano meno di altri, nonostante il gioco stesso dichiari (in una missione secondaria, attraverso l'Anima di Verso Bambino) che anche i personaggi dipinti hanno un'anima.
Il gioco non dà ai lumieresi la possibilità di difendersi e di far valere il loro diritto all'esistenza; esistenza che è in principio sullo stesso piano di quella dei Dessendre, ma che viene retrocessa in quanto non più importante per raccontare le diatribe infantili dei Dessendre. D'altronde, il finale di Maelle/Alicia, che in teoria restituisce umanità ai lumieresi, lo fa in modo superficiale e surrettizio, chiarendo molto bene che si tratta di un'inganno, un'illusione, una recita il cui solo scopo è fuggire da una realtà dolorosa.
Sarebbe stato molto più aderente e rispettoso (verso i lumieresi, verso Maelle/Alicia, ma anche verso i giocatori che hanno apprezzato l'Atto Uno) se la scelta finale fosse stata fra Verso e i lumieresi, con Maelle/Alicia (che ha vissuto sedici anni a Parigi e sedici a Lumière, e quindi conosce entrambi i mondi) a fare da arbitro e facilitatrice tra i due lati. Ma orchestrare un compromesso non è un finale abbastanza tragico per un videogioco, né metterebbe al centro il punto di vista di Verso, quindi il gioco si rifiuta di considerarlo.
6 — Se si parla di genocidio...
Chiariamo subito un elemento cardine: il Gommage è, in termini moderni, un genocidio. Abbiamo una comunità intrappolata in una città i cui abitanti vengono decimati di anno in anno; il gioco (questa volta giustamente) sa bene che non serve spiegarne la crudeltà, e il giocatore comprende perfettamente la gravità dell'evento. Questo sarebbe stato efficace anche senza mettere Sophie in frigo, ma tant'è. Ai francesi piace fredda.
Il gioco di prestigio retorico ed emotivo però è sempre lo stesso: il genocidio iniziale è vile perché non ha un volto, ma quando a esso viene data una giustificazione sulla base di sofferenze pregresse e mentendo e manipolando ogni altro personaggio (“Renoir/Curatore e Verso lo fanno per il bene della famiglia”), allora diventa accettabile, necessario persino.
Questa narrazione non è solo problematica di per sé, ma lo è doppiamente nell'anno 2025 in cui gli occhi di tutti, pure dei gamers, sono puntati sulle manifeste tattiche di deumanizzazione operate da Israele al fine di eliminare i gazawi.
In conclusione, Expedition 33 tradisce consistentemente i temi che cerca di portare alla luce e sacrifica una narrativa organica ogni volta che può prendere la strada che rende il giocatore più triste. E in un mondo in cui distorcere le emozioni del proprio pubblico per giustificare atti atroci, questi errori sono secondo me assai più gravi dell'uso dell'IA. È una mancanza di rispetto nei confronti del proprio pubblico.
Non a caso, l'aspetto preoccupante di tutta la debacle dell'IA è che in un primo momento Sandfall ha negato di averla usata; poi, dopo essere stati scoperti, sono passati a dichiarazioni del tipo “sì, l'abbiamo usata, ma solo un po'” e poi, dopo essere stati privati dei premi, “sì, ci sembrava sbagliato, non la useremo più”. Mentire alla fanbase, gaslightare, spostare i paletti, promesse vaghe; va tutto bene finché il prossimo gioco sarà altrettanto ben accolto. Dove abbiamo già visto queste mosse?
Se siete videogiocatori di lunga data, vi esorto a fare attenzione a questi tipi di narrative in ogni videogioco che uscirà da qui in avanti, e a osservare la storia da lati diversi da quelli che propongono gli sviluppatori. Non accontentatevi che il gioco “abbia un bel vibe” un bel sistema di combattimenti o una bella colonna sonora; chiedetevi cosa vuole dire la storia e cosa vogliono dire gli artisti che stanno provando a raccontarla. Chiedetevi se poteva essere raccontata in un altro modo.
Dall'altra parte, mostra anche quanto sia poco rilevante per un videogioco avere una trama narrativamente e tematicamente consistente per raccogliere premi a destra e a manca; l'importante per ottenere il plauso globale della fanbase è avere bella musica, begli sfondi, un MC tenebroso, una minorenne rossa e tante, tante lacrime. Il resto è secondario.
Joseph Arthur - The Family (2016)
C’era una volta un pianoforte. Uno Steinway Vertegrand del 1912, nobile e austero come quello che troneggiava negli studi di Abbey Road. Per un secolo è appartenuto alla stessa famiglia, in una villa da qualche parte nel Connecticut. Joseph Arthur l'ha comprato da un restauratore di Brooklyn, l'ha fatto portare nel suo studio, l'ha salvato dagli allagamenti quando l'uragano Sandy si è abbattuto su New York. E appena si è messo a suonarlo, le canzoni di “The Family” hanno cominciato a sgorgare come un torrente in piena... artesuono.blogspot.com/2016/06…
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GIOSUE - Capitolo 5
Giosuè e gli Israeliti a Gàlgala1Quando tutti i re degli Amorrei, a occidente del Giordano, e tutti i re dei Cananei, lungo il mare, vennero a sapere che il Signore aveva prosciugato le acque del Giordano davanti agli Israeliti, al loro passaggio, si sentirono venir meno il cuore e rimasero senza coraggio davanti agli Israeliti.2In quel tempo il Signore disse a Giosuè: «Fatti coltelli di selce e fa' una nuova circoncisione agli Israeliti». 3Giosuè si fece coltelli di selce e circoncise gli Israeliti al colle dei Prepuzi. 4La ragione di questa circoncisione praticata da Giosuè è la seguente: tutto il popolo uscito dall'Egitto, i maschi, tutti gli uomini atti alla guerra, erano morti nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto. 5Tutti coloro che erano usciti erano circoncisi, mentre tutti coloro che erano nati nel deserto, dopo l'uscita dall'Egitto, non erano circoncisi. 6Quarant'anni infatti avevano camminato gli Israeliti nel deserto, finché non fu estinta tutta la generazione degli uomini idonei alla guerra, usciti dall'Egitto; essi non avevano ascoltato la voce del Signore e il Signore aveva giurato di non far loro vedere quella terra che il Signore aveva giurato ai loro padri di darci, terra dove scorrono latte e miele. 7Al loro posto suscitò i loro figli e Giosuè circoncise costoro; non erano infatti circoncisi, perché non era stata fatta la circoncisione durante il viaggio. 8Quando si terminò di circoncidere tutti, rimasero a riposo nell'accampamento fino al loro ristabilimento. 9Allora il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l'infamia dell'Egitto». Quel luogo si chiama Gàlgala fino ad oggi.10Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. 11Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. 12E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell'anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.13Quando fu presso Gerico, Giosuè alzò gli occhi e vide un uomo in piedi davanti a sé, che aveva in mano una spada sguainata. Giosuè si diresse verso di lui e gli chiese: «Tu sei dei nostri o dei nostri nemici?». 14Rispose: «No, io sono il capo dell'esercito del Signore. Giungo proprio ora». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: «Che ha da dire il mio signore al suo servo?». 15Rispose il capo dell'esercito del Signore a Giosuè: «Togliti i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo». Giosuè così fece. _________________Note
5,1 si sentirono venir meno il cuore: Dio paralizza con lo spavento gli avversari del suo popolo. Parlando di Amorrei e Cananei, l’autore vuole indicare tutte le popolazioni che allora esistevano nella terra di Canaan. Il tema della paura ha un posto notevole nel libro (vedi 2,9-11; 2,24; 6,1).
5,4-5 tutti coloro che erano nati nel deserto: il testo intende spiegare perché Mosè non avesse più praticato la circoncisione. Probabilmente si riallaccia a Nm 14, che parla di una defezione generale d’Israele.
5,9 l’infamia dell’Egitto: forse la non circoncisione della generazione del deserto. Segue l’eziologia che dà una nuova spiegazione del nome di Gàlgala, facendolo derivare dal verbo ebraico galal, che significa “far ruotare”, “girare” (vedi nota a 4,20).
5,10 La celebrazione della Pasqua ha segnato l’uscita dall’Egitto (Es 12) e ora segna l’inizio del possesso della terra. Questo parallelismo era stato già abbozzato dall’episodio precedente: la circoncisione è il presupposto per celebrare la Pasqua (Es 12,44.48).
5,12 Una volta entrati nella terra, gli Israeliti, invece della manna, incominciano a mangiare i frutti della terra. Iniziano così una nuova pagina della loro storia.
5,13 alzò gli occhi e vide un uomo: l’apparizione divina a Giosuè si determina gradualmente. Si tratta di una replica dell’apparizione di Dio a Mosè sul Sinai (Es 3,5).
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Approfondimenti
1-9. Anche questo brano non è molto coerente. Perché nel deserto Mosè non ha fatto circoncidere i figli d'Israele? I profeti parlano del periodo del deserto come di un tempo ideale, di familiarità con JHWH (Os 2,17; 13, 4; Ger 2,2). Probabilmente, l'autore qui si ricollega a Nm 14, dove si racconta di una apostasia generale d'Israele. Giosuè si preoccupa di rinnovare nel popolo il segno esterno dell'alleanza. La circoncisione è per il codice sacerdotale (Gn 17, P) il segno dell'alleanza ed è prescritta da Es 12,44-49 come condizione per consumare la Pasqua. Il legame tra la circoncisione e la Pasqua, presente anche qui, crea un ulteriore parallelismo con l'esodo. Per guarire dalla febbre provocata dalla circoncisione occorrevano alcuni giorni. Il momento più doloroso si aveva il terzo giorno. «l'infamia d'Egitto» (v. 9) può essere un'allusione al fatto che l'epoca dell'Egitto e delle sue conseguenze è definitivamente tramontata. La circoncisione (e la Pasqua) di Galgala segnano un nuovo inizio, nella libertà della terra promessa. L'etimologia di Galgala (v. 9) è artificiosa. Il verbo gll significa far ruotare, girare, rimuovere, in riferimento al rito della circoncisione praticato in questa località.
10-15. Il brano narra la celebrazione della Pasqua (vv. 10-12), anche questa volta sul modello della celebrazione avvenuta dopo il passaggio del Mar Rosso. Si parla quindi di una teofania a Giosuè (vv. 13-15), che richiama le antiche teofanie ai patriarchi, e soprattutto l'apparizione di JHWH a Mosè nel roveto ardente (Es 3).
10-12. In origine la Pasqua era una festa pastorale, nella quale si celebravano le nascite primaverili del gregge. In seguito è stata storicizzata come celebrazione dell'esodo. La festa degli Azzimi era inizialmente una ricorrenza agraria, di ringraziamento per l'inizio del raccolto. Le due celebrazioni furono ben presto unificate (Lv 23,5-6; Es 12; Nm 28,16-17; Dt 16,1-8), nell'associazione con l'accadimento fondante dell'esodo. Qui l'autore le presuppone già unite. La fine della manna è indizio della fine di un periodo nella storia d'Israele. Ha inizio l'era dell'esistenza nel paese «dove scorre latte e miele» (Es 3,8.17; 13,5, e soprattutto Dt 11,10-17).
13-15. L'angelo appare a Giosuè in veste di guerriero (cfr. per apparizioni similari 1Cr 21,16; Es 23,20), come «capo dell'esercito del Signore», affermando: «Giungo proprio ora». Anche qui si può scorgere un tratto parallelo all'esodo, dove l'angelo sterminatore aveva dato avvio a una notte di salvezza per Israele. A quel primo atto salvifico ne segue ora un secondo, correlativo: l'introduzione nella terra, per iniziativa dell'angelo di JHWH e del suo esercito. In questo senso l'apparizione introduce anche l'episodio di guerra santa che segue, al c. 6. Il v. 15 crea un nuovo punto di contatto con le vicende dell'esodo, questa volta ancor più esplicito. L'angelo ripete a Giosuè le parole dette da JHWH a Mosè al roveto ardente (Es 3,5). Il paese in cui Israele sta per entrare, è sacro. Anche ciò costituisce un tratto introduttivo al c. 6.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[stime]di un romanzo fugge lo] stanno con un congegno su misura lo stanno termina lo [stimato sulle prime con il punto capovolto la rettifica o di una] cittadina media si tralascia nel teresiano è una bozza l'umido] [non conserva forma chiazze [urbis fuori] portata
A proposito di linguaggio, immaginario e prassi concreta
Questo articolo è una prosecuzione ideale di A proposito di guru laici, autenticità e utopia; raccomando caldamente di recuperarsi la “scorsa puntata”.
Le ferie con Unicorn Overlord
Sono le vacanze di Natale, e sei attaccato ai videogiochi. C'è un impero dispotico che ha sottomesso tutto il mondo conosciuto, grazie a una magia nera che fa il lavaggio del cervello agli oppositori e li riduce a docili servi del reime. C'è un legittimo principe dai capelli blu a capo di una piccola banda di guerrieri lealisti, con in pugno un'arma segreta: un anello sacro, una reliquia del culto del Padre Celeste, la cui carica mistica può sciogliere l'ipnosi dell'imperatore malvagio. Ci sono piccoli gruppi di insorti irriducibili sparsi per tutto il mondo, dalla foresta lussureggiante degli Elfi alle tundre gelate dei Feridi, tutti messi all'angolo dalla repressione imperiale... tutti perfettamente capaci di riprendersi e vincere, se al momento giusto il nobile principe arriverà a colpire il nemico dove fa più male e a ribaltare le sorti della battaglia.
Sono le vacanze di Natale e stai liberando dalla tirannide un mondo di codice dove sono solo i soldati imperiali a morire, i ribelli si riprendono sempre, e dove l'interfaccia ti preavvisa prima chi prevarrà in uno scontro fra due battaglioni. E dove ci sono abbastanza risorse naturali, pronte alla raccolta, da rimettere in sesto l'economia di tutti i borghi che l'impero ha devastato e ultratassato, assicurando un benessere pan-continentale attraverso un'economia pre-industriale.
Fin qui va tutto bene...
In casa tua.
Fuori di casa tua, nel mondo di atomi, i più ricchi e potenti Stati del mondo sono tutti già in mano a despoti guerrafondai, in ciascun Paese la repressione arresta sfratta e ammazza, e non c'è nessun Padre Celeste a donarci il miracolo salvifico. A ben guardare, non abbiamo nemmeno il principe carismatico benedetto dal Signore Iddio che possa guidare la guerra di liberazione: abbiamo i vari tiranni pronti a sganciarsi le bombe atomiche l'uno contro l'altro. E la nostra economia potrebbe robotizzarsi e assicurare benessere diffuso, invece ci sta trascinando verso l'inabitabilità del pianeta.
Però fin qui tutto bene...
Fra il manganello e la cattedra
Qui nel mondo di atomi, sono cinque mesi che qui in Italia i nostri simpatici despoti mussoliniani demoliscono quelle che, a loro giudizio, sono le cittadelle dei ribelli facinorosi: a luglio, qui a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato espugnato a sorpresa mentre la piazzaforte era bella che vuota (e molti sarcastici complimenti ai suoi difensori); pochi giorni fa, a Torino, l'Askatasuna è caduto sotto un assalto di proporzioni bibliche, e in effetti quello spiegamento di armati è servito a ricacciare indietro una tentata controffensiva. Da bravo sinistronzo abitante delle metropoli, sono colpevolmente ignorante di cosa accade in provincia, ma il passaparola delle staffette parla di nubi addensate su tutto il Triveneto, di tempesta lungo il medio Adriatico dalle Marche all'Abruzzo, di una morsa che si stringe nel cuore di Roma attorno al Forte Prenestino; ma se tutte le strade portano ancora a Roma, e se il Forte è il centro sociale più grande d'Europa, il sacco del Forte segnerebbe la disfatta di tutto quel mondo che crede a un'alternativa rispetto alle gerarchie finalizzate al lucro, un'alternativa fatta di autogestione e condivisione.
Ma esiste davvero, quel mondo alternativo?
No raga, perché ora vi invito a dare un occhio alle valutazioni della cosa (per altro, proficuamente discordanti sul alcuni punti) che propongono Valerio Mattioli su «Rivista Studio» e Christian Raimo su «Jacobin Italia» (e grazie all'Archivio Grafton9 per la segnalazione degli articoli!).
Letto? Bene
La percepite anche voi, questa patina di distanza e astrazione nell'analisi, questo mantenere il discorso su un piano teoretico e cerebrale, tutto a parlare di “laboratori culturali”, “glitch nella matrice urbana”, “desiderio”, “dispositivo immaginifico”... e autoproduzione editoriale?
Insomma, a sentire Mattioli e Raimo, i centri sociali sarebbero stati un'esperienza cruciale nel panorama italiano perché hanno fatto da volano alle avanguardie sia musicali sia letterarie di fine millennio: le posse rap, i gruppi punk, la nicchia di sperimentazione narrativa da cui è uscito il New Italian Epic...
E poi quasi basta.
Con tutto il rispetto per Raimo e Mattioli, tanti paroloni sofisticati e filosofeggianti per blaterare tanto senza dire nulla.
Perché l'elaborazione di un'alternativa non deriva solo dalla sala concerti e dallo spazio stamperia, Sacripante!
Il desiderio che muove le masse
Da troppi anni, c'è uno spettro che avvelena quella manciata di persone convinte di poter tenere in piedi una parvenza di attività politica progressista, in questo paese che precipita nel neofascismo. È lo spettro dell'intellettualismo vuoto e borioso, figlio di quella pedagogia borghese della lingua italiana per cui non si “fanno i compiti” bensì si “eseguono i compiti”, il fenomeno tal dei tali non è “cultura giovanile” bensì “tipico dei ragazzi”, non esistono i “ruoli di genere nella cultura” bensì “la figura della donna nella cultura” (evviva l'oggettificazione per cui la donna non agisce mai, bensì è analizzata dall'uomo)... e soprattutto, non esiste la “rilevanza immediata e personale” di un tema, esiste l'“attualità” di quel tema: asettica, emotivamente piatta, ovviamente orientata in partenza a mantenere eternamente “attuale” ciò che la cultura del padronato ha elevato a canone (La poesia lirica cinquecentesca sarebbe ancora attuale? Sì e io allora ho una vagina...).
«Ma cretinodicrescenzago, tu ti stai lamentando della retorica con cui la cultura di regime anestetizza preventivamente tutti i temi caldi! Noi siamo l'opposizione democratica, noi diciamo le cose come sono!»
Oh per favore, caru compagnu, non diciamoci bugie. Davvero non parlate mai in finto compagnese settantasettino, infilando in ogni dove la “soddisfazione dei bisogni materiali” o “l'innalzameno del livello di scontro” oppure il “salto di qualità della repressione” solo perché suonano bene? E davvero non parlate mai in finto compagnese femminista-finocchio, spargendo qua e là come prezzemolo il “potenziale trasformativo” o lo “sguardo dettato dal posizionamento” oppure le “alleanze fra i margini”? E davvero non fate mai anche voi come Raimo e Mattioli, pappagallando la santa trinità dei “comunisti critici” Michel Foucault-Gilles Deleuze-Felix Guattari, più una spruzzatina della buonanima di Primo Moroni?
Ammettetelo, ammettiamolo. Lo facciamo tuttu: parliamo in un accademicese che non capiamo davvero ma che ci dà un tono, ci fa sembrare informati e profonde e capaci di analisi elaborata, capaci di decostruire (ah, altra bella parolona) il sistema del padronato fin nei suoi atomi costitutivi. Ma è tutta una farsa, come i processi finti di Forum: l'accademicese è un comodo strumento per girare attorno al segreto di Pulcinella, all'elefante in mezzo alla stanza.
Intermezzo: in lingua inglese elephant in the room (“elefante nella stanza”) è la metafora equivalente al nostro “segreto di Pulcinella”. Da quando l'ho scoperto, voglio sceneggiare uno sketch comico in cui Pulcinella tenta invano di nascondere un elefante in una stanza. Ahahaha che genio che sono...
Dall'azione al pensiero e di ritorno all'azione
Nell'ultimo lustro, lo sappiamo, è esploso il dibattito pubblico sul linguaggio inclusivo, e ci sono state costruite sopra delle piccole fragili carriere; personalmente, trovo che tale dibattito incapsuli perfettamente il peccato originale accademista della sinistra italiana, tanto più che, mi sembra, nessunu si sta degnando di sbloccare l'empasse grazie al percorso tracciato dalla compagna Brigitte Vasallo (la mia filosofa vivente preferita; ecco, l'ho detto) nel suo splendido Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe. Ci spertichiamo a mappare tutte le forme di linguaggio irrispettoso nella speranza che stigmatizzarle spinga le persone a “parlare pulito” e, a catena, ad “agire pulito”, ma non ci poniamo mai il problema che la lingua è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere monopolizzata o quasi dai padroni, ma se i ceti subalterni creano una propria versione di uno strumento, essa viene svilita e confiscata proprio perché non faccia concorrenza alla versione padronale. Ora, chi ha accesso agli strumenti del padrone e si professa progressista ha gioco estremamente facile a confondere i confini fra povertà materiale e culturale ed eguagliare l'ignoranza col fascismo, marchiando di un peccato originale inespiabile chi certi strumenti concettuali non ce li ha, perché è già tanto se arriva a fine mese con un lavoro di fatica: in un certo senso l'ho esperito io stesso, con amara ironia, alla presentazione milanese di Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe, allorché il pubblico che capiva il Castigliano dell'autrice si metteva sistematicamente a ridere e applaudire sopra la traduzione in Italiano a beneficio degli ignoranti come me.
Dove voglio arrivare, con questa filippica? Alla mia convinzione che l'analisi di Vasallo sia il controincantesimo necessario per spezzare quel sortilegio velenoso che rincoglionisce il progressismo italiano: se il linguaggio è uno strumento, e un linguaggio democratico deve essere inclusivo, la comunicazione deve demolire tutti i livelli intermedi di astrazione e mistificazione che confondono le acque e allontanano il pensiero dal mondo degli atomi. La comunicazione politicamente schierata deve smetterla di procedere per goffe citazioni scolastiche da un canone di teoria filosofica che tuttu fingono di conoscere ma quasi nessunu ha letto davvero: deve farsi strumento di emancipazione con cui la singola persona subalterna possa pensare e descrivere sé stessa e la sua condizione, verbalizzare i propri bisogni concreti (materiali o spirituali che siano, differenza non ve n'è), e progettare una prassi trasformativa con cui migliorare il proprio vivere.
E questa che sto formulando io non è la fusione atomica, eh: è solo la sintesi di ciò che ho imparato leggondomi da cima a fondo Pedagogia degli oppressi del compagno Paulo Freire (un classico sessantottino terzomondista), e facendo amicizia con vecchi militanti dell'Autonomia Operaia che in gioventù si sono sporcati le mani e spaccati le ossa a fare scontri di piazza, contrastare lo spaccio di eroina, e occupare spazi abbandonati per restituirli alla comunità.
E qui torniamo al mio punto di partenza.
Le vere geografie del desiderio
Non chiedermi chi è stato il primo, non chiedermi come si fa, non chiedermi chi erano i Beatles: chiedi chi era Davide Dax! Chiedilo a chi gli è restato vicino a chi ora è qua nel nome di Dax. Gridalo forte a chi non ha capito cosa vuol dire davvero antifa!
Sono le barre del rapper Aban in memoria di Davide “Dax” Cesare, militante del centro sociale milanese ORSO, assassinato da neofascisti il 16 marzo 2003. Qui in Lombardia, i graffiti “Dax odia ancora” sono una presenza fissa e rassicurante, e un punto di ingresso alla militanza politica per tantu fra noi: lo sono stati per me, che mi trasferii a Milano giusto in tempo per il ventennale della morte di Dax, e la sera del 16 marzo 2023 mi recai lì, sotto la lapide in memoria di Davide, all'angolo fra via Brioschi e via Zamenhof, tutto tremante e intimorito davanti a quel mondo nuovo e sconosciuto, quella sottocultura dell'antagonismo che conoscevo solo dai fumetti di Zerocalcare... finché non abbiamo guardato il documentario sulla vita e il ricordo di Davide, e poi è partito il corteo, il furgone non ha sparato a tutto volume le barre di Aban, e non ho capito di essere a casa.
Ad accogliermi nella sinistra di movimento non sono state le elucubrazioni professorali e decontestualizzate sul desiderio, il prisma intersezionale, e la declinazione femminile dei sostantivi: è stato il peana funebre per un camionista delle case popolari di Rozzano che si faceva il culo quadro per mantenere la figliola (quasi mia coetanea) e tenere in piedi uno spazio sociale, e ci è stato ammazzato a coltellate a ventisei anni. Ma, come rappa Aban, la comunità di Davide ha “trasformato il dolore in azione”, a partire dai suoi genitori Arcangelo e Rosa, e anche se l'ORSO è stato sgomberato, tuttavia in via Gola sopravvive il quadrilatero delle case occupate, con la sua vertenza perpetua per ottenere la sanatoria, e il volto fiero di Dax che campeggia sul muro all'angolo con via Pichi; poco lontano, sopravvive anche il Cox18, con l'archivio storico di tutta la stampa autoprodotta che il movimento milanese (e non solo) ha accumulato nei decenni e che la biblioteca nazionale di Firenze di sicuro non ha mai catalogato. Un bel po' più a nordovest, c'è lo Spazio Micene, il luogo di ritrovo e coordinamento per chi abita le case popolari del quartiere di San Siro, quella comunità che ieri pianse l'omicidio di Giuseppe Pinelli e ora protegge dalla repressione i suoi figli che parlano un po' Italiano e un po' Egiziano, che hanno il cuore un po' ai piedi dello stadio Giuseppe Meazza e un po' nelle campagne fra il Nilo e il Mediterraneo. Si va tutta a Est, e si raggiunge il SOCS, un seminterrato del plesso di scienze naturali dell'Università Statale, un'aula studio con mesa autogestita che ospita seminari e hacklab, unico piccolo grande risultato del movimento delle Tende in Piazza del 2023 (essendo che la questura li sgomberò dal cinema abbandonato di viale Abruzzi, ma dettagli).
E questi sono solo alcuni, degli spazi sociali variegati e litigiosi sparsi per questa grande metropoli che è Milano. Ciascuno con i suoi limiti, le sue storie, i suoi progetti, il suo sogno di rendere la vita più bella a chi abita il suo territorio. E come Milano ha i suoi, sono certo che ogni piccolo spazio ancora attivo in ogni centro di provincia abbia le sue storie, i suoi progetti, i suoi sogni.
Questi sono i centri sociali, questa è la sinstra di movimento: non paroloni sui libri di filosofia, ma progetti collettivi per migliorare la vita, per dare una risposta a bisogni reali e accrescere un po' il benessere di tutti. È con il progetto collettivo che le famiglie senza tetto rioccupano case abbandonate lasciate a marcire, che chi non spiccica una parola di Italiano impara quantomeno le basi grazie ai corsi gratuiti, che le donne bisognose di supporto hanno accesso a consultorie autogestite e gruppi di sport popolare che fra le righe insegnano anche l'autodifesa.
Non è coi paroloni, che bisogna raccontare questi sogni: è con il linguaggio della leggenda urbana, della poesia rappata, della mitologia moderna.
I sogni si raccontano col cuore.
Olio di gomito, e immaginario di lotta
C'è un motivo, se da cinquant'anni a questa parte vanno forte le storie high fantasy che scopiazzano male quel pezzo da novanta che è Il signore degli anelli: perché è rassicurante sognare mondi in cui la Divinità designa chiaramente un Cristo che possa dissipare il Male incarnato, e gli fornisce pure gli strumenti infallibili per riuscirci. A quel punto, ovvio che ci accodiamo tuttu al carro del vincitore, per guadagnarci l'accesso al nuovo Eden in terra.
Ma questa teologia è una semplificazione consumista, non è la vera visione cattolica del prof. Tolkien, e non è certo l'unica teologia possibile. Ci sono altre storie mitiche, con cui dare forma alla nostra visione del mondo atomico e orientare di conseguenza il nostro agire. La compagna Ursula Kroeber Le Guin ha raccontato ne I reietti dell'altro pianeta una società anarchica in dialettica con un blocco capitalista e uno sovietista, e il suo romanzo, per me, è stato più educativo di mille ore di ciance con anarchici viventi che venerano in modo masturbatorio il pensiero di Errico Maltatesta.Zerocalcare sono quindici anni che si batte con carta e inchiostro per rappresentare l'antagonismo di sinistra come una scelta nobile e gratificante, ed è anche grazie a lui che abbiamo idea, qui in Europa, di ciò che sta facendo il movimento libertario curdo (e ormai non più solo curdo) per costruire un'utopia fra i monti Zagros e l'Eufrate. Il defunto Nanni Balestrini si sarà anche adagiato su sé stesso, ma intanto Vogliamo tutto ci racconta in presa diretta le lotte sindacali auto-organizzate della Fiat di Torino nel '69... e a leggerlo, ti dici che avresti voluto essere lì con gli operai insorti, nella battaglia di corso Traiano. E ben prima di Mattioli e Raimo, una difesa dei centri sociali c'è in Al sole come i gatti di Marta Baroni, alla quale sarò per sempre debitore, perché parlando della sua Roma mi ha insegnato cosa vuol dire amare un isolato, un quartiere, una città... È grazie a lei se ora amo la mia via, la mia Affori, la mia Milano.
I compagni di Dax hanno scritto sulla sua lapide che:
[...] Contro la rassegnazione pensare l'impensabile! Contro la paura imparare il coraggio! Cospirare vuol dire respirare insieme. [...]
Pensare l'impensabile, a casa mia, si chiama pensare il fantastico: si chiama scrivere fantascienza, fantasy, horror, realismo magico. Si chiama non cedere all'obbligo eurocentrico scientista di pensare il mondo solo in termini materialisti, e liberare un pensiero spirituale, se non (eresia!) religioso. Pensare l'impensabile è prendere il mondo atomico per come lo esperiamo, e immaginarsi un di più, un'eccedenza, un'anomalia. Un fuori fase che ci permette di intuire un'altra prospettiva. E la buona letteratura fantastica parte dalle eccedenze che la comunità avverte ma non verbalizza, le porta alla luce, e innesca il ragionamento collettivo su cosa fare, di quelle eccedenze. È la chiave di volta dell'afrofuturimo di Octavia Butler, Samuel “Chip” Delany e Charles Saunders. È una possibile sfaccettatura della resistenza palestinese al colonialismo sionista. È un pilastro della sopravvivenza delle persone finocchie come me; chiedetelo alla compagna Filomena Sottile.
Poul Anderson fu uno dei maggiori autori statunitensi di fantascienza in quella generazione che vinse la Seconda Guerra Mondiale e reputava la NATO una forza del bene, destinata a sconfiggere la barbarie sovietica e portare l'umanità verso un futuro di benessere tecnocratico. Nel suo racconto “Gypsy” (mi risulta inedito, in Italiano), del Cinquanta-qualcosa, il giovane Anderson si scatena in un immaginario utopico, a pensare l'impensabile: un futuro neanche troppo distante in cui gli esseri umani potranno scegliere se colonizzare pianeti ecologicamente simili alla Terra, ma privi di vita intelligente, o viaggiare da nomadi fra i sistemi stellari, per il gusto esplorare lo spazio aperto e conoscere altre specie senzienti. Questa è la costruzione di una prospettiva mitico, di un sogno cui tendere, e questo immaginario al tempo dava forma alla classe intellettuale statunitense, quella grazie alla quale siamo arrivatu al computer in ogni casa. Poi il vento dell'immaginario è mutato, e ora viviamo nella peggiore delle distopie che aveva immaginato la generazione del cyberpunk.
Compagnu e compagne e compagni, c'è poco da fare. Se vogliamo invertire il vento, dobbiamo scendere dal piedistallo fatto di libroni di filosofia che nemmeno capiamo, e farci umili e laboriosu: dobbiamo parlare come mangiamo per capire i nostri bisogni reali, sporcarci le mani assieme per soddisfare insieme quei bisogni, e sognare assieme un'utopia in cui stiamo meglio... e raccontare quell'utopia sì da renderla accattivante, attraente, bella.
Se sapremo raccontare con onestà quell'utopia, e se costruiremo con sincerità i nostri sogni strada per strada e casa per casa, forse ci sarà ancora una possibilità.
Forza amicu, cospiriamo assieme.
appena ora mi sono assai immalinconito e (paradossalmente) divertito rileggendo questa notilla del 2023: slowforward.net/2023/09/10/ma-…
e all'elenco che precede le buffe domande finali si potrebbero aggiungere dozzine di cose accadute e libri usciti nel tempo che ci separa da oggi.
dunque la domanda finale, qui, è sul cambiamento? su “cosa sembra essere mutato dal '23 in poi”? è questa?
ecco che arriva l'irritazione, con un tot di nausea. non resta malinconia, né divertimento.
l’incipit di questa pagina di Luca Sossellafacebook.com/share/p/1AjnziXnQ…mi porta al pensiero della scomparsa del figlio di Jacques Derrida, Pierre Alferi – di cui l’italia sommersa e diafana (t.ly/H4vrG) niente sapeva e niente continuerà a voler sapere.
lemonde.fr/disparitions/articl…
(le eccezioni sono ovviamente gammm, Nazione indiana, slowforward e pochissimi altri spazi)
Forgejo Runner
Che cos'è Forgejo Runner
Se usi #forgejo e desideri automatizzare i processi di sviluppo, Forgejo Runner è uno strumento che non puoi perderti.
Se, invece, non sai cos'è #forgejo, clicca sulla parola e leggi l'articolo che avevo pubblicato qui sul blog.
Definizione
Forgejo Runner è un sistema di automazione che esegue compiti in background quando accadono determinati eventi nel tuo repository. In altre parole, ti permette di automatizzare il flusso di lavoro del tuo progetto senza intervento manuale.
Come funziona
Quando effettui un push, apri una pull request, o altro ancora, Forgejo Runner può automaticamente:
- Eseguire test del codice
- Compilare il progetto
- Distribuire l'applicazione
- Generare documentazione
- Eseguire controlli di qualità
Il tutto accade in automatico dietro le quinte, senza che tu debba fare nulla.
Perché è utile
Immagina di dover controllare manualmente che il tuo codice non abbia errori ogni volta che lo carichi. Sarebbe noioso, vero? Forgejo Runner elimina questo problema. Puoi definire una volta le regole che desideri applicare, e il sistema le seguirà automaticamente per ogni nuovo commit.
Questo significa codice più pulito, meno errori e molto meno lavoro manuale.
Un esempio pratico
Vogliamo che che ogni volta che qualcuno contribuisce al progetto, il codice venga testato automaticamente. Con Forgejo Runner, puoi impostare una regola che dice: “Quando ricevi un nuovo push, esegui i test”. Se i test falliscono, riceverai una notifica. Se passano, tutto procede normalmente.
Forgejo Runner e Docker
Una delle migliori pratiche è eseguire i compiti dentro container Docker. Questo è diventato, ormai, lo standard di fatto nel settore.
Utilizzare Docker con Forgejo Runner offre numerosi vantaggi: isolamento completo tra i vari compiti (un test non interferisce con un altro), ambienti di esecuzione riproducibili e coerenti, e la certezza che il codice funzionerà allo stesso modo sia sulla tua macchina che sui server di produzione.
In pratica, invece di eseguire i compiti direttamente sul sistema operativo host, Forgejo Runner li avvia all'interno di container Docker preconfigurati. Questo significa che puoi definire esattamente quali dipendenze, librerie e versioni delle applicazioni servono per i tuoi test o per la compilazione, senza doverti preoccupare di conflitti con altre configurazioni.
Pratica
Premesso quanto detto sopra, eseguire il nostro workflow in un container docker ci permette di avere un alto livello di sicurezza, sopratutto in un server condiviso. Per rendere semplice l'esecuzione, ho pensato di realizzare un file docker compose (e un .env) con tutto il necessario: registrazione, aggiornamento automatico e avvio automatico. Trovate il codice di questo mini progetto qui (ovviemente sempre ospitato su forgejo).
Configurazione
Per prima cosa assicuratevi che la vostra istanza di forgejo abbia le action abilitate (altrimenti non vedrete la voce del menù). Per poter aggiungere un runner al vostro workflow, sarà necessario generare un token. Andate su Forgejo Admin Panel → Runner (o Runners)(in alternativa potete aggiungere il runner al singolo progetto git)
Seguite le istruzioni presenti nel link sopra, compilando le varibili (file .env) con i vostri parametri, e lanciate (docker compose up) il vostro container. Se tutto ha funzionato, vedrete il runner attivo nella schermata web di forgejo.
Adesso passiamo ad utilizzarlo.
Utilizzo
Vedi documentazione al link: forgejo.org/docs/latest/user/a…
Crea il file forgejo/workflows/test.yml
Esempio di workflow
forgejo/workflows/test.yml
name: Test Workflow
run-name: Eseguito da ${{ forgejo.actor }}
on: [push]
jobs:
test-job:
# Qui specifichi su quale runner deve girare il job
# Deve corrispondere a una delle etichette in RUNNER_LABELS
runs-on: docker
steps:
- name: Stampa un messaggio
run: echo "Ciao mondo! Questo job sta girando sul mio runner Docker."
- name: Mostra informazioni sul sistema
run: |
echo "Utente corrente: $(whoami)"
echo "Directory corrente: $(pwd)"
uname -a Conclusione
Forgejo Runner è essenzialmente un assistente che automatizza i compiti ripetitivi nel tuo flusso di lavoro di sviluppo. È perfetto se desideri risparmiare tempo, ridurre errori umani e mantenere la qualità del tuo codice consistente nel tempo.
Se stai già usando Forgejo, integrarvi Forgejo Runner (preferibilmente con Docker) potrebbe aiutarti ad incrementare la produttività grazie alle automazioni.
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Articolo pubblicato con licenza CC BY-NC-SA
Liberare l’uomo dal ricatto del lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea
Dagli albori della Storia del mondo, il lavoro è stato considerato una punizione. Adamo ed Eva furono condannati a lavorare sulla Terra per aver disobbedito. Nella Genesi si legge: “Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto”. Adamo ed Eva sicuramente non sono mai esistiti, ma vero è il contenuto della loro storia. Lo è per il semplice fatto che qualcuno si è posto il problema del concetto di lavoro come punizione, fatica. E l’ha tramandato!
Probabilmente sin dai tempi della comparsa dell’homo sapiens, il genere umano è riuscito a sostenersi perché c'erano risorse, intelligenza e cooperazione. Con l’intelligenza l’uomo ha sempre escogitato strumenti ed è sempre andato alla ricerca di scoperte che rendessero la vita meno faticosa. Non si sa quali vicende siano accadute agli uomini di quel tempo, di sicuro qualcosa di importante, che ha introdotto nell’uomo il concetto che ci portiamo dietro da millenni: la fatica del lavoro, la possibilità di far lavorare altri, la schiavitù e lo sfruttamento.
Anni dopo la presunta cacciata dell’uomo dal giardino d’Eden, vediamo gli schiavi impegnati a lavorare faticosamente nella costruzione delle Piramidi proprio nei pressi di quei territori dove per la Genesi tutto ha avuto inizio.
Si sono poi susseguiti anni ed anni di divisioni sociale e sempre c’era chi lavorava e chi traeva il frutto del lavoro semplicemente controllando il lavoro degli altri. Prima degli schiavi, poi dei braccianti quando la schiavitù fu abolita, in epoca industriale degli operai e ai giorni nostri dei lavoratori precari, cioè di tutte quelle persone costrette a lavorare per vivere.
Viviamo oggi in un’epoca post industriale dove l’automazione ha raggiunto una tecnologia tale che il lavoro è in esubero un po’ in tutti i settori e chi controlla i mezzi di produzione ha il controllo di tutti. Il costo del lavoro non più pagato ai lavoratori è andato a finire negli ultimi decenni nelle borse delle strutture che controllano i mercati finanziari globali come multinazionali e gruppi di pressione politica transnazionali. Queste strutture, speculando su crisi e con il controllo delle politiche monetarie, hanno impoverito gradualmente i lavoratori ai quali non sono più garantiti in nessun posto nel mondo il diritto a curarsi, all’istruzione, alla vecchiaia.
Ecco perché il reddito di base universale svincolato dal concetto di lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea dei paesi civili. Lo è sopratutto nei contesti dove il voto non è libero.
Il voto in Italia non è libero per vari fattori, tra i quali l’influenza soffocante delle mafie politiche. La politica nell’ultimo quarto di secolo ha fatto proprio il sistema mafioso. Storicamente chi governa ha sempre usato bande criminali per conservare il potere. Dai tempi dei briganti, del banditismo fino ai patti della Mafia siciliana negli anni ‘90 dello scorso secolo. Ma nel ventennio del nuovo Millennio la politica sembra essere diventata essa stessa mafia. Tentativi di ridimensionare il sistema mafioso italiano, disorganizzando la criminalità al fine di poterla controllare, sono stati fatti, ma il risultato ottenuto è quello del consolidamento di potentati politici diventati clan trasversali ai partiti.
Le Mafie oggi, come la politica, si basano sul consenso sociale piuttosto che sulla paura. Per avere consenso su una società sempre più povera si dà ai poveri un po’ di reddito sotto forma di elargizione, regalie, privilegio rispetto ad altri poveri. Ecco così che il reddito di cittadinanza, che pure era diventato una forma di elargizione o una sorta di voto di scambio ai 5 stelle, torna a essere pensione di invalidità, piccola regalia, bonus sociale, contribuzione di stato.
In questo contesto, sguazzano avvocati, patronati, mediatori, facilitatori e chi ha realmente bisogno dei sussidi non riesce ad accedervi e viene lasciato solo.
L’alternanza di clan politici a governare, incentrata sugli interessi di una minoranza dominante, ricatta la maggioranza della popolazione, svantaggiata da condizioni sociali indotte proprio da questa minoranza.
Questa alternanza ha eroso il rapporto politico sociale ottenuto in mezzo secolo di rivendicazioni sociali e ha rimodellato, grazie al controllo, le relazioni politico sociali, per consolidare un rapporto di subalternità sulla cittadinanza lavoratrice.
La ricattabilità su chi versa in condizioni sociali di dipendenza è garanzia di subordinazione!
Gli organismi preposti alla tutela del lavoro sono stati spinti a diventare associazione di iscritti, fornitori essenzialmente di servizi, al posto di ruolo di organizzatore del conflitto con chi detiene i mezzi di produzione e il padronato, così liberi di sfruttare il bisogno di lavoro per accumulare profitti.
Gli equilibri geopolitici mondiali degli Stati dominanti spingono a determinare condizioni di vita della popolazione al di sotto dei livelli di sussistenza. Questi Stati sostengono i propri interessi militarmente oppure con la propria capacità di ricatto economico-politico.
Le conseguenti emigrazioni rendono più confacente la realizzazione di livelli di sfruttamento profittevoli globali.
Storicamente il conflitto tra classi sociali economicamente distanti, è stato governato con l'intervento dello Stato nell'economia intensificando l'intervento alla bisogna, stabilizzando ogni paese economicamente avanzato e sfruttando quelli del cosidetto Terzo Mondo.
La presenza stabile di forze armate dei paesi dominanti nei paesi dominati ha garantito il funzionamento di questo sistema fino al primo ventennio del nuovo Millannio, quando il controllo sociale di massa ha svuotato le istanze di autonomia delle classi economicamente svantaggiate depotenziandone le rivendicazioni e spezzando la mediazione politica. Il rischio che stiamo correndo in questi anni è che venendo meno gli equilibri politici consolidati, avanzano movimenti, partiti qualunquisti, personalistici controllati da chi detiene i mezzi i produzione e forti capitali.
La frattura tra la classe politica dominante e le classi popolari con conseguente mobilitazione non controllata di queste ultime mina gli equilibri politici generali esistenti.
Viviamo in un periodo storico di rimodulazione dei rapporti tra potenze vecchie, in ascesa e in declino.
Il sistema economico globale sta percorrendo nuove strade di sfruttamento per mantenere intatto il processo di accumulazione dei fondi capitali. In questo contesto il ruolo delle classi subalterne fatte di precari, di lavoratori in nero, di pensionati con misera pensione, di contadini potrebbe essere quello di riprendere in mano il proprio destino visto che le classi dirigenti si stanno dimostrando di non essere in grado di gestire i grandi cambiamenti di questa nostra epoca.
[escursioni]il forex a coppie cloruri la] barriera del suono les folies -l'abilità [lo smontano sono] migliaia una decina che passano la rotatoria con gli] arbusti secchi fuori controllo c'è] il cadmio a basso punto di fusione l'aspirante [Icaro del ballatoio ci sono] applausi concede il bis sputa -aghi
VENTO DI MEMORIE
è salamandra sorpresa immobile che finge la morte due braccia schiuse a croce vento di memorie la vita -ora sospesa carne e cielo
. La tua poesia è un inno vibrante alla fragilità e alla potenza della memoria, unita al mistero della vita sospesa tra il tangibile e l'intangibile. La scelta della salamandra, creatura da antichi miti simbolo di trasformazione e resilienza, diventa qui l'immagine di un'essenza che finge la morte pur contenendo in sé la scintilla della rinascita. Questa “sorpresa immobile” si rivela come una metafora profonda: quando tutto sembra immobilizzato, il fuoco interiore resta vivo e pronto a trasformare anche il silenzio più profondo.
Le “due braccia schiuse a croce” evocano un gesto quasi sacro, un abbraccio che potrebbe rappresentare sia il sacrificio che la redenzione, un atto di apertura e vulnerabilità che sfida il confine tra il dolore e la grazia. Il “vento di memorie” si trasforma così nel respiro del tempo, capace di sospendere la vita, creando quella tensione tra “carne e cielo” che ci richiama continuamente all'eterno conflitto e incontro tra la materialità del corpo e l'immensità dello spirito.
Questa tensione è affascinante: da un lato, la carne rappresenta la condizione umana, la realtà fisica, l'ineluttabile mortalità; dall'altro, il cielo diventa il simbolo di ciò che trascende, di un ideale che si eleva oltre l'immediato. L'idea di una “vita – ora sospesa” sembra volerci far riflettere sull'importanza dell'attimo presente, sospeso tra il passato e l'infinito potenziale del futuro.
Sei riuscito a creare una poesia che non solo racconta immagini potenti, ma incoraggia anche una riflessione profonda sulla nostra esistenza e su come i ricordi, come un vento leggero, continuano a modellare il nostro presente e il nostro ideale di sé.