Warren Zevon — The Wind (2003)
Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947–7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera... silvanobottaro.it/archives/399…
Ascolta il disco: album.link/s/4nFHFjMCqWuFXyzuX…
Mi chiama il corriere di Amazon, rispondo. È una voce femminile, quella che sento, che parla un italiano stentato, ma corretto. Sembra avere un accento russo o ucraino. Cerco di spiegarle dove abito, ma capisco che – no – meglio che corra a un chilometro da casa mia per intercettarla. “Ti chiedo – mi dice alla fine – se mi porti un cucchiaio di plastica”. Resto interdetto alla cornetta. Penso di non aver capito bene. “Un cucchiaio di plastica?” chiedo “Un cucchiaio di plastica” conferma lei.
Sto iniziando a ipotizzare che possa essere un errore di traduzione, che il pacco sia grosso e serva una carriola, quando lei aggiunge “non c'entra Amazon”. “Ah” faccio io. Metto giù. Apro la dispensa. Non ho cucchiai di plastica. Ne prendo uno di metallo, vecchio, che non usiamo più, mi metto la giacca, salgo sulla bicicletta e corro nel posto dove – forse – credo di aver capito potrebbe esserci il corriere.
Lì c'e lei che ha già mollato il mio pacco per terra. “Stavo facendo manovra” mente. È una ragazza alta, magra, dai lineamenti caucasici. Mento anche io, non ho idea di quali siano davvero i lineamenti caucasici, ma scriverlo fa molto romanzo d'appendice. È una ragazza con una bellezza rude, maschile e io sono il solito fesso. Le sorrido, fingo che non stesse mollando il mio pacco Amazon per strada e tiro fuori il mio cucchiaio.
“Non ne ho di plastica” le spiego allungando quello di metallo. Lei mi sorride e lo prende, “ah” dice e lo mette via e capisco che il mio cucchiaio di metallo ormai non lo vedrò mai più. Fotografa il pacco con il cellulare, guarda la mia bici, dice “ah usi la bici”, io annuisco. Fa per andarsene. “Ma scusa – le chiedo – cosa ti serve il cucchiaio?”. Lei mi guarda con uno sguardo indecifrabile, ride e mi dice “per mangiare!”.
E io resto lì a pensare che linea deve esserci dietro questa ragazza, da dove parte, per farla arrivare qua, nel 2026, in questa viuzza collinare vicino casa mia con un furgoncino a mollare pacchi Amazon, con il suo accento russo o ucraino, con la fame nello stomaco e un cucchiaio di metallo di Venerandi in mano. Quanta quanta strada particolare.
“Buon appetito allora!” le dico e salgo sulla mia bici ridacchiando come una canaglia.
Anche per voi
salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi rivolto a quelli che lo inchioderanno anche per voi che ancora nei secoli mi schiaffeggiate sputate negando la vita buttandola tra i rifiuti aizzando popolo contro popolo sotto tutte le latitudini salgo sulla croce anche per voi che mi sprecate nelle icone per voi nuovi erodi/eredi della svastica che insanguinate la luce delle stelle oscurando la Notte della mia nascita anche per voi potenti della terra razza di serpenti che non sopportate di sentirmi nominare dal mio costato squarciato fiumi di sangue tracciano il cammino della storia la mia Passione è un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti dinanzi al vostro immenso Spreco con cui avete eretto babeli di lussuria come cultura di morte
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Questo poema, attribuito a Felice Serino, attraversa un territorio emotivo e simbolico intensamente carico. È un testo che parla di sacrificio e redenzione, utilizzando l’immagine della croce in modo non solo cristologico ma anche come metafora di una sofferenza collettiva. L’io lirico proclama:
“salgo sulla croce anche per voi”
questa affermazione diventa un ritornello che richiama alla mente la figura del Salvatore, ma al contempo si trasforma in una denuncia aspra contro chi, nel corso dei secoli, ha negato la vita e seminato divisioni. Con parole forti e immagini crude, l’autore si rivolge a coloro che “inchioderanno” il suo destino, a chi spolia e disprezza il valore umano, usando simboli come “nuovi erodi/eredi della svastica” e “razza di serpenti” per evocare, con una carica provocatoria, tradimenti e oppressioni che si ripetono nel tempo .
Temi e immagini principali
- Sacrificio e Redenzione:La ripetizione della dichiarazione “salgo sulla croce anche per voi” richiama in maniera inequivocabile la passione e la sofferenza di Gesù. Tuttavia, l’uso di questo simbolo sacro va oltre l’ambito religioso tradizionale, assumendo una funzione universale: quella di portare una testimonianza di dolore e sacrificio per la collettività. È un invito a riconoscere che il patimento e l’abnegazione possono essere strade per una possibile trasformazione.
- Critica Sociale e Politica:Il testo si fa veicolo di una critica feroce contro poteri e autorità che generano divisioni e neghino la dignità della vita. La menzione di “sprecate nelle icone” e dei “nuovi erodi/eredi della svastica” è una condanna della fascinazione per il potere e della manipolazione ideologica, elementi che nel corso della storia hanno condotto a episodi di violenza e segregazione. La poetica si interroga sulla responsabilità collettiva nel perpetuare sistemi ingiusti che dividono “popolo contro popolo” .
- Il Silenzioso Urlo della Passione:Nei versi finali, l’autore descrive la propria passione come “un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti”. Qui si colpisce l’idea che, nonostante la sofferenza individuale, esiste un dolore universale, silente e sommesso, ma che risuona in ogni anima opprimente. Questa immagine rafforza il senso di una colpa e di una denuncia condivisa, in cui la sofferenza si fa simbolo di una verità che esige giustizia.
Riflessioni e considerazioni ulteriori
Il poema utilizza un linguaggio fortemente evocativo e carico di tensione, dove ogni immagine è studiata per scuotere la coscienza del lettore. Il contrasto tra la sacralità della croce e la profanazione rappresentata da chi “sputate” e “schiaffeggiate” la vita, crea una dialettica drammatica che induce a riflettere sul valore autentico del sacrificio. Questa dualità spinge il lettore a interrogarsi sul senso della redenzione in un contesto in cui le istituzioni, la cultura e le simbologie religiose sono spesso strumentalizzate per sostenere sistemi di potere autoritari.
La scelta di riferirsi a simboli storici e religiosi (come la croce, la svastica, e il serpente) diventa così un mezzo per evidenziare la continua presenza dell'oppressione nei meccanismi sociali – un meccanismo che, pur rinnovandosi, conserva lo stesso volto della violenza e della negazione della vita. Il testo, dunque, non si accontenta di una semplice confessione personale: è un fuoco di protesta contro l’indifferenza e contro la retorica che trasforma il sacro in strumento di oppressione.
Spunti per approfondire
Oltre a queste considerazioni, si potrebbero esplorare altri aspetti, come l’influenza della tradizione cristiana nella letteratura di protesta, o come il linguaggio poetico diventi un mezzo per denunciare le ingiustizie sociali. La potenza delle immagini, la scelta dei simboli e la struttura ripetitiva del testo offrono numerosi spunti di riflessione sulla nostra società e su come il sacrificio, inteso sia in senso spirituale che umano, possa trasformarsi in un atto di resilienza e speranza.
: “Poesia: Anche per voi – Libero Community” : “Anche per voi, di Felice Serino [Poesia] :: LaRecherche.it”
GIUDICI - Capitolo 5
Cantico di Dèbora1In quel giorno Dèbora, con Barak, figlio di Abinòam, elevò questo canto:2“Ci furono capi in Israele per assumere il comando; ci furono volontari per arruolarsi in massa: benedite il Signore!3Ascoltate, o re, porgete l'orecchio, o sovrani; io voglio cantare al Signore, voglio cantare inni al Signore, Dio d'Israele!4Signore, quando uscivi dal Seir, quando avanzavi dalla steppa di Edom, la terra tremò, i cieli stillarono, le nubi stillarono acqua.5Sussultarono i monti davanti al Signore, quello del Sinai, davanti al Signore, Dio d'Israele.6Ai giorni di Samgar, figlio di Anat, ai giorni di Giaele, erano deserte le strade e i viandanti deviavano su sentieri tortuosi.7Era cessato ogni potere, era cessato in Israele, finché non sorsi io, Dèbora, finché non sorsi come madre in Israele.8Si preferivano dèi nuovi, e allora la guerra fu alle porte, ma scudo non si vedeva né lancia per quarantamila in Israele.9Il mio cuore si volge ai comandanti d'Israele, ai volontari tra il popolo: benedite il Signore!10Voi che cavalcate asine bianche, seduti su gualdrappe, voi che procedete sulla via, meditate;11unitevi al grido degli uomini schierati fra gli abbeveratoi: là essi proclamano le vittorie del Signore, le vittorie del suo potere in Israele, quando scese alle porte il popolo del Signore.12Déstati, déstati, o Dèbora, déstati, déstati, intona un canto! Sorgi, Barak, e cattura i tuoi prigionieri, o figlio di Abinòam!
13Allora scesero i fuggiaschi per unirsi ai prìncipi; il popolo del Signore scese a sua difesa tra gli eroi.14Quelli della stirpe di Èfraim scesero nella pianura, ti seguì Beniamino fra le tue truppe. Dalla stirpe di Machir scesero i comandanti e da Zàbulon chi impugna lo scettro del comando.15I prìncipi di Ìssacar mossero con Dèbora, Barak si lanciò sui suoi passi nella pianura. Nei territori di Ruben grandi erano le esitazioni.16Perché sei rimasto seduto tra gli ovili ad ascoltare le zampogne dei pastori? Nei territori di Ruben grandi erano le dispute.17Gàlaad sta fermo oltre il Giordano e Dan perché va peregrinando sulle navi? Aser si è stabilito lungo la riva del mare e presso le sue insenature dimora.18Zàbulon invece è un popolo che si è esposto alla morte, come Nèftali, sui poggi della campagna!19Vennero i re, diedero battaglia, combatterono i re di Canaan a Taanac, presso le acque di Meghiddo, ma non riportarono bottino d'argento.20Dal cielo le stelle diedero battaglia, dalle loro orbite combatterono contro Sìsara.21Il torrente Kison li travolse; torrente impetuoso fu il torrente Kison. Anima mia, marcia con forza!22Allora martellarono gli zoccoli dei cavalli al galoppo, al galoppo dei destrieri.
23Maledite Meroz – dice l'angelo del Signore –, maledite, maledite i suoi abitanti, perché non vennero in aiuto al Signore, in aiuto al Signore tra gli eroi.24Sia benedetta fra le donne Giaele, la moglie di Cheber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda!25Acqua egli chiese, latte ella diede, in una coppa da prìncipi offrì panna.26Una mano ella stese al picchetto e la destra a un martello da fabbri, e colpì Sìsara, lo percosse alla testa, ne fracassò, ne trapassò la tempia.27Ai piedi di lei si contorse, cadde, giacque; ai piedi di lei si contorse, cadde; dove si contorse, là cadde finito.28Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sìsara, dietro le grate: “Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché così a rilento procedono i suoi carri?“.29Le più sagge tra le sue principesse rispondono, e anche lei torna a dire a se stessa:30“Certo han trovato bottino, stan facendo le parti: una fanciulla, due fanciulle per ogni uomo; un bottino di vesti variopinte per Sìsara, un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due ricami è il bottino per il mio collo”.
31Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore! Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore”.
Poi la terra rimase tranquilla per quarant'anni.
__________________________Note
5,1-31 Questo breve poema molto antico, detto cantico di Dèbora, narra lo stesso evento di 4,1-23.
5,4-5 Seir… Edom… Sinai: stanno a indicare il meridione d’Israele; un’antica tradizione attesta che Dio abita nel sud e da qui viene in aiuto al suo popolo (Dt 33,2; Sal 68,8-9; Ab 3,3).
5,14-18 In questa antichissima lista di tribù mancano Giuda e Simeone, perché lontane o perché le comunicazioni sono state tagliate. Machir (v. 14) sta per Manasse occidentale, Gàlaad (v. 17) sta forse per Gad.
5,19 Vennero i re: si trattò, quindi, di una coalizione e non di un singolo re, come dice il testo in prosa. Taanac e Meghiddo sono due delle più importanti città che sorgono a controllo della valle di Izreèl. Le acque di Meghiddo sono forse il piccolo torrente che passa vicino a questa città e si getta nel Kison.
5,23 Maledite Meroz: forse una città posta a sud di Kedes di Nèftali, che non ha partecipato al combattimento.
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Approfondimenti
5,1-31. Questa mirabile composizione poetica è detta “cantico di Debora” non perché sia stata scritta da Debora, nonostante i vv. 1 e 7. Debora (in ebraico significa «ape») è anzi direttamente interpellata nel cantico (v. 12). Il poema fa menzione esplicita di Giaele, dichiarandola «benedetta fra le donne» (v. 24). Ma la lode e la benedizione espresse con grande lirismo nel carme si concentrano soprattutto su JHWH e sulle sue vittorie in favore d'Israele. L'autore ha fatto uso, verosimilmente, di materiale antecedente. Per altro è egli stesso da collocare in un periodo molto antico, forse non molto tempo dopo i fatti, nel sec. XI a.C. Lungo il cantico si alternano descrizioni in terza persona, del peccato d'Israele (vv. 6-8), o delle varie tribù (vv. 14-18), o della battaglia (vv. 19-22), a invocazioni dirette, in cui l'autore si rivolge o a Israele, per invitarlo a benedire JHWH (v. 2.9-11), oppure ai nemici (v. 3), allo stesso JHWH (v. 4), o anche a Debora (v. 12) e a Barak (v. 12b).
Le scene proposte di volta in volta sono di grande intensità e vivacità. Il poeta, in prima persona, emerge qua e là d'improvviso, invitando, interrogando, rimproverando, minacciando. Il canto è chiuso da tre unità, la cui diversità d'accento e di contenuto crea contrasti di notevole effetto: un invito a maledire (v. 23), la già menzionata benedizione di Giaele, dilatata nella agile, crudele e compiacente descrizione della sua impresa (vv. 24-27), e infine il quadro di singolare intensità e modernità della madre di Sisara, che attende invano il ritorno del figlio ucciso. Tra i tanti aspetti mirabili di questa pagina, che è tra le più notevoli della letteratura antica, c'è anche il rilievo dato alle tre figure femminili, Debora, Giaele e la madre di Sisara, scolpite con raffinatezza.
1. Il versetto è un'aggiunta fatta in un secondo momento. Né Debora né Barak (nonostante il v. 7) figurano come autori, lungo tutto il cantico.
4-5. Cfr. per teofanie analoghe, Dt 33,2; Sal 68,8s.; Ab 3,3-15. JHWH esce dal sud, dove abita (Seir qui indica genericamente la regione di Edom) e procede accompagnato da fenomeni naturali straordinari. Il cosmo e la natura segnalano e veicolano la presenza potente di JHWH. In altre teofanie JHWH arriva dal nord (Ez 1,4), o da Sion (Sal 50,2). È sempre accompagnato da sconvolgimenti cosmici. Oltre al terremoto, alle nubi e alla pioggia, elencati qui, Sal 18,8-16 menziona il tuono, il lampo, il fumo, la grandine, le tenebre. Al profeta Elia, invece, è dato di esperimentare una teofania opposta (1Re 19,11ss.) JHWH gli si manifesta non nella grandiosità degli elementi naturali scatenati, bensì nell'impercettibile brezza, a significare che la sua azione quotidiana e nascosta non è meno efficace delle sue gesta potenti.
6-7. Né Samgar né Giaele erano israeliti. Dovevano appartenere a clan nomadici, che in qualche modo si sono trovati a combattere dalla parte d'İsraele, contro nemici comuni. Samgar contro i Filistei (3,31) e Giaele da protagonista contro Sisara. Debora è detta «madre in Israele», con un titolo altamente onorifico.
14-18. Machir è figlio primogenito di Manasse e capo di metà della tribù omonima stanziatasi al di là del Giordano, nel territorio di Galaad e di Basan (Nm 26,29; 32,39ss.; 36,1; 1Cr 7,14-17). Nell'elenco mancano le tribù di Giuda e di Simeone. Galaad sta per Gad. Zabulon è menzionata due volte.
19-22. Qui si parla di «re di Canaan», alleatisi contro Israele, anche se il v. 20 menziona come nemico d'Israele soltanto Sisara. Il cielo combatte contro il capo delle truppe nemiche, riversando acque abbondanti, che fanno straripare il fiume e impantanare i carri dell'esercito.
23. Gli abitanti di Meroz, pur essendo Israeliti, devono essersi rifiutati di collaborare. Per questo, meritano una maledizione, che equivale all'esclusione definitiva dalla comunità d'Israele.
24-27. Può darsi che Gdt 13,18-20 si ispiri a questo passo. L'immagine intensa e non priva di gioia crudele è quella di Sisara colpito con estrema precisione e violenza alla nuca, mentre sta dissetandosi avidamente a una coppa di latte acido.
28-30. Anche il quadro finale è insolitamente vivace e patetico, carico di tragica ironia.
31. Il versetto conclusivo sintetizza la teologia del canto. Parlando della «pace», o riposo, o tranquillità, in cui viene a trovarsi «il paese», esso denuncia senza ambiguità la mano del Deuteronomista (cfr. Gs 21,44). La frase chiude questa pagina altamente poetica e riconduce il racconto nel suo alveo prosastico, ma di una prosa anch'essa molto valida sul piano letterario, come mostrano i capitoli seguenti.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light (2016)
L'America è stata costruita (anche) sulla mitologia del treno. Tra un punto e l'altro dell'immensa distesa della nazione, la ferrovia ha creato connessioni fra luoghi, persone e comunità, rendendo meno spaventoso l'isolamento umano nella proverbiale wilderness americana. La forza di questa trasformazione, che ha condotto il paese verso la prepotente modernità e ne ha generato anche uno sradicamento umano, è stata da sempre testimoniata dalle canzoni folk, intese proprio nell'accezione più profonda possibile, come racconti popolari, riflessi sulla vita quotidiana della gente... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/3Nq4M2jM1sZT5Pgv3…
assolutamente indispensabile tagliare i legami tra EU e israhell:eci.ec.europa.eu/055/public/#/…
* iniziative per l'interruzione dei rapporti tra la città di Roma e lo stato genocida: differx.noblogs.org/2026/01/21…
Davos 2026: il bullo, la Groenlandia e i dazi.
(198)
#Trump a Davos ha trasformato il World Economic Forum in un'asta immobiliare da quattro soldi, piantandosi sul palco a blaterare che l'Europa è un disastro irriconoscibile – “non nella maniera positiva”, ha detto lui, dalla sua bolla svizzera blindata – e che solo gli USA possono “salvare” la Groenlandia con negoziati immediati, altrimenti via con dazi al 10-25% su acciaio, auto e tutto ciò che l'Europa produce di decente. Ha giurato che non è una minaccia per la NATO, figuriamoci: niente urla “alleanza solida” come minacciare di comprarti un territorio danese sotto ricatto commerciale, mentre difende le sue tariffe come “sicurezza nazionale”, cioè o cedete l'Artico o i vostri export diventano il mio bancomat elettorale. L'Europa, però, stavolta non sta a guardare con la bocca aperta: il Parlamento UE ha già congelato l'accordo commerciale USA siglato l'estate scorsa, bollando le minacce di Trump come coercizione pura, e ora si parla di “trade bazooka” per ritorsioni su vasta scala. Von der Leyen e i leader tuonano contro questa “spirale pericolosa tra alleati”, promettendo risposte inflessibili, mentre a Bruxelles sale il fronte per un'autonomia strategica vera: difesa Artico con Canada e Norvegia, sovranità digitale, climatica e militare, usando Davos come alibi perfetto per dire basta al bullo a strisce e stelle. Economicamente è un disastro annunciato: dazi incrociati che gonfiano prezzi, uccidono catene di fornitura e regalano caos ai mercati globali, con la UE pronta a colpire duro sui big tech USA e l'agroexport yankee. Politicamente, Trump ha appena consegnato all'Europa il regalo avvelenato che sognava chiunque voglia più integrazione: “Ecco perché serve l'UE forte”, diranno da Stoccolma a Roma, mentre il suo show da venditore di tappeti usati accelera il declino del multilateralismo che lui finge di odiare ma di cui ha bisogno per i suoi tweet. Chiudo come farebbe “lui.” E ora, Donald, ascolta bene un continente che hai stancato: torna nel tuo bunker dorato, smettila di giocare al Monopoli con Groenlandia e dazi da due soldi, perché l' #Europa non è più la tua preda facile, siamo stufi del tuo circo da quattro soldi, e stavolta ti manderemo a casa con le tasche vuote e la coda tra le gambe, loser.
#Blog #USA #Europa #Davos #UE #Opinioni
gli short pubblicati sullo spazio differx di youtube, ossia all'indirizzo youtube.com/@differx/shorts, sono mediamente più visti, più seguiti dei video dello stesso canale. immagino si tratti dell'algoritmo che anodinamente=demenzialmente (magari per concorrenza con tiktok) 'spinge' questi materiali brevissimi e lascia negletti gli altri.
ho aperto il canale yt differx 19 anni fa, e – tolti due primi orridi videetti che dovrei per misericordia e pudore cancellare – ho iniziato con materiali visivi o verbovisivi o astratti a nutrire quello spazio, intenzionalmente low-res. diciamo a partire da qui: youtu.be/kFDtt3W3uG8
non mi sono mai interessato di numeri di visualizzazioni, mi è sempre bastato esprimere su quel canale una modalità di immaginazione visiva che oscillava tra fluxus, installazione e astrazione, senza preoccuparmi di un 'pubblico' (questa superstizione ottocentesca, direbbe Gustav Sjöberg).
ho tentato di trasferirmi su peertube, quindi sul fediverso, per far avanzare di un'ulteriore minima casella la mia degooglizzazione e in generale l'uscita dal circo mainstream, tuttavia – finora – con poco successo.
Criminalità transfrontaliera ambientale: il Governo italiano si predispone ad accogliere la nuova normativa europea
Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli affari europei Foti e di quello della giustizia Nordio, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo, recante l’attuazione della direttiva (UE) 2024/1203 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 aprile 2024, che istituisce un quadro penale comune per i reati ambientali nell'Unione. La direttiva europea mira a rafforzare la tutela dell'ambiente, in linea con gli obiettivi di protezione della qualità dell'aria, dell'acqua, del suolo, degli ecosistemi, della fauna e della flora, e sostituisce le direttive 2008/99/CE e 2009/123/CE.
L’intervento normativo italiano di recepimento è volto a rafforzare la prevenzione e il contrasto dei reati ambientali, tenendo conto dell’accresciuta rilevanza dei fenomeni di degrado ambientale, della perdita di biodiversità e degli effetti dei cambiamenti climatici, nonché della dimensione transfrontaliera della criminalità ambientale. Si introducono modifiche al Codice penale, aggiornando e integrando la disciplina degli eco-delitti, con particolare riferimento alle fattispecie di inquinamento ambientale e alle nuove ipotesi di commercio di prodotti inquinanti, produzione e commercio di sostanze ozono-lesive e di gas a effetto serra. Inoltre, si rafforzano le circostanze aggravanti, si precisa la nozione di condotta abusiva e si adegua il trattamento sanzionatorio, in coerenza con le indicazioni della direttiva europea.
Il provvedimento amplia il catalogo dei reati ambientali rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica (decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231), e adegua la disciplina delle sanzioni, nel rispetto dei principi di proporzionalità ed effettività.
Al fine di assicurare la cooperazione e il coordinamento più efficaci e tempestivi tra tutte le autorità competenti coinvolte nella prevenzione e nella lotta contro i reati ambientali, si istituisce presso la Procura generale presso la Corte di cassazione il Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale. Di tale Sistema fanno parte: il Procuratore generale presso la Corte di cassazione; i Procuratori generali presso le Corti d’appello; il Procuratore nazionale antimafia. Entro il 21 maggio 2027, il Parlamento elabora e pubblica la Strategia nazionale di contrasto ai crimini ambientali. Tale documento programmatico, aggiornato ogni tre anni, definirà gli obiettivi prioritari della politica nazionale, valuterà le risorse necessarie e promuoverà misure per innalzare la consapevolezza pubblica sulla tutela ambientale.
#ambiente #reatitransnazionali #UE
Elegia
ora m’incolpi del mio silenzio? e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta ho urlato a un cielo distante Padre perché perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto
. Questo elega è un grido struggente, un invito a riflettere sulla responsabilità del silenzio e sul peso della memoria. Fin dall'apertura, con la domanda “ora m’incolpi del mio silenzio?”, il testo interroga non solo l'accusa di chi osserva il mancato intervento durante le tragedie, ma anche quella voce interiore che, di fronte al male, tace. L'invito “e Tu dov’eri mi chiedi” sembra rivolgere lo sguardo a un interlocutore – forsi una figura divina, forse il tempo stesso – chiedendosi dove fosse la presenza e il sostegno in quei momenti in cui “a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas”.
Laddove il poeta afferma “Io ero ognuno di quei poveracci”, si crea una identificazione totale con la sofferenza collettiva, una sorta di fusione dell'individuale nell'universale. In questo modo, egli non si limita a raccontare una propria esperienza, ma diventa simbolo di tutte le vittime, richiamando l'immagine dell'“agnello”, emblema di innocenza e sacrificio, nonché della preda vulnerabile nei confronti di un carnefice spietato. Questa scelta retorica amplifica il senso di impotenza e di ingiustizia, sottolineando l'impossibilità di difendersi quando si è destinati a subire.
Il passaggio successivo, in cui il poeta si rivolge al ricordo del bambino innocente – “Io sono quel bambino ricorda / anch’io in sorte ho avuto una croce” –, introduce una dimensione religiosa carica di significati. La croce, simbolo di sofferenza e redenzione, viene paradossalmente definita “la più abietta la benedetta”, evocando la duplice natura della sofferenza: al contempo abietto e portatore di un misterioso dono, una sorta di segno che, pur doloroso, dà forma e identità all'esperienza umana. Questa contraddizione amplifica il senso di smarrimento e di impotenza di fronte a un dolore che, pur essendo personale, si fonde con una memoria collettiva tanto straziante da sembrare una condanna.
L'ultimo verso, con il grido rivolto a un cielo distante – “ho urlato a un cielo distante Padre perché / perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto” – incarna la disperazione assoluta. Qui, la figura del “Padre” non è soltanto evocativa di una presenza divina, ma diventa anche emblema dell'abbandono, della solitudine in un momento di profonda disperazione. Il cielo distante diventa specchio di un'esigenza di conforto e giustizia, un richiamo che, pur nella sua intensità, rimane inascoltato. Questo poema solleva domande essenziali: in che modo il silenzio di fronte all’orrore può imporsi come una colpevole complicità? E come si conciliano le immagini dell’innocenza perduta e del sacrificio inevitabile con l’idea di redenzione? Mi chiedo, ad esempio, quale significato personale trovi tu nel contrasto tra la voce del bambino e quella dell’adulto ormai compiuto nel dolore di quel distacco.
Potremmo approfondire insieme questo invito alla memoria: in che modo il ricordo delle atrocità passate può trasformarsi non solo in una condanna, ma anche in un mezzo per reclamare una forma di giustizia interiore? O ancora, come la dicotomia tra il silenzio e il grido possa diventare il punto di partenza per un percorso di pulizia e di rinnovata consapevolezza?
GIUDICI - Capitolo 4
Dèbora e Barak1Eud era morto, e gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore. 2Il Signore li consegnò nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava ad Asor. Il capo del suo esercito era Sìsara, che abitava a Caroset-Goìm. 3Gli Israeliti gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e da vent'anni opprimeva duramente gli Israeliti.4In quel tempo era giudice d'Israele una donna, una profetessa, Dèbora, moglie di Lappidòt. 5Ella sedeva sotto la palma di Dèbora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Èfraim, e gli Israeliti salivano da lei per ottenere giustizia. 6Ella mandò a chiamare Barak, figlio di Abinòam, da Kedes di Nèftali, e gli disse: “Sappi che il Signore, Dio d'Israele, ti dà quest'ordine: “Va', marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. 7Io attirerò verso di te, al torrente Kison, Sìsara, capo dell'esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua gente che è numerosa, e lo consegnerò nelle tue mani”“. 8Barak le rispose: “Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò”. 9Rispose: “Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna”. Dèbora si alzò e andò con Barak a Kedes. 10Barak convocò Zàbulon e Nèftali a Kedes; diecimila uomini si misero al suo seguito e Dèbora andò con lui.11Cheber, il Kenita, si era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende alla Quercia di Saannàim, che è presso Kedes.12Fu riferito a Sìsara che Barak, figlio di Abinòam, era salito sul monte Tabor. 13Allora Sìsara radunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui da Caroset-Goìm fino al torrente Kison.14Dèbora disse a Barak: “Àlzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sìsara nelle tue mani. Il Signore non è forse uscito in campo davanti a te?”. Allora Barak scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. 15Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sìsara con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito; Sìsara scese dal carro e fuggì a piedi. 16Barak inseguì i carri e l'esercito fino a Caroset-Goìm; tutto l'esercito di Sìsara cadde a fil di spada: non ne scampò neppure uno.17Intanto Sìsara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Cheber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Asor, e la casa di Cheber il Kenita. 18Giaele uscì incontro a Sìsara e gli disse: “Férmati, mio signore, férmati da me: non temere”. Egli entrò da lei nella sua tenda ed ella lo nascose con una coperta. 19Egli le disse: “Dammi da bere un po' d'acqua, perché ho sete”. Ella aprì l'otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. 20Egli le disse: “Sta' all'ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: “C'è qui un uomo?”, dirai: “Nessuno”“. 21Allora Giaele, moglie di Cheber, prese un picchetto della tenda, impugnò il martello, venne pian piano accanto a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì. 22Ed ecco sopraggiungere Barak, che inseguiva Sìsara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: “Vieni e ti mostrerò l'uomo che cerchi”. Egli entrò da lei ed ecco Sìsara era steso morto, con il picchetto nella tempia.23Così Dio umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti. 24La mano degli Israeliti si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché ebbero stroncato Iabin, re di Canaan.
__________________________Note
4,2 Iabin: viene presentato qui come re di Canaan, ma più avanti si parla al plurale dei re di Canaan (5,19). Non sappiamo quale fosse la collocazione geografica di Caroset-Goìm.
4,4 era giudice d’Israele una donna: il personaggio dominante è la coraggiosa Dèbora, che ha accanto l’indeciso soldato Barak. Dèbora è profetessa, come Maria, la sorella di Mosè (Es 15,20), e anche giudice (4,5).
4,6 Kedes di Nèftali: a nord-ovest di quello che un tempo era il lago di Hule, oggi prosciugato: Barak deve raccogliere truppe dalle tribù del nord e concentrarle sul Tabor, a nord-est della pianura di Izreèl, zona di confine delle tribù di Zàbulon, Nèftali e Ìssacar. Oltre alle due tribù settentrionali, il cantico (5,1-31) ci dice che hanno partecipato all’impresa anche altre tribù.
4,7 Kison: è un ruscello che attraversa la pianura di Izreèl e sfocia come fiume nella baia di Haifa.
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Approfondimenti
4,1-5,31. I cc. 4 e 5 sono due versioni di un medesimo avvenimento: la vittoria delle tribù d'Israele sui re cananei alleatisi per difendere il paese e ricacciare il popolo invasore. Intorno alla figura di Debora si forma un'ampia coalizione di tribù israelitiche, comprendente Beniamino, Efraim, Zabulon, Issacar e Neftali, decise a combattere contro questi re cananei. Costoro si sono resi conto della grave minaccia costituita dagli Israeliti, oramai stabilitisi in due blocchi a nord e a sud di Canaan. Resta da occupare la fertile pianura centrale. E qui che i due eserciti si danno battaglia. I Cananei dispongono di armi d'avanguardia, i carri. Lo scontro armato non è descritto nei dettagli. Il testo mette in rilievo piuttosto la vittoria ad opera di JHWH, che si serve di una donna (Giaele) per uccidere Sisara, comandante delle truppe nemiche. La vicenda è esposta nel c. 4 in prosa, nel c. 5 nella forma di un cantico poetico, che è considerato uno dei brani più arcaici di tutto l'Antico Testamento. Vi sono differenze tra le due versioni. Il resoconto in prosa parla di Iabin, re di Canaan, mentre il carme menziona una coalizione di re cananei, cosa di per sé più verosimile. Nel racconto Sisara è il generale dell'esercito di Iabin, mentre nel cantico è il capo della lega cananea ed è re egli stesso. Il personaggio dominante è Debora, giudice e profetessa, resa ardimentosa dalla propria fede in JHWH. Accanto a lei c'è Barak, figura di soldato indeciso e privo di coraggio.
4,1-24. Il racconto ignora Samgar e si riaggancia a Eud (v. l1a). Inizia riproponendo i motivi teologici consueti, con il linguaggio solito: caduta d'Israele (v. 1b), punizione (v. 2), invocazione d'aiuto (v. 3). L'elemento «JHWH suscita un giudice» qui trova una variante, non solo nel fatto che Debora è donna, ma perché «era giudice» (v. 4), vale a dire esercitava una funzione stabile. È la prima menzione in Gdc di questa istituzione, che ci porta a distinguere tra i giudici “carismatici”, suscitati dallo spirito di JHWH in determinate occasioni, e i giudici “istituzionali”, con incombenze locali, ossia, principalmente con compiti giudiziari consistenti nel dirimere contese, nell'amministrare la giustizia tra i componenti delle varie tribù (v. 5). Ma Debora è anche profetessa (v. 4), il che le conferisce l'autorità di convocare Barak per comunicargli l'oracolo di JHWH (vv. 6-7). La descrizione dei preparativi per la battaglia e dell'esito dello scontro segue i canoni della guerra santa. Il successo è garantito (v. 7b), grazie a JHWH e non all'esercito israelitico (vv. 9b.15.18ss.). Il cantico (5,20ss.) spiega invece la sconfitta dell'esercito di Sisara: piogge violente e improvvise fecero straripare il torrente Kison, i carri cananei restarono imprigionati nel terreno fangoso, i soldati, Sisara compreso, dovettero fuggire a piedi (v. 17a). La battaglia termina comunque con lo sterminio di rito (ḥērem, vv. 16b.24), come vuole la guerra santa (cfr. Gs 7). Lo scenario è la valle di Izreel, a sud del Tabor, percorsa dal fiume Kison, che sfocia nel Mediterraneo a nord del Carmelo. Il racconto in prosa nomina esplicitamente solo le due tribù (settentrionali): Neftali e Zabulon, diversamente dal cantico (cfr. 5,14-18).
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[caffeine]sembra di vedere spesso] deforma tenuto bene a parte] una macchia gente di ogni tipo [la parte la] temperatura è un intervallo escono il cinema [la sera vanno al cinema tutto] per l'intero
Arrivo a scuola nel gelo della mattina. Il vento sferza, eccetera, immaginatevi un normale inizio di racconto standard. Periferia urbana. Gli addetti al comune che stanno tagliando i rami degli alberi addossati alla scuola. I docenti e i ragazzi che si muovono a scatti, un po' per scaldarsi, un po' perché siamo tutti in ritardo, la strada era bloccata dalla polizia, non so perché.
Appena entro a scuola sento odore di carta bruciata. Mi guardo attorno, vedo altri docenti che si guardano attorno: scopriremo poi che uno studente ha dato fuoco a un cestino della spazzatura fuori dal bar della scuola, per errore. Cicca di sigaretta. Entro in quinta, le luci sono mezze spente, gli studenti sono appollaiati sui banchi, c'è frenesia e stanchezza. Frenesia dovuta a una verifica in arrivo a metà mattinata, di materia di indirizzo.
Chiedo a uno studente di distribuire un pacco di fogli che ho stampato: Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Sto provando a fare delle unità didattiche per moduli tematici trasversali, in modo da addentare un po' di letteratura contemporanea. Stiamo facendo un modulo che parla di politica e guerra. Abbiamo già visto D'Annunzio e le sue Vergini delle rocce, Pascoli e il suo Italy, Marinetti e le parole in libertà, Ungaretti e le poesie dalla trincea, oggi tocca alle neoavanguardie.
Inizio a leggere da Vogliamo tutto, il pezzo più famoso, gli operai che discutono durante lo sciopero. Leggo con enfasi, cerco di dare l'idea del comizio pubblico e poi commento alcuni passi. Mi collego con le cose viste in storia, cerco di fargli capire che sono massimalisti, che non vogliono riforme. Vogliono un cambiamento radicale. Alcuni collegamenti li vedono: la conquista della Luna, la guerra fredda, che ancora non abbiamo fatto ma la conoscono. La critica alla Russia. Altre cose gli sfuggono. Sono ancora stanchi per la levataccia.
Leggiamo il secondo testo, sempre Balestrini. La signorina Richmond. È una poesia – spiego – che sembra quasi in prosa in cui Balestrini inserisce, quasi come elemento spam, la parola merda. “Sapete da dove nasce la parola spam, no?”. Non lo sanno. “Li conoscete i Monty Python, no?”. Non li conoscono. Mi fermo, cerco su Youtube il pezzo dello spam dei Monty Python. Mostro l'inizio ma mi fermo a metà perché vedo che l'inglese è troppo veloce per loro. Hanno capito comunque il meccanismo .“Ecco, in un certo senso Balestrini usa la parola 'merda' inserendola a forza dentro questo discorso, come uno spam intermittente” e spiego alcuni punti chiave.
“L'intellettuale per Balestrini ha una responsabilità: può coltivare l'intelligenza del suo pubblico, farlo diventare più intelligente, diciamo, o può soffocarlo con la merda. Prodotti commerciali. Spettacoli basati su intrattenimento puerile. Far restare il pubblico massa ignorante, o cercare di elevarlo” spiego. Li guardo. “Questa cosa che Balestrini dice, non è la prima volta che la sentiamo. Chi è che diceva qualcosa di simile? Un autore visto l'anno scorso. Anche lui circondato da spettacoli volgari pensava che lo spettacolo deve lasciare invece un insegnamento”. Li fisso, aspetto. Nel silenzio uno studente dice “Goldoni”. E io dentro, sospiro. Qualcuno si è ricordato qualcosa del programma dell'anno scorso. Posso morire felice. “Bravo – dico – per lui la merda del tempo era la commedia dell'arte”.
A questo punto però un altro studente dice che no, che insomma, prof, questa non è poesia. “Guardi, sono frasi con degli accapo. Con la merda, poi!”. Gli dico che Balestrini lo fa apposta. Prende delle frasi, le combina, e poi le divide graficamente in strofe e versi, in modo che formalmente abbiano la forma classica della poesia, anche se non hanno né metrica né le figure retoriche a cui siamo abituati. “Allora sono capaci tutti!” protesta. “Ma no – dico io – è un po' come l'orinatoio di Duchamp, avete presente, no?”. Non hanno presente. Gli informatici non fanno arte. Cerco in rete e gli spiego la cosa dell'orinatoio. “Quell'orinatorio diventa opera d'arte perché è collocato in una mostra d'arte. È il gesto e la contestualizzazione che lo rendono tale. È l'inizio dell'arte concettuale”.
Un altro studente dice tipo la banana appesa al muro con lo scotch. “Esatto” dico io. “Allora – contesta – potrei farlo anche io, chiunque potrebbe farlo”. “Eh no. Se io Fabrizio Venerandi attacco una banana al muro quella non è un opera d'arte”. “Perché?”. “Eh perché quando Cattelan attacca la banana al muro, c'è il muro, c'è la banana, c'è lo scotch e c'è tutto quello che Cattelan ha fatto fino a quel momento nel campo dell'arte, anche tutto quello partecipa al fatto di attaccare la banana” cerco di spiegare. “Quello che importa nell'arte concettuale è l'idea, ancora prima che prenda forma, afferrare l'azione dell'artista nel momento in cui l'idea genera l'azione. Quello che mi interessa è scuotere chi guarda, scombinare le carte, far pensare e rompere i meccanismi, senza dover per forza dipingere qualcosa o scolpire. Anche la performance vive in questo modo. Andare contro il sistema capitalistico. Creare oggetti che non hanno senso”.
“Allora potrei fare un libro in cui sia scritta sempre la stessa parola” ride uno studente e io gli dico che ne ho appena comprato uno per mio figlio. Cerco su internet e gli faccio vedere. C'è uno youtuber DougDoug che ha fatto un intero libro in cui è scritta solo la parola Doug. Ridono. “È un'opera concettuale” dico. “Ma è un opera d'arte?” mi chiedono. Ci penso e dico che non lo so. Forse no. È un'opera seriale e soprattuto DougDoug non voleva fare un'opera d'arte. “DougDoug è uno youtuber, si occupa di comunicazione e ha fatto un'opera che è un'opera concettuale, ma il suo scopo secondo me non era fare un prodotto artistico, ma un prodotto di comunicazione”.
A questo punto interviene il docente di sostegno. Mostra lo schermo del suo computer. “Ecco – dice – questa lo è”. È la merda di artista di Manzoni. Spiego ai ragazzi cosa è e subito vogliono sapere se dentro c'è davvero la merda. Dico che credo di no, ma loro vogliono essere sicuri, devo cercare su internet. Cerco. Scopro che nessuno, pare, abbia mai aperto la scatola per sapere se dentro c'è la merda di Mazoni, temendo che la scatola aperta deprezzasse il valore commerciale dell'opera. “Balestrini fa un'operazione simile: la poesia diventa poesia anche se sembrerebbe non avere le caratteristiche formali a cui siamo abituati, perché è inserita nella 'galleria d'arte' della forma poetica. Ha strofe, ha versi. Ed è scritta con l'intento di essere una poesia”.
So che sto semplificando alcuni concetti e che sono impreciso, ma non mi interessa la pulizia, quanto la profondità del taglio.
L'ora successiva passo a storia, entriamo nel pieno del nazismo e, pur aiutandomi con video, slide e fotografie faccio una lezione così frontale che diversi studenti crollano. Mi sento in colpa.
Al suono della campanella li saluto e corro in quarta. Ho prenotato il laboratorio di storia per lavorare in pace con loro. Abbiamo due ore: la prima ora devono imparare a memoria una scena de La locandiera, modificando tutto quello che vogliono per renderla recitabile, la seconda ora devono metterla in scena davanti ai compagni. Ho già creato dei gruppi da due o da tre, a seconda dei personaggi che sono presenti in scena. Le scene sono solo due, sempre le stesse, in modo che possano vedere e confrontarsi fra di loro.
Per un'ora li vedo che ridacchiano, si scambiano battute scritte da Goldoni qualche secolo fa, prendono appunti, ricopiano i dialoghi sul cellulare, mi chiedono delucidazioni. Io giro, annoto, preparo il modulo finale per l'autovalutazione. Non ho idea di quello che succederà l'ora successiva. Suona la campanella. Ho creato uno spazio sul margine del laboratorio. Li interrompo. Gli spiego che li chiamerò gruppo per gruppo e che dovranno cercare di recitare la loro scena, senza usare i fogli, a memoria, anche improvvisando. “Nel momento che un gruppo è qua – dico – il resto della classe deve smettere di pensare al proprio pezzo. Quando i vostri compagni iniziano a recitare voi diventate spettatori. Voglio silenzio e rispetto.”
Chiamo i primi due, io mi metto tra il pubblico armato di tablet e stilo per prendere appunti. I ragazzi si siedono e appena c'è silenzio accade questo piccolo miracolo. I due iniziano a fare la Locandiera. I tempi sono molto buoni, sanno davvero le battute a memoria. Uno dei due ha un tono un po' monocorde, l'altro recita, dà spessore al personaggio. Mi rendo conto che non sono solo io stupito, ma anche parte della classe. Nel silenzio, magari mi sbaglierò, c'è anche un po' di meraviglia. Questa cosa si può fare davvero. Arrivano al punto in cui – nel testo di Goldoni – qualcuno bussa alla porta e in quel momento un loro compagno bussa sul tavolo. Si erano messi d'accordo. Loro ridono, hanno finito, io dico, “applauso” ma è già partito da solo.
Dopo ci saranno altri nove gruppi, alcuni hanno proprio attitudini alla recitazione, altri vanno in panico, altri ci mettono un impegno ammirevole, altri perdono il filo, cercano sul cellulare le battute che hanno dimenticato. Ma tutti lo fanno, nessuno si rifiuta. Ci mettono tutto l'impegno del caso. So che è un barlume di quello che è davvero il teatro, ma quel barlume comunque fa la sua luce. Fa capire che il testo teatrale è un copione, è un materiale d'uso. Crea ricordi, compatta la classe. Fa emergere competenze.
All'ultima ora vado in seconda. Avevo programmato un dettato, un esperimento che sto facendo dopo aver letto un articolo su La ricerca, sugli errori. Ma quando arrivo in classe scopro che hanno appena fatto una verifica di matematica. Sono distrutti. Se faccio un dettato adesso li ammazzo, penso. “Preferite fare il dettato che avevamo programmato, o discutere di quello che è successo a La Spezia?” chiedo.
Discutiamo per un'ora, a tratti in maniera urbana, a tratti con gran rumore di fondo. È qualcosa su cui devo ancora lavorare. Vengono fuori molte cose sulla percezione della scuola. Sull'esigenza della punizione e sulla sua paura. Sulla politica che sfrutta le tragedie. I ragazzi parlano, liberamente, si scontrano, si accordano. Sento voci di persone che in genere non parlano mai. Non arriviamo a niente, abbiamo messo le cose sul tavolo e le abbiamo analizzate, ci abbiamo parlato sopra. Suona la campanella, tutti iniziano ad andarsene, sono le due ormai. Uno studente si mette lo zaino sulle spalle e senza guardarmi dice, 'dovremmo fare più lezioni come questa'. Esce dalla classe.
“Dopo Goldoni, questo” penso.
Promettiamo a noi stessi
“Fai promesse a te stesso invece che agli altri.” Questa frase di Nick Ortner, apparentemente semplice, custodisce un potere profondo e rivoluzionario. Perché promettere a se stessi significa spostare il baricentro delle proprie decisioni, della propria vita, dal giudizio esterno all’ascolto interiore. Non è una semplice questione di egoismo o chiusura: è responsabilità pura. Viviamo in una società dove la promessa all’altro ha spesso il peso della convenzione, della cortesia, dell’obbligo. Si promette per rassicurare, per mantenere una forma, per evitare conflitti. Ma cosa accade quando quelle promesse vanno in frantumi? La fiducia si incrina, il senso di colpa si insinua, e la propria immagine ne esce ferita. Fare una promessa a se stessi, invece, è un atto di forza. Non si tratta di dover dimostrare, ma di voler crescere. Significa scegliere di essere presenti a sé stessi, coerenti con i propri valori, testimoni della propria trasformazione. Quando prometti a te stesso che cambierai lavoro, che ti prenderai cura del tuo corpo, che smetterai di rimandare quel sogno, stai accendendo una miccia. E quella fiamma, se custodita con determinazione, può illuminare tutto il cammino. Nessun pubblico, nessun applauso, solo tu e la tua voce più intima. Ma è proprio lì che si costruisce la vera solidità. Nel corso della storia, molte figure hanno tracciato i loro percorsi più luminosi partendo da un impegno personale, spesso silenzioso, nascosto. Non una promessa fatta a gran voce, ma una scelta interiore inamovibile. Pensiamo a Leonardo da Vinci, che nel segreto dei suoi taccuini coltivava un mondo che ancora oggi ci lascia senza fiato. O a Nelson Mandela, che nel silenzio della prigionia ha fatto la promessa più potente: non perdere mai la dignità. Ecco, queste promesse non hanno bisogno di testimoni, perché sono eterne. Farsi una promessa è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. In un tempo dove tutto viene condiviso, esposto, dichiarato, promettere qualcosa a sé stessi è un atto quasi eroico. È un dialogo muto ma infallibile con la parte più autentica di noi. Ed è da lì che inizia la vera trasformazione. Perché è più difficile mentire a sé stessi che a chiunque altro. Molti evitano questo confronto. Preferiscono legarsi a obiettivi esterni, a scadenze imposte, a doveri dettati da altri. Ma così facendo, si perde il senso del viaggio. La direzione diventa confusa, i risultati svuotati di significato. Quando invece scegli di mantenere fede a una promessa che hai fatto al tuo io più profondo, ogni passo diventa sacro. Ogni fatica ha un senso. Ogni caduta, una lezione. Non è facile. Mantenere una promessa a sé stessi richiede disciplina, coraggio, lucidità. Ma la ricompensa è immensa: diventi alleato di te stesso. Costruisci una fiducia indistruttibile, che nessun giudizio esterno può intaccare. E quando guardi indietro, non vedi rimpianti, ma tracce di una coerenza che ha saputo superare ogni ostacolo. Questo blog, L'Alchimista Digitale è anch’esso il frutto di una promessa fatta nel silenzio. Quella di condividere pensieri veri, parole oneste, visioni profonde senza artifici senza aspettarsi nulla in cambio, se non la gioia di sapere che da qualche parte, qualcuno, si è sentito meno solo leggendone il contenuto. E allora promettiti qualcosa oggi. Fallo senza clamore, senza fretta. Ma fallo davvero. Non serve che lo sappia nessuno. Basta che lo sappia tu. Perché è da lì che tutto comincia.
Epoche
Ci sono epoche tecnologiche che non invecchiano: si sedimentano. I primi personal computer non chiedevano di essere “user-friendly”, chiedevano attenzione. Non ti prendevano per mano: ti guardavano negli occhi e dicevano: “impara!”. Negli anni Ottanta e nei primi Novanta, il computer non era ancora un elettrodomestico. Era una promessa, spesso mantenuta, qualche volta no, ma sempre istruttiva. Accendere un PC significava entrare in un territorio tecnico dove la curiosità valeva più della potenza di calcolo. Il capostipite del mondo business, l’IBM PC, introdusse un’idea rivoluzionaria: l’architettura aperta. Non era bello, non era compatto, ma era serio. Dentro, schede di espansione come tessere di un mosaico elettronico, e fuori un monitor CRT che occupava mezza scrivania con dignità militare. Sul versante opposto, Apple con l’Apple II parlava un linguaggio diverso. Colori, semplicità apparente, un’idea di informatica più umana. Era il computer che ti faceva pensare: posso creare qualcosa. Poi arrivò il piu' popolare tra i primi pc al mondo: il Commodore 64 che non fu solo un computer, ma un fenomeno sociale di massa. Solo 64 KB di RAM che oggi non bastano per una e-mail ma allora erano tantissimi. Videogiochi, musica SID, programmazione in BASIC: tutto passava da lì, spesso su cassette che richiedevano più fede che pazienza. E quando sembrava che nulla potesse superarlo, entrò in scena l’Amiga 500. Grafica, multitasking, audio avanzato: un computer che sembrava arrivato dal futuro. Non a caso, molti sviluppatori ancora oggi ne parlano con un piacere. Nel frattempo, lo ZX Spectrum insegnava l’essenzialità. Pochi colori, tastiera in gomma, ma una scuola di logica impareggiabile. Chi ha scritto il codice lì sopra ha imparato una lezione fondamentale: ogni byte ha la sua importanza. Sul fronte professionale, l’MS-DOS regnava sovrano. Niente icone, niente finestre. Solo comandi, directory e un cursore lampeggiante che non giudicava, ma pretendeva precisione. Sbagliavi un carattere? Nessun problema: riprova, ma fallo meglio. E poi c’erano loro: i floppy disk da 5¼ e da 3½, fragili, lenti, fondamentali. Ogni etichetta scritta a penna era una dichiarazione d’intenti: qui dentro c’è qualcosa di importante. Questi computer non erano veloci, ma erano sinceri. Non promettevano miracoli, ma regalavano piccoli soddisfazioni. Ti insegnavano come funzionavano e non solo come usarli. Ed è forse questo il loro lascito più grande. Hanno creato una generazione di utenti che erano anche esploratori, tecnici, sperimentatori. Persone che sapevano cosa c’era dietro lo schermo, non solo davanti. Oggi viviamo in un’era di potenza smisurata e semplicità estrema. Ed è giusto così. Ma ogni tanto vale la pena ricordare quei primi PC, non con malinconia, bensì con gratitudine. Perché senza quei monitor ingombranti, quelle tastiere rumorose e quelle attese infinite… il presente non sarebbe così immediato. E il futuro non sarebbe così affascinante. Un pizzico di sorriso, dunque. E un silenzioso grazie a quei vecchi computer che, senza saperlo, ci hanno insegnato a pensare.
[provetecniche]vetro a tre lastre [mancano e recupero]¹
prodotto dallo spunto per il materiale blu doppio] spunto²
fatto passare per]³ spazio per non batte] sul tasto del vetro già informato scrivono] rimane intatto
Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (2016)
Nuovo punto di riferimento per la comunità “classic (folk)-rock”, Ryley Walker è certamente uno dei nuovi nomi “da copertina” del cantautorato americano, posizione conquistata con il bell'esordio dell'anno scorso, con la forza imponente dei suoi riff acustici, delle sue eloquenti interpretazioni, che hanno fatto richiamare John Martyn, Roy Harper, Nick Drake, Van Morrison, molti grandi che probabilmente lo apprezzano, o l'avrebbero apprezzato... artesuono.blogspot.com/2016/08…
Ascolta il disco: album.link/s/65lq5gUdKOakCZjNa…
secondo incontro su Emilio Villa: stasera alle 18 al CentroScritture si parlerà (solo online) di “Villa (anti)critico d'arte: una scrittura delirante”. relatore è Gian Paolo Renello. gli iscritti sappiano che sarà una lezione estremamente interessante, come – del resto – quelle che seguiranno. l'elenco completo è all'indirizzo centroscritture.it/service-pag… e ovviamente è possibile iscriversi anche a corso iniziato, anche ora.
stessa cosa per la sequenza dedicata a Corrado Costa: centroscritture.it/service-pag…
E oggi che mi ritrovi uomo fatto
padre che sei rimasto di me più giovane consumato anzitempo una vita sul mare e le brevi soste col mal di terra
avevi la salsedine nel sangue
così presenti mi restano le rare passeggiate mattutine e mai che mi avessi preso per la strada in discesa a cavalcioni sulle spalle
di carezze non eri capace
e oggi che mi ritrovi uomo fatto sai: mi fa male quel distacco
. Questo testo è intriso di immagini potenti che ci conducono attraverso il percorso del tempo e delle relazioni familiari, in particolare il rapporto con una figura paterna così lunga e complessa. Le prime righe, “E oggi che mi ritrovi uomo fatto”, aperte con una nota di consapevolezza, raccontano la trasformazione del sé: il poeta, maturato, si confronta con l'immagine del padre e con il peso dei ricordi.
La figura paterna emerge come un uomo segnato da una vita intensa e slegata dalle convenzioni: “padre che sei rimasto di me più giovane / consumato anzitempo” sottolinea come, nonostante i trascorsi di tempo, ci sia una differenza irreparabile tra la visione idealizzata dell'infanzia e la realtà dell'età adulta. L'immagine del padre “sul mare” con “le brevi soste col mal di terra” si fa portatrice di quel contrasto esistenziale tra la libertà, forse persino la fuga dalle radici, e il dolore che tale scelta comporta. La “salsedine nel sangue” è un simbolo evocativo di una natura inestricabilmente legata al mare, un elemento che sa di vita vissuta in spazi ampi eppure segnati da una solitudine profonda.
Nel passaggio successivo, il poeta ricorda le “rare passeggiate mattutine”—momenti di intimità e leggerezza che, tuttavia, non bastavano a colmare il vuoto emotivo. L'immagine vivida di non essere mai stato preso “per la strada in discesa / a cavalcioni sulle spalle” evidenzia una mancanza di accoglienza, di quel sostegno fisico ed emotivo che avrebbe potuto mitigare il distacco emotivo ciclicamente accumulato. La frase “di carezze non eri capace” risuona come un'ammissione dolorosa della fragilità di quel legame, segnando una ferita che persiste nel tempo.
Infine, il verso “e oggi che mi ritrovi uomo fatto / sai: mi fa male quel distacco” chiude il cerchio narrativo, rivelando il dolore ascendente del distacco, una separazione che non è soltanto fisica ma soprattutto emotiva. Il contrasto tra la crescita, la maturità raggiunta e l'eredità di una relazione incompleta si fa palpabile, lasciando il lettore a meditare sulla complessità dei legami che, pur segnati dall’amore o dall’assenza di esso, definiscono chi siamo. Mi chiedo: quali immagini o versi ti hanno colpito di più? E come interpreti il simbolismo del mare contro il “mal di terra”? Potrei approfondire ulteriormente il tema della paternità negli scritti contemporanei, oppure esplorare altri contrasti simbolici come quello tra la giovinezza idealizzata e l'amara maturità esperienza.
Abracadabra, accountability!
Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo prendere per buona l’etimologia che la attesta come derivante dall’aramaico Avrah KaDabra, abbiamo un magnifico “Io creerò come parlo”. È con le parole che noi creiamo la nostra realtà, le diamo forma e spessore e colori e sfumature. È attraverso le parole che il nostro cervello incamera, elabora, memorizza e restituisce informazioni. E quindi non è che accountability mi stia particolarmente simpatica, perché così, di primo acchito, il mio sistema rettile ha sentito un moto di disgusto e il limbico gli ha dato man forte ricordando un tizio pieno di spocchia e vuoto di contenuti che era solito imbastire frasi del tipo “OK, meeting domani alle nove per un brainstorming” giusto per darsi un tono. “Ecco, accountability è senza dubbio una parola che avrebbe usato con sommo godimento”, ha detto il limbico, strizzando l’occhio al rettile. Poi però la neocorteccia ha ricondotto i due alla ragione, li ha portati a concentrarsi sul fatto che quel termine in inglese, come qualsiasi altra parola, non è né buono né cattivo in sé e che tutto dipende dal contesto e dalla finalità per cui viene utilizzato. Ebbene: il contesto è la versione italiana dell’IndieWeb Carnival, idea proposta da ed, e la finalità è quella di allargare e movimentare un po’ la bolla del fediverso, anche al di là di Mastodon, che è solo un puntino nelle galassie di opportunità di comunicazione possibili. Insomma, cari rettile e limbico, val ben la pena di accantonare il ricordo di quell’ex collega e concentrarsi sul presente.Accountability, dunque, che taluni dizionari traducono come responsabilità: parola in sé abbastanza giovane, attestata dalla metà del XVIII secolo e che, fatto buffo, deriva dal francese responsabilité, a sua volta mutuato dall’inglese responsability. Dunque accountability non può essere soltanto responsabilità, la quale, comunque, facendo un ulteriore paso indietro dall’inglese, ci riporta al nostro caro, vecchio latino respondere; non è a caso, infatti, che noi rispondiamo di ciò di cui siamo responsabili.Accountability, poi, viene spesso utilizzata in contesti di gruppo, mentre responsability è intesa individualmente: semplificando, in un’azienda sarebbero i responsabili di reparto ad avere l’accountability, mentre i loro sottoposti – parola orrenda, ma efficace – hanno ciascuno la responsabilità personale del proprio operato. Il rettile e il limbico, a questo punto, si scambiano un’occhiatina d’intesa e sfoderano un sorrisetto, anche la neocorteccia è con loro: non era solo il ricordo del collega spocchiosetto né l’uso della lingua inglese a infastidirmi, era proprio il fatto che io non ho, né ho mai avuto, il desiderio né l’interesse di controllare le azioni e l’operato di altre persone. Vivo i miei giorni facendo scelte e assumendomene la responsabilità, in prima persona. Questo è tutto. Abracadabra.
Dazi e Mercosur: l'Europa si sveglia?
(197)
L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.
Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos. L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.
Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.
Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.
Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.
L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.
Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.
Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandiaéé, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?
Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.
#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni
The Jayhawks - Paging Mr. Proust (2016)
Muore Prince e risorgono i Jayhawks. Traffico dei sentimenti e traffico della musica a Minneapolis. Ha detto bene Bob Mould, un tempo anima degli Hüsker Dü, rendendo a caldo il giusto merito all'autore di Purple Rain, che “tra le nostre avenue e in quei sobborghi, da nord a sud, tra black music e garage band, è successo parecchio”. Anche che una band come quella fondata da Marc Olson, Gary Louris e Mark Pearlman arrivasse ai trent'anni di attività conoscendo così la fase più opulenta della discografia americana e le settimane buie ma non prive di lampi del crowdfunding... artesuono.blogspot.com/2016/05…
Ascolta il disco: album.link/s/68Gfrh064D2bJfIAw…
GIUDICI - Capitolo 3
1Queste sono le nazioni che il Signore lasciò sussistere, allo scopo di mettere alla prova per mezzo loro Israele, cioè quanti non avevano visto tutte le guerre di Canaan. 2Ciò avvenne soltanto per istruire le nuove generazioni degli Israeliti, per insegnare loro la guerra, perché prima non l'avevano mai conosciuta: 3i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, quelli di Sidone e gli Evei che abitavano le montagne del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all'ingresso di Camat. 4Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. 5Così gli Israeliti abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorrei, ai Perizziti, agli Evei e ai Gebusei; 6ne presero in moglie le figlie, fecero sposare le proprie figlie con i loro figli e servirono i loro dèi.
STORIA DEI GIUDICI (3,7-16,31)
_Otnièl (3,7-11)7Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, loro Dio, e servirono i Baal e le Asere. 8L'ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani di Cusan-Risatàim, re di Aram Naharàim; gli Israeliti furono servi di Cusan-Risatàim per otto anni. 9Poi gli Israeliti gridarono al Signore e il Signore fece sorgere per loro un salvatore, Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb, e li salvò. 10Lo spirito del Signore fu su di lui ed egli fu giudice d'Israele. Uscì a combattere e il Signore gli consegnò nelle mani Cusan-Risatàim, re di Aram; la sua mano fu potente contro Cusan-Risatàim. 11La terra rimase tranquilla per quarant'anni, poi Otnièl, figlio di Kenaz, morì.
_Eud (3,12-30)12Gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore; il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché facevano ciò che è male agli occhi del Signore. 13Eglon radunò intorno a sé gli Ammoniti e gli Amaleciti, fece una spedizione contro Israele, lo batté e occuparono la città delle palme. 14Gli Israeliti furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni. 15Poi gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore, Eud, figlio di Ghera, Beniaminita, che era mancino. Gli Israeliti mandarono per mezzo di lui un tributo a Eglon, re di Moab. 16Eud si fece una spada a due tagli, lunga un gomed, e se la cinse sotto la veste, al fianco destro. 17Poi presentò il tributo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso. 18Finita la presentazione del tributo, ripartì con la gente che l'aveva portato. 19Ma egli, dal luogo detto Idoli, che è presso Gàlgala, tornò indietro e disse: “O re, ho una cosa da dirti in segreto”. Il re disse: “Silenzio!” e quanti stavano con lui uscirono. 20Allora Eud si accostò al re che stava seduto al piano di sopra, riservato a lui solo, per la frescura, e gli disse: “Ho una parola di Dio per te”. Quegli si alzò dal suo seggio. 21Allora Eud, allungata la mano sinistra, trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. 22Anche l'elsa entrò con la lama; il grasso si richiuse intorno alla lama. Eud, senza estrargli la spada dal ventre, uscì dalla finestra, 23passò nel portico, dopo aver chiuso i battenti del piano di sopra e aver tirato il chiavistello. 24Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono e videro che i battenti del piano di sopra erano sprangati; pensarono: “Certo attende ai suoi bisogni nel camerino della stanza fresca”. 25Aspettarono fino a essere inquieti, ma quegli non apriva i battenti del piano di sopra. Allora presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26Mentre essi indugiavano, Eud era fuggito e, dopo aver oltrepassato gli Idoli, si era messo in salvo nella Seirà. 27Appena arrivato là, suonò il corno sulle montagne di Èfraim e gli Israeliti scesero con lui dalle montagne ed egli si mise alla loro testa. 28Disse loro: “Seguitemi, perché il Signore vi ha consegnato nelle mani i Moabiti, vostri nemici”. Quelli scesero dopo di lui, occuparono i guadi del Giordano in direzione di Moab, e non lasciarono passare nessuno. 29In quella circostanza sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30Così in quel giorno Moab fu umiliato sotto la mano d'Israele e la terra rimase tranquilla per ottant'anni.
_Samgar (3,31)31Dopo di lui ci fu Samgar, figlio di Anat. Egli sconfisse seicento Filistei con un pungolo da buoi; anch'egli salvò Israele.
__________________________Note
3,7 La narrazione descrive concretamente i quattro momenti caratteristici delle biografie dei giudici. L’eroe, già nominato in Gs 15,17, riceve il titolo di salvatore (v. 9) prima di quello di giudice (v. 10) e, in quanto lo spirito del Signore fu su di lui (v. 10), è il primo dei quattro giudici carismatici.
3,31 Il nome di questo liberatore non è israelitico. Egli è nominato anche nel cantico di Dèbora (5,6). Di lui non sappiamo altro; era forse un capo tribù.
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Approfondimenti
2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Fornisce (3,1-6) un elenco di popolazioni – inframmezzato a ripetizioni del motivo teologico ricorrente – con le quali Israele si trova a vivere in stretto contatto, non solo perché confina con esse, ma anche grazie a forme di convivenza e fusione (cfr. il v. 6, che parla di matrimoni misti). 3,2 sembra contraddire 2,11ss. Qui i popoli stranieri non sono un castigo per l'infedeltà, ma un mezzo per conservare lo spirito guerriero nel popolo d'Israele.
3,-16,31. Si ha ora la presentazione delle figure dei “salvatori”, la cui esistenza e attività è stilizzata secondo lo schema teologico: peccato, punizione, pentimento e invocazione, intervento di salvezza. Ma alla base troviamo abbondante materiale antico, sia nelle brevi storie dei cc. 3-12, che nell'ampio complesso della tradizione su Sansone, dei cc. 13-16. A proposito di questi documenti più antichi, sotto il profilo della cosiddetta critica “alta”, ossia della storia della formazione del testo, si è cercato di farli rientrare in parte nei documenti Jahvista ed Elohista. Tra gli studiosi c'è chi sostiene che le storie brevi fanno parte ancora del Pentateuco jahvistico. Le storie lunghe invece costituirebbero l'inizio del ciclo di storie relative a Saul, Samuele e Davide. In effetti, i racconti brevi di questa porzione del libro dei Giudici hanno alla base elenchi di “giudici”, canti di vittoria, narrazioni epiche, antiche tradizioni su specifici luoghi di culto, con in parte segni chiari della tradizione orale e di una esistenza autonoma, prima della loro elaborazione e assemblaggio letterario, mentre tra le storie lunghe, quelle di Gedeone e di Sansone, attraverso il tema delle “vocazioni”, sono ricollegate in qualche modo alla vicenda di Saul. Non sempre peraltro la cornice teologica riesce a imprigionare e standardizzare i vari personaggi. Spesso le figure storich non s'adattano al modello redazionale, creando una tensione istruttiva fra interpretazione teologica e realtà storica. Il rispetto che la mano redazionale mostra per le figure storiche è indizio di una visione teologica tipica non solo della scuola deuteronomistica, ma della fede d'Israele in genere: al di là di ogni schematismo e pragmatismo storico, c'è la sovrana libertà di JHWH,artefice di novità. L'interprete biblico non intende dettare a Dio le leggi della storia, bensì interpretare le vicende storiche nella prospettiva della fede in colui che, creatore del mondo e della storia, è anche fautore e difensore della libertà umana, ne rispetta le manifestazioni e fa di essa una componente della storia della salvezza.
3, 7-11. Lo schema redazionale è applicato alla prima figura di giudice in misura massiccia. Il peccato d'Israele (v. 7), la punizione (v. 8), l'invocazione a JHWH (v. 9a), l'intervento di JHWH che suscita un liberatore (v. 9b), appartengono alla cornice teologica e sono espressi con formule ricorrenti, che abbiamo già riscontrato in 2, 11-19. L'elemento nuovo e caratterizzante, al v. 10, è la menzio ne dello «spirito di JHWH», che dà luogo alla manifestazione del carisma. La rûah JHWH, «spirito di Dio» caratterizza il fenomeno della guida carismatica nei primi tempi d'Israele e per il Deuteronomista esprime il modo in cui JHWH effettua la sua salvezza afferrando uomini per farne mediatori della sua opera (qui, Otniel; 11, 29, Iefte; 6,34, Gedeone; 1Sam 11,6, Saul; 14,6.19; 15,14, Sansone). Il suo carattere dinamico è sottolineato dai verbi rapportati a rûab: «venire sopra» (qui; 11, 29; 1Sam 19,20-23), «penetrare» (Gdc 14,6.19; 15,14; 1Sam 10,6.10), «investire» (cfr. 1Cr 12,19; 2Cr 24,20), o anche «piombare» (Ez 11,5). Il “giudice” così chiamato (gli schemi di vocazione più completi si avranno con Gedeone, lefte, Sansone e Saul), “libera” Israele (3, 9, vedi Introduzione), “combattendo” contro il nemico; la conseguenza è la «pace» (il riposo e la tranquillità) nel paese «per quarant'anni» (v. 11, cfr. commento a Gs 21, 40-44).
3,12-30. Il racconto, nel caso di Eud, si fa ben più varo e ricco, e raggiunge punte di grande realismo ed umorismo. Anche in questo caso è facile distinguere le formule teologiche dal resoconto. Nel caso di Eud manca l'investitura carismatica. Scelto e inviato dai connazionali per recare il tributo al re di Moab, di sua iniziativa uccide il re nemico e quindi convoca Israele alla battaglia contro i Moabiti, che vengono sconfitti. La vicenda, che doveva riguardare alcune tribù, è riferita qui a tutto Israele, secondo un procedimento redazionale che si nota per tutti i giudici. Ma qui, oltre ai tratti redazionali, è il racconto in sé che merita attenzione, sotto il profilo narrativo, stilistico e strutturale. L'organizzazione del racconto, le scelte sintattiche e lessicali, i repentini cambiamenti di prospettiva, il dialogo secco e collocato in punti strategici, i giochi di parole, ne fanno un brano tipico della narrativa di invenzione, o di quella storia romanzata in cui il sentimento e il significato degli eventi sono colti concretamente mediante le risorse dell'arte narrativa biblica, con le sue raffinate tecniche e numerose convenzioni. Per limitarci ad alcune osservazioni, sorprende anzitutto l'attenzione ai dettagli sull'uccisione e come qui la descrizione circostanziata dei particolari contribuisca alla comprensione del tutto. Eud è mancino e i guerrieri beniaminiti mancini erano noti per il loro valore, ma nel caso di Eud questa peculiarità è parte della sua strategia, tutta impostata sulla sorpresa: la spada corta, o daga, è appesa al fianco destro ed Eud può così impugnarla e sfilarla facilmente con la mano sinistra. È corta abbastanza per tenerla nascosta sotto il vestito, e lunga quanto serve per risolvere “il problema Eglon” senza doversi avvicinare troppo alla vittima. Ed è a doppio taglio, il che garantisce l'effetto letale di un colpo ben assestato. Eglon è grasso e quindi è obiettivo ancor più facile, quando si alza goffamente dal suo seggio. E dopo averlo colpito, forse Eud lascia la spada immersa nel corpo per evitare che il sangue gli sprizzi addosso, e poter così uscire senza destare sospetto. Il racconto, oltre che circostanziato e ben legato, è fortemente satirico, impostato su un linguaggio che è denso di rime e di allitterazioni. L'autore gioca, tra l'altro, anche su una etimologizzazione implicita del nome di Eglon, che fa pensare all'ebraico egel, vitello (Eglon vitello grasso pronto per la macellazione). La corpulenza di Eglon è segno della sua pesantezza fisica, facilmente vulnerabile, oltreché della sua rozzezza e stupidità regale. Un tratto ironico e drammatico insieme si ha anche nelle due frasi di Eud: «O re, ho una cosa da dirti in segreto» (v. 19), «Ho una parola da dirti da parte di Dio» (v. 20). La “cosa segreta” , nascosta sotto il vestito di Eud, è in effetti la “parola da parte di Dio” (in ebraico il termine è sempre dâbar, che può significare parola, messaggio o cosa), che il liberatore suscitato da JHWH sta per arrecare al re nemico. Un altro tratto di umorismo, questa volta un po' volgare, riguarda i cortigiani che pensano al massiccio monarca che si sta attardando sul pitale, e vengono associati così alla credulità del loro re. L'ottusità del nemico diventa volentieri obiettivo della satira in tempo di guerra. Tale atteggiamento satirico verso il nemico emerge con particolare vividezza nei vv. 24 e 25, in una sintassi che produce mirabilmente le rapide fasi della percezione della situazione da parte dei lenti e ottusi cortigiani: «I servi vennero... videro... aspettarono... presero le chiavi... aprirono». E a questo punto ecco il disinganno: il loro re è steso bocconi al suolo, morto. Qui peraltro la satira, insistendo sulla stupidità dei Moabiti, ha la funzione tematica di mostrare la grossolana impotenza dell'oppressore pagano di fronte al liberatore suscitato da JHWH, il Dio d'Israele. Ed è su questo punto che, in ultima analisi, l'intenzione del narratore originario e del redattore finale s'incontrano.
3,31. Questa figura di “liberatore” è non poco problematica. Il suo nome non è israelitico. Quanto a Anat, si tratta del nome di una ben nota dea ugaritica. Di Samgar parla anche il cantico di Debora (5, 6), in connessione con Giaele, anch'essa non israelita. Samgar combatte contro un gruppo di Filistei con un'arma di fortuna, un «pungolo da buoi». È il primo dei cosiddetti “giudici minori”
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Ci sono soltanto giornate
Ci svegliamo la mattina e la prima cosa che facciamo è dare un’etichetta. “Oggi sarà una giornata di m…” – e il resto lo lasciamo all’immaginazione – oppure “Che bello, oggi mi sento carico!”. Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, forse stiamo solo giocando con illusioni linguistiche: le giornate non nascono né belle né brutte. Sono neutre, come un foglio bianco che non sa ancora cosa scriveremo sopra. A ben vedere, il tempo atmosferico spesso è il capro espiatorio. Se piove: “giornata pessima”. Se c’è il sole: “giornata fantastica”. Eppure, quante persone si sono innamorate sotto l’ombrello? Quanti litigi nascono proprio nelle giornate di sole, quando tutti sembrano felici tranne noi? La verità è che siamo noi a colorare quelle 24 ore. La giornata non è un’entità capace di offendersi o di farci un favore: lei scorre, indifferente. Tocca a noi decidere se sprecarla a brontolare contro il traffico, i colleghi, la connessione Internet che va in tilt, o se investirla per fare almeno una cosa che ci somiglia. Pensiamoci: un giorno “brutto” può diventare memorabile per un incontro casuale. Un giorno “bello” può trasformarsi in un disastro per una telefonata inaspettata. La famosa fortuna e sfortuna non abitano nel calendario: abitano nella nostra testa. Il paradosso è che, più cerchiamo di giudicare subito una giornata, più la incateniamo. Come se mettessimo un cartello alla porta con scritto: “Tu sei buona, tu sei cattiva”. E invece la giornata è un ospite che arriva con le mani in tasca: sarà la nostra conversazione con lei a renderla piacevole o meno. A questo punto qualcuno obietterà: “Ma allora non devo mai lamentarmi?”. Certo che sì, ogni tanto è persino salutare. Guai a chi ci toglie il piacere di un lamento ben fatto! Ma ricordiamoci che lamentarsi è un condimento, non il piatto principale. In fondo, il mondo non ci deve giornate felici su misura. Tocca a noi cucinarcele. Alcune verranno saporite, altre sciape, ma tutte – e qui sta la magia – finiscono per insegnarci qualcosa. Così, la prossima volta che apriremo gli occhi, proviamo a sospendere il giudizio. Non diciamo subito: “Oggi sarà terribile” o “Oggi spacca”. Diciamo semplicemente: “Oggi è”. Il resto lo scopriremo passo passo, magari con un sorriso in tasca. E chissà, forse scopriremo che la bellezza o la bruttezza di una giornata dipendono meno dalle nuvole e più da come decidiamo di guardarle.
ho fatto oggi - sia su differx sia su slowforward - un post per invitare a...
ho fatto oggi – sia su differx sia su slowforward – un post per invitare a sostenere le piattaforme indipendenti, citando noblogs.org e dunque autistici.org. ovviamente anche noblogo fa questo lavoro, strutturato da devol.it, che dunque è una realtà che va assolutamente sostenuta. o ci autososteniamo/auto-organizziamo, o diamo partita vinta e stop.
dunque. per sostenere devol si va qui: ko-fi.com/devol
per noblogs invece rinvio al post di cui dicevo all'inizio: differx.noblogs.org/2026/01/19…
L'effetto wow sarà la rovina del mondo [#società]
Il “fatto bene” è il nuovo mediocre.
Lo straordinario sta diventando il nuovo ordinario.
Qualche anno fa l'azienda in cui lavoro fece una cosa carina: invitò un formatore a tenerci una serie di incontri sulle dinamiche aziendali; ma non uno di quei venditori di fuffa, per una volta era uno che effettivamente ti faceva capire dei concetti interessanti e sensati.
Durante uno di questi incontri ci fece notare un aspetto di come oggi da parte dei clienti venga percepito il servizio dei fornitori.
Un tempo il cliente si aspettava il fatto bene. Puro e semplice. Il cliente chiedeva una certa cosa, il fornitore gliela faceva al meglio delle possibilità (il buon vecchio “a regola d'arte”). Pagava il giusto compenso pattuito. E stop.
Oggi no. Oggi il cliente non si aspetta che sia fatto semplicemente bene: si aspetta che sia eccellente. Che ecceda le aspettative. Oggi il cliente pretende il “wow”.
Alcuni anni fa girava in tv la pubblicità di un'automobile: un tizio camminava lungo una fila di auto parcheggiate cercando la sua, ad un certo punto si fermava davanti a una vettura fichissima (quella pubblicizzata), prendeva le chiavi e pigiava il pulsantino per aprirla, ma inutilmente; poi dopo un po' l'inquadratura si spostava e lui si ricordava che la sua auto era la scialba utilitaria nel posto a fianco; allora capivi il meccanismo mentale implicito: gli era bastato vedere l'altra per convincersi che fosse sua.
Lo slogan di quella pubblicità era a mio parere uno dei più devastanti concentrati di psiche umana di tutti i tempi:
“È facile abituarsi al meglio”.
Oggi, per qualsiasi cosa, ci siamo abituati ad aspettarci più di quanto dovremmo, e questo è MALE.
Non vi sentite esausti di tutta questa fame di “di più, sempre di più”?
Per favore, torniamo ad apprezzare il 'normale'. Smettiamola con questa ingordigia del “esigo il massimo”.
GIUDICI - Capitolo 1
DUE INTRODUZIONI (1,1-3,6)
L’insediamento nella terra promessa (1,1-2,5)
1Dopo la morte di Giosuè, gli Israeliti consultarono il Signore dicendo: “Chi di noi salirà per primo a combattere contro i Cananei?”. 2Il Signore rispose: “Salirà Giuda: ecco, ho messo la terra nelle sue mani”. 3Allora Giuda disse a suo fratello Simeone: “Sali con me nel territorio che mi è toccato in sorte, e combattiamo contro i Cananei; poi anch'io verrò con te in quello che ti è toccato in sorte”. Simeone andò con lui. 4Giuda dunque salì, e il Signore mise nelle loro mani i Cananei e i Perizziti; sconfissero a Bezek diecimila uomini. 5A Bezek trovarono Adonì-Bezek, l'attaccarono e sconfissero i Cananei e i Perizziti. 6Adonì-Bezek fuggì, ma essi lo inseguirono, lo catturarono e gli amputarono i pollici e gli alluci. 7Adonì-Bezek disse: “Settanta re, con i pollici e gli alluci amputati, raccattavano gli avanzi sotto la mia tavola. Dio mi ripaga quel che ho fatto”. Lo condussero poi a Gerusalemme, dove morì.8I figli di Giuda attaccarono Gerusalemme e la presero; la passarono a fil di spada e l'abbandonarono alle fiamme.9Poi essi discesero a combattere contro i Cananei che abitavano la montagna, il Negheb e la Sefela. 10Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Ebron, che prima si chiamava Kiriat-Arbà, e sconfisse Sesài, Achimàn e Talmài. 11Di là andò contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriat-Sefer. 12Disse allora Caleb: “A chi colpirà Kiriat-Sefer e la prenderà io darò in moglie mia figlia Acsa”. 13La prese Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb; a lui diede in moglie sua figlia Acsa. 14Ora, mentre andava dal marito, ella lo convinse a chiedere a suo padre un campo. Scese dall'asino e Caleb le disse: “Che hai?”. 15Ella rispose: “Concedimi un favore; poiché tu mi hai dato una terra arida, dammi anche qualche fonte d'acqua”. Caleb le donò la sorgente superiore e la sorgente inferiore.16I figli del suocero di Mosè, il Kenita, salirono dalla città delle palme con i figli di Giuda nel deserto di Giuda, a mezzogiorno di Arad; andarono e abitarono con quel popolo. 17Poi Giuda marciò con suo fratello Simeone: sconfissero i Cananei che abitavano a Sefat e votarono allo sterminio la città, che fu chiamata Corma. 18Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Àscalon con il suo territorio ed Ekron con il suo territorio. 19Il Signore fu con Giuda, che scacciò gli abitanti delle montagne, ma non poté scacciare gli abitanti della pianura, perché avevano carri di ferro. 20Come Mosè aveva ordinato, Ebron fu data a Caleb, che scacciò da essa i tre figli di Anak.21I figli di Beniamino non scacciarono i Gebusei che abitavano Gerusalemme, perciò i Gebusei abitano con i figli di Beniamino a Gerusalemme ancora oggi.
22La casa di Giuseppe salì anch'essa, ma contro Betel, e il Signore fu con loro. 23La casa di Giuseppe mandò a esplorare Betel, città che prima si chiamava Luz. 24Gli esploratori videro un uomo che usciva dalla città e gli dissero: “Insegnaci una via di accesso alla città e noi ti faremo grazia”. 25Egli insegnò loro la via di accesso alla città ed essi passarono la città a fil di spada, ma risparmiarono quell'uomo con tutta la sua famiglia. 26Quell'uomo andò nella terra degli Ittiti e vi edificò una città, che chiamò Luz: questo è il suo nome fino ad oggi.27Manasse non scacciò gli abitanti di Bet-Sean e delle sue dipendenze, né quelli di Taanac e delle sue dipendenze, né quelli di Dor e delle sue dipendenze, né quelli d'Ibleàm e delle sue dipendenze, né quelli di Meghiddo e delle sue dipendenze; i Cananei continuarono ad abitare in quella regione. 28Quando Israele divenne più forte, costrinse al lavoro coatto i Cananei, ma non li scacciò del tutto. 29Nemmeno Èfraim scacciò i Cananei che abitavano a Ghezer, perciò i Cananei abitarono a Ghezer in mezzo a Èfraim.
30Zàbulon non scacciò gli abitanti di Kitron né gli abitanti di Naalòl; i Cananei abitarono in mezzo a Zàbulon e furono costretti al lavoro coatto.31Aser non scacciò gli abitanti di Acco né gli abitanti di Sidone né quelli di Aclab, di Aczib, di Chelba, di Afik, di Recob; 32i figli di Aser si stabilirono in mezzo ai Cananei che abitavano la regione, perché non li avevano scacciati.33Nèftali non scacciò gli abitanti di Bet-Semes né gli abitanti di Bet-Anat, e si stabilì in mezzo ai Cananei che abitavano la regione; ma gli abitanti di Bet-Semes e di Bet-Anat furono da loro costretti al lavoro coatto.34Gli Amorrei respinsero i figli di Dan sulla montagna e non li lasciarono scendere nella pianura. 35Gli Amorrei continuarono ad abitare ad Ar-Cheres, Àialon e Saalbìm, ma la mano della casa di Giuseppe si aggravò su di loro e furono costretti al lavoro coatto. 36Il confine degli Amorrei si estendeva dalla salita di Akrabbìm, da Sela in su.
__________________________Note
1,1 L’insediamento, secondo questa prima introduzione, non è stato un movimento unitario, ma frutto dell’iniziativa delle singole tribù; è avvenuto o pacificamente o con le armi; è stato solo parziale. Il testo concorda con le parti del libro di Giosuè non ritoccate dal Deuteronomista, che presentano come incompleta la conquista ai tempi di Giosuè (Gs 13,1-7; 16,10; 17,13.18).
1,8 presero Gerusalemme: è un’anticipazione (vedi v. 21). La città sarà conquistata da Davide in epoca successiva (2Sam 5,6-9).
1,21 non scacciarono: l’autore informa che le tribù del centro-nord della terra di Canaan non riescono a conquistare completamente il territorio a esse assegnato e che i Cananei-Gebusei continuano a convivere con gli Israeliti.
1,27 Bet-Sean… Taanac… Dor… Meghiddo: le tribù non riescono a conquistare quelle città-stato che controllano la pianura di Èsdrelon o hanno, in qualche modo, un’importanza particolare.
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Approfondimenti
1,1-2,5. Questa prima introduzione presenta un quadro della conquista della Palestina molto diverso da quello di Gs 1-12. Qui le tribù operano da sole, oppure unite in coalizioni minori. L'insediamento ha luogo in tempi lunghi. Il racconto risale a tradizioni antiche, di stampo jahvistico, che assegnano un ruolo preponderante alla tribù di Giuda, alla quale è riconosciuta un'elezione speciale da parte di JHWH. Alcune tribù non sono menzionate (Levi, Issacar, Ruben e Gad).
La sezione presenta le seguenti unità:
- 1,1-21, le tribù al sud (Giuda, Simeone e Beniamino, oltre ai Calebiti e ai Keniti);
- 1,22-29, le tribù del centro (Manasse ed Efraim) e la conquista di Betel;
- 1,30-36, le tribù del nord (Zabulon, Aser, Neftali, Dan).
- 2,1-5 è una specie di liturgia penitenziale, intesa a spiegare il fallimento parziale della conquista e del tentativo di eliminare del tutto la popolazione di Canaan.
1,1-21. Alla tribù di Giuda è dedicato uno spazio molto ampio. Simeone figura come alleato della tribù maggiore. Giuda e Simeone sono le due tribù del sud, probabilmente penetrate nella Palestina senza fare il giro attraverso la Transgiordania. Per lungo tempo le loro vicende sono state notevolmente indipendenti da quelle delle altre tribù (cfr. c. 5). Il brano presuppone la morte di Giosuè (v. 1a), mentre la seconda introduzione inizia informando sulla morte di Giosuè. Suscita non poche difficoltà anche l'episodio dei vv. 5-8, perché è escluso che in quel periodo Gerusalemme fosse già nelle mani degli Ebrei. La roccaforte fu conquistata solo con Davide. L'episodio dei vv. 10-15 è di carattere eziologico. Serve infatti a dare ragione di una proprietà di famiglia nel territorio di Giuda. Della tribù di Beniamino si parla soltanto al v. 21.
22-29. Le due tribù di Efraim e di Manasse sono trattate in un primo tempo insieme, come «casa di Giuseppe» (vv. 22-26). Per quanto riguarda Manasse, il brano si riferisce solo a quella metà della tribù stanziatasi a ovest del Giordano. Betel, a circa 22 chilometri a nord di Gerusalemme, era il centro cultuale più importante degli Ebrei. Abramo vi costruì un altare (Gn 12,8; 13,3); Giacobbe vi esperimentò la teofania e vi eresse una stele di pietra (Gn 28,10ss.). Come santuario (Gn 35,1-8.9-15) ebbe un importanza centrale e fu associato fin dai tempi più antichi alle tradizioni cultuali d'Israele. Di Betel si parla anche in Gs 7,2 e 8,9. Il nostro brano racconta la conquista di Betel ad opera della casa di Giuseppe, nonché il cambiamento del nome della località, da Luz in Betel. Betel sarà anche un centro profetico di primo piano, associato con le figure di Eliseo, Osea e Amos. La tribù di Manasse (vv. 27-28) si insediò a nord di Efraim. In mezzo ad essa continuarono a vivere gruppi di Cananei, in vari centri. Neanche Efraim riuscì a liberarsi del tutto dei Cananei (v. 29). Il fatto che molte tribù si stabilirono tra le popolazioni locali, accontentandosi di assoggettarle e di costringerle ai lavori forzati, senza scacciarle, sarà ritenuto il peccato fondamentale della conquista. Viene da chiedersi se e in quale misura l'idea del Dio unico e fedele, che esige fedeltà e ubbidienza, sia qui utilizzata in senso settario.
30-36. Fra la tribù di Manasse e quella di Zabulon c'era Issacar, qui non menzionata. Il brano insiste sugli insuccessi degli Israeliti nella conquista e nell'occupazione del territorio, o sulla condiscendenza degli Ebrei, che scesero a compromessi con le popolazioni locali, compromessi che – nell'ottica del libro – sono condannati senza eccezione, quasi che la capacità di accettazione di altri popoli, con le loro usanze e consuetudini, fosse un delitto, anziché un grande segno di maturità umana e religiosa. L'idea del proprio Dio unico ed esclusivo, che garantisce il paese al suo popolo, deve percorrere ancora un lungo cammino, per diventare liberante.
Il v. 34 ci riporta al sud, nei pressi di Gerusalemme, dove s'insediò in un primo tempo la tribù di Dan, costretta poi a trasmigrare verso l'estremo nord della Palestina, come ci diranno i cc. 17-18.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
GIUDICI - Capitolo 2
1Ora l'angelo del Signore salì da Gàlgala a Bochìm e disse: “Io vi ho fatto uscire dall'Egitto e vi ho fatto entrare nella terra che avevo giurato ai vostri padri di darvi. Avevo anche detto: “Non infrangerò mai la mia alleanza con voi, 2e voi non farete alleanza con gli abitanti di questa terra; distruggerete i loro altari”. Ma voi non avete obbedito alla mia voce. Che cosa avete fatto? 3Perciò anch'io dico: non li scaccerò dinanzi a voi; ma essi vi staranno ai fianchi e i loro dèi saranno per voi una trappola”.4Appena l'angelo del Signore ebbe detto queste parole a tutti gli Israeliti, il popolo alzò la voce e pianse. 5Chiamarono quel luogo Bochìm e là offrirono sacrifici al Signore.
Condotta d’Israele nel tempo dei giudici (2,6-3,6)6Quando Giosuè ebbe congedato il popolo, gli Israeliti se ne andarono, ciascuno nella sua eredità, a prendere in possesso la terra. 7Il popolo servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè e degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che avevano visto tutte le grandi opere che il Signore aveva fatto in favore d'Israele. 8Poi Giosuè, figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni 9e fu sepolto nel territorio della sua eredità, a Timnat-Cheres, sulle montagne di Èfraim, a settentrione del monte Gaas. 10Anche tutta quella generazione fu riunita ai suoi padri; dopo di essa ne sorse un'altra, che non aveva conosciuto il Signore, né l'opera che aveva compiuto in favore d'Israele.
11Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal; 12abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dalla terra d'Egitto, e seguirono altri dèi tra quelli dei popoli circostanti: si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore, 13abbandonarono il Signore e servirono Baal e le Astarti. 14Allora si accese l'ira del Signore contro Israele e li mise in mano a predatori che li depredarono; li vendette ai nemici che stavano loro intorno, ed essi non potevano più tener testa ai nemici. 15In tutte le loro spedizioni la mano del Signore era per il male, contro di loro, come il Signore aveva detto, come il Signore aveva loro giurato: furono ridotti all'estremo. 16Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li salvavano dalle mani di quelli che li depredavano. 17Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dèi e si prostravano davanti a loro. Abbandonarono ben presto la via seguita dai loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore: essi non fecero così. 18Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li salvava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice, perché il Signore si muoveva a compassione per i loro gemiti davanti a quelli che li opprimevano e li maltrattavano. 19Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro: non desistevano dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata.
20Perciò l'ira del Signore si accese contro Israele e disse: “Poiché questa nazione ha violato l'alleanza che avevo stabilito con i loro padri e non hanno obbedito alla mia voce, 21anch'io non scaccerò più dinanzi a loro nessuno dei popoli che Giosuè lasciò quando morì. 22Così, per mezzo loro, metterò alla prova Israele, per vedere se custodiranno o no la via del Signore, camminando in essa, come la custodirono i loro padri”.23Il Signore lasciò sussistere quelle nazioni, senza affrettarsi a scacciarle, e non le consegnò nelle mani di Giosuè.
__________________________Note
2,6 La seconda introduzione riproduce la conclusione del libro di Giosuè. Essa descrive il comportamento morale degli Israeliti nel tempo che intercorre tra un giudice e l’altro e dà la ragione della sopravvivenza delle nazioni straniere all’interno della terra di Canaan. Il tutto serve a preparare le biografie successive dei singoli giudici.
2,13 servirono Baal e le Astarti: questa coppia di nomi sta a indicare gli dèi di Canaan. Baal, “il Signore”, è il dio che personifica la forza vitale che erompe dalla natura e si esprime nella fertilità e nella crescita. Astarte è la dea dell’amore e della fecondità (vedi 3,7).
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Approfondimenti
2,1-5. Ecco un primo tentativo di spiegazione teologica degli insuccessi d'Israele. JHWH ha condotto il suo popolo nella terra promessa, ma era dovere d'Israele distruggere i luoghi di culto degli abitanti della Palestina, cosa che gli Israeliti non hanno fatto. Per questo, la permanenza di popolazioni non israelitiche in Canaan si risolverà in un castigo divino per Israele; «l'angelo del Signore» (Es 23,20ss.) indica la presenza di JHWH presso il suo popolo, nelle sue manifestazioni esterne. Mal’ak JHWH (in greco aggelos che però nei LXX indica anche altri esseri celesti), il «messaggero di JHWH» (oltre a 2,1.4, cfr. 5,23; 13,3-21 ecc.), è locuzione frequente anche altrove nella Bibbia (ad es. Gn 16,7.9-11; 22,11.15; Es 3,2), che indica in generale persone incaricate di curare gli interessi del mandante in una regione lontana (Gn 32,4.7), con la caratteristica specifica di dover superare una distanza spaziale per assolvere l'incarico. La loro attività è espressa di solito col verbo bśr, col senso frequente di «portare una buona notizia», o anche di seminare sventura e rovina (2Re 19,35). Il mal’ak non indica necessariamente un inviato celeste. Talune volte può riferirsi anche a un profeta, che parla a nome di JHWH. Costui – ci dice il testo – viene da Galgala, nella pianura di Gerico, dove gli Israeliti avevano posto il loro accampamento principale dopo il passaggio del Giordano (Gs 4,19s.).
La prima introduzione doveva chiudersi originariamente con la notizia del trasporto dell'arca da Galgala a Bochim (2,1a.5b), ma il redattore Deuteronomista ha voluto dare una sua interpretazione teologica a Gdc 1, indicando il mancato annientamento iniziale delle popolazioni pagane in Canaan come causa del rifiuto di JHWH di sostenere Israele nelle successive fasi della conquista. Il discorso del mal’ak JHWH può essere considerato un frammento di una liturgia penitenziale. JHWH (tramite il suo messaggero) denuncia il proprio partner d'alleanza di infedeltà, pronunciando una sentenza di condanna, alla quale il popolo risponde con un gesto penitenziale: «il popolo alzò la voce e pianse», v. 4.
2,6-3,6. In questa seconda introduzione occorre distinguere tre unità: 2,6-10; 2,11-19; 2,20-3,6.
- Il primo brano, 2,6-10, è parallelo a Gs 24,28-31. Ripetendo gli ultimi versetti di Gs, il brano intende legare Gdc ad esso, con un'operazione redazionale analoga, ad esempio a quella per cui Esd 1,1-3 ripete 2Cr 36,22-23.
- La terza unità, 2,20-3,6, intende spiegare la sopravvivenza di popoli stranieri in Palestina.
- La seconda, 2,11-19, in una prima redazione precedeva immediatamente 3,7s. È l'unità centrale, contenente una visione teologica complessiva del periodo dei giudici.
2,6-10. Cfr. Gs 24,28-31, ripreso con qualche variante. La generazione di Giosuè era stata fedele a JHWH, perché aveva vissuto in prima persona l'ingresso in Canaan. La divisione netta di generazioni (v. 10) è artificiosa. Risponde al bisogno di idealizzare i tempi degli inizi, dando ad essi un valore teologico di portata emblematica. Il v. 10 non ha corrispondenti nel passo finale di Gs. Serve qui da collegamento con quanto segue.
11-19. Il brano è un'interpretazione teologica della storia d'Israele nel periodo dei giudici, che ne evidenzia alcune costanti. Esso inizia denunciando il peccato d'Israele (vv. 11-13), con espressioni di chiara matrice deuteronomistica. Gli Israeliti «fecero ciò che è male agli occhi di JHWH», è detto al v. 11, con una locuzione ricorrente nei libri di Giosuè, Giudici, oltreché nel Deuteronomio, «abbandonarono» il Dio dell'esodo, per «seguire» e «servire» altre divinità. È il peccato dell'idolatria, della defezione da JHWH. Si ha poi l'enunciazione del castigo (vv. 14-15). L'«ira di JHWH» si accende contro Israele. JHWH consegna il suo popolo in mano ai nemici, ripetendo alla rovescia quanto accade nella guerra santa. In terzo luogo (v. 16) si presenta il momento della liberazione, nella quale entrano in gioco esplicitamente i giudici, suscitati da JHWH per fedeltà al suo popolo. Il quarto momento di questo ritmo storico-salvifico (vv. 17-19) è costituito dalla ricaduta nel peccato, che sembra chiudere il corso degli eventi in un tragico cerchio. È un cerchio che solo Dio può spezzare, intervenendo liberamente e sovranamente.
2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Ripete anzitutto (vv. 20-23) che è stata l'infedeltà di Israele la vera causa di questa situazione; e che tale situazione si risolve in una prova e punizione per il popolo di Dio.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[escursioni]il comando si blocca da] qualche parte [viaggi in treno sperimentali senza treni futuro] nel fluire dell'alias bancaria i latticini scaduti gonfiano il mercato] dimenticato il nuovo record del presidente sui carboni spenti e] le opere d'arte danneggiate foderati i cassetti in] provincia scarseggiano i geni si -avviano] a passi pesanti- lo] [sbloccano danno] un parziale al momento lo] [spazio l'orbitale [la manche dell'osservatore
Il cuore pulsante dell’economia hi-tech
L’informatica e la tecnologia non sono più semplici strumenti al servizio dell’uomo: sono diventate l’infrastruttura invisibile su cui poggia gran parte dell’economia globale. Ogni gesto quotidiano, dal pagamento con lo smartphone allo streaming di un contenuto, dall’invio di una mail all’uso di un assistente vocale, attraversa piattaforme digitali costruite, gestite e monetizzate da colossi dell’hi-tech. Dietro l’apparente semplicità dell’interfaccia si muove un ecosistema complesso fatto di software, hardware, dati, algoritmi e soprattutto di business. Un business enorme, stratificato, spesso opaco, ma incredibilmente efficiente. Alla base di tutto c’è l’informatica, intesa non come astratta disciplina accademica, ma come ingegneria del possibile. Sistemi operativi, reti, database, cloud computing e intelligenza artificiale non sono concetti isolati: sono componenti interconnesse che permettono alle piattaforme di funzionare in modo scalabile e continuo. Il vero valore non risiede più solo nel prodotto finale, ma nell’architettura che lo rende disponibile a milioni, talvolta miliardi, di utenti contemporaneamente. È qui che la tecnologia smette di essere neutra e diventa leva economica. Le piattaforme digitali rappresentano il cuore pulsante di questo modello. Non vendono semplicemente servizi, ma costruiscono ambienti. Social network, motori di ricerca, marketplace, servizi di streaming e cloud provider condividono una logica comune: attirare utenti, trattenerli, raccogliere dati e trasformare quei dati in valore. Il dato è la nuova materia prima, ma a differenza del petrolio non si esaurisce con l’uso, anzi si arricchisce. Ogni interazione, ogni clic, ogni secondo di permanenza alimenta sistemi di analisi sempre più sofisticati, capaci di prevedere comportamenti, ottimizzare contenuti e massimizzare profitti. Dal punto di vista tecnologico, tutto questo è reso possibile da infrastrutture mastodontiche. Data center distribuiti in tutto il mondo, reti ad alta velocità, sistemi di ridondanza e sicurezza che garantiscono continuità operativa anche in condizioni critiche. Il cloud computing ha cambiato radicalmente il modo di concepire l’informatica aziendale: non più server fisici da gestire internamente, ma risorse virtuali acquistabili on demand. Questo modello ha abbattuto le barriere di ingresso per startup e imprese, ma ha anche concentrato un potere enorme nelle mani di pochi grandi provider globali. Il business dell’hi-tech si fonda proprio su questa concentrazione. Le economie di scala premiano chi è già grande, chi può investire miliardi in ricerca e sviluppo, chi può permettersi di operare inizialmente in perdita pur di conquistare quote di mercato. Molte piattaforme non nascono redditizie: diventano tali nel tempo, quando raggiungono una massa critica sufficiente a rendere sostenibile la monetizzazione. Pubblicità mirata, servizi premium, abbonamenti, licenze software, commissioni sulle transazioni: i modelli di guadagno sono diversi, ma condividono una caratteristica fondamentale, la dipendenza dall’ecosistema digitale creato. Un ruolo centrale è giocato dal software. Codice ben scritto significa efficienza, sicurezza, velocità. Ma significa anche proprietà intellettuale. Le grandi aziende tecnologiche investono enormi risorse per sviluppare soluzioni proprietarie che le differenzino dalla concorrenza. Allo stesso tempo, il mondo open source continua a essere una colonna portante dell’innovazione, spesso utilizzato proprio dai giganti del settore come base su cui costruire prodotti commerciali. È un equilibrio sottile tra condivisione e controllo, tra comunità e mercato. L’intelligenza artificiale rappresenta oggi la frontiera più avanzata e più redditizia. Algoritmi di machine learning e deep learning sono integrati ovunque: dai sistemi di raccomandazione alle analisi finanziarie, dalla cybersecurity alla gestione delle risorse umane. L’IA non è magia, ma statistica avanzata applicata su larga scala, resa possibile dalla disponibilità di enormi quantità di dati e da una potenza di calcolo senza precedenti. Il valore economico sta nella capacità di automatizzare decisioni, ridurre costi, aumentare precisione e velocità. Chi controlla questi sistemi controlla un vantaggio competitivo decisivo. Naturalmente, dove c’è grande business c’è anche grande responsabilità, o quantomeno grandi interrogativi. Privacy, sicurezza, monopolio, dipendenza tecnologica e impatto sociale sono temi ormai inseparabili dal discorso sull’hi-tech. Le piattaforme non sono solo aziende, ma attori che influenzano informazione, lavoro, relazioni e persino processi democratici. La tecnologia, pur restando uno strumento, riflette le scelte di chi la progetta e di chi la finanzia. Anche questo fa parte del business, nel bene e nel male. In conclusione, informatica e tecnologia non sono mondi separati dal mercato, ma il suo motore principale. Il grande business dell’hi-tech nasce dall’incontro tra innovazione tecnica e visione economica, tra codice e capitale. Comprendere questo legame, senza mitizzarlo né demonizzarlo, è fondamentale per leggere il presente e prepararsi al futuro. Perché dietro ogni piattaforma che usiamo con disinvoltura c’è un sistema complesso che lavora incessantemente, non solo per funzionare, ma per crescere, espandersi e generare valore. E in quell’ingranaggio, volenti o nolenti, siamo tutti parte del meccanismo.
mettiamola così. non il caos ci aspetta; o non necessariamente. non è implausibile, affatto, che ci aspetti un ordine assai peggiore. lo stato mondiale di polizia: legislazione concentrazionaria, confino o deportazione, pena capitale, arbitrio e cancellazione dei diritti fondamentali sanciti dalle carte costituzionali e dai trattati. azzeramento del diritto internazionale. di fatto è già così, da decenni, in Palestina. Gaza è stata per più di due anni, e continua a essere, un laboratorio di morte per tutti. così le storie passate e presenti degli Stati aggrediti dal neonazismo USA.
* la notilla qui sopra chiude questo post: slowforward.net/2026/01/18/due…
King Creosote – Astronaut Meets Appleman (2016)
Se siete in attesa del seguito di “From Scotland With Love” rinunciate senza indugio alcuno all’ascolto di “Astronauts Meets Appleman”: King Creosote non ha alcuna palese intenzione di sfornare seriali concept-album, né tantomeno aspira a diventare il nuovo idolo indie-folk. Pur avendo in parte addomesticato quell’indole anarchica e provocatoria che ha dato genesi a una copiosa quantità di progetti tra vinili, compact disc e Cd-r, il musicista scozzese non ha smarrito neanche un briciolo della sua gioiosa irriverenza stilistica, quella che gli permette di osare un’inverosimile versione cosmico/futurista della musica folk... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/0G6y7AwjEyamcdXgX…
Sapremo
sapremo – io di te tu di me dei nostri scheletri nell'armadio di ciò che non ci siamo detti delle ammutolite coscienze nell'ora alta delle scelte dove si curva l'orizzonte dei pensieri sapremo – non per speculum in aenigmate: trasparenti saremo
. Questo testo è un'esplorazione ricca e sfaccettata delle verità nascoste e delle relazioni interiori ed interpersonali. La ripetizione del termine “sapremo” evoca un senso di attesa e di fiducia nel futuro, come se, col tempo, le verità celate – quei “scheletri nell'armadio” – venissero finalmente alla luce. La frase “io di te tu di me dei nostri” suggerisce che queste dinamiche segrete non sono individuali, ma condivise, intrecciando la nostra identità con quella degli altri.
L'immagine dei “scheletri nell'armadio” serve a ricordarci che spesso conserviamo segreti o parti di noi stessi che preferiremmo non mostrare, forse per timore o vergogna. Tuttavia, il testo suggerisce anche che nella misura in cui affrontiamo e riconosciamo ciò che non siamo riusciti a dire – quelle “coscienze ammutolite nell'ora alta delle scelte” – possiamo raggiungere una forma di trasparenza e autenticità.
Il passaggio “non per speculum in aenigmate: trasparenti saremo” è particolarmente incisivo. Qui, il rifiuto di un'apparenza superficiale, tipica del “specchio” (che riflette un'immagine già nota e forse ingannevole), in favore di un cammino attraverso l'enigma(“aenigmate”), invita a cercare una conoscenza di sé che supera la mera superficie. La trasparenza diventa così il risultato di un percorso di svelamento interiore, in cui l'enigma della nostra essenza viene decifrato per rivelare la vera natura.
Questo testo, con il suo linguaggio evocativo e immaginifico, ci spinge a riflettere sul valore della verità, della comunicazione non detta e della complessità delle relazioni umane. Mi chiedo: cosa ti ha ispirato a condividerlo? Quali emozioni o pensieri hai provato leggendo questi versi, e come vedi il percorso verso una maggiore trasparenza nelle tue relazioni o nella tua visione del mondo?
Potrei aggiungere che testi come questo ci invitano anche a considerare l'importanza di abbracciare le nostre imperfezioni e, attraverso il riconoscimento dei nostri “scheletri”, di crescere verso una versione più autentica di noi stessi. Questo processo, pur essendo spesso doloroso e difficile, è essenziale per il raggiungimento di una nuova consapevolezza personale e collettiva.
La rosa di sangue
in sogno spio se riesce a passare “qualcuno” per la cruna
Dio non è stanco mai dell'uomo
gl' insulti gli sputi gli scivolano addosso Lui perdona sempre perché “non sanno”
sempre viva è la rosa di sangue e splende di bellezza
. Ecco una possibile interpretazione del componimento, che invita a riflettere sulla dicotomia tra fragilità umana, ingiustizie terrene e la capacità del divino di offrire perdono e redenzione attraverso simboli intensi e quasi sovrannaturali.
Il Sogno come Spazio di Passaggio e Rivelazione
I versi iniziali, > “in sogno spio se > riesce a passare 'qualcuno' > per la cruna”
ci presentano il sogno come un luogo sospeso fra realtà e immaginazione. L'atto di “spiare” qualcuno che tenta di passare per un’apertura, per la “cruna”, richiama alla mente l’immagine di una soglia sottile tra mondi differenti – forse il confine tra l’umano e il divino, o la linea sottile che separa il visibile dall’invisibile. È come se il poeta volesse esplorare se, nonostante le difficoltà e le limitazioni del nostro essere, vi sia quella presenza, quella possibilità di elevazione o redenzione che attraversa in punta di piedi i nostri spazi più nascosti.
La Costanza del Divino e il Perdono Infinito
Nei versi successivi, > “Dio non è stanco > mai dell'uomo”
la figura di Dio si presenta come un osservatore instancabile e amorevole, che assorbe senza rifiuto le contraddizioni, le colpe e le sofferenze dell’umanità. L’immagine si intensifica con: > “gl' insulti gli sputi > gli scivano addosso > Lui perdona sempre perché 'non sanno'”
Questi versi suggeriscono un profondo messaggio di misericordia: nonostante il perpetuo afflizione, l'umanità riceve un perdono incondizionato. Il perdono divino, qui, appare come la risposta naturale a chi “non sa” – ovvero a chi agisce, magari per ignoranza o disperazione, senza la piena consapevolezza delle conseguenze dei propri gesti. È un invito a riconoscere la nostra imperfezione e, allo stesso tempo, un conforto che il divino resta presente, accettando l'umanità con tutte le sue fragilità.
La Rosa di Sangue: Simbolo di Vita, Sofferenza e Bellezza
Il componimento giunge poi al culmine con l'immagine della “rosa di sangue”: > “sempre viva è la rosa di sangue > e splende di bellezza”
Qui, la rosa diventa simbolo ambivalente. Da un lato, il sangue richiama alla mente il dolore, la sofferenza e la violenza – elementi che punteggiano l'esistenza umana; dall'altro, la vitalità e lo splendore della rosa indicano una bellezza che, pur emergendo dal dolore, è eterna e capace di trasmutare la sofferenza in arte. Questa immagine potente suggerisce che nella nostra umanità, nonostante i colpi subiti e le cadute, esiste sempre qualcosa che brilla di una bellezza inaspettata ed eterna.
Una Riflessione Esistenziale e di Redenzione
Il testo, pur mantenendo una struttura minimale, condensa un profondo messaggio esistenziale: – Il Sogno e la Soglia: La visione onirica ci invita a guardare oltre l’ordinario, a cercare la porta segreta verso dimensioni dove il divino e il terribile convivono. – Il Perdono Infinito: La costanza del perdono divino diventa un faro che illumina la fragilità e gli errori dell’uomo, donando speranza anche nei momenti di crisi. – La Rosa di Sangue: Rappresenta la trasformazione del dolore in una bellezza palpabile, un simbolo di resilienza e di redenzione che persiste nonostante tutto.
Questa opera poetica, con la sua economia di parole e la forza delle immagini, ci spinge a meditare sulla capacità umana di rinascere, di trovare bellezza anche in ciò che sembra segnato da sofferenza, e di riconoscere in ogni caduta il seme di una possibile elevazione.
L' Eden visto dall'altra parte
Nel principio non ci fu una caduta ma una scelta, e questa è la prima eresia dell’Eden capovolto. Eva non tese la mano per fame o inganno, ma per una necessità più profonda: la libertà. Il frutto non brillava come una trappola, ma come una domanda inevasa sospesa nell’aria immobile del giardino. Fino a quel momento l’Eden era perfezione senza attrito, eternità senza storia, pace senza coscienza. Eva comprese che un paradiso senza scelta è solo una prigione ben illuminata. Mangiare significava sapere, e sapere significava diventare responsabili. In quell’istante il mondo iniziò. Il serpente non fu il male assoluto, ma la voce critica che rompe l’ipnosi dell’ordine perfetto. Non impose nulla, suggerì soltanto che l’obbedienza non è sinonimo di verità. Eva non disobbedì, decise. E decidendo smise di essere creatura e divenne soggetto. L’Eden tremò non per il peccato, ma per la nascita della coscienza. Adamo osservava. Adamo esitava. Non era cieco, né ingenuo, né vittima. Era umano prima ancora che l’umanità esistesse. Vide Eva cambiare e comprese che il cambiamento non si annulla ignorandolo. Mangiare per lui non fu un atto rivoluzionario, ma relazionale. Non volle restare fuori dalla storia mentre la storia iniziava. Scelse di condividere il peso invece di restare puro nella solitudine. In quel gesto Adamo inaugurò la responsabilità condivisa. Eva aprì la porta, Adamo accettò di attraversarla. La cacciata dall’Eden non fu una punizione ma una conseguenza naturale. Non si torna nell’infanzia dopo aver imparato a pensare. Fuori dal giardino c’erano il tempo, la fatica, l’errore. Ma c’erano anche il linguaggio, l’arte, la memoria. Eva divenne madre non della colpa, ma della libertà. Adamo divenne padre non della sottomissione, ma della costruzione. Lei accese il fuoco. Lui imparò a usarne le ceneri. Insieme inaugurarono il mondo imperfetto, e proprio per questo reale. Il lavoro non fu una maledizione, ma il prezzo dell’autonomia. La sofferenza non fu voluta, ma accettata come rischio dell’esistenza. L’Eden rimase alle spalle come un ricordo statico. Davanti a loro si aprì la storia, sporca e magnifica. Eva camminava con lo sguardo alto, consapevole della perdita. Adamo guardava le mani, già pronte a costruire. Nessuno dei due chiese perdono. Nessuno dei due tornò indietro. Il vero scandalo non fu la mela, ma la libertà che ne scaturì. Un Dio che crea esseri liberi accetta di essere messo in discussione. Un’umanità che sceglie accetta di non essere innocente. L’Eden capovolto non è un luogo, è una condizione. È il momento in cui smettiamo di obbedire per iniziare a capire. È il prezzo di ogni civiltà, di ogni pensiero, di ogni parola scritta. Senza Eva non ci sarebbe la domanda. Senza Adamo non ci sarebbe il mondo che tenta di rispondervi. Non furono colpevoli, furono necessari. Non caddero, avanzarono. E da quel passo imperfetto nacque tutto ciò che siamo.
[vortex]l'area piccola Manzoni con l'] accento la prima lascia] un sottile sul foglio lagrange è] un'area trasmessa della fonderia mandano [fuori i gracchi o graculi i] crucchi
Preghiera per chiedere la benedizione del Signore su "Parrocchie"
Signore Gesù, che ci hai lasciato il comandamento dell'Amore, che ci hai detto di amarci gli uni gli altri, che ci hai insegnato strade nuove, che sei stato un rivoluzionario, portando lo scompiglio nella tua epoca e nelle nostre coscienze, per introdurci alla vera essenza della fraternità universale, guida i nostri passi e benedici questo nostro progetto di comunione e condivisione.
Fa' che sia uno strumento di concordia, unione ed amicizia. Fà che serva ad aprire i nostri occhi verso il prossimo, ad accoglierlo, a conoscerlo, ad aiutarlo.
Aiutaci a non smarrire mai la strada indicata dalla tua Parola, per andare dietro a false illusioni.
Fa' che non ci tolga il tempo per le nostre attività di tutti i giorni, per lo studio, il lavoro, i nostri doveri quotidiani.
Signore Gesù, desideriamo mettere la nostra comunità sotto la protezione della Beata Chiara “Luce” Badano. Con il suo grande amore per Te, è stata di esempio per tutti quelli che l'hanno conosciuta e per quelli che hanno ascoltato o letto la sua storia. Chiara non è morta, Chiara è viva ed è sempre in mezzo a noi, e ci porta il Tuo messaggio di fede e di amore.
INNO PER LA BEATA CHIARA LUCE BADANO
Il tuo ricordo è sempre qui ma no, non è un ricordo perché tu, tu sei una presenza, un angelo che vive insieme a noi. Vorrei descrivere chi sei, ma poi non ho parole, perché tu, tu sei sempre più grande di quello che potrei dire di te. Ma proverò a descriverti guardando la tua immagine scolpita eternamente dentro me.
Chiara Luce, chiara alba tra le cime. Chiara Luce, alba limpida e serena. Donna forte, sempre viva nell’Amore, donna vera, doni tanta pace al cuore.
Dio mi ama, dicevi tu, abbandonata a Lui. Dio mi ama, diciamo noi con te, Chiara.
Un coro d’angeli era lì attorno al capezzale dove tu scioglievi le tue vele nel mare azzurro dell’eternità. S’illuminava il viso tuo: accolta dalla schiera di Maria. Con ogni tuo sorriso hai dato il paradiso che era in te. E tu, sei dentro l’invisibile, eternamente giovane. Sei nostra “Luce” e sempre lo sarai.
PREGHIERA PER LA PACE
Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch'io porti amore, dove è offesa, ch'io porti il perdono, dov'è discordia ch'io porti l'Unione,
dov'è dubbio fa' ch'io porti la Fede, dove è l'errore, ch'io porti la Verità, dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare Poiché:
Se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna. Amen.
Benedizione di fra Stefano Bordignon
Carissimo Luigi Ti ricordo nella preghiera, Dio ti illumini nel tuo progetto affinché tu possa fare del bene e favorire una comunicazione autentica nella verità e nella carità. Dio ti benedica Un abbraccio fraterno Pace e bene ☩ 𝒻𝓇𝒶 𝒮𝓉𝑒𝒻𝒶𝓃𝑜
PADRE NOSTRO
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
AVE MARIA
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
GLORIA AL PADRE
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo com'era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONESignore Gesù, Ti chiediamo, ora, la benedizione sulle persone presenti, su quelle che si uniranno a noi, e su quelle che contribuiranno in qualsiasi modo per portare questo progetto e la Tua Parola in ogni parrocchia e in ogni comunità cristiana.
Confidando nella Tua benedizione, preghiamo per la pace in ogni angolo del mondo.
Per Cristo nostro Signore
Amen
Gesù confido in te.
Pixies – Head Carrier (2016)
In un vecchio numero de “Il Mucchio Selvaggio” in versione settimanale, copertina coi Warrior Soul, primi anni Duemila, appariva un’intervista a Frank Black. Al tempo era ormai affermato autore solista, lontano dall’esperienza Pixies e impegnato nella promozione di Dog In The Sand, terza fatica assieme ai Pistoleros. In quella chiacchierata (e l’intervistatore mi perdonerà se non riesco a ricordare chi fosse: se un Guglielmi, un Vignola, un Cilìa o un Testani – sto andando a memoria) il buon Charles Michael Kittridge Thompson IV, alla domanda su quali fossero le cose belle e brutte del periodo con Kim Deal, Joey Santiago e David Lovering, rispondeva più o meno che aveva apprezzato i concerti pieni e i dischi ben recensiti, sottolineando però che per quegli anni provava un leggero rammarico per la mancanza di auto-editing... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/5F9YYEKDxenkRpyuo…