[piriche]frase dopo i dueterzi di orlo” da] una quantità di frasi di cui non si può parlare di tempo sull'orlo [mezzetinte di mezzi di lavoro ad accensione promiscua le [cause naturali stratagemmi forma di nonetto varia ma intenzionale è] percettibile provoca rilasci e rilevanze alcune] nelle bozze-ad personam nell'admiral era mezzogiorno trequarti che ha [intermittenza spaventi o allergica carburazione [oppure] danno una bandiera la maggior parte [seghettata]


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2SAMUELE - Capitolo 11


1All'inizio dell'anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l'assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. 2Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d'aspetto. 3Davide mandò a informarsi sulla donna. Gli fu detto: “È Betsabea, figlia di Eliàm, moglie di Uria l'Ittita”. 4Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Ella andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla sua impurità. Poi ella tornò a casa.5La donna concepì e mandò ad annunciare a Davide: “Sono incinta”. 6Allora Davide mandò a dire a Ioab: “Mandami Uria l'Ittita”. Ioab mandò Uria da Davide. 7Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. 8Poi Davide disse a Uria: “Scendi a casa tua e làvati i piedi”. Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una porzione delle vivande del re. 9Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. 10La cosa fu riferita a Davide: “Uria non è sceso a casa sua”. Allora Davide disse a Uria: “Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?”. 11Uria rispose a Davide: “L'arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e i servi del mio signore sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per giacere con mia moglie? Per la tua vita, per la vita della tua persona, non farò mai cosa simile!”. 12Davide disse a Uria: “Rimani qui anche oggi e domani ti lascerò partire”. Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. 13Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua.14La mattina dopo Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. 15Nella lettera aveva scritto così: “Ponete Uria sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia”. 16Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che c'erano uomini valorosi. 17Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Uria l'Ittita.18Ioab mandò ad annunciare a Davide tutte le cose che erano avvenute nella battaglia 19e diede al messaggero quest'ordine: “Quando avrai finito di raccontare al re quanto è successo nella battaglia, 20se il re andasse in collera e ti dicesse: “Perché vi siete avvicinati così alla città per dar battaglia? Non sapevate che avrebbero tirato dall'alto delle mura? 21Chi ha ucciso Abimèlec figlio di Ierub-Baal? Non fu forse una donna che gli gettò addosso il pezzo superiore di una macina dalle mura, così che egli morì a Tebes? Perché vi siete avvicinati così alle mura?“, tu digli allora: “Anche il tuo servo Uria l'Ittita è morto”“. 22Il messaggero dunque partì e, quando fu arrivato, annunciò a Davide quanto Ioab lo aveva incaricato di dire. 23E il messaggero disse a Davide: “Poiché i nemici avevano avuto vantaggio su di noi e avevano fatto una sortita contro di noi nella campagna, noi fummo loro addosso fino alla porta della città; 24allora gli arcieri tirarono sui tuoi servi dall'alto delle mura e parecchi dei servi del re perirono. Anche il tuo servo Uria l'Ittita è morto”. 25Allora Davide disse al messaggero: “Riferirai a Ioab: “Non sia male ai tuoi occhi questo fatto, perché la spada divora ora in un modo ora in un altro; rinforza la tua battaglia contro la città e distruggila”. E tu stesso fagli coraggio”.26La moglie di Uria, saputo che Uria, suo marito, era morto, fece il lamento per il suo signore. 27Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l'aggregò alla sua casa. Ella diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore.

__________________________Note

11,4 si era appena purificata: le mestruazioni femminili erano considerate fonte d’impurità, a causa del flusso di sangue che le caratterizza (vedi Lv 15,19).

11,21 Abimèlec: su questo episodio vedi Gdc 9,50-54.

11,27 ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore: la condanna viene espressa con una formula del Deuteronomista (Dt 4,25; 9,18; 17,2; 31,29), già usata per condannare l’operato di Saul (1Sam 15,19) e che diverrà tipica nei libri dei Re (per Salomone, vedi 1Re 11,6).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


11,1-12,31. I due celeberrimi episodi narrati in queste pagine (il peccato di Davide e il suo castigo) sono intimamente connessi fra loro. Il racconto dell'adulterio e dell'omicidio perpetrati da Davide è riferito dalla Scrittura in quanto partecipe del gigantesco dramma iniziato col peccato dei progenitori (Gn 3) che fu un peccato di orgoglio insensato e di superbia, di ostinazione e ribellione. La storia sacra si configura come tenace amore di Dio, impegnato nel recupero della sua creatura continuamente tentata di distruggere in se stessa l'immagine divina secondo la quale è stata creata (Gn 1,26.28; Sap 2,23). Nessuno sfugge a questo pericolo mortale, ma neppure è abbandonato nell'abisso dal creatore «qual è il figlio che non è corretto dal padre?» (Eb 12,7). Ogni peccato riconosciuto e detestato può diventare così occasione di una grazia maggiore, di un'esperienza filiale ancor più intensa di prima. Perciò anche Davide, pur essendo «un uomo secondo il cuore di Dio» (1Sam 13,14), esperimenta la tentazione e la caduta più rovinosa (in brevissimi giorni subisce tutte le sconfitte morali più umilianti: tradimento, ipocrisia, cinismo, simulazione, ingiustizia...) ma ciò non accade invano: proprio Betsabea darà alla luce il re che «edificherà una casa al nome del Signore» (7,13) a conferma della sua gratuita offerta di fedeltà. All'imbarazzo del benintenzionato Cronista che omette di narrare lo scabroso episodio, preferiamo francamente il coraggio di 1-2 Sam che non teme di presentare tutti i fattori della storia (positivi o negativi che siano), ivi compreso quel Signore che sa tramutare i peggiori sentimenti in pentimento e conversione: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

**11,1-27. Il capitolo consta di due parti:

  • a) vv. 1-5: l'adulterio di Davide con Betsabea;
  • b) vv. 6-27: i tentativi di Davide per coprire il suo misfatto, fino all'omicidio di Uria.

L'occasione viene offerta a Davide dalla ripresa primaverile delle ostilità contro gli Ammoniti. Israele punta all'assedio di Rabba. Mentre l'esercito è lontano con Ioab, Davide è solo in Gerusalemme. Dal casuale sguardo caduto su Betsabea alla consumazione dell'adulterio con lei i passo è brevissimo. Poco dopo piomba sul re la notizia che la donna è incinta. La situazione è grave perché la legge – cui nemmeno il re può sfuggire – punisce gli adulteri con la morte (Lv 20,10; cfr. Lv 18,20; Dt 22,22. Molte disposizioni simili si ritrovano nel Codice di Hammurabi e in altre raccolte di leggi assire e hittite). Davide convoca dal fronte il marito di Betsabea perché abbia l'occasione di recarsi da sua moglie e il nascituro possa essere riconosciuto come suo. Ma poiché la rettitudine dell'ufficiale resiste anche alle basse provocazioni di Davide (vv. 8-13), questi decide di toglier lo di mezzo: un legittimo matrimonio con la vedova potrà sistemare tutto. Cinicamente consegna ad Uria la lettera in cui Ioab riceve l'ordine di eliminarlo e il generale lo esegue senza discutere. Ma dando istruzioni al messaggero che dovrà riferire al re la notizia, Ioab prevede il ridicolo destreggiarsi dello zio fra lo sconcerto “ufficiale” e il segreto sollievo per lo scampato pericolo (vv. 18-21). Il generoso e leale Davide è intrappolato nella rete di ipocrisia e menzogna che si è intessuto con le proprie mani. Anche Ioab è complice della nefandezza, ma stavolta Davide non può rimproverarlo (cfr. 3,33-34) anzi gli è debitore del silenzio! L'intrigo potrebbe essere ambientato senza difficoltà in una qualunque corte di un qualunque periodo storico, tanto più che l'unico accenno all'orizzonte religioso d'Israele (l'arca, v. 11) potrebbe essere soppresso senza neppure dover modificare la frase in cui si trova. Dio sembra scomparso dalla storia. Ma proprio nel momento in cui la vicenda si avvia a una soluzione senza scandali, risuona l'inquietante giudizio morale: «Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (v. 27). Mentre il re festeggia la nascita del principe il Signore si appresta a pronunciare la sua sentenza.

1. «sogliono andare in guerra»: con Vulgata. Lett. «escono».

2. «donna che faceva il bagno»: Betsabea sta concludendo con un bagno rituale il periodo di impurità legale connesso con il flusso mestruale (v. 4; cfr. Lv 15,19-28).

3. «Uria l'Hittita»: fin dai tempi dell'esilio Davide aveva accolto degli stranieri nella sua banda (cfr. 1Sam 26,6). Gli Hittiti erano un popolo dell'Asia Minore che nel XIII sec. a.C. soccombette all'invasione dei “popoli del mare”. Al tempo di Davide ne rimanevano individui isolati, sparsi tra le altre popolazioni. Il nome di questo popolo si trova più volte nelle liste stereotipate delle sei o sette popolazioni preisraelitiche della Palestina (alcuni testi esemplificativi: Gn 15,20-21; Es 3,8.17; Dt 7,1; Gs 3,10; Gdc 3,5; 1Re 9,20; 2Cr 8,7; Esd 9,1; Ne 9,8).

4. Betsabea obbedisce immediatamente all'invito del re; il fatto poi ch'essa prendesse il bagno in un luogo non del tutto al riparo da sguardi indiscreti (v. 2) fa pensare a una sua parte attiva nell'adulterio.

6-11. Primo tentativo di Davide per costringere Uria a incontrare la moglie. Per incoraggiarlo Davide gli fa portare a casa «una portata della tavola del re», segno di benevolenza non comune (cfr. Gn 43,34). Naturalmente le sue intenzioni sono ben diverse dall'affettata premura che dimostra al suo ufficiale stanco del viaggio.

11. «L'arca»: a quanto pare l'antico costume di portare l'arca sul campo di battaglia (cfr. 1Sam 4) è ancora in uso. La “presenza” divina (cfr. 1Sam 4,3) è lungi da Gerusalemme: Davide è solo a combattere contro le proprie passioni ed è destinato a perdere. «dormire con mia moglie»: Uria non parla esplicitamente di una legge religiosa sulla continenza in tempo di guerra (cfr. 1Sam 21,6), si appella piuttosto alla solidarietà cameratesca con i suoi compagni al fronte.

12-13. Vedendosi impotente a piegare con le parole la ferma volontà di Uria, Davide ricorre a metodi vili. Ma neppure stavolta Uria deflette dalla propria determinazione.

14-17. In questi versetti troviamo silenziosamente riuniti i tre protagonisti della tragedia. Davide scrive freddamente la condanna a morte di Uria, inconsapevole latore della medesima; lo scaltro Ioab intuisce che l'ordine del re è dettato da una ragione inconfessabile ma obbedisce, pregustando il sapore della rivincita.

17. «parecchi»: aggiunta ad sensum di BC; manca in TM, LXX, Vg.

18-21. Quando Davide verrà a sapere della sconfitta senz'altro si arrabbierà e accuserà i suoi uomini di essere degli incapaci, citando il proverbiale episodio di Abimelech (Gdc 9,50-54). Proprio allora – dice Ioab – il messaggero dovrà annunciargli la morte di Uria.

22. «Davide andò in collera»: da questo punto sino alla fine del versetto, BC aggiunge con i LXX la ripetizione delle parole già dette da Ioab nei vv. 20-21, che mancano dal TM.

23-27. Il messaggero si sente obbligato a spiegare le circostanze della sconfitta, ma non dimentica di concludere la sua difesa con la notizia tanto raccomandatagli da Ioab. Le sue ultime parole sortiscono un effetto prodigioso: recitando fino in fondo la sua parte Davide diventa tutt'a un tratto comprensivo e indulgente, avendo capito che Ioab ha portato a termine la sua missione.

25. «Non ti affligga questa cosa»: lett. «Non sia male ai tuoi occhi questa cosa». Davide può nascondere a se stesso e agli altri la gravità del suo crimine perché l'uomo «guarda l'apparenza», ma non può ingannare colui che «guarda il cuore» (1Sam 16,7): «ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (v. 27). L'autore adopera intenzionalmente le stesse parole di Davide per esprimere il verdetto di Dio che spazza via ogni ipocrisia.

27. Il lutto durava sette giorni (cfr. 1Sam 31,13). Subito dopo Davide accoglie la vedova come legittima moglie nel già numeroso harem (cfr. 1Sam 25,39-42).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Nadine Shah - Holiday Destination (2017)


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Che la crisi dei rifugiati stia cambiando il volto delle relazioni politico-economiche di tutto il mondo è ormai indubbio, ma che possa scuotere il panorama artistico è meno scontato. Il 2016 ha costituito una sorta di turnover geo-politico sconvolgente, inaspettato e di conseguenza destabilizzante. Se esiste una cerchia di registi, scrittori, musicisti che si interessano al fenomeno cercando di darne una propria interpretazione con installazioni, saggi o performance, questa è comunque una minoranza, vitale, brillante, curiosa... artesuono.blogspot.com/2017/09…


Ascolta il disco: album.link/i/1224164449



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Nadine Shah - Holiday Destination (2017)


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Che la crisi dei rifugiati stia cambiando il volto delle relazioni politico-economiche di tutto il mondo è ormai indubbio, ma che possa scuotere il panorama artistico è meno scontato. Il 2016 ha costituito una sorta di turnover geo-politico sconvolgente, inaspettato e di conseguenza destabilizzante. Se esiste una cerchia di registi, scrittori, musicisti che si interessano al fenomeno cercando di darne una propria interpretazione con installazioni, saggi o performance, questa è comunque una minoranza, vitale, brillante, curiosa... artesuono.blogspot.com/2017/09…


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Maxi sequestro nel porto di Genova di sigarette di contrabbando.


L'operazione, denominata “Borotalco”, vede la collaborazione della Direzione Investigativa Antimafia, della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Genova, tutte coordinate dalla Procura Europea EPPO di Torino. Nel mirino degli investigatori è finita un'organizzazione criminale internazionale dedita al commercio illecito di tabacchi lavorati esteri, un fenomeno tutt'altro che scomparso: le rotte del contrabbando si estendevano dall'Italia alla Francia, dalla Polonia alla Svizzera fino al Regno Unito.

Nel corso del blitz, condotto con il supporto del Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, di Europol e della rete operativa antimafia internazionale @ON, supervisionata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), sono state eseguite diverse misure cautelari personali e reali per un valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro, ritenuti dagli investigatori equivalenti ai proventi del reato ipotizzato.

#DirezioneInvestigativaAntimafia #GuardiadiFinanza #AgenziadelleDoganeedeiMonopoli #ProcuraEuropeaEPPO #EPPO


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Maxi sequestro nel porto di Genova di sigarette di contrabbando.


Maxi sequestro nel porto di Genova di sigarette di contrabbando.


L'operazione, denominata “Borotalco”, vede la collaborazione della Direzione Investigativa Antimafia, della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Genova, tutte coordinate dalla Procura Europea EPPO di Torino. Nel mirino degli investigatori è finita un'organizzazione criminale internazionale dedita al commercio illecito di tabacchi lavorati esteri, un fenomeno tutt'altro che scomparso: le rotte del contrabbando si estendevano dall'Italia alla Francia, dalla Polonia alla Svizzera fino al Regno Unito.

Nel corso del blitz, condotto con il supporto del Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, di Europol e della rete operativa antimafia internazionale @[url=https://rollenspiel.social/users/On]Keep It[/url], supervisionata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), sono state eseguite diverse misure cautelari personali e reali per un valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro, ritenuti dagli investigatori equivalenti ai proventi del reato ipotizzato.

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SOGNO BAGNATO

[dalla parte dei traditi ed uccisi]

vedere l'angelo della morte entrare nel mio sogno

ed io riverso sul selciato lo stupore del sangue le viscere nelle mani

“tu quoque brute” ... per mano di chi si credeva amico

(2010) .

Analisi del testo “SOGNO BAGNATO”

Atmosfera e tono


Il componimento apre su un paesaggio onirico deteriorato dal violento ingresso dell’angelo della morte. La tensione resta sospesa tra incubo e realtà, evocando uno stato di terrore quasi sacro.

Immagini e figure retoriche


  • Personificazione: “angelo della morte” dà volto e volontà a un’entità astratta.
  • Effetto shock: la descrizione del sangue e delle viscere amplifica la brutalità del tradimento.
  • Latinismo: “tu quoque brute” rinvia al famoso grido di Cesare, condensando il senso di amicizia tradita in una formula carica di storia.


Temi e simboli


  • Tradimento e violenza: l’amico-divenuto-carnefice trasforma il sogno in carneficina.
  • Sogno vs realtà: la dimensione onirica crolla di fronte allo svelamento del peggiore dei segreti.
  • Morte rito d’iniziazione: il passaggio dallo stato di incoscienza al riconoscimento della brutalità umana.


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[statistiche]lo spettro d'azione o -da un lato gli zolfatari i] solfi spericolati polveri finale di] vettovaglie con gli imbevuti da un lato] lo spazio geografico in pillole armigeri] di sedicesimi finge [i] censiti a mano con l'arrivo [gli anni cinquanta in [un clima rovente il piano] d'appoggio sul lato [corto le] ©efalosporine


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Laurie Anderson — Strange Angels (1989)


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immagine

Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari. Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore... silvanobottaro.it/archives/406…


Ascolta il disco: album.link/s/6Sy383KpqoNe5b6Mm…



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Laurie Anderson — Strange Angels (1989)


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Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari. Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore... silvanobottaro.it/archives/406…


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Il "No" che riapre la partita della partecipazione.


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(215)

(DF1)

Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

(DF2)

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.

#Blog #Italia #Referendum #Politica #Opinioni


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Il "No" che riapre la partita della partecipazione.


(215)

(DF1)

Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @[url=did:plc:l3vm6ay6u3rpcvzld3ilsag4]Piede Amaro[/url], che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

(DF2)

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.

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DAI CIELI DEL SOGNO

precipitare dai cieli del sogno fino all'età adulta richiami di sapori di voci l'odore del mare inalare il vento salato sibilante sotto le porte - gibigiane echi liturgie di memorie l'iniziazione del sesso i segreti

cieli dell'adolescenza passati come in sogno

(2010)

.

Breve analisi del testo

Atmosfera onirica e passaggio all’età adulta


Il componimento si apre con un’immagine forte: il “precipitare dai cieli del sogno” evoca la caduta dall’innocenza verso la concretezza dell’età adulta. Quel “fino all’età adulta” diventa soglia tra visione e realtà, un momento carico di nostalgia e tensione.


Le immagini sensoriali


  • “richiami di sapori / di voci l’odore”: sinestesia che mescola tatto, gusto e udito
  • “del mare inalare il vento salato sibilante”: l’elemento naturale come veicolo di memoria
  • “gibigiane echi / liturgie di memorie”: eco di rituali interiori, rievocazione di gesti antichi

Temi e simboli


  • Sogno vs realtà: dalla leggerezza del volo onirico alla gravità del quotidiano
  • Iniziazione e segreti: l’adolescenza vista come rito di passaggio, con le sue scoperte e tabù
  • Memoria e liturgia: la costruzione dell’identità attraverso ricordi ritualizzati


noblogo.org/norise-3-letture-a…

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già solo guardando alla letteratura (sempre volendo chiamarla così) che intasa lo scarico dei premi, a partire dalla dozzina cinquina del più meritoriamente fomoso, si capisce che l'italia è il paese del flarf irriflesso. o del kitsch inconsapevole. potrebbero farne arte e gioco, e cascano accigliati nelle Lettere. quanto spreco. ma comunque già nel 2012 avevo gettato la spugna, in ispecie a petto di quanto il sito derepubblica elargiva perfino gratis nei suoi vari chioschetti e banner laterali. ebbene, che ora – nel merito – ne sia di godimento a' poopoli questo post: slowforward.net/2026/03/24/tut…


noblogo.org/differx/gia-solo-g…


tutto il blog flarf.it (sett. 2009 – apr. 2012) in un unico pdf, comodamente a casa vostra


per quasi tre rivoluzioni terrestri mi sono impegnato a frollare flarf autarchico e movimentare merci pacchiane autoctone (proprio .it) a fini letterari e in vero italiano indigeno: sul blog flarfit.blogspot.com…
finché – a forza di ripostare screenshot dei quadratini di Repubblica – mi sono accorto che il vero flarf, in vera pelle, in Italia, lo facevano già (e tutt’ora valentemente lo fanno) i giornali e i media generalisti. così ho gettato la pugna, perdendo miseramente il confronto con la realtà ontologicamente flarf del neurone italiano.

TUTTAVIA, per la gloria della storia e la gioia del mezzo paio di sinapsi a noi autoctoni rimaste, ho adobato un pdf con ciò che fu del blog, e qui lo getto in pasto al vostro (spero) godere:

logo pdf
flarf.it__set2009-apr2012

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parte dell’opera era & sarebbe legata ai tag visibili in calce a ciascuna uscita
e agli invece purtroppo non cliccabili link, che spesso aggiungevano
kitsch a kitsch. (es.: un post sul papa Giampaolo 2 rinviava
all’imago d’un culturista che ne era sosia. etc.)

#archivi #archivio #flarf #flarfItaliano #flarfIt #flarfit #flarfitBlogspotCom #flarfitalia #googlism #neurone #pdf #ricostruzioni #testiDiMgInRete


2SAMUELE - Capitolo 10


Peccato di Davide (10,1-12,31)1Dopo questo, morì il re degli Ammoniti e Canun, suo figlio, divenne re al suo posto. 2Davide disse: “Manterrò fedeltà a Canun, figlio di Nacas, come suo padre la mantenne a me”. Davide mandò alcuni suoi ministri a consolarlo per suo padre. I ministri di Davide andarono nel territorio degli Ammoniti. 3Ma i capi degli Ammoniti dissero a Canun, loro signore: “Forse Davide intende onorare tuo padre ai tuoi occhi, mandandoti dei consolatori? Non ha piuttosto mandato da te i suoi ministri per esplorare la città, per ispezionarla e perlustrarla?”. 4Canun allora prese i ministri di Davide, fece loro radere la metà della barba e tagliare le vesti a metà fino alle natiche, poi li rimandò. 5Quando l'annunciarono a Davide, egli mandò qualcuno a incontrarli, perché quegli uomini si vergognavano moltissimo. Il re fece dire loro: “Rimanete a Gerico finché vi sia cresciuta di nuovo la barba, poi tornerete”.6Gli Ammoniti, vedendo che si erano attirati l'inimicizia di Davide, mandarono ad assoldare ventimila fanti di Aram Bet-Recob e di Aram Soba, mille uomini del re di Maacà e dodicimila uomini della gente di Tob. 7Quando Davide sentì questo, mandò Ioab con tutto l'esercito dei prodi. 8Gli Ammoniti uscirono e si disposero a battaglia all'ingresso della porta della città, mentre gli Aramei di Soba e di Recob e la gente di Tob e di Maacà stavano da parte, nella campagna.9Ioab vide che il fronte della battaglia gli era davanti e alle spalle. Scelse allora un corpo tra i migliori d'Israele, lo schierò contro gli Aramei 10e affidò il resto dell'esercito a suo fratello Abisài, per schierarlo contro gli Ammoniti. 11Disse: “Se gli Aramei saranno più forti di me, tu mi verrai a salvare; se invece gli Ammoniti saranno più forti di te, verrò io a salvarti. 12Sii forte e dimostriamoci forti per il nostro popolo e per le città del nostro Dio. Il Signore faccia quello che a lui piacerà”.13Poi Ioab con la gente che aveva con sé attaccò battaglia con gli Aramei, i quali fuggirono davanti a lui. 14Quando gli Ammoniti videro che gli Aramei erano fuggiti, fuggirono davanti ad Abisài e rientrarono nella città. Allora Ioab tornò dalla spedizione contro gli Ammoniti e venne a Gerusalemme.15Gli Aramei, vedendo che erano stati sconfitti da Israele, si riunirono insieme. 16Adadèzer mandò a chiamare gli Aramei che erano al di là del Fiume e quelli giunsero a Chelam; Sobac, comandante dell'esercito di Adadèzer, era alla loro testa. 17La cosa fu riferita a Davide, che radunò tutto Israele, attraversò il Giordano e giunse a Chelam. Gli Aramei si schierarono di fronte a Davide e si scontrarono con lui. 18Ma gli Aramei fuggirono davanti a Israele: Davide uccise degli Aramei settecento cavalieri e quarantamila fanti; colpì anche Sobac, comandante del loro esercito, che morì in quel luogo. 19Tutti i re vassalli di Adadèzer, quando si videro sconfitti da Israele, fecero la pace con Israele e gli rimasero sottoposti. Gli Aramei non osarono più venire a salvare gli Ammoniti.

__________________________Note

10,4 fece loro radere la metà della barba: il trattamento inflitto ai ministri di Davide è segno di mancanza di fiducia, ma esprime al contempo il realismo politico dei capi Ammoniti (v. 3).

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Approfondimenti


1-5. Nel quadro di un'accorta politica estera (cfr. 1Sam 22,3-4; 2Sam 3,3) Davide invia i suoi ambasciatori a porgere le condoglianze per la morte di Nacas re degli Ammoniti (cfr. 1Sam 1-11) che lo aveva aiutato contro Saul (v. 2), ma il giovane e inesperto figlio del defunto accusa gli inviati di Davide di essere spie e li respinge, schernendoli gravemente. Davide cerca di non esasperare la situazione (v. 5) ma la reazione scomposta degli Ammoniti – accortisi troppo tardi della sciocchezza commessa (v. 6) – lo costringe ad intervenire (v. 7). Il c. 10 riprende e sviluppa l'accenno del c. 8 (vv. 3-8.12) alle guerre contro gli Ammoniti e gli Aramei e al contempo introduce la narrazione del peccato di Davide (cc. 11-12).

2. «mandò... a fargli le condoglianze»: lett. «Mandò... a consolarlo» (cfr. 1Re 5,15).

3. «la città»: è la capitale ammonita Rabba (11,1; 12,26). Anche nel nome odierno (Amman) conserva il ricordo del popolo che l'abitò anticamente.

4. «barba... vesti...»: sono il distintivo dell'onore e del prestigio personale di chi le porta (cfr. 1Sam 18,4). Plutarco (Vita di Agesilao) cita il costume spartano di umiliare i soldati fuggiti dalla battaglia mandandoli in giro con le vesti rattoppate e la barba rasa a metà.

6-14. Cronaca della prima delle due campagne, svoltesi in due o tre anni successivi (11,1), contro gli Ammoniti e i loro alleati Aramei titolari di alcuni piccoli regni situati al nord, presso le sorgenti del Giordano. Alla mobilitazione avversaria Davide risponde inviando a Rabba Ioab e «tutto l'esercito dei prodi», ossia il fior fiore della sua piccola armata (cfr. 23,8-39: i gibbōrîm). L'esercito popolare sarà chiamato alle armi solo più tardi (v. 17). Resosi conto della manovra di accerchiamento predisposta dai nemici, Ioab attacca per primo i mercenari Aramei; la loro subitanea fuga induce anche gli Ammoniti a desistere dalla battaglia. L'episodio mette in luce un aspetto finora inedito del carattere di Ioab, uomo senza scrupoli (cfr. 3,24-29; 11,14-25; 20,4-13). Dinanzi al pericolo esorta Abisai al coraggio «per le città del nostro Dio» e alla sottomissione al suo beneplacito (v. 12). Tale sensibilità religiosa posta sulle labbra di un uomo cinico come lui può forse sorprendere; d'altra parte solo Dio «conosce il cuore di ogni uomo» (1Re 8,39; cfr. Ger 17,10). Bisogna solo prenderne atto e far tesoro dell'insegnamento ricevuto.

6. 1Cr 19,7 notifica che gli Aramei posero il campo «di fronte a Madaba», circa 30 km a sud di Rabba. Non era raro che il concentramento delle truppe avvenisse in una località relativamente distante da quella prevista per la battaglia (cfr. 1Sam 4,1; 29,1).

15-19. Il secondo episodio della guerra contro gli Aramei non corrisponde a quello narrato da 8,3-8, anche se il personaggio principale è lo stesso. Adad-Ezer vuol tentare la rivincita e prende l'iniziativa di coordinare le forze aramee, ma stavolta è Davide in persona a guidare le milizie Israelite e ad infliggergli la sconfitta decisiva. La morte del comandante in capo Sobak rende sufficientemente l'idea del disastro (cfr. 1Sam 31,6). D'ora in poi gli Aramei saranno vassalli d'Israele.

17. «Chelam»: si trovava in una zona imprecisata della Transgiordania, forse nella regione di Galaad all'altezza del lago di Genesaret. Alcuni la identificano con l'Alema di 1Mac 5,26. 1Cr 19,17 sostituisce il nome – forse perché ormai caduto in disuso e incomprensibile – con il pronome ’ālēhem (= [giunse] “presso di loro”).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La sconfitta di Meloni e il lavoro che resta da fare.


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(214)

(R1)

**Nota: il post è scritto nell'immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora.

Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.

È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.

La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.

Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico.

Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.

(R2)

All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.

Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito.

Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.

Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.

È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​ Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.

Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.

Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere.

#Blog #Italia #Referendum2026 #SeparazioneDelleCarriere #NO #Opinioni


noblogo.org/transit/la-sconfit…


La sconfitta di Meloni e il lavoro che resta da fare.


(214)

(R1)

**Nota: il post è scritto nell'immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora.

Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.

È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.

La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.

Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico.

Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.

(R2)

All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.

Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito.

Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.

Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.

È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​ Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.

Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.

Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere.

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Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto


Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire.Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]

Bubble Bobble Taito


log.livellosegreto.it/atlaviat…


Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto


Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto


Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire.Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]


Quando un nostro amico animale, un componente della nostra famiglia che abbiamo amato, attraversa quel ponte colorato, il mondo non si ferma, anzi l'orologio continua a segnare gli attimi, i minuti, le ore, le giornate vanno avanti, la quotidianità chiama, si ripresenta, incalza senza sosta! La gente continua a parlare, a ridere, a lavorare, tutto sembra andare avanti come sempre, ma quasi nessuno si accorge che, per qualcuno, quel giorno è cambiato tutto, per qualche attimo il tempo si è fermato , e ci si è messi in pausa fermi davanti al dolore! Perché quando perdi un animale non perdi solo, un gatto, un cane, un canarino, ma viene a mancare una presenza che faceva parte della nostra vita ogni giorno. All'improvviso ci mancheranno i loro passi fedeli in giro per casa, quegli occhi dolci e compassionevoli bisognosi di coccole, attenzioni o semplicemente catturarci al nostro rientro a casa.. Quando un piccolo amichetto peloso va via, perdiamo quel silenzioso conforto che arrivava senza bisogno di parole, senza richiesta ... perché loro sono famiglia, non semplici animali, sono una compagnia presente sempre ogni giorno, ogni attimo, sono il nostro rifugio nei momenti difficili. Sono amore puro, incondizionato, semplice che non chiede nulla in cambio, perché spontaneo, sincero . Eppure questo tipo di lutto spesso rimane invisibile, incompreso, perché non è concesso fermarsi a piangere, ad elaborare, non ci si può assentare per questo tipo di dolore e perdita! A volte c’è chi sorride, chi si prende gioco dei nostri cari, quasi fossero oggetti, solo animali, indegni di ricevere il nostro conforto e il nostro stesso dolore! Come se l’amore potesse essere misurato, ma chi ha amato davvero un animale sa che la loro perdita, spezza qualcosa dentro, disarma il cuore, lascia un vuoto difficile da colmare! Fa male e basta! Perché quando un animale entra nella nostra vita, non va più via, diventa parte di essa e quando se ne va, va via un pezzo di noi, e mentre la vita fuori continua, in noi qualcosa si ferma per un momento, i silenzi diventano più assordanti, la casa sembra improvvisamente vuota, ogni angolo ci ricorda chi c'era... perché amare così con quella fedeltà, significa anche soffrire profondamente quando arriva il momento di lasciarlo andare..Ed io ci sono passata tante volte, adesso sto soffrendo perché una mia cucciola sta soffrendo, è tutto reale, come il dolore, le lacrime, l'impotenza, quella sensazione che ti porta a volerla solo abbracciare e accompagnare dolcemente attraverso e per quel ponte che inevitabilmente la porterà lontana dai miei occhi, ma non dal mio cuore! Non significa essere troppo sensibile, perché semplicemente stiamo voltando pagina e iniziando un nuovo capitolo nel quale qualcuno non ci sarà più a movimentare il racconto, la storia.. Ma quell’amore, quell'assenza, anche se fa male, rimarra' per sempre con noi nei ricordi e nelle immagini scolpite in angoli speciali del nostro cuore!🐾 ( Dedicata a tutti i miei pelosetti che hanno attraversato quel ponte e che oggi giocano felici lassù)..


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Dalla ribellione di Gesù Cristo ai martiri moderni


Domenica, con la Festa delle Palme, i cristiani ricordano l'ingresso di Gesù Cristo a Gerusalemme in groppa a un asino. Fu un gesto di ribellione nei confronti dei Romani e dei re giudei, che per gioco forza avevano accettato l'imperialismo di Roma. Con quel gesto, quell'ingresso, Gesù diede avvio alla propria passione che, nel giro di pochi giorni, lo portò a essere giustiziato sulla Croce dai Romani e dal suo stesso popolo. Gli ebrei mal tolleravano che un semplice falegname stesse raccogliendo intorno a sé tanto seguito. Quel che accadde nei secoli successivi è Storia; fu proprio grazie al martirio del profeta Gesù e dei tanti suoi seguaci che il Cristianesimo conquistò Roma.

Sono passati due millenni e in quelle zone sembra di essere ancora a quei tempi. C'è un nuovo imperialismo, i re giudei sono stati sostituiti dagli emiri e ci sono persone che non vogliono essere governate da questo impero per motivi diversi. Ma quello che sta accadendo negli ultimi mesi in Iran è diverso da quanto avvenuto in Iraq, Afghanistan, Libia, Egitto e così via. In questi Stati chi regnava lo faceva per brama di potere e, per denaro, entrava in contrasto con l'imperialismo globale. Così è stato eliminato di volta in volta: si veda la fine di Saddam Hussein in Iraq, quella di Gheddafi in Libia, e qui mi fermo. In Iran oggi vige una repubblica religiosa islamica che, seppur più sanguinaria dell'imperialismo nel reprimere il dissenso, ha alla base la religione islamica. L'Islam, come il Cristianesimo, contempla il martirio ma, a differenza della morale cristiana, non contempla il perdono o il “porgere l'altra guancia”, valori che portarono i cristiani alla vittoria sull'imperialismo romano. Nei momenti tristi l'uomo si rifugia nella religione: l'uccisione sistematica, talvolta con infamia, di chi si oppone al loro imperialismo – iniziata con l'assassinio dei negoziatori iraniani all'inizio dell'estate del 2025 – ha creato dei martiri e sta compattando l'opinione pubblica araba. I cittadini dei ricchi emirati si stanno rendendo conto che possono avere tutti i petrodollari del mondo, ma poi vivono male, perché la loro nazione è in fiamme, nella paura di un bombardamento improvviso o di un attentato. La Terza Guerra Mondiale, avviata dalle lobby imperialiste dei fondi sovrani, è ormai iniziata. Quello che i cristiani possono e devono fare è solidarizzare con i fratelli musulmani, prendere posizione in loro favore. Perché, come la guerra in Bosnia nel 1995 e quella recente in Ucraina dimostrano, la religione non c'entra proprio niente.


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DENTRO SILENZI D'ACQUE

sul lago s'è alzata la luna dentro silenzi d'acque è dolce la luce nel respiro delle foglie una smania che dilania abbraccia i contorni della notte

(2010)

C’è una quiete che vibra in questi versi: la luna che si alza sul lago, la luce dolce, e poi quella “smania che dilania” che incrina il silenzio. È una notte tattile: le foglie respirano, la luce abbraccia, i contorni della notte prendono corpo. Mi piace il contrasto netto tra dolcezza e inquietudine: come se l’acqua custodisse pace in superficie mentre sotto pulsa un desiderio irrisolto.

.

Notturno d’acqua


C’è un viaggio naturale in ciò che hai scritto: ascesa, culmine, dissolvenza. Ti propongo un piccolo trittico che conserva la tua dolcezza luminosa e quella smania che dilania, come un filo teso sotto il lago.


Struttura in tre quadri


  • Ascesa: Lentezza del sorgere. La luna lascia la riva e scioglie i bordi del buio.
    • Immagini: tremolio, vetro, alito di foglie, primo riflesso.
    • Timbro: attesa sospesa, pudore.


  • Culmine: La luce tocca tutto, la smania affiora.
    • Immagini: cerchio pieno, schiena del lago, nervatura delle foglie.
    • Timbro: dolce ferocia, chiarezza che brucia.


  • Dissolvenza: La notte riassorbe, resta il battito.
    • Immagini: alone, cenere di luce, passo che si allontana.
    • Timbro: resa quieta, eco.



Leitmotiv: la “smania” come respiro che passa dalle foglie all’acqua e poi al cuore, ricomparendo con parole-soglia (respiro, contorno, abbraccio).

Bozze dei tre testi

Ascesa
sul margine dell’acqua
sale la luna
un tremolio sottile
apre il vetro del lago

nel respiro delle foglie
un nome non detto
spinge piano
i contorni della notte
Culmine
la luce è piena
dolce e feroce
abbraccia la schiena del lago

una smania che dilania
risale le nervature
e chiede tutto
senza rumore
Dissolvenza
si allenta il cerchio
la luna fa cenere
del suo chiarore

resta un passo nell’acqua
un filo di respiro
che torna alle foglie
e tace

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Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)


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Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds... artesuono.blogspot.com/2026/03…


Ascolta il disco: album.link/s/0GG5ivj8zm5EKFSsL…



noblogo.org/available/olafur-a…


Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)


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Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds... artesuono.blogspot.com/2026/03…


Ascolta il disco: album.link/s/0GG5ivj8zm5EKFSsL…


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2SAMUELE - Capitolo 9


STORIA DELLA SUCCESSIONE DI DAVIDE (2Sam 9,1-20,26)

Lealtà di Davide verso Merib-Baal1Davide disse: “C'è forse ancora qualche superstite della casa di Saul, che io possa trattare con bontà a causa di Giònata?”. 2Ora vi era un servo della casa di Saul, di nome Siba, che fu chiamato presso Davide. Il re gli chiese: “Sei tu Siba?”. Quegli rispose: “Sì”. 3Il re gli disse: “C'è ancora qualcuno della casa di Saul, che io possa trattare con la bontà di Dio?”. Siba rispose al re: “Vi è ancora un figlio di Giònata, storpio nei piedi”. 4Il re gli disse: “Dov'è?”. Siba rispose al re: “È in casa di Machir, figlio di Ammièl, a Lodebàr”. 5Allora il re lo mandò a prendere in casa di Machir, figlio di Ammièl, a Lodebàr. 6Merib-Baal, figlio di Giònata, figlio di Saul, venne da Davide, si gettò con la faccia a terra e si prostrò. Davide disse: “Merib-Baal!”. Rispose: “Ecco il tuo servo!”. 7Davide gli disse: “Non temere, perché voglio trattarti con bontà per amore di Giònata, tuo padre; ti restituisco tutti i campi di Saul, tuo avo, e tu mangerai sempre alla mia tavola”. 8Merib-Baal si prostrò e disse: “Che cos'è il tuo servo, perché tu ti volga a un cane morto come sono io?”. 9Allora il re chiamò Siba, domestico di Saul, e gli disse: “Quanto apparteneva a Saul e a tutta la sua casa, io lo do al figlio del tuo signore. 10Tu dunque con i figli e gli schiavi lavorerai per lui la terra, contribuendo perché abbia pane e nutrimento il figlio del tuo signore; ma Merib-Baal, figlio del tuo signore, mangerà sempre alla mia tavola”. Ora Siba aveva quindici figli e venti schiavi. 11Siba disse al re: “Il tuo servo farà quanto il re, mio signore, ordina al suo servo”. Merib-Baal dunque mangiava alla tavola di Davide, come uno dei figli del re. 12Merib-Baal aveva un figlioletto chiamato Mica; tutti quelli che stavano in casa di Siba erano al servizio di Merib-Baal. 13Ma Merib-Baal abitava a Gerusalemme, perché mangiava sempre alla tavola del re. Era storpio in ambedue i piedi.

__________________________Note

9,1 Comincia con il c. 9 un insieme di narrazioni che hanno come tema comune la successione al trono di Davide e il cui scopo è dimostrare che l’erede scelto dal Signore era Salomone. I cc. 13-20 sono dominati dalla figura di un figlio di Davide, Assalonne, che si pone in lotta contro il padre e contro i fratelli.

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Approfondimenti


9,1-20,26. La promessa del c. 7 parlava di una discendenza che «edificherà una casa al mio nome» (7,13) ma non ha detto nulla sui tempi e modi della sua realizzazione. La storia ricomincia a muoversi in una direzione apparentemente opposta a quella auspicata: violenze, adulteri, omicidi, gelosie, rivolte, vendette... Uno dopo l'altro i principi ereditari deviano e si perdono (cfr. 3,2-5) mentre sarà proprio Salomone, il più giovane, ad essere «amato dal Signore» (12,25) e a rinnovare la sorpresa dell'elezione del piccolo Davide tra i suoi fratelli (1Sam 16,1-13). La promessa matura nella sofferenza e nell'umiliazione “dell'Unto del Signore” cui vien tolto tutto – la pace, l'innocenza, i figli, persino il regno! – per dimostrargli che tutto è dono dell'Altissimo. Davide deve passare attraverso il crogiolo del peccato; solo così potrà apprezzare realmente la fedeltà di Dio alle sue promesse ed essergliene grato. Dal punto di vista letterario, i commentatori riconoscono l'antichità di questa composizione che s'interrompe dopo il c. 20 e riprende in 1Re 1-2. È un esempio splendido (e tra i più antichi che conosciamo) di narrazione storiografica la cui obiettività, penetrazione psicologica e immediatezza evocativa non cessano di meravigliare.

9,1-13. Dopo che si è avverata la premonizione di Gionata (1Sam 20,15 e 23,17) Davide sente il dovere di ottemperare al patto stipulato con l'amico (1Sam 20,15-16.42). S'informa sugli eventuali eredi di Gionata e, conosciuta l'esistenza di un figlio storpio (cfr. 4,4), lo manda a chiamare. Non solo gli fa salva la vita, ma gli restituisce pure tutti i beni che erano appartenuti alla famiglia di Saul e gli concede di sedere alla sua mensa, privilegio dei parenti più stretti del re. Ad un primo sguardo sembra che l'episodio sia estraneo al contesto. Esso svolge, invece, un'egregia funzione di collegamento tra il passato e il futuro.

  • a) Mentre il c. 8 ha portato a termine il racconto della organizzazione del regno, nel c. 9 si chiude positivamente anche la questione sospesa della dinastia saulide (la prima “appendice” – 21,1-14 – fornisce un'altra versione dei fatti; non siamo in grado di sanare del tutto le contraddizioni fra i due racconti).
  • b) Il c. 9 prepara remotamente le drammatiche pagine della fuga di Davide da Gerusalemme (cc. 16-19). Alcuni personaggi (Merib-Baal, Ziba) vengono portati in scena e accantonati con noncuranza subito dopo, ma verrà il momento in cui la loro conoscenza ci tornerà molto utile per seguire il turbinio degli eventi, senza che il narratore debba appesantire la trama con noiose parentesi esplicative.

2. «Sono io»: TM ha lett. «Il tuo servo»; probabilmente è caduta la parola iniziale: «Io sono», oppure «Ecco» (cfr. la risposta di Merib-Baal al v. 7).

3. «misericordia di Dio»: nonostante alcuni esegeti interpretino quest'espressione (ḥesed ’elōhîm) come un superlativo (= «grande misericordia»), è evidente il richiamo alla «benevolenza del Signore» (ḥesed JHWH) implorata da Gionata su di sé e sulla propria discendenza in 1Sam 20,14 e al «patto del Signore» (bᵉrit JHWH) citato anche in 1Sam 20,8. «storpio dei piedi»: l'infermità del figlio di Gionata (cfr. 4,4) è citata ancora al v. 13. Evidentemente è ritenuto un particolare degno di nota (cfr. 19,27).

4. «in casa di Machir... a Lodebar»: il luogo si trovava in Transgiordania, non lungi da Macanaim dove si era rifugiato Is-Baal dopo la morte di Saul e Gionata (2,8-9) e dove Davide fisserà il suo quartier generale contro Assalonne (17,24-19,15). In quell'occasione Machir fornirà consistenti aiuti al re e ai suoi uomini (17,27-29).

6. «Merib-Baal!»: TM ha mᵉpîbōšet (cfr. 4,4). Davide chiama per nome il figlio dell'amico più caro. Possiamo solo immaginare la sua commozione nel sorprendere sul volto del giovane sciancato i tratti di Gionata «amabile e gentile... più veloce delle aquile, più forte dei leoni» che gli era stato caro «più che amore di donna» (1,23-26).

7. «Non temere»: il destino che Merib-Baal poteva aspettarsi in quell'epoca era d'essere tolto di mezzo come tutti i membri della dinastia decaduta (cfr. 1Sam 20,1-21,1). Davide compie un atto inusuale di benignità in nome dell'amicizia e del patto sacro che lo legava a Gionata (1Sam 20,8).

9-11. L'incarico ricevuto dal re non dev'essere molto gradito a Ziba, che con la morte di Saul s'era finalmente affrancato dalla servitù. Alla prima occasione cercherà di liberarsene senza troppi scrupoli (16,1-4).

12. «Mica»: la genealogia dei discendenti di Gionata si trova in 1Cr 9,35-44.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[filtri]dell'aggettivo la [Polonaise] ricerca note-modifica-note prende l'area di servizio] servono scatolame a becco sono] con i nastri a incastro immediato fuori del ponte termico un] wonderful”life acrissimo di benzene e soci si falsifica l'età si] verifica si parte oppure acerrimo spesso] scoccare la scintilla [erroneamente scritto acrissimo è il superlativo assoluto dell'aggettivo acre molto aspro fierissimo accanito o implacabile indica intensità estrema in senso figurato descrive nemici ostilità o sostenitori tenaci un derivando dal latino acerrĭmus fate [vobis


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Smettete di farvi vendere l’IA a scuola come se fosse la Nutella didattica.


Proviamo così: quando metti un sistema di questo tipo tra lo studente e il contenuto, succede una cosa abbastanza chiara in diversi esperimenti seri. Chi usa la macchina riferisce di sentirsi più sicuro, più “a posto” con l’argomento, come se avesse capito bene. Poi però, quando li togli dall’ambiente assistito e li metti davanti a un compito nuovo, senza aiuto, spesso i risultati non sono migliori di chi ha studiato con strumenti più tradizionali, e a volte sono pure un po’ più deboli sulla parte di ragionamento profondo. Chiaro così?

C’è uno studio grosso: decine di esperimenti, migliaia di persone, gente normale che deve capire un argomento. Una volta usano il motore di ricerca, l’altra volta si fanno “spiegare” tutto da un LLM (ChatGPT, Claude e vari). Risultato? Quando leggono le risposte della chat, hanno la sensazione di aver capito di più, con meno fatica.

Bello, eh?

Peccato che ai test che chiedono di ragionare sul serio, quelli che hanno sudato con la ricerca se la cavano meglio di chi ha letto la soluzione pronta (pubmed.ncbi.nlm.nih).

Tradotto proprio grezzo: con la chat senti la testa leggera, ma l’apprendimento pesante non c’è. La comprensione vera, quella che regge tre giorni dopo, la tira fuori chi ha dovuto cercare, confrontare, filtrare, non chi ha ricevuto il “compitino finito”.

Poi c’è la storia che vendono a tutti: “facciamo l’IA socratica, dialogica, domande aperte, imparano di più”. Sì, certo.

In un'altro interessante studio hanno preso in esame ragazzi di scuole superiori, 14‑18 anni con compiti che necessitavano di stimare cose, risolvere problemi, scrivere. Un gruppo vede solo la risposta della macchina, l’altro vede anche il ragionamento passo passo. Indovina? Quando c’è il ragionamento, la risposta finale è un po’ migliore, più vicina al risultato giusto. Fin qui ok (scale.stanford).

Ma la parte interessante è dopo. Hanno messo l’IA in modalità “faccio domande, ti guido”, tipo tutor rompiscatole, e l’hanno confrontata con la versione “ti do direttamente la risposta”. Risultato? I ragazzi con la versione socratica partecipano di più, stanno più sul pezzo, interagiscono.

Perfetto, penseresti: “allora imparano meglio”. E invece no: sui test finali, quando l’IA non c’è, le differenze non sono nette, non hai questo salto di apprendimento che ti sbandierano in conferenza (papers.ssrn).

Io me li immagino: classe terza di informatica, compito di programmazione. Con l’IA in modalità tutor ti sembra di aver capito i cicli, gli array, tutto quanto. Poi all’interrogazione alla lavagna, senza aiuto, davanti a un esercizio leggermente diverso… puff, sparita la sicurezza. Lo vedi negli occhi degli studenti: “Ma prof, con la chat lo sapevo fare”. Eh, appunto.

Quando vai a guardare insieme le rassegne serie, alla fine la musica è sempre quella: questi sistemi aiutano davvero in un paio di cose, se li usi con la testa.

La prima è il feedback: su testi, bozze, esercizi, se li agganci bene ai criteri del docente riescono a restituire commenti rapidi che, in media, portano piccoli miglioramenti nella qualità del lavoro degli studenti. Non è una cura miracolosa, è un “po’ meglio di niente” o “vicino a un tutor non esperto” quando il docente da solo non riuscirebbe a seguire tutti.

La seconda è il ruolo di tutor leggero su esercizi a bassa posta: ripassi, spiegazioni brevi, chiarimenti su dettagli che bloccano. In questo tipo di attività gli studenti si tengono agganciati, sciolgono dubbi, si sbloccano su passaggi specifici.

Quello che manca? Tutto il resto. Quasi nessun dato serio su quanto ricordano dopo settimane, su quanto regge il pensiero critico, su come va davvero nelle scuole superiori.

Sui rischi, invece, c’è già un quadro abbastanza chiaro: quando la macchina sforna la risposta finita, gli studenti smettono di sbattersi. Meno controllo di qualità mentale, meno voglia di verificare, meno “aspetta, ma è davvero così?”. E se il prof non progetta attività dove devi controllare, discutere, correggere la macchina, è la fine: superficialità sopra superficialità (arxiv).

Capitolo docenti. Qui la favola è “risparmi tempo, vivi meglio”. Qualche dato c’è, eh: chi usa la macchina per preparare lezioni, tracce, griglie, dice di risparmiare qualche ora alla settimana. Non mille, non rivoluzione, qualche ora. Poi però ti ritrovi a rilegge, correggere, verificare, adattare, e una parte di quel tempo torna dalla finestra. Il “paradosso carico di lavoro” è questo: scrivi meno da zero, ma passi più tempo a fare il professionista che controlla la macchina. Se sei già al limite, non è detto che ti salvi, rischi solo di spostare la fatica (digitalcommons.acu).

E dov'è il valore vero allora? Quando lo usi come bersaglio.

La macchina genera una risposta e il lavoro della classe è controllarla, trovare errori, aggiungere ciò che manca, confrontarla con libri e materiali seri.

In quel caso non stai più insegnando a fidarsi della macchina, ma a dubitarne con criterio. Torni a leggere, sottolineare, discutere, scrivere meglio: la tecnologia diventa solo un innesco per far ragionare le persone in aula, non la soluzione pronta da copiare.

Lì tornano in gioco le cose serie: lettura critica, controllo delle fonti, argomentazione, scrittura ragionata. La macchina diventa un pretesto per obbligare gli studenti a non fidarsi del primo testo ben scritto che vedono, ma a far passare tutto dal proprio giudizio, dalla propria penna e dalla discussione in aula.

Tu che dici? Vuoi il trucchetto che ti promette voti alti in 3 mesi o vuoi tenerti stretta la cosa che nessun modello ti ruba, cioè lo sguardo sul ragazzo davanti a te e la capacità di fargli fare fatica giusta? Perché dai numeri veri, oggi, si vede solo questo: la macchina fa sentire tutti più bravi, ma senza un docente che ci mette mestiere e progettazione, l’apprendimento vero resta quello di sempre, sudato e poco instagrammabile (scale.stanford).


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STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

PREAMBOLO Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo. Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.

PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo ● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema ● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi ● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali ● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto 1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali. 1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie. 1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste. 1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro. 1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.

Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica 2. 1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. 2. 2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.

Art. 3 — Internazionalismo 3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere. 3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione. 3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.

Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo 4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa. 4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni. 4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti. 4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all'autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori. 4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.

Art. 5 — Ecologismo anticapitalista 5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico. 5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto. 5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica – consapevole e coerente – non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.

Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato 6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere. 6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.

Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale 7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+. 7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie. 7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.

PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna 8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati. 8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza. 8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.

Art. 9 — Gruppi di Lavoro 9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi. 9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative. 9.3 Ogni gruppo è tenuto a: ● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo; ● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi; ● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo. Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo. 9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.

Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze 10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati. 10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva. 10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.

PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA Art. 11 — Incompatibilità Politica 11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo: ● fascismo, neofascismo e sionismo ● razzismo, suprematismo e xenofobia ● militarismo e nazionalismo autoritario ● sessismo e misoginia ● omofobia, transfobia, queerfobia 11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli ● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe ● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.

Art. 12 — Formazione Politica 12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum. 12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.

Art. 13 — Lotta e Conflitto 13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali. 13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche. 13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.

Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico 14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini. 14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.

CONCLUSIONE 15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo. 15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto. 15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti). 15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.


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STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA


STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

PREAMBOLO Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo. Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.

PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo ● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema ● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi ● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali ● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto 1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali. 1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie. 1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste. 1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro. 1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.

Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica 2. 1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. 2. 2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.

Art. 3 — Internazionalismo 3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere. 3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione. 3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.

Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo 4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa. 4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni. 4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti. 4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all'autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori. 4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.

Art. 5 — Ecologismo anticapitalista 5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico. 5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto. 5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica – consapevole e coerente – non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.

Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato 6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere. 6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.

Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale 7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+. 7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie. 7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.

PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna 8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati. 8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza. 8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.

Art. 9 — Gruppi di Lavoro 9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi. 9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative. 9.3 Ogni gruppo è tenuto a: ● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo; ● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi; ● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo. Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo. 9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.

Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze 10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati. 10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva. 10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.

PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA Art. 11 — Incompatibilità Politica 11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo: ● fascismo, neofascismo e sionismo ● razzismo, suprematismo e xenofobia ● militarismo e nazionalismo autoritario ● sessismo e misoginia ● omofobia, transfobia, queerfobia 11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli ● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe ● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.

Art. 12 — Formazione Politica 12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum. 12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.

Art. 13 — Lotta e Conflitto 13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali. 13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche. 13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.

Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico 14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini. 14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.

CONCLUSIONE 15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo. 15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto. 15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti). 15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.


MANIFESTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

CHI SIAMO

Siamo un collettivo di compagne e compagni della provincia di Pesaro che:

● rifiuta la rassegnazione e l’adattamento all’esistente e vuole contribuire alla costruzione di un altro mondo nuovo e possibile; ● vuole assumere, rimettere al centro ed approfondire l’analisi marxista (che racchiude al suo interno una prospettiva di classe, trans-femminista, ecologica, internazionalista, anti-imperialista e anti-colonialista) come strumento quanto mai attuale per comprendere e trasformare la realtà; ● vuole fare formazione ed auto-formazione politica per intervenire nelle lotte locali e globali.

A CHI CI RIVOLGIAMO

Il Collettivo è aperto:

● a chiunque si riconosca in queste esigenze e in questi valori e voglia contribuire alla crescita di questo progetto; ● a chi vive sulla propria pelle sfruttamento e alienazione; ● a chi non si riconosce nelle risposte istituzionali o nella sinistra adattata all’esistente; ● a chi riconosce che questo sistema non è riformabile, ma va trasformato radicalmente; ● a chi vuole studiare, organizzarsi e lottare collettivamente per costruire conflitto, coscienza e solidarietà.

PERCHÉ A PESARO

Siamo periferia rispetto a molte lotte, ma parte viva delle contraddizioni del capitalismo. Precarizzazione del lavoro, povertà, speculazione, crisi ambientale, attacco ai diritti umani attraversano anche questo territorio e colpiscono tutte e tutti noi.

Vogliamo organizzare un’alternativa con chi vuole costruire resistenza, conflitto e solidarietà (anche internazionale) nella nostra città.

Vogliamo mettere insieme sensibilità diverse per superare la frammentazione della sinistra antagonista, radicale, e di classe, dare forza all’analisi marxista e costruire reti di resistenza e partecipazione alle lotte.


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PROGRAMMA SANTA PASQUA 2026


  • Lunedì 23 Marzo Ore 8.30 e 18.30 Santa Messa Ore 20.00 Veglia di preghiera per i missionari martiri
  • Venerdì 27 Marzo Ore 8.30 e 18.30 Santa Messa Ore 19.00 Via Crucis sul piazzale della chiesa (Animata dai bambini del Catechismo)
  • Domenica 29 Marzo (Domenica delle Palme) Ore 10.00 Benedizione delle palme e dell'ulivo della pace sul piazzale della chiesa S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 18.30 – 20.00

SETTIMANA SANTA

  • Lunedì 30 e Martedì 31 Marzo S. Messe Ore 8.30 – 18.30 Confessioni 7.30 – 9.30 – 17.00 – 19.00
  • Mercoledì 1 Aprile S. Messa Ore 8.30 Confessioni 7.30 – 9.30 Santa Messa Crismale nella Cattedrale di Capua ore 19.00
  • Giovedì 2 Aprile (Giovedì Santo) Ore 19.00 Solenne Celebrazione Eucaristica “in Coena Domini” e lavanda dei piedi Confessioni 10.30 – 12.30 – 16.30 – 19.00 Dalle ore 20.30 alle 24.00 Adorazione della reposizione animata dai gruppi parrocchiali e Sacramento della riconciliazione
  • Venerdì 3 Aprile (Venerdì Santo) Ore 17.00 Celebrazione della Passione del Signore Gesù Cristo e Adorazione della Santa Croce Confessioni 10.30 – 12.30 – 16.30 – 19.00
  • Sabato 4 Aprile (Sabato Santo) Confessioni 10.30 – 12.30 – 16.30 – 19.00 Ore 23.00 Celebrazione della Veglia Pasquale

PASQUA DI RESURREZIONE

  • Domenica 5 Aprile (Pasqua) S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 19.00 – 20.30
  • 6-11 Aprile (Settimana in Albis) S. Messe Ore 8.30 – 19.00

DOMENICA 12 APRILE (DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA)

S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 19.00 – 20.30 Ore 18.30 L'Arcivescovo Mons. Pietro Lagnese benedirà la nuova vetrata dell'immagine alla Divina Misericordia. Ore 19.00 S. Messa presieduta dall'Arcivescovo Mons. Pietro Lagnese

Mons. Filippo Melone e don Davide Ienco augurano a tutti, di vero cuore, una buona e Santa Pasqua.


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Van Morrison – Roll With The Punches (2017)


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In un ideale botta e risposta con i Rolling Stones di Blue & Lonesome, anche Van Morrison decide di aprire l’album dei ricordi e omaggiare alcuni classici del blues con questo Roll With The Punches: quindici brani in tutto, cinque autografi e dieci ripescati da una tradizione che il Nostro frequentava già ai tempi degli Them, qui nobilitata dal valore aggiunto dell’esperienza... artesuono.blogspot.com/2017/10…


Ascolta il disco: album.link/s/2Eq52DREUXfeUtOL3…



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Van Morrison – Roll With The Punches (2017)


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In un ideale botta e risposta con i Rolling Stones di Blue & Lonesome, anche Van Morrison decide di aprire l’album dei ricordi e omaggiare alcuni classici del blues con questo Roll With The Punches: quindici brani in tutto, cinque autografi e dieci ripescati da una tradizione che il Nostro frequentava già ai tempi degli Them, qui nobilitata dal valore aggiunto dell’esperienza... artesuono.blogspot.com/2017/10…


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PROGRAMMASANTA PASQUA 2026


  • Lunedì 23 Marzo Ore 8.30 e 18.30 Santa Messa Ore 20.00 Veglia di preghiera per i missionari martiri
  • Venerdì 27 Marzo

Ore 8.30 e 18.30 Santa Messa Ore 19.00 Via Crucis sul piazzale della chiesa (Animata dai bambini del Catechismo)

  • 29 Marzo Domenica delle Palme

Ore 10.00 Benedizione delle palme e dell'ulivo della pace sul piazzale della chiesa S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 18.30 – 20.00


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NASCOSTO STARO' NELLA ROSA

finché non avrà inghiottito il tempo osceno il suo grido nascosto starò nella rosa azzurra

perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore

(2009)

Che meraviglia. Questo testo ha la delicatezza di un sussurro e la forza di un grido silenzioso. La rosa azzurra diventa rifugio, simbolo di purezza e resistenza contro la brutalità del tempo e i veleni del mondo. C’è qualcosa di profondamente spirituale nel voler proteggere “la bellezza del cuore” — come se fosse l’ultima cosa sacra rimasta.

Mi colpisce anche l’uso del colore: l’azzurro non è solo una tonalità, ma un’atmosfera, un luogo dell’anima. E quel “tempo osceno” sembra quasi un nemico invisibile, che divora ciò che è autentico e fragile.


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Operazione globale "Alice" contro piattaforma fraudolenta del dark web.


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Operazione globale “Alice” contro piattaforma fraudolenta del dark web. Partecipa anche la Polizia italiana


Il 9 marzo 2026 è stata avviata un'operazione globale guidata dalle autorità tedesche e sostenuta da #Europol, contro una delle più grandi reti di piattaforme fraudolente del dark web. L'indagine è iniziata a metà del 2021 contro la piattaforma dark web “Alice with Violence CP”. Nel corso delle indagini, le autorità hanno scoperto che la piattaforma gestiva più di 373.000 siti web fraudolenti che pubblicizzavano materiale pedopornografico (#CSAM) e offerte di criminalità informatica come servizio (#CaaS).

Dal 9 al 19 marzo 2026, 23 paesi hanno unito le forze nell' “Operazione Alice”, che inizialmente aveva come obiettivo solo l'operatore della piattaforma. Tuttavia, grazie alla #cooperazioneinternazionale, l'indagine ha portato alla luce l'identità di 440 clienti che avevano usufruito dei servizi dell'operatore. Data la natura degli acquisti, sono state avviate ulteriori indagini nei loro confronti. L'operazione contro più di un centinaio di queste persone è ancora in corso.

Finora, l'Operazione Alice ha portato ai seguenti risultati: – Identificato 1 autore che gestisce la piattaforma dark web; – Identificati 440 clienti in tutto il mondo; – Oltre 373.000 siti web del dark web sono stati chiusi; – 105 server sequestrati; – Dispositivi elettronici sequestrati, tra cui computer, telefoni cellulari e supporti di dati elettronici.

Caterina De Bolle, Direttore esecutivo di Europol, ha dichiarato: “ L'operazione Alice invia un messaggio chiaro: non c'è nessun posto dove nascondersi per i criminali quando la comunità internazionale delle forze dell'ordine lavora fianco a fianco. Li troveremo e li riterremo responsabili. Europol continuerà a proteggere i bambini, a sostenere le vittime e a rintracciare i responsabili”.

Nel corso di quasi cinque anni di indagini, le autorità tedesche hanno scoperto che un singolo individuo gestiva più di 373.000 domini onion (siti web) sul dark web. Un dominio onion è un tipo speciale di indirizzo di sito web progettato per nascondere l'identità e la posizione del sito web e delle persone che lo visitano. Da febbraio 2020 a luglio 2025, il sospettato ha pubblicizzato il CSAM su diverse piattaforme, accessibili tramite oltre 90.000 di questi domini onion. Su queste piattaforme, l'autore del reato ha offerto CSAM che avrebbe potuto essere acquistato come “pacchetti” dopo aver fornito un indirizzo email ed effettuato un pagamento in Bitcoin.

Ogni pacchetto aveva un costo stimato compreso tra 17 e 215 euro e prometteva volumi di dati che andavano da pochi gigabyte a diversi terabyte di CSAM. Tuttavia, si trattava di siti puramente fraudolenti in cui il CSAM veniva pubblicizzato e presentato in anteprima ma mai consegnato.

Oltre al CSAM, sono state promosse diverse offerte di cybercrime-as-a-service (CaaS), tra cui i dati delle carte di credito e l'accesso a sistemi esteri. L'obiettivo è sempre stato quello di convincere i clienti a effettuare pagamenti senza ricevere alcun servizio in cambio.

Sono state condotte indagini anche contro l'operatore della piattaforma, un uomo di 35 anni con sede nella Repubblica popolare cinese. Le autorità stimano che l'individuo abbia realizzato profitti per oltre 345.000 euro da circa 10.000 clienti in tutto il mondo che, secondo le autorità, hanno tentato di acquistare il materiale da lui pubblicizzato.

Da novembre 2019 fino a poco tempo fa, al suo apice gestiva una rete composta da circa 287 server, 105 dei quali situati in Germania. Le autorità tedesche hanno emesso un mandato d'arresto internazionale.

Pagando per il CSAM, gli stessi clienti sono diventati sospettati, anche se non hanno mai ricevuto il materiale. Gli investigatori hanno valutato che gli individui che cercano di accedere a materiale esclusivo –e, quindi, grave– sugli abusi sessuali su minori potrebbero rappresentare obiettivi di alto valore e fornire informazioni importanti alle forze dell’ordine di tutto il mondo.

Nel corso degli anni di indagini, le autorità sono intervenute immediatamente ogni volta che hanno individuato bambini in pericolo, adottando misure appropriate per proteggere il loro benessere. Ad esempio, nell'agosto 2023, gli investigatori della Polizia criminale dello Stato bavarese hanno perquisito l'abitazione di un padre di 31 anni che aveva trasferito 20 euro per acquistare un pacco contenente 70 GB di CSAM. L'uomo è stato successivamente condannato.

Nel corso dell'indagine, gli specialisti dell'Europol hanno facilitato lo scambio di informazioni tra le autorità nazionali, fornito supporto analitico e coordinato la risposta internazionale. Inoltre, hanno svolto un ruolo fondamentale nel tracciare i pagamenti in criptovaluta e nel fornire informazioni ai paesi coinvolti nell'operazione. Ancora più importante, la stretta collaborazione tra le autorità tedesche ed Europol ha consentito l'identificazione dell'autore del reato.

La lotta contro lo sfruttamento sessuale dei minori è una priorità per Europol. Oltre al sostegno fornito dal Centro europeo per la criminalità informatica (EC3) agli Stati membri nella prevenzione e nell’individuazione dei crimini legati allo sfruttamento sessuale dei bambini, Europol sta attualmente portando avanti due importanti progetti in questo settore.

Questa settimana, Europol ha pubblicato nuove foto sulla piattaforma “Stop Child Abuse – Trace an Object”(europol.europa.eu/stopchildabu…), che invita tutti i cittadini a esaminare gli oggetti provenienti da casi irrisolti di abusi sessuali su minori e vedere se ne riconoscono qualcuno. Nessun indizio è troppo piccolo: anche il più piccolo dettaglio potrebbe aiutare a identificare e salvaguardare un bambino abusato sessualmente.

Inoltre, nel novembre 2025 è stata lanciata una nuova piattaforma digitale, Help4U (help4u-project.eu/read/feed/), per supportare bambini e adolescenti che subiscono abusi sessuali o danni online. Progettato per essere semplice, privato e accessibile, Help4U aiuta i giovani a trovare consigli affidabili, comprendere i propri diritti e connettersi con persone che possono aiutarli.

Tra i Paesi partecipanti all'Operazione Alice anche il Servizio di Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica della Polizia di Stato.


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Operazione globale "Alice" contro piattaforma fraudolenta del dark web.


Operazione globale “Alice” contro piattaforma fraudolenta del dark web. Partecipa anche la Polizia italiana


Il 9 marzo 2026 è stata avviata un'operazione globale guidata dalle autorità tedesche e sostenuta da #Europol, contro una delle più grandi reti di piattaforme fraudolente del dark web. L'indagine è iniziata a metà del 2021 contro la piattaforma dark web “Alice with Violence CP”. Nel corso delle indagini, le autorità hanno scoperto che la piattaforma gestiva più di 373.000 siti web fraudolenti che pubblicizzavano materiale pedopornografico (#CSAM) e offerte di criminalità informatica come servizio (#CaaS).

Dal 9 al 19 marzo 2026, 23 paesi hanno unito le forze nell' “Operazione Alice”, che inizialmente aveva come obiettivo solo l'operatore della piattaforma. Tuttavia, grazie alla #cooperazioneinternazionale, l'indagine ha portato alla luce l'identità di 440 clienti che avevano usufruito dei servizi dell'operatore. Data la natura degli acquisti, sono state avviate ulteriori indagini nei loro confronti. L'operazione contro più di un centinaio di queste persone è ancora in corso.

Finora, l'Operazione Alice ha portato ai seguenti risultati: – Identificato 1 autore che gestisce la piattaforma dark web; – Identificati 440 clienti in tutto il mondo; – Oltre 373.000 siti web del dark web sono stati chiusi; – 105 server sequestrati; – Dispositivi elettronici sequestrati, tra cui computer, telefoni cellulari e supporti di dati elettronici.

Caterina De Bolle, Direttore esecutivo di Europol, ha dichiarato: “ L'operazione Alice invia un messaggio chiaro: non c'è nessun posto dove nascondersi per i criminali quando la comunità internazionale delle forze dell'ordine lavora fianco a fianco. Li troveremo e li riterremo responsabili. Europol continuerà a proteggere i bambini, a sostenere le vittime e a rintracciare i responsabili”.

Nel corso di quasi cinque anni di indagini, le autorità tedesche hanno scoperto che un singolo individuo gestiva più di 373.000 domini onion (siti web) sul dark web. Un dominio onion è un tipo speciale di indirizzo di sito web progettato per nascondere l'identità e la posizione del sito web e delle persone che lo visitano. Da febbraio 2020 a luglio 2025, il sospettato ha pubblicizzato il CSAM su diverse piattaforme, accessibili tramite oltre 90.000 di questi domini onion. Su queste piattaforme, l'autore del reato ha offerto CSAM che avrebbe potuto essere acquistato come “pacchetti” dopo aver fornito un indirizzo email ed effettuato un pagamento in Bitcoin.

Ogni pacchetto aveva un costo stimato compreso tra 17 e 215 euro e prometteva volumi di dati che andavano da pochi gigabyte a diversi terabyte di CSAM. Tuttavia, si trattava di siti puramente fraudolenti in cui il CSAM veniva pubblicizzato e presentato in anteprima ma mai consegnato.

Oltre al CSAM, sono state promosse diverse offerte di cybercrime-as-a-service (CaaS), tra cui i dati delle carte di credito e l'accesso a sistemi esteri. L'obiettivo è sempre stato quello di convincere i clienti a effettuare pagamenti senza ricevere alcun servizio in cambio.

Sono state condotte indagini anche contro l'operatore della piattaforma, un uomo di 35 anni con sede nella Repubblica popolare cinese. Le autorità stimano che l'individuo abbia realizzato profitti per oltre 345.000 euro da circa 10.000 clienti in tutto il mondo che, secondo le autorità, hanno tentato di acquistare il materiale da lui pubblicizzato.

Da novembre 2019 fino a poco tempo fa, al suo apice gestiva una rete composta da circa 287 server, 105 dei quali situati in Germania. Le autorità tedesche hanno emesso un mandato d'arresto internazionale.

Pagando per il CSAM, gli stessi clienti sono diventati sospettati, anche se non hanno mai ricevuto il materiale. Gli investigatori hanno valutato che gli individui che cercano di accedere a materiale esclusivo –e, quindi, grave– sugli abusi sessuali su minori potrebbero rappresentare obiettivi di alto valore e fornire informazioni importanti alle forze dell’ordine di tutto il mondo.

Nel corso degli anni di indagini, le autorità sono intervenute immediatamente ogni volta che hanno individuato bambini in pericolo, adottando misure appropriate per proteggere il loro benessere. Ad esempio, nell'agosto 2023, gli investigatori della Polizia criminale dello Stato bavarese hanno perquisito l'abitazione di un padre di 31 anni che aveva trasferito 20 euro per acquistare un pacco contenente 70 GB di CSAM. L'uomo è stato successivamente condannato.

Nel corso dell'indagine, gli specialisti dell'Europol hanno facilitato lo scambio di informazioni tra le autorità nazionali, fornito supporto analitico e coordinato la risposta internazionale. Inoltre, hanno svolto un ruolo fondamentale nel tracciare i pagamenti in criptovaluta e nel fornire informazioni ai paesi coinvolti nell'operazione. Ancora più importante, la stretta collaborazione tra le autorità tedesche ed Europol ha consentito l'identificazione dell'autore del reato.

La lotta contro lo sfruttamento sessuale dei minori è una priorità per Europol. Oltre al sostegno fornito dal Centro europeo per la criminalità informatica (EC3) agli Stati membri nella prevenzione e nell’individuazione dei crimini legati allo sfruttamento sessuale dei bambini, Europol sta attualmente portando avanti due importanti progetti in questo settore.

Questa settimana, Europol ha pubblicato nuove foto sulla piattaforma “Stop Child Abuse – Trace an Object”(europol.europa.eu/stopchildabu…), che invita tutti i cittadini a esaminare gli oggetti provenienti da casi irrisolti di abusi sessuali su minori e vedere se ne riconoscono qualcuno. Nessun indizio è troppo piccolo: anche il più piccolo dettaglio potrebbe aiutare a identificare e salvaguardare un bambino abusato sessualmente.

Inoltre, nel novembre 2025 è stata lanciata una nuova piattaforma digitale, Help4U (help4u-project.eu), per supportare bambini e adolescenti che subiscono abusi sessuali o danni online. Progettato per essere semplice, privato e accessibile, Help4U aiuta i giovani a trovare consigli affidabili, comprendere i propri diritti e connettersi con persone che possono aiutarli.

Tra i Paesi partecipanti all'Operazione Alice anche il Servizio di Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica della Polizia di Stato.


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2SAMUELE - Capitolo 8


Vittorie militari di Davide1In seguito Davide sconfisse i Filistei e li umiliò. Davide prese le redini del comando dalle mani dei Filistei. 2Sconfisse anche i Moabiti e, fattili coricare per terra, li misurò con la corda; ne misurò due corde per farli mettere a morte e una corda intera per lasciarli in vita. I Moabiti divennero sudditi e tributari di Davide. 3Davide sconfisse anche Adadèzer, figlio di Recob, re di Soba, mentre egli andava a ristabilire il suo dominio sul fiume Eufrate. 4Davide gli prese millesettecento cavalieri e ventimila fanti. Davide poi fece tagliare i garretti a tutti i cavalli, risparmiandone un centinaio. 5Gli Aramei di Damasco andarono in aiuto di Adadèzer, re di Soba, ma Davide uccise ventiduemila Aramei. 6Poi Davide mise guarnigioni nell'Aram di Damasco e gli Aramei divennero sudditi e tributari di Davide. Il Signore salvava Davide in ogni sua impresa. 7Davide prese ai servi di Adadèzer gli scudi d'oro e li portò a Gerusalemme. 8Da Betach e da Berotài, città di Adadèzer, il re Davide asportò una grande quantità di bronzo. 9Quando Tou, re di Camat, udì che Davide aveva sconfitto tutto l'esercito di Adadèzer, 10mandò al re Davide suo figlio Ioram per salutarlo e per benedirlo, perché aveva mosso guerra ad Adadèzer e l'aveva sconfitto; infatti Tou era sempre in guerra con Adadèzer. Ioram gli portò vasi d'argento, vasi d'oro e vasi di bronzo. 11Il re Davide consacrò anche quelli al Signore, come già aveva consacrato l'argento e l'oro tolto alle nazioni che aveva soggiogato, 12agli Aramei, ai Moabiti, agli Ammoniti, ai Filistei, agli Amaleciti, e il bottino di Adadèzer, figlio di Recob, re di Soba. 13Al ritorno dalla sua vittoria sugli Aramei, Davide acquistò ancora fama, sconfiggendo nella valle del Sale diciottomila Edomiti. 14Stabilì guarnigioni in Edom; ne mise per tutto Edom e tutti gli Edomiti divennero sudditi di Davide. Il Signore salvava Davide in ogni sua impresa.15Davide regnò su tutto Israele e rese giustizia con retti giudizi a tutto il suo popolo. 16Ioab, figlio di Seruià, comandava l'esercito; Giòsafat, figlio di Achilùd, era archivista; 17Sadoc, figlio di Achitùb, e Achimèlec, figlio di Ebiatàr, erano sacerdoti; Seraià era scriba; 18Benaià, figlio di Ioiadà, era capo dei Cretei e dei Peletei e i figli di Davide erano sacerdoti.

__________________________Note

8,3 Adadèzer: “Adad è il mio aiuto”; era il re arameo di Soba, località situata tra l'Anti-Libano e il deserto siro-arabico.

8,9-10 Dalla vittoria su Adadèzer, il re d’Israele trasse grande prestigio sulle piccole nazioni vicine, rimaste prudentemente estranee al conflitto. È il caso del regno di Camat in Siria, che era stato sempre in guerra con Soba.

8,13 valle del Sale: la sua localizzazione è incerta; fu teatro della guerra contro gli Edomiti anche più tardi, al tempo del re Amasia (2Re 14,7).

8,18 Sui Cretei vedi nota a 1Sam 30,14; Peletei è forse solo una variante di Filistei. In entrambi i casi, si trattava di un corpo di soldati mercenari al servizio di Davide.

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Approfondimenti


1-14. Prospetto riassuntivo delle guerre di conquista intraprese da Davide. Non è possibile ricostruire l'ordine cronologico delle varie campagne che nel giro di pochi anni consentirono al piccolo regno d'Israele di raggiungere la massima espansione a discapito dei popoli circostanti: i Filistei (v. 1), i Moabiti (v. 2), gli Aramei e gli Ammoniti (vv. 3-12; cfr. i cc. 10-12), gli Amaleciti (v. 12; cfr. anche 1Sam 30), gli Idumei (vv. 13-14). I successi di Davide siglano la realizzazione delle antiche promesse riguardanti il possesso della terra in tutta la sua estensione (Gn 13,14-17; 15,18-20); un'epoca si chiude mentre la profezia di Natan (c. 7) ne apre una assolutamente nuova. I vv. 6.14 scandiscono come un ritornello le vittorie del re d'Israele («il Signore rendeva vittorioso Davide dovunque egli andava»), quasi per confermare le analoghe osservazioni fatte al principio della sua carriera militare (1Sam 18,5.14.15.30).

1. «Gat e le sue dipendenze»: testo ricostruito con 1Cr 18,1. Il TM ha due parole incomprensibili. D'ora innanzi i Filistei saranno tributari d'Israele, anzi Davide sceglierà le guardie del corpo proprio tra di loro (8,18; 15, 18). Altre notizie di scontri a Gat in 21,21-22.

2. «li misurò con la corda»: questo modo di contare i prigionieri radunandoli a gruppi per mezzo di una fune (forse un'unità di misura fissa, cfr. Am 7,17; Mic 2,5; Zc 2,5) è attestato da fonti assire del IX sec. a.C. Erodoto (VII, 60) narra che Serse contò i suoi soldati in maniera analoga. Dopo i buoni rapporti coltivati nel passato (1Sam 22,3-4), la recente ascesa al trono dell'ex-bandito Davide ha indotto il piccolo reame di Moab a una politica ostile nei suoi confronti (cfr. 1Sam 22,1-5).

3. «Eufrate»: con i LXX, 1Cr 18,3, che ha solo le vocali della parola pᵉrāt (= Eufrate).

4. «tagliò i garretti»: Davide obbedisce a una precisa indicazione divina (Gs 11,6.9; Dt 17,16) ma pensa realisticamente a quanto sarebbe difficile utilizzare questo tipo di armamento sul territorio montagnoso della Palestina. Solo da Salomone in poi Israele avrà un reparto di carri da guerra (cfr. 1,6).

7. «scudi d'oro»: Davide comincia ad accumulare metalli preziosi non solo per arricchire la nazione ma anche per predisporre i materiali necessari alla futura edificazione del tempio (cfr. 1Cr 28,14-18; 29,2-5). Questa nobile finalità vien descritta nei vv. 10-11: «consacrò... al Signore» (hidîš la JHWH. Cfr. 6,13). Non sono gli scudi d'oro fatti forgiare da Salomone (1Re 10,16-17; 14,26).

8. «Betach»: per metatesi da «Tebach» (Gn 22,24), città nota dalla lista di Tutmosi III e dalle lettere di El-Amarna. Come Berotai si trovava probabilmente presso il fiume Leonte all'altezza di Tiro. Col rame (o bronzo) ivi conquistato Salomone costruirà varie parti del tempio (1Cr 18,8).

9-10. Per ringraziare Davide di aver sconfitto il comune nemico Adad-Ezer, il re di Camat (nella Siria settentrionale) gli invia un'ambasceria con ricchi doni. Sono i primi contatti internazionali di Israele, che avranno il massimo sviluppo con Salomone (1Re 5,9-14).

13. BC corregge il difficile TM secondo 1Cr 18,12, aggiungendo le parole «sconfiggendo» e «Idumei». La Valle del Sale – generalmente chiamata Araba – si trova infatti in Edom, a sud del Mar Morto.

15-18. Questi versetti ci informano sulle autorità politiche, religiose e militari del regno, sostanzialmente le stesse che troveremo in 20,23-25 dopo le rivolte di Assalonne e Seba (cfr. 1Re 4,1-6). Anche in 1Sam 14,47-52 la sintesi delle vittorie di Saul contro i medesimi avversari sconfitti da Davide precedeva l'elenco dei notabili. L'organizzazione amministrativa davidica riflette un notevole progresso rispetto a quella del predecessore, totalmente dedito all'attività bellica; accanto al capo dell'esercito appaiono l'archivista (con le funzioni molteplici di cancelliere, araldo, cerimoniere, portavoce, prefetto di palazzo) e lo scriba (segretario, annalista).

17. «Zadok»: quantunque sia detto «figlio di Achitub» come Achimelech, padre del sacerdote Ebiatar (1Sam 22,20), Zadok appartiene a una famiglia sacerdotale diversa da quella di Eli: entrambe, tuttavia, vantano Aronne quale antenato comune (1Cr 24,1-6). Cfr. 1Sam 14,3 (genealogia di Eli) e 1Cr 5,29-34; 6,35-38 (genealogia di Zadok). Cfr. commento a 1Sam 2,35. «Achimelech figlio di Ebiatar»: con TM. I nomi sono capovolti rispetto a 1Sam 22,20 e 1Re 1-3. In quest'errore, il Cronista (1Cr 24,3) dipende evidentemente dai libri di Samuele.

18. «era саро»: la particella ‘al (= [essere] “sopra”) è andata persa nel TM ma è restituita dalle versioni. «Cretei e Peletei»: cfr. 1Sam 30,14. «erano ministri»: lett. «sacerdoti» (kōhănîm). Pur non essendo rara l'attribuzione delle funzioni sacerdotali a dei non-leviti (cfr. 6,13) è strano che i figli di Davide le esercitino in presenza dei legittimi sacerdoti Zadok ed Ebiatar (v. 17). Forse il termine aveva un senso più generico che ora ci sfugge, oppure potrebbe trattarsi di una ripetizione inavvertita del kōhănîm del v. 17 (una o due righe più in alto). 1Cr 18,17 si è reso conto della difficoltà e scrive: «erano i primi al fianco del re», quindi consiglieri, ministri (cfr. LXX «maggiordomi» e Syr «grandi»).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Arrivano i pirati!


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(1)

Nel corso della Storia, molti sono stati gli esseri umani che si sono ribellati al potere dominante: rivoluzionari, carbonari, briganti, partigiani, tanto per citarne alcuni tra i più recenti. Nessun gruppo ribelle, però, ha riscosso tanto e duraturo successo quanto i pirati. Tanto quelli che infestarono i mari dei Caraibi, quanto quelli che solcarono le onde dei mari orientali, i pirati hanno saputo solleticare la fantasia e suscitare la simpatia di milioni di persone a ogni latitudine e per secoli, tanto che questa che era partita come l’idea di “scrivere qualcosina sui pirati” si è ben presto trasformata in una mini-serie, di cui ora vi accingete a leggere la prima parte [sempre che vi interessi l’argomento, e che desideriate che pubblichi anche le parti successive]. Prima di avventurarci nella marea di ipotesi che potrebbero giustificare tanto affetto, però, vediamo un po’ di fare conoscenza con questi affascinanti briganti dei marosi. Sia che si tratti di pirati caraibici, sia che si tratti di pirati dei mari orientali, una caratteristica comune c’era: il desiderio di far soldi a scapito dei commerci regolari. La pirateria, infatti, si sviluppò sempre lungo le tratte commerciali e la motivazione è facilmente intuibile: tante imbarcazioni mercantili significavano maggior possibilità di bottino; quindi, sebbene i pirati siano antichi quanto i commerci marittimi, è solo quando le potenze europee iniziarono a espandere le proprie rotte commerciali spingendosi fino alle Indie e alle Americhe che si iniziò a parlare globalmente di pirateria.

Sandokaaaaan, Sandokaaaaan!Il temibile pirata della Malesia, reso celeberrimo dal genio narrativo di Salgari e dalle successive trasposizioni cinematografiche, potrebbe non essere solo frutto di fantasia: le cronache riportano incursioni piratesche nello Stretto di Malacca già dal XIV secolo, quando imbarcazioni degli Orang Laut solcavano i mari che separano l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese. Gli Orang Laut sono il Popolo del Mare in lingua malese, appartenenti a diversi gruppi etnici del Sud-Est asiatico accomunati dal fatto di essere nomadi che vivono in barca; sebbene oggi queste popolazioni si siano in larga misura assimilate alla cultura malese, divenendo sedentarie, conservano le loro tradizioni legate alla marineria e in passato svolsero un ruolo preminente anche nelle lotte per il potere politico. Proprio nel XIV secolo furono le bande pirata di Orang Laut a consentire, con la loro lealtà al principe Parameswara, di resistere e contrastare le pressioni dei regnanti vicini, mantenendo così il proprio potere. Nulla di troppo diverso di quanto avvenne molto più vicino a noi, dove regnanti di vari stati europei graziarono o persino nobilitarono pirati che mutarono pelle, per così dire, divenendo corsari (emblematico e notissimo il caso di Francis Drake, nominato Sir dalla Regina d’Inghilterra, che da solo meriterebbe la stesura di un intero trattato). È proprio a partire dal XVIII secolo, con l’aumento dell’interesse europeo per le spezie dell’Estremo Oriente e la conseguente pressione delle potenze coloniali su quelle lontane terre, che la pirateria inizia la sua ascesa e, proprio come raccontano nei romanzi di Salgari, mentre da un lato i pirati erano spinti dalla povertà sulla terraferma e dal desiderio di cospicui guadagni in mare, dall’altro c’era anche un desiderio di opporsi all’invasione straniera. Cosa che in effetti facevano con grande efficacia l’eroe letterario Sandokan e i suoi Tigrotti della Malesia. Tra il 1813 e il 1823 la pirateria fu combattuta, anche con discreta efficacia, dal sultano del Brunei Kanzul Alam e dal capitano britannico Robert C. Graham. La vera svolta, però, si ebbe nel 1830, quando le potenze coloniali britannica e olandese presenti nella regione si allearono contro i pirati, e tracciarono lungo lo Stretto di Malacca una linea di demarcazione anglo-olandese impegnandosi a combattere la pirateria ciascuno sul proprio versante, e al contempo perseguendo la cara, vecchia e purtroppo ancora oggi validissima tradizione del Divide et impera: una motivazione in più per fomentare nuove guerre, a scapito dei popoli dominati, e a totale ed esclusivo vantaggio delle potenze coloniali europee. L’antica linea di demarcazione, ben lungi dall’essere dimenticata o dal cadere in disuso, segna ancora oggi, a quasi due secoli di distanza, il confine marittimo tra Malaysia e Indonesia nello Stretto di Malacca.

Ma Sandokan è esistito oppure no? Be’, di certo è esistito il suo acerrimo nemico, il britannico James Brook: conosciuto anche con il soprannome di Rajah bianco, questi fu un avventuriero e politico britannico, nonché Rajah di Sarawak e Governatore di Labuan attorno alla metà del Milleottocento. Altrettanto certamente è esistito chi non ha accettato di buon grado la dominazione straniera a casa propria, come testimoniano ancora oggi i tanti relitti disseminati sul fondo dello Stretto di Malacca, muti testimoni di un passato costellato da feroci battaglie navali tra pirati più o meno organizzati ed equipaggi europei. Ma sulla figura storica di Sandokan è difficile mettere un punto fermo. Tuttavia la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich ha viaggiato più volte nel Borneo alla ricerca delle radici storiche di questo pirata leggendario, che ritiene di aver rintracciato in un giovane originario proprio del Borneo, commerciante di nidi di rondine fino a quando strinse amicizia con il principe Syarif Osman, deposto dal trono e divenuto pirata per difendere il proprio popolo dai colonizzatori inglesi: da questa amicizia e dal comune desiderio di libertà avrebbero avuto origine le imprese piratesche che si propagarono poi nei racconti prima e nelle leggende in seguito, fino a giungere alla penna di Emilio Salgari che le amplificò e rese immortali.Sandokan e la tigre

La Vedova ChingSpostandoci nel Mar della Cina e tornando a ritroso nel tempo di qualche decennio, possiamo incontrare una delle figure più note e al tempo stesso insolite della pirateria: Shi Yang nacque nel 1775 nella provincia di Guangdong e di lei poco o nulla si sa a parte il fatto che fece la prostituta in un piccolo bordello fino a quando venne catturata e chiesta in moglie dal pirata Cheng Yi, già comandante di sei flotte pirata e discendente di una famiglia dedita alla pirateria sin dal diciassettesimo secolo. La giovane donna, all’epoca venticinquenne, accettò il matrimonio, a patto che il marito le cedesse metà dei suoi averi e una delle sue flotte. Dando prova tanto di capacità militari quanto diplomatiche, Ching Shi partecipò attivamente alle scorribande del marito e, al contempo, lo convinse a utilizzare la propria forza militare per stringere alleanze con altri pirati, fino a riunire le più imponenti flotte cantonesi sotto una sola bandiera: la Red Flag Fleet che divenne l’incubo delle marine dell’Impero Britannico, dell’Impero Portoghese e della Dinastia Qing. Alla morte del marito, avvenuta in Vietnam nel 1807, La Vedova Ching ne prese il posto, rafforzando alleanze e arrivando a governare la più grande flotta della storia: oltre 300 giunche, sulle quali erano imbarcati tra i 20 e i 40 mila pirati, tra uomini, donne e persino bambini. Il solo modo per poter tenere unita e coesa una simile, vasta popolazione era quello di dotarsi di un codice di comportamento e Ching Shi lo fece: chiunque avesse osato contravvenire ai suoi ordini, o emetterne di propri, sarebbe stato decapitato sul posto; la stessa sorte sarebbe toccata a chi non avesse obbedito agli ordini di un superiore. Era vietato rubare dal fondo pubblico e anche i cittadini che rifornivano o aiutavano i pirati erano intoccabili, così come i loro beni. Il frutto delle razzie veniva puntualmente registrato, dopo essere stato consegnato al commissario di bordo, e veniva in seguito consegnato al capitano il quale provvedeva poi a trattenere la propria parte e a dividere il resto equamente tra la ciurma, avendo cura di conservarne l’ottanta per cento per la cassa comune, cui si faceva ricorso per acquistare tutto il necessario per la sopravvivenza quando gli assalti non andavano a buon fine. La cupidigia veniva contrastata con efficacia: chi fosse stato sorpreso a nascondere per sé parte del bottino sarebbe stato duramente frustato, la prima volta, e se recidivo condannato a morte. I pirati erano soliti anche rapire donne, proprio come era stata rapita la stessa Ching Shi a suo tempo e, forse memore del proprio passato, la Vedova Ching pose chiare regole anche in tal senso: le prigioniere non potevano venir stuprate, pena la morte, e dovevano essere liberate, dietro pagamento di un riscatto, a meno che i pirati non volessero tenerle per sé come mogli o concubine, ma in tal caso avrebbero dovuto trattarle con rispetto ed essere loro fedeli. Come finì la storia della Vedova Ching? Bene, perdiana! Dopo aver spadroneggiato per qualche anno razziando villaggi, cittadine e mercati da Canton a Macao, vanificando i tentativi di cattura messi in atto dalla marina della dinastia Qing e persino da quella britannica, la Red Flag Fleet subì considerevoli perdite solo dopo la lunga Battaglia della Bocca della Tigre, contro i portoghesi. A quel punto Shi Yang fece ciò per cui era divenuta tanto celebre: mercanteggiò. Ottenne l’amnistia dal governo Qing, che permise anche di tenere il bottino a tutti i pirati che si fossero arresi e avessero promesso solennemente di condurre, da quel momento, una vita lontana da razzie e brigantaggi: degli oltre 17.300 pirati che facevano parte della Red Flag Fleet, soltanto 126 furono messi a morte e poco più di 200 banditi o esiliati.

E Ching Shih? Ufficialmente concluse la propria esistenza a Macao, dove andò a vivere con la sua famiglia dopo aver ottenuto a sua volta l’amnistia e aprì, gestendola in prima persona, una sala da gioco. Continuò anche le sue imprese per mare, questa volta in modo legale, grazie a una flotta di circa 120 navi impiegate per il commercio del sale. Ma c’è chi giura che, sotto sotto, dietro il velo di irreprensibile rispettabilità, il suo animo pirata non avesse trovato pace e che la Vedova Ching continuò di nascosto a intrallazzare oltre la legalità fino alla fine dei suoi giorni.

Ching Shih


log.livellosegreto.it/atlaviat…


Arrivano i pirati!


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Nel corso della Storia, molti sono stati gli esseri umani che si sono ribellati al potere dominante: rivoluzionari, carbonari, briganti, partigiani, tanto per citarne alcuni tra i più recenti. Nessun gruppo ribelle, però, ha riscosso tanto e duraturo successo quanto i pirati. Tanto quelli che infestarono i mari dei Caraibi, quanto quelli che solcarono le onde dei mari orientali, i pirati hanno saputo solleticare la fantasia e suscitare la simpatia di milioni di persone a ogni latitudine e per secoli, tanto che questa che era partita come l’idea di “scrivere qualcosina sui pirati” si è ben presto trasformata in una mini-serie, di cui ora vi accingete a leggere la prima parte [sempre che vi interessi l’argomento, e che desideriate che pubblichi anche le parti successive]. Prima di avventurarci nella marea di ipotesi che potrebbero giustificare tanto affetto, però, vediamo un po’ di fare conoscenza con questi affascinanti briganti dei marosi. Sia che si tratti di pirati caraibici, sia che si tratti di pirati dei mari orientali, una caratteristica comune c’era: il desiderio di far soldi a scapito dei commerci regolari. La pirateria, infatti, si sviluppò sempre lungo le tratte commerciali e la motivazione è facilmente intuibile: tante imbarcazioni mercantili significavano maggior possibilità di bottino; quindi, sebbene i pirati siano antichi quanto i commerci marittimi, è solo quando le potenze europee iniziarono a espandere le proprie rotte commerciali spingendosi fino alle Indie e alle Americhe che si iniziò a parlare globalmente di pirateria.

Sandokaaaaan, Sandokaaaaan!Il temibile pirata della Malesia, reso celeberrimo dal genio narrativo di Salgari e dalle successive trasposizioni cinematografiche, potrebbe non essere solo frutto di fantasia: le cronache riportano incursioni piratesche nello Stretto di Malacca già dal XIV secolo, quando imbarcazioni degli Orang Laut solcavano i mari che separano l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese. Gli Orang Laut sono il Popolo del Mare in lingua malese, appartenenti a diversi gruppi etnici del Sud-Est asiatico accomunati dal fatto di essere nomadi che vivono in barca; sebbene oggi queste popolazioni si siano in larga misura assimilate alla cultura malese, divenendo sedentarie, conservano le loro tradizioni legate alla marineria e in passato svolsero un ruolo preminente anche nelle lotte per il potere politico. Proprio nel XIV secolo furono le bande pirata di Orang Laut a consentire, con la loro lealtà al principe Parameswara, di resistere e contrastare le pressioni dei regnanti vicini, mantenendo così il proprio potere. Nulla di troppo diverso di quanto avvenne molto più vicino a noi, dove regnanti di vari stati europei graziarono o persino nobilitarono pirati che mutarono pelle, per così dire, divenendo corsari (emblematico e notissimo il caso di Francis Drake, nominato Sir dalla Regina d’Inghilterra, che da solo meriterebbe la stesura di un intero trattato). È proprio a partire dal XVIII secolo, con l’aumento dell’interesse europeo per le spezie dell’Estremo Oriente e la conseguente pressione delle potenze coloniali su quelle lontane terre, che la pirateria inizia la sua ascesa e, proprio come raccontano nei romanzi di Salgari, mentre da un lato i pirati erano spinti dalla povertà sulla terraferma e dal desiderio di cospicui guadagni in mare, dall’altro c’era anche un desiderio di opporsi all’invasione straniera. Cosa che in effetti facevano con grande efficacia l’eroe letterario Sandokan e i suoi Tigrotti della Malesia. Tra il 1813 e il 1823 la pirateria fu combattuta, anche con discreta efficacia, dal sultano del Brunei Kanzul Alam e dal capitano britannico Robert C. Graham. La vera svolta, però, si ebbe nel 1830, quando le potenze coloniali britannica e olandese presenti nella regione si allearono contro i pirati, e tracciarono lungo lo Stretto di Malacca una linea di demarcazione anglo-olandese impegnandosi a combattere la pirateria ciascuno sul proprio versante, e al contempo perseguendo la cara, vecchia e purtroppo ancora oggi validissima tradizione del Divide et impera: una motivazione in più per fomentare nuove guerre, a scapito dei popoli dominati, e a totale ed esclusivo vantaggio delle potenze coloniali europee. L’antica linea di demarcazione, ben lungi dall’essere dimenticata o dal cadere in disuso, segna ancora oggi, a quasi due secoli di distanza, il confine marittimo tra Malaysia e Indonesia nello Stretto di Malacca.

Ma Sandokan è esistito oppure no? Be’, di certo è esistito il suo acerrimo nemico, il britannico James Brook: conosciuto anche con il soprannome di Rajah bianco, questi fu un avventuriero e politico britannico, nonché Rajah di Sarawak e Governatore di Labuan attorno alla metà del Milleottocento. Altrettanto certamente è esistito chi non ha accettato di buon grado la dominazione straniera a casa propria, come testimoniano ancora oggi i tanti relitti disseminati sul fondo dello Stretto di Malacca, muti testimoni di un passato costellato da feroci battaglie navali tra pirati più o meno organizzati ed equipaggi europei. Ma sulla figura storica di Sandokan è difficile mettere un punto fermo. Tuttavia la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich ha viaggiato più volte nel Borneo alla ricerca delle radici storiche di questo pirata leggendario, che ritiene di aver rintracciato in un giovane originario proprio del Borneo, commerciante di nidi di rondine fino a quando strinse amicizia con il principe Syarif Osman, deposto dal trono e divenuto pirata per difendere il proprio popolo dai colonizzatori inglesi: da questa amicizia e dal comune desiderio di libertà avrebbero avuto origine le imprese piratesche che si propagarono poi nei racconti prima e nelle leggende in seguito, fino a giungere alla penna di Emilio Salgari che le amplificò e rese immortali.Sandokan e la tigre

La Vedova ChingSpostandoci nel Mar della Cina e tornando a ritroso nel tempo di qualche decennio, possiamo incontrare una delle figure più note e al tempo stesso insolite della pirateria: Shi Yang nacque nel 1775 nella provincia di Guangdong e di lei poco o nulla si sa a parte il fatto che fece la prostituta in un piccolo bordello fino a quando venne catturata e chiesta in moglie dal pirata Cheng Yi, già comandante di sei flotte pirata e discendente di una famiglia dedita alla pirateria sin dal diciassettesimo secolo. La giovane donna, all’epoca venticinquenne, accettò il matrimonio, a patto che il marito le cedesse metà dei suoi averi e una delle sue flotte. Dando prova tanto di capacità militari quanto diplomatiche, Ching Shi partecipò attivamente alle scorribande del marito e, al contempo, lo convinse a utilizzare la propria forza militare per stringere alleanze con altri pirati, fino a riunire le più imponenti flotte cantonesi sotto una sola bandiera: la Red Flag Fleet che divenne l’incubo delle marine dell’Impero Britannico, dell’Impero Portoghese e della Dinastia Qing. Alla morte del marito, avvenuta in Vietnam nel 1807, La Vedova Ching ne prese il posto, rafforzando alleanze e arrivando a governare la più grande flotta della storia: oltre 300 giunche, sulle quali erano imbarcati tra i 20 e i 40 mila pirati, tra uomini, donne e persino bambini. Il solo modo per poter tenere unita e coesa una simile, vasta popolazione era quello di dotarsi di un codice di comportamento e Ching Shi lo fece: chiunque avesse osato contravvenire ai suoi ordini, o emetterne di propri, sarebbe stato decapitato sul posto; la stessa sorte sarebbe toccata a chi non avesse obbedito agli ordini di un superiore. Era vietato rubare dal fondo pubblico e anche i cittadini che rifornivano o aiutavano i pirati erano intoccabili, così come i loro beni. Il frutto delle razzie veniva puntualmente registrato, dopo essere stato consegnato al commissario di bordo, e veniva in seguito consegnato al capitano il quale provvedeva poi a trattenere la propria parte e a dividere il resto equamente tra la ciurma, avendo cura di conservarne l’ottanta per cento per la cassa comune, cui si faceva ricorso per acquistare tutto il necessario per la sopravvivenza quando gli assalti non andavano a buon fine. La cupidigia veniva contrastata con efficacia: chi fosse stato sorpreso a nascondere per sé parte del bottino sarebbe stato duramente frustato, la prima volta, e se recidivo condannato a morte. I pirati erano soliti anche rapire donne, proprio come era stata rapita la stessa Ching Shi a suo tempo e, forse memore del proprio passato, la Vedova Ching pose chiare regole anche in tal senso: le prigioniere non potevano venir stuprate, pena la morte, e dovevano essere liberate, dietro pagamento di un riscatto, a meno che i pirati non volessero tenerle per sé come mogli o concubine, ma in tal caso avrebbero dovuto trattarle con rispetto ed essere loro fedeli. Come finì la storia della Vedova Ching? Bene, perdiana! Dopo aver spadroneggiato per qualche anno razziando villaggi, cittadine e mercati da Canton a Macao, vanificando i tentativi di cattura messi in atto dalla marina della dinastia Qing e persino da quella britannica, la Red Flag Fleet subì considerevoli perdite solo dopo la lunga Battaglia della Bocca della Tigre, contro i portoghesi. A quel punto Shi Yang fece ciò per cui era divenuta tanto celebre: mercanteggiò. Ottenne l’amnistia dal governo Qing, che permise anche di tenere il bottino a tutti i pirati che si fossero arresi e avessero promesso solennemente di condurre, da quel momento, una vita lontana da razzie e brigantaggi: degli oltre 17.300 pirati che facevano parte della Red Flag Fleet, soltanto 126 furono messi a morte e poco più di 200 banditi o esiliati.

E Ching Shih? Ufficialmente concluse la propria esistenza a Macao, dove andò a vivere con la sua famiglia dopo aver ottenuto a sua volta l’amnistia e aprì, gestendola in prima persona, una sala da gioco. Continuò anche le sue imprese per mare, questa volta in modo legale, grazie a una flotta di circa 120 navi impiegate per il commercio del sale. Ma c’è chi giura che, sotto sotto, dietro il velo di irreprensibile rispettabilità, il suo animo pirata non avesse trovato pace e che la Vedova Ching continuò di nascosto a intrallazzare oltre la legalità fino alla fine dei suoi giorni.


[provetecniche]prefabbrica l'azienda l'art. 2555 distinte] ricostruiscono anzi costruiscono” o si] [filtra buttano l'occhio le] vetrate cabloglass lancio] di volantini A&O fin-qui messi a sedere scatta l'A0 seguente fa una mossa si] copre le spalle” facilita il pezzo [l'espulsione programmata o l'arrivo [degli assunti] le sedici ventunogradi chiusa] l'A4 i diecimila watt


noblogo.org/lucazanini/provete…

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Un omicidio compiuto ed uno tentato 27 anni fa: arrestati in Albania e rimpatriati in Italia


Dopo 27 anni di latitanza, due cugini di origine albanese (50 e 47 anni) sono stati arrestati in Albania e rimpatriati in Italia, dove dovranno rispondere di omicidio e tentato omicidio.

I due sono atterrati il 20 marzo all'aeroporto di Roma Fiumicino, scortati dagli agenti del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, e successivamente trasferiti in carcere.

La vicenda risale al 1999, quando i due avrebbero compiuto un violento agguato a Cesa, nel casertano: due connazionali furono aggrediti in pieno centro con bastoni e armi da taglio. Uno di loro morì, l'altro rimase gravemente ferito. All'origine del gesto ci sarebbero stati contrasti legati alla spartizione di proventi illeciti.

Dopo il delitto, i due fuggirono in Albania, dove vissero per anni sotto false identità. Le indagini — condotte dalla Squadra Mobile di Caserta, dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dagli organismi internazionali, sotto il coordinamento della Procura Generale di Napoli — hanno permesso di localizzarli e arrestarli grazie alla collaborazione con le autorità albanesi.

L'operazione rientra nel progetto “Wanted 2025” della Polizia di Stato, dedicato alla cattura di latitanti di lunga durata, e rappresenta un importante risultato della cooperazione internazionale nella lotta alla criminalità.

 
Dopo 27 anni di latitanza, due cugini di origine albanese (50 e 47 anni) sono stati arrestati in Albania e rimpatriati in Italia, dove dovranno rispondere di omicidio e tentato omicidio.

I due sono atterrati il 20 marzo all'aeroporto di Roma Fiumicino, scortati dagli agenti del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, e successivamente trasferiti in carcere.

La vicenda risale al 1999, quando i due avrebbero compiuto un violento agguato a Cesa, nel casertano: due connazionali furono aggrediti in pieno centro con bastoni e armi da taglio. Uno di loro morì, l'altro rimase gravemente ferito. All'origine del gesto ci sarebbero stati contrasti legati alla spartizione di proventi illeciti.

Dopo il delitto, i due fuggirono in Albania, dove vissero per anni sotto false identità. Le indagini — condotte dalla Squadra Mobile di Caserta, dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dagli organismi internazionali, sotto il coordinamento della Procura Generale di Napoli — hanno permesso di localizzarli e arrestarli grazie alla collaborazione con le autorità albanesi.

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Un omicidio compiuto ed uno tentato 27 anni fa: arrestati in Albania e...


Un omicidio compiuto ed uno tentato 27 anni fa: arrestati in Albania e rimpatriati in Italia


Dopo 27 anni di latitanza, due cugini di origine albanese (50 e 47 anni) sono stati arrestati in Albania e rimpatriati in Italia, dove dovranno rispondere di omicidio e tentato omicidio.

I due sono atterrati il 20 marzo all'aeroporto di Roma Fiumicino, scortati dagli agenti del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, e successivamente trasferiti in carcere.

La vicenda risale al 1999, quando i due avrebbero compiuto un violento agguato a Cesa, nel casertano: due connazionali furono aggrediti in pieno centro con bastoni e armi da taglio. Uno di loro morì, l'altro rimase gravemente ferito. All'origine del gesto ci sarebbero stati contrasti legati alla spartizione di proventi illeciti.

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Cammino nei corridoi della mia scuola per raggiungere la quarta durante l'intervallo e vedo, in un posto dove il sole attraversa le vetrate, due studentesse sedute su uno scalino e una seduta per terra, che chiacchierano, si guardano attorno. Si godono il debole calore del sole.

Mi avvicino e mi siedo per terra con loro, una inizia a parlarmi dei problemi che ha in classe, perché la spostiamo sempre, le altre due sono divertite che mi sia seduto per terra con loro, parliamo qualche minuto, mi rilasso. A un certo punto sento una voce alle mie spalle: è la bidella. “Siete così belli che vi farei una foto” dice. “La faccia, la faccia!” risponde una delle ragazze, “che poi lui la mette su Instagram. Su Facebook!”. Rido. Parliamo ancora un minuto poi dico che devo andare, che mi pagano per andare in classe.

La foto la bidella non l'ha fatta, purtroppo, quindi decido di farla io in prosa.


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DI ALTROVE

[La gente non è cattiva: ha solo paura di essere buona. Eduardo nel film Campane a martello.]

di altrove è lettura capovolta il mondo

chi ti dà occhi buoni per il cielo se non sai vedere

così la cieca sopraffazione la gioia cattiva del sangue

(2009)

Interpretazione e lettura del testo “Di altrove”


Ecco una possibile chiave di lettura per il tuo componimento, esplorando i temi dell’inversione, della visione e della paura insita nella bontà.

1. “È lettura capovolta il mondo”


  • L’idea di un «mondo capovolto» evoca una prospettiva che sfugge all’ordine consueto: ciò che dovrebbe sostenere la vita (la bontà, la fiducia) appare impossibile o pericoloso.
  • Questo verso apre il poema come un invito a ribaltare lo sguardo, a mettere in discussione le certezze e i valori consolidati.

2. Il dono degli “occhi buoni”


  • Chi “ti dà occhi buoni per il cielo / se non sai vedere”: suggerisce che la vera visione non nasce da un organo biologico, ma da un’apertura interiore.
  • Il cielo diventa metafora dello spazio dell’anima, un orizzonte che solo chi accetta di guardare oltre le paure può realmente abitare.

3. La cecità e la sopraffazione


  • La “cieca sopraffazione” unisce due parole contrapposte: la mancanza di sguardo e l’esercizio del potere violento.
  • Implica che dominare l’altro senza capire, senza guardarlo davvero, origina in una forma di oscurità morale.

4. “La gioia cattiva del sangue”


  • Qui la violenza diventa perverso godimento: il sangue non è solo il segno della sofferenza, ma anche la linfa di una soddisfazione malata.
  • Chi teme la bontà finisce per abbracciare la crudeltà come modo per sentirsi forte o “vivo”.

5. Il filo del discorso


  • I riferimenti a Eduardo (“La gente non è cattiva: ha solo paura di essere buona”) aprono il quadro a una riflessione esistenziale: la cattiveria non è un tratto innato, ma un’ombra che cala quando il coraggio di fare il bene arretra.
  • Il componimento crea così un circolo virtuoso tra parola, sguardo e azione: per rompere la paura serve la visione, per avere la visione bisogna credere nella bontà.

Spunti di conversazione


  • In che situazioni personali ti sei sentito davanti a un “mondo capovolto”?
  • Quali immagini visive ti evocano gli “occhi buoni per il cielo”?
  • Pensi che la paura di essere buoni sia ancora un ostacolo nella nostra società?

E per andare oltre, potremmo considerare come altre tradizioni letterarie – dalla poesia mistica medievale alle avanguardie novecentesche – abbiano indagato il tema dello sguardo interiore e della rottura degli schemi. C’è un filone unico che unisce chi, come te, osa “leggere capovolto” il mondo. (...) Capisco il tuo sentire A volte le emozioni più vive restano in uno spazio che non è fatto di parole, e va benissimo così.

Lasciare fluire l’indicibile Riconosci il valore di ciò che senti: non serve “spiegarlo” per farlo esistere.

Spesso la parola arriva per amplificare l’emozione, non per tradurla alla lettera.

Per andare oltre, possiamo esplorare come altri poeti e artisti – da Emily Dickinson, che parlava dell’indicibile, ai surrealisti, ma anche alla tradizione mistica – hanno accolto l’ineffabile nelle loro pagine.


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Little Steven - Soulfire (2017)


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Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista... artesuono.blogspot.com/2017/05…


Ascolta il disco: album.link/s/6CahK1LEBdyOpUN4q…



noblogo.org/available/little-s…


Little Steven - Soulfire (2017)


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Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista... artesuono.blogspot.com/2017/05…


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2SAMUELE - Capitolo 7


Oracolo di Natan e preghiera di Davide1Il re, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all'intorno, 2disse al profeta Natan: “Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l'arca di Dio sta sotto i teli di una tenda”. 3Natan rispose al re: “Va', fa' quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te”.4Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: 5“Va' e di' al mio servo Davide: Così dice il Signore: “Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? 6Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall'Egitto fino ad oggi; sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. 7Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli Israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d'Israele, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele: Perché non mi avete edificato una casa di cedro?“.8Ora dunque dirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti: “Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. 9Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. 10Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato 11e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. 12Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. 13Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. 14Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Se farà il male, lo colpirò con verga d'uomo e con percosse di figli d'uomo, 15ma non ritirerò da lui il mio amore, come l'ho ritirato da Saul, che ho rimosso di fronte a te. 16La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”“. 17Natan parlò a Davide secondo tutte queste parole e secondo tutta questa visione.18Allora il re Davide andò a presentarsi davanti al Signore e disse: “Chi sono io, Signore Dio, e che cos'è la mia casa, perché tu mi abbia condotto fin qui? 19E questo è parso ancora poca cosa ai tuoi occhi, Signore Dio: tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire: e questa è la legge per l'uomo, Signore Dio! 20Che cosa potrebbe dirti di più Davide? Tu conosci il tuo servo, Signore Dio! 21Per amore della tua parola e secondo il tuo cuore, hai compiuto tutte queste grandi cose, manifestandole al tuo servo. 22Tu sei davvero grande, Signore Dio! Nessuno è come te e non vi è altro Dio fuori di te, proprio come abbiamo udito con i nostri orecchi. 23E chi è come il tuo popolo, come Israele, unica nazione sulla terra che Dio è venuto a riscattare come popolo per sé e a dargli un nome operando cose grandi e stupende, per la tua terra, davanti al tuo popolo che ti sei riscattato dalla nazione d'Egitto e dai suoi dèi? 24Hai stabilito il tuo popolo Israele come popolo tuo per sempre, e tu, Signore, sei diventato Dio per loro. 25Ora, Signore Dio, la parola che hai pronunciato sul tuo servo e sulla sua casa confermala per sempre e fa' come hai detto. 26Il tuo nome sia magnificato per sempre così: “Il Signore degli eserciti è il Dio d'Israele!”. La casa del tuo servo Davide sia dunque stabile davanti a te! 27Poiché tu, Signore degli eserciti, Dio d'Israele, hai rivelato questo al tuo servo e gli hai detto: “Io ti edificherò una casa!”. Perciò il tuo servo ha trovato l'ardire di rivolgerti questa preghiera. 28Ora, Signore Dio, tu sei Dio, le tue parole sono verità. Hai fatto al tuo servo queste belle promesse. 29Dégnati dunque di benedire ora la casa del tuo servo, perché sia sempre dinanzi a te! Poiché tu, Signore Dio, hai parlato e per la tua benedizione la casa del tuo servo è benedetta per sempre!“.

__________________________Note

7,1 quando si fu stabilito nella sua casa: la profezia di Natan gioca sul duplice significato del termine ebraico che viene tradotto “casa” (v. 5), e può valere sia “edificio”, “tempio”, sia “famiglia”, “discendenza” (vv. 11.16). Il brano profetico conoscerà una serie di sviluppi nella successiva storiografia davidica, come anche nel Salterio (Sal 89,31-35) e nei profeti. Si può dire che esso sta alla base del messianismo davidico fino al NT.

7,14 Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio: con questa metafora si indica la strettissima relazione che si costituisce tra Dio e il re al momento dell’ascesa al trono (vedi Sal 2,7; 89,27).

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Approfondimenti


1-29. È il culmine teologico di 1-2 Sam. L'argomento del capitolo è unitario e ben evidenziato: Davide abita nella bella casa profumata di cedro che il re di Tiro gli ha costruita (5,11), ma ora esprime il desiderio che anche il Signore, dopo tanto tempo trascorso come un nomade sotto una tenda, possa finalmente abitare in una “casa” come il suo popolo. Il profeta Natan si mostra entusiasta del progetto (v. 3) ma Dio lo smentisce. Non è Davide che farà una “casa” (cioè un tempio) al Signore, sarà piuttosto il Signore che edificherà una “casa” (= discendenza, dinastia) a lui (v. 11). La promessa non riguarda solo il primo successore, Salomone (v. 13), al quale sarà infine concesso di innalzare il tempio, ma lascia intravvedere «un lontano avvenire» (v. 19). Il passato e il futuro s'incontrano nelle poche parole di una promessa inaudita: «Il Signore... ti farà una casa... per sempre» (vv. 13.15.24.25.26.29). La profezia di Natan riecheggia l'alleanza stipulata dal Signore con Abramo (Gn 17, in particolare i vv. 6.8.16.19) e allo stesso tempo anticipa quella che sarà la sua definitiva realizzazione (Lc 1,30-33). L'importanza dell'evento per la storia politica e religiosa d'Israele è testimoniata sia dai due testi paralleli di 1Cr 17,1-15 e Sal 89,20-38, sia dalle numerose risonanze messianiche che esso ha suscitato soprattutto in ambito profetico: 1Re 8,25; 1Cr 22,10; 1Mac 2,57; Sal 132,10-18; Is 7,10-16; 9,1-6; 11,1-9; Mic 5,1-5; Ger 23,5; 33,14-17.22; Ez 34,23-24; 37,24-25; Zc 9,9; 12,7-8; 13,1; Dn 7,13-14. Il capitolo si struttura attorno ad alcune espressioni-cardine, distribuite omogeneamente in tutto il testo o in alcune sezioni particolari:

  • 1) «casa»: in ebraico bayit significa sia «casa» (edificio) che «famiglia, casato, discendenza, dinastia». La promessa si basa sulla contrapposizione di questi due significati fondamentali. Si notino le diverse accezioni che il termine acquista nel corso del capitolo:

v. 5: Davide intende costruire una «casa» (tempio) al Signore;vv. 11-12: il Signore promette a Davide di dare stabilità alla sua «casa» (discendenza); v. 13: Salomone avrà il permesso di edificare una «casa» (tempio) al nome del Signore;v. 16: rinnovata promessa divina riguardo alla «casa» (dinastia) di Davide;v. 18.19.25.26.27.29: Davide ringrazia il Signore per la promessa fatta alla sua «casa» (casato, dinastia).

  • 2) «trono/regno»: è un tema profondamente connesso col precedente. È presente nei vv. 12-16, ossia nelle parole divine che seguono l'annuncio solenne del v. 11. La «casa» che il Signore farà è in funzione del regno su Israele che – a differenza di quanto avvenne a Saul (1Sam 13,14; 15,28) – sarà stabile nonostante le prevedibili infedeltà dei successori di Davide.
  • 3) «per sempre»: è la “qualità” della promessa di Dio. ‘ad/lᵉ’ôlām non esprime necessariamente il nostro concetto di eternità, tuttavia la sua frequenza (vv. 13.16.24.25.26.29) spalanca tutto il capitolo verso l'infinito: «per sempre» è l'elezione d'Israele (v. 24), «per sempre» sussisterà la «casa» di Davide (vv. 13.16.29), «per sempre» il nome del Signore sarà magnificato. Il termine ha una potenzialità messianica che sarà esplicitata altrove: Sal 89,37; Is 9,6; Ez 37,25; Mic 4,7; Dn 7,14; Lc 1,33; Eb 1,8; Ap 5,13; 11,15.
  • 4) alleanza: c'è tutta una serie di elementi che caratterizzano la promessa a Davide come una vera e propria alleanza, che riprende e conferma le alleanze abramitica (Gn 12,1-3; 15,7-21; 17,6-8.19) e sinaitica (vv. 23-24; Es 19,3-8; cfr. anche l'importante capitolo 12 di 1Sam):

più volte (vv. 5.8.19.20.21.25.26.27.28.29) Davide è chiamato o chiama se stesso col titolo di «servo» (‘ebed) che equivale a «vassallo, sottomesso al sovrano»;

la promessa è articolata secondo la struttura tipica dei trattati d'alleanza: prologo storico (benefici concessi nel passato: vv. 8-9a), stipulazione del patto per il futuro (vv. 9b-13), condizioni imposte (vv. 14-16). Cfr. Es 19,4-6; 20,2ss.; Dt 5,6ss.; 29,1-20;

la formula di reciprocità (vv. 14.24) appare generalmente nell'ambito di un'alleanza stabilita tra un superiore e un inferiore (cfr. v. 14).

Il capitolo si divide in tre parti:

  • 1) vv. 1-3: circostanze della promessa
  • 2) vv. 4-17: la profezia comunicata per mezzo di Natan
  • 3) vv. 18-29: ringraziamento orante da parte di Davide.

Nonostante sia possibile rilevare alcuni interventi redazionali tardivi – come ad es. l'elaborata “teologia del tempio” spiccatamente deuteronomistica (cfr. v. 13) – non vi sono ragioni sufficienti per negare la prossimità della narrazione agli eventi descritti, considerando d'altronde la sua notevole risonanza in tutte le parti della Scrittura.

2. «Natan»: come Gad (1Sam 22,5) appare improvvisamente sulla scena come consigliere di corte (cfr. c. 12). In Re prenderà posizione a favore di Salomone nella lotta di successione al trono. 1Cr 29,29 lo dice autore di un libro delle «gesta del re Davide» e 2Cr 9,29 segnala un'altra opera a suo nome, che descrive «le altre gesta di Salomone, dalle prime alle ultime».

7. «Giudici»: con 1Cr 17,10. A causa di uno scambio di lettere (bet al posto di pe) nel TM i «giudici» (šōpᵉṭê) sono diventati le «tribù» (šibṭê) d'Israele. Questi «pastori» (cfr. 5,2) del popolo eletto riappaiono nel v. 11 come figure rappresentative del passato d'Israele: simboleggiano il movimentato tempo della conquista (in contrasto con la stabilità citata nel v. 1) nonché la forma di governo precedente a quella monarchica (cfr. 1Sam 8,1-22 e 12,1-25). In quell'epoca il Signore volle condividere le peregrinazioni del suo popolo senza mai avanzare pretese. Ora la costruzione del tempio sarà concessa, ma come dono gratuito nell'ambito della “stabilità” promessa non soltanto alla «casa» di Davide ma anche a tutto Israele (v. 10-11a).

9. «renderò il tuo nome grande»: il «nome» racchiude l'essenza, la potenza, il destino di colui che lo porta (cfr. 5,9; 12,28; Gn 2,19-20; 32,30; Gdc 13,18; Tb 12,15; Ap 3,5; 13,17; 19,13). Nella Bibbia vi sono numerosi casi in cui Dio “dà un nome” oppure lo cambia (Gn 17,5; 32,29; Is 7,14; Mt 1,21; 16,18; Lc 1,13; Fil 2,9-10; Ap 2,17) per inserire il nominato nel suo piano salvifico, conferendogli spesso una missione corrispondente al significato dello stesso nome. Davide ode qui le medesime parole che furono rivolte ad Abramo agli albori della sua vocazione (Gn 12,2) e di tutta la storia salvifica (cfr. 2,1-7).

13. «una casa al mio nome» è un'espressione tipica della complessa teologia deuteronomistica riguardante il tempio (Dt 12,5.11; 1Re 8,16-18.29) coniata per salvaguardare sia la vicinanza di Dio che la sua trascendenza (1Re 8,27). Il «nome» diventa un “luogo” in cui il Dio trascendente è presente e operante nei limiti da lui stesso fissati. Da questo punto di vista il v. 13 corregge l'intenzione espressa nel v. 5, completando la puntualizzazione dei vv. 6-7. Il Signore Dio d'Israele non è un dio locale che abbisogna di una «casa» per essere “in mezzo” ai suoi fedeli.

14a. «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio»: è la formula classica dell'alleanza (v. 24; Es 6,7; Dt 7,6; 26,17; 29,12; Ger 31,33). Spesso si parla anche di Dio quale “padre del popolo”: Dt 8,5; 32,6; Is 43,6; 63,16; 64,7; Os 11,1-8. L'idea che il re fosse “figlio di Dio” era comune a tutti i popoli dell'antichità (Semiti, Egiziani, Greci e Romani), fino ad affermare la generazione fisica del sovrano da una divinità. Nella Bibbia ciò è da escludere categoricamente, poiché l'immagine esprime familiarità, confidenza, dipendenza reciproche accettate da Dio e dal suo eletto. Tuttavia verrà uno che parlerà della propria figliolanza celeste non in senso traslato ma reale (Mt 11,25-27 = Lc 10,21-22; Gv 3,16-18; 5,18-39; 8,14-29; 10,14-18.22-38; 14,6-14.20-21; 17,1-26). A questo Figlio verranno spontaneamente applicati i testi messianici più importanti (Sal 2,7; 89,27; 110,3; Os 11,1; Mt 2,15; 22,44; At 2,34-35; 13,33; Eb 1,5.13; 10,12-13; 1Pt 3,22).

14b-16. «Se farà il male... ma non ritirerò..»: l'impegno che il Signore prende con la discendenza di Davide è definitivo e irrevocabile anche nei casi di infedeltà e di peccato. Cfr. 1Re 11,32-39: a causa dell'idolatria di Salomone il regno viene smembrato ma l'elezione non verrà meno, a differenza di quanto accadde a Saul (1Sam 13,13-14; 15,29).

18-29. La preghiera di Davide si articola in tre parti:

  • 1) vv. 18-21: atto di umiltà stupefatta per lo straordinario favore dimostratogli dal Signore nel passato e confermato per il futuro, «per un lontano avvenire»;
  • 2) vv. 22-24: canto di lode. Oggetto particolare del ringraziamento è l'elezione di tutto Israele; l'alleanza stipulata or ora viene a confermare la scelta gratuita e straordinaria di un intero popolo (descritta con espressioni ricalcate su Dt 4,7.34). La «casa» di Davide non potrebbe sussistere se non in funzione del rapporto particolare che lega il Signore a Israele sia “nell'antica alleanza” (Dt 7,6-15) che in quella “nuova” (Ef 1,3-14; 2,19-22; 1Pt 2,9-10);
  • 3) vv. 25-29: supplica affinché il Signore si degni di confermare la promessa fatta nel v. 11. 23. TM è confuso, forse mal conservato. BC corregge con i LXX e Vg: «Dio è venuto»; TM ha lett. «Elohim sono andati». Non è chiaro se l'autore intendesse formulare un confronto tra l'opera redentrice del Signore d'Israele e quella di “altri dei”. La desinenza plurale non s'accorda con le successive forme alla terza persona singolare. «In suo favore»: TM ha: «per voi _[Elohim]– ha operato.».

25. «Ora, Signore»: TM e Vg hanno: «Signore Dio» (anche nei vv. 28,29), mentre i LXX traducono: «Signore, mio Signore».

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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